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La citt nel XX secolo: il successo infelice

di Emanuele Sgroi
Estratto dal volume Enciclopedia Italiana. Eredit del Novecento, Enciclopedia Italiana Treccani
2001, pp. 1050-1068

SOMMARIO: 1. Il secolo delle citt: dinamiche urbane nel XX secolo. 1a. Alla ricerca della citt
nel XX secolo. 1b. Le trasformazioni della forma e del significato della citt. 1c. Tra citt e urbano:
gi metropoli. 2. Legemonia urbana. 2a. Un mondo urbanizzato. 2b. La citt che cambia. 2c. I
fattori del successo urbano. 3. La coscienza infelice. 3a. La mitologia dellantiurbanesimo. 3b.
Crisi e critica della citt. 3c. Le grandi paure urbane. 3d. Lincubo e la sfida. Bibliografia.
1. Il secolo delle citt: dinamiche urbane nel XX secolo.
1a. Alla ricerca della citt nel XX secolo.
Si pu utilizzare la definizione di secolo breve a proposito del XX secolo, a condizione di
sottolineare come esso appaia troppo breve per la folla di eventi e di processi di mutamento che
stato costretto a ospitare: eventi e processi che sono stati capaci di mutare pi volte - in un
movimento che ci appare pendolare - lambiente del pianeta, la geografia politica, lordinamento
economico, il patrimonio di idee e di tecniche, le forme di regolazione politico-istituzionale,
finanche la consistenza demografica e le modalit della mobilit di merci, informazioni e uomini sul
pianeta.
Anche i fenomeni urbani hanno fatto la loro parte nel movimentare la realt di questo secolo. La
citt industriale aveva gi raggiunto la fase della maturit in gran parte dellOccidente europeo e
negli Stati Uniti allalba del Novecento, mentre ancora sopravviveva - e la sua vita sarebbe
continuata per pi di met del secolo - nel Mezzogiorno dItalia, cos come in altri mezzogiorni
europei, la citt contadina; vecchie e gloriose realt metropolitane ereditavano, pur nella
dissoluzione o nel declino degli imperi di cui erano la proiezione, un ruolo egemone e altre realt
metropolitane emergenti lo acquisivano, presentandosi le une e le altre con il nuovo volto di global
city. La haussmannizzazione della citt riesce a far sentire la sua influenza ancora nel nostro
secolo, mentre al contempo cresce la reazione del Movimento moderno e dellurbanistica razionalista e si sperimenta concretamente lambizione di disegnare, attraverso un nuovo edificio, un
quartiere, una citt larmonico assetto di una nuova societ; decolonizzazione, esplosione
demografica e inurbamento di massa fanno lievitare il fenomeno delle metropoli nel Terzo Mondo;
infine, la citt postmoderna afferma il suo volto complesso e ambiguo, attraversando
impetuosamente - e con esiti ancora oggi imprevedibili - i confini del vecchio, compatto
ordinamento fordista con i suoi imperativi di concentrazione spaziale, di zonizzazione funzionale, di
controllo tendenziale degli stili e dei tempi di lavoro, di consumo, di impiego del tempo libero di
estese masse di abitanti, lavoratori, utenti urbani.
per questo forse che siamo usciti dal Novecento con minori certezze su che cosa sia la citt di
quante non ne avessimo allinizio del secolo.
Sembrerebbe una contraddizione, ma quanto pi evidente e imponente il fenomeno urbano nel
mondo contemporaneo, tanto pi sembra difficile individuare quei caratteri necessari a definire la
citt, a distinguerla da tutto ci che non citt. Un disagio conoscitivo assai diffuso, anche
nellambito degli studiosi dei fenomeni urbani, ha condotto non solo allabbandono di quelle
concezioni forti dellurbano che avevano caratterizzato lanalisi sociologica della citt, ma

addirittura a preconizzare la dissoluzione del concetto stesso di citt (v. Tosi, 1987). Disagio
conoscitivo o disagio ideologico? La letteratura e il senso comune identificano per lungo tempo la
citt con la civilt e questa, in ispecie dalla modernit in poi, diviene sinonimo di progresso
scientifico (v. Mazzette, 1997, p. 123). I numerosi critici della modernit che questa fine di secolo
sta mobilitando tanto pi sono efficaci nel prevedere o nel descrivere la morte della citt quanto
pi questa pu essere elevata a simbolo di un continuo progredire di scienza e ragione, oggetti di
fedi intiepidite per una certa parte del sentire comune. E tanto pi una concezione forte dellurbano
pu essere ritenuta improbabile, forse anche inutile sul piano esplicativo, quanto pi la sua
definizione diventa una cassetta di attrezzi concettuali e analitici genericamente disponibili, ma
poco affidabili.
Il fatto che le classificazioni della citt si moltiplicano proporzionalmente alla crescita del
fenomeno urbano e della sua centralit nella societ contemporanea. La citt non pu pi essere
rappresentata come entit sociale a s stante e non pi il solo luogo dellurbanesimo, cos come
la citt occidentale non il punto conclusivo della storia dellurbanizzazione: Oggi lintero
pianeta sembra avviarsi - a poco pi di cinque millenni dalla rivoluzione urbana - a costituire
ununica area urbanizzata nella quale la citt celebra il proprio trionfo, ma vede anche
approssimarsi la fine dei suoi caratteri distintivi (v. Ceri e Rossi, 1987, p. 575). Non soltanto
bisogna tener conto dellesistenza di diverse citt pur allinterno di quel fenomeno citt che
finora appariva universalmente condiviso, ma coesistono pi citt dentro ogni citt, in particolare
entro ogni citt metropolitana. Infatti allinterno della medesima esperienza di citt, si sono
creati mondi urbani indipendenti gli uni dagli altri [...] riconoscibili in virt della formazione di
specifiche interazioni tra il corpo individuale, il corpo sociale e il corpo della citt (v. Mazzette,
1998c, p. 123).
Come sottolinea David Harvey (v., 1989), siamo noi abitanti e utenti a costruire, con le nostre
azioni, una citt e i suoi nuovi ritmi di vita, senza necessariamente sapere che cos la citt tutta
intera o cosa dovrebbe essere.
La citt, in gran parte del mondo, non si contrappone pi alla campagna, perch si come
diffusa e dissolta nel territorio, occupandolo fisicamente e simbolicamente, affermandovi e
riproducendovi i suoi modelli di comportamento e i suoi stili di consumo, replicandovi la sua
organizzazione dello spazio e la sua tipologia abitativa: verticalizzazione edilizia, centri
commerciali, megadiscoteche, ecc. I curati non-luoghi autostradali, gli autogrill, i caselli, i
distributori-bazar, le piazzole di umanizzazione erano la prova, tangibile e sovraregionale, della
smisurata, onnipresente estensione della metropoli diffusa (v. Desideri, 1997, p. 13). Laddizione
compatta di migliaia di edifici di abitazione non rappresenta pi la sola forma e il solo spazio urbano: la fitta rete di autostrade, superstrade, tangenziali, viadotti, svincoli, assi attrezzati stringe
attorno ai nuclei urbani un territorio non pi agricolo, ma gi postindustriale, solcato in profondit
dalla tecnologia. Anche l dove la campagna conserva tutti i segni della natura, essa ormai
oggetto di insediamenti e di forme spaziali organizzate, funzionalmente comprese nel sistema
urbano-metropolitano: le cascine o le fattorie che diventano centri agrituristici, mescolando magari
cavalli (reintrodotti in uneconomia agricola meccanizzata), colture biologiche e vasche da bagno
con idromassaggio; castelli e conventi che diventano alberghi di lusso o sedi prestigiose per
convegni manageriali o di partito; interi paesi che diventano albergo, ambienti di particolare
valore naturalistico e/o paesaggistico che diventano parchi nazionali o regionali, artificializzandosi
(con percorsi guidati, supporti audiovisivi o di animazione, ecc.).
Siamo quindi in presenza di un vero e proprio processo di esportazione dellurbano verso il
non-urbano. Sembra sempre pi astratto contrapporre alla citt il vecchio concetto di campagna
(secondo quel modello dualistico di divisione del lavoro proposto dalla teoria marxista della societ
e ripreso dalla sociologia classica). Infatti, il successo dellurbano ha destrutturato il mondo
territoriale, architettonico, economico, sociale che in passato era esterno - ed estraneo - alla citt: al
tentativo di reintrodurre la campagna nella citt attraverso lacquisizione di nuovi grandi spazi
verdi e la riqualificazione dei parchi pubblici non si accompagnato un tentativo in direzione

contraria. Quando la citt si annessa progressivamente porzioni sempre pi vaste di territorio,


non sempre riuscita a trasferirvi le sue qualit urbane; anche quando non si provocato il
degrado delle aree rurali, via via inglobate nella crescita di periferie senza qualit, queste sono
state precipitate in una sorta di limbo, dove non sono pi campagna e non sono ancora citt: forse
non lo saranno mai, almeno nel senso compiuto che assume limmagine a noi familiare di citt.
Daltra parte, anche la citt vede sbiadire i suoi connotati tradizionali: Lo spazio
contemporaneo dellabitare propone immagini tanto estranee allidea di citt sedimentata nella
coscienza collettiva, quanto aderenti ai nuovi fenomeni sociali e culturali (v. Ricci, 1996, p. 10).
Ci non impedisce, per, che anche chi lontano dalla citt definisca i suoi orizzonti esistenziali in
rapporto costante con essa, magari inventandosi una citt che non esiste da nessuna parte ma
continua a trasmettere promesse (v. Berger e Mohr, 1975; tr. it., p. 23).
Malgrado tutte le incertezze epistemologiche sullo statuto della citt e le dissonanze cognitive
dellesperienza urbana, il senso comune, al fondo, non afflitto da molti dubbi. Se
domandassimo a chiunque, anche a un bambino, che cosa , secondo te, la citt?, ne
avremmo risposte pronte e, seppur variamente segnate da entusiasmo o disagio, in larga misura
univoche: luci, negozi, folla, movimento, velocit, macchine. La stessa risposta che diede allinizio
del XX secolo il futurismo italiano, anticipando provocatoriamente, in una prospettiva
desiderante e apologetica, i primi segnali dello sviluppo metropolitano. Richiamiamo alla
memoria i quadri di Giacomo Balla (Velocit dauto + luce + rumore, 1913), di Umberto Boccioni
(La citt che sale, 1910-11; La strada che entra nella casa, 1911), del primo Carlo Carr (Ci che mi
ha detto il tram, 1910-11). Rileggiamo le prime pagine del Manifesto del futurismo pubblicato nel
1909 da Filippo Tommaso Marinetti su Le Figaro: Una citt che deve nascere e crescere
contemporaneamente alla nuova ideologia del movimento e della macchina. Una citt che perde
la sua staticit ed messa in movimento dalle luci, dai tramvai, dai rumori che ne moltiplicano
i punti di visione. Anche se alla nostra coscienza di contemporanei gli elementi esaltati nella
visione futurista sono proprio quelli che suscitano maggiore insofferenza, non vi dubbio che essi
forniscano una rappresentazione della citt ben radicata nellimmaginario collettivo.
Sembra che la maggior difficolt nel tentativo di definizione della citt nasca dal fatto che la
conoscenza di essa si muove su piani diversi: la citt di pietra, la citt costruita,
lorganizzazione fisica dello spazio; la citt delle relazioni e degli scambi, i flussi materiali e
immateriali che hanno luogo nello spazio e attraverso lo spazio; la citt percepita, linsieme
dei segni e dei significati che consentono di comprendere e di descrivere lesperienza urbana nella
sua quotidianit; la citt disegnata, le invenzioni sociali, tecnologiche, ideologiche, normative
che guidano la produzione e il governo dello spazio urbano.
Questi diversi piani provocano una pluralit di rappresentazioni e consentono di identificare
diversi meccanismi generatori ed evolutivi. La citt il sistema didee, pi o meno coerente, di
coloro che fanno la citt, la disegnano, le danno una struttura o perlomeno aggiungono la loro
pietra a quelle del passato (v. Roncayolo, 1988, p. 105); uno stato danimo, un corpo di
costumi e di tradizioni, di atteggiamenti e di sentimenti (v. Park, 1925, p. 105), ma anche
limmagine pubblica che gli abitanti della citt o coloro che la frequentano si costruiscono,
attingendo alla propria esperienza, alle diverse eredit di memorie, componendo e socializzando le
percezioni individuali prodotte frammentariamente nella vita quotidiana; la citt il risultato (e,
nello stesso tempo, lincubatrice) di processi produttivi e riproduttivi, del loro successo o della loro
crisi; linsieme delle tecnologie in essa incorporate (materiali e tecniche di costruzione,
trasporti, mezzi di comunicazione, ecc.), il ritmo innovativo che esse sollecitano e i costi di
manutenzione che impongono; infine la quantit e la qualit (la potenza e la forma) di
governo urbano, la sua capacit di controllare la variet sociale, di gestire i conflitti, mantenendo
tendenzialmente la citt come un sistema aperto e come un laboratorio di cittadinanza.
Naturalmente queste diverse rappresentazioni e questi differenti meccanismi non costituiscono
realt separate, ma si connettono attraverso processi circolari specifici che si aggiungono
alleventuale spessore storico e costruiscono lidentit di ogni citt, facendone un unicum.

da dire, infine, che le citt rappresentano e in qualche modo prolungano i processi di lunga
durata che stanno allorigine della storia europea e che si misurano in molti secoli (v. Benevolo,
1993, p. 217). Questa lunga durata della citt entra a far parte di una sorta di inconscio urbano
collettivo, naturalizzando un modello di citt rispetto al quale ogni mutamento e ogni diversit
vengono percepiti come un segno di alterit o come un sintomo di degenerazione. Questo
imprinting della citt occidentale riguarda anche tutti i territori urbani toccati dalla civilizzazione
europea: cos che le citt del Nuovo Continente o del Terzo Mondo hanno finito con il riprodurne
i caratteri e i miti, magari ingrandendone ed esasperandone le contraddizioni.
lb. Le trasformazioni della forma e del significato della citt.
Il secolo appena concluso ha visto una profonda trasformazione della citt su tutti i piani, da quello
materiale della citt di pietra, della distribuzione dei suoi valori fondiari e della sua base
produttiva, a quello immateriale del significato della citt nellimmaginario collettivo e delle
scelte intenzionali nelle analisi, nel disegno e nel governo urbano. Il rapporto tra questi due piani si
rivela dialettico o, almeno, asimmetrico e lurbanistica moderna si affermata - ed entrata in
crisi - esprimendo appunto lambizione di governare ideologicamente e tecnicamente questo
rapporto. Tale ambizione ha cercato la sua realizzazione in diversi momenti che sembra opportuno
ripercorrere, fosse anche per cogliere, con uno sguardo disincantato, il complesso ruolo che fattori
materiali e strategie cognitive e progettuali hanno giocato nella trasformazione della citt.
Lintervento di Georges-Eugne Haussmann su Parigi, iniziato nel 1853, pu essere considerato
latto di nascita della moderna urbanistica amministrata, con il suo continuo compromesso tra
pianificazione urbana di comando e iniziativa privata, con i suoi interessi di valorizzazione
della rendita fondiaria. Il XX secolo vissuto ancora per molto tempo sulleredit
haussmanniana, non soltanto perch la pratica dello sventramento, sostenuta da una retorica
tendenziosa che esagera la fatiscenza, linsalubrit, lo squallore delle parti pi antiche della
citt (v. Benevolo, 1993, p. 183), prosegue - dopo Bruxelles, Firenze, Vienna, Barcellona - con i pi
tardi interventi di risanamento a Napoli, Roma, Palermo; ma soprattutto perch Haussmann,
anticipando la futura egemonia della nuova protagonista della vita cittadina, lautomobile,
predisporr lo spazio urbano alla velocizzazione della mobilit. Non solo: egli trover il modo di
proporre una soluzione dei complessi problemi di una metropoli moderna concepita come un
affare, concorrenziale nellambito degli affari consentiti dalla produzione industriale, e questo
modello eserciter la sua influenza economica in gran parte del Novecento. Con Haussmann nasce
lindustria fondiaria, lalloggio di massa (come di massa sar lautomobile di Henry Ford); il
suolo urbano diventa la materia prima, ledificio per abitazioni, studi professionali, esercizi
commerciali, diventa il prodotto finito: nelle parole di Italo Insolera, il mercato del prodotto
finito coincide con il luogo di esistenza della materia prima (cit. in Villani, 1987, p. 455).
Lespansione della citt diventer nel XX secolo - per alcuni paesi ancora fino alla crisi degli anni
Settanta - il pendant del mito della crescita continua proprio dei paesi industrializzati, provocando
lemergenza critica dei centri storici, la verticalizzazione edilizia, la crescita impetuosa delle
periferie, la congestione urbana. Ma il Novecento vedr anche la reazione delle culture
davanguardia e dei movimenti collettivi di organizzazione e di rappresentanza degli interessi sociali
degli attori pi deboli della scena urbana: le classi lavoratrici. A queste reazioni faranno
riferimento la nascita del Movimento moderno e quel pi variegato fenomeno che ha preso il nome
di urbanistica razionalista.
Nel XX secolo si rivela pienamente la crisi della citt industriale, risultato di un rapporto
conflittuale tra organizzazione produttiva, organizzazione sociale, qualit dellambiente
costruito e allocazione delle risorse naturali. La citt razionalista in qualche modo la
riproposizione nel mondo industrializzato del ruolo aristotelico della citt come strumento per
raggiungere la perfezione dellesistenza umana.
Il razionalismo stato portatore di una forte convinzione, quella che la scienza (e le diverse

