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ANALISI MATEMATICA

Ottavio Caligaris - Pietro Oliva

CAPITOLO 1

UN PO DI LOGICA
Diciamo proposizione una affermazione di cui siamo in grado di stabilire se e` vera o e` falsa.
Indichiamo con lettere maiuscole le proposizioni e scriviamo c : P ,
leggendo c tale che P e` vera, se c e` un elemento in corrispondenza del
quale la proposizione P e` vera.
Assegnata una proposizione P si pu`o costruire una nuova proposizione,
che definiamo negazione di P ed indichiamo con not P , come la proposizione che e` vera se P e` falsa ed e` falsa se P e` vera.
Si pu`o identificare la proposizione not P anche mediante una tabella,
detta tabella di verit`a, che elenca in corrispondenza dei due casi possibili la
verit`a o la falsit`a della proposizione in questione:
P
1
0

not P
0
1
TABELLA 1.1
E` inoltre necessario definire nuove proposizioni che dipendono da una
o pi`u proposizioni note.
Assegnate due proposizioni P e Q,
(P and Q) e` vera se P e Q sono entrambe vere
(P or Q) e` vera se almeno una tra P e Q e` vera
(P xor Q) e` vera se una ed una sola tra P e Q e` vera.
Le corrispondenti tabelle di verit`a possono essere raggruppate nella seguente:
P Q not P not Q P and Q P or Q P xor Q
1 1
0
0
1
1
0
0 1
1
0
0
1
1
1 0
0
1
0
1
1
0 0
1
1
0
0
0
TABELLA 1.2
E` immediato verificare che proposizione P xor Q e` vera o falsa a seconda che sia vera o falsa la proposizione
(P and (not Q)) or (Qand (not P ))
come si pu`o verificare dalla tabella 1.2.
3

1. UN PO DI LOGICA

Possiamo anche verificare come not interagisce con and e or mediante


la tabella1.3
P Q not P not Q P and Q P or Q not(P and Q) not (P or Q)
1 1
0
0
1
1
0
0
0 1
1
0
0
1
1
0
1 0
0
1
0
1
1
0
0 0
1
1
0
0
1
1
TABELLA 1.3
Dalla tabella 1.3 possiamo verificare che
(not(P and Q)) e` vera tutte e sole le volte che e` vera ((not P ) or (not Q))
(not(P or Q)) e` vera tutte e sole le volte che e` vera ((not P ) and (not Q))
Si pu`o inoltre affermare che le seguenti affermazioni sono sempre vere
(P or (not P )) (legge del terzo escluso)
(not(P and (not P ))) (legge di non contraddizione)
Assegnate due proposizioni P e Q si possono inoltre costruire le seguenti proposizioni
(P Q) , (P Q) , (P Q)
che leggiamo, rispettivamente P implica Q, P e` implicato da Q, P e`
equivalente a Q e che sono identificate come segue
(P Q) significa che Q e` vera ogni volta che P e` vera;
(P Q) significa che P e` vera ogni volta che Q e` vera;
(P Q) significa che P e` vera tutte e sole le volte in cui Q e` vera.
In altre parole (P Q) significa che o non e` vera P oppure, se P e`
vera, allora e` vera anche Q; in simboli:
(1.1)

(P Q) ((not P ) or Q)

Possiamo verificare dalla tabella 1.4 che due proposizioni sono equivalenti se assumono gli stessi valori nella loro tabella di verit`a, cio`e se sono
entrambe vere o entrambe false.
P Q P Q P Q P Q
1 1
1
1
1
0 1
1
0
0
1 0
0
1
0
0 0
1
1
1
TABELLA 1.4
Per convincerci che la definizione di implicazione corrisponde a criteri di senso comune, e` opportuno mettere in evidenza la negazione della
proposizione (P Q); avremo che
(1.2)
not(P Q)

se e solo se

not((not P ) orQ)

se e solo se (P or(notQ))

1. UN PO DI LOGICA

Infatti e` chiaro che not(P Q) se accade che P e` vera e Q e` falsa.


La seguente tabella permette di verificare che le due proposizioni contenute in 1.2 hanno la stessa tabella di verit`a; cio`e sono equivalenti.
P Q not Q P Q (P and (not Q)) not (P Q)
1 1
0
1
0
0
0 1
0
1
0
0
1 0
1
0
1
1
0 0
1
1
0
0
TABELLA 1.5
Osserviamo anche
(1.3)

(P Q) ((not Q) (not P ))

Per cui possiamo aggiungere una colonna alla tabella 1.5


P Q not Q not P P Q (not Q) (not P )
1 1
0
0
1
1
0 1
0
1
1
1
1 0
1
0
0
0
0 0
1
1
1
1
TABELLA 1.6
(P Q) ((P Q) and (P Q))
(P Q) ((not Q) (not P )) (not(P and (not Q)))
Questultima relazione e` nota come principio di dimostrazione per
assurdo.
Ricordiamo che si suppone noto il concetto di insieme.
Usualmente gli insiemi sono identificati da una lettera maiuscola, mentre le lettere minuscole, di solito, designano gli elementi di un insieme.
Ricordiamo anche che
a A significa che a e` un elemento di A, a appartiene ad A;
b 6 A significa che b non e` un elemento di A, b non appartiene ad
A.
se A e` un insieme, a A e Pa e` una propriet`a che dipende da a,
tale che cio`e sia vera per certi valori di a e falsa per altri valori di
a, scriviamo
{a A : Pa }

oppure {a A : Pa e` vera}

per indicare linsieme degli elementi di A tali che Pa e` vera.


Occorre infine ricordare che si dice data una relazione binaria su un
insieme A se dati due elementi a, b A e` possibile stabilire se e` vera o
falsa la proposizione a e` in relazione con b.
Scriveremo aRb e a6Rb per significare che la proposizione in oggetto e`
rispettivamente vera o falsa.

1. UN PO DI LOGICA

Una relazione binaria si dice di relazione di equivalenza se sono verificate le seguenti condizioni
(aRb) (bRa)
(simmetricit`a);
(aRa)
(riflessivit`a);
((aRb) and (bRc)) (aRc)
(transitivit`a).
Una relazione binaria si dice relazione dordine o ordinamento se sono
verificate le seguenti condizioni
(a6Ra)
(antiriflessivit`a);
((aRb) and (bRc)) (aRc)
(transitivit`a).
Siano A, B due insiemi, diciamo che
(1.4)

AB

(B A)

se (a A) (a B)

Diciamo che
(1.5)

A=B

se (a A) (a B)

Definiamo
A\B = {a A and a 6 B}
Nel caso in cui B A linsieme A\B si dice anche complementare di
B in A e si indica con B c essendo omessa lindicazione che il complementare e` fatto rispetto ad A, in quanto sar`a sempre chiara, quando si user`a tale
simbolo, lidentit`a di A.
Definiamo inoltre
A B = {a A or a B}
(A unione B)
A B = {a A and a B}
(A intersezione B)
AB = {(a, b) : a A and b B}
( prodotto cartesiano).
Si possono provare facilmente propriet`a del tipo
A (B C) = (A B) C
A (B C) = (A B) C
A (B C) = (A B) (A C)
A (B C) = (A B) (A C)
(A B)c = Ac B c
(A B)c = Ac B c
Le ultime due uguaglianze sono note come formule di De-Morgan.
Indichiamo con linsieme vuoto, cio`e linsieme privo di elementi
Se P e` una proposizione ed A e` un insieme possiamo considerare le
seguenti proposizioni
ogni elemento di A soddisfa P ;
qualche elemento di A soddisfa P ;
uno ed un solo elemento di A soddisfa P .
Le tre affermazioni di cui sopra si scrivono in simboli
x A
:
Px

1. UN PO DI LOGICA

x A
!x A
Osserviamo che
sono
x A
x A

:
Px
:
Px
le negazioni delle prime due precedenti proposizioni
notPx
notPx

CAPITOLO 2

I NUMERI REALI
Introduciamo linsieme R dei numeri reali per via assiomatica; elenchiamo cio`e le propriet`a cui deve soddisfare linsieme dei numeri reali prescindendo dalla verifica dellesistenza di un modello di R e dalla costruzione di tale modello.
A tale proposito ci limitiamo a ricordare che la retta euclidea su cui
siano stati fissati due punti (0 ed 1), sia stato definito il verso positivo e
siano state definite la somma ed il prodotto per via geometrica, costituisce
un buon modello dei numeri reali.
Diciamo che sono assegnati i numeri reali, che indicheremo con R, se:
e` assegnato un insieme R
sono assegnate due leggi, che chiamiamo somma o addizione e
prodotto o moltiplicazione e che indichiamo con + e rispettivamente, ciascuna delle quali associa ad ogni coppia (x, y) R R
un elemento di R che indicheremo con x+y ed xy rispettivamente
(in realt`a useremo sempre xy in luogo di x y)
e` assegnata in R una relazione di equivalenza che indicheremo con
il simbolo = (rispetto alla quale esistono in R almeno due elementi
distinti)
e` assegnata in R una relazione dordine che indicheremo con <
valgono le seguenti propriet`a per ogni x, y, z R :
(1) x + y = y + x
(propriet`a commutativa delladdizione)
(2) (x + y) + z = x + (y + z)
(propriet`a associativa delladdizione)
(3) esiste R tale che x + = x, per ogni x R
(esistenza di un elemento neutro rispetto alladdizione)
lelemento neutro rispetto alla somma e` unico in R
infatti se z, z 0 sono due elementi neutri rispetto alla somma si
ha
z = z + z0 = z0 + z = z0
sar`a indicato dora innanzi con 0
(4) xy = yx
(propriet`a commutativa della moltiplicazione)
(5) (xy)z = x(yz)
(propriet`a associativa della moltiplicazione)
(6) esiste R tale che x = x per ogni x R
9

10

2. I NUMERI REALI

(esistenza di un elemento neutro rispetto alla moltiplicazione)


lelemento neutro rispetto al prodotto e` unico in R Se u, u0
sono due elementi neutri rispetto al prodotto si ha
u = uu0 = u0
sar`a indicato dora innanzi con 1
(7) x(y + z) = xy + xz
(propriet`a distributiva della moltiplicazione rispetto alladdizione)
(8) e` vera una ed una sola delle seguenti affermazioni
x<y
(9)
(10)

(11)

(12)

(13)

x=y

y<x

(legge di tricotomia)
se x < y allora x + z < y + z
(invarianza dellordine rispetto alladdizione)
se x < y e 0 < z allora xz < yz
(invarianza dellordine rispetto alla moltiplicazione per elementi positivi)
Per ogni x R esiste x0 R tale che x0 + x = 0
(esistenza dellinverso rispetto alladdizione)
per ogni x R linverso di x rispetto alla somma e` unico,
infatti siano x0 , x00 tali che x0 + x = x00 + x = 0 allora si ha
x0 + x + x0 = x00 + x + x0 e ne segue che x0 = x00
verr`a indicato solitamente con x
per ogni x R\{0} esiste x00 R tale che x00 x = 1
(esistenza dellinverso rispetto alla moltiplicazione)
per ogni x R\{0} linverso di x rispetto al prodotto e` unico
Siano x0 , x00 tali che x0 x = x00 x = 1 si ha x0 xx0 = x00 xx0 e ne
segue x0 = x00
verr`a indicato solitamente con 1/x o con x1
Per ogni A, B R, A, B 6= tali che
a b a A , b B
esiste c R tale che

(2.1)

acb

a A, b B

(esistenza di un elemento separatore).


Se x, y R scriveremo x > y in luogo di y < x e converremo di usare
il simbolo x y se (x = y) or (x < y) .
Ricordiamo inoltre che in caso di pi`u operazioni in sequenza, se non vi
sono parentesi, per convenzione il prodotto ha priorit`a sulla somma.
Passiamo ora a provare alcune fondamentali propriet`a dei numeri reali.
T EOREMA 2.1. - propriet`a dei numeri reali - Valgono i seguenti fatti:
(1) x, y, z R x + z = y + z x = y (legge di cancellazione
rispetto alla somma)

2. I NUMERI REALI

11

(2) x, y, z R , z 6= 0 , xz = yz x = y (legge di cancellazione


rispetto al prodotto)
(3) x0 = 0, x R
(4) ((x)) = x, x R
(5) (x) + (y) = (x + y), x, y R
(6) (x)y = xy, x, y R
(7) (x)(y) = xy, x, y R
(8) xy = 0 se e solo se (x = 0) or (y = 0)
(9) (xy)1 = x1 y 1 , x, y R\{0}
(10) x > 0 implica x < 0
(11) xx > 0, x R\{0}
(12) 1 6= 0
(13) 1 > 0
(14) x > 0 implica x1 > 0, x R
D IMOSTRAZIONE .
(1) Sia z 0 tale che z + z 0 = 0 allora
x = (x + z) + z 0 = (y + z) + z 0 = y
(2) Sia z 0 tale che zz 0 = 1 allora
x = (xz)z 0 = (yz)z 0 = y
x0 = x (0 + 0) = x0 + x0 da cui x0 = 0 .
(x) + x = 0 da cui (x) = x .
x + y + (x) + (y) = 0 da cui (x + y) = (x) + (y) .
(x)y + xy = (x + x)y = 0 onde (x)y = xy .
(x)(y) + (xy) = (x)(y) + (x)y = (x)(y + y) = 0 .
Sia xy = 0, se fosse y 6= 0 si avrebbe x = xyy 1 = 0 .
(xy)x1 y 1 = 1 .
Se x > 0 allora 0 = x x > 0 x = x .
Se x > 0 allora xx > 0 mentre se x < 0 si ha xx = (x)(x) >
0.
(12) Se fosse 1 = 0 si avrebbe, per ogni x R, x = x 1 = x 0 = 0 .
(13) 1 = 1 1 > 0 .
(14) Se x > 0 e x1 < 0 allora 1 = xx1 < 0.
2
Possiamo ora costruire un modello di R identificando gli elementi di R
con i punti di una retta euclidea su cui e` fissato un punto 0 ed un punto 1.
Si dice positivo il verso di percorrenza da 0 ad 1 e si dice altres` positivo
un punto (elemento di R) che sta dalla stessa parte di 1 rispetto a 0 e negativo
in caso contrario.
Si definisce somma di due elementi x ed y lelemento x + y individuato dal secondo estremo del segmento composto affiancando i segmenti di
estremi 0 ed x e 0 ed y come si vede in figura2.
Si definisce il prodotto di due elementi x ed y mediante la costruzione
indicata in figura2.
(3)
(4)
(5)
(6)
(7)
(8)
(9)
(10)
(11)

12

2. I NUMERI REALI

F IGURA 2.1. Costruzione della somma di due numeri reali

F IGURA 2.2. Costruzione del prodotto di due numeri reali


Con le operazioni di somma e di prodotto e la relazione dordine introdotte si pu`o dimostrare che le propriet`a richieste sono verificate e permettono di identificare nella retta euclidea un buon modello dei numeri
reali.
Occorre ora identificare in R linsieme N dei numeri naturali, linsieme
Z dei numeri interi e linsieme Q dei numeri razionali.
A questo scopo definiamo il concetto di sottoinsieme induttivo in R
D EFINIZIONE 2.1. Sia E R , diciamo che E e` un insieme induttivo
se soddisfa le due seguenti propriet`a:
(1) 1 E
(2) x E x + 1 E

2. I NUMERI REALI

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Osserviamo che esistono certamente insiemi induttivi in quanto, ad esempio, R stesso e` un insieme induttivo; e` pure utile osservare che anche
{x R : x 1}
e` un insieme induttivo.
D EFINIZIONE 2.2. Sia E linsieme degli insiemi induttivi di R; definiamo
N=

EE

La definizione assicura che N e` il pi`u piccolo sottoinsieme induttivo di


R.
T EOREMA 2.2. N e` non vuoto, 1 N, 1 n n N ed inoltre vale la
seguente propriet`a:
se A N e` un insieme induttivo allora A = N
D IMOSTRAZIONE . Dal momento che 1 appartiene ad ogni sottoinsieme
induttivo e dal momento che {x R : x 1} e` un insieme induttivo si ha
che 1 N ed inoltre n 1 se n N.
Per provare la seconda affermazione possiamo osservare che se A e` un
insieme di N induttivo, allora evidentemente A E e pertanto A N onde
A=N
2
Lultima affermazione del teorema 2.2 e` nota come principio di
induzione.
Applicando il principio di induzione allinsieme
B = A {n N : n < n0 }
possiamo dedurre il seguente corollario:
C OROLLARIO 2.1. Sia n0 N, n0 > 1, e supponiamo che sia A N
tale che
(1) n0 A
(2) n A n + 1 A
Allora
A {n N : n n0 } .
D EFINIZIONE 2.3. Siano m, n N, m n, e sia ak R per ogni
k N; definiamo
n
X
k=n

ak = an

m+1
X
k=n

ak = am+1 +

m
X
k=n

ak .

14

2. I NUMERI REALI
n
Y

m+1
Y

ak = an

k=n

ak = am+1

k=n

m
Y

ak .

k=n

D EFINIZIONE 2.4. Chiamiamo insieme dei numeri interi linsieme


Z = {a R : a = m n , m, n N} ,
inoltre diciamo insieme dei numeri razionali linsieme
Q = {q R : q = mn1 = m/n , m Z , n N} .
Non entriamo nel dettaglio delle propriet`a di Z e Q, ricordiamo solo che
Z = (N) {0} N
D EFINIZIONE 2.5. Sia A R, diciamo che M R e` un maggiorante
di A se
a A , a M
Diciamo che m R e` un minorante di A se
a A , a m
Chiamiamo
M (A) = {M R : a A , a M }
m(A) = {m R : a A , a m}
In altre parole M (A) e` linsieme dei maggioranti di A, mentre m(A) e`
linsieme dei minoranti di A.
Osserviamo che
M () = m() = R .
D EFINIZIONE 2.6. Sia A R , diciamo che A e` un insieme superiormente limitato se M (A) 6= .
Diciamo che A e` un insieme inferiormente limitato se m(A) 6= .
Diciamo che A e` limitato se A e` sia superiormente che inferiormente
limitato, cio`e se tanto M (A) quanto m(A) sono non vuoti.

D EFINIZIONE 2.7. Diciamo che A R ammette minimo (massimo) se


esiste m A (M A) tale che m a (M a) per ogni a A
Scriveremo in tal caso
m = min A , M = max A

Osserviamo che non sempre e` vero che un insieme di numeri reali ammette
minimo o massimo: si consideri ad esempio
A=R

oppure

A = {x R : 0 < x < 1}

2. I NUMERI REALI

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Osserviamo anche che


min A = m(A) A , max A = M (A) A
e che tali insiemi, se non sono vuoti, contengono un solo elemento.
T EOREMA 2.3. Sia A R , A 6= se A e` inferiormente limitato allora m(A) ammette massimo, mentre se A e` superiormente limitato M (A)
ammette minimo.
D IMOSTRAZIONE . Proviamo ad esempio che se A e` inferiormente
limitato allora m(A) ammette massimo.
Si ha
ma
m m(A) , a A
e pertanto per la 2.1
R

tale che m a

m m(A), a A

Pertanto si pu`o affermare che


= max m(A)
2

D EFINIZIONE 2.8. Sia A R , A 6= , A inferiormente limitato; definiamo estremo inferiore di A e lo indichiamo con inf A , il massimo dei
minoranti di A, definiamo cio`e
inf A = max m(A).
Analogamente se A e` superiormente limitato definiamo estremo superiore
di A e lo indichiamo con sup A , il minimo dei maggioranti di A, definiamo
cio`e
sup A = min M (A).
Definiamo inoltre
inf A = , se A non e` inferiormente limitato
sup A = +, se A non e` superiormente limitato
inf = +
sup =

E` importante trovare una caratterizzazione dellestremo inferiore e dellestremo superiore di un insieme.


T EOREMA 2.4. Sia A R , A 6= , A inferiormente limitato; allora
= inf A se e solo se valgono le seguenti condizioni:
(1) a a A
(2) > 0, a A tale che a < +

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2. I NUMERI REALI

D IMOSTRAZIONE . = infA = max m(A) m(A)


e
> 0 , + 6 m(A) .
Daltra parte
m(A) a a A (1);
mentre
> 0 + 6 m(A) > 0 a A : a < + (2)
In maniera analoga si pu`o dimostrare

T EOREMA 2.5. Sia A R , A 6= , A superiormente limitato; allora


= sup A se e solo se valgono le seguenti condizioni:
(1) a a A
(2) > 0 a A : a >
Dal momento che inf A = e sup A = + se, rispettivamente, A
non e` inferiormente, o superiormente limitato,si ha che
T EOREMA 2.6. Sia A R , A 6= allora
(1) inf A = k R ak A tale che ak < k
(2) sup A = + k R ak A tale che ak > k
Proviamo a questo punto che linsieme dei numeri interi non e` superiormente limitato; proviamo cio`e che
T EOREMA 2.7. - Principio di Archimede - x R n Z : n x
D IMOSTRAZIONE . Se per assurdo esistesse y R tale che
y > n n Z
allora y M (Z) e
= supZ R
Pertanto, da
n n Z
possiamo dedurre che
n + 1 n Z
e
1n

n Z

ma ci`o contraddice il teorema 2.5


Infatti per = 1 non esiste alcun n Z tale che 1 < n.
L EMMA 2.1. Per ogni x R esiste nx Z tale che
n x x < nx + 1 .
Inoltre si ha nx = max {n Z : n x}.

2. I NUMERI REALI

17

D IMOSTRAZIONE . Definiamo
A = {n Z : n x} .
Evidentemente A e` superiormente limitato e non vuoto in quanto, per il
teorema 2.7, esiste n0 Z, n0 x; si pu`o pertanto affermare che
n0 a
= sup A R
Se per assurdo si avesse che
n A si abbia n + 1 A
avremmo allora che A {n Z : n n1 } e quindi A non potrebbe
risultare limitato.
Quindi e` lecito affermare che
esiste nx A, tale che nx + 1 6 A;
da cui, essendo nx e di conseguenza nx + 1 interi, si ha
n x x < nx + 1 .
Osserviamo inoltre che, se esistesse n A, n > nx , si avrebbe n
nx + 1 > x ed n 6 A.
2
E pertanto lecito porre:

D EFINIZIONE 2.9. Sia x R, definiamo E(x), parte intera di x, come


E(x) = max{n Z : n x}
Osserviamo che E(x) e` il pi`u grande intero pi`u piccolo di x.

D EFINIZIONE 2.10. Sia x R, definiamo |x|, modulo, o valore assoluto, o


norma di x :

se
x>0
x
(2.2)
|x| = 0
se
x=0

x se
x<0

T EOREMA 2.8. Sono verificati i seguenti fatti, a, x, y R :


(1) |x| 0
(2) |x| = 0 x = 0
(3) |xy| = |x| |y|
(4) |x| a a x a
(5) |x + y| |x| + |y|

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2. I NUMERI REALI

(6) ||x| |y|| |x y|


(7) |x| < > 0 x = 0.
D IMOSTRAZIONE . (1), (2) e (3) seguono immediatamente dalla definizione di modulo; per quel che riguarda la (4) si noti che
|x| a 0 x a oppure a x 0 .
Proviamo ora la (5): per (4) si ha
|x| x |x| e |y| y |y| .
Pertanto, sommando membro a membro,
(|x| + |y|) x + y |x| + |y|
e la tesi, riutilizzando la (4).
Per quel che riguarda (6), si ha
|x| = |x y + y| |x y| + |y|
|y| = |y x + x| |x y| + |x| ;
perci`o
|x y| |x| |y| |x y|
e, da (4), la tesi.
Infine, per quel che riguarda la (7), se fosse x 6= 0, si potrebbe scegliere
tale che 0 < < |x|.
2
D EFINIZIONE 2.11. Sia x R, definiamo per ogni n N :
x0 = 1 ,

xn = xxn1

xn si dice potenza ennesima di base x.


Definiamo inoltre, se x 6= 0,
xn = 1/xn .
T EOREMA 2.9. Siano x, y R; per ogni n, m N si ha
(2.3)

xn+m = xn xm

(2.4)

(xn )m = xnm

(2.5)
(2.6)

(xy)n = xn y n

Fin qui abbiamo definito cosa intendiamo per numero reale, naturale,
intero e razionale ma non abbiamo introdotto un simbolismo adeguato.
Abbiamo fino ad ora identificato un numero utilizzando un simbolo, ma
e` chiaro che in tal modo possiamo utilizzare contemporaneamente solo pochi numeri dato che, per chiarezza, e` necessario servirsi solo di un piccolo
numero di segni (simboli o cifre) diversi; e` quindi utile introdurre un sistema di rappresentazione che utilizzi solo un numero piccolo di cifre e sia
in grado di fornire una adeguata rappresentazione dei numeri,anche molto
grandi, che ci interessano.

1. RAPPRESENTAZIONE DEI NUMERI NATURALI IN BASE B

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Tale tipo di rappresentazione fu introdotta in Europa da Leonardo Pisano, detto Fibonacci, cio`e figlio di Bonaccio attorno al 1400, ma era impiegata dagli arabi gi`a da molto tempo.
Essa prende il nome di notazione posizionale e si fonda sul seguente
semplice fatto
L EMMA 2.2. Per ogni a N {0}, e per ogni b N, esistono e sono
unici q, r N {0} tali che
(2.7)

a = bq + r , r < b

D IMOSTRAZIONE . Posto q = E(a/b) si ha


q a/b < q + 1 e

bq a < b(q + 1)

Pertanto, posto r = a bq si ha r N {0} e


bq + r = a < bq + b da cui r < b
2
1. Rappresentazione dei numeri naturali in base b
Siano a0 , b N, a0 b > 1; e definiamo il seguente algoritmo
per ogni n N {0} indichiamo con an e cn gli unici elementi di
N {0} (vedi il lemma 2.2) tali che
(2.8)

an = an+1 b + cn , cn < b

I numeri an cos` generati soddisfano interessanti propriet`a:


(1) an 6= 0 an+1 < an infatti
Dal momento che an+1 = E(an /b) e poiche b > 1
an+1 an /b < an
(2) Esiste n0 N tale che an0 6= 0 ed an0 +1 = 0
Se an 6= 0 implicasse an+1 6= 0 avremmo, per il principio di
induzione che an 6= 0 per ogni n N e quindi si avrebbe
allora per il (lemma2.2),
a1 a0 1 essendo a1 < a0
ed inoltre si potrebbe affermare che
an a0 n an+1 < an a0 n an+1 a0 (n + 1)
Ne verrebbe pertanto, per il principio di induzione, che
an a0 n

n N

e ci`o non e` possibile in quanto, per n > a0 , si avrebbe an < 0


(3) Risulta:
n0
X
a0 =
c k bk .
k=0

20

2. I NUMERI REALI

Si ha,
a0 a1 b = c 0
a1 a2 b = c 1
a2 a3 b = c 2
=
an0 = cn0
da cui moltiplicando la seconda uguaglianza per b, la terza
uguaglianza per b2 e cos` via fino a moltiplicare lultima per
bn0 si ottiene
a0 a1 b = c 0
a1 b a2 b 2 = c 1 b
a2 b 2 a3 b 3 = c 2 b 2
=
an0 bn0 = cn0 bn0
e sommando membro a membro si ottiene
(2.9) a0 a1 b + a1 b a2 b2 + a2 b2 a3 b3 + ...... an0 bn0 =
= c0 + c1 b + c2 b2 + ...... + cn0 bn0
e cio`e
a0 =

n0
X

c k bk

k=0

E` evidente a questo punto che possiamo identificare in maniera univoca


il numero a0 mediante la sequenza dei numeri ck , che risultano interi positivi
o nulli, minori di b.
In altre parole conveniamo di rappresentare in base b il numero a0 mediante lallineamento ordinato dei numeri ck trovati seguendo il procedimento descritto; definiamo cio`e
r(a0 ) = cn0 cn0 1 cn0 2 ...... c2 c1 c0 .
Osserviamo esplicitamente che
0 ck < b
e che
r(a0 ) = a0

a0 < b

Possiamo verificare che, per come e` stata costruita


(1) La rappresentazione in base b di un numero naturale e` unica;

1. RAPPRESENTAZIONE DEI NUMERI NATURALI IN BASE B

21

(2) Ogni allineamento finito di cifre in base b


k

0 k < b

, k = 0, 1, . . . , n0 con n0 6= 0, identifica un numero a N


mediante la
n0
X
a=
k bk
k=0

Si pu`o pertanto concludere che ogni numero naturale pu`o essere individuato non appena si disponga di b simboli diversi che chiameremo cifre.
Usualmente si adopera per questo scopo un numero di simboli o cifre
che e` pari al numero delle dita delle mani di un uomo; tali simboli sono:
0 ,

1 ,

2 ,

3 ,

4 ,

5 ,

6 ,

7 ,

8 ,

I primi due sono usati per identificare rispettivamente zero (lelemento


neutro rispetto alla somma) ed uno (lelemento neutro rispetto al prodotto),
mentre i successivi servono ad indicare i numeri naturali da due a nove
(secondo la terminologia in uso nella lingua italiana). I numeri da dieci in
poi si indicano invece facendo ricorso a pi`u di una cifra.
Naturalmente la scelta della base b = 10 non e` lunica possibile ne e` la
sola usata frequentemente.
Oltre alla notazione decimale infatti si fa spesso ricorso alla notazione
binaria, che corrisponde alla scelta b = 2 e che fa uso delle sole cifre
0

alla notazione ottale, che corrisponde alla scelta b = 8 e usa le cifre


0 ,

1 ,

2 ,

3 ,

4 ,

5 ,

6 ,

e alla notazione esadecimale che corrisponde alla scelta b = 16 (decimale)


e che fa uso della cifre
0, 1, 2, 3, 4 , 5, 6, 7, 8, 9, A, B, C, D, E, F
Osservazione. Il ruolo della base b = 2 e` diventato basilare in seguito
allo sviluppo degli elaboratori; infatti la memoria di un elaboratore e` in grado di registrare in ogni singola posizione di memoria due stati: attivo e non
attivo, vero e falso, 1 e 0. Pu`o pertanto in maniera semplice memorizzare
un numero come una sequenza di stati binari.
Le basi b = 8 e b = 16 sono di conseguenza importanti in quanto
8 = 23 e 16 = 24 e la conversione di base tra numeri binari ottali o esadecimali risulta molto semplice. A titolo di esempio osserviamo che le seguenti
rappresentazioni in base 2, 8 e 16 corrispondono al valore decimale 255
11 111 111
1111 1111
3
7
7
F
F
TABELLA 2.1

22

2. I NUMERI REALI

E` anche utile ricordare che la numerazione in base 2 ha il vantaggio


di usare poche cifre e quindi di necessitare di semplicissime tabelline di
addizione e di moltiplicazione, mentre ha lo svantaggio di dover usare molte
cifre anche per numeri piccoli.
Al contrario la numerazione in base 16 ha tabelline di addizione e di
moltiplicazione complicate ma e` in grado di rappresentare grandi numeri
con poche cifre.
2
Dal momento che si ha
Z = N {0} (N)
possiamo ottenere anche la rappresentazione in base b di ogni numero intero.
Per quanto concerne i numeri reali non interi non sar`a in generale possibile identificarli mediante un allineamento finito di cifre, possiamo per`o
provare che ogni numero reale si pu`o approssimare con arbitraria precisione
mediante allineamenti finiti di cifre.
2. Approssimazione dei numeri reali in base b
Anche in questo caso possiamo definire un algoritmo che e` in grado di
generare una successione, che pu`o essere infinita, di cifre mediante la quale
ogni numero reale pu`o essere approssimato con arbitraria precisione.
Sia x R , x > 0 e sia b N , b > 1 definiamo
c0 = E(x)
c1 = E((x c0 )b)
c2 = E((x c0
=
cn = E((x

n1
X

c1 2
)b )
b
ck bk )bn )

k=0

(2.10)

Definiamo inoltre
n
X
xn =
ck bk
k=0

xn si chiama approssimazione in base b di ordine n del numero reale x.


Usualmente si scrive
xn = c0 , c1 c2 c3 .....cn
oppure
xn = c0 .c1 c2 c3 .....cn
Se x R , x < 0 si definisce
xn = (x)n
Nel seguito tuttavia faremo sempre riferimento al caso in cui x > 0

2. APPROSSIMAZIONE DEI NUMERI REALI IN BASE B

(1) 0 x xn < bn
,
Infatti osservando che

23

0 cn+1 < b

cn = E((x xn1 )bn ) e che xn = xn1 + cn bn


si ha
cn (x xn1 )bn < cn + 1
ed anche
cn bn x xn1 < cn bn + bn
da cui
0 x xn < bn
Inoltre moltiplicando la precedente disuguaglianza per bn+1 si
ottiene
0 (x xn )bn+1 < b
e
cn+1 = E((x xn )bn+1 ) < b
(2) Si deduce quindi subito che
x xn
Ci`o si esprime dicendo che xn e` una approssimazione per difetto del numero reale x. Si vede altres` che lapprossimazione
di x pu`o essere fatta con precisione arbitraria pur di aumentarne
lordine. Infatti
(3) Per ogni x R si ha
x = sup{xn : n N}
Abbiamo gi`a osservato che
x xn
Daltro canto si ha
x xn < 1/bn
e possiamo anche affermare che
Se b N , b > 1 si ha bn > n, n N
Infatti per n = 1 si ha b > 1
inoltre se bn > n allora bn+1 > n + 1 in quanto
bn+1 = bn b > bn 2n = n + n n + 1.
Poich`e per ogni > 0, esiste n N tale che > 1/n
possiamo allora concludere che
> 1/n > 1/bn .
Si possono altres` provare i seguenti risultati.
(1) Per ogni x R e per ogni R, > 0, esiste q Q : |xq| < .

24

2. I NUMERI REALI

Scelto q = xn , con bn > 1/, e` immediato verificare che


q Q e che |x q| < .
(2) Per ogni x, y R, x < y, esiste q Q tale che x < q < y
(3) Per ogni x, y Q, x < y, esiste z R\Q tale che x < z < y
Infatti detto z = (x + y)/2 e scelto q = zn tale che bn >
3/(y x), e` immediato verificare che q Q e x < q < y.
La seconda affermazione segue dallesistenza di almeno un irrazionale; se infatti
e` un numero irrazionale compreso in (0, 1),
ad esempio = 2 1, avremo che
(2.11)

x + (y x)

non e` razionale ( se lo fosse, poich`e x, y Q si avrebbe anche


Q) ed e` compreso in (x, y)
Osserviamo che quindi anche tra due reali x < y esiste un irrazionale, infatti
si possono trovare x0 < y 0 con x < x0 < y 0 < y
Questo risultato si esprime usualmente dicendo che Q e` denso in R .
In realt`a il risultato provato e` pi`u preciso in quanto assicura che il sottoinsieme dei numeri razionali che si possono scrivere nella forma usata in
2.10 e` denso in R.
Nel caso in cui b = 10 i numeri che si possono scrivere in tale forma si
chiamano numeri decimali finiti .
Osservazione. E` duso, lavorando con i numeri reali, adoperare la
retta euclidea come modello dei numeri reali.
Infatti, assumendo i postulati della geometria euclidea ed il postulato
di continuit`a di Dedekind, si possono definire sulla retta le operazioni di
addizione e moltiplicazione, una relazione di equivalenza ed una dordine,
in modo che siano verificati gli assiomi che identificano i numeri reali. 2
E` inoltre utile costruire una rappresentazione geometrica del prodotto
cartesiano R R = R2 .
Ci`o pu`o essere ottenuto identificando R2 con un piano.
Consideriamo pertanto un piano e fissiamo su di esso due rette r1 ed
r2 , dette assi cartesiani, che si intersecano nel punto O, detto origine.
Usualmente adopereremo le lettere x ed y per indicare i punti di r1 ed
r2 rispettivamente; per tale ragione diremo che r1 e` lasse x e che r2 e` lasse
y.
Ognuna delle rette pu`o essere interpretata come R ed e` chiaro che procedendo come in figura2 si pu`o identificare ogni coppia di numeri reali con
un punto del piano e viceversa.
Qualora r1 ed r2 siano tali che ruotando r1 in senso antiorario, di un
angolo inferiore ad un angolo piatto, fino a sovrapporla ad r2 , i punti che
rappresentano le unit`a sulle due rette stanno dalla stessa parte rispetto al
punto O, la rappresentazione si chiama destrorsa; in caso contrario si dice
sinistrorsa.
Qualora le rette r1 ed r2 siano perpendicolari, la rappresentazione si
chiama ortogonale.

