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$ D<^n Antonio G.

Pernety
Le favole
egizie
e greche
>*
Fratelli Melila Editori
LE FAVOLE
E G I Z I E E G R E C H E
SVEL ATE E RI PORTA TE AD UN UNI CO FONDA MENTO
CON LA SPI COAZIONE DEI GEROGLIUCI J ERATICI
E DELLA GUERRA DI TROIA
Traduzi one di GI ACOMO CATI NEL L A
LE FAVOLE ED I GEROGLIFICI DEGLI EGIZI
I NTRODUZI ONE
Secondo la testi moni anza di S. Cl emente Al essandri no (Stromat. 1. 6),
presso gli Egizii, Lutto aveva un'ari a di mistero. Le loro case, i l oro templ i ,
i loro arnesi , gli abi ti che indossavano tanto nell e ceri moni e del l oro culto,
quanto nell e pompe e nell e pubbl i che leste, ed i l oro stessi gesti erano dei
si mboli c rappresentazi oni di qualcosa di grande. Avevano atti nto questa
loro mani era dall e i struzi oni del pi grande uomo ch'abbi a gi ammai vissuto.
Questi fu anch'egl i Egizio, chi amato Tholh o Phtalh dai suoi compatri oti ,
Tatti dai Feni ci (Enscb. 1. 1, e. 7), ed Ermete Trimegista dai Greci . Parrebbe
che la Natura lo avesse prescel to per suo favori to, prodi gandogl i , di conse
guenza, tutte le qual i t necessari e per studi amel a e conoscerl a perfettamente;
Dio, per cosi di re, gli aveva infuso le arti e le scienze, all o scopo chegli n
istruisse il mondo i ntero.
Constatando, egli , che la supersti zi one sera i ntrodotta i n Egitto, al te
rando e materi al i zzando la purezza delle i dee che i l oro padri avevano
dato di Dio, pens di seri amente preveni re l 'i dol atri a, la qual e minacci ava
di penetrare pi an pi ano nel culto Di vino. Ma ebbe per la preci sa sensa
zione che non era opportuno scopri re i mi steri tanto subl i mi dell a Natura e
del suo Autore, ad un popol o cos poco capace d'apprezzarne la grandi osi t,
e tanto poco adatto all a conoscenza degli stessi mi steri . Persuaso che tosto
o l ardi il popol o l i vol gerebbe in abuso, ide d'i nventare dei si mboli tanto
sagaci e difficili ad essere compresi , che sol tanto i saggi o gl ingegni pi
acui i avrebbero potuto vedervi chi aro; mentre il popol o vol gare non vi
avrebbe trovato al tro che un soggetto dammi razi one. I ntanto, avendo deciso
di trasmettere all a posteri t l e sue i dee chi are e pure, non vol le abbandonarl e
a false i nterpetrazi oni e perci ne precis e fiss i l oro significati da comu
ni care a qual cuno. Per tal e scopo scelse un ri stretto numero di persone
che ri conobbe le pi adatte ad essere deposi tari e del suo segreto, c per
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sol tanto l i mi tatamente fra coloro che potevano aspi rare ni trono, Li stabil
Sacerdoti del Dio vi vente, dopo averl i ri uni ti , c li istru in tutte le scienze
ed arti , spi egando ad casi 1 significalo dei si mboli e dei geroglifici chegli
aveva i deati. L Autore Ebreo del libro di e reca il ti tol o: <r La Ca*a di Mcl-
chisdech n cosi scrive di Ermete: La casa di i 'onaan vide uscire dal suo
seno un uomo di Perfetta Saggezza chi amato /b/rb, o Ermete. Coiti li fu il
pri mo ini i stitui re le scuole, i nvent le l ettere c le scienze matemati che;
fece conoscere agli uomi ni Porriine dei tempi ; di ede l oro le leggi e fece
nol o i precetti dell a vita sori al e medi ante una vi ta dolce e grazi osa; c luma
ni t apprese da lui ti culto Divi no c tutto quanto poteva contri bui re a farl a
vi vere feli cemente n.
Nel numero di dette rii e scienze ve nera una chegli comuni co a questo
Sacerdozio otto condizi one rhe Parrebbero custodi ta con un i nviolabil e
segreto; e con gi uramento li obbl ig a non comuni carl a se non a coloro che
dopo lunga prova fossero stati riconosciuti degni di essere i loro successori:
artrite i Re proi bi rono di ri vel arl a sotto pena di morte. l nesParte era chi a
mata: Arte Sacerdotale, come ce ne i nforma Snl amas (de m rabi l . mundi),
Maometto Ben Al moscbaudi in Gel andi nus (1), I smael Sei ahi nsci a, e Gclal-
di nua slesso, l kandi parl a di Ermete nei seguenti termi ni (2): n Del tempo
d'A hraham viveva in Egitto Ermete o I drin secondo; che la pace sia su
di l ui ; e fu chi amato Tri meg sl o perch era Profeta, Re e Fi losofo. I nsegn
FArtc dei metal l i , PAl chi tni a, PAstroI ogia, la Magia, la scienza degli Spi
rili.** Pi tagora; Rentocl e (Empedocl e); Archel ao il Sacerdote; Socrate Ora
tore c Fi l osofo; Pl atone Autore pol iti co; ed Aristotil e il l ogi co, atti nsero la
l oro scienza dagli scri tti d'Ermete n, Eusebio d i di Sara espressamente, secondo
Mandane, ehErmetc istitu i Geroglifici , di r ri ordi n e svel ai Sacerdoti ;
che Manctone, Gran Sacerdote degli I doli, li spi eg in l ingua greca a 1olomeo
Fi l adel fo. Detti Geroglifici erano ri tenuti sacri, e li si custodivano nascosti
nei l uoghi pi segreti dei Templ i (3).
Il grande segreto che il Sacerdozio osserv, e le alte scienze chcsso profes
sava, lo fecero elevare nella consi derazi one c nel ri spetta di tutto FEgi tto, e
J i) Fuit autem Xacraua arila saettilo tals et magia i ntima: feejt a utero ope magia
mirabilia multa et magna. .. rt curri Nacraos fnisset morluua. successit filius eins Nathras.
luiucie sica?.pater artLs sacerdotalL* t peritus. I bisl Aegypt.
Fi dUu mortnus esset Nalhras. regnavit ptst cvitti frater e}QE Mesiam. luitqur
si>ut coeler peiitus arti* sacerdotali* et magiae I bid.
f_j) Ex scriptis M anethonia ^benni tae. qui tempore Ptolamuei j Fi A tchi-
sacerdtis idclcrum. quae sunt in A egvpto, oracel o doctus imaginam jac^ntiuru in terra
Syradica. sacra di al etto inser p tomi n. satri sqne l i ttrr s inscul ptorcm a T buyt prjmo
Herme te. quas i nterpreta tua usi post Catadysmum sacra dialecto in li nguaio ^rarcam
l i tteria hieroglyphic 3. et peauit ta in li bre A gathodattnon stoi ndus I bcrmes, pater Tal.
in adyti a teinpormn A egyptioftsm qua* prononci av t ipsi Philadelphia Regi s^undo
Ftolomaeo, qui i n libroa sotbioa, ita scr bi t: Regi magno Ftolomaeo- Easrh. in
Scuoto tui a.
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filtrato ria dii tante Li l uti l o peri odo nel qual e non chhe alcun cantano con
':lt il l ani eri , conio quando consenti la l iberta Tesserne avvici nato. LEgitto
venne sempre consi deral o cot t i il seminari o dell e scienze e dell e arti . Il
Sacerdozio ne faceva un mistero che acuiva maggi ormente la curiosit. Pi ta
gora (S. Clcin. Aless. L 1 Stremata) sempre bramoso dapprendere, consenti
perfi no di sottoporsi alle sofferenze della circonci si one, pur di far parte degli
iniziati . I n [Tetti era ben l usi nghiero per im uomo, trovarsi in stato di di sti n
zione dal connine, non per il possesso di un segreto l oggetl o del quale fosse
stato chi meri co, ma per la conoscenza di quell e scienze real i sti che, le quali
non si potevano apprendere se non attraverso l i niziazione, dato che non
venivano comuni cate se non nel fondo del Santuari o (J usti n. quaent. ad
orthadl e sol amente n coloro che li si ri tenevano degni, per la vastit del
loro ingegno e per la l oro probi t.
Ma come le pi sngge leggi trovano sempre (lei prevari catori , e le cose
meglio istitui te sono soggette a non permanere nell o stesso slato, cosi le figure
gerogli fiche, le qual i dovevano servire di fondamento i nvari abi l e sul quale
poggiare la vera Rel i gi one, e sostenerla nella compl eta sua purezza, furono
occasione derrore e decadenza per il popolo i gnorante. I l Sacerdozio ohhli-
gato al segreto per quanto concerneva alcune scienze, temette di violarl o
spi egando i Gerogl ifi ci atti nenti alta Reli gi one, dato che certamente suppose
di e nel popol o si sarebbero potuto trovare el ementi abbastanza chiaroveggenti
ila pensare che gli stessi geroglifici servivano velare al cuni altri misteri ,
c che infine questi altri misteri potevano anche essere iiiLiiili. Fu qui ndi
necessario, tal vol ta, adoperare il raggiro ed anche l inganno, ina poi queste
spiegazioni sti racchi ate ed al terate di ventarono un ahu^o. I Sacerdoti aggi un
sero alcuni si mbol i arbi trari ! a quel l i i nventati da Ermete; composero delle
favole che in seguito si mol ti pl i carono, e per tal modo, i nsensi bi l mente ci si
assuefece a consi derare quali Dei quell e rose stesse che veni vano presentate
al popol o al sempl i ce scopo di ricordargli l idea del solo ed unico Do vivente.
Nuli dove destare sorpresa ohe il popolo abbi a aero ito ci ecamente dell e
idee tanto bizzarre. Poco adusato a riflettere su quanto noti tende ad i ntac
care i propri interessi n al rischio della propri a vi ta, il popol o lascia a coloro
che hanno maggi ore agio la cura d pensare e di sl rui rl u. 1 Sacerdoti non gli
parl avano se non coti li nguaggio simboli co, ed il popol o prendeva tutto alla
l ettera. In un pri mo momento esso s ebbe le convenevoli idee che doveva
nutri re d Dio e dell a Natura, li verisim il mente da credere elio mol ti lo
conservarono per sempre. Gli Egizi e.he passavano per i pi spi ri tual i sti ed
i pi chi ari fra tutti gli uomi ni avrebbero potuto gi ammai abbandonarsi a
dell e assurdi t tanto grossolane ed a pueri l i t tanto ri dicol e quali quell e
file ad Cinsi fall ri finiscami ? Noti si de* prestar fede neppure a! racconto di
quei Greci che si recarono in Egitto per avere cognizione di quell e scienze
le quali non sapprendevano se non medi ante i geroglifici. Se i Sacerdoti non
svelarono loro compl etamente il segreto dell Vf ri e Sacerdotali, nul l ameno non
occul tarono l oro quanto ri guardava la Teologia e la Fisi ca. Orfeo si trasform.
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per cosi di re, in Egi zi ano, l 'i mpadron dell e l oro idee e ilei l oro ragi onamenti
a l ai punto, che glinni e le i dee racchiuse negli elessi, ei Fanno supporre
pi ad un l avoro dun Sacerdote Egizio che a quel l o dun Poeta Greco. Egli
fu il pri mo che trasport in Greci a le Favol e degli Egizi; ma non ammi ssi
bi l e che questuomo che Di odoro Siculo ri ti ene i l pi sapiente ilei Greci,
rare,mandabi l e per il sno genio e per le sue conoscenze, abbi a vol uto di vul
gare nell a sua patri a dette favole spacci andol e per real t. Gli altri Pncti :
Omero, Esiodo, avrebbero voluto, per del i berato proposi to, i ngannare i popul i
dando per stori e vere dei fall i molto controversi c degli attori che in effetti
gi ammai esi stettero?
Un di scepol o di venuto maestro, comunemente i mparti sce le propri e l e
zioni ed i struzi oni nell a stessa mani era c con lo stesso metodo come egli
stesso le ha ri cevute. Essi erano stali istruiti medi ante le favole, i geroglifici,
le all egori e e gli eni gmi , ed hanno perpetuato questuso. Si trattava di mi
steri, ed al l ora hanno seri ll o mi steri osamente. F. non era necessario neppure
avverti rne il l ettore, poi ch anche il meno perspi cace poteva accorgersene.
Si ponga sempl i cemente attenzi one ai titoli dell e opere d'Fumol po. di Mo
nandro, di Mel anzio, di Gi amhl i eo, d'Evnnl o, e di tanti altri che nei loro
scri tti sono pi eni di favole, e subi to ci si rester convinti chessi avevano i n
programma di nascondere i mi steri sotto il velo di quell e finzi oni, e che i
l oro scri tti ri nchi udono mol l e cose le quali non si scorgono a pri ma vista e
neppure ad una attenta l ettura.
Gi amhl i eo cos sespri me al pri nci pi o dell a sua opera: <r Gl i Scrittori Egi
ziani consi derando elle Mercuri o era stato l 'i nventore di tutto, attri bui rono a
questo Dio tul l e le l oro opere. Mercuri o presi ede olla saggezza ed al l 'el o
quenza; Pi tagora, Pl atone, Democri to, Eudossi n e molti altri ancora si re
carono in Egi tto per i struirsi frequentando i sapi enti Sacerdoti di quel paese.
I l i bri degli Assiri e degli Egiziani sono pi eni deil e di fferenti scienze di Mer
curi o, e le colonne te mrl tonn in mostra al pubbl i co. Esse abbondano d'una
profonda dottri na ;e Pi tagora e Pl atone vntti nsrro la l oro Fil osofia .
La di struzi one di molte citt, e la rovi na di quasi tutto l 'Egi tto fall a da
Camhi sc Re di Persi a, segn la di spersi one di moll i Sacerdoti nei vicini paesi
e nell a Greci a, E questi vi portarono le l oro scienze, ma senza dubbi o, con
ti nuarono ad i nsegnarl e in quell a mani era usi l al a in Egitto, vale a di re: mi
steriosamente. Non vol endo prodi garl e a l utti , essi le i nvi l upparono mag
gi ormente nell e oscuri t dell e favole o dei geroglifici , affinch il volgo, vedendo,
non vedesse ni ente; ed i ntendendo, non comprendessi- nul la. Tutti atti nsero
a questa sorgente, e mentre gli uni ne prel evarono l ncqua pura e netta, gli
al tri , per i quali essi l avevano i ntorbi di l a, vi raccolsero solo la mota.
Da questo ebbe ori gi ne quell a fonte dassurdi t le quali hanno i nondata la
terra per tanti secoli. Questi misteri nascosti sotto tanti i nvi l uppi , mal e com
presi, mal e spi egati , si diffusero in tutta la Greci a, e da qui , per tutta la terra.
Queste oscuri t nel seno dell e quali nacque l I dol atri a, andarono sempre pi
ottenebrandosi . La maggi ur parte dei Poeti , poro a gi orno di quanto formava
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lYascnzn di questi mi steri , esagerarono sulle favole Egizie, ed il mole fl'nc-
crrliEic si no all a venuta di Ges Cristo nostro Sal vatore, il qual e di si ngann
i popol i dagli errori nei quali queste favole li aveva gettati . Ermete aveva pre
visto tal e decadenza del cull o Divino, e gli errori dell e favole che lo avreb
bero sosti tuito (iti Ascl epio): Tempo verr, egli scri ve, nel qual e gli Egizi
parranno avere i nuti l mente adorato la Divinit con la convenevole pi et, ed
over i nvano osservalo il culto dell a stessa con tutto lo zelo e l'eBattczza do*
vill a... 0 Egitto, o Egitto, dell a tua Reli gione non resteranno che le favole; e
queste saranno i ncredi bi l i ai nostri di scendenti ; le pi etre incise t scol pil e sa
ranno i soli ni omini etili dell a tua piet , E certo che n Ermete e neppure
i Sarerdol i Egizi riconoscessero affatto la pl ural i t degli Dei. Si l eggano at
tentamente i libri dOrfca, parti col armente quell o ili Saturno, ite/ qual e
dell o di e questo Dio sparso in tutte le parl i che compongono l'I ili verso,
e che non stato generato: si rifletta n IT Asclepio di Ermete, sul l r parol a
di Parmeni de il Pi tagori co, sulle opere dell o stesso Pi tagora, e vi si troveranno
dappertutto dell e espressi oni !e quali mani festami il luro senti mento sulla
uni ci t dnn Dio pri nci pi o del tutto e senza pri nci pi o esso stc*co; e rhc lutti
gli altri Dei dei qual i fanno menzi one non sono clic di fferenti denomi nazi oni
sia dei suoi attri buti , e. sia dell e operazioni dell a Natura. Pasta il solo Gi am
bi co f i ) a convincerci con quanto disse dei misteri degli Egizi, al l orquando i
suoi di scepoli gli domandarono cosa ne pensasse elle fosso la pri ma causa ed
il pri mo pri nci pi o del tutto.
Dunque, Ermete e gli al tri Saggi unii presentarono ai popol i le figure delle
cose quali Dei se non al sempli ce scopo ili mani festare al volgo la presenza di
mi siilo ed uni co Di o in tutte le cose, poi ch colui che vede la saggezzn
(Dionigi renpiigila), la provvi denza e Tumore di Dio mani festato in questa
mondo, vede Dio stessa; poi ch tutte !e creature non sono chr specchi di r ri
flettono su noi i raggi delta Saggezza Divina. Su quanto affermiamo s pu
consul tare I opera di P. E. J ahl on-ki (Pantheon Apgvpl i nnji n* Era neo forte,
17*511nell a quale' questo Autore giustifica compl etamente gli Egizi dal l i dolatria
elio vi ene ad essi i mputal a.
i) Ego vero causam imprimi] tbi dicala, ob quam sacri et antiqui Acgvpliorum
seriptorrt de his varia Semerit et ins per birilli saecub sapitates non radem de bis ratione
l nquinlur Cum enim multa- in universo sict essentia e, ac smnl multila ri am inter se iM-
fcrant. mento tarum, et multa rum tradita sani principia habentta. ordine* di tirreni ri .
Mcmurol ipse tradit : g .goo voi um ini bua, ve! steut Ma netti Cm rrfert ja.ooo er in bis
perfette omnia demonstravit. Oporlet igitur de his omnibus ventateli] brevi ter lev.larare,
atquc prtmnm quod primo quaeritia Primus Deus ante ens et solus, pater est primi Dei,
quem gifinlt maiics io uni tati sua solitaria, atque id est supt-rmtelligibile, atque exrmplai
illins. quod dcttir sui pater, sui nius. unipater et Deus vere bonus; ille enim major et
primus. et iona omnium, et radix eorum quae prima mieli igun tur et intclliguut. scilicet
idea ni tu Ab hoc utique Linus Deus per se suffideas, sui pater, sui pri nters, li st enim
htc principiuin. Deus Dcctum, rniitas ex uno super esseotiam esseutiae prindpi uin. ab co
enim rase ut ia, propterea pater essentiae notnnatuT. I psa enim est ens iutchigibiliutn prin
cipili ui* tutte sum principia omnium antiquissima; quae Mercunus pinpoint tie I3iis Aethae-
rcs. ecc.
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Gl i Egizi cri i Greci non ri tennero sempre (tetti geroglifici quali puri
smboli elei l 'uni co c solo Dio; sol tanto i Sacerdoti , i Filosofi dell a Greci a ed i
Magi della Persi a cimservaronn la purezza di tale, concetto; ma Fi dea della
pl ural i t degli Dei ebbe tanto credi to presso il popol o, che i pri nri pi i della
saggezza e della Filosofia unii sempre ri uscirono a vi ncere la timi dezza dell a
dchofezza umana in colorii i he avrebbero potuto di si ngannare il popol o facen
dogli conoscere il suo errore. J Filosofi gi unsero perfi no ad approvare in pub
blico le assurdi t ti rile favole, ci rbe spinse un Sacerdote Egizio, compi an
gendo la pueri l e credul i t dei Greci , a di re: I Greci sono fanciull i e saranno
seni [ire fanciull i (Pl ato in Timaco).
Questa mani era d'espri mere Dio, i suoi attri buti , la Natura* suoi prii-
c pii c le giie operazi oni fu usala in tutta PAnl i cbi l ed in tutti i Paesi ; poi ch
si ri teneva che non fosse conveni ente divulgare al popol o dei misteri tanto alti
e tanto subl i mi . La natura del geroglifico e del si mbolo sta nel condurre alla
conoscenza dima rosa medi ante la rappresentazi one d'i ti ful tra tutto affatto
di versa. Pi tagora, secondo Pl utarco (de Lsid. el Osir.) fu tal mente preso da am
mi razi one, al l orquando vi de la mani era dell a eguale usavano i Sacerdoti Egizi
nel l insegnamento dell e sci enze, elle si propose di mi tarl i ; e vi riusc tanto
bene che le sue opere sono pi ene di voluti studi ati equivoci* e le sue sentenze
sono velate con raggiri ed espressi oni misteriosi ssime. Mose, se vogliamo ero
dere a Rai nham (I n cxordio Geneseos), scrisse i suoi l i bri in mani era eni gma
ti ca; <r Tul i o quanto contenuto nell a Legge degli Ebrei , dico questo Autore,
scritto in senso all egori co, o letterale, medi ante termi ni clic risul tano da
un qual che calcolo ari tmeti co, n da una qual che formazi one geometri ca dei
caratteri , mutati o transpnsti , oppure disposti armoni camente secondo il
loro valore. Tutto ci ri sul ta dall e forme dei caratteri , dall e l oro uni oni ,
dall e loro separazi oni , inflessioni, dalle loro i ncurvature o di ri tture, da ci rbe
loro manca r da ci che v'f di troppo, dall a loro grandezza u piccol ezza,
dall a loro apertura, eco, .
Sal omone consi derava t geroglifici, t proverbi t* gii eni gmi qual e degno
oggetto dello studi o d\ m nomo Saggio, c si possono vedere le lodi clic ne
eleva in tul l e I r sue opere : 11 Saggio appl i cher fProv. c. 1) all o filmilo
dell e parabol e, c si sforzer di nterpretare le? espressi oni , le sentenze e gli
enigmi degli anti chi Saggi. Egli penetrer nei raggiri e sottigli ezze delle pa
rabol e; di scuter i proverbi per scopri rvi quanto racchi udono di piti nascosto,
ccc. o.
Gli Egizi non sempre ^espri mevano con i geroglifici gl* eni gmi ; ina que
sto mezzo usavano quando si trattava di parl are di Do o di ci che vera di
pi segreto nell e operazi oni dell a Natura; Pii i geroglifici del Funo nun erano
sempre i gerogli fici del l 'al tra, Ermete invent la scri ttura degli Egizi ani ; ina
non si d'accordo sulla specie di carattere che dagiprima mise, in lisci; si *a solo
che ve nerano di quattro mani ere; la pri ma era quell a dei caratteri della
scri ttura volgare, unta a tutti , rd libata negli scarnili dell a vita sociale?.
I^i seconda non era in su se non fra i Saggi, ed i mpi egata per parl are dei
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misteri ilella Cal ura: la torna tira una mescol anza di caratteri e di m tubal i ;
p la quarta costitui va il carattere sacro, nol o solo ai Sacerdoti , i quali lo i mpi e
gavano nei loro trattal i sulla Divinil a e siigli attri buti dell a stcsaa. Non bi
sogna dunque confondi questi diversi modi dei qual i rii Egizi sj servivano
per l i bare e dar corpo ai loro pensi eri. Tal e mancanza di di stinzi one Ita dato
ori gi ne agli errori nei quali sono raduti gli Archeol ogi , i qual i , avendo in vi
sta (Iti -ulo tiggtiUu* spi egano l utti gli anti chi monumenti , conformemente a
quell oggetto Da questo sbaglio di metodo hanno ori gine le moltepli ci dis
sertazioni fatte dai diversi Autori clic non si trovano affatto daccordo I ra di
loro. Per ri uscirvi pcrfel t a meni e bi sognerebbe possedere dei model l i di tutti
questi di fferenti caratteri . Ci clic sarebbe stato scri tto dagli Anti chi con Pitu*
piego ili una dell e mani ere dei caratteri , sarebbe certamente spi egal o eia 11e cose
per le qual i noto che quel carattere lo s'i mpi egava, Se per esempi o si trat
tasse del pri mo da imi accetti hi lo, n pu essere ben certi che la deduzi one
ili quel l o scr tto ri guarderebbe lo scambio del vi vere Mietale, la storia ecc.;
se si irai tasse del secondo, le deduzi oni ri guarderebbero la Natura; e cos per
il quarto che mni crncrel i bc Dio, il suo culto, o le Favole. Con questa avver
tenza Muti ci si troverebbe nel caso di ri correre a congetture, e [negare un
anti co ti i ouumenl o coli cosa dell a quale lo stessei forma tutt'al tro oggetto. Ma
di tutto citi, di propri amente certo non et restano se noti le favule, cos come
aveva previsto Brui rl e nel l 'Ascl epi o d* Apul ei o c da noi precede ni emerito
citalo mi tale argomento.
