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Cartesio, Discorso sul metodo

in Opere filosofiche, Roma-Bari, Laterza, 1967, vol. I.


Il Discorso sul metodo stato pubblicato nel 1637, come introduzione a tre trattati scientifici:
Diottrica, Meteore e Geometria. una delle opere pi note della filosofia di ogni tempo e
costituisce un esempio di procedimento argomentativo rigoroso.
Il Discorso si suddivide in sei parti, il cui contenuto riassunto dallo stesso Cartesio in una nota
introduttiva.
CARTESIO O1
Se questo discorso sembra troppo lungo per esser letto in una sola volta, si potr dividere in sei parti. Nella prima si
troveranno varie considerazioni che riguardano le scienze. Nella seconda, le principali regole del metodo cercato
dall'autore. Nella terza, alcune regole di una morale ch'egli ha ricavata da questo metodo. Nella quarta, le ragioni con le
quali egli dimostra l'esistenza di Dio e dell'anima umana, che sono i fondamenti della sua metafisica. Nella quinta,
l'ordine delle questioni di fisica da lui studiate, e in particolare la spiegazione del movimento del cuore e la soluzione di
alcune difficolt proprie della medicina; poi, anche, la differenza ch' tra la nostra anima e quella delle bestie. Nella
sesta e ultima, si troveranno le cose ch'egli crede necessarie per progredire nello studio della natura pi di quel che s'
fatto fin qui, e quali ragioni l'hanno indotto a scrivere.
Discorso sul metodo, Premessa, in Opere filosofiche , vol. I, p. 131.

PARTE PRIMA
L'opera si apre con la constatazione che ogni uomo dotato della ragione necessaria per la
conoscenza, ma pochi la usano bene. Sorge perci l'esigenza di un metodo che la guidi.
CARTESIO O2: Limportanza del metodo
Il buon senso la cosa nel mondo meglio ripartita: ciascuno, infatti, pensa di esserne ben provvisto, e anche coloro che
sono i pi difficili ad accontentarsi in ogni altra cosa, per questa non ne desiderano di pi. N verosimile che tutti
singannino; anzi ci dimostra che la facolt di ben giudicare e di distinguere il vero dal falso (che propriamente ci
che si dice il buon senso o ragione) eguale per natura in tutti gli uomini, e che la diversit delle opinioni non deriva dal
fatto che gli uni siano pi ragionevoli degli altri, ma solamente dal condurre i nostri pensieri per vie diverse e dal non
considerare le stesse cose. Poich non basta avere un buon ingegno: ci che pi importa di applicarlo bene. Le anime
pi grandi sono capaci dei maggiori vizi come delle maggiori virt; e quelli che seguono sempre la via dritta, anche se
camminano pi lentamente, possono andare molto pi innanzi di coloro che, correndo, se ne allontanano.
Discorso sul metodo, parte I, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 131-32.

Cartesio presenta la propria opera non come un trattato o una guida per altri, ma come il racconto
della propria esperienza, ed inizia quindi ricordando i propri studi e la propria formazione in uno dei
collegi gesuiti pi noti all'epoca in Europa, La Flche.
Il ricordo degli studi l'occasione per una critica al sapere tradizionale, tutto condannato, ad
eccezione di quello matematico. La matematica l'unica scienza che mostra un progresso dato
dalla somma delle ricerche e delle scoperte che si sono succedute nel tempo. Negli altri ambiti,
invece, e particolarmente in filosofia, non c' stato progresso, ma ogni studioso ha ricominciato da
capo, a causa della mancanza di solide fondamenta e di un metodo adeguato.
Deluso dalla conoscenza libresca, Cartesio decide allora di conoscere direttamente il grande libro
del mondo, intraprendendo molti viaggi tra popoli diversi.
CARTESIO O3
Ecco perch, appena l'et mi permise di uscire dalla tela dei miei precettori, abbandonai interamente lo studio, e risolsi
di non cercare altra scienza fuori di quella che potevo trovare in me stesso o nel gran libro del mondo. Impiegai,
dunque, il resto della mia giovinezza a viaggiare, a vedere corti e uomini d'armi, a frequentare genti di altra indole e
condizione, a far tesoro di una diversa esperienza per mettere me stesso alla prova nei casi che la fortuna mi offrisse e
trarne, cos, con la riflessione, qualche profitto. Mi pareva, infatti, che avrei trovato molto pi di verit nei ragionamenti

che ognuno fa riguardo agli affari suoi, per i quali egli punito subito se sbaglia, che non in quelli di chi, chiuso nel suo
studio, sta attorno a speculazioni di nessun effetto pratico, salvo quello forse di renderlo tanto pi vanitoso quanto pi
esse sono lontane dal senso comune, e quanto pi ingegno e artificio egli ha dovuto impiegare per farle apparire
verosimili. Ed io, invece, avevo sempre un ardente desiderio d'imparare a distinguere il vero dal falso per veder chiaro
nelle mie azioni e camminare con sicurezza nella vita.
Vero che considerando i costumi degli altri uomini trovavo poco o nulla di rassicurante: vi trovavo, anzi, quasi
altrettanta disparit di vedute quanta avevo riscontrata prima tra le opinioni dei filosofi. S che il maggior profitto che ne
cavavo era nel vedere accolte e approvate da altri grandi popoli molte cose che a noi sembrano stravaganti e ridicole,
per cui imparavo a non prestar troppa fede a nulla di cui mi si volesse persuadere soltanto con l'esempio e l'abitudine.
Mi venni, cos, liberando a poco a poco di molti errori, che possono offuscare il nostro lume naturale e renderci meno
capaci a ragionare.
Ma, dopo di avere cos impiegato alcuni anni a studiare nel libro del mondo e a farne esperienza, presi un giorno la
risoluzione di studiare anche in me stesso, e d'impiegare tutte le forze del mio ingegno a scegliere il cammino da
seguire. Questo, a mio avviso, mi riusc assai meglio che se non mi fossi allontanato mai n dal mio paese n dai miei
libri.
Discorso sul metodo, parte I, in Opere filosofiche , vol. I, pp. 136-37.

