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•l’aumento del numero dei “migranti ambientali” cioè quelle persone costrette a lasciare i territori di nascita o

di elezione perché resi invivibili dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. I numeri di questi “eco-migranti”
sono in costante crescita, in corrispondenza dell’intensificazione delle catastrofi ambientali che hanno colpito la
terra. Ma anche eventi climatici meno immediati, come ad esempio la desertificazione o la perdita di produttività
del suolo, inducono le persone ad abbandonare le loro case in assenza di quelle condizioni di base che rendono il
territorio vivibile. Oggi un milione di persone ogni anno migrano forzatamente dalla propria terra a causa
dell’aumento della desertificazione e la cifra è destinata a salire. Tanto che, secondo l’United Nations Convention
to Combat Desertification (UNCCD), la Convenzione ONU sulla desertificazione ratificata da circa 200 Paesi, da
qui al 2020 un numero pari a 60 milioni di persone potrebbe spostarsi dalle zone desertificate dell’Africa Sub-
sahariana verso il nord Africa e l’Europa

L’attenzione internazionale
Il tema del cambiamento climatico si è lentamente affacciato nel dibattito internazionale soprattutto nel corso degli
anni ‘70, come conseguenza di una progressiva e sempre più puntuale raccolta di informazioni e dei dati di
carattere scientifico precedentemente elencati che consentono di leggere con nuove conoscenze l’evoluzione del
sistema climatico e la sua interazione con i sistemi ecologici, sociali ed economici. È in questi anni che inizia ad
essere percepita la problematica ambientale come diretta conseguenza del crescente inquinamento e del degrado
dei beni ambientali primari come acqua, aria e suolo, con ricadute che non sono confinabili all’interno di una
specifica area o territorio, ma vengono ad assumere una dimensione sempre più ampia, fino a diventare
problematiche globali.
Nel 1972 vi sono due eventi che segnano anche cronologicamente l’avvento della questione ambientale: la
pubblicazione del rapporto del Club di Roma The Limits of Growth (erroneamente tradotto in italiano con “I limiti
dello sviluppo”) che preannuncia un progressivo esaurimento delle risorse ambientali e la prima Conferenza
Mondiale dell’ONU sull’Ambiente a Stoccolma nel corso della quale la comunità internazionale e gli stati che la
compongono riconoscono l’esistenza di una questione ambientale e la necessità di avviare politiche coordinate su
scala internazionale per farvi fronte. A seguito di tale Conferenza la prima azione concreta fu la creazione da parte
dell’ONU dell’UNEP (United Nations Environment Programme) il primo organismo internazionale la cui sede fu
stabilita in un Paese del sud del mondo: Nairobi in Kenya. L’UNEP diventerà il motore dell’impegno internazionale in
materia di ambiente.
All’UNEP si deve l’organizzazione della prima Conferenza internazionale sul clima che si tenne a Ginevra nel 1979 e,
sempre tale organismo istituì nel 1988 l’Intergovernamental Panel for ClimateChange (IPCC) un gruppo di
lavoro composto da scienziati di tutto il mondo per indagare sul fenomeno del cambiamento climatico e sulle sue
cause. Dal 1988 ad oggi l’IPCC ha elaborato quattro rapporti (1990, 1995, 2001, 2007 e ad oggi è in preparazione
il quinto rapporto) ed è proprio grazie a questo lavoro di ricerca promosso nel corso degli anni dall’IPCC che si sono
poste le basi per una maggiore conoscenza scientifica del problema e del conseguente progressivo impegno della
comunità internazionale e degli stati per un riconoscimento prima e per l’adozione di strumenti giuridici e politici
poi nei confronti del cambiamento climatico.