QtiiiDiasi persona assennata di e voglia ri flettere in buona fede nulle assur
dit dell e favolo noli potrebbe esi mersi dal consi derare gli Dei qual i esseri
i mmagi nari , dato che lo Di vi nit Pagane atti nsero la loro ori gine da quell e
i nventate dagli Egizi. Ma Orlon <* gli altri clic trasportarono in Grecia dette
favole, le di vul garono alla maltiera e con quel sigiti ficaio (die avevano ap
presti in Egitto. Se iti ori gi ne le favole furono i mmagi nate all o enfio preci so
di spi egare si mbol i camente i processi dell a Natura, i suoi pri nci pi , i suoi
svi l uppi , le ut* produzi oni , ed nuche talvolta una qual che operazi one segreta
di un'A l l e clic i mi terebbe la Natura per conseguire lo stesso capo, sen-
z'ah'i i ua contraddi zi one, le stesse favole Greche (al meno le pi anti che e cio
quel l e eliti furono di vulgate ila Orfeo, Mrl ampo, Limi* Omero, Esiodo ecc.)
dovrebbero essere spi egate con quel l o stesso sigili fi catti e conformemente ab
l 'i ntenzi one dei loro Autori , i quali ebbero gli Egizii per modello. La
maggi or pari e deli e favole sono pervenute sino a noi ; si pu farne un'ana
lisi moll o ponderata* e vedere se alle volle non sfiorino un qual che parti
colare accenno che ? mascheri l'oggetto al qual e si mi ra, butte, le pueril i t
o li' aordi ta che ei colpi scono in queste favolo, danno la di mostrazi one che
il proposi to dei loro Autori unii era aliai lo quell o di parl arci dell a vera
Divi nit. Essi avevano atti nto nell e pere di Ermete, e frequentando i Sa
cerdoti Egizi, idee troppo pure e troppo elevate d Dici e dei suoi attri bui i ,
per [tarl arne poi i n mani era apparentemente tanto i ndecente e tal lio ri dicol a.
I nfatti , quando si tratta degli al ti misteri ili Di o. essi ite parl ano con clcva-
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terza di vorlrctti, ili ettiintenti c <]V|irt^ion, qual e si ronvi enr, - qui ndi
non si parl a pi d*incesti, adul i mi . parri ei d i eoe, Hi soglia perci ammettere
che qucsTul ti mo linguaggi o avevi) quale oggetto la Natura clTcsiu, alla ma-
n era degli Egizi ani , hanno personifical a anrl i e nei pri nci pi ] che la strusa
i mpi ega, e nell e sue operazi oni ; ci hanno rappresentato sbotto differenti
farre. i nvi l uppandol e sotto differenti veli , ina pur mi rando ed i ntendendo
una stessa uni r cosa. Fintino avuto Tattil it d'i ntrodurvi degli insegnamenti
di pol iti ca, di moral e, dei cenni generati di Fi si ca; od hanno talvolta preso
lo spunto da un fatto storico per formare le loro all egori e; ma tutti questi
coeflicenti sono sempl i cemente accidental i , ma non ne formavano n la base,
n Toggetto. I nvano qui ndi ci si sforzer per spi egare questi geroglifici
favolosi medi ante gli espedi enti clic vennero i mpi egati nell a l oro formazione.
Col oro che hanno creduto poterli) fare con la storta, sono stati costretti ad
ammettere la real t di questi Dei, Dee, Eroi ed Eroi ne, al meno quali Fle,
Regi ne e gente di cui si raccontano le azioni. Ma la difficolt di tutto ordi
nare secondo le regole di una sana cronologi a, presenta un ostacol o insor
montabi l e al toro l avoro: un l abi ri nto dal qual e non ri usci ranno mai a
l i berarsene. Ili tutti i tempi , Toggetto dell a storia fu quell o di presentare dei
model l i di vi rt da i mi tare, quali esempi per la formazione dei l inoni co
stumi ; in tal caso non da pensare che tal e era il proponi mento degli Autori
di queste favole le qual i sono pi ene di tante assurdi t ed accenni tanto l i cen
ziosi. otte ri sul tano molto pi adatte a corrompere i costumi , anzi cch a
formarl i . Qui ndi , al meno, sarebbe pure i nuti le di torturarsi il cervell o per
ri nveni rvi un senso moral e.
Probabilmente. i ntanto, si possono di stnguere quattro specie di i nterpre
tazi oni date a questi geroglifici tanto dagli Egi zi ani , quanto dai Greci e
dall e altre Nazi oni presso le qual i furono in uso. Gli i gnoranti , dei quali e
composta lo grande maggi oranza del popol o, prendevano alla l ettera la storia
degli Dei, come pure le favole che in conseguenza erano state i mmaginate ;
ed ecco In sorgente di quel l e supersti zi oni alle qual i il popol o incl ine. La
seconda classe era costitui ta da coloro i qual i , comprendendo bene elle quell e
stori e erano sempli ci finzioni, penetravano nel senso occulto e misterioso
delle favole e dei geroglfici , e ti spiegavano con le cause, effetti ed operazioni
dell a Natura. E dalo che ite avevano acquisita una conoscenza perfetta, me
di ante le istruzi oni ftcgrele che Tun l 'al tro si comuni cavano successivamente
serondo quell e eh'erano stale loro affidate da Ermete, eos toro operarono cose
veramente sorprendenti , mettendo in atto i soli mezzi della Natura, dell a
quale si pro poneva rm di m tame i processi per ottenere lo stesso scopo.
Quest* ri sul tal i sono quell i che formavano Toggello iteli.-I rte Siicerdofri/e;
quest'Arte sulla quale, medi ante gi uramento, sol ihl i gavano n custodire il
segreto, et! era loro vi etato, sotto pena di mori e, di di vulgare in alcun modo
ad altri che non giudicassero degni d'essere iniziati nel TOrdi nc Sacerdotal e,
dal qual e td traevano i Re. QueM'Arte non era al tro di e quel l a di fare una
cosa che potesse essere la sorgente della fortuna e delta felicit, vale a di re.
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la sorvolile il fi la salute* delle ricchezza r dell a conoscenza compl eta della
Natura, Onesto segreto tanl n raccomandato non poteva cerio avere altro og
getto, Ermete, i sti tuendo geroglfici , non aveva assol utamente in ani mo d'i n-
I rui l urre ri dotal ri a, e neppure di custodire segrete le idee che si dovevano
nutri re dell a Di vi ni t; anzi lo scopo propostosi era quel l o di far conoscere
Do qual e Dio Uni co, ed i mpedi re che il popol o ne adorasse al tri ; egli si
sforzo di farl o ri conoscere in ogni individuo facendo ri l evare in ciascuno i
segni dell a Saggezza Di vi na. Segli vel sotto l 'ombra dei geroglifici alcuni
subl i mi mi steri , ci non lo fece massi mamente per nasconder li al popol o,
bens perch fletti misteri non erano alla portata dell o stesso, t: non pol endol i
contenere nei l imi ti di una conoscenza prudente c saggia, lo stesso popolo
non avrebbe mancal o dabusare, prevari cando, dell e istruzioni che gli sareb
bero state el argi te a tal e ri guardo, I Sacerdoti erano soli ut quali questa
conoscenza veniva confidata dopo una prova di parecchi anni . Bisogna qui ndi
concl udere che questo segreto ebbe un altro oggetto. Parecchi Anti chi ci
(ialino ri feri to ehesso consisteva nell a conoscenza ili ci cherario stali Osiride,
I side, Oro e gli altri pretesi Dei ; e chera proi bi to sotto pena dell a perdi ta
dell a vita, di di re chcrauo stati degli uomini . Ma questi Autori erano ben certi
di quanto affermavano? Ed ammettendo che ci rl Fe^i di cono fosse vero, ci
non di ce clic questo segreto avrebbe per oggetto Dio, t misteri dell a Di vi nit, ed
il suo cul l o; dato che Ermete, il quale obbl ig i Sacerdoti al segreto, ben cono
sceva clic Osiri de, I si de ecc. non rranc alTallo degli Dei, e perci non li avrebbe
gi ammai i ndi cal i come tali a quei Sacerdoti stessi chegli avrebbe istruiti
dell a verit, mentre contemporaneamente avrebbe i ndotto il popol o in er
rore. Non si pu affatto supporre in un uomo cos grande, una eondotta
tanto ri provevol e e che non s'accorda in alenila guisa con i ri tratti che ci
hanno tramandati .
I! terzo senso del quale questi geroglifici erano suscetti bi li , fu quell o dell a
moral e o dell e regole di condona. Ed il quarto, i nfine, era propri amente
quel l o del l 'al ta Saggezza. Medi ante le pretese stori e degli Dei, si spiegava
ci clic vera d subl i me nell a Reli gione, in Dio e nel l Uni verso; ed questa
la fonte dall a qual e hanno atti nto tutti quell i ch hanno parl ato dell a Di vinit.
Essi non hit facevano un segreto per coloro che potevano comprenderl i . I
Filosofi Greci ne furono i struiti net contatto el i Vhbern con i Sacerdoti , e di
ci si hanno vali de prove in tutti le loro opere, l utti gli Autori ne conven
gono. e sarri va persi no a fare i ninni di rnl oro dai qual i questi Filosofi
ebbero lezinni. Eudossi o, dicasi, ebbe per maestro: Conofeo ili Menf : So
l one; Sorirhis di Sais; Pi tagora: Oennfeo dEl i opol i , ere. Ma sebbene non
mantennero nul l a di segreto, ai detti Fi losofi, per tul i o quanl o ri pi ar lava
la Divinit e la Filosofa tanto moral e che fisica, nul l a per comuni carono,
salvo rara eccezione, di qm:ll\-rf<? Sacerdotale dell a qual e innanzi abbia irt
futili cerino. Chi dice .-Irte, di ce una cosa prati ca. T.a conoscenza di Do
non uunrtc e neppure lo In conoscenza dell a moral e e ural i che quid la
dell a Filosofia. Gli anti chi Autori ci nformano ehK rmete insegn agli Egizi!
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FArtc dei melali ] e VAlchim ia. Il P. Ki rcl i er stesso riconosce sulle testi
moii tanze della Stori a e di tutta FA nti di i t che Ermete aveva velalo Parte
di fare Toro sotto le oscuri t degli enigmi e dei geroglifici, e di quell i stessi
geroglifici che servivano ad ostacol are al popol o la conoscenza dei misteri di
Di o e della Natura, et E* tanto accertato, dice questo Autore nel suo Gcdypus
Acgypliacus (L I I , p. 2), clic questi l ontani antenati possedevano Farl e di
fare loro, sia traendol o dall e altre materi e, sia med anl e la trasmutazi one
dei metall i , che colui il qual e ne dubi terebbe, o volesse negarl o, si mostre
rebbe perfettamente i gnorante di storia. I Sacerdoti , i Re ed i Capi di fa
miglia ne erano i soli istruiti . Quest*rie fu sempre custodita sotto il pi
compl eto segreto, e coloro di e ne erano possessori, mantennero sempre un
profondo si lenzio a tale ri guardo, nell a tema clic i l aboratori ed il santuari o
pi occulti dell a Natura, resi noti al popol o i gnorante, questo non alterasse
tale conoscenza, i mpi egandol a a detri mento e rovi na dell a Repubbl i ca. L in
gegnoso e prudente Ermete, prevedendo questo danno che minacci ava lo
Stato, ebbe dunque ragione doccul tare quesFArte di fare Foro soll o gli
stessi veli e le stesse oscuri t gerogl fiche dei quali s seni per occul tare al
popol o profano quell a parte dell a Filosofia che concerne Dio, gli Angeli e
]'Uni verso . I l P. K i rcl i er non all atto sospetto su tale argomento, poi ch
lia sempre combattuto la Pi etra Filosofale in tutte le circostanze nell e quali
ebbe occasi one di parl arne, Bisogna iti questo caso constatare che levi denza
e la forza dell a veri t gli abbi ano strappato tal e confessione; diversamente
sarebbe ben difficile trovarl o daecordo con s stesso. Nel la sua Prefazi one
sul l Al chi mi a degli Egizi ani , egli scrive: Qual che Ari starco mi si lever
contro per quanto io sto per di re su di unArte che mol ti ritengono odiosa,
i ngannatri ce, fatta di sofismi e pi ena desagerazi oni , mentre molti altri
l hanno nei convell o di una scienza che mani festa il pi alto grado dell a
Saggezza Divina ed umana. Sappi a per costui, ehessendomi proposto di
spiegare, qual e Edi po, tul to quanto gli Egizi hanno velato sotto i loro
geroglifici, debbo qui ndi trattare anche di questa scienza chesai avevano
nascosta sotto le stesse oscuri t dei s mboli . Citi non vuol di re che io Fap*
provi , o che da questa scienza si possa ri trarre al cuna util i t per quanLo
concerne l arte di fare Foro; ma perch tutta la ri spettabi l e Anti chi t ne
parl a e ce l ha trasmessa sotto il sigillo duna infinit di geroglifici c di
fi gure si mbol i che. Quello eli certo si che di tutte le arti c di tutte le
scienze clic sti mol ano la curiosit umana, ed alle qual i l 'uomo sinteressa,
non ne conosco nessunal tra di e sa stata combattuta con maggi or forza e che
pure sia stata meglio difesa . I l P. Ki rcli er, nel corso dell a sua opera ri porta
un gran numero di testi moni anze danti chi Autori , per provare che questa
scienza era nota agli Egizi; chErmete F insegn al Sacerdozio; ed era tanto
stimata i n quel paese chera un deli tto passibile di morte di vulgarl a ad altri
se non ai Sacerdoti , ai Re ed ai Filosofi Egizi.
Lo stesso Autore, mal grado tutte le testi moni anze concl ude col di re di e
gli Egizi non conoscevano affatto la Pi etra Filosofale, e di e i luro geroglifici
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non ne avevano per oggetto la prati ca iella stessa, E davvero sorprendente
che dopo essersi dato la pena di leggere gli Autori che ne trattano per spi e
gare medi arne gli scri tti di costoro il geroglifico Ermetico del qual e egli ne
da la fi gura, e che copi andol i per casi di re, parol a per parol a, conte per
dodi ci trattati del Cosmopol i ta, e FArcanum Hcrmcti cae Phi l osophi ae Opus
del d'Espagnel , ecc. il P, Ki rcl i er osi sostenere rito delta figura e gli altri
geroglifici non ri guardi no alFalto la Pi etra Fi l osofale, e dell a qual e, gli
Autori clic ho teste ci tato, nc tral i gno, come suol di rsi , ex professo. Ma
poi ch tutto quanto i ri tati Autori di cono, concerne preci samente la Pi etra
Fi l ofofal e, il P. K i reher ch*c tato costretto a servi rsi ilei l oro ragi onamenti ,
ha qui ndi dedotto ho questoggetto. GH Egizi , egli scrive, non avevano
affatto in vista la prati ca d questa pi etra; c se abbordano qual che argomento
sulla preparazi one dei metal l i , e svel ano i tesori pi segreti dei mi neral i ,
rni i ri o non i ntendevano ci elle gli Al chimisti anti chi e moderai i ntendono;
ma i ndicavano ima certa sostanza, del morirlo i nferi ore, analoga al Sole,
dol al a di vi rt eccellenti e di cosi sorprendenti propri et clic sono multo al
di sopra del Fi ntel l i genzn umana; vale a di re: una qui ntessenza nascosta in
lutti i misti, i mpregnal a della vi rt dell o Spi ri l o uni versal e del mondo, ohe
colui il quale, i spi rato da Dio ed i l l umi nato dall e sue Divine luci, trovasse
il mezzo destrarre, usandone di verrebbe esente da qualsiasi infermila
e condurrebbe una vita pi ena di felicit r di "oddi sfaziem . Olinoli non e
afTallo dell a Pi etra Fi losofali', chcssi parl avano, bens del l elisir^ del minile
in'acci ngo a di re .
Orbene, se questo che ri porti amo dal P, K i reher non preci samel i le la
Pi etra Fil osofale, unii so propri o, all ora, in che hi Messa consista. Se l'idea
chegli sVra formata non era conforme quell a elle cc ne danno gli Amori ,
tutto quanto ne scrive contro la stessa, non la ri guarda, Lo si pu gi udicare
l auto ila ci clic abbi amo detto sin qui. come ila quanto di remo in segui to.
Loggetto dei Filosofi Ermetici anti chi o moderi l i , fu sempre quell o di
estrarre da un certo soggetto, per vie natural i , questo eli si rc o quintessenza,
della quale parl a il P. K i reher ,e iTopei-are secondo le leggi dell a Natura,
in modo d separarl a dalli* parl i eterogenee i ndi r qual i i nvi l uppata, allo
scopo ili metterl a nel l o stato dagire senza alcun ostacolo, per l i berare i tre
regni dell a Natura dall e loro inferti lit, ci che non si pu negare possa
1***0rr possibile, dato che questo spi ri lo uni versal e essendo l 'ani ma della
Natura, e la baso di tirtti i mi sti , ad essi perfettamente analogo, come
In . per i suoi ci fri l i e le sue propri et, con il Sol e; ed perci clic i Filosofi
di cono che il Sol e silo padre, e la L una sua madre.
Non bisogna confondere Filosofi Ermeti ci o veri Al chi mi sti , cimi i sof
fi;! tori i quali cercano d fnr.e Foro tmmcdi otamenl e con le materi e di r im*
pi egano, mentre i pri mi cercano di fare una qui ntessenza la qual e possa
servi re di panacea uni versal e per guarire tul l e le i nfermi l a del corpo umano,
ed un cli si re per trasmutare i metall i i mperfetti in oro. E sono propri amente
questi i due oggetti che, secondo tutti gli Autori tanto anti chi che moderni .
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si proposero gli Egizi. E' questa l 'Arte Sacerdotal e dell a qual e ile facevano
mi si grande mistero, e elle i Fi losofi terranno sempre i nvi l uppata neHoscii-
ri l dei si mboli e dei geroglifici . Essi si contenteranno di di re con Hal ed
(eomtnent. in Hermet.): V' una essenza radical e, pri mordi al e, i nal terabi l e
i n tutti i misti e di e si trova in tul l e le cose ed ili ogni l uogo; felice colui
di e pu comprendere e scopri re questa segreta essenza, e l avorarl a come si
conviene. Henne te soggiunge anche che l 'acqua il segreto di questa cosa,
e clic t'acqua riceve il suo al i mento dagli uomi ni . Marci me* non lia difficolt
ad affermarci che Lutto ci che si trova al mondo costa pi caro di delta
acqua, dato che tutti la possiedono, mentre tutti ne hanno bisogno. Abuami l ,
parl ando di detta acqua, dice che la si trova in ogni l uogo, in pi anura, nelle
val l ate, sulle montagne, dal ricco e dal povero, dal robusto e dal debole.
Si mil e la parabol a di Ermete e dei Saggi ri guardarne la loro Pi etra, ch
mi 'aequa, uno spi nto umi do, la conoscenza del qual e Ermete ha nascosto
sollo le pi oscure figure si mbol i che difficilissime ad i nterpretare .
La materi a dall a qual e si estrae questa essenza, racchi ude un fuoco na
scosto ed imo spi ri tu umi do, c qui ndi non deve sembrarci strano che Ermete
ce l 'abbi a rappresentata sotto l 'embl ema geroglifico dOsiri de, il quale, se
condo il P. Ki rcl i er, vuol di re fuoco nascosto, e dI si de che presa per la
L una significa mia natura umi da. Diodoro Siculo conferma detta verit, ri fe
rendoci di e gli Egizi, i quali consi deravano Osiri de ed I si de qual i Dei, affer
mavano clic questi percorrono il mondo senza sosta, che nutrono e fanno
crescere l utto durante le I re stagioni del l 'anno: la Pri mavera, l 'Estate e
l 'I nverno, e che la natura ili questi Dei contri bui sce i nfi ni tamente alla gene
razi one degli ani mal i , poi ch l 'uno igneo e spi ri tual e, l 'al tra umi da c
fredda: che l 'ari a umilile ad eul raai bi , infine che tull i i corpi ne sono
generati , c che il Sol e e la Luna perfezionano la natura dell e cose. PiuLareo,
da parte sua, in I side ed Osi ri de, ci assicura che tutto (pianto i Creei ci
cal dano c ci spacci ano in i neri to ai Gi ganti , ai Ti tani , ai deli tti di Saturno
e degli altri Dei, del conihatti l li ento d'Apul l o con litone, dei viaggi di Bacco,
dell e ri cerche e viaggi di Cerere, tutto questo non differisce affatto, nel mi o
occul to significato, da quanto si racconta dOsiri de e d'i ri de; e che l utto
quanto stato i nventato di simil e con una tal (pial e l i beral i t nell e favole
di vul gate, dev'essere inteso nell a stessa mani era come ci che si osserva
nei sacri mi steri , per i quali sarebbe un del i tto svelarli al popol o.
Poi ch nell a Natura tutto generato dui cal do e dal l 'umi do, gli Egizi
di edero aLL'lltio il nome di Osiri de ed aLI 'altro quel l o d'I s de, e dissero elle
erano Tralci lo c sorel la, mari to e moglie. Li si consi derarono sempre per la
Natura stessa, come iti seguito vedremo.
Al l orquando non si vorr ri correre a dei cavilli , sar faci le scopri re ci
clic gli Egizi, i Greci , ecc. i ntendevano medi ante i l oro gerogli fici e le loro
favole. Essi le avevano cosi ingegnosamente i mmagi nate clic nascondevano
di versi i nsegnamenti sotto la stessa figurazione, rui ne pure i mpi egavano gero
glifici c si mboli di versi per la eoitmnieazi one d'i ma unica rosa: magari i
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itomi, le fi gure, ed il racconto stesso era vari ato, ma il fondo e l oggetto
non era affatto di fferente,
E' noto, e hasta scorrere le opere dei Filosofi Ermeti ci per notare u pri ma
vista che in ogni tempo, costoro non solo hanno seguito il metodo Egizio per
la trattazi one dell a Pi etra Fi l osofale, ma hanno i mpi egato gli stessi gerogli
fici e te medesi me favole, i n tutto od in parte, secondo la propri a mani era.
Gli Arabi hanno i mi tato pi da ri ci no gli Egizi dato che nell a l oro lingua
tradussero dal l 'Egi zi o, ri spettandone lo stile, mol ti trattati Ermeti ci ed altri
scritti. J .a prossi mi t del paese, e qui ndi il facile scainhi o fra le due Nazi oni
dei e avervi mol to contri bui to. Questa unani mi t didee, c questo uso i ni n-
terrntto da tanti secoli , costitui scono, se non una prova i nconfutabi l e, almeno
un presupposto che i geroglifici Egizi e le favole erano state i mmagi nate, te
nendo di mi ra la Grande Opera, e qui ndi i nventate onde i strui re sull a sua
teori a e sulla prati ca sol amente qual cuno, mentre per tema di eventual i
prevari cazi oni cd i nconveni enti che se ne temevano, lima e lal tra vennero
occul tate al popol o ed a tutti quell i gi udicati non degni ili conoscerle.
Qui ndi , non sono propri o io il pri mo chabbi a avuto l i dea di spiegare
delti gerogli fici e dette favole con i pri nci pi i , le operazi oni ed il ri sul tal o
dell a Grande Opera, chi amata altres Pi etra Fi l osofale c Medicina Aurea.
1.C si vedono sparse in tutte le opere le qual i trattano di questa Arte mi ste
riosa. Menni Chi mi ci hanno anche compi l ato dei trattati adottando, in
precedenza, questo stesso mio punto di vista. Fabri di Castel nandari di ede
all e stampe i n questul ti mo secolo, un saggio sulle fati che d'rcol e, con il
titolo i n F, reo le Fi l ocl i imi eo Giacomo Tol l e vol le abbracci are tutta la
favola in un opuscol o i nti tol al o: k Fortui ta n, Non deve desi are meraviglia
se tanto ri mo quanto l al tro di questi due Autnri unii sietto ri usciti perfetti
nei l oto proponi mento. Parrebbe elio il pri mo abbi a letto i Filosofi Ermetici,
ma molto superfi ci al mente, per non essersi messo in condi zi one di ti rarne
una giudiziosa concordanza, penetrando nei loro veri pri nci pi ]. Il secondo
i ntestardi to nell a Chi mi ca volgare, sc attenuto strettamente a quanto scritto
da Basili o Val enti no, chegli certamente non capi va, poi ch lo spiega quasi
sempre alla l ettera, sebbene secondo (lino Rorr cchi o (Prosperi . Ci um,
cetehr.), Rasiliu Val enti no sa urto degli Autori Ermeti ci fra i pi difficili a
comprendere, tanto a cagione dell e alterazioni i ntrodotte nei suoi trattati ;
quanto per il velo mol to spesso con il qual e cela gli enigmi , gli equivoci e
le figure gerogli fiche dei quali detti suoi trattal i sono i nfarciti .
Michel e Maj er li a scri tto numerose opere su questa materi a, e se ne pu
vedere l enumerazi one tipi Catalogo degli Autori Chi mi ci , Mctal lurgi.-ti e
Filosofi Ermeti ci eiie lAbate Fenget dn Fresttoy ha i nserito nella sua tori o
della Fi losofia Ermeti ca, D'Espagnct, fra le tante opere del Maj er, teneva
in buona consi derazi one il suo trattal o degli Embl emi poi ch rappre
sentano con molta chiarezza agii occhi di coloro che vedono cil i are, tutto
quanto la Grande Opera ha di pi segreto e ili pi occulto. I o ho l etto con
attenzi one parecchi trattati di Michel e Maj er, e ne ho trovato si grande
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ai uto che quel l o avente per ti tol o: Arcana Arcanissima, mi servito qual e
canevacci o a questa mi a opera, al meno per quanto riflette la atta di stri bu
zione, tinto clic poi non ho sempre seguito le i dee d questo Autore. Quando
il Maj er non voleva o non poteva spi egare alcuni dati dell a favola, all ora
i mbrogl i ava i suoi ragi onamenti o forse perch ci teneva a mantenere quel
segreto tanto vi vamente raccomandato ai Fil osofi, o che temeva d'essere
i ndiscreto, oppure che a tal e discrezione vi fosse astretto.
I Filosofi Ermeti ci i qual i hanno i mpi egato le all egori e dell a favola,
ri escono per lo meno tanto oscuri quanto la favola stessa, e questo per coloro
i qual i non sono Adepti ; poi ch nei loro scri tti non l 'hanno chi ari ta se non
per quanto bastasse a farei capi re che i mi steri nascosti nell a favola non
costitui vano mi stero per essi, a Ri eordal evi bene di ci, dice I l asil io Val en
ti no nel suo Trattato del Vi tri ol o: l avorate in mani era che Pari de possa
di fendere la bell a e nobi l e El ena, i mpedi te che la citt di Troi a nm sia
nuovamente devastata dai Greci : fate in modo che Pri amo c Menelao non
siculi pi in guerra n in pena; Ettore ed Achi ll e si metteranno subi to dac
cordo, essi non combatteranno pi per il sangue real e, ma avranno all ora
tuia Monarchi a che l averanno aneli e in pace a l utti i l oro di scendenti n.
