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Il un metodo dialettico d'indagine filosofica basato sul dialogo. Viene descritto per la prima
volta da Platone nei . Data la sua natura chiamato anche "maieutico".

1 Maieutica
2 Metodo
2.1 Il valore morale del dialogo socratico
2.1.1 Socrate vero sapiente
2.1.2 Socrate, nemico politico
2.1.3 Il rispetto delle leggi
2.1.4 Il valore teoretico e morale del dialogo
2.2 In pratica
3 Applicazione
4 La confutazione nel dialogo socratico
4.1 Il conflitto delle credenze nella mente dell'interlocutore
4.2 Controesempi e falsificazione
4.3 Reductio ad absurdum
5 Note
6 Bibliografia
7 Voci correlate
8 Altri progetti
9 Collegamenti esterni

Il termine viene dal greco (sottinteso: ) e significa "arte della levatrice" (o


"dell'ostetricia"). L'espressione designa il metodo socratico cos come esposto da Platone nel . L'arte
dialettica, cio, viene paragonata da Socrate a quella della levatrice: come quest'ultima, il filosofo di Atene
intendeva "tirar fuori" all'allievo pensieri assolutamente personali, a differenza di quanti volevano imporre le
proprie vedute agli altri con la retorica e l'arte della persuasione (Socrate, e attraverso di lui Platone, si
riferiscono in questo senso ai Sofisti). Parte integrante del metodo il ricorso a battute brevi e taglienti - ovvero
la brachilogia - in opposizione ai lunghi discorsi degli altri e la rinomata ironia socratica.

Nel racconto dello stesso Socrate, l'ispirazione per questo tipo di dialettica derivava dall'esempio che il filosofo
aveva tratto da sua madre, la levatrice Fenarete.

Si trovano spunti e rielaborazioni del termine nello stesso Platone, durante tutto il Rinascimento e altrove.

La maieutica comincia dopo le fasi del rapporto maestro-discepolo e dell' . Il rapporto tra adulto e ragazzo
(Socrate-discepolo) in Grecia era una cosa lecita anche dal punto di vista erotico (in una persona si ammiravano
non l'aspetto fisico, ma l'intelligenza e la raffinatezza spirituale). Socrate non arrivava al sesso. Il discepolo a
quel punto era di scegliere se continuare il rapporto da un punto di vista ideologico oppure andarsene.
Continuando questo rapporto subentrava la fase dell'ironia (finzione). Socrate fingeva di abbassarsi al livello
culturale del discepolo ponendogli domande e rendendolo partecipe delle proprie. Solo in questo modo e
mediante il dialogo Socrate riusciva a fare il lavoro della levatrice.
. La maieutica quindi non l'arte di insegnare
ma l'arte di aiutare. La verit non insegnabile perch un sapere dell'anima; per questo Socrate non inculcava
nei suoi "discepoli" le proprie idee, ma li aiutava a "partorire la loro verit".

Il metodo socratico, basato su domande e risposte tra Socrate e l'interlocutore di turno, procede per
confutazione, ossia per eliminazione successiva delle ipotesi contraddittorie o infondate. Esso consiste nel
portare gradualmente alla luce l'infondatezza delle convinzioni che siamo abituati a considerare come scontate
e che invece ad un attento esame rivelano la loro natura di opinioni. Tale metodo detto maieutico
(ostetrico) perch conduce per mano l'interlocutore con brevi domande e risposte per indurlo ad accorgersi della
propria ignoranza e a riconoscere il criterio della verit rispetto alla falsit delle sue presunzioni. Quindi non si
basa sul tentativo di vincere l'interlocutore con la propria abilit retorica, cos come facevano i sofisti. Socrate
non contestava il fatto in s che si potessero avere verit definitive, ma che venissero spacciate per tali delle
convinzioni che non lo erano.

