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Quesito in materia di assoggettabilità all’Imposta Comunale sugli Immobili (ICI) dei

fabbricati rurali posseduti dagli imprenditori agricoli in pensione.

Il quesito proposto appartiene alla schiera di quanti, apparentemente semplici nella


formulazione, sottendono risposte articolate su materia in fase di rapida evoluzione normativa e di
ricca disputa dottrinale.
In effetti le richieste, pur riguardando l’Imposta Comunale sugli Immobili (ICI) ed in
particolare la qualifica di soggetto passivo in capo al titolare di trattamento pensionistico
corrisposto a seguito di attività svolta in agricoltura, attendono a due presupposti ben separati: la
prima, partendo dal recente disposto dell’art. 2, comma 37, del D.L. 3 ottobre 2006, n. 262, ha
riguardo al solo oggetto “fabbricato (rurale) di abitazione e fabbricati strumentali”; la seconda si
apre invece all’intero arco di applicabilità dell’ICI “sull’imprenditore agricolo in pensione”,
comprendendo anche, si suppone, l’assoggettabilità ad ICI delle aree, fabbricabili e non, possedute
e condotte dagli stessi soggetti.

Fabbricati rurali
Giova dunque fornire, in primis, la risposta al primo quesito. E’ da ritenere che il collegato
fiscale alla finanziaria 2007, il D.L. n. 262/2006 e relativa legge di conversione, non abbia apportato
alcuna novella normativa in ordine alla assoggettabilità, fiscale in senso lato e all’ICI in particolare,
dei fabbricati rurali posseduti da “soggetti titolari di trattamento pensionistico corrisposto a seguito
di attività svolta in agricoltura”, secondo la locuzione usata dal legislatore dell’art. 9, comma 3, lett.
a) del D.L. 30 dicembre 2003, n. 557.
Il richiamato comma 37 dell’art. 2 del D.L. n. 262/2006 si limita infatti ad imporre la
qualifica di “imprenditore agricolo iscritto nel registro delle imprese di cui all’art. 8 della legge n.
580/1993”, ai fini del riconoscimento della ruralità dei fabbricati destinati ad edilizia abitativa, agli
immobili posseduti “dal soggetto titolare del diritto di proprietà o di altro diritto reale sul terreno,
ovvero dell’affittuario o dal soggetto che ad altro titolo conduce il terreno cui l’immobile è
asservito. Nulla viene innovato circa il riconoscimento di tale “ruralità” ai fabbricati posseduti da
“soggetti titolari di trattamento pensionistico corrisposto a seguito di attività svolta in agricoltura”,
per i quali tale riconoscimento era stabilito fin dalla emanazione del D.L: n. 557/1993 ed ai quali,
ovviamente, non si applicano le ulteriori restrizioni di iscrizione al registro delle imprese agricole.
Ne consegue che il pensionato agricolo, quale sopra meglio qualificato, non è soggetto ad
ICI per il fabbricato dallo stesso posseduto destinato ad edilizia abitativa, o per funzioni
strumentali all’attività agricola, fermo restando, come chiaramente indicato nel quesito, il
rispetto di tutte le altre condizioni oggettive previste dall’art. 9 del citato D.L. n. 557/1993.
Lo stesso art. 9, infatti, prescrive, ai fini del riconoscimento del carattere di ruralità dei
fabbricati, il contemporaneo possesso di requisiti soggettivi, descritti nella lett. a) del comma 3, e
più sopra analizzati, ed insieme dei requisiti oggettivi, descritti nelle successive lett. b), c), d) ed e),
i cui dati salienti sono:
b) l'immobile deve essere utilizzato quale abitazione, o per funzioni strumentali all’attività agricola,
dal pensionato agricolo, sulla base di un titolo idoneo, ovvero da dipendenti esercitanti attività
agricole nell' azienda a tempo indeterminato o a tempo determinato per un numero annuo di giornate
lavorative superiore a cento, assunti nel rispetto della normativa in materia di collocamento, ovvero
dalle persone addette all' attività di alpeggio in zone di montagna;
c) il terreno cui il fabbricato è asservito deve avere superficie non inferiore a 10.000 metri quadrati
ed essere censito al catasto terreni con attribuzione di reddito agrario. Qualora sul terreno siano
praticate colture specializzate in serra o la funghicoltura o altra coltura intensiva, ovvero il terreno è
ubicato in comune considerato montano ai sensi dell'articolo 1, comma 3, della legge 31 gennaio
1994, n. 97, il suddetto limite viene ridotto a 3.000 metri quadrati;
d) il volume di affari derivante da attività agricole del soggetto (pensionato) che conduce il fondo
deve risultare superiore alla metà del suo reddito complessivo, determinato senza far confluire in
esso il proprio trattamento pensionistico. Se il terreno è ubicato in comune considerato montano ai
sensi della citata legge n. 97 del 1994, il volume di affari derivante da attività agricole del soggetto
che conduce il fondo deve risultare superiore ad un quarto del suo reddito complessivo, determinato
secondo la disposizione del periodo precedente;
e) i fabbricati ad uso abitativo, che hanno le caratteristiche delle unità immobiliari urbane
appartenenti alle categorie A/1 ed A/8, ovvero le caratteristiche di lusso previste dal decreto del
Ministro dei lavori pubblici 2 agosto 1969, adottato in attuazione dell' articolo 13 della legge 2
luglio 1949, n. 408, non possono comunque essere riconosciuti rurali.
Il successivo comma 3-bis, aggiunto dall' art. 2, comma 1, del D.P.R. 23 marzo 1998, n. 139,
dispone che, ai fini fiscali, deve riconoscersi carattere rurale alle costruzioni strumentali alle attività
agricole di cui all' articolo 29 del T.U.I.R n. 917/1986 e che deve, altresì, riconoscersi carattere
rurale alle costruzioni strumentali all' attività agricola destinate alla protezione delle piante, alla
conservazione dei prodotti agricoli, alla custodia delle macchine, degli attrezzi e delle scorte
occorrenti per la coltivazione, nonché ai fabbricati destinati all'agriturismo.