PARTE SECONDA
Nella seconda parte Cartesio intraprende la costruzione del nuovo metodo, fissandone le regole.
Premette due esigenze alla costruzione del metodo: esso deve essere opera di una sola persona e
deve rifondare il sapere dalle fondamenta, eliminando ogni tentativo di restaurare quello precedente.
CARTESIO O4
In quel tempo ero in Germania, dove l'occasione delle guerre, col non ancora finite, mi aveva chiamato; e nel ritornare
dall'incoronazione dell'imperatore verso l'armata, il principio dell'inverno mi sorprese in un quartiere, dove, non
trovando alcuna conversazione che mi distraesse, e, d'altra parte, non avendo, per fortuna, cure e passioni che mi
turbassero, me ne stavo tutto il giorno solo, chiuso in una camera ben riscaldata, dove avevo tutto l'agio d'intrattenermi
con i miei pensieri. Ma sopra tutti gli altri attir la mia attenzione questo pensiero: che non vi quasi mai tanta
perfezione nelle opere composte di pezzi fatti da artefici diversi quanta in quelle costruite da uno solo. Gli edifici, ad
esempio, cominciati e condotti a termine da un solo architetto, di solito, son pi belli e meglio ordinati di quelli che
sono stati riadattati pi volte servendosi di vecchi muri tirati su per tutt'altro scopo. Cos, le citt antiche, che un tempo
erano borghi, e si sono col tempo sempre pi ingrandite, appaiono ordinariamente tanto mal proporzionate a confronto
di quelle costruite da un ingegnere secondo un piano da lui immaginato, che, sebbene gli edifici, separatamente
considerati, siano talora anche pi belli, tuttavia a guardare come sono disposti, qui uno grande, l uno piccolo, e come
rendono le vie storte e ineguali, si direbbe che non alla volont di uomini ragionevoli, ma al caso si deve la loro
composizione. Eppure in ogni tempo ci sono stati uffiziali preposti alle fabbriche dei privati perch non disdicessero al
pubblico decoro: il che prova quanto sia difficile far cose perfette lavorando su le opere altrui.
Si dica similmente dei popoli passati lentamente dallo stato semiselvaggio a quello di civilt: la loro legislazione, messa
insieme via via che i delitti e i litigi ve li hanno costretti, non pu essere cos perfetta come quella dei popoli che sin dal
principio hanno osservato le costituzioni di qualche saggio legislatore. Per questa ragione nessuno Stato pu essere cos
bene ordinato come quello della vera religione, di cui Dio solo il fondatore. E, per parlare soltanto delle cose umane,
io credo che, se Sparta stata un tempo cos fiorente, ci si deve, non alla bont delle sue leggi particolari - delle quali
ve n'erano alcune abbastanza strane e anche contrarie ai buoni costumi -, ma al fatto che, dettate da uno solo, tendevano
tutte a uno stesso fine.
Ma si dica lo stesso per quelle scienze le cui ragioni, non fondate su dimostrazioni, sono soltanto probabili: formate e
cresciute a poco a poco con le opinioni di molte e molto diverse persone, esse non arrivano alla verit dei ragionamenti
che pu fare, su le cose che si presentano da s, un semplice uomo di buon senso. Avviene, cos, che, essendo stati noi
tutti fanciulli prima che uomini, e per in bala dei nostri appetiti, e bisognosi per lungo tempo di precettori, spesso
contrari gli uni agli altri e forse non sempre capaci di consigliarci per il meglio, quasi impossibile che i nostri giudizi
siano cos puri e solidi come se avessimo avuto sin dalla nascita l'uso intero della ragione e fossimo stati guidati sempre
soltanto da essa.
ben vero che non si mai visto buttar gi tutte le case d'una citt al solo scopo di rifarle in altro modo e rendere, cos,
le vie pi belle; e tuttavia si vede molte volte che uno fa abbattere la propria casa per ricostruirla, e che qualche volta vi
costretto perch si accorto che le sue fondamenta non sono solide, e ch' in pericolo di cadere da s. Analogamente,
non punto probabile, n ragionevole, che a un privato venga in mente di riformare lo Stato mutandolo tutto dalle
fondamenta, o anche solo di riformare il corpo delle scienze e l'ordine stabilito nelle scuole per insegnarle. Ma io, per
me, delle opinioni fin allora accolte senza esame, non potevo far di meglio che disfarmi una buona volta per
procurarmene delle migliori, o anche per riaccogliere quelle stesse, se le avessi riconosciute ragionevolmente fondate:

credetti fermamente di riuscire, con questo mezzo, a condurre la mia vita molto meglio che se avessi costruito su vecchi
fondamenti o mi fossi appoggiato soltanto su i principi accolti, senz'averne mai scrutata la verit, nella mia giovinezza.
Discorso sul metodo, parte II, in Opere filosofiche , vol. I, pp. 137-39.

Ricostruire dalle fondamenta non impedisce per di guardare al sapere precedente per trovarvi
qualche riferimento. La matematica, in particolare, sembra rappresentare un modello per la
conoscenza, non tanto nei suoi contenuti, che non convincono Cartesio, quanto nel modo di
procedere, cio nel metodo deduttivo, che muove da assiomi e da verit autoevidenti per ricavarne,
attraverso il ragionamento e la dimostrazione, i teoremi.
CARTESIO O5
Avevo studiato un po' quando ero pi giovane, tra le parti della filosofia, la logica, e, tra le matematiche, l'analisi
geometrica e l'algebra: tre arti o scienze, dalle quali speravo cavar qualche aiuto per il mio disegno. Ma, nell'esaminarle,
mi accorsi che m'ero ingannato. I sillogismi e la maggior parte dei precetti della logica servono piuttosto a spiegare agli
altri le cose che gi si sanno, ovvero anche, come l'arte di Lullo, a parlare senza discernimento delle cose che uno
ignora, invece d'impararle. Quella logica contiene, senza dubbio, anche precetti ottimi, verissimi, ma, mescolati con
quelli, ne ha tanti altri nocivi, o per lo meno inutili, che separarli un'impresa ardua, come quella di cavar fuori una
Diana o una Minerva da un blocco di marmo neppure sbozzato. E quanto all'analisi degli antichi e all'algebra dei
moderni, oltre che riguardano materie astrattissime e di poco uso in pratica, da notare che la prima cos legata alla
considerazione delle figure che non pu esercitare l'intelligenza senza stancare molto l'immaginazione, e la seconda s'
talmente assoggettata a certe regole e a certe cifre da apparire un'arte confusa e oscura per imbarazzare l'intelligenza
piuttosto che una scienza per coltivarla.
Bisognava, dunque, che io cercassi un altro metodo, il quale, riunendo i vantaggi di questi tre, fosse esente dai loro
difetti. E come la moltitudine delle leggi fornisce spesso una scusa all'ignoranza e al vizio, per cui uno Stato tanto
meglio regolato quanto meno ne ha, ma rigorosamente osservate; cos, invece di quel gran numero di regole di cui la
logica composta, pensai che ne avrei avuto abbastanza di queste quattro, purch prendessi la ferma e costante
risoluzione di non venir meno neppure una volta alla loro osservanza.
La prima era di non accogliere mai nulla per vero che non conoscessi esser tale con evidenza: di evitare, cio,
accuratamente la precipitazione e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi nulla di pi di quello che si
presentava cos chiaramente e distintamente alla mia intelligenza da escludere ogni possibilit di dubbio.
La seconda era di dividere ogni problema preso a studiare in tante parti minori, quante fosse possibile e necessario per
meglio risolverlo.
La terza, di condurre con ordine i miei pensieri, cominciando dagli oggetti pi semplici e pi facili a conoscere, per
salire a poco a poco, come per gradi, sino alla conoscenza dei pi complessi; e supponendo un ordine anche tra quelli di
cui gli uni non precedono naturalmente gli altri.
Lultima, di far dovunque enumerazioni cos complete e revisioni cos generali da esser sicuro di non aver omesso nulla.
Quelle catene di ragionamenti, lunghe, eppur semplici e facili, di cui i geometri si servono per pervenire alle loro pi
difficili dimostrazioni, mi diedero motivo a supporre che nello stesso modo si susseguissero tutte le cose di cui luomo
pu avere conoscenza, e che, ove si faccia attenzione di non accoglierne alcuna per vera quando non lo sia, e si osservi
sempre lordine necessario per dedurre le une dalle altre, non ce ne fossero di cos lontane alle quali non si potesse
arrivare, n di cos nascoste che non si potessero scoprire. Da quali cominciare, non tardai molto a stabilire: ch sapevo
gi che dovevano essere le pi semplici e facili a conoscersi. Considerando, quindi, come, fra tutti quanti hanno finora
cercata la verit nelle scienze, soltanto i matematici sono riusciti a trovare alcune dimostrazioni o ragionamenti certi ed
evidenti, non dubitai che quelle fossero le verit prime da esaminare, sebbene non ne sperassi altro vantaggio che di
abituare la mia intelligenza alla ricerca fondata sul vero e non su falsi ragionamenti.
Discorso sul metodo, parte II, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 141-43.