prospettive disciplinari scientificamente utilizzabili, dalla biologia alla psicologia, alla


sociologia), la tecnologia, lattivit normativa e pianificatrice delle istituzioni pubbliche
potessero avere la meglio sulle condizioni di disordine proprie del processo di crescita urbana.
Nel Movimento moderno confluiscono diverse spinte: esso coglie con estrema tempestivit il
momento in cui le molteplici fila da annodare sono aperte e disponibili: lesaurimento della ricerca
pittorica postcubista, il desiderio di una nuova integrazione di valori dopo la tragedia della Prima
guerra mondiale, i grandi programmi di ricostruzione del dopoguerra, linizio di una comprensione
scientifica dei comportamenti individuali e collettivi (v. Benevolo, 1993, p. 102). Ma coglie
anche listanza di riconciliazione tra arte e industria di cui si era fatto testimone attivo William
Morris e che Victor Horta e Henry van de Velde avevano concretamente tradotto - con 1Art
nouveau - in progetto architettonico a Bruxelles, la capitale del paese pi industrializzato dEuropa
a cavallo tra i due secoli.
Il terreno culturale del Movimento moderno preparato anche dalla riflessione sociologica sulla
citt, da Georg Simmel, che nel 1903 pubblica Die Grosstadt und das Geistesleben, a Max
Weber (Die Stadt, 1920), a Robert E. Park, Ernest W. Burgess e Roderick D. McKenzie, che
nel 1925 pubblicano The city, in cui vengono sviluppati i principi della teoria sociologica della
citt.
Sul piano pi specificamente architettonico e urbanistico il Movimento moderno esprime la sua pi
forte presenza nel periodo tra le due guerre mondiali, e precisamente tra il 1929, anno in cui venne
fondato il CIAM (Congrs International dArchitecture Moderne) e il 1933, anno del suo quarto
congresso, le cui conclusioni - elaborate da Le Corbusier nella Carta dAtene - costituiranno negli
anni successivi, forse proprio per la forza suggestiva assicurata dalla loro schematicit e astrattezza,
il riferimento fondamentale della cultura urbanistica.
Il Movimento avr vita breve, ma lascer una profonda impronta nella cultura europea (e non
soltanto europea) della citt; dal Bauhaus di Walter Gropius, che costituisce in qualche misura
lincubatrice del movimento, usciranno le pi straordinarie firme dellarchitettura del secolo:
Ludwig Mies van der Rohe, Le Corbusier, Alvar Aalto. Lutopia dellurbanistica razionalista si
esprime nel tentativo di coniugare le qualit dellambiente naturale (o naturalizzato) e la qualit del
costruito - reintroducendovi a varie scale linvenzione artistica - di creare spazi urbani che siano
visibili secondo modalit di appartenenza aperte a tutti, di promuovere, attraverso nuove forme e
modi di edificazione e di integrazione tra residenza e servizi, uno stato di socialit pi avanzato e
pi coerente con le promesse di uno Stato sociale sempre pi sviluppato. Da qui diverse opzioni,
dalla garden-city alla Ville radieuse, dalla new town ai quartieri CEP italiani, ma anche
realizzazioni diverse a seconda degli ordinamenti normativi e dei sistemi politici ed economici. A
puntuale dimostrazione che le soluzioni tecniche non sono mai neutrali, lurbanistica razionalista
trover accoglienza, assumendo forme diverse, nel regime sovietico o nei regimi fascisti e nazisti.
Anche nei regimi democratici occidentali si realizzer efficacemente, ma soltanto in quei paesi in
cui un pi avanzato ordinamento dei suoli - eliminando lostacolo dei confini di propriet e la
pressione della rendita fondiaria - ha consentito una equilibrata divisione del lavoro tra
lamministrazione pubblica e gli operatori privati.
Perch entra in crisi - a partire dagli anni Settanta - lurbanistica razionalista? Perch si rivela
progressivamente inefficace il progetto di modernizzazione fordista cui essa era ancora
implicitamente ispirata, sia pure attraverso la traduzione keynesiana, socialdemocratica,
assistenzialista. La grande industria manifatturiera e di base esce fuori dalla citt e da gran parte
del territorio urbanizzato, si deverticalizza, si smaterializza; leconomia, almeno nei paesi sviluppati, si terziarizza sempre di pi, spostando il suo asse centrale verso i servizi, linformazione,
la ricerca, la promozione e la diffusione delle innovazioni tecnologiche. Una molteplicit di
nuovi attori economici, piccoli secondo le dimensioni tradizionali, ma forti e aggressivi nel know
how, nelle strategie globali di marketing, nellapprovvigionamento finanziario, occupa porzioni
sempre pi estese del mercato, portando con s una cultura di rinnovata egemonia del privato. Le
conseguenze si sono avvertite anche nella drastica riduzione del ruolo della pianificazione urbana: il

governo Thatcher abolir nel 1985 le forme di governo metropolitano che pure avevano assicurato
allesperienza inglese di pianificazione su scala metropolitana-regionale una funzione pilota.
Un secondo fattore di crisi matura negli stessi ambienti tecnici e scientifici, con la constatazione
che la complessit e lelevato dinamismo della societ postindustriale avevano raggiunto ormai
livelli tali da frustrare ogni velleit di controllo e regolazione centralizzati, ogni possibilit di
previsione e pianificazione razionale e comprensiva (v. Strassoldo, 1998, p. 50).
Infine, peser sullurbanistica razionalista il generalizzato clima di sfiducia sulla razionalit
scientifica che comincia a permeare il mondo occidentale, principalmente con la crisi dei regimi
socialisti e con lesplosione della questione ambientale.
Alla fine del XX secolo si afferma cos un nuovo movimento di idee, ma anche di realizzazioni
concrete, destinato a mutare ancora una volta realt e immagine della citt, un movimento che si
definisce, con una semplificazione semantica, postmoderno. Esso non nasce per come pura
negazione del moderno, poich stato preceduto e preparato dalle culture metropolitane degli ultimi
ventanni: nei significanti elettronici del cinema, della televisione, dei video, dei megaconcerti; nella
moda e negli stili giovanili, in tutti quei suoni e immagini che ogni giorno vengono missati in quella
sorta di schermo gigante che la citt ormai diventata.
Stiamo vivendo un cambiamento radicale: Il principio del piacere sta prendendo il posto di
quello dellutilit che aveva segnato lesperienza urbana per almeno centocinquanta anni [...]
colpendo al cuore i principi fondamentalmente ascetici e puritani del CIAM e del razionalismo
(v. Amendola, 1998, p. 42); a condizione, per, di sottolineare che nel postmoderno il piacere
finisce con il produrre nuova utilit e, conseguentemente, nuova competizione e nuovi conflitti.
proprio nellambito dellarchitettura che il concetto di postmoderno ha fatto le sue prime prove,
diffondendosi poi in altri universi del sapere e del fare. Nella citt postmoderna larchitetturachiave non pi quella tradizionale delle grandi istituzioni civili e religiose, dei grandi santuari del
commercio e della finanza (le banche, la borsa, ecc.): estese attrezzature espositive e museali, centri
direzionali, aerostazioni, centri commerciali, stadi sportivi, macrostrutture alberghiere, citt della
scienza risaltano per dimensioni, originalit e qualit formali, per soluzioni tecnologiche
innovative, imponendosi come le cattedrali di una nuova religione, quella del marketing urbano. I
luoghi pi caratteristici dellarchitettura e urbanistica postmoderna possono essere raggruppati in
tre grandi categorie. La prima comprende le nuove citt del tempo libero e del divertimento; la
seconda le cattedrali del consumo materiale e culturale, la terza i vecchi centri storici rinnovati
(v. Strassoldo, 1998, p. 59). A volte larchitettura si misura con una distribuzione specialistica dei
luoghi rispetto alle tre categorie-funzioni; pi spesso deve rispondere alle esigenze di
concentrazione nello stesso luogo di pi funzioni (rafforzando la capacit competitiva della citt),
magari attraverso simulazioni della funzione assente o riconversione accelerata e fantasiosa di
preesistenze fisiche ed economiche verso le nuove funzioni.
Larchitettura postmoderna esprime la volont di usare le tradizioni e gli stili del passato, ma,
con un grande eclettismo stilistico, riscopre il valore dellornamento e ricorre ai colori anche pi
inusuali, ostenta la propria fragilit e precariet, cerca di coinvolgere lintero apparato sensoriale
degli abitanti e dei visitatori facendone degli spettatori.
Sotto lespressione di citt postmoderna sembra intessersi un patchwork di sensazioni, di
immagini, di punte tecnologiche, di nuovi prodotti e di nuovi consumi urbani che affascina, ma
nello stesso tempo si rivela tanto sfuggente quanto privo di qualsiasi logica organizzativa.
Ma forse proprio questo il possibile della citt contemporanea, una possibilit di destino
metropolitano che ci offre lipotesi di unulteriore trasformazione dellurbano.
1c. Tra citt e urbano: gi metropoli.
Partiamo dalletimo di metropoli, citt-madre, dal quale si potrebbero ricavare, seguendo le
suggestioni di una improbabile sociologia della maternit, le sue vocazioni contraddittorie.
Insieme captativa e oblativa, la metropoli attira e cattura risorse demografiche, economiche,

tecnologiche, culturali; ma dal suo cuore pulsante, dal suo ventre fertile fluiscono fiumi di vita:
idee, immagini, nuovi stili di comportamento, innovazioni tecniche, mode, progetti politici destinati
a fecondare territori sempre pi estesi. Grande parassita e grande nutrice, la metropoli offre risposte molteplici e mutevoli ai bisogni individuali e collettivi ed perci di volta in volta, dagli uni o
dagli altri, amata e odiata, desiderata e temuta.
Daltra parte proprio il suo volto cangiante ad aiutare luomo metropolitano ad accettare il
vortice di mutamenti nel quale sempre coinvolto, a farsi esso stesso mobile nella residenza, nel
lavoro, nei consumi, nella cerchia delle relazioni sociali per affrontare pi facilmente la situazione
di instabilit e di insicurezza nella quale la Grande Madre lo sfida a vivere. Secondo le anticipatrici
osservazioni di Simmel, i tanti stimoli proposti dal gran numero di individui e di gruppi sociali
con cui viene a contatto lindividuo urbano, provocano in lui la progressiva formazione di una corazza di distacco intellettuale che lo conduce ad accettare linstabilit e linsicurezza generale.
Cos come non facile definire la citt, altrettanto difficile da definire la metropoli; anche
perch il problema della citt metropolitana affrontato spesso con le categorie mentali del passato
(citt e campagna, urbano e suburbano, ecc.). Non troviamo la metropoli se continuiamo a
cercarvi i luoghi centrali, i luoghi dello stare e dello struscio, le piazze-simbolo
dellidentit storica e dei modi antichi dellaggregazione sociale, i negozi opulenti e ben allineati, le
vetrine allestite con gusto a tipizzare una strada o un quartiere. La metropoli costituisce una
radicale discontinuit rispetto alla forma-citt della societ moderna.
Non soltanto il senso comune, ma anche la riflessione teorica tende a privilegiare la dimensione
quantitativa individuando la metropoli soprattutto attraverso la variabile demografica. La soglia
demografica di una metropoli fissata convenzionalmente tra 1 e 1,5 milioni di abitanti, un
numero, per, che sembra soltanto un indicatore simbolico e che non tiene conto dellorganizzazione
urbanistica e del moltiplicatore tecnologico. Rimane certamente evidente che la metropoli
rappresenta la pi recente configurazione del fenomeno di concentrazione urbana cos come esso si
venuto sviluppando sia nei paesi industrializzati, sia nelle societ sottosviluppate pi popolose e
colpite traumaticamente dalla rottura degli equilibri economici tradizionali. La fine del XIX
secolo inaugura, nel mondo occidentale, lepoca della million city che, nei paesi pi intensamente
industrializzati e terziarizzati, perverr alla formazione di aggregati urbani di molti milioni di
abitanti o a sistemi metripolitani, costituiti da un tessuto urbano esteso a volte senza soluzione
di continuit (si pensi a Los Angeles) in cui risiedono decine di milioni di abitanti e in cui appaiono
ambigui i confini tra metropoli e area metropolitana. Leffetto di trascinamento della
concentrazione metropolitana si verificato a livello globale in tutti i continenti, travolgendo nel suo
concretizzarsi ogni ipotesi sulle condizioni che lavrebbero potuto favorire o, al contrario,
ostacolare. La disomogeneit di condizioni sociali ed economiche, la preesistenza di vocazioni
storiche dellorganizzazione del territorio, la diversificazione di ambienti culturali non impediscono
laffermarsi di una tendenza univoca al trionfo della metropoli. Tra citt e metropoli non c
soltanto una differenza di quantit, ma anche di qualit: stare e attraversare costituiscono
gli attributi delluna e dellaltra e corrispondono a una forma di vita, se non, addirittura, a una
forma di pensiero.
La concentrazione demografica urbana , per, soltanto uno dei fattori caratterizzanti della
metropoli; infatti, se proviamo a privilegiare il grado di apertura verso lesterno,
linternazionalit, troviamo citt medie o piccole come Montecarlo, Las Vegas o Venezia che
svolgono una pluralit di funzioni urbane od offrono servizi rari e che sono, quindi, manifestazioni
di globalit quanto o pi di una metropoli di molti milioni di abitanti. La metropoli [...] nasce [...]
dalla societ industriale e dalle innovazioni tecnologiche che modificano la forma e la struttura
urbana, influenzano il mercato, incidono sulla struttura sociale, provocano interdipendenze tra
attivit, gruppi, funzioni. Non soltanto la dimensione fisica, ossia la disposizione spaziale e la
densit della popolazione, a distinguere la metropoli di oggi, ma una complessa serie di fenomeni
che investono tra laltro la produzione, i servizi, i modelli culturali e le relazioni dei soggetti nello
spazio (v. Elia, 1993, p. 24).