2. APPROSSIMAZIONE DEI NUMERI REALI IN BASE B

25

F IGURA 2.3. Sistema di riferimento Cartesiano


Qualora si scelgano in r1 ed r2 segmenti unitari uguali, la rappresentazione si dice monometrica.
Usualmente adopereremo una rappresentazione destrorsa, ortogonale e
monometrica, che chiamiamo sistema cartesiano.
Per concludere ricordiamo alcune notazioni:
D EFINIZIONE 2.12. Siano a, b R, definiamo
(a, b) = {x : x R , a < x < b }
[a, b] = {x : x R , a x b }
[a, b) = {x : x R , a x < b }
(a, b] = {x : x R , a < x b }
(a, +) = {x : x R , x > a }
a, +) = {x : x R , x a }
(, a) = {x : x R , x < a }
(, a] = {x : x R , x a }
Definiamo inoltre
R+ = {x : x R , x > 0 }
R+ = {x : x R , x 0 }
R = {x : x R , x < 0 }
R = {x : x R , x 0 }
D EFINIZIONE 2.13. Sia A R, diciamo che A e` aperto se

26

2. I NUMERI REALI

x A r > 0 tale che (x r, x + r) A


Diciamo che A e` chiuso se Ac e` aperto.
Diciamo che A e` compatto se e` chiuso e limitato.

CAPITOLO 3

FUNZIONI REALI DI UNA VARIABILE REALE


Il concetto di funzione e` di fondamentale importanza;
D EFINIZIONE 3.1. Diciamo che e` data una funzione reale di una variabile reale se sono assegnati un sottoinsieme D R ed una corrispondenza
f che ad ogni elemento x D associa uno ed un solo elemento y R.
D EFINIZIONE 3.2. Chiamiamo D dominio della funzione e denotiamo
con f (x) (si legge f di x) il corrispondente di x secondo la legge assegnata f ; spesso useremo il termine valore di f in x oppure f calcolata
in x per indicare f (x) e chiamiamo x argomento di f(x); per indicare la
corrispondenza f scriviamo anche x 7 f (x) oppure x 7 y = f (x).
Chiamiamo rango di f linsieme
R(f ) = {y R : x D, y = f (x)}.
Per indicare una funzione scriviamo f : D R, specificando prima
della freccia il dominio D di f , ma non curandoci di precisare, dopo la
freccia, il suo rango.
Osservazione. Distinguiamo fin dora due notazioni che saranno usate con significati completamente diversi. Useremo f per indicare la legge
di corrispondenza di una funzione ed f (x) per indicare il valore di f in x,
(quindi f (x) e` un numero reale).
2
Spesso, nellassegnare una funzione, daremo soltanto la legge di corrispondenza f ; in tal caso sottointendiamo sempre che D e` il pi`u grande
sottoinsieme di R i cui elementi possono essere usati come argomenti di f .
Ad ogni funzione e` possibile associare un sottoinsieme del prodotto
cartesiano R R (che indicheremo spesso con R2 ) che la caratterizza in
maniera completa e dalla quale e` completamente caratterizzato.
D EFINIZIONE 3.3. Sia f : D R, definiamo grafico di f
G(f ) = {(x, y) R2 : x D , y = f (x)}
Mediante la definizione 3.2 e` possibile associare in maniera univoca un
sottoinsieme G (= G(f )) ad ogni funzione f : D R.
Non e` altrettanto vero che ad ogni sottoinsieme G R2 e` possibile
associare una funzione f : D R. Ci`o accade solo nel caso in cui G
soddisfi una particolare propriet`a.
D EFINIZIONE 3.4. Diciamo che G R2 soddisfa la propriet`a (g) se
(g)

(x, y1 ), (x, y2 ) G y1 = y2
27

28

3. FUNZIONI REALI DI UNA VARIABILE REALE

T EOREMA 3.1. Per ogni G R2 , G soddisfacente la propriet`a (g),


esistono unici D R ed f : D R tali che G = gphf .
D IMOSTRAZIONE . Definiamo D = {x R : y R, (x, y) G} e
sia f (x) = y dove y e` lunico elemento di R tale che (x, y) G.
Dal momento che G soddisfa la propriet`a (g), D ed f verificano le
propriet`a richieste.
2
D EFINIZIONE 3.5. Sia f : D R, sia A D, definiamo restrizione
di f ad A la funzione g : A R tale che g(x) = f (x) x A.
Indichiamo con f |A la restrizione di f ad A.
Siano invece B D e g : B R; diciamo che g e` un prolungamento
di f a B se g|D = f .
D EFINIZIONE 3.6. Sia f : D R, diciamo che
(1) f e` iniettiva se
x1 , x2 D

f (x1 ) = f (x2 ) x1 = x2

In altre parole f e` iniettiva se ogni retta parallela allasse delle x


interseca gphf in un solo punto.
(2) Sia A R, diciamo che f e` surgettiva su A se R(f ) = A, cio`e se
y A

x D

y = f (x).

Per esprimere che f e` surgettiva su A diremo anche che f : D A


e` surgettiva. (Si osservi che in questo caso abbiamo specificato dopo la
freccia il rango di f ).
Sia f : D A, diciamo che f e` bigettiva se e` iniettiva e surgettiva.
Osservazione. Ogni funzione e` surgettiva sul suo rango.

D EFINIZIONE 3.7. Siano f, g : D R, definiamo


(1) f + g : D R come (f + g)(x) = f (x) + g(x) x D
(2) f g : D R come (f g)(x) = f (x) g(x) x D
1
(3) g1 : D1 R come g1 (x) = g(x)
x D1 = {x D : g(x) 6= 0}
D EFINIZIONE 3.8. Siano f : D R e g : B R e supponiamo
che R(g) D.
Definiamo funzione composta di g ed f la funzione che ad ogni x B
associa f (g(x)) R.
D EFINIZIONE 3.9. Diciamo che f : D A e` invertibile se esiste
g : A D tale che
(3.1)
(3.2)

f (g(y)) = y
g(f (x)) = x

y A
x D

Per indicare g usiamo il simbolo f 1 cosicche


f 1 : A D
e` linversa di f .

3. FUNZIONI REALI DI UNA VARIABILE REALE

29

T EOREMA 3.2. Sia f : D A, f e` invertibile se e solo se f e`


bigettiva.
D IMOSTRAZIONE . Supponiamo f invertibile; allora
y A

f (f 1 (y)) = y

e ci`o prova che f e` surgettiva su A.


Siano poi x1 , x2 D e sia f (x1 ) = f (x2 ), allora
x1 = f 1 (f (x1 )) = f 1 (f (x2 )) = x2
e ci`o prova liniettivit`a di f .
Supponiamo viceversa che f sia bigettiva e definiamo, per ogni y A,
1
f (y) = x dove x e` lunico elemento di D tale che f (x) = y.
In altre parole
f 1 (y) = x

y = f (x) .

Si ha allora
f 1 (f (x)) = f 1 (y) = x
f (f 1 (y)) = f (x) = y

x D
y A.
2

D EFINIZIONE 3.10. Sia f : D R e supponiamo che D sia simmetrico rispetto allorigine (cio`e x D x D); diciamo che f e` una
funzione pari se
f (x) = f (x)
x D;
diciamo che f e` una funzione dispari se
f (x) = f (x)

x D.

D EFINIZIONE 3.11. Sia f : D R, diciamo che f e` crescente


(strettamente crescente) se
x, y D,

x<y

f (x) f (y)

(f (x) < f (y)) .

Diciamo che f e` decrescente (strettamente decrescente) se


x, y D,

x<y

f (x) f (y)

(f (x) > f (y))

D EFINIZIONE 3.12. Sia f : D R, diciamo che f e` monot`ona


(strettamente monot`ona) se f e` crescente oppure decrescente (strettamente
crescente oppure strettamente decrescente).
T EOREMA 3.3. Sia f : D R, f e` monot`ona (strettamente monot`ona) se e solo se
x, y, z D,

x<y<z

[f (y) f (x)][f (z) f (y)] 0 (> 0).

30

3. FUNZIONI REALI DI UNA VARIABILE REALE

D IMOSTRAZIONE . La sufficienza e` ovvia, proviamo la necessit`a.


Siano a, b, x1 , x2 D, a < b x1 x2 ,
[f (a) f (b)][f (b) f (x1 )][f (b) f (x1 )][f (x1 ) f (x2 )] 0;
perci`o f (x1 ) f (x2 ) ha lo stesso segno di f (a) f (b) ed f e` monotona in
D [b, +).
In maniera analoga si prova che f e` monotona su D (, b] e quindi
su D in quanto se a < b < c
[f (a) f (b)][f (b) f (c)] 0
Nel caso in cui f sia strettamente monotona tutte le disuguaglianze sono da
intendersi in senso stretto.
2
T EOREMA 3.4. Sia f : D A surgettiva e strettamente monotona,
allora f e` invertibile ed f 1 : A D e` strettamente monotona.
Pi`u precisamente se f e` strettamente crescente (decrescente), f 1 e`
strettamente crescente (decrescente).
D IMOSTRAZIONE . Supponiamo che f sia strettamente crescente e vediamo che f e` iniettiva.
Siano x, y D tali che f (x) = f (y); se si avesse, per assurdo, x < y,
si potrebbe dedurre che f (x) < f (y) e ci`o e` in contrasto con lipotesi che
f (x) = f (y). Pertanto x = y.
Si ha quindi che f e` invertibile e f 1 (y) = x se e solo se y = f (x) per
ogni x D e per ogni y A.
Siano ora y1 , y2 A , y1 < y2 e siano x1 , x2 D in modo che
y1 = f (x1 )

e y2 = f (x2 )

se fosse x1 x2 si avrebbe f (x1 ) f (x2 ) e y1 y2 e ci`o e` assurdo.


Se ne deduce che x1 < x2 e la stretta crescenza di f 1 .
2
D EFINIZIONE 3.13. Sia f : D R, diciamo che f e` superiormente
limitata se esiste M R tale che
f (x) M

x D

diciamo che f e` inferiormente limitata se esiste m R tale che


f (x) m

x D

diciamo che f e` limitata se e` sia superiormente che inferiormente limitata.


Osservazione. f e` limitata (superiormente) [inferiormente] se e solo
se R(f ) e` limitato (superiormente) [inferiormente].
2
D EFINIZIONE 3.14. Sia f : D R, diciamo che x0 D e` un punto
di minimo assoluto per f se
f (x0 ) f (x)

x D

diciamo che x0 D e` un punto di massimo assoluto per f se


f (x0 ) f (x)

x D

3. FUNZIONI REALI DI UNA VARIABILE REALE

31

T EOREMA 3.5. Sia f : D R, affinche x0 D sia un punto di minimo (massimo) assoluto per f e` sufficiente che f sia decrescente (crescente)
in (, x0 ] D e crescente (decrescente) in [x0 , +) D.
T EOREMA 3.6. Siano f : D R, g : A R tali che R(g) D,
allora
f strettamente crescente, g strettamente crescente f (g())
strettamente crescente;
f strettamente crescente, g strettamente decrescente f (g())
strettamente decrescente;
f strettamente decrescente, g strettamente crescente f (g())
strettamente decrescente;
f strettamente decrescente, g strettamente decrescente f (g())
strettamente crescente.
Inoltre, le stesse asserzioni valgono abolendo ovunque la parola strettamente.

CAPITOLO 4

LE FUNZIONI ELEMENTARI
Per costruire modelli che coinvolgono funzioni occorre avere un certo numero di funzioni, che chiameremo elementari, di cui sono note le
propriet`a.
Usando tali funzioni si possono costruire la maggior parte delle funzioni
necessarie per limpostazione di modelli matematici.
E` pertanto molto importante una buona conoscenza e della definizione
delle funzioni elementari e delle loro principali propriet`a.
Naturalmente la classe delle funzioni elementari, sebbene codificata e
delimitata dalla letteratura e dalla tradizione matematica e` in qualche modo aperta a nuovi ingressi che si rendano di uso frequente in applicazioni
future.
1. Le funzioni Potenze
Cominciamo con il definire cosa si intende per potenza di esponente
naturale;
D EFINIZIONE 4.1. Sia n N, definiamo la funzione pn : R R
mediante la
pn (x) = xn ;
pn si dice potenza di esponente n e di base x.
T EOREMA 4.1. Sia n N, pn e` strettamente crescente in R+ .
D IMOSTRAZIONE . Procediamo per induzione; e` innanzi tutto ovvio che
p1 e` strettamente crescente in R+ ed inoltre se supponiamo pn crescente in
R+ , presi x > y 0 si ha
pn+1 (x) = xpn (x) > xpn (y) ypn (y) = pn+1 (y)
e pn+1 e` strettamente crescente su R+
T EOREMA 4.2. Sia n N, n pari, allora
(1) pn (x) = pn (x) per ogni x R
(2) pn e` strettamente decrescente su R
(3) R(pn ) = R+
D IMOSTRAZIONE .
(1) Poich`e n e` pari si ha n = 2k, k N e
xn = x2k = (x2 )k = ((x)2 )k = (x)2k = (x)n
33

34

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

(2) Siano x < y 0, allora x > y 0 e dal teorema 4.2


pn (x) = pn (x) > pn (y) = pn (y)
(3) E` evidente che R(pn ) R+ in quanto xn = x2k e x2 0, linclusione opposta dipende dal fatto che pn e` una funzione continua e
dal teorema dei valori intermedi. Proveremo tale inclusione a suo
tempo.
2
T EOREMA 4.3. Sia n N, n dispari, allora
(1) pn (x) = pn (x) per ogni x R
(2) pn e` strettamente crescente su R
(3) R(pn ) = R.
D IMOSTRAZIONE .
(1) Poiche n e` dispari si ha n = 2k + 1 e
pn (x) = x2k+1 = xx2k = (x)(x)2k = (x)n = pn (x)
(2) Siano x < y 0, allora x > y 0 e, per il teorema 4.2,
pn (x) = pn (x) > pn (y) = pn (y).
(3) Anche in questo caso rimandiamo la dimostrazione al seguito.
2
Abbiamo visto che, se n N, n pari, allora pn : R+ R+ e` strettamente crescente e surgettiva; pertanto pn e` invertibile ed e` lecito
definire
rn : R+ R+
come
rn = (pn )1 .
Se x R+ , rn (x) si dice radice n-esima di x.

Sia n N, n dispari, abbiamo gi`a visto che pn : R R e` strettamente


crescente e surgettiva; pertanto pn e` invertibile ed e` lecito definire
rn : R R

come

rn = (pn )1

Se x R, rn (x) si dice radice n-esima di x.

T EOREMA 4.4. Sia n N


(1) se n e` pari, rn : R+ R+ e` strettamente crescente;
(2) se n e` dispari, rn : R R e` strettamente crescente.
Definiamo ancora le potenze ad esponente negativo.

1. LE FUNZIONI POTENZE

F IGURA 4.1. Potenze ad esponente naturale

F IGURA 4.2. Radici ad esponente naturale

35

36

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

F IGURA 4.3. Potenze ad esponente negativo


D EFINIZIONE 4.2. Sia n N, pn : R \ {0} R e` definita come
pn (x) = 1/pn (x)
inoltre, p0 : R R e` definita da
p0 (x) = 1

x R

Per studiare le propriet`a di crescenza, decrescenza e invertibilit`a di pn


sar`a sufficiente fare ricorso al seguente risultato.
T EOREMA 4.5. Sia f : D R tale che f (x) > 0 per ogni x D;
allora
(1) f e` (strettamente) crescente 1/f e` (strettamente) decrescente;
(2) f e` (strettamente) decrescente 1/f e` (strettamente) crescente.
D EFINIZIONE 4.3. Sia s Q, s = m/n, m Z, n N; definiamo la
funzione fs : R+ R+ mediante la
fs (x) = pm (rn (x)) = rn (pm (x))
Se x R+ , fs (x) si dice potenza ad esponente frazionario di esponente
s di base x.
Osservazione. Se x R+ la definizione 4.3 e` indipendente dalla
rappresentazione di s in forma frazionaria e dallordine in cui viene fatta la
composizione tra potenza e radice.

1. LE FUNZIONI POTENZE

37

Se invece x R pu`o accadere che rn (pm (x)) sia definito anche quando pm (rn (x)) non lo e` .
Inoltre, se m/n, m0 /n0 sono due diverse rappresentazioni frazionarie
dello stesso numero razionale s, pu`o accadere che rn (pm (x)) sia definito
mentre rn0 (pm0 (x)) non lo e` .
(Si consideri ad esempio m = 2 ed n = 4; allora se x < 0 si ha che
r4 (p2 (x)) e` definito mentre p2 (r4 (x)) no.
Inoltre se m0 = 1 e n0 = 2 r4 (p2 (x)) e` definito mentre r2 (p1 (x)) no.)
2
Pertanto per valori di x R consideriamo la composizione di potenze
e radici ove essa ha senso, ma non definiamo in alcun modo la funzione
potenza ad esponente razionale.
Ribadiamo ancora che ci`o e` dovuto al fatto che non e` agevole, e talvolta
non e` possibile, definire in modo univoco la potenza ad esponente razionale
in R .
Ci`o non significa comunque rinunciare a considerare la composizione di
una potenza di esponente n e di una radice di indice m, qualora essa abbia
senso, anche per valori dellargomento negativi.
Ad esempio e` chiaro che p2 (r3 (2)) risulta perfettamente ed univocamente individuato.
In casi simili tuttavia, pur trattando la funzione composta
pm (rn ())
n
e non pretenderemo
non parleremo di potenza ad esponente razionale m
di applicare a pm (rn ())le propriet`a delle potenze in quanto, come visto,
potrebbero risultare false.

T EOREMA 4.6. Sia s Q, s > 0, e sia fs : R+ R+ , allora fs e`


strettamente crescente.
D IMOSTRAZIONE . Infatti se s =

m
n

> 0 allora si ha m, n N e quindi

xs = pm (rn (x)) = rn (pm (x))


e` la composizione di due funzioni strettamente crescenti.
2
E inoltre possibile dimostrare che le usuali regole di calcolo delle potenze naturali continuano a valere anche per le potenze ad esponente razionale In altre parole si pu`o provare che
Se s, r Q, e se x, y R+ , allora si ha:
s+r
(1) x
= xs xr
s r
(2) (x ) = xsr
(3) (xy)s = xs y s
Si dimostra altres` che
T EOREMA 4.7. Se x > 1 la funzione Q 3 r 7 xr e` crescente su Q
In altre parole per s, r Q, s < r; si ha
xs < x r

38

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

F IGURA 4.4. Potenze ad esponente positivo


D IMOSTRAZIONE . Si ha
xr xs = xs (xrs 1) > 0
in quanto
xs > 0 e xrs > 1
dal momento che essendo r s > 0 la funzione x 7 xrs e` crescente ed
x > 1.
2
Per poter definire la potenza anche per esponenti reali e` necessario ricordare che piccole variazioni dellesponente razionale corrispondono a
piccole variazioni della potenza; pi`u precisamente possiamo affermare che:
T EOREMA 4.8. Sia x > 1 e sia r Q, allora per ogni > 0 esiste
n N tale che
0 < xr xr1/n <
Sfruttando questa propriet`a e` facile capire come sia naturale definire xa
per ogni x > 1.
Nel caso in cui sia invece 0 < x < 1 potremo considerare x1 > 1,
a
calcolare x1 e definire
 a
1
1
a
x = a =
x
x
Se x = 1, infine definiamo 1a = 1 per ogni a.

1. LE FUNZIONI POTENZE

39

D EFINIZIONE 4.4. Sia x > 1 e sia a R; definiamo


xa = sup{xr : r Q, r a} = sup{xr : r Q, r < a}
La precedente definizione afferma implicitamente che i due estremi superiori che vi figurano sono reali ed uguali; possiamo infatti verificare che
Siano A = {xr : r Q, r a} e B = {xr : r Q, r < a} allora
sup A = sup B R
D EFINIZIONE 4.5. Se x = 1 definiamo 1a = 1 per ogni a R. Se
0 < x < 1 definiamo xa = (1/x)a .
A partire dalla definizione data possiamo verificare che la quantit`a xa
per x > 0 ed a R soddisfa le propriet`a che siamo abituati ad usare
quando maneggiamo potenze.
se x, y > 0 e se a, b R, allora
a
(1) x > 0
(2) xa+b = xa xb
(3) (xa )b = xab
(4) (xy)a = xa y a
(5) 1/(xa ) = xa
D EFINIZIONE 4.6. Sia a R, definiamo la funzione pa : R+ R+
mediante la
x 7 pa (x) = xa
potenza di esponente a
T EOREMA 4.9. Sia a R, valgono i seguenti fatti:
(1) Se a > 0 allora pa e` strettamente crescente
(2) Se a < 0 allora pa e` strettamente decrescente
(3) Se a 6= 0 allora R(pa ) = R+ s
D IMOSTRAZIONE .
(1) Sia 0 < x < y, occorre provare che xa < y a , cio`e che xa y a < 0;
si ha
xa y a = xa (1 (y/x)a )

(y/x) > 1

pertanto (y/x)r > 1 per ogni r Q, 0 < r a e (y/x)a > 1.


(2) E` immediata conseguenza di (1)
(3) Il fatto che R(pa ) R+ segue dalla definizione di potenza, mentre la dimostrazione dellinclusione opposta si ottiene mediante il
teorema dei valori intermedi.
2
T EOREMA 4.10. Sia a R, a 6= 0, allora pa e` invertibile su R+ e
p1
a = p1/a .

40

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

F IGURA 4.5. Potenze ad esponente reale


D IMOSTRAZIONE . Sar`a sufficiente dimostrare che
pa (p1/a (y)) = y

y R+

p1/a (pa (x)) = x

x R+ .

e
Si ha infatti
pa (p1/a (y)) = (y 1/a )a = y a/a = y
e
p1/a (pa (x)) = (xa )1/a = xa/a = x.
2
2. La funzione esponenziale
D EFINIZIONE 4.7. Sia a R+ , definiamo la funzione expa : R R+
mediante la
x 7 expa (x) = ax
esponenziale di base a
T EOREMA 4.11. Sia a > 0, valgono i seguenti fatti
(1) Se a > 1 allora expa e` strettamente crescente
(2) Se 0 < a < 1 allora expa e` strettamente decrescente
(3) Se a 6= 1 allora R(expa ) = R+ .
D IMOSTRAZIONE .

3. LA FUNZIONE LOGARITMO

41

F IGURA 4.6. Esponenziali di base a > 1


(1) Siano x, y R, x < y, allora esistono r, s Q tali che x < r <
s < y e perci`o
ax ar < a s ay
dove la prima e la terza disuguaglianza discendono dalla definizione 4.4, mentre la seconda segue dal teorema 4.7.
(2) e` conseguenza di (1)
(3) Il fatto che R(expa ) R+ e` conseguenza della definizione di
potenza; linclusione opposta segue ancora dal teorema dei valori
intermedi.
2
3. La funzione logaritmo
Definiamo ora la funzione inversa dellesponenziale.

Sia a R+ , a 6= 1, allora la funzione expa : R R+ e` strettamente


monotona e surgettiva, pertanto essa e` invertibile e si pu`o considerare
la funzione loga : R+ R definita da
loga = exp1
a
Se x R+ , loga (x) si dice logaritmo in base a di x.

42

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

F IGURA 4.7. Esponenziali di base a, 0 < a < 1

F IGURA 4.8. Esponenziali

3. LA FUNZIONE LOGARITMO

43

F IGURA 4.9. Logaritmi in base maggiore di 1


T EOREMA 4.12. Sia a R, allora
(1) Se a > 1 allora loga e` strettamente crescente
(2) Se 0 < a < 1 allora loga e` strettamente decrescente
T EOREMA 4.13. Siano a, b R+ , a, b 6= 1, x, y R+ , z R, allora
(1) loga (xy) = loga (x) + loga (y)
(2) loga (xz ) = z loga (x)
(3) loga (x) = loga (b) logb (x).
D IMOSTRAZIONE .
(1) Siano u = loga (x) e v = loga (y), allora x = expa (u) e y =
expa (v), da cui
xy = expa (u) expa (v) = expa (u + v)
e
u + v = loga (xy)
(2) Sia u = loga (x), allora x = expa (u) e xz = (expa (u))z =
expa (zu) per cui
zu = loga (xz )
(3)
expa (loga (b) logb (x)) = (expa (loga (b)))logb (x) = expb (logb (x)) = x

44

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

F IGURA 4.10. Logaritmi in base minore di 1


e
loga (x) = loga (b) logb (x)
2
4. Le funzioni trigonometriche
Ci apprestiamo, per concludere questa parte, a definire le cosiddette
funzioni circolari. A questo scopo abbiamo bisogno di definire la lunghezza
di un arco di circonferenza.
D EFINIZIONE 4.8. Sia un arco della circonferenza C e siano A e
B gli estremi di ; supponiamo che A preceda B (scriveremo in tal caso
A  B) considerando positivo il senso di rotazione antiorario.
Diciamo che e` data una poligonale P inscritta in (si veda fig. 4.12)
se esistono n punti di , A1 = A, A2 , ..., An = B tali che Ai  Ai+1 ,
i = 1, 2, .., n 1.
Definiamo lunghezza della poligonale P , `(P ), come
`(P ) =

n1
X

Ai Ai+1

i=1

D EFINIZIONE 4.9. Sia un arco di circonferenza di estremi A e B e


sia P linsieme delle poligonali inscritte in . Definiamo
`() = sup{`(P ) : P P}

4. LE FUNZIONI TRIGONOMETRICHE

45

F IGURA 4.11. Logaritmi

F IGURA 4.12. Una poligonale inscritta

(Si osservi che la definizione e` ben posta in quanto `(P ) 8R per ogni
P P, dove R e` il raggio della circonferenza di cui fa parte).
Usualmente si indica con la lunghezza di una semicirconferenza di
raggio 1; si ha con 51 cifre decimali esatte:

46

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

F IGURA 4.13. Definizione di radiante

= 3.141592653589793238462643383279502884197169399375105

D EFINIZIONE 4.10. Diciamo che un angolo x misura 1 radiante se e`


langolo al centro che sottende un arco di lunghezza R in una circonferenza
di raggio R. (vedi fig. 4)
Osservazione. Ovviamente un angolo giro misura 2 radianti, mentre un angolo piatto misura radianti. Pi`u in generale, se e` la misura di un
angolo in gradi sessagesimali e x e` la misura dello stesso angolo in radianti,
si ha

180
=
x

Questa relazione permette di convertire rapidamente la misura di un


angolo da gradi in radianti e viceversa.
2
D EFINIZIONE 4.11. Sia x [0, 2] e consideriamo su di una circonferenza di raggio 1, centrata nellorigine delle coordinate, un arco di
lunghezza x aventi il primo estremo coincidente con il punto (1, 0) (vedi
fig. 4).
Definiamo cos(x) e sin(x) rispettivamente lascissa e lordinata del
secondo estremo dellarco.

4. LE FUNZIONI TRIGONOMETRICHE

47

F IGURA 4.14. Definizione di sin e cos

F IGURA 4.15. Grafico della funzione sin


D EFINIZIONE 4.12. Definiamo cos : R R e sin : R R nella
seguente maniera: sia x R e sia k = E(x/2), allora 2k x <
2(k + 1).

48

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

F IGURA 4.16. grafico della funzione cos


Poniamo
cos(x) = cos(x 2k)

sin(x) = sin(x 2k)

T EOREMA 4.14. Valgono i seguenti fatti


(1) R(cos) = [1, 1]
(2) R(sin) = [1, 1]
D IMOSTRAZIONE . E ovvio dalla definizione che R(cos) [1, 1] e
R(sin) [1, 1]. Rimandiamo al seguito la dimostrazione dellinclusione
opposta.
2
D EFINIZIONE 4.13. Definiamo tan : D R, D = {x 6= k + /2,
k Z}, mediante la
sin(x)
tan(x) =
cos(x)
D EFINIZIONE 4.14. Siano D R e T R tali che x D x + T
D; sia inoltre f : D R; f si dice periodica di periodo T se,
x D,

f (x) = f (x + T )

Enunciamo a questo punto, senza dimostrarle, alcune fondamentali propriet`a delle funzioni introdotte.
Siano x, y R, valgono i seguenti fatti:
(1) cos(x) = cos(x)
(2) sin(x) = sin(x)
(3) sin2 (x) + cos2 (x) = 1
(4) sin(x + y) = sin(x) cos(y) + cos(x) sin(y)
(5) cos(x + y) = cos(x) cos(y) sin(x) sin(y)

4. LE FUNZIONI TRIGONOMETRICHE

49

F IGURA 4.17. grafico della funzione tan


(6) sin e cos sono periodiche di periodo 2
(7) tan e` periodica di periodo
Valgono inoltre i seguenti fatti
(1) sin : [/2, /2] [1, 1] e` strettamente crescente e surgettiva.
(2) cos : [0, ] [1, 1] e` strettamente decrescente e surgettiva.
(3) tan : (/2, /2) R e` strettamente crescente e surgettiva.
Le verifiche delle propriet`a enunciate sono basate su considerazioni
geometriche che qui non stiamo ad investigare.

F IGURA 4.18. Grafico della funzione arcsin

50

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

D EFINIZIONE 4.15. Definiamo


(4.1)

arccos : [1, 1] [0, ]

(4.2)

arcsin : [1, 1] [/2, /2]

(4.3)

arctan : R (/2, /2)

mediante le
(4.4)

arccos = cos1

(4.5)

arcsin = sin1

(4.6)

arctan = tan1

F IGURA 4.19. Grafico della funzione arccos


La definizione e` ben posta e valgono i seguenti fatti:
T EOREMA 4.15. La funzione arccos e` strettamente decrescente su [1, 1];
la funzione arcsin e` strettamente crescente su [1, 1]; la funzione arctan e`
strettamente crescente su R.
Osservazione. Occorre ricordare sempre che la denominazione arcsin,
arccos ed arctan e` riservata alle inverse delle funzioni trigonometriche negli
intervalli indicati nella definizione 4.15
Naturalmente, tali intervalli non sono gli unici in cui le funzioni in questione sono invertibili, tuttavia se vogliamo invertire una funzione trigonometrica in intervalli diversi da quelli sopra citati dobbiamo tener presente
che le funzioni che otteniamo sono differenti da quelle definite in 4.15.

4. LE FUNZIONI TRIGONOMETRICHE

51

F IGURA 4.20. Grafico della funzione arctan


In particolare e` opportuno ricordare che
(4.7)

sin(arcsin(x)) = x

x [1, 1]

(4.8)

cos(arccos(x)) = x

x [1, 1]

(4.9)
(4.10)

tan(arctan(x)) = x

x R


x + 3/2
arcsin(sin(x)) = |x 2k + /2| /2 x R, k = E
2


x+
(4.11) arccos(cos(x)) = |x 2k|
x R, k = E
2


x + /2
(4.12) arctan(tan(x)) = x k
x R, k = E

(4.13)

2
Le notazioni arcsin, arccos, arctan non sono universalmente adottate.
Nel seguito useremo anche le notazioni asn, acs, atn, rispettivamente.

52

4. LE FUNZIONI ELEMENTARI

F IGURA 4.21. Grafico della funzione arctan(tan)

F IGURA 4.22. grafico della funzione arcsin(sin)

4. LE FUNZIONI TRIGONOMETRICHE

F IGURA 4.23. Grafico della funzione arccos(cos)

53

CAPITOLO 5

DEFINIZIONE DI LIMITE E SUE CONSEGUENZE


Il concetto di limite e` centrale in tutta lanalisi e da esso dipende lessenza stessa del calcolo infinitesimale.
Si tratta di formalizzare un concetto che consenta di estendere il concetto di uguaglianza algebrica.
A questo scopo e` necessario premettere alcuni concetti.
Conveniamo di indicare con R linsieme R {}, che chiameremo
R esteso.
D EFINIZIONE 5.1. Sia x R e > 0, definiamo intorno di centro x
e ampiezza linsieme I(x, ) definito da
(5.1)

I(x, ) = (x , x + )

(5.2)

I(+, ) = (, +)

(5.3)

I(, ) = (, )

Definiamo intorno bucato di centro x e ampiezza linsieme I o (x, ).


(5.4)

I o (x, ) = I(x, ) \ {x}

(5.5)

I o (+, ) = I(+, )

(5.6)

I o (, ) = I(, )

D EFINIZIONE 5.2. Sia A R, diciamo che x R e` un punto di


accumulazione per A se
(5.7)

R+

A I o (x, ) 6=

Indichiamo con D(A) linsieme dei punti di accumulazione di A; D(A)


si indica usualmente con il nome di insieme derivato di A.
Osserviamo esplicitamente che D(A) pu`o non essere un sottoinsieme di
R in quanto + e possono essere elementi di D(A).
D EFINIZIONE 5.3. Sia f : D R, x0 D(D) ed ` R ; diciamo
che
(5.8)

lim f (x) = `

xx0

se
(5.9)

> 0 > 0 tale che


x I o (x0 , ) D

si ha f (x) I(`, )
55

56

5. DEFINIZIONE DI LIMITE E SUE CONSEGUENZE

Osservazione. Nel caso in cui x0 ed ` siano entrambi reali la 5.9 pu`o


essere riscritta nella seguente maniera
(5.10)

x D

tale che

0 < |x x0 | <

si ha |f (x) `| <

se x0 = + () ed ` R la 5.9 diviene
(5.11)

x D

tale che

x > (x < ) si ha |f (x) `| <

Notiamo che, nel caso ` R, se la 5.9 e` verificata per (0, 0 ),


essa e` automaticamente verificata anche per tutti gli 0 , pur di definire
= 0 .
Se x0 R e ` = + () la 5.9 diviene
(5.12)
x D

tale che

0 < |x x0 | <

si ha f (x) >

(f (x) < )

se x0 = + () e ` = + () la 5.9 diviene
(5.13)
x D
:
x > (x < ) si ha f (x) > (f (x) < )
Notiamo anche qui che, nel caso in cui ` = + o ` = , se la 5.9
e` verificata per > 0 , essa e` automaticamente verificata pure per tutti gli
(0, 0 ], pur di definire = 0 .
2
Osservazione. Se esiste ` R tale che valga la definizione 5.3 si dice
che f ammette limite finito per x x0 ; in caso contrario si dice che f non
ammette limite finito.
Se esiste R tale che valga la definizione 5.3 si dice che f ammette
limite per x x0 ; in caso contrario si dice che f non ammette limite.
2
D EFINIZIONE 5.4. Sia f : D R, sia x0 D(D); diciamo che f e`
localmente (superiormente) [inferiormente] limitata in x0 se esiste M R
ed esiste > 0 tale che
(5.14)
|f (x)| M , (f (x) M ) , [f (x) M ]Quadx I(x0 , ) D
Passiamo ora a dimostrare che una funzione che ammette limite finito e`
localmente limitata.
T EOREMA 5.1. Sia f : D R, sia x0 D(D) e supponiamo che
lim f (x) = `

xx0

allora:
(1) se ` R, allora f e` localmente limitata in x0 ;
(2) se ` > 0 (eventualmente ` = + ) allora esiste > 0 ed esiste
M R tale che se x I o (x0 , ) D si ha
f (x) M > 0

5. DEFINIZIONE DI LIMITE E SUE CONSEGUENZE

57

D IMOSTRAZIONE . Proviamo solo la prima affermazione e rimandiamo


per la seconda a ?? Sia > 0, se x I o (x0 , ) si ha
` < f (x) < ` +
e
|f (x)| max{|` + |, |` |, |f (x0 )|}

x I(x0 , ) D
2

T EOREMA 5.2. Sia f : D R e sia x0 D(D); allora, se f ammette


limite per x x0 , tale limite e` unico.
D IMOSTRAZIONE . Proviamo il teorema nel caso in cui `1 ed `2 siano
entrambi limiti di f per x x0 e siano entrambi reali
Si ha > 0, se x I o (x0 , /2 ) D ,
|`1 `2 | |f (x) `1 | + |f (x) `2 | < /2 + /2 =
Negli altri casi possiamo procedere come indicato in ??

