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Paolo e il credente in Cristo

Le Scritture ci narrano della potenza della chiamata del Signore, tra queste spicca quella di
Paolo di Tarso, che dopo aver ricevuto l’invito dal Signore stesso ad essere anch’egli un vero
Apostolo, ha subito votato la sua vita interamente al nome del Risorto. Luca ci dice si
chiamasse originariamente Saulo (Cf. At 7,58; 8,1 ecc.), in ebraico Saul (Cf. At 9,14.17;
22,7.13; 26,14). Era un giudeo della diaspora, essendo la città di Tarso situata tra l’Anatolia e
la Siria. Profondo conoscitore della legge perché sin da giovane si era recato a Gerusalemme
per rimettersi alla scuola del grande Rabbì Gamaliele (Cf. At 22,3). Ha imparato anche un
mestiere manuale: la lavorazione di tende (Cf. At 18,3), che, in seguito gli permetterà di
provvedere personalmente al proprio sostentamento senza gravare sulla Chiesa (Cf. At 20,34;
1Cor 4,12; 2Cor 12,13-14).
Nella sua vita è stato determinante l’avvento della comunità di coloro che si professano
discepoli di Gesù in virtù di una nuova fede, – un nuovo “cammino”, come si diceva – che
pone al proprio centro non tanto la legge di Dio, quanto piuttosto la persona di Gesù,
crocifisso e risorto per la salvezza del mondo. In quanto zelante giudeo, ha ritenuto
inaccettabile, anzi scandaloso, questo messaggio, sentendosi perciò in dovere di perseguitare i
seguaci di Gesù anche fuori Gerusalemme. È proprio con quest’intento, che, sulla strada di
Damasco, agli inizi degli anni 30, Saulo, secondo le sue parole, viene «ghermito da Cristo»
(Fil 3,12). È così cruciale tale “incontro”, che, mentre Luca lo racconta con dovizia di
dettagli, – di come la luce del Risorto lo abbia toccato e cambiato fondamentalmente tutta la
sua vita – egli, nelle sue Lettere, va diritto all’essenziale e parla non solo di visione (Cf. 1Cor
9,1), ma di illuminazione (Cf. 2Cor 4,6) e soprattutto di rivelazione e di vocazione scaturita
dall’incontro con il Risorto (Cf. Gal 1,15-16).
Da quel momento tutte le sue energie sono state poste al servizio esclusivo di Gesù Cristo
e del suo Vangelo. Nel suo Apostolato non sono mancate difficoltà, che pure ha affrontato
con coraggio per amore di Cristo (2Cor 11,23-28). Amore sconfinato che lo porta ad
annunciare Cristo fino ai confini della terra (Cf. Lettera ai Romani 15,24.28), fino alla
Spagna, alle estremità dell’Occidente. Affrontare situazioni al limite del possibile è fattibile
solo in virtù di una ragione assoluta, superiore, di fronte alla quale nessun limite è da ritenersi
invalicabile. Per Paolo, questa ragione, lo sappiamo, è Gesù Cristo, di cui egli scrive:
«l’amore di Cristo ci spinge perché quelli che vivono non vivano per se stessi, ma per colui
che è morto e risuscitato per loro» (2Cor 5,14-15), per noi, per tutti.
Prima della conversione Paolo non era lontano da Dio e dalla sua legge, al contrario, era
un osservante, con un’osservanza fedele fino al fanatismo. Alla luce dell’incontro con Cristo
capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la propria giustizia, e che con
tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Ora aveva compreso che un nuovo
orientamento era necessario alla sua vita, assolutamente, lo troviamo nelle sue parole:
«Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e
ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Paolo, quindi, non vive più per sé, per la propria
giustizia. Vive di Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la
nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede.
Per Paolo, l’adesione alla Chiesa fu propiziata dal diretto intervento di Cristo, il quale,
rivelandosi sulla via di Damasco, si è immedesimò con la Chiesa e gli ha fatto capire che
perseguitare la Chiesa equivaleva a perseguitare Lui stesso: il Signore. È dunque
comprensibile perché la Chiesa sia così presente nei pensieri, nel cuore e nell’attività di Paolo.
In primo luogo ne fonda diverse nelle varie città che evangelizza. Quando parla della sua
«sollecitudine per tutta la Chiesa» (2Cor 11,28), pensa alle varie comunità cristiane originate
di volta in volta nella Galazia, nella Ionia, nella Macedonia e nell’Acaia. Nelle Lettere illustra
anche la sua dottrina sulla Chiesa in quanto tale secondo l’originale definizione che ne dà
come «corpo di Cristo», che non troviamo in altri autori cristiani del Io secolo. La radice più
profonda di questa sorprendente designazione della Chiesa la si trova nel Sacramento del
corpo di Cristo: «Poiché c’è un solo pane, noi pur essendo molti, siamo un solo corpo» (1Cor
10,17). Nella stessa Eucaristia Cristo ci dà il suo Corpo e ci fa suo Corpo. E sottolineare
l’esigenza dell’unità non significa dover uniformare o appiattire la vita ecclesiale secondo un
unico modo di operare e di essere, ma significa «non spegnere lo Spirito» (1Ts 5,19), cioè
fare generosamente spazio al dinamismo imprevedibile delle manifestazioni carismatiche
dello Spirito, il quale è fonte di energia e di vitalità sempre nuova. Ma se c’è un criterio a cui
Paolo tiene molto, è quello della mutua edificazione: «tutto si faccia per l’edificazione» (1Cor
14,26), secondo tale criterio tutto deve concorrere a costruire ordinatamente il tessuto
ecclesiale. Il Cristianesimo dunque non è una realtà puramente spirituale, implica il corpo, il
cosmo e si estende verso la nuova terra e nuovi cieli. L’autodonazione di Cristo già
intrinsecamente implica la tendenza ad attirare tutti (nella comunione del suo Corpo) a sé,
quindi, in definitiva, è tesa ad unire il mondo intero.
Ma come è possibile entrare in questo nuovo inizio, in questa nuova storia se a causa dei
progenitori siamo tutti, inevitabilmente, legati al peccato? Paolo ci dice che è la comunione
con Gesù, la nuova nascita che ne scaturisce ad immetterci nella nuova umanità. Alla
domanda sul come si realizzi la comunione con Gesù, Paolo e tutta la teologia del Nuovo
Testamento, risponde che ciò accade per opera dello Spirito Santo. Se la prima storia si avvia,
per così dire, con la biologia, la seconda si avvia nello Spirito Santo, lo Spirito del Cristo
risorto. A Pentecoste questo Spirito ha dato inizio alla nuova umanità, alla nuova comunità: la
Chiesa, il Corpo di Cristo. Si tratta dello Spirito di Cristo, Spirito Santo, che diventa Spirito di
ciascuno di noi. In definitiva la risposta è che ciò avviene in tre modi, l’uno intimamente
connesso all’altro. Tutto si origina con l’avvento dello Spirito di Cristo al nostro cuore, che ne
resta pervaso. Ma dal momento che la nuova umanità deve essere un vero corpo, poiché lo
Spirito deve riunirci e realmente creare una comunità, questo Spirito di Cristo si serve di due
elementi di aggregazione visibile: della Parola dell’annuncio e dei Sacramenti, in particolare
del Battesimo e dell’Eucaristia. Nella Lettera ai Romani, Paolo dice: «Se con la tua bocca
proclamerai: “Gesù è il Signore”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai
morti, sarai salvo» (10,9), cioè entrerai nella nuova storia, storia di vita e non di morte. Poi
continua: «Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in
colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo
annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati invitati?» (Rm 10,14-15).
In un successivo passo risponde che «la fede viene dall’ascolto» (Rm 10,17). Dunque la
fede non è frutto del nostro pensiero o della nostra riflessione, è qualcosa di nuovo che non
possiamo inventare, ma solo ricevere come dono, infatti non viene dalla lettura, bensì
dall’ascolto. E non è qualcosa che soltanto annuncia e così facendo crea comunione, perché,
dello stesso annuncio, dice Paolo, che colui che annuncia non parla da sé, ma è inviato, è sito
entro una struttura missionaria che è cominciata con Gesù inviato dal Padre, è passata agli
apostoli e continua nel ministero fino a giungere a noi, con il medesimo mandato affidato agli
apostoli. Divenire cristiani è un processo passivo, dovendo aspettare di ricevere l’annuncio.
Solo da un altro possiamo essere fatti cristiani. E questo “altro” che ci fa cristiani con il dono
della fede, è in prima istanza la comunità dei credenti: la Chiesa, il corpo mistico di Cristo.
Dalla Chiesa riceviamo la fede e il suo sigillo nel Battesimo. Se non ci lasciamo formare da
questa comunità non diventiamo cristiani, perché un cristianesimo autonomo, autoprodotto, è
una contraddizione in sé. Lo stesso processo passivo per il quale ciascun singolo deve passare,
vale anche per la comunità, perché solo Cristo può costruire la Chiesa, lui che è l’unico e vero
donatore dei Sacramenti. Questo è il primo punto, nessuno battezza se stesso, nessuno fa se
stesso cristiano. Cristiani lo diventiamo. La seconda cosa che Paolo stesso ha vissuto è che il
Battesimo è più di un semplice lavacro, è morte e risurrezione; parlando della svolta della sua
vita realizzatasi nell’incontro con Cristo risorto, la descrive dicendo: “sono morto” (Cf.
Lettera ai Galati). Ed è in quel momento che comincia realmente una nuova vita, perché essa
è divenuta vita in Cristo.
Il tema della risurrezione apre una nuova prospettiva: quella dell’attesa del ritorno del
Signore, e perciò ci porta a riflettere sul rapporto tra il tempo presente, tempo della Chiesa e
del Regno di Cristo, e il futuro (éschaton) che ci attende: quando Cristo consegnerà il Regno
al Padre (Cf. 1Cor 15,24). Il nostro futuro è “essere con il Signore” perché in quanto credenti,
nella nostra vita quotidiana, siamo già con il Signore ed allora il nostro futuro, inteso come la
vita eterna, è già cominciato. L’attesa della parusia di Gesù però non dispensa dall’impegno
in questo mondo, anzi, crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il nostro agire in
questo mondo. Proprio così cresce la nostra responsabilità nel lavorare in e per questo mondo.

Louay Shabani