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INDICE

La stampa in Italia ..p. 2


La stampa nel Regno di Napoli..p. 18
La
stampa
a
Cosenza
e
il
ruolo
degli
ebrei.p. 23
Ottaviano Salomonio..p. 31
Bibliografia. .p. 48

LA STAMPA IN ITALIA
Il libro a stampa il portato pi grande della civilt moderna. La sua apparizione fu
salutata con un grido unanime di gioia da quanti si resero subito conto della straordinaria
capacit di cui erano animati i primi rudimentali torchi, venerandi antenati delle moderne
rotative automatiche1.

Nelperiodo antecedente linvenzione della stampa tipografica, tra la fine del


XIII secolo e per quasi tutto il XIV secolo, il graduale sviluppo di
unacultura cittadina influenza la stessa vita del libro, determinandouna
crescente domanda dello stesso e la conseguente crescita della sua
produzione2.
Nei secoli precedenti la produzione del libro manoscritto era concentrata
soprattutto negli scriptoria dei conventi benedettini e nelle scuole capitolari,
che lavoravano seguendo gli stessi schemi. Il contesto socio-economico di
questa prima forma di produzione libraria, che consisteva nella preparazione
della pergamena come materiale scrittorio, nella lavorazione della legatura
del libro, nel provvedere al mantenimento degli scribi, era costituito dalla
grande propriet terriera dal carattere prevalentemente agricolo.
Anche la Chiesa portava avanti la promozione delle istituzioni formali e
della vita scientifica.
Sin dallinizio del XIII secolo la produzione dei manoscritti si era stabilita
anche nelle citt, dove avevano preso modi di lavorazione artigianale, in un
primo tempo per rispondere alle richieste di singoli clienti committenti, in
seguito per la diffusione sul mercato. Sicuramente, a questa evoluzione
aveva contribuito soprattutto il fatto che le scuole capitolari e monastiche,
che svolgevano la loro attivit sotto linfluenza delle forme di vita proprie
della citt, si erano trasformate nei nuovi studia generalia. Dagli scriptoria
poi si vennero a formare le botteghe degli stazionari, che, inglobati nelle
scuole superiori con gli statuti tipici delle corporazioni medievali, editavano
libri dinsegnamento e di testo, come erano richiesti per lattivit didattica,
per peciae, ossia a fascicoli. Nelle loro iniziative editoriali, gli stazionari
1
2

R. Frattarolo, La stampa in Italia fra Quattro e Cinquecento ed altri saggi, p. 12


Cfr. Guglielmo Cavallo, Libri e lettori nel Medioevo, Bari, Laterza, 1983, pp. 175- 184.

erano soggetti al controllo di una commissione di professori incaricata di


garantire che i testi, i quali dovevano riprodurre con particolare precisione i
modelli approvati o exemplaria, fossero corretti dal punto di vista
dottrinale, ovverosia non si allontanassero dagli orientamenti scientifici
della scolastica e dalle corrispondenti tappe formative delluniversit. Dal
XIII secolo la figuara dello stazionario ci si presenta ordinata con appositi
statuti, come avviene ad esempio nelluniversit di Bologna. Si vengono a
delineare cos nuovi sistemi, in quanto quelli ereditati dagli scriptoria
monastici si vengono ad adattare alle nuove condizioni. Nelle botteghe degli
stazionari, infatti, i libri venivano prodotti con notevole velocit e in
quantit pi considerevoli che non negli antichi scriptoria.
Con laumento della produzione e con la conseguente commercializzazione
del libro, anche se inizialmente in misura minore, la qualit della scrittura e
degli altri apparati di questi manoscritti per uso ordinario fu di poco pregio
almeno se confrontata con i migliori prodotti della calligrafia monastica, che
nel motto benedettino dellora et labora, veniva eseguita come opera di
fede. Gli stazionari, per la loro origine e per il tipo di vita, erano
intimamente connessi con la vita della citt.
Laumento delle forze economiche cos come degli scambi internazionali,
fecero aumentare nella borghesia urbana il desiderio di un livello pi alto di
formazione. Cos, dai registri contabili del mercante e dalle sue esigenze,
questa borghesia si alfabetizz, avvicinandosi cos maggiormente al libro.
Si deve ricordare per che leducazione, a quel tempo, dal punto di vista
scientifico, era caratterizzata da vincoli ecclesiastici e da una impostazione
scolastica: se questo era cos fin dallantichit ellenistica, lo maggiormente
in unepoca come il medioevo in cui la forza dominante era il cristianesimo.
Un altro elemento predominante delleducazione medievale la sua
formulazione latina: questi elementi si rivelarono discriminanti per la
formazione. Chi sapeva leggere e scrivere in latino era litteratus, chi non
possedeva queste abilit e competenze era illetterato. Uno dei risultati della
storia delleducazione nella citt borghese fin verso il 1500, fu di scuotere
radicalmente questo concetto medievale di formazione in modo da
conquistare spazio e dar forza ad istanze progressiste senza sacrificare
leredit del passato.
Per poter preparare manoscritti non ci volevano particolari capacit, a parte
saper leggere e scrivere, n erano necessari altri strumenti di produzione, a
parte la carta, linchiostro e la penna, ed eventualmente anche la riga ed il
raschietto. Era in realt la prassi, il modo di lavorare in uso negli scriptoria
monastici che qui continuava, anche se, in certo senso, individualizzato e
trasferito nelle aule dei collegi o nelle camere degli studiosi3.
Per quanto riguarda la tematica, il contenuto letterario dei libri, sia
manoscritti che stampati, riflette fedelmente gli sviluppi culturali di
questepoca in tutte le stratificazioni del sapere.
In seguito, allinizio del XV secolo, il libro manoscritto diventato tramite e
mezzo di diffusione di quasi tutte le tendenze contemporanee.
Ormai il libro non serviva pi solo alla Chiesa, ai dotti e ai loro circoli e alle
universit, anche se era sempre nel campo della scienza che continuava ad
esplicare la sua funzione pi importante.
La scienza scolastica era senza dubbio legata al libro anche se la societ
coeva non era caratterizzata dal libro: lo divent forse per la prima volta con
3

Queste precisazioni sono utili per conoscere e penetrare meglio nel campo delle forme della vita tardomedievali.

laffermarsi dellideale umanistico di formazione nel Quattrocento italiano.


In questo periodo, il libro assunse unimportanza duratura come mezzo di
comunicazione anche per pi ampi strati del popolazione, che diventava
sempre pi ricettivo nei confronti dei suoi contenuti e dei suoi valori.
La letteratura tardomedievale andava dalla Bibbia dei poveri al testo della
Bibbia in latino e in seguito anche in volgare, dal libro di preghiere e dal
breviario al messale, dallo specchio di salvezza al commentario teologico,
fino alla letteratura delle Quaestiones, alle Summae e al testo dei padri della
Chiesa, dal calendario del salasso e dalloroscopo astrologico fino al trattato
matematico di tradizione euclidea, dallopuscolo anti-turco fino a Tacito,
alla cronaca universale e alla descrizione di viaggi, dalla filosofia
aristotelica e araba latinizzata, dalla grammatica per le scuole di Donato e
dalla poesia classica di Ovidio e Virgilio fino alla Divina Commedia di
Dante, ecc.
Il libro a stampa il portato pi grande della civilt moderna, linvenzione
pi pregna di sensazionali conseguenze4.
La5 produzione di libri era diventata ormai unindustria cittadina alla stregua
di ogni altro lavoro artigianale e la crescente ampiezza dei temi letterari
rappresenta un aumento della formazione del cittadino e il libro rispecchia la
grande trasformazione culturale dei secoli del tardo medioevo.
Questo vale in riferimento non solo al lavoro stesso dello scrivere, ma anche
alle attivit di preparazione, come quella dei fabbricanti di pergamena o di
carta e anche per coloro che si occupavano del lavoro di rifinitura, dei
miniaturisti e rubricatori e, soprattutto, dei rilegatoti.
Cos, gi prima di Gutenberg, ci si trova davanti allindustria del libro con
unembrionale suddivisione del lavoro che ereditata dallorganizzazione gi
vigente negli scriptoria monastici, si accordava mirabilmente con la
tendenza evolutiva delleconomia cittadina, e si sarebbe perfezionata
ulteriormente verso il 1500, nellambito dellindustria tipografica.
Dalla6 Germania, da un tedesco, si avvia questinvenzione, questo sistema
che permetteva di imprimere sulla carta forme composte di piccoli
caratteri mobili, ma, innegabile, che fu in Italia, prima di altri luoghi, che
si diffuse mirabilmente questa nuova arte.
La7 produzione dei libri era divenuta quindi, ormai, unindustria cittadina
come ogni altro lavoro artigianale.
La scrittura del libro, la calligrafia erano ormai unars e ars
artificialiterscribendi, arte dello scrivere ad arte, fu infine il nuovo
procedimento produttivo nella stampa tipografica.
Lo scriba che volesse esercitare in maniera adeguata la sua arte, doveva
avere padronanza della lingua latina, condizione che lo poneva inoltre nel
gruppo dei letterati.
Gli scribi di professione si collocano, per molti aspetti, al di sopra della
massa degli artigiani anche se non sempre sar possibile distinguere fra i
4

