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Brevi appunti su una ricognizione nella media Valle dell’Indo: rapporto tra

petroglifi, miti di fondazione e pratiche rituali dei Brok-pa

Andrea Benassi e Ilaria E. Scerrato

Nella valle dell’Indo, presso l’attuale confine fra Pakistan e India, nella regione

del Ladakh I, una minoranza etnica, i Brok-paII, propone degli interessanti spunti

di riflessione storico-religiosi. Affini per alcuni elementi culturali alle popolazioni

dell’area compresa fra il Chitral e la regione di Gilgit (Pakistan), condividono con

le popolazioni stanziate in questa area la presenza di una serie di caratteristiche

socio-economiche e religiose, nonché la presenza di elementi iconografici,


III
rappresentati sotto forma di petroglifi affini a quelli ben più noti individuati

lungo la Karakorum Highway. IV

I Brok-pa di mDa raccontano nei loro inni di provenire dalla valle di Gilgit, di

Astor e da Chilas. Il mito fonda la loro identità che, nonostante i Brok-pa si

professino buddisti, si riferisce ad una ascendenza ‘pagana’. Il racconto mitico

avvalora la tradizione che essi discendano d quelle popolazioni ‘darde’ che abitano

una vasta area del Pakistan settentrionale e il Nuristan Afgano.V Il cosiddetto

Dardistan è accomunato da elementi culturali omogenei, che ancora oggi,

nonostante secoli di islamizzazione, sono presenti e vivi. Jettmar ha ben delineato

gli elementi che compongono la struttura base della cultura darda (Jettmar 1980).

L’antropologo tedesco descrive una ‘ideologia pastorale’, profondamente legata

all’allevamento dei caprini, dove centrale è una vera e propria sacralità della capra

e delle attività ad essa legate.VI Questo comporta un complesso religioso basato

sull’opposizione bipolare tra zone montane e spazio del villaggio, le une legate

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Tav. 1
Area della media valle dell'indo con i principali siti di petroglifi.
Importanti raggruppamenti di incisioni rupestri ed iscrizioni individuate lungo la Karakorum Highway (Jettmar 1987): 1 Ponte
di Shatial; 2 Thor Nord; 3 Thor, Minar-Gah; 4 Oshibat; 5 Hodar; 6 Ziyarat; 7 siti vicini a Thalpan; 8 siti vicino a Chilas; 9 Ponte
di Alam; 10 Hunza-Haldeikish; 11 monastero ed iscrizioni vicino al castello di Shigar.
Petrotrogli ed incisioni individuate nell’area Brok-pa in Ladakh. α siti prossimi al villaggio di mDa e Baldes e Beima; β siti
posti alla confluenza della valle di Hanu: γ siti nell’area tra Achinatung e Skirbuchan

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all’ attività pastorale, simbolo di purezza, l’altro riservato alle attività agricole e

quotidiane, considerate impure. Questa visione dicotomica si riflette nella

divisione sociale dei ruoli, gli uomini, pastori, vicini alla sfera della purezza, le

donne al contrario, dedite ai lavori agricoli, legate alla sfera della sessualità,

appartengono alla sfera impura.

La visione della purezza delle montagne e dei pascoli alti è connessa con l’idea

che le divinità abbiano lì la loro dimora, che svolgano l’attività pastorale negli

alpeggi, rendendo così l’attività della pastorizia, prerogativa maschile, una sorta di

ripetizione dell’attività divina.VII A questo si aggiunge l’importanza centrale socio-

economica e religiosa della capra, che permea tutti gli aspetti della vita e della

cultura materiale.VIII

L’ipotesi di questo intervento si basa sull’idea che le importanti testimonianze

presenti sui banchi rocciosi nella valle dell’Indo e nelle valli laterali possano

essere interpretate in modo più esauriente non solo leggendole alla luce di questo

ampio contesto culturale, ma approfondendo la conoscenza di alcune popolazioni

che ancora oggi perpetuano pratiche mitico-rituali fortemente legate ad una

ideologia pastorale, di cui due esempi viventi sono i Kalash delle valli del Chitral ,

ancora oggi non convertiti all’Islam, e i Brok-pa del Ladakh.