La nuova matematica costituisce quindi il metodo del sapere, che pu essere utilmente applicato
alla filosofia. Mancano per, in questo ambito, gli assiomi e le verit indubitabili che caratterizzano
la matematica. La ricerca di tali verit dovr pertanto costituire il primo compito del nuovo metodo.
CARTESIO O6
Oso dire che l'esatta osservanza di quei pochi precetti, che mi ero prefisso, mi diede subito una grande facilit a
distrigare tutte le questioni comuni a queste due scienze; cominciando, infatti, dalle pi semplici e generali, e
servendomi delle verit trovate come di regola per trovare ordinatamente le altre, in due o tre mesi venni a capo di
parecchie questioni che in passato mi erano sembrate tra le pi difficili. Non solo. Ma mi sembr alla fine di poter
determinare, anche per quelle non ancora studiate, con quali mezzi e fino a qual punto era possibile risolverle. N ci vi
deve apparire come una vanit, solo che consideriate come, essendo una sola la verit di ogni cosa, chiunque la trovi, ne
sa quanto se ne pu sapere: per cui, ad esempio, quando un ragazzo istruito in aritmetica ha fatto un'addizione secondo

le regole, pu esser sicuro d'aver trovato, rispetto alla somma, tutto quello che lo spirito umano pu saperne. D'altra
parte, un metodo che insegni veramente a seguir l'ordine e ad analizzare esattamente i dati di quel che si cerca, contiene
anche tutto ci che d certezza alle regole dell'aritmetica.
Ma quel che pi mi dava soddisfazione in questo metodo era la sicurezza di servirmi in tutto della mia ragione, se non
perfettamente, per lo meno nel modo migliore ch'io potevo. Si aggiunga che, praticandolo, la mia intelligenza, come ben
avvertivo, si abituava a poco a poco a concepire pi chiaramente e distintamente i suoi oggetti, s che, non avendola
vincolata a nessuna materia particolare, mi ripromettevo di applicarla ai problemi di altre scienze altrettanto utilmente
come a quelli dell'algebra. Non per questo, tuttavia, osai di pormi allo studio di esse senz'altro: il che sarebbe stato
contrario anche all'ordine che con un tal metodo mi ero prescritto. Anzi, riflettendo alla necessit, in cui queste scienze
si trovano, di derivare i loro principi dalla filosofia, dove non ne vedevo ancora di certi, pensai che mi bisognava
anzitutto tentare di stabilirne qualcuno proprio in questa. Ma questa era cosa di cui niun'altra era pi importante: dove la
precipitazione e la prevenzione sono pi da temere. Io avevo allora ventitr anni, e per pensai di non poterne venire a
capo finch non avessi un'et pi matura e non avessi impiegato tempo sufficiente a prepararmi, sia liberandomi
radicalmente da tutte le opinioni erronee accolte per l'innanzi nel mio spirito, sia facendo provvista di esperienze per
aver la materia dei miei ragionamenti, sia in fine con l'esercizio costante del mio metodo per impadronirmene sempre
meglio.
Discorso sul metodo, parte II, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 143-44.