Questo Autore i ntrodusse anche l utti i pri nci pal i I lei dell a favola nel suo
Ti al tatn del l e dodi ci Chi avi . Rai mondo I .nllo parl a sovente del l Egitto e
i h'I l 'El i npi a. L imo infine i mpi ega una favola, l 'al tro un'al l ra, ma sempre
all egorica mente.
Tul l e le spiegazioni ch'i o dar, sono prese da questi Autori , o forniate
sui l oro testi e sui l oro ragi onamenti , e saranno tanto natural i che sar ben
fucile concl udere che la Vera Chi mi ca fu la sorgente dell e favole, le quali
ne racchi udono tul l i i pri nc pi ! e le operazi oni , e elle invano ci si torl ura
per spi egarl e l uci damente eon altri mezzi Non m'i l l ndn che ili questo tutti
ne convengami ; ormai i nvalso l 'uso ili spi egare le Anti chi t medi ante la
stnri a e la i noral e, questuso prevalso e s accredi tato tal mente elle il pre
gi udizi o fa consi derare qualsiasi al tra spi egazione qual e vaneggi amento. I j c
si consi deri no da quel punto di vista che si vorr, poco i mporta. I o scrivo
per rol nro che vorranno l eggermi , per quell i elle non potrndn uscire dal
l abi ri nto nel qual e si trovano i ngolfati, seguendo i si stemi qui poco innanzi
accennal i , bramano trovare qui mi filo d" Vrianna, elio certamente qui ri nver
ranno; per coloro i qual i versati nell a l ettura assi dua dei Filosofi Ermetici
sono in grado di meglio dare un giudizio sano c di si nteressato. Vi troveranno
tutto quanto atto a fissare le toro idee vaghe ed i ndetermi nate sull a materi a
dell a Grande Opera e sulla mani era di l avorarla. I n quanto a col oro quali ,
accecati dal pregi udi zi o o per biasimevoli ragioni , prestano agli Egizi, ai
Pi tagora, ai Pl atone, ai Socrate ed agli altri grandi uomi ni dell e idee tanto
assurde qual i quel l e dell a pl ural i t degli Dei, li prego sol tanto di conci l iare
con (pinato senti mento il concetto del l alta Saggezza clic si ri scontra in lutti
i l oro scri tti e che, a ragi one, agli stessi si riconosce. Li inviterei ad mia
l ettura da fare con maggi ore seri et e grande ri de pinne dell e opere di quegli
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Amori por ri nveni rvi ci elle pri ma non avessero notato. Mi guardo bene
daH'ambi zi one d'attenere il pl auso di coloro che i gnorano del tutto In Fi l o
sofa Ermeti ca. Costoro non potrebbero gi udi care questa mi a opera se non
come un cicco gi udica i colori.
DEI GEROGL I FI CI DEGL I EGI ZI ANI
(J i ioado te favole Egizie le si prendano all a l ettera e le si spi egano rife
rendole alla Di vi nit, ni ente ri sul ta di pi bi zzarro, di pi ri di col o c stra
vagante. Gli Archeol ogi hanno comunemente seguito questo sistema nell e
loro spiegazioni dei monumenti che ci restano. Ammetto rhe detti monu
menti sono spesso una mani festazione dell a supersti zi one la qual e preval se
itel popol o in un tempo posteri ore a quel l o nel qual e Ermete i mmagi n i
gerogli fici ; ma per svel are ci che questi custodiscono doscuro, bisogna ne
cessari amente ri sal i re all a l oro i stituzione, cd essere al corrente dell e i nten
zioni di coloro clic [inventarono. N l e i dee che il popol o vi attacc, e
neppure quell e che ne avevano anche gli Autori Greci c L ati ni , sebbene
sapi enti ssi mi in al tre branche, debbono gui darci in questi casi. Se essi hanno
avuto mul atto sol amente con il popol o, non hanno potuto avere a tale ri
guardo clic i dee vol gari . Bi sognerebbe possedere la rcrtezza chessi fossero
stati i niziati nei mi steri dOsiri de, I side, ecc., ed i struiti da quei Sacerdoti
ai quali l 'ml el l i genza di delti geroglifici era stata confidala. Ermete, nel suo
di al ogo con Asclepio, ri pete parecchi e volle che Do non pu essere rappre
sentato da ali-uria figura, che non gli si pu dare un nome, poi ch essendo
uni co non ha bisogno d'un nome distinti vo; che non ha movi mento poich
dappertutto, clic infilici risso il suo propri o pri nci pi o e padre di s stesso.
I n ri a non sussiste nemmeno lombra chegli abbi a preteso d rappresentarl o
eoa figure, n di farl o adorare sotto i nomi d'Osi ri dc. I side, ecc.
Parecchi Anti chi , poco al corrente dei veri senti menti d'Erni ete e dei
Sai crdol i suoi successori, hanno dato moti vo a queste i dee errate, di chi a
rando che gli Egizi di cevano dell a Divinit ci che invece effetti vamente
di rrvano dell a Natura. Ermete, vol endo i strui re i Sacerdoti da lui prescelti ,
itt-eguava toro elie vi erano due pri nci pi ! dell e cose, l 'uno buono e l altro
catti vo; e se noi presti amo fede a Pl utarco, tutta la R-l i gi one Egizia era
fondala -ii tal e convello. Mol li altri Autori hanno rnurl uso mi ne Pl utarco
lini -i usa beili- anal i zzare ed approfondi re se all e vol te questo concetto non
fos-c fondato su un emi ro del popol o, e se i Sacerdoti i ncaricati di struire
1 popol o la pensavano cosi dell a Divinit o dei pri nei pi i dei mi sti ; l uno
pri nci pi o di vi ta, l al tro di morte. Su detto parere di Pl utarco appoggiato
ila altri Autori , gli Archeol ogi hanno azzardato le spi egazioni ili parecchi
i iti ni 111iit-ii I di e il tempo el ha conservati, r le adottarono in mancanza di
al tre piu verosi mi l i. F." ben vero clic molti Archeologi posseggono sufficiente
i lLcnvii uu- per confessare di e in molti casi essi congetturanti , e di e alcuni
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inmiiii:r(iti non possono sni darsi se non (l'azzardo. \eM'opera del [). dr
Monl faticon : l 'Anl i chi t spiegala il pri mo monumento che si presenta (pag.
2 del T- i l i pag. !2T], iiii. Ilio) ne fornisce mi esempi o del si stema usal o:
questo Dolio ri avverte che uri corso della sua opera se no i nemi l rami altri
tirili] stesso genere. E ppmr in del l o momi mento imn v' nul la di difficile;
a comprendere, e ve n pochi di e rappresel i ti no le rose pi al muli nilo.
Chi unque un poto versalo nella Sci enza Ermeti ca, l 'avrebbe i i i mprrsn a
pri ma l i sta, e non avrebbe avuto bisogno di ri correre ad Edi po o ad una
congettura per damo la spiegazione. So ne gi udi cher ronfrnntai i dn la spi c
gaziniit: elio D. de Morii faueoii no ba data, roti quell a ch'i o dar. Questo
momimeiiLn, scrivo il nostro Autore, e una pi etra sepol cral e, olle si chiamava
Arn* r elle A. Heremui l ei us Hermes ha fallo per sua mogli e, per lui, per
suoi figli* e per la posterit. Questo i nouti menl n rera noi reni ni didT seri-
zinne il suo ri tratto mentre sacrifica ai Mani . Dal l 'al tro lato dell a pi etra vi
stinti duo serpenti ritti sul l a loro coda, e messi di farcia Etnici ronl ro l 'al tro,
uno dei quali tiene mi uovo in bocca, e che l 'al tro sembra volergli togli ere n.
Il Fabrcti , al qual e apparteneva questo monumento aveva vol uto spi egare
questo si mbol o, ina poi ch non soddisfaceva il D. de Monti amol i , quegli lo
spi cca noi seguenti termi ni : n Pri ma di esporre la mi a congettura su questo
monumento, bisogna tener presente che a Roma e nel l 'I tal i a si trovano ima
qnni il i t di queste testi moni anze deil e supersti zi oni degli Egiziani* e clic
fumi l o adul i ate dai Romani . Onesta e del numero: una i mmagino il signi-
fnilo dell a quale non ]iu essere so non si mboli co. Gli anti ohi Egi/.ii ri co
noscevano mi pri ltoi piu buono il quale aveva Fatto il inondo, ed sai In
espri mevano si mbol i camente con un serpente clic tiene un novo in bocca,
o quest'uovo .significava il mondo creato. Onesto serpente, dunque, clic tiene
l 'uovo in borea star a rappresentare il pri nci pi o buono clic ha creato il
mondo e che lo sosti ene. Ma poi ch gli Egizi ammettevano due principi! :
Purm buono e l 'al tro cattivo, bi sogner dedurre elle l 'al tro serpe drizzato
sull a propri a coda ed opposto al pri mo, sar l 'i mmagi ne de! cattivo pri n
cipio clic vuol portar via il mondo alEal tro ,
Per mettere in grado il L ettore di gi udicare se la mia spi egazione sar
piu natural e di quell a del Montfaueon, d qui mia descri zione di delta
pretesa pi etra sepol crale. I due serpenti sono dri zzati sulla loro coda piegata
in cerchio, l 'i mo tiene Fi l avo fra i suoi denti , l 'al tro tiene la testa poggiata
nl di 'ti pra di quell a del pri mo, con la bocca mi poro aperta quasi volesse
morderl o e I ngl iergli l uovo. Tutti due hanno una eresia quasi quadral a.
Sul l 'al tro lato drl l a pi etra v la figura di un uomo in pi edi , con lutigli abito,
culi I r mani che ri svol tate sino al gomito, ed ha il bracci o dentro disteso rii e
reca in inano una specie di cerchio nel centro del qual e si vede (in al tro
piccol o cerchi etto, od un punto. Con la si ni stra mano solleva la sua veste
tenendol i) appoggial a sul l 'anca. I ntorno a questa figura sono scolpil e le *c-
guenti parol e: A . iorcnnuleiu* Hermes f e r ii coni tipi bene inerenti Jutitic
L. F. /.niinHe st7ir et suis poster eor n.
\*m necessario ri correre alla Reli gione ti rali Egi zi ani per spiegare
questo monumento. I due pri nci pi ! che Sacerdoti Egizi ammettevano, deb*
borni i ntendersi per i due pri nci pi , il buono ed il cattivo dell a Natura, e che
si trovano sempre mescolati nei misti poi ch concorrono alla composizione
degli stessi; cd perci ch'ersi dicevano che Osiri de e Ti fone erano fratelli ,
e che questul ti mo faceva sempre guerra al pri mo, Osiri de era il pri nci pi o
buono o l 'umore radi cal e, la base del misto c la parte pura ed omogenea;
Tifone era il pri nci pi o cattivo o le parti eterogenee, acci dental i , e quel
pri nci pi o di di struzi one e di morte mentre Osiri de lo era di vita e di
conservazione,
I due serpenti di questo monumento rappresentano i nvero due pri nri pi i ,
per i due pri nci pi ! che In Natura i mpi ega nell a produzi one degli i ndivi dui ,
e per anal og a vengono chi amati l 'uno maschi o c l 'al tro femmi na, simili in
ci ni due serpenti attorci gl i ati i ntorno al caduceo di Mercuri o, l uno maschio
e l 'al tro femmi na e che sono anche rappresental i ri volti l uno contro l alI r,
e I ra le due loro teste hawi una specie di globo alato che sembra vogliano
mordere. Le creste quadrate dei due serpi del monumento del quale par
l iamo, ai no un si mbolo degli cl ementi donde sono formati il macrocosmo ed
il microcosmo, e l uovo simboleggia il ri sul tato dri runi one di questi due
pri nci pi ! dell a Natura. Ma dato che nell a composizi one dei misti vi sono
pri nri pi i puri ed omogenei uni ti a pri nci pi ! i mpuri ed eterogenei , si verifica
mia specie d'i ni mi ci zi a tra di essi ; Lini puro tende sempre a vol er corrompere
il puro ed questa tendenza che la si vede espressa dal serpente che pare
vol er togli ere l uovo a quell o che ne in possesso. La di struzi one degli i ndi
vidui il ri sul tato di questa mutua lotta.
Ecco ci clic si pu dirti come spiegazione sulle general i di questa parte
del detto monumento. Ma il suo Artefice aveva senza dubbi o un concetto
meno sulle generali , anzi certo che voleva significare qual che cosa di par
ticolare. Cerchi amo, qui ndi , di raggruppare tutti gli el ementi si mboli ci del
monumento, e dai rapporti intercedenti tra di essi putrente) dedurne la i nten
zione parti col are.
Quegli che fece fare questo monumento si chi amava Herrcnul ei us Her
mes, od indossa una l unga veste come quell a dei Filosofi, ci clic molte in
grande evidenza con questo Herrcnul ei us era uno di quei Saggi iniziali nei
misteri Ermeti ci (ci rl tV ben designato dal suo soprannome d Frui rl e),
i qual i , come dissi i nnanzi , essendo istruiti di detti mi steri prendevano il
nome d'Adri s o Ermete. Egli tiene nella mano destra una specie di cerchi o,
che il Montfaucon ha scambi ato, senza dubbi o, per min patera o lazza, ed
in conseguenza di questo errore ha giudicato che Errenul ei us stava sacrifi
cando ai Mani. Detto cerchi o non una patera, ma la figura simboli ca
del l 'oro o del Sale terrestre od ermeti co, che anche i Chi mi ci volgari rappre
sentano ancora oggi in questa mani era. E a questa faccia del monumento
che bisogna ri portare in parti col are il geroglifico dei due serpenti r. del-
Tuovci rbe si trovano sull a faccia opposta, per farne mi tutto il ri sul tato del
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qual e consi ste i n questoro Filosofico che mostra Herremi l ei us. Ecco la spi e
gazione parti col are di questo monumento,
I dite serpenti sono i due pri nci pi i del l 'Arte Sacerdotal e od Ermeti ca,
l uno maschi o o fuoco, terra fissa e zolfo; l 'al tro femmi na, acqua vol ati le c
mercuri al e, i qual i entrambi concorrono alla formazi one e generazi one dell a
Pi etra Ermeti ca, che i Filosofi chi amano uovo e pi ccolo mondo, il qual e
composto dai quattro el ementi rappresentati dall e due creste quadrate, ma
dei qual i due sol tanto sono visitili! : la terra e lacqua. Si pu cos spiegare
l uovo del vaso, nel qual e l uovo si forma, medi ante la l otta del fisso e del
vol ati le, i qual i i nfine suni scono l un l 'al tro e formano un tutto fisso, chi a
mato Oro Fil osofico o Sole Ermeti co. E' propri o questo Oro che F.rrenuleius
mostra al lo spettatore qual e ri sul tato dell a sua Arte, i l pi gran numero dei
Fil osofi i quali hanno trattato di questa Scienza, hanno rappresentato i suoi
due pri nc pi ! sotto il si mbol o dei due serpenti . Si troveranno numerose prove
i n questa opera. L iscrizione di questo monumento cinsegna solo che Erre*
nul ci us ha fatto quest'oro qual e sorgente di sal ute e di ricchezze per se, per
la sua sposa che egli amava teucramente, per i suoi figli e per la sua posterit.
Ho ri portato questo esempi o per far vedere come sia faci le spi egare t
gerogli fici di al cuni monumenti Egizi, Greci, ecc., le quante vol te si ri porti no
all a Fi losofia Ermeti ca, poi ch senza i l umi dell a stessa essi permangono
i nintell i gibi l i ed i nspi egabi li . Non pretendo per affermare clic solo cosi si
possano spi egarl i tutti . I*er quanto la Filosofia Ermeti ca sta stato la sorgente,
la baso ed il fondamento dei geroglifici, pure bi sogna riconoscere chessa non
stata l 'oggetto di tutti i monumenti geroglifici clic ci restano. La maggi or
parte sono storici, o rappresentano alcuni tratti dell a favola spesso adattata
all a fantasi a ili colui che li ordi nava al l Arti sta, oppure a quell a dell o stesso
Arti sta, i qual i non essendo inizi al i ai mi steri degli Egizi!, dei Greci , dei
Fontani ecc., conservavano sol amente il fondo, secondo le l oro al terate e non
chi are conoscenze che ne avevano, mentre per il resto seguivano il propri o
gusto c la propri a i mmagi nazi one.
a . Pictoribus ntqur Poelis
Quidtibel tmdrmdi sem/ter fui! atiqttn polestas .
(Orazi o, Arte Poetica)
E Ci cerone, nel suo Trattato: ir de Natura Dcoriim di ce clic gli Dei ci
presentano le figure che l oro di edero i Pi ttori e gli Scul tori .
Ci ri mangono monumenti geroglifici dogui specie* ma quell i Egiziani,
ordi nari amente hanno per argomento fondamental e Osiri de, laide. Oro e
Tifone, con alcuni tratti dell a l oro storia favolosa. Di detti monumenti alcuni
sono alteral i perch eseguiti da Artisti i gnoranti , altri conservano la pri mi
tiva purezza inventi va dato che furono eseguiti o gui dati dai Filosofi o da
persone bene i strui te, ed anche presentemente abbi amo molti esempi di
questo genere. I nfatti , unu Scul tore plasma un gruppo di statue, ed un Pit-
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I ure di pi nge un quadro c l unlo ri mo elle tal l ro bu di un determi nato sog
getto: ina dato eh'essi figurano detto soggrlto i n mani era da farl o ri conoscere
a pri ma vi sta, qui ndi I taliano alla foggia del vestito, ed a tutto quanto
necessario per le figure c per l azi one; ora, quanti Arti sti vi sono i qual i vi
aggiungono dell e figure i nuti l i , n per di rl a nel gergo del l 'Arte: figure da
affittare n? E quanti al tri vi aggiungono degli ornamenti arl ti l rari , fantasi e:
conchi gl ie, fiori, tal vol ta degli ani mal i , de.lte rocce eco. Se anche gli Artisti
i struiti radono tal vol ta in questi difetti, che devesi pensare degli i gnoranti
i quali sovente non vantano neppure una buona mano n una fervi da i mma
gi nati va? E foll a i ntestardi rsi di voler spi egare tutte le loro produzi oni . Ma
vi sono da fare meno di ssertazioni piene di ri eerchc e d'erudi zi one sulle
i nezie e sulle cose di nessun interesse che si ri scontrano in molti luonti-
im-uti anti chi ?
Ormai stabi l i to che i gerogli fici ebbero ori gi ne i n Egi tto, e l 'opi ni one
pi diffusa ne consi dera Ermete quale i nventore, bench i pi anti chi Scri t
tori dell a stori a dEgitto nul la ci dicono dassnl ul amrnl e certo sul l ori gine
ilei caratteri del l a scri ttura e dell e scienze. Anche sui pri mi Re del mondo
non si trova nul l a di positivo e che non sia suscetti bi l e di contraddi zi one.
Alcuni Autori sono stati abbastanza poco assennal i per di re che i pri mi
uomini sono sorti ti dal l a terra come funghi , al tri hanno i mmagi nato che
gli unni ini erano stali formati in Egitto, natural mente congetturandol i come
sortiti dall a terra, nell o stesso modo come i topi che si vedono sorti re nu
merosi dall e spaccature del limo del Nilo dopo che il Sol e ne ha disseccata
l 'umi di t. Dtnduro Si culo, dopo aver percorso la maggi or parte del l 'Europa.
del l Asia e del l 'Egi tto, confessa di non aver potuto scopri re nul l a di certo
sui pri mi Re di l utti i detti paesi. Ci clic ci resta ili pi accertal o sono t
geroglifici Egizi per quanto ri guarda la scri ttura, ma per quanto concerne
i l oro He, non possedi amo che dell e favole. I .o stesso Di odoro Si culo riferisce
che i pri mi uomi ni hanno adorato il Sole e la Euna qual i Dei eterni , e che
hanno chi amato il Sol e: Osi ri de, e la l ama: I si de, ci che si adatta perfet
tamente alle i dee che si hanno del popolo dEgi tto, l cr noi che abbi amo
appreso con maggi ore certezza dal l a Santa Scri ttura qi tal ' luni co vero Di o
di tul l i gli al tri Dei , qual fu il pri mo uomo e la terra che abi t, commi
scri amo lo vani t degli Egizi ani che li spingeva a far ri sal i re la loro anti chi t,
c la genealogia dei l oro Re si no al di l di venti mi l a anni .
Non questo il concetto clic accettavano i Sapi enti d'Egi tto, poich
conoscevano moll o bene che non v se non un Di o uni co. Del resto, come
avrebbero potuto accordare l 'eterni t dDsiri de c d'I si dc enn la paterni t
di Saturno e di Vul cano, dei qual i , secondo l oro, Osi ri de rii I si de erano
figli? Questo prova evi dentemente che Di odoro era i strui to del l e sole idee
del volgo. Gli Egizi i ntendevano ben altro per questo figlio di Saturno; pos
sedi amo i nntmi rrrvol i i ndicazi oni che ci danno la di mostrazi one che in Egitto
si coltivava la scienza dell a Natura, che la Filosofia Ermeti ca vi era nul a c
prati cal a dal Sacerdozi o e dai pi anti chi Re. e non sussste ori nai alcun
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dubbi o che per comuni carl a ai Saggi loro successori, al t'i nsaputa del popolo,
abbi ano i nventali i geroglifici ri cavandol i dall e osservazioni fall e sugli ani
mal i ed anche sugli uomi ni , ecc., e che infine per spi egare ci di e signifi
cavano questi caratteri , i mmagi narono all egori e e favole, assunte da persone
fittizie e da pretese azioni dell e dette persone.
Parl eremo pi a l ungo di questi geroglifici nel prosi eguo di quest opera.
DEGL I DEI DEU/EGI TT O
Non da dubi tare che la pl ural i t degli Dei non sia stata ammessa dal
popol o dEgi l l o. T pi anti chi Stori ci ci assi curano di e anche i Greci e le
altre Nazi oni avevano adottato gli Dei degli Egizi, ma sotto di fferenti noini.
Erodoto annoverava dodici pri nci pal i Dei che i Greci avevano preso dagli
Egi ziani con gli stessi nomi, ed aggiunge di e questi ul ti mi popol i elevarono
i pri mi altari e templ i agli Dei . Ma non e mcn rerl o che per quanto fosse*
superstiziosa questa Nazi one, non si ri scontri no evi denti tracce dell a vera
Reli gi one. Una parte anche i mportante del l 'Egi tto, e cio la Tebai de, dice
Pl utarco, non conosceva affatto un Dio mortal e, brusi un Di o senza comi n-
ciamento ed i mmortal e che nell a lingua del paese si chiamava Cneph. e se
condo Strabono : Knupiis, Ci clic abbi amo ri portato di Ermete, di Giam-
blico ecc., prova ancora pi chi aramente che i misteri dedi Egizi non ave
vano punto per oggetto gli Dei come Dio, ed il l oro culto come culto della
Divi nit.
I si de rd Osiride sui quali si n perni a quasi l otta la Teologia Egizia erano,
sommando il parere dei diversi Autori , tutti gli Dei del paganesi mo. I si de,
secondo essi, era Cerere, Gi unone, la L una, la Terra, Mi nerva, Proserpi na,
Tel i , la madre degli Dei o Ci bel e, Venere. Di ana. Bell ona, Ecate, Raimui si a,
e !a stessa Natura: in una parol a, tutte le Dee. Ci ha dato moti vo a chi a
marl a rcMi ri oni ma r o la Dea dai mil le nomi . Nello stesso modo clic I side
la si prendeva per tutte le Dee, anche Osiri de lo si prendeva per tutti gli
Dei : alcuni dicono che Osiri de era Bacco, altri lo consi derano quale lo stesso
Serapi de, il Sol e. Pl utone. Gi ove, i nmone. Pane: altri ancora fanno tTO-
si ri de; Atti , Adone, Api , Ti tano, Apoll o, Febo, Mi tra, l Orrann, ere.
Le errate i ni erpetrazi oni dei geroglifici i nventati dai Filosofi e dai Sacci
doti, hanno dato luogo a questa mol ti tudi ne di Dei che Esiodo fa salire a
trentami l a. Trl megi sto, Gi ambl i co. Psetlo e mol l i altri , non ne hanno deter
mi nal o il numero, ma hanno detto che i cieli. Pari a e la terra ne erario
ri empi ti . Massimo rii Ti ro, parl audn iTOmcro, diceva che questo Poeta non
conosceva alcun angolo dell a terra che non avesse il pu Dio. La maggi or
parte dei Pagani ri tenevano anche di e la Di vi nit avesse i due sessi, e la
chi amavano Ermafrodi ta, ci che ha fatto di re a Val eri o Sorano:
a J u p it e r omnipotcns, Tfcgum, rcrumquc Deumque
Proppnitor, genitrxqite Deuin, Deus mws et omnia .