D EFINIZIONE 5.5. Supponiamo f : D R e sia x0 D(D+ ) R,


D+ = {x D : x x0 }.
Diciamo che
lim+ f (x) = ` , ` R
xx0

se
> 0 > 0 tale che se x D e x0 < x < x0 + si ha
f (x) I(`, )
Se x0 D(D ) R, D = {x D : x x0 }, diciamo che
lim f (x) = `

xx0

` R

se > 0 > 0 tale che se x D e x0 < x < x0 si ha


f (x) I(`, )
T EOREMA 5.3. Sia f : D R e sia x0 D(D+ ) D(D ) R,
allora se ` R , si ha
lim f (x) = `

xx0

lim f (x) = lim f (x) = `

xx+
0

xx0

D IMOSTRAZIONE . Cominciamo con losservare che se il limite esiste


> 0 esiste > 0 tale che se x0 < x < x0 + con x 6= x0 ed
x D si ha
f (x) I(`, )
e ci`o implica per la definizione 5.5, la tesi.
Se viceversa esistono i limiti da destra e da sinistra > 0 esistono
1 , 2 > 0 tali che se x0 < x < x0 + 1 , x D si ha
f (x) I(`, )

58

5. DEFINIZIONE DI LIMITE E SUE CONSEGUENZE

e se x0 2 < x < x0 , x D si ha
f (x) I(`, )
Pertanto se si sceglie
= min{1 , 2 }
la definizione di limite e` verificata.
2
A questo punto e` conveniente definire in R le operazioni di addizione
e di moltiplicazione che fino a questo momento sono definite solamente in
R.
Osserviamo esplicitamente che non sono applicabili a queste operazioni
le usuali regole che permettono di svolgere calcoli con i numeri reali. Riterremo pertanto lecite tutte e sole le uguaglianze che coinvolgono gli elementi
+ e che elenchiamo qui di seguito.
Definiamo:
x = + x =

x R

x() = ()x =

x R+

x() = ()x =
x
=0

x
= +
0
+ + = +,

x R
x R
x R \ {0}
=

()(+) =

| | = +

Ricordiamo inoltre che non sono definite le seguenti operazioni;

0
,

0
in quanto ci`o potrebbe dar luogo facilmente ad inconvenienti e ad errate
interpretazioni.
+

0() ,

T EOREMA 5.4. Siano f, g : D R e sia x0 D(D); supponiamo


che
lim f (x) = `1

xx0

lim g(x) = `2

xx0

`1 , `2 R

Allora
(1) limxx0 |f (x)| = |`1 |
(2) limxx0 (f (x) + g(x)) = `1 + `2 tranne che nel caso in cui `1 =
e `2 =
(3) limxx0 f (x)g(x) = `1 `2 tranne che nel caso in cui `1 = 0 e `2 =

1
= `11 tranne che nel caso in cui `1 = 0
(4) limxx0 f (x)

5. DEFINIZIONE DI LIMITE E SUE CONSEGUENZE

59

D IMOSTRAZIONE . Dimostriamo nel caso in cui x0 R, `1 , `2 R la


seconda e la terza delle asserzioni fatte.
Per ipotesi abbiamo che > 0 1 , 2 > 0 tali che
x I o (x0 , 1 ) D si ha
2

|f (x) `1 | <
2
o
2
e x I (x0 , ) D si ha
2

|g(x) `2 | <
2
Allora
1
2
Sia = min{/2
, /2
}, se x I o (x0 , ) D si ha
|f (x) + g(x) (`1 + `2 )| |f (x) `1 | + |g(x) `2 | < /2 + /2 =
Con ci`o la seconda affermazione e` provata.
Sia 3 tale che se x I o (x0 , 3 ) D si ha
|g(x)| M
sia `1 6= 0 (il caso `1 = 0 risulta banale) e sia
1
2
3
= min{/(2M
) , /(2|`1 |) , }

allora se x I o (x0 , ) D si ha
(5.15) |f (x)g(x) `1 `2 | = |f (x)g(x) g(x)`1 + g(x)`1 `1 `2 |
|g(x)||f (x) `1 | + |`1 ||g(x) `2 | <
< M /(2M ) + |`1 |/(2|`1 |) =
Quindi anche la terza e` provata.
2
Possiamo a questo punto stabilire un utile corollario.
C OROLLARIO 5.1. Siano f, g : D R, x0 D(D) e supponiamo
che
lim f (x) = `1

xx0

lim g(x) = `2

xx0

con `1 , `2 R ed `1 < `2 ; allora


> 0

x I o (x0 , ) ,

f (x) < g(x)

Per completare il quadro di risultati proviamo il seguente


T EOREMA 5.5. Sia f : D R, D1 = {x D
x0 D(D1 ),
lim f (x) = 0
xx0

allora
(5.16)

lim

xx0

1
= +
|f (x)|

f (x) 6= 0},

60

5. DEFINIZIONE DI LIMITE E SUE CONSEGUENZE

se esiste > 0 tale che per x I o (x0 , )D si ha f (x) > 0 (f (x) < 0),
lim

(5.17)

xx0

1
= +
f (x)

()

D IMOSTRAZIONE . Per ipotesi, Per ogni > 0 esiste > 0 tale che se
x I o (x0 , ) D si ha |f (x)| < .
x I o (x0 , 1/ )

|f (x)| < 1/

e
1
>
|f (x)|
(2) Supponiamo per semplicit`a che f sia localmente positiva in x0 ; sia
0 = min{, 1/ },
allora, se x I o (x0 , 0 ) D
0 < f (x) < 1/

1
>
f (x)

Il caso in cui f sia localmente negativa si riconduce banalmente al caso


sopra descritto.
2
Osservazione. Notiamo esplicitamente che e` essenziale nella (2)
lipotesi che f abbia segno localmente costante in x0 .
Sia infatti f (x) = x sin(1/x) per x 6= 0; allora si pu`o facilmente
verificare che
lim f (x) = 0

x0

lim 1/|f (x)| = +;

x0

tuttavia e` altrettanto immediato verificare che 1/f (x) non tende ne a ne


a +, in quanto, se ci`o accadesse, per valori di x vicini allo 0 si dovrebbe
avere f (x) < 0 oppure f (x) > 0.
2
Sar`a pure di fondamentale importanza il seguente teorema:
T EOREMA 5.6. Siano f, g, h : D R, sia x0 D(D); supponiamo
che esista > 0 tale che, se x I o (x0 , ) D
f (x) g(x) h(x)
siano inoltre limxx0 f (x) = `1 e limxx0 h(x) = `2 . Allora
`1 , `2 R

(5.18)
(5.19)

`1 = `2 = `

`1 `2
lim g(x) = `

xx0

(5.20)

`1 = +

`2 = +

(5.21)

`2 =

`1 =

lim g(x) = +

xx0

lim g(x) =

xx0

5. DEFINIZIONE DI LIMITE E SUE CONSEGUENZE

61

D IMOSTRAZIONE .La prima affermazione e` una diretta conseguenza del


corollario 5.1.
Per quanto riguarda la seconda affermazione, dalle ipotesi si ha che
> 0 esiste > 0 tale che, se x I o (x0 , ) D
` < f (x) < ` +

` < h(x) < ` +

da cui, per gli stessi valori di x si ha


` < f (x) < g(x) < h(x) < ` +
Lasciamo al lettore la dimostrazione delle restanti affermazioni.

T EOREMA 5.7. Siano f : D R e g : A D; siano x0 D(D) e


t0 D(A); supponiamo che
lim f (x) = ` e

xx0

lim g(t) = x0

tt0

Supponiamo inoltre che sia verificata una delle seguenti condizioni:


(1) esiste > 0 tale che g(t) 6= x0 per ogni t I 0 (t0 , );
(2)
f (x0 ) = `
Allora
lim f (g(t)) = `
tt0

Osserviamo che se tutte e due le condizioni vengono a mancare, il


teorema precedente pu`o non essere vero.
Sia ad esempio D = A = R, g(t) = 0 ed f (x) = 0 se x 6= 0, f (0) = 1;
allora
lim g(t) = 0 , lim f (x) = 0
t0

x0

mentre
lim f (g(t)) = 1
t0

Osserviamo inoltre che ognuna delle seguenti condizioni


(1) x0 6 D,
(2) x0 =
(3) g e` iniettiva
(4) g e` strettamente monotona
e` sufficiente per la (1) del teorema 5.7
T EOREMA 5.8. Sia f : (a, b) R, f crescente [decrescente]; allora
lim f (x) e

lim f (x)

xb

xa+

esistono e sono uguali rispettivamente a


inf{f (x) : x (a, b)}

[sup{f (x) : x (a, b)}]

sup{f (x) : x (a, b)}

[inf{f (x) : x (a, b)}]

62

5. DEFINIZIONE DI LIMITE E SUE CONSEGUENZE

Osserviamo esplicitamente che nel teorema precedente e` essenziale supporre che lintervallo in cui si considera la funzione sia aperto.
Sia infatti f (x) = x se x [0, 1), f (1) = 2; allora
sup{f (x) : x [0, 1]} = 2 6= 1 = lim f (x)
x1

C OROLLARIO 5.2. Sia f : D R una funzione monotona, allora per


ogni x0 D(D+ ) D(D ) si ha che
lim f (x) ,

xx+
0

lim f (x)

xx
0

esistono.
Per stabilire lesistenza del limite di una funzione e` possibile avvalersi
del criterio di convergenza di Cauchy.
T EOREMA 5.9. - Criterio di Cauchy - Sia f : D R e sia x0
D(D); sono condizioni equivalenti:
(1) esiste ` R tale che limxx0 f (x) = `
(2) per ogni > 0 esiste > 0 tale che se x, y I 0 (x0 , ) si ha
|f (x) f (y)| <

CAPITOLO 6

LE SUCCESSIONI
Le successioni costituiscono una classe molto particolare di funzioni:
si tratta di funzioni definite su un sottoinsieme di R molto particolare, linsieme N dei numeri naturali; questa caratteristica conferisce loro la semplicit`a che e` tipica degli insiemi discreti, mentre impedisce una significativa
rappresentazione grafica e rende il concetto di successione apparentemente
ostico.
Il concetto di successione, inoltre, interpreta un ruolo di notevole importanza nelle applicazioni pratiche e nelle descrizioni algoritmiche.

D EFINIZIONE 6.1. Chiamiamo successione di numeri reali una funzione


definita sullinsieme N dei numeri naturali, che assume valori in R
a : N R
Seguendo le consuetudini introdotte per la descrizione di una funzione sarebbe naturale usare il simbolo a(n) per identificare il valore di a calcolato
in n tuttavia e` normale usare, in luogo di esso il simbolo an = a(n).

E immediato esplicitare per le successioni i concetti di crescenza, decrescenza, monotonia, limitatezza, che sono stati introdotti, in generale, per
le funzioni.
Nellestendere il concetto di limite per`o occorre tenere presente che
D(N) e` costituito dal solo elemento +, per cui, per una successione, ha
senso soltanto considerare il concetto di limite per n +.
Pi`u precisamente si dice che
lim an = `

(6.1)

n+

se > 0 esiste n N tale che, per n > n , si abbia


an I(`, )
Osserviamo che, dal momento che nessuna ambiguit`a e` possibile, scriveremo spesso
lim an
n

oppure

in luogo di limn+ an .
63

lim an

64

6. LE SUCCESSIONI

E molto importante, quando si trattano le successioni, il concetto di


successione estratta da unaltra successione.
Tale concetto e` strettamente legato, o meglio e` una specializzazione del
concetto di composizione di funzioni ed e` molto utile per caratterizzare i
limiti di una successione.
In altre parole si dice successione estratta dalla successione an una
nuova successione an(k) .
Naturalmente non ogni funzione n : R R pu`o essere usata, per due
ragioni:
(1) n deve dar luogo, composta con a, ad una nuova successione, per
cui deve aversi che il dominio di f e` N;
(2) R(n) deve essere contenuto nel dominio di a e perci`o deve aversi
R(n) N.
Dovr`a pertanto essere n : N N.
(3) Inoltre, poich`e vogliamo collegare il comportamento al limite della
successione an con quello delle sue estratte, e` necessario che +
sia un punto di accumulazione per R(n).
In altre parole n e` una particolare successione (particolare in quanto
assume valori solo in N) e pertanto e` duso far riferimento alla notazione
nk = n(k)

D EFINIZIONE 6.2. Sia an una successione e sia n : N N strettamente


crescente; diciamo che la successione bk = an(k) e` una successione estratta
da an .

Sempre a proposito di terminologia, ricordiamo anche che si dice che


una successione e` convergente se ammette limite reale, mentre si dice che
una successione e` positivamente (negativamente) divergente se ammette
come limite +().
L EMMA 6.1. Sia n : N N, n strettamente crescente; allora
lim nk = +
k

D IMOSTRAZIONE . Dal momento che n e` strettamente crescente si ha


nk+1 > nk

nk+1 nk + 1

perci`o, per induzione, si prova facilmente che nk k e la tesi.


T EOREMA 6.1. Sia an una successione e sia
lim an = `
n

6. LE SUCCESSIONI

65

allora se bk e` una successione estratta da an si ha


lim bk = `
k

D IMOSTRAZIONE . Sia bk = ank , se n > n si ha an I(`, ), inoltre,


dal momento che nk +, se k > k si ha nk > n ; ne deduciamo che,
se k > k ,
bk = ank I(`, )
2
Si pu`o inoltre dimostrare che
T EOREMA 6.2. Ogni successione convergente e` limitata.
D IMOSTRAZIONE . Sia an una successione e sia
lim an = `
n

allora, se n > n si ha
|an | |an `| + |`| < + |`|
Perci`o se
M = max{|a1 |, .., |an |, |`| + }
si pu`o affermare che
|an | M
2
T EOREMA 6.3. Sia an una successione crescente e sia
= sup{an : n N}
allora
lim an =
n

D IMOSTRAZIONE . Distinguiamo due casi.


(1) = +
in tal caso {an : n N} e` un insieme non limitato e > 0
esiste n N tale che
an >
ma allora, dal momento che an e` crescente, si ha, per n > n
an > an >
(2) R
in questo caso, per le propriet`a dellestremo superiore, si ha
an

n N

e
> 0
n N : an >
pertanto, se n > n , si ha, essendo an crescente
< an an

66

6. LE SUCCESSIONI

2
In maniera analoga si pu`o dimostrare il seguente teorema.
T EOREMA 6.4. Sia an una successione decrescente e sia
= inf{an : n N}
allora
lim an =
n

Il risultato che segue e` uno dei pi`u importanti tra quelli che riguardano
le successioni di numeri reali.

T EOREMA 6.5. - Bolzano-Weierstra - Sia an una successione limitata,


allora esiste R ed esiste una successione bk estratta da an tale che
lim bk =
k

D IMOSTRAZIONE . Per ipotesi esistono m, M R tali che


m an M
Consideriamo i due intervalli


m+M
m,
2

n N


m+M
,M
2

almeno uno di essi contiene un numero infinito di termini della successione


an sia esso [1 , 1 ] ovviamente si avr`a
m 1 < 1 M e 1 1 =
Consideriamo ora gli intervalli


1 + 1
1 ,
2


e

M m
2

1 + 1
, 1
2

almeno uno di essi contiene un numero infinito di termini di an sia esso


[2 , 2 ] ovviamente si avr`a
M m
4
Il procedimento descritto si pu`o iterare e si ottengono cos` due successioni k e k soddisfacenti le seguenti propriet`a:
m 1 2 < 2 1 M

(6.2)
(6.3)
(6.4)

2 2 =

m 1 2 .. k < k .. 2 1 M
M m
k k =
2k
{n : an [k , k ]} ha infiniti elementi

6. LE SUCCESSIONI

67

Possiamo pertanto concludere che le successioni k e k sono, rispettivamente, crescente e decrescente ed inoltre che sono entrambe limitate. Si
ottiene pertanto che
lim k =

lim k =

= sup{k : k N} R

= inf{k : k N} R

ove

Per la 6.3 si ha che


= lim (k k ) = lim
k

M m
=0
2k

(si ricordi che e` facile provare per induzione che 2k k), e perci`o si ha
==
in altre parole chiamiamo il valore comune di e .
Sia ora
n1 N
tale che
n2 N
tale che

nk N
tale che

1 an1 1
2 an2 2 , n2 > n1
k ank k , nk > nk1

Allora bk = ank e` una successione estratta dalla successione an , la cui


esistenza e` assicurata dalla ?? ed inoltre si ha
k bk k

k N

e pertanto limk bk = .

T EOREMA 6.6. Sia an una successione:


(1) se an non e` limitata superiormente, esiste bk estratta da an tale che
lim bk = +
k

(2) se an non e` limitata inferiormente, esiste bk estratta da an tale che


lim bk =
k

D IMOSTRAZIONE . Proviamo ad esempio la prima affermazione. Sia


n1 N
tale che
an1 > 1
n2 N
tale che
an2 > 2 ,

nk N
tale che
ank > k ,

n2 > n 1
nk > nk1

Allora bk = ank (lesistenza di tale estratta e` assicurata dallipotesi che


an non e` limitata superiormente) tende a +
2

68

6. LE SUCCESSIONI

Sappiamo bene cosa significa che una successione converge ad un limite


` R cerchiamo ora di stabilire il significato del fatto che an non converge
ad un limite ` R
L EMMA 6.2. Sia an una successione e sia ` R ; an non converge ad
` se e solo se esiste 0 > 0 ed esiste una successione bk estratta da an tale
che bk 6 I(`, 0 ).
T EOREMA 6.7. Sia an una successione soddisfacente la seguente propriet`a:
esiste ` R tale che per ogni successione bk estratta da an e`
possibile trovare una successione ch estratta da bk con
lim ch = `
h

Allora si ha
lim an = `
n

T EOREMA 6.8. - Criterio di convergenza di Cauchy - Sia an una successione; sono fatti equivalenti:
(1) esiste ` R tale che
lim an = `
n

(2) Per ogni > 0 esiste n N tale che se n, m > n si ha


|an am | <
D IMOSTRAZIONE .
(1) (2) sia > 0, allora esiste n N tale che per n > n si ha
|an `| <
Allora se n, m > n/2 si ha
|an am | |an `| + |am `| < /2 + /2 =
(2) (1) se n > n si ha
an < an < an +
per cui la successione an e` limitata.
Sia ank una successione estratta da an tale che
lim ank = `
k

Se k > k si ha
|ank `| <
ed inoltre se k > k1 si ha
nk > n
1
Ma allora fissato k > max{k/2 , k/2
}, se n > n/2 si ha

|an `| |an ank | + |ank `| < /2 + /2 =

6. LE SUCCESSIONI

69

2
E di grande utilit`a per il seguito provare i due seguenti risultati.
L EMMA 6.3. Sia A R , A 6= , e siano
= sup A

= inf A

allora esistono due successioni an , bn A tali che


lim an =

lim bn =
n

D IMOSTRAZIONE . Proviamo ad esempio che esiste una successione


bn A tale che
lim bn =
n

Occorre distinguere due casi:


(1) = ; in tal caso linsieme A non e` inferiormente limitato e
pertanto per ogni n N esiste bn A tale che bn < n.
Ci`o e` sufficiente per concludere che
lim bn =
n

(2) R; in tal caso si ha che:


b

b A

n N

bn A : + 1/n > bn

Pertanto si ha:
+ 1/n > bn
e la tesi.
2
D EFINIZIONE 6.3. Sia an una successione e sia
(an ) = {` R : ank , lim ank = ` }
k

Definiamo
lim sup an = sup (an )
n

lim inf an = inf (an )


n

Riguardo al massimo ed al minimo limite di una successione si possono


provare molti risultati, non semplici, che non riportiamo.
L EMMA 6.4. Sia an una successione:
= ` < 1 allora limn an = 0
(1) se an > 0 e limn an+1
an

n
(2) se an 0 e limn an = ` < 1 allora limn an = 0;
(3) se an > 0 e limn an+1
= ` > 1 allora limn an = +;
an
(4) se an 0 e limn n an = ` > 1 allora limn an = +

70

6. LE SUCCESSIONI

D IMOSTRAZIONE . Proviamo ad esempio la prima e lultima affermazione.


(1) Si ha, fissato > 0 in modo che ` + < 1
an+1
<`+
an

n > n

pertanto
an+1 < an (` + )
e se n > m > n
0 < an < (` + )nm am
e si pu`o concludere che (1) e` vera.
(4) Fissato in modo che ` > 1 si ha
(an )1/n > (` ) n > n
e
an > (` )n
Ci`o e` sufficiente per concludere.

n > n .
2

D EFINIZIONE 6.4. Definiamo per n N {0}


0! = 1
n! = n(n 1)!
n! verr`a detto n fattoriale.
Osserviamo che, se n 1,
n! =

n
Y

i=1

Definiamo inoltre per n N {0} nella seguente maniera:


(0)!! = 1
(1)!! = 1
n!! = n(n 2)!!
n!! verr`a indicato con il nome di n semifattoriale.
Osserviamo che
n
n
Y
Y
(2n)!! =
2i , (2n + 1)!! =
(2i + 1)
i=1

Definiamo infine

i=0

 
n
n!
=
k
k!(n k)!
coefficiente binomiale di ordine n e posto k e verr`a detta n su k.
I coefficienti binomiali godono di notevoli propriet`a: ad esempio possono essere calcolati usando il ben noto triangolo di Tartaglia e consentono
di stabilire la formula della potenza di un binomio di Newton.
Si pu`o provare con qualche calcolo che

6. LE SUCCESSIONI

71

  
 

n
n
n+1
+
=
k
k1
k

(6.5)

La precedente uguaglianza consente di costruire il cos` detto triangolo


di Tartaglia:
  
1
1
0
1
   
2
2 2
0
1 2
   
3
3 3
0
1 2
...
......
 


n
n
...
0
k1
...

......

...

......

 
3
3
......
   
n
n
...
k
n


n+1
... ...
k
...... ...

E` importante osservare che ogni elemento del triangolo si pu`o ottenere


dalla somma dei due elementi della riga precedente, che occupano la posizione sopra e a sinistra della posizione occupata dallelemento considerato.
Vale inoltre il seguente risultato che e` noto con il nome di

binomio di Newton
n

(a + b) =

n  
X
n
k=0

ank bk

Ricordiamo anche la seguente disuguaglianza


L EMMA 6.5. Se a > 1 allora
(6.6)

(1 + a)n 1 + na

D IMOSTRAZIONE . Si prova per induzione;


(1) La disuguaglianza e` banalmente vera per n = 1

72

6. LE SUCCESSIONI

(2) Inoltre se supponiamo (1 + a)n 1 + na avremo che


(6.7)
(1+a)n+1 = (1+a)n (1+a) > (1+na)(1+a) = 1+(n+1)a+na2 1+(n+1)a
2
Possiamo ora studiare le propriet`a di una successione di notevole importanza.
Sia En la successione definita da

n
1
En = 1 +
n
si ha che En e` una successione strettamente crescente ed inoltre
2 En < 3
.
Infatti si ha

En =

1
1+
n

n

n  
X
n 1
=
k nk
k=0

per cui
En 1 + n(1/n) = 2
Per dimostrare che En e` crescente osserviamo che si ha

n 
n1
1
1
En = 1 +
1+
= En1
n
n1
se e solo se


n+1
n

n

n
n1

n 

n1
n

se e solo se


n2 1
n2

n

n1
n

se e solo se


1
1 2
n

n
1

1
n

e lultima disuguaglianza si deduce immediatamente dal lemma 6.5.


Infine, dal momento che si pu`o facilmente provare per induzione che
(k + 1)! 2k per k 0
si ha
(6.8)

En <

n
n1
n1
X
X
X
1
1
1
=1+
1+
<3
k
k!
(k
+
1)!
2
k=0
k=0
k=0

6. LE SUCCESSIONI

73

Pertanto En e` una successione crescente e limitata per cui possiamo


affermare che
lim En
n

esiste ed e` reale e pertanto e` lecito definire chiamare e il suo limite.


e = lim En
n

Se xn e` una successione a termini positivi, xn x si pu`o provare (si


veda il capitolo successivo sulla continuit`a) che
lim loga xn = loga x
e pertanto si ha

lim n loga

1
1+
n


= loga e

Osserviamo anche che


loga e = 1 a = e
per cui si e` naturalmente indotti a privilegiare il numero e come base per i
logaritmi.
Si ha con 51 cifre decimali esatte

e = 2.718281828459045235360287471352662497757247093699959 .

D EFINIZIONE 6.5. Definiamo logaritmo naturale la funzione loge .


Pi`u semplicemente scriveremo loge x = ln x.
Elenchiamo ora alcune successioni che saranno utili nel seguito e calcoliamone i relativi limiti:

(1)
(2)
(3)
(4)
(5)
(6)
(7)

lim nk = +
, k>0
k
lim n = 0
, k<0
lim an = +
, a>1
n
lim a = 0
, |a| < 1
n
lim
a=1
, a>0
n
lim n = 1
n
lim nan = 0

Possiamo verificare le affermazioni precedenti mediante le seguenti argomentazioni:


(1) si prova mediante la definizione di limite.
(2) si deduce dalla precedente tenendo conto che nk = 1/nk .

74

6. LE SUCCESSIONI

(3) sia a = 1 + b con b > 0, allora an = (1 + b)n 1 + nb.


(4) si deduce dalla precedente tenendo conto che |an | = 1/(1/|a|)n .
(5) se a > 1, posto

yn = n a 1 > 0
si ha
a = (1 + yn )n 1 + nyn
da cui
0 yn (a 1)/n
p

se 0 < a < 1 si ha n a = 1/ n 1/a.


(6) posto

yn = n n 1 > 0
si ha
n = (1 + yn )n 1 + n(n 1)yn2 /2 e 0 yn (2/n)
(7) Se n > 2|a| si ha
0 < |a|/n < 1/2
per cui
0 < |a|n /nn < (1/2)n
Valgono i seguenti fatti:

(1)
(2)
(3)
(4)
(5)

lim an! = 0
lim nn!n = 0
n
lim na k = 0, |a| < 1
n
lim na k = +, a > 1
lim lognak n = 0, k > 0 , a > 0 , a 6= 1

Infatti se indichiamo con bn ciascuna delle successioni in oggetto si ha


|a|
|
= n+1
0
(1) |b|bn+1
n|

n
bn+1
n
(2) bn = n+1
1e < 1
k
|
n
(3) |b|bn+1
=
|a|
|a|
n+1
n|
(4) si pu`o facilmente dedurre dal fatto che

loga n
1
nk
nk )
=
log
(
a
nk
k
Anche se a prima vista ci`o non appare verosimile, operare con successioni piuttosto che con funzioni e` molto pi`u comodo e facile; e` pertanto molto utile provare il seguente risultato che permette di ottenere informazioni
sul limite di una funzione utilizzando opportune successioni.
T EOREMA 6.9. Sia f : D R e siano x0 D(D), ` R ; sono fatti
equivalenti:

6. LE SUCCESSIONI

75

(1) limxx0 f (x) = `


(2) per ogni xn D \ {x0 }, xn x0 , si ha
lim f (xn ) = `
D IMOSTRAZIONE . Se vale la prima condizione avremo che per ogni
> 0 esiste > 0 tale che, se x I 0 (x0 , ) si ha
f (x) I(`, )
Inoltre esiste n N tale che per n > n si abbia xn I 0 (x0 , ) e di
conseguenza si ha
f (xn ) I(`, )
Da cui la seconda asserzione.
Se viceversa la prima asserzione e` falsa, allora esiste 0 > 0 tale che,
per ogni n N esiste xn D, xn 6= x0 , con xn I 0 (x0 , 1/n) e
f (xn ) 6 I(`, 0 )
e quindi la seconda e` falsa
2
Si pu`o provare che ogni successione convergente ammette una successione estratta monotona (e convergente allo stesso limite); pertanto nel
verificare (2) e` sufficiente limitarsi alle sole successioni monotone.
Il criterio di convergenza di Cauchy riveste notevole importanza ed e`
utile sapere che esso pu`o essere provato anche per le funzioni nella seguente
forma.
T EOREMA 6.10. - Criterio di Cauchy - Sia f : D R e sia x0
D(D); sono condizioni equivalenti:
(1) esiste ` R tale che limxx0 f (x) = `
(2) per ogni > 0 esiste > 0 tale che se x, y I 0 (x0 , ) si ha
|f (x) f (y)| <
D IMOSTRAZIONE . (1) (2) Per ogni > 0 esiste > 0 tale che se
x I 0 (x0 , /2 ) si ha
|f (x) `| < /2
0
per cui se x, y I (x0 , /2 ) si ha
|f (x) f (y)| |f (x) `| + |f (y) `| < /2 + /2 = .
(2) (1) Se per assurdo (1) non fosse vera esisterebbero due successioni xn , yn D, convergenti ad x0 tali che f (xn ) `1 e f (yn ) `2
con `1 , `2 R , `1 6= `2 .
Pertanto la condizione (2) non potrebbe essere soddisfatta.
2
Mediante le successioni siamo anche in grado di provare i seguenti risultati che caratterizzano gli insiemi aperti, chiusi e compatti in R e che
sono facilmente estendibili a pi`u generali situazioni.
T EOREMA 6.11. Sia A R, allora

76

6. LE SUCCESSIONI

(1) A e` aperto se e solo se per ogni x A e per ogni successione xn ,


tale che xn x, si ha xn A definitivamente;
(2) A e` chiuso se e solo se per ogni xn A, xn x si ha x A
(3) A e` un insieme compatto se e solo se per ogni xn A esiste xnk
x, tale che x A
1. Infinitesimi ed Infiniti
Se f (x) `, ` R allora f (x) ` 0 per cui per studiare il comportamento di una funzione che ammette limite finito sar`a sufficiente considerare funzioni che tendono a 0; tali funzioni si definiscono infinitesime ed
e` importante cercare di ottenere qualche informazione in pi`u su come una
funzione infinitesima tende a 0.
Ad esempio e` evidente che xn diminuisce pi`u o meno velocemente, in
dipendenza da n, quando ci si avvicina a 0. E` quindi ovvio che sia utile
cercare di individuare anche in funzioni pi`u complesse tali comportamenti.
Quanto detto per le funzioni infinitesime si pu`o poi facilmente estendere
anche alle funzioni che tendono allinfinito: che chiameremo infinite.
Pertanto introduciamo la definizione di ordine di infinitesimo e di ordine
di infinito.
D EFINIZIONE 6.6. Sia f : (a, b) R, diciamo che f e` infinitesima in
a se
lim+ f (x) = 0
+

xa

In maniera analoga si possono dare le definizioni per x a , x a,


x + e x .
D EFINIZIONE 6.7. Siano f ,g due funzioni infinitesime in a+ e supponiamo che
f (x)
=`
xa g(x)
se ` R \ {0} diciamo che f e g hanno lo stesso ;
se ` = 0 diciamo che f e` infinitesima di ordine superiore a g.
lim+

D EFINIZIONE 6.8. Chiamiamo infinitesimo campione di ordine


R+ in a+ ,a ,a,+, rispettivamente la funzione
1
1
,

x
(x)
Si dice che f e` infinitesima di ordine R+ se f ha lo stesso ordine
dellinfinitesimo campione di ordine .
(x a) , (a x) , |x a| ,

Osserviamo esplicitamente che pu`o accadere che f non abbia ordine di


infinitesimo reale.
Ad esempio la funzione
1
ln x

1. INFINITESIMI ED INFINITI

77

e` infinitesima per x + di ordine inferiore ad ogni R+ .


Infatti per ogni R+
1
ln x
lim
x+ 1
x

(6.9)

=0

La definizione di ordine di infinitesimo consente di provare che


T EOREMA 6.12. Siano f e g due funzioni infinitesime in a+ di ordine
e rispettivamente; allora
(1) f g ha ordine +
(2) se < , f + g ha ordine
(3) se = , f + g ha ordine maggiore o uguale ad .
D EFINIZIONE 6.9. Diciamo che f e` infinita in a+ se 1/f e` infinitesima
in a+ .
Diciamo che f e` infinita di ordine se 1/f e` infinitesima di ordine .
T EOREMA 6.13. Siano f e g due funzioni infinite in a+ di ordine e
rispettivamente; allora
(1) f g ha ordine + ;
(2) se < , f + g ha ordine ;
(3) se = , f + g ha ordine minore o uguale ad
Osserviamo che si potrebbe definire f di ordine R in a+ se
f (x)
R \ {0}
xa (x a)
ed osservare che f e` infinitesima se > 0 ed e` infinita se < 0 .
Con queste convenzioni si pu`o provare che se f ha ordine e g ha
ordine , allora f /g ha ordine .
lim+

CAPITOLO 7

`
LA CONTINUITA
La maggior parte delle situazioni semplici che cerchiamo di rappresentare mediante luso di una funzione reale di una variabile reale presentano
una caratteristica comune:

piccoli cambiamenti della variabile (argomento della funzione)


causano piccoli cambiamenti dei valori della funzione stessa.

Ad esempio se T (x) rappresenta la temperatura di una sbarra di metallo in


un punto che dista x da una delle sue estremit`a, ci aspettiamo che due punti
vicini sulla sbarra abbiano temperature non molto dissimili.
Tuttavia non tutti i fenomeni sono facilmente rappresentabili mediante funzioni continue; se ad esempio L(t) rappresenta la luminosit`a di una
stanza nella quale si accende una lampada allistante t0 e` evidente che in
quellistante il valore della luminosit`a pu`o subire una brusca variazione, (se
la luminosit`a della lampada e` alta in confronto con la luminosit`a ambiente).
Anche nel linguaggio comune e` naturale attribuire laggettivo continuo
al primo fenomeno ma non al secondo.
In parole povere, una funzione e` continua in un punto se il valore che
essa assume in tale punto dipende dai valori da essa assunti nei punti vicini, o per meglio dire, se piccole variazioni dellargomento danno luogo a
piccole variazioni dei corrispondenti valori della funzione.
In altri termini una funzione e` continua se non ammette repentini cambiamenti, salti, discontinuit`a.
Vogliamo allora formalizzare cosa si intende per continuit`a di una funzione.
Precisamente poniamo la seguente definizione
D EFINIZIONE 7.1. Sia f : D R, x0 D, diciamo che f e` continua
in x0 se
> 0 > 0 tale che se |x x0 | < , x D si ha
|f (x) f (x0 )| <
Diciamo che f e` continua in D se e` continua in ogni punto di D.
E immediato verificare lanalogia, ma non lidentit`a, con la definizione
di limite, ed e` immediato provare che:
79

80

`
7. LA CONTINUITA

T EOREMA 7.1. Sia f : D R e sia x0 D D(D); sono fatti


equivalenti:
(1) f e` continua in x0 ,
(2) limxx0 f (x) = f (x0 ).
I teoremi sui limiti consentono di stabilire alcuni semplici risultati che
ci limitiamo ad enunciare.
T EOREMA 7.2. Siano f, g : D R continue in x0 D, siano inoltre
, R; si ha
(1) f + g e` continua in x0 ;
(2) f g e` continua in x0 ;
(3) se f (x0 ) 6= 0, 1/f e` continua in x0 .
T EOREMA 7.3. Sia f : D R, x0 D; sono fatti equivalenti:
(1) f e` continua in x0 ;
(2) xn D, xn x0 , si ha f (xn ) f (x0 ).
Il precedente teorema consente di caratterizzare la continuit`a per successioni: nel confronto con il teorema 6.9 mediante il quale sono caratterizzati
i limiti si evidenzia il fatto che:

per caratterizzare il limite la successione xn deve essere scelta in


D \ {x0 }, mentre per la continuit`a xn assume valori in D.

Osserviamo anche che, come nel teorema 6.9 , ci si pu`o limitare a


considerare soltanto successioni monotone.
T EOREMA 7.4. Sia f : D R continua in x0 D, allora se f (x0 ) 6=
0 esiste > 0 tale che se x D I(x0 , ) si ha f(x)f (x0 ) > 0.
T EOREMA 7.5. Siano f : D R continua in x0 D, g : A D
continua in t0 A, x0 = g(t0 ); allora f (g()) : A R e` continua in t0 .

CAPITOLO 8

`
I TEOREMI SULLA CONTINUITA
Dopo questa rapida rassegna di risultati passiamo a studiare le propriet`a
pi`u importanti ed interessanti delle funzioni continue in un insieme.
La maggior parte delle propriet`a che studieremo riguardano le funzioni
continue su di un intervallo chiuso e limitato. E facile vedere, mediante
esempi, che se si considerano funzioni continue su insiemi che non soddisfano i requisiti opportuni, tali propriet`a possono non essere soddisfatte.
T EOREMA 8.1. - degli zeri - Sia f : [a, b] R una funzione continua
e supponiamo che f (a)f (b) < 0.
Allora esiste x0 (a, b) tale che f (x0 ) = 0.
D IMOSTRAZIONE .
Definiamo le successioni n e n nella seguente maniera:
[0 , 0 ] = [a, b]

(8.1)
(8.2)

se
[n , (n + n )/2]
[n+1 , n+1 ] = [(n + n )/2, n ]
se

[( + )/2, ( + )/2] se
n
n
n
n

f (n )f ((n + n )/2) < 0


f (n )f ((n + n )/2) > 0
f ((n + n )/2) = 0

Se, esiste n
, f ((n + n )/2) = 0 si e` trovato lo zero;
in caso contrario, per n e n si ha:

n e` crescente, n e` decrescente,

(8.3)

n , n [a, b], f (n )f (n ) < 0

(8.4)

n n =

(8.5)

ba
2n

Pertanto si pu`o affermare che


(8.6)

n %

n &

e dalla 8.5 si ricava = = c .