PARTE TERZA
La terza parte interamente dedicata alla morale provvisoria. Se si pu vivere senza certezze in
ambito teoretico, in attesa di definire un metodo per la conoscenza che fondi un nuovo sapere, non
possibile vivere senza principi sul piano pratico. Occorre perci, secondo Cartesio, stabilirne alcuni
provvisori, prima di poterne ricavare di pi solidi dal nuovo sapere.
CARTESIO O7: La morale provvisoria
Prima di por mano alla ricostruzione della casa che abitiamo, non basta abbatterla e provvedere ai materiali e
allarchitetto, o farci noi stessi architetti e averne anche disegnato accuratamente il progetto; occorre, anzitutto,
provvedersi di un altro alloggio, dove sia possibile abitare comodamente finch durano i lavori. Cos io, per non restare
irresoluto nelle mie azioni mentre la ragione mi obbligava ad esserlo nei miei giudizi, e per non rinunziare sin da allora
a vivere quanto mi era possibile felicemente, mi formai una morale provvisoria, la quale si riduceva a tre o quattro
massime che mi piace qui esporre.
La prima era di obbedire alle leggi e ai costumi del mio paese, serbando fede alla religione nella quale Dio mi ha fatto la
grazia di essere educato sin dallinfanzia e regolandomi nel resto secondo le opinioni pi moderate, lontane da ogni
eccesso, e comunemente seguite dalle persone pi assennate, con le quali dovevo vivere. Io avevo deciso, infatti, di
prenderle tutte in esame, ma poich dovevo cominciare a non tener conto delle mie proprie, riconoscevo giusto di
seguire intanto quelle dei pi assennati. E bench fra Persiani e Cinesi ci siano forse uomini assennati quanto fra noi, mi
pareva molto pi utile regolarmi alla maniera di coloro con i quali dovevo condur la mia vita. Per saper poi quali
fossero veramente le loro convinzioni, pensavo che mi convenisse far attenzione pi alle loro azioni che alle loro parole:
non solo perch nella corruzione del costume pochi oggi vogliono dire tutto quello che pensano, ma anche perch molti
l'ignorano essi stessi. L'atto del pensiero, infatti, per cui si crede una cosa, diverso da quello per il quale si conosce di
crederla: s che l'uno non implica l'altro. E fra parecchie opinioni ugualmente accolte sceglievo le pi moderate: sia
perch in pratica sono sempre le pi comode e verosimilmente le migliori, ogni eccesso essendo di solito cattivo; sia
anche perch, prendendo la via di mezzo, nel caso che avessi sbagliato, mi sarei trovato sempre meno lontano dal retto
cammino che se avessi preso uno dei partiti estremi. Tra gli eccessi ponevo, in particolare, tutte le promesse per le quali
si limita in qualche modo la propria libert. Non gi ch'io disapprovassi quelle leggi, che per rendere duraturo qualche
buon proposito se uno ha lo spirito debole, o anche soltanto per garentire il commercio in cose per s indifferenti,
permettono di far voti o contratti che obbligano a perseverarvi; ma, non vedendo cosa alcuna al mondo durar sempre
allo stesso stato, e poich per conto mio mi ripromettevo di perfezionare sempre pi i miei giudizi, e non gi di renderli
peggiori, dovevo considerare come grave offesa al buon senso obbligarmi ad approvare sempre come buona una cosa
quand'anche cessasse di esserlo o io pi non la ritenessi tale.
La seconda massima era di esser fermo e risoluto, per quanto potevo, nelle mie azioni, e di seguire anche le opinioni pi
dubbie, una volta che avessi deciso di accettarle, con la stessa costanza come se fossero le pi sicure: imitando in ci i
viaggiatori, i quali, se si trovano smarriti in una foresta, non debbono aggirarsi ora di qua e ora di l, e tanto meno
fermarsi, ma camminare sempre nella stessa direzione, e non mutarla per deboli ragioni, ancorch labbiano scelta a
caso, perch, cos, anche se non vanno proprio dove desiderano, arriveranno per lo meno alla fine in qualche luogo dove
probabilmente si troveranno meglio che nel fitto della boscaglia. E cos, quando, come spesso accade nella vita, le
azioni non ammettono indugio, e non sia in poter nostro discernere le opinioni pi vere, non c' dubbio alcuno che
dobbiamo seguire le pi probabili; e se pure non notiamo maggiore probabilit nelle une che nelle altre, bisogna bene
nondimeno determinarci per alcune, e considerarle perci in sguito, praticamente, non pi come dubbie, anzi come

verissime e certissime, in quanto tale la ragione che ce le ha fatte preferire alle altre. Questa considerazione bast a
liberarmi, d'un tratto, dai pentimenti e rimorsi che sogliono agitare la coscienza degli spiriti deboli e sempre oscillanti, i
quali si lasciano andare, nell'agire, a cose che l per l giudicano buone e subito dopo mal fatte.
La mia terza massima fu di vincere sempre piuttosto me stesso che la fortuna, e di voler modificare piuttosto i miei
desideri che lordine delle cose nel mondo; e in generale di assuefarmi a credere che nulla allinfuori dei nostri pensieri
interamente in nostro potere, in modo che, quando abbiam fatto del nostro meglio riguardo alle cose che son fuori di
noi, se qualcosa non ci riesce, vuol dire chessa non dipende assolutamente da noi. Questa considerazione mi parve
sufficiente a impedirmi di nulla desiderare per lavvenire chio non potessi acquistare, e cos a farmi contento.
La nostra volont, infatti, non portata naturalmente a desiderare se non le cose che l'intelletto le rappresenta come
possibili: per cui, abituandoci a riguardare tutti i beni che son fuori di noi come ugualmente lontani dal nostro potere,
non proveremo maggior rimpianto di venir privati senza nostra colpa di quelli che paion dovuti alla nostra nascita, che
di non possedere i regni della Cina o del Messico. E facendo, come suol dirsi, di necessit virt, non desidereremo di
esser sani quando siamo malati, o d'esser liberi quando siamo in prigione, pi di quanto non desideriamo ora di avere un
corpo d'una materia cos poco corruttibile come il diamante o ali per volare come gli uccelli.
Confesso che c' bisogno di un lungo esercizio e di una meditazione spesso ripetuta per abituarsi a riguardare in questo
modo tutte le cose; e credo che in questo principalmente consistesse il segreto di quei filosofi che hanno potuto in altri
tempi sottrarsi all'impero della fortuna e, malgrado i dolori e la povert, gareggiare in felicit con i loro di. I limiti
prescritti all'uomo dalla natura erano a essi ognora cos presenti, che ci solo bastava a dar loro la perfetta convinzione
di non essere padroni di nulla se non dei propri pensieri, e per di doversi staccare da tutte le altre cose per poter
disporre di se stessi assolutamente: non a torto, quindi, si stimavano pi ricchi e pi potenti, pi liberi e pi felici di tutti
gli altri uomini, che sforniti della loro filosofia, per quanto favoriti dalla natura e dalla fortuna, non erano in grado di
disporre di se stessi secondo la propria volont.
In fine, a conchiusione di questa morale, mi proposi di fare una rassegna delle diverse occupazioni degli uomini nella
vita per scegliere quella che fosse la migliore per me. Ma, per tacere delle altre, vidi che la migliore era per me quella in
cui gi mi trovavo. Dovevo, dunque, continuare in essa e impiegare tutta la mia vita a coltivare la mia ragione e a
progredire per quanto potessi nella conoscenza della verit secondo il metodo che mi ero prescritto. Da questo metodo,
infatti, avevo ricavato gi tali soddisfazioni che non credevo potessero essercene di pi dolci e innocenti in questa vita;
e via via che scoprivo per mezzo suo verit importanti e comunemente ignorate dagli altri, la soddisfazione cresceva e
mi riempiva l'animo talmente che ogni altra cosa mi era indifferente.
Discorso sul metodo, parte III, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 144-47.