Da una breve ricognizione sul campo effettuata in Ladakh nell’estate 2003IX nei

villaggi di Beima, Baldes e mDa lungo l’Indo, si è avuto modo di verificare

l’estrema importanza che ancora riveste l’attività agro-pastorale, in modo

particolare l’allevamento delle capre, nonché la presenza e la diffusione di

raggruppamenti di petroglifi dove dominante è la rappresentazione di caprini.

Proprio in questi siti, diffusi lungo le sponde dell’Indo, mai troppo distanti

3
dall’abitato, già individuati da Francke, appare evidente una certa continuità di

utilizzo nella presenza di alcune nuove incisioni zoomorfe.X Nonostante

l’interpretazione dei motivi e delle scene rappresentate appaia complessa, in modo

particolare a causa della sovrapposizione di differenti orizzonti temporali,

evidenziati dal differente grado di ripatinazione, si possono identificare con una

certa sicurezza, alcuni temi principali rappresentati da scene che appaiono ripetute

più volte nei siti.

Tav. 2

Il grande masso granitico sulla riva dell'indo presso il villaggio di mDa, area identificata con α nella tavola 1

Dei differenti siti nell’area considerata, analizziamo in questo contesto alcuni

elementi delle raffigurazioni presenti nella serie di pannelli di roccia prossimi al

villaggio di mDa (cfr. Tav. 1, α)XI. A una prima analisi si nota una prevalenza di

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figure animaliXII e antropomorfe estremamente stilizzate oltre ad una serie di

segni geometrici, svastiche riverse che in questa sede non verranno presi in

considerazione.XIII In tutte le serie di graffiti, a prescindere dall’orizzonte

cronologico, il tratto appare di spessore uniforme, piuttosto grossolano, le figure

sono definite in modo sommario, verosimilmente con un strumento litico.

Le incisioni presenti nell’area α si possono suddividere in quattro

macrocategorie: scene riferibili ad attività di caccia, scene in cui si evidenzia un

rapporto diretto fra uomo e animale, elementi di probabile connotazione rituale e

rappresentazioni di caprini singoli o in gruppo. Le prime, facilmente identificabili,

si connotano di almeno due soggetti, un uomo armato di arco che insegue una o

più figure zoomorfe, in prevalenza stambecchi (capra ibex sibirica) e markhor

(capra falconeri). Le seconde, di più dubbia interpretazione, presentano una figura

umana associata ad un animale, privo di particolari attributi che lo renda

identificabile. Le due figure appaiono sovrapposte, l’uomo potrebbe essere posto

di fianco all’animale o a cavallo di esso ed ha le braccia che sembrano avvolgere

l’animale, come ad accudirlo (tav. 3). La scena, nel rapporto tra animale ed uomo

e rispetto alle altre scene presenti dove gli animali compaiono separati e

fortemente caratterizzati, può indicare una familiarità tra i due soggetti. Il terzo

gruppo include una serie di raffigurazioni antropomorfe, alcune delle quali

presentano le mani enfatizzate rispetto al resto del corpo XIV, altre impugnano una

sorta di bastone dall’estremità ricurva ed hanno la testa evidenziata da una serie di

punti; tali figure sembrano in associazione con un ibex. (Tav. 4).

Da un punto di vista cronologico si possono distinguere diversi orizzonti di

ripatinazione, che sembrano denotare una maggiore varietà di soggetti e di

5
Tav. 3

Particolare di una parte del masso: si notano bene i


differenti gradi di ripatinazione; è anche
interessante per una datazione approssimativa la
compresenza di iscrizioni estranee al contesto, e di
una data ‘1982’ con un grado di ripatinazione quasi
nullo, simile a quello presentato da alcune
rappresentazioni di ibex isolati. Si nota inoltre al
centro una fascia di figure più antiche dove sono
evidenti scene di caccia, figure antropomorfe non
identificate figure umane in relazione ad altri
animali.