81

, [a, b]

`
8. I TEOREMI SULLA CONTINUITA

82

Per la continuit`a di f e per 8.4 si ha


(8.7)

0 lim f (n )f (n ) = (f (c))2

e f (c) = 0

Si ha anche che c (a, b) ed inoltre


(8.8)

0 c n n n

ba
2n

0 n c n n

ba
2n

e
(8.9)

2
Il teorema 8.1 ammette come immediato corollario il seguente:
T EOREMA 8.2. - dei valori intermedi - Sia f : [a, b] R una
funzione continua e siano c, d R(f ), c < d, allora
[c, d] R(f ).
D IMOSTRAZIONE . Siano , [a, b] tali che f () = c, f () = d e
consideriamo y (c, d); la funzione
g(x) = f (x) y
e` continua su [, ], g() < 0, g() > 0 e perci`o, per il teorema 8.1 , esiste
x0 (, ) tale che
g(x0 ) = f (x0 ) y = 0
da cui f (x0 ) = y e y R(f ).
2
C OROLLARIO 8.1. Sia f : [a, b] R, se f e` continua allora R(f ) e`
un intervallo.
Ci proponiamo ora di dimostrare un teorema di esistenza del massimo
per una funzione continua su un insieme compatto (cio`e chiuso e limitato).
T EOREMA 8.3. - Weierstra - Sia f : D R una funzione continua,
D compatto; allora esistono , D tali che
f () = min{f (x) : x D}
f () = max{f (x) : x D}.
D IMOSTRAZIONE . Proviamo ad esempio lesistenza del minimo della
funzione f . Sia
= inf{f (x) : x D} = inf R(f );
per il lemma 6.3 esiste yn R(f ) tale che yn .
Sia xn D tale che yn = f (xn ); dal momento che D e` compatto esiste
xnk estratta da xn tale che
xnk D.
Pertanto
ynk = f (xnk ) f ()

`
8. I TEOREMI SULLA CONTINUITA

83

per la continuit`a di f ed anche ynk da cui


= f ()
e la tesi.
2
E possibile generalizzare il teorema 8.3 senza lipotesi di compattezza
dellinsieme D, ad esempio possiamo provare:
T EOREMA 8.4. Sia f : (a, b) R continua, a, b R , e supponiamo
che esista x (a, b) tale che
lim f (x), lim f (x) > f (
x)

xa+

xb

allora esiste (a, b) tale che


f () = min{f (x) : x (a, b)}.
D IMOSTRAZIONE . Supponiamo a, b R, essendo la dimostrazione
negli altri casi analoga.
Siano
= inf{f (x) : x (a, b)}
si ha
= f (
x) , R
Se = f (
x) avremmo che il minimo e` assunto.
sia > 0 tale che
x (a, a + ) (b , b)

f (x) > .

Sia
yn R(f ) , yn
poiche > , definitivamente si ha yn e perci`o esiste xn [a+, b]
tale che f (xn ) = yn .
Ne segue che esiste xnk [a + , b ] e
ynk = f (xnk ) f ().
2
A questo punto sarebbe ragionevole introdurre il concetto di uniforme
continuit`a, tuttavia poich`e si tratta di un concetto fondamentale ma difficile
da comprendere rimandiamo chi fosse interessato a quanto e` contenuto negli
approfondimenti.
In parole povere diciamo che una funzione e` uniformemente continua su
un intervallo [a, b], se, nella definizione di continuit`a applicata ad un punto
x [a, b], il valore di si pu`o trovare in funzione di , ma non dipende
anche da x.
Possiamo cio`e dire che in un qualunque punto di x0 [a, b] il modo con
cui f (x) si avvicina ad f (x0 ) quando x si avvicina ad x0 e` in questo senso
uniforme.
Abbiamo a suo tempo dimostrato che, se una funzione e` strettamente
monotona, allora essa e` invertibile; vediamo ora che se ci restringiamo alla

`
8. I TEOREMI SULLA CONTINUITA

84

classe delle funzioni continue, la stretta monotonia e` anche necessaria per


linvertibilit`a.
T EOREMA 8.5. Sia f : [a, b] R continua, allora f e` invertibile se e
solo se f e` strettamente monotona.
D IMOSTRAZIONE . Ci limitiamo a provare la parte solo se, in quanto
la parte se e` gi`a stata provata nel teorema 3.15.
Se per assurdo f non fosse monotona, per il teorema 3.14
(8.10)

x, y, z [a, b] : x < y < z , [f (y) f (x)][f (z) f (y)] 0

se nella 8.10 vale luguaglianza, f non e` invertibile; se vale la diseguaglianza stretta possiamo, per fissare le idee, supporre che
f (z) f (y) < 0 , f (y) f (x) > 0 , f (z) > f (x) .
Allora, per il teorema dei valori intermedi, poich`e f (x) < f (z) < f (y)
(x, y) : f () = f (z)
e ci`o e` contro linvertibilit`a di f .
Per concludere con la continuit`a proviamo i seguenti risultati.

T EOREMA 8.6. Sia f : (a, b) R, strettamente monotona, siano


x0 (a, b) e y0 = f (x0 ); allora f 1 e` continua in y0 .
D IMOSTRAZIONE . Supponiamo, per fissare le idee, che f sia strettamente crescente e proviamo che, per ogni > 0 esiste > 0 tale
che
y : |y y0 | < , si ha |f 1 (y) f 1 (y0 )| < .
Sia 0 > 0 tale che (x0 0 , x0 + 0 ) (a, b).
Dal momento che f e` strettamente crescente si ha, per 0 < 0
f (x0 ) < y0 < f (x0 + ).
Definiamo
= min{y0 f (x0 ), f (x0 + ) y0 } > 0;
se |y y0 | < si ha
y0 + f (x0 ) y0 < y0 < y < y0 + < y0 + f (x0 + ) y0
e
Poiche f

f (x0 ) < y < f (x0 + ).


e` strettamente crescente si ha
f 1 (f (x0 )) < f 1 (y) < f 1 (f (x0 + ))

cio`e
x0 < f 1 (y) < x0 +
f 1 (y0 ) < f 1 (y) < f 1 (y0 ) +

`
8. I TEOREMI SULLA CONTINUITA

85

e
|f 1 (y) f 1 (y0 )| < .
2
T EOREMA 8.7. Sia f : (a, b) R continua e invertibile; allora f 1
e` continua.
D IMOSTRAZIONE . Dal momento che f e` continua ed invertibile su
(a,b), essa e` strettamente monotona e si pu`o applicare il teorema 8.6.
2
Si pu`o verificare che:
(1) pa , per a R e` continua in R+
(2) pn , per n N e` continua in R
(3) expa , per a R+ e` continua in R
(4) sin e` continua in R
(5) cos e` continua in R
(6) rn , per n pari e` continua in R+
(7) rn , per n dispari e` continua in R
(8) loga , per a R+ \ {1} e` continua in R+ .
La verifica di questi fatti pu`o essere completata usando la definizione di
limite.
possiamo altres` verificare, usando il teorema dei valori intermedi che
T EOREMA 8.8. Si ha
(1) R(pn ) = R+ , per n pari
(2) R(pn ) = R, per n dispari
(3) R(expa ) = R+ per a R+ , a 6= 1
(4) R(pa ) = R+ per a R , a 6= 0
(5) R(sin) = [1, 1]
(6) R(cos) = [1, 1]
(7) R(tan) = R

CAPITOLO 9

`
LA DERIVABILITA.
Consideriamo una funzione f continua in un punto x0 , avremo che,
quando x si discosta di poco da x0 , f (x) e` poco distante da f (x0 ).
E` in questo caso importante valutare come varia f (x)f (x0 )in rapporto
a x x0 cio`e il valore del rapporto
f (x) f (x0 )
x x0
Possiamo vedere che 9.1 rappresenta il coefficiente angolare della corda
che passa per i punti (x0 , f (x0 )) e (x, f (x)).
Se x e` vicino al punto x0 il denominatore tende a 0, ma se f e` continua
anche il numeratore tende a 0 e quindi e` significativo considerare il valore
limite di 9.1 per x x0 .
Si stabilisce quindi la seguente definizione.
(9.1)

D EFINIZIONE 9.1. Sia f : (a, b) R, x0 (a, b);


f (x) f (x0 )
x x0
e` definito per ogni x (a, b) \ {x0 } e si chiama rapporto incrementale
relativo alla funzione f nel punto x0 .
Dal momento che x0 e` in (a, b) ha senso considerare
g(x) =

lim g(x).

xx0

Diciamo che f e` derivabile in x0 se


lim

xx0

f (x) f (x0 )
x x0

esiste finito.
In tal caso chiamiamo il suo valore derivata di f in x0 e scriviamo
df
f 0 (x0 )
o
(x0 )
dx
Diciamo che f e` derivabile in x0 da destra oppure da sinistra se
lim+

f (x) f (x0 )
x x0

lim

f (x) f (x0 )
x x0

xx0

oppure
xx0

87

`
9. LA DERIVABILITA.

88

esiste ed e` finito,
In tal caso chiamiamo tale limite derivata destra o derivata sinistra di f
in x0 e scriviamo f+0 (x0 ) o f0 (x0 ), ovvero
d+ f
d f
(x0 )
o
(x0 ).
dx
dx
Diciamo che f e` derivabile in (a, b) se e` derivabile in ogni punto di (a, b).
In tal caso possiamo definire una funzione
df
f0 =
: (a, b) R
dx
che si chiama derivata di f .
In maniera del tutto analoga si possono definire le funzioni derivata
destra e derivata sinistra.
Osserviamo che f 0 (x) e` il limite per x che tende a x0 del coefficiente
angolare della corda secante il grafico di f nei punti (x, f (x)), (x0 , f (x0 ))
e che pertanto e` ragionevole supporre che sia il coefficiente angolare della
retta tangente al grafico in (x0 , f (x0 )).
La derivata di f , fornisce, vicino ad x0 , una stima del variare di f (x)
f (x0 ) rispetto a x x0 .
Poich`e
lim

(9.2)

xx0

f (x) f (x0 )
= f 0 (x)
x x0

si ha
lim

xx0

f (x) f (x0 )
f 0 (x) = 0
x x0

da cui
lim

(9.3)

xx0

f (x) f (x0 ) f 0 (x0 )(x x0 )


=0
x x0

Se ora poniamo
f (x) f (x0 f 0 (x0 )(x x0 )
= (x x0 )
x x0

(9.4)
avremo che
(9.5)

f (x) (f (x0 + f 0 (x0 )(x x0 )) = (x x0 )(x x0 )

con
lim (x x0 ) = 0

xx0

In altre parole, alla quantit`a f (x) e` possibile sostituire la quantit`a


(9.6)

f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 )

`
9. LA DERIVABILITA.

89

commettendo un errore
(x x0 )(x x0 )
che tende a 0 pi`u velocemente di (x x0 )
Poich`e lequazione y = f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 ) rappresenta una retta
nel piano con la propriet`a di approssimare f (x) con un errore infinitesimo
di ordine superiore al primo, per x x0 , possiamo definirla retta tangente
al grafico di f nel punto x0 .
Resta cos` giustificato luso di f 0 (x0 ) per identificare il coefficiente
angolare della retta tangente al grafico di f in x0 .
Definiamo pertanto, allo scopo di sviluppare questa idea, la differenziabilit`a di una funzione.
D EFINIZIONE 9.2. Sia f : (a, b) R, x0 (a, b); diciamo che f e`
differenziabile in x0 se esiste a R tale che
f (x) f (x0 ) a(x x0 )
= 0.
xx0
x x0
La funzione lineare L(x) = a(x x0 ) si chiama differenziale di f in x0 e si
indica con df (x0 )(x).
lim

T EOREMA 9.1. Sia f : (a, b) R, x0 (a, b), allora f e` derivabile


in x0 se e solo se f e` differenziabile in x0 .
Inoltre
df (x0 )(h) = hf 0 (x0 )
per ogni h R.
D IMOSTRAZIONE . Se f e` derivabile in x0 e` sufficiente definire
a = f 0 (x0 )
e si ha

f (x) f (x0 ) a(x x0 )


= 0.
xx0
x x0
Se viceversa f e` differenziabile in x0 si ha che
f (x) f (x0 ) a(x x0 )
lim
=0
xx0
x x0
lim

e
lim

xx0

f (x) f (x0 )
a=0
x x0

da cui
f 0 (x0 ) = a
e
df (x0 )(h) = hf 0 (x0 )
2
Dalla 9.5 risulta evidente che se f e` derivabile in x0 si ha:
f (x) f (x0 ) = f 0 (x0 )(x x0 ) + (x x0 )(x x0 ).

`
9. LA DERIVABILITA.

90

Pertanto
lim [f (x) f (x0 )] = lim [f 0 (x0 )(x x0 ) + (x x0 )(x x0 )] = 0

xx0

xx0

e
lim f (x) = f (x0 ).

xx0

Si e` cos` provato che


T EOREMA 9.2. Sia f : D R , D R aperto, e sia x0 D; se f e`
derivabile in x0 allora f e` continua in x0 .
Non e` per`o vero il viceversa; esempi che illustrino questo fatto non
sono difficili a trovarsi (basta considerare f (x) = |x|), e di pi`u e` possibile
costruire una funzione continua su un intervallo ed ivi mai derivabile.
In virt`u del teorema 9.1 dora in poi, per le funzioni di una variabile,
useremo indifferentemente i termini derivabilit`a e differenziabilit`a; useremo
inoltre, per caratterizzare questa propriet`a una qualunque delle condizioni
enunciate nelle 9.2, 9.3, 9.5.
Proviamo ora alcuni risultati sulla derivabilit`a.
T EOREMA 9.3. Siano f, g : D R, D R aperto, e sia x0 D;
supponiamo che f e g siano derivabili in x0 , allora:
(1) f + g e` derivabile in x0 , R e si ha
(f + g)0 (x0 ) = f 0 (x0 ) + g 0 (x0 );
(2) f g e` derivabile in x0 e si ha
(f g)0 (x0 ) = f 0 (x0 )g(x0 ) + f (x0 )g 0 (x0 ).
(3) Se f (x0 ) 6= 0 allora (1/f ) e` derivabile in x0 e si ha:
 0
1
f 0 (x0 )
(x0 ) = 2
.
f
f (x0 )
D IMOSTRAZIONE .
(1) e` banale conseguenza della definizione di derivata e dei risultati
provati sui limiti.
(2) si pu`o provare osservando che
f (x)g(x) f (x0 )g(x0 )
f (x)[g(x) g(x0 )] [f (x) f (x0 )]g(x0 )
=
+
x x0
x x0
x x0
e passando al limite.
(3) Dal momento che f e` derivabile in x0 , f e` ivi continua e per il
teorema della permanenza del segno > 0 tale che f (x) 6= 0 se
|x x0 | < .
Possiamo pertanto considerare la funzione 1/f in |x x0 | <
e costruire il suo rapporto incrementale
1/f (x) 1/f (x0 )
=
x x0

f (x)f (x0 )
xx0
1
f (x)f (x0 )

`
9. LA DERIVABILITA.

91

Passando al limite per x x0 si ottiene che


 0
f 0 (x0 )
1
(x0 ) = 2
f
f (x0 )
2
T EOREMA 9.4. Siano f : (a, b) R, g : (c, d) (a, b); sia
t0 (c, d), g derivabile in t0 ; sia x0 = g(t0 ) e sia f derivabile in x0 .
Allora se = f (g()), e` derivabile in t0 e si ha
0 (t0 ) = f 0 (x0 )g 0 (t0 ).
D IMOSTRAZIONE . Per la 9.5 si ha che
(9.7)

f (x) = f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 ) + (x x0 )1 (x x0 )

(9.8)

g(t) = g(t0 ) + g 0 (t0 )(t t0 ) + (t t0 )2 (t t0 ).

Si ha
(9.9) (t) = f (g(t)) = f (g(t0 )) + f 0 (g(t0 ))[g(t) g(t0 )]+
+ [g(t) g(t0 )]1 (g(t) g(t0 )) =
= f (x0 ) + f 0 (x0 )[g 0 (t0 )(t t0 ) + (t t0 )2 (t t0 )]+
+ [g(t) g(t0 )]1 (g(t) g(t0 )) =
= f (x0 ) + f 0 (x0 )g 0 (t0 )(t t0 ) + (t t0 )3 (t t0 ).
E dal momento che
lim 3 (t t0 ) = 0

tt0

si ha la tesi

T EOREMA 9.5. Sia f : (a, b) R, x0 (a, b), y0 = f (x0 ); supponiamo f strettamente monotona in (a,b), derivabile in x0 ed f 0 (x0 ) 6= 0;
allora f 1 e` derivabile in y0 e si ha
1
(f 1 )0 (y0 ) = 0
.
f (x0 )
D IMOSTRAZIONE . Consideriamo il rapporto incrementale
G(y) =

f 1 (y) f 1 (y0 )
,
y y0

avremo che
G(y) = F (f 1 (y))
ove
F (x) =

x x0
x f 1 (y0 )
=
.
f (x) f (x0 )
f (x) y0

Ora
lim

xx0

x x0
1
= 0
f (x) f (x0 )
f (x0 )

`
9. LA DERIVABILITA.

92

e
lim f 1 (y) = f 1 (y0 ) = x0

yy0

(si ricordi che f 1 e` continua in y0 in quanto inversa di una funzione monotona continua).
Inoltre x0 non appartiene al campo di definizione di F ; pertanto possiamo applicare il teorema che consente di calcolare il limite di una funzione
composta per concludere che
lim G(y) =

yy0

1
f 0 (x

0)

e la tesi.
Calcoliamo ora le derivate di alcune funzioni elementari;

d a
x = axa1
dx
d x
a = ax ln a
dx
d
loga x = x ln1 a
dx
d
sin x = cos x
dx
d
cos x = sin x
dx
d
tan x = 1 + tan2 x
dx
d
1
arcsin x = 1x
2
dx
d
1

arccos x = 1x2
dx
d
1
arctan x = 1+x
2.
dx

Ciascuna delle formule vale per quegli x per cui ha senso e pu`o essere
provata usando la definizione di derivata.
Abbiamo con ci`o introdotto quello che si chiama derivata prima di una
funzione f ; ovviamente applicando successivamente pi`u volte lo stesso procedimento, otterremo quelle che si chiamano derivata seconda, terza, ..,
n-esima di f .
Indichiamo con
d2
f 00 (x0 )
o
f (x0 )
dx2
d3
f (x0 )
dx3

dn
f (n) (x0 )
o
f (x0 )
dxn
la derivata seconda, terza, .., n-esima di f in x0 .
Discorsi e notazioni analoghe vanno bene per le derivate successive
destre e sinistre.
f (3) (x0 )

`
9. LA DERIVABILITA.

93

Indichiamo infine con C n (I), I R, linsieme delle funzioni f : I


R derivabili almeno n volte, con derivata n-esima continua.
In particolare C 0 (I) e` linsieme delle funzioni continue, mentre C (I)
e` linsieme delle funzioni che ammettono derivate di ogni ordine in ogni
punto di I.
Si pu`o facilmente verificare che ognuno di questi insiemi e` uno spazio
vettoriale su R.

CAPITOLO 10

I TEOREMI DI ROLLE, LAGRANGE E CAUCHY.


Le derivate forniscono unimportante strumento per lo studio delle propriet`a e del grafico di una funzione.
Lapplicazione di tale strumento si concretizza attraverso alcuni risultati
dimostrati nel corso del 700, dei quali ci occupiamo di seguito.
Cominciamo con il provare il seguente lemma.
L EMMA 10.1. Sia f : [a, b] R derivabile, sia x1 [a, b] tale che
f (x1 ) = min{f (x) : x [a, b]}
si ha che
(1) se x1 (a, b) allora f 0 (x1 ) = 0
0
(2) Se x1 = a allora f+ (x1 ) 0
0
(3) Se x1 = b allora f (x1 ) 0
D IMOSTRAZIONE . Lesistenza del punto di minimo e` assicurata dalla
continuit`a di f in [a,b].
Proviamo la prima affermazione; sia
g(x) =

f (x) f (x1 )
x x1

si ha
g(x) 0
g(x) 0

se
se

x < x1
x > x1 .

Pertanto
0 lim g(x) = f 0 (x1 ) = lim+ g(x) 0.
xx1

xx1

Per quanto riguarda la seconda affermazione: se x1 = a si ha che


f+0 (x1 ) = lim+ g(x) 0.
xx1

La terza affermazione si dimostra in modo simile.


2
`E chiaro che un risultato simile si pu`o provare per i punti di massimo.
A questo punto siamo in grado di provare un risultato che e` , pur nella
sua semplicit`a, fondamentale per lo sviluppo del calcolo differenziale.
T EOREMA 10.1. - Rolle - Sia f : [a, b] R continua in [a, b] e
derivabile in (a, b); allora
f (a) = f (b)

c (a, b) : f 0 (c) = 0.

95

96

10. I TEOREMI DI ROLLE, LAGRANGE E CAUCHY.

D IMOSTRAZIONE . Per il teorema di Weierstra f ammette massimo e


minimo assoluti in [a, b]; se entrambi sono assunti negli estremi si ha
max{f (x) : x [a, b]} = min{f (x) : x [a, b]}
ed f e` costante, da cui f 0 (x) = 0 x (a, b).
Se invece il massimo o il minimo e` assunto in un punto interno c, dal
lemma 10.1 si ha f 0 (c) = 0.
2
Ne segue che
T EOREMA 10.2. - Lagrange - Sia f : [a, b] R continua in [a, b] e
derivabile in (a, b); allora esiste c (a, b) tale che
f (b) f (a) = f 0 (c)(b a).
D IMOSTRAZIONE . Consideriamo la funzione
g : [a, b] R
definita da



f (b) f (a)
g(x) = f (x) f (a) +
(x a) .
ba
g e` continua in [a,b] e derivabile in (a,b) ed inoltre g(a) = g(b) = 0.
Per il teorema di Rolle esiste c (a, b) tale che
0 = g 0 (c) = f 0 (c)

f (b) f (a)
ba

e
f (b) f (a) = f 0 (c)(b a).
2
T EOREMA 10.3. - Peano - Siano f, g : [a, b] R, f, g continue in
[a, b] e derivabili in (a, b); allora esiste c (a, b) tale che


f (b) f (a) f 0 (c)
(10.1)
det
=0
g(b) g(a) g 0 (c)
D IMOSTRAZIONE . Consideriamo la funzione h : [a, b] R definita
da
(10.2)


f (b) f (a) f (x)
h(x) = det
= [f (b) f (a)]g(x) [g(b) g(a)]f (x)
g(b) g(a) g(x)
h soddisfa le ipotesi del teorema di Rolle e pertanto si pu`o affermare che
esiste c (a, b) tale che


f (b) f (a) f 0 (c)
0
(10.3)
h (c) = det
=0
g(b) g(a) g 0 (c)
2

10. I TEOREMI DI ROLLE, LAGRANGE E CAUCHY.

97

T EOREMA 10.4. - Cauchy - Siano f, g : [a, b] R continue in [a, b]


e derivabili in (a, b); sia inoltre g 0 (x) 6= 0 per ogni x (a, b). Allora esiste
c (a, b) tale che
f (b) f (a)
f 0 (c)
= 0
g(b) g(a)
g (c)
D IMOSTRAZIONE . Per il teorema di Peano si ha che esiste c (a, b)
tale che
[f (b) f (a)]g 0 (c) = [g(b) g(a)]f 0 (c).
Ma g 0 (x) 6= 0 per ogni x (a, b) e pertanto anche g(b) g(a) 6= 0
(se cos` non fosse ci sarebbe, per il teorema di Rolle, un punto (a, b)
tale che g 0 () = 0). Possiamo allora dividere per g 0 (c) e per g(b) g(a) ed
ottenere la tesi.
2
I teoremi appena dimostrati forniscono tutta una serie di risultati molto
utili per lo studio del grafico di una funzione.
T EOREMA 10.5. Sia f : [a, b] R continua in [a, b] e derivabile in
(a, b); allora f e` costante in [a, b] se e solo se f 0 (x) = 0 per ogni x (a, b).
D IMOSTRAZIONE . Se f e` costante in [a, b] e` immediato provare che f 0
e` identicamente nulla.
Proviamo viceversa che se f 0 (x) = 0 per ogni x (a, b) si ha che f e`
costante: sia x (a, b) ed applichiamo il teorema di Lagrange allintervallo
[a, x]. Per un opportuno valore di c (a, x) si ha
f (x) f (a) = f 0 (c)(x a) = 0
e si deduce che f (x) = f (a)

C OROLLARIO 10.1. Siano f, g : [a, b] R continue in [a, b] , derivabili in (a, b) e tali che
f 0 (x) = g 0 (x)

x (a, b) ;

allora
c R : f (x) = g(x) + c

x [a, b].

T EOREMA 10.6. Sia f : (a, b) R, derivabile; allora f e` crescente


(decrescente) in (a, b) se e solo se f 0 (x) 0 (f 0 (x) 0) per ogni x
(a, b).
D IMOSTRAZIONE . E intanto ovvio che se f e` crescente allora si ha
f (x) 0 per ogni x (a, b); supponiamo viceversa che f 0 (x) 0 per
ogni x (a, b), allora se x1 , x2 (a, b), x1 < x2 , si ha
0

f (x2 ) f (x1 ) = f 0 (c)(x2 x1 ) ,

x1 < c < x 2

e pertanto
f (x2 ) f (x1 ) 0
2
Sottolineiamo che i risultati provati funzionano soltanto per funzioni
definite su un intervallo.

98

10. I TEOREMI DI ROLLE, LAGRANGE E CAUCHY.

E` infatti facile trovare esempi che contraddicano gli enunciati precedenti


se si rinuncia alla condizione di intervallo:
Ad esempio consideriamo le funzioni

(10.4)

(
1
f (x) =
1

,x > 0
,x < 0

oppure
(10.5)

g(x) = 1/x

su

R \ {0}

Si pu`o anche provare che:


T EOREMA 10.7. Sia f : (a, b) R derivabile e supponiamo che
f 0 (x) > 0 per ogni x (a, b); allora f e` strettamente crescente in (a, b).
La funzione f (x) = x3 ci convince inoltre che possono esistere funzioni
strettamente crescenti la cui derivata non e` sempre strettamente maggiore di
zero.

CAPITOLO 11

LA REGOLA DI DE LHOPITAL
Dal teorema di Cauchy e` possibile ricavare un risultato molto importante usualmente identificato come regola di De LHopital, dal nome del
marchese che pubblic`o un trattato che la contiene, ma e` pi`u probabilmente
dovuta a Johann Bernoulli.
Il suo scopo e` fornire uno strumento atto a risolvere, in certi casi, il
problema di trovare il limite di una forma indeterminata.
E importante ricordare che lapplicazione di tale regola e` subordinata, come sempre, alla verifica di alcune ipotesi, in assenza delle quali si
possono ottenere dei risultati sbagliati.
La regola di De lHopital e` un raffinamento del seguente fatto del tutto
elementare.
T EOREMA 11.1. Siano f, g : D R derivabili in x0 D, D aperto;
allora, se f (x0 ) = g(x0 ) = 0 e g 0 (x0 ) 6= 0, si ha
lim

xx0

f 0 (x0 )
f (x)
= 0
.
g(x)
g (x0 )

D IMOSTRAZIONE . E sufficiente osservare che


f (x)
f (x) f (x0 ) x x0
f 0 (x0 )
lim
= lim
= 0
xx0 g(x)
xx0
x x0
g(x) g(x0 )
g (x0 )
2
Il risultato appena enunciato si pu`o generalizzare al caso in cui non sia
possibile considerare
f 0 (x0 )
g 0 (x0 )
ma soltanto
f 0 (x)
lim 0
.
xx0 g (x)
Naturalmente tutto ci`o e` fatto allo scopo di determinare il
lim

xx0

f (x)
g(x)

nel caso in cui


lim f (x) = lim g(x) = 0.

xx0

xx0

Non sar`a ovviamente restrittivo trattare solo il caso in cui x x+


0.
99


11. LA REGOLA DI DE LHOPITAL

100

T EOREMA 11.2. Siano f, g : (a, b) R derivabili; supponiamo che


g 0 (x) 6= 0

x (a, b)

lim f (x) = lim+ g(x) = 0.

xa+

xa

Allora, se
lim+

xa

esiste, si ha

f 0 (x)
g 0 (x)

f (x)
f 0 (x)
lim
= lim+ 0
.
xa+ g(x)
xa
g (x)

D IMOSTRAZIONE . Sia
lim+

xa

f 0 (x)
= ` R .
0
g (x)

Se a < x < a + si ha

f 0 (x)
I(`, ).
g 0 (x)
Ora, se prolunghiamo f e g per continuit`a in a ponendo
f (a) = g(a) = 0,

si pu`o applicare il teorema di Cauchy nellintervallo [a, x] con x (a, b) ed


ottenere che
f (x)
f (x) f (a)
f 0 (c)
=
= 0
con a < c < x
g(x)
g(x) g(a)
g (c)
Perci`o, se a < x < a + si ha a < c < x < a + e
f (x)
f 0 (c)
= 0
I(`, ).
g(x)
g (c)
2
Il teorema 11.2 pu`o ovviamente essere rienunciato anche considerando
limiti per x a e per x a.
Restano fuori da questa trattazione i limiti per x + e per x .
Osserviamo che in tali casi pu`o essere utilizzato il fatto che
f (x)
f (1/t)
= lim+
.
x+ g(x)
t0
g(1/t)
lim

A questultimo limite pu`o essere applicato il teorema 11.2 non appena


si siano verificate le ipotesi in esso richieste.
Enunciamo, per comodit`a, il risultato che si ottiene seguendo questa via.
C OROLLARIO 11.1. Siano f, g : (a, +) R derivabili; supponiamo
g 0 (x) 6= 0 x (a, +)
lim f (x) = lim g(x) = 0 .

x+

x+


11. LA REGOLA DI DE LHOPITAL

Allora, se

101

f 0 (x)
x+ g 0 (x)
lim

esiste, si ha

f (x)
f 0 (x)
= lim 0
.
x+ g(x)
x+ g (x)
lim

Il caso in cui g + oppure g e` molto pi`u tecnico e complicato; pertanto ci limitiamo ad enunciare il risultato.
T EOREMA 11.3. Siano f, g : (a, b) R derivabili; supponiamo
g 0 (x) 6= 0

x (a, b)

lim g(x) = +.

xa+

Allora, se
lim+

xa

esiste, si ha
lim+

xa

f 0 (x)
g 0 (x)

f (x)
f 0 (x)
= lim+ 0
.
g(x) xa g (x)

La regola di De LHopital permette di ricavare un risultato molto utile


per calcolare la derivata di una funzione in punti che presentino qualche
criticit`a.
C OROLLARIO 11.2. Sia f : D R, derivabile in D\{x0 } e continua
in x0 D, D aperto, con
lim+ f 0 (x) =

xx0

Allora
(1)
(2)
(3)
(4)

lim f 0 (x) = .

xx0

se R allora f+0 (x0 ) =


Se R allora f0 (x0 ) =
Se = allora f non e` derivabile da destra in x0
Se = allora f non e` derivabile da sinistra in x0

CAPITOLO 12

LA FORMULA DI TAYLOR
La formula di Taylor nasce dallesigenza di trovare buone approssimazioni, facilmente calcolabili, per le funzioni elementari.
Si tratta essenzialmente dello sviluppo del concetto di approssimazione lineare che e` stato introdotto con la definizione di derivata. Infatti se
supponiamo che f sia una funzione derivabile in x0 ; abbiamo visto che
f (x) = f (x0 ) + f 0 (x0 )(x x0 ) + (x x0 )(x x0 )
dove
lim (x x0 ) = 0 = (0).

xx0

Possiamo pertanto affermare che in tale occasione abbiamo trovato un


polinomio di primo grado che approssima la funzione f con un errore che
pu`o essere espresso nella forma (x x0 )(x x0 ), con (x x0 ) 0 se
x x0 , tale errore quindi risulta essere infinitesimo di ordine superiore ad
1 cio`e di ordine superiore al grado del polinomio approssimante.
Poniamoci ora il problema di approssimare la funzione f con un polinomio di grado n, commettendo un errore che sia infinitesimo di ordine
superiore ad n, cio`e che possa essere espresso nella forma
(x x0 )n (x x0 )

lim (x x0 ) = 0 .

ove

xx0

Sia pertanto
Pn (x) =

n
X

ai (x x0 )i

i=0

un tale polinomio; dovr`a aversi


(12.1)

f (x) =

n
X

ai (x x0 )i + (x x0 )n (x x0 )

i=0

con (x x0 ) 0 se x x0 .
Se supponiamo f derivabile n volte, affinche la 12.1 sia vera dovr`a
essere
f (x0 ) = a0
per cui si avr`a
f (x) = f (x0 ) +

n
X

ai (x x0 )i + (x x0 )n (x x0 )

i=1

103

104

12. LA FORMULA DI TAYLOR

e
n

X
f (x) f (x0 )
= a1 +
ai (x x0 )i1 + (x x0 )n1 (x x0 ).
x x0
i=2
Passando al limite per x x0 si ottiene
f 0 (x0 ) = a1
e si avr`a
0

f (x) = f (x0 ) + f (x0 )(x x0 ) +

n
X

ai (x x0 )i + (x x0 )n (x x0 )

i=2

da cui
(12.2)

f (x) f (x0 ) f 0 (x0 )(x x0 )


=
(x x0 )2
n
X
= a2 +
ai (x x0 )i2 + (x x0 )n2 (x x0 )
i=3

per cui, applicando la regola di De LHopital, si ottiene che


lim

(12.3)

xx0

f 0 (x) f 0 (x0 )
= a2
2(x x0 )

e
f (x0 )
= a2 .
2!
Cos` procedendo si ottiene che
f (n) (x0 )
= an
n!
e pertanto, affinche il nostro scopo sia raggiunto, sar`a necessario che
n
X
f (i) (x0 )
P (x) =
(x x0 )i .
i!
i=0

Riassumendo possiamo dire che

Affinch`e si abbia
(12.4)

f (x) =

n
X

ai (x x0 )i + (x x0 )n (x x0 )

i=0

con (x x0 ) 0 se x x0 . deve essere


(12.5)

an =

f (n) (x0 )
n!

12. LA FORMULA DI TAYLOR

105

Ci resta ora da provare che tale polinomio soddisfa effettivamente le


condizioni richieste.
Ci`o sar`a fatto provando il seguente risultato:
T EOREMA 12.1. - Formula di Taylor con il resto di Peano - Sia f :
(a, b) R derivabile n-1 volte in (a, b) ed n volte in x0 (a, b); allora
n
X
f (i) (x0 )
(12.6)
f (x) =
(x x0 )i + (x x0 )n (x x0 )
i!
i=0
con
lim (x x0 ) = 0 = (0) .
xx0

D IMOSTRAZIONE . Definiamo
n
X
f (i) (x0 )
(x x0 )i
P (x) =
i!
i=0
e chiamiamo
(x x0 ) =

f (x) P (x)
;
(x x0 )n

proviamo che
lim (x x0 ) = 0

xx0

Allo scopo di applicare la regola di De LHopital calcoliamo


(12.7)

lim

xx0

= lim

xx0

f 0 (x) P 0 (x)
=
n(x x0 )n1
1
n(x x0 )n1

f 0 (x)

n
X
f (i) (x0 )
i=1

(i 1)!

!
(x x0 )i1

e proseguendo calcoliamo
(12.8)

f 00 (x) P 00 (x)
lim
=
xx0 n(n 1)(x x0 )n2

1
= lim
xx0 n(n 1)(x x0 )n2

00

f (x)

n
X
f (i) (x0 )
i=2

(i 2)!

!
i2

(x x0 )

fino ad arrivare a
(12.9)

f (n1) (x) P (n1) (x)


=
xx0
n!(x x0 )
f (n1) (x) f (n1) (x0 ) f (n) (x0 )(x x0 )
= lim
=
xx0
n!(x x0 )


1 f (n1) (x) f (n1) (x0 )
(n)
= lim
f (x0 ) = 0
xx0 n!
x x0
lim

106

12. LA FORMULA DI TAYLOR

Si pu`o pertanto dedurre che


lim (x x0 ) = 0

(12.10)

xx0

2
La formula di Taylor con il resto nella forma di Peano permette di estendere la possibilit`a di approssimare una funzione f con un polinomio di primo grado, fino ad ottenere la possibilit`a di approssimarla con un polinomio
di grado n arbitrario.
Ovviamente il fatto pi`u importante e` la valutazione dellerrore commesso e, se consideriamo il resto nella forma di Peano, tale valutazione e` di tipo
qualitativo.
Se vogliamo una valutazione dellerrore di tipo quantitativo ci occorre seguire un procedimento diverso dalla definizione di differenziabilit`a.
Un rapido sguardo ai risultati di calcolo differenziale fino ad ora provati ci
convincer`a ben presto che il risultato da estendere e` il teorema di Lagrange.
Cercheremo in altre parole di valutare la differenza
n
X
f (i) (x0 )
f (x)
(x x0 )i
i!
i=0
in funzione di maggioranti di |f (n+1) (x)| .
T EOREMA 12.2. Formula di Taylor con il resto di Lagrange - Sia f :
(a, b) R derivabile n + 1 volte in (a, b); siano x, x0 (a, b), allora
esiste c tra x0 ed x, tale che
n
X
f (i) (x0 )
f (n+1) (c)(x x0 )n+1
(x x0 )i +
.
f (x) =
i!
(n + 1)!
i=0
D IMOSTRAZIONE . Proviamo il teorema nel caso in cui n = 2; dovremo
in questo caso provare che esiste c tra x0 ed x, tale che
(12.11) f (x) = f (x0 )+f 0 (x0 )(xx0 )+

f 00 (x0 )
f 000 (c)
(xx0 )2 +
(xx0 )3
2
3!