La trasformazione metropolitana accompagna flessibilmente il passaggio dalla societ


industriale alla societ postindustriale, inventando nuove soluzioni per rispondere ai bisogni di
residenza, di lavoro, di consumo, di tempo libero, di comunicazione. La metropoli
contemporanea segnata da una frattura netta rispetto alla citt industriale: il territorio urbano
non pi ordinabile per funzioni corrispondenti a spazi prestabiliti [...] le funzioni fondamentali
cos come sono state sistematizzate per la citt industriale dal Razionalismo [...] non solo non
sono pi individuabili chiaramente, ma si creato uno squilibrio interno, dovuto al fatto che le
funzioni dellabitare e del lavorare sono state perifericizzate, mentre quelle del circolare e del
ricrearsi hanno acquisito una tale importanza da incidere pesantemente sullo spazio urbano ed
extraurbano complessivamente inteso (v. Mazzette, 1998b, p. 91). Ancora pi radicalmente: In
realt non c pi territorio per la metropoli. Lo spazio non produce pi labitare. Bauen, wohnen,
denken, costruire, abitare, pensare si dissociano, si contraddicono, si combattono (v. Tronti, 1998,
p. 42). Meno drasticamente si pu osservare che allidentit fondata sui luoghi - luoghi
dellabitare, del lavorare, del rappresentarsi - si sostituisce via via unidentit fondata sulle
modalit specifiche del proprio consumo; e ogni struttura di localizzazione sfuma nellurgenza e
nella criticit dei problemi di attraversamento, di spostamento, di fruizione dei servizi nei nuovi
tempi della quotidianit urbana.
Nel nuovo ciclo capitalistico di produzione/distribuzione, la rete di sostegno della forma
urbana assicurata dal consumo e questo movimento, variabilit, mutamento, perch implica
traffici e traffico. Cos la metropoli nelle sue dimensioni spaziali e temporali sottoposta a
unalta flessibilit e a processi dinamici in continuo mutamento, non prevedibili e non ordinabili
a priori (v. Mazzette, 1998b).
In questi termini nuovi - cos diversi da quellimmagine di citt-fabbrica su cui si attardata una
riflessione sociologica di antiche memorie - la metropoli contemporanea contiene ogni possibilit
di conflitto e, insieme, di libert. Il territorio metropolitano il prodotto continuamente rinnovato
dei desideri o dellindifferenza del vivere di nuove figure sociali; , nello stesso tempo, la forma
spaziale che assume il conflitto tra i diversi percorsi individuali che attraversano la metropoli; la
forma irriducibile della contingenza del presente di fronte al culto delle origini, delle identit
storiche che possono essere reinventate secondo tracce e mappature che a esse conferiscono nuovi
significati e valori duso.
I grandi conflitti antagonistici incubati nella prima citt industriale restano sullo sfondo della
metropoli contemporanea, occultati, se non rimossi, dalla molteplicit e dalla volubilit dei
conflitti che aggrediscono il tessuto sociale, incapaci di lacerarlo irrimediabilmente, ma al
contempo non pi governati da quel patto tra politica e spazio che aveva fondato la citt come luogo
della legge e della conmenzione: nella metropoli postmoderna il noto aforisma citato da Weber,
Laria della citt rende liberi, sembra assai lontano o, almeno, va interpretato in termini assai
diversi.
Metropoli , nellepoca posturbana, il regno del solo urbano possibile, un urbano che anche sotto il
profilo del progetto architettonico, del disegno fisico, ha scambiato la ricerca di senso con la
provocazione dei sensi. Larchitettura urbana sembra seguire - e vedremo in seguito che ci
rappresenta ben pi che unapparenza - le sorti della moda: abbandona le proprie categorie
fondative tradizionali e si ridefinisce continuamente gettando sullo spazio sguardi obliqui e
compositi come luci taglienti su un set cinematografico, cercando effetti, anche involontari,
nel fantastico, nel visionario, nellesaltato, nellirrazionale. Global city (v. Sassen, 1991) e citt
diffusa come unica citt possibile (v. Indovina, 1992) appaiono i due fenomeni emergenti dalla
dissoluzione della metropoli tradizionale.
Si pu dire per la metropoli quello che si detto per lurbano, anche se su scala diversa: Persino
la metropoli con il suo skyline prevalentemente verticale, con i suoi eccezionali tetti demografici,
con i suoi pi elevati coefficienti di occupazione del suolo, si distende su spazi sempre pi ampi e
abbraccia orizzonti sempre pi estesi: fino al punto di generare una nuova forma urbana. Larea
metropolitana - delimitata da zone limitrofe, anche extraurbane, collegate e interdipendenti per le

attivit economiche e sociali che in esse si svolgono (v. Elia, 1993, p. 16).
Larea metropolitana condivide con altre forme di citt diffusa - la conurbazione, la cittregione, ecc. - una certa accentuazione della divisione territoriale del lavoro e un certo grado di
correlazione tra centri maggiori o minori o di uguale rango. Anche le aree metropolitane si
evolvono e si differenziano: la dominanza, quale principio ordinatore di unarea metropolitana,
viene sostituita da un pi complesso sistema di interazioni tra le parti interne allarea e, in una
prospettiva di globalizzazione, tra sistemi metropolitani complessi.
A partire dagli anni Settanta la metropoli si affranca dalla variabile della concentrazione urbana.
I nuovi scenari territoriali, caratterizzati dalla diminuzione della fruizione dello spazio e da nuove
possibilit di localizzazione del lavoro, della residenza, dei servizi commerciali e delle attrezzature
ricreative, mutano profondamente identit e ruolo delle metropoli. Il nuovo scenario, o quello del
futuro prossimo, costituito dalle reti urbane, dalla moltiplicazione dei punti di accesso ai reticoli di
comunicazioni e transazioni, dalla crisi dei vecchi fattori di localizzazione, rende la piccola e media
citt storica un punto privilegiato di accesso tanto ai networks metropolitani e planetari che ai vicini luoghi di produzione, di scambio e di tempo libero allocati nel cuore delle grandi citt e delle
aree metropolitane (v. Amendola, 1993, p. 32). La metropoli crea effetti dimostrativi; cos che in
Italia, in Francia, in Germania, in Olanda alcune medie e, a volte, piccole citt dotate di ur banappeal, di capitale storico-culturale, a volte anche soltanto appropriatrici monopolistiche di un
evento globale (v. Sgroi, 1998), si metropolizzano, assumono i modelli di vita metropolitana, si
organizzano per riprodurre, in scala, funzioni e fascini metropolitani. Questo processo pu essere un
tentativo intenzionalmente diretto a entrare nella competizione globale o, pi semplicemente, la
risposta a una domanda di metropoli che i mass media inducono ormai negli abitanti financo dei
centri pi piccoli, alla ricerca inquieta di una percentuale di glocal (una combinazione,
dallalchimia misteriosa e mutevole, di globale e di locale).
Le tecnologie avanzate, quella di rete in modo specifico, provocano un ulteriore
passo avanti nel ridurre le differenze tra le diverse scale della concentrazione urbana: la piccola
citt oggi sempre pi programmata con gli stessi mezzi fisici ed elettronici della metropoli. Si
potrebbe dire, in conclusione, che il mondo si fatto metropoli e che fuori di questa condizione ormai
rimane poco o nulla.
2. Legemonia urbana.
2a. Un mondo urbanizzato.
La citt, intesa come grande agglomerazione demografica, continua a crescere; non soltanto una
crescita in assoluto, resa visibile dai picchi delle megalopoli: infatti il ritmo di crescita della
popolazione urbana (della quota di popolazione residente in centri classificati come urbani) a
rivelarsi molto pi veloce di quello della popolazione mondiale in complesso. Nel 1955 nel mondo
vi erano gi 22 grandi citt con pi di cinque milioni di abitanti ciascuna - senza contare le rispettive
aree metropolitane - otto delle quali localizzate nelle regioni economicamente pi sviluppate.
Anche se si gi verificato - ed prevedibile che il fenomeno sar pi accentuato nel prossimo
futuro - un rallentamento della crescita demografica complessiva, nel periodo tra il 2001 e il 2005
la popolazione urbana crescer ancora di 91 milioni. Ma la previsione probabilmente calcolata
per difetto, perch bisogna tener conto che le nuove migrazioni dallEst e dal Sud del mondo specialmente quelle in corso nel bacino del Mediterraneo - hanno come loro punto dapprodo le
grandi aree metropolitane europee o contribuiscono a rafforzare sistemi urbani in formazione, come
nel caso del nordest italiano. Se nel 1975 il 39% della popolazione mondiale viveva in centri
urbani, la popolazione urbana - gi salita al 45% nel 1995 - nelle aree pi sviluppate si attesta ormai
intorno al 75%, nelle aree a pi lento sviluppo scende al 38%, mentre arriva al 22% nelle aree ancora
chiuse nella morsa del sottosviluppo. Alcune proiezioni al 2025 indicano che la popolazione urbana
raggiunger l83% nei paesi pi industrializzati e il 61% in quelli sottosviluppati, con un
incremento relativo ben maggiore nel secondo caso, quindi, che nel primo (v. Vallin, 1986).

Tuttavia, le rilevazioni dellONU indicano che il tasso di crescita della popolazione urbana si
muove in senso inverso: nei paesi pi sviluppati fermo attorno allo 0,7%, mentre sale
rispettivamente al 3,3% e al 5,7% nelle altre due aree indicate.
Le analisi sulla crescita urbana tendono a sottolineare, a volte anche con accenti allarmistici,
come la sua esplosione (da cui la definizione di exploding cities) caratterizzi proprio le aree meno
sviluppate. Si valuta che nel mondo nel 1975 fossero 5 le agglomerazioni urbane con pi di 10
milioni di abitanti, tre delle quali localizzate nei paesi in via di sviluppo, dove entro il 2015
queste megacitt dovrebbero diventare ben 22, mentre altre 4 (su un totale di 26) dovrebbero
essere localizzate nel Nord del mondo (v. Golini, 1999, p. 118). Nel 1985 la pi grande
metropoli del mondo era lagglomerazione Tokyo-Yokohama, con 19 milioni di abitanti,
seguita da Shanghai (17 milioni), Citt di Messico (16,6 milioni), New York (15,6 milioni) e
San Paolo (15,5 milioni). Nel 2000 salgono ai primi posti Citt di Messico (con 24,4 milioni) e San
Paolo (23,6 milioni). Lelemento che colpisce di pi che le due metropoli avevano gi quasi
raddoppiato la loro popolazione dal 1970 al 1985, arrivando a triplicarla nel 2000. Agli attuali
ritmi di incremento, nel 2025 Citt di Messico potrebbe raggiungere i 35 milioni di abitanti.
La letteratura tende a considerare la crescita delle megalopoli nel Terzo Mondo leffetto della
fuga dalle campagne impoverite dalla desertificazione o dal crollo dei prezzi delle materie prime.
Ma la spiegazione, pur contenendo molti argomenti condivisibili, non sufficiente. C una
promessa nella citt che esercita un forte richiamo sulla popolazione extraurbana, specialmente
sulla componente pi dotata di spirito di iniziativa, pi giovane, pi provvista di risorse
soggettive. Daltra parte, ben sappiamo che anche chi ancora lontano dalla citt definisce ormai i
suoi orizzonti esistenziali in rapporto costante con essa, magari inventandosi una citt che forse
non esiste, ma che un sogno capace di trasmettere promesse e di indurre speranze. Le stesse
bidonvilles delle megalopoli del Terzo Mondo - cos come certi quartieri degradati delle grandi
citt europee lo sono stati nel recente passato per gli immigrati dal sud dellEuropa e lo sono, oggi,
per i nuovi immigrati delle sponde meridionali e orientali del Mediterraneo costituiscono una
tappa pedagogica per i nuovi inurbati, il mezzo per progredire e assimilare il modo di vita
urbano.
Bisogna evitare di associare il fenomeno del gigantismo urbano con il sottosviluppo e con la
bassa qualit della vita. E ci tenendo conto di almeno due variabili: Tokyo, New York, Osaka,
Londra, Hong Kong, Los Angeles sono metropoli densamente popolate, ma anche centri di affari di
rilievo mondiale. Tra le 21 citt del mondo in cui si vive meglio (v. RUR, 1997), le due aree
metropolitane di Tokyo e di Osaka si collocano rispettivamente allundicesimo e tredicesimo
posto con un punteggio di 94 (su 100); Dallas e Atlanta, che fanno registrare in questa graduatoria
il pi alto tasso di incremento demografico (oltre a essere gi in partenza citt fortemente
popolate), si collocano rispettivamente al settimo e quarto posto (con 96 e 98 punti). La possibilit
di destini diversi si ritrova anche nelle metropoli congestionate del sottosviluppo: nella graduatoria
delle 19 citt con il pi basso standard di qualit della vita, Citt di Messico si mantiene al
quarto posto (con un punteggio di 44), mentre Il Cairo si colloca al sesto posto (con un punteggio
di 42); non si trovano, quindi, malgrado la loro sovrappopolazione, al fondo della graduatoria.
La prospettiva della globalizzazione induce a inserire nella valutazione delle relazioni tra
sovrappopolazione urbana e sviluppo la distinzione tra sistemi di citt equilibrati e sistemi di citt
cosiddette primaziali: nei primi le attivit produttive e i servizi sono distribuiti tra diverse citt;
nei secondi, in una citt, solitamente la capitale, sono concentrati disordinatamente popolazione,
attivit economiche e servizi (v. Sassen, 1994). Di consueto i primi tipi di sistemi sono propri
dellEuropa occidentale e, in generale, delle aree economicamente sviluppate, mentre lAmerica
Latina, i Caraibi, ampie parti dellAsia e, in una certa misura, lAfrica sono caratterizzati dalla
presenza egemonica o isolata di citt primaziali. Lo status di citt primaziale certamente legato
alla crescita della popolazione urbana, ma questo legame non pu essere inteso in senso
deterministico: se rientrano a pieno titolo tra le citt primaziali San Paolo, che assorbe il 36% del
prodotto nazionale e il 48% del prodotto industriale netto del Brasile, e Santo Domingo, dove ha

luogo il 70% delle transazioni commerciali e finanziarie e il 56% della produzione industriale
della Repubblica Dominicana, New York, viceversa, malgrado sia una delle cinque metropoli
pi popolate del mondo, non pu essere inclusa in questa categoria a causa del carattere
multipolare del sistema urbano degli Stati Uniti. N, daltra parte, la presenza di citt primaziali tra le quali si annoverano ad esempio anche Tokyo e Londra - pu essere considerata un carattere
esclusivo dei paesi poco sviluppati.
Infine, un elevato tasso di urbanizzazione non necessariamente lesito perverso delle condizioni
dei paesi sottosviluppati. Nel 1985, ad esempio, un paese come lArgentina aveva un tasso di
urbanizzazione dell84,6 per cento che molto vicino a quello dei paesi pi sviluppati; per contro i
tassi di urbanizzazione dellAlgeria (42,6 per cento) e della Nigeria (31 per cento) rinviano a un
livello di urbanizzazione piuttosto distante da quello dei paesi sviluppati (v. Sassen, 1994, p. 48).
Formazione di megalopoli e urbanizzazione del territorio sono, quindi, fenomeni ciascuno
indipendente dallaltro e che si collegano piuttosto alle caratteristiche dello Stato nazionale di
appartenenza. Lunico aspetto certo che lo sviluppo economico amplifica il processo di
urbanizzazione: da qui la facile previsione che - salvo il verificarsi di eventi catastrofici naturali
o umani - lurbanizzazione del mondo destinata a proseguire.
Un ultimo elemento da prendere in considerazione nella valutazione del ciclo che attraversa il
processo di urbanizzazione riguarda le metropoli del mondo industriale. Si
rilevata a partire dagli anni Settanta una progressiva deconcentrazione delle aree urbane e
metropolitane a proposito della quale si usato il termine eurbanizzazione, accompagnandolo
con quello ben pi impegnativo di controurbanizzazione: in altre parole, contrazione della
popolazione residente nelle grandi citt e relativa crescita della popolazione in aree non urbane. In
effetti il fenomeno rivela una ben pi complessa dinamica della trasformazione metropolitana:
La diminuzione della popolazione residente nelle aree centrali dei sistemi urbani e la sua
crescita nelle zone periferiche metropolitane o nei comuni esterni sub-metropolitani (v. Melis e
Martinotti, 1998, p. 168). In sostanza, diminuisce la popolazione residente metropolitana, ma
nello stesso tempo centinaia di migliaia di famiglie devono adottare - o portare con s nelle aree
dove si trasferiscono - stili di vita metropolitani, riorganizzando radicalmente i meccanismi duso
del tempo e dello spazio.
C da aggiungere, peraltro, che negli ultimi anni - negli anni Novanta - si verificato al
contrario un processo di riurbanizzazione, di una parziale ripresa demografica nel nucleo
centrale delle aree metropolitane: la spinta centrifuga e la riurbanizzazione rappresentano due
tendenze coesistenti e non necessariamente contraddittorie, legate a diverse convenienze
localizzative delle funzioni urbane e a una diversa redistribuzione spaziale dei gruppi sociali (v.
Mela, 1996, p. 174).
Il dubbio che la fuga dalla citt fosse pi uninvenzione letteraria e giornalistica che una realt
fortemente suggerito dallesperienza comune della realt urbana; mai le grandi citt ci sono
apparse pi affollate di uomini e di mezzi, fitte di edifici e di beni. Le ragioni per cui le analisi
statistiche rischiano di essere fuorvianti per linterpretazione del fenomeno dellurbanizzazione
crescente sono state spiegate da Guido Martinotti (v., 1993), secondo il quale la metropoli
contemporanea vive con lapporto di quattro popolazioni diverse: 1) gli abitanti veri e propri, che
risiedono nella citt, in gran parte vi lavorano e vi trovano i beni e i servizi per i loro bisogni;
questa la popolazione tradizionalmente censita come popolazione ufficiale; 2) i pendolari, soggetti
che non risiedono nella citt, ma vengono quotidianamente a lavorarvi e fruiscono part-time
delle sue opportunit di consumo (trasporti urbani interni, pasti, ecc.); 3) i city users, soggetti che
non risiedono n lavorano in citt, ma vi fanno riferimento per alcune classi di beni e di servizi
da essa offerti; 4) i metropolitan businessmen, segmento di crescente importanza per effetto dei
processi di globalizzazione, presente nella citt per determinati periodi di tempo, per affari o per
congressi scientifici, con domande di ospitalit, di consumo, di svago a elevato standard di qualit.
Le ultime tre popolazioni vivono - e fanno vivere - la citt in misura non inferiore a quella degli
abitanti e sono spesso attori strategici nellorientarne lo sviluppo e il governo.

