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27/9/2017 La tristezza: un vizio capitale dimenticato?

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Risponde il teologo
La tristezza: un vizio capitale dimenticato?
Parole chiave: risponde il teologo (228)

11/03/2009 di > Archivio Notizie

L'eremita Evagrio e il suo discepolo Cassiano, aggiunsero ai sette vizi capitali la Tristezza, poi attraverso i
tempi essa scomparve dall'elenco... domando: come dobbiamo considerarla oggi?

Anna

Risponde, don Carlo Nardi.

Anche la tristezza tra i vizi capitali? Secondo l'eremita greco Evagrio il Pontico (sec. IV) uno degli otto spiriti
della cattiveria, ai quali dedica un trattatello con questo nome. Con Giovanni Cassiano (sec. IV-V), suo
discepolo, monaco giunto in Provenza dall'oriente, - discepolo anche di Giovanni Crisostomo, poco propenso a
enfatizzare influssi demoniaci, ma piuttosto a porre l'uomo di fronte alle sue responsabilit e alla possibilit di
cambiar vita -, gli otto spiriti diventano altrettanti vizi principali. Quali sono? Quelli che abbiamo imparato
a dottrina, con qualche significativo aggiustamento. C' in pi proprio la tristezza e poi la vanagloria, e in meno
l'invidia: in tutto, gola, lussuria, avarizia, tristezza, accidia, vanagloria e superbia, gli otto vizi grosso modo
della tradizione spirituale e morale greca.

E i sette dei nostri catechismi, di gi nella Divina Commedia? La nostra lista risale a Gregorio Magno, papa dal
590 al 604. Il settenario della tradizione latina tende a fare della tristezza una parte dell'accidia o viceversa e
talora a identificarle, considera la vanagloria un aspetto della superbia, e introduce l'invidia. Si cos a quota
sette.

Ma la tristezza non uno stato psicologico, che dipende dal naturale di ciascuno? Non , semmai, una
tentazione di disperazione, ma non un vizio in s? San Tommaso d'Aquino prende sul serio l'obiezione, lasciando
ampio spazio all'azione, si direbbe premorale, delle cause psicofisiche. Eppure un certo tipo di tristezza
inglobato nel vizio dell'accidia. Sottolineo un certo tipo. Perch l'apostolo Paolo distingue o, meglio, invita a
discernere una tristezza secondo il mondo viziosa ed un'altra secondo Dio, virtuosa (2 Cor 7,10). La
distinzione ben nota ad Evagrio che lancia occhiate introspettive nella nascita e crescita della tristezza
peccaminosa nell'anima umana.

Quali sono i tratti di una tristezza viziosa? Il segno di riconoscimento pi vistoso il rimorso di peccati mortali
non commessi, per dirla con un'espressione maliziosamente ironica che mi ricordo d'aver letta da qualche parte
in Indro Montanelli. L'accorto lettore ne trover svariate, anche se pi sfumate e forse men peccaminose
applicazioni. Gi, i sospiri del Conte zio manzoniano

Poi, pi sottile, la tristezza che proviene da un bene spirituale, virtuoso, interiore, con cui propriamente s.
Tommaso delinea l'accidia. Ora, una tristezza, che prende spunto da un bene attinente alla gloria di Dio e alla
salvezza degli uomini, tentazione, pu essere peccato e diventare un vizio che pu annidarsi fin tra le panche
di chiesa, anzi tra gli stalli del coro: Oh, quant' lunga questa messa cantata! Il che pu essere anche vero,
ma se quella percezione sensibile fa perdere la gioia interiore del fatto che comunque la messa ?!

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Ecco la tristezza inquieta, incostante, sfarfallona, borbottona, disgustata del compimento qui ed ora della santa
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volont di Dio e capace col suo bubare di disgustare chi ci sta accanto. Si fa pigrizia con i suoi peccati di
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omissione. Eppure, da una introspezione pi accurata si pu capire perch anche un bene vero possa venire a
noia. Perch quel bene davvero cristiano non si manifesta ancora in tutta la sua bellezza. Lo sar,
definitivamente, solo in paradiso.

Sicch una certa malinconia inerente all'essere cristiani, perch inerente al chiaroscuro della fede. Tutto sta
nel farne buon uso, di quella malinconia, perch diventi segno concreto della speranza teologale: diventi
insomma quella tristezza secondo Dio che trasforma il rimorso in compunzione, questa in contrizione, questa
in pentimento nella gioia del perdono di Dio in una vita di operosa penitenza. Davvero quella tristezza si muta in
gioia, spirituale e interiore, secondo una tradizione dagli spunti pagani (Plutarco e Seneca), poi cristiana, sia
greca (Basilio, il Crisostomo: gioia che nulla e nessuno ci pu togliere se non noi stessi col peccato) che latina
(Agostino con la sua gioia che proviene dalla verit, da Cristo). la gioia delineata anche da Paolo VI nella
esortazione apostolica Gaudete in Domino del 1975. Una preghiera offerta nel Messale come preparazione alla
messa la pu sintetizzare: Gioia e pace, conversione della vita, tempo e luogo per una vera penitenza, grazia e
consolazione dello Spirito Santo, perseveranza nel fare il bene doni a noi il Signore onnipotente (Gaudium cum
pace tribuat nobis Dominus omnipotens).
Anche la quarta domenica di quaresima, - con quel suo misericordioso relax, eventualmente fiorita e rosacea, e
perch no? con la pentolaccia -, ne pu essere un segno. Se non altro di quelle semplici gioie che la liturgia non
solo autorizza, ma anche invita a chiedere. Anche per non cadere nella tristezza dell'accidia.

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