Tav. 4

Un particolare dello stesso pannello. Qui si evidenzia la


ricchezza dei temi associabili alle incisioni più antiche in
modo particolare in relazione al tema che potremmo
definire simbolico e rituale.

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rappresentazione rispetto alle incisioni riferibili all’orizzonte più antico, mentre

quelle recenti sembrano orientarsi verso una rappresentazione prevalente di figure

di caprini isolati o in gruppo, mai associati a figure umane. Tuttavia in tutte le

rappresentazioni dei caprini, sia antiche che recenti, è evidente una enfasi delle

corna e una omogeneità nello stile di raffigurazione, che trova riscontri negli

esemplari più stilizzati di altri siti rupestri rilevati lungo la Karakorum Highway

(Jettmar, 1987, fig. 47; Jettmar König Thewald, 1989, figg. 60,136).

Dal punto di vista etnografico, dobbiamo rilevare come già accennato una presenza

ancora importante della pratiche di allevamentoXV secondo un modulo che prevede

una transumanza verticale verso i pascoli alti dello Chorbat La.XVI Quest’area,

comune sia al villaggio di mDa che ai villaggi della valle di Hanu, è fortemente

connotata da un patrimonio di toponomastica definito e significante a livello

mitico.XVII L’allevamento viene praticato in una situazione stanziale e le greggi

discendono soltanto in autunno verso la fine di settembre. Ed è proprio il momento

del rientro delle greggi che si configura come un tempo particolarmente denso

coincidendo anche con il momento del secondo raccolto e con il periodo della

celebrazione del festival del Bononah XVIII Questa complessa celebrazione,XIX che

sembra fortemente in relazione con la costruzione della stessa identità brok-pa,

prevede tra l’altro il sacrificio di un capretto bianco, appositamente allevato per la

cerimonia, che sarà poi cucinato secondo precise modalità rituali, ed il consumo di

focacce di farina d’orzo cotte su fuoco di ginepro. Questi ed altri elementi della

festa, che qui per mancanza di spazio non verranno presi in esame, sono preliminari

e necessari per istaurare quel livello di comunicazione che permetterà una discesa

controllata delle divinità tra gli uomini e nei loro spazi. Cruciale per la

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comunicazione con gli dei è la recitazione-ripetizione degli inni sacri da parte di

una particolare classe di cantori, i Brongopa. Dall’analisi delle trascrizione di alcuni

di questi inni (Francke 1905) si evince una centralità attribuita alle attività di

allevamento e cacciaXX quali centri simbolici connotanti la visione ed il rapporto

degli uomini con la realtà. In modo particolare lo spazio dei pascoli alti si carica in

modo evidente di valori positivi. L’interpretazione che assegna ai luoghi alti un

valore positivo si ripercuote a vari livelli anche nella struttura abitativa (Dollfus

1985) e nella gestione degli spazi che circondano il paeseXXI, ma non esclude la

possibilità di una comunicazione tra luoghi connotati da un differente grado di

purezza. Una comunicazione, che formalizzata in modo rituale, diventa possibile e

funzionale al benessere della comunità.XXII Sembra doversi leggere in questo modo

il rapporto quotidiano con i fiori provenienti dalle montagne ed usati da donne e

uomini per ornare i copricapo, ed espressamente utilizzati in occasione del festival,

quale elemento imprescindibile, nonché chiave di lettura per il tempo propizio

(Vohra 1989, p. 63). In questa prospettiva il rapporto tra puro ed impuro si lega

direttamente con la sfera della fertilità e della riproduzione, quale momento impuro

necessario. Se è vero che il pastore che scende dagli alti pascoli è visto come

imbevuto di purezza, in un rapporto di vicinanza con la sfera del sacro e i suoi

abitanti, anche gli animali si caricano in questa prospettiva; è però proprio il ritmo

della discesa verso valle ad evitare che ne risenta invece la fertilità, quale capacità

riproduttiva necessaria al benessere del gregge, e che infatti viene regolata dalla

discesa a valle con l’avvicinarsi della stagione fredda.

