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Adriano Fabris

ETICA DELLA COMUNICAZIONE


Capitolo 1 - Etica e comunicazione
Latto filosofico per eccellenza, la riflessione sullagire. La riflessione ci che
pu interrompere lo svolgimento di altri atti, che pu produrre una presa di
distanze da ci che stiamo facendo, allo scopo di comprendere meglio una
certa situazione e di trarre indicazioni per i comportamenti futuri.
In occidente, fin dallantichit, questa riflessione filosofica si rivolge ai nostri
atti, al nostro agire, ai nostri atteggiamenti, viene chiamata etica; si tratta di
una riflessione sullagire che risulta essere lagire proprio della filosofia.
Ma etica nomina anche il complesso dei criteri che guidano lazione, i principi
e le consuetudini che regolano i comportamenti del singolo o di una comunit,
sia in generale che in un determinato periodo storico. Tali principi non sono
assunti o scelti consapevolmente, ma costituiscono lo sfondo condiviso dei
nostri comportamenti quotidiani.
La parola etica deriva dal greco ethos che significa comportamento,
costume, ma anche lintimo legame di ogni comportamento alla dimensione
della dimora e della comunit.
Infatti, lagire pu consolidarsi in unabitudine, in un costume e questo il
costume condiviso dalla comunit, quello capace di identificarla nei suoi
specifici caratteri.
Ethos trova un unico corrispondente nel latino con il sostantivo mos, moris.
Infatti nelle lingue in cui il flusso del latino risulta determinante, si riscontrano
due vocaboli: etica e morale usati indistintamente per cogliere tanto
lambito delle nostre azioni quanto la riflessione su di esse; tanto la prassi
individuale quanto la dimensione delle regole comuni.
In filosofia si cercato di evitare ambiguit tra questi termini: cos per indicare
la riflessione filosofica che ha per oggetto lambito della prassi umana si usano
le espressioni filosofia morale/etica filosofica. Mentre la ricerca che vuole
stabilire la natura delletica e definire i metodi di prova e dimostrazione in essa
viene indicata con le espressioni meta-etica/meta-morale.
Infine la morale indica la sfera delle azioni umane nella loro concreta storicit;
mentre letica descrive la disciplina che le prende in esame e che ne fa il suo
oggetto specifico.
Fin dal mondo greco, lattivit filosofica sempre iniziata da uninterrogazione:
le domande sono sempre le stesse e servono ad individuare ci che qualcosa ,
e a descrivere i vari modi di questo suo essere, per inserire ci su cui ci si
interroga in una pi ampia rete di relazioni ricercandone gli scopi.
Domande analoghe si ritrovano nelletica, e riguardo allagire ci si pu chiedere
che cos quello che stiamo facendo e come un certo atto si configura.
DOMANDE DELLETICA:
Che cosa sto facendo? Come lo sto facendo? Spinto da quale istanza? E per
quale scopo? Che cosa debbo fare? Perch lo faccio o lo debbo fare? Che senso
ha il mio agire?
Queste domande vengono estese a unattitudine che si ritiene condivisa da
ogni uomo.

Infatti la mossa filosofica intende condurre un discorso che valga non solo per il
singolo uomo, ma per tutti gli uomini.
Le questioni relative alla definizione dellagire cosa e come si configurarisultano dominanti nellambito delletica antica; mentre le tematiche relative al
dovere contraddistinguono la tradizione ebraico-cristiana e sono il riflesso di
quella scissione fra ci che luomo portato a compiere e ci che invece gli
viene richiesto da unistanza superiore.
Il problema del senso dellagire (perch io faccio o debbo fare qualcosa),
emerge come problema filosofico nel momento in cui viene meno la risposta
religiosa.
La definizione dei modi dellagire mira ad individuarne le cause. Conoscendo
tali cause, possibile ricavare previsioni su comportamenti futuri e fornire
indicazioni su ci che nellagire stesso deve essere perseguito.
ARISTOTELE: il suo tentativo di definire lagire e di descriverne i processi si
ricollega alla concezione che egli sviluppa del bene in generale e del rapporto
che lagire ha con il bene. Il bene fine, scopo dellazione umana. Raggiungere
il bene, per Aristotele un tendere naturale delluomo. Ogni uomo persegue
bene particolari: qualcosa che bene per lui poich corrisponde ai sui desideri.
Il bene da perseguire il bene supremo, al quale ogni essere razionale per
natura tende. Per garantire il raggiungimento di questo bene, viene stabilito un
ordine tra le facolt proprie delluomo: tra quelle che possono allontanare dal
suo perseguimento, e quelle grazie alle quali possibile ottenerlo.
Ne consegue una gerarchia fra i beni, che vede i beni particolari subordinati
alla prospettiva di una pi generale felicit (eudaimonia), concepita come bene
supremo delluomo. La felicit data dal conseguimento della nostra autentica
vocazione: dal raggiungimento di quellequilibrio di vita che trova il suo
modello pi alto nella figura del filosofo.
Alletica del bene, come fine a cui lagire delluomo mira, si lega unetica della
virt, come modo in cui viene perseguito il bene (la parte razionale delluomo
deve dominare le inclinazioni che possono allontanarci dal nostro scopo).
ETICA DI ARISTOTELE: si cerca di instaurare un doppio equilibrio: lequilibrio
interno al singolo uomo reso possibile dalla prospettiva di una vita buona
nellottica del raggiungimento del bene; lequilibrio fra tutti gli uomini in cui
lindividuazione del bene e il suo raggiungimento mirano alleliminazione di
ogni conflitto.
La proposta aristotelica ha presupposti di base:
-la spiegazione dei processi dellagire faccia comprendere anche le loro
motivazioni, il loro senso.
- possibile definire la natura umana in maniera fissa e univoca.
-non sussiste alcuna scissione tra ci che faccio e ci che debbo fare: il dovere
non appare in contrasto con la mia natura, ma ne rappresenta unesplicazione.
Tali presupposti sono messi in discussione allinterno della TRADIZIONE
EBRAICO-CRISTIANA: emerge unaltra idea di etica che fa una distinzione tra
ci che io sono, ci che posso o voglio fare e ci che debbo fare. La riflessione
sul nostro agire deve assumere il problema del male, nel rapporto tra la volont
di Dio e la volont delluomo.
Mentre per Aristotele letica poggia sulla natura delluomo, nel contesto biblico
essa viene fondata sulla religione, ossia su un particolare legame che luomo
pu instaurare con il divino.