Attraverso tutti questi percorsi cresce lappartenenza al mondo urbano, unappartenenza non pi
siglata dalla fisicit o dalla condizione giuridica e fortemente variegata, che presuppone,
richiede, legittima unofferta urbana largamente diversificata e flessibile.
2b. La citt che cambia.
La citt un grande successo delluomo: essa oggettivizza il sapere pi sofisticato in un
paesaggio fisico di complessit, potenza e splendore straordinari, e contemporaneamente unisce
forze sociali capaci delle pi stupefacenti innovazioni sociotecniche e politiche. Ma anche luogo
di squallido fallimento esistenziale, parafulmine dello scontento disperato, arena del conflitto
sociale e politico. un luogo misterioso, dove linatteso di casa, pieno di agitazione e di
fermento, di libert, opportunit e alienazione; pieno di passione e repressione, di
cosmopolitismo e campanilismo estremi; di violenza, innovazione e reazione. La citt capitalista larena dei massimi disordini sociali e politici, ed insieme testimonianza monumentale
e forza propulsiva nella dialettica dello sviluppo ineguale capitalista (v. Harvey, 1989; tr. it., p.
266). Pur scontando il ricorso alla retorica marxista, questa frase di Harvey pu essere utilizzata
come un buon incipit per unanalisi del successo urbano e del suo bilancio - ambivalente come
quello di qualsiasi successo - di risultati e di costi. Occorre per entrare nello specifico,
identificando i fattori del successo e tracciando, pur se per accenni, una tipologia delle citt di
successo.
Il successo urbano legato nel mondo contemporaneo a due variabili che possiamo definire
rispettivamente la citt che cambia e la pluralizzazione dellofferta urbana. La citt del XX
secolo sottoposta a un tasso di cambiamento ben pi accelerato di quanto non sia stato quello a
cui da sempre sono stati sottoposti i fenomeni urbani: si tratta di processi spontanei, ma anche di
mutamenti intenzionali e governati, la cui misura rappresentata dalla rapidit, dallefficacia, dalla
potenza moltiplicatrice, ma anche dalla capacit di mantenere un certo rapporto con i sentimenti di
appartenenza e di preservare la cultura e lidentit.
Il ritmo di mutamento di molte citt contemporanee, di quelle storiche cos come di quelle di pi
recente impianto, contraddice il principio affermato tradizionalmente nelle scuole di architettura che
le citt siano entit lente rispetto alleconomia e alla scienza. Non sono soltanto la quantit e la
qualit della popolazione, le funzioni, la loro localizzazione nelle diverse aree urbane, le attrezzature
tecnologiche a cambiare: cambia anche la citt di pietra, nellestendersi in determinate direzioni,
nel rapporto tra spazi pubblici e spazi privati, nel suo prolungarsi verso lalto o nel suo
sprofondare sotto il livello del suolo, e cambia rapidamente anche nelle caratteristiche dei suoi
manufatti.
Dentro la citt e verso la citt si sviluppa un continuo movimento che anche mutamento
continuo delle dimensioni spaziali e temporali della citt. Prendiamo un caso limite come
Shanghai. Per modernizzarsi (o per occidentalizzarsi) la pi popolosa citt cinese sembra
aver ingaggiato una lotta contro il tempo. un cantiere globale e permanente in cui si demoliscono
a tappe forzate e con spregiudicata disinvoltura begli edifici di inizio secolo, sostituendoli con
centinaia e centinaia di palazzi alti e moderni, anche se di dubbia qualit. A Shanghai, come in altre
citt dellEstremo Oriente, il processo di trasformazione cos rapido che le mappe urbane sono
continuamente ristampate e rimangono comunque assai approssimative. Le citt in quanto espressione
della societ e delleconomia sono percepite come beni di consumo e non come documenti della
storia, e tanto meno come opere darte. Basti pensare che nel centro di Shanghai manca ormai
qualsiasi elemento riconoscibile come cinese e che recentemente si arrivati al paradosso di
costruirvi una Chinatown con finalit prevalentemente commerciali (ristoranti, sale da t, antiquari,
souvenir, ecc.) in modo da offrire ai turisti qualcosa di coerente con le loro aspettative. Cos come
accade, al contrario, che in citt nuove si recuperi un passato storico-artistico appartenente ad altre
realt: a Las Vegas, sulle ceneri del glorioso Hotel Sands, imbottito di dinamite e fatto saltare in aria,
sorta una installazione multifunzionale, The Venetian, completa di giochi acquatici, Canal Grande,
Ponte di Rialto e relativi gondolieri dimportazione, mentre gi si stanno apprestando le repliche di

Tour Eiffel, Arc de Triomphe e Opra.


Ma anche Berlino, Londra, Milano, Parigi, Torino hanno mutato o stanno mutando radicalmente il
loro aspetto, non soltanto attraverso la progettazione e la realizzazione di opere architettoniche di
grande richiamo, ma riscattando interi patrimoni edilizi e aree urbane: fabbriche dismesse, vecchie
e meno vecchie, diventano sale da concerto o spazi espositivi o luoghi di ricerca e di alta
formazione; aree industriali sono convertite in zone residenziali; quartieri degradati ricevono nuova
popolazione con culture differenziate e pi elevato potere dacquisto.
Intere citt vengono sottratte al declino o a unimmagine caratterizzata in senso negativo.
Ritorniamo al caso di Las Vegas. Una volta era soltanto una citt per giocatori e per turisti in
cerca di emozioni forti, tra il gioco dazzardo e il sesso facile. Intorno alla fine degli anni Ottanta i
maggiori azionisti dellaffare Las Vegas si resero conto che il gioco dazzardo, per il
progressivo ingresso nel mercato della maggior parte degli altri Stati confederati, non aveva
pi avvenire e che limmagine della citt era sempre pi legata a falliti alcolizzati e a prostitute,
come nel film Leaving Las Vegas di Mike Figgis. Partirono cos i primi progetti di rinnovamento
per trasformare la citt del vizio in una vera e propria stazione turistica multidimensionale, rivolta
a una pi ampia fascia di utenti: famiglie con bambini, pensionati con un certo reddito,
professionisti e personaggi importanti. Un progetto ambizioso: la costruzione di 24 mila appartamenti lanno a prezzi concorrenziali rispetto alla vicina California, 125 mila camere
dalbergo, servizi offerti a basso costo, spazio e verde a volont. Las Vegas si sta trasformando in
una delle principali metropoli degli Stati Uniti e la sua popolazione passata dai 200 mila
abitanti degli anni Ottanta a circa un milione e duecentomila di oggi, fino alla previsione di
oltrepassare i 2 milioni entro il 2005.
Ma anche citt pi piccole manifestano la volont di proiettarsi nel futuro, trasformando il
proprio volto e dotandosi di nuove funzioni urbane avanzate. Un caso esemplare pu essere quello
di Lille, situata in una povera regione: una citt di appena 180 mila abitanti che, sfruttando la
propria collocazione strategica al centro di un territorio sovranazionale (che va da Londra a
Bruxelles, da Colonia e dal bacino della Ruhr ad Amsterdam e Rotterdam) dotato di un sistema
integrato di trasporti avveniristico e cogliendo loccasione della propria candidatura alle Olimpiadi
del 2004 (assegnate poi ad Atene), si proiettata nel XXI secolo. A poche centinaia di metri dalla
vecchia Lille fiamminga sorta una citt nuova di zecca, Eurolille: 275 mila metri quadrati per un
investimento pari a 5,3 miliardi di franchi (per due terzi investiti da privati), una Manhattan in
miniatura, una parata di cattedrali high-tech disegnata e realizzata da uno staff internazionale di
architetti, coordinato dallolandese Rem Koolhaas.
Sembra che si faccia strada nel mondo urbano europeo - pur con le differenze imposte dalla
presenza in molte citt di estesi centri storici ricchi di memoria e di arte - qualcosa di simile alla
tendenza propria a molte citt degli Stati Uniti di rinnovare periodicamente il proprio patrimonio
edilizio, cambiandone il design, ma anche facendo ricorso, come in qualsiasi industria, alla
ricerca e allutilizzazione di nuovi materiali e di nuove tecnologie. A volte il cambiamento pu
consistere soltanto in una pi attenta manutenzione o in interventi di abbellimento che, per, se
accompagnati dallaccorta azione di unamministrazione capace di dare e produrre fiducia, come
nel caso di Napoli, promuovono un nuovo clima che pu sostenere limpulso al mutamento della
citt.
La citt contemporanea una realt composita che offre tanto ai suoi abitanti come ai suoi
utilizzatori molti volti, molti processi, differenti forme di vita urbana. Ci avviene non soltanto
in una metropoli scissa tra occidentalizzazione esasperata e persistente peso delle tradizioni come
Tokyo, in cui basta addentrarsi in una stradina dietro i grattacieli tutto vetro e alle sopraelevate dal
sofisticatissimo di segno architettonico per ritrovare case di legno a due piani, botteghe, venditori
ambulanti di patate dolci, ecc. Anche citt come Parigi offrono luoghi che hanno forme e fruitori
diversi: dai luoghi consacrati dal turismo di massa (Champs-lyses e Montmartre) alla
rassicurante quotidianit di Place de Vosges, al futuribile della Defense, fino allintensit relazionale
della Belleville immaginata da Daniel Pennac e dei quartieri in trasformazione al di l della

Bastille descritti nel film Chacun cherche son chat di Cdric Klapitsch. Ma anche la Grande
Mela ci offre una realt variegata nelle forme edificate e negli stili di vita, dal cuore della Fifth
Avenue al Greenwich Village, alla Brooklyn plurietnica, eppure ancora capace di conservare una
forte identit, cos come ci viene proposta dai film di Wayne Wang e Paul Auster (Smoke e Blue in
the face). Questi ultimi due documenti della fantasia rilevano con lintuizione dellarte un
microcosmo di interazioni calde tra le due popolazioni di un quartiere metropolitano, gli
attraversanti e gli abitanti, non indifferenti gli uni agli altri, ma anzi capaci di venire in contatto e
di riconoscersi con le loro diversit, con i tic dei loro atteggiamenti e dei loro comportamenti,
facendo di essi - anche se per un momento - comuni abitanti del villaggio metropolitano.
Regioni di ribalta e regioni di retroscena (v. Goffman, 1956), luoghi ad alta e a bassa
vitalit (v. De Carlo, 1995), luoghi di quiete quasi provinciale e luoghi di frenetica e convulsa
attivit si succedono nello stesso tessuto metropolitano e, spesso, si scambiano ruoli e funzioni.
Via via che i soggetti urbani, vecchi e nuovi, modificano i loro linguaggi, questi modificano le
forme urbane; nello stesso tempo i vincoli fisici o le risorse spaziali emergenti dalla crescita e dalla
trasformazione urbana mutano comportamenti e stili di vita urbani in un continuo processo
circolare.
2c. I fattori del successo urbano.
Il fattore di successo per una citt e, ancor di pi, per una metropoli, la qualit, sia del prodottocitt e della sua immagine, sia del governo locale, ma anche la capacit di accettare la sfida della
globalizzazione, di entrare cio come partner attivo ed efficace in una rete urbana, in un club di
citt in cui interagiscono virtuosamente relazioni competitive e cooperative.
Ragionare in termini di prodotto-citt (e, quindi, in termini di marketing urbano) coerente con
il modello di citt-impresa imposto dalla competizione globale, perch quello che esalta le
componenti e le potenzialit spaziali e contenutistiche del fenomeno urbano in un processo espansivo
aperto, nel confronto senza confini proprio di unimpresa. La qualit del prodotto-citt ne fa un
luogo strategicamente vincente: per la localizzazione, in forme diverse, di lites internazionali, di
determinate imprese e servizi high-tech, di istituzioni e impianti di rango nazionale e
sovranazionale capaci di produrre ricchezza e lavoro, di attirare intelligenze e generare conoscenze;
per la produzione di eventi che richiamino flussi di visitatori e trasmettano immagini e messaggi di
eccezionalit; ma anche per garantire qualit della vita ai suoi abitanti e utenti e per promuoverne
identit e patriottismo civico.
Il sogno della qualit urbana sarebbe quello di ottenere, secondo la felice sintesi di Colin Rowe,
una citt in cui ci fosse un centro storico europeo, ricco di valori estetici storicamente consolidati, e
una grande periferia nordamericana, linda, efficientissima e funzionale. Rimane un sogno sia per le
citt nordamericane, che hanno assunto con ottimistica baldanza il carattere simulativo della
societ postmoderna, ricostruendo, con la logica del souvenir del turismo
di massa, pezzi di storia monumentale e architettonica importati dallEuropa, sia per molte citt
europee, che non riescono a sottrarre le loro periferie a uno stile architettonico anonimo e sciatto,
quando non le abbandonano a un destino di degrado. Ma, al di l dei sogni, laccresciuta attenzione allestetica della citt una realt che si impone con evidenza.
La citt del XIX secolo e di buona met del XX doveva essere funzionale, rispondere a criteri di
utilit nella localizzazione delle funzioni e nella solidit del suo patrimonio edilizio; poteva anche
essere bella, ma questo requisito rimaneva un effetto secondario. Oggi, al contrario, la citt
postmoderna si misura attraverso la sua capacit di rispondere a una domanda di bellezza (v.
Amendola, 1997) ancora tutta da esplorare nel suo contenuto sostanziale, nella tipologia e nella
capacit dei cittadini di rispecchiarsi nel bello urbano, ma anche nelle alterazioni provocate
sulla domanda dalle concrete manifestazioni dellofferta urbana cos come determinate dai poteri
del mercato e delle ideologie. La voga, la voglia di inserire arte, attrazioni artistiche, eventi,
lusinghe e distrazioni estetiche negli spazi urbani un complemento dellaspirazione

contemporanea a recuperare vita, ambienti e funzioni della citt: cio a ricostruire modelli di
convivenza, vagheggiati da un generico senso comune, in siti dallaspetto gradevole (v. Fabbri e
Greco, 1995, p. 7).
La estetizzazione della citt supera la tradizionale distinzione tra citt dal cuore antico e citt
pulsanti proposte dal nuovo urbanesimo, tra citt darte e citt delle funzioni. In ogni citt opera
un sindaco Chirac che azzarda un restyling dei monumenti e della grande edilizia civile e religiosa inventando colori e scolorimenti adatti a migliorarne la confezione; larredo urbano
diffuso richiama abitanti sulle strade e sulle piazze, anche l dove le condizioni meteorologiche
sono mediamente sfavorevoli (Stoccolma) o recuperando luoghi alla socializzazione
intergenerazionale (il progetto Centopiazze a Roma); cresce lattenzione alla tutela, al restauro e
alla valorizzazione dei centri storici, visti nella loro unit, superando, cio, la concentrazione estetica
sul singolo episodio artistico-monumentale che dominava nel passato; il patrimonio museale
viene ricollocato al centro dellofferta urbana, non soltanto aprendolo con supporti logistici e
tecnologici a una fruizione pi ampia, articolata e flessibile, ma anche progettando via via nuovi
contenitori dotati di attrattiva estetica propria; una molteplicit di artisti, oscillando tra
lhappening urbano (gli impacchettamenti di Christo) e la land art, distribuiscono oggetti e
avvenimenti estetici negli spazi della citt.
Nelle citt storiche della vecchia Europa le vie dellestetizzazione dellambiente urbano possono
diversificarsi da realt di pi recente urbanizzazione come quelle del Nordamerica e
dellEstremo Oriente. In queste ultime la ricerca artistico-monumentale si verticalizza, dando luogo
alla tipologia edilizia e architettonica del grattacielo, testimonianza enfatizzata della modernit,
connubio, a volte felice, di ricerca formale e di tecnologia, simbolo di potenza e di storia che
rinnova lambizione che nelle citt dellItalia medievale spingeva le grandi famiglie a costruire
torri sempre pi alte per affermare il prestigio del proprio casato.
Come immaginare Manhattan senza il profilo dellEmpire State Building e delle Twin Towers,
spazio emozionale non per nulla destinato a innovare il motivo del paesaggio nella pittura
americana (Georgia OKeeffe, Thurman Rotan)? Ed lAsia a raccogliere il testimone della sperimentazione dellarchitettura verticale in una rincorsa ambiziosa che con le Torri Petronas in
Malaysia - 450 metri di altezza e ricettivit per 60 mila persone - si lasciano dietro il pi alto
grattacielo americano, la Torre Sears di Chicago (443 metri), mentre Tokyo progetta la Torre
Millennium che con i suoi 840 metri - se e quando sar realizzata - conquister il primato .e
aggiunger un altro segno di eccezionalit al volto multiforme della metropoli nipponica.
E intanto matura una nuova generazione di grattacieli, sottoposti a nuove, originali tensioni e a
nuovi trattamenti di materiali, per opera di Philip Johnson, di Helmut Jahn, di Michael Graves. Il
grattacielo, con le sue lisce superfici vetrate che riflettono il cielo e, nel gioco della luce, le forme
mutevoli degli spazi costruiti circostanti, si propone come segnale concreto ed emozionante di una
citt utopica, fatta di libert creativa, di onnipotente artifizio che manipola illimitatamente lo spazio.
Anche le citt europee, che per i vincoli posti dal tessuto urbano storico - oltre che per le
caratteristiche produttive e commerciali dellindustria della costruzione - non possono certamente
riprodurre la struttura serrata e continua dellarchitettura verticale delle citt americane,
sembrano daltra parte non saper rinunciare al messaggio architettonico che il grattacielo
trasmette; ogni grande citt europea vi paga il suo tributo, costruendosi il suo simbolico grattacielo.
Lestetizzazione della citt ha due esiti estremi che pure, malgrado le reazioni critiche che hanno
provocato e continuano a provocare, finiscono con il concorrere al successo urbano. Da una
parte tale processo si accompagna con lo sviluppo della signature architecture: molti nuovi manufatti urbani, quelli di maggior impegno progettuale e di maggior impatto visivo, sono
caratterizzati dalla firma che conferisce valore aggiunto a un edificio esattamente come a un
abito o a un paio di jeans, a unautomobile come a un profumo. Sono opere che, quale che sia la
loro destinazione ufficiale, sembrano realizzate non per un luogo, non per una funzione, ma
per essere visitate, fotografate, raccontate. Ad Amsterdam Renzo Piano ha progettato un museo
della scienza in forma di nave; a Parigi, Ieoh Ming Pei ha scherzato sul Louvre-santuario con