Carlo De Frede, Sul commercio dei libri a Napoli nella prima et della stampa, in Bollettino dellIstituto di Patologia
del Libro (ANNO XIV), gennaio- giugno, 1955, fasc. 1,2, Roma p. 62. controllare nella bibliografia el floppy per
apere il numero stato
5
G. Cavallo, op. cit., pp. 186-187.
6
C. De Frede, op. cit., pp. 62-63.
7
G. Cavallo, op. cit., 188-190.

calligrafi professionisti che si occupavano della composizione di libri da


quelli che scrivevano lettere, documenti e in generale atti commerciali.
La designazione latina tardomedievale per lo scriba clericus, temine che
riecheggiava una derivazione ecclesiastica dellattivit degli scribi8.
Questo vale soprattutto per lattivit svolta come scribi dai fratelli di vita
comune, chiamati con la loro designazione latina frates de vita communi.
Lorganizzazione del lavoro editoriale nelle loro officine sembravano
imprese industriali: realizzavano i loro libri con accurata calligrafia, con le
iniziali a colori e con una contenuta ornamentazione, sia su commissione di
clienti sia per le proprie biblioteche. Lo scripturarius guidava lofficina
anche dal punto di vista commerciale.
Larte9 libraria del Trecento e del Quattrocento in Italia sub linfluenza del
gotico, proveniente principalmente dalla Francia e dalla Fiandra. Fu ad
opera dei Francesi che la miniatura napoletana, nella sua pur breve fioritura,
ebbe avviamento: il re di Napoli Roberto I il Saggio, francese della casa
dAngi, ne era stato il mediatore e promotore10.
I limiti dellarte gotica vennero ben presto lasciati alle spalle cedendo al
libero impeto creativo11.
Col12 passare del tempo per, anche il carattere romano venne rimpiazzato
da altri, come, per esempio, quello designato da Francesco Griffo per Aldo
Manunzio e conosciuto come aldino, italico, o corsivo; pi tardi altri tipi
entrarono nellindustria tipografica, fra cui quello del francese Claudio
Garamond, modellati sui precedenti alfabeti ed usati ancora oggi con
qualche variante.
Anche13 nella miniatura italiana presente uno stile che nasceva dal proprio
sentimento della vita e della propria coscienza del mondo, stile che, quindi,
si distacc da quello dellarte libraria franco- fiamminga.
La miniatura rientrava con unimpronta sempre pi precisa a mano a mano
che passava il tempo, nellarte decorativa, la quale si dispieg nelle citt in
corrispondenza con lascesa di qui gruppi della popolazione che erano i
portatori e i creatori della cultura rinascimentale e con il loro desiderio di
rendere gioielli anche gli oggetti di uso quotidiano.
Nel secolo XV si afferma con maggiore equilibrio lorganizzazione
commerciale dellindustria libraria.
Erano14 ben 73 le citt italiane in cui si trovavano tipografie, contro le 51
della Germania.
Il15 maestro- scriba laico, un autonomo artigiano professionista, comincia
ora a produrre manoscritti non pi solo dietro ordinazione dei clienti, ma
anche per il libero mercato.
8

La calligrafia libraria professionistica non spezz mai il legame con la Chiesa.


G. Cavallo, op. cit., pp. 207-208.
10
In Lombardia stato presente lo stile francese: Giovannino de Grassi e il figlio Salomone ne furono i
principali rappresentanti con un libro di preghiere per il duca milanese Gian Galeazzo Visconti.
9

11

Esopo, Rivista trimestrale di Bibliofilia n51, (1991), settembre, p. 66: La diffusione tipografica non port alluso
generalizzato di un unico alfabeto dato che in Italia quello gotico fu quasi subito abbandonato con lintroduzione di
quello romano, proveniente dalla ripristinata srittura latina,, fin dal 1467, quando Schweinheim e Pannartz
stamparono con tali tipi le prime opere a Subiaco e a Roma.
12
Esopo, op. cit, p 66.
13
Cavallo, op. cit.. p. 208.
14
C. De Frede, op. cit., nota 2 p. 63.
15
G. Cavallo, op. cit., 211- 227.

Furono i particolare larte libraria ferrarese e fiorentina a determinare e


definire lo speciale stile del libro del Rinascimento italiano derivandolo
dalla decorazione dei manoscritti. I viticci e i serti naturalistici e stilizzati, le
foglie e i fiori, le forme e i motivi architettonici, come gli elementi veteroromani dellarco di trionfo, e inoltre i portali, cappelle, le perle istoriate o le
gocce auree, i cammei dipinti: questo il complesso di forme della
decorazione trasmessa al libro dallarchitettura e dallarte spaziale.
Il passaggio dal libro manoscritto al libro stampato diede un notevole
incremento nellevoluzione dellarte libraria. Committenti e promotori
furono non solo gli stampatori, ma anche gli acquirenti dei libri.
Larte della miniatura, oltre che a Napoli 16, Milano, Venezia, ebbe uno dei
suoi pi prolifici centri di produzione nella citt universitaria di Bologna e a
Siena dal XIII secolo, a Ferrara e in special modo Firenze nel secolo XV.
Limportanza del libro nella vita sociale aument notevolmente dato che la
grandiosa produzione di manoscritti non riguardava pi solamente la
trasmissione delle opere tradizionali e dellerudizione, ma serviva anche ora
soprattutto alla diffusione e conservazione dellantica letteratura, come pure
delle sempre pi numerose opere letterarie scritte direttamente dagli
umanisti del tempo. Ed in questo ambiente sociale che si formarono quei
gruppi dartisti, umanisti, eruditi, letterati e, non da ultimo, damici del
libro, lettori e quindi anche acquirenti e commercianti di libri, che proprio in
questo momento compaiono pi chiaramente con la loro peculiarit storica.
Continuava comunque ad avere rilevanza il manoscritto di lusso secondo
labitudine medievale, ma adesso era corredato con le nuove forme
artistiche del Rinascimento nella scrittura, nelle illustrazioni e nella
rilegatura, in modo che i bibliofili committenti e dei nuovi signori cittadini o
regionali, trovarono in esso il libro corrispondente al loro gusto e al loro
stile di vita. Questa bibliofilia si colleg ben presto, nel clima spirituale del
umanesimo, con lidea dellutilizzazione di simile collezione di libri nella
forma di una biblioteca organizzata con i mezzi che erano a disposizione17.
Non solo le fondazioni di biblioteche di grandi proporzioni, ma anche
labitudine generale di raccogliere libri era espressione del crescente
fabbisogno di materiale librario da parte di questa societ. Si accrebbe cos
la produzione libraria manoscritta.
I mercanti fiorentini di libri si trasformarono progressivamente in industria,
comera tipico dei componenti delle corporazioni medievali, essi si
raccolsero con i loro negozi in una strada particolare, la Via dei librai, strada
che divenne il luogo dincontro per lintellettualit dedita alluso dei libri.
Solo con la quantit relativamente molto pi considerevole di libri messa
fuori dalle stamperie a partire dallultimi trentennio del XV secolo, il
commercio librario prese quella estensione che ne avrebbe fatto in seguito
un ramo autonomo dellindustria del libro e, in ogni caso, non fu lo
stazionario lunico punto di forza per questa evoluzione. Gli stazionari non
erano che noleggiatori di manoscritti, esercitavano la loro attivit dietro
corresponsione di una somma che gli studenti dovevano pagare loro per i
libri di cui avevano bisogno. E quando gli stazionari cominciarono a cedere
manoscritti a membri di altra universit dietro pagamento di somme