Ci che Dio richiede alluomo appare in contrasto con quello che luomo
sarebbe portato per natura a perseguire. Si delinea una scissione interna
alluomo stesso, fra ci che egli spinto di per se a realizzare e ci che, indotto
da Dio, ritiene invece di dover fare. Dio stabilisce che cosa bene fare e cosa si
deve fare per realizzare il bene (es. 10 Comandamenti).
Il comandamento fondamentale quello dellamore non solo nei confronti di
Dio, ma anche del prossimo; quindi deve essere contrastato legoismo, lamor
proprio (tendenze ben radicate nella natura umana), a favore dellapertura
verso laltro (atteggiamenti a loro volta insiti nelluomo stesso).
Nella tradizione ebraico-cristiana emerge una concezione non pi statica, bens
dinamica dellessere umano. Al centro di questa etica viene posta una
particolare idea di libert: la libert delluomo di decidere di ubbidire o meno ai
comandi divini. Tale libert si trasforma dunque in responsabilit. Sannuncia
letica del dovere: lazione pensata come risposta libera a un comando che
viene considerato vincolante per le azioni di volta in volta compiute.
Questo modello di etica non viene abbandonato a dispetto della
secolarizzazione dellet moderna, ma viene proposto a pi riprese
individuando altri criteri di giustificazione sia del principio del dovere che dei
suoi contenuti. Come accade alla fine del 700 con Immanuel Kant.
KANT: il dovere non giustificato a partire da una rivelazione divina. Esso
stesso si presenta alla coscienza morale come principio dellagire. Il dovere
trova espressione nei modi di un comando, di un imperativo che si impone
assolutamente alla coscienza delluomo. Questo comando non prescrive
qualcosa di determinato, ma risulta una funzione di riconoscimento: il criterio
che consente di riconoscere la moralit o meno di ci che induce a compiere
unazione. In Kant il principio del dovere non poggia su una rivelazione divina,
ma al contrario Kant cercher di motivare lammissione dellesistenza di Dio
movendo da una tale assunzione da parte delluomo, di quel principio della
moralit che risulta insito in lui stesso. la morale a diventare il fondamento
della religione.
NIETSCHE: nella seconda met dell800 ripensa la morale in unepoca nella
quale non si da pi per scontato il riferimento a Dio della tradizione ebraicocristiana. Nietsche avanza il problema del senso che un principio morale deve
avere e mostra che tale senso non giustificato a partire da qualcosa che
simpone, come la rivelazione divina. Il senso delle nostre azioni risiede nel
nostro stesso volere.
PENSIERO DEL 900: si presenta il problema dellagire, ossia
dellindividuazione delle motivazioni che mi spingono a fare qualcosa. La
riflessione contemporanea segue due strade:
1) Filosofia continentale (Europa): giustificare la possibilit che un senso si
possa dare non pi nei modi dellimposizione ma in quelli del coinvolgimento
(finiamo col muoverci nel nostro agire e nel nostro pensare).
2) Filosofia analitica (ambito culturale anglo-americano): si rinuncia alla ricerca
di un senso complessivo e si dedica a unanalisi dei diversi modi in cui lagire
trova la propria esplicazione.
Letica contemporanea deve fare i conti con il problema del senso, del
perch, della motivazione. Oggi interviene la TECNICA attraverso cui il senso
dellagire viene a risolversi nellefficacia di una prestazione. Gli sviluppi
tecnologici hanno trasformato i modi in cui le azioni vengono compiute e i
criteri in base a cui possono essere pensate.

Viviamo nellet della tecnica in cui gli strumenti tecnologici facilitano la vita, e
grazie ai quali siamo in grado di abitare io mondo e di sentirci ovunque a
casa. Per questo siamo in grado di sorprenderci sempre meno, dato che per
ogni cosa c o ci pu essere una spiegazione, e tutto o quasi tutto si pu
prevedere.
Insomma lo scopo della tecnica rendere il mondo ancora pi comodo. Le
procedure della tecnica, elaborate per essere al servizio delluomo nel suo
rapporto con il mondo, finiscono per rendere luomo e il mondo stesso,
qualcosa di funzionale a tali procedure.
La tecnica mostra un duplice volto: da un lato ci fa abitare il mondo in maniera
sempre pi comoda, dallaltro in grado di modificare, distruggere e
annientare questo mondo stesso (2 guerre mondiali, attuale emergenza
ecologica).
Oggi la tecnica ci che tende a riassorbire ogni comportamento nelle proprie
procedure; quindi non c pi spazio per unassunzione di responsabilit da
parte dei soggetti individuali o collettivi.
Questo scenario ha sollecitato il riproporsi delle tradizionali domande etiche
sul che cosa, sul come, sul perch facciamo o dobbiamo fare qualcosariguardo allagire che si compie nellet della tecnica. Di fronte a tali problemi
specifici e allallargamento delletica generale sono nate le ETICHE APPLICATE.
Limporsi di una sempre pi comprensiva immagine tecnica del mondo ha rotto
quei limiti a partire dai quali erano stati elaborati i precedenti modelli di etica.
Tre sono i limiti messi in discussione:
1)Limite relativo al potere delluomo di incidere sul mondo, sullambiente,
sullesistenza o meno degli altri e di se stesso. Grazie alluso delle tecnologie
siamo in grado di trasformare, distruggere la vita sulla terra; al contrario con le
scienze biomediche siamo in grado dimodificare i processi che riguardano la
vita.
2)Limite che distingueva ci che naturale e ci che artificiale; limite
oggi scomparso.
3)Limite che poteva essere imposto allagire delluomo da un comando
superiore: dalla voce della coscienza o da un ordine divino. Lagire, liberato da
ogni costrizione, scopre di dover rispondere solo a se stesso.
Il venire meno di questi limiti fa sorgere il problema della responsabilit che
contraddistingue ogni azione. vero che grazie alla tecnica possibile
controllare gli effetti di ogni azione, ma controllarli non significa esserne
responsabili; inoltre effetti collaterali e imprevedibili scaturiscono dallagire
illimitato della tecnica.
Di fronte a questa situazione, i modelli di etica del passato non bastano pi.
Non c pi spazio per unetica fondata sullessere o sulla natura delluomo;
ma va elaborata una morale che sia davvero allaltezza della mutata
condizione dellagire umano nellepoca della tecnica. Vanno ripensate le nozioni
fondamentali delletica. Questo ci che hanno iniziato a fare le ETICHE
APPLICATE partendo dai vari campi dellazione che in epoca recente hanno
visto cambiare i loro tradizionali punti di riferimento. Sono nate nuove
discipline allo scopo di approfondire e valutare limpatto delle nuove tecnologie
sui vari ambiti della nostra vita: la bioetica, letica sociale, letica della
comunicazione.