Sia
(12.12)

f 00 (x0 )
F (x) = f (x) f (x0 ) f (x0 )(x x0 )
(x x0 )2 R(x x0 )3
2
Ovviamente R dipende dal fatto che abbiamo fissato n = 3 oltre che da
x e da x0 , che comunque sono essi pure fissati,
Se consideriamo F sullintervallo di estremi x0 ed x, possiamo affermare che e` derivabile almeno tre volte e si ha
0

(12.13)

F 0 (x) = f 0 (x) f 0 (x0 ) f 00 (x0 )(x x0 ) 3R(x x0 )2

(12.14)

F 00 (x) = f 00 (x) f 00 (x0 ) 6R(x x0 )

(12.15)

F 000 (x) = f 000 (x) 6R

12. LA FORMULA DI TAYLOR

107

Poich`e F (x) = F (x0 ) = 0 per il teorema di Rolle esiste un punto tra


x0 ed x tale che
F 0 () = 0
Poich`e inoltre F 0 (x0 ) = 0, sempre per il teorema di Rolle si ha che esiste
un punto tra x0 ed tale che
F 00 () = 0
Ed ancora per il teorema di Rolle, poich`e ancora F 00 (x0 ) = 0 esiste un punto
c tra x0 ed tale che
F 000 (c) = 0
Ne ricaviamo infine che
F 000 (c) = f 000 (c) 6R = 0
e ne deduciamo che
R=

f 000 (c)
6
2

CAPITOLO 13

QUALCHE SVILUPPO DI TAYLOR NOTEVOLE


Alcuni sviluppi di funzioni elementari ricorrono spesso e quindi e` molto
comodo fare una breve raccolta di risultati in merito
Nel seguito indichiamo con una funzione infinitesima per x x0
1. Lo sviluppo di McLaurin di ex
Sia
f (x) = ex
Avremo che f C + (R) e si ha
(13.1)

f (x) = ex
0

f (0) = 1

(13.2)

f (x) = e

f 0 (0) = 1

(13.3)

f 00 (x) = ex

f 00 (0) = 1

(13.4)
(13.5)

f 000 (x) = ex

f 000 (0) = 1

(13.6)

f (n) (x) = ex

f (n) (0) = 1

da cui si ricava che il polinomio di McLaurin Pn di ex di grado n e`


n
X
xk
Pn (x) =
k!
k=0
ed il resto di Lagrange Rn assume la forma
ec
Rn (x) =
xn+1
(n + 1)!
Possiamo pertanto concludere che

(13.7)

ex =

n
X
xk
k=0

(13.8)

ex =

k!

n
X
xk
k=0

k!

|c| |x|

+ xn (x)
+

ec
xn+1
(n + 1)!

109

|c| |x|

110

13. QUALCHE SVILUPPO DI TAYLOR NOTEVOLE

2. Lo sviluppo di McLaurin di sin x


Sia
f (x) = sin x
Avremo che f C + (R) e si ha
(13.9)

f (x) = sin x

f (iv) (x) = sin x

(13.10)

f 0 (x) = cos x

f (v) (x) = cos x

(13.11)

f 00 (x) = sin x

f (vi) (x) = sin x

(13.12)

f 000 (x) = cos x

f (vii) (x) = cos x

Pertanto le derivate di f si ripetono di 4 in 4 e si ha


(13.13)

f (0) = 0

f (iv) (0) = 0

(13.14)

f 0 (0) = 1

f (v) (0) = 1

(13.15)

f 00 (0) = 0

f (vi) (0) = 0

(13.16)

f 000 (0) = 1

f (vii) (0) = 1

da cui si ricava che il polinomio di McLaurin Pn di sin x di grado 2n + 1


e`
P2n+1 (x) =

n
X
k=0

x2k+1
(2k + 1)!

ed il resto di Lagrange R2n+1 assume la forma


R2n+1 (x) =

f (2n+3) (c)
(2n + 3)!

|c| |x|

Ricordiamo che il termine di grado 2n + 2 e` nullo.


Possiamo pertanto concludere che

(13.17)

sin x =

n
X
k=0

(13.18)

sin x =

n
X
k=0

x2k+1
+ x2n+3 (x)
(2k + 1)!
x2k+1
f (2n+3) (c) 2n+3
+
x
(2k + 1)!
(2n + 3)!

|c| |x|

3. LO SVILUPPO DI MCLAURIN DI cos X

111

3. Lo sviluppo di McLaurin di cos x


Sia
f (x) = cos x
Avremo che f C + (R) e si ha
(13.19)

f (x) = cos x

f (iv) (x) = cos x

(13.20)

f 0 (x) = sin x

f (v) (x) = sin x

(13.21)

f 00 (x) = cos x

f (vi) (x) = cos x

(13.22)

f 000 (x) = sin x

f (vii) (x) = sin x

Pertanto le derivate di f si ripetono di 4 in 4 e si ha


(13.23)

f (0) = 1

f (iv) (0) = 1

(13.24)

f 0 (0) = 0

f (v) (0) = 0

(13.25)

f 00 (0) = 1

f (vi) (0) = 1

(13.26)

f 000 (0) = 0

f (vii) (0) = 0

da cui si ricava che il polinomio di McLaurin Pn di cos x di grado 2n e`


P2n (x) =

n
X
x2k
(2k)!
k=0

ed il resto di Lagrange R2n assume la forma


R2n (x) =

f (2n+2) (c)
(2n + 2)!

|c| |x|

Ricordiamo che il termine di grado 2n + 1 e` nullo.


Possiamo pertanto concludere che

n
X
x2k
+ x2n+1 (x)
(2k)!
k=0

(13.27)

cos x =

(13.28)

n
X
x2k
f (2n+2) (c) 2n+3
cos x =
+
x
(2k)!
(2n
+
2)!
k=0

|c| |x|

112

13. QUALCHE SVILUPPO DI TAYLOR NOTEVOLE

4. Lo sviluppo di McLaurin di ln(1 + x)


Sia
Avremo che f C

f (x) = ln(1 + x)
((1, +)) e si ha

f (x) = ln(1 + x)
1
(13.30)
f 0 (x) =
1+x
1
(13.31)
f 00 (x) =
(1 + x)2
2
(13.32)
f 000 (x) =
(1 + x)3
32
(13.33)
f (iv) (x) =
(1 + x)4
Possiamo quindi congetturare che

(13.29)

(n 1)!
(1 + x)n
La 13.36 si dimostra per induzione, infatti:
(1) per n = 1
1
f 0 (x) =
1+x
e la 13.36 e` vera.
(2) se la 13.36 e` vera per n allora e` vera anche per n + 1 infatti:
f (n) (x) = (1)n+1

(13.34)

d (n)
d
(n 1)!
f (x) =
(1)n+1
=
dx
dx
(1 + x)n
(n 1)!n(1 + x)n1
n!
(1)(1)n+1
(1)n+2
2n
(1 + x)
(1 + x)n+1

(13.35) f (n+1) (x) =

Pertanto
f (n) (0) = (1)n+1 (n 1)!

(13.36)
e quindi
Pn (x) =

n
X
k=0

k+1

(1)

xk X
xk
(k 1)! =
(1)k+1
k!
k
k=0

ed il resto di Lagrange R2n assume la forma


(n)!
xn+1
xn+1
n+2
=
(1)
(1 + c)n+1 (n + 1)!
(n + 1)(1 + c)n+1
Possiamo pertanto concludere che

Rn (x) = (1)n+2

|c| |x|

5. LO SVILUPPO DI MCLAURIN DI

1+x

113

(13.37)
ln(1 + x) =

n
X

(1)k+1

xk
+ xn (x)
k

(1)k+1

xn+1
xk
+ (1)n+2
k
(n + 1)(1 + c)n+1

k=0

(13.38)
ln(1 + x) =

n
X
k=0

5. Lo sviluppo di McLaurin di
Sia
f (x) =

|c| |x|

1+x

1+x

. Avremo che f C + ((1, +)) e si ha


(13.39)
(13.40)
(13.41)
(13.42)
(13.43)

f (x) =

1 + x = (1 + x)1/2

1
f 0 (x) = (1 + x)1/2
2  
1
1
f 00 (x) =

(1 + x)3/2
2
2
  
1
1
3
f 000 (x) =

(1 + x)5/2
2
2
2
   
1
1
3
5
(iv)
f (x) =

(1 + x)7/2
2
2
2
2

Possiamo quindi congetturare che

(13.44)

f (n) (x) = (1)n+1

2n1
(2n 3)!!
(1 + x) 2
n
2

La 13.44 si dimostra per induzione, infatti:


(1) per n = 1
1
f 0 (x) = (1 + x)1/2
2
e la 13.44 e` vera.
(2) se la 13.44 e` vera per n allora e` vera anche per n + 1 infatti:

114

13. QUALCHE SVILUPPO DI TAYLOR NOTEVOLE

2n1
d
(2n 3)!!
d (n)
f (x) =
(1)n+1
(1 + x) 2 =
n
dx
2
 dx

2n1
2n 1
(2n 3)!!

(1 + x) 2 1 =
= (1)n+1
n
2
2
2n+1
(2n 1)!!
(1 + x) 2
= (1)n+2
n+1
2
Pertanto

(13.45) f (n+1) (x) =

f (n) (0) = (1)n+1

(13.46)

(2n 3)!!
2n

e quindi
Pn (x) =

n
X

k+1 (2k

(1)

k=0

3)!! xk X
(2k 3)!! k
=
(1)k+1
x
k
2
k!
k!2k
k=0

ed il resto di Lagrange R2n assume la forma


Rn (x) = (1)n+2

2n+1
(2n 1)!!
(1 + c) 2
n+1
(n + 1)!2

|c| |x|

Possiamo pertanto concludere che

(13.47)
n
X

(2k 3)!! k
x + xn (x)
1+x=
(1)k+1
k
k!2
k=0
(13.48)
n
X

(2k 3)!! xk
n+2 (2n 1)!!
2n+1
2
1+x=
(1)k+1
+
(1)
(1
+
c)
k
n+1
2
k!
(n
+
1)!2
k=0

6. Lo sviluppo di McLaurin di
Sia
f (x) =
Avremo che f C + ((1, 1)) e si ha
Definiamo
Sn (x) =

1
1x
n
X
k=0

ed osserviamo che

xk

1
1x

|c| |x|

6. LO SVILUPPO DI MCLAURIN DI

(13.49)
(13.50)

Sn (x) =

n
X

1
1x

xk =1 + x + x2 + x3 + + xn

k=0
n
X

xSn (x) = x

xk =x + x2 + x3 + x4 + + xn+1

k=0

Sommando le due uguaglianze otteniamo


(1 x)Sn = 1 xn+1

(13.51)

Sn =

(13.52)

1 xn+1
1x

e
Sn =

(13.53)

xn+1
1

1x 1x

Ne deduciamo che
n

(13.54)

X
1
xn+1
xn+1
= Sn +
=
xk +
1x
1 x k=0
1x

ed osservando che
xn+1
=0
x0 1 x
di ordine n + 1 N possiamo concludere ricordando la 12.4 che

(13.55)

(13.56)

lim

Pn =

n
X

xk

k=0

e` il polinomio di McLaurin di f (x) =


Pertanto

1
.
1x

(13.57)

X
1
=
xk + xn (x)
1 x k=0

e
n

(13.58)

X
1
xn+1
=
xk +
1 x k=0
1x

115

116

13. QUALCHE SVILUPPO DI TAYLOR NOTEVOLE

Allo stesso risultato si pu`o pervenire dimostrando per induzione che

f (n) (x) =

(13.59)

1
(1 x)n+1

f (n) (0) = 1

In questo modo si trova che che

Rn =

(13.60)

1
(1 c)n+1

|c| |x|

7. Come ricavare altri sviluppi


Le precedenti formule possono essere utilizzate per ricavare nuovi sviluppi di Taylor mediante semplice sostituzione.
Ad esempio dalla 13.7 possiamo ricavare, sostituendo x con x2 che

(13.61)

x2

n
X
(1)k x2k
k=0

(13.62)

ex =

k!

n
X
(1)k x2k
k=0

k!

+ x2n (x)
+ (1)n+1

ec
x2n+2
(n + 1)!

|c| |x2 |

Da questultima, osservando che


x2n (x)
e` un infinitesimo di ordine superiore ad 2n e ricordando la 12.4 possiamo
affermare che
n
X
(1)k x2k

k!

k=0
2

e` il polinomio di McLaurin di ex di grado n.


P
k 2k
Laffermazione e` giustificata dal fatto che nk=0 (1)k! x differisce da
2
ex per infinitesimi di ordine superiore a 2n.
Si capisce quindi che pu`o essere utile disporre di criteri che consentano di affermare che la differenza tra un polinomio ed una funzione e`
infinitesima di ordine superiore al grado del polinomio.
Possiamo a questo proposito dire che

7. COME RICAVARE ALTRI SVILUPPI

117

Se f e` derivabile e se
(13.63)

f (x) = Pn (x) + Rn (x)

allora
(13.64)

f 0 (x) = (Pn (x))0 + (Rn (x))0

(Rn e` derivabile perch`e Rn = f Pn e quindi e` la differenza di due


funzioni derivabili.)
Ora se (Rn (x))0 e` un infinitesimo di ordine superiore ad n 1 si ha
(Rn (x))0
(13.65)
lim
=0
x0
xn1
e, per la regola di De lHopital
(Rn (x))
(Rn (x))0
(13.66)
lim
= lim
=0
n
x0
x0 nxn1
x

CAPITOLO 14

`
LA CONVESSITA
Con le definizioni e gli strumenti che abbiamo introdotto fino a questo
punto siamo in grado di distinguere una funzione il cui grafico sia del tipo
illustrato in figura 14.1.1 da una il cui grafico sia quello illustrato nella
figura 14.1.2

14.1.1.

14.1.2.

F IGURA 14.1.
Possiamo infatti osservare che il primo e` il grafico di una funzione
crescente mentre il secondo rappresenta una funzione decrescente.
Abbiamo inoltre gi`a sviluppato strumenti (studio del segno della derivata prima) che ci consentono di stabilire se una funzione e` crescente o
decrescente.
Non siamo tuttavia ancora in grado di distinguere tra i grafici delle tre
seguenti funzioni in quanto, ad un primo esame, possiamo osservare che
tutte e tre sono funzioni crescenti; e` tuttavia chiaro che si tratta di funzioni
il cui grafico presenta caratteristiche molto diverse, cos` come e` evidente
quale e` la differenza tra una scodella ed un ombrello.
Onde cercare di definire una propriet`a che ci consenta di distinguere tra
i tre grafici cominciamo ad esaminare il pi`u semplice dei tre cio`e il secondo.
Chiaramente si tratta di una retta e quindi il suo grafico e` individuato da due
punti.
Indichiamo con ` la funzione e con (x, `(x)), (y, `(y)) due punti del suo
grafico. Possiamo individuare il valore di ` in z semplicemente usando la
proporzionalit`a tra i triangoli indicati in figura.
119

`
14. LA CONVESSITA

120

14.2.1.

14.2.2.

14.2.3.

F IGURA 14.2.

F IGURA 14.3.
Avremo infatti che
(14.1)

`(z) `(x)
`(y) `(x)
=
zx
yx

Poich`e
`(z) `(x)
`(x) `(z)
=
zx
xz

`(x) `(y)
`(y) `(x)
=
xy
yx

la 14.1 non cambia anche nel caso in cui z non sia, come in figura, interno
allintervallo di estremi x ed y. Inoltre non e` restrittivo considerare x < y.
Avremo pertanto che il valore di ` in z e` dato da
(14.2)

`(z) = `(x) + (z x)

`(y) `(x)
yx

La 22.1 e` semplicemente lequazione di una retta che passa per il punto


(x, `(x) ed ha coefficiente angolare `(y)`(x)
.
yx

`
14. LA CONVESSITA

121

E` utile osservare che, se poniamo


zx
t=
yx
esprimiamo, nel contempo, la proporzionalit`a
t
zx
=
1
yx
tra le lunghezze dei segmenti di [x, z] e [x, y] ed i valori t ed 1.
Pertanto il rapporto tra i segmenti [z, y] e [x, y], sar`a uguale a 1 t.
Un semplice calcolo mostra infatti che
zx
yxz+x
yz
1t=1
=
=
yx
yx
yx
Inoltre se poniamo
zx
(14.3)
t=
yx
avremo
z x = t(y x)

(14.4)
e quindi
(14.5)

z = x + t(y x)x = ty + (1 t)x

Per t (0, 1) la 14.5 individua un punto z che si trova allinterno dellintervallo di estremi x ed y, mentre per t > 1 si hanno punti a destra di y
e per t < 0 si hanno punti a sinistra di x.
Similmente possiamo scrivere la 22.1 come
`(y) `(x)
zx
= `(x) + (`(y) `(x))
yx
yx
`(x) + t(`(y) `(x)) = t`(y) + (1 t)`(x)

(14.6) `(z) = `(x) + (z x)

ed infine possiamo scrivere


(14.7)

`(ty + (1 t)x) = t`(y) + (1 t)`(x)

ed osservare che al variare di t la 14.7 consente di esprimere il fatto che tutti


i valori `(z) = `(ty + (1 t)x) si trovano sulla retta di cui abbiamo studiato
il grafico.
Se ora sovrapponiamo i primi due grafici della figura 14.2 risulta evidente che, se chiamiamo f la funzione del primo grafico ed x e y i punti di
intersezione tra il grafico e la retta, avremo che, allinterno dellintervallo
[x, y], il grafico di f sta sotto il grafico della retta.
Chiamiamo una tale funzione convessa ed esprimiamo il fatto che abbiamo appena individuato semplicemente chiedendo che

`
14. LA CONVESSITA

122

F IGURA 14.4.

f (ty + (1 t)x) tf (y) + (1 t)f (x)

t (0, 1)

Poniamo in altre parole la seguente definizione

Sia f : (a, b) R; f si dice convessa in (a, b) se


(14.8)

f (ty + (1 t)x) tf (y) + (1 t)f (x)

per ogni x, y (a, b) e per ogni t (0, 1)

Inoltre
Diciamo che f e` strettamente convessa
(14.9)

f (ty + (1 t)x) < tf (y) + (1 t)f (x)

per ogni x, y (a, b) e per ogni t (0, 1)

E` utile osservare che la 14.8 pu`o essere scritta in diversi modi tutti utili
per comprendere le propriet`a delle funzioni convesse.

`
14. LA CONVESSITA

(14.10)

f (ty + (1 t)x) tf (y) + (1 t)f (x)

(14.11)

f (z) tf (y) + (1 t)f (x)

123

f (y) f (x)
yx
Dalla definizione di convessit`a si ricava sottraendo ad ambo i membri
f (y)
(14.12)

f (z) f (x) + (z x)

(14.13)

f (z) f (y) (t 1)(f (y) f (x))


zy
(f (y) f (x))
f (z) f (y)
yx
f (z) f (y)
f (y) f (x)

zy
yx

(14.14)
(14.15)

F IGURA 14.5.
Possiamo pertanto concludere, osservando che abbiamo sempre operato
trasformando una disuguaglianza in una equivalente, che

Sono fatti equivalenti (si veda la figura 14.5):


f e` convessa in (a, b)
In ogni punto y (a, b) il rapporto incrementale
f (t) f (y)
t 7
ty
e` una funzione crescente

`
14. LA CONVESSITA

124

Daltro canto, se f e` convessa si ha:


(14.16)

f (z) tf (y) + (1 t)f (x)

(14.17)

f (z)(t + (1 t)) tf (y) + (1 t)f (x)

(14.18)

t(f (z) f (y)) (1 t)(f (x) f (z))

(14.19)

(z x)(f (z) f (y)) (y z)(f (x) f (z))

(14.20)

f (y) f (z)
f (z) f (x)

yz
zx

F IGURA 14.6.
Ora, se x < z < w < y si ha
(14.21)

f (z) f (x)
f (w) f (z)
f (y) f (w)

zx
wz
yw

Passando al limite per x z e per y w+ se f e` convessa e


derivabile allora
(14.22)

f 0 (z) f 0 (w)

e quindi f 0 e` crescente.
Viceversa se f e` derivabile ed f 0 e` crescente allora, usando il teorema di
Lagrange si pu`o affermare che

(14.23)

f (z) f (x)
f (y) f (w)
= f 0 () f 0 () =
zx
yw

e quindi f e` convessa.
Ne concludiamo che se f e` derivabile, allora

`
14. LA CONVESSITA

125

F IGURA 14.7.

Sono fatti equivalenti (si veda 14.7):


f e` convessa in (a, b)
f 0 e` una funzione crescente in (a, b)

Osserviamo infine che, se f e` convessa, allora


(14.24)
(14.25)

f (z) f (x)
zx
f (z) f (x)
f (y) f (z) + (y z)
zx

f (y) f (z) (y z)

e passando al limite per x z


(14.26)
(14.27)

f (y) f (z) + f 0 (z)(y z)

e pertanto il grafico di f sta sopra al grafico di ogni sua retta tangente,


Se viceversa il grafico di f sta sopra al grafico di ogni sua retta tangente, allora
(14.28)

f (y) f (z) + f 0 (z)(y z)

e
(14.29)

f (x) f (z) + f 0 (z)(x z)

`
14. LA CONVESSITA

126

da cui, tenendo conto che y z > 0, e x z < 0


(14.30)

f (z) f (x)
f (y) f (z)
f 0 (z)
yz
zx

e
(14.31)

f (y) f (z) (y z)

f (z) f (x)
zx

e quindi f e` convessa.

F IGURA 14.8.
Ne concludiamo che se f e` derivabile, allora

Sono fatti equivalenti (si veda la figura 14.8):


f e` convessa in (a, b)
il grafico di f sta sopra al grafico di ogni sua retta tangente

I risultati che legano segno della derivata e crescenza della funzione


permettono poi di concludere che

Sia f una funzione derivabile due volte in (a, b); sono condizioni
equivalenti:
f e` convessa in (a, b);
f 0 e` crescente in (a, b);
f 00 e` non negativa in (a, b).

`
14. LA CONVESSITA

127

D EFINIZIONE 14.1. Sia f : (a, b) R, diciamo che f e` concava in


(a, b) se f e` convessa in (a, b).
D EFINIZIONE 14.2. Diciamo che f : (a, b) R ha un punto di flesso
in x0 (a, b) se esiste > 0 tale che f e` convessa (concava) in (x0 , x0 )
e concava (convessa) in (x0 , x0 + ).
Semplici esempi mostrano come sia possibile per una funzione avere un
punto di flesso in 0 e

non essere derivabile in 0 (f (x) = 3 x)


avere derivata non nulla in 0 (f (x) = sin x)
avere derivata nulla in 0 (f (x) = x3 ).
T EOREMA 14.1. Sia f : (a, b) R e sia x0 (a, b), supponiamo f
derivabile in (a, b); allora x0 e` un punto di flesso se e solo se f 0 e` crescente (decrescente) in un intorno destro di x0 e decrescente (crescente) in un
intorno sinistro.
E pertanto evidente che non e` possibile caratterizzare un punto di flesso
facendo uso soltanto della derivata prima nel punto.
Possiamo tuttavia provare nel successivo paragrafo condizioni in grado
di caratterizzare i punti di flesso.

CAPITOLO 15

ESTREMI RELATIVI E ASINTOTI.


Abbiamo gi`a visto cosa si intende per minimo e massimo assoluto di
una funzione e abbiamo gi`a trovato condizioni necessarie e sufficienti per
lesistenza di un minimo o un massimo assoluto. (Si veda il lemma 9.1 ed
il teorema 7.10).
In questo paragrafo ci occuperemo di stabilire la definizione di massimo e minimo relativo per una funzione e daremo condizioni necessarie e
sufficienti per lesistenza di un punto di minimo o di massimo relativo.
D EFINIZIONE 15.1. Sia f : D R diciamo che x0 D e` un punto
di minimo (massimo) relativo per la funzione f se > 0 tale che se x
D (x0 , x0 + ) si ha
f (x) f (x0 )

(f (x) f (x0 ))

Usando la formula di Taylor possiamo ottenere uno strumento utile ad


identificare i punti di massimo e di minimo relativo per una funzione. Tutto
si fonda sul fatto che il polinomio di Taylor approssima una funzione a
meno di infinitesimi di ordine superiore al grado del polinomio stesso.
Infatti, sia Pn il polinomio di Taylor di f centrato in x0 di grado n,
( ricordiamo che per scrivere il polinomio di Taylor di f , f deve essere
derivabile almeno n volte); per il teorema 12.1 possiamo allora affermare
che
f (x) = Pn (x) + (x x0 )n (x x0 )

(15.1)

dove, come al solito, qui e nel seguito supponiamo


lim (x x0 ) = 0

xx0

e se definiamo
Pn1 (x)

n
X
f (k) (x0 )
k=1

k!

(x x0 )k

si avr`a
(15.2)

f (x) f (x0 ) = Pn1 (x) + (x x0 )n (x x0 )

mentre se
Pn2 (x) =

n
X
f (k) (x0 )
k=2

k!
129

(x x0 )k

130

15. ESTREMI RELATIVI E ASINTOTI.

si avr`a
(15.3) f (x) f (x0 ) f 0 (x0 )(x x0 ) = Pn2 (x) + (x x0 )n (x x0 )
Osserviamo che P 1 e P 2 sono, rispettivamente, i polinomi di Taylor di
f (x) f (x0 ) e f (x) f (x0 ) f 0 (x0 )(x x0 ).
Dividendo le 15.1,15.2,15.3 per P , P 1 e P 2 , rispettivamente, otteniamo
f (x)
(x x0 )n
(15.4)
=1+
(x x0 )
Pn (x)
Pn (x)
f (x) f (x0 )
(x x0 )n
(15.5)
=1+
(x x0 )
Pn1 (x)
Pn1 (x)
(x x0 )n
f (x) f (x0 ) f 0 (x0 )(x x0 )
(15.6)
=
1
+
(x x0 )
Pn2 (x)
Pn2 (x)
(15.7)
Poich`e Pn ,Pn1 ,Pn2 , sono polinomi di grado n e quindi sono infinitesimi,
per x x0 di ordine al pi`u n, tenendo conto che e` a sua volta infinitesima,
possiamo dedurre che
(x x0 )n
(x x0 )n
(x x0 )n
(x x0 )
(x

x
)
(x x0 )
0
Pn (x)
Pn1 (x)
Pn2 (x)
sono infinitesimi per x x0 .
Il teorema della permanenza del segno permette quindi di affermare che
In un intorno di x0
(1) f ha lo stesso segno di P
(2) f (x) f (x0 ) ha lo stesso segno di P 1
(3) f (x) f (x0 ) f 0 (x0 )(x x0 ) ha lo stesso segno di P 2
Poich`e il segno di Pn in un intorno di x0 e` quello di f (x0 ), la prima
affermazione si riduce semplicemente alla riaffermazione del teorema della
permanenza del segno, tuttavia le altre due forniscono utili informazioni su
crescenza e convessit`a.
Infatti poich`e f (x) f (x0 ) ha lo stesso segno di Pn1 in un intorno di x0
possiamo dire che x0 e` un punto di minimo relativo se siamo in grado di
stabilire che Pn1 e` positivo in un intorno di x0 , viceversa possiamo dire che
x0 non e` di minimo relativo se il polinomio Pn1 cambia segno in un intorno
di x0 .
Ora se supponiamo che f sia derivabile almeno n volte in (a, b) 3 x0 e
che f (n) (x0 ) sia la prima derivata non nulla di f in x0 possiamo considerare
il polinomio Pn1 che risulta essere definito da
(15.8)

f (n) (x0 )
(x x0 )n
n!
e quindi risulta evidente che Pn1 mantiene segno costante o cambia segno
in un intorno di x0 a seconda che n sia pari o dispari; nel caso che n sia pari
il segno di Pn1 e` determinato dal segno di f (n) (x0 )
Pn1 (x) =

15. ESTREMI RELATIVI E ASINTOTI.

131

Possiamo allora enunciare il seguente risultato


T EOREMA 15.1. Sia f : (a, b) R una funzione derivabile almeno
n volte e sia x0 (a, b); sia f (n) (x0 ) 6= 0 la prima derivata che non si
annulla, n 1; allora x0 e` punto di minimo relativo per f se e solo se n e`
pari e f (n) (x0 ) > 0.
In maniera simile f (x) f (x0 ) f 0 (x0 )(x x0 ) ha lo stesso segno di
in un intorno di x0 e quindi si ha che che x0 e` un punto di flesso se Pn2
cambia segno in un intorno di x0 , viceversa possiamo dire che x0 non e` un
punto di flesso se il polinomio Pn2 e` positivo in un intorno di x0 ,
Ora se, come prima, supponiamo che f sia derivabile almeno n volte in
(a, b) 3 x0 e che f (n) (x0 ) sia la prima derivata non nulla di f in x0 possiamo
considerare il polinomio Pn2 che risulta essere definito da
Pn2

f (n) (x0 )
=
(x x0 )n
n!
e quindi risulta evidente che Pn2 mantiene segno costante o cambia segno
in un intorno di x0 a seconda che n sia pari o dispari; nel caso che n sia pari
il segno di Pn2 e` determinato dal segno di f (n) (x0 )
Possiamo allora enunciare il seguente risultato
Pn2 (x)

T EOREMA 15.2. Sia f : (a, b) R una funzione derivabile almeno n


volte e sia x0 (a, b); sia f (n) (x0 ) 6= 0 la prima derivata che non si annulla, n 2; allora x0 e` punto di flesso per f se e solo se n e` dispari. Il segno
di f (n) (x0 ) fornisce poi informazioni sul fatto che il grafico di f sia sopra
(funzione localmente convessa) o sotto (funzione localmente concava) la
retta tangente al suo grafico
D EFINIZIONE 15.2. Siano f, g : (a, +) R; diciamo che f e g
sono asintotiche se
lim f (x) g(x) = 0.
x+

Nel caso in cui sia


g(x) = x +
diciamo che g e` un asintoto per f .
T EOREMA 15.3. Sia f : (a, +) R; la retta di equazione
y = x +
e` un asintoto per f se e solo se
f (x)
,
= lim f (x) x
x+ x
x+
D IMOSTRAZIONE . E immediato verificare che le 15.9 sono sufficienti
affinche la retta sia asintoto.

(15.9)

= lim

132

15. ESTREMI RELATIVI E ASINTOTI.

Viceversa, se la retta e` un asintoto, si ha


(15.10)

f (x) x
f (x)
= lim
=0
x+
x+ x
x
lim

D EFINIZIONE 15.3. Sia f : (a, b) R, diciamo che la retta di


equazione x = c e` un asintoto verticale per f se
lim |f (x)| = +

xc

CAPITOLO 16

RICERCA NUMERICA DI ZERI E MINIMI.


Una delle applicazioni pi`u tipiche della convessit`a consiste nella ricerca
approssimata degli zeri di una funzione.
Il pi`u semplice dei metodi di ricerca degli zeri e` indubbiamente il metodo di bisezione di cui abbiamo gi`a dato una dimostrazione in 8.1
Il metodo di bisezione offre indubbi vantaggi di semplicit`a di applicazione e necessita di ipotesi ridotte alla sola continuit`a della funzione f ;
tuttavia, in presenza di migliori condizioni, si possono trovare metodi che
convergono alla soluzione molto pi`u velocemente.
Tali metodi, usualmente utilizzano la convessit`a della funzione, e sono
tanto pi`u importanti quanto e` pi`u grande la difficolt`a di svolgere calcoli.
Chiaramente, con tempi di calcolo sempre pi`u ridotti, tali metodi perdono parte della loro attrattiva anche se rimangono interessanti per la loro
eleganza ed efficienza.
E questo il caso del metodo di Newton (o delle tangenti) e del metodo della regula falsi; essi convergono se le funzioni di cui si ricercano
gli zeri sono convesse e possono essere generalizzati al caso non convesso
purche le derivate prime e seconde della funzione f siano opportunamente
maggiorabili o minorabili.
T EOREMA 16.1. - Metodo di Newton (o delle tangenti)- Supponiamo
f : (, ) R, convessa e derivabile due volte in (, ); supponiamo
inoltre che < a < b < e sia
f (a) < 0 , f (b) > 0 .
Allora esiste uno ed un solo punto c (a, b) tale che
f (c) = 0 , f 0 (x) f 0 (c) > 0 x [c, b].
Definiamo la successione xn nella seguente maniera:
x0 = b
xn+1 = xn

f (xn )
;
f 0 (xn )

allora:
xn e` decrescente e inferiormente limitata,
lim xn = c
se 0 f 00 (x) M per ogni x [a, b] e se f 0 (a) = P > 0 si ha

2 n
2P M
0 xn c
(b a)
M 2P
133

134

16. RICERCA NUMERICA DI ZERI E MINIMI.

Il precedente metodo pu`o essere generalizzato al caso in cui la funzione


non sia convessa, ma siano verificate opportune condizioni.
T EOREMA 16.2. -Metodo della regula falsi - Sia f : (, ) R una
funzione convessa e derivabile due volte in (, ) e siano a, b (, ), a <
b, tali che f (a) < 0, f (b) > 0.
Allora esiste uno ed un solo c (a, b), tale che f (c) = 0 e f 0 (x)
f 0 (c) > 0 x [c, b].
Inoltre, se definiamo una successione xn nella seguente maniera:
x0 , x1 [c, b] , x1 < x0

(16.1)

(16.2) xn+1 = xn f (xn )

xn xn1
f (xn ) f (xn1 )
= xn1 f (xn1 )

xn xn1
f (xn ) f (xn1 )

si ha
xn e` decrescente ed inferiormente limitata,
lim xn = c
se M, P R sono tali che
0 f (x) M , f 0 (x) P > 0 x [a, b]
allora

 n
2P M
0 xn c
(b a)
M 2P
ove n e` la successione di Fibonacci.

CAPITOLO 17

INTEGRAZIONE.
Consideriamo un punto materiale P che si muove lungo lasse x di un
sistema di riferimento cartesiano, ed e` sottoposto ad una forza di richiamo
costante a tratti verso un punto O della retta, che assumiamo come origine
degli assi coordinati.
Pi`u precisamente se x e` lo spostamento da O del punto P la forza di
richiamo R sar`a espressa da:
R(x) = ki

se

ix<i+1

con

i = 0, 1, 2, ......

Il lavoro svolto per muovere un punto su cui agisce una forza costante, si
calcola moltiplicando lintensit`a della forza per lo spostamento che il punto
ha subito, pertanto il lavoro che occorre per spostare il punto P dallorigine
e` dato da:

(x) =

i1
X

kj + ki (x i)

se

i x < i + 1 con i = 0, 1, 2, ......

j=0

Se supponiamo che la forza di richiamo R anzich`e costante a tratti sia


proporzionale alla distanza x di P da O, come ad esempio accade nel caso
in cui su P agisca una forza elastica, cio`e se ipotizziamo che
R(x) = kx con k R+
avremo qualche problema in pi`u per il calcolo del lavoro che non e`
pi`u svolto da una forza costante, o costante a tratti. Possiamo allora tentare di calcolare il lavoro approssimando la forza di richiamo con una forza
costante su tratti abbastanza piccoli.
Siano
0 = x0 < x1 < ... < xn = x
n punti che conveniamo di indicare come
P = {x0 , x1 , ..., xn }
e possiamo chiamare partizione dellintervallo [0, x]. Possiamo approssimare (x) con le quantit`a
+ (P, x)

e (P, x)
135

136

17. INTEGRAZIONE.

definite mediante le
(P, x) =

(17.1)

n
X

kxi1 (xi xi1 )

i=1
n
X

+ (P, x) =

(17.2)

kxi (xi xi1 )

i=1

Per come sono state definite si ha


(P, x) (x) + (P, x).
ed inoltre se consideriamo le partizioni
Pn = {ix/n , i = 0, 1, 2, .., n}
si ha che
n
kx2 (n 1)n
kx2 X
(17.3)
= 2
(i 1) = (Pn , x)
n2
2
n i=1

sup{ (P, x) : P } inf{+ (P, x) : P }


n
kx2 X
kx2 n(n + 1)
+
(Pn , x) = 2
i = 2
n i=1
n
2
Per cui passando al limite per n + si ottiene che
kx2
kx2
sup{+ (P, x) : P } inf{ (P, x) : P }
2
2
ed e` lecito definire

(17.4)

kx2
2
Lo stesso problema si pone non appena cerchiamo di definire larea
dellinsieme
(17.5)

(x) = inf{+ (P, x) : P } = sup{ (P, x) : P } =

D = {(x, y) R2 : 0 x 1 , 0 y x2 }
Siano 0 = x0 < x1 < ... < xn = 1 e definiamo
P = {x0 , x1 , ..., xn };
possiamo approssimare, rispettivamente per eccesso e per difetto, larea di
D mediante le
n
n
X
X
2
A(P ) =
xi (xi xi1 ) , a(P ) =
x2i1 (xi xi1 )
i=1

i=1

e possiamo definire larea di D come leventuale valore comune di


inf{A(P ) : P } e sup{a(P ) : P } dichiarando che D non e` misurabile se
tali valori non risultano coincidenti.