Definite le regole del metodo e quelle della morale provvisoria, Cartesio riprende a viaggiare,
studiando abitudini e opinioni e cercando di superare tutte le false conoscenze che avrebbero potuto
ingannarlo nell'applicazione del metodo. A nove anni di viaggi seguono otto di solitudine in Olanda,
durante i quali applica il metodo alla conoscenza e alla metafisica, mettendo a punto il proprio
sistema filosofico.
PARTE QUARTA
la parte pi nota del Discorso, quella in cui Cartesio passa dal dubbio metodico alla certezza del
metodo e alla dimostrazione dell'esistenza di Dio.
CARTESIO O8: La certezza di s come essere pensante
Non so se debbo intrattenermi su le prime meditazioni ch'io feci allora, poich esse sono talmente metafisiche e cos
poco comuni che forse pochi le troveranno di loro gradimento; pure, son costretto a parlarne, affinch ognuno possa
giudicare se sono abbastanza ben fondati i princpi posti a base della mia filosofia. Dianzi ho spiegato la ragione per cui
nei costumi talvolta necessario adottare e seguire anche le opinioni pi incerte come se fossero certissime: questo
l'avevo notato da gran tempo.
Ma, poich io allora intendevo di dedicarmi soltanto alla ricerca della verit, ritenni necessario far tutto il contrario:
rigettare, cio, come interamente falso tutto ci in cui potessi immaginare il menomo dubbio, per vedere se, cos
facendo, alla fine, restasse qualcosa, nella mia credenza, di assolutamente indubitabile.
Intanto: poich i nostri sensi talvolta cingannano, volli supporre non esserci nessuna cosa che fosse quale essi ce la
fanno immaginare. E poich ci sono uomini che cadono in abbagli e paralogismi ragionando anche intorno ai pi
semplici argomenti di geometria, pensai chio ero soggetto ad errare come ogni altro, e per respinsi come falsi tutti i
ragionamenti che avevo preso sin allora per dimostrazioni. In fine, considerando che gli stessi pensieri, che noi abbiamo
quando siam desti, possono tutti venirci anche quando dormiamo bench allora non ve ne sia alcuno vero, mi decisi a
fingere che tutto quanto era entrato nel mio spirito sino a quel momento non fosse pi vero delle illusioni dei miei
sogni. Ma, subito dopo, maccorsi che, mentre volevo in tal modo pensare falsa ogni cosa, bisognava necessariamente
che io, che la pensavo, fossi pur qualcosa. Per cui, dato che questa verit: Io penso, dunque sono, cos ferma e certa

che non avrebbero potuto scuoterla neanche le pi stravaganti supposizioni degli scettici, giudicai di poterla accogliere
senza esitazione come il principio primo della mia filosofia.
Poi, esaminando con attenzione ci che ero, e vedendo che potevo fingere, s, di non avere nessun corpo, e che non
esistesse il mondo o altro luogo dove io fossi, ma non perci potevo fingere di non esserci io, perch, anzi, dal fatto
stesso di dubitare delle altre cose seguiva nel modo pi evidente e certo che io esistevo; laddove, se io avessi solamente
cessato di pensare, ancorch tutto il resto di quel che avevo immaginato fosse stato veramente, non avrei avuto ragione
alcuna per credere di esser mai esistito: ne conclusi esser io una sostanza, di cui tutta l'essenza o natura consiste solo nel
pensare, e che per esistere non ha bisogno di luogo alcuno, n dipende da cosa alcuna materiale. Questo che dico io,
dunque, cio, l'anima, per cui sono quel che sono, qualcosa d'interamente distinto dal corpo, ed anzi tanto pi
facilmente conosciuto, s che, anche se il corpo non esistesse, non perci cesserebbe di esser tutto ci che .
Dopo di ci considerai quel che si richiede in generale perch una proposizione sia vera e certa: io ne avevo trovata una,
proprio in quel momento, che sapevo esser tale, e per pensai di dover anche sapere in che consiste tale certezza. Notai,
allora, che in questa affermazione: io penso, dunque sono, non c' nulla che me ne assicuri la verit eccetto il vedere
chiaramente che per pensare bisogna essere: giudicai, quindi, di poter prendere per regola generale che le cose, le quali
noi concepiamo in modo del tutto chiaro e distinto, sono tutte vere; e che, se c' qualche difficolt, solo nel ben
determinare quali sono quelle che noi concepiamo distintamente.
In seguito a ci, riflettendo sul fatto che io dubitavo, e che chiaramente vedevo essere maggiore perfezione il conoscere
del dubitare, per cui l'esser mio non era del tutto perfetto, mi proposi di cercare donde avessi appreso a pensare a
qualcosa di pi perfetto ch'io non fossi; e conobbi con evidenza che doveva essere da una natura realmente pi perfetta
di me.
Dei pensieri riguardanti le molte e varie cose fuori di me, come il cielo, la terra, la luce, il calore e mille altre, non mi
preoccupavo molto di sapere donde mi fossero venuti, perch, non notando in essi nulla che sembrasse renderli
superiori a me, potevo ritenere che, se veri, dipendessero da me in quanto la mia natura aveva qualche perfezione; se
falsi, mi venissero dal nulla, ossia fossero in me per quel che in me era di manchevole. Ma lo stesso non poteva essere
per l'idea di un essere pi perfetto del mio, poich derivarla dal nulla era cosa manifestamente impossibile; e, d'altra
parte, poich a voler far dipendere il pi perfetto dal meno perfetto non v' minore difficolt che dal nulla ricavar
qualcosa, io non la potevo derivar neppure da me stesso. Essa doveva, dunque, esser stata messa in me da una natura
realmente pi perfetta di me, e tale, anzi, che avesse in s tutte le perfezioni di cui io potevo avere qualche idea, cio,
per dirla con una parola sola, che fosse Dio.
Aggiunsi quest'altra riflessione: che, siccome conoscevo alcune perfezioni di cui ero del tutto privo, io non ero il solo
essere che esistesse (mi si permetta di far uso qui liberamente dei termini scolastici), ma bisognava, di necessit, che ce
ne fosse qualche altro pi perfetto, dal quale io dipendessi e avessi ricevuto tutto quanto avevo. Poich, se fossi stato
solo e indipendente da ogni altro, in modo da aver avuto da me stesso tutto quel poco per cui partecipavo dell'essere
perfetto, avrei potuto darmi da me stesso, per la medesima ragione, tutto il di pi che sapevo mancarmi, ed essere cos
io stesso infinito, eterno, immutabile, onnisciente e onnipotente, e avere in fine tutte le perfezioni che potevo notare in
Dio. Secondo il mio modo di ragionare, infatti, per conoscere la natura di Dio per quanto la mia ne era capace, io non
avevo che da considerare, di tutte le cose di cui trovavo in me qualche idea, se fosse o no una perfezione possederle: ed
ero sicuro che nessuna di quelle che denotano qualche imperfezione era in lui, ma che vi erano tutte le altre. Vedevo, ad
esempio, che il dubbio, l'incostanza, la tristezza e le altre: cose come queste, non potevano esservi, dal momento ch'io
stesso sarei stato ben contento d'esserne esente. Inoltre, io avevo idee di molte cose sensibili e corporee: infatti, anche
supponendo di sognare, e che tutto quanto vedevo o immaginavo fosse falso, non potevo negare, tuttavia, che quelle
idee non fossero realmente nel mio pensiero. Ora, io avevo gi riconosciuto, in me stesso, e nel modo pi chiaro, che la
natura intelligente distinta da quella corporale; e per, considerando che ogni composizione implica una dipendenza, e
che la dipendenza manifestamente un difetto, ne conchiusi che non poteva essere una perfezione l'esser composto di
quelle due nature, e che, per conseguenza, Dio non lo era. E se c'erano nel mondo degli esseri corporei, o anche delle
intelligenze o altre nature che non fossero del tutto perfette, il loro essere doveva dipendere dalla sua potenza per tal
modo che senza di Lui non potevano, sussistere un sol momento.
Passai, dopo, ad altre ragioni. Presi in esame l'oggetto quella geometria, ch'io concepivo come un corpo continuo, ossia
come uno spazio indefinitamente esteso in lunghezza, larghezza e altezza o profondit, divisibile in parti, che potevano
avere figura e grandezza diversa, ed essere mosse o trasportate in tutti i modi: insomma, cos come i geometri
considerano il loro oggetto. Ma, ripensando ad alcune delle loro pi semplici dimostrazioni, notai subito che la grande
certezza da tutti a esse attribuita si fonda soltanto sul fatto che son concepite con evidenza, secondo la regola esposta
sopra da me, e che, perci, non c'era assolutamente nulla in esse che mi assicurasse dell'esistenza del loro oggetto. Per
esempio: vedevo bene che, supposto esserci un triangolo, era necessario che i suoi tre angoli fossero uguali a due retti;
ma non vedevo, per questo, nulla che mi assicurasse esserci al mondo alcun triangolo. Invece, ritornando a esaminare
l'idea che avevo dell'Essere perfetto, trovavo che l'esistenza vi era compresa nel modo stesso ch' compresa in quella di
triangolo l'uguaglianza dei suoi angoli a due retti, o in quella d'una sfera l'uguale distanza di ogni sua parte dal centro:
anzi, anche pi evidentemente; e che, per conseguenza, , per lo meno, tanto certo che quest'Essere perfetto, ossia Dio,
o esiste, quanto pu esser certa alcuna dimostrazione di geometria.
Discorso sul metodo , parte IV, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 150-54.