Riforma del catasto


La neutralità fiscale dei fabbricati di che trattasi, collegata alla loro ruralità, rispettosa dei
requisiti soggettivi ed oggettivi prima esaminati, discende dalla riforma del catasto, avviata dal
legislatore del D.L. n. 557/1993 e faticosamente portata avanti fino ai giorni nostri, la quale ha
profondamente innovato le regole di distinzione fra catasto terreni e catasto fabbricati.
Prima di allora a catasto fabbricati dovevano essere censiti soltanto i fabbricati urbani. I
fabbricati rurali risultavano invece accatastati al catasto terreni, costituendo, di fatto, pertinenze ai
terreni stessi. Così come, in ambiente urbano, il terreno circostante il fabbricato risulta asservito al
fabbricato che vi insiste, in ambiente rurale è il fabbricato che cositutisce pertinenza del terreno
agricolo.
La riforma del 1993 ha invece imposto che tutti i fabbricati, anche i rurali, siano censiti in un
unico sistema catastale. L’attribuzione di rendita “urbana” ai fabbricati rurali avrebbe però
palesemente danneggiato i possessori delle case agricole e dei relativi fabbricati strumentali,
semprechè gli stessi continuassero ad assegnare destinazione rurale agli immobili così posseduti. Il
legislatore ha così ritenuto di mantenere la neutralità fiscale goduta dai fabbricati rurali, prima
censiti solo a catasto terreni, anche dopo l’accatastamento all’urbano, ma solo nel rispetto dei
requisiti oggettivi e soggettivi prima elencati. Come a dire che non tutti i beni, al di là delle
caratteristiche del detentore, possono essere considerati rurali, e che, per essere considerati tali,
devono in ogni caso appartenere a soggetti qualificati. Una sorta di doppio controllo, proprio ad
evitare la neutralità fiscale per ville o castelli ubicati in terreni fuori dalle cinte urbane.