17. INTEGRAZIONE.

137

Considerata la partizione Pn = {i/n : i = 0, 1, 2, ..., n} si calcola che


(17.6)

n
1 X
1 (n 1)n(2n 1)
=
(i 1)2
n3
6
n3 i=1

sup{a(P ) : P } inf{A(P ) : P }
n
1 X 2
1 n(n + 1)(2n + 1)
3
i 3
n i=1
n
6
e per n + si ottiene
1
1
(17.7)
sup{a(P ) : P } inf{a(P ) : P }
3
3
onde e` lecito definire
1
3
La definizione di integrale nasce dallesigenza di formalizzare procedimenti del tipo che abbiamo esposto; in sostanza si tratta di definire lestensione del concetto di somma discreta al caso in cui la somma sia fatta su
insieme continuo di indici.
area(D) = inf(A(P ) : P } = sup{a(P ) : P } =

D EFINIZIONE 17.1. Sia [a, b] R, chiamiamo partizione di [a, b] un


insieme
P = {x0 , x1 , ..., xn }
di punti di [a, b] tali che
a = x0 < x1 < .... < xn = b.

17.1.1. Somme Inferiori

17.1.2. Somme superiori

F IGURA 17.1.
Indichiamo con P(a, b) linsieme delle partizioni di [a, b].
Definiamo
(17.8)

Ik = [xk , xk+1 ]

Ik = xk+1 xk

(17.9)

I = [a, b]

I = b a

138

17. INTEGRAZIONE.

ovviamente si avr`a
(17.10)

I=

n1
[

Ik

[a, b] =

k=0

n1
[

[xk , xk+1 ]

k=0

Definiamo inoltre, per ogni P P(a, b),


(P ) = max{Ik , k = 0..n 1}
D EFINIZIONE 17.2. Sia P P(a, b) e sia f : [a, b] R una funzione
limitata che supporremo sempre;
m f (x) M

x [a, b]

poniamo
P = {x0 , x1 , .., xn }
e definiamo
mk = inf{f (x) : x [xk , xk+1 ]}
Mk = sup{f (x) : x [xk , xk+1 ]}.
Definiamo inoltre
(17.11)

L(f, P ) =

n1
X

mk Ik

k=0

(17.12)

U (f, P ) =

n1
X

Mk Ik

k=0

(17.13)

R(f, P, S) =

n1
X

f (ck )Ik

k=0

ove si indichi con S = {c1 , .., cn } una scelta di punti tale che xk ck
xk+1 .
L(f, P ) ed U (f, P ) si dicono, rispettivamente, somme inferiori e somme
superiori di f rispetto alla partizione P , mentre R(f, P, S) si dice somma
di Cauchy-Riemann.
Vale la pena di osservare che le somme di Cauchy-Riemann dipendono
dalla scelta dei punti S oltre che dai punti ck .
D EFINIZIONE 17.3. Siano P, Q P(a, b); diciamo che P e` una partizione pi`u fine di Q, e scriviamo P  Q, se P Q.
Diciamo inoltre che Pn P(a, b) e` una successione ordinata di partizioni se
(
Pn+1  Pn
(17.14)
lim (Pn ) = 0
E` evidente dalle figure che valgono i seguenti fatti la cui dimostrazione
pu`o essere scritta formalizzando ci`o che e` suggerito da esse.

17. INTEGRAZIONE.

139

F IGURA 17.2. Confronto tra somme superiori e somme inferiori


L EMMA 17.1. Siano P, Q P(a, b), Q  P , Allora
(17.15) m(b a) L(f, P ) L(f, Q)
R(f, Q, S)
U (f, Q) U (f, P ) M (b a)
Inoltre, comunque si scelgano R, S P(a, b), si ha
L(f, R) U (f, S).
D EFINIZIONE 17.4. Definiamo
Z b
(17.16)
f (x)dx = inf{U (f, P ) : P P(a, b)}
a
Z b
(17.17)
f (x)dx = sup{L(f, P ) : P P(a, b)}
a

Le precedenti quantit`a si dicono, rispettivamente, integrale superiore e


integrale inferiore di f in [a, b]
E` immediato verificare che
Z
m(b a)

Z b

f (x)dx

f (x)dx M (b a).
a

D EFINIZIONE 17.5. Diciamo che f e` integrabile in [a, b] se


Z b
Z b
f (x)dx =
f (x)dx .
a
a

In tal caso chiamiamo il valore comune ottenuto integrale di f tra a e b


e lo denotiamo con il simbolo
Z b
f (x)dx .
a

140

17. INTEGRAZIONE.

Definiamo
Z

Z
f (x)dx =

ed osserviamo che

f (x)dx
a

f (x)dx = 0.
a

D EFINIZIONE 17.6. Diciamo che f soddisfa la condizione di integrabilit`a in [a, b] se > 0 esiste una partizione P P(a, b) tale che
0 U (f, P ) L(f, P ) <

(17.18)

Dal momento che la quantit`a U (f, P ) L(f, P ) decresce al raffinarsi


della partizione, restando non negativa, la precedente condizione e` equivalente alla seguente
> 0 esiste P P(a, b) tale che
0 U (f, P ) L(f, P ) < .
P P(a, b), P  P
D EFINIZIONE 17.7. Diciamo che f e` integrabile secondo Cauchy-Riemann
in [a, b] se esiste I R per cui esiste una partizione P P(a, b) tale che
> 0 si ha che
|R(f, P, S) I| <

(17.19)

per ogni P P(a, b), P  P e per ogni scelta di punti S


T EOREMA 17.1. Sono fatti equivalenti:
(1) f e` integrabile su [a, b]
(2) f soddisfa la condizione di integrabilit`a in [a, b]
D IMOSTRAZIONE . Se f e` integrabile allora
Z b
Z b
Z b
f (x)dx =
f (x)dx =
f (x)dx
a
a
a

Ma per definizione
Z

Z b

f (x)dx = sup L(f, P )


,
f (x)dx = inf U (f, P )
P
P
a
a
e quindi possiamo trovare due partizioni P e Q tali che

(17.20)

(17.21)
(17.22)

Z b

f (x)dx L(f, Q )
f (x)dx
2
a
a
Z b
Z b

f (x)dx U (f, P )
f (x)dx +
2
a
a

17. INTEGRAZIONE.

141

Se ne deduce che
U (f, P ) L(f, Q ) 

(17.23)
Se R = Q
(17.24)

P , si ottiene che

U (f, R ) L(f, R ) U (f, P ) L(f, Q ) 

e quindi vale la condizione di integrabilit`a.


Se viceversa si ha
U (f, P ) L(f, P ) 

(17.25)
allora

U (f, P ) L(f, P ) + 

(17.26)
e pertanto

Z b

f (x)dx

f (x)dx + 
a
e, passando al limite per  0 si ottiene
Z b
Z b
f (x)dx
f (x)dx
(17.28)
a
a

poich`e e` ovvio che


Z b
Z b
(17.29)
f (x)dx
f (x)dx
a
a
si pu`o concludere che
Z b
Z b
f (x)dx
(17.30)
f (x)dx =
a
a

e lintegrabilit`a di f e` dimostrata.
(17.27)

2
T EOREMA 17.2. Se f e` integrabile su [a, b] allora f e` integrabile secondo
Cauchy-Riemann ed il valore dellintegrale e` lo stesso.

D IMOSTRAZIONE . Poich`e
(17.31)

L(f, P ) R(f, P, S) U (f, P )

142

17. INTEGRAZIONE.

ed anche
b

Z
L(f, P )

(17.32)

f (x)dx U (f, P )
a

si ha
Z
(17.33)

|R(f, P, S)

f (x)dx| U (f, P ) L(f, P )


a

Quando f e` integrabile U (f, P ) L(f, P ) pu`o essere reso piccolo quanto


si vuole, pur di raffinare la partizione e quindi per la precedente disuguaglianza e` possibile verificare la definizione di integrale secondo CauchyRiemann.
2
Nel teorema 17.2 pu`o essere dimostrata anche limplicazione opposta
per cui

T EOREMA 17.3. f e` integrabile su [a, b] se e solo se f e` integrabile secondo


Cauchy-Riemann ed il valore dellintegrale e` lo stesso.

D IMOSTRAZIONE . Dal momento che vale la definizione 17.7 avremo che


se P e` abbastanza fine allora
I R(f, P, S) I +

(17.34)

per ogni scelta di punti S.


Poich`e si ha
(17.35) U (f, p) =

n1
X

Mk Ik

k=0

n1
X

(f (ck ) + )Ik =

k=0

= R(f, P, S1 ) + (b a) I + (b a) +

(17.36) L(f, p) =

n1
X

mk Ik

k=0

n1
X

(f (dk ) )Ik =

k=0

= R(f, P, S2 ) (b a) I (b a)
Ne viene allora che
(17.37)

I (b a) L(f, P ) U (f, P ) I + (b a) +

e quindi vale la condizione di integrabilit`a e


Z b
f (x)dx = I
a

17. INTEGRAZIONE.

143

T EOREMA 17.4. Se f e` una funzione integrabile e sia Pn una successione ordinata di partizioni di, allora
Z b
f (x)dx = lim U (f, Pn ) = lim L(f, Pn ) = lim R(f, Pn , S)

(17.38)
a

D IMOSTRAZIONE . Dal momento che f e` integrabile, possiamo trovare


una partizione P tale che
U (f, P ) L(f, P ) < 
Se P e` costituita da N punti, dalla figura 17.3

F IGURA 17.3. Confronto tra U (f, Pn ) L(f, Pn ) e


U (f, P ) L(f, P )
si vede che
(17.39) U (f, Pn ) L(f, Pn ) U (f, P ) L(f, P ) + N (M m)Pn
infatti e` evidente che non si pu`o affermare semplicemente che
U (f, Pn ) L(f, Pn ) U (f, P ) L(f, P )
a causa del fatto messo in evidenza dalla zona tratteggiata in figura 17.3.
Tuttavia larea di tale zona pu`o essere maggiorata con
(M m)Pn
e tale evenienza ha luogo al pi`u in tanti casi quanti sono i punti (N ) di P .
Pertanto, fissando opportunamente P e scegliendo n abbastanza grande,
si ottiene che U (f, Pn ) L(f, Pn ) diventa piccola quanto si vuole e quindi
U (f, Pn ) L(f, Pn ) 0
Ora, se ricordiamo che
(17.40)

n 7 L(f, Pn )

n 7 U (f, Pn )

sono successioni crescenti per il fatto che la successione di partizioni P e`


ordinata, che f e` integrabile e che
(17.41)

L(f, Pn ) R(f, Pn , S) U (f, Pn )

144

17. INTEGRAZIONE.

possiamo concludere che


lim U (f, Pn ) ,

(17.42)

lim L(f, Pn ) ,

lim R(f, Pn , S)

esistono e quindi poich`e si ha


Z
L(f, Pn )

f (x)dx U (f, Pn )
a

Z
lim U (f, Pn ) = lim L(f, Pn ) = lim R(f, Pn , S) =

(17.43)

f (x)dx
a

2
T EOREMA 17.5. Se f, g : [a, b] R sono integrabili su [a, b], e se
, R; allora f + g e f g sono integrabili su [a, b] e
Z b
Z b
Z b
[f (x) + g(x)]dx =
f (x)dx +
g(x)dx .
a

T EOREMA 17.6. Se f e` integrabile in [a, b]; e se c (a, b), allora f e`


integrabile in [a, c] ed in [c, b] e
Z b
Z c
Z b
f (x)dx =
f (x)dx +
f (x)dx .
a

T EOREMA 17.7. Se f, g : [a, b] R sono integrabili in [a, b] e se


f (x) g(x) x [a, b]; allora
Z b
Z b
f (x)dx
g(x)dx .
a

D IMOSTRAZIONE . Sar`a sufficiente provare che, se f (x) 0,


Z b
f (x)dx 0,
a

ma questo e` ovvia conseguenza del fatto che m = inf{f (x) : x [a, b]}
0.
2
T EOREMA 17.8. Se f : [a, b] R e se definiamo
f+ (x) = max{f (x), 0} , f (x) = min{f (x), 0}.
Allora f+ ed f sono integrabili su [a, b] se e solo se f e` integrabile su [a, b]
e si ha
Z
Z
Z
b

f (x)dx =
a

f+ (x)dx +
a

f (x)dx.
a

D IMOSTRAZIONE . Sia P P(a, b), allora


U (f+ , P ) L(f+ , P ) U (f, P ) L(f, P )
in quanto
sup{f+ (x)f+ (y) : x, y [xi1 , xi ]} sup{f (x)f (y) : x, y [xi1 , xi ]}.
Inoltre si ha f = f+ + f .

17. INTEGRAZIONE.

145

C OROLLARIO 17.1. Se f : [a, b] R e` integrabile in [a, b], allora


anche |f | e` integrabile in [a, b].
D IMOSTRAZIONE . Basta osservare che |f | = f+ f
2
Osserviamo che |f | pu`o essere integrabile senza che f sia tale; ad esempio
(
1
f (x) =
1

, xQ
, xR\Q

T EOREMA 17.9. Se f e` integrabile , allora




Z b
Z b






.
f
(x)dx
|f
(x)|dx




a

D IMOSTRAZIONE . Si ha |f (x)| f (x) |f (x)| e la tesi segue dai


risultati precedenti.
2
T EOREMA 17.10. Se f e` integrabile in [a, b], non negativa, e se [, ]
[a, b]; allora
Z
Z b
f (x)dx
f (x)dx.

T EOREMA 17.11. Siano f, g : [a, b] R, e sia f limitata ed integrabile in [a, b]; se


f (x) = g(x) x [a, b] \ N , N = {y1 , ..., yk }
allora anche g e` integrabile in [a, b] e si ha
Z b
Z b
f (x)dx =
g(x)dx.
a

D IMOSTRAZIONE .E` sufficiente provare che la funzione


(
1 ,x = c
hc (x) =
0 , x 6= c
con c [a, b], e` integrabile in [a, b] e
Z b
hc (x)dx = 0.
a

Sia P P(a, b); si ha


L(hc , P ) = 0 , U (hc , P ) 2(P ).
Pertanto
inf{U (hc , P ) : P P(a, b)} = 0.
La tesi segue tenendo conto del fatto che
f (x) = g(x) +

k
X

hyk (x) [f (yk ) g(yk )].

i=1

146

17. INTEGRAZIONE.

Ci proponiamo ora di dare alcune condizioni sufficienti per lintegrabilit`a.


T EOREMA 17.12. Se f e` monotona su [a, b], allora f e` integrabile in
[a, b].
D IMOSTRAZIONE . Il teorema segue da quanto illustrato nella figura

F IGURA 17.4. Integrabilit`a delle funzioni monotone


Supponiamo ad esempio che f sia crescente in [a, b]; si ha
mi = f (xi1 ) , Mi = f (xi )
per cui
U (f, P ) L(f, P ) =

n
X

[f (xi ) f (xi1 )](xi xi1 )

i=1

e, scelta P P(a, b) in modo che (P ) < , si ha


U (f, P ) L(f, P ) <

n
X

[f (xi ) f (xi1 )] = [f (b) f (a)].

i=1

2
T EOREMA 17.13. Se f : [a, b] R e` continua, allora f e` integrabile
in [a, b].
D IMOSTRAZIONE . La dimostrazione di questo teorema si fonda sul
concetto di uniforme continuit`a.
Poich`e non si tratta di un concetto semplice, tanto che agli albori del
calcolo esso era ignorato, e` conveniente illustrare la dimostrazione per le
funzioni lipschitziane, cio`e per le funzioni per cui si pu`o affermare che
|f (x) f (y)| L|x y|

17. INTEGRAZIONE.

147

In tal caso si ha
(17.44)
U (f, P ) L(f, P ) =

n1
X

(Mk mk )Ik =

k=0

n1
X

(f (xk ) f (yk ))Ik

k=0
n1
X

L|xk yk |Ik

k=0

con xk , yk Ik e se scegliamo P <


U (f, P ) L(f, P ) 


L

n1
X

otteniamo che
Ik = (b a)

k=0

2
Possiamo anche dimostrare che
T EOREMA 17.14. Se f e` limitata in [a, b] e continua in [a, b] \ N , N =
{y1 , ..., yk }; allora f e` integrabile in [a, b].
T EOREMA 17.15. Se f e` continua e non negativa e se
Z b
f (x)dx = 0
a

allora f (x) = 0 per ogni x [a, b]


D IMOSTRAZIONE . Supponiamo per assurdo che esista [a, b] tale
che f () > 0 ; allora esiste [c, d] [a, b] in modo che f (x) m > 0 in
[c, d].
Pertanto
Z b
Z d
f (x)dx
f (x)dx m(d c) > 0.
a

2
Gli sviluppi del calcolo integrale e le sue applicazioni dipendono dal
legame strettissimo tra il concetto di integrale e quello di derivata che e`
espresso dal teorema fondamentale del
R x calcolo integrale e dalle propriet`a di
cui gode la funzione integrale x 7 x0 f (t)dt.
Definiamo pertanto
Z x
(17.45)
F (x) =
f (x)dx
x0

e dedichiamo un po di attenzione allo studio della continuit`a e della


derivabilit`a di F
T EOREMA 17.16. Sia f integrabile in [a, b] e consideriamo, per ogni
x [a, b], la funzione definita da
Z x
F (x) =
f (t)dt .
a

Allora F e` lipschitziana in [a, b].

148

17. INTEGRAZIONE.

D IMOSTRAZIONE . Siano x, y [a, b] e sia |f (x)| M x [a, b]; si


ha
(17.46)

Z

|F (x) F (y)| =

Z

f (t)dt



|f (t)|dt M |y x|.
2

T EOREMA 17.17. Sia f integrabile in [a, b]; consideriamo la funzione


definita da
Z x
F (x) =
f (t)dt.
a

Se f e` continua in x0 (a, b), allora F e` derivabile in x0 e


F 0 (x0 ) = f (x0 ).
D IMOSTRAZIONE . Per ogni > 0 esiste > 0 tale che se |tx0 | <
si ha |f (t) f (x0 )| < .
Perci`o se |h| < si ha

Z x0 +h





F (x0 + h) F (x0 )
1


.

f
(x
)
|f
(t)

f
(x
)|dt
0
0
|h|


h
x0

2
T EOREMA 17.18. della media - Sia f continua, allora esiste c [a, b]
tale che
Z b
f (x)dx = f (c)(b a).
a

D IMOSTRAZIONE . Possiamo applicare il teorema di Lagrange alla Funzione F (x) su [a, b]


2
Il precedente teorema pu`o essere generalizzato nella seguente forma
T EOREMA 17.19. - della media - Siano f, g continue, g non negativa;
allora esiste c [a, b] tale che
Z b
Z b
f (x)g(x)dx = f (c)
g(x)dx.
a

D IMOSTRAZIONE . Il teorema e` banale se g e` identicamente nulla. In


caso contrario si ha
Z b
g(x)dx > 0
a

e, posto
m = min{f (x) : x [a, b]} , M = max{f (x) : x [a, b]}
si ha
Z

Z
g(x)dx

m
e

Z
f (x)g(x)dx M

g(x)dx
a

Rb

f (x)g(x)dx
M.
Rb
g(x)dx
a

17. INTEGRAZIONE.

149

Pertanto la tesi segue dal fatto che f e` continua in [a, b] ed assume tutti
i valori compresi tra il suo minimo m ed il suo massimo M .
2
I precedenti risultati indicano la necessit`a di introdurre un nuovo concetto: quello di funzione la cui derivata e` assegnata.
D EFINIZIONE 17.8. Diciamo che F e` una primitiva di f in (a, b) se F
e` ivi derivabile e risulta
F 0 (x) = f (x) x (a, b).
Definiamo integrale indefinito di f e lo indichiamo con il simbolo
Z
f (x)dx
linsieme delle primitive di f .
T EOREMA 17.20. Supponiamo che F e G siano due primitive di f in
(a, b), allora esiste k R tale che
F (x) = G(x) + k

x (a, b).

D IMOSTRAZIONE . Dal momento che (F G)0 (x) = 0 in (a, b) si


pu`o applicare il corollario del teorema di Lagrange che assicura che se una
funzione ha derivata nulla allora e` costante.
2
C OROLLARIO 17.2. Sia F una primitiva di f in (a, b) e sia f continua
in (a, b); allora esiste k R tale che
Z
F (x) =

f (t)dt + k.
a

Il precedente corollario permette di determinare lintegrale indefinito di


una funzione. Ricordiamo tuttavia che la sua validit`a e` limitata a funzioni
definite su un intervallo.
Anche il calcolo dellintegrale di f in [a, b] beneficia di questo risultato
vale infatti il seguente teorema.
T EOREMA 17.21. Sia f integrabile in [a, b], sia F una primitiva di f in
(a, b) e sia [, ] (a, b); allora
Z

f (x)dx = F () F ().

150

17. INTEGRAZIONE.

D IMOSTRAZIONE . Sia P P(a, b), P = {x0 , .., xn }, si ha


Z




(17.47)
f (x)dx [F () F ()] =

Z

n


X


=
f (x)dx
[F (xi ) F (xi1 )] =


i=1
Z

n


X


=
f (x)dx
F 0 (i )(xi xi1 ) =


i=1
Z




=
f (x)dx R(f, P, )

e si pu`o concludere scegliendo una partizione sufficientemente fine.


2
Il teorema precedente consente di usare le primitive di una funzione per
calcolare il valore di un integrale definito. E` pertanto importante conoscere
le primitive di alcune funzioni elementari. Rimandando allappendice per
una informazione pi`u completa, ci limitiamo qui ad osservare che la tabella
di derivate data nel paragrafo 8, letta da destra verso sinistra, fornisce le
primitive delle principali funzioni elementari.
Le funzioni che sono primitive di qualche altra funzione godono di una
certa regolarit`a che e` precisata nel seguente enunciato.
T EOREMA 17.22. Se f ha una primitiva in (a, b), per ogni c (a, b)
non e` possibile che
lim+ f (x) 6= lim f (x).
xc

xc

D IMOSTRAZIONE . Sia F una primitiva di f in (a, b); se i limiti in


oggetto esistessero, si avrebbe, per le propriet`a della derivabilit`a,
F 0 (c) = lim+ f (x) = lim f (x).
xc

xc

2
Per il calcolo degli integrali definiti e` molto utile servirsi delle seguenti
regole di integrazione.
T EOREMA 17.23. - integrazione per parti - Siano f, g di classe C 1 e sia
[, ] (a, b); allora
Z
Z
0
f (x)g(x)dx = f ()g() f ()g()
f (x)g 0 (x)dx.

D IMOSTRAZIONE . Si ha
(f g)0 (x) = f 0 (x)g(x) + f (x)g 0 (x);
pertanto
Z

(f g) (x)dx

f (x)g(x) dx =

f (x)g 0 (x)dx

ed osservando che f g e` una primitiva di (f g)0 in (a, b) si deduce la tesi. 2

17. INTEGRAZIONE.

151

T EOREMA 17.24. - integrazione per sostituzione - Se f C 0 , g C 1 ;


sia [, ] (c, d), allora
Z
Z g()
0
f (g(x))g (x)dx =
f (x)dx.

g()

D IMOSTRAZIONE . Sia F una primitiva di f in (a, b), allora F (g()) e`


una primitiva di f (g())g 0 () in (c, d) e si ha
Z
Z g()
0
f (g(x))g (x)dx = F (g()) F (g()) =
f (x)dx

g()

2
Se f e` una funzione, indichiamo

f (x) ba = f (b) f (a)
In tal modo risultano semplificati molti enunciati che coinvolgono gli
integrali definiti.
Ad esempio si pu`o dire che, se F e` una primitiva della funzione continua
f , allora
Z b

f (x)dx = F (x) ba
a

Ci siamo occupati fino ad ora del problema di integrare una funzione


limitata su di un intervallo limitato che, in genere, e` anche supposto chiuso.
Nella pratica e` spesso necessario integrare funzioni non limitate o su
intervalli non limitati, a questo scopo e` necessario definire una estensione
del concetto di integrale, che permetta di considerare anche questi casi.
La definizione non e` strettamente collegata col procedimento di integrazione definita dato precedentemente, anche se da esso dipende in maniera essenziale, e, per questa ragione, viene denominato procedimento di
integrazione impropria.
D EFINIZIONE 17.9. Sia f integrabile in [x, b], per ogni x (a, b].
Diciamo che f ammette integrale improprio (finito) in (a, b] se esiste (finito)
Z b
lim+
f (t)dt
xa

In tal caso definiamo il suo valore


Z b
f (x)dx
a

Definizioni analoghe permettono di considerare facilmente lintegrale


improprio su di un intervallo [a, b] di una funzione f limitata e integrabile
in ogni intervallo [x, y] [a, b] \ N , dove N e` un insieme finito di punti
D EFINIZIONE 17.10. Sia f integrabile in [a, x], per ogni x a. Diciamo che f ammette integrale improprio (finito) in [a, +) se esiste (finito)
Z x
lim
f (t)dt
x+

152

17. INTEGRAZIONE.

In tal caso definiamo il suo valore


Z +
f (x)dx
a

Definizioni analoghe permettono di considerare lintegrale improprio di


una funzione limitata e integrabile su ogni intervallo [x, y], in (, a] o
(, +).
In entrambe le due precedenti definizioni diciamo che f ammette integrale improprio convergente o divergente, a seconda che il suo valore sia
finito o infinito rispettivamente.
Per semplicit`a, nel seguito faremo riferimento solo ai casi contemplati nelle definizioni 17.9, 17.10, tuttavia i risultati che proveremo possono
essere facilmente rienunciati e ridimostrati negli altri casi.
Possiamo considerare qualche esempio per illustrare i concetti introdotti
Sia
1
f (x) =
x
allora:

f (x)dx =
0

1
1

se 0 < < 1

f (x)dx = +

se 1

f (x)dx =
1

1
1

se > 1

f (x)dx = +

se 0 < 1

I risultati esposti si possono ricavare applicando semplicemente le definizioni e le regole elementari di integrazione. Partendo da questi semplici
punti fermi possiamo ricavare dei criteri che consentono di stabilire se una
funzione e` integrabile in senso improprio.
A questo scopo dobbiamo considerare una conseguenza del criterio di
convergenza di convergenza di Cauchy.
T EOREMA 17.25. Sia f integrabile in [x, b], per ogni x (a, b]; allora
f ammette integrale improprio convergente in (a, b] se e solo se per ogni
> 0 esiste > 0 tale che se si considerano x0 , x00 (a, a + ) allora
Z 00

x



f
(t)dt

<
x0

17. INTEGRAZIONE.

153

T EOREMA 17.26. Sia f integrabile in [a, x], per ogni x a; allora f


ammette integrale improprio convergente in [a, +) se e solo se per ogni
> 0 esiste > 0 tale che se x0 , x00 > allora
Z 00

x



f
(t)dt

<
x0

I due precedenti teoremi seguono immediatamente dal criterio di convergenza di Cauchy.
T EOREMA 17.27. Siano f, g integrabili in ogni [x, y] I; valgono i
seguenti fatti:
(1) se |f | ammette integrale improprio convergente in I, allora anche
f ammette integrale improprio convergente in I;
(2) se |f | g e g ammette integrale improprio convergente in I, allora
anche |f | (e quindi f ) ammette integrale improprio convergente in
I.
D IMOSTRAZIONE . Si ha
Z 00
Z 00
Z 00

x
x
x





f (x)dx
|f (x)|dx
g(x)dx

x0
x0
x0

2
Non e` tuttavia vero che se f ammette integrale improprio convergente
anche |f | ammette integrale improprio convergente. Per esempio si consideri
sin x
f (x) =
x
sullintervallo [0, +), (si veda teorema 17.31).
Diamo ora un risultato che sar`a di grande utilit`a per stabilire lintegrabilit`a in senso improprio di una funzione.

T EOREMA 17.28. Sia f integrabile in [x, b], per ogni x (a, b], e
supponiamo che f sia infinita per x a+ di ordine .
(1) Se esiste R, con < 1 allora f ammette integrale
improprio convergente in (a, b].
(2) se 1 allora f ammette integrale improprio divergente in (a, b].

D IMOSTRAZIONE . Supponiamo ad esempio f (x) + per x a+


e proviamo (1). Si ha
lim+

xa

f (x)
= ` R+
1/(x a)

154

17. INTEGRAZIONE.

e pertanto esistono k, > 0 tali che


0 f (x)

k
(x a)

x (a, a + )

e la tesi segue dal teorema 17.27 e dalle 17.48, non appena si sia tenuto
conto del fatto che
Z b
Z b
Z a+
lim+
f (t)dt =
f (t)dt + lim+
f (t)dt.
xa

xa

a+

Proviamo ora (2); se x (a, a + ), con k, > 0 opportunamente scelti,


si ha
k
f (x)
x
e come prima segue la tesi.

T EOREMA 17.29. Sia f integrabile in [a, x], per ogni x a; supponiamo che f ammetta integrale improprio convergente in [a, +) e che
lim f (x) = `.

x+

Allora ` = 0.
D IMOSTRAZIONE . Supponiamo ad esempio che sia ` > 0; allora, se
x > , f (x) > `/2. Pertanto
Z
(17.48)

lim

x+

f (t)dt =
a

f (t)dt + lim
f (t)dt
x+
Z

f (t)dt + lim (x )`/2 = +

x+

2
Osserviamo che f pu`o ammettere integrale improprio convergente in
[a, +) senza che esista il limite di f per x +, se ad esempio
(
1
i < x i + 1/2i
(17.49)
f (x) =
,
iN
0
i + 1/2i x i + 1
si ha
Z
1

n
X
1 1 1/2n
1
f (t)dt = lim
=
lim
=1
i
n
n 2 1 1/2
2
i=1

Si pu`o analogamente provare che

17. INTEGRAZIONE.

155

T EOREMA 17.30. Sia f integrabile in [a, x], per ogni x a, e supponiamo


che f sia infinitesima di ordine per x +.
(1) Se esiste R tale che > 1, allora f ammette integrale
improprio convergente in [a, +).
(2) Se 1 allora |f | ammette integrale improprio divergente in
[a, +).

Osserviamo, a proposito dei teoremi 17.28,?? che qualora R, in (1)


e` sufficiente prendere = .

T EOREMA 17.31. Siano f, g, f C 0 , g C 1 , e sia F una primitiva di f ; allora le seguenti condizioni sono sufficienti per la convergenza
dellintegrale improprio di f g in [a, +):
(1) F limitata in [a, +) e g monotona a 0 per x +;
(2) F convergente per x + e g monotona e limitata.
Segue da
Z x
Z
f (t)g(t)dt = F (x)g(x) F (a)g(a)
a

F (t)g 0 (t)dt.

CAPITOLO 18

QUALCHE STUDIO DI FUNZIONE INTEGRALE


Lo studio di una funzione che sia data mediante un integrale ricorre in
molti casi: ad esempio quando si studiano le soluzioni di equazioni differenziali in cui compaiono funzioni che non ammettono primitive elementari
o che ammettono primitive elementari non facilmente calcolabili.
Per funzione integrale si intende una funzione definita da
Z x
(18.1)
F (x) =
f (t)dt
x0

I risultati che occorre tener ben presenti quando si studia una funzione
integrale sono i seguenti:
(1) I risultati che sono sufficienti a garantire lintegrabilit`a di una funzione: sono quelli contenuti nei teoremi ?? e si possono brevemente riassumere dicendo che:
f e` integrabile su ogni intervallo su cui e` continua
f e` integrabile su ogni intervallo su cui e` monotona
f e` integrabile su ogni intervallo su cui e` limitata e
continua a meno di un numero finito di punti
f e` integrabile su ogni intervallo su cui differisce da
una funzione integrabile a meno di un insieme finito di
punti
(2) Il risultato che assicura che se f e` limitata allora F e` continua.
(3) il teorema fondamentale del calcolo che assicura che se f e` continua in x allora F e` derivabile in x e
F 0 (x) = f (x)
(4) la definizione di integrale improprio per cui:
Se f e` integrabile in senso improprio in c+
Z c
lim+ F (x) =
f (t)dt
xc

x0

Se f e` integrabile in senso improprio a +


Z +
lim F (x) =
f (t)dt
x+

x0

157

158

18. QUALCHE STUDIO DI FUNZIONE INTEGRALE

Vale inoltre la pena di ricordare che se


Z

(x)

G(x) =

(18.2)

f (t)dt
x0

allora
G(x) = F ((x))

(18.3)

e quindi, se le funzioni in gioco sono derivabili


G0 (x) = F 0 ((x)) 0 (x) = f ((x)) 0 (x)

(18.4)
Inoltre se

(x)

G(x) =

(18.5)

f (t)dt
(x)

allora se c e` scelto nel campo di integrabilit`a di f , si ha


(18.6) Z
Z
Z
Z
(x)

G(x) =

(x)

f (t)dt =
(x)

f (t)dt+
(x)

f (t)dt =
c

(x)

Z
f (t)dt

(x)

e quindi
(18.7)
G0 (x) = F 0 ((x)) 0 (x) F 0 ((x))0 (x) = f ((x)) 0 (x) f ((x))0 (x)
1. Esempio
Si consideri la funzione
Z
f (x) =
0

et

dt
3
1 et (t 1) t + 2

Cominciamo a determinare il dominio di f .


La funzione integranda risulta definita e continua (e quindi integrabile)
per t (2, 0) (0, 1) (1, +).
Inoltre
2
et

lim
=
t2 3 1 et (t 1) t + 2

di ordine 12 in quanto lintegranda e` infinita a causa del fattore t + 2


presente nel denominatore;
2

et

lim
=
3
t0
1 et (t 1) t + 2

di ordine 31 a causa del fattore a denominatore 3 1 et (si ricordi che 1 et


e` infinitesimo in zero di ordine 1); analogamente
2

et

= +
lim+
3
t0
1 et (t 1) t + 2

f (t)dt

1. ESEMPIO

159

di ordine 13
Infine
2

et

= +
t1
1 et (t 1) t + 2
di ordine 1 a causa del fattore t 1 a denominatore.
Ne segue che la funzione integranda e` integrabile (eventualmente in
senso improprio) in [2, 1) (1, +).
Poich`e gli estremi di integrazione sono 0 ed x dovr`a essere x [2, 1).
Dal momento che
la funzione integranda e` continua per t (2, 0)(0, 1)(1, +)
f e` definita in [2, 1))
il teorema fondamentale del calcolo assicura che
lim
3

ex

f (x) =
3
1 ex (x 1) x + 2
0

Per ogni x (2, 0) (0, 1)


Per quanto riguarda i punti x = 2 e x = 0 si e` gi`a visto che
lim f 0 (x) =

t2

lim f 0 (x) =

t0

lim f 0 (x) = +

t0+

cui f non e` derivabile per x = 1 ed x = 0.


Per tracciare il grafico di f dobbiamo tenere conto che
f 0 (x) > 0 per x (0, 1)
limx1 f (x) = +,
f non e` derivabile in 2 ed in 0
in 2 ed in 0 il grafico ha tangente verticale
Pertanto il grafico di f risulta:

F IGURA 18.1. Grafico di f (x)

160

18. QUALCHE STUDIO DI FUNZIONE INTEGRALE

Consideriamo ora
2

|x|

g(x) =
0

et

dt
1 et (t 1) t + 2

Dal momento che


g(x) = f (|x|)
il grafico di g sar`a uguale a quello di f per gli x [0, 1) ed il simmetrico
rispetto allasse y per gli x (1, 0].

F IGURA 18.2. Grafico di g(x)


Se infine consideriamo
Z
h(x) =

x2 +2

et

dt
3
1 et (t 1) t + 2
x3
per quanto visto ai punti precedenti, (f e` integrabile in [2, 1) (1, +))
Lintervallo di integrazione dovr`a essere contenuto nellinsieme in cui e`
possibile calcolare lintegrale; dovr`a cio`e risultare che
[x3 , x2 + 2] [2, 1) (1, +)
e quindi la funzione h risulta definita per x3 > 1 ovvero per x > 1.
Poiche lintegranda e` continua per t > 1 e gli estremi di integrazione
sono derivabili, si ha, per x (1, +)
h0 (x) =
3

2xe(x

2 +2)2

3x2 ex

3
1 ex2 +2 (x2 1) x2 + 4
1 ex3 (x3 1) x3 + 2
2. Esempio

Consideriamo la funzione
Z
f (x) =

4x

3 + cos(t)

dt
(t 4) 3 t5 1
x
La funzione integranda e` definita e continua (e quindi integrabile) in
(, 1) (1, 4) (4, +).
Inoltre


3 + cos(t)
1

= +

lim
di ordine
3 5

t1 (t 4) t 1
3

3. ESEMPIO

161

mentre


3 + cos(t)
= +

lim
t4 (t 4) 3 t5 1

di ordine 1

Pertanto lintegranda risulta integrabile (anche in senso improprio) in


(, 4) (4, +).
Dovr`a allora essere
(
(
x<4
x>4
oppure
4x<4
4x>4
ovvero 0 < x < 4.
Essendo gli estremi di integrazione due funzioni continue e derivabili,
f risulta continua in tutto il suo dominio (perche lintegranda e` integrabile)
e derivabile per x 6= 1 e 4 x 6= 1 essendo lintegranda continua per t 6= 1
(per t = 1 lintegranda e` infinita).
Pertanto linsieme di continuit`a e` (0, 4) e linsieme di derivabilit`a e`
(0, 1) (1, 3) (3, 4).
Dal teorema fondamentale del calcolo integrale e dalla formula di derivazione delle funzioni composte si ha, se x (0, 1) (1, 3) (3, 4)
f 0 (x) =

3 + cos(x)
3 + cos(4 x)
p

(x) 3 (4 x)5 1 (x 4) 3 x5 1
3. Esempio

Si considerino le funzioni
h(x) = x4 + 8x + k

g(x) =

1
h(x)

Si ha, per ogni k R,


h : R R,

continua

, lim h(x) = +
x

per cui h non e` limitata superiormente (e quindi non ammette massimo globale), mentre, per il teorema di Weierstrass generalizzato, ammette minimo
assoluto, per ogni k R.
Se g risulta continua allora ha primitive in R ed inoltre, (essendo infinita
dove non e` continua, g ammette primitive se e solo se h(x) = x4 +8x +k 6=
0 per ogni x R.
Poiche come visto nel punto
precedente h ha minimo assoluto, e tale
3
valore e`assunto nel punto
x
=

2 (ove si annulla h0 (x) = 4x3 + 8) e si

ha h( 3 2) = k 6 3 2, si conclude che g ha primitive in R se e solo se

3
3
k6 2>0
ovvero
k>6 2
Similmente g ha primitive in [1, +) se e solo se risulta continua in
tale intervallo ovvero se e solo se h(x) = x4 + 8x + k 6= 0 per ogni x 1.