La dimostrazione dell'esistenza di Dio sulla quale Cartesio torner con numerose altre prove nelle
Meditazioni metafisiche di fondamentale importanza. Infatti, dato che Dio infinitamente buono
e onnipotente, oltre che verace, non permetter che le idee che ci si presentano come chiare e
distinte ci ingannino. Dio dunque il fondamento di verit delle altre idee, che si presentano con le
caratteristiche di cui si detto. Da qui, pu iniziare l'opera deduttiva di Cartesio, per ricavare dalle
idee chiare e distinte tutte le altre verit, anche relativamente al mondo, che la ragione pu
dimostrare deduttivamente.
CARTESIO O9
Infine, se c' qualcuno che non sia ancora persuaso dell'esistenza di Dio e della sua anima per le ragioni addotte,
desidero fargli sapere che tutte le altre cose di cui egli si pensa pi sicuro, come di avere un corpo, e che ci sono gli
astri, la Terra, e simili, sono meno certe. Infatti, bench di queste cose si abbia una certezza morale, tale, che sarebbe da
pazzi dubitarne; pure, se si fa questione di certezza metafisica, nessun uomo ragionevole pu negare ch' un motivo
sufficiente per non esserne interamente sicuri il fatto che uno pu in sogno immaginare d'avere un altro corpo, e di
vedere altri astri, e un'altra Terra, senza che nulla di tutto ci esista. Perch, dunque, giudichiamo falsi questi pensieri e
non quelli -, sebbene non siano spesso meno vivi e precisi. Ci riflettano i migliori ingegni quanto vorranno: io, per me,
non credo che troveranno una ragione sufficiente a togliere questo dubbio se non presuppongono l'esistenza di Dio.
Infatti, anche la regola fondamentale dianzi stabilita, per cui vero tutto ci che noi concepiamo in modo perfettamente
chiaro e distinto, non certa se non perch Dio o esiste ed un essere perfetto, e perch tutto ci ch' in noi viene da
Lui: donde segue che le nostre idee o nozioni, provenendo da Dio per tutto quel ch' in esse di realt, e di chiaro e
distinto, non possono in ci non esser vere. Se noi molto spesso ne abbiamo di quelle che contengono il falso, questo
avviene soltanto quando hanno qualcosa di oscuro e confuso, e in ci partecipano del nulla, ossia sono in noi in tal
modo perch non siamo del tutto perfetti. Ed evidente che non c' minore ripugnanza che la falsit o l'imperfezione, in
quanto tale, proceda da Dio, di quel che la verit o la perfezione proceda dal nulla. Ma, se noi non sapessimo che tutto
quanto in noi di reale e vero ci proviene da un essere perfetto e infinito, per chiare e distinte che fossero le nostre idee,
non avremmo nessuna ragione sufficiente ad assicurarci ch'esse hanno la perfezione d'esser vere.
Discorso sul metodo , parte IV, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 154-55.

La ragione, sia nell'intuizione delle idee chiare e distinte, sia nelle conseguenze che deduttivamente
ne trae, il solo fondamento affidabile della conoscenza.
CARTESIO O10
Ora, dopo che la conoscenza di Dio e dell'anima ci ha dato la certezza di quella regola, facile intendere perch le
fantasticherie e immaginazioni che si hanno dormendo non debbono in nessun modo farci dubitare della verit dei
pensieri che abbiamo quando siamo desti. Ch se anche sognando ci accadesse di avere qualche idea ben distinta, per
esempio se un geometra scoprisse in sogno qualche nuova dimostrazione, non per questo essa sarebbe meno vera.
Anche l'errore pi comune dei nostri sogni, di rappresentare gli oggetti esteriori nello stesso modo di quando son
presenti ai nostri sensi, non un motivo sufficiente, per s, per mettere in dubbio la verit di tali rappresentazioni, visto
che intorno a esse c'inganniamo spesso anche da desti: i malati d'itterizia, ad esempio, vedono tutto giallo, e tutti noi
vediamo gli astri e gli altri corpi da lontano molto pi piccoli di quel che non sono. Poich, in fine, sia che siam desti e
sia che dormiamo, noi non dobbiamo mai lasciarci persuadere da altro che dalla evidenza della nostra ragione. Si badi:
dico, della nostra ragione, non della nostra immaginazione o dei nostri sensi: poich, ad esempio, il Sole lo vediamo
chiaramente, ma non per questo dobbiamo giudicare che esso sia grande come lo vediamo; e possiamo anche
immaginare distintamente una testa di leone inserita sul corpo di una capra, senza che per questo si sia obbligati a
conchiudere che esiste realmente la Chimera. La ragione non dice affatto che, ci che vediamo o immaginiamo cos, sia
vero: essa dice soltanto che le nostre idee e nozioni debbono avere qualche fondamento di verit, perch impossibile
che Dio, il quale tutto perfezione e tutto veracit, le abbia messe in noi senza un tal fondamento. Ma, poich i
ragionamenti fatti in sogno non sono mai cos evidenti e completi come quelli fatti da svegli (ancorch le immagini
siano talvolta, quando dormiamo, altrettanto e anche pi vive e precise), la ragione ci ammonisce che, non potendo i
nostri pensieri a causa della nostra imperfezione esser sempre veri, non c' dubbio alcuno che, quanto hanno di verit, lo
riscontreremo piuttosto da svegli che nei sogni.
Discorso sul metodo , parte IV, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 155-56.