In tutti questi casi il concetto di applicazione indica il terreno concreto da cui


nascono le domande relative ai nostri comportamenti.
Nel campo delle etiche applicate non si ha a che fare con il meccanico utilizzo
di criteri generali di comportamento; ma al contrario si opera essendo
costantemente consapevoli che solo su un terreno particolare possono
emergere questioni capaci di mettere in crisi anche i principi universalmente
validi.
Emerge un circolo virtuoso fra il livello sempre circoscritto delle etiche
applicate e quello ben pi ampio delletica generale; le etiche applicate, che
alletica generale richiedono una giustificazione ultima, consentono di mettere
alla prova tali paradigmi e ne forniscono unadeguata contestualizzazione.

Capitolo 2 - Che cos letica della comunicazione?


Nellambito delle etiche applicate rientra anche letica della comunicazione,
una disciplina nata nella seconda met del 900, sebbene lattenzione per gli
aspetti etici del linguaggio sia antica quanto la filosofia.
Nella riflessione contemporanea letica della comunicazione ha trovato
importanti sviluppi nellarea culturale anglo-americana. In Italia, queste
tematiche sono arrivate in ritardo, ma negli ultimi decenni si recuperato il
tempo perduto, anche grazie a indagini provenienti dal campo dagli studi della
comunicazione di massa.
Perch sembra oggi indispensabile sottoporre i processi comunicativi ad un
vaglio etico? Oggi, nel mondo dominato dai mezzi di comunicazione di massa,
vige una disattenzione per le regole e i principi e sembra che nellambito
comunicativo domini uno scarso rispetto per lascoltatore (considerato come un
bersaglio da colpire), uninsufficiente attenzione per le esigenze che
provengono dalle varie fasce di utenti (tutti subordinati indistintamente ai
meccanismi della pubblicit) e un abuso dei mezzi dinformazione. Emerge
quindi un bisogno di etica.
Diviene urgente mostrare che nei processi comunicativi necessario riferirsi ad
alcuni principi di comportamento e che tali principi devono risultare
universalmente condivisibili: debbono configurarsi come validi in generale.
Molti sono i principi condivisi ai quali fatto riferimento nellesercizio della
prassi comunicativa: dal criterio dellutilit (dominante nelle comunicazioni di
massa), al criterio della condivisione (dominante nelle relazioni interumane che
mirano al raggiungimento di unintesa).

Il COMPITO DELLETICA DELLA COMUNICAZIONE consiste nel fondare in


termini filosofici ci che pu essere detto buono in un senso morale e di
motivare alladozione dei comportamenti comunicativi che lo promuovono.
Vi la consapevolezza che tali principi non sono scelti da nessuno ma che
vengono subiti sia dagli operatori che dagli utenti; essi risultano interni ad una
logica che finisce per autoalimentare i processi della comunicazione e che
caratterizzata dallintreccio di una certa idea di comunicare.
La condizione in cui si trovano ad agire gli operatori della comunicazione, ma
nella quale anche noi stessi viviamo, sembra essere quella di una diffusa
irresponsabilit. Si ha la consapevolezza che facendo comunicazione rischiamo
di non essere pi soggetti morali. Questo ci impedisce di adeguarci ai principi
di comportamento che sono impliciti nei meccanismi della comunicazione.
Questo ci motiva a elaborare unetica della comunicazione come disciplina
filosofica autonoma: il fine di riappropriarci delle nostre responsabilit.
Che cos IN GENERALE LETICA DELLA COMUNICAZIONE?
Letica della comunicazione la disciplina che individua, approfondisce e
giustifica quelle nozioni morali e quei principi di comportamento che sono
allopera nellagire comunicativo, e che motiva allassunzione dei
comportamenti da essa stabiliti.
Da un lato letica della comunicazione si configura al pari delle altre etiche
applicate come la messa in opera di quei principi morali che letica generale
deputata a fissare ed elaborare. Dallaltro lato nel corso del 900 la nozione di
agire comunicativo ha acquisito un ruolo emblematico e determinante. Ci
avvenuto in 2 modi:
1)E emerso che quando si parla di comunicazione si ha a che fare con un atto,
con qualcosa di dinamico e non gi con un fatto che si compie seguendo una
forma standard, fissa. Il comunicare non appartiene allambito della natura, ma
alla sfera della possibilit. Si apre una prospettiva di ricerca che considera la
comunicazione come un agire e ne analizza processi e scopi.
2)La consapevolezza di tale autonomia allinterno della comunicazione, ha
comportato la svolta comunicativa della filosofia contemporanea: il
riconoscimento della funzione paradigmatica che gli studi sulla comunicazione
assumono nei confronti delle altre discipline che si occupano del linguaggio, ma
soprattutto lassunzione del ruolo fondamentale che lattivit del comunicare
gioca allinterno del pensiero umano.
Letica della comunicazione, in quanto etica applicata, fornisce le condizioni
che consentono di giustificare comportamenti universalmente riconosciuti
come morali.
Che cosa significa comunicare?
La definizione classica del termine comunicazione dice che: comunicare
significa trasmettere pensieri, idee, notizie, informazioni, dati (messaggi) ad
altri.
Comunicare significa trasmettere.
TEORIA STANDARD: la comunicazione viene vista come un rapporto
unilaterale fra un emittente ed un destinatario, il quale colui che riceve un
messaggio. Tale messaggio a sua volta trasmesso in virt di un contatto
(canale) fra emittente e ricevente, che si configura secondo un codice (lingua)
e si riferisce ad un contesto. Roman Jakobson stato il primo a riferirsi a questa