Assenza di assoggettabilità ICI


Le stesse considerazioni non valgono, però, quando l’osservazione abbandona i fabbricati
rurali, e loro pertinenze, e si rivolge al variegato campo dei terreni agricoli e delle aree fabbricabili.
Il riferimento alla cessata iscrizione INPS, contenuta nel caso proposto dal quesito, lascia
infatti intendere che la risposta auspicata debba anche comprendere le condizioni di assoggettabilità
ad ICI delle aree fabbricabili possedute, e magari condotte, dall’imprenditore agricolo in pensione.
Mentre per la ruralità dei fabbricati la qualifica di “imprenditore agricolo” non era richiesta
per i “soggetti titolari di trattamenti pensionistici corrisposti a seguito di attività svolta in
agricoltura”, secondo quanto disposto dal più volte citato art. 9, comma 3, lett. a), del D.L. n.
557/1993, la stessa qualifica diviene essenziale per godere del regime agevolativo in materia di
terreni, sia agricoli che fabbricabili.
Infatti l’art. 9 del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, dispone limitazioni al valore imponibile
ai fini ICI per i terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti o da “imprenditori agricoli che
esplicano la loro attività a titolo principale” (Iatp), purché dai medesimi condotti. La definizione di
Iatp ha fonte comunitaria e in Italia si basa sulla combinazione degli elementi contenuti nell’art. 12,
comma 1, della legge n. 153/1975 e negli artt. 2082 e 2135 del Codice Civile. Come a dire che è
imprenditore agricolo chi è dedito all’esercizio dell’attività agricola di cui all’art. 2135 c.c.
dedicando a tale attività almeno i 2/3 del proprio tempo di lavoro e ritraendone almeno 2/3 del
proprio reddito totale di lavoro.
Tale figura di “Iatp” è ora sostituita dalla figura del “Iap”, Imprenditore agricolo
professionale, quale disegnata dall’art. 1 del D.Lgs. 29 marzo 2004, n. 99, successivamente
aggiornate con il D.Lgs. n. 101/2005, secondo le quali l’imprenditore agricolo professionale è colui
il quale, in possesso di conoscenze e competenze professionali adeguate, dedica all’attività agricola
almeno il 50 per cento del proprio tempo di lavoro complessivo, ricavandone almeno il 50 per cento
del proprio reddito globale di lavoro. Per godere delle agevolazioni in materia di imposizione
indiretta e creditizia, deve, per altro, risultare iscritto nella gestione previdenziale e assistenziale per
l’agricoltura.
Ai fini ICI, in particolare, per poter godere delle agevolazioni previste dal citato art. 9 del
D.Lgs. n. 504/1992, il coltivatore diretto o l’imprenditore agricolo a titolo principale devono essere
persone fisiche iscritte negli appositi elenchi comunali previsti dall’art. 11 della legge 9 gennaio
1963, n. 9, e “soggette al corrispondente obbligo dell’assicurazione per invalidità, vecchiaia e
malattia (elenco Inps); la cancellazione dai predetti elenchi ha effetto a decorrere dal primo gennaio
dell’anno successivo”, secondo quanto sancito dall’art. 58, comma 2, del D.Lgs. 15 dicembre 1997,
n. 446.
Ne consegue che un imprenditore agricolo in pensione, cancellato dall’elenco di cui sopra,
non può godere delle agevolazioni previste per i terreni di valore superiore a 50 milioni delle
vecchie lire, secondo i dettagli di cui all’art. 9 del D.Lgs. n. 504/1992.
Così come non potrà godere, per carenza di requisito soggettivo, della speciale agevolazione
prevista dall’art. 2, comma 1, lett. b), secondo periodo, dello stesso D.Lgs. n. 504/1992, secondo la
quale “sono tuttavia considerati non fabbricabili i terreni posseduti e condotti dai soggetti indicati
nel comma 1 dell’art. 9 ….”. E la differenza di imposizione, ai fini ICI, tra un’area fabbricabile ed
un terreno agricolo è di tutta evidenza.
Appare infatti scarsamente convincente la tesi, pur sostenuta in dottrina (cfr. da ultimo
“L’esperto risponde de Il sole 24 ore – n. 26 - 2 aprile 2007, pag. 607), secondo la quale l’iscrizione
all’elenco Inps è presupposto per ottenere le agevolazioni dell’art. 9 e non per le agevolazioni
dell’art. 2, dando una lettura invero forzata dell’art. 58, comma 2, del D.Lgs. n. 446/1997.
Conclusivamente, si può affermare che “l’imprenditore agricolo in pensione” non è
soggetto al pagamento dell’ICI solamente per il fabbricato rurale, o porzione di esso, posseduto e
destinato ad edilizia abitativa e per le costruzioni possedute se strumentali alle attività agricole,
destinate quindi alla protezione delle piante, alla conservazione dei prodotti, alla custodia delle
attrezzature occorrenti per la coltivazione, all’agriturismo, purchè ricorrano tutte condizioni
oggettive prescritte dall’art. 9, comma 3, del D.L. 30 dicembre 1993, n. 557 e relativa legge di
conversione 26 febbraio 1994, n. 133.