PARTE QUINTA

Partendo dalle idee chiare e distinte, particolarmente dalla definizione della materia come res
extensa e dal movimento, Cartesio deduce la struttura razionale del cosmo, descrivendone i principi
e le leggi che lo reggono.
Cartesio rivela di aver trattato gi la fisica in un'opera (Il Mondo) che non pu pubblicare per
ragioni che chiarir in seguito (nella parte VI), e che riassume per grandi linee.
CARTESIO O11
Anzi, per lasciare ancor meglio in ombra questa parte, e poter dire pi liberamente quello che ne pensavo senza esser
obbligato o a seguire o a confutare le opinioni accolte dai dotti, risolsi di abbandonare tutto questo mondo alle loro
dispute e di parlare soltanto di ci che accadrebbe in un altro mondo se Dio volesse crearlo in qualche spazio
immaginario: se creasse, cio, una materia per comporlo, e ne agitasse e mescolasse le parti talmente da formare un
caos cos confuso, come solo i poeti possono immaginare; e, dopo, non facesse altro che prestare il suo concorso
ordinario alla natura, e la lasciasse agire secondo leggi da Lui stabilite.
In primo luogo, dunque, descrissi questa materia, e cercai di rappresentarla in modo che se si eccettua quanto s' detto
poco fa di Dio e dell'anima non vi nulla, mi sembra, di pi chiaro e intelligibile; proprio a questo scopo, anzi,
supposi che in essa non fosse nessuna di quelle forme o qualit di cui si disputa nelle scuole, n, in generale, cosa
alcuna di cui la conoscenza non fosse naturale alla nostra intelligenza, s che neppure si potesse fingere d'ignorarla. In
secondo luogo, feci vedere quali erano le leggi della natura, e non ricorsi per questo a nessun altro principio se non a
quello dell'infinita perfezione di Dio, neanche per la dimostrazione di quelle leggi che son pi dubbiose: feci vedere,
anzi, ch'esse son tali che, anche se Dio avesse creato altri mondi, non ve ne sarebbe alcuno in cui non fossero osservate.
Dopo questo, mostrai come la maggior parte della materia in un tal caos, in forza di tali leggi, doveva disporsi e
ordinarsi in una certa maniera che la faceva simile ai nostri cieli, e come, quindi, alcune delle sue parti dovevano
comporre una Terra, altre dei pianeti e delle comete, e altre ancora un Sole e stelle fisse. E qui, estendendomi sul
soggetto della luce, spiegai molto ampiamente qual'era quella che si doveva trovare nel Sole e nelle stelle, e come essa
di l traversava in un attimo gl'immensi spazi dei cieli, e come veniva riflessa dai pianeti e dalle comete sulla Terra. Vi
aggiunsi anche molte cose riguardanti la sostanza, la posizione, i movimenti e tutte le diverse propriet di questi cieli e
di questi astri: di modo che mi pareva di aver dimostrato a sufficienza non esserci nulla nei cieli e negli astri del mondo
nostro che non debba o almeno non possa apparire del tutto similmente in quelli del mondo da me immaginato e
descritto. Di l venni a parlare in particolare della Terra; e dimostrai che, pur avendo supposto che Dio non avesse dato
nessuna pesantezza alla materia di cui essa era composta, ognuna delle sue parti tendeva sempre esattamente verso il
centro. E feci, poi, vedere come, essendoci acqua e aria su la sua superficie, la disposizione stessa dei cieli e degli astri,
ma specialmente della luna, doveva produrvi un flusso e riflusso simile in tutto e per tutto a quello che si osserva nei
nostri mari, e anche una corrente sia dell'acqua e sia dell'aria nella direzione da levante a ponente, proprio come
avviene fra i tropici da noi. In fine, come le montagne, i mari, le sorgenti e i fiumi potevano naturalmente formarsi su
quella terra, e i metalli deporsi nelle miniere, le piante crescere nei campi, e generarsi tutti gli altri corpi che noi
chiamiamo misti o composti.
Discorso sul metodo, parte V, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 158-60.

La fisica di Cartesio non una descrizione del mondo, ma una deduzione della sua struttura
razionale, data la quale il mondo non potrebbe essere diversamente da com'.
CARTESIO O12
Da tutto ci non intesi affatto conchiudere che il mondo sia stato creato nel modo proposto: molto pi verosimile, anzi
che Dio l'abbia fatto sin dal principio quale doveva essere. Ma pur certo, ed opinione comune fra i teologi, che
l'azione con cui ora lo conserva la stessa di quella con cui l'ha creato; di modo che, anche se gli avesse dato all'inizio
soltanto la forma del caos, e avesse solo stabilite le leggi della natura, prestando poi a questa il suo concorso ordinario,
si pu credere, senza con ci toglier nulla al miracolo della creazione, che le cose materiali sarebbero divenute col
tempo quali le vediamo presentemente. E la loro natura si pu concepire molto pi facilmente quando si vedono nascere
a poco a poco in tal modo, che non quando si considerano bell'e fatte.
Discorso sul metodo, parte V, in Opere filosofiche, vol. I, p. 160.