concezione, facendo riferimento alla teoria dellinformazione sviluppata nel


secondo dopoguerra da Claude Shannon. Lo scopo di Shannon era di ricercare il
modo pi efficiente per trasmettere i segnali, evitando ambiguit, disturbi e
rumori di fondo. Jakobson applica questa teoria allambito della linguistica e la
trasforma in un modello suscettibile di essere esteso ad ogni dimensione
comunicativa.
Fare buona comunicazione significa trasmettere in maniera efficiente,
ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, eliminare tutto ci che
provoca rallentamenti, disturbi, ridondanze, ambiguit.
La comunicazione pubblicitaria divenuta un esempio paradigmatico della
comunicazione in essa un messaggio formulato in maniera allettante viene
trasmesso da un emittente a un ambito di potenziali riceventi. Il messaggio
reso persuasivo facendo intervenire un testimonial. Chi destinato a ricevere il
messaggio viene definito target. Una pubblicit buona quando risulta
efficace, quando raggiunge il proprio bersaglio con il minor numero di errori e
con il minor spreco di risorse. La comunicazione pubblicitaria costituisce
unesemplificazione del modello standard.
Comunicare bene significa comunicare in maniera efficace ed efficiente. Tale
consapevolezza cio la presenza di altri paradigmi oltre a quello della
trasmissione di un messaggio da un emittente ad un destinatario, induce a
ridimensionare la convinzione delluniversale applicabilit del modello standard
a ogni ambito della nostra esperienza.
Bisogna identificare una specifica forma di comunicazione che stia alla base
della teoria standard e a cui vadano riferiti i vari processi comunicativi sia per
quanto riguarda il loro senso, sia per quel che concerne i loro principi etici di
riferimento.
Questo MODELLO BASILARE quello per cui comunicare significa dischiudere
uno spazio comune di relazione fra interlocutori.
Comunicare non fornire informazioni; informare significa trasmettere
contenuti, recapitare messaggi. Ma nellambito comunicativo avviene qualcosa
di pi,, che va oltre il mero scambio di notizie.
Nellinformare il passaggio di notizie da un emittente ad un destinatario non
risulta mai diretto: lemittente per colpire il suo target, deve tener conto della
reattivit del destinatario. Il destinatario interviene su quanto gli stato
trasmesso dallemittente, interpreta il messaggio che gli viene inviato, si
relaziona ad un contesto che pu diventare sempre pi condiviso il ricevente
ha sempre diritto di risposta. Qui sta la differenza tra il modello
dellinformazione e quello della comunicazione:
-Informazione: iniziativa sempre dellemittente, feedback considerato
successivo allimpulso prodotto e conseguente ad esso.
-Comunicazione: interazione possibile sempre e in ogni momento,
caratterizzata da una simultaneit. Il feedback previsto fin dallinizio.
presente un coinvolgimento nel quale ogni parlante considerato interlocutore
che coopera.
Il termine comunicazione deriva dal latino communicatio che indica il
mettere a parte, il far partecipe altri di ci che si possiede.
Comunicazione non linguaggio. Il linguaggio da un lato permette di mettere
in relazione e dallaltro costringe a separare coloro che sono coinvolti nei suoi
processi. Il linguaggio si rivela al tempo stesso organo e ostacolo della
comunicazione. Mentre il linguaggio occasione sia di collegamento che di
separazione, nella dinamica del comunicare c sempre lintenzione di
raggiungere unintesa.

Nel comunicare racchiuso il compito etico di riconfermare la possibilit


dintesa gi implicita nella dinamica della linguistica. Lesigenza di unetica
della comunicazione nasce proprio in virt di questo collegamento rispetto alla
separazione che ha nel comunicare la sua effettiva condizione di possibilit.
Ci sono vari modi di creare uno spazio comune tra gli interlocutori e ci sono vari
modi per gestire , con lausilio del linguaggio, questo spazio. I modi principali
sono 3, e sono articolazioni delletica della comunicazione:
1)APPROCCIO DEONTOLOGICO: riguarda le varie categorie professionali di
comunicatori. Il termine deontologia rimanda alla sfera del dovere nella
misura in cui prescritto da unistanza riconosciuta come normativa. Con
lemergere dellaspetto deontologico si delinea lesigenza di una
regolamentazione dei processi comunicativi. Storicamente questa esigenza era
stata avvertita da categorie professionali quali giornalisti, comunicatoriche
aveva bisogno che venissero stabiliti limiti precisi per lattivit che essi erano
chiamati a compiere. Tali limiti debbono risultare da unautoregolamentazione
che viene compiuta allinterno degli ambiti professionali coinvolti.
Nascono i vari codici deontologici, ossia quelle indicazioni di comportamento
per gli operatori della comunicazione nelle quali viene stabilito ci che lecito
e ci che non lecito fare nellesercizio di tale professione; vengono anche
indicate le sanzioni previste per i trasgressori.
Tuttavia lapplicazione di questi codici deontologici con relative sanzioni non
costituiscono un valido deterrente per evitare i comportamenti scorretti.
Lapproccio deontologico risulta circoscritto a coloro che si riconoscono in una
particolare categoria. Il limite dei codici inerente alla loro stessa natura. Con il
riferimento ad essi si ritiene di poter fornire una risposta giuridica a questioni di
carattere etico. Le questioni etiche che concernono la libert e la responsabilit
delluomo non possono ricevere risposte provenienti da un ambito diverso.
Ecco perch bisogna elaborare una etica della comunicazione capace
dinteressare non solo gli addetti ai lavori, ma tutti coloro che sono coinvolti nei
processi comunicativi.
Ciascun interlocutore risulta caricato di una responsabilit, nel senso che si
riconosce vincolato a prescrizioni provenienti dallarea professionale a cui
appartiene e trova in se stesso la motivazione del proprio agire. Introducendo
la nozione di responsabilit arriviamo al terreno delletica.
Il termine responsabilit legato al verbo rispondere in particolare
rispondere a qualcosa o qualcuno e rispondere di qualcosa o qualcuno.
Nel caso del rispondere di, non replico ad uniniziativa altrui, ma sono io che
mi faccio carico di un potere nei confronti di qualcuno/qualcosa. Sono io che
con la mia iniziativa mi rapporto a qualcosa daltro su cui sono in grado di
incidere.
Storicamente tale atteggiamento stato pensato nei termini dellagire secondo
cause. Il vocabolo greco aitia esprime questa forma di responsabilit nei
confronti di uno stato di cose.
Dal 600 viene considerata decisiva la causa efficiente per cui qualcosa
provoca effetti su qualcosaltro. Ci che conta il nostro potere dagire su una
situazione, dando il via ad uno specifico processo. Noi siamo responsabili in
quanto siamo in grado di dare inizio a qualcosa. Emerge il nesso tra
responsabilit e libert. Un soggetto libero responsabile moralmente oltre
che tecnicamente. Il legame tra responsabilit e libert viene approfondito da
KANT con il concetto di imputabilit; infatti c una differenza dintenzione
tra lessere responsabili di qualcosa e laspetto giuridico e morale di questa