Il Bononah ha un suo momento fondamentale nell’operazione di purificazione del

Labdag (Vohra ibid, pp. 63-66), un operatore rituale che si occupa di officiare

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sacrifici e ed eseguire le offerte. Egli si ritira per cinque giorni in una grotta esterna

all’abitato, eseguendo fumigazioni di gineproXXIII ed eliminando progressivamente

tutti i comportamenti che denotano il suo essere brok-pa. Percorre sentieri esterni

all’abitato, si astiene dai rapporti sessuali, elimina i cibi come il burro, il sale, la

birra d’orzo ed anche gli altri vegetali coltivati normalmente attorno al paese, in

quanto ostacoli alla discesa della divinità di cui dovrà farsi tramite. Solo alla fine di

questa operazione di avvicinamento alla sfera del divino, si potrà procedere alla

chiamata delle deità sulla terra, venendo in questo modo a strutturare un ritorno

delle condizioni precedenti alla creazione come momento di separazione

dell’umano dal divino. Il successivo canto degli inni, eseguito dai Brongopa,

sembra proprio operare una classica riattualizzazione dei tempi delle origini (Vohra

ibid, pp.37-41), affinché si possa operare un rifondazione dell’ordine corretto delle

cose, di cui l’identità brok-pa è una componente inscindibile insieme alle attività di

sussistenza agro-pastorali.

Tav. 5

Riparo sottoroccia poco a monte dell’attuale tracciato stradale. Il pannello le incisioni si trova appena sotto
lo strada, mentre il villaggio di mDa è identificabile in alto a sinistra sul fianco destro del fiume, a circa dieci
minuti di cammino.

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L’intera pratica della purificazione del Labdag si svolge in un riparo sottoroccia non

localizzato nello studio di Vohra, luogo che almeno per le celebrazioni recenti

eseguite a mDa, sembra si possa identificare con un riparo che si presenta annerito

da fumo e con tracce di prolungata frequentazione (Tav. 5) posizionato appena a

monte del sito principale dei petroglifi dove spiccano tra le incisioni più recenti

numerosi ibex. L’importanza simbolica dell’ibex, da leggersi proprio in quanto

abitante degli spazi alti della montagna, è evidente anche dalla presenza delle

differenti deühaXXIV, luoghi di culto officiati con continuità durante l’anno, sedi di

particolari deità, dove le corna degli ibex cacciati vengono deposte a creare un

mucchio circolare nel cui centro ha sede un ramo di ginepro(Tav 6).

Tav. 6

Sito di una delle dehüa di mDa probabilmente dedicata a Sringmo Lha Mo. Posta in alto rispetto al paese, ospita
un doppio altare: a sinistra un luogo di offerta costituito da un grande mucchio di corna di ibex e rami di ginepro. A
destra il luogo dove ha sede la divinità stessa, e dove vengono eseguiti i sacrifici degli animali. Al momento del
rilevamento un capretto bianco era allevato proprio in prossimità del sito per essere poi sacrificato in occasione
delle festività autunnali.

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Fondate a livello mitico dall’atto stesso di fondazione dei primi villaggi, sono poste

in spazi esterni ed alti sopra l’abitato e sono vincolate a norme di comportamento

proprio in relazione alla loro carica di purezza che deve essere preservata e

costantemente ricaricata a vantaggio della comunità. La realtà etnografica dei Brok-

pa sembra, ad una prima analisi sul terreno, fornire importanti elementi per la

comprensione delle incisioni su roccia concentrate lungo l’Indo, poco fuori i

villaggi. Tali incisioni, come si è rapidamente osservato, presentano una certa

continuità di utilizzo fino a tempi recenti, anche se in questa sede non è stato

affrontato il complesso problema di una attribuzione cronologica. Alla luce di

quanto preso in esame, risulta evidente una certa compatibilità tra gli elementi

socio-economici e simbolici che caratterizzano i gruppi che oggi abitano l’area, e la