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I na tale confusi one tanto nei nomi che I ra gli stessi Dei , deve i ndurci a
ri tenere che quell i che li inventarono, non potevano avere i n vista se non
la Natura, te sue operazi oni e produzioni . E poi ch la Grande Opera uno
dei suoi pi mi rabi l i effetti , i pri mi che ne la scopri rono, consi derando la
sua materi a, la sua forma, i diversi mutamenti che sopravvengono durante
le operazi oni , i suoi sorprendenti effetti ; e che in tutto questo essa parte
cipava in qual che modo con le parti pri nci pal i del l 'Uni verso (come dice
Maj cr i n Arcana Arcaniss.) qual i il Sol e, la L una, le stell e, il fuoco, laria,
la terra e l 'acqua, ne presero motivo di darl e l utti questi nomi. Tutto ci
che si forma nell a Natura si compi e medi ante l azi one d due: l uno agente,
e l 'ni l ra pazi ente e che sono in analogia con il maschi o e In femmi na fra gli
ani mal i : il pri mo cal do, Becco, i gneo; In seconda fredda ed umi da. I Sacer
doti Egi ziani personi ficarono la materi a dell a l oro Arte Sacerdotal e, e chi a
marono Osi ri de, o fuoco occulto, il pri nci pi o atti vo che fa le funzioni di
maschi o, ed I -idc il pri nci pi o passivo che tien luogo di femmi na. Desi gna
rono l 'i mo eun il Sole a ragi one del pri nci pi o di cal ore e d! vita che questo
astro' di ffonde in tutta la Natura; e l al tro con la L una che la consi deravano
d natura fredda ed umil ia. Il fisso ed il vol ati le, il cal do e lumi do essendo
le parl i costitutive dei misti , con alcnne parti eterogenee che vi si trovano
sempre mischi ate e che sotto la causa dell a di struzi one degli i ndivi dui , essi vi
aggiunsero un terzo al qual e di edero il nome di Tifone, o cattivo pri nci pi o.
Mercuri o venne dato qual e consigli ere ad Osiri de ed a I si de, per soccorrerli
cu il ir le i mprese di Tifone, poi ch Mercuri o come il l egame ed il medi o
che riunisce il cal do ed il freddo, lumi do ed il secco; esso come il nodo
per mezzo del qual e si trovano uniti il sottil e e lo spesso, il puro c l i mpuro;
c che infine non si compi e punto una congiunzi one del Sole con la L una senza
rhe Mercuri o, vi ci no del Sole, vi sia presente. Osiri de ed I si de vennero
dunque consi derali come lo sposo e la sposa, il fratell o e la sorel la, figli di
Saturno, serondo gli uni , figli del Cicl o secondo al tri ; e Ti fone era ri tenuto
per l oro fratell o uteri no sol tanto, poich il l egamento dell e parli omogenee,
i nal terabi l i e radi cal i con le parti eterogenee, i mpure cd accidental i dei
misti , si compi e nell a stessa matri ce o nel l e vsceri dell a terra. Tutte le
cattive qual i t che si attri bui scono a Ti fone, ci scoprono perfctl amrute ci
che si proponevano di farci i ntendere medi ante il suo simbolo.
Questi quattro personaggi : Osiride, I side, Mercuri o e Ti fone, erano i
pri nci pal i cd i pi I mportanti presso gli Egiziani, e mentre i pri mi tre erano
consi derati quali Dei, Ti fone era sempl i cemente ri tenuto qual e sp ri to ma
li gno: ma bette inteso quali Dei deli a stessa natura d quell i dei qual i parl a
Krmetc ad Asclepio, vale a di re di quegli Dei fabbri cati arti sl tcamenl e dall a
matto clelliintuo. A questi quattro vaggiunsero Vul cano, i nventore del fuoco,
che Di ndoni fa [ladre di Saturno, dato clic il fuoco Filusofico c assol utamente
necessario nel l 'Opera Ermeti ca. Vi associarono anrhe Pal l ade, o la saggezza,
la prudenza e la destrezza nell a condotta del regime per le operazi oni . L D-
erano padre degli Dei, e Tel i loro madre vennero in seguito con 1 Ni l o,
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val e a di re l 'acqua, ad infine la Terra madre dogni cosa, poi ch, secondo
Orfeo, la terra c fornisce le ri cchezze. Furono infine ammessi : Saturno,
Giove, Venere, Apollo con altri Dei, cd Oro qual e figlio dI hi ri de c Fluide.
Non le cose sol tanto, ina Iir loro virili e propri et Fisiche di ventarono
degli Dei nello spi ri to del popol o, man mano che si procurava di di mo
strargli l 'eccel l enza. 5. Agosti no (de civ t. Dei, 4), L attanzi o, Eusebio e
molti altri Autori Cri stiani c Pagani c lo di cono in diverse occasioni; Ci
cerone (1. 2 de Nat. Deor.), Dionigi d'lScarnasse (l. 2 Anti q. Hom.) pensano
che la mol ti tudi ne degli Dei ilei Paganesimo trova la alla ori gi ne nel l e osser
vazi oni fatte dai Sapi enti sulle propri et del Ci el o, le essenze degli El ementi ,
le influenze degli Astri , le vi rt dei misti , reo. Essi supposero che non vi
fosse una pi anta, un ani mal e, un metal l o od i ma specificata pi etra sulla
terra che non avesse la sua Bi el l a, o il suo genio domi nante.
Oltre gli Dei chi? i nnanzi abbi amo dello e clic Ermi ni o chi ama i Grandi
Dei e che gli Egi ziani consi deravano quali Dei Celesti , secondo Di odoro:
a Essi avevano anche, scrive questo Autore, dei Genti, I quali furono uomi ni ,
ma che durante la loro vita eccelsero iti Saggezza e si rese ni raccomandabi l i
per i loro benefizi a favore del l 'umani t. Di cono che alcuni di essi furono
loro Re, e si chi amavano come gli Dei cel esti ; altri avevano nomi propri ,
LI Sol e, Saturno, lca, Giove chi amato Ani mone, Gi unone, Vul cano, Vesta
cd infine Mercuri o. 11 pri mo si chiamava Sole si mi l mente al l 'astro che
s'i l l umi na; ma parecchi loro Sacerdoti sostenevano clic fofte Vulcano l 'i n
ventore del fuoco, if che questa invenzione aveva i mpegnal o gli Eisizi a
farlu loro Ke. Lo stesso Autore aggiunge che dopo Vul cano regno Saturno
il (piale spos sua sorel l a Kea; che questi fu padre D'Osi ri dn, d'i ri de, di
Giove e di Gi unone; che questi due ul ti mi ottennero F itti pero del Mondo
per lu loro prudenza e per il loro valute.
Giove o Gi unone, prestando fede a Pl utarco, generarono cinque Dei
secondo i ci nque giorni i ntercal ari degli Egizi ani , e cio: Osiri de, I si de,
Tifone, Apol l o, e Venere. Osiri de fu soprannomi nato Dioniso, ed I si de:
Cerere. Quasi tul l i gli Autori convengono eh Osi ri de era fratell o c mari to
dI side. cos come Giove era fruiclla e mari to di Gi unone; ma Lattanzio e
Mi mmo Fel ice di cono nhe questo era figlio d"lai de, mentre Eusebio lo ilice
suo mari to, fratell o e figlio.
Se resta diflicitr conci l i are tutte queste qual i t e l utti questi titoli in una
stessa perdona, non c meno diffcile poter spi egare come, secondo gli Egi
ziani. Osiri de ed I side contrassero matri moni o nel veni re dell a loro madre,
e che I side ne venne fuori gravida <T Arucri , o l 'anti co Oro, ch consi derato
qual loro figlio. I n qual unque mani era la si possa i nterp tel are questa fin
zione, la stessa appari r sempre stravagante a chi unque unti la consi derer
con lumi dei Mi tologici, e quell i che vorranno spi egarl a stori camente,
polii i mmenl e o moral mente cu usi ate ranno di e la stessa non si conviene a
nessuno di questi si stemi , mentre quell o dell a Filosofa Ermeti ca la svi l uppa
molto chi aramente, cos come in seguito vedremo.
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Uli E pi i uni , srcantit la slessn Plutarco, raccontavano molte nltrr I one
che mantelle vano Iti tiSMt Ini cf*os-<riirit e di pueril i t; che Rea dopo aver
conosciuto nascosta niente Saturno, in seguita ebbe a che fare con il Sole,
indi con Mercurio, e che niisc .il mondo f bi ri dr. al momento dulia nascita
del qualr ^ud mia voce che di ue: - E' nato il Signore dogni ropa. * [/i n
domani nacque A mer, n Apollo od Oro il vecchio. Il terzo giorno Tifone il
ijUdlc non venne al mondo per li* ve ordi nari e, ma da una rottol a, di *ua
madri*, -frappata con violenza.
-ide apparve per la quarta e Nefle fu la qui nta.
( i errl i nr ^in di l ol l e pie-lr favole. Erodoto ri apprende ch'i oi de ed
ddri i l r erano zi Dei pi i i -pci tahi l del l 'Egi tto. e ch'era no (moral i in l utto
il parse, mentre mol ti al i l i non lo erano se non nei Nomi o parti col ari ci r
coscri zioni. Ci clic crea maggi ore imbarazzo ed oscuri t rl l a l oro Mori a, si
rl i r in tempi posteri ori a quell i nei quali questi Dei vennero i mmagi nati ,
dei Dotti, poro sl mi l i dell e intenzioni e dell e i dee di Mercuri o T ri mpel l o,
roti filer r<u io tali I lei come persone che una volta avevano i nvernato l 'E-
ai l l u con molta saggezza e prudenza, e per al cuni : piali Esseri i mmortal i
per la I oni Natura, qual i rivevan fondalo il mondo, ed ordi nata Li materi a
nell a forma di e conserva ancora oggi.
Questa di versit di jinreri fece perder ili vista foggel l di e aveva avuto
l 'i meni ore di del i e finzioni le quali daltrondjg le aveva tal mente sepol te
nel li' erri l a e nell e trnehre dei geroglifici, ch'erano ormai inintell i gibi l i
ed i mpi egabi l i nel loro vero li gnificato, c questo lo era per tul l i , meno di e
solo per quei Sacerdoti rhV rano i eenfi denti del snrrto del l ' Arte Sacerdo*
tale. Per quanto il popol o -ia credul a,puri? bisogna prospettargl i le cose in
mani era verosi mi l e; si trattava, qui ndi , a tale scopo d fabbri rare una stori a
concatenal a: e lo i fere; e ri o di r vi si i nsi nu di poro conforme a quanto
rnmunemrnk si verifi ca nell a Natura, costitu per il popol o un moti vo
*lani mi razione.
Quel l a stori a mitfrri ci sa, n per meglio di re questa fi nzi one, di vent. in
Pi l l i l o, il fondamento dell a Teologia Egiziana, la qual e la si trovava nascosta
sotto si mboli di queste lue Di vi ni l i , mentre i Filosofi rd i Sacerdoti ne
scorgevano piu grandi segreti dell a Natura. Per gli i gnoranti . 0?iri (l c era
il Sole o l 'Astro del gi orno, ed I i ddr: la L una; ma ) Sacerdoti li coxuidera-
vann quali due pri nci pi ] dell a Natura e i l el l 'Artr Ermeti ca; c le eti mologi e
dei nomi di queste due Dei t, concorrono a trarci in i nganno.
Alcuni, romc Pl utarco, pretendono di e Osiri de ignifrui Stufi ssi mo; altri
con Di odoro, Orapol l o, Eusrbi o, Marrubi o di cono che vagli a si gni ficare;
chi hn molli acrili: rttlui che veilr chiaro, e qui ndi Osi riile lo prendeva
per il Soli1, Ma i fi losofi vedevano m*l nome di quel l o Dio, il Sole terrestre,
il fuoco ascoso dell a Natura, il pri nci pi o igneo, fisso e radi cal e che tutto
ani ma. *fii r, per il vtd^me era IMnfiVii o la i .umi j ma per i Sacerdoti sim-
l udrggiava la estui Natura. tl princi pici materi al e e pati vo ili ogni rosa.
Ed perci di i 1 .Apu1.*iii fa parl are nei seguenti termi ni questa Dea: lo
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sono la Natura, madre ili tutta le cose, padrona degli El ementi , il eomincin-
mento dei secoli, la Sovrana degli Dei, la Regimi dei Mani , ece. Ma Ero
doto c'i nsegna che gli Egizi prendevano I si de anche por Cerere, e credevano
che Apol l o r Diana fossero suoi figli; ed aggiunge altres che Apoll o ed Oro,
Diana o Bollaste e Cerere non sono affatto di fiere riti dn I si de; ci che prova
che il segreto Sacerdotal e aveva in parli- trapel ato nel pillili licci, poich
mal grado ogni contraddi zi one apparente, tul i o ci si nota effetti vamente
nel 1*0pera Ermeti ca, ove la madre, il figlio, il fratell o e la sorella, lo sposo
e la posa sono ri uni ti nello stesso soggetto. Cos i Saccrdol i avevano i nven
tato l Arte di velare i loro misteri , sia rappresentando Osiri de conte un uomo
mortal e e del qual e ne raccontavano la sl una, sa di cendo che fosse non un
nomo mortal e, ma un astro elle colmava l utto l 'Uni verso, e l 'Egi ttn in par
ticolare. di tanti benefizi , medi ante la fecondi t e l ahhondanza ribresso pro
cura. Erano aili anche nel deviare (piriti clic supponendo qualcosa d mi ste
rioso cercavano di strui rsene e di penetrarvi . Dato che i pri nci pi i teori ci e
prati ci del l' Arte Sa rcrdotal e cui Ermetica potevano appl i carsi alla conoscenza
general e dell a Natura r dell e sue produzi oni , che quc^t'Arte si propone
qual e model l o. esri davano a questa gente curiosa l i di e lezioni di Fisi ca; e
mol ti Filosofi Greci atti nsero la loro Filosofia dn questa specie d'i struzi one.
STORI A D'OSI RI DE
Osiri de ed I ri de di ventati sposi msero ogni loro cura ne! procurare la
feli cita ai propri suddi ti . Dato che vivevano in una perfetta uni one, lavo
ravano di concerto, e ri occuparono ad i ngenti li re il loro popol o, nd inse
gnargli 1agri col tura, a dare le leggi cd a fargl i apprendere le arti necessarie
alla vita. I nsegnarono, fra l altro. Fuso degli utensil i e la meccani ca. la fab
bri cazi one dell e armi , la eol i hazi oni : dell a l i te r del Fnl i i o. i caratteri dell a
scri ttura dell a quale Mercuri o od Ermete o Thot ne li aveva istruiti, I si de
edific in nuore ilei propri geni tori Gi rne e Gi unone mi Tempi a cel ebre per
la sua turili1 c per la >iin magnifirenzn. Ne fece col mi re altri due piccoli
doro, uno in onore di Gi ove Celcs-tr e l 'al tro ch'era il piu piccolo, in onore
di Giovi* il terreMre, n de] Re suo padre, c che alcuni hanno chi amal o Am
moni'. Vul cano era abbastanza commendevol e per essere di menti cal o: ed
cldie perci anche lui il suo Tempi o superbo: ed ogni Dio. conti nua a ri fe
rirei Di odoru, ebbe il propri o 'lempi o, il propri o culto, il no Sacerdozio, i
propri sacrifizi. I side ed Ori ni l e htal i irono miche i propri suddi ti dell a ve
nerazione clic dovevano serbare per gli Dei, c dell a sti ma ehe dovevano
ivi1re per rol l i ni elio nvcii i uo i nventate le arti , o che I r avevano perfezionate.
Si ^iih-rn nella Tchai de operai di ogni specie di metall i , gli uni forgiavano
le armi per la cacea alle bestie, gli strumenti e gli utensil i adatti per la
coll razi one delle terre, e per le altre arti : degli Ora fi fabbri carono dei pi c
coli Templ i doro, e i i coll ocarono le stall ie degli Dei fatti rlcllo stesso mc-
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tallo. Gli Egizi pretendono andu1, aggiunge it nostro Autore, che Osiri de
onor ed ador parti col armente Ermete, qual e i nventore di moll e rose util i
nell a vita. E sui affermano elio fu Ermete elle per il pri mo mostr agli uomini
la mani era di tendere per iscritto i propri pensi eri , e di ri ordi nare cos te
propri e espressi oni onde ottenere un discorso concatenato, Ermete il lede i
nomi conveni enti a mol te cose, ed istitu le ceri moni e che si debbono os
servare nel culto di ogni Dio, Osserv, i nol tre, il corso degli astri, i nvent la
musi ca, i di fferenti eserci zi del corpo, l ari tmeti ca, la medi ci na, l arte dei
metal l i , la lira dall e tre corde; regol t tre toni dell a voce: l acuto preso
dal l Estate, il grave preso dai ri uverno, ed il medi o dall a Pri mavera. I nse
gn ai Greci la mani era di nterpretare le parti te, floride gli di edero il nome
dErmcl e che signi fica interprete. Dol retto, tull i quell i che sin dal tempo
dOsiri de fecero uso (lei caratteri sacri, rappresero da Mercuri o.
Osiri de avendo cos disposto tulli con saggezza, facendo fiorenti i tuoi
stati , concep il progetto rii rendere tutto ri J ni verMi parteci pe dello stessa
felicit. A tale scopo ri un una grande annata, unti per conqui stare it mondo
con la forza fi olle armi sebbene ini piega min la benevol enza e l 'umani t,
convinto di e civi l izzando gli uomi ni rd i nsegnando l oro In coltivazione tirila
terra, (impi ego degli ani mal i domesti ci, e tanti* altre case util i , ne avrebbe
ri meri tato mia gloria eterna.
Pri ma di parti re per la sua spedi zi one, regol tuli o nel propri o bearne.
Concesse la Eeggenzn ad I si de, e le mise a l ato qual e consi gli ere Mercuri o,
uni tamente ad Ercol e chegli costitu I ntendente dell e Provi nci e, Divise i ndi
il m o Reame in diversi governatorati . L a Feni ci a e le coste mari tti me rad*
dero in sorte a Bi ui ri r e: In Tibi a, l Eti opi a e qual che paese circonvici no ad
Anteo. I ndi parti c fu tanto fortunato nell a un spedi zi one che tutti paesi
nei quali and si sottomi sero alta suo autori t.
Osiride condusse seco suo fratell o clic i Greci chi amano Apollo, l 'i nven
tore del l all oro. Anobi c Macedone, figli dOsi ri de, ma di un valore ben di
verso, segui rono il toro padre; il pri mo recava un rane per insegna, laltro
un lupo. Da ci gli Egizi ani presero l'occasione per rappresentare lTnno con
una testa di rane, e l altro con una testa di l upo: e i Pavcrr mol to ri spetto e
venerazi one per questi ani mal i . Osiride si fece accompagnare anche ria Pane,
in onore del qual e gli Egizi edificarono in seguito una citt nell a Tehai de,
I la qual e di rdero il nome di Chcmnm o Citt rlei pi ne. Marouc c Tripto*
leruo fecero anel lo parte del segui to d'Osi ri de; l uno per insegnare ai popol i
la coltivazione dell a vite, l altro quell a del grano.
Osiri de dunque parti , e si ha cura di far ri saltare chegli ni antenne unat
tenzi one parti col are per il governo dell a propri a chi oma, si no al suo ritortili.
Prese il suo cammi no per l Eti opi a ove i ncontr dei Sati ri i capel l i dei qual i
scendevano loro sino Ha ci ntol a.. Poich gli pi aceva multo tanto In musica
che la danza, condusse seco un buon numero di tnustei , c si di sti nguaano in
parti col are nove gi ovaucttc sotto In direzione dApol l o, le quali i Greci chi a
mano le nove Muse, e di cevano elle Apollo nc era stato il loro maestro, c
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perci di edero a questo Dio ti nome, di nniHico, e d'i nventore deil a
musi ca.
I n quel tempo* ri feri scono gii Autori , il Ni l o al l a nascita del Fane-Sirio*
vale a di re, ni pri nci pi o dell a canicola, inond la maggi or parte ddFEpi l to,
ed in parti col are quel l a all a qual e presi edeva Prometeo. Questo saggio f*o-
vernntore spi nto dal dotare alla vi sta dell a desol azione del paese e dei situi
abitanti * per la di sperazi one voleva togliersi la vita, Ercol e venne fortima-
tHmente in suo soccorso e tanti si prodi g nei suoi musi gl i e con le sue opere
di e fece ri entrare il Ni l o nel suo letto. La rapi di t di questo fi ume c la
profondi t del l e sue acque gli fecero lare 1 nomo di Aquila.
I n quel frangente, Osi ri de trova vasi in Eti opi a, ove, vedendo clic il danno
di tal e nondazi one minacci ava anche l otta questa regione, fece elevare delle
di si l e sull e due pondi? del fiume, in modo che le acque fossero contenute nel
suo letto, mdl ameno pero dette di ghe lasci avano strari pare la sola quanti t
d'acqua occorrente a fecondare il terreno* Dal l Eti opi a, attraverso l 'Arabi a
arri v si no ai l imili estremi del l 'I ndi a ove edific parecchi e citt, ad una
delle quali di ede il nume di N y*ia, in ri cordo di quel l a nell a qual e egli era
stato all evato, c \ i pi anl l 'edera, l 'unico arbusto che si colti va in questo
duo ci tt. Attraverso moll i paesi dell 'Asia od indi approd in Europa pus*
sanilo FEU eri ponto. Passando per la Tracia* ucci se Licurgo* un i te barbaro
di e si opponeva al stio passaggio* e mise il vecchio Marni le su quel tTono*
Mise il propri o figlici Macedone sul trono dell a Macedoni a, ed invi Tri tto-
tcmn ni di'All ira per i nsegnarvi Fagri col tnra. Osiri de lasci dappertutto segni
evidenti dei suo hend zi ; rondu^r vii nomi ni , all ora compl etamente sci*
vagi i . alle dolcezze fieli a societ civile, insegn a fondare citt e borgate,
e ri torn in Egitto attraversando il mar Posso, pi eno ili gloria, dopo aver
fall o devare nei l uoghi per i quali era passato, dell e col onne mnnumt'nti
sui quali erano scol pi l e le sue memorabi l i imprese. Questo grande Pri nci pe
abbandon il soggiorno degli nomi ni per andare a godere della compagni a
degli Dei. I side e Mercuri o gli decretarono gli onori , ed i sti tui rono miste
riose ceri moni e nd culto di r gli si doveva rendere, per dare una grande
idea dei potere dOsiridc,
Tal e la Moria dell a spedi zi one di questo preteso fi e d'Egi tto, secondo
quanto ne ri porta Dindon. Si culo clic ce la riferisce cosi come hi si spacci ava
nd paese. 11 genere di morte di e sub questo Pri nci pe non meno i n ter eie
sani *, e ne faremo menzi one qui in seguito, dupu di e avremo fatto qualche
consi derazi one sul l e pri nci pal i circostanze dell a sua vita.
Non deve destare sorpresa alcuna che ni sia supposto I vi ri de essere stato
reli giosi ssimo e pi eno di venerazi one per Vul cano e Mercuri o; egli per
quel l o che era, proveniva da quei ti Dei. Secondo il citato Autore, Vulcano
era uro avo* inventore del fuoco, ed il pri nci pal e agente dell a Natura, mentre
Osiri de era egli Icaso un fuoco ascoso. Ma d qual fuoco Vul cano ne era
supposto l i nventore? Si pensa che sia quell o dd qual e Di odnro ne parl a nei
seguenti termi ni ? a La folgore* avendo appi ccato il fuoco ad un al bero
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durati l o ri nverno, la fi amma ai comuni c agli al beri vicini* \ i deano accorse,
e temendosi ri scal dal o, ri creal o e ri ani mato dal cal ore, vi aggiunse nuovo
materi al e combusti bi l e, od avendol o mantenuto acceso con tal mezzo, fece
accorrere alici uomi ni onde essere testi moni di del l o fenomeno e del qual e
se ne vant come i nventore . Non creilo che ai adatti questo racconto di
D odoro. Poi ch questo fuoco al tro non se non quel l o dell e nostre curi ne
e clic era ben noto anche pri ma del Diluvio, Cai no ed Abel e l 'i mpi egarono
nei loro sacrifizi, Tubnl cai n ne fece uso nell a l avorazi one del ferro, del rame
e defili altri metal l i . Non si potrebbe affermare che D odoro u gli Egizi ani ,
parl ando di Vul cano avessero avuto di mira Caino od Abel e, i l a questo fuoco
del qual e ^attri bui sce l 'i nvenzi one a Vul cano, era dunque di fferente da
quell o dell e nostre furi ne, sebbene si consi deri comunemente Vul cano qual e
Di o dei Fabbri . Onesto fuoco, secondo le ilice d Ermete, era il fuoco del
qual e i Filosofi ite fanno un rosi grande mistero ; questo fuoco V i nvenzi one
del qual e, secondo Arl efi o. ri chi ede un uomo astuto, i ngegnoso e sapi ente
nell a Scienza dell a Natura, questo fuoco di r dev'essere ammi ni strato geo*
mel riccamente come cl avverte lo stesso Artefici ed il dEspagnet; cli banica-
menl e se vogl iamo prestar fede al Fi ataci ; e con peso c mi sura ri ferendoci
a Rai mondo Lull o. Ohm tal fuoco si pu ben di re dFc stato i nvental o, non
cosi di quell e delle' nostre cuci ne, il quale a l utti noto, e secondo tutte le
apparenze lo fu sin dal l 'i ni zi o del mondo. I l volgo dEgi tto, dal qual e D o
doro aveva senza nienti dubbi o atti nto ci che di reva di Vul cano, non cono
sceva altro fuoco se non il fuoco comune, e qui ndi non poteva parl are se
non di questo, T Sacerdoti , i Filosofi istruiti da Ermete conoscevano Fal l ro
fuoco il qual e il pri nci pal e agente del FArl e Sacerdotal e od Ermeti ca, ma
essi si guardavano bene di spiegarsi su tale oggetto, poi ch questo faceta
parte del segreto che era stalo l oro confidato. Vul cano era questo stesso
fuoco da essi personi fical o ed a cagione di ri o Vul cano ai trovava ad essere
l 'avo di Osiri de o del fuoco ascoso nella Pi etra ilei Fi losofi, che dEspagnel
chi ama: mi ni era di fuoco.
Per conci l i are tutte le contraddi zi oni apparenti degli Autori sul l a ge
nealogia dOsiri de, bisogna tenere ben presente ci di e si verifica nel l 'Opera
Ermeti ca, ed i notiti di e i Filosofi hanno dato iti ogni tempo ai di fferenti
stadii ed ai di versi colori pri nci pal i dell a materi a durani c il corso del i e
operazi oni . Questa i nal ena composta di una cosa lo qual e conti ene due
sostanze. Furia fissa, l 'al tra vol ati l e, od acqua e terra. E*$i hanno di l ani ato
l un maschi o, l al tra femmi na ; dal l imi one di queste due nasce una terza,
eli loro figlio il qual e non differisce ila sua padre e da sita madre ch'egl i
in racchi ude qual e sostanza radical e. La seconda opera s mil e alla pri ma.