lelegante sberleffo di una piramide trasparente e Gae Aulenti con un colpo da fantasiosa
illusionista ha trasformato la vecchia Gare dOrsay in un museo. Pi che il prodotto, la firma a
fare la differenza e ad attirare lattenzione del turista: pu sembrare un paradosso, ma
probabile che nellimmediato futuro si vada ad Amsterdam come a Bilbao o a Berlino per
conoscere lultima moda dellarchitettura o dellurbanistica pi che per cogliere il genius loci
della citt. Daltra parte, la tendenza alla delocalizzazione dellopera architettonica avanza
sempre di pi: nel quartiere Schtitzenstrasse di Berlino, nellarea una volta attraversata dal
muro, Aldo Rossi, larchitetto italiano recentemente scomparso, ha realizzato un falso dautore (di
gran pregio estetico, certamente) che ci spiazza perch ci rende difficile capire se siamo a New
York o a Disneyland o nel Rinascimento romano.
Laltro effetto la spettacolarizzazione della citt. Si parla a questo proposito di una
disneylandizzazione dellarchitettura urbana (v. Zukin, 1995). Disneyland un modello
perfetto e insuperato non per il suo carattere di straordinario e grandioso parco-gioco, ma per la sua
logica totalizzante fondata sulla prevedibilit, sulla coerenza e sulla comprensibilit grazie alle
grammatiche e ai codici provenienti dal consolidato mondo dei media e dellimmaginario che
permettono alla pluralit dei pubblici, da cui composta la cosiddetta massa, di vivere
lesperienza del parco (v. Amendola, 1997, p. 140). curioso notare che, cos come nelle
Disneyland si riproducono luoghi e situazioni delle citt di grande tradizione storica e artistica,
anche le citt storiche o darte sono indotte a pensare se stesse secondo una lettura
massmediologica, trasformandosi di fatto in giganteschi musei o addirittura in parchi
dei divertimenti o in centri commerciali globali. Ma la citt moderna non gioca soltanto con i
parchi tematici. Ispirandosi alla poetica della pop art e manovrando la leva dellesibizionismo
tecnologico, larchitettura americana ha introdotto nel disegno della citt caratteri affabulatori e
parodistici. Linfluenza andata ben oltre i confini della realt urbana metropolitana. Se lIllinois
ospita la casa a forma di hot dog di Stanley Tigerman, la piazza del Beaubourg vede contrapporsi
i mostri patafisici di Niki de St. Phalle alle strutture macchiniste del Centro Pompidou; Claes
Oldenburg progetta negli Stati Uniti giganteschi edifici a forma di molletta o di forbice e piazza nel
parterre de La Villette, a Parigi, la sua bicyclette ensevelie, mentre Jean Dubuffet distribuisce le
sue sagome traforate a Parigi come a New York e a Chicago.
una sorta di trionfante marinismo che applica la poetica della meraviglia al territorio urbano.
E la meraviglia si vende, e bene. Non per nulla si va sviluppando impetuosamente il turismo urbano
che porta citt come Londra e New York in cima alla graduatoria dei luoghi pi visitati; non per
nulla il turismo dilaga in tutte le direzioni alla ricerca di tutte quelle esperienze che possono
produrre emozioni (o, soltanto, essere trendy) e che passano ormai soprattutto attraverso le realt
metropolitane.
Queste considerazioni ci guidano verso un altro fattore di successo, la capacit della citt
postmoderna di produrre eventi: la produzione di citt una produzione di eventi, di cui
larchitettura, la modellazione dello spazio fisico forma parte integrante ed manifestazione
sensibile: ma sono gli eventi quelli che contano (v. Fabbri e Greco, 1995, p. 58). nella citt che,
per definizione, accadono le cose. Se attraverso il suo patrimonio simbolico, materiale e
immateriale, la citt si rappresenta, attraverso gli eventi la citt si racconta. La produzione di
eventi culturali, artistici, sportivi, religiosi, esplicitamente ricreativi - siano essi in qualche modo
incardinati a una citt (il Giubileo per Roma), o catturati dalla citt (le Olimpiadi o i
Mondiali di calcio), oppure inventati (Expo, grandi mostre capaci di presentarsi come epocali) si annuncia enfaticamente, trasmette messaggi di forte impatto emotivo, induce il bisogno di
esserci, attrae, quindi, centinaia di migliaia, milioni di visitatori nelle citt che li ospitano. E, cos,
produce effetti e ottiene ritorni sul piano dellaggregazione sociale, pur provvisoria, sul piano
economico, sul piano della riorganizzazione e del restyling delle strutture urbane, soprattutto
nellimmagine forte che la citt attraverso levento rinvia a tutto il mondo. E, alla fine, la stessa
citt, la metropoli, a farsi evento, evento totale: Londra, New York, Parigi, nel prossimo futuro
forse la stessa nuova Berlino, rappresentano nellimmaginario collettivo una sorta di grande evento

permanente di cui necessario essere o sentirsi - per un giorno, per una settimana, per una volta o
per tutte le volte che potremo tornarci - cittadini, tributandone il successo con il farne una sorta
di patria sia pur provvisoria.
Un terzo fattore di successo va ricercato nel ruolo produttivo della citt. La crisi della citt
industriale aveva provocato molte incertezze sul futuro economico delle citt e in particolare delle
metropoli. Ma la forte spinta verso leconomia immateriale sta assicurando nuove prospettive alla
citt. Il processo di globalizzazione crea interdipendenze tra le diverse economie locali, promuove lo
sviluppo di imprese transnazionali, modifica radicalmente gli assetti del mercato del lavoro. Questi
processi esaltano il ruolo di quelle citt che presidiano i crocevia delleconomia mondiale, le
citt globali, le quali conservano o accrescono il proprio peso economico attraverso il controllo
delle reti di informazione e di comunicazione.
Accanto alle citt globali, dotate di un ruolo strategico di controllo e di innovazione
nelleconomia del terziario avanzato, si collocano citt, magari di dimensioni meno estese, che
esercitano la loro globalit attraverso funzioni pi specializzate, ma che proprio per questo si
propongono come obiettivo a livello mondiale. E il caso delle citt turistiche. Infatti, il turismo
unistituzione universalizzante che conferisce senso alla vita e propone una nuova scansione allo
spazio-tempo; a esso accedono masse sempre pi estese di persone, sottratte dal progressivo
innalzamento del tenore di vita alle rigide delimitazioni del loro territorio. Sia le citt darte sia le
citt dello svago e degli eventi sono coinvolte dal turismo di massa (e usiamo, finalmente, questa
espressione senza valenze negative, ma come possibilit diffusa di accesso alla soddisfazione di
bisogni di gratificazione e di autorealizzazione) dentro un sistema di coordinate internazionali
in cui leconomia come processo globale ha una forte funzione regolatrice. Il luogo urbano
divenuto oggetto di consumo turistico nello stesso tempo estero-determinato e ricomposto nella
sua unit e identit a partire proprio dallo sguardo turistico. Anzi, lidentit urbana in quanto tale
diventa una risorsa meritevole di offerta, il patrimonio culturale un capitale da contabilizzare,
letnicit una differenza che consente e rafforza il riconoscimento reciproco. La scommessa della
citt turistica (come e forse pi di ogni altro luogo offerto al turismo) difficile perch
caratterizzata da un delicato equilibrio tra conservazione e fruizione del patrimonio, tra ricerca di
autenticit e offerta serializzata di esperienze omologate o simulate, in definitiva tra luniversalismo
dei comportamenti di consumo e il particolarismo del luogo. Nella gestione di questo equilibrio
stanno le ragioni del durevole successo di una citt turistica.
Unaltra tipologia di citt globale con funzioni specialistiche si aggiunge alla lista della nuova
economia urbana: la citt tecnologica. Ogni citt sta diventando in una certa misura una citt
tecnologica, nel senso che le tecnologie avanzate sono sempre pi la cornice allinterno della quale
si collocano le attivit di servizio, le interazioni tra individui e organizzazioni (citt cablate). Ma
in questo caso si parla di citt che hanno fatto delle tecnologie la risorsa per qualificarsi come
milieux innovateurs, aree in cui si assemblano funzioni pregiate di ricerca e di sperimentazione, ma
anche incubatrici di nuove potenzialit imprenditrici. Seguendo lesempio, probabilmente non
ancora uguagliato n tanto meno superato, della Silicon Valley, negli Stati Uniti e in altre aree
dellEuropa e dellAsia sono nate citt dellalta tecnologia: Salt Lake City, Seattle, Boston, ma
anche Cambridge e Dublino, Sophia-Antipolis in Francia e Helsinki, Xinzhu (Hsinchu) a
Taiwan, Singapore, Bangalore e Tel Aviv, pur attraverso percorsi diversi, rappresentano il comune
tentativo di non perdere lappuntamento con il futuro creando uno scambio diretto tra la ricerca
per linnovazione tecnologica e la fertilizzazione del tessuto imprenditoriale, attirando quella che
ormai la materia prima dello sviluppo, lintelligenza, ma nello stesso tempo garantendo un
complesso di servizi e di qualit di vita che promuova un clima di fiducia e di effervescenza intellettuale.
La graduatoria delle citt metropolitane, ottenuta incrociando volume demografico, capacit
produttiva e reddito pro capite, vedeva nel 1990 larea metropolitana di Tokyo al primo posto con
una produzione globale di oltre 800 miliardi di dollari, seguita da New York con oltre 400 miliardi,
Parigi con 300 miliardi nella stessa posizione di Osaka e di Los Angeles, infine Londra con 170

miliardi di dollari. La crisi economico-finanziaria che ha colpito il Giappone e la forte ripresa


economica delleconomia statunitense hanno certamente variato in questi ultimi anni le posizioni
di queste aree metropolitane, ma i dati, al di l della con
giuntura, sottolineano la convergenza tra area metropolitana e capacit produttiva. La
globalizzazione determina una profonda ristrutturazione economica e sociale, conferendo un
nuovo carattere duale alleconomia e al mercato del lavoro urbani. Da una parte abbiamo la citt
quaternaria, densa di attivit produttive sofisticate e complesse ad alto valore aggiunto, con la
verticalizzazione del terziario, con la presenza estesa di lites cosmopolite (managers, esperti di
finanza, ricercatori scientifici, imprenditori e professionisti dei media, ecc.); dallaltra, abbiamo
la citt marginale, in cui persistono rapporti di produzione precapitalistici (artigianato di
servizio, piccola edilizia, basso terziario e commercio ambulante abusivo, spezzoni di agricoltura
localistica) e in cui crescono nuove attivit economiche di tipo interstiziale o informale,
provocate dalla complessit e dalla difficolt di funzionamento del sistema urbano (dal ponyexpress ai vigilantes, dai sistemi di vendita porta a porta agli interventi di aiuto sociale in
bilico tra volontariato e lavoro sussidiato) (v. Sgroi, 1997, p. 94): la maggior parte delle citt
metropolitane anche nelle societ industriali avanzate, mostra unarticolazione composita cui
partecipano, in diversa misura da citt a citt, lun tipo e laltro di economia urbana.
Infine, nella valutazione del significato economico della citt non bisogna dimenticare che
nellimmaginario collettivo la citt metropolitana assume le caratteristiche di un supermercato
globale in cui si offrono sempre nuovi beni e servizi e tutti i desideri sono appagabili. Sia
attraverso i grandi centri commerciali, sia attraverso la trasformazione di certe strade, consacrate
tradizionalmente ai consumi di qualit, che creano una sorta di megacentro commerciale diffuso,
si sviluppa nelle citt una nuova pratica urbana, lo shopping, che, accanto al carattere di
comportamento economico che gli proprio, assume quello di pratica sociale, impiego del tempo
libero, occasione di socializzazione. La citt del consumo fa suo lo slogan di Harrods a
Londra - tutto per tutti dappertutto - testimoniando la sua funzione di mercato totale. Ma
anche attraverso questa sua funzione di capitale del consumo, la metropoli rilancia il suo ruolo
competitivo nellattirare nuovi flussi di utilizzatori.
Nel successo di una citt si inserisce anche la capacit di governare il rapporto tra mobilit
urbana e fruibilit della citt. Un sistema di trasporti integrato e veloce nella citt e tra la citt e il
suo hinterland, il quale - sfruttando una molteplicit di livelli spaziali, dalla metropolitana alle
sopraelevate - sottragga larghe aree al traffico automobilistico e le pedonalizzi: con questa
formula avviata precocemente (si pensi alla costruzione delle prime linee di metropolitana
sotterranea a Londra gi nel 1863) alcune metropoli sono riuscite a garantire una certa qualit di
vita urbana, pur in presenza di impetuosi processi di crescita.
Le grandi citt capaci di raggiungere il successo sono i luoghi dove meglio sembra realizzarsi la
promessa urbana, quel progetto di vita pubblica che comprende maggiore libert di pensiero e di
azione per i cittadini, un paniere di entitlements, provisions e chances tendenzialmente disponibile
per tutti, uneconomia pi dinamica e diversificata, occasioni pi frequenti di comunicazione sociale
e unofferta culturale pi ricca e aggiornata.
Ma questo risultato non il frutto di processi spontanei o delle sole forze di mercato. Il bilancio tra
costi e benefici della crescita urbana diverso da regione a regione, da citt a citt, perch dipende
anche dalla capacit di governare la complessit metropolitana da parte delle istituzioni pubbliche e
dei dirigenti politici.
Gli ultimi anni del Novecento sono stati caratterizzati dalla ricerca di nuove forme di governo
locale, capaci di affrontare i problemi di una realt urbana policentrica e di mantenere lequilibrio
tra lesigenza di decisioni rapide ed efficaci e la necessit di negoziare continuamente tra interessi e bisogni di una realt sociale sempre pi articolata e differenziata. La ricerca di nuove
modalit di governo sostanziale dei fenomeni urbani si muove non soltanto attraverso
innovazioni legislative, ma anche attraverso nuove pratiche politiche e tecniche. Si rafforzano i
poteri esecutivi nel governo municipale. Non soltanto in Italia, ma anche in altri paesi, il ruolo del