La risposta politica
La prima e più importante risposta a livello internazionale a questo problema globale si è avuta nel 1992 con la
firma della United Nations Framework Concention on ClimateChange (UNFCCC) sottoscritta a conclusione
della Conferenza Mondiale di Rio de Janeiro su Ambiente e Sviluppo. La Convenzione, entrata in vigore nel 1994, è
un accordo quadro nel quale non sono previste misure concrete di contrasto al cambiamento climatico, che
verranno invece assunte con il Protocollo di Kyoto del 1997, ma che indica le due principali strategie che devono
essere perseguite per invertire la rotta con l’obiettivo di stabilizzare nel corso del 21° secolo la quantità di gas
serra emessi in atmosfera dalle attività umane entro una soglia che non interferisca con il sistema climatico.
La prima strategia è quella della mitigation (limitazione) che affronta il problema del cambiamento climatico
mettendo in campo azioni rivolte, da un lato, a ridurre le emissioni in atmosfera odierne e future e, dall’altro, ad
aumentare la capacità di assorbimento da parte dell’ambiente naturale dei gas ad effetto serra (i c.d. sinks,
serbatoi, cioè le foreste e i suoli agricoli). Essa si pone l’obiettivo di intervenire a monte del problema, agendo sulle
cause dei cambiamenti climatici, proponendo una serie di strumenti da applicare su scala internazionale per ridurre
le emissioni.
La seconda strategia è quella della adaptation (adattamento) e prevede la messa in campo di interventi per gestire
nel modo migliore le conseguenze negative dei cambiamenti climatici in corso, sugli ecosistemi naturali e sui
sistemi socio-economici. Questa strategia interviene a valle del problema per agire in via preventiva attraverso
l’attuazione di adeguate politiche economiche, ambientali, socio-sanitarie, educative, necessarie per difendersi dal
cambiamento climatico.
Con l’entrata in vigore della Convenzione si mettono in moto una serie di impegni di carattere strutturale da parte
della comunità internazionale, primo fra tutti l’incontro annuale della Conference of States Parties (COP) che ha
il compito di valutare le iniziative adottate, da adottare e i loro effetti (la prima COP si tenne a Berlino nel 1995,
l’ultima a Bali nel 2007). È in questo contesto che matura, seppur tra mille difficoltà, la decisione degli stati di
adottare misure concrete per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e che si avviano i lavori per la definizione
di un Protocollo aggiuntivo alla Convenzione che indichi impegni, modalità e tempi di attuazione precisi.
Tale Protocollo viene sottoscritto a Kyoto nel 1997, ma al contrario di altri accordi giuridici internazionali, in
considerazione del fatto che il cambiamento climatico è un problema globale, entrerà in vigore solo quando sarà
stato firmato da un insieme di Paesi che rappresenti almeno il 55% delle emissioni globali di gas serra. Il Protocollo
è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la decisiva ratifica da parte della Russia. In base al principio della
responsabilità comune, ma differenziata il Protocollo prevede impegni solo per i Paesi industrializzati (Usa, Europa
occidentale, Canada, Giappone Nuova Zelanda, Australia) e per quelli in transizione dell’Europa centrale e
orientale, e non invece per i Paesi in via di sviluppo. Il Protocollo mira alla riduzione delle emissioni globali di gas
serra del 5,2% rispetto al 1990. Tale obiettivo deve essere raggiunto entro il 2012 ed a partire da qui saranno
negoziate ulteriori quote di riduzione. Gli obiettivi di riduzione sono differenziati a seconda del contributo dei singoli
Paesi al cambiamento climatico. Per l’Europa la quota di riduzione assegnata è dell’8% rispetto al 1990, ma
distribuita in modo differente da Paese a Paese: per l’Italia è del 6,5%, per la Germania e la Danimarca del 25%.
Le tre azioni principali verso cui si indirizza il Protocollo sono: migliorare l’efficienza energetica nei diversi settori
economici (industria, trasporti, energia, …); sviluppare la ricerca e l’uso di fonti energetiche rinnovabili; sostenere
attività di riforestazione per aumentare la capacità di assorbimento dei gas serra. In questa direzione dovrebbero
essere indirizzate anche le politiche economiche (tasse, sussidi, incentivi, …), eliminando i sostegni alle attività ad
elevate emissioni, per privilegiare invece quelle rinnovabili e a maggior efficienza energetica.