16

Napoli , a quel tempo, capitale del Regnum Siciliane degli Angi.


E in questo periodo che Cosimo fond, nel convento di San Marco, la prima biblioteca medicea, che fu indicata ben
presto col nome di Medicea pubblica.
17

prefissate, passarono in pratica ad esercitare vere e proprie funzioni di


commercio.
Le notizie che si hanno riguardo i prezzi praticati nel commercio
tardomedievale di manoscritti sono scarse. Il prezzo di vendita veniva
calcolato generalmente sulla base della lunghezza del manoscritto, che era
messo in commercio a fascicoli staccati, come sar pi tardi anche per il
libro a stampa. Altre prestazioni speciali come la rubricazione, la
decorazione e simili, comportavano rilevanti supplementi al prezzo.
Si pu comunque affermare che i libri in generale erano cari. Per i
manoscritti con miniature, quando erano realizzate su commissione,
venivano pagati ovviamente prezzi molto alti18, sicch libri del genere
devono essere considerati come veri e propri oggetti di lusso e, addirittura,
come investimenti di capitale.
Con la comparsa dei manoscritti su carta nel XIV secolo, i prezzi
cominciarono a diminuire progressivamente, ancor prima che si diffondesse
la stampa, comportando cos lallargamento del mercato librario.
Ovunque19 ormai, il codice manoscritto veniva ad essere sostituito dal libro
stampato, che diveniva cos il pi veloce e valido strumento di trasmissione
cultura e di civilt che specie umana abbia prodotto.
Il libro italiano il modello pi imitato nei centri librari europei.
Con20 lintroduzione della stampa, anche le istituzioni ecclesiastiche si
arricchirono, mediante donazioni o acquisti, di una grande variet di testi,
inclusi quelli di umanisti, di letteratura contemporanea e di scienza.
Ernst Schulz21 elabor una semplice analisi di alcune sezioni della
produzione dei libri stampati nel XV secolo, sostenendo che ben due quinti
di tutti gli incunaboli erano scritti da Domenicani e Francescani.
Durante il XVI secolo aumenta la percentuale di libri scritti in volgare, in
modo che possano essere letti da tutti, soprattutto dagli incolti.
Alla standardizzazione contribuirono notevolmente dizionari22 e liste
alfabetiche di parole, che comunque esistevano gi da tempo.
Lincremento della lettura influenz anche linterpunzione: punti, virgole,
punti interrogativi ed esclamativi si rivelarono ovviamente necessari per
rendere chiaro il significato del testo23.
LItalia, comunque, fiera della sua attivit umanista e per leredit classica,
possedeva una brillante lite intellettuale e le sue biblioteche contenevano
molti testi utili agli editori umanisti ed ai loro stampatori. Il maggior numero

18

Le stampe a caratteri greci erano pi care di quelle a carattere romano; le edizioni stampate su pergamena costavano l
tripli e talvolta, il decuplo degli esemplari su carta della stessa opera.
19
R. Frattarolo, op. cit., pp. 22- 23.
20
Rudolph Hirsch, Stampa e lettura fra il 1450 eil1550, in A. Petrucci (a cura di), Libri, editori e pubblico nellEuropa
moderna. Guida storica e critica, Roma -Bari, Laterza, 1977, pp. 10- 26.
21
Ernst Schulz, Aufgaben und Ziele der Inkunabelforschung, Mnchen, 1924.
19 I vocabolari conobbero una loro lunga storia gi molto tempo prima linvenzione della stampa. Ad esempio, il pi
antico dizionario a stampa di due lingue moderne fu il Vocabolista italo-tedesco originariamente stampato a Venezia nel
1477.
22
23

La sola edizione a stampa dellArs punctandi appare a Lipsia nellultimo decennio del XV secolo.

di prime edizioni furono fatte proprio in Italia 24, e nessun testo greco
completo fu stampato fuori dItalia nel XV secolo.
Fu il nuovo lettore che assicur il definitivo successo della stampa25

La stampa nel Regno di Napoli


Nel
Meridione, durante il primo secolo dellarte della stampa,
simpiantarono un notevole numero di tipografie: si ha notizia di libri
stampati nellultimo trentennio del XV secolo a Napoli (1471), a Cosenza e
a Palermo (1478), a Capua e allAquila (1482) a Gaeta (1487), a Cagliari
(1493)27.
Carlo De Frede28 sostiene che nel regno di Napoli il commercio dei libri si
diffuse in misura pi che altrove notevole.
Frattarolo29 afferma che Napoli fu la prima citt meridionale ad
incoraggiare larte nuova, alla quale non poteva rimanere estraneo quel
Ferdinando, o Ferrante I dAragona, principe magnanimo e promotore
delle lettere30 che, secondo Pietro Giannone allevato tra letterati divenne
ancor egli non pur amante di lettere, ma letteratissimo, e che malgrado il
gusto per i codici splendidamente scritti e miniati non manc di apprezzare i
prodotti delle officine tipografiche cui apr senza indugio le porte della sua
magnifica biblioteca.
Inoltre, Ferdinando dAragona attu verso larte tipografica una grande
forma di mecenatismo aumentato da dotti ed eruditi.
Durante31 la seconda met del Quattrocento, abitavano in vari centri del
paese un notevole numero di librai, regnicoli o stranieri; quelli che
provenivano da fuori, partecipavano alle fiere che venivano organizzate per
la vendita di ogni tipo di merce. Nella piazzetta chiamata allora dellOlmo
si vendevano i libri confluenti da ogni parte della citt, del regno e
dellestero.
Grazie alla notevole circolazione del libro a stampa, diminu
sostanzialmente il prezzo dei manoscritti.
La vendita dei libri fu agevolata da una prammatica pubblicata prima del
1475 che accordava lesenzione dai diritto di passo e di dogana per la merce
stampata, accrescendo cos, inoltre, il numero dei commercianti.
Infatti32 privilegi e franchigie grandi vennero acconsentite in seguito da
Carlo V ai tipografi, che furono cos dispensati da qualsivoglia gabella a
pagamento tanto della carta bianca, che serve per la stampa, quanto dei libri
e figure stampate.
26

24

Si cominci con la rarissima Batrachomyomachia del Pseudo-Omero, Brescia, circa 1474 (in greco e latino); segu un
Esopo in greco (Milano, circa 1480, G. W. 313) raggiungendo un apprezzabile livello con la pubblicazione a Firenze di
Omero (1448-9).
25
R. Hirsch, op. cit., p. 41.
26
R. Frattarolo, I tipografi meridionali dalle origini al secolo XVIII, s.d. Roma, ed. Gismondi, s.d., p. 10.
27
Mentre la Campania, la Calabria e lAbruzzo annoveravano tipografie fiorenti, la Puglia fu una delle pochissime
regioni a non avere tipografie nel secolo dellinvenzione.
28
C. De Frede, Sul commercio dei libri a Napoli nella prima et della stampa, in Bollettino dellIstituto di
Patologiadel Libro (ANNO XIV), gennaio- giugno, 1955, fasc. 1,2, Roma p. 63.
29
R. Frattarolo, op. cit., p. 10.
30
A. Lombardi, Discorso sulla tipografia cosentina, in Discorsi accademici e altri opuscoli, n (1836) Napoli, p. 11.
31
C. De Frede, op. cit., pp. 63-65.
32
R. Frattarolo, op. cit., pp. 15-16.

A33 Napoli, durante il XV secolo, furono stampate almeno


duecentonovantaquattro opere.
Di questi incunaboli, 24 erano in ebraico, i rimanenti in latino- volgare e
tutti pubblicati fra il 1487 e il 1492 ovvero sette fra il 1487 e il 1489,
diciassette fra il 1490 e il 1492.
Largomento privilegiava le discipline laiche, la letteratura, la trattatistica,
il diritto e la medicina. Il periodo che caratterizzato da un notevole fervore
di iniziative tipografiche quello compreso tra il 1470 e il 1479.
Si contano circa 30 stamperie, di cui 18 si collocano nel primo decennio, 6
secondo e 6 nel terzo.
Si deve segnalare che, dopo un primo periodo di intensa attivit e di elevato
slancio che ha raggiunto lapice negli anni 1474-1478, lattivit tipografica
diminu gradualmente con il passare degli anni (escludendo ovviamente gli
1490 e il 1492 dove notevole fu il contributo della produzione ebraica),
fino a registrare dopo lanno- zero del 1494, soltanto tredici edizioni
nellultimo quinquennio del secolo.
Al fermento tipografico degli anni 1470-1479, corrisponde una produzione
pluridirezionale mentre la diminuzione produttiva del secondo e del terzo
periodo finisce col trascurare in maniera maggiore i campi precedentemente
non trascurati e col preservare la Religione e la Letteratura.
Mettendo da parte il settore religioso e quello letterario, vengono impressi
nel periodo del fervore 37 testi di diritto, 29 trattati, 10 opere di medicina, 7
di filosofia e 4 di astrologia.
Se dunque lapalissiano che un determinato tipo di produzione libraria
non pu per lo pi che rispecchiare specifiche esigenze di fruizione, se in
altri termini evidente che una certa offerta in tanto aveva ragion dessere
in quanto esisteva una corrispettiva domanda,, non solo si possa dire che
vi era un pubblico sensibile al diritto, alla trattatistica retoricogrammaticale, ecc., ma si possa anche ipotizzare che questo pubblico
doveva essere costituito in massima parte dagli esponenti della burocrazia e
dai loro rampolli affidati allo Studio per conseguire quella
professionalit che lo stesso Ferrante auspicava ai fini della formazione dei
quadri idonei alle esigenze sia di politica interna che di politica estera34.
La prima opera stampata a Napoli si attribuisce 35 al prete tedesco Sisto
Riessinger di Strasburgo36, al quale viene attribuita inoltre la prima stampa
in volgare, lApocalisse di San Giovanni, stampata a Roma prima del 1470,
mentre la sua prima stampa con data pubblicata a Napoli risale allanno
successivo.

33

M. Santoro, La stampa a Napoli nel Quattrocento, in Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale,
(1984), Napoli, pp. 12- 20.
34
M. Santoro, op. cit., p. 52.
35
R. Frattarolo, op. cit., pp. 10-11.
36
Si conoscono dei libri senza data per, impressi senza dubbio nel 1470 da Sisto Riessinger, introduttore della stampa
a Napoli, e ritenuti napoletani; studi molto recenti hanno confermato lipotesi che questi libri, o parte di essi, sono
edizioni romane, uscite dalla prima tipografia che Riessinger aveva a Roma, prima di giungere a Napoli, durante gli
anni 1468-1470. M. Fava, La stampa a Cosenza nel XV secolo, Napoli, 1922, nota 1 p. 3.

La stampa a Cosenza e il ruolo degli ebrei


Nel XV secolo unassillante crisi economica 37 imperversava in tutto il
regno di Napoli e, in particolar modo, in Calabria: oltre alla scarsit dei
prodotti, alla povert del suolo, in Calabria la situazione era peggiorata da
molte altre ragioni, come ad esempio, la malaria, che faceva diventare
incoltivabili molte zone. A tutto questo sono da unire i fenomeni atmosferici
come calamit naturali quali il terremoto, come quello del 1444 e quello
ancora pi devastante del 145638, il brigantaggio, lirrequietezza dei Baroni,
lotti cittadine frequenti, il sistema tributario aragonese, le estorsioni, i
soprusi dei prepotenti signori e, per lattivit commerciale intrapresa via
mare, la pirateria.
Miseria, dunque e anarchia adduggiano tanta parte della Calabria sin dai
primi anni del secolo XV: miseria morale e materiale; anarchia qua e l,
nella vita pubblica e privata39
Sicch, se, per tali ragioni, nella Calabria aragonese non era facile
realizzare una ricca economia ed unaltrettanto ricca ed intensa vita
commerciale, non bisogna per negarle il pulsare di talune attivit operose
ed industri, che, se non raggiunsero i limiti della floridezza, furono pi che
sufficienti per allinearla nel quadro del commercio interno ed estero del
Regno di Napoli40 .
Infatti, in questo quadro economico e sociale non certo favorevole,
sinserisce mirabilmente larte della stampa che tanto prestigio ha portato
nel regno di Napoli, a Reggio e a Cosenza 41 che era in quellepoca la sede
fortunata delle scienze e del buon gusto. Le amene lettere e le severe
discipline vi erano coltivate con impegno e ardore delle Citt del nostro
Regno, Cosenza fu certamente la prima ad ottenere una tipografia e le
prime opere che si stamparono co torchi Cosentini nellindicato anno 1478
sono un trattato in lingua italiana sullimmortalit dellanima, ed un poema
in ottava rima che contiene la descrizione della Sfera, la Storia del mondo, e
la Geografia.
Quindi42 lintroduzione della stampa avviene dopo quattordici anni di quella
di Subiaco, dopo otto da quella di Napoli e dopo tre dalla edizione ebraica di
del Commentarius in Penthateucumdel Rabbi ShelomoIarchi bar Itzchak
(Rashi) da Reggio Calabria, che ha come data il 1475 ( gennaio- marzo) o
febbraio- marzo43.
A Reggio spetta il primato non solo di essere stata la prima citt calabrese
ad avere tipografie, ma anche di essere stata la prima, nel mondo, ad aver
dato alla luce un libro in caratteri ebraici 44 mobili, anche se ancora senza
vocale; questo ha la data del mese di Adar dellanno della creazione del
37

P. Sposato, Aspetti della vita economica e commerciale calabrese sotto gli Aragonesi, in Calabria nobilissima n 17,
18, 19, (a. V e VI).
38
E. Pontieri, La Calabria a met del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, Napoli, F. Fiorentino, 1963, pp.43-45;
inoltre P. Sposato, op. cit., pp. 201-203.
39
E. Pontieri, op. cit., p. 13.
40
P. Sposato, op. cit., p.204.
41
A. Lombardi, Discorso sulla tipografia cosentina, in Discorsi accademici e altri opuscoli, n (1836) Napoli, pp. 1213.
42
M. Borretti, Larte della stampa e le Biblioteche in Calabria Citra, Grafiche La Sicilia, Messina, 1939, p. 3.
43
G. Guerrieri, Larte della stampa in Calabria, in Almanacco Calabrese, 1968, p. 149, riporta come data il 10 del
mese di Adar del 5325 dellera ebraica, corrispondente al 5 febbraio 1475. ci dice inoltre che lunico esemplare si trova
nella collezione dei De Rossi presso la Biblioteca Palatina.
44
R. Frattarolo, La stampa in Calabria, in Studi di bibliografia storica ed altri saggi, 1977, Roma, Bonacci, p. 245.

mondo 5235 secondo il calcolo giudaico, che corrisponde a febbraio- marzo


del 1475 del nostro tempo45.
Comunque a Cosenza va il merito di essere la seconda citt del regno, dopo
Napoli, dove si stampa con continuit46, nonch il pregio che il suo
prototipografo fu un regnicolo, ovvero Ottaviano Salomonio 47, di cui si
parler in seguito.
Nella48 Calabria Citeriore sussistevano le precondizioni perch si potesse
impiantare, senza dispendio economico o di tempo, la tipografia: lesistenza
di cartiere, la cui presenza viene assicurata da Umberto Caldora e Mario
Borretti49: tutto questo fondamentale, perch cos lo stampatore ha nello
luogo dove lavora la materia prima per il proprio lavoro.
Inoltre la presenza in citt degli orefici giova notevolmente alla stampa del
libro in quanto i tipografi ricorrevano alla loro bravura e alla loro
esperienza per incidere i punzoni con i quali fare le matrici dei caratteri
utilizzati nella stampae comporre le leghe da colare nelle matrici.
Sicuramente, un altro fattore incrementante della produzione tipografica
dato dallintegrazione di Cosenza in un meccanismo economico e
commerciale di notevole interesse per quei tempi. Un importante
appuntamento per la vita commerciale della citt era costituito dalla fiera
della Maddalena50, che costituiva un degli importanti momenti per lo
smercio dei libri.
Ancora, il contesto culturale di Cosenza era particolarmente attivo grazie
alla presenza di scuole di grammatica, scuole professionali- notarili,
mediche, giurisprudenziali- alle quali si rivolgono i ceti borghesi, che
costituiscono il pubblico della produzione tipografica.
U. Caldora51 pone linterrogativo su quale sia stata la causa
dellintroduzione della stampa in Calabria e non concorda con quanti
attribuiscono il merito a privilegi aragonesi, al favore di qualche principe o
ai bisogni della pubblica amministrazione. Ci sembra in verit pi
attendibile quanto pi logica lopinione che il Salomone tent la sua fortuna
a Cosenza, attrattovi da un ambiente in cui gli studi erano in sommo
onore e, al tempo stesso, sia dalla mancanza di concorrenza che infatti
non ebbe mai, sia dalla facilit di rifornirsi- ed a buon prezzo- di carta
presso opifici locali, come fa sospettare anche la filigrana della carta da lui
usata e che si avvicina molto a quella delle cartiere napoletane pur senza
identificarvisi.
Comunque, bisogna precisare che il prototipografo cosentino, Ottaviano
Salomonio di Manfredonia, era di origine ebrea. Questo popolo si integr
molto bene nel contesto cosentino e calabrese in genere perch essendo
45

U. Caldora, Lintroduzione della stampa in Calabria. Ottaviano Salomone e la prototipografia a Cosenza, in


Calabria nobilissima, n28, 1955, p. 180.
46
T. Cornacchioli, Editoria e pubblico nella Cosenza del XV secolo, XXXXXXXXX. p. 41.
47
U. Caldora, op. cit, p. 174.
48
T. Cornacchioli, op.cit., p.41.
49
U. Caldora, op. cit., p 172; M: Borretti, op.cit., p .29 nota 7.
50
Una della maggiori fiere del regno istituite pi di due secoli prima da Federico II di Svevia, e nel corso della quale
possibile incontrare mercanti provenienti da tutta Italia e anche dallEuropa, T. Cornacchioli, op. cit., p. 42; secondo O.
Dito, La Storia calabrese e la dimora degli ebrei in Italia dal secolo V alla seconda met del secolo XVI, Cosenza, 1916
p. 315, la fiera fu istituita dalla regina Giovanna II e prendeva il nome dalla chiesetta omonima ov oggi la Riforma e
il quartiere de Rivocati.
51

U. Caldora, op. cit., pp.175-176.

10

allora la Calabria travagliata da una profonda crisi economica, agli ebrei che
possedevano largamente il denaro contante, era molto pi facile fare della
regione calabra, non priva di risorse naturali, un terreno fecondo per i loro
affari, ed essi stessi divenire i fattori cardinali delleconomia monetaria e del
traffico52.
Il XV secolo venne identificato come tra il pi fiorente periodo in cui si
stabiliscono gli ebrei non solo in Calabria, ma anche in tutto il regno di
Napoli. Infatti era stata allontanata ogni forma di intolleranza verso questo
popolo che veniva guardato da quello cristiano con pi attenzione.
Gli ebrei componevano, almeno in Calabria, la componente quasi
preminente nella classe mercantile dellet aragonese e godevano di
privilegi, di cui i sovrani li ricoprivano per le loro entrate che portavano a
tutto lo Stato, conferendo loro una posizione convenientemente favorevole.
Lindustria53 della seta e larte della tintoria furono incrementate dagli ebrei
e, inoltre, grazie a loro, sinstaurano parecchie lavorazioni come quella del
ferro, del rame, del bronzo, loreficeria e largenteria, la concia delle pelli, la
fabbricazione dei pettini, del sapone, delle stoviglie e dei cappelli a cono.
Quindi era evidente,, che il favore della citt verso gli ebrei era ispirato,
, da motivi di interesse, che si fondava sulla ricchezza e sulla attivit
economica, e quindi sugli eventuali vantaggi, che, dalle azioni bancarie e
dalle funzioni commerciali degli israeliti, sarebbero derivati alla economia
delle universit. Interesse tanto evidente, che spesso sfociava in aperti
contrasti, quando i cittadini, poco o nulla usufruendo dalle speculazione
degli israeliti, si vedevano anche colpiti dai loro illeciti guadagni, e, non di
rado, dalla loro capacit usuraia54.
Si contestava agli ebrei il fatto di essere usurai ed evasori del fisco
comunale. Lo stesso Stato per tassava notevolmente le comunit giudaiche
e spesso con tasse esorbitanti, per trarre il denaro che gli mancava.
Accusati spesso di strozzinaggio, gli ebrei, invece, e allora e poi, finch
restarono nel regno di Napoli, costituirono un elemento prezioso per
moderare le ingorde pretese dei prestatori cristiani55.
Alfonso I dAragona, il Magnifico56 era considerato amico e protettore
degli ebrei. Non dimentichiamo che in Germania, Francia, Portogallo,
Spagna, Sicilia, Sardegna e in altri stati dellItalia infuriavano le
persecuzioni e che il regno, quindi, costitu un ottimo e sicuro rifugio. Cos,
in molte citt, gli ebrei si divisero in comunit in base alla provenienza.

OTTAVIANO SALOMONIO E LA TIPOGRAFIA COSENTINA

52

P. Sposato, Saggio di ricerche archivistiche per la storia degli Ebrei in Calabria nella seconda met del sec. XV, p.
41.
53
O.Dito, op. cit., p.320.
54
P. Sposato, Saggio di ricerche archivistiche per la storia degli Ebrei in Calabria nella seconda met del sec. XV, p.
110.
55
N. Ferorelli, Gli ebrei nellItalia meridionale dallet romana al secolo XVIII,XXXX editore, Bologna, 1915, p.134.
56
Veniva considerato il Magnifico dagli umanisti a lui contemporaneo per le sue doti dingegno e per la sua
propensione alla protezione delle arti e delle lettere, G. Barracco, Napoli e Cosenza nel regno del Sud. Dalle invasioni
saracene alla fine del Vicereame di Napoli, Cosenza, Edizioni Brenner, 1992, p. 69.

11

Poche sono le notizie riguardo la biografia di Ottaviano Salomonio. Si sa


con certezza che la sua citt natale era Manfredonia in quanto lo aggiunse al
suo nome in tre delle sue edizioni57.
Nella scelta di Salomonio contribu senzaltro il mecenatismo aragonese
nonch il clima culturale della citt, e, soprattutto, la presenza di cartiere e
orefici 58.
Secondo Caldora, il Salomonio fu indotto a venire a Cosenza dagli
incoraggiamenti di Pomponio Leto, che, ben addentro nella situazione
culturale cosentina, potrebbe avergli illustrato la buona prospettiva che la
dotta Cosenza poteva offrire allazienda tipografica59.
Secondo la Guerrieri sullarrivo di Salomonio nella citt bruzia influ
notevolmente la presenza dellordine dei Domenicani che avevano un
avviato e fecondo Studio generale e che le opere stampate dal Salomonio- o
almeno alcune di esse- sono in relazione con i Domenicani60.
La ragione pi plausibile, per spiegare lintroduzione della stampa a
Cosenza, il fatto che Salomonio tent una sua fortuna nella citt del Crati
perch si trattava di un ambiente in cui gi allora gli studi erano in grande
onore. Infatti Veneziani61 sostiene che nel secolo decimoquinto la citt era
considerata un centro di cultura di una certa importanza e ancora ne doveva
avere allinizio del secolo seguente se Parrasio, cosentino, vi fondava
unaccademia che fu a lungo un notevole centro di studi nel regno di
Napoli
Dati certi di Ottaviano Salomonio sono la sua origine di Manfredonia; infatti
OctavianusSalomonius de Manfredonia la firma usata nelle edizioni
cosentine sottoscritte e sicuramente oper a Cosenza per un anno come
tipografo (Salomonius). Il Frattarolo62 sostiene che Salomonio era
sicuramente ebreo, visto anche che a Manfredonia, come in altre citt
costiere della Puglia, vi erano fiorenti colonie ebraiche.
Dopo il 1478 il fatto che la sua produzione tipografica non ottenne una
buona vendita secondo il Caldora63- convinse il Salomonio ad
interrompere la sua attivit cosentina.
Secondo Veneziani64 le cause della interruzione vanno ricercate, oltre che in
presumibili difficolt tecniche e ambientali, forse soprattutto nella
concorrenza portata alle sue edizioni dalla fiorente industria tipografica
veneziana.
Infatti, da documenti presenti nellArchivio di Stato di Napoli siamo
informati che i mercanti veneziani gi nel Quattrocento importavano a
Cosenza libri a stampa della loro citt65.

57

M. Fava, La stampa a Cosenza nel XV secolo, in Rivista Critica di Cultura Calabrese, anno II, fasc. III, (1922), p.4.
T. Cornacchioli, Editoria e pubblico nella Cosenza del XV secolo,p. 41.
59
Umberto Caldora, Lintroduzione della stampa in Calabria. Ottaviano Salomone e la prototipografia a Cosenza, in
Calabria nobilissima, n28, (1955), p. 177.
60
G. Guerrieri, Larte della stampa in Calabria, in Almanacco Calabrese, n , (1968), p. 150.
61
P. Veneziani, Ottaviano Salomonio e la stampa a Cosenza nel secolo XV, in Accademie e Biblioteche dItalia, n 3,
(1973), p.
62
R. Frattarolo, I tipografi meridionali dalle origini al secolo XVIII, Roma, ed. Gismondi, 1955, p.14.
63
U. Caldora, op. cit., p. 177.
64
P. Veneziani, op. cit., p
65
Dal 1475 alla fine del secolo a Reggio Calabria e Cosenza sono state stampate solamente cinque opere, dopo oltre
cento anni, nel 1587 e fino al finire di tutto il XVI secolo, la sola Cosenza vede la stampa di quattordici opere, e, da quel
periodo lattivit tipografica in Cosenza, e quindi in Calabria, continuer senza soluzioni.
58

12

Da quanto ci dice ancora il Caldora66, Ottaviano Salomonio, a differenza di


quanto avvenne nel Mezzogiorno, fu un regnicolo: Ottaviano Salomone di
Manfredonia67, corregionale dellillustre Alessandro Minuziano di
Sansevero che a Milano fu umanista, tipografo, insegnante delle Scuole
Palatine.
Difficile stabilire chi fosse il volenteroso ed audace pioniere Ottaviano
Salomone di Manfredonia68: come hanno notato tutti gli storici che si sono
interessati alla sua figura, probabilmente ebreo69 dato il nome, non si sa
nulla di lui se non quanto egli stesso ci ha tramandato su quattro delle sette
edizioni finora di lui rintracciate, e sulle quali appaiono impressi il nome
dello stampatore e lindicazione della sua citt dorigine. Il Frattarolo 70,
forse a causa del nome, lo ritiene ebreo: la stessa presenza in citt di una
colonia ebraica pu aver rappresentato unattrattiva per il Salomonio, un
richiamo in quella citt.
Caldora71 che egli abbia appreso larte della stampa dai tipografi Conrad
Sweynheim e Arnold Pannartz, nonch da Giorgio Lauer, loro successore.
Ci che lo induce la somiglianza che hanno in un certo senso i caratteri
tipografici del Salomone con quello dei suddetti tedeschi.
Secondo Veneziani72, probabilmente ha appreso larte tipografica a Roma,
poich lo stesso carattere che impieg nella stampa di tutte le sue edizioni,
bassa cassa in gran parte gotica e maiuscole romane, nellaspetto generale
ricorda il G92 usato a Roma da Lauer e in qualche modo anche il carattere
di Sweynheim a Subiaco.
Caldora73 avanza lipotesi che a determinare il passaggio di Salomone da
Roma a Cosenza fu Pomponio Leto, che fu in ottimi rapporti col Lauer che
defin fidelissimuslibrorumimpressor e che lumanista calabrese mostr al
suo discepolo o praticante Salomonio le buone prospettiva che la dotta
Cosenza offriva ad una piccola tipografia.
Fino ad oggi, sono conosciuti quattro incunaboli74 stampati dal Salomonio,
ovvero:
Canfora, Jacopo. Dellimmortalit dellanima. 1478. 4. 44 carte. Tre
esemplari conosciuti.
Dati, Gregorio. La Sfera. 1478. 4. 20 carte. Due esemplari
conosciuti.
Esopo. Favole. (In italiano). [c. 1478.] 4. 42 carte. Un esemplare
conosciuto.
Morelli (o Maurello), Giovanni. Versi in morte di Enrico dAragona,
governatore della Calabria. [1479?] 4. 6 carte. Un esemplare
conosciuto.
Prima e dopo il 1478 non si sa niente dellattivit del Salomonio. Particolare
e singolare il carattere da lui adoperato, mezzo- gotico e mezzo- romano, e
adoperava sempre una composizione di trenta righe per pagina.
66

U. Caldora, op. cit., p. 175,


Si pu trovare anche Ottavio al posto di Ottaviano e Salamoneo Salomonioinvece di Salomone.
68
U. Caldora, op. cit., p. 176.
69
noto che a Manfredonia e in altre citt della Puglia erano fiorenti nel 400 le colonie ebraiche.
70
R. Frattarolo, I tipografi meridionali dalle origini al sec. XVIII, s.d., Roma, ed. Gismondi, p. 14.
71
U. Caldora, op. cit., pp. 176-177.
72
P. Veneziani, op. cit., p
73
U. Caldora, op. cit., p. 177.
74
D. E. Rhodes, Il quinto incunabolo cosentino, in Calabria Nobilissima, nn 53-54, (Anno XXI), (1967), pp. 51-54.
67

13

Alcuni degli incunaboli che egli stampa portano la data del 1478; un altro
incunabolo, Piramo e Tisbe, attribuito a Salomonio e che non porta alcuna
indicazione tipografica e cronologica, datato secondo lIndice generale
degli incunaboli delle Biblioteche dItalia75 al 1475; tale datazione per
corretta da Rhodes76 secondo il quale si deve indicare come data di stampa
lanno 1478, mentre Guerriera Guerrieri 77 accetta con qualche riserva la data
suggerita dallindice.
La descrizione data dallIGI la seguente:
7749. Piramo e Tisbe. [Cosenza, c. 1475] 4. Tipo: GR 98. 6 carte esistenti,
30 righe per pagine. [Segnature].
Lunico esemplare conosciuto si trova nella Biblioteca comunale di Velletri,
ed mutilo, mancante di qualche carta al principio. La tavola num. LIV del
vol. IV dellIGI mostra chiaramente la concordanza con i tipi del
Salomonio, e prova anche che lopera si chiude con le parole FINIS DEO
GRACIA, senza alcun colophon tipografico.
Il Rhodes asserisce che la data fornita dallIGI per ledizione cosentina deve
essere corretta da c. 1475 in c. 1478 visto che il Salomonio
sconosciuto prima del 1478, confermando che ledizione cosentina una
editioprinceps.
Di Piramo e Tisbe lIGI registra due sole edizioni: questa di Cosenza, e
unaltra, stampata anchessa senza nota tipografica, ma uscita evidentemente
dai torchi napoletani di Francesco del Tuppo nel 1485 circa di cui si conosce
solamente la copia posseduta dalla Biblioteca Trivulziana di Milano. Non si
sa di preciso dove Salomonio abbia reperito il testo di Piramo e Tisbe.
Le prime due righe di testo sulla prima carta esistente dellesemplare di
Velletri sono:
che tisbe ancora sene accorse della
e lunocollaltro a parlare vistia
Questo frammento comincia dalla riga 100: mancano quindi 99 righe in
principio. Salomonio stampa 30 righe per pagina: se ne deduce quindi che
prima della riga 100 mancano tre pagine di 30 righe luna, pi una di nove
righe, che dovrebbe essere la prima, perci in mezzo al testo il tipografo non
avrebbe stampato una pagina con meno di 30 righe, eccetto se avesse
contenuto una xilografia. Si concorda per che, n questa n le altre edizioni
del Salomonio fossero prive di illustrazioni.
Quattro pagine formano due carte: cos calcolando il Rhodes ha stabilito che
la prima carta esistente del frammento di Velletri la terza del libro intero.
Lultima pagina delledizione cosentina contiene 25 righe; cos 527 righe
per tutte le pagine precedenti: ci vuol dire 18,4 pagine complessivamente,
oppure poco pi di nove carte. In ogni caso, probabilmente il libro completo
era costituito da 10 carte, senza contare la possibilit di carte bianche.
Nel 1478 si data il dialogo Dellimmortalit dellanima di Jacopo
Campora e La Sfera del Dati; le Favole di Esopo e i Versi in morte
dEnrico dAragona di Giovanni Maurello o Morelli78 sono senza data
vengono attribuiti rispettivamente al 1479 e al 1478 79. Delle favole esopiane
75

IGI vol. IV, compilato da E. Valenziani e E. Cerulli, Roma, 1965. Si vedano i nn. 7749 e 7750, e tavola n. LIV.
D. E. Rhodes, op.cit.,pp. 51- 53.
77
G. Guerrieri, op. cit., p. 149.
78
I suoi versi sono stati per lungo tempo considerati il primo documento di poesia dialettale calabrese.
79
Del Campora ne posseduto uno mutilo dalla Biblioteca Comunale di Palermo, uno dalla Nazionale di Parigi ed
uno mutili dal BritishMuseum di Londra; del Dati uno nella Comunale di Palermo e uno nella Nazionale di Parigi,
degli ultimi due conosciuto di ciascuno un solo esemplare, nella Biblioteca dellAccademia dei Lincei a Roma.
76

14

quella sopra citata lunica edizione della traduzione del faentino Fazio
Caffarelli.
Il componimento La morte di don Enrico dAragona fu ritrovato da
XXXXXXX nelle ultime carte delle Fabule de Exopo.. transmutate dal
dicto latino in uulgare per Maestro Facio Caffarelli da Faenza, e stampato
dal maestro OctauianoSalomonius de Manfredonia impressore in la cita de
Cosenza: libro rarissimo e di cui non esiste altro esemplare eccetto di quello
che si trova nella biblioteca Cornisiana di Roma, ora dellaccademia dei
Lincei, con la segnatura Misc. 51. A. 19; nel catalogo il componimento
anche segnato col titolo sbagliato di Canzone in lode di D. Ferrante Re
dAragona80.
Questo documento comunque fu, a torto, ignorato dagli scrittori che si
occuparono della storia degli Aragonese e della loro discendenza: si precisa
a torto in quanto esso costituisce un componimento di notevole interesse
non solo filologico, ma anche storico.
Molto poco le cronache contemporanee parlano o menzionano di questo
primo figlio bastardo, don Enrico, che Ferrante I ebbe dalla sua amante
Diana Guardato, di nobile famiglia di Sorrento.
Le notizie di maggior rilevanza che ce ne danno i due pi importanti
annalisti81 che operarono negli ultimi decenni del XV secolo, si riducono a
due sole: il titolo, che don Enrico ebbe dal padre nel 1473, di marchese di
Gerace e la notizia della sua morte avvenuta nel 1478.
Da scrittori pi recenti si viene a sapere, poi, che don Enrico, nel 1465,
spos donna Polissena, figlia di don Antonio Ventimiglia- Centelles,
marchese di Crotone, e di donna Enrichetta Ruffa, e che ebbe quattro figli.
Queste notizie biografiche ritornano nelle ottave e nelle terzine del nostro
rimatore pi colorite e meglio delineate.
E prima di tutti donnu Errico, de Ragona (vv. 4, 24, 36, 60, 77, 82, 123,
138, 152, 168, 177, 191, 197, 247, 293); marchise e X celso de Jerazi (vv.
129- 30, 138, 181- 82, 270); lustro figliolo di Ferrante I (vv. 37); fratello
amato del duca di Calabria, don Alfonso, che sapendone la morte davir
gran doglia e pena (vv. 49- 50); di don Federico e di don Joanni(vs. 52);
della regina de Angaria, Beatrice dAragona (vs. 57); di Don Francisco (vs.
58); della duchissa Dianora (vv. 62- 63); di donno Alfonso, altro figlio
illegittimo di Ferrante I, che quando mor don Enrico, era intra lo Cairo (vs.
67), co lo Soldano (vs. 64); e che, come avr notizia della morte del
fratello, si battir lo petto co li mano (vs. 66); e infine, di donCesaro, altro
figlio naturale di Ferrante I. Ecco, poi, il principe di Capua, il futuro
Ferrante II, che portava a don Enrico, lamato cino, cio zio, cordiali
amuri(vv. 70- 71). Sappiamo pure che la morte di don Enrico avvenne
nelloscuro castello di Terra Nova (vv. 35, 133, 255), come riportato dai
cronisti citati, non l11 maggio, come vuole il Passero, o il 25 novembre
come dice il Notar Giacomo; ma allivintiduiiorni de lo mise passati de
novenbro (vv. 131- 32) del milli e quattrocento settanta otto (vs. 140). Il
nostro rimatore non ci dice quale fu il motivo della sua morte, che per i due
80

Il titolo preciso, come riferito da Audifreddi, Specimen historico- criticumeditionumsaeculi XV etc. Romae,
MDCCXCIV, pp. 219-220, : Qui si tractano le fabule de Exopo| .. transmutate|dal dicto latino uulgare per
Maestro Facio| caffarelli da Faenza: Ad contemplacione z | instantia del Magnifico Misere Polidamas| delapaglyara de
salerno: de essere per ipre| sioneplupicate(sic) per lo egregio Maestro Oc | tauianosalomonius de manfridoniaimpres |
sore in la cita de Cosenza. In fine: Cosenciae, s.a. in 4.
81
Uno di questi Giuliano Passero, Storie in forma di Giornali pubblicate da Michele Maria Secchioni, Napoli,
MDCCLXXXV, presso Vincenzo Orsino, p. 29.

15

cronisti avvenne per aver mangiato funghi avvelenati; afferma soltanto che
Ferrante I, cercava di consolarsi perch la morte del figlio fu morte
naturale. Entra in scena la povera moglie, quella afflitta de
madammaPulisena(vs. 97), che alla morte del marito, era gravida per pi
dolo, e grossa prena, e de iorno in iorno per figliare (vv. 99- 100); e che per
tanto dolore si vedeva dipilare la sua lucente e dilicatatreza(vs. 105).
Anzi, il nostro rimatore in suo soccorso chiama il principe clemente de la
gran casa de Sansoverino (vv. 113-114); affinch lui e suoi fratelli la
consolino, non avendo nessun altro parente vicino: n frate, n cio, de casa
de Santiglia (vv. 119-20).
Insieme con la madre Polissena piangono anche i due figli pi grandi di don
Enrico: madamma Caterina e don Loise(vs.126). Sopraggiunsero anche
nobili e marchesi a compiangere don Enrico, e tra la folla di cortigiani che
lo piangevano vi era sicuramente anche il nostro rimatore; IoanneMaurellu,
come egli si nomina al vs. 135 della sua opera: egli infatti stato
sirvituriantichodel marchese e dice anche di averlo anche tanto amato (vv.
37-38). Purtroppo non si ricava nientaltro se non che la famiglia Maurello
o, in chiave moderna, Morelli, era fra le prime e forse pi nobili ed antiche
di Cosenza82.
Il nostro componimento fa parte indubbiamente a quel genere di poesia
popolare che, trae le sue origini da forme molto remote, fin dalle
antichissime nenie e dai canti latini per la morte dei generali romani, ebbe
un notevole sviluppo nel Medioevo, in Francia ed in Provenza; si diffuse pi
largamente al di qua delle Alpi, nei primi anni del secolo XIV e si
generalizz poi col nome di Lamenti o Cantari in morte83 in tutta lItalia
durante il Quattrocento e Cinquecento.
Nel nostro lamento il rimatore conferisce un tono tutto particolare e
soggettivo e cant in nome suo la morte del suo Signore adottando per un
metro tipico della narrazione oggettivo: il narrativo o epico, cio lottava- la
siciliana con due rime, quattro volte alternate84,- e la terzina.
Tutto il componimento diviso in quattro capitoli, nei quali il corpo
rappresentato da un numero pi o meno lungo di terzine, e la testa o, per
dirla in stile giornalistico, il cappello, da una o pi ottave della forma detta
prima, che egli poi solito denominare canzona.
Il nostro rimatore andava piangendo e invitando tutti a seguire il suo
esempio e portata la notizia della sventura nella corte di Ferrante I e dei suoi
molti figli, nel primo capitolo (vv. 1-77) invita tutte le donne cosentine a
piangere insieme con madammaPulisena, veova di don Enrico; nel secondo
(vv. 78-146) e nel terzo si rivolge ai cortigiani, derelitti e meschini per la
morte del loro signore, affinch se ne dolgano pi degli altri (147- 196), e
infine, nel quarto, si rivolge a tutta la Calabria e in modo speciale a
Cosenza, per piangere in continuazione, notte e iorno, il loro buon
marchese, fino a che sonar lultimucornu (vv. 197-296).
82

Lo rivela anche un sonetto poco conosciuto del celebre Bernardino Martirano, patrizio cosentino e segretario
dellimperatore Carlo V, che si trova nelle prime carte del Ragguaglio di Cosenza e di trentuna sue famiglie scritto dal
molto Reu. P. Maestro Fra GIROLAMO SAMBIASI Cosentino. DellOrdine de Predicatori, e Reggente in Cosenza.
Collaiuto delle scritture del Signor PIER VINCENZO SAMBIASICaualier COSENTINO. In Napoli, Per la Vedova di
Labaro, M. DC. XXXIX, p. a 5 v. Della famiglia Maurelli o Morelli si dice sia originaria di Milano, ove si chiamava
Castiglioni.
83
Negli altri paesi neolatini questo genere di poesia aveva un tono intimistico e tutto personale, soggettivo e lirico,
mentre in Italia fu quasi sempre oggettivo ed epico.
84
Cio con lo schema abababab, il solito metro dellantico strambotto originario di Sicilia.

16

Questo documento il primo che dato conoscere in dialetto calabrese.


In ogni caso possiamo affermare con certezza che Salomonio oper a
Cosenza nella seconda met degli anni 70 per pi anni, considerato che il
lamento In morte dEnrico dAragona deve essere stato stampato nel 1479,
dopo la morte dellaragonese.
Questo documento per non fu tenuto tanto in considerazione e lo ignorano
tutti gli scrittori che si occuparono della storia degli aragonese e della loro
discendenza.
Lattivit del Salomone a Cosenza fu pertanto breve e anche limitata:
stamp solamente quattro libri, che per lesiguo numero di pagine, si
possono anche ritenere opuscoli. Infatti, essi sono costituiti rispettivamente
da 44 (= 88 pagine), 42 (= 84 pag.), 20 (= 40 pag.) e 6 (=12) carte; tutti di
formato in 4 che era il pi comunemente usato in quel periodo. Uno, i versi
del Morelli, in dialetto calabrese; gli altri in volgare. Modesta inoltre
doveva essere la sua officina visto che adoper un solo carattere. Delle
quattro edizioni, due hanno come data 1478; le altre non recano data, ma
possono essere datate allo stesso anno o ai primi del 1479.
Lambiente che il tipografo trov in citt dei pi favorevoli per limpianto
di una stamperia. E propizio innanzitutto per le precondizioni materiali che
offre lattivit di stampa.
Lesistenza di cartiere viene data per certa sia da Oreste Dito che da Mario
Porretti. Salomonio giunge, dunque, in citt, impianta il suo laboratorio e
produce dei libri di cui solo sette finora sono giunti a noi.
In questa sede vogliamo sottolineare, insieme con Paolo Veneziani,
lintonazione pi o meni popolaresca della gran parte dei titoli prodotti da
Salomonio di cui ben due sono in dialetto calabrese, oltre i quattro in
italiano, mentre uno solo stampato in latino.
Il pubblico di Salomonio, gli acquirenti della produzione incunabolistica,
composto da esponenti della borghesia.
La stampa delle due opere di cui si conosce lispiratore, e cio I miracoli
della Vergine Maria e le Favole di Esopo,si devono ad un gentiluomo
milanese la prima e a Messere Polidamas della Fagliana di Salerno la
seconda, e non a patrizi cosentini.
La permanenza di Salomonio in citt sarebbe stata ben pi breve e senzaltro
ben pi improduttiva se avesse dovuto contare, per smerciare i suoi prodotti,
sul pubblico umanista.
Il pubblico del tipografo invece di estrazione prevalentemente borghese ed
un pubblico che si infatua per la novit rappresentata dal libro a stampa e
attira il prototipografo pugliese che probabilmente fa parte della schiera non
esigua a quei tempi di tipografi itineranti.
Salomonio giunge cos a Cosenza nella seconda met degli anni Settanta per
andare via nei primi anni del decennio successivo quando la migliore
organizzazione del commercio librario, la fine dellinfatuazione della
borghesia cittadina per la novit del libro a stampa sconsigliano Salomonio
dal dare seguito alla sua attivit tipografica.
E certo che dal 1479, per quanto fino ad ora risulta, non continu il suo
lavoro tipografico n a Cosenza n altrove, non trovandosi in altre opere il
suo nome o il suo carattere. Di lui si ha un accenno soltanto nel 1483,
figurando come testimone in un contratto notarile rogato, in quellanno, a
Napoli.
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