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Onore a chi ha lottato per la libert, la giustizia e la pace

Una carneficina violenta e sanguinaria si staglia atrocemente sul panorama europeo dei
primi anni del Novecento, una piaga aperta che fatica a rimarginarsi, una ferita che brucia
ancora oggi, a distanza di cento anni, trascinando con s gli spiriti languidi delle
innumerevoli vittime di una strage inutile e inconcludente. Una sfilza infinita di nomi di
soldati mandati a combattere in nome di ideali vani e fasulli grava, con il suo peso
sfiancante, sulla coscienza della nostra nazione, Paese troppo debole ma imprevidente,
pronto a sacrificare i suoi figli, a sporcarsi del sangue di innocenti pur di essere considerato
alla stregua delle grandi potenze mondiali.
Pi di 600.000 furono gli italiani caduti in un conflitto senza precedenti nella storia
mondiale, milioni le famiglie stravolte e stremate dal dolore, dalle privazioni e
dallangoscia, le donne soffocate dallultimo saluto rivolto ai propri uomini, mariti e figli,
rimasto bloccato in gola a riprodurre il retrogusto amaro di un addio irreparabile e
inevitabile. Limmane sofferenza di cittadini indifesi, succubi di meccanismi sociali ormai
scanditi dalla logica dellimperialismo, del colonialismo e della sopraffazione, traccia i
contorni di una guerra ingiusta, che segn le sorti del nuovo secolo fin dagli esordi.
Rivoli di sangue impregnarono il terreno della nostra patria, bagnato dalle lacrime versate
da migliaia di uomini fragili e sconvolti dagli orrori di una societ inaccettabile per quanto
disumana e, tuttavia, costretti comunque ad innalzare barriere di odio e di violenza di fronte
al nemico, pronti a lottare, disposti a morire.
Dulce et decorum est pro patria mori: questo il famoso inno oraziano che si leva dalle
file degli interventisti, sono queste le urla di coloro che cercarono di giustificare omicidi
immotivati sulla base di ragioni nazionalistiche, morali, in nome del proprio orgoglio,
mascherando i celati interessi personali, territoriali, economici e politici. La follia
irrazionale e omicida di unumanit corrotta nei suoi ideali pi puri fu il motivo propulsore
di un fenomeno che, inaspettatamente e improvvisamente, sconvolse in maniera radicale
limmaginario collettivo, gi dilaniato dagli sconcertanti cambiamenti dei decenni
precedenti.
Profondo fu il solco che la Grande Guerra lasci nella storia europea, terribili si rivelarono i
turbamenti psicologici e le ripercussioni sociali che sfociarono, come un fiume in piena, a
ridosso della fine del conflitto. Quellevento, inizialmente accolto con slanci di fervido
entusiasmo e intensa passione patriottica, non tard a rivelare il suo volto oscuro e
tenebroso, di cui i militanti agguerriti conservarono per sempre le ferite nei meandri del loro
animo e sulla carne dei loro corpi.
La stereotipizzazione del soldato, dunque, and a convogliare nella trama generale del
secolo, la cui cruda realt era percepita in maniera distorta agli occhi della massa informe,
spettatrice marginale ed estranea agli eventi. In nome della pace, delle virt militari, del
coraggio e della giustizia si idealizzano i veri protagonisti della carneficina, i soldati,
estenuati dallorrore delle trincee, dalla perdita dellumanit e della dignit, dallinquietante

visione di fratelli ormai del tutto dimentichi del valore della vita umana. Sono proprio loro:
soldati strappati a forza dalle famiglie e dagli affetti, costretti a iniziare un viaggio diretto
verso linferno, dilaniati dal desiderio di fuggire, di chiudere gli occhi dinanzi ad un mondo
ingiusto, di salvarsi dal baratro della spietatezza e della malvagit.
La leva militare spediva giovani uomini sul fronte precludendo loro ogni alternativa,
privandoli della possibilit di scelta. Migliaia di soldati, cos, sradicati dalla quiete del paese
dorigine, cercarono di aggrapparsi al mito utopistico della guerra combattuta in nome della
pace, per tentare di cancellare dal loro animo la paura e lorrore per la realt circostante, che
si rivelava peggiore di ogni incubo.
Lideale ossimorico della guerra per la pace e per la libert costitu lincipit di un percorso di
distruzione verso cui si avviarono soldati di ogni tempo, fino ai giorni nostri, con gli occhi
vacui velati dal senso di colpa lasciato annegare nella fragile illusione di poter riuscire,
almeno loro, a porre fine a qualsiasi altra cattiveria, con il loro esempio e il loro sacrificio
che, per, non serv ad altro se non ad allungare la lista delle vittime che la guerra mieteva
senza alcuna sensibilit.
La speranza di poter uccidere, insieme al nemico, il pericolo di conflitti futuri per
proteggere i propri cari e regalare loro una vita migliore, pi sicura, pi tranquilla, si radic
negli animi di uomini che, privati dei loro punti di riferimento fondamentali furono pur
costretti a tenersi stretti a qualche credenza per sopravvivere. Fu questa, allora, la guerra:
una guerra atroce combattuta per la sopravvivenza, in cui ciascuno affermava la legge della
forza per rimanere legato alla vita, per scampare a quella morte cos brutta e paurosa che
incupiva il loro animo ogniqualvolta si trovavano dinanzi agli occhi spaventati del nemico
che cadeva, sconfitto e morente, sotto la violenza delle loro armi.
La violenza psicologica subita ingiustamente da persone innocenti, la cui sanit mentale
vacillava giorno per giorno a causa delle fucilazioni di massa, delle minacce,
dellimpossibilit di decidere del proprio destino, dilag rapidamente nel luogo infernale,
nelle trincee, trasformando uomini puri in automi ormai del tutto vuoti, persi, morti dentro
prima ancora di aver perso effettivamente la vita. Fu proprio in questo momento, allora, che
tra le file dei combattenti si diffuse il termine dialettale naja, ad indicare la guerra come
una tenaglia che li strappava dalla vita, che li obbligava ad essere sottomessi alle gerarchie
istituzionali, privandoli completamente della loro purezza e della loro umanit.
La vita del soldato, spietata e senza alternative, rivela il peso della crudelt e della
scelleratezza di uomini affamati di potere e desiderosi di vittoria e sopraffazione, in nome
della quale miglia di persone furono mandate al macello senza alcun ritegno, trattate alla
stregua di belve, senza alcun diritto, senza alcuna possibilit di scelta.
Il nome di queste vittime per sempre deve aleggiare nella nostra memoria riscaldandoci i
cuori e deve indurci a condurre quotidianamente delle piccole guerre nei nostri inferni
quotidiani per preservare quella libert che loro ci donarono come diritto fondamentale e
che, anche ai giorni nostri, spesso viene minata alla base da atti di violenza e follia umana.