Gli strumenti proposti per la riduzione delle emissioni: i “meccanismi flessibili”
Poiché il cambiamento climatico è un problema globale che richiede adeguate misure a livello internazionale, il
Protocollo di Kyoto propone, oltre alle politiche da realizzare all’interno dei singoli stati, alcuni strumenti volti a
fronteggiare il cambiamento climatico attraverso l’azione congiunta di due o più Paesi.
L’obiettivo è di avviare politiche di cooperazione tra Paesi sviluppati, ad economie consolidate e in transizione, e
Paesi in via di sviluppo mirate specificatamente alla riduzione delle emissioni globali. Le emissioni, infatti, non
hanno confini, per cui non ha importanza il luogo fisico dove avviene la riduzione, ma che questa venga realizzata.
Inoltre occorre ricercare il minor costo possibile e oggi è più conveniente esportare tecnologie pulite in un Paese
dell’Est e/o del Sud del mondo, piuttosto che realizzate nuovi impianti a minor impatto ambientale nei Paesi
industrializzati.
In questa direzione tre sono i così detti “meccanismi flessibili” previsti dal Protocollo:
1. l’implementazione congiunta (Joint Implementation- JI): consente ai Paesi industrializzati e a quelli in
transizione di stipulare accordi per gestire in comune gli obblighi di riduzione. Ciò significa che l’Italia, o un altro
stato europeo, può realizzare quote di riduzioni in Paesi est-europei tramite accordi di cooperazione tecnologica che
riducano le emissioni sul loro territorio.
2. il fondo per lo sviluppo pulito (Clean Development Mechanism - Cdm):promuove accordi di cooperazione
con i Paesi in via di sviluppo per il trasferimento di tecnologie pulite a basso impatto ambientale.
3. il commercio di permessi (Emission Trading) secondo cui è possibile per un Paese dell’Allegato 1 acquistare
o vendere quote di anidride carbonica (“permessi di emissione”) da un altro Paese. Chi è in ritardo con i propri
impegni può, cioè, accordarsi con chi ha margini di emissione per “mettersi in pari”.
Per molte associazioni ambientaliste queste però sarebbero solo “false soluzioni di un’economia verde che cerca di
mercificare ulteriormente la vita e la natura in vista di ulteriori profitti”. Più specificamente, le associazioni
ambientaliste chiedono alle Nazioni Unite di resistere alla soluzione del “capitale riverniciato di verde”, rifiutando la
finanziarizzazione del clima “che pone un prezzo alla natura e crea nuovi mercati di prodotti derivati che non
faranno altro che aumentare le ineguaglianze e velocizzare la distruzione della terra”. Servirebbe inoltre un passo
indietro nel campo delle nuove soluzioni tecnologiche “come il geo-engineering, gli organismi transgenici, gli
agrocarburanti, la bioenergia industriale, la biologia sintetica, le nanotecnologie, ilfracking, i progetti nucleari, la
produzione di energie con la termovalorizzazione” e a tutti quei progetti che necessitano di mega-infrastrutture
“che non portano benefici alla popolazione e sono produttori netti di gas climalteranti” (come le mega dighe, solo
per fare l’esempio più clamoroso).
I risultati?
