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In innumerevoli culture la croce ha ricoperto un ruolo chiave in mezzo alla pletora di simboli

che sono stati e sono tuttora propri di religioni e culture: la cosa che di primo acchito
sorprenderebbe è l’evidente distanza geografica tra le culture esaminate. A partire dalla
croce gammata, la svastika1, simbolo jainista che indica le quattro categorie di nascita nel
samsara, fino ad arrivare a quella ansata, scettro degli dèi egizi; ma anche Cristo fu issato
alla sua croce, che fu tanto motivo di ermeneutiche seriori, quanto frutto di una tradizione
esoterica precedente2. Tutto questo sul piano verticale.
Ma anche sul piano propriamente orizzontale, il simbolo “croce” ha avuto un’importanza
focale manifestandosi nel “crocicchio”, o “incrocio” che dir si voglia. Nella storia delle
religioni, sono tante le figure “magiche” che hanno recitato la parte di nume tutelare dei
crocevia: i Lares Compitales, forse di origine etrusca che vegliavano sui crocicchi romani
delle origini; poi Diana che, secondo l’epiteto che le dà Lucrezio3, doveva aver cari in
particolar modo i trivi; non solo

In un modo non dissimile dal lavoro di esegesi operato sui Veda4 nel corso dei secoli dalla
tradizione kevalādvaita, il vedānta non-dualista — per cui l’atto pratico del rito sacrificale
primitivo diviene del tutto interiorizzato, “spostando il fulcro d’interesse dalla parte
propriamente ritualistica [...] a quella soteriologico-speculativa” — così la cultura sempre più
mondializzata ha sublimato il primitivo culto degli incroci, rilevato in lungo e in largo, in
quell’arte che Schopenhauer ha definito la più libera ed indipendente, in quanto è immagine
della volontà stessa5, la musica.
Senza addentrarsi troppo nel merito della filosofia schopenhaueriana, si può affermare
senza dubbio che è nella musica jazz che è avvenuta principalmente questa
interiorizzazione dell’incrocio come dato speculativo, essenziale ed anzi assurto a motore
immobile di molte delle sue variazioni. Per quanto infatti siano dibattute le origini del jazz e
non vi sia una risposta univoca a tal proposito, si è unanimi nell’affermare che abbia avuto
origine da un incrocio etnico senza precedenti avvenuto in quel crocicchio di strade,
l’America, dove erano giunti inglesi, irlandesi, africani dalle più disparate origini, italiani,
francesi, caraibici e via dicendo6. Non solo: ma questo dato originario del jazz ha
condizionato le sue scelte successive — una continua ed insaziabile volontà di potenza lo
ha portato a rinascere sempre, a prostrarsi sempre a meticcio, a rimescolarsi con le proprie
origini che in questi cento e più anni in cui il jazz ha girato il mondo, si sono stanziate ed
hanno preso una direzione diversa, anch’esse mescolate ad altre realtà.
È

1 A.Pelissero, Filosofie classiche dell’India, Morcelliana, 2014, p.104, “simbolo di una delle più irenistiche
religioni indiane, per atroce ironia della storia fatta propria e ovviamente stravolta dall’iconografia
nazista”.
2 Ad esempio in Ezechiele 9,4 si legge: “Il Signore gli disse «Passa in mezzo alla città, in mezzo a

Gerusalemme e segna un tau [τ] sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini
che vi si compiono»”. Il tau, ultima lettera dell’alfabeto ebraico, ricopriva in epoche pre-cristiane il ruolo
poi assunto dall’omega, id est il compimento della parola del Signore, senza mancare di una funzione
soteriologica.
Il teologo svedese Gunnar Samuelsson, in una tesi interessantissima (Crucifixion in Antiquity, Mohr
Siebeck, 2011), suggerisce addirittura che mai nel Nuovo Testamento si faccia riferimento esplicito ad
una croce, e pertanto si evince che si sia attribuita questa forma al luogo del supplizio di Cristo solamente
perché evocata da un esoterismo precedente.
3 De rerum natura, I 84, “Triviai virginis” (“Vergine del trivio”)
4 Per questo e per i prossimi riferimenti alla filosofia classica indiana, rimando sempre a Pelissero, nella

fattispecie p.30-31
5 A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 52
6 T.Gioia, Storia del Jazz, EDT, ‘L’africanizzazione della musica americana’, pp.1-12