sindaco diviene pi visibile e assume nuovi poteri, fino a sfiorare un profilo monocratico che
spesso si traduce in manifestazioni improprie, dallintervento in prima persona nella politica
nazionale (il partito dei sindaci) allassunzione della rappresentanza diretta degli interessi
metropolitani a livello sovranazionale (nel rapporto con lUnione Europea o nellavvio di
procedure transnazionali di cooperazione citt/citt), fino alla tentazione del sindaco-impresario
e del sindaco-sceriffo (v. Sgroi, 1997).
La macchina amministrativa municipale ha di recente adottato in Italia una figura
professionale gi attiva - anche se con un bilancio ancora incerto (v. Golombiewski e Gabris,
1996) - in altri paesi europei e negli Stati Uniti, il city manager, il quale dovrebbe assicurare,
nella prospettiva della citt-impresa e della sempre crescente ricerca di autonomia
dellamministrazione rispetto alla politica, la capacit strategica di risolvere problemi e di
utilizzare in modo efficiente ed efficace le risorse.
Anche sul piano tecnico si affermano nuovi principi, si propongono nuovi strumenti e metodologie
per la gestione urbana. La tradizionale cultura della pianificazione urbanistica in crisi, forse anche
perch, come afferma Jean Daniel, il nostro secolo si caratterizzato essenzialmente per lincapacit
di prevedere e anticipare il futuro: pi oggettivamente, perch i nuovi paradigmi adoperati
nellanalisi dei processi decisionali hanno portato al riconoscimento della policy come interazione
tra soggetti piuttosto che alla contrapposizione tra piano disegnato e piano strategico (v.
Mazza, 1997).
Il 30 maggio del 1998 il Consiglio europeo degli urbanisti, espressione di undici paesi europei, ha
approvato la nuova Carta di Atene, che ribalta i principi ispiratori di quella del 1933: essa
afferma la necessit di costruire citt multifunzionali superando la pianificazione per zone, di redigere piani urbanistici attenti alla fattibilit economica e ambientale, di aumentare la
collaborazione, anche attraverso forme negoziali, tra amministrazioni pubbliche e soggetti privati, di
favorire la partecipazione dei cittadini. Questi concetti si erano diffusi in Europa gi da molti anni
in conseguenza della fallimentare esperienza di pianificazione che aveva coniugato il massimo di
autoritarismo e il massimo di impotenza. La nuova Carta dAtene una dichiarazione di principi la
cui attuazione ancora tutta da verificare, perch - come sta contemporaneamente avvenendo con la
privatizzazione dei servizi urbani - da una parte sconta i tentativi di fuga verso una deregulation selvaggia e dallaltra incontra le resistenze sorde degli apparati politico-amministrativi.
In questa complessa ricerca di nuove modalit di governo dei fenomeni urbani si sta inserendo una
prospettiva nuova: di fronte allurgenza di trovare soluzioni politiche e istituzionali di tipo
sovranazionale per molti problemi di una societ sempre pi complessa, sono paradossalmente le
realt territoriali locali a riconquistare significati e spazi di autonomia e a cercare forme di
cooperazione che oltrepassano i confini nazionali. Il successo urbano salda con pi forza i legami e le
interdipendenze del network metropolitano liberando la citt globale da ogni tentazione
monopolistica o egemonica. semmai lordinamento istituzionale a essere in ritardo.
3. La coscienza infelice.
3a. La mitologia dellantiurbanesimo.
Ora limmensa Roma mi maciulla. / Un giorno mio, qui, quando ce lho? / Catapultato
nelloceano urbano / perdo la vita in sterili fatiche. Allincirca millenovecento anni fa Marziale,
inurbato di grande successo ma di pochi quattrini, scriveva parole che, stile a parte, potremmo
ritrovare sulla bocca di molti abitanti contemporanei delle metropoli.
Una delle pi antiche immagini della citt quella dellagglomerato caotico, decadente,
corrotto, violento e insicuro; la si ritrova in tutta la letteratura antiurbana, dalla Bibbia a
Giovenale a Rousseau ai romanzi ottocenteschi (v. Strassoldo, 1998, p. 69).
Nella storia del genere umano c il destino del fare citt. Ma anche in questo caso sembra
ripetersi lesperienza del difficile rapporto tra gli uomini e il loro destino, come se gli uomini ne

prendessero per cautela psicologica le distanze rispetto ai vincoli e ai possibili rischi,


rifiutandone la paternit e la responsabilit. E come se la consapevolezza di questo destino, delle
sue incognite e delle sue sfide, producesse un forte sentimento di inadeguatezza e la vergogna di
fronte a tale inadeguatezza portasse al fatalismo o alla ribelle negazione. Nei confronti della citt
gli uomini oscillano tra la negazione del successo (la tesi della morte della metropoli) e la sua
psicologicizzazione (lenfatizzazione delle grandi paure urbane).
La mitologia dellantiurbanesimo nasce sul terreno del continuo conflitto tra natura e cultura di
cui gli uomini sono partecipi in maniera ambigua. Socrate nel Fedro risponde allamico che lo
rimprovera di non uscire quasi mai fuori dalle mura della citt: Perdona me, buon uomo: io sono
uno che ha amore per imparare; or i paesi, gli alberi, non mi vogliono insegnare nulla; gli uomini
s. Citt-civilt: Socrate esprime il pensiero fondante di questo percorso. Ma la realt non sempre
collocabile entro questo rassicurante divenire, non per tutti, almeno; non per coloro che vivono nella
paura e nella schiavit, non per coloro che pagano subito i costi della nascita o della trasformazione
della citt e che ne avranno, forse molto pi in l, i benefici.
Lantichit, che con linvenzione della citt ha sottratto lo spazio al disordine della natura, non
pu ignorare che il dentro della citt sempre aggredito e spesso invaso dal disordine che viene
dal fuori; non ci sono mura sufficientemente alte e spesse che un cavallo di Troia non possa attraversare col suo carico di violenza e di distruzione. Da qui limmagine, tramandata dai testi sacri
come dai miti prestorici, delle citt sante e delle citt maledette: le une prosperano
nellabbondanza e nella felicit, sono governate da sovrani giusti e sapienti offerti
allammirazione del mondo intero che a esse invia i pellegrini di speranza, gli assetati di sapere, i
bisognosi di giustizia; le altre sono inferno di abominio e di corruzione, destinate alla rovina
sotto i colpi della collera divina.
Cambia la citt nella dissoluzione del mondo antico e cambiano i sentimenti dellurbano. Alle
soglie dellet moderna si afferma in Europa lesigenza di una forma permanente, la citt ideale,
in cui geometria e filosofia, accresciuta cultura visiva e potere del principe si saldano in un
progetto politico che insieme organizzazione razionale dello spazio e rappresentazione del mondo,
cos come sono state fissate nelle categorie senza tempo e senza confini dellideale della monarchia
assoluta.
Il trauma provocato dalle grandi rivoluzioni - politica, economica, tecnologica, sociale - che
accompagnano il passaggio dal XVIII al XIX secolo spiega il rinnovato vigore del pensiero
antiurbano. Sono filosofi come Jean-Jacques Rousseau o Johann Fichte, romanzieri come Eugne
Sue, Victor Hugo, Honor de Balzac e Charles Dickens, raffinati critici darte e artisti come John
Ruskin e William Morris, poeti come William Blake e Ralph Emerson, perfino statisti come
Thomas Jefferson, che nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, entrati nellera urbano-industriale, denunciano la citt come espressione estrema della rottura con la natura e come sconfitta della
piccola comunit integrata e solidale. Alla fine del secolo il tema viene ripreso dalla
contrapposizione tra Gemeinschaft (comunit) e Gesellschaft (societ): La citt la forma pi
alta, cio pi complicata, della convivenza umana in generale. Essa ha in comune con il villaggio
la struttura locale in antitesi a quella familiare della casa. Ma entrambi conservano molti
caratteri della famiglia - e il villaggio in misura maggiore della citt, la citt li perde quasi
completamente quando si sviluppa in grande citt (v. Tnnies, 1887; tr. it., p. 290).
Nel corso del XIX secolo la visione apocalittica del destino della citt non rimane appannaggio
soltanto di pochi profeti illuminati, n si affida soltanto a giudizi etici ed estetici. Gli strumenti
delle nuove scienze sociali offrono al sentimento antiurbano una provvisoria base scientifica.
Thomas Malthus, Friedrich Engels e Charles Booth documentano, in momenti successivi e con
strumenti empirici diversi, le condizioni delle classi povere nella citt per eccellenza, Londra,
denunciandone linvivibilit. Si fa strada la tesi della morte della citt: tesi del tutto compatibile
con il suo successo. Anche per lescatologia materialistica di Marx, la citt, che pure ha avuto un
ruolo positivo consentendo di superare lisolamento e lidiotismo del mondo rurale, destinata a
sparire con labolizione del modello di produzione capitalistico (v. Marx, 1867-94). Robert

Owen e Charles Fourier offrono una possibile soluzione alla crisi della citt prospettando forme di
insediamento urbano alternativo, il cui messaggio utopico sar peraltro raccolto in parte dal
successivo Movimento moderno.
I cambiamenti materiali della citt provocati dalla rivoluzione industriale sono ingigantiti e
deformati dalla forte impressione di novit che domina la riflessione colta degli intellettuali non
meno che limmaginazione popolare. Da qui deriva la nostalgia per una natura elegiacamente
rivissuta o per una citt bella e ordinata che sempre quella che ha preceduto la citt in cui si
costretti a vivere. Questa visione catastrofista si alimenta di una tendenza pi generale che
potremmo definire con lespressione paura della modernit. La modernizzazione ha sempre
suscitato timori e violente opposizioni nei ceti i cui confini sociali, le posizioni di potere, gli stili di
vita rischiavano di essere sconvolti dal mutamento. NellOttocento lantimodernismo e
lantiurbanesimo sono perci pi facili da ritrovare nellambito della cultura conservatrice, non
di rado attivando nostalgie e movimenti reazionari. la lettura catastrofista del Manifesto di Marx
che trasferisce successivamente questo sentimento allinterno della cultura politica di sinistra. Ma
questa gi storia del XX secolo.

3b. Crisi e critica della citt.


Don Martindale, nella sua prefazione alledizione inglese del saggio di Weber sulla citt, afferma
che al suo interno la citt oggi in uno stato di decadenza [...] letica della citt sembra essere
sul finire (v. Martindale, 1958, p. 62). Oswald Spengler (v., 1918-22), che pure sottolinea il
valore della citt come fattore di evoluzione culturale, vede nella metropoli lo stadio finale del
ciclo di vita urbano, quello che precede la dissoluzione. Anche Lewis Mumford (v., 1961) avanza
la stessa previsione: la metropoli la manifestazione pi alta dello sviluppo urbano, ma il suo
declino si gi avviato nel nostro secolo e sono molto limitate le possibilit che luomo moderno ha
per arrestare questo processo, un processo che attraverso la megalopolis sembra portare
allinfausto destino di nekropolis.
Malgrado la reazione del Movimento moderno e lulteriore reazione della cultura postmoderna,
il pessimismo sul presente e sul futuro della citt permane, anzi si aggrava, tra noi contemporanei.
Emerge, per, da una riflessione e unanalisi concettualmente pi ricche ed empiricamente pi
attrezzate, il tema non pi della morte della citt, ma quello della crisi urbana. unespressione,
questa, di successo, perch permette di comprendervi il molto, ma porta con s anche il rischio di
stringere il poco. Lidea di crisi, infatti, diventata altrettanto vaga quanto lidea di citt che
porta dietro (v. De Carlo, 1995, p. 30). Ha ragione Paul-Henry Chombart de Lauwe (v., 1981)
quando, domandandosi se la citt sia morta, conclude che morta la teoria tradizionale della citt,
mentre la citt rinasce in forme nuove. Il fatto che utilizziamo, senza averne sempre
consapevolezza, le vecchie metafore della citt-corpo e della citt-macchina che si
coniugavano pi facilmente (non illudiamoci pi di tanto: anche nella polis greca, cos come
nella citt rinascimentale italiana, lideologia faceva aggio sulla realt, che era molto meno
organica e integrata di quanto volesse la rappresentazione) con la categoria dellordine urbano. Ma
lordine urbano, a sua volta, ha bisogno di una forma compatta; la citt il dentro, che ha
confini, legittimazioni, funzioni (le mura, la cittadinanza, le risorse, gli stili di vita) suoi propri: si
contrappone al fuori, da cui deve difendersi (la citt medievale) o che deve annettere e dominare
(la citt moderna). Ma quando il dentro dilaga nel suo fuori, la citt diventa confusa, funzioni e
luoghi si separano, i confini tra dentro e fuori sbiadiscono. Si determina una forma nuova di citt chiamiamola post-citt o ipercitt - che richiama con evidenza la categoria del disordine o, pi
semplicemente, denuncia la presenza di pi ordini apparentemente non componibili e conflittuali.
La qualit essenziale che ci si aspetta dalla citt la sua leggibilit, la facilit con cui le sue
diverse parti possono essere visualmente percepite o apprese, riconosciute e organizzate secondo
uno schema unitario e coerente di identificazione (v. Lynch, 1960). La riproposizione attuale

dellimmagine della citt come foresta impenetrabile evidenzia la negazione di questa facilit di
lettura; forse rivela pi un disagio interpretativo delle discipline che si occupano della citt che una
oscurit oggettiva. Ma le immagini, le rappresentazioni sociali, specie quando sono veicolate da
canali forti, diventano pi reali di ogni realt materiale.
Ogni crisi - usiamo questo termine nel significato corrente - ha il suo tempo e a esso appartiene:
la Roma metropolitana della decadenza imperiale, la Parigi secentesca delle tante corti dei
miracoli, la Londra fumosa e crudele di Dickens sono realt diverse, accomunate dallo sguardo
retrospettivo o dalla capacit universalistica dellinvenzione letteraria. In realt, ci si presentano
con indicatori oggettivi diversi. Se c una costante nelle crisi sociali , semmai, quella determinata
dal venir meno della corrispondenza tra forme fisiche e comportamenti delle istituzioni da una parte
e bisogni, aspettative, comportamenti dei gruppi sociali dallaltra: quando le prime non riescono pi
a contenere, indirizzare, dare forma coerente alle trasformazioni reali, e gli altri, cio i gruppi sociali,
percepiscono confusamente il mutamento, ma non sono rassicurati dalla presenza di fattori
automatici o intenzionali di riadattamento e di riequilibrio, accade che questi ultimi siano costretti
ad assumersi soggettivamente il carico delle tensioni trasformative, elaborandolo in termini di
disagio, rischio, allarme sociale.
La crisi della metropoli contemporanea sostenuta - nel senso di una pi enfatizzata elaborazione
- da due soggetti nuovi, lurbanistica e i mass media, che trasformano, non intenzionalmente, i
problemi urbani in gravi patologie. Cercher di dimostrare che questo non affatto un paradosso,
come invece potrebbe sembrare.
Lurbanistica un potente elaboratore di analisi e di terapie che nasce dalla crisi urbana e di
questa ha bisogno per crescere e affermarsi come potere tecnico, per alimentare le proprie
contraddizioni e offrirle ora alluna ora allaltra manifestazione della coscienza inquieta del vivere
urbano. Lurbanistica moderna nasce un po farmaco dulcamariano, un po tecnica di rigore
sperimentale, un po proclama utopico, un po, addirittura, scientia scientiarum di fronte ai mali
di una citt vista sempre, almeno dallOttocento a oggi, come malata (v. Choay, 1980); non per
nulla il suo linguaggio usa spesso delle metafore (sventramento, demolizione, risanamento, ecc.).
Lurbanistica come sapere e saper fare autonomi rivendica la sua tecnicit politicamente
neutra, ma ha sempre portato nel suo seno le due anime contrapposte del pensiero utopico urbano:
progressisti contro culturalisti, razionalismo e industrialismo contro comunitarismo e naturalismo.
E, malgrado la sua dichiarata oggettivit, non pu non indurre nelle proiezioni architettoniche
o spaziali, un certo numero di pratiche e di mutamenti sociali (v. Roncayolo, 1988, p. 112).
La progettazione urbanistica finisce col muovere societ, proponendo con modalit
sostanzialmente autoritarie modelli che implicano nuovi stili di vita o che finiscono anche
indirettamente per determinarli. Daltra parte linvenzione urbana pu trasformarsi in formula e
questa pu essere riprodotta - in un delirio tecnocratico - in contesti temporali e spaziali diversi,
senza curarsi della presenza o meno di altri interventi che pur appartengono alla coerenza del
piano: la Ville radieuse si trasforma nel Corviale di Roma o nelle sette Vele di Napoli o nello Zen
di Palermo; non ci si pu aspettare che la new town, anche quando sia realizzata con la giusta
dotazione di servizi e di verde, crei necessariamente la comunit.
La crescita dellurbanistica ha provocato la sua separazione dallarchitettura: Questa
(recente) separazione nasconde altre fratture e altre lacerazioni profonde. Lurbanistica si
allontanata dal suolo, dalla citt fisica, dalla sua carica simbolica, dalle pratiche sociali, dalle
comunit, dalle loro aspirazioni, dalla loro domanda didentit e di futuro (v. Pavia, 1996, p. 7).
Viene a mancare cos la capacit di rispondere alla domanda di qualit simbolica e di rappresentazione espressa dalla comunit: la grande opera architettonica, come si ricordato in
precedenza, si delocalizza; non inscrivibile, quindi, allinterno di una possibilit di lettura
comune della citt. Una citt che non si pu leggere, che non offre alla maggior parte possibile dei
suoi cittadini e dei suoi visitatori codici, anche diversi, di rappresentazione e di appropriazioneappartenenza, una citt che genera alienazione, che evidenzia i suoi costi ma scolora i suoi benefici,
che, in altre parole, trasmette immagini di crisi.