Dopo il fallimentare incontro di Copenaghen nel 2009, quando i leader mondiali non riuscirono a trovare un’intesa
su un nuovo trattato che sostituisse il Protocollo di Kyoto del 1997, sono stati raggiunti solo piccoli risultati attorno
ad una serie di impegni volontari per ridurre le emissioni entro il 2020.L’Annual Greenhouse Gas Bulletinpubblicato
nel 2014 dalla World meteorological organization (WMO) ha rivelato che “Il livello di gas serra nell’atmosfera
ha raggiunto un nuovo picco nel 2013, a causa del rialzo accelerato delle concentrazioni di biossido di carbonio”. La
WMO sottolinea “La necessità di un’azione internazionale concertata di fronte all’accelerazione dei cambiamenti
climatici, i cui effetti potrebbero essere devastanti”. Di fatto la Terra e il suo clima non sono più in grado di
sostenere i livelli di consumo e di produzione della società moderna, industrializzata e globalizzata senza
presentarci un conto che rischia di avere conseguenze profonde e forse irrimediabili sulle aspettative di vita nostre
e del pianeta. L’agenzia ONU punta il dito contro lo sfruttamento di combustibili fossili e mette in guardia sulle sue
ripercussioni sul riscaldamento climatico. “Dobbiamo intervenire con urgenza - ha detto il Segretario generale
Michel Jarraud -. Più a lungo attendiamo e più difficile e più costoso si rivelerà il nostro compito. Se non agiamo
subito, rischiamo che si raggiunga una soglia oltre la quale il fenomeno sarà irreversibile. Possiamo ancora farcela,
ma è necessario intervenire con urgenza”. Il bollettino dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale con tutti i
numeri del suo allarme sul surriscaldamento climaticosottolinea anche la brusca impennata dell’incidenza dei gas
serra sul riscaldamento climatico. L’agenzia ONU sostiene che l’aggravarsi del fenomeno sia in buona parte
imputabile all’accumulazione di emissioni presenti e passate, che la biosfera terrestre non è ormai più in grado di
smaltire, in virtù di fenomeni come deforestazione e acidificazione degli oceani.
Secondo il bollettino WMO nel 2013 la concentrazione di CO2 nell’atmosfera rappresentava il 142% di quella
presente nell’epoca pre-industriale (1750), quella del metano e del protossido di azoto rispettivamente del 253% e
del 121%”. Tra il 1990 e il 2013, la CO2 ha contribuito per l’80% al forcing radiativo indotto dai gas serra
persistenti anche secondo l’U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration(NOAA). Le osservazioni
effettuate dal Global Atmosphere Watch (GAW) networks della WMO rivelano che il livello di CO2 nell’atmosfera
tra il 2012 e il 2013 “Rappresenta il più forte aumento interannuale del periodo 1984-2013. Dei dati preliminari
lasciano supporre che questo possa essere dovuto alla diminuzione delle quantità di CO 2assorbite dalla biosfera
terrestre, mentre le emissioni di gas continuano a crescere”. Tutto questo è molto preoccupante perché perturba le
complesse interazioni tra atmosfera, biosfera ed oceani che assorbono rispettivamente circa un quarto delle
emissioni totali di CO2.Inparticolare, una mutazione al ribasso dell’assorbimento della CO2 da parte degli oceani
potrebbe avere pesantissime conseguenze, accelerando la loro acidificazione che è già la più alta da 300 milioni di
anni a questa parte.
Il segretario generale della WMO, Michel Jarraud, ammonisce ancora una volta: “Sappiamo con certezza che il
clima sta cambiando e che le condizioni meteorologiche diventano più estreme a causa di attività umane come lo
sfruttamento dei combustibili fossili. Il Greenhouse Gas Bulletin sottolinea che la concentrazione di
CO2nell’atmosfera, lungi dal diminuire, l’anno scorso è aumentata ad un ritmo ineguagliato da 30 anni. Dobbiamo
invertire questa tendenza riducendo le emissioni di CO2 e di altri gas serra in tutti i settori di attività. Il tempo
gioca contro di noi. Il biossido di carbonio resta per centinaia di anni nell’atmosfera ed ancora più a lungo
nell’oceano. L’effetto cumulato delle emissioni passate, presenti e future di questo gas si ripercuoterà sia sul
riscaldamento del clima che sull’acidificazione degli oceani. Le leggi della fisica non sono negoziabili”. Jarraud
ricorda anche che “il Greenhouse Gas Bulletin fornisce ai decisori politici degli elementi scientifici sui quali potersi
basare. Abbiamo le conoscenze e disponiamo delle leve necessarie per prendere delle misure miranti a limitare a
2°C l’aumento della temperatura e dare così una chance al nostro pianeta, preservando allo stesso tempo
l’avvenire delle generazioni future. Essere ignoranti non può essere una scusa per non agire”.