presenza nonché varietà iconografica delle incisioni, in modo particolare di quelle

associabili ad una ripatinazione scarsa o mediaa. Questo sembrerebbe avvalorare

l’ipotesi interpretativa (Jettmar 1989, p. XXIII) a proposito della funzione probabile

dei raggruppamenti di incisioni su roccia presenti nell’area del Karakorum, in modo

particolare nelle aree di confluenza tra l’Indo ed i suoi tributari che scendono dalle

valli laterali : “We may immagine that the population of each valley came down to

the mouth of the river for festivals, especially in wintertime” (ibid.) Interpretare

questi siti come santuari legati alla potenza generativa quale risultante dall’incontro

tra gli ambiti del puro e dell’impuro, trova una sua ragion d’essere proprio nella

forza creatrice liberata nel rituale del Bononah dove si attua un ritorno alle origini

che permette la compresenza dei due estremi. L’esecuzione di questo ambito

cerimoniale, che offre momenti ambigui e quindi pericolosi ma proprio per questo

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fortemente ritualizzati, ben si presta per interpretare la presenza massiccia di

incisioni specialmente nell’area compresa tra mDa e le valli di Hanu.

D’altro canto le rappresentazioni


falconeri.
sulle corna con nastri. Da notare che le corna di questo simulacro non sono del tipo dell'ibex o della capra
Un mascherone con sembianze di caprino è posto su un edificio presso il centro di Beima, ed addobbato

Tav. 7

simboliche degli animali realizzate

all’interno dell’area abitata, effettuate

durante occasioni rituali, sembrano

essere prevalentemente realizzate su

supporti o in materiali deperibili come le

pitture o le figurine di pasta. Si viene in

questo modo a strutturare un rapporto

bipolare nella gestione degli spazi

territoriali, dove gli spazi esterni al

villaggio diventano elemento necessario

per gestire il rapporto tra la sfera sacra e

pura e quelle che potremmo definire

umana ed impura, ma anch’essa

indispensabile in quanto legata alla

fertilità e quindi alla reiterazione della vita. “(…) without such dark forces there

could be no fertilità – so sanctuaries were necessary the bottom of the valley. Such

places are still considered as ambivalent or even dangerous, to be avoided by

women.” (ibid.) E proprio per questo tali luoghi recano tracce permanenti sulle

rocce a testimoniare un ruolo cruciale per il rigenerarsi delle forze vitali.