Aristotele, a dir la verit in maniera poco chiara, avrebbe attribuito a Socrate la scoperta del concetto e del
metodo induttivo, sostenendo per al contempo la loro inadeguatezza al trattamento dei problemi dell'etica. In
realt il dialogo socratico ha un valore morale basato sul rispetto dell'interlocutore.

( ) ( )

Il dialogo il sommo bene


(Socrate)

Secondo l'interpretazione del prof. Gabriele Giannantoni[1], la dottrina socratica


sarebbe spesso travisata per quanto riguarda valore e funzione del dialogo
socratico. Tutto deriva da una interpretazione di Aristotele, primo storico della
filosofia, che vede il filosofo ateniese come un anticipatore della sua stessa
filosofia, quella della definizione del concetto. Socrate, cio, nei dialoghi platonici,
secondo Aristotele, si sarebbe inutilmente sforzato di arrivare ad una verit
razionale definita una volta per tutte: tentativo invece realizzato dalla logica Busto di Socrate nei
aristotelica. Musei Capitolini - Roma

In realt la dottrina socratica del vuol mostrare la relativit del sapere,


ossia l'idea del sapere mai definitivo: ecco perch Socrate il pi sapiente degli uomini, come ha detto l'oracolo
al suo amico Cherefonte; egli sa che l'uomo "ignorante", mentre i pi, come i sofisti, credono di sapere (ma
non sanno).

questa secondo Platone una delle colpe di Socrate: lui, che era vero sapiente, si dichiarava ignorante, i sofisti,
veri ignoranti, facevano professione di sapienza. In questo modo il maestro contribuiva a distorcere il ruolo
della filosofia. Egli stesso al processo, pur avendo rifiutato l'aiuto di un "avvocato" sofista, per l'abitudine di
Socrate di dialogare in strada e nei pi diversi luoghi era stato ritenuto dagli Ateniesi un sofista lui stesso.
Saranno i politici a istruire contro di lui false accuse che porteranno al processo e alla condanna a morte.
Sottoposti al dialogo da Socrate, che cerca di confutare l'oracolo mostrandogli che vi sono uomini con fama di
grandi sapienti, essi si mostreranno per quello che sono: parolai che credono di possedere verit assolute, ma
che in realt non sanno "definire" ci che credono di sapere. Essi quindi saranno costretti a dichiarare la loro
ignoranza e presunzione e da quel momento odieranno Socrate.

Socrate, quindi, per il regime democratico conservatore dell'Atene dopo la morte di Pericle, con la sua fama
presso i giovani un pericoloso avversario politico, un avversario da eliminare: egli mostra l'inadeguatezza
della classe politica dirigente e anima la contestazione giovanile: con l'uso critico della ragione insegna a
rifiutare ci che si vuole imporre con la forza della tradizione o per una valenza religiosa.

Socrate non pu sfuggire alla condanna gi decisa


nel suo processo e d'altronde non tenter di evitare
la morte fuggendo, come gli suggeriscono gli amati
discepoli, i quali non capiscono perch il maestro
accetti l'ingiusta sentenza. Il comportamento di
Socrate appare al senso comune dovuto a un
malinteso principio di legalit, a un obbedire alle
leggi sempre e comunque.

In realt, sosterr Socrate, egli ha prima "dialogato"


con le leggi ateniesi e si convinto della loro
giustezza; per questo egli vissuto sempre ad
Atene. Ora per queste stesse leggi sono ingiuste in
quanto condannano un innocente; ma questo non David - La morte di Socrate
autorizza a violarle. Se ci avvenisse, si
offenderebbero gli ateniesi che ritengono giusta la
sua condanna; bisognerebbe allora usare il dialogo e convincerli: ma ormai, dice, "me ne manca il tempo" e
poich " meglio subire ingiustizia piuttosto che farla", Socrate accetta serenamente la morte. Il rispetto della
legge non subordinato al nostro interesse particolare: essa va rispettata anche quando la si ritiene ingiusta, ma
nel contempo nostro dovere adoperarsi per modificarla col consenso degli altri.

Quindi la fedelt al principio del dialogo fa accettare a Socrate anche la morte.