162

18. QUALCHE STUDIO DI FUNZIONE INTEGRALE

Essendo h crescente per x 3 2, e quindi per x 1, g ha primitive


in [1, +) se e solo se h(1) = k 7 > 0 ovvero
k>7
1
,
x4 +8x

che e` definita e continua in (, 2)


Posto k = 0 si ha g(x) =
(2, 0) (0, +).
Utilizzando la decomposizione in fratti semplici si ha
1
a
b
cx + d
(a + b + c)x3 + (2c 2b + d)x2 + (4b + 2d)x + 8a
=
+
+
=
x4 + 8x
x x + 2 x2 2x + 4
x4 + 8x
da cui

a+b+c=0

2c 2b + d = 0

4b + 2d = 0

8a = 1
1
1
1
che risolto fornisce a = 81 , b = 24
, c = 12
, d = 12
; pertanto


1
1 3
1
2x 2
=

x4 + 8x
24 x x + 2 x2 2x + 4
Una primitiva di g e` quindi





1
x3
1 x3

ln
=
ln
24 (x + 2)(x2 2x + 4) 24 x3 + 8

Tutte le primitive di g in (, 2) (2, 0) (0, +) sono pertanto

1
x3

24 ln x3 +8 + c1 , se x < 2
3
1
ln xx
, se 2 < x < 0
3 +8 + c2
24

1 ln x3 + c , se x > 0
3
24
x3 +8
Si consideri ora il problema

00

y (x) = g(x)
y(0) = 0

y 0 (0) = 0
Il problema ha soluzioni in R se e solo se g ha primitive in R, poiche y 0
e` laR primitiva di g che soddisfa y 0 (0) = 0 e di conseguenza y e` la primitiva
x
di 0 g(t)dt che soddisfa y(0) = 0 cio`e

Z x Z s
y(x) =
g(t)dt ds
0

Pertanto il problema dato ha una ed una sola soluzione per k > 6 3 2.

CAPITOLO 19

INTRODUZIONE AI MODELLI DIFFERENZIALI


Uno degli argomenti pi`u interessanti del calcolo differenziale e` costituito dalle equazioni differenziali: si tratta di equazioni in cui lincognita e`
una funzione y(x) di cui sono noti i valori iniziali ed il fatto che deve essere
verificata, per ogni x, una relazione tra la funzione stessa e la sua derivata
prima y 0 (x).
Lesempio pi`u semplice e naturale di un problema di questo genere e`
dato dal modello che descrive la caduta di un grave.

F IGURA 19.1. Un punto materiale soggetto alla gravit`a


Se consideriamo un punto di massa m posto ad unaltezza h dalla superficie terrestre e trascuriamo gli effetti della resistenza dellaria, avremo
che sul punto agisce solo la forza di gravit`a F = mg.
Lesperienza mostra che il punto materiale P si muove verso il basso;
per descrivere il suo moto possiamo considerare un sistema di riferimento
che coincide con la retta che il punto percorre cadendo.
Assumiamo lorigine in corrispondenza del suolo e consideriamo positive le altezze misurate dal suolo.
La velocit`a con cui il punto P si muove verso il basso lungo la retta
scelta come asse di riferimento e`
v(t) = x(t)

e la sua accelerazione e`
a(t) = x(t)
Come gi`a detto, sul punto agisce la sola forza gravitazionale F = mg.
163

164

19. INTRODUZIONE AI MODELLI DIFFERENZIALI

F IGURA 19.2. Il sistema di riferimento


Per le leggi di Newton si avr`a allora
ma(t) = mg
e quindi
(19.1)

x(t) = g

La 19.1 e` un semplicissimo esempio di equazione differenziale: essa


impone una relazione che coinvolge una funzione e le sue derivate.
Il moto del punto si pu`o ricavare integrando due volte tra t e t0 = 0, es
xassumiamo che il moto inizi allistante t0 = 0.
Si ottiene
(19.2)

x(t)

= gt + c1

e
1
x(t) = gt2 + c1 t + c0
2
e si vede che per determinare in maniera unica il moto dovremo procurarci
dei valori per c0 e c1 . Questo si pu`o fare utilizzando informazioni sulla
velocit`a e sulla posizione iniziale del punto. E` subito visto infatti dalla 19.2
e dalla 19.3 rispettivamente che
(19.3)

(19.4)

v0 = x(0)

= c1

h0 = x(0) = c0

Possiamo osservare che per determinare il moto abbiamo cio`e bisogno


di conoscere posizione e velocit`a iniziale del punto P e ci`o corrisponde
anche allintuizione.
Se teniamo conto di tali dati, possiamo affermare che il punto P si
muove sullasse x seguendo la legge
1
(19.5)
x(t) = gt2 + v0 t + h0
2

19. INTRODUZIONE AI MODELLI DIFFERENZIALI

165

Possiamo descrivere lo stesso fenomeno anche usando il principio di


conservazione dellenergia.
Lenergia potenziale del punto P , soggetto al solo campo gravitazionale
e` , in ogni istante t,
U (t) = mgx(t)
mentre la sua energia cinetica e`
1
mx 2 (t)
2
e la sua energia totale
1
E(t) = mx 2 (t) + mgx(t)
2
si mantiene costante durante il moto
1
(19.6)
mx 2 (t) + mgx(t) = mk
2
Se conosciamo le condizioni iniziali v0 ed h0 siamo anche in grado di
calcolare
1
k = mv02 + mgh0
2
La 19.6 e` una equazione differenziale, che e` in grado di descrivere la posizione x(t) del punto P in ogni istante t, tuttavia ricavare x da tale relazione
e` pi`u difficile.
Possiamo riscrivere la 19.6 come
1 2
x (t) = k gx(t)
(19.7)
2
e da questa uguaglianza possiamo ricavare una prima informazione:

la quantit`a k gx(t) deve mantenersi positiva e quindi x(t) kg .

Abbiamo cos` ricavato una limitazione per la soluzione dellequazione senza risolverla, abbiamo ottenuto cio`e una limitazione a priori per la
soluzione dellequazione.
Osserviamo anche che

x(t) =

k
g

e` una soluzione costante dellequazione 19.7

Per cercare soluzioni non costanti possiamo applicare la radice ad entrambi i membri
p
(19.8)
x(t)

= 2k 2gx(t)

166

19. INTRODUZIONE AI MODELLI DIFFERENZIALI

e dividere per il secondo membro


(19.9)

x(t)

2k 2gx(t)

= 1

Ora, se moltiplichiamo per g


(19.10)

g x(t)

2k 2gx(t)

= g

ed integriamo tra t0 = 0 e t, otteniamo


Z t
g x(s)

p
(19.11)
ds = gt
2k 2gx(s)
0
dove tuttavia il primo integrale non pu`o essere calcolato in quanto la funzione integranda dipende dalla funzione incognita x(t).
Possiamo integrare per sostituzione ponendo
u = x(s)

du = x(s)ds

osservando che per s = 0 e


s = t avremo x(s) = x(0) = h0 e x(s) = x(t),
da cui si ricava che v0 = 2k 2gx0 , avremo
Z x(t)
gdu

(19.12)
= gt
2k 2gu
x0
A questo punto possiamo calcolare lintegrale a sinistra ed ottenere che
p
p
(19.13)
2k 2gx(t) 2k 2gx0 = gt
p
(19.14)
2k 2gx(t) = gt + v0
2k 2gx(t) = (gt + v0 )2
k
1
(19.16)
x(t) =
(gt + v0 )2
g 2g
La 19.16 descrive il moto del punto negli stessi termini ottenuti in precedenza; il segno di gt si pu`o determinare dalla 19.8: poich`e il moto
avviene con continuit`a il segno dovr`a essere lo stesso di v0 .
La scelta del segno e la validit`a dellequazione si mantengono fino a
quando la derivata di x(t), cio`e la velocit`a non si annulla; questa eventualit`a
non si verifica mai se v0 < 0 mentre ha luogo per t0 = vg0 nel caso in cui
v0 > 0.
In tal caso dobbiamo riconsiderare le condizioni iniziali che diventano
(19.15)

x(t0 ) = x(t
0) = 0
e quindi non forniscono indicazioni sul segno da attribuire alla radice che
rappresenta la velocit`a nella 19.8.
Dobbiamo quindi esaminare tutti i casi disponibili:
(1) se supponiamo che il moto abbia velocit`a positive
p
(19.17)
x(t)

= + 2k 2gx(t)

19. INTRODUZIONE AI MODELLI DIFFERENZIALI

167

(2) se supponiamo che il moto abbia velocit`a negative


p
(19.18)
x(t)

= 2k 2gx(t)
(3) se supponiamo che il moto abbia velocit`a nulla entrambe le precedenti sono accettabili.
Osserviamo che a questo punto occorre distinguere tra risultato del modello e soluzione dellequazione differenziale: infatti

` evidente che per t > t0 la 19.17 non pu`o piu` rappresentare il moto
E
del punto materiale P in quanto il moto avviene con velocit`a negativa,
il che non e` consentito dalla 19.17.

Lunica soluzione prevista dalla 19.17 e` quella costante che tuttavia e` in


contrasto con levidenza del fenomeno.

Dovremo pertanto considerare le soluzioni dellequazione 19.18 per


trovare la descrizione del seguito del movimento.

CAPITOLO 20

EQUAZIONI DIFFERENZIALI A VARIABILI


SEPARABILI.
Risolvere una equazione differenziale a variabili separabili, significa
trovare una funzione y, che sia derivabile e per cui si abbia
y 0 (x) = f (x)g(y(x))
con f, g assegnate.
Pi`u precisamente possiamo dire che
Se I, J R sono intervalli aperti e non vuoti ed f : I R , g : J
R sono due funzioni, diciamo che risolviamo lequazione differenziale
a variabili separabili
(20.1)

y 0 (x) = f (x)g(y(x))

se troviamo un intervallo I 0 I ed una funzione y : I 0 J tale che la


20.1 sia soddisfatta per ogni x I 0
Quando si cercano soluzioni di unequazione differenziale che soddisfino anche un dato iniziale, si parla di problema di Cauchy.
Precisamente se
I, J R sono intervalli aperti x0 I, y0 J, f : I R e g : J R
sono funzioni; chiamiamo problema di Cauchy a variabili separabili il
problema di trovare I 0 I ed y : I 0 R, derivabile, tali che
(
y 0 (x) = f (x)g(y(x)) ,
x I 0
(20.2)
y(x0 ) = y0

Vale il seguente teorema di esistenza ed unicit`a della soluzione del problema di Cauchy a variabili separabili, per dimostrare il quale procediamo in maniera costruttiva utilizzando un metodo che, di fatto, consente di
risolvere lequazione.
La dimostrazione e` , in questo caso, molto pi`u utile dellenunciato, ma
anche le condizioni di esistenza ed unicit`a della soluzione sono di fondamentale importanza.
169

170

20. EQUAZIONI DIFFERENZIALI A VARIABILI SEPARABILI.

Nei teorema che segue giocano un ruolo fondamentale il fatto che I e J


siano intervalli aperti e che g(y) 6= 0 y J.
Questultima condizione e` certamente soddisfatta se g e` continua e se
g(y0 ) 6= 0 a meno di considerare unintervallo J pi`i piccolo.
T EOREMA 20.1. Siano I, J R, intervalli aperti, siano x0 I, y0 J
e siano f : I R, g : J R due funzioni continue, supponiamo inoltre
che g(y) 6= 0, per ogni y J.
Allora esiste un intervallo I 0 I e una ed una sola soluzione y : I 0
J del problema di Cauchy 20.2.
D IMOSTRAZIONE .
y e` soluzione del problema assegnato se e solo se
( 0
y (x)
= f (x)
g(y(x))
(20.3)
y(x0 ) = y0
e ci`o si verifica se e solo se
Z x 0
Z x
y (t)
(20.4)
dt =
f (t)dt
x0 g(y(t))
x0
se e solo se
Z

y(x)

(20.5)
y0

ds
=
g(s)

f (t)dt
x0

se e solo se, dette F e G due primitive di f ed 1/g su I e J


rispettivamente,
(20.6)

G(y(x)) G(y0 ) = F (x) F (x0 )

R(G G(y0 )) e R(F F (x0 )) sono intervalli per la continuit`a delle


medesime, entrambi contengono 0 e R(G) contiene 0 al suo interno in
virtu` del fatto che G e` strettamente monotona in quanto g = G0 ha
segno costante inoltre G e` invertibile.
Ci`o assicura che esiste un intervallo I 0 , aperto e contenente x0 in cui
luguaglianza vale ed in tale intervallo si pu`o scrivere che
(20.7)

y(x) = G1 (F (x) + G(y0 ) F (x0 )).

E` importante anche ricordare due risultati di esistenza e di unicit`a la


cui dimostrazione non e` opportuna a questo punto, che possiamo tuttavia
utilizzare per ottenere informazioni sullesistenza e lunicit`a della soluzione
di un problema di Cauchy.

20. EQUAZIONI DIFFERENZIALI A VARIABILI SEPARABILI.

171

Siano I, J R, intervalli aperti, siano x0 I, y0 J e siano f : I


R, g : J R due funzioni continue.
Allora esiste un intervallo I 0 I e una soluzione y : I 0 J del
problema di Cauchy 20.2.
Se inoltre g C 1 ,cio`e se ammette derivata prima continua, allora la
soluzione e` anche unica.
Lunicit`a e` anche assicurata dalla lipschitzianit`a di g cio`e dalla
condizione
(20.8)

|g(x) g(y)| L|x y|

Vale la pena di ricordare che, usando il teorema di Lagrange, si


pu`o dimostrare che una funzione che abbia derivata prima limitata e`
lipschitziana: infatti se |g 0 (c)| L si ha
(20.9)

|g(x) g(y)| = |g 0 (c)||x y| L|x y|

Ricordiamo anche che se g C 1 , il teorema di Weierstra assicura che


|g 0 | ( che e` continua) ammette massimo su ogni intorno chiuso e limitato
di x0
Possiamo procedere alla soluzione dellequazione differenziale a variabili separabili anche senza precisi riferimenti ai dati iniziali seguendo
essenzialmente gli stessi passi percorsi in precedenza

172

20. EQUAZIONI DIFFERENZIALI A VARIABILI SEPARABILI.

Siano f e g continue sugli intervalli aperti I e J e supponiamo che


g(y) 6= 0 su J;
Consideriamo lequazione a variabili separabili
(20.10)

y 0 (x) = f (x)g(y(x))

Dal momento che g(y) 6= 0 in J, avremo che la 20.10 e` soddisfatta in I 0


se e solo se
y 0 (x)
= f (x)
g(y(x))
e, dette F e G due primitive in I e J di f ed 1/g rispettivamente, lultima
uguaglianza e` equivalente a
(20.11)

G(y(x)) = F (x) + c

con c R (ricordiamo che stiamo lavorando su intervalli e quindi due


primitive differiscono per costante).
Ora, se fissiamo x0 interno ad I e chiamiamo y(x0 ) = y0 J, posto
c = G(y0 ) F (x0 )
avremo che la 20.11 diventa
(20.12)

G(y(x)) G(y0 ) = F (x) F (x0 )

ed e` verificata almeno in un intervallo I 0 I.


Infatti R(G G(y0 )) e R(F F (x0 )) sono intervalli per la continuit`a
delle medesime, entrambi contengono 0 e R(G) contiene 0 al suo interno
in virtu` del fatto che G e` strettamente monotona in quanto g = G0 ha
segno costante inoltre G e` invertibile.
Pertanto possiamo ricavare
y(x) = G1 (F (x) + c)
per x I 0 .
Il procedimento sopra esposto fornisce, al variare di c, linsieme di tutte
le soluzioni dellequazione differenziale a variabili separabili considerata.
Allorquando necessiti trovare le soluzioni dellequazione considerata, che
soddisfino di pi`u la condizione y(x0 ) = y0 , x0 I, y0 J, e` sufficiente
considerare c = G(y0 ) F (x0 ) ed osservare che tale scelta di c consente
di determinare I 0 I tale che F (I 0 ) + c G(J). In tal caso si risolve un
problema di Cauchy.
Per una corretta risoluzione di unequazione a variabili separabili non
va trascurato di considerare quanto accade se g si annulla in qualche punto.
Ricordiamo che per separare le variabili occorre dividere per g e quindi
in questo caso non si pu`o procedere gi`a dallinizio.
E` ragionevole limitarci al caso in cui y0 e` uno zero isolato di g, cio`e se
esiste un intorno di y0 in cui g non si annulla altre volte.

20. EQUAZIONI DIFFERENZIALI A VARIABILI SEPARABILI.

173

In tal caso possiamo osservare che la funzione


y(x) = y0
e` una soluzione dellequazione, che in presenza di condizioni che assicurino
lunicit`a e` anche la sola soluzione possibile.
Qualora non sussistano tali condizioni occorre indagare lesistenza di
altre soluzioni; a questo scopo si procede studiando lequazione per y 6= y0
e, giunti al punto di considerare
Z

y(x)

(20.13)
y0

ds
=
g(s)

f (t)dt
x0

prima di procedere, occorre studiare lesistenza in senso improprio dellintegrale a sinistra.


Le informazioni che abbiamo sullintegrazione impropria ci consentono
allora di capire che:
se g e` infinitesima in y0 di ordine 1. la primitiva G di 1/g non
pu`o essere prolungata per continuit`a in y0 e pertanto la soluzione
costante e` lunica possibile.
Se invece g e` infinitesima in y0 di ordine < 1, R
. Allora G pu`o essere prolungata per continuit`a in y0 e, si pu`o
procedere oltre.
Proviamo infine un risultato riguardante una disequazione differenziale
che e` spesso utile per trovare limitazioni a priori per soluzioni di equazioni
differenziali che non si e` in grado di risolvere.
L EMMA 20.1. - di Gronwall - Siano y, f : I R+ funzioni continue,
I intervallo, e siano c > 0, x0 I; allora se
Z x




y(x)
f (t)y(t)dt + c
x0

per ogni x I si ha
Rx

0 y(x) ce|

xo

f (t)dt|

per ogni x I.
D IMOSTRAZIONE . Supponiamo x x0 ; dividendo ambo i membri
per il secondo e moltiplicando poi per f (x) si ottiene (si ricordi che f 0,
c > 0)
y(x)f (x)
Rx
f (x)
c + x0 f (t)y(t)dt
da cui
 

Z x
d
ln c +
f (t)y(t)dt
f (x).
dx
x0
Integrando ora tra x0 ed x si ha


Z x
Z x
ln c +
f (t)y(t)dt ln c
f (t)dt
x0

x0

174

20. EQUAZIONI DIFFERENZIALI A VARIABILI SEPARABILI.

onde

f (t)y(t)dt ce

c+

Rx
xo

f (t)dt

x0

y(x) c +

f (t)y(t)dt ce

Rx
xo

f (t)dt

x0

Se x x0 si procede in modo analogo solo tenendo conto di un cambiamento di segno.


2
C OROLLARIO 20.1. Siano y, f : I R+ continue, I intervallo, e sia
x0 I; allora se
Z x



y(x)
f (t)y(t)dt
x I
x0

si ha
y(x) = 0 x I
D IMOSTRAZIONE . Si ha
Z x



y(x)
f (t)y(t)dt + c

c > 0

x0

e pertanto
x
0 y(x) ce| xo f (t)dt|
per cui, al limite per c 0+ , si ha y(x) 0 .

c > 0
2

Se nel lemma di Gronwall si suppone


Z x



y(x)
f (t)y(t)dt + c(x)
x0

con c , si prova che


Rx

0 y(x) c(x)e|

xo

f (t)dt|

CAPITOLO 21

ESEMPI NOTEVOLI DI PROBLEMI DI CAUCHY


1. Esempio
Consideriamo lequazione
y 0 (x) = y 2 (x)

(21.1)

Osserviamo innanzi tutto che y(x) 0 e` soluzione dellequazione.


Se y(x) 6= 0 possiamo separare le variabili
y 0 (x)
=1
y 2 (x)

(21.2)
ed integrando tra x0 ed x
Z

(21.3)
x0

y 0 (t)
dt = x x0
y 2 (t)

posto s = y(t), avremo ds = y 0 (t)dt e


Z

y(x)

(21.4)
y(x0 )=y0

ds
= x x0
s2

Poich`e s12 e` infinita in s = 0 di ordine 2, non e` integrabile in s =


0 (intendiamo con ci`o che non e` integrabile in intervalli che contengano
0). Pertanto y ed y0 dovranno avere sempre lo stesso segno: soluzioni che
partono con valori y0 positivi (negativi), rimangono positive (negative).
Sotto tale condizione avremo che
1
1
+
(21.5)
= x x0
y y0
1
1
(21.6)
=
+ x0 x = c x
y
y0
dove si sia definito
c=

1
+ x0
y0

Osserviamo inoltre che al variare di x0 ed y0 c pu`o assumere tutti i valori


reali.
175

176

21. ESEMPI NOTEVOLI DI PROBLEMI DI CAUCHY

Le soluzioni dellequazione saranno pertanto date da


1
cx
ed il loro grafico e` indicato in figura 21.1.
y(x) =

(21.7)

F IGURA 21.1.
2. Esempio
Consideriamo lequazione
y 0 (x) =

(21.8)

p
y(x)

Osserviamo innanzi tutto che deve essere y(x) 0 e che y(x) 0 e`


soluzione dellequazione.
Se y(x) 6= 0 possiamo separare le variabili
y 0 (x)
p
=1
y(x)

(21.9)
ed integrando tra x0 ed x
Z

(21.10)
x0

y 0 (t)
p
dt = x x0
y(t)

posto s = y(t), avremo ds = y 0 (t)dt e


Z y(x)
ds
= x x0
(21.11)
s
y(x0 )=y0
Poich`e 1s e` infinita in s = 0 di ordine 1/2, e` integrabile in s = 0 (intendiamo con ci`o che e` integrabile in intervalli che contengano 0). Pertanto
y ed y0 potranno assumere anche il valore 0. Avremo

2 y 2 y0 = x x0
(21.12)
1
1

(21.13)
y = (x x0 + 2 y0 ) = (x + c)
2
2
dove si sia definito

c = 2 y0 x0

3. ESEMPIO

177

Osserviamo inoltre che la 21.13 impone che deve essere


1
(x + c) 0
cio`e
x c
2
Osserviamo che al variare di x0 ed y0 c pu`o assumere tutti i valori reali.
Le soluzioni dellequazione saranno pertanto date da
1
y(x) = (x + c)2
per
4
ed il loro grafico e` indicato in figura 21.2.

(21.14)

x c

F IGURA 21.2.

3. Esempio
Consideriamo lequazione
y 0 (x) = x

(21.15)

y(x)

Osserviamo innanzi tutto che deve essere y(x) 0 e che y(x) 0 e`


soluzione dellequazione.
Se y(x) 6= 0 possiamo separare le variabili
y 0 (x)
p
=x
y(x)

(21.16)
ed integrando tra x0 ed x
Z

(21.17)
x0

y 0 (t)
p
dt =
y(t)

tdt
x0

posto s = y(t), avremo ds = y 0 (t)dt e


Z

y(x)

(21.18)
y(x0 )=y0

x2 x20
ds
=

2
2
s

178

21. ESEMPI NOTEVOLI DI PROBLEMI DI CAUCHY

Poich`e 1s e` infinita in s = 0 di ordine 1/2, e` integrabile in s = 0 (intendiamo con ci`o che e` integrabile in intervalli che contengano 0). Pertanto
y ed y0 potranno assumere anche il valore 0. Avremo
(21.19)
(21.20)

x2 x20

2 y 2 y0 =

2
2
2
2
x
x
x2

y=
+ ( y0 0 ) =
+c
4
2
4

dove si sia definito

x20
2
Osserviamo che la 21.19 impone che deve essere
(
x2
sempre
se c > 0
+c0
cio`e
4
|x| 2c se c < 0
c=

y0

Osserviamo che al variare di x0 ed y0 c pu`o assumere tutti i valori reali.


Le soluzioni dellequazione saranno pertanto date da

(21.21)

y(x) =

x2
+c
4

2

sotto le condizioni indicate per x ed il loro grafico e` indicato in figura 21.3.

F IGURA 21.3.
4. Esempio
Consideriamo lequazione
(21.22)

y 0 (x) = x

y(x)

Osserviamo innanzi tutto che deve essere y(x) 0 e che y(x) 0 e`


soluzione dellequazione.
Se y(x) 6= 0 possiamo separare le variabili
(21.23)

y 0 (x)
p
= x
y(x)

4. ESEMPIO

ed integrando tra x0 ed x
Z
(21.24)

x0

y 0 (t)
p
dt =
y(t)

179

tdt
x0

posto s = y(t), avremo ds = y 0 (t)dt e


Z

y(x)

(21.25)
y(x0 )=y0

x2 x2
ds
= + 0
2
2
s

Poich`e 1s e` infinita in s = 0 di ordine 1/2, e` integrabile in s = 0 (intendiamo con ci`o che e` integrabile in intervalli che contengano 0). Pertanto
y ed y0 potranno assumere anche il valore 0. Avremo
x2 x2

2 y 2 y0 = + 0
2
2
2
2
x
x0
x2

(21.27)
y = + ( y0 + ) = + c
4
2
4
dove si sia definito
x2

c = y0 + 0
2
Osserviamo che la 21.27 impone che deve essere
(21.26)

(
mai
|x| 2c

x
+c0
4

cio`e

se c < 0
se c < 0

Osserviamo che al variare di x0 ed y0 c pu`o assumere solo valori positivi.


Le soluzioni dellequazione saranno pertanto date da

(21.28)

y(x) =

x2
+c
4

2

sotto le condizioni indicate per x ed il loro grafico e` indicato in figura 21.4.

F IGURA 21.4.

180

21. ESEMPI NOTEVOLI DI PROBLEMI DI CAUCHY

5. Esempio
Consideriamo lequazione
y 0 (x) =

(21.29)

1 y 2 (x)

Osserviamo innanzi tutto che deve essere |y(x)| 1 e che y(x) 1


e` soluzione dellequazione.
Se y(x) 6= 1 possiamo separare le variabili
y 0 (x)

(21.30)

1 y 2 (x)

=1

ed integrando tra x0 ed x
x

Z
(21.31)

x0

y 0 (t)
p

1 y 2 (t)

dt = x x0

posto s = y(t), avremo ds = y 0 (t)dt e


Z

y(x)

(21.32)
y(x0 )=y0

ds
= x x0
1 s2

1
` infinita in s = 1 di ordine 1/2, e` integrabile in s =
Poich`e 1s
2 e
1 (intendiamo con ci`o che e` integrabile in intervalli che contengano 1).
Pertanto y ed y0 potranno assumere anche il valore 1. Avremo

(21.33)

arcsin y(x) arcsin y0 = x x0

(21.34)

arcsin y(x) = x x0 + arcsin y0 = x + c

dove si sia definito


c = arcsin y0 x0
Osserviamo che la 21.34 impone che deve essere
|x + c|

Osserviamo che al variare di x0 ed y0 c pu`o assumere tutti i valori reali.


Le soluzioni dellequazione saranno pertanto date da
(21.35)

y(x) = sin(x + c)

sotto le condizioni indicate per x ed il loro grafico e` indicato in figura 21.5.

6. ESEMPIO

181

F IGURA 21.5.
6. Esempio
Consideriamo il problema di Cauchy

(21.36)

(
4
y 0 (x) = e(y(x)) 1
y(x0 ) = y0

Possiamo scrivere
y 0 (x) = f (x)g(y(x)
4

se definiamo f (x) = 1 e g(y) = ey 1;


Si ha f C 0 (R) e g C 1 (R), e quindi si avr`a una ed una sola soluzione
per ogni x0 R ed y0 R.
Lequazione ammette soluzioni costanti che possono essere trovate ponendo y(x) = c e sostituendo; avremo
4

0 = ec 1
per cui la sola soluzione costante e` y(x) = c = 0.
Nel caso in cui y0 = 0 la soluzione costante e` anche lunica soluzione
del problema di Cauchy .
Se fissiamo x0 = 0 ed y0 = 1. possiamo supporre y(x) 6= 0 in un
intorno di 0 e separando le variabili ed integrando tra 0 ed x si ottiene
(21.37)
Z
(21.38)
0

y 0 (x)
=1
e(y(x))4 1
Z x
y 0 (t)
dt =
dt
e(y(t))4 1
0

ovvero
Z

y(x)

ds
=x
1
1
Ry
Studiamo ora la funzione integrale a primo membro h(y) = 1 esds4 1 .
Poiche lintegranda e` definita e continua per s 6= 0 e
1
lim
=
4
s0 es 1
di ordine 4, lintegrale e` divergente per in 0; ne segue che, essendo il primo
estremo di integrazione positivo, la funzione e` definita per y > 0.
es4

182

21. ESEMPI NOTEVOLI DI PROBLEMI DI CAUCHY

Inoltre

1
= 1
s+ e
1
da cui lintegrale e` divergente anche per y +.
4
Si ha infine h(1) = 0 e h0 (y) =]f rac1ey 1 essendo lintegranda
continua per y > 0, e tale derivata risulta sempre negativa.
Possiamo anche osservare che
4
4y 3 ey
00
h (y) = y4
>0
(e
1)2
per ogni y > 0, per cui la funzione risulter`a convessa; inoltre, poiche
lim

s4

lim h0 (y) = 1

y+

il grafico della funzione tender`a a diventare parallelo alla bisettrice del


secondo e quarto quadrante)
Il grafico della funzione h e` indicato nella figura;

21.6.1. Grafico 1

21.6.2. Grafico2

21.6.3. Grafico3

F IGURA 21.6.
Poich`e deve aversi
h(y(x)) = x
il grafico della soluzione del problema di Cauchy sar`a quello dellinversa di
h, come riportato nella figura 21.6.6.
Per disegnare il grafico delle soluzioni del problema di Cauchy dato al
variare dei dati iniziali x0 , y0 R. possiamo osservare che lequazione data
e` unequazione differenziale autonoma, e quindi se y(x) e` soluzione, anche
y(x + a) e` soluzione per ogni a R.
Pertanto tutte le traslate (in orizzontale) della soluzione trovata sono
ancora soluzioni, per y > 0.
Per quanto riguarda le soluzioni per y < 0, ripetendo i calcoli fatti, ad
esempio con x0 = 0 e y0 = 1, si ha
Z y(x)
ds
=x
s
e 4 1
1

7. ESEMPIO

183

e con considerazioni analoghe si ottengono le curve indicate in figura 6.6


(Si noti che, se y(x) e` soluzione dellequazione differenziale, tale e` pure
y(x), ovvero i grafici delle soluzioni sono simmetrici rispetto allorigine).
7. Esempio
Si consideri il problema di Cauchy
(
p
y 0 (x) = 6x2 y(x)
y(x0 ) = 1
Si tratta di un problema a variabili separabili con f (x) = 6x2 definita e

continua su tutto R, e g(y) = y definita e di classe C 1 per y > 0; pertanto


essendo y0 = 1, per il teorema di esistenza ed unicit`a, esiste una ed una sola
soluzione del problema dato, per ogni x0 R.
Separando le variabili, per y(x) > 0, si ottiene
y 0 (x)
p
= 6x2
y(x)
ed integrando tra 0 ed x
Z x 0
Z x
y (t)
p
dt =
6t2 dt
y(t)
0
0
ovvero
p
p
p
2 y(x) 2 y(0) = 2x3
da cui
y(x) = 1 + x3
Elevando al quadrato i due membri, dopo aver osservato che 1 + x3 > 0
e cio`e x > 1, si ottiene
y(x) = (1 + x3 )2

x > 1

(si noti che la soluzione e` prolungabile, in modo unico, con y(x) = 0 per
x 1).
Il grafico delle soluzioni e` riportato in figura 21.7

F IGURA 21.7.

CAPITOLO 22

SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI


Un altro tipo importante di equazioni di equazioni differenziali e` costituito dalle equazioni lineari. La pi`u semplice equazione lineare pu`o essere
scritta nella forma
y 0 (x) = a(x)y(x) + b(x)

(22.1)

Se a, b C o (I), lequazione 22.1 ammette una ed una soluzione definita


su tutto I; questa e` forse una delle pi`u importanti caratteristiche di questo
tipo di equazioni e si pu`o facilmente verificare, in questo caso, direttamente.
Sia x0 I, ed y0 R, e sia A una primitiva di a in I. Lesistenza
RdixA e` assicurata dalla continuit`a di a; ad esempio possiamo porre A(x) =
a(t)dt.
xo
La 22.1 e` vera se e solo se
eA(x) y 0 (x) eA(x) a(x)y(x) = b(x)eA(x)
e ci`o e` equivalente a

d A(x)
e
y(x) = b(x)eA(x) .
dx
Integrando tra x0 ed x, si ottiene
Z x
A(x)
e
y(x) = y0 +
b(t)eA(t) dt
x0

ed infine
(22.2)

y(x) = e

A(x)

y0 +

A(x)

b(t)e


dt

x0

Quanto abbiamo esposto consente di affermare che tutte le soluzioni


dellequazione 22.1 si ottengono, al variare di y0 R, dalla 22.2.
Osserviamo anche che la 22.2 stessa pu`o essere riscritta nella seguente
maniera:
Z x
Rx
Rx
Rt
a(t)dt
a(t)dt
y(x) = y0 e xo
+ e xo
b(t)e xo a(s)ds dt
x0

in accordo con i risultati che proveremo nel seguito per il caso pi`u generale.
La 22.2 costituisce, al variare di y0 , lintegrale generale dellequazione
22.1.
I passi successivi consistono nel considerare equazioni lineari di ordine
superiore oppure sistemi di equazioni del primo ordine.
185

186

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

Unequazione lineare di ordine n si pu`o scrivere nella forma


y

(22.3)

(n)

(x) =

n
X

ai y (i1) (x) + b(x)

i=1

dove ai , b C 0 mentre un sistema lineare di ordine n si scrive nella forma


Y 0 (x) = A(x)Y (x) + B(x)

(22.4)

dove A(x) = {aij (x)} e B(x) = {bi (x)} sono una matrice ed un vettore
i cui elementi sono funzioni continue su un intervallo I; (scriviamo A
C k (I), B C k (I) quando intendiamo pertanto affermare che aij C k (I),
bi C k (I) per i, j = 1, ..., n).
Il sistema pu`o essere riscritto usando le componenti di Y , A, B, nella
seguente maniera
(22.5)

0

y1 (x)
a11 (x) a12 (x) . . . a1n (x)
y1 (x)
b1 (x)
y20 (x) a21 (x) a22 (x) . . . a2n (x) y2 (x) b2 (x)
. = .
. + .
..
..
..
.. ..
.
.
. .. ..
yn0 (x)

an1 (x) an2 (x) . . . ann (x)

yn (x)

bn (x)

ed anche, in forma pi`u compatta


(22.6)

yi0 (x)

n
X

aij (x)yj (x) + bi (x) , i = 1, ..., n

j=1

Qualora B 0 il sistema si dice omogeneo e assume la forma


Y 0 (x) = A(x)Y (x)

(22.7)

Quando n = 1 il sistema si riduce ad una sola equazione differenziale


lineare del primo ordine che, posto A = (a11 ) = a e B = b1 = b, si scrive
nella forma
y 0 (x) = a(x)y(x) + b(x)
Linsieme T di tutte le soluzioni di 22.4 si chiama integrale generale del
sistema .
Quando si associa al sistema o allequazione differenziale un opportuno
insieme di condizioni iniziali parliamo di problema di Cauchy

(22.8)

(
Y 0 (x) = A(x)Y (x) + B(x) ,
Y (x0 ) = Y0

x I

(22.9)
(
y (n) (x) = an (x)y (n1) (x) + .... + a1 (x)y(x) + b(x) ,
y(x0 ) = y0 , y 0 (x0 ) = y1 , . . . , y (n1) (x0 ) = yn1
sono problemi di Cauchy.

x I

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

187

Lo studio di un sistema consente di trovare risultati anche per lequazione di ordine n; sia infatti
(22.10)

y (n) (x) = an (x)y (n1) (x) + . . . + a1 (x)y(x) + b(x)

una equazione differenziale lineare di ordine n e poniamo


yi (x) = y (i1) (x) ,

(22.11)

i = 1, . . . , n.