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I
A nord-ovest del sub-continente indiano, dove si incontrano Hindukush e Karakorum, si trovano
popolazioni indo-Ariane che parlano delle lingue che appartengono ad un gruppo chiamato ‘dardico’. Nel
Ladakh i villaggi di Garkhon, mDa, Baldes, Beima lungo la valle dell’Indo ed Hanu Thong, Yogma Hanu e
Goma Hanu nella valle del fiume Hanu, affluente di destra dell’Indo, rappresentano l’estrema roccaforte
orientale dardica. Attualmente si definiscono di religione lamaista, sebbene vi si discostano per molte
importanti ritualità.
II
I primi a fornire notizie dei Brok-Pa sono Drew (1875) R.B. Shaw (1877), quindi Biddulph (1880) nella
sua un’ampia panoramica dei popoli dell’Hindukush (1880). Gli autori inglesi riferiscono un mito secondo il
quale i Bork-pa sarebbero originari di Chilas e Astor e solo nel XVII sec. sarebbero emigrati nell’area che
occupano attualmente. Successivamente Francke (1907), un missionario inglese, è tra i primi a raccogliere
e a sistematizzare un ampio materiale di inni delle origini dei Brok-pa fortemente ritualizzati ed eseguiti in
specifiche situazioni cerimoniali; egli inoltre propone ulteriori ipotesi sulla origine di questo popolo e sulla
loro stretta relazione con la cultura darda. Successivamente G. Dainelli, che in relazione ai Brok-pa dei
villaggi in esame afferma si chiamano in realtà Machnopa, si sofferma sulle tipologie abitative analizzando
il rapporto tra ambiente e sistemi di produzione(1924). Nel 1979 Jettmar scrive un resoconto etnografico sui
dardi buddisti,di ritorno da un viaggio in Ladakh, riportando i sistemi di credenze religiose, soffermandosi
in particolare sulla presenza di un complesso di cultualità fortemente legato al territorio.
III
Si deve sempre a Franche la segnalazione ed un primo tentativo di analisi dei numerosi siti di graffiti
rupestri; egli identifica i siti di Dhumkar, Achinatang, mDa, Skurbuchan, Kalatse lungo l’Indo ed altri lungo
la via di Leh. Afferma come i dardi siano grandi esecutori di petroglifi nei quali dominante è la presenza di
animali di stili differenti, tra i quali prevale la raffigurazione di caprini. Ma l’autore nota come sia
particolarmente interessante la presenza in un banco roccioso presso la confluenza tra la valle di Hanu e
quella dell’Indo di raffigurazioni umane con abiti ancora in uso agli inizi del ‘900: “On the rocks of the
Hanupata the Dard women are rapresented as wearing long ungirded gowns and very high pointed caps, a
costume which agrees with the one still worn by the Dard women of Dras.” (Francke, 1907 p. 26).
IV
Dissemimate lungo il corso dell’Indo e dei suoi affluenti, nei distretti di Gilgit, nel Baltistan, nel Diamir e
nella frangia settentrionale dell’Indus Kohistan, si trovano petroglifi ed iscrizioni su roccia che già erano
state in parte studiate da Aurel Stein nella prima metà del ‘900, e che poi sono diventate oggetto di una
ricerca sistematica da parte di un gruppo di studiosi tedeschi e pakistani negli anni ’80 (Jettmar, König,
Thewald, 1989). Di non facile datazione, sembra comunque che si possa risalire indietro alla fine del I
millennio a.C., questi siti sono stati di volta in volta riutilizzati, proponendo oggi spesso un fitto intrico di
figure e iscrizioni, testimonianza di movimenti migratori e di spostamenti carovanieri, che aiutano a
ricostruite la storia di una regione che si estende tra le catene dell’Hindukush e Karakorum e l’estremità
occidentale dell’Himalaya.
V
Il Nuristan un tempo era definito Kafirstan, ovvero ‘terra dei pagani’, così denominato dai musulmani, in
quanto si trattava di un territorio ancora non convertito all’Islam. Solo tra il 1895-96 l’emiro afgano Abdur
Rachman riuscirà a conquistare questa regione e ad introdurre l’Islam, cambiandone il nome in Nuristan,
‘terra della luce’. La principale fonte di notizie riguardante il Kafiristan pre-islamico è Robertson 1896.
VI
Le attività sociali, economiche, religiose e politiche sono legate al possesso delle capre. Anche il mito lo
conferma: S. Jones (1972) riporta un mito Waigali (Nuristan), nel quale l’eroe culturale Deputa, divenuto
povero dopo la perdita del padre, grazie al dono di alcune capre da parte del nonno, lavorando duramente,
riuscì a diventare un uomo ricco, potente e famoso.
VII
Per un approfondimento sul termine Dardistan che individua un’ampia porzione di territorio che si
estende dal Nuristan afgano alle regioni di Gilgit e Hunza ed oltre fino al Ladakh si veda Leitner , 1894;
Jettmar, 1980; Tucci, 1977; Cacopardo & Cacopardo 2001.
VIII
La rappresentazione della capra, tanto diffusa nei petroglifi della valle dell’Indo, si ritrova nella scultura
lignea kafira del Nuristan afgano e tra i Kalash del Chitral (Pakistan), che ne riprendono le corna stilizzate
per decorare pannelli, porte, finestre, capitelli e sedie, in quanto sono prerogativa, e non mero ornamento, di
cui può fregiarsi solo l’uomo di rango. Tracciata in modo essenziale la capra compare anche nelle pitture
murali del tempio della dea Jeshtak nella valli Kalash, la cui entrata è enfatizzata dalla presenza di due
protomi di ariete. (Cfr. ad esempio (Edelberg & Jones 1979; Loude & Liévre 1984)
IX
A causa della limitata permanenza nell’area, l’analisi di parte degli eventi rituali si basa principalmente
sull’etnografia prodotta da Vohra
X
E’ interessante notare come nel 1960 nella Valle di Bagrot è stata documentata da Snoy l’esecuzione di
alcuni petroglifi che rappresentano capre selvatiche ad opera di pastori. Jettmar (1979) riporta come questo
dato etnografico, confrontato con le presenze delle pitture di capre praticate dai Kalash ancora oggi