Eppure forse qualcosa si muove. Dopo la sentenza dell’Intergovernmental Panel on Climate Change che emerge
dal Synthesis Report (Syr) pubblicato a puntate nel 2014, frutto di 6 anni di lavoro della comunità scientifica
internazionale e secondo cui “L’influenza dell’uomo sul sistema climatico è chiara ed in aumento, con delle
incidenze osservate su tutti i continenti e se non li gestiamo, i cambiamenti climatici accresceranno il rischio di
conseguenze gravi, generalizzate ed irreversibili per l’essere umano e gli ecosistemi” i grandi della terra si sono
forse svegliati. Stati Uniti e Cina hanno raggiunto nel novembre del 2014 un accordo per ridurre su base volontaria
le emissioni di gas serra, finalizzato a diminuire i danni dell’inquinamento e favorire la firma di un nuovo trattato
globale per rinnovare il Protocollo di Kyoto, al vertice in programma l’anno prossimo a Parigi.
In base all’intesa bilaterale annunciata da Obama e Xi Jinping, Washington si impegna a ridurre entro il 2025 le sue
emissioni di gas serra di una quantità compresa fra il 26 e il 28% rispetto al livello del 2005. Pechino, invece,
promette di raggiungere il massimo delle sue emissioni intorno al 2030, con l’intenzione di arrivare a questa soglia
anche prima. Dal 2030 in poi il suo inquinamento comincerà a scendere, puntando sull’obiettivo di produrre il 20%
della propria energia con fonti alternative non fossili entro quella data. L’impegno preso dagli Stati Uniti
raddoppierà il ritmo della riduzione globale dell’inquinamento dall’1,2% annuo tra il 2005 e il 2020, al 2,3 - 2,8%
nel periodo successivo dal 2020 al 2025. Per la Cina, invece, passare dallo zero al 20% di consumo energetico
basato su fonti che non producono emissioni vorrà dire sviluppare tra 800 e 1.000 gigawatts con gli impianti
nucleari, eolici, solari, o di altra tipologia alternativa. Insieme Usa e Cina sono responsabili di circa un terzo delle
emissioni globali di gas serra, e quindi il loro accordo ha un doppio valore: sul piano pratico, infatti, riduce
l’inquinamento; e su quello diplomatico offre una forte spinta alle trattative in corso per rinnovare il protocollo di
Kyoto.
Noi cosa possiamo fare?
Occuparsi di cambiamenti climatici è oggi assolutamente prioritario per tutti. Perché se è vero che per la risoluzione
del problema è fondamentale l’impegno dei governi e delle industrie, è altrettanto vero che anche l’impegno
quotidiano di ogni singolo cittadino rappresenta la chiave per contenere gli effetti dei cambiamenti in atto. Molte
nostre attività quotidiane comportano un consumo di energia più o meno “occulto” e quindi un contributo alle
emissioni di gas serra. È sufficiente che ognuno di noi rifletta sulle azioni che può compiere quotidianamente:
alcune sono molto semplici, altre sono un po’ più impegnative, ma ognuno può dare il proprio contributo.
Si può contribuire a ridurre il consumo di energia sostituendo per esempio le classiche lampadine ad incandescenza
con lampadine a basso consumo, ma anche semplicemente usando i coperchi durante la cottura dei nostri cibi (in
questo modo si può risparmiare il 60-70% dell’energia necessaria alla loro preparazione). Si può contribuire
a ridurre l’immissione di inquinati nell’aria scegliendo prodotti locali il cui trasporto da brevi distanze causa meno
emissioni di gas serra. Si può contribuire a ridurre i rifiuti facendo la raccolta differenziata, ma anche scegliendo
prodotti che abbiano meno imballaggi possibile. Si può scegliere di percorrere a piedi o in bicicletta i tragitti brevi
(fa anche bene alla salute!) o semplicemente quando possibile preferire il trasporto pubblico. Si può bere l’acqua di
rubinetto che è controllata e non comporta spreco di plastica per l’imbottigliamento e di inquinanti per il trasporto.