Il dialogo quindi per un verso, com' riportato dal giovane discepolo Platone, sempre "inconcludente"; non
porta mai a termine ci di cui si discute, non chiude, non definisce la verit una volta per tutte: la verit va
sempre rimessa in discussione. Ma per un altro verso proprio con il metodo socratico delle "brevi domande e
risposte" che l'interlocutore, rispettato nel suo diritto di capire e fare obiezioni, costretto a confessare la sua
"ignoranza", capisce finalmente di "sapere di non sapere".

Accanto alla relativit del sapere, chi dialoga con Socrate apprende non solo il valore teoretico del dialogo
come ricerca comune di una verit sempre provvisoria, ma anche il valore morale ( , il
sommo bene), questo s definitivo: il rispetto dell'interlocutore.

Se, insomma, il Cristianesimo dir: "Ama il prossimo tuo come te stesso", Socrate ci lascia un principio pi
umano, ma altrettanto grande: "Se non puoi amare il tuo prossimo, almeno rispettalo".

Il metodo pu essere utilizzato da un professore capace per insegnare agli studenti non delle nozioni, ma la
predisposizione a pensare con la loro testa. Ecco alcuni fondamenti di questo metodo:
L'insegnante e gli allievi devono essere d'accordo sull'argomento da trattare.
Gli studenti devono accettare di rispondere alle domande dell'insegnante.
L'insegnante e gli allievi devono convenire sul fatto che il procedimento razionale in questione debba
avere almeno la stessa importanza dei fatti veri e propri (da cui il ragionamento prende le mosse, ma nei
quali non deve esaurirsi, se il fine quello di oltrepassare i limiti dell'opinione per aspirare a conclusioni
pi generali).
L'insegnante dovr mostrare agli allievi come evitare errori nel ragionamento; soprattutto, dovr mostrare
quanto sia radicata la tendenza a proporre le proprie convinzioni personali come verit ovvie ed
immediatamente condivisibili su un piano universale. Questo richiede un grande talento da parte del
docente ed una grande rapidit nel valutare le risposte e nel formulare le domande che siano
maggiormente in grado di portare avanti fruttuosamente il dialogo; il che non esclude che egli possa esser
ripreso dagli allievi, ove questi individuino errori da parte sua.

Si tratta di un metodo di formazione pi che di informazione (come ha sottolineato Pierre Hadot), che rivela i
suoi limiti all'interno di un'istituzione scolastica volta a valutare gli studenti e a consegnare titoli di
riconoscimento. innegabile la sua ricchezza dal punto di vista pedagogico, soprattutto in quanto incoraggia un
atteggiamento attivo nei confronti della conoscenza, anzich un atteggiamento passivo di ricorso all'autorit.

Socrate ha spesso utilizzato il suo metodo ai fini della definizione di concetti morali quali la , la , la
, la , il e la . Socrate non prende mai posizione a favore o contro una
certa opinione: egli stesso dichiara a monte la sua ignoranza (ironia socratica). Si narra che l'oracolo di Delfi
l'avesse dichiarato l'uomo pi saggio della Grecia, proprio perch egli era consapevole di sapere di non
sapere mentre gli altri credevano di sapere ed erano ignoranti, pieni delle loro personali convinzioni, non si
rendono conto della loro stessa incapacit di attingere ad una verit definitiva. Socrate si sforza dunque di
condurre l'interlocutore a riconoscere che i suoi non sono altro che tentativi, destinati a fallire, di arrivare alla
verit una volta per tutte. Socrate ritiene infatti che non si possa riconoscere la relativit della verit se non ci si
libera delle "false opinioni" che fanno credere di possedere la verit assoluta.