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all’interno di edifici sacri, sia fondamentale per interpretare le presenze dei petroglifi lungo il corso
dell’Indo da un punto di vista simbolico-religioso.
XI
Il sito in esame è costituito da una serie di almeno 4 pannelli di roccia posti circa a circa 1 chilometro a
monte di mDa. Il principale è costituito da un grande banco di granito perfettamente levigato dall’erosione
del fiume. Rispetto alla strada attuale si trova alcuni metri sotto, a non più di 7-8 metri sopra il corso
dell’Indo. Cfr. tavola 2. A questo se ne aggiungono altri minori posti sempre nell’area adiacente, sia a
monte che a valle della strada. Non si esclude che i recenti lavori di sbancamento legati alla costruzione
della strada ne abbiano distrutti o coperti altri.
XII
Prevalgono le raffigurazioni di caprini, ma sono presenti anche bovini ed altri non ancora identificati.
XIII
Cfr. ad esempio Desio, 1985; Arif, 1992; Vidale, Olivieri, 2002; Jung, 2003.
XIV
Tali figure con le braccia sollevate, le mani aperte con i palmi rivolti verso l’osservatore vengono di
solito definite come oranti; cfr. Jung, 2003, pp. 484-502, in partic.p.499.
XV
Si deve comunque rilevare che l’ormai pluridecennale presenza militare nell’area, situata esattamente a
ridosso del controverso confine indo-pakistano, ha prodotto proprio per le zone di montagna frequentate
dai Brok-pa nuove strategie economiche legate all’approvvigionamento dei cibi freschi necessari alla
pattuglie indiane. Questo insieme ad una serie di limitazioni nell’uso dei territori per le pratiche pastorali e
alla continua intrusione di estranei considerati ‘impuri’ nelle zone alte della montagna, sta pesantemente
spingendo verso drastici mutamenti socio-economici.
XVI
Il controllo degli animali è attualmente affidato a gruppi di sei persone che si danno il cambio ogni dieci
giorni. L’area della montagna specificamente legata alle greggi di mDa si chiama Yanograw.
XVII
Proprio per la zona dei pascoli alti si fa riferimento negli inni ai luoghi dove arrivarono gli antenati dei
Brok-pa nella loro migrazione da Gilgit, come il sito di Hangdangsmin, Nir mDa, Mal Mal Khutu, Uno
Grung, tutti luoghi tuttora legati all’allevamento estivo
XVIII
Il termine Bononah viene tradotto come “festival del grande raccolto” (Vohra 1989, p.59) e viene
celebrato ogni anno in un posto differente secondo una rotazione che comprende attualmente tre villaggi.
Come nota anche Vohra (ibid) stretti sono i parallelismi con il Chaumos, festa del solstizio invernale
celebrata dai Kalash del Chitral. Essa si svolge durante quasi tutto l’arco del mese di dicembre ed è legata al
culto del dio Balumain,che ritorna tra gli uomini solo in questa occasione rituale. Si tratta di una divinità
connessa con il sole e la fecondità. La complessa celebrazione del Chaumos, richiesta secondo il mito dallo
stesso Balumain, si articola in diversi rituali propiziatori di una rigenerazione della comunità agro-pastorale.
Cruciali sono i momenti in cui si riproducono figure di ibex sia in pasta di pane sia dipinte, riproduzioni che
riattualizzano un momento mitico, quando ogni cosa venne decisa, quando Balumain arrivò nelle valli