responsabilit. C lidea di una causalit non solo meccanica che deve


accompagnarsi con la libert. Negli anni Kant arriva a questo con la Critica
della ragion pratica. Io sono capace di dare avvio, in maniera autonoma a un
processo che io ho in carico, perch posso determinare le conseguenze delle
mie azioni.
Il significato che assume lessere imputabile dato dalla presenza di unistanza
superiore, e solo se le mie scelte vengono sottoposte al vaglio di una tale
istanza che le giudica, posso comprendere la mia responsabilit morale.
Questa istanza pu assumere varie forme: pu essere connotata
religiosamente, oppure identificarsi con un complesso di principi socialmente e
culturalmente assunti; pu trovare sanzione giuridica o essere riconosciuta
dalla coscienza morale.
Si responsabili perch si accetta di rispondere con i propri atti a ci che si
riconosce come vincolante. Questo elemento vincolante ritenuto capace di
annunciarsi e dinterpellarmi richiedendo da me una risposta. Si responsabili
perch si accetta di sottoporsi a un vincolo.
Emergono 2 tipi di responsabilit:
A)la responsabilit del soggetto che da inizio ad un processo
B)la responsabilit di colui che liberamente assume qualcosa che non dipende
da lui.
Da un lato spesso ci sentiamo deresponsabilizzati di fronte a ci che non
dipende da noi e dallaltro rivendichiamo la nostra responsabilit per tutto ci
che ancora riteniamo di poter fare.
Una soluzione pu essere data facendo leva sui sensi di responsabilit. Infatti
da un lato possiamo ritenere di essere responsabili solo di ci che in nostro
potere e dallaltro possiamo rispondere anche di ci che non lo decidendo di
ritenerci vincolati a quanto simpone come orizzonte morale, sia assumendo in
prima persona un insieme di eventi che non siamo noi a provocare.
Questo vale se il concetto di responsabilit viene assunto come indice del fatto
che non tutti i problemi concernenti lagire delluomo possono essere risolti
mantenendosi nekl rispetto della semplice legalit, vi in fatti un livello
morale.
2)ETICA DELLA COMUNICAZIONE: linserimento di ciascun interlocutore nei
processi comunicativi non rappresenta una scusante per esimersi dalladottare
un comportamento morale. vero che non possiamo essere ritenuti
responsabili di tutto ci che facciamo, ovvero ne siamo responsabili in un senso
causale ma non ci riteniamo tali in un senso morale, dal momento che non da
noi ce dipendono n quella situazione comunicativa n quel complesso stato di
cose che abbiamo di fronte.
Tale idea sarebbe giustificata se la responsabilit causale coincidesse con
quella morale ovvero se valesse solo laspetto della condizione e non quello
della libera scelta.
Tutti gli interlocutori non possono essere considerati ingranaggi del
meccanismo comunicativo; infatti che allinterno di una dimensione
comunicativa agisce in maniera eticamente responsabile e deve avere idea di
cosa sia buono. Deve sapere il significato che assumono le nozioni morali pi
frequentemente utilizzate come buono giusto virtuoso.
Emerge la domanda al perch si debba seguire criteri morali di un certo tipo; si
delinea la questione del senso, della motivazione, del coinvolgimento morale.

Se si deve giustificare la scelta tra i modelli etici di fondo, sulla cui base ogni
comportamento morale pu essere regolamentato, allora bisogna muoversi a
livello delletica generale.
3)ETICA NELLA COMUNICAZIONE: forma elaborata di recente da Apel e
Habermas. Il loro progetto caratterizzato dallintenzione di rinvenire
allinterno dello stesso ambito comunicativo, criteri e principi etici che
pretendono di avere una validit universale. Lanalisi del discorso infatti
capace di evidenziare, al suo interno, specifici vincoli normativi. Vi sono aspetti
decisivi che assumono il carattere di obbligo morale, dato che tali obblighi sono
riconosciuti da ogni soggetto razionale e che quindi possibile elaborare
unetica generale.
APEL: il primo a sostenere che vi una normativit morale allinterno dellatto
comunicativo. Tali principi sono quelli della giustizia (uguale diritto a tutti i
possibili partner del discorso allimpiego di ogni atto linguistico utile
allarticolazione di pretese di validit in grado di ottenere consenso), della
solidariet (valida per tutti i componenti della comunit attuale riguardante il
reciproco appoggio e dipendenza nel quadro di un comune intento di una
soluzione argomentativa dei problemi), e della corresponsabilit (che vincola i
partner della comunicazione allo sforzo solidale per larticolazione e la
soluzione di problemi).
Ciascun interlocutore considerato agente razionale ed emerge un a possibilit
di comportamento conforme ai criteri che regolano linterazione comunicativa e
che ne decretano la riuscita.
HABERMAS: parte da una trattazione dei concetti di azione e di razionalit
allinterno della quale lagire comunicativo si configura per la sua aspirazione
allintesa e per lidentificazione del linguaggio come luogo in cui una tale intesa
si pu realizzare.
Habermas perviene allelaborazione di una sua etica del discorso in cui sono
indicati i principi che consentono di effettuare un accordo razionalmente
motivato quando devono essere affrontate questioni pratico-morali
controverse.
Il principio di universalizzazione (U) prevede che ogni norma valida deve
conformarsi alla condizione che le conseguenze e gli effetti collaterali che
risultano dalla sua osservanza universale, possano essere accettati senza
imposizione di tutti gli interessati.
A ci si ricollega la formula essenziale (D) delletica del discorso per cui ogni
norma valida dovrebbe poter trovare il consenso di tutti gli interessati purch
questi partecipino ad un discorso pratico.
Il problema che emerge riguarda lindividuazione da parte di un soggetto
razionale del legame che dovrebbe istituirsi fra i vincoli etici insiti nel discorso e
il loro effettivo riconoscimento da parte dei vari parlanti.
Per il funzionamento di unetica nella comunicazione il momento
dellelaborazione delle norme morali messe in opera nel discorso quotidiano
non pu essere disgiunto dalla percezione di esse, dal loro riconoscimento.
Di fronte a tali problemi rischia di restare senza risposta la domanda relativa al
senso del nostro agire morale, ossia il nostro volerci conformare a ci che
risulta gi inscritto nel funzionamento dellargomentare comunicativo.
La condizione di possibilit che stata identificata nel funzionamento del
linguaggio va concretamente attivata. Si delinea quello spazio di libert
allinterno del quale ciascuno di noi in grado di essere fedele o meno alle

possibilit etiche del linguaggio e di ricercare le motivazioni e il senso che


giustificano una tale fedelt.
Sia Apel che Habermas non sembrano in grado di dare la motivazioni che
stanno alla base dellutilizzo concreto dei principi delletica della comunicazione
e delletica del discorso.

Capitolo 3 - Modelli di etica della comunicazione


Bisogna capire quale, fra i modelli etici individuabili, in grado pi degli altri di
giustificare il concreto agire comunicativo.
I modelli in questione sono 5; ogni modello trover negli altri la condizione del
suo approfondimento e tutti, potranno avere nellidea di una comunit della
comunicazione lo sfondo generale che in grado di legittimarli. La tesi per cui,
comunicare significa creare uno spazio comune, sar lidea-guida.