Il tema della crisi urbana centrale, anche se con accenti diversi e diverse chiamate di correit,
nel dibattito pi recente tra addetti ai lavori, urbanisti, architetti, geografi urbani; forse perch pi
cocente appare la frustrazione per chi questa citt ha contribuito in qualche misura a costruire e se
l trovata diversa dal modello che le aspettative ideali e il progetto tecnico avevano disegnato.
Proponiamo, senza pretese di rappresentativit, alcuni esempi di riflessioni tecniche, a volte anche
autocritiche. La crescita della citt ha comportato una perdita didentit e di valori
riconoscibili per secoli come attributi degli
spazi insediativi. Il mancato controllo dei processi di espansione dei centri abitati, della qualit
oltre che della funzionalit delle reti infrastrutturali, la difficolt di costruire spazi sociali che
avessero la stessa forte identit della citt storica e consolidata hanno condotto non solo alla
costruzione delle periferie anonime e al degrado dei nuclei urbani antichi, ma anche alla perdita di
una diffusa pratica di socialit negli spazi pubblici [...]. La citt contemporanea diventata la
realt dove massima latomizzazione sociale e dove le relazioni conflittuali vedono il
predominio dellhomo oeconomicus, il cui comportamento si basa su di una razionalit
strumentale che non tiene conto dellaltro in quanto persona con cui cum-vivere [...]. Con la citt
moderna il processo di identificazione tra spazio e societ civile si disgregato e risulta difficile
ristabilire il patto tra urbs (sistema fisico) e civitas (sistema sociale), infranto (v. Fusco Girard
e altri, 1998).
Il dibattito urbanistico scopre la nostalgia del passato perch, come ha sostenuto Piano in
unintervista apparsa su un quotidiano, il nostro secolo ha fatto degenerare questa grande
invenzione delluomo che la citt. I suoi valori positivi: la socialit, la miscela delle funzioni, la
qualit del costruito, sono tutte presenze di un tempo che fu, e sopravvivono a stento nei centri
urbani di oggi.
La critica si appunta soprattutto sulle citt italiane. Esse non soltanto mancano gravemente di
infrastrutture e attrezzature, sopravvivendo in pratica con la dotazione assicurata dalle politiche
urbane e dalle opere pubbliche del secolo scorso e dellinizio di questo secolo o con le isolate grandi
opere - talvolta inutili e abbandonate al successivo degrado - catturate con qualche grande evento
(le Olimpiadi, i Mondiali di calcio); sono anche (o lo sono diventate), se confrontate con altre citt
europee, faticose da viverci, prive di comfort, brutte, insicure.
Se le citt italiane sono criticate per il meno che esse offrono quanto a efficienza e qualit
dellorganizzazione urbana, le citt americane sono investite dalle critiche per il troppo che
larchitettura postmoderna ha prodotto in loro, muovendosi con arbitrariet rispetto al contesto
fisico e sociale, per il carattere di gioco e di dissipazione che presiede alla progettazione delle
nuove realt architettoniche e urbane, entrate ormai nel regno delle merci e come queste sottoposte
a una rapida obsolescenza per consentire altre innovazioni e nuova produzione.
La atopia (un mondo staccato dal luogo) viene denunciata nella critica allarchitettura
postmoderna come fede nella capacit illimitata della tecnica di produrre la citt felice, anche a
costo di farne una citt virtuale per una vita virtuale, come quella descritta da Peter Weir
nellagghiacciante film The Truman show. Argomento, questo, che non poi soltanto materia di
film.
Celebration, la citt disneyana, a un quarto dora di auto da Orlando (Florida),
recentemente inaugurata, potrebbe essere la scenografia per un film su questa pazza, pazza
America, ma anche sui vezzi di certa signature architecture: il suo centro commerciale
progettato da Rossi, il municipio firmato da Johnson, lufficio postale da Graves, la banca da
Robert Venturi e la futura edificazione offre una scelta tra sei stili architettonici a chi vorr
acquistarvi una casa. Eppure, appena nel 1982, stato demolito il Portland Building, una delle
opere emblematiche di uno dei pionieri del postmoderno, Michael Graves; e con ci molti
dichiararono chiusa, dopo dieci o ventanni di vita, anche lepoca del postmoderno (v. Strassoldo,
1998, p. 77). Ma, come si vede, il successo dellarchitettura postmoderna continua e comincia a
essere evidente, malgrado le iniziali resistenze, anche nelle citt europee e, quindi, anche in Italia
(anche se, talvolta, con una traduzione pi popoladresca che pop).

Conclude Bernardo Secchi, dopo aver tracciato un quadro impietoso delle citt italiane: Al
centro della mia riflessione stanno la grande, pervasiva e sconsolante mediocrit della citt
italiana, il suo carattere ordinario, dozzinale e banale e linsoddisfazione nei confronti delle ipotesi
esplicative che finora ne sono state fornite: la speculazione edilizia; la corruzione amministrativa;
il vincolo urbanistico, la divaricazione tra il campo professionale e ci che Pierre Bourdieu
chiama campo intellettuale pertinente, loccupazione in particolare del primo, da parte di
figure dotate di troppo scarso sapere critico; il contributo a ci fornito dalle stesse scuole di
architettura; le responsabilit personali di molti loro docenti (v. Secchi, 1994, p. 20). Come si vede,
una critica a tutto campo che chiama in causa sia i caratteri della committenza pubblica e della sua
cattiva mediazione tra i contrapposti interessi privati, sia la risposta progettuale, appiattita nei fatti
sulla committenza e fautrice di una modernit intesa soltanto come ricorso a forme, tecniche e
materiali vistosi.
A presidiare il progetto, pi che lispirazione, interviene la tecnica; ma, per citare ancora
lintervista di Piano, quando ledificazione si riduce a pura tecnica (un fatto di macchine,
organizzazione, denaro) perde ogni valenza espressiva, ogni significato sociale, ogni aderenza
alla vita. Si potrebbe siglare il processo evolutivo della progettazione urbanistica e architettonica
come un percorso dallutopia allatopia, fino alla tecnoutopia.
Legemonia della tecnica si congiunge poi con linnamoramento per i materiali nuovi, capaci di
portare il messaggio onnipotente della modernit, dal vecchio cemento armato al nuovo
vetrocemento; con le tecnologie sempre pi sofisticate rese necessarie dal gigantismo edificatorio
e dalliperbole architettonica, gli edifici diventano macchine dal ciclo di vita raccorciato e dai costi
di manutenzione elevatissimi.
La critica sembra per poter esorcizzare la crisi. In molti paesi europei si sta prendendo coscienza
dei guasti provocati dagli esiti del modernismo imperante fino a pochi anni fa: si cominciano ad
abbattere i grands ensembles che hanno imbruttito e rese alienanti le periferie urbane e aumentano
gli istituti di credito che concedono mutui vantaggiosi a chi costruisce con moduli e materiali
tradizionali. Cos come a Roma si riscopre nella ripavimentazione delle strade il vecchio
sampietrino (anche se made in China).
Un altro soggetto imperante in questa letteratura sulla crisi della citt contemporanea
rappresentato, come abbiamo ricordato, dai mass media. Lidea che sia in atto - anche in Italia un abbandono in massa della citt per tornare in campagna piace molto agli operatori delle comunicazioni di massa. La stampa periodica, la televisione di informazione, ma anche quella di
intrattenimento (si pensi alla trasformazione della popolare serie Casa Vianello in una pi
ecologica e accattivante Cascina Vianello; ma, almeno in questo caso, si irrideva alla moda dei
personaggi famosi che tornano in campagna), offrono titoli in cui ricorrono costantemente - dopo
letture affrettate delle statistiche ufficiali - le espressioni fuga dalla citt, addio citt crudele e
cos seguitando (v. Melis e Martinotti, 1998). Il guaio che questi luoghi comuni, ingigantiti
mediaticamente, vengono poi assunti come propri anche da intellettuali di grido improvvidamente
pronti ad assecondare le correnti comunicative o spinti ad affermare laristocrazia
dellintelligenza contro ogni fenomeno di massa giudicato camp (il che equivarrebbe a plebeo, ma
appare meno classista).
I mass media, sospinti dalla spirale inesorabile - una vera, continua fatica di Sisifo - di gettare in
pasto ai lettori o agli spettatori una notizia capace di emozionare pi di quella del giorno
prima, non si limitano al tutto sommato poco dannoso rilancio di una bucolica antiurbana (anche
se bisognerebbe chiederci quanto questa manipolazione delle informazioni non serva da
copertura ai ritardi e ai silenzi sulla normativa relativa alle aree metropolitane); le occasioni pi
ghiotte sono quelle in cui i mass media possono alimentare unimmagine infernale o di medioevo
prossimo venturo delle metropoli: la criminalit urbana dilagante, ad esempio. Sono spesso
rappresentazioni a corrente alternata, perch una Milano con un picco straordinario di rapine e
omicidi in una settimana fa pi notizia di una Napoli con uno stillicidio di omicidi che va avanti
da mesi o da anni.

N si pu dimenticare il cinema: da Metropolis di Fritz Lang a Batman di Tim Burton, da Blade


runner di Ridley Scott a Nirvana di Gabriele Salvatores, riceviamo - forte dellimmagine di verit
della creazione cinematografica - una rappresentazione suggestiva e terribile della metropoli
futura, modernissima e decadente, multirazziale e isolante, la cui disperata condizione alla fine
riscattata da un eroe solitario, umano o non umano.
La rappresentazione della crisi urbana nei suoi toni pi esasperati e nelle sue forme pi efficaci
pu condurci a due alternative. Pu funzionare come una profezia che si autodistrugge, oppure pu
trasformarsi in un laboratorio di paure e di allarme sociale e fomentare un clima di millenarismo
metropolitano.
Ancora una volta, come avviene sempre davanti ai problemi epocali, alle grandi questioni sociali
e di civilt, il genere umano si trova di fronte a un bivio: o accettare la sfida che la situazione di
crisi impone ed elaborare strategie progettuali, disegnando e costruendo, per tentativi e approssimazioni, soluzioni razionalmente e tecnicamente appropriate nonch socialmente gestibili; o
ripiegare sulladattamento, elaborando atteggiamenti e comportamenti devozionali, destinati a
placare lansia collettiva, portando problemi e soluzioni fuori dalla portata dellintelligenza e dei
saperi umani ed elaborando una qualche metafisica della speranza o della rassegnazione (fatalismo,
ricerca di un capro espiatorio, attesa messianica di uno straordinario intervento salvifico).
Latteggiamento devozionale pu essere elaborato attraverso meccanismi magico-religiosi, magari
aggiornati con contaminazioni affascinanti e di successo (new age); oppure attraverso il pensiero
forte dellideologia (la convinzione che la citt postmoderna sia lultimo stadio di unegemonia
capitalistica ormai sfinita; o, su fronti del tutto diversi, che la metropoli sar larena in cui si
combatter lultima guerra, quella tra civilt). Latteggiamento progettuale, daltra parte, pu
ossificarsi in uno scientismo autoreferenziale o nella semplificazione della citt salvata dalla
tecnologia.
N detto che lelemento, per cos dire oggettivo, del problema - nel nostro caso la questione
metropolitana - costituisca di per s, per grave che sia, la componente determinante. Si potrebbe dire
che non tanto la morte della citt, quanto la paura della sua morte a caratterizzare limmagine e la
vita urbana, a condizionare lorganizzazione degli insediamenti e delle abitazioni, dei percorsi e dei
tempi di uso.
3c. Le grandi paure urbane.
Sovraffollamento, degrado ambientale, povert ed emarginazione sociale, criminalit: il secolo del
successo urbano sembra essersi chiuso con un forte e allarmante passivo. Sono problemi che hanno
radici fuori della citt, ma che nella citt si radicalizzano o comunque diventano pi visibili. Sono
problemi che rivelano anche esplicitamente linsufficiente capacit di regolazione sia dello Stato sia
del mercato, ma che quanto pi provocano allarme sociale, tanto pi occultano questa incapacit.
Problemi che si intrecciano e fanno massa, provocando il cortocircuito delle grandi paure, anche
perch quello che succede nella metropoli sempre vissuto come unanticipazione di quel che potr
avvenire - che avverr - nel resto del mondo.
Lesplosione demografica del pianeta, malgrado le martellanti previsioni, unipotesi che in
termini complessivi rimane astratta per luomo comune: diventa concreta quando essa si traduce
nella congestione urbana che vincola o altera i nostri ritmi di vita, i nostri orari e calendari urbani,
che ci fa sentire la massa dei nostri concittadini, dei pendolari, degli utilizzatori, che ci schiaccia
nelle metropolitane o negli autobus urbani, che intasa e rende meno fruibili le nostre strade e piazze
pi preziose, i nostri monumenti, quando diventa fila irrequieta e spesso rissosa che ci precede e ci
allontana dallo sportello del servizio pubblico cui abbiamo bisogno di accedere. Oppure, quando la
vediamo materializzarsi nei nuovi movimenti migratori che, specialmente nei paesi senza una
tradizione di immigrazione, provocano la sindrome della goccia che fa traboccare il vaso, dando
limpressione di incombere minacciosamente sugli equilibri gi fragili dellorganizzazione urbana

e della convivenza civile.


Laffollamento urbano non per un fenomeno che si possa valutare al di fuori delle condizioni di
contesto. Nelle citt del Terzo Mondo la forte crescita demografica provocata dallinurbamento di
massa e dallalto tasso di natalit si contrappone allinsufficiente sviluppo della base produttiva,
allinesistenza di politiche pubbliche dellabitazione, allassenza di servizi sociali, provocando la
formazione di estese masse di inoccupati o di occupati precari, la crescita ai margini della citt di
estese bidonvilles in condizioni igieniche, sociali e morali drammatiche. Nelle citt del mondo
industrializzato o postindustriale la pressione demografica si presenta in modi diversi e produce
effetti diversi, anche perch vi si registrato un rallentamento o addirittura un arresto della crescita
demografica naturale. Si ha semmai una trasformazione della struttura della popolazione, che pure
ha i suoi effetti nellorganizzazione della vita urbana: laumento della componente anziana
provocata dallincremento della speranza media di vita. Inoltre, la popolazione si distribuisce su una
rete pi articolata di centri urbani. Infine, lacquisizione di nuove funzioni produttive che
sostituiscono quelle manifatturiere - decentrate in altre aree dello stesso paese o nei nuovi paesi in via
di industrializzazione - e la sopravvivenza o, addirittura, lespansione delleconomia informale,
insieme al ruolo delle politiche di welfare urbano, mantengono un certo equilibrio tra bisogni e risorse.
Non si producono automaticamente quegli effetti che la Scuola ecologica di Chicago pronosticava
per la metropoli; neanche nelle metropoli pi disperate lordine biotico prevale totalmente
sullordine simbolico e sociale; gli abitanti metropolitani non diventano topi impazziti che lottano
ciecamente per la sopravvivenza, ma trovano e inventano forme di adattamento, sviluppano attitudini
di destrezza sociale, acquisiscono capacit di negoziazione nel privato quanto nel pubblico.
La sovrappopolazione urbana diventa traino, per, per altri problemi. Tra questi emerge
immediatamente la questione dellaumentato rischio ambientale; per una collocazione pi
realistica del problema va ricordato che la questione ambientale non si declina oggi soltanto in
termini urbani: pensiamo alla desertificazione, alla deforestazione, al dissesto idrogeologico
provocato dalla trasformazione delle colture, al depauperamento del patrimonio vegetale e faunistico.
Altrettanto importante il fatto che leccessivo affollamento mette in crisi la capacit di carico
dellambiente urbano. Una popolazione estesa con le sue esigenze di prelievo e di emissione
(pensiamo soltanto allacqua per il primo e ai rifiuti solidi e liquidi per la seconda); la congestione
del traffico urbano e laumento dei gas di scarico; gli effetti inquinanti delle tecnologie necessarie
per far funzionare abitazioni, uffici, servizi; lintensificazione edilizia e la cattiva manutenzione di
un patrimonio costruito in continua crescita; linquinamento acustico provocato dallaumento del
traffico aereo e di quello urbano di superficie: sono tutti elementi di una emergenza ambientale
che aumenta la complessit del sistema urbano e della sua governabilit.
Malgrado le dismissioni industriali e lo sviluppo delle infrastrutture e attrezzature di igiene
urbana (rete fognante, rete idrica, servizi igienici nelle abitazioni, servizi di raccolta di rifiuti
solidi, ecc.) quelle deficienze ambientali che sembravano prerogative delle vecchie e insalubri
citt industriali si ritrovano accentuate, anche se cambiate di segno, nelle metropoli moderne e si
ritrovano anche nelle metropoli ancora poco industrializzate: infatti i dati ci informano che Citt
di Messico e Nuova Delhi sono le due metropoli pi inquinate del pianeta.
Lallarme provocato dal crescente degrado ambientale sta determinando reazioni individuali
(dalla mascherina di garza antinquinamento a un minor uso dellautovettura privata, l dove le
condizioni dei trasporti pubblici lo consentono, alluso di autovetture meno inquinanti), reazioni
sociali (accresciuta domanda di verde pubblico), politiche ambientali pi mirate (nuovi sistemi di
raccolta e smaltimento dei rifiuti, risparmio energetico e idrico, vincoli alla circolazione
automobilistica privata, adozione di mezzi per il trasporto pubblico meno inquinanti e meno
congestionanti). Lofferta urbana deve sempre pi misurarsi non soltanto con una domanda di utilit
e di bellezza, ma anche di qualit dellambiente.
Un altro aspetto della vita metropolitana che desta sorpresa, almeno nelle societ
economicamente sviluppate - una sorpresa che si converte in scandalo o in allarme, quando invece
non costringe il fenomeno in un ghetto di invisibilit, anche se esso si mostra nella quotidianit