Socrate dichiara il proprio "non sapere", perci nessuna delle confutazioni che egli opera potr essere basata
sulla contrapposizione di una verit, che Socrate conosce, all'errore dell'interlocutore. Di conseguenza, Socrate
si impone un metodo di discussione che faccia affidamento solo su ci che l'interlocutore afferma, accetta e
riconosce da s.
Come si pu dimostrare falsa un'affermazione senza contrapporgliene direttamente una vera? La risposta :
esaminando le conseguenze di tale affermazione. Dopo aver chiesto all'interlocutore di pronunciarsi
esplicitamente e chiaramente su ci che ritiene vero attorno ad un certo tema, Socrate procede derivando, da
quello che l'interlocutore ha fissato come punto d'avvio, delle conseguenze, delle quali l'interlocutore non era
chiaramente consapevole. Questa la messa alla prova delle credenze dell'interlocutore.

La confutazione pu avvenire in diversi modi, dotati di diverso grado di forza argomentativa.

Il modo pi forte quello della reductio ad absurdum, ben noto e brillantemente applicato nella
matematica, ma anche nelle argomentazioni ontologiche e fisiche di Parmenide, Zenone di Elea e
Democrito. In questo caso, dall'ipotesi esaminata derivano delle conseguenze che la contraddicono o che
si contraddicono fra loro e l'ipotesi deve, perci, essere scartata. L'applicazione nei dialoghi socratici di
questa modalit non , per, continua n esclusiva e neppure molto frequente.

Il secondo modo la riduzione al falso: rispetto all'ipotesi o alle sue conseguenze vengono presentati
degli esempi tratti dall'esperienza che non possono essere inquadrati entro l'ipotesi e perci la
contraddicono (chiamiamoli controesempi). Pur senza essere impossibile, l'ipotesi risulta - cos - non
vera; le cose non vanno come l'ipotesi prevede.
Una terza modalit, pi debole, il derivare, da una delle ipotesi sostenute dall'interlocutore, delle
conseguenze che contraddicono altre convinzioni dell'interlocutore. A rigore, cos, non si dimostra che
l'ipotesi in questione sia falsa, ma solo che l'interlocutore sostiene diverse tesi che non possono essere
tutte vere; almeno una di esse dovr essere falsa, anche se non sappiamo quale. La discussione mette in
risalto le contraddizioni che l'interlocutore portava con s senza esserne consapevole.

Spieghiamo meglio queste tre modalit attraverso esempi e chiarimenti, vedendole, per, in ordine inverso:
dalla pi debole alla pi forte.

Questa pi debole forma di confutazione molto frequente nei dialoghi socratici e spesso prende l'aspetto pi
interessante ed affascinante. soprattutto attraverso questa frequente modalit che l'insegnamento di Socrate si
rivolge direttamente alla persona che egli interroga e ne svela i conflitti interni, svolgendo cos una terapia
dell'anima.
Presa di per s, la si pu chiamare confutazione solo in un senso improprio, perch, a regola, non sappiamo
mai, da essa sola, quale delle tesi che si contraddicono sia da considerare confutata. Se le tesi in conflitto sono
due, sappiamo solo che non possono essere entrambe vere, ma le altre possibilit rimangono tutte: pu essere
falsa l'una, o l'altra, o entrambe.

Prendiamo un esempio dall . In un primo passaggio Socrate chiede ad Eutifrone se siano vere le storie
mitologiche sugli dei e sui loro conflitti e sulle inimicizie intercorrenti fra loro. Eutifrone risponde
affermativamente: la credenza in tale mitologia una componente profonda della sua personalit e delle sue
convinzioni. Poco dopo, per, Eutifrone - che si proclama esperto della santit (ossia di tutto ci che riguarda il
rapporto fra gli uomini e gli dei) - afferma che pio (o santo) ci che caro agli dei. In sostanza egli sta
sostenendo che esista un sapere attorno a ci che caro agli dei e che sulla base di tale sapere gli uomini
(guidati da esperti, quali Eutifrone) possano regolarsi in pratica nei loro rapporti con essi. A questo punto
Socrate fa notare l'incompatibilit tra la credenza nei miti sul conflitto fra gli dei (se questi sono in conflitto,
vuol dire che gradiscono cose diverse) e la pretesa di conoscere ci che caro agli dei con la sicurezza che
Eutifrone ostenta. Ci che caro agli dei sar controverso (un dio amer ci che un altro odia) e di
conseguenza il sapere compatto e sicuro attorno a tale soggetto sar impossibile.