Il determinismo e il meccanicismo che caratterizzano la ricostruzione cartesiana, riguardano anche


gli organismi animali e l'uomo stesso, ma limitatamente al corpo, alla res extensa che ricade
interamente nelle leggi della fisica.
CARTESIO O13
Dalla descrizione dei corpi inanimati e delle piante passai a quella degli animali e in particolare dell'uomo. Ma poich
non avevo ancora sufficienti cognizioni per parlarne al modo stesso delle altre cose, cio dimostrando gli effetti per

mezzo delle cause ch' quanto dire da quali germi e in qual modo la natura li debba produrre , mi limitai a supporre
che Dio formasse il corpo di un uomo in tutto simile al nostro, tanto nell'aspetto esteriore delle membra, quanto nella
conformazione interna dei suoi organi, non adoperando altra materia che quella dianzi descritta: e per non vi mettesse
dapprima nessun'anima ragionevole, n altra cosa che servisse da anima vegetativa o sensitiva, ma soltanto eccitasse nel
suo cuore uno di quei fuochi senza luce che gi avevo spiegato doversi concepire della stessa natura di quello che scalda
il fieno quando vien riposto prima di esser secco, o di quello che fa bollire il vino nuovo quando si lascia fermentare
insieme ai raspi. Infatti, esaminando le funzioni che potevano essere in un corpo cos costituito, vi trovavo esattamente
quelle stesse che possono esser in noi senza che noi vi pensiamo, e per senza che la nostra anima (cio quella parte
distinta dal corpo, la cui natura, come s' gi detto, consiste solo nel pensare) vi contribuisca in nulla. Tali funzioni sono
uguali per tutti gli animali, per cui si pu dire che per queste gli animali privi di ragione rassomigliano a noi; invece, in
essi non si trova nessuna di quelle funzioni che, derivando dal pensiero, sono le Sole che ci appartengano in quanto
uomini; ma tutte le ritrovano, alla fine, nell'uomo supponendo che Dio creasse un'anima ragionevole e la congiungesse a
questo corpo in una certa maniera che descrivevo.
Discorso sul metodo, parte V, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 160-61.

Cartesio si sofferma a lungo, utilizzando osservazioni presenti nel Mondo, sulla circolazione del
sangue, accennando poi sinteticamente sulle altre funzioni organiche. Sono osservazioni di scarso
interesse scientifico, sostanzialmente inesatte e in contrasto con le scoperte dell'epoca. Pi
interessante invece l'ottica che suggerisce per spiegare il comportamento animale, e anche il
funzionamento del corpo umano: un rigido meccanicismo che non lascia spazio alla volont.
Anche il corpo dell'uomo, in quanto res extensa, una macchina, alla stregua di quello degli
animali. L'uomo ha per in pi l'anima, che, essendo una sostanza completamente diversa (res
cogitans), del tutto indipendente. Cartesio afferma un rigido dualismo mente/corpo.
CARTESIO O14
Da ultimo, avevo descritto l'anima ragionevole, e dimostrato che essa non pu in nessun modo esser derivata dalla
potenza della materia come le altre cose di cui avevo parlato, ma deve esser creata espressamente; e come non basta che
sia situata nel corpo umano, quasi pilota nella nave, se non forse per muovere le membra, ma necessario che sia
congiunta e unita a esso pi strettamente per avere, anche, sentimenti e appetiti simili ai nostri, e costituire, cos, un vero
uomo.
Mi sono qui dilungato un poco su quest'argomento dell'anima per la sua grande importanza: ch, dopo l'errore di coloro
che negano Dio (errore che credo di avere sopra abbastanza confutato), non ce n' che allontani maggiormente gli spiriti
deboli dal retto cammino della virt come l'immaginare che l'anima delle bestie sia della stessa natura della nostra, e
che, perci, noi non abbiamo nulla a temere o sperare dopo questa vita, similmente alle mosche e alle formiche.
Quando, invece, si sa quanto differiscono, si comprendono molto meglio le ragioni per le quali la nostra anima , per la
sua natura, del tutto indipendente dal corpo, e per non soggetta a morire con esso; e poich non si vedono altre
ragioni che la distruggano, si indotti naturalmente a ritenerla immortale.
Discorso sul metodo, parte V, in Opere filosofiche, vol. I, pp. 170-71.

PARTE SESTA
Nell'ultima parte, Cartesio espone le considerazioni che lo hanno indotto a non pubblicare Il mondo:
la condanna, nel 1633, di Galilei, gli faceva temere un destino simile per la sua opera e per la sua
persona; inoltre, l'opera era ancora immatura, le ricerche appena all'inizio e le polemiche sollevate
inevitabilmente dalla pubblicazione lo avrebbero probabilmente distolto dallo studio e
dall'approfondimento del proprio sistema filosofico.
Cartesio analizza per anche le ragioni che avrebbero consigliato la pubblicazione, e tra queste pone
in primo piano la collaborazione tra gli studiosi e la possibilit di una scienza cumulativa.
CARTESIO O15
Alla ricerca di una scienza cos necessaria penso, dunque, di consacrare tutta la vita, tanto pi che ritengo di aver
trovato una via tale che deve infallibilmente condurmi a trovarla, se non mi faranno impedimento la brevit della vita o
la mancanza di possibilit nelle esperienze. Contro questi due impedimenti non c' rimedio migliore che comunicare
fedelmente al pubblico tutto il poco che avr trovato, e invitare i migliori ingegni a spingersi pi in l, contribuendo,
ciascuno secondo la sua inclinazione e le sue proprie possibilit, alle esperienze necessarie, e comunicando, poi,
anch'essi al pubblico le cose che troveranno, affinch, cominciando gli ultimi dove i primi hanno terminato, e riunendo

cos le vite e le opere di molti, possiamo andare tutti insieme molto pi lontano di quel che potrebbe ciascuno in
particolare.
Discorso sul metodo, parte VI, in Opere filosofiche, vol. I, p. 173.

Il Discorso si chiude con l'esposizione dei progetti di ricerca per il futuro.


CARTESIO O16
Del resto non voglio qui trattenermi a parlare dei progressi in particolare che spero di far in avvenire nelle scienze, n
impegnarmi con promesse che non sono sicuro di mantenere; ma dir soltanto che ho deliberato di impiegare il tempo
che mi resta da vivere nello studio della natura per acquistare qualche conoscenza da cui sia possibile ricavare regole
per la medicina pi sicure di quelle in uso fino ad oggi; e che la mia indole cos aliena da ogni altra specie di
occupazione, specialmente da quelle che non si possono esercitare a vantaggio degli uni senza danno degli altri, che se
ci fossi costretto, credo che non ci riuscirei. Di ci faccio qui dichiarazione ben sapendo che non giover a procurarmi
considerazione nel mondo. Ma di tale considerazione sono disposto a far a meno; e mi riterr sempre, invece, pi
obbligato a coloro col favore dei quali potr disporre senza ostacoli del mio tempo, che non verso chi mi offrisse i pi
onorevoli impieghi della terra.
Discorso sul metodo, parte VI, in Opere filosofiche, vol. I, p. 182.

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