I CINQUE MODELLI DELLETICA DELLA COMUNICAZIONE:


1)IL COLLEGAMENTO PRIVILEGIATO ALLA NATURA DELLUOMO
Esempio delluomo politico: il mentire considerato insito nelle strategie di
comunicazione delluomo politico, se vuole avere successo. Lottimo uomo
politico sar quello che dice bugie con pi naturalezza. In ogni caso la
menzogna risulta qualcosa di connaturato alluomo in quanto luomo risulta per
natura malvagio e portato a dire bugie.
La tesi che luomo per natura mentitore in quanto malvagio (es. politico), il
rovesciamento di un assunto altrettanto diffuso in filosofia: per il quale lessere
umano buono per natura ed portato a realizzare il bene per s e insieme
per gli altri uomini.
Queste due tesi fanno riferimento alla natura delluomo, da questo punto di
vista luomo considerato in possesso per sua natura, di alcuni caratteri che
possono favorire una comunicazione che si svolge da un lato, secondo i principi
morali di un certo tipo, e dallaltro secondo criteri del tutto differenti.
Si pu fondare unetica della comunicazione sullassunto della bont della
natura umana oppure si pu rinunciare a farlo movendo da una concezione
egoistica delluomo stesso. Tutto dipende da come viene considerata la natura
delluomo.
Chi sostiene che letica della comunicazione si radica nella buona natura
delluomo, pu intendere limpulso al bene come una tendenza naturale. Quindi
qualcosa non solo buono perch appartiene alla natura umana, ma viene
concepito come tale perch questa natura stessa buona.
Si pu dire che qualcosa buono o meno solo a partire da una valutazione
previa dellessere. Se questo essere questa natura sono ritenuti buoni, ne
discende la bont di tutti gli atti che vi si conformano; se sono assunti come
malvagi, compito delluomo quello di contrastarli.
Lessenza, la natura, lessere di qualcuno o di qualcosa, lo si considera caricato
di valore e si giudica di conseguenza buono o cattivo tutto ci che si
conforma o meno ad esso. In tal mondo il giudizio di valore finisce per legarsi a
una ben precisa concezione dellessere.
Questo modello stato elaborato dal pensiero antico in particolar modo da
Platone e da Aristotele.
In questo modello non viene affrontata una delle questioni fondamentali
concernenti lagire morale, quella del rapporto fra lazione concreta e
lorizzonte motivazionale.
2)IL DIALOGO QUALE MODELLO ETICO DI COMUNICAZIONE/MODELLO
DIALOGICO
il dialogo costituisce il paradigma di ogni rapporto comunicativo, nella misura
in cui, dialogando, linterlocuzione viene a realizzarsi nella maniera pi
adeguata.
Affinch possa esserci dialogo, ogni dialogante sa che la sua posizione non
mai assoluta, immodificabile. Deve esserci la capacit di aprirsi a ci che laltro
mi pu dire. Se non c questa apertura, non si ha vero dialogo. Per dialogare
dobbiamo essere disposti allascolto. Il modello dialogico diviene il paradigma
di ogni comunicazione eticamente connotata.
Dialogando ognuno si espone allaltro: solo cos in grado di diventare se
stesso e non per sua volont, ma perch nel suo dire qualcosa di vero accade
sul serio.

Questo modello ha riscosso molto successo fra gli autori del 900, per i quali
pensare significa comunicare e comunicare vuol dire dialogare. Nel dialogo si
attua nel modo migliore quella relazione che unisce gli uomini fra di loro e nel
caso degli autori che assumono una prospettiva religiosa, il rapporto delluomo
con Dio.
Dalla riflessione, sul versante teologico, di Buber emerge che il Dio della Bibbia
colui che crea sia le cose che luomo con la parola e che sempre con la parola
rivela alluomo chi e cosa vuole che luomo faccia. Il dialogo fra Dio e luomo
diviene il modello di ogni rapporto: sia quello che pu legare gli uomini fra di
loro, che quello che unisce luomo al mondo in generale.
Comunicare bene significa rivolgersi a un tu, promuovere un rapporto fra tutti
coloro che sono capaci di parola, trasformare ogni relazione fra un io e un esso
(una relazione a senso unico), in un legame fra interlocutori.
Nella struttura del dialogo sono racchiusi alcuni principi di comportamento:
lattenzione e il rispetto per linterlocutore, lascolto delle sue ragioni, la
costruttiva intenzione trovare un accordo.
Tuttavia, allinterno di questo modello non viene giustificata la motivazione che
mi spinge, nellinterazione comunicativa, a optare per il dialogo.
Perch debbo dialogare?? I teorici del dialogo danno 2 risposte a questa
domanda:
-Bisogna dialogare perch Dio, che per primo si rivolge alluomo adottando
forme dialogiche
-La natura delluomo risulta capace di dialogo e nel dialogo trova la sua piena
realizzazione
entrambi gli esiti sono difficilmente sostenibili sul piano filosofico.
3)IL PARADIGMA RETORICO DEL RIFERIMENTO ALLAUDIENCE
La buona comunicazione quella che viene incontro allinterlocutore, quella
che tiene conto in primo luogo dellaudience. Comunicare bene significa
conformarsi alle esigenze dellinterlocutore.
Se finora letica della comunicazione era soprattutto caratterizzata da una
fedelt e se stessi in quanto soggetti comunicativi e dalla disponibilit ad
andare davvero oltre se stessi, con questo modello simpone il criterio di
fedelt allinterlocutore: si salvaguarda il diritto non solo di chi parla, ma
soprattutto di chi ascolta.
Nel nostro rivolgerci agli altri, insita la tendenza a uniformare ci che diciamo
a quelle che sono le categorie di comprensione.
Bisogna ripesare alla nozione di retorica: la buona retorica quella in cui si
ha lintenzione di regolare il proprio discorso a partire dalle esigenze
dellaudience che devono essere subordinate allidea di dire la verit; cattiva
retorica quella in cui linteresse per linterlocutore risulta prioritario
indipendentemente dal contenuto del comunicato scopo del comunicare
rischia essere solo quello di persuadere, che rende inutile ogni attenzione ai
contenuti.
Nel testo La Retorica di Aristotele, viene evidenziato il rapporto tra retorica
ed etica infatti nel misura in cui lascoltatore un interlocutore capace di
decidere, compito del discorso retorico quello di mettere in opera ladeguato
modello di persuasione conforme a ciascun argomento.
4)IL CRITERIO DELLUTILIT
Il principio supremo dellagire morale promuove la diffusione di una prospettiva
che pu diventare universalmente condivisa. Questa ricerca di principio