delle strade della citt - quello della povert e dellemarginazione sociale. La citt
metropolitana ha con la povert un rapporto complesso; da una parte esercita unattrazione nei
confronti dei soggetti poveri o a rischio di povert provenienti dallesterno: la sua capacit di
promessa provoca un effetto perverso, induce cio aspettative e speranze in misura maggiore di
quanto non sia in grado di soddisfare con le sue risorse di ospitalit, dallalloggio al lavoro,
dallaccettazione delle diversit allintegrazione sociale. Dallaltra, essa stessa luogo di
produzione di povert: i cambiamenti frequenti nella struttura produttiva e le loro conseguenze sul
mercato del lavoro, la restrizione nelle politiche di welfare, la questione abitativa, la presenza di
immigrati irregolari o clandestini, privi dei requisiti necessari per accedere al mercato del lavoro
istituzionale e ai servizi sociali, hanno provocato in molte citt degli Stati Uniti e dellEuropa la
formazione di sacche di povert che tendono a dilatarsi e a cronicizzarsi.
Se la povert pu apparire, pur nella tragicit delle sue dimensioni e delle sue forme,
comprensibile nelle metropoli del Terzo Mondo in cui sembrano destinati a concentrarsi i
dannati della terra, spinti dalla modernizzazione senza sviluppo, pi difficile spiegare la
presenza massiccia e permanente della povert nella metropoli opulenta del Primo Mondo coi suoi
sistemi assistenziali, societ di consumi e di sprechi, di garanzie diffuse e di flussi
redistributivi. Dobbiamo invece constatare che la povert nelle sue molte forme, materiali e
immateriali, non soltanto un fenomeno residuale delle citt postindustriali, di natura frizionale,
dovuto cio a fasi di squilibrio nel passaggio da una condizione allaltra (transizione
scuola/lavoro, disoccupazione tecnologica, primo impatto nellinurbamento, nuove forme di
handicap non coperte o non adeguatamente coperte da servizi socio-sanitari, ecc.) o di tipo
soggettivo (rifiuto o incapacit di inserirsi in un tipo di organizzazione produttiva e in ritmi di vita
troppo stressanti e competitivi): tant che i processi di impoverimento crescono in misura
pi che proporzionale rispetto alla stessa crescita della citt e alla sua diffusione sul territorio (v.
Guidicini, 1998).
I mutamenti continui che caratterizzano la metropoli moderna si incrociano con i mutamenti
dellesperienza esistenziale propri dellepoca che stiamo vivendo: cambia il ciclo di vita,
diminuisce la centralit della famiglia e, soprattutto, delle relazioni di parentela, cambiano i
ruoli di genere. Tutto ci ha effetti sullappartenenza e sullidentit urbane, genera solitudine e
insicurezza, spinge a rifugiarsi nei mondi artificiali dellalcolismo o della droga.
Alla povert la metropoli offre luoghi particolari. Il degrado urbano che si manifesta in modo
pi visibile in certi quartieri della citt isola la povert, la materializza pi nelle cose che nelle
persone. Il degrado fisico assume in s il degrado sociale, funziona da filtro o da asilo per i
nuovi poveri (immigrati, gruppi sociali in declino, persone dimesse dagli ospedali psichiatrici).
Oppure i poveri vengono costretti in luoghi che, come la strada, hanno perduto la caratteristica di
ambito relazionale e dove essi pagano la loro insopportabile e ingombrante presenza con
linvisibilit. Nella metropoli contemporanea i barboni escono dallimmaginario collettivo come
elemento eccezionale e pittoresco ed entrano nel quotidiano: sono gli homeless, senza-tetto che
diventano inesorabilmente anche senza-luogo.
La povert alimenta cos, pur in una societ aperta per definizione qual quella urbana, il
grande fiume dellesclusione sociale. Nelle citt questa non come altrove un percorso individuale,
ma pu diventare tratto distintivo di un gruppo che condivide condizioni di emarginazione e insediamento. Nasce la trib urbana dei poveri e si crea un tappo che chiude la sacca della povert e ne
rende ancora pi difficile la fuoriuscita; nel ghetto urbano si sviluppano reti informali di carattere
apertamente anomico, o parzialmente anomico, che in qualche modo attingono a risorse
solidaristiche degradate e offrono sostituti funzionali della solidariet in particolari situazioni (v.
Mela, 1996, p. 63); oppure, se nel ghetto urbano alla povert e allemarginazione sociale si
aggiungono fattori come la discriminazione etnica e la presenza di unestesa popolazione giovanile
cui interdetto laccesso alla maggior parte delle risorse, maturano le condizioni per lesplosione
della reazione violenta, sia nella forma delle sommosse di quartiere (come quelle verificatesi
negli anni Novanta a Newcastle, Hartcliffe, Carlisle in Inghilterra, a Sartrouville e Mantes-la-

Jolie in Francia, a Los Angeles negli Stati Uniti) sia come violenza collettiva di strada (v.
Magnier, 1996). Incremento della violenza e diffusione della criminalit sono al centro della
paura urbana per antonomasia e producono unimmagine di citt inevitabilmente violenta, che
crea aggressivit perch aggressiva (ibid., p. 280).
Confrontiamoci con alcuni dati: tra le 17 citt con un indice di criminalit grave (numero di
omicidi per 1.000 abitanti) sono presenti nella fascia alta della graduatoria grossi agglomerati
metropolitani dellAfrica (Citt del Capo e Il Cairo) seguiti da Manila, Rio de Janeiro, Miami,
caratterizzati da un indice a due cifre. Tutte le metropoli europee presentano invece un indicatore
a una cifra e si collocano quindi nella fascia pi bassa della graduatoria. Sembra perci
determinante, anche per questo problema, piuttosto che la forte concentrazione demografica, il
contesto sociale di appartenenza con la sua spietata competitivit economica, religiosa, etnica o
con il suo troppo rapido e squilibrato processo di modernizzazione.
Nelle citt metropolitane la violenza criminale tende ad assumere due diverse dimensioni
territoriali. Da una parte possiamo incontrarla come presidio di certi segmenti del territorio: il
caso, ormai assunto a simbolo, del Bronx a New York che comincia ad avere le sue riproduzioni
anche in paesi come lItalia (lo Stadera a Milano, San Salvario a Torino, il Corviale a Roma,
Ponticelli a Napoli, lo Zen a Palermo): sono quartieri off-limits non soltanto per gli imprudenti
visitatori esterni, ma anche per le forze di polizia che esitano ad avventurarvisi e spesso, se sono
costrette a intervenire, divengono oggetto di violente reazioni da parte della popolazione locale a
copertura dei criminali ricercati. Dallaltra parte c una criminalit diffusa che si distribuisce su
tutto il territorio urbano (scippi, rapine, borseggi, risse, ecc.). Questa, malgrado sia spesso
eufemisticamente definita microcriminalit, quella che per la sua ubiquit, per la sua
quotidianit, per il suo abbattersi spesso sui cittadini pi deboli (anziani, donne, piccoli operatori
commerciali) e per le insufficienti o inesistenti azioni di contrasto delle forze dellordine e delle
autorit giudiziarie colpisce di pi limmaginario collettivo e indebolisce il sentimento di
sicurezza dei cittadini.
Infine, nelle grandi citt e nelle metropoli sembra oggi localizzarsi preferibilmente, con forme
pi complesse ed efficienti, la criminalit organizzata che si salda con la grande corruzione
politico-amministrativa. Anche su questo fenomeno la globalizzazione produce i suoi effetti perversi:
la metropoli diventa il crocevia o il terminale politico e finanziario dei pi diversi traffici criminali,
dalla droga al commercio delle armi, dalla prostituzione allimmigrazione clandestina,
sfruttando debolezze o complicit degli apparati amministrativi, capacit delle strutture
creditizie, coperture o commistioni tra movimenti politici clandestini e organizzazioni criminali.
Malgrado la sua diffusione e la sua gravit, la criminalit urbana non appare, neanche agli
osservatori pi pessimisti, un male inevitabile della citt o quanto meno un fenomeno non riducibile
entro una soglia che ne consenta il controllo tanto da rispondere positivamente alla domanda di
sicurezza degli abitanti e degli utenti della citt. Il riferimento a New York e alla politica di zero
tolerance del sindaco Rudolph Giuliani ormai rituale nei dibattiti e nelle proposte di nuove
politiche dellordine pubblico. Pu risultare stucchevole, ma si pu comprendere proprio perch la
Grande Mela sia stata spesso al centro di descrizioni catastrofiche: criminalit e violenza
dilaganti, scandali politico-finanziari, speculazione, tensioni etniche e razziali, povert estrema,
alcolismo e droga, degrado fisico e sociale di edifici e di interi quartieri. Ma anche in altre
metropoli americane ed europee il problema della criminalit tradizionale e delle nuove forme che
essa assume al centro di efficaci risposte politiche, di tipo sia repressivo sia preventivo, le quali
dimostrano che esiste la possibilit di governarlo.

3d. Lincubo e la sfida.


Il XX secolo lascia in eredit una realt urbana e metropolitana in forte crescita; , per, una
realt carica di problemi che sembrano troppo grandi anche per coloro che allo studio e alla

progettazione della citt hanno dato arte e sapienza e, tanto pi, quindi, provocano paure e allarme
sociale nel sentimento comune.
Non basta confermare lesistenza e la validit del successo urbano, bisogna chiedersi perch esso
turbi la coscienza degli uomini molto di pi di quanto non ne esalti lorgoglio; perch provochi
pi incubi che speranze. Forse perch i suoi costi sono manifesti, mentre i suoi benefici sono dispersi nella crescente differenziazione degli attori urbani e delle modalit di fruizione.
Ancora una volta bisogna ricordare che molti dei problemi che noi imputiamo alla citt
chiamano in causa scenari ben pi generali: uno sviluppo economico il cui ritmo e le cui
forme sono sempre meno compatibili con la salvaguardia dellambiente (ma anche il nonsviluppo si sta traducendo in una bomba ecologica); istituzioni statuali che si rivelano inadeguate
ad affrontare i tempi imposti dalla globalizzazione e dal risveglio in forme nuove del localismo;
acquisizioni scientifiche e tecnologiche che corrono troppo rispetto al passo lento delletica e del
diritto; uno squilibrio tra Nord e Sud del mondo che si esaspera mentre si vanificano le ricette
di volta in volta imposte dal pensiero occidentale.
Senza cedere alla tentazione intellettuale di allargare i problemi, cerchiamo dunque di tracciare
un bilancio puntuale della citt nel XX secolo, limitando il campo di osservazione agli elementi
specifici della questione urbana.
La citt metropolitana un sistema complesso: chiamata a rispondere a una mutevole pluralit di
domande, richiede strutture e azioni capaci di affrontare insieme problemi di lunga durata e
lesplosione continua di emergenze. I bisogni e le aspettative dei suoi abitanti non sono pi
riferibili alla figura del citoyen della citt liberale, n alle forti identit di classe della cittfabbrica. La citt si trova di fronte un individualismo di massa; essa stessa si qualifica sempre di
pi come un complesso di individualit organizzate, portatrici di desideri e di interessi, le quali
si compongono e si ricompongono continuamente, di volta in volta si aggregano, cooperano,
confliggono per imporre la propria domanda, per ottenere una risposta privilegiata, per influire sui
processi decisionali strategici, per contare di pi o, magari, per raggiungere una visibilit.
La complessit rende la citt contemporanea vulnerabile: basta un black-out di energia, un
evento meteorologico eccezionale, lo sciopero in un servizio strategico, il concentrarsi nello stesso
giorno di pi manifestazioni collettive, senza parlare poi di un eventuale attentato terroristico o
pi semplicemente di un atto teppistico mirato, perch la funzionalit della macchina urbana si
inceppi con effetti traumatici per le vite umane o per leconomia. La sua manutenzione difficile
perch la citt richiede insieme livelli tecnologici tradizionali e sofisticati, usata da una pluralit
di popolazioni che hanno modalit e ritmi di fruizione assai diversificati, si serve di apparati
tecnico-organizzativi burocratizzati, rigidi, scarsamente efficienti.
Il funzionamento del governo metropolitano e quello del mercato non possono contare sul sostegno
silenzioso delle forme primarie di controllo sociale: i mutamenti continui della popolazione, le
differenze culturali, la crisi delle tradizionali istituzioni di aggregazione sociale aggredite dalla
modernizzazione lo rendono pi lasco e precario, cos che le relazioni di scambio, le tensioni
sociali tra individui o tra gruppi o tra individui e istituzioni dordine non possono contare nella loro
gestione su uno zoccolo sicuro di norme fortemente interiorizzate.
La fuoriuscita dalla citt delle attivit industriali ha sottratto alla citt la forza suggestiva
dellordine razionale della fabbrica - con le sue gerarchie professionali, con la sua disciplina, ma
anche con le sue solidariet - cos come ha fatto perdere lordinata ciclicit dei suoi tempi di
lavoro.
Il welfare pubblico non risponde pi con il paradigma della crescita continua (inclusione di
nuovi bisogni nellarea della protezione sociale, spesa pubblica aggiuntiva, nuovi servizi e
prestazioni, maggiore occupazione per la stessa espansione del welfare) allesigenza di controllo
delle tensioni sociali, al sostegno della domanda interna, alle esigenze di redistribuzione sociale del
reddito.
Infine, la metropoli cambia troppo rapidamente rispetto alle capacit di adattamento degli
individui, dei gruppi, delle organizzazioni. E i cambiamenti appaiono improvvisi, inesplicabili,

una minaccia che sembra colpire ciascuno di noi, o da cui ciascuno di noi si sente pi aggredito
rispetto agli altri.
La citt non ci garantisce pi quello che ci ha promesso: libert e cittadinanza, centralit della
ricchezza pubblica che attenui gli effetti della diseguale distribuzione della ricchezza privata,
vitalit economica nellofferta di redditi e occupazione, pluralismo culturale, promozione di stili
di vita e di consumo pi aperti e sofisticati. Oppure lo promette a troppi perch non accada che gli
altri ci appaiano concorrenti sempre pi pericolosi nella fruizione della citt. A Mosca, a
Mosca: lo diciamo ancora, lo facciamo anche, ma senza pi crederci molto; viviamo il successo
urbano con una coscienza inquieta, pronti a denunciare la nostra infelicit metropolitana.
La promessa urbana nello stesso tempo una sfida: tutti gli attori sono chiamati ad affrontare il
disordine che laltra faccia dello sviluppo urbano. Vivere i problemi della citt - pur grandi, a
volte drammatici - come se fossero incubi non ci porta lontano. Infatti, constatiamo che vi sono citt
travolte dal mutamento o soverchiate da una massa di problemi che hanno cause geopolitiche assai
complesse, ma vi sono anche storie di successo urbano, citt che hanno saputo accettare la sfida e
rinnovarsi. La capacit di riottenere fiducia sulla promessa urbana oggi nelle possibilit delle
grandi citt metropolitane: esse sono gi nel futuro con il loro disordine che pu sembrare
mostruoso e insieme bellissimo, con la durezza con cui impongono i loro costi, ma anche con le
immense opportunit che offrono. Nelle metropoli si vince e si perde una sfida che lascer
il segno anche nelle realt urbane minori che a esse guardano non per un banale processo imitativo,
ma perch soltanto entrando in rete con esse conserveranno e valorizzeranno la loro identit.
Non c mai nulla di definitivo nella storia e, quindi, la metropoli contemporanea non il
punto di arrivo della storia urbana. Altri successi e altre crisi, altre sfide e altre paure si
accompagneranno alla citt nel futuro. E gli uomini ne saranno sempre protagonisti, ora come
produttori, ora come prodotto.
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