Ci possiamo ricordare di spegnere gli interruttori degli elettrodomestici che non ci servono (per esempio non
lasciare in stand by la tv o il pc, oppure lasciare inserito il carica batterie del cellulare quando abbiamo finito di
caricarlo) per sprecare meno energia.
Ma gli esempi di azioni quotidiane che possono avere una ricaduta positiva sulla qualità del nostro ambiente (e
quindi delle nostre vite) sono molti di più... quali saranno i tuoi?
E se…
Come in molte tematiche ambientali anche il cambiamento climatico è spesso strumentalizzato, esasperato, ridotto
a business verde. “Da alcuni anni, ogni mattina il mondo si sveglia sotto la minaccia di una nuova apocalisse. Per
gli ecologisti è rappresentata dal cambiamento climatico. Governi, celebrità, organismi internazionali, grandi
corporation, piccole ong, si sono lanciate nella lotta contro il cambiamento” ha scritto Martín Caparrós in Non è un
cambio di stagione un libro indispensabile per un approccio critico al problema. Quella di Caparrós è una riflessione
attenta fatta con uno sguardo provocatorio sulle contraddizioni dell’ecologismo esasperato, dell’ambientalismo che
si fa business, del principio che si fa moda e che restituisce la parola agli ultimi della terra accompagnandoci ai
confini del mondo, là dove il clima è solo uno dei problemi, non sempre il principale. Anche per questo a
conclusione di questa scheda vogliamo riportare, senza per questo sminuire il problema o ridimensionare quanto
scritto fino ad ora, “10 Good news” che accendono qualche speranza sulla possibilità di rallentare il cambiamento
climatico in atto:
1) Barack Obama ha inaugurato il suo secondo mandato presidenziale con la promessa di “Cacciare lo
spettro del riscaldamento globale”. Detto fatto: la sua amministrazione ha annunciato misure storiche per
ridurre del 30% le emissioni delle centrali elettriche statunitensi. Prendendo come base i livelli registrati nel 2005,
il Governo statunitense prevede di tagliare la CO2 prodotta dal settore energetico del 26-27% entro il 2020 e del
30% entro il 2030. Ogni Stato Usa potrà scegliere come raggiungere l’obiettivo, dosando e combinando i vari
ingredienti: il passaggio dal carbone al gas nella produzione elettrica, l’incremento dell’efficienza energetica, gli
obblighi di produzione da rinnovabili... Gli obiettivi indicati dall’Epa, l’agenzia per l’ambiente Usa, sono per ora in un
decreto che dovrebbe entrare in vigore tra un anno (entro il 2015). Sarà vero?
2) La Cina ha avviato un piano per il controllo delle centrali a carbone. Come gli USA anche la dirigenza
cinese pare voler agire sul controllo delle emissioni di carbonio. Praticamente in concomitanza con l’annuncio del
“Piano Obama taglia emissioni”, He Jiankun, presidente del Comitato consultivo della Cina sul cambiamento
climatico, ha illustrato alla Reuters un programma di 5 anni volto a ridurre le emissioni di CO2 nel Paese stabilendo
un tetto massimo da non sforare. Come faranno? Agendo su due fronti: intensità e valore massimo. La notizia sta
nel fatto che questa è la prima volta che la promessa proviene da un’autorità vicina all’establishment cinese ed è la
prima volta che la Cina si trova a stabilire un tetto massimo da non oltrepassare. Nell’attesa di numeri precisi e
quindi degli obiettivi raggiunti è indubbiamente una buona notizia.
3) Il costo della produzione di energia solare è calato drasticamente. In sei mesi è sceso di due terzi.
Addirittura a giugno del 2014, nello stato del Queensland, in Australia, il prezzo dell’elettricità è andato sotto zero,
in gran parte grazie ai pannelli installati dai privati. E sempre quest’anno, Regno Unito, Germania e altri stati
europei hanno stabilito il record di produzione di energia solare.