universale, oggi criticata perch tale principio sarebbe incapace di dar voce
alle istanze specifiche che provengono da mondi e realt differenti. Al posto di
una dimensione condivisa, proliferano concezioni che rivendicano la loro
particolarit. Limporsi di tale scenario, oggi spaventa. Tali istanze infatti hanno
iniziato a manifestarsi in modo violento.
Sembra venir meno ogni possibilit di comunicazione e restare spazio solo per
la forza.
Qual il criterio morale cui si richiamano tutte queste posizioni? Il principio
dellutile individuale. Ci che si ritiene utile per se pu risultare in conflitto con
altre istanze, anchesse volte a perseguire un utile particolare.
In ogni caso, lutile di cui si fa portavoce una parte o un gruppo non potr mai
essere realmente partecipato da tutti i soggetti morali, non potr mai diventare
patrimonio comune, perch qualcuno ne verr escluso.
La mediazione dei vari interessi parziali non viene giustificata da un punto di
vista etico, ma demandata a un piano giuridico; quindi la mediazione
regolata sulla base di sanzioni che possono colpire chi trasgredisce norme
imposte dallesterno.
Il principio dellutile richiede di essere giustificato da un punto di vista teorico,
per poi assumere forma universale. Sorge cos la DOTTRINA
DELLUTILITARISMO, per la quale tutti gli uomini sono indotti ad agire spinti dal
perseguimento dellutile. Utile significa ci in cui si realizza la felicit
individuale, lappagamento di se.
Nellutilitarismo questa tendenza alla felicit considerata lelemento che
contraddistingue ogni soggetto morale. Compito dellutilitarismo individuare il
modo in cui la ricerca della felicit del singolo pu condurre allaffermazione
dellutile collettivo. Tale scopo viene raggiunto analizzando cosa fa felice
ciascun individuo allinterno di una societ, sommando poi i diversi desideri che
egli esprime e scoprendo il meccanismo che consente di rendere felici oltre a
lui, il maggior numero possibile di persone.
Lutilitarismo sostiene che luniversale tendenza delluomo a perseguire il
proprio utile viene identificato con la propria felicit.
La storia dellutilitarismo classico ci mostra come il principio dellutile pu
anche essere interpretato non solo in una prospettiva egoistica, ma anche e
soprattutto tenendo conto fin dallinizio dellidea di utile collettivo.
Il compito dellutilitarismo nelletica della comunicazione, quello di
promuovere il bene pi grande per il maggior numero di persone e per il tempo
pi lungo possibile.
5)IL PRINCIPIO DELLA COMUNITA DELLA COMUNICAZIONE
Questo modello in grado di motivare e giustificare il concreto agire
comunicativo, partendo dal fatto che comunicare significa aprire uno spazio
comune fra gli interlocutori.
Questo modello si rif al principio della comunit della comunicazione, e il
primo ha elaborato questa dottrina Apel.
TESI DI APEL: allinterno dellambito comunicativo, nellesercizio stesso della
comunicazione, possibile vedere allopera principi morali precisi. Essi sono, la
norma fondamentale della giustizia, della solidariet e della corresponsabilit.
Tutte e tre si annunciano ogni qualvolta viene fatta esperienza di una relazione
nella quale gli interlocutori sono in grado di argomentare e di presentare il
proprio discorso in forme condivisibili da tutti. Per Apel ogni parlante membro
di una comunit illimitata della comunicazione, e ciascun interlocutore non pu
aggirare i principi che sono allopera nellesercizio del comunicare. Cos come

risulta inaggirabile la comunicazione, lo sono anche i criteri morali che


intervengono di volta in volta a regolarla.
Le norme fondamentali della comunit della comunicazione da un lato sono gi
sempre state riconosciute e dallaltro, noi in quanto argomentanti, le
imponiamo a noi stessi, come a tutti i partner del discorso, in un atto di
autonoma autolegislazione.
Apel non sembra dare una risposta univoca al problema del senso del
comportamento morale di ciascun interlocutore, e non sembra stabilire perch
il singolo individuo, in quanto comunica, pu assumere decisioni etiche.
In ogni caso, a differenza di quanto accade in Apel, la conferma della
prospettiva possibile di unetica della comunicazione non deriva
dallinaggirabilit di un principio astratto come quello della comunit illimitata
della comunicazione.
Letica nella comunicazione propone un modello di ricostruzione e di
fondazione delletica generale e offre anche la giustificazione di questi criteri
che consentono di definire che cosa significa buono, sia di promuovere e
praticare il bene.
Apel e Habermas ci aiutano a elaborare unetica della comunicazione fondata,
unetica comunicativa.
Ci che Apel considera un compito che ciascun parlante deve assumersi,
opportuno che venga trasformato in una possibilit, in unoccasione nella quale
i principi insiti nellagire comunicativo sono applicati alle situazioni vissute di
volta in volta dagli interlocutori; questi ultimi hanno la libert di scegliere se
realizzare o meno ci che risulta gi insito nella capacit di comunicare.
La scelta etica fondamentale davanti cui posto chiunque comunica, concerne
la possibilit di essere fedeli o meno ai principi etici che sono propri dellatto
comunicativo.
Gli altri modelli di etica della comunicazione pretendono:
-una fedelt a se, ovvero alla propria natura;
-la disponibilit, nel dialogo a rischiare se stessi per cercare lintesa con laltro;
-lintenzione di adeguarsi a ci che linterlocutore si attende da noi;
-la sollecitazione a conformarsi a quel principio dellutile che valido nel caso
singolo ma che insieme ripropone anche in una dimensione sociale.
Questi modelli non riescono a risolvere il problema del senso.
Qual il senso, la motivazione che mi spinge a comunicare bene? la risposta
viene data partendo dallidea di un comunicare inteso come creazione di uno
spazio comune.
possibile identificare un paradigma generale di etica della comunicazione
capace di fornire a ogni interlocutore un orientamento. Siamo portati a
riconoscere una serie di implicazioni etiche che spingono a privilegiare il
legame rispetto alla separazione, e che tendono a trasformare il linguaggio in
occasione di intesa piuttosto che di fraintendimento.
I criteri del comunicare non dipendono da una qualche essenza previamente
fissata, ma dalla strutture stessa della comunicazione, concepita nel suo
aspetto funzionale, dinamico, tra le da richiedere qualcuno che lo realizzi.
Siamo posti di fronte ad una scelta precisa: dobbiamo decidere da un lato fra la
possibilit di compartire con gli altri ci che dico e ci che posso argomentare,
e dallaltro lipotesi di rifugiarsi in uno spazio dincomprensione che risulta
voluta. Rispetto a questa scelta si presenta la questione del senso. Lambito
della motivazione, lambito delletica, nella misura in cui in essa e sempre in

gioco la libert delluomo. Nella sfera comunicativa, la decisione per lintesa


non una scelta arbitraria, ma fondata sulla struttura stessa del linguaggio.