Kalash per la prima volta e insieme alla figlia di una ‘fata’ trova in un pascolo una roccia, la quale, bagnata
dal latte, si trasforma in splendide sculture animali e umane. Tale posto è conosciuto oggi come Dizila wat,
“pietre della creazione”, si trova nella valle di Otrok, limitrofa alla valle di Bumboret, e una parete di rocce
dell’area conserva graffiti di capre selvatiche ed esseri umani. (Loude, Lieve, 1984; Snoy 1974)
XIX
Il primo tentativo sistematico di raccogliere informazioni riguardo il Bononah, come parte integrante del
sistema religioso brok-pa, si deve a Francke (1905), il quale pubblica 18 inni del Bononah, analizzandoli da
un punto di vista linguistico. Jettmar (1975) tenta per primo una analisi di questo materiale evidenziandone i
temi principali, come il riferimento alla cosmologia, l’enfasi attribuita alle greggi e alla caccia. Infine Vohra
(1989) in uno studio dedicato alla religione dei Dardi del Ladakh, approfondisce alcuni aspetti degli inni
brok-pa ed fornisce una descrizione non sempre esauriente della festa.
XX
Molti inni hanno come tema principale la vita pastorale o la caccia e le offerte eseguite alle divinità in
caso di caccia fortunata: dei 21 inni che Vohra dichiara essere riconosciuti come patrimonio comune e
condiviso almeno tra i Brok-pa di Garkun e mDa, 5 sono Daruca (di caccia) e 6 Pajuli (pastorali e
d’allevamento)
XXI
Per una analoga analisi dell’organizzazione dello spazio secondo la diade puro/impuro nella cultura
Kalash si veda ad esempio Cacopardo e Cacopardo 2001.
XXII
Dei molti ambiti in cui hanno luogo i cerimoniali di purificazione, è emblematica la necessità di dover
purificare gli animali prima di portarli ai pascoli alti.
XXIII
Le fumigazioni di ginepro ricorrono frequentemente negli ambiti rituali dell’area individuata con il
nome di Dardistan. Tutt’oggi le principali feste Kalash sono accompagnate dall’uso di questa pianta il cui
fumo purifica e mette in comunicazione con le divinità di cui si chiede l’intervento ( Loude, Lièvre, 1984).
Da segnalare anche il Chili- gari-ai, rituale rilevato nella valle di Astor ( Nayyar, 1982), il cui nome
significa “ginepro e capra”, durante il quale il fumo purificatorio ed aromatico del ginepro costituisce
elemento rituale fondamentale, tanto da dare il nome all’evento. Nella valle di Hunza un mito racconta che
fin da tempi antichi esisteva un albero di ginepro nel giardino di un uomo chiamato Keramo Darbèsh;

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questo ginepro era venerato dalla gente di Hunza e veniva chiamato Boyo. Accadde che qualcuno osasse
tagliarlo, ma subito dopo incontrò la morte e il ginepro ricominciò a crescere (Lorimer 1934, p.113)
XXIV
A testimoniare il complesso intreccio tra gli elementi mitici presenti nelle celebrazioni del Bononah e
la cultualità regolarmente tributata durante l’anno troviamo anche l’esistenza di una deità, Mande, che oltre
ad avere un ruolo di primo piano nel festival ed un inno espressamente dedicato, viene anche riconosciuta
come protettrice delle greggi e della fertilità delle stesse.

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