Proviamo ora a chiarire questa mossa del dialogo socratico. Uscendo per un attimo fuori dal contenuto letterale
del testo, cerchiamo di immaginare alcune conseguenze estreme ed esemplari che si sarebbero potute trarre
dalla difficolt, se solo Eutifrone ne fosse stato pi consapevole.[2] I tipi di esito sono tre:

si lascia cadere la credenza nei miti e si salva la convinzione che si possa avere un sapere attorno alla
divinit. In questo caso la divinit si concepisce come qualcosa che non pu essere descritto con i
racconti tradizionali, ma che in s razionale (conoscibile con l'indagine) e coerente. Il santo e l'empio
saranno cos derivabili senza rischio di contraddizioni da tale nozione della divinit. Questa la
soluzione che, senza che lo pronunci qui apertamente ( Eutifrone, e non lui, che deve render conto del
proprio sapere!), Socrate mostra di preferire;

si conservano le credenze nel conflitto degli dei e si rinuncia a trovare una regola, comprensibile all'uomo
e da lui applicabile in pratica, attorno a come rendersi graditi agli dei (la scienza del santo e
dell'empio). La visione che ne deriva quella di un universo tragico, nel quale coltivare ci che caro
ad una divinit pu metterci in balia dell'odio di un'altra, come in effetti accade a molti degli eroi epici e
tragici raffigurati nella poesia greca: di fronte alle immani forze in conflitto del divino, sono inutili tutti
gli espedienti della previdenza e del sapere dell'uomo;

si lasciano cadere entrambe le credenze. Ad es. con una posizione ateistica, oppure con una tesi simile a
quella che sosterr Epicuro (III secolo a.C.): gli dei, perfetti e beati, non hanno passioni negative (non
possibile pensarli in conflitto), ma, in quanto perfetti, beati ed autosufficienti, sono indifferenti a ci che
fanno gli uomini e nulla di umano sar loro odioso n gradito.
Come si vede, dalla confutazione che Socrate rivolge ad Eutifrone, non possiamo concludere nulla su quale tesi
sia da considerare falsa. Sappiamo solo che non si pu pretendere di affermarle entrambe. In questo consiste la
debolezza di questa modalit di confutazione.

Questa modalit di carattere oggettivo, poich a differenza della precedente - non si riferisce all'insieme
delle credenze che sono nella mente di una persona ed alla loro compatibilit, ma alla verit di ciascuna di esse,
a prescindere da chi le sostenga. In questo senso la possiamo dire pi forte: se applicata correttamente, infatti,
tale da mostrare falsa la tesi a cui si rivolge. Per il chiarimento e per un esempio riportiamo un breve passo
dalla dei coniugi Kneale,[3] nel quale tale modalit viene paragonata alla reductio ad
absurdum: "Socrate aveva adattato ai propri fini il metodo di Zenone. [4] difficile arrivare a qualcosa di certo
sulla dottrina del Socrate storico, ma quei passi platonici che, per la loro drammaticit, sembrano la
testimonianza pi attendibile al riguardo, fanno pensare che Socrate non fosse meramente un amatore della
conversazione filosofica, ma un uomo che praticava una ben definita tecnica di confutazione delle ipotesi:
mostrare che esse avessero conseguenze incompatibili o inaccettabili. [...] Ma si noti che la confutazione
socratica differisce da quella zenoniana in questo: non v' bisogno che le conseguenze tratte dalle ipotesi siano
contraddittorie; in certi casi esse possono essere semplicemente false". Il caso delle conseguenze
semplicemente false esemplificato dai Kneale con un passo del : dall'esame dell'ipotesi
dell'insegnabilit della virt, si arriva alla conclusione che, se la virt fosse insegnabile gli uomini pi virtuosi e
l'avrebbero trasmessa ai figli; ma casi di insuccesso di genitori illustri e virtuosi, Temistocle, Pericle, etc., i cui
figli risultarono inetti, falsificano l'ipotesi. Qui l'ipotesi smentita da un dato di fatto incompatibile con essa.