4) Le campagne contro i combustibili ottengono ottimi risultati . Tanto che dozzine di città, istituzioni e
investitori iniziano a spostare le proprie risorse altrove. Campagne simili sono state intraprese in passato, per
azzoppare l’apartheid in Sud Africa o contro le compagnie del tabacco, ma nessuna prima d’ora aveva dato risultati
così rapidi.
5) Le donne bangladesi si specializzano in energie rinnovabili. Secondo le Nazioni Unite le più colpite dal
global warming saranno le donne, le stesse che vanno a riempire le fila degli strati di popolazione più povera. Ora
però, proprio dall’emancipazione femminile potrebbe passare la strada del potenziamento dell’energia pulita a
scapito di quella fossile: in Bangladesh tante donne stanno diventando operaie specializzate in energie rinnovabili.
L’intenzione del Governo è utilizzarle per portare la luce ai 95 milioni di bangladesi che ancora non hanno accesso
all’energia elettrica.
6) Le rinnovabili la faranno da padrone nel nuovo sistema energetico. Cala il prezzo delle tecnologie,
mentre crescono innovazione e interventi governativi: la strada dell’energia pulita sembra essere in discesa. Dopo
l’arresto nei primi dieci anni del 2000, ora, stando ai dati, l’incremento pare inarrestabile. La buona dose di fiducia
nel settore ha fatto crescere gli investimenti con ritmi che la maggior parte delle industrie possono solo sognare.
Un esempio? Nel 2013 gli investitori hanno contribuito con 268.2 miliardi di dollari ai progetti sulle rinnovabili, 5
volte di più che nel 2004.
7) In Europa usiamo il 15% di energia in meno rispetto al 2000. Le campagne sul risparmio energetico
stanno dando i loro frutti. Le case sono più efficienti, e i consumi di energia domestica europei sono calati del
15.5% dal 2000 al 2011. Nei Paesi in via di Sviluppo, dove l’urbanizzazione cresce a dismisura, si apre una
«finestra di grandi opportunità» per il costruire nel futuro case ecocompatibili ed efficienti dal punto di vista
energetico. Sin dal 2009, un programma delle Nazioni Unite si occupa inoltre di formare i costruttori locali in
Thailandia, Brasile, India e Bangladesh per realizzare progetti di “abitazioni sociali”, caratterizzate da edifici
costruiti secondo le regole del risparmio energetico e alimentati da energie rinnovabili a basso costo.
8) Tagliare le emissioni è diventato un imperativo. Un recente rapporto Wwf/Ceres ha rivelato come 53 tra le
100 maggiori compagnie statunitensi (le famose Fortune 100 Companies) hanno tagliato le emissioni di 58.000
miliardi di Co2 solo nel 2012, più o meno l’equivalente delle emissioni del Perù. Un risultato ottenuto soprattutto
migliorando l’efficienza energetica, ma anche rivolgersi a fonti rinnovabili ha avuto il suo ruolo. Ogni megatone
(mille tonnellate) risparmiato si traduce in un risparmio di 19 dollari, per un totale di 1.1 miliardi. Non male!
9) Il petrolio diventa sempre più raro e più costoso. Trovare ed estrarre il petrolio comporta costi sempre
maggiori. Ci segnala The Wall Street Journal che le spese per gli investimenti totali dei giganti petroliferi Chevron,
Exxon Mobil e Royal Dutch Shell sono aumentate di 70 miliardi di sterline nel 2013, e nello stesso tempo le stesse
compagnie hanno registrato deficit di bilancio dovuti alla necessità di scavare nuovi pozzi.
10) Le auto elettriche conquistano il mercato. Dal 2011 le vendite di auto elettriche sono raddoppiate ogni
anno. I consumatori gradiscono sempre più questa tecnologia tanto che la curva di crescita è esponenziale. Solo 5
anni fa la tecnologia era appena un prototipo, un espediente futuristico che non poteva avere impatto serio sul
mercato. Oggi, in Norvegia un’auto su 100 è elettrica. Ne girano 174.000 negli Stati Uniti, 68.000 in Giappone e
45.000 in Cina …