(Per chiarire le idee osserviamo che si avr`a y1 (x) = y(x) , .... , yn (x) =
y (n1) (x) ).
Possiamo riscrivere lequazione nella seguente forma
0
y1 (x) = y2 (x)

y2 (x) = y3 (x)
(22.12)
...

...

0
yn (x) = an (x)yn (x) + .... + a1 (x)y1 (x) + b(x)
ed anche come
Y 0 (x) = A(x)Y (x) + B(x)
non appena si sia definito

0
1
0
0
A(x) =
.
..
..
.

0
1
..
.

...
...
..
.

0
0
..
.

a1 (x) a2 (x) a3 (x) . . . an (x)

0
0

B(x) =
...

b(x)

Vale il seguente teorema di cui e` importante in questo contesto solo


lenunciato.
T EOREMA 22.1. Siano A: I Mn , B : I Rn continue e siano
x0 I, Y0 Rn .
Allora esiste una ed una sola soluzione del problema di Cauchy
(
Y 0 (x) = A(x)Y (x) + B(x) ,
x I
(22.13)
Y (x0 ) = Y0
Il teorema precedente consente di provare un risultato di esistenza anche
per le equazioni differenziali lineari di ordine n.
T EOREMA 22.2. Siano ai , b C 0 (I), i = 1, ..., n e siano x0 I, yi
R, i = 0, ..., n 1. Allora esiste una ed una sola soluzione y : I R
del problema di Cauchy
(
P
y (n) (x) = ni=1 ai (x)y (i1) (x) + b(x)
(22.14)
y (i) (x0 ) = yi , i = 0, ..., n 1

188

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

Proviamo ora che linsieme delle soluzioni di un sistema differenziale


lineare, cio`e lintegrale generale di un sistema differenziale omogeneo del
primo ordine e` uno spazio vettoriale avente dimensione uguale al numero
di equazioni del sistema stesso.
T EOREMA 22.3. Sia A C 0 (I) e consideriamo il sistema differenziale
lineare del primo ordine
Y 0 (x) = A(x)Y (x);
sia S il suo integrale generale. Allora S e` uno spazio vettoriale di dimensione n.
D IMOSTRAZIONE . E immediato verificare che S e` uno spazio vettoriale in quanto si vede subito che se y e z sono soluzioni del sistema assegnato
tali risultano anche y + z ove , sono scalari.
Per provare che dim S = n e` sufficiente osservare che, per il teorema di
esistenza ed unicit`a della soluzione lapplicazione lineare
: S Rn
definita da
(Y ) = Y (x0 )

x0 I

e` un isomorfismo.
2
In base al teorema precedente e` possibile affermare che ogni soluzione
di un sistema differenziale lineare omogeneo di n equazioni in n incognite pu`o essere espressa mediante un combinazione lineare di n soluzioni
linearmente indipendenti del sistema stesso.
Siano esse Y1 , ..., Yn e sia (yi )j la componente j-esima della i-esima
soluzione.
Possiamo allora costruire la matrice

(y1 )1 (y2 )1 . . . (yn )1


(y1 )2 (y2 )2 . . . (yn )2
(22.15)
G=
..
..
..
...
.
.
.
(y1 )n (y2 )n . . . (yn )n
che indicheremo spesso come
G = (Y1 , Y2 , ....., Yn )
considerando gli Yi come vettori colonna, e che si chiama matrice fondamentale del sistema assegnato.
E` possibile verificare che se G e` una matrice fondamentale del sistema
omogeneo 22.7 allora si ha
(22.16)

G0 (x) = A(x)G(x)

Il sistema 22.16 e` un sistema differenziale lineare di n2 equazioni in n2


incognite.
Ogni soluzione del nostro sistema potr`a allora essere scritta nella forma
Y (x) = G(x)C , C Rn

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

189

ovvero, considerando le componenti,


n
X
yi (x) =
(yj )i cj .
j=1

Anche lo spazio delle soluzioni di un sistema differenziale lineare ordinario del primo ordine non omogeneo e` strutturato in maniera molto precisa.
T EOREMA 22.4. Siano A C 0 (I) B C 0 (I) e consideriamo il sistema
differenziale lineare non omogeneo del primo ordine
Y 0 (x) = A(x)Y (x) + B(x)
Sia T lintegrale generale del sistema assegnato e sia S lintegrale
generale del sistema omogeneo ad esso associato
Y 0 (x) = A(x)Y (x)
sia ancora z C 0 (I) tale che
Z 0 (x) = A(x)Z(x) + B(x)
Allora
T =Z +S
e T e` uno spazio lineare affine di dimensione n.
D IMOSTRAZIONE . E evidente che T Z + S; sia viceversa Y T , e`
facile verificare che Y Z soddisfa il sistema omogeneo associato e pertanto
Y Z S da cui Y Z + S.
2
D EFINIZIONE 22.1. Siano Y1 , Y2 , ....., Yn n soluzioni del sistema differenziale lineare omogeneo
Y 0 (x) = A(x)Y (x)
Chiamiamo determinante wronskiano, o pi`u semplicemente wronskiano, associato alle n soluzioni assegnate il determinante della matrice
(Y1 , Y2 , ....., Yn )
In altri termini
(y1 (x))1 (y2 (x))1
(y1 (x))2 (y2 (x))2
W (x) = det
..
..

.
.
(y1 (x))n (y2 (x))n

(22.17)

. . . (yn (x))1
. . . (yn (x))2

..
..

.
.
. . . (yn (x))n

Proviamo ora una interessante propriet`a del wronskiano.


T EOREMA 22.5. Siano verificate le ipotesi del teorema di esistenza ed
unicit`a per il sistema differenziale lineare omogeneo
Y 0 (x) = A(x)Y (x)
e siano Y1 ,Y2 ,...,Yn n soluzioni del sistema stesso.
Sono fatti equivalenti:

190

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

(1) Y1 , ..., Yn sono linearmente indipendenti;


(2) W (x) 6= 0 per ogni x I
(3) esiste x0 I tale che W (x0 ) 6= 0.
D IMOSTRAZIONE . Consideriamo, per ogni x fissato in I lapplicazione
lineare
x : S Rn
definita da x (Y ) = Y (x). Per il teorema di esistenza ed unicit`a x e` un
isomorfismo.
(1) (2)
Se Y1 , ..., Yn sono linearmente indipendenti in S, allora
x (Y1 ), ..., x (Yn )
sono linearmente indipendenti in Rn e perci`o
0 6= det (x (Y1 ), ..., x (Yn )) = det (Y1 (x), ..., Yn (x)) = W (x)
per ogni x I
(2) (3)
E` ovvio.
(3) (1)
W (x0 ) 6= 0 implica che Y1 (x0 ), ..., Yn (x0 ) sono linearmente
indipendenti in Rn e perci`o
1
Y1 = 1
x0 (Y1 (x0 )), ..., Yn = x0 (Yn (x0 ))

sono linearmente indipendenti in S


2
Per il teorema precedente e` essenziale che Y1 , ..., Yn siano soluzioni del
sistema; se ci`o non fosse, sarebbe vero solo che (2) (3) (1)
Che le altre implicazioni siano false e` facilmente visto se si considera il
wronskiano associato alle funzioni Y1,2 : R R2 definite da
Y1 (x) = (x2 , 2x)

Y2 (x) = (2x, 2)

(
(x2 , 2x) x 0
Y1 (x) =
0
x>0

oppure
(
(x2 , 2x) x 0
Y1 (x) =
0
x<0

Altrettanti risultati possono essere ottenuti per le equazioni di ordine n.


T EOREMA 22.6. Siano ai , b C 0 (I) , i = 1, ..., n, e consideriamo
lequazione differenziale lineare di ordine n
n
X
y (n) (x) =
ai (x)y (i1) (x)
i=1

Sia S il suo integrale generale, allora S e` uno spazio vettoriale di


dimensione n.

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

191

Sia
y

(n)

(x) =

n
X

ai y (i1) (x) + b(x)

i=1

la corrispondente equazione differenziale lineare di ordine n non omogenea, e sia T il suo integrale generale.
T e` uno spazio lineare affine di dimensione n ed inoltre
T =z+S
dove z e` una soluzione della equazione non omogenea.
Il teorema precedente consente di affermare che ogni soluzione dellequazione differenziale lineare omogenea di ordine n si pu`o esprimere come combinazione lineare di n soluzioni y1 , ..., yn dellequazione stessa che
siano linearmente indipendenti.
Linsieme y1 , ..., yn si chiama sistema fondamentale di soluzioni per lequazione data; in altre parole ogni soluzione y pu`o essere espressa mediante
la
n
X
y(x) =
ci yi (x)
i=1

dove ci R
D EFINIZIONE 22.2. Siano y1 , ..., yn n soluzioni dellequazione differenziale lineare di ordine n, omogenea
y (n) (x) =

n
X

ai (x)y (i1) (x)

i=1

Chiamiamo wronskiano associato alle soluzioni y1 , ..., yn il determinante

(22.18)

W (x) = det

y1 (x)
y10 (x)
..
.

y2 (x)
y20 (x)
..
.

...
...
..
.

yn (x)
yn0 (x)
..
.

(n1)
(n1)
(n1)
y1
(x) y2
(x) . . . yn
(x)

T EOREMA 22.7. Siano verificate le ipotesi del teorema di esistenza ed


unicit`a e siano y1 , ..., yn n soluzioni dellequazione differenziale omogenea
di ordine n
n
X
(n)
y (x) =
ai (x)y (i1) (x)
i=1

Sono fatti equivalenti:


(1) y1 , ..., yn sono linearmente indipendenti;
(2) W (x) 6= 0 per ogni x I;
(3) esiste x0 I tale che W (x0 ) 6= 0.

192

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

Come in precedenza, usando lo stesso esempio, si vede che, qualora


y1 , ..., yn non siano soluzioni dellequazione, le uniche implicazioni ancora
vere sono (2) (3) (1)
I risultati precedenti assicurano la possibilit`a di trovare lintegrale generale di un sistema non omogeneo non appena siano noti lintegrale generale
del sistema omogeneo ad esso associato ed una soluzione del sistema non
omogeneo; e` pertanto molto importante avere a disposizione uno strumento che consenta, noto lintegrale generale del sistema omogeneo, di trovare
una soluzione del sistema non omogeneo.
Sia G una matrice fondamentale del sistema lineare omogeneo
Y 0 (x) = A(x)Y (x)
e x0 I. Una soluzione del sistema non omogeneo
Y 0 (x) = A(x)Y (x) + B(x)
e` data da

Z(x) = G(x)

G1 (t)B(t)dt.

x0

Infatti se cerchiamo soluzioni del sistema non omogeneo della forma


Z(x) = G(x)(x)
dove : I Rn e` derivabile, dovr`a aversi
Z 0 (x) = A(x)Z(x) + B(x)
e pertanto, poiche si pu`o verificare che la regola di derivazione del prodotto
pu`o essere estesa anche al prodotto righe per colonne, si ha
Z 0 (x) = G0 (x)(x) + G(x)0 (x)
deve essere
G0 (x)(x) + G(x)0 (x) = A(x)G(x)(x) + B(x)
Ma G e` una matrice fondamentale e quindi,
G(x)0 (x) = B(x) e 0 (x) = G1 (x)B(x).
Se ne deduce che se
Z

(x) =

G1 (t)B(t)dt

x0

Z e` soluzione del sistema completo.


Osserviamo inoltre che, essendo G(x)0 (x) = B(x), per il teorema di
Cramer si ha
Wi (x)
0i (x) =
W (x)

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

193

essendo
(22.19)
(y1 )1 (y2 )1
(y1 )2 (y2 )2
Wi = det
..
...
.
(y1 )n (y2 )n

. . . (yi1 )1 b1 (yi+1 )1
. . . (yi1 )2 b2 (yi+1 )2
..
..
..
...
.
.
.
. . . (yi1 )n bn (yi+1 )n

. . . (yn )1
. . . (yn )2
..
..
.
.
. . . (yn )n

e una soluzione del sistema non omogeneo e` data da


n
X
Y (x) =
i (x)Yi (x).
i=1

Come conseguenza se G e` una matrice fondamentale del sistema lineare


omogeneo
Y 0 (x) = A(x)Y (x)
lintegrale generale del sistema lineare non omogeneo
Y 0 (x) = A(x)Y (x) + B(x)
e` dato da


Y (x) = G(x) C +


G (t)B(t)dt , C Rn
1

x0

Dove x0 I mentre la soluzione del problema di Cauchy relativo ai dati


Y (x0 ) = Y0 e`


Z x
1
1
Y (x) = G(x) G (x0 )Y0 +
G (t)B(t)dt
x0

Il metodo esposto si chiama della metodo di Lagrange di variazione delle costanti arbitrarie e pu`o ovviamente essere applicato anche alle equazioni
differenziali di ordine n non appena le si sia trasformate in un sistema. Tuttavia per le equazioni e` pi`u conveniente procedere direttamente; illustriamo
qui di seguito, il caso di una equazione del secondo ordine.
Siano a, b, c C 0 (I) e consideriamo lequazione lineare del secondo
ordine
y 00 (x) = a(x)y 0 (x) + b(x)y(x) + c(x).
Supponiamo note due soluzioni linearmente indipendenti dellequazione
differenziale omogenea associata; avremo allora a disposizione lintegrale
generale dellequazione omogenea nella forma
y(x) = c1 y1 (x) + c2 y2 (x)
Cerchiamo soluzioni per lequazione non omogenea nella forma
z(x) = 1 (x)y1 (x) + 2 (x)y2 (x)
Avremo
z 0 = 01 y1 + 02 y2 + 1 y10 + 2 y20
e posto
01 y1 + 02 y2 = 0

194

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

si ha
z 00 = 01 y10 + 02 y20 + 1 y100 + 2 y200 .
Sostituendo si ottiene
01 y10 + 02 y20 + 1 y100 + 2 y200 = 1 ay10 + 2 ay20 + 1 by1 + 2 by2 + c
e, tenuto conto che y1 e y2 sono soluzioni dellomogenea,
01 y10 + 02 y20 = c.
Ne viene che 01 e 02 devono soddisfare il seguente sistema
(
01 y1 + 02 y2 = 0
(22.20)
01 y10 + 02 y20 = c
da cui si possono ricavare 01 e 02 e per integrazione 1 e 2 .
Ricordiamo infine, per sommi capi, un metodo che consente di ridurre
lordine di una equazione differenziale lineare, qualora sia nota una soluzione dellequazione stessa.
Ci occuperemo qui di mostrare come esso funziona nel caso di una equazione del secondo ordine, essendo lestensione del metodo del tutto ovvia
per equazioni lineari di ordine superiore.
Consideriamo pertanto a, b C 0 (I) e lequazione differenziale di ordine 2
y 00 (x) = a(x)y 0 (x) + b(x)y(x).
Supponiamo nota una soluzione z dellequazione, tale che z(x) 6= 0
x I.
Cerchiamo soluzioni dellequazione nella forma y(x) = u(x)z(x)
Derivando e sostituendo nellequazione otteniamo che
u00 z + 2u0 z 0 + uz 00 = au0 z + auz 0 + buz
e, tenuto conto che z e` soluzione,
u00 z + 2u0 z 0 au0 z = 0
Posto v = u0 si ha
v 0 z + v(2z 0 az) = 0
e quindi, poiche z 6= 0,
z0
v + v(2 a) = 0.
z
Se ne deduce che deve essere
0

v(x) = e

Rx
xo

R
z 0 (t)
dt+ xxo
z(t)

a(t)dt

e quindi

v(x) =

z(x0 )
z(x)

2

Rx

xo

a(t)dt

Pertanto una soluzione sar`a


v(x) =

Rx
1
x0 a(t)dt
e
(z(x))2

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

e
Z

195

Rt
1
xo a(s)ds dt
e
2
(z(t))
x0
da cui si pu`o ricavare la soluzione cercata.
La soluzione trovata risulta linearmente indipendente da z. Se infatti
Z x
Rt
1
xo a(s)ds dt = 0
c1 z(x) + c2 z(x)
e
2
(z(t))
x0

u(x) =

per ogni x si ha, per x = x0


c1 z(x0 ) = 0 e c1 = 0
Ne viene anche che
Z

c2 z(x)
x0

Rt
1
xo a(s)ds dt = 0
e
(z(t))2

e c2 = 0 in quanto il secondo fattore non pu`o mai annullarsi, se x 6= x0 .


Possiamo pertanto scrivere lintegrale generale dellequazione data come


Z x
Rt
1
a(s)ds
y(x) = z(x) c1 + c2
e x0
dt .
2
x0 (z(t))
Ci occupiamo ora della soluzione di equazioni e sistemi differenziali
lineari a coefficienti costanti della forma
Y 0 (x) = AY (x) + B(x)
Y 0 (x) = AY (x)
y (n) (x) =

n
X

ak y (k1) (x) + b(x)

k=1

(n)

(x) =

n
X

ak y (k1) (x)

k=1

In pratica lintegrale generale di unequazione differenziale lineare di


ordine n
n
X
(n)
y (x) =
ak y (k1) (x)
k=1

si pu`o determinare come segue


(1) si considera il polinomio caratteristico associato allequazione data
P () = n

n
X

ak k1

k=1

che si ottiene sostituendo formalmente la quantit`a algebrica k ad


y (k) (x)

196

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

(2) si trovano le n soluzioni, reali o complesse e coniugate, dellequazione (a coefficienti reali)


P () = 0
Consideriamo ogni soluzione 1 , .., r con la sua molteplicit`a 1 , .., r
(3) in corrispondenza ad ogni valore , avente molteplicit`a ,
se e` reale si considerano le funzioni
(22.21)

y1 (x) = ex

y2 (x) = xex

y (x) = x1 ex

se = + e` complesso, allora anche il suo complesso


coniugato = e` autovalore in quanto i coefficienti
dellequazione sono reali, e si considerano le funzioni
(22.22)
u1 (x) = ex sin x u2 (x) = xex sin x
(22.23)
v1 (x) = ex cos x v2 (x) = xex cos x

u (x) = x1 ex sin x

v (x) = x1 ex cos x

Si verifica che le soluzioni trovate sono tra loro linearmente


indipendenti.
(4) Si trovano cos`
in corrispondenza di ogni soluzione reale , soluzioni del
sistema linearmente indipendenti
in corrispondenza di ogni soluzione complessa e della sua
coniugata, 2 soluzioni del sistema linearmente indipendenti
(5) siano
y 1 , y2 , y3 , . . . , y n
le soluzioni trovate nei punti precedenti.
Avremo che le soluzioni sono proprio n in quanto la somma del
numero delle soluzioni, contate con la loro molteplicit`a, e` proprio
n per il teorema fondamentale dellalgebra.
La soluzione dellequazione sar`a pertanto
y(x) =

n
X

ci yi (x)

i=1

In pratica lintegrale generale del sistema Y 0 = AY si pu`o determinare


come segue
(1) si trovano gli autovalori della matrice A, 1 , .., r e la loro molteplicit`a 1 , .., r ;
(2) in corrispondenza ad ogni valore di A, avente molteplicit`a ,
se e` reale si considerano le funzioni
(22.24)

y1 (x) = ex

y2 (x) = xex

y (x) = x1 ex

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

197

se e` complesso, allora anche il suo complesso coniugato e`


autovalore in quanto i coefficienti del sistema sono reali, e si
considerano le funzioni
(22.25)
u1 (x) = ex sin x u2 (x) = xex sin x
(22.26)
v1 (x) = ex cos x v2 (x) = xex cos x

u (x) = x1 ex sin x

v (x) = x1 ex cos x

Si verifica che le soluzioni trovate sono tra loro linearmente


indipendenti.
(3) Si trovano cos`
in corrispondenza di ogni autovalore reale , soluzioni del
sistema linearmente indipendenti
in corrispondenza di ogni autovalore complesso e del suo coniugato, 2 soluzioni del sistema linearmente indipendenti
(4) siano
y 1 , y2 , y3 , . . . , y n
le soluzioni trovate nei punti precedenti.
Avremo che le soluzioni sono proprio n in quanto la somma
del numero delle soluzioni, contate con la loro molteplicit`a, e` proprio n per il teorema fondamentale dellalgebra e possiamo cercare
soluzioni
Y = (Yj )
del sistema omogeneo che abbiano come componenti delle combinazioni lineari delle funzioni yi cio`e
Yj (x) =

n
X

ci,j yi (x)

i=1

(5) Le costanti introdotte ci,j sono in numero di n2 e quindi superiore al numero di costanti n necessario e sufficiente per descrivere
lintegrale generale del sistema differenziale lineare omogeneo di
ordine n; onde determinare solo n costanti si procede quindi sostituendo nel sistema ed usando le uguaglianze trovate per ridurre il
numero di costanti libere ad n
Abbiamo con ci`o gli strumenti per risolvere ogni equazione differenziale ed ogni sistema differenziale lineare omogeneo, a coefficienti costanti;
per risolvere i corrispondenti problemi non omogenei sar`a sufficiente trovare una soluzione particolare dei problemi non omogenei stessi. Ci`o pu`o
essere fatto, in generale, usando il metodo di variazione delle costanti di Lagrange, ma, nel caso dei coefficienti costanti, possiamo, se inoltre il termine
noto e` di forma particolarmente semplice, trovare una soluzione particolare
di forma similmente semplice.
Pi`u precisamente possiamo affermare che:

198

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

(1) Se consideriamo lequazione differenziale non omogenea 22.3 e se


b(x) = q(x)ex
dove C e q e` un polinomio di grado m a coefficienti complessi,
si pu`o trovare un polinomio r di grado al pi`u m tale che, se e` la
molteplicit`a di come radice del polinomio caratteristico P ,
y(x) = x r(x)ex
sia soluzione dellequazione 22.3.
(2) Se consideriamo il sistema differenziale non omogeneo 22.4 e se
B(x) = Q(x)ex
dove Q e` un vettore colonna i cui elementi sono polinomi a coefficienti complessi, di grado minore o uguale ad m, si pu`o trovare un
vettore colonna R i cui elementi sono polinomi a coefficienti complessi di grado al pi`u m + , dove e` la molteplicit`a di come
radice del polinomio caratteristico P della matrice A, tale che
Y (x) = R(x)ex
risolve il sistema 22.4.
Si pu`o inoltre provare che, nel caso in cui i coefficienti siano reali,
(1) Se
b(x) = ex [q1 (x) cos(x) + q2 (x) sin(x)]
dove q1 e q2 sono polinomi a coefficienti reali di grado massimo m
e i e` radice del polinomio caratteristico P di molteplicit`a ,
si possono trovare due polinomi r1 , r2 di grado al pi`u m tali che
y(x) = x ex [r1 (x) cos(x) + r2 (x) sin(x)]
sia soluzione della 22.3.
(2) Se
B(x) = ex [Q1 (x) cos(x) + Q2 (x) sin(x)]
dove Q1 e Q2 sono vettori colonna i cui elementi sono polinomi a
coefficienti reali di grado al pi`u m e i e` radice del polinomio caratteristico della matrice A con molteplicit`a , si possono
trovare R1 ed R2 , vettori colonna i cui elementi sono polinomi a
coefficienti reali di grado al pi`u m + , tali che
Y (x) = ex [R1 (x) cos(x) + R2 (x) sin(x)]
sia soluzione del sistema 22.4.

1. LOSCILLATORE ARMONICO

199

1. Loscillatore armonico
Un esempio molto importante di modello matematico che utilizza la teoria delle equazioni differenziali lineari e` costituto dalloscillatore armonico.
Si consideri lequazione del secondo ordine
(22.27)

x(t) + 2hx0 (t) + 2 x(t) = K sin(t)

dove h, K, > 0.
Essa pu`o descrivere il comportamento di diversi sistemi reali quali,
(1) un punto materiale soggetto ad una forza di richiamo proporzionale alla distanza ed ad forza di attrito proporzionale alla velocit`a,
sollecitato da una forza esterna sinusoidale di ampiezza K e di
frequenza .
(2) lintensit`a di corrente che circola in un circuito RLC alimentato da
una forza elettromotrice sinusoidale.
Le soluzioni dellequazione sono date da:
(1) Se h >
x(t) = c1 e(h+)t + c2 e(h)t + x(t)
I grafici di possibili soluzioni sono riportati nelle figure

F IGURA 22.1. Soluzioni del polinomio caratteristico reali


distinte una positiva ed una negativa

F IGURA 22.2. Soluzioni del polinomio caratteristico reali


distinte una positiva ed una negativa
(2) Se h =
x(t) = c1 eht + c2 teht + x(t)
I grafici di possibili soluzioni sono riportati nelle figure

200

22. SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI LINEARI

F IGURA 22.3. Soluzioni del polinomio caratteristico reali


distinte entrambe positive

F IGURA 22.4. Soluzioni del polinomio caratteristico complesse e coniugate con parte reale negativa
(3) Se h <
x(t) = eht (c1 sin(t) + c2 cos(t)) + x(t)
I grafici di possibili soluzioni sono riportati nelle figure

F IGURA 22.5. Soluzioni del polinomio caratteristico reali


coincidenti negative
dove
x(t) = sin(t) + b cos(t) = A sin(t )
ed inoltre si e` posto
= |h2 2 |1/2
2 2
4h2 2 + ( 2 2 )2
2h
b = K 2 2
4h + ( 2 2 )2
a=K

1. LOSCILLATORE ARMONICO

A= p

201

K
4h2 2

+ ( 2 2 )2
a
= arccos
A
Nel caso in cui h = 0 lequazione diventa
x(t) + 2 x(t) = K sin(t)
con k, > 0 e rappresenta un oscillatore armonico non smorzato sollecitato
da una forza esterna sinusoidale.
Le soluzioni in questo caso sono
(1) Se 6=
K
x(t) = c1 sin(t) + c2 cos(t) + 2
sin(t)
2
(2) Se =
K
x(t) = c1 sin(t) + c2 cos(t)
t cos(t)
2

F IGURA 22.6. Grafico di A in funzione di ed

(22.28) A =

K
=
(4h2 2 + ( 2 2 )2 )1/2
=

K/ 2
(4(h/)2 (/)2 + (1 (/)2 )2 )1/2

con
K/ 2 = .5

Elenco delle figure


2.1
2.2
2.3

Costruzione della somma di due numeri reali


Costruzione del prodotto di due numeri reali
Sistema di riferimento Cartesiano

12
12
25

4.1
4.2
4.3
4.4
4.5
4.6
4.7
4.8
4.9
4.10
4.11
4.12
4.13
4.14
4.15
4.16
4.17
4.18
4.19
4.20
4.21
4.22
4.23

Potenze ad esponente naturale


Radici ad esponente naturale
Potenze ad esponente negativo
Potenze ad esponente positivo
Potenze ad esponente reale
Esponenziali di base a > 1
Esponenziali di base a, 0 < a < 1
Esponenziali
Logaritmi in base maggiore di 1
Logaritmi in base minore di 1
Logaritmi
Una poligonale inscritta
Definizione di radiante
Definizione di sin e cos
Grafico della funzione sin
grafico della funzione cos
grafico della funzione tan
Grafico della funzione arcsin
Grafico della funzione arccos
Grafico della funzione arctan
Grafico della funzione arctan(tan)
grafico della funzione arcsin(sin)
Grafico della funzione arccos(cos)

35
35
36
38
40
41
42
42
43
44
45
45
46
47
47
48
49
49
50
51
52
52
53

14.1
14.2
14.3
14.4

119
120
120
122
203

204

ELENCO DELLE FIGURE

14.5
14.6
14.7
14.8

123
124
125
126

17.1
17.2
17.3
17.4

137
Confronto tra somme superiori e somme inferiori
139
Confronto tra U (f, Pn ) L(f, Pn ) e U (f, P ) L(f, P )143
Integrabilit`a delle funzioni monotone
146

18.1
18.2

Grafico di f (x)
Grafico di g(x)

159
160

19.1
19.2

Un punto materiale soggetto alla gravit`a


Il sistema di riferimento

163
164

21.1
21.2
21.3
21.4
21.5
21.6
21.7
22.1
22.2
22.3
22.4
22.5
22.6

176
177
178
179
181
182
183
Soluzioni del polinomio caratteristico reali distinte una
positiva ed una negativa
Soluzioni del polinomio caratteristico reali distinte una
positiva ed una negativa
Soluzioni del polinomio caratteristico reali distinte
entrambe positive
Soluzioni del polinomio caratteristico complesse e
coniugate con parte reale negativa
Soluzioni del polinomio caratteristico reali coincidenti
negative
Grafico di A in funzione di ed

199
199
200
200
200
201

Indice
Capitolo 1.

UN PO DI LOGICA

Capitolo 2. I NUMERI REALI


1. Rappresentazione dei numeri naturali in base b
2. Approssimazione dei numeri reali in base b

9
19
22

Capitolo 3.

27

FUNZIONI REALI DI UNA VARIABILE REALE

Capitolo 4. LE FUNZIONI ELEMENTARI


1. Le funzioni Potenze
2. La funzione esponenziale
3. La funzione logaritmo
4. Le funzioni trigonometriche

33
33
40
41
44

Capitolo 5.

55

DEFINIZIONE DI LIMITE E SUE CONSEGUENZE

Capitolo 6. LE SUCCESSIONI
1. Infinitesimi ed Infiniti

63
76

`
LA CONTINUITA

79

Capitolo 7.

`
Capitolo 8. I TEOREMI SULLA CONTINUITA

81

`
LA DERIVABILITA.

87

Capitolo 9.
Capitolo 10.

I TEOREMI DI ROLLE, LAGRANGE E CAUCHY.

95

Capitolo 11.

LA REGOLA DI DE LHOPITAL

99

Capitolo 12.

LA FORMULA DI TAYLOR

Capitolo 13. QUALCHE SVILUPPO DI TAYLOR NOTEVOLE


1. Lo sviluppo di McLaurin di ex
2. Lo sviluppo di McLaurin di sin x
3. Lo sviluppo di McLaurin di cos x
4. Lo sviluppo di McLaurin di ln(1
+ x)
5. Lo sviluppo di McLaurin di 1 + x
1
6. Lo sviluppo di McLaurin di 1x
7. Come ricavare altri sviluppi

103
109
109
110
111
112
113
114
116

Capitolo 14.

`
LA CONVESSITA

119

Capitolo 15.

ESTREMI RELATIVI E ASINTOTI.

129

205

206

INDICE

Capitolo 16. RICERCA NUMERICA DI ZERI E MINIMI.

133

Capitolo 17. INTEGRAZIONE.

135

Capitolo 18. QUALCHE STUDIO DI FUNZIONE INTEGRALE


1. Esempio
2. Esempio
3. Esempio

157
158
160
161

Capitolo 19. INTRODUZIONE AI MODELLI DIFFERENZIALI

163

Capitolo 20.

EQUAZIONI DIFFERENZIALI A VARIABILI


SEPARABILI.

Capitolo 21. ESEMPI NOTEVOLI DI PROBLEMI DI CAUCHY


1. Esempio
2. Esempio
3. Esempio
4. Esempio
5. Esempio
6. Esempio
7. Esempio

175
175
176
177
178
180
181
183

Capitolo 22.
1.

SISTEMI ED EQUAZIONI DIFFERENZIALI


LINEARI
Loscillatore armonico

169

Elenco delle figure

185
199
203

Indice analitico

Symbols

continua in D, 79
convessa, 122
crescente, 29, 64, 174
Criterio di Cauchy, 75
Criterio di convergenza di Cauchy, 68

0, 9
1, 10
cos(x), 46
sin(x), 46
tan(x), 48
e` implicato, 4

D
De-Morgan, 6
decrescente, 29
dei numeri razionali, 12
derivabile, 87
derivata, 87
derivata destra, 88
derivata seconda, 92
derivata sinistra, 88
destrorsa, 24
differenziabile, 89
differenziabilit`a, 89
differenziale, 199
dimostrazione per assurdo, 5
divergente, 64
dominio, 27

Bolzano-Weierstra , 66
complementare, 6
Criterio di Cauchy, 62
integrale indefinito, 149
integrale inferiore, 139
integrale superiore, 139
intersezione, 6
Principio di Archimede, 16
prodotto cartesiano, 6
relazione di equivalenza, 6
semifattoriale, 70
somma di Cauchy-Riemann, 138

and, 3
aperto, 25, 26
Approssimazione dei numeri reali in base b, 22
argomento di f, 27
asintoto, 131
assi cartesiani, 24

elemento neutro, 9, 21
elemento neutro rispetto alla moltiplicazione, 10
elemento neutro rispetto alla somma, 9
elemento separatore, 10
equazione differenziale, 169
equivalente, 4
esponenziale, 40
estremo inferiore, 15
estremo superiore, 15

B
binomio di Newton, 71

chiuso, 26
coefficiente binomiale, 70
compatto, 26
concava, 127
condizione di integrabilit`a, 140
continua, 79

fattoriale, 70
flesso, 127
formula di Taylor, 103
Formula di Taylor con il resto di Lagrange , 106
207

208

INDICE ANALITICO

Formula di Taylor con il resto di Peano ,


105
funzione, 27, 28
funzione limitata, 30
funzione composta, 28
funzione dispari, 29
funzione logaritmo, 41
funzione pari, 29
funzione potenza ad esponente razionale,
37
funzione superiormente limitata, 30
funzioni trigonometriche, 44

G
grafico, 27
Gronwall, 173

I
implica, 4
inferiormente limitato, 14
infinitesimo campione, 76
iniettiva, 28
insieme, 5
insieme compatto, 76
insieme dei numeri interi, 14
insieme dei numeri razionali, 14
insieme derivato, 55
insieme induttivo, 12
integrabile, 139
integrabile secondo Cauchy-Riemann, 140
integrale generale, 186, 195, 196
integrazione per parti, 150
integrazione per sostituzione, 151
intorno bucato di centro x e ampiezza ,
55
intorno di centro x e ampiezza , 55
inversa, 28
inverso rispetto alladdizione, 10
inverso rispetto alla moltiplicazione, 10
invertibile, 28

L
lintegrale generale, 185
legge del terzo escluso, 4
legge di cancellazione, 11
legge di non contraddizione, 4
limitato, 14, 26
limite, 55
lineare, 199
logaritmo naturale, 73
lunghezza di un arco, 44

M
maggiorante, 14
massimo, 14
matrice fondamentale, 188
metodo della regula falsi, 133
Metodo della regula falsi, 134
metodo delle tangenti, 133
metodo di Lagrange di variazione delle
costanti arbitrarie , 193
metodo di Newton, 133
Metodo di Newton (o delle tangenti), 133
minimo, 14
minorante, 14
modulo, 17
monometrica, 25
monot`ona, 29

N
norma, 17
not, 3
notazione binaria, 21
notazione decimale, 21
notazione esadecimale, 21
notazione ottale, 21
numeri decimali finiti, 24
numeri interi, 12
numeri naturali, 12
numeri reali, 9

O
or, 3
ordine di infinitesimo, 76
ordine di infinito, 76
origine, 24
ortogonale, 24
oscillatore armonico, 199

P
parte intera, 17
partizione dellintervallo, 135
partizione di [a, b], 137
partizione pi`u fine, 138
periodica, 48
potenza, 18
potenza ad esponente frazionario, 36
potenza ad esponente reale, 38
potenza di esponente n, 33
potenze ad esponente negativo, 34
primitiva, 149
principio di induzione, 13
problema di Cauchy, 169171, 186
prodotto cartesiano, 24

INDICE ANALITICO

prolungamento, 28
proposizione, 3
punto di accumulazione, 55
punto di massimo assoluto, 30
punto di minimo assoluto, 30

R
radiante, 46
radice n-esima, 34
rango, 27
Rappresentazione dei numeri naturali in
base b, 19
regola di De lHopital, 99
relazione binaria, 5
relazione dordine, 6
restrizione, 28

S
sinistrorsa, 24
sistema cartesiano, 25
sistema fondamentale di soluzioni, 191
somme inferiori, 138
somme superiori, 138
strettamente convessa, 122
strettamente crescente, 29
strettamente decrescente, 29
strettamente monot`ona, 29
successione, 63
successione convergente, 64
successione crescente, 65
successione estratta, 64
successione ordinata di partizioni, 138
superiormente limitato, 14
surgettiva, 28
sviluppo di McLaurin di cos x, 111
sviluppo di McLaurin di sin x, 110
sviluppo di McLaurin di ex , 109

T
tabella di verit`a, 3
teorema degli zeri, 81
teorema dei valori intermedi, 82
teorema della media, 148
teorema di Weierstra, 82
teorema di Cauchy, 97
teorema di Lagrange, 96
teorema di Peano, 96
teorema di Rolle, 95
triangolo di Tartaglia, 70, 71

U
unione, 6

209

V
valore assoluto, 17
variabili separabili, 169
vuoto, 6

W
wronskiano, 189

X
xor, 3

Z
zero, 21