Veniamo ora alla pi forte delle modalit di confutazione praticate da Socrate. Un esempio piuttosto elaborato
di applicato da Socrate lo troviamo nel dialogo intitolato . Alla conclusione
[5]
del dialogo, Socrate porta l'interlocutore ad ammettere la tesi paradossale e urtante, secondo la quale chi
faccia il male volontariamente sia migliore di chi lo faccia involontariamente e detto ancora pi
chiaramente solo un uomo buono pu fare il male volontariamente: "Dunque chi volontariamente erri e di
propria volont si comporti vergognosamente e ingiustamente, un simile uomo, sempre che esista, non pu
essere altro che l'uomo buono". La conclusione contraddittoria e ci evidente se sostituiamo l'espressione
finale l'uomo buono con la sua equivalente colui che non fa il male. questo il punto d'arrivo al quale il lettore
del dialogo deve perci giungere,[6] cio che tale uomo non esista, ossia che nessuno faccia il male
volontariamente.[7] Il Taylor riassume cos il senso dell'argomentazione: "L'uomo che conosce veramente il
bene ma sceglie qualcos'altro non pu esistere, come non pu esistere un quadrato rotondo ed appunto perch
tale persona non esiste che si possano asserire a proposito di lui i paradossi pi audaci".[8]

1. Gabriele Giannantoni nell'opera monumentale (1991) (G. Giannantoni,


. Collegit, disposuit, apparatibus notisque instruxit G.G. (Collana Elenchos, XVIII). Napoli,
Bibliopolis, 1990-1991. 4 vol., 521, 652, 301, 609 p.) ha cercato di compilare ogni minima notizia e fonte sulla figura
storica di Socrate, incluso materiale attribuito a Eschines Socratico, Antistene e altri contemporanei che lo avrebbero
conosciuto.
2. In effetti, nel dialogo, di fronte alla difficolt, egli si limita a dare una versione mitigata della propria duplice
credenza: rivede la definizione del santo trasformandola in santo ci che tutti gli dei amano, empio ci che tutti
gli dei odiano, mentre non sar n santo n empio ci che alcuni dei amano e altri no.
3. W. C. e M. Kneale , a cura di A. Conte, Einaudi, Torino 1972, pag. 15
4. Il metodo di Zenone di Elea la confutazione per reductio ad absurdum.
5. "Urtante" perch sembra, a prima vista, affermare che un malfattore volontario sia moralmente migliore di chi
sbagli in un momento di debolezza; ma, come vedremo subito, non questa la vera conclusione dell'argomentazione di
Socrate.
6. Come si vede, ci suggerito, nella frase citata, dalla limitazione un simile uomo, sempre che esista.
7. Il risultato una delle pi caratteristiche tesi dell'etica socratica, alla quale ci si riferisce col termine intellettualismo
socratico.
8. Alfred Edward Taylor , trad. it. di M. Corsi, La nuova Italia, Firenze, 1976, pag. 64.

G. Giannantoni "Che cosa ha veramente detto Socrate", Roma, 1961


G. Giannantoni "La Ricerca Filosofica", 3 vol., Torino, 1985

Socrate
Platone
Aristotele
Ironia socratica

contiene il lemma di dizionario

Breve biografia di Giannantoni (http://www.emsf.rai.it/biografie/anagrafico.asp?d=248) su emsf.rai.it


Intervista di Giannantoni sul valore teoretico e morale del dialogo socratico (http://www.emsf.rai.it/script
s/interviste.asp?d=485) su emsf.rai.it

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Categorie: Metodi e strumenti filosofici Socrate

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