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Hobbes

Hobbes, durante la sua vita, non si occupa mai attivamente di politica, ma la sua opera si può
considerare come una risposta al bisogno di garantire l’unità dello Stato contro le minacce di
disgregazione provenienti sia dai conflitti religiosi che dal dissenso tra corona e parlamento. Egli si
schiera largamente dalla parte del re, e definisce la guerra civile come il peggiore dei mali possibili.
La sua teoria assolutistico - monarchica si basa su argomenti razionalistici, e con essa sostiene
anche la visione dello Stato come una macchina, un artificium, che l’uomo utilizza per rimediare ai
difetti della natura. Quindi, diversamente da Aristotele, lo Stato e le sue tre “tappe principali”
(famiglia, villaggio, città), non nascono da un processo naturale, ma sono frutto della volontà degli
uomini che vogliono allontanarsi dal loro stato di natura per “creare” uno stato civile. Adesso
l’uomo non è più un essere naturalmente sociale, bensì un essere naturalmente asociale. Per
Hobbes, l’uomo ha piacere di stare in compagnia di altri solo quando c’è un potere che tiene tutti
in soggezione, ed è quindi guidato da un forte desiderio di potere: ne deriva che lo stato di natura
– in cui ritroviamo lo ius in omnia (il diritto di tutti su tutto) – è uno stato per forza di cose
caratterizzato dalla guerra permanente. In questo stato, però, non vi sono solo passioni, ma anche
delle leggi naturali frutto dei suggerimenti che la ragione da all’uomo. Ma queste leggi obbligano
solo in coscienza e non nei comportamenti esterni, quindi non vi è la sicurezza che anche gli altri
rispettino tali leggi naturali: ne consegue che seguirle sia molto pericoloso. Ecco che quindi nasce
la necessità dello Stato, ossia di un potere superiore a quello dei singoli individui che regoli il
rapporto tra gli uomini in modo da raggiungere il bene supremo (la pace). Hobbes inserisce qui
una tematica contrattualistica: lo Stato nasce da un accordo. I primi giusnaturalismi moderni
parlavano di due tipi di patto: il pactum societatis, con il quale gli individui decidono di vivere in
società, e il pactum subjectionis, con il quale tale società si sottomette ad un determinato potere
politico. Hobbes parla invece di un unico patto, il pactum unionis, che li contiene entrambi: infatti,
i contraenti di questo patto coincidono con quelli del pactum societatis, e per i contenuti coincide
con il pactum subjectionis. Con il pactum unionis, i singoli individui stipulano un patto tra di loro in
cui il sovrano non è un contraente del patto, bensì un terzo, un beneficiario, a cui si è sottomessi
rinunciando a tutti i diritti naturali tranne quello della vita. Quindi, il potere sovrano ottenuto è
adesso per forza di cosa irrevocabile, assoluto e indivisibile. Irrevocabile perché, per rescindere
questo tipo di patto, non basta il consenso dei contraenti, ma è necessario anche quello del terzo,
e quindi del sovrano, verso cui tali contraenti si sono obbligati. Assoluto perché il sovrano è
superiore alle leggi stesse. Indivisibile perché egli raccoglie tutti i poteri, la cui divisione sarebbe o
inutile, o dannosa (infatti un disaccordo tra i diversi detentori dei poteri porterebbe all’anarchia).

Infine, per quanto riguarda la religione, per Hobbes non è possibile un contrasto tra Stato e Chiesa,
poiché questi sono una cosa sola. Tutto ciò che nella religione rientra nella ragione è di pertinenza
dello Stato; il resto appartiene alla sfera spirituale. Ma siccome anche la distinzione tra spirituale e
temporale spetta alla ragione, tale distinzione sarà fatta dal sovrano (ossia dal potere temporale).