Questa materi a messa nel vaso al fuoco Fil osofico chi amato Vul cano, a
come dicesi, i nventato da Vul cano, si dissolve, si putrefa c di venta nera per
l 'azi one di detto fuoco. Al l ora essa i) Saturno dei Fil osofi od Ermeti co,
il qual e di conseguenza di venta figlio d Vul cano, come lo chi ama Di udoro.
Questo color nero scompare, ed il bi anco ed il rosso successi vamente ne
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prendono il posto; In materi a si fissa e forma la pi etra d fuoco di I tasi [io
Val enti no, la mi ni era ili i noro del dEspagnet, il jlinra asco*o eimbolcggialo
da Osiride. I tero dunque Osiri de figlio di Saturno. Nmi meno fucile spi egare
il concetto di coloro elle lo fanno figlio di Gi ove, ed ceco come; quando il
col or nero svanisce, la materi a passa per il grigio pri ma d'arri vare al bi anco,
cd i Filosofi hanno dato i! nome di Giono detto color gri gio. Se si riflette
un poco seri amente su quanto vado dicendo non si rester i mbarazzati u
vi sar difficolt nel concepi re come I side ed Osiri de possano essere fratell o
e sorella, mari to e mogli e, fipti di Saturno, figli di Vul cano, figli di Gi ove,
come pure Osiri de ha potuto essere padre d i si de, dato clic Osiri de essendo
il fuoco asenso tirila materi a, e**o clic d [u forma, la consi stenza e la fissit
tdiVssa in seguito acqui sta. I n poche parol e: i ntendevano per I side od Osi
ri de tanto la sostanza vol ati le c la fssa dell a materi a del l Opera, quanto il
colore bi anco e rosso e li essa assume nel l e operazi oni .
Queste [negazioni , dir qual cuno, non saccordano afFatto con la favola
che fn Vul cano figlio di Gi ove e di Gi unone, e clip per conseguenza non
potrebbe essere [ladre di Saturno. Ma io ri spondo a questa obbi ezi one con
l 'affermare clic tal i contraddi zi oni sono apparenti e si rester convinti di
ci dall a l ettura del capi tol o che ri guarda Vul cano in parti col are, ed al
qual e rinvio il L ettore, per ri prendere ora il di scorso su Orri de e sulla
sua spedi zi one.
Dal sempl i ce racconto di questa stori a, non vi nr afFatto un uomo as
sennato che non la riconosca pur una fi nzi one. Formul are il progetto dan
dare a conqui stare tutta la terra, e ri uni re per ci una armata composta
duomini e donne, di sati ri , d musi ci e danzatri ci , mettersi in testa di n
segnare agli uomini quanto costoro gi conoscevano, tutto questo gi di per
ee stesso non troppo bene concertato. Ma supporre clic un fe con unarmata
d questo genere abbi a percorso l Africa. l Asia, l Europa sino ai l oro limi ti ,
e che non abbia tral asci ato dal visi tare nessun l uogo, secondo questa iscri
zi one: Som- il figlio pri mogeni to di Saturno, sorti l o da un ramo i ll ustre
e da un sangue generoso; cugino del gi orno, non v l uogo ilei qual e io non
sia stato, ed ho l i beramente sparso i miei benefici su tutto il genere umano.
(D odoro) z>.
Senza ri l evare il falso ed il ri dicolo di una tali* storia, basta sottoporla
ad un unirlo appena versato nell a l ettura ilei Fi losofi Ermeti ci perch subito
a pri ma vista costui deci da ri f e evi dentemente un s mbol o. Ma poi ch ili:li]io
supporre eliti mol ti L ettori litui hanno presente tul l e le operazi oni di que-
st'Ari e, perni maccingo a passare in rassegna tul l e le pri nci pal i circostanze
di que=ta storia.
I side ed Osiri de sono, come abbi amo detto, Vagolile cd il pazi ente ut uno
stesso soggetto. Osiri de parte per la sua spedi zi one, e di ri ge 1 ano cammi no
dappri ma attraverso l Eti opi a, per perveni re al mar Rosso il qual e bagna
l 'Egi tto ed anche l Eti opi a. Questo non era il percorso pi breve, sebbene
il cammi no che gli necessita tenere nell e operazi oni dell a Grande Opera,
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nell a qual e il rol i tr nero ed il rosso ne nono i due estremi . Lo negrezza si
mani festa i nnanzi l uti a) pri nci pi o dell e operazi oni si mbol eggi ate dal viag
gili dOiiiride nell e I ndi e; pendi o aia oli dEspagnrt, Rai mondo Luil o, F-
lalete ecc. alili ialiti fal l o all usi one a questo viaggi o d'Osi ri de, oppure a quell o
di l iaeeo, sia per al tre ragi oni , ci dicono che non si pu ri uscire nel l 'Opera
se non si percorrono le I ndi e. Necessita dunque passare dappri ma in Eti opi a,
vale a di re: vedere il color nero, il quale la [torta e la eh ave del l 'Arte
Ermeti ca, n Queste cose sono creal e nell a nostra terra d'Eti opi a, dice il
Fi ume!, e Ral s; i mbi ancate il vostro corvo, se voi vol ete farl o con il Nilo
d'Egi tto, esso, dopo davere attraversal o l 'Eti opi a, prender un colore bi an
castro; i ndi conducendol o nei segreti dell a Persi a con ci e con questo, il
color rosso si mani fester Laie qual e quel l o del papavero nel deserto .
Osiri de stando in Eti opi a feee elevare dell e di ghe non per i mpedi re lo
strari pamento del Ni l o ma solo pei preservare il paese da una i nondazi one
ilei astatri ee; e ci perch l 'acqua di detto fiume assol utamente necessaria
per rendere ferti l e il paese. A tal e ri guardo il d'Espagnct scri ve: u I! mo
vi mento di questo secondo circolo (dell a circolazione degli el ementi che si
compi e dorante la sol uzione e la negrezza) parti col armente al pri nci pi o dell a
sua ri vol uzi one dev'essere l ento, per teina che i piccoli corvi non si trovino
i nondal i e sommersi nel l oro ni do, e che il mondo nascente non sia di strutto
dal di luvi o a. Questo circolo deve di stri bui re l 'acqua sul terreno, con peso,
mi sura c proporzi one geometri ca; qui ndi bi sogna el evare le di ghe, sia per
far ri entrare il fiume nel propri o letto, come feee rcol e nel terri tori o di
Prometeo, sia [ter i mpedi rgl i d'i nondarl o, come feee Osi ri de i n Eti opi a.
(.Autore del l a fiuta stori a d'Osi ri de non Ila tral asci ato ni ente di ci
ch'era necessario, per dace gerogli fi camente una idea tanto di ci elle com
pone rOpern, quanto dell e operazi oni ri chi este e dei segni di mostrati vi . E'
da ri l evare dappri ma che durante il soggi orno i l'Oai i ide in Eti opi a, il Nilo
strari p, e che questo Pri nci pe fece elevare dell e di ghe per garenti rc il
pac-e dai danni che Fi uondazi one avrebbe cagi onal o. Questo Autore, con
ci, ha vul ulo i ndi care la resol uzi ouc dell a materi a in acqua, anal ogamente
all o strari pamento del Ni lo in Egitto, nel terri tori o del qual e era Re o
Governatore: Prometeo. L 'Arti sta dell a Grande Opera deve fare attenzi one a
che PEti opi a non fosse muto i nondata, mentre il Governatorato di Prometeo
lo sia. Questo perche la pari e dell a materi a terrestre che si putrefa ed anne
ri sce all eggia sull a di ssol uzione, mentre la parte fissa di e racchi ude il i noro
i nnato, quel fuoco che Prometeo rub al cielo per darl o agli uomi ni , resta
nel fondo del vaso e si trova sommersa. Le attenzi oni che l 'Arti sta, si mbo
l eggiato da Ercol e, deve avere ili questa occasi one sono bene espresse dal
d'Espaguet nel suo cau. B9 c clic testual mente trascri vo: a [.egea moliti huius
circuii mot ut lente ef tolti ali cl cfertirrat, ni' pnree e fjitndat, ne /ri i ina tu lo a
mel i sma catini, et ttquis ni trulli', gnis insiliti. operi.* arcltitcctus kebescat,
atti elioni evi in gii ni nr: ni a lte rnis ri ci bus ciiius el ponti ai frmni j l renl ur. quo
nirlttr ftat digestio. ac il li I tu li ut sieri et ituniidi temfwr anicntum; indisntit-
bl fii rni m utriusque cnllipatio fin i or i mpi l i cj( nperis; propterra f i l l i ut
tantum i rri gami adjicias. quantum assaltilo ile j r r c r i t . quo restaurano corro-
bnramia ilepcrilitarum virium tnntum restitut, quantum evacuatili debli-
taniln absTulcrit .
^pi r^l i crrni D. ci clic devrai i ntendere per i l al i ri . nel capi tol a di Bacco,
al l i bro 3.; ed i n quel l o d'Orral r: quanto concerne la ri noma d'Osi r de.
I>c nove Muse o \ i nf r, "d i murici clic (anno parte del corteggili di Osiri de
si mboleggi ano le parti vol ati li o le nove \qui l e cite Seni or n[lerma <ieno ri
chieste ron la pari e fissa si mboleggi ata con Apol l o. Ne ri parl eremo pi di ste
samente nel rapi tol o di Perseo, nel qual e spi egheremo la loro genealogia e
le loro azi oni .
Tri pl ol ritto presi ede all a semina delle bi ade, ed c i ncari cato da O-ri de
d'i strui re i popol i su tutto quanto concerne 1"Agri col tura. Nel le opere che
trati ara ili H'Arl c Ermeti ca non si ri scontrano cos frequentemente al tre al
legorie quanto qi ipl l r i lell A i ncul tura. Parl ano ronl i nnamenl c del grano,
dell a cerni l a elle occorre farne, della terra ove bi sogna semi narl o, e del
metodo da tenere. Si vedranno degli esempi nel quarto l i bro ove parl e
remo dell a educazi one di Tri ptol cmo i mparti tagl i da fl crcre, Rai mondo bul l o,
Hipl co v molti altri Filosofi riiiuinoilfl la loro acqua mercuri al e: l'ino brtneo
f rin** rfiijo.
i Vr i pianl o I Vi ri i l f rnnoMjcjtr a fondu la prudenza r I r rapati l a d'l i de
di i nvernare i propri Stati duranti* i! tempo dell a stia spedizi one* puro le
lasei a luto Mrrcnri u qual e romi ci i ere; r la presenza d un tal e corwalierc
era agni ni a mmi e necessaria prrrl i r Mercuri o il mercuri o dei Filosofi
senza del qual e non si pu far nul la nr al tomi nei a mentri, n h nel mezzo ne alla
fine drl TOpcra: clic d'acrnrdo fon Ercol e, ri o l 'A rti ca, costituito
Covrrnatnre generale di ll iltn l 'i tnppm, deve di ri gere, i ndur r e r fare lutto.
Il ni rreuri n il pri ni 'i pal r ni ente i nteri ore del l 'Opera. eo cal do rd umi do:
ifiwt!vr. putrefa e di spone alla smprai i ti nc: e E Artista l 'aerntr esteri ore.
Ci lo m trova spi l l al o dri iadi al imoni e. i n tul i o il corso di quel l a opera,
e parti eoi armeni e nel capitoli ! d Merrnri o. al terzo l i bro, e nel qui nto ove
I raMcrcfilo dell e fati che d'rcol e.
Se si esami nano ri m e ura Ititi! li' parti col ari t dell a spinili zio lie d Drflp,
si ti-dr chi aramente rl i r noti un siilo ilei dettagli sfugge al suo pro|HMla
i l rti hrrnl amrnl e vnluto. persi no Ir stesse rrri mnni r ilei riditi rrsu ad Osiri de,
i stitui te. (l i mi , da I ri de ul ulata dai (unai^li d'K rmel e. Si .irebbe ri masti pi
nel vero iil lril uiei idu questa 1Uni one oliatilo ad Ermete, dato di e le appa
renze concorrono a farri ri tenerr rl i f fo^e propri o Erniel*' ri nvenl ore della
slori a d'1si di- ed Osi ri de, e del cull o misteri oso clic loro si rendeva in Kgitlu.
Ma (punie l 'uti l i t di tale mi stero se *i trattasse di raiTfinliii r una storia
real e, <d'i sti tiiire dell e ceri moni e [irr tramandarne il ri cordo? Il sempli ce
racconto dei fall i , di-ile feste, dei tri onfi , sarebbero stali pi di e liaslevoli
per i mmortal are l 'uno e l 'al tra. Sarebbe tato moll o pdn natural e trnmati*
darne il ri cordo medi ante dell e rappresentazi oni prese dal fondamento della
- 66 -
cosa Dato che si voleva che tul i o il popol o ne fosse i strui to, necr..aitava
mettere tul i o alla sua portal a, e non i nventare i gerogli fici dei quali i eoli
Sarrrdoti ne avrebbero pwwduto la chiave. Ed al l ora bisogna concl udere che
i|liccio mistero doveva far upporre un qual che segreto nascosto Mttu i gero*
glfici. e che non lo si nvfliiva se non agli inizi ati , od a coloro olir li ai
ri tenevano degni d essere inizi ati nel l 1Arte Sacerdotal e.
Le due opere che sono l'oggetto di que#t*Arte s o d o comprese; la pri ma,
nella spedi zi one dOsiri dc, r la seconda nell a morte ed apoteosi del l o -lesso.
Con la pri ma ti Li la Pi etra, con la seconda si Torma rEl i si rc. Osiri de, nel
suo vi aggio perronne l 'Eti opi a, poi I r I ndi e, i ndi FEuropa e ri torno in Egitto
dal Mar Russo per godere dell a gloria clic 'era conqui stata, ma vi trov
la mori e. Tiril o questo come se si di rrsse: nella pri ma opera, la materi a
pj**a dappri ma per il color nero, ili seguilo per i vari col or : il gri gio, il
bi anco ed i nfine il rosso rl ic costituisce la perfezione dell a pri ma opera, e
qnrl l a dell a Pi etra o Zolfo dei Filosofi. I vari del ti colori sono stati resi
pili apri l a moni e e pi chi aramente indicali dai L eopardi c dall e Tigri che
In Favol a suppone aver accorri pugnati Bacco nel suo viaggio si mil e a quell o
d'I l si ri de; poi ch tutti convengono clic Osiri de e Bacco non sono sr non
due si mboli dima stessa rosa.
La seconda opera mol to bene rappresentata con i! genere di morte che
milfi Osiri de, e dagli onori elle gli si rendono. A questo ri guardo, ascolti amo
Di ndoni ; egli di re che in anti chi scri ni segreti dei Sacerdoti che vivevano
al tempo d'CLiri dc, s scoperto che questo Pri nci pe regnava con giustizi a
ed equi t MillEgi tto; e di r suo fratell o chi amato Ti fone, soggetto empi o e
H rl l rnl o. l a^a^i n e lo tagl i in 26 pezzi che di stri bu tra i tuoi complici
per aggravarne la colpa e renderl i a & pi u l egali, all o scopa di averli per
i nseparabi l i di fensori e coadi utori nell a sua usurpazi one. Che I si de sorella
e -|mj s d'Osi ri de, per vendi care la morte di ?uo mari to, chi am in ano
aiuto il propri o figlio Oro; che uccise in un romhatl i mento Ti fone ed i suoi
compi te, e qui ndi , uni tamente a suo figlio c s m s'i mpadron del l a corona.
I j battagl i a si volse l ungo un fi ume in quell a parte del l 'Arabi a ove si tuata
la citt che prese il nomi- dAnl cs, dopo che Errol r al tempo d'Otdri de vi
aveva nrci -o un Pri nci pe ti ranno che portava il nome di detta citt. I side
adendo ri trovato le membra sparse del corpo del suo sposo, le ri un con
cura: ma avendo re reato i nuti l mente alcune parl i , di queste ne consacr la
rappn-^i i i ar une. v da ci l 'uso del Fallo che di vent tanto cel ebrr nelle
ceri moni e religione degli Egtzti Da ogni membro I si de fanno una compl eta
figura umana i mpi egando, in aggi unta, aramati e cera. I ndi ri un i Sacerdoti
del l 'Egi tto ed affid a ciascuno di rsui, i n parti col are, ima di queste in
mel odi a, a^i eumudo ciascuno clic veniva a possedere L i ni ero corpo dOsi-
ri de: raccomandandol i espressamente di gi ammai svel are a rhicchcAiua clic
i ncedevano tanto tesoro, c qui ndi di rendergl i c fargli rendere il cull o a
gli onori che aveva l oro presenti i . Allo scopo d'i mpegnnrl i pi si curamente
r--a accord ai detti Sacerdoti la terza parte dei campi colti vati dcl L Egi tto.
- 67
Si a che i Sacerdoti f ose ero convinti dei meri ti d'Osi ri de ( sempre Dioduro
che parl a) sia clic questi benefzi ricevuti da I side li avessero i mpegnati ,
fecero tutto quanto essa aveva l oro raccomandato, e ciascuno di essi, ancora
oggi si vanta d'essere il possessore della tomba dOsiri de. Essi onorano gli
ani mal i che si n dal pri nci pi o erano stati consacral i a questo Pri nci pe; e
quando questi ani mal i muoi ono, i Sacerdoti ri nnovano (pici pi anto ed il l utto
che si ebbe il morto Osi ri de. Gli sacri ficano i Tori sacri e dei qual i Putto
porta il nome d Api , l al trn quell o di Mnevift; il pri mo era custodito a
Menti, il secondo ad El i opol i : e l otto il popol o venera questi animali
quali Dei.
I side, secondo In tradi zi one dei Sacerdoti, dopo la morte del suo sposo
gi ur di non pi ri mari tarsi , e mantenne la parol a, c regn tanto gloriosa
mente che nessuno di quell i che cinse la corona dopo di essa riuscito a
superarl a. Dopo la sua morte le si decretarono gli onori degli Dei. e in
sepol ta a Ment nell a foresta di Vul cano, ove s mostra ancora la sua tomba.
Molti, aggiunge Di odoro, pensano che i corpi di questi Dei non si trovano
nei l uoghi che al popol o, si fa credere che vi sti eno. ma che invece sono
stati deposti sulle montagne d Egitto e d'Eti opi a, vi ci no al l I sola clic ha
nome: he porte del Nilo, perch trovasi il campo consacrato a questi Dei.
Alcuni monumenti corroborano questa opi ni one: i n detta I sol a si vede un
Mausoleo edificato i n onore dOsiride, e quoti di anamente i Sacerdoti di
questo luogo ri empi ono di l atte trecentosessanta unte e cummeti i oratio il
l utto dell a mori e di detto I te e delta Regina, invocandol i con Iitoli di Di o
e Dea: ed per questo ch' i ni hi l o a qualsiasi estraneo di sbarcare in questa
I sola. Gl i abi tanti d Tebe che passa per la pi anti ea citt d'Egi tto, consi
derano come il pi grande gi uramento quel l o cbessi fanno: per Osiride che
abi ta nell e nnhi ; e pretendono d'essere in possesso ili tutti i pezzi del corpo
di questo Re, e clic furono ri uni ti da I side. Essi computano pi di dieci mi l a
anni , alcuni di cono circa venl i l rcmi l a, dal regno d'Osi ri de c d'i si dc, sino
a quel l o dAl essandro il Macedone, il quale edific i n Egitto una citt che
porta il silo nome.
Pl utarco c'i nsegna i n qual e mani era Ti fone tolse la vita ad Osiride.
Tifone, dtcegli. avendol o i nvitalo ad un superi lo festino, dopo il pasto pro
pose ni convitati di mi surarsi in un cofano di squi si ta fattura, promettendo
di regal arl o a chi megl i o lo =i addicesse per statura, \ sua vol ta, Osi ri de
csscndovisi adagi ato, t congi ural i s'al zarono dall a l anda. (I l lusero il cofano
e lo I mi tarono nel Nilo.
I side i nformata dell a line tragica del suo sposo, -i mise d' i upcgun alla
ri ecrrn del mi o corpo, ed avendo appreso elle trovava! nell a feni ci a nascosto
sotto un tamari sco, ove i flutti ['avevano gettatu, si reco suhi l n alla Corte di
R hln, nell a qual e si coll oc al servizio dAstnrl e, per ava-re maggiore agio
per la stia ri cerca. I nfi ne ne lo ri nvenne ed elev s alti l amenti che il figlio
del Re di Rifilo t ic mor per il rammari co; ci che colp tal mente 1 Re suo
padre, che permi se ad I si de di prendere quel corpo e portarsel o in Egitto.
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Ti fone i nformato del funebre corteo di tua cognata, 'i mpadron del cofano,
l 'apri , mise i n pezzi il corpo d'Osi ri de e ne fece sparpagl i are le membra
in di fferenti l ocal it del l 'Egi tto. I si de ri un con cura queste sparse membra,
le ri ncl i iuse i n una bara, e consacr le rappresentazi oni di quel l e parti che
non le era ri uscito di trovare. I nfine dopo aver sparso mol l e l agri me, fece
i nterrare la bara ad Abi do, ci tt si tual a ad occi dente del Ni l o. Che se poi
gli Anti chi pi azzano la tomba d'Osi ri de in al tri l uoghi , ci va dovuto al l 'avere
I side [atl u edifi care una tomba per ciascun brano del corpo del suo sposo, e
nel luogo stesso nel qual e usa lo as'cva ri nvenuto.
Ho ri portato questo passo da Fl ui amo per di mostrare che i n fondo gli
Autori sono concordi , sebbene differiscano fra loro nei dettagl i . I l posto di
servente occupal o da I si de presse il Re di B blo potrebbe aver dato l uogo ad
ugual e orrupazi one che rifcrisccsi tenuta da Cerere presso il padre d Triplo*
I onio ad Ricusi, poi ch b convi ene che I si de e Cerere sono una stessa persona.
Confessi amol o i n buona Tede: quand'anche la Santa Scri ttura e gli Storici
nuli et convncessero dell a falsit del computo cronologi co degli Egizi ani , il
resto di questa stori a possiede forse unari a di verosi mi gl i anza? Pu mai
essere che una Regina tanto ill ustre quanta I si de fosse andata a mettersi al
servizi o d'uu Re suo vi ci na? Che il figlio di questo Re muoi a dal di spi acere
li vederl a l amentare sul corpo del perduto suo sposo? Che infine essa lo
ri trova -uttu un tamari sco e lo ri porta in Egitto, ecc.? Si mil i stori e non me
ritimi) neppure una smenti ta, la l oro assurdi t tanto evi dente che c da sor
prendersi come Pl utarco si sia degnal o d'accogl i erl a e (Tacercel a trasmessa,
ed aurora pi strano si che dotti Autori la confermi no. Ma se le circostanze
Iella morte di Osi ri de c ci che ile segue le si prendono nel senso all egori co
lell'Artr Sacerdotal e, al l ora le assurdi t scompai ono, poi ch al contrari o
danno luogo all a conoscenza di grandissi me veri t, ed eccone la prova me
di ante la sempli ce esposi zione di quanta arrade nel Tuperazi one dcl l 'El i si re.
Questa seconda operazi one essendo si mile al l a pri ma, la sua chi ave ne
la soluzione dell a materi a, o i mbol i amente l a di vi -i one d'Osi ri de in pezzi.
Il eofano nel qual e questo Pri nci pe Viene ri nrhi uso il vaso Eil osoti ro
sigill ato ermeti camente. Ti fone e d i suoi compl i ci u b o gli agenti del l a dUso-
l uzi onr. e ne vedremo il perch, in seguito, nel l a stori a d Ti fone, lai di sper
si one dell e membra del corpo di Osiri de, la vol ati l i zzazi one del l 'Oro Fi l o
sfica, r la ri uni one del l e lesse i ndica la fissazione, l a si compi e per le cure
d'I si dr. o la Terra, la qual e come una cal ami ta, al di re dei fi l osofi , atti ra a
le parl i vol ati l i zzal e; al l ora l*ide con il concorso di -no fiiHin Oro combatte
Ti fone, lo Decide, c regna gl ori osamente: infine s ri uni sre a) suo caro sposo
nell a medesi ma tornila, ri oc n di r: elle In materi a di ssol ta -i cnaiiguta e si
fssa nell o slesso vaso, poi ch un assioma dei Fi losofi: 'tintili rnrpara t'M
emigri hi fin ipiritas.
I l i o figlia d'I I si ri de c d'I si dr da tull i gli Autori ni nni l o per essere lo
sten clic Apollo. ed anche nol o elle \pol l o ucci se 1 serpente Pi tone a
colpi d freeee: e Pi l one non e si' non lanagramma di Ti fone. Ma que-l o
fi1)
Apol l o devisi i ntenderl o del Sol e o Oro Filosofico. il qual e la causa dell a
coaugul azi one e dell a fissazione. Ci sar spi egato pi dettagl i atamente nel
terzo l i bro di questopera al rapi tol o dApollo.
Osi ri de infine fu annoverato fra gli Dei da I si de sua sposa e da Mercuri o,
il qual e i stitu le ceri moni e del suo culto. A tate ri guardo hisogna fare due
precise osservazi oni : I ) che gli Dei alla di gnit dei qual i venne elevalo Osiri de,
non potevano essere se non gli Dei fabbri cati dal l a mano degli uomi ni , vale
a di re: gli Dei Chi mi ci od Ermeti ci . Mercuri o Tri megi sto. in Asel epio, lo
afferma posi ti vamente, e gi i nnanzi lo ci tammo. 2) Che Mercuri o ugual
mente il nome del Mercuri o dei Fi losofi, e dErmcte Tri megi sto. L 'i mo c
l 'al tro hanno l avorato con I si de alla deifieazionc dOsi ri de: e cio a di re,
il Fil osofico agendo nel vaso di concerto con I si de, ed il Filosofo gui dandone
esteri ormente le operazi oni : e questo ha fatto dare al l 'uno ed al l 'al tro il ttol o
di Consi gl iere dI side, la qual e non i ntraprendeva al runeh senza [l essi.
