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Tre tricicli

(Saggio pubblicato nella monografia Sport e salute,


n 2/2008 di Salute e Societ, Franco Angeli, Milano, 2008).
Giulio Bizzaglia
Navigare sotto costa
In quanti modi possibile declinare il rapporto tra sport e salute?
Difficile rispondere se prima non si distingua bene tra sport e sport (ci sono pi cose tra lo sport
spettacolare dei Grandi Eventi e lo sportpertutti di quante se ne possano immaginare), se non si
convenga su cosa si intende per salute.
Non solo, anche quando avessimo fatto chiarezza intorno ai due corni dialettici, ci troveremmo di
fronte a uno spazio sterminato, a un mare aperto nel quale la navigazione si presenterebbe come
assai perigliosa, complicata da mille variabili: il meteo, lo scafo, linvelatura, la perizia dello
skipper e dei marinai. Per questo motivo scegliamo allora di navigare sottocosta al problema,
individuando progressivamente lungo la costa i punti di riferimento cos come segnalati dalla carta
nautica, utili a mantenere la cognizione del nostro prudente incedere. Prudente ma determinato,
cosciente della robustezza dello scafo e della consistente conoscenza accumulata in lunghi anni di
sperimentazioni, di confronti, di pacata ma serrata critica a quello che si a lungo proclamato come
il solo modo quello ortodosso di considerare luniverso sport. Un universo che si vuole
eliocentrico, pre-moderno, inevitabilmente datato nelle sue anacronistiche ossificazioni, incapace di
aprirsi alla comprensione degli spazi aperti dalla moltiplicazione e dalla diversificazione delle
pratiche sportive, comprensione che diventa possibile solo se si assume un diverso atteggiamento
culturale.
Si tratta di una prospettiva, una costruzione culturale che origina da un insieme di idee, di persone e
di associazioni che hanno dato luogo a una interpretazione plurale dello sport, svincolandolo dalle
prescrittive gole della prestazione assoluta, dalla dittatura della vittoria a ogni costo, dalla
soffocante prospettiva della presunta diversit dello sport. Una diversit coltivata perch
strumentale al mantenimento delle posizioni di potere acquisite, favorita da una critica culturalemediatica che si isterilita fino a diventare complice aedo dello spettacolo sportivo.
Approdiamo allora a una interpretazione, quella dello sportpertutti, che offre sponde e ragioni a
tutte le mille declinazioni assunte dallo sport moderno a partire dalla coscienza della sua profonda
diversit dallo sport vittoriano, dalla sua interpretazione decoubertiniana, ma anche da molte delle
forme assunte nel corso del secolo da poco trascorso.
In questa prospettiva scegliamo allora una visuale danalisi particolare per tematizzare la questione
originaria, il rapporto tra sport e salute. Navighiamo sottocosta quindi, cercando i riferimenti utili a
decodificare, in questo caso, la questione riguardante i giovani, la salute dei giovani, e lo sport.
Quale sport, quale salute
Una prima scelta, arbitraria come sono spesso le scelte, consiste nellindividuare la salute come
benessere, nel suo precipuo senso di ben-essere (lo spiega esaurientemente Nicola Porro in questo
stesso numero della rivista), di stare bene. Non salute come semplice assenza di malattia, quindi, ma
salute come assunzione di una costellazione di significati che, tutti insieme, configurano uno stato
positivo della persona: i) salute fisiologica, del corpo in senso proprio; ii) salute psicologicomentale; iii) salute relazionale-sociale. Lesplicito riferimento, la relazione alla teoria delle
intelligenze multiple di Gardner [1983] e quindi allintelligenza corporeo-cinestetica,
allintelligenza intrapersonale e a quella interpersonale non sfuggir a nessuno.

Per salute fisiologica, corporea, cinestetica, intendiamo il processo di cura dellinsieme corpo che
esita in una buona capacit di azione e di esperienza. Attraverso gli anni, le azioni e le esperienze
via via accumulate conferiscono al gesto umano quelle caratteristiche di abilit, di sicurezza, di
affidabilit che sono alla base di un rapporto sereno, perch basato su sapienza e competenza, con la
concretezza del mondo materiale. E questo diventa immediatamente il terreno della salute
psicologico-mentale, perch attraverso la coscienza delle proprie capacit e la conoscenza di se
stessi possibile acquisire, progressivamente certo, migliori e pi equilibrati livelli di autostima.
Salute fisiologica e salute psicologico-mentale interagiscono poi in modo indissolubile con la salute
relazionale-sociale in quanto influiscono, condizionandoli, sullintera sfera dei rapporti
interpersonali. Tale sfera bene sia esplorata, saggiata nelle sue molteplici dimensioni, nelle sue pi
recondite pieghe cercando di costituire un patrimonio esperienziale che torner utile da subito e per
sempre. Si costituisce cos un patrimonio di best practices al quale attingere nelle innumerevoli
situazioni si badi bene, non solo motorie che la realt quotidiana presenta e presenter.
Una seconda, ancora arbitraria scelta, consiste nel privilegiare una particolare accezione di sport,
che sia utile allo sviluppo del discorso. La salute intesa come insieme di questi tre stati diversi ma
strettamente collegati pu essere deve essere necessariamente delegata anche allo sport, cio
alla frequentazione, alla fruizione, allaccesso a tutte quelle forme di movimento che costituiscono
la galassia del corpo in azione, si chiamino educazione motoria, educazione fisica, educazione
sportiva e pratiche sportive tout court.
La relazione tra sport e salute assume allora una dimensione particolare, assai diversa dalla vulgata
corrente, troppo spesso appiattita su un generico lo sport fa bene o poco pi, affermazione che
nasconde una realt tanto complessa quanto troppo spesso volutamente inesplorata. Questa
relazione espande infatti il suo campo dazione fino a configurarsi come esperienza sociale totale
nel momento in cui trascende e supera la mera fisicit, chiamando in causa le relazioni, i rapporti,
laffettivit. La stessa impostazione data dalla Commissione Europea [Commissione delle Comunit
Europee, 2007] al rapporto tra sport e salute, pur nobilitato dal riconoscimento di questione di
Public Health appare, nelle dichiarazioni programmatiche, troppo strumentale:
Lo sport spesso associato al miglioramento della sanit pubblica dei cittadini europei.
Esso pu svolgere un ruolo nel trattamento dell'obesit e di altri disturbi dell'alimentazione; per
tale motivo l'unit sport partecipa alla rete per la nutrizione e l'attivit fisica (NPA network)
istituita dalla Direzione generale salute e tutela dei consumatori il primo giugno 2003. Tale rete
fornir materiale per la preparazione dei programmi di lavoro annuali nellambito del
programma di sanit pubblica 2003-2008.
La sanit assume rilevanza anche in riferimento allinvecchiamento della popolazione: lo sport e
lattivit fisica possono contribuire a migliorare le condizioni di salute dei singoli e a realizzare
gli obiettivi della futura politica sanitaria integrata della Commissione europea.
[http://ec.europa.eu/sport/information/addresses/c_sportforall_en.html]
La dimensione alla quale facciamo riferimento si coglie meglio attraverso la prospettiva
delleducazione, del soggetto, del bambino-ragazzo-uomo. Una dimensione che privilegia lidea di
sport, di movimento in funzione delluomo, non il suo contrario. Che interpreta le esigenze
conoscitive, di crescita, di sviluppo del soggetto come problemi che cercano e trovano risposte
anche nel fare sport, nellagire il corpo. Una dimensione che si costituisce come straordinario
strumento educativo perch capace di offrire contesti, situazioni, occasioni di identificazione della
soggettivit e di affinamento della socialit, strutturando continuamente, quando ben rodato, quel
fantastico sogno a occhi aperti che lemozione.
Per ultimo, ma primo fattore nella composizione di questa costruzione ideale, vi il gioco. Il gioco
che necessita della gratuit, della concordanza dei giocatori intorno ai suoi valori e alle sue norme;
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il gioco capace di dare emozioni, a prescindere dal risultato conseguito. Nelle sue vesti poliformi:
agon, alea, mimicry e ilinx [Caillois, 1958] e cio la competizione, la casualit, la maschera e la
vertigine, il gioco offre al corpo le migliori condizioni perch possa esprimersi, crescere, imparare,
migliorarsi: attenzione, perch diciamo corpo ma intendiamo persona.
Il gioco che emerge positivamente come fattore di conciliazione tra la sfera di significati della salute
e quella dello sport quello che Gianmario Missaglia [2002] ha chiamato il sesto senso, il senso
ludico. Condotto diversamente da come indicato, non pi un gioco, diventa soltanto un lavoro,
cio assai meno. Perch in tal caso lemozione cede il passo al calcolo, se va bene alla
soddisfazione. Ma cosa diversa. Il rapporto perde una componente essenziale della sua positivit e
si trasforma in altro, in attivit ordinaria per svolgere la quale non indispensabile il
coinvolgimento totale, spontaneo e coinvolgente che invece necessita allattivit giocosa. Volendo
appena insistere, nel caso del gioco non pi gratuito, potremmo parlare di rappresentazione, di
esercizio di potere, di esibizione spettacolare, di una mescolanza di ruoli e significati propri e
impropri: materia per altra trattazione.
Lo sviluppo del ben-essere articolato nelle varie accezioni di salute sopra dette si perdoni
larbitrario scorporo viene facilitato da un orientamento pedagogico e didattico che si gioca in
modo non contraddittorio ma, anzi, essenziale, tra scuola ed extrascuola, unendo in un progetto
unitario i vari momenti della crescita dei giovani. Una accurata, studiata, ben individuata esperienza
della corporeit, che poggi su una corretta socializzazione sportivo-motoria, pu garantire le
migliori condizioni perch si concretizzi lo stato di salute voluto. Ma quale la realt, quali le reali
condizioni, oggi?
Forti, veloci, resistenti. Capaci
Quando il contesto socio culturale assume come priorit lunitariet del progetto educativo relativo
al corpo ancora, il corpo-persona allora il combinato disposto si traduce in risultati positivi: le
bambine, le ragazze, i giovani guadagnano in salute diventando pi forti e veloci, pi resistenti,
soprattutto pi capaci. Lultimo aggettivo riteniamo sia il pi importante, intanto perch presuppone
comunque soglie almeno accettabili degli altri, poi perch lessere capaci comporta il possedere un
patrimonio praticamente inalterabile: per dire, se si impara ad andare in bicicletta, lo si sapr fare
sempre.
Si realizza questo quadro dinsieme, oggi, in Italia? Stando alle rilevazioni, alle comparazioni, alle
analisi, la risposta consiste in un secco no.
Partiamo da una considerazione che riguarda il problema del sovrappeso e dellobesit: nella
comparazione europea a fronte di una popolazione adulta che presenta valori di sovrappeso e
obesit inferiori alla media, gli appartenenti alle classi di et pi giovani, viceversa, primeggiano 1.
Ancora, nei test Eurofit [www.coe.int/T/E/cultural_co-operation/Sport/Sport_for_all/Eurofit] i
ragazzi italiani si collocano ai livelli pi bassi: meno forti, meno veloci e resistenti, meno capaci dei
loro omologhi di quasi tutto il continente. Sono evidenze rilevate e, non da pochi, denunciate dai
docenti attraverso un quarto di secolo. Nelle ore curricolari di educazione fisica la qualit e la
quantit delle proposte motorie nella scuola, quindi i contenuti dellinsegnamento del corpo tra gli
11 e i 18 anni sono drasticamente diminuite a partire dallinizio degli anni Ottanta, parallelamente
allaumento della sedentariet, ai numeri riguardanti il drop-out sportivo, ai casi di sovrappeso e di

Corre lobbligo di una specifica: nella lettura dei dati in oggetto dobbiamo comportarci in modo analogo a quanto
facciamo nellanalisi delle rilevazioni OCSE-PISA relative alla comparazione delle capacit matematiche, scientifiche e
letterarie degli studenti di 15 anni nei Paesi OCSE, che denunciano gravi insufficienze, in particolare nel settore
scientifico, dei giovani italiani. La realt interna al Paese Italia assai variegata sia nel caso dei livelli delle capacit
scientifico-matematiche che in quello del sovrappeso-obesit e capacit-abilit motorio-sportive. I dati migliorano non
singolarmente quando si sale dal sud al nord, in entrambi i casi. Al centro e al nord del Paese si sostanzialmente in
linea con i dati dei Paesi pi avanzati; in alcuni casi, si hanno persino delle eccellenze.

obesit giovanile. Quindi debolezza, scarsa velocit e resistenza, mancanza di capacit: tutto questo
si configura come una situazione di scarsa salute somato-psichica.
Dagli 11 ai 18 anni, abbiamo detto. E prima? Quale apparato socioculturale sovrintende alla cura
del rapporto intercorrente tra infanzia-giovent e sport? Come, con quali mezzi, quali obiettivi,
quali curricula si insegna il movimento, in Italia? Come avviene la socializzazione sportiva a partire
dalla pi tenera et? Di quali strutture ci si avvale per favorire quellarmoniosa crescita che tutti,
educatori, decisori, genitori pongono da decenni al centro di ogni dissertazione di carattere
educativo? Interrogativi muti, ai quali solo raramente si risponde. Pi semplice, spesso, fermarsi in
superficie e ripetere trite giaculatorie: i giovani di oggi sono pigri, viziati, non hanno pi voglia di
soffrire, di sacrificarsi La lezione di John Locke [cfr. Postman 2003, p. 169] sembra dimenticata,
in specie dove afferma che un bambino ignorante, svergognato e indisciplinato rappresenta il
fallimento degli adulti, non del bambino.
Si registrano carenze pesanti e imbarazzanti confronti, si levano alti lai sul declino del tasso di
sportivit dei giovani, si gira a vuoto cercando soluzioni al problema della violenza collegata al tifo
calcistico, sirena che continua ad attrarre giovani offrendo identit a buon mercato. Ma come
potrebbe essere altrimenti?
Proviamo a elencare intanto alcune carenze scolastiche:
oltre la met delle scuole italiane non dispone di palestra;
dove ci sono, gli impianti scolastici sono spesso malridotti, obsoleti, inadeguati a qualsiasi
pratica;
non essendo materia obbligatoria, leducazione motoria nelle scuole elementari delegata
alla buona volont delle/dei docenti, nonch alle competenze facoltativamente acquisite;
durante la sua vita scolastica, un ragazzo francese far da 1.700 a 2.600 ore di sport e
collegati, uno svizzero o inglese, tedesco o greco circa 1.500, uno svedese 1.300, un
finlandese 1.200, un olandese, un danese, un norvegese 1.000, un turco 700. I ragazzi
italiani avranno in tutto, se va bene, 480 ore di educazione fisica [Coccia 2004].
Un problema culturale, quello dello sport in Italia, che possiamo meglio intendere considerando
altri significativi indizi. Ad esempio, Gianni Mura denuncia da tempo che lunica cultura sportiva
del Belpaese la cultura tifosa. Punto, fine del discorso. Per contenere lo scandalo delle radio e
delle televisioni che trasmettono spazzatura in salsa calcistica c bisogno di un provvedimento
congiunto2 dei ministri Melandri e Gentiloni (Ministeri della Giovent e sport e delle
Comunicazioni) che ricordi lesistenza di un Testo Unico della radiotelevisione che vieta messaggi
di incitamento allodio o che inducano ad atteggiamenti di intolleranza, nella consapevolezza che i
mezzi di comunicazione di massa possono contribuire a prevenire e arginare la violenza legata agli
eventi sportivi, in particolare quello calcistico [Valentini 2007]. Giovanni Valentini segnala il
singolare, grottesco e realistico pericolo di infrazione al Codice costituito da trasmissioni Mediaset
e Sky alle quali partecipano giornalisti tifosi: un ossimoro perfetto, che spiega pienamente
lamara asserzione di Mura.
Chi educa allo sport, come, con quale preparazione, quali finalit? Gambe avaricate, muscoli
bracciali e muscoli gambali, colpo di reni... quante amenit dato sentire nei vari ambienti
collaterali allo sport, ma anche in troppe situazioni sedicenti educative. Situazioni degne di nota e
analisi, segnali inequivocabile della (cattiva) vulgata che reputa come facile l'insegnare il
movimento e delega quindi la diffusione della cultura del corpo a tante istanze, tante agenzie, le pi
diverse, non tutte qualificate. Si realizza cos un paradosso tanto pesante quanto misconosciuto: la
socializzazione sportiva dei nostri bambini, delle nostre bambine, avviene dappertutto, meno che a
scuola. Linsegnamento dei saperi pi delicati, lesercizio della prossimit fisica allaltro quindi
lesercizio al rispetto, viene delegato ad agenzie educative spesso improbabili.
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Ci si riferisce al codice di autoregolamentazione delle trasmissioni sportive, denominato Codice media e sport, in
vigore dallagosto 2007, allavvio del campionato di calcio.

Per aiutarci nel dipanare un filo di ragionamento, partiamo dalla questione della facilit e della
semplicit in relazione allinsegnare il movimento: termini solo all'apparenza simili, denotano due
situazioni del tutto diverse. Perch facile un problema, una situazione, un compito elementare che
posso affrontare senza particolare applicazione, competenza, capacit. Senza storia, senza alcuna
elaborazione.
La semplicit invece, pu essere definita come una complessit risolta perch ridotta. Per risolvere
una situazione complessa devo applicare attenzione e capacit, rifarmi alle esperienze, analizzare le
condizioni date, elaborare una strategia risolutiva per poi, infine, agire. Tutto ci comporta
necessariamente - e in buona misura - studio, metodo, conoscenza, fatica. Perch questo ridurre a
parti pi semplici la complessit iniziale un processo totalmente culturale, che chiama in causa
tutto quanto partecipa dellessenza di una persona, si trovi essa da una parte o dallaltra del
rapporto educativo.
Qui sta il sale di tutti i processi educativi, da qualsiasi prospettiva si voglia considerarli. Per i
giovani che apprendono affrontare il compito, imparare, risolvere, crescere, un'avventura talmente
straordinaria che d spesso luogo a una autentica, piena soddisfazione. Alla gioia. Insegnare poi,
che magnifica impresa: lasciare il segno, marcare con gli strumenti di cui disponiamo perch ce
ne siamo dotati l'esperienza di vita di altri a noi affidati, preparandoli a affrontare il futuro.
Ecco, siamo arrivati al nocciolo del discorso, alla necessit di insegnare bene alle ragazze, ai
ragazzi, tutto quello che riguarda l'espressione corporea. Insegnare bene, perch altrimenti sono
guai, e guai evidenti, perch il corpo non mente, non consente sotterfugi, mostra sempre quello che
, come , come siamo. Quanto e come abbiamo appreso e, infine, la qualit dell'insegnamento
ricevuto.
Eppure un insieme di ragioni si raggrumato nel corso del tempo fino a determinare un blocco
ostile a un insegnamento alto delle pratiche motorie, un insegnamento marcato dalla qualit in
quanto fondato su di una solida cultura tecnica ma anche pedagogica e sociologica e umana. Una
cultura che sovente non manca ai docenti, mentre difetta invece vistosamente in molte situazioni
extrascolastiche. Quanti corsi aventi per soggetto bambine e bambini sono tenuti da pseudo-tecnici
meno che mai educatori formati (?) in quaranta ore?
Triciclo di latta. Tretregigi
I bambini di alcuni decenni addietro, dopo aver imparato a camminare, imparavano a pedalare. Lo
strumento adottato era un semplice, scheletrico triciclo di latta: due pedali sulla ruota anteriore
erano la sfida motoria dei bambini e delle bambine intorno ai due anni di et. Propulsione
muscolare, saperi motori rapidamente sviluppati, traiettorie di giorno in giorno pi equilibrate,
esplorazione della casa, del giardino e del cortile. Il triciclo in anni pi recenti anche di plastica
era la preparazione alla bicicletta, ma strutturava anche la capacit di ripresa dopo una caduta: le
ginocchia sbucciate erano connaturate allinfanzia, allazione, al gioco condotto liberamente ma
sempre con grande seriet.
Sudare, sporcarsi, vociare erano modalit consentite, non ancora ristrette da regolamenti
condominiali, da ansie materne, da ignoranze magistrali. Chi ricorda le corse a perdifiato, i giochi
nel cortile, l'arrampicarsi sugli alberi, il tretregigi, i libri come pali della porta, ricorda un mondo
spettinato e dalle guance rosse ormai scomparso o quasi, un mondo nel quale il corpo aveva una sua
espressione, una sua dignit. Quel mondo talmente lontano che gi da (troppo) tempo si sentono
mamme raccomandare ai propri figli non correre, ch poi sudi! , come se sudare fosse disdicevole
e non parte del naturalissimo meccanismo di termoregolazione corporea che tutti conosciamo.
Il triciclo di latta, la bicicletta, la palla; il cortile, la strada, il parco; larrampicarsi, il correre, il
lanciare, il saltare: un insieme elementare di condizioni, di mezzi, di luoghi, di prove giocose era ()
sufficiente a sperimentare le molteplici forme del movimento, le infinite possibilit del corpo.
Attraverso la modalit del gioco libero e gratuito scaturiva (scaturisce) naturalmente lemozione,
quindi lo stato danimo pi favorevole al radicamento delle esperienze relazionali.
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Oggi le cose sono per cambiate. I cortili sono divenuti parcheggi, le strade troppo trafficate,
insicure, prati e alberi entit distanti. Attivit le pi naturali quali correre o semplicemente
camminare sono diventate, per i pi giovani in particolare, semplicemente desuete, non considerate.
Pi facile lasciarli davanti alla televisione, cercando di raggiungere il record dei bambini americani
che nel 1995, come ricorda Neil Postman [2003, ed. or. 1999], collezionavano gi 5.000 ore di tivv
prima di arrivare alle elementari. Nello stesso saggio Postman riporta peraltro altri dati significativi:
alla fine delle superiori, il giovane americano di 17 anni ha messo assieme 19.000 ore di televisione,
a 20 anni stato esposto a 600.000 pubblicit televisive. Nel raffronto tra tempo trascorso a scuola e
tempo passato davanti alla televisione, la seconda vince per 4 a 3.
Triciclo a batteria. La macchinetta e la minimoto
Nellopera demolitoria del movimento, della motricit di bambini e bambine la televisione in
ottima compagnia. Esterno giorno: un giardino, un cortile, uno spazio condominiale di una citt/una
cittadina/un paese qualsiasi del Paese Italia. Un bambino (o una bambina?) tra uno e due anni det,
ciuccio in bocca, viene fatto/a sedere su/dentro un giocattolone obeso, di plastica. Le pretenziose
forme richiamano la carrozzeria delle moto o, pi ancora, delle automobili degli adulti; si
percepisce la presenza di ingombranti batterie, necessarie al movimento. Spingendo un pulsantino,
la bambina/il bambino d energia elettrica e il giocattolone, emettendo un sibilo miagolante
finalmente si muove. Soddisfazione del genitore, guardalo/a come guida!, perplessit negli occhi
della/del giovane pilota. Durano poco, in genere si abbandonano dopo sporadiche, faticose
esperienze: sono pesanti e ingombranti, le batterie necessitano di frequenti ricariche. Rimane
lesperienza da automobilista in erba, il germe del futuro consumatore inscatolato in fila gettato.
Esperienza motoria, almeno dal punto di vista termodinamico, uguale a zero.
In et appena pi avanzata, loffensiva ipocinetica continua con altri mezzi. Approfittando della
miopia del legislatore, che li considera alla stregua dei ciclomotori, negli ultimi anni si vanno
diffondendo in molte citt italiane le microcar o macchinette, veicoli a quattro ruote costosi,
inquinanti, per niente sicuri. Per si possono guidare a 14 anni con il solo patentino, le si pu
parcheggiare ovunque senza pagare, rassicurano genitori apprensivi rispetto al pi instabile
ciclomotore. A Roma si pu verificare la cintura di macchinette che ormai circonda un crescente
numero di licei. Italian way of life.
Diverso, almeno in parte, il percorso delle minimoto. Moto in miniatura, senza targa, inquinanti e
fracassone, si sono vendute liberamente (?) fino a met 2007 per poche centinaia di euro. Giocattoli
per adulti, se ne sono viste un po ovunque guidate da bambini, innocenti oggetti delle proiezioni
paterne. Dopo lincendio di alcune di esse se ne finalmente riconosciuta la pericolosit,
dovuta alla totale mancanza di standard di sicurezza nella costruzione, ma anche nelluso. La loro
importazione ora, finalmente, regolamentata e ristretta, probabilmente scompariranno presto dal
panorama dei gadget insensati.
Fatti di costume, cambiamenti che rimandano a un altro punto cruciale: la natura stravolta dalla
cultura, la naturale disposizione motoria del corpo a camminare, correre, esprimersi fisicamente
soffocata dalla disponibilit di tecnologie (non) necessarie. Ci riferiamo al cambiamento
antropologico che siamo stati capaci di operare nel corso degli ultimi decenni, protesizzando il
movimento, sterilizzando appena possibile ogni impegno fisico: automobile, motorino,
ascensore anche in discesa, anche per un piano solo, scale mobili al posto di un normale uso delle
gambe, grazie alle quali ci definiamo bipedi forse ormai impropriamente. Nella nostra giornata-tipo
siamo capaci di usare tutti questi mezzi, per arrivare a sera, lasciare l'auto in divieto, prendere
l'ascensore per scendere nel seminterrato occupato dalla nostra palestra preferita, e fare, finalmente,
mezzora di stepper!
Stiamo divorziando dal nostro corpo proprio nel momento in cui, grazie alla nostra appartenenza al
mondo ricco, cio alla disponibilit di mezzi, crediamo di dedicargli pi attenzioni che mai. Allora
lampade abbronzanti e cremine miracolose e abiti con inserti magici. Ma anche rassicuranti
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mastellini di pop-corn al burro da infarto fulminante, bevande sempre e solo gassate e zuccherate,
snack non stop, glutammato dappertutto.
Per impazziamo per lo sport; peccato che troppo spesso sia quello degli altri, dei pochi
professionisti dello spettacolo sportivo. Un comportamento contraddittorio, il nostro, dai tratti
dissociati, perch, oltre a tutto questo, siamo pur sempre il paese dove un buon 60% [Istat 2007]
delle persone si dedica in prevalenza a pratiche di sportpertutti: corre per strada e nei parchi, nuota,
scia, gioca a calcetto e a tennis, frequenta corsi di danza, ginnastiche pi o meno dolci, discipline
orientali e talvolta perfino estreme.
Un continente, per sommerso, tanto frequentato quanto poco riconosciuto e rappresentato, quindi
dallimportanza sottovalutata soprattutto quando si tratta di determinare scelte di carattere politico.
Un continente abitato da troppo pochi giovani.
Triciclo a batteria, macchinetta e minimoto, lo stesso numero imponente di ragazzi e adulti in
motorino testimoniano di una risposta, spesso paradossale, alle difficolt di movimento. Difficolt
anche oggettive, strutturate da citt cresciute senza organici disegni urbanistici, dove il trasporto
pubblico arranca nella sua insufficienza, si sommano a difficolt culturali, la prima delle quali
relativa al camminare. In nome della velocit, dello spostamento rapido da un luogo all'altro, nel
minor tempo possibile, viviamo perennemente immersi in una gara all'abbreviazione dei tempi di
sapore spiccatamente industrialista che si trasforma rapidamente in una gara contro il tempo, fino
allo stravolgimento del patto filogenetico che, attraverso i millenni, abbiamo stretto con la natura e
con i suoi tempi, che fini a ieri sono stati i nostri tempi. Spinti da un desiderio insano e innaturale di
guadagnare tempo, con qualunque mezzo, abbiamo alla fine sbattuto il naso contro il paradosso del
traffico, cio quel rallentamento negli spostamenti dei mezzi fino alla paralisi causato
dall'ingolfamento delle vie di comunicazione. Il perseguimento dissennato dell'obiettivo della
velocit ci ha portato verso il suo esatto opposto ovvero verso la velocit zero, l'immobilit.
Camminare, che fatica
Il problema ormai assai datato, eppure la necessit di un diverso approccio non si ancora tradotta
in pensiero comune. Per raggiungere l'obiettivo della rapidit, della possibilit di andare presto
ovunque malgrado il traffico e l'affollamento anche se, a onor del vero, si tratta di persone a
bordo di mezzi si continuano a investire risorse immani, si sconvolgono tessuti urbani,
focalizzando lattenzione pi sui bisogni dellautomobile, del mezzo di trasporto che delle persone
trasportate. La questione di tale rilevanza che le diverse politiche pubbliche di governo del traffico
sono diventate dirimenti per le scelte elettorali dei cittadini. La possibilit di muoversi in
automobile tematizzata correntemente come necessit, tanto che abbiamo inventato con evidente
pasticcio semantico persino la passeggiata in automobile. Gli esperti del problema denunciano
che oltre la met degli spostamenti cittadini in automobile vengono effettuati per coprire tratti
inferiori ai due chilometri.
Per noi abitanti della vecchia Europa in particolare, l'equazione del traffico sembra comunque
irrisolvibile. Viviamo in citt dal disegno urbanistico dimpianto plurisecolare, che hanno una storia,
una configurazione strutturale, un contesto culturale, cresciuti e sviluppati secondo una visione e
una gestione della vita quotidiana scandita dai tempi naturali e biologici, dal camminare, dall'uso
della strada come spazio sociale condiviso. Queste citt sono incompatibili con una motorizzazione
che non sia programmaticamente ridotta, limitata e ampiamente regolata. Pi in generale appare
assurda la pretesa di gestire una sempre pi sfuggente mobilit inseguendo false soluzioni che
pervicacemente non abbandonano la prospettiva del trasporto privato.
Un tentativo di risposta altamente efficace consiste nel collegare tutto il territorio articolando i
servizi della mobilit secondo uno schema a rete, ponendo nei nodi senza soluzioni di continuit
parcheggi, stazioni ferroviarie, fermate metro e capolinea autobus.
Questi tentativi trovano tuttavia parecchie difficolt a essere applicati in contesti urbani come quelli
in cui viviamo a causa della carenza di spazi necessari a impiantare tali insiemi. Unipotesi di lavoro
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alternativa pu essere quella di inserire soluzioni di continuit tra un mezzo e l'altro, riscoprendo e
ripensando quella che fino a ieri stata la base degli scambi della vita cittadina: la strada delle
persone e per le persone, quindi il camminare.
Pensiamo a parti della citt parzialmente o totalmente dedicate al camminare, a tratti di strada, a
insiemi di strade e piazze che fungano da collegamento, da interscambio tra mezzi di trasporto. A
piedi, quindi, tra un mezzo e laltro, tra un parcheggio auto e una stazione ferro-metro o un
capolinea autobus. Mettere in comunicazione le persone restituendo loro priorit rispetto ai mezzi e
nello stesso tempo sperimentare una nuova modalit per decongestionare le citt.
Il capovolgimento culturale della proposta consiste esattamente in questo: riconsiderare le strade e
le piazze come luoghi della socialit e della citt cio dei cittadini e come strumenti di
collegamento razionale da un luogo all'altro. Non pi veloce e salutare, disinquinante,
socializzante, ecc. percorrere a piedi cinquecento metri, pi o meno in cinque minuti, piuttosto che
friggere nelle fumiganti lamiere in coda? Se linquinamento da traffico un serio problema di
Public Health, e certamente lo , allora camminare, potendolo fare agevolmente, costituisce una
buona risposta.
La misura della riuscita
La Federazione Italiana di Atletica Leggera, Fidal, contava allinizio degli anni Ottanta quasi
mezzo milione di tesserati, in gran parte giovani e giovanissimi. Oggi organizza le attivit di
140.000 tesserati, met dei quali appartenenti alle categorie masters e amatori. I cambiamenti
demografici nella quote di composizione della popolazione e i mutamenti del costume sportivo non
bastano a spiegare le evidenti problematicit che i dati presentano. Lappeal dellatletica ma non
il solo sport disciplinare a soffrire sceso, sminuito fortemente agli occhi dei pi giovani in
evidente relazione con molti degli aspetti riferiti al vissuto quotidiano. Perch, se persino
camminare desueto, come ci si pu aspettare che corrano? Ma non si tratta solo di questo,
probabilmente ci si deve interrogare intorno alle modalit della pratica, atletica nel caso in specie,
poi intorno alle finalit.
Quella sulle finalit una riflessione capace di risvolti euristici assai interessanti, da estendere
allintero ragionamento su sport e salute dei ragazzi. Se lo sport, quello per i giovani in modo
cogente, e deve rimanere un processo pedagogico ed educativo, allora tutto il sistema scolastico
ed extrascolastico che ruota intorno al corpo deve porsi primariamente il compito di favorire quei
processi che migliorano espressione, relazioni e socialit, gestualit, capacit, autostima nei
ragazzi. Se occorre, cambiando tecniche e strumenti, limitando l'ansia da prestazione che troppo
spesso si erge come un muro davanti alla competizione: la natura dell'infanzia, dei bambini che ci
mette di fronte alla inadeguatezza delle nostre proposte educative. La scuola in particolare si deve
porre in concorrenza sul piano della qualit dellofferta formativa, non su quello della misurazione
di un prodotto. Partecipazione allargata e diritto al movimento, allo sport, mal si conciliano con
la prospettiva, pur addomesticata, del campionato, tanto cara a troppi insegnanti e a troppi
responsabili allocati ai vari livelli decisionali, fino ai pi alti.
Si dovr fare chiarezza, una buona volta e per sempre, sulla differenza che corre tra i concetti di
rappresentanza, di rappresentativa e di effettiva fruizione del diritto alla pratica sportiva.
Certamente serve rappresentare le ragioni del corpo, delleducazione motoria e sportiva. Per la
squadra rappresentativa delleccellenza di un istituto buona cosa se e solo se si pone come
momento finale di una attivit che interessi il numero pi ampio di studenti, in modo continuativo,
lungo tutto il corso dellanno, per tutti gli anni della vita scolastica. Esattamente come per ogni
altro insegnamento. In questa prospettiva il lavoro dellinsegnante diventa ancor pi difficile e
faticoso perch coinvolge programmaticamente tutti, a tutti e a ciascuno offrendo la possibilit di
mettersi in gioco.
La tecnica, il regolamento sono strumenti che dobbiamo rendere malleabili al bisogno, non moloch
intoccabili. Dick Fosbury, vincitore del salto in alto alle Olimpiadi di Mexico 1968 saltando con la
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tecnica a gambero da egli stesso ideata, ci dimostra come linnovazione tecnica giocata
sullumano possa essere foriera di positive novit3. Servono innovazioni coraggiose, occorre
superare la prospettiva ottocentesca, industrialista che ispira ancora troppo sport. Le attivit devono
essere riviste, rese attraenti in funzione degli effetti attesi.
Consideriamo i dati relativi a sovrappeso e obesit, le distorsioni culturali, le carenze scolastiche,
lalta incidenza del drop-out, la ricerca dellidentit affidata ad appartenenze tifose che strutturano
contro piuttosto che con. Consideriamo ancora che le nostre citt sono, troppo spesso, ostili al
movimento umano naturale. del tutto evidente quanto sia necessario estendere la relazione
originaria, cio sport e salute, fino a includere i modi di vita, quindi la cultura materiale,
lurbanistica. Ma anche continuare a domandarsi, incessantemente, quali forme sportive debba
prendere il movimento per rispondere al bisogno di salute, nella sua accezione pi ampia di salute
psico-fisica e sociale, dei giovani. Come abbiamo visto, nelle nostre citt troppo spesso il
movimento negato. Nelle scuole confinato alle scarse ore di educazione fisica. Nelle altre ore
della giornata, quando c, per bambine e ragazzi spesso a orario: lora di nuoto, di calcetto, di
tennis. Sovente neanche questo, il niente assoluto: la strada verso lipocinesia in discesa.
Per ci sono delle salutari reazioni che vengono, non paradossalmente, dagli stessi giovani. Cosa
fanno i praticanti del parkour, se non percorrere la citt interpretando le barriere frapposte come
opportunit? Di passaggio, si consideri che David Belle, lideatore del parkour, il suo padre
fondatore, verso la fine degli anni '80 inizi a praticare in un ambiente urbano a Lisse, un
sobborgo di Parigi le tecniche apprese giocando da bambino nei boschi della campagna francese.
Cosa ci suggerisce il parkour? lo spirito della bmx, dello skating, dei ragazzi con le tavole e i
pattini che usano, comunque esso sia, il contesto urbano. Una sacrosanta riappropriazione di spazi
altrimenti negati. Una oggettiva protesta contro la mancanza di senso che noi adulti abbiamo
consolidato trasformando le periferie a mezza strada tra citt e campagna in non luoghi, per dirla
con Marc Aug [1992]. I ragazzi del parkour si definiscono significativamente traceurs, cio
creatori di percorsi (e di senso, aggiungiamo noi). Un ritorno postmoderno ai giochi di strada?
Il rapporto positivo, salutare, con lo sport si verifica nel momento in cui si agisce il corpo. Il
problema costituito dal rapporto problematico tra i pi giovani e lo sport nelle sue forme
tradizionali che continuiamo a proporre loro. Possiamo allora provare a mettere a fuoco i disagi,
definire i bisogni, intercettare le tendenze, le novit. La prospettiva, come detto, quella di
accrescere lintelligenza corporea, quindi lo stato di ben-essere. Allora, mantenendo lattenzione
centrata su questo obiettivo, con il gioco come strategia principale, possiamo valutare i risultati, i
prodotti, il successo o meno di quanto avremo proposto secondo una duplice chiave: quella
dellaccezione sportiva e quella dellaccezione ambientale.
Se privilegiamo laccezione sportiva, quella pi conosciuta, usuale, codificata, che ci fa dire, per
esempio, un bravo schiacciatore oppure pu far bene nel mezzofondo avremo, come misura
della riuscita, il miglioramento della prestazione che deriva da un ampliamento delle abilit, delle
conoscenze e delle competenze sportive. Se privilegiamo laccezione ambientale intendendo in
senso lato lambiente come spazio nel quale viviamo, in cui la pratica motorio-sportiva pu anche
prescindere dai luoghi dedicati allo sport, dagli spazi codificati, unaccezione in cui, si badi bene, il
corpo sempre in azione la misura della riuscita data dallampliamento del patrimonio
esperienziale-motorio-espressivo del soggetto, dalla sua aumentata capacit di fruizione del corpo
che diventa pi abile e sapiente, che si relaziona meglio. Ai fini salutari le due accezioni non
confliggono, anzi si integrano perfettamente, perch la medesima intelligenza si esprime tanto in
palestra, facendo ginnastica artistica, quanto nel parco o correndo per strada sullo skateboard.
Rimane aperto, per laccezione ambientale, un problema di cittadinanza, di riconoscimento
culturale, didattico. Quanto importante e salutare che tutti i bambini e le bambine sappiano
nuotare, imparino ad andare in bicicletta? Quanto importante e salutare che tutti i ragazzi e le
ragazze di 15 o 16 anni affrontino dieci minuti di corsa lenta senza collassare? Di questo si tratta,
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Lo stile poi chiamato Fosbury-flop consente di superare lasticella posta ad altezze superiori a quelle raggiunte dal
baricentro corporeo, grazie allarco disegnato con la schiena intorno alla stessa asticella: unautentica rivoluzione.

non di altro. A partire da questo possiamo accrescere anche le abilit, le capacit e le conoscenze
nellaccezione sportiva, non il contrario. Prima ancora, per, dobbiamo riconoscere pienamente il
diritto di ognuno, di ogni bambina e ogni bambino, nessuno escluso, allesercizio del corpo,
superando una volta per tutte il concetto di idoneit. Un concetto che si affaccia, troppo spesso,
anche nei contesti educativi dai quali, invece, dovrebbe essere scacciato al pi presto.
Triciclo a vela. Conclusioni
Laccezione ambientale, ascrivibile pienamente allo spirito dello sportpertutti, comporta una serie di
ridefinizioni niente affatto scontate, a partire dal necessario ripensamento degli impianti sportivi.
Niente di trascendentale, se consideriamo che, in una recente indagine, gli sportivissimi finlandesi
hanno indicato il marciapiede come il primo degli sport facilities. Pi difficile ma comunque
indispensabile, riconoscere che gli 80 cm saltati da Luigi hanno la stessa dignit del salto di Mario
da unmetroenovanta. Come pure si dovr riconoscere identico valore tanto a un volteggio al cavallo
quanto allarrampicata sulla rete di una struttura di gioco in un parco pubblico. Laccezione
ambientale oltre la frammentazione dello spazio e del tempo di stampo industrialista, un orario per
lo studio o il lavoro, un orario per lo svago, un orario per il riposo. Uno per i diritti. Un luogo per
abitare, uno per lavorare, uno per imparare, uno per fare sport. Una vita a pezzi, una persona
frammentata. Dovremmo invece vivere e insegnare a vivere le esperienze umane sempre, non a
orario, a partire dalle esperienze del corpo.
Il ben-essere, la salute dei giovani si costruisce pian piano, giorno dopo giorno, assumendo un
orizzonte ampio, non ristretto a questa o quella disciplina sportiva, a questo o quel corso, per
quanto buono possa essere. Sulle vaste spiagge della Normandia tantissime ragazzine e ragazzini
corrono seduti su semplici tricicli spinti da piccole vele, mezzi assai semplici, ecologici, non
costosi, esperienza di alto spessore motorio assicurata. A Stoccolma si pu camminare agevolmente
per la citt, perch si sono posti il problema, lo hanno studiato in modo adeguato alle persone e
risolto. A Lione, Amburgo, Berlino, Copenhagen per non citare la solita Olanda sono a
disposizione della cittadinanza biciclette a costo zero o quasi. A Parigi, dal giugno 2007 partito il
progetto Velib (bici e libert), 21.000 biciclette a disposizione di tutti, a costo irrisorio, in 1.451
distributori automatici disseminati in tutto il territorio della Ville Lumire. A Rotterdam attivo dal
2000 il Westblaak skatepark, una struttura per gli amanti dello skating, talmente grande, bella e
frequentata da costituire, a detta di molti, una icona dellidentit culturale della citt. A Lione, a
Chartres e in cento altre citt fioriscono i nuovi parchi cittadini che coniugano memoria e senso
civico, corporeit e socialit: nelle fontane, dentro le fontane di questi parchi si pu anche
camminare
19 settembre 2007

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