Capitolo 4 - Letica della comunicazione oggi


Non possiamo non comunicare. Ma possiamo comunicare bene o male.
Allinterno del contesto comunicativo si apre un ambito di scelte e nasce
lesigenza di unetica della comunicazione.
Bisogna approfondire i modi differenti in cui limpegno etico si pu presentare,
da un lato nellagire comunicativo quotidiano, dallaltro nellattivit di coloro
che fanno della comunicazione il loro mestiere. Bisogna mettere in luce le
indicazioni morali con cui si confrontano per un verso gli operatori della
comunicazione, e per laltro ogni potenziale interlocutore.
Possiamo considerare i nostri comportamenti secondo due aspetti:
-mettendoci alla ricerca di unetica che viene elaborata rispetto alla sfera della
comunicazione tutti quelli che si rapportano in maniera professionale o no
allagire comunicativo
-tentando di identificare regole e criteri atti a orientarci nellambito della
comunicazione stessa coloro che operano nellambito dei media.
Etica della parola, etica della scrittura, etica delle professioni comunicative:
Chi parla, chi scrive vuole essere creduto. Chi ascolta, chi legge ha una
disposizione a credere. Chi parla e chi ascolta risultano entrambi legati da un
rapporto di fiducia. Chi parla si presenta come credibile e devessere in grado
di esibire le credenziali di questa sua credibilit fenomeno della
testimonianza.
SCRITTO: con lesercizio della scrittura viene meno il coinvolgimento diretto che
lega parlante ed ascoltatore. Nel rapporto fra gli interlocutori si intromettono le
parole scritte. Di fronte allo scritto viene meno la responsabilit di chi si
esprime.
Allo stesso modo in cui c unetica della parola, c unetica della scrittura, che
ha la capacit di individuare i modi in cui il legame della comunit della
comunicazione si ripropone a vari livelli di mediazione, messi in opera dalla
presenza del segno scritto che fa da intermediario fra gli interlocutori.

La dimensione della fiducia e della credibilit ci che chiamato a custodire


chiunque comunica, nei vari modi in cui lo fa e in conformit con le
competenze che ha acquisito.
QUESTIONE DELLA VERITA: rappresenta un problema per chiunque voglia
elaborare unetica della comunicazione.
A livello filosofico, appare il dibattito sulla questione della verit, avvenuto alla
fine del 700 tra Constant e Kant; Constant presta attenzione alle conseguenze
di cui responsabile chi dice la verit mentre Kant considera il dire la verit
come un principio incondizionato.
Bisogna distinguere tra verit e veridicit. La verit definita in termini di
una corrispondenza tra ci che dico e ci che ; mentre la veridicit chiama in
causa un altro tipo di corrispondenza, quella fra ci che penso e ci che dico.
GIORNALISTA: si dice che la comunicazione sia un fattore di democrazie e di
umanit. I giornalisti contribuiscono con la loro attivit a salvaguardare questa
sfera pubblica.
Oggi alcune societ democratiche pur di proteggere questo legame
comunitario, sacrificano lobiettivit, la correttezza, la verit; lo fanno anche i
giornalisti che dovrebbero invece rispondere allopinione pubblica. Cos
linformazione rischia di essere subordinata alle esigenze della propaganda.
In molti altri casi lesigenza di coesione ha preso il sopravvento sulla
correttezza dellinformazione. Il giornalista non pu essere obiettivo in quanto
le notizie le da allinterno di una determinata ottica. Il giornalista non rispecchia
il mondo ma lo interpreta. Anche in campo giornalistico il riferimento alla
deontologia professionale risulta indispensabile; ma non sufficiente in quanto
solo in Italia esistono molti codici deontologici, ma ci sono problemi che
investono la nostra informazione: manipolazione della realt, sovrabbondanza
delle informazioni, mercificazione delle notizie..
TELEVISIONE: la televisione ha la capacit di creare verosimiglianze, di
moltiplicare immagini, di ampliare le possibilit di pensare. Nella tv realt e
irrealt si confondono: tutto finzione e tutto risulta vero. Ci che si vede si
offre nella sua immediatezza e si crede che corrisponda a qualcosa di reale.
Quindi si insinua il giudizio morale per il quale ci che non si vede, allora non
esiste.
Nulla sfugge alla spettacolarizzaione e se tutto spettacolo viene meno la
distinzione fra realt e apparenza.
Anche per quanto riguarda la televisione sono stati elaborati codici
deontologici, ma non bastano perch bisogna lavorare sul senso di
responsabilit del giornalista.
INTERNET: le tecniche della comunicazione hanno modificato il rapporto con gli
altri uomini e con il mondo. Le domande etiche devono quindi riguardare anche
la configurazione dei nuovi media, i cambiamenti che possono esercitare
sulluomo e sul mondo. Si viene a creare uno spazio virtuale.
Virtuale il potenziamento della realt: esprime quella possibilit delluomo
che le nuove tecnologie danno il potere di realizzare. buono sarebbe ogni
mezzo che consente la realizzazione di se e dei propri desideri. Ma sannuncia il
problema che il virtuale, sta creando una crescente virtualizzazione del reale,
ossia portando ad una perdita di consistenza dellesistente. La realt viene
decostruita e si trasforma in apparenza.

Nasce letica in Internet ossia quellinsieme di comportamenti che possono


essere adottati quando si utilizzano le possibilit del web e quando si naviga in
rete. Nascono i codici di regolamentazione, ma questo insieme di criteri
richiede la presenza di un moderatore in grado di sanzionare le trasgressioni.
Nel web non possibile dal momento in cui Internet non gestito da un
supervisore unico e quindi ogni utente chiamato ad assumersi le proprie
responsabilit e trova in se stesso le motivazioni che lo inducono a seguire un
comportamento corretto.
Anche per regolamentare lagire allinterno della rete non bastano i codici.
Bisogna fornire le motivazioni e stabilire perch bisogna compiere determinati
atti piuttosto che altri compito delletica in Internet.
Le tendenze in atto sono di tale portata che difficile pensare che si possa
incidere su di esse. Letica in ambito comunicativo risulta disattesa.
TESI QUESTO LIBRO: lo steso atto comunicativo pu risultare, nelle sua varie
forme, un atto etico.
Perch scegliere il modello di etica elaborato da Apel e Habermas?
Perch vede la comunicazione come unapertura di spazio comune
condivisibile, volto alla creazione di un legame capace di espandersi
indefinitamente, fino a configurarsi come virtualmente universale. Questa
possibilit insita nella struttura del comunire, data dalla stessa prospettiva
che esso apre. Non inerente alla natura delluomo o delle cose, ma implicita
nel concetto stesso di comunicazione.
Perch promuovere lo spazio comune della comunicazione e non il
fraintendimento?
Il legame va promosso e riconosciuto come buono perch attraverso di esso
viene salvaguardato non solo il s, ma anche laltro; in tal modo si apre e si
mantiene lo spazio dellinterlocuzione, nel quale ognuno ha diritto di parola;
perch cos si realizza luniversale.
Perch scegliere lessere, la partecipazione, il collegamento piuttosto che la
scissione?
Scegliere lessere piuttosto che il nulla significa fare in modo che i nostri gesti, i
nostri atti, i nostri comportamenti, i nostri pensieri, risultino permeati di senso.
Infatti etica rapportarsi al senso di ci che pu avere senso. Il senso ci che
mira ad un legame e di volta in volta lo realizza. Non gi eliminando le
differenze, ma accogliendole in una dimensione relazionale, riconosciuta e
messa in opera nel comunicare.