Qui ndi fu Tri megi sto che determi n il culto ({Osiri de e ne istitu le ceri moni e
misteri ose, qual i si mbol i ed all egori e permanenti tanto dell a materi a (pianto
dell e operazi oni del l Arte Ermeti ca o Sacerdotal e: come in seguilo vedremo.
STORI A DTSI DE
Quando si conosce la genealoga dOsiri dc, si sa anche quel l a d'I si de suh
sposa, i nquantoch questa era sua sorella. Comunemente si ri ti ene che questa
Dea era 1 si mbolo dell a L una, cos come Osi ri de era quel l o del Sol e; ma la
si riteneva anche come si mbolo dell a Natura in generale, e per la Terra, se
condo Macrobi o. Partendo da tal e concetto, dice questo Autore, la si rappre
sentava avente il corpo tutto coperto di mammel l e. Apul eio ronconi con
Macrobi o, e ne fa il Bcgnente ri tratto: Una chi oma l unga e folla radeva
ondeggi ante sul suo collo di vi no: aveva sul capo una corona vari amente hello
nell a forma c per i fiori dell a qual e era ornata. Sul davanti , nel mezzo, spi c
cava una specie di globo, qnasi i n forma di specchi o, il qual e proi ettava una
luce bri l l ante argentea come quell a dell a L una. A destra ed a si nistra di
detto gl obo stavano due ondeggianti vi pere quasi ad i ncastrarl o e sostenerlo;
e dall a base dell a corona venivan fuori dell e spi ghe di grano. Una veste di
finissimo lino la copri va compl etamente, ed era mol to bri l l ante sia per il
suo estrema candore, sia per il suo giallo zafferanato, ed infine per un rol or
di fuoco tanto v vido, che i miei occhi ne erano abbagl i al i . Una zi marra
ri marchevol e per la sua pi fonda negrezza, l e passava dallo spal la sinistra
al disotto del bracci o deBtro, e cadendo con mol te pi eghe le scendeva sino ai
pi edi , ed era bordata con fiocchi e svari ati fiori, c di ssemi nata di stelle per
tutto il tessuto. Nel mezzo, fra le stelle, stava la L una con i suoi raggi simili
a fi amme. La Dea aveva un si sl ro nell a mano destra, e con il movi mento clic
gli comuni cava, dava un suono acuto, ma gradevol i ssi mo; con la sinistra
sorreggeva un vaso doro l ansa del qual e era formata da un aspi de, il (pial e
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ri zzal a la lesta in al ti tudi ne minacei osa; la cal zatura olle rivestivo i suoi
pi edi esal anti ['ambrosi a, era fatta di un tessuto del l a pal i na dell a vi ttori a.
Questa grande Dea, la dolcezza del l alito dell a qual e sorpassa tutti i profumi
del l 'Arabi a feli ce, si degn parl armi in questi termi ni : I o sono l a Natura
madre dell e eose, padrona degli el ementi : il comi nei amento dei secoli, la
sovrana degli Dei, la Regina dei Mani , la pri ma dell e nature celesti , la faccia
uni forme degli Dei e del l e Dee; son io ebe governo la subl i mi t l umi nosa dei
cieli, i venti sal utari dei mori , il l ugubre si lenzio degl 'i nferi . La mia uni ca
di vi ni t onorata in tutto l Un verso, tua sotto di fferenti forme, sotto diversi
nomi , e con di fferenti ceri moni e. I Fri gi pri mi geni ! del l umani t mi chi amano
In Fe-si nontii i ua madre degli Dei, gli Ateniesi : Mi nerva Cecropi ea; quel l i di
Ci pro: Venere l altea; quell i di Creta: Di ana Di cl i nna; i Si cil i ani ebe parl ano
tre l ngue: [roserpi ua Sti gi n; gli El eusi ni ; l 'aul i ca Dea; al tri : Gi unone; al tri ;
[fel l ona; al cuni : Ecal e; al tri : Rumnusi a. Ma gli Egizi che sono i struiti del
lanti ca dottri na, m'onorano con ceri moni e che mi sono propri e e conve
ni enti , e mi chi amano con il m o vero nome: [a Regi na I si de n.
I side va consi derata come pri nci pi o generale dell a Natura, e come pri n
cipi o materi al e del l 'Arte Ermeti ca,
I l ri tratto di I si de che abbi amo ri portal o da Apul ei o un'al l egori a del
l 'Opera, all egori a pal pabi l e pel coloro elle hanno l etto attentamente gli
Autori che trattano deli a stessa. I nfatti , la corona di questa Dea ed color
dell e sue vesti i ndi cano tutto in generale ed in parti col are. I si de era consi
derata qual e la L una, la Terra e la Natura. La sua corona formal a da un
gl obo bri l l ante come la L una, l amumzi a mani festamente a l utti . I due serpi
che Astengono detto gl obo sono gii stessi di quel l i dei qual i abbi amo par
lato nei capi tolo pri mo di questo l i bro, dando la spi egazione del monumento
d'Errci i i dei us Ermete. Il globo anche la stessa cosa del l uovo dell o stesso
monumento. Le due spi ghe ebe u sortono i ndi cano che la materi a del l 'Arte
Ermeti ca la stessa di quel l a rhe l a Natura i mpi ega per far vegetare tutto
nel l 'Uni versa. I colori che sopravvengono a questa materi a durante le ope
razi oni non sono forse espressamente indicate daH'ei i nni erazi one di quell i
delle vest dTsi dc? Una zi marra o lungo abi to che colpi sce per la i ntensi t
del suo nero, palla nigerrima splctulesccns atro ni tore, covre tal mente il
corpo il 'I si de da l asciar i ntravedere soltanto in alto un'alLra veste di finis
simo lino ch' bi anca dappri ma, i ndi color giallo di zafferano e poi del co~
loro rii fuoco. M ni t it o l a r hysso tenui peri el i o, nane albo candore lucilia,
mine crocco flore lu te a , nane roseo rubare flammea. Apul ei o, senza dubbi o,
avei a copial o questa descri zione da qualche Fi losofo, poi ch i Filosofi s'e-
sprimorio l utti nell a stessa mani era su tal e argomento. Essi chi amano il
col or nero, il nero pi nero del nero stesso: n i g r u m , ni gro, uigrius. Omero
concerie un abi to si mi l e a Tel i , al l orquando questa si di spone ad andare a
sol l eci tare i favori e la protezi one di Giove per il propri o figlio Achill e
(I l i ade, 1. 24, v. 93); e questo Poeta dice che non v'era al mondo mi ahbi
gl i aui ruto pi nero di quel l o indossato da Tel i . I l col or bi anco succede al
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nero, quel l o di zafferano al bi anco, cd i! rosso a quel l o di zafferano, preci
samente come dice Ap nleio. Si pu consul tare su ci, il trattato del l 'Opera
che qui precede questo mi o scri tto, II dEspagnet (Are. Remi . Phi l . opus
can. fri) parti col armente concordi a questa descri zione d'Apul ei o, e chi ama
i detti quattro col or : i mezzi di mostrativi del l Opera. Pare rhc Apuleio
abbi a vol uto di rci che tutti questi colori si ori gi nano l uno dal l al tro : clic il
bi anco contenuto nel nero, il gial lo nel Linneo ed il rosso nel gi al l o: ed
perci che il nero copre gli al tri . Mi si potrebbe obbi ettare che forse questa
veste nera il si mbol o dell a notte, e che ci sufficientemente evidente per
il crescente l unare che si trova al centro fra le stell e dall e qual i il tessuto
di ssemi nato; ma faccio osservare che gli altri ornamenti ed attri buti non
convengono affatto per una tal e i nterpretazi one. Non dobbi amo meravigl i arci
che sulla veste dTside si trovi un ercsrente, dato che la Dea la si considerava
qual e L una; ma poi ch la notte i mpedi sce d di sti nguere i colori degli og
getti . .Apuleio avrebbe dettn mal e a proposi to che i quattro rol nri , dell a
veste dI si de. si di sti nguevano ed emanavano, ciascuno parti col armente, un
cos i ntenso spl endore chegli ne ri mase abbagl i ato. Del resto questo Autore
non fa alcun accenno n all a notte n alla L una, ma esclusivamente ad I side
qual e pri nci pi o di tutto ci che la Natura produce, compi to che non s'addi ce
all a L una cel este, ma esclusivamente alla L una Fi losofica, i nfatti nell a Luna
cel este non si nota che il solo color bi anco, e non lo zafferanato n il
rosso.
Lo spi ghe di grano ci danno la comprova clic tanto Cerere quanto I side
costitui vano uno stesso si mbol o; il sistro ed il vaso o secchi el l o sono le due cose
riel iipste per l Opera, vale a di rr : il la tto n i Filosofil o e (acqua mercuri al e;
perch il si stro era comunemente uno strumento di rame e le vergitene che
10 attraversavano erano anello di rame e tal vol ta di ferro. I Greci i nventarono
poi la invola di Ercol e che cuccia gli uccelli dal I ngo Sti nl al i de facendo del
rumnre con uno strumento di rame. Limo c l 'al tro d questi strumenti
debbono avere la stessa spi egazi one, e ne parl eremo nell e fati che drcole
al qui nto l i bro.
Ordi nari amente I si de la si rappresentava non solo con un si stro. ma anche
con un secchio od ni tro vaso in mano o deposto vi ci no od essa, e ci per
mettrre in evidenza ehessa non poteva far ni ente senza del l acqua Micrcii-
ri nl e. o quel merrnri o cdic le era Mulo dato per consigli ere. Essa la terra ori
11 la tto n i' dei Filosofi; ma il l attone nul l a pu ila per se stesso, di cono essi,
se non viene puri ficato e bi anchi to medi ante l azoto u l 'aeqi ta mercuri al e.
Pei la stessa ragi one I side spessissimo era rapprrsentata eoo una brocca sulla
testa. Sovente anche con un coni o dahboudai i za in mano, per simboleggiare
in generale la Natura (dii- l utto fornisce ulibondanteniei iLc. ed in parti col are,
poi : la sorgente dell a Felicit, dell a salute e dell e ri cchezze, tutte rose rhc si
trovano ncHi l pcrn Ermeti ca. Nei monumenti Grcr la si vede talvolta av
vol ta da una serpe, oppure accompagnal a da tal e retti l e, perch il serpe era
il si mhnln del l Esenl api o. Di o della Medi ci na, e di questa gli Egizi ne ;it-
7:
tri bu vi no l 'i nvenzi one ad iride. Ma noi abbi amo pi valli le ragioni ili non
ri tenerl a qual e i nven tri e e ti rila Medi ci na, sebbene come la slessa materi a
dell a Medi ci na Fi l osofi ra, od uni versal e, che i Sacerdoti Egizi i mpi egavano
per guari r ogni specie ili mal atti e, senza che il popol o runos esse come n
con che, dato di e la mani era di lare questo ri medi o ero contenuta nei l ibri
dErmete, che i soli Sacerdoti avevano il di ri tto di l eggere, ed erano soli
di e li potevano capi re perdi*: l utto era velato soli*) le tenebre ilei geroglifici ,
Tri megi sto stesso ci di ce, in Ascl epio, che I si de non fu l 'i nventri ce dell a
Medi ci na, ma di e Pinvo-ntore ne fu l'avo ili Asclepio, cio Ermete del qual e
egli portava il nome.
Qui ndi non bisogna credere a Dindorn* e neppure all a tradi zi one volgare
dEgitto, secondo la qual e egli riferisce, che non sol tanto I si de i nvent molti
ri medi per la cura dell e mal atti e, che contri bu i nfi ni tamente alla perfezione
dell a Medi ci na, i na che trov anche un ri medi o capace di procurare l ira
mortal i t, e del qual e se ne Bervi per suo figlio Oro, al l orquando questi fu
ucciso dai Ti tani , e io rose in dTetti i mmortal e. Si devo conveni r meco che
l utto ci si deve spi egare al l egori camente, e clic secondo la spi egazione rhc
ci fornisce l Arte Ermeti ca, I side contri bu moll o ali a perfezione dell a Me
di ci na. dato di fessa era la materi a dall a qual e si faceva il pi u ec,rel enl e
ri medi o che si trovi nell a Natura, Ma non sarebbe tal e se I si de fosse sola,
perch necessita assol utamente diV&sa sia mari tata con Osi ri de, poi ch i
due pri nci pi ! debbono essere ri uni ti in un sol tutto, cos come al comincia-
mento del TOpera essi formavano uno stesso soggetto, nel qual e orano conte
nute duo sostanze: L una maschi o c l altra femmi na.
TI viaggio dI si de nell a Feni ci a per andare a cercare il corpo del suo
sposo, li* l agri me di e versa pri ma di trovarl o, Enl horo sotto il qual e lo trov
nascosto, tutto ci detto seguendo l Arto Sacerdotal e. I n cl rLti, Osiride
essendo morto gettato a mare, vale a di re, sommerso nel {"acqua mercuri al e,
u mare dei Fil osofi; I ri de vorftfl dell e l agri me, poi ch la materi a cli 'c ancora
votati le rappresentata da I si de eleva sotto forma di vapori , si con*
den*a, v ri cade in gocce. Questa tenera sposa rercp con i nqui etudi ne suo
mari to, ron pi anti e gemi l i, e non [n ri trovarl o se non *ottn un tamari sco;
d perch la parte vol ati le non si riunisce con la fi ^a se non quando so-
pra\vi ene la bi anchezza: all ora il i t kso nel qual e Osi ri de r nascosto sotto
il tamari sco, [miche i fiori di quest'al bero sono bl andi i e le -ne radi ci sono
rosse. Questtilt inin col ore anche pi preci samente i ndi cato dal nome stesso
dell a Feni ci a, di e der da da rpnvjt : rosso, il colore del l a porpora.
I ri de -opravvi sse a -no mari to, e dopo aver regner gl ori o-amei i l e. fu
messo nel novero degli I l ei. Mercuri o decise I sm cul to, come aveva stabil i to
quell o d'Osi ri dr, Poi ch nell a seconda operazi one chi amal a seconda opera,
o seconda di sposi zi one da Mori ano: la L una dei Filosofi n la loro Diana, o
la materi a al bi anco si mboleggi ata pure da I side appare i m'aUra volta dopi
la sol uzione o Sa morti ' d'Ori ri dc. per quel l o clic la ri trova Tiie^a nel rango
degli Dei ; ma degli Dei Fi losofici , poi ch es-a la l oro Diana o la l ama.
73
una dell e pri nri oai i Dee del l 'Egi tto; fi coniprende hojw perch s
questa ilei fi razi one a Mercurio*
Alcuni Autori insi stono nel ri tenere storielle questi: allegorie* r qui ndi
Osiri de eri I si de personaggi rea I meni e vissuti . Ri copi qui limi iscrizione
ri portal a ila Di odoro e che riflette Osiri de:
n I o 41no il figlio pri mogeni to di Saturno, uscito da un ramo il lustre e ila
un generoso sangue, pri vo affililo di seme. Non vi alcun luogo dove io non
sa stato, fi o vi si tato tull e Se Nazi oni [ter i nsegnare ad esse tutto ci di di e
fono stato l 'i nventore n.
Non credo che si possa attri bui re a nessun Re dEgitto tutto ci che reca
questa i scrizione. Parti eoi armenti : n generazione svnztt seme, mentre anche
questul ti mo all egori co processo lo si trova nel l Opera Ermeti ca, ove si n
tende per Saturno il color nero rial quale nascono il bi anco od I<iHo, ed il
rosso od Osi ri de; il pri mo chi amato Luna, c il secondo Sole od Apollo.
Cosi unii resta meno difficoltoso, ed anzi pi uttosto impossi bil e poter
appl i care ad una Regina In seguente I scrizione trascri tta da mia culmi na di
J dde, e ri [toriata dall o stesso Di ndoni :
ir lo I side, sono la Regina di questo paesi* dEgitto, ed ho avuto Mercuri o
per Pri mo Mi ni stro. Nessuno potr revocare le Leggi ch'i o ho fatte, n i m
pedi re ri edi zi one di ci che ho ordi nato.
9 Sono la figlia pri mogeni ta ili Saturno, il pi giovane degli Dei.
ff Sono sorella e nposa d'Osiri de,
ir Sono la madre del Re Oro.
a Sono la pri ma i nventri ce del l Agricoli uro.
*r Sono il Cane bri l l ante fra gli Astri .
La citt di Rubaste c stata edificata in mio onore.
Ral l egrati o Egi tto, che in'I iai nutri ta d .
Ma se la si i nterpreta ri ferendol a alla materi a del l 'Arte Sacerdotal e, con
frontando queste espressi oni con quell e dei Filosofi Ermeti ci , le si ri scontre
ranno tal mente conformi che si sar obbl igati di conveni re che l 'Autore di
questa I scri zi one ha tenuto di mira Io stesso oggetto dei Fi losofi. Diodoro af
ferma che al suo tempo non si poteva leggere pi di quanto ne Ita ri portato,
perch il tempo ne aveva cancel l ato il resto. Ed aggiunge che non neppure
possibile ottenere al cun chi ari mento al ri guardo, dappoi ch i Sacerdoti cu
stodiscono i nvi ol abi l mente il segreto su ci eh stato l oro confidato, prefe
rendo megl i o che la verit eia i gnorata dal popol o, anzi ch correre il ri schio
di subi re le pene ini poste a coloro che di vul gherebbero questi segreti. Ma
rifacci amoci la domanda: quali erano dunque questi segreti cos fortemente
raccomandati ? Coloro che uni tamente a Ci cerone affermano di e consi steva
nel non palesare che Osiri de era stato un uomo, hanno ben ponderato tinello
che di cono? I^a pretesa condotta tenuta da I side nei confronti dei Sacerdoti ,
da s sola era atta a tradi re questo segreto, c quel l a dei Sacerdoti verso il
popol o lo scopriva ancora maggi ormente. Macch! mi ut vorr far credere
che Osiri de tinti fu mai un uomo, e mi si mostra la sua tomba? Temendo
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Oli* he eli" io noti dubi ti (iella sua morte, c come se non si volesse rl i ' o la
(rida di virila, si i nol i i pHcanu deli e tombe? Ogni Sacerdote mi afferma che
ne J] possessore? Con fessi amo si nceramente che questo segreto sarchi l e mal
Bmrerl i i to. Ma qual e ti licersi l , dopo tul i o, di quel l o segreto i nviol abil e a
ri guardo dell a tomba dmi Re ardentemente amato dai suoi suddi ti ? Quale
i ntendile per occul tare fa Lombo dOsi ri dc? Se s dresse eli"Ermete avesse
roti? i Ita l o ad I side db i rru tare la tomba de! mari i o, onde evi tare al popolo
una urea situi e _d* i dol atri a, pui eb egli prevedeva che il grandi* amore rl ie il
[iopolo aveva concepi to per Osiri de, i cagi one dei benefizi che ne aveva rice-
\ ni i. avrebbe potuto rtiuilurJ o ad adorarl o per ri conoscenza; questa cori-si
derazione sarebbe stata conformi: alle idee che dobbi amo avere dell a vera
piet di Ermete. Ma I side lungi datinoceli I l are questa tondi a, ma facendone
mia per ogni brandel l o del corpo d Tisi ri de e deci sa a persuadere che ognuna
di dette tombe custodiva [Muter corpo del suo sposo, questo non sarebbe,
al contrari o, come mol ti pl i care la pietra dell o scandal o e di-l l i nci ampo ? I.a
Sarita Scri ttura cMnaegun che GiuMi lenti e ben altra condotta verso d*!srae-
liti , alla morte di Mose, per i mpedi re, senza dubbi o, che gli Ebrei imitassero
gli Egi ziani i n questo genere dMdol airia.
Perci non si faceva un segreto dell a tomba d'Os ri de onde occul tare al
popol o la pretesa umani t ili questo Dio; ma se si proi bi va, sotto la mi nac
cia di pene rigorose, di di re che I side e il suo sposo rrano stali degli nomi ni ,
si perche rfFel l i vai nrnte essi unii lo furono affatto. Quel l a proi bi zi one la
qual e non concordava per nul l a con I3 pubbl i ca di mostrazi one dell a loro
tomba, avrebbe dovuto far slip pur re un qual che mi stero nascosto sotto questa
evi dente contraddi zi ne, cd anche il gran segreto che osservavano i Sacer
doti , avi ebbe dovuto susci tare hi curiosit. Ma il popol o non pensa di fon
dare scrupol osamente le cose, um le prende tal qual e le si propi nano senza
bell e esami narl e. E del resto quaF il segreto che possa avere un rapporto
con i ma tomba e con quanto questa ri nchi ude? Guardi amo le rose dal iato
all egori co; leggi amo i Fil osofi e vi troveremo menzi onate al tre tombe del
pari misteriose. Basili o Val enti no, nel suo et Ordi nnl e j >, i mpi ega questa al
legoria due o tre vol te: Norton, nella 12. Chi ave, scrive clic bisogna far
mori re il I te e seppel l i rl o. Rai mondo Lull o, Fl amcl , il Trevi sano, Aristeo
nell a Turba, e mol ti altri 'espri mono pre*sa poca nei medesi mi termi ni ;
itiii l utti occul tano con grande cura la tomba a ci chVssa racchi ude, vale a
di re: il vaso e la materi a che vi contenuta. Il Trevi sano dice che il Re
si lingua nel l acqua {li una font aita; che quest'acqua egli ama moll i ssi mo, e
di e in- amato, perch egli ne t. sortito, nell a stessa vi muore, e ehessa gli
wr>e di tomba. Troppo l ungo sarebbe il ri portare tutte le all egorie degli
Autori , le quali provami a coloro che non si lasci ano accecare dal pregi udi
zio. clic questo segreto era quell o do IT Ai T*- .Sacerdotale, tanto fortemente rac
comandato a tutti gli Adepti .
1 Sacerdoti i struiti da Ermete, qui ndi , avevano ben altro scopo anzich
<1nello ilella Stori a, con la qual e non possono ammetterei tul l e le di fferenti
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quali ficazioni di madre e figlio, di sposo e sposa, di [mi ri l o e sorella, di
padre e figlia che si trovano nell a leggenda d'Ori r de c Viride al traverso le
vari anti dell a stessa; Tornire invece tali di fferenti quati f razioni eonveugono
molto bene al FOpcra Erni rti cs, quando si prende a consi derare runi ca sua
materi a sotto i di versi aspetti . Si rifletta un poco su ai roni tratti di delta
l eggenda. Perch I side raccogli e e ri unisce tul l e le membra del eorpo dO-
ri ri de, eccettual e le parti natural i ? Perch dopo hi mori e del suo sposo essa
gi ura di iti a i ri mari tarsi ? Perch essa si fa i nterrare nell a foresta di Vul cano?
Quali sono queste parti natural i se noti le terrestri nere e feculenti della
materi a Fi losofica nell e quali essa s formal a, e dove ha preso nascita, e che
bi sogna ri gettare come inni ili, e con le quali essa non pu ri uni rsi , dato che
le sono eterogenee. Se I si de qui ndi inani iene il gi uramento, si e che dopo la
sol uzione perfetta, desi gnata dall a mori e, essa non pu affatto, medi ante al*
cuti artifici o, essere separata da Osiride, I n seguito vedremo il perch si ilice
che essa venne i numata nell a foresta di Vul cano. I ntanto si sappi a che la
i numazi one Filosofica la fissazione, vale a di re il ri torno dell e parti volu
til i e la l oro riunione* con le parl i fisse ed ignee dall e quali erano state se
parate; ed e perci che si dice che I side ed Osiri de sono ni poti di Vul cano,
Da quanto abbi amo detto si ncira desta sorpresa che si sia supposto che
Osi ri de od I side avevano in grande venerazi one Vul cano e Mercuri o? S ri
tiene M ommo qual e i nventore dell e Arti e dei caratteri geroglifici , poi ch
Ermrl e li ha in veni ali a ri guardo ilei mercuri o Fi losofico. Fi l i ha insegnato
la Rcttori va, Fstrmi omi a, la Geometri a, l 'Ari tmeti ca e la Musica, ner mo
strare la mani era come parl are del l Opera, degli astri che vi sono cautel i mi ,
dell e proporzi oni , dei pesi e dell e misure che nerr-ssila osservare prr i mi tare
la Natura. Fi n ha fatto di re a R ni ninnilo Fi l il o: Fa Natura racchi ude in s
stessa la Filosofia e la scienza del l e sette arti l i beral i : (,fcM conti ene tutte le
forme geometri che e l e l oro proporzi oni ; compl eta tutte le cose medi ante il
calcolo ari tmeti co, con Vegnngliaiizu dini numero prestahi l i to. e medi ante una
conoscenza ragi onata e rrl tori ca porta Fi ntcl l etto dal l o stato di potenza m atlnn.
Erro come Mercuri o fu Fi nl erprete di l utto e serv da consi gli ere ad I side,
la qual e nul l a poteva fare iejiiin rii Mercuri o il qual e e la base delTOpern e
qui ndi senza di esso nul la ri pu fare. Ma abbandonando i! senso Ermeti co,
non ri pu poi ragione*nli tirnte attri bui re a Mercuri o od Frmel e Fi nv enzimi e
ili tutto, perch si che le arl i erano note gi pri ma del Di l uvio, c dopo il
Diluvio la Torre ili Rabide ne una ri prova.
Fi de, secondo Di odnro, fece fan? dei templ i tull i d'oro th'iuhrn mirtei in
onore di Giove c degli altri Dei. Ma in qual luogo del mondo ed in qual sc
rolli fa stori a ri riferisce che se in* -ia el evato ini tempi o ri mi l e? Alai Foro
delle mi ni ere fu tanto comune come lo e oggi d, eppure mal grado questa ab
bondanza qiinV il popol o clFabhi n potuto soddi sfare tale cosi ni /i one? Clip
alle vol te non ri si a voluti di re eh e tali Templ i erano dell a s!es*n natura
degli Dei di r ospi tavano? E non forse ila credere che con tali Templ i ci
si ri feri va ai Templ i e il agli Dei Ermeti ci , vale a di re: alla materi a a uri fi ra
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rd ai rol nri drl FOpcra t'.hTflidr in effetti fond flato H i V m la materi a
Mesa? Per questa stessa raginne si dine che I side aveva i n "rande consi dera
zione pii Artisti orafi , e degli altri metall i . E i a era ima Dea doro: la Venere
aurea di tutta l 'Asta.
Per quanto ri guarda !a Cronol ogia degli Egzi, l a itfi&sa ugual mente mi
steriosa, Non parrebbero daccordo fra di l oro, non che non lo si eno effet
ti vamente, ma perch l 'hanno vol uta nascondere ed irnhrn "di ari a per de
l i berato proposi to, c non perch, come pretendono pii i gnoranti , vol evano
stabi l i re Ertemi l del mondo. E faci le che un pri mi ti vo errore trovi ilei
segnaci. T/nno dice che bastano quattro giorni per compi ere POpera, Pati r
assi cura che nr occorre tm anno, qucl attro: un anno e mezzo, questi sta
bili sce un tempo di tre anni , un altro spi nge il lasso di tempo a selle anni,
rd un altro ancora lo eleva a dieci anni ; ed a senti rl i parl are tanto di versa
mente, non si ha l i mpressi one che siano tul l i Fra l oro contrari ? Mn colui
di e bene conosce il fatto suo. dice il Maj cr, di e sapr bene come trovarl i
concordi . Si faccia sol tanto attenzi one che Piino parla duna operazi one,
l altro tratta del l al tra; di e in certe circostanze eli anni dei Fil osofi si ri du
cono a mesi, e secondo il Fi l atel e: i mesi in setti mane e l e setti mane in
gi orni. ree. che i Fil osofi coni pul a no i "torni tal vol ta alla mani era volgare,
tal vol ta all a mani era l oro propri a: che vi sono quattro stagioni nel l 'annata
comune e quattro ndPannata Fi losofica: clic d sono tre operazi oni per f l i r
tare a fine l Opera c cio: l operazi one della Pi etra o dell o Zolfo, quell a
mI l Fl i drr., e la Mol ti pl i cazi one; di e queste tre hanno ei a-cuna le l oro sta
gioni ognuna dell e quali costituisce un anno, e di e le tre ri uni te formano
anche un anno il qual e finisce con Pai ituntio poi ch c il tempo di raccogl-re
i frutti e podere dell e propri e fati che.
STORI A DI ORO
Parecchi Autori hanno confuso TTorn od Oro roti .Ar por rate : ma in non
di scuter qui del l e ragioni di ti hanno potuto determi nare tale rni ifu-i nnc.
1,'idea piti accredi tal a si dte Oro era figlio d'Osi ri de e dl si dc. e Pnl ti i no
degli Dei d'Egi tto ma tal e posto non gli vcnEi i assegnato per ri feri mento
ni suo meri to, sebbene qual e proredura per 1 ur culli, e d perche effet
ti vamente appare l ul ti mo fra "b Dei Chimici essendo Toro Erme ti ro, qui ndi
il ri sul tato finale del POprra. F.' per questo Oro od Apol l o che Osiri de i n
traprese un cosi l ungo viaggio e sopport tanti lavori e fatiche, Oro e il
tesoro dei Fi losofi, dei Sacerdoti e dei Tir d'Egi tto; il tiglio Fi losofico nato
da I si de ed Osiri de, o se pi pi ace, Apol l o nato da Di me e da [.atomi.
Ala alcuni Autori , suhh l ettera, hanno consi derato Apol l o, Od ri de ed I side
qual i figli di Giove a di Gi unone, c qui ndi Apollo non pu essere figlio di
I si de rd Osiri de. Altri Aul ori dicono anrl i e che il Sole fu il pri mo Re d E-
gi lto. gli segui Vul cano, indi Saturno ed infine Osiri de rd Oro. Tutto ci.
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l u riconosco, potrebbe causare uu certe i mbarazzo e preseli la re dell e diffi
colt i nsormontabi l i in un sistema stori co; ma per tpianto riflette lOpera
Ermeti ca queste difficolt scompai ono. E questo e ancora lina ri prova clic
esclusivamente l 'Opera Ermeti ca costituiva l oggetto ili tutte queste finzioni.
L 'agente eil il pazi ente, nel l Opera, essendo omogenei , si riuniscono per
produrre un terzo simil e ad essi e di e procede dai due; il Sole e la Luna ne
sotto il [ladre e la madre, cosi dice Emi di -, e lo stesso ri petono gii altri
Filosofi venuti dopo di lui. Questi appel l ativi ili Sole e Eolia dati a parecchi e
cose, orinili il un equivoco che d l occasi one a tol te i j [ l este difficolt; da
questa sorgente elle sono pul l ul al e l ol l e le quali fi che d padre, madre, figlio,
figlia, avo. fratel l o, sorel la, zio, sposo e sposa, e tanti al tri si mil i nomi , i
(piali concorrono ad i nformare le volgari i nterpretazi oni di pretesi inrestui
ed adulteri ! tanto sovente ri petuti nell e auti ehe Favul e. Bi sognerebbe essere
Fil osofo Ermeti co, o Sacerdote Egizio per poter di stri care tutto ci; ma Ar-
pocral e raccomanda il segreto, e non da sperare elle lo stesso possa essere
vi ol ato con il [liti piccolo chi ari mento. Gi clic si pu concl udere dall a buona
fede c dal l iii gcnuil , uti/i cchc dall a indiscrezi one, di qual che Adepto, si
che la materi a del l 'Opera il pri nci pi a radi cal e di tutto, ma che parti col ar
mente e il pri nci pi o atti vo e furiuah- dell oro; ed perci che del l a materi a
di venta oro Filosofico medi ante le operazioni del l Opera, operazioni i mi tate
da quell e dell a .Natura. Questa materi a si forma nel l e visceri della terra,
c vi portata dal l acqua dell e piogge le qual i sono ani mate dall o spi ri to
uni versal e sparso nel l ari a, e questo spi ri to atti ra la sua fecondit dall e
influenze del Sole c del l a L una, che con tal mezzo di ventano il padre c la
madre di detta materi a. Ea terra e la matri ce nell a qual e questa semenza
deposi tata, e qui ndi ne sua nutri ce. Loro che se tic forma c il Sole terre
stre. Questo materi a o il soggetto del l Oli era composta di due sostanze,
l 'una fissa, l al tra vol ati l e: la pri ma ignea ed atti va, la seconda umi da e
passiva, ed alle qual i bc dato t nomi di Cielo e Terra; Saturno e Rea, Osiri de
ed I si de, Giove e Gi unone; ed il pri nci pi o igneo o fuoco d' natura che vi
ri nchi uso stato chi amato Vul cano. Prometeo, Vesta, ecc. Per tal modo,
Vul cano e Vesta che si mboleggi ano il fuoeo dell a parte umi da e vol ati le, sono
propri amente padre e madre d Saturno si mi l mente come il ciclo e la terra;
poi ch i numi di questi Dei non si danno esclusivamente alla materi a ancora
cruda cd i ndigesla consi derata avanti la preparazi one che le d lArtista di
concerto. con la .Natura; ma tali numi vengono anche i mpi egati durante la
preparazi one e le operazi oni che ne seguono. Tutte le vol te che questa ma
teria (venia nera, essa il Saturno Fi losofico, figlio di Vul cano e di Vesta,
che sono essi stessi figli del Sole, per le ragioni dette i nnanzi . Quando dopo
il nero, la materi a di venta gri gi a: Giove; di venta bi anca ed in tal caso
L una, I si de, Di ana; ed al l orquando perviene al color rosso: Apol l o, Febo,
il Sole, Osiri de. Dunque Giove figlio di Saturno, ed I side cd Osiri de sono
figli di Giove. Ma dato elle il colur grigio non un colore pri nci pal e del*
l Oprru, la maggi or parte dei Filosofi unii lo menzi onano, e [lassano di col [io
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dal nero al bi anco, qui ndi I si de ed Osiri de vengono ravvicinati a Saturno*
c natural mente di ventano t suoi figli pri mogeni ti , ron forni emente alle I scri
zioni che abbi amo innanzi ri portate. I side ed Osi ri de sono adunque fratell o
e sorel la, sia che li ai ri tenga quali pri nci pi ! dcl TOpera, sia che li si consideri
come figli di Saturno o di Giove. I side In si ri trova anche come madre dO-
eiri de poi ch il color rosso nabcc dal bi anco. Mn si domander, come: sono
sposo e sposa? Se s pone attenzi one a tutto quanto abbi amo detto, si con
stater elle lo sono sotto tutti i punti di vista dai (piali li si voglia consi
derare, mn pili apertamente lo sono nella produzi one del Sol e Filosofico
chi amato Oro, Apol l o, o zolfo dei Saggi , e di e formal o da due sostanze:
fissa e vol ati le, ri uni te in un tul i o fisso, chi amato Oro.
Quando ut fa astrazi one dall a preparazi one o pri ma operazi one, (e questo
ti* quasi costante presso i Fil oso fi che comi nci ano i l oro l rottati del l 1Arte
Sacerdotal e od Ermeti ca, dal l a seconda operazi one) dato che l oro Filosofico
e gi Fatto e che bi sogna i mpi egarl o qual e base dell a seconda operazione,
allora il Sol e si trova pri mo Rf dEgitto, esso conti ene il Fuoco di natura
nel suo scilo: e questo fuoco agendo sulle materi e, produce la putrefazi one
e la negrezza; ed ecco nuovamente Vul cano figlio del Sol e i: Saturno figlio
di Vul cano. I side ed Osiri de verranno ili arguito, ed infine Oro per In ri mi ione
d suo padre e di sua madre.
E* qui ndi a questa seconda operazione che bisogna appl i care questo modo
di di re dei Fi losofi: occorre maritare / madre con fJ figlio n vale a dire
di r dopo la pri ma codone lo si deve mischi are con la materi a cruda dall a
quale sorti to, e cuocerl o nuovamente sino a quando fi eno ri uni ti r non
facciano che uno. Durante quel l a operazi one la materi a cruda dissolve e
putrefa la materi a di geri ta: hi madre ohe ucci de suo figlio, e lo Ttirltr nel
propri o ventre per ri nascere e resusci tare. Durante questa di ssol uzione
Ti tani ucci dono Oro, i* sua madre indi lo ri porta dall a morti ' a nuova vita.
Allora il figlio, t upi u affezionato verso la madre di quanto questa non lo
era stato verso di l ui , di cono i Filosofi, fa mori re la madre e regna in sua
vere. Ci vale a di re: che i! fisso o Oro, fissa il votati le od I si de clic lo
aveva volai Uzzato; perch ucci dere, l egare, chi udere, i numare, congelare,
mangul arc, n fissare sono termi ni si noni mi nel linguaggi o dei Filosofi; cos
come: dare la vita, resusci tare, apri re, sl egare, e vi aggi are significano la
stessa cosa di vol ati li zzare.
I si de rd Osiri de Mino reputati qui ndi a giusto titol o i pri nci pal i Dei del-
TEgi l l o con Oro che in effetti regna da ul ti mo poi ch esso simholci iil ia il
ri sul tato di tutta FArte Sacerdotal e. Ed questo, forse, che da qual cuno
lo ha fatto confondere con Arpocrate Dio ilei segreto, dato che Foglietto di
tal e secreto al tro non era che Oro, il (piale si aveva ragione di chi amarl o
anche il Sole od Apollo poi ch il Sol r o l 'Apol l o dei FiluNofi. Se 'iti Ar
cheologi avessero studi ato la Filosofia Ermeti ca, non si sarebbero trovali
i mbarazzal i per trovare la ragione rhe spingeva gli Egizi a rappresentare
Oro sotto la figura rj'uri fanci ul l o, e spesso, in fasce. Essi avrebbero i mparato
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di e Oru n it fanci ull o Fil osofico nato ila laide e dii Osiri de, o dall a donna
bi anca c dal l 'ti omo rosso; cd perci che sovente lo si vede, sui monumenl i
fra le bracci a d'I si de che Io al l atta.
Queste spi egazioni servi ranno da l ume ni Mitologi per penetrare nel
l oscuri t dell e Favol e le qual i fanno menzi one di adul tcri i , dincestui i ra
padre c figlia come quel l o di Ci ntro con Mi rra; come si racconta anche d
Edi po; di fratell o con la sorel la come per dove e Gi unone, ecc. E cosi pure
i parri ci di ed i matri ci di ccc., non saranno pi consi derati se non quali
all egori e intel li gi bil i e svelale, c mai pi qual i real i alti che [aiuto orrore
al 'umani t, e che non dovrebbero affatto trovar posto nell a Stori a. I seguaci
dell a Filosofia Ermeti ca vi troveranno come bisogna i ntendere i testi secondo
gli Adepti , u Cel ebral e le nozze, mettete lo sposo e la sposa nel l etto nuzi al e;
spandete su di essi una cel este rugi ada; la sposa concepi r un figlio eh'essa
al l atter; questo figlio quando sar divenuto grande, vi ncer i suoi nemici,
c sar coronato con u:i Di adema rosso . a Veni te, figli dell a Saggezza, dice
F.rmete (nei sette capi toli ) e rall egri amoci ormai , la morte vi nta, nostro
figlio di ventato Re, indossa un abito rosso, la ti nta del qual e stata forni ta
dal fuoco . L n mostro di sperde le mie membra( dice Bel i no nel l a Turba)
dopo averl e sbranate, ma mia madre le ri unisce e le ri compone. I o sono la
Tace dei miei e mani festo in cammi no la luce di mio padre Saturno . a Confesso
la verit, dice l 'Autore del Grande Segreto, sono un grande peccatore. Ilo
costume di corteggiare e sol l azzarmi eoo m a madre che i nha portato nei
sito seno; io l abhrarcl o con amore ed essa concepisce e mol ti pl i ca il numero
dei miei figli, essa aumenta i mi ei si mil i, secondo ci che ilice Ermete; mio
[ladre il Sol e, e mia madre la Luna . a Bisogna, di re Rai mondo Lullo
(nel 1. codicill o), che la madre la quale aveva generato un figlio, venga ri n
chi usa nel ventre di questo figlio, c che tic sia perci , a sua vol ta, generata .
Se Osi ri de si l 'anta il tn)3 eccel lenza supcri ore a quell a ili tutti gli altri
uomi ni , perche stato generato da un padre senza seme, il figlio Filosofico
possiede la stessa prerogati va, c sua madre mal grado il snn concepi mento c
lo sgravo resta sempre vergine secondo la seguente testi moni anza di d Espa-
gnel. nel suo can. 58: Prendete, di cegli, ima vergi ne al ata, gravida dell a
semenza spi ri tual e del pri mo maschi o, e clic mal grado la propri a gravidanza,
ronseri a mi l l ameno i ntatta la gl oria dell a sita vergi ni t .
Non la finirci pi se volessi ri produrre tull i i testi dei Filosofi clic hanno
tilt evidente e pal pabi l e rapporto con i dettagli dell a storia leggendaria
d"Osiride, dI si de ed Oro. Ma questi qui ri feri ti Bono sufficienti per coloro
che vomi ti no prendersi la pena di confrontarl i e di farne l appl i cazi one.
STORI A DI TI FONE
i ndoro fa nascete Ti fone dui Ti tani . Pl utarco lo di re (rateil o dOeiride
e d I si de: alcuni altri avanzano che nacque dall a ferra al l orquando Gi u
none, i rri tato, la batt eoi pi ede, e he per il ti more ch'ebbe d Giove lo fece
ri fugi are in Egitto, dove non potendo sopportare il cal do di quel cli ma, si
preci pi t in un lago nel qual e per. Esi odo ce ne fa un ri tratto veramente
spaventevole, e che Apol l odnro parrebbe abbi a eopi ato. La Terra, essi di cono,
i rri tata e furente dal perche Giove aveva ful mi nato i Ti tani , si congiunse
con il Tartaro c partor Ti fone. Qneslu mostro spaventevol e possedeva una
statura ed una forza supcri ore a tutti gli al tri ri uni ti i nsi eme. La sua altezza
era I nntu enorme clic sorpassava te piti alte montagne, e la sua testa toccava
gli astri. Le sue bracci a distese andavano dal l 'ori ente al l 'occi dente, e dall e
sue mun usci vano cento draghi furiosi che dardeggi avano conti nuamente la
l oro l ingua tri pui i tuta. I nnumerevol i vi pere sorti vano dal l e sue gambe c dall e
sue coscio, e ri pieguntlsi con variate spi re stri sciavano l ungo tul i o il suo
corpo con si bi li tanto orr bi l i che sbal ordi vano i pi ti i ntrepi di . l,a sua bocca
esalava fiamme, i suoi occhi erano dei carboni ardenti , ed aveva una voce
pi terri bi l e ile] tuono, tal vol ta muggiva cumc un toro, tahi l tra ruggiva come
un leone, c qual che vol ta abbai ava come un cane. Tutta la pari e supcri ore
del suo corpo era coperto d'i rsute fienile, e la i nferi ore Lo era di squame.
Tal e era questo Ti fone tcmi li i le a gli stessi Dei, e clic us l anci are contro il
Cielo i maci gni e le montagne, emettendo url i orri bi l i e per i qual i gli Pei
ne furono tal mente spaventati che ri tenendosi di non ri manere pi con sicu
rezza in Cielo, si misero ili salvo in Egitto, e si misero al sicuro da IT i nsegui
mento di questo mostro, occul tandosi sotto le forme dei diversi animali .
S' tentato di spi egare mural mente, stori camente e fi si camente l utto quantu
gli auti rbi Autori ci di reno di Tifane, f.e appl i cazi oni che se tic son fatte,
sono state tal vol ta molto feli ci ; ma non mai stato possibile ai Mitologi di
spi egarne tutta i nteramente la favola con lo stesso si stema. Il suo matri moni o
con Echi dna, lo rese padre d diversi mostri degni del l a l oro ori gine, tali:
la Gorgona, il Cerbero, l 'I dra di I berna, la Sfinge, l 'Aqui l a che di voral a il
fegato drUiii feli re Prometeo, i Droghi custodi del Tosou d'oro e quell o
del Gi ardi no dell e Esperi di , ecc. T Mitologi per cavarsi dal l 'I mbarazzo nel
qual e li gettava questa favola clic per essi di ventava uno dei pi osenri misteri
dell a Mitologia, si sono affrettati a dire elle i Greci ed i f-ali ni. i gnorando
l 'ori gi ne di questa favola, ['hanno maggi ormente abbui ata vol endol a traspor
tare, seconda il l oro cusl umc, dall a storia dEgitto nell a loro, basandosi
sul l e tradi zi oni ch'essi avevano apprese nel l oro contatto con gli Egiziani
ne fecero, di Tifone, un mostro orri bi l e e stravagante clic la gelosa Gi unone
aveva fatto sorti re da terra per vendicarsi di LaLuna sua ri val e.
Fra 1 tanti di versi modi d'i ntcrpctrazi one d questa Favola come dobbi amo
concl udere? Sar bene attenerci esclusivamente a quei tratti nei qual i gli
Stori ci , i Poeti ed i Mitologi si trovano tutti d'accordo, oppure prospettano
l eggere vari anti , 1 Poeti ed i Mitologi, daccordo, ri feri scono che Tifone
venne preci pi tato nell e profondi t deUEl na, ma gli Anti chi che non li,inno
desi gnal o quel vul cano qual e sua tomba, ci hanno invece i ndicato altri l uoghi
caratteri sti camente di natura solforosa e noli per il sotterraneo loro fuoco.
ty -
qual i nell a Campani a: o nell e vi ci nanze del Vesuvio (come riferi sce D odoro)
o nei campi Fl cgei (secondo Stratone), n (fierolido Fnugii ma) in un luogo
del l Asia dove tal vol ta sorte dali a terra del Pacqua, e tal al tra del fuoco, fu
breve, in tutte le montagne cd al tri posti ove si ri scontrano forti esalazi oni
sul furee. Gli Egizi infine raccontano che Tifone era stal o ful mi nato od era
peri to in un turbi ne di fuoco.
Cerchi amo di ri awi ci nare tutto ci con alcune ci rcostanze dell a vita di
Ti fone, ed a meno che non si vogliano chi udere del i beratamente gli occhi
all a l uce, ai sar costretti ail ammettere che tutta la fltori3 di questo preteso
Mostro sempl i cemente 'j nall egorin, la qual e Fa parte di quell a che i Sa
cerdoti Egizi, o l o stesso Ermete aveva i nventato per vel are l Arte Sacer
dotal e, i Poeti e gli Stori ci Greci e Lati ni ci hanno conservato, nell e loro
pi assurde favole, le tradi zi oni dcl PEgi tl o. ed a queste tradi zi oni origi*
nari e che necessita ottenerci . Esse cinsegnano che Tifone* era fratell o dO-
si r de, rh'egl i persegui t sino al punto ili farl o mori re nell a mani era gi
nota; che poi egli venne vi nto da I side con l 'ai uto di Oro; e che infine peri
nel fuoco. Gli Storici ri feri scono anche che gli Egizii abomi navano il Mare,
chessi consi deravano come lo stesso Tifone, e lo chi amavano: schi uma n
.Wit'fl di Tifane* e con tale appel l ati vo i ndicavano il sal e mari no. Pi tagora,
i strui to dagli Egizi, diceva che il Mare era uno l agri ma ili Saturno. I j i
ragi one di e ne davano si era che, secondo essi il mare era un pri nci pi o
di corruzi one poi ch il Nilo, che procurava l oro tanti bencficii, mescolandosi
col mare si al tera dall a sua purezza. Qnentc tradi zi oni ri dicono anrora che
Tifone fece peri re Oro preci pi tandol o nel Marc, e che I si de lo risuscit
dopo averl o ri pescato.
Abbi amo detto che Osiri de era il pri nci pi o igneo, buono e generati vo che
la Natura i mpi ega nell a formazi one dei misti , e che I si de nc era l umi do
radi cal e, e non bisogna confondere l uno con l altro, poi ch differiscono fra
di essi come ti fumo c la fiamma, la luce e lari a, lo zolfo ed il mercuri o.
L umore radi cal e nei misti la sede cd il nutri mento del cal ore i nnato, a
fuoco natural e e cel este, e di venta come il l egame che Puni sce con il corpo
el ementare; e questa vi rt ignea come la forma r l anima del misto. Perci
questo vi rt ignea compi e lufficio di maschi o, mentre Tumore radicale* in
quanto cli e umi do, espl ica la funzione di femmi na; casi, qui ndi , sono fiorar
fratell o e sorella e la toro uni one costituisce la base del misto. Ma questi
misti non sono composti dal solo umore radi cal e, perche nell a l oro forma
zione si aggregano dell e porti i mpure c terrestri , e dette i mpuri t mate
ri al i e terrestri sono il pri nci pi o delta l oro corruzi one, a cagione del l oro
zolfo combust bi l e, acre e corrosi vo che agisce i ncessantemente sull o zolfo
puro ed i ncombust bi l e. Questi due zolfi, o fuochi sono dunque due fratell i ,
ma fratel l i nemi ci , c s ha occasione di constatare che l 'i mpuro vince 1 puro,
dall a di struzi one quoti di ana degli i ndi vi dui . Questi sono i due pri nci pi )
buoni c cattivi dei quali abbi amo detto nei capi tol i pri mo e secondo di
questo l i bro.
- 82 -
Ci posto, min difficile concepi re il perch di Ti fone se ne faceva un
mostro orri bi l e, sempre pronto a fare il mal e, e che ebbe snel le l 'audaci a di
muover guerra agli Dei. I metall i abbondano in questo zolfo i mpuro e com
bust bi l e ebe li rode volgendol i in ruggi ne, ognuno nel l a sua specie. Gli Dei
avevano dato i l oro nomi ai metal l i , ed perci di e Erodoto (i n Euterpe)
dice elle dappri ma gli Egizi avevano ntto grandi Dei, cio a di rci i sette
metal l i , pi il pri nci pi o dai qual i questi sono composti . Ti fone era nato
dall a terra, i na dal l a terra greve, dato che questa il pri nci pi o dell a corru
zione. Qui ndi Ti fone fu la causa delta morte dOsi ri de. poi ch la corruzi one
si compi e medi ante la sol uzione di e abbi amo di gi spi egata parl ando dell a
morte di detto Osi ri de. Ij* penne che coprivano la parte superi ore del corpo
di Ti fone, e la sua altezza clic faceva toccare le nubi all a sua testa, i ndi cano
la sua vol ati li t, c la sua subl i mazi one in vapori . Le sue cosce e le sue gambe
ri coperte di squame, ed i serpi che ne sortono da ogni lato sono il si mbolo
dell a sua acquosi t corrompente e pul refal l ri ce. I l fuoco di e getta dal l a horca
denota la sua adusti bi l i t corrosi va, e desi gna la sua pretesa fratel l anza con
Osiri de dato che questi un fuoco ascoso natural e e vivificante, e lal tro .
un fuoco ti ranni co e di strutti vo. Per questa ragi one dEspagnet Io chi ama
il ti ranno della jYartirn, ed il jral ririda del fuoco natural e, c ci sadatta
perfettamente a Ti fone, T serpi , per i Filosofi, rappresentano il geroglifico
ordi nari o dell a di ssol uzione e dell a putrefazi one; cos si riconosce che Ti
fone non di fferisce punto dal serpente Pi tone, ucci so da Apol l o. E anche
noto che Apol l o ed ti ro erano consi derati per I o stesso Dio,
Questo Mostro non fu contento d'aver fatto mori re suo fratell o Osiride,
ma preci pi t nel mare anche il ni pote Oro, dopo d'essersone i mpadroni to
con il soccorso di ma Regina dEti opi a, Non si poteva pi chi aramente
desi gnare la ri sol uzi one in acqua del l Oro od Apol l o Fi losofico, che di cen
dol o preci pi tato nel mare; mentre la negrezza che la caratteri sti ca dell a
soluzione perfetta e dell a putrefazi one chi amata morte dagli Adepti , c si m
bol eggi ata da questa Regi na del l Eti opi a. Orbene, questa materi a corrotta
e putrefatta preci samente quell a schi uma, o saliva di Tifone, nell a qua'c
Osiri de venne preci pi tato e sommerso. Essa veramente una l agri ma d
Saturno, dato che il col or nero 1 Saturno Fi l osof ro. I si de, infine, risuscit
Oro. vale a di re: che l 'Apol l o Fi losofico, dopo di essere stato dissolto, putre
fatto e di venuto nero, pass dall a negrezza alla bi anchezza, e questa, nell o
stile F.rmetieo, la ai chi ama resurrezi one r vi ta. TI padre e la madre all ora
si ri uni rono i nsi eme per combattere Tifone, il qual e si mboleggi a la corru
zione. e dopo averl o vi nto essi regnarono gl ori osamente, e dappri ma In madre
o I side, cio In bi anchezza, e dopo di essa: Ora suo figlio, cio il color
rosso. Senza ri correre a tante spi egazioni , sol amente le supposte tombe di
Ti fone ci Tanno comprendere qual ern il concetto che sadombrava so>lo la
rappresentazi one di questo Mostro, padre di tanti al tri , e dei qual i spi eghe
remo nei rapi tol i che li concernono. Alcuni di cono che Ti fone si gcLt In
lina >,ilmie nell a qual e peri ; altri che fu ful mi nato da Giove e che peri nel
X3
fimrtj. Questi due generi ili uni rle sono l i ni di fferenti . e soli) [terii In lllimiva
Ermeti ca p il Vi accordare simil e co ritraili li zi ime ; Ti fone effell vilmente vi pr-
risee medi nnte l 'acqua ed il fuoco rnii lentporaii eaiiieril e : perch Taeqiin T i-
losofira, u il mestruo feti do, od il mare dei Filosofi, il qual e al tro non 5c
non l 'aeqnu stessa formata dall a dissoluzione dell a materi a, anche ima
pal ude, poi ch essendo ri nchi use nel caso timi ha alcun conni. Questacqua
un vero fuoco, dirotto quasi unani memente i Fil osofi, poi ch essa agisce
eoli maggi or forza ed atti vit d quanto non faccia il fuoco el ementare. !
Chimici bruci ano col fuoco, c noj bruci amo con /'acqua di cono Raimondo
Fi lil o e Ri pl co, c quest'ul ti mo aggiunge: a Ln nastra acqua un fu n a i clic
bruci a e tormenta i corpi molto pi (tei fuoco (IcH'infrmn , Quando si dice
che Giove lo ful mi n, ci vunl di re che il color grigio od il Gi ove dei
Filosofi il pri mo Di o chi mi ca il quale tri onfa ilei Ti tani , cio esce vi tto
rioso dall a negrezza c dall a corruzi one. Al l ora il fuoco natural e dell a Pi etra
comi ncia a domi nare. Oro accorre in ai uto ili sua madre, r Tifone resta
vi nto. Basta confrontare la stori a, o megl io la Tavola di Pi l one con questa
di Tifone, per vedere chi aramente clic le spiegazioni che sto dando espri
mono la vera i ntenzione ili colui che ha i nventate queste all egori e. I n effetti
il serpente Pi tone nasce nell a mola eil il l imo, e fi fone nacque dall a terra;
1 pri mo per nel sangue stesso rlic lo vide nascere dopo aver combattuto
contro Apol l o; il secami mori , dicesi, ili uno stagno o pantano dopo aver
fall o guerra agli Dei, e parti col armente ad Oro il qual e lo stesso che
Apol l o, e dal qual e fu vi nto, l i ra questi Tulli non ri ehi edono alcuna spi e
gazi one.
ARPOCRATE
Tutti gli Autori sono enneordi nel ri tenere Arpocrate qual e Dio del
.silenzio, ed anche vero ehi- su tutti i monumenti ov' rappresentato questo
D o e in al ti tudi ne ili portare 1 dito sull a bocca per i ndi care, come afferma
Pl utarco, clic gli uomi ni che conoscono gii Dei, e uri templ i ilei quali Arpo-
eral e era coll ocal o, non dovevano parl ano- ti -merari aui enlc. L 'al ti tudi ne dello
speciale suo gesto, lo fa di sti nguere da tutti gli altri Dei del l 'Egi tto, e con
i quali egli sovente lui qual che rapporto per i si mboli che lo accompagnano.
Per tal e comunanza di siniholi molti Amori lo hanno confuso con Oro,
e 'hui i o del l o figlio d'I si dr e d'O-iridi*. I n tutti i templ i dI si de e di Sera-
pide si vedeva un al i l o idolo recante 1 di to sulla bocca, e quest' dol o
senza dubbi o quel l o stesso del qual e parl a S. Agostino (de Civ. dei, I. Ili,
e. fi) ri ferendo ilo Varrone, il qual e diceva di e in Egitto vigeva una legge elle
proi bi va, pena la vi ta, di di re che questi Dei erano siali uomi ni . Quel l 'i dol o
non poteva essere altri che Arpocrate, e che Ausoni o chi ama Si galeone
fi .li) voli 0170111Vi1li 5FOIg. .
Avendo confuso Oro con Arpocrate ei si trovati nell a nereili! di di re
che l 'uno e l 'al tro erann si mboli del Sol e; eli a lire il vero, ci ehe ha
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maggi ormente favorito questo errore sono state al cune figurazioni ili Arpo-
crsti: ornate rii raggi, o assise sul loto, o recanti un arco eil una faretra o
turcasso. Ma in questo caso bi sognava ammettere che gli Egizi] avessero una
idea ben di fferente da quel l a dei Greci a ri guardo dell a discrezione del Sole.
Se presso gli Egizi! Arpocrate era il Dio del Silenzio e contemporaneamente
anelli il si mbolo del Sole, questo non poteva verificarsi presso i Greci , in-
quantoch Apol l o non seppe custodire il segreto del l 'adul l cri a di Marte e
Venere. Ma essi avevano entrambi le stesso concetto su Arpocrate, e Io
consi deravano i oni e il Dio del segreto di e si custodisce con il silenzio, e clic
con la ri vel azi one svanisce. Per conseguenza Arpocrate non era il si mbolo
del Sol e; ina i gerogli fici clic si annettevano all a sua figurazione avevano solo
un rapporto si mbol i co con il Sol e, vale a di re: il Sole Fi losofico del qual e
auebe Oro u era un geroglifico.
Gli Autori che cinsegnano elle Arpocrate era figlio d'I si dt e d'Osi ri dc,
di cono il vero, poi ch essi lo avevano appreso dai Sacerdoti del l Egitto,
sol tanto ohe questi Autori prendevano tal e generazi one nel senso natural e,
mentre i Sacerdoti Fil osofi In di chi aravano nel suo significato allegori co.
Ma ci sorprende e meravi gl i a che detti Autori abbi ano preso alla l ettera
tante cose elle ci ri feri scono degli Egizi i. mentre tutti . Greci e Latini erano
convinti clic quei Sacerdoti i mpi egavano sempre del misteri oso nell e loro
parol e, nei loro gesti, nel l e l oro azi oni , nell e l oro stori e e figurazioni e clic
qui ndi tuttn ci veniva consi derato come si mbol i co; si cch la testi moni anza
di questi Autori , sono per se stesse condannevoli . I nostri Mitologi ed Ar
cheol ogi avrebbero dovuto porre attenzi one a ci. I l segreto del qual e Arpo
crate era il Dio, in veri t era il segreto inteso e che si deve custodi re su l utto
quanto ci vi ene confidato. Ma gli attri buti d'Arpocratc cindicaii n {'oggetto in
parti col are del segreto del qual e trattai asi presso il Sacerdozio Egzio. I si de.
Osiri de, Oro, o megl i o ci ehessi rappresentavano si mbol i camente, formavano
l oggetto di questo parti eol are segreto. Essi nc furono la materi a, ne forni rono
il soggetto e lo fecero nascere, si cch questo segreto riceveva la sua esi stenza
da essi, c qui ndi si poteva di re ehi Arpocrate era figlio dI si dc ed Osiride.
I l Cupcr, nel suo Trattato su Arpocrate, ha preteso di di mostrare che si
deve consi derare questo Di o come una stessa persona ron Oro. Ma perch,
al l ora, gli Anti chi li di sti nguevano? Forche gi ammai Oro fu consi deral o qual e
Dio del si l enzi o? E perch su nessun monumento non In si vede rappresental o
nell a i denti ca mani era e con i medesi mi si mbol i ? Da parte mia noto una
soia rassomi gli anza ed quel l a di vederli figurati fanci ull i , ma con In diffe
renza che Oro quasi sempre i n fasce, o sulle gi nocchi a d'I si dv clic lo
al l atta, mentre che Arpocrate spesso mi gi ovanotto, le quante volte non lo
si rappresenta sotto l aspetto dmi uomo gi fatto.
Il gufo, il cane, il serpente non furono mai simboli concessi ad Oro, e
tutto quanto potrebbero avere in comune, si ri duce ai raggi messi i ntorno
alla testa d'Arpucrnl e ed al corno dai di ottdnnza: ma anche vero che mai
si trova Arpocrate radi ante senza che vi sia l aggi unta di un al tro simbolo.
Checch tip sia. il serpente, il gufo ed il rane sono simboli elle convengono
perfettamente al Di o del secreto, e per nul l a ad Osiri de consi deralo per
il Sole. I l gufo era l uccell o di Mi nerva, Dea dell a Sapi enza: il serpente fu
sempre un si mbolo di prudenza, ed il cane un si mbol o di fedel t. Lascio
al L ettore di farne l appl i cazi one.
Gl i altri si mbol i conressi ad Arpocrate, i ndi cavano l oggetto stesso del
segreto che raccomandava mettendo il di to sulla boera, vale a di re: l 'oro o
sole Ermeti co, medi ante il fiore di Loto sul qual e tal vol ta seduto, o che
reca sull a testa, dai raggi dai qual i ci rcondato, ed infine dal corno dab
bondanza che reca; poi ch il ri sul tato dell a Grande Opera od El i si re Fi l o
sofico il vero corno d Amnl lea. essendo In sorgente del l e ricchezze e della
salute.
PI ntareo ha ragi one di di re ehi- Arpnerote era si tual o aH'pnl ral a dei templ i
per avvisare quel l i che avevano conoscenza degli Dei , di non parl arne teme
rari amente; qui ndi ci non ri guardava il popol o il quale prendeva alla
l ettera ci che degli Dei si raccontava, e che perci i gnorava di che si trat
tasse. I Sacerdoti tenevano sempre sotto gli orchi il Di o del sil enzio per
ri cordarsi tutta la circospezi one che bi sognava avere onde evi tare di di vul
gare il segreto ch'era stato loro confidato. Del resto vi erano astretti sotto
pena dell a vi ta, c certamente la prudenza giustifi cava questa legge. L 'Egi tto
avrebbe cdi-so gravi danni se le altre Nazi oni Fossero state i nformate con
ccrtrzza che i Sacerdoti Egizi possedevano il segreto di farr l 'oro c di guarire
tutte le mal atti e ebe affliggono il corpo umano; e certamente avrehhe dovuto
sostenere dell e guerre sangui nose. Mai la pace avrebbe concessa la sua gioia.
Gli stessi Sacerdoti sarebbero stati esposti alla perdi ta dell a vita per comando
dei Re di vul gando il segreto, ed avrebbero corno ugual ri schio da parte di
quel l i del popol o ni qual i si fossero rifiutati di comuni carl o di etro le pres
sioni insistenti dei ri chi edenti . Si presenti vano anche le conseguenze d'una
si mil e di vul gazi one, le qual i sarebbero state estremamente dol orose per l o
Stato. Sarebbe venuto a maneare il senso dell a subordi nazi one, quel l o sociale
ed ogni concetto di ordi ne sarebbe stato sovvertito. Queste ben ponderate
ragi oni eserci tarono sempre tal e i nfluenza sui Filosofi Ermeti ci chr special
mente gli Anti chi non hanno nemmeno vol uto di chi arare qual e era l oggetto
dell e l oro all egori e c dell e favole chessi i nventavano. Possedi amo, i nfatti,
una quanti t di trattati nei quali la Grande Opera descri tta eni gmati camente
ed al l egori camente, e schhene dette opere corrano per le mani di tutti , pure
soli Filosofi Ermeti ci vi leggono dentro gli ascosi i nsegnamenti degli Autori ,
mentre l utti gli nitri non hanno idea nemmeno di supporl i . Perci tanti
Sal mazi hanno consumato tutta la loro erudi zi one per farvi dei commentari
che non soddi sfano le persone assennate, poi ch queste vedono bene che
tutte l e spi egazioni che ne dannn sono sti racchi ate; ed in uguale concetto
occorre tenere tutti quegli Anti chi Autori che ci hanno ri feri to sul culto
degli Dei del i Egi tto, poi ch ce ne parl ano secondo il concetto volgare del
popol o il qual e non conosceva la verit. Ed anche quell i che come Erodoto
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c Di odoro Si culo, i qual i s'erano i ntrattenuti ad i nterrogarne _i Sacerdoti ,
e di e ne [ariano ili conformiti dell e ri sposte ottenute, non ci forni scono
punto un maggi ore chi ari mento. 1 Sacerdoti li avevano i ngarbugl i ati come
usavano fare con il volgo, e si racconta che un Sacerdote Egizio chi amal o
L eone us ugual e comportamento anche verso Al essandro, il qual e voleva
farsi spi egare la Rel i gi one dEgitto. Egli ri spose che gli Dei che il popol o
adorava erano stati anti chi ssi mi Re dcUEgi l l o, mortal i come l utti gii al tri
uomi ni . Al essandro credette quanto gli fu detto, e ne scrisse a sua madre
Ol i mpi a raccomandandol e per di bruci are la l ettera, allineile il popol o dell a
Greci a, il qual e adorava gli stessi Dei, non ne venisse a conoscenza, i n modo
clic il ti more i ncul catogli da detti Dei lo mantenesse nel l 'ordi ne c nell a
suba rdi nazi one.
Col oro che avevano compi l al e le leggi per la successione al trono, per
tul l e le ragioni che abbi amo dedotte, avevano avuto la saggia precauzi one
d'ovvi are a tutti gl i nconveni enti degli eventual i previ sti di sordi ni , ordi nando
che i Re fossero prescel ti di fra i Sacerdoti , i qual i non comuni cavano il
segreto se non ai propri figli, o ad altri Sacerdoti come l oro, od a di i ne*
sarchile stato gi udi cato degno dopo una l unga prova. Perci anche a tai c
ri guardo consi gli avano d'i mpedi re l entrata degli strani eri nel l 'Egi tto, di
vieto che dur per lungo tempo; e per quei strani eri che vi penetravano sia
con affronti, sia mettendone in rischio la vita li sp ngevano ad uscirne.
Psamui rti ro I n il pri mo Re che permise il contatto dei propri suddi ti ron gli
strani eri , e da quel tempo al cuni Greci desi derosi di strui rsi si trasferi rono
in Egitto, dove, avendo subi to le prove ri chi este furono inizi al i nei misteri
d'I si de, r che poi li trapi antarono nell a l oro patri a sotto il velo dell e favole
e dell e all egori e i mi tate da quell e degli Egizi . Fecero lo stesso al cuni Sa
cerdoti Egizi qual i all a testa di parecchi e coloni e andarono a stabil irsi
I nori del propri o paese; ma tutti custodirono scrupol osamente il segreto
rh'era stato l oro confidalo, e senza al terarne l 'oggetto, vari arono le storie
sotto le qual i lo velavano. Da ci provengano tutte le favole dell a Greci a e
degli al tri l uoghi , e questo di mostreremo nei capi tol i che seguono.
Il segreto fu costantemente lappannaggi o del Savio, e Sal omone ci nse
gna elle non si deve ri vel are la Saggezza a col oro che ne potrebbero fare
cattivo uso, o che noti si cno capaci di custodirl a con prudenza c di screzione.
I nfatti nei suoi Proverbi leggesi :
Prov. c. 10, v. I V: Sapiente.! abscoiuiunt scientiam.
Prov. c. 12, v. 23: Homo v e n u t i t i celai seientiam.
Prov. e. 25, v. 2: Secretum cxtrnneo ne m e l a .
Prov. e. 22, v. 10: Qui re cetili mystcra ambulai fraiirtulettler.
Prov. c. 25, v. 2: Cloriti Dei est rei are t r i b u n i , et gloria Regimi inve
stigare sernionein.
E" perci che tutti gli Aul i ti l i ne parl ano attraverso eni gmi , parabol e,
Minhidi e geroglifici, e elle infitte i soli Saggi i pn$?titui rapi re qual che rosa.
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A Mi 131
Di odoro Siculo dico di e Aiutili fu lino (li quel l i che a eco ni paglia ri mo
Osiri de l i di a sua spedi zi one olle I ndi e; di e era figlio dello stesso Osiri de,
e clic qual e abbi gl i amento di guerra portava una pell e di cane, e elle, secondo
l 'i nterpretazi one del l Ab n te l ani er, era Capi tano dell e Guardi e d detto
Pri nci pe, Il pri mo di questi Autori riferisce clic ci avevo appreso in Egitto,
e dice il vero; ma il secondo ha torto d'accusare li Mi tologi a Greca dri ver
confuso: ti Anobi con Mercuri o Tri mrgi sto... eco* . (adoro clic trasporta*
rono la Mitologia degli Egizi presso i Greci, come: Museo, Orfeo, Mel ampo,
Eui nol po, Omero, ere,, non sal l ontai urono per nul la dall e i dre degli Egizi ,
n inai confusero Anobi con Trini egDto, ino con un al tro Mercuri o del lutto
i gnoto al l Abate l ani er, al meno nel senso elle detti promul gatori dell a Mi
tologi a ne avevano. La poca conoscenza clic si possedeva di questo Mercurio
il quale accompagn eTell iva mente Osiri de nel sin viaggio ha dato ori gine
ad errati i nlerpetrnzioi i i di e la maggior parte degli Autori hanno di acci al e
su Anobi , e qui ndi stf tali testi monianze non possibile stabi l i re le idee e
fondare i propri gi udizi . Il Padre K i rrhcr fra quell i che ba confuso, molto
mal e a proposi to, e con quel tono deci si vo che gli abi tual e, Mercuri o
Tri iti esisto con Amtbi , ir di e s falsamente persuaso di e gli Egiziani lo
rappresentavano con la ignra d'Auul u. Ma egli stato ceri muni te tratto in
errore dal l e spiegazioni dei geroglfici Egizi, lasciateci da Orapol l o, il quale
dice che il cane era il si mbol o tPiin Mi ni stro, d uri Consi gl iere, d'i ni Segre
tari o di Stalo, P i i i i Profeta, duri Sapi ente, ere. Anche Pl utarco pu nvcr
contri bui to a far cadere in errore i nostri Mitologi, con l aver dato a questo
Dio il nome di Erm-Ami hi . che significa Mei euri n-Anubt, Apul ei o pertanto
avrebbe potuto ti rarl i i hdPerrore se avessero fatto riflessione alla descri zione
clic ne fa in questi termi ni : Aiutili li nterprete degli Dei del Cieto e di
quell i di rli 'i nferno, I l a la faccia talvolta nera, tnlaltrn ti nta doro. Tiene
crei l a la sua gran lesta ili rane, recando nell a si ni stra i nano un caduceo, e
nell a dri tta una pali na v ri de, clic parrebbe agili . UnAnti chi t di e il
Tohsard ci lin conservata, c ri prodotta nuche dal K i rchrr e dal Montfaucon,
conformi* Pi su'i zi onc dedicata da im Gran Sacerdote chi amal o Dia, ci mstra
chi aramente ci che gli Egizi intendevano per Anobi , Questo Di a dedica
questo geroglifico gii Poi m ir il i : IV ni r(iVj|*oi, e dichiari! che questi Dei,
cio Serapi de od Osi ri de, 0| t ed A nubi sono gli Dei introni tlt'F Egitto.
cio parteci panti all o stesso Irnut, in Egitto. Con questa i scrizi one Di a mnslra
ili essere molto pi profondo nel l a conoscenza della natura ili questi Dei e
dell a l oro genealogia, di quanto non lo furono mol l i Autori Greci c Latini,
c non lo sono ancora oggi i Mi tologi. La fratel l anza d questi tre Dei i J nnn-
l isrc Ir rnudameuiri rii tul l e li* loro spi egazioni , c contraddi ce audi e Pl ntareu,
il <1nai e credo elio A nubi era figlio di Nello, la qual e *e i h* sgrav, secondo
liti, i nnanzi tempo, a cagione del terrore chVsi a ebbe di suo mari to Ti fone,
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e clic questo A nubi anfora giovanissimo, di ede ad I si de sua zia, la pri ma
nuova dell a morte dOsi ri de; e dell a parentel a non concorda neppure con
[limito ci dice Di odoro il qual e riti ene Aiutili figlio d'Osi r de. Ma sr i nostri
Mitologi penetrassero nell e idee d'I si a, vedrebbero subi to che queste con
traddi zi oni non sono clic apparenti e elio questi tre Autori parl ano in real t
di mi solo ed uni co soggetto sebbene sespri mono di fferentemente. Diodoro
e Pl utarco ri portano le tradi zi oni Egiziane la] qual i le avevano apprese e
senza sapere ci che significavano, mentre I sia era i strui to nei mi steri che
esse raeel l i uderano, Se ne gi udi cher dall a seguente spiegazione.
Due Mercuri erano noti in Egitto, l 'uno chi amal o Tri megi sl o c fu l 'i n
ventore dei gerogli fici degli Dei Egizi, cio degli Dei fabbri cati dagli uomi ni ,
e che formavano l oggetto del l Arte Sacerdotal e: l al tro Mercuri o, chi amato
Anobi , che era uno di tal i Dei , in argomento dei quali delti geroglifici
furono i nvental i . Entrambi questi Mercuri vennero concessi qual i consigli eri
ad I si de; Tri megi sl o per il governo esterno, ed Armili per il gnverno i nterno.
Ma come mai ci pu essere, si obhi el l er, dato elle Di odoro ri dice che
Anobi accompagn Osi ri de nell a sua spedi zi one? Ecco in clic modo, coll le
del uci dazi oni che maccingo a forni te, tali contraddi zi oni apparenti sac-
rnrdano, e ei faranno vedere che Aiutili figlio e nel l o stesso tempo anche
fratell o dOsiri de.
Abbi amo detto che Osi ri de ed I siite erano il si mbolo dell a materi a del
l Arte Ermeti ca, clic l uno rappresentava il fuoco dell a Natura, il pri nci pi o
igneo e generati vo, il maschi o e l agente; mentre 1-dc si gni ficala luntore
radi cal e, la terra o la matri ce e la sede del detto fuoco, il pri nci pi o passivo
o la femmi na; ma che tutti due formavano un uni co soggetto composto da
dette due sostanze. Osi ri de era lo stesso che Serapi de mi Vtnon ed Ani mane
rappresentato con una lesta di Ari ele e con le corna del l Ari ete, perch
questo ani mal e, secondo gli Autori citati rial Padre Ki rcl i cr. di una natura
cal da ed umi da. Si rappresentava I side avente una testa di Toro, perch la
si consi derava qual e L una, dell a qual e il crescente c figuralo dall e corna di
questo ani mal e che anche pedante e terrestre. Nel l Antico di Roissard si
trova Attuili coll ocal o tra Serapi de od Api . per far comprendere eli esso
composto di due, o che dai line ne provi ene: qui ndi figlio dNi de eri Osi
ri de, e spiego come. Questa materi a del l Arte Sacerdotal e messa nel vaso
si di ssolve in acqua mercuri al e, ed qnrstarfj ua elle forma il Mercuri o
Filosofico od Armili . Pl utarco ilice che sebbene gi ovani ssimo questi fu il
pri mo che annunzi ari I side la morie di Osi ri de, poi ch qnesi o Mei-eurjn
non appare se non dopo la dissoinziotie e la putrefazi one desi gnata con la
morte dOciride. E dato clic Tifniie e Nrfte sono i pri itcipi i dell a di struzi one
e le rame di detta di ssol uzione, perci ehc si ilice clic Anobi sa figlio ili
licito mostro e dell a mogli e dell o stesso. Ecco dunque Amili! figlio in real t
d Isiile ed Osiri de e ila essi nato generati vamente : ma anche Ti fone Nel le
sono suo ladre e sua tinnire, ma soltanto quali cause occasionali. Rai mondo
Tuli o nel suo a Vaile mccuiii n afferma tal e concetto quando scri ve: Mio
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figliti, il nostro fanci ul l o ila dnc padri e due madri . Questa acqua chi amata
acqua dell a Saggezza poi ch tutta oro ed argento, ed iti essa risiede lo
spi ri to dell a qui ntessenza il qual e fa tutto, c senza di essa non si pu far
ni ente . Questo fuoco, questa terra e quest'acqua che si trovano in questa
medesi ma materi a del l 'Opera, sono fratell i cosi come lo sono gli el ementi
fra d eBsi, ecco perch I sia li chi ama: Oro! firl/pni , ed aggiunge che sono
dei si ntrani del l 'Egi tto, cio Dei ugual mente venerati dagli Egizi ani , c par
teci panti all o stesso trono ed agli stessi onori ; e questo lo dice per farei
i ntendere che tre sono uao, e che significano tutti e tre la stessa cosa, sch-
bene abbi ano nomi di versi. Questa uni t o questi tre pr nci pi ! i quali s'nni -
scono per fare un tutto, chi aramente ed evi dentemente rappresentata dal
tri angol o che si vede su detto monumