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Care sorelle, cari fratelli,

le prime persone che hanno tentato di arrivare in cima al Mount


Everest, il monte più alto del mondo, sono salite con una maschera
per procurarsi dell'ossigeno, visto che in 8000 m sul livello del
mare l'ossigeno è abbastanza raro, esso non si trova nella
concentrazione necessaria. Solo ultimamente è diventato di moda
scalare anche l'Everest o il K2 senza maschera. E' un'impresa
abbastanza difficile. Il corpo si deve abituare al deficit permanente
di ossigeno, i movimenti diventano lenti, respirare è un lavoro
intenso.
La Pasqua per noi è come una montagna alta, anzi la vetta più alta
della nostra fede, la prima e, per molto tempo, l'unica festa
cristiana. Tutto parte dalla risurrezione, tutto prende il suo inizio
di là. Oggi vorrei iniziare con la domanda: che cosa ci fa mancare
l'ossigeno mentre ci troviamo sulla cima della nostra fede?
Celebriamo la prima Pasqua dopo lo tsunami in Giappone che ha
spezzato un intero paese e rivelato quanto pericolosa è l'energia
nucleare, è la prima Pasqua dopo l'inizio della guerra in Libia che
continua a seminare morte. Celebriamo questa Pasqua in mezzo
alle notizie che ci provengono dal nostro mare dove affondano e
muoiono i profughi e gli immigrati.
Pasqua, la vetta più alta delle fede, l'inizio di una nuova vita, festa
della vita, mentre il mondo continua ad essere il luogo della morte.
Così dobbiamo ammettere che ci manca l'ossigeno in un mondo in
cui la vita viene consumata in modo inflativo, dove la morte può
essere rallentata ma non abolita, dove noi umani siamo portatori di
morte e distruzione.
I critici del cristianesimo dicono che duemila anni di celebrazioni
della Pasqua non hanno reso più vivibile il mondo, duemila anni
di festa della vita non hanno emarginato la morte e la distruzione.
Hanno ragione, hanno ragione perché raramente in questi duemila
anni di pasqua, essa è veramente stata una festa di vita nuova.
Non è così che ci limitiamo a festeggiare la Pasqua aspettandoci
soltanto di poter continuare la nostra vita protetta con il motto
“avanti così” mentre la morte continua a falciare le persone
attorno a noi. La festa della vita spesso non è solo la festa della
nostra vita in cui non c'è spazio della vita altrui, della vita di chi
muore ogni giorno per fame, violenza e altro?
La Pasqua invece dovrebbe mostrare a tutto il mondo quanto vale
la nostra fede, dovrebbe essere la festa in cui testimoniamo una
fede in grado di sostenerci, perché è una fede che oltrepassa dei
limiti, una fede incrollabile anche di fronte al limite della morte,
non una fede borghese in cui cerchiamo in qualche modo di
sopravvivere in questo mondo in modo egoistico.
L'aria, l'ossigeno non ci deve quindi mancare per forza a Pasqua.
Anzi, potremmo acquistare nuove certezze dalle fonti antiche che
non si esauriscono, che ancora oggi ci vogliono tramandare la
prima gioia di un evento che oltrepassa ogni limite, sono
testimonianze di vita, come per esempio il brano dalla mano di
Paolo che abbiamo appena letto.
Sono brani come l'Evangelo pasquale di Matteo che vogliono
fortificare la nostra fede, affinché non ci manchi l'ossigeno,
affinché sappiamo celebrare con gioia la Pasqua. Sentiamo quindi
come Matteo ci tramanda l'Evangelo di Pasqua:
1 Dopo il sabato, verso l'alba del primo giorno della settimana,
Maria Maddalena e l'altra Maria andarono a vedere il sepolcro.
2 Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del
Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette
sopra. 3 Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca
come neve. 4 E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie
tremarono e rimasero come morte. 5 Ma l'angelo si rivolse alle
donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù,
che è stato crocifisso. 6 Egli non è qui, perché è risuscitato come
aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. 7 E andate

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presto a dire ai suoi discepoli: "Egli è risuscitato dai morti, ed
ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, ve l'ho detto».
8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e
grande gioia e corsero ad annunziarlo ai suoi discepoli. 9
Quand'ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed
esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono. 10 Allora
Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei
fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».
Sarà stata un'esperienza unica ed indimenticabile per le donne: si
incamminano prima del sorgere del sole, il primo giorno della
settimana, per la tomba di Gesù. Il loro servizio che sono intente
di fare è un segno quanto intenso è stata la loro relazione con il
loro maestro.
Camminano senza una prospettiva di poter continuare la strada
iniziata con Gesù. Nella loro mente ripercorrono gli eventi che
hanno portato alla crocifissione di colui che per loro era la
speranza. Le ferite della perdita sono ancora fresche, non riescono
a farsi una ragione.
Tutto sembra un incubo: colui che ha profondamente cambiato la
loro vita è morto! Le loro speranze crollano. Una parte importante,
anzi la parte più importante e bella della loro vita è stata
cancellata, azzerata. Certo, rimarranno i ricordi, ma un futuro non
ci sarà. E' tutto finito. Ciò che rimane è il lutto, l'addio da accettare
e dopo ci sarà solo il ritorno doloroso in una vita da donna, da
persona inferiore agli uomini, persona che mai più avrebbe gustato
la libertà e la dignità datele da Gesù.
Oramai le donne non piangono più. Pensano invece alla pietra
pesante, quella davanti alla tomba, alla pietra che chiude loro ogni
futuro sensato.
Loro sarebbero quindi cadute nel nulla se non ci fosse successo
ciò che racconta Matteo: un terremoto, angeli, spavento. Le donne

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diventano testimoni di un'interruzione elementare e fondamentale
di ciò che loro si possono aspettare dalla loro vita. In seguito
sembrano elettrizzate. Le guardie invece sono disarmate e alla fine
delle loro possibilità.
La Pasqua è quindi una festa che irrompe nel mondo e rompe con
gli schemi e le coordinate di sempre, rompe il ghiaccio dove non
c'è più speranza.
Perciò lo dico con parole semplici: la Pasqua non è una
continuazione di una qualsiasi storia, non è nemmeno un
cambiamento radicale, la Pasqua invece è un evento che ci viene
da un'altra realtà, un evento che ci butta fuori dai binari del
consueto, un evento che indica una strada completamente nuova
per la nostra vita.
La Pasqua ci porta una realtà di cui forse abbiamo delle idee
vaghe, una realtà al di fuori della nostra portata.
Così vuole essere oggi, così è pure stato 2000 anni fa per le donne.
La Pasqua irrompe nella loro vita, irrompe inaspettatamente,
irrompe con le parole dell'angelo, sono le stesse parole che
troviamo anche nel racconto natalizio: non temete!
Questa volta però l'angelo non continua con le parole: “troverete
un bambino ...” Dice invece: “Qui non troverete più nessuno. Non
è qui. Vedete il luogo dove giaceva.”
Lì in quel momento nasce la fede pasquale, la fede in una vita che
irrompe nella morte, la fede che porta le donne a delle vette
inaspettate, vette dove l'aria non manca, le vette dove la vita si
presenta invece in una concentrazione mai vista e sperimentata.
Le due donne incontrano il Risorto stesso e di nuovo sentono le
parole “non temete”, questa volta con la promessa: “mi vedranno
in Galilea.”
Galilea – la Galilea dei pagani, la Galilea in cui Gesù è cresciuto,

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la Galilea che lo ha visto camminare e predicare, le città di
Nazaret, Capernaum, il lago, luogo di tanti miracoli, la Galilea
tanto disprezzata diventa il luogo in cui parte la nuova comunità
rinforzata dalla fede pasquale - «Può forse venir qualcosa di
buono da Nazaret?»1
La contrada al di là del politically e religioso corretto diventa il
punto di partenza per un'esperienza di vita nuova, una vita nuova
al di là dei nostri limiti, al di là dei limiti della nostra ragione, dei
limiti delle nostre esperienze, dei limiti di ciò che definisce
generalmente la nostra vita.
Che vita è la vita che spunta dalla Pasqua? Che vita è la nuova vita
che va al di là di ciò che possiamo comprendere? La vita che è in
un contrasto forte con ciò che viviamo ogni giorno? La vita che è
così diversa da farci sempre di nuovo cadere nella tentazione di
continuare sulle vecchie strade, con una vita che conosciamo. E'
una vita impegnata contro la morte.
Questa morte è l'ultimo limite. La morte ci toglie la terra sotto i
piedi, la morte ci ferisce e ci rende insicuri. Le lacrime del lutto
non le possiamo far sparire con delle belle parole. Contro la morte
ci vuole una fede altrettanto radicale nella vita, nella nuova vita
portata da Gesù in quella prima mattina di una nuova era.
Anzi la fede pasquale deve essere più forte della morte, deve
offrire esperienze più alte e più chiare della valle dell'ombra della
morte.
La Pasqua quindi non può mai essere limitata ad un fatto che
prolunga semplicemente la vita; la Pasqua non porta le speranze in
un paradiso come continuazione della vita in un altro mondo. Se
fosse così la nostra fede pasquale sarebbe ben povera – ma è
proprio questa povera fede in un paradiso che ha reso impotente la
Pasqua in questo mondo.
La Pasqua invece porta con sé una nuova qualità di vita, la Pasqua
1 Giovanni 1:46

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è niente meno di una nuova creazione, perciò la celebriamo il
primo giorno della settimana, per ricordare che nel Cristo risorto
inizia una cosa nuova.
Non è il prolungamento all'infinito della nostra esistenza, ma la
nuova qualità: chi vive l'annuncio della Pasqua, chi vuole essere
un testimone autentico del Risorto smette ad assicurarsi la propria
vita, smette a vivere contro gli altri, smette a sfruttare, vive invece
dall'amore e nell'amore. Vive nello stesso amore che Gesù di
Nazaret ha vissuto e insegnato, Gesù morto e risorto.
Certo, questa nuova esistenza, questa nuova qualità di vita non è
nelle nostre possibilità, ciò nonostante però non è impossibile,
perché Dio stesso irrompe nella nostra vita terrena.
La Pasqua che irrompe qui ed oggi nella nostra esistenza ci apre
nuovi orizzonti, ci aiuta di non arrenderci di fronte ai limiti che si
aprono sulla nostra strada e in questo mondo.
La Pasqua ha solo senso se facciamo irrompere la nuova vita nella
nostra povera esistenza. L'alternativa è la sorte dei guardiani della
tomba: se noi ci comportiamo come i guardiani, se vogliamo
impedire a noi e ad altri l'esperienza irrompente della nuova
creazione, rimaniamo nella freddezza di una vita rigida, di una vita
che non osa amare ma cerca solo di difendere il povero status quo.
Colui che le due donne sperimentano come il Risorto, diventa il
garante della possibilità di poter oltrepassare ogni limite in questo
mondo, diventa colui che ci fa uscire dal vuoto girare attorno a noi
stessi, perché la Pasqua significa trovare il centro della vita al di
fuori di se stesso per trovarsi veramente.
“Non temete” è la conseguenza della vita che si sa portata avanti
dall'amore divino. “Non temete” è il motto di una fede che non
mette la nuova vita in Cristo ai margini, “non temete” è l'eco delle
forze ed energie immensi che aprono la tomba.
Se noi così alziamo la nostra voce senza avere paura a favore di
chi non ha voce, se noi diciamo no ai meccanismi di questo

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mondo e della nostra società che valorizzano le persone solo a
base di ciò che sanno fare, siamo testimoni della Pasqua.
E' questa testimonianza che porta avanti ciò che Gesù ha iniziato
con la sua vita, con il suo predicare, con la sua opera.
Concludo:
la Pasqua è la nuova vita che contagia con la sua vitalità. Dove
questa vitalità si fa spazio, il mondo può respirare profondamente
e non si trova a corto di ossigeno, perché dove diamo spazio alla
vitalità pasquale gli eventi che oggi ci tolgono il fiato sono al di
fuori dell'orizzonte che è un orizzonte d'amore.
Vivendo la Pasqua, la vita arriva alla meta, arriva a sperimentare
la presenza di Dio per celebrare la pienezza con tutti, con coloro
che soffrono in questo mondo e con coloro che oggi sono autori di
grandi sofferenze.
Buona Pasqua a tutte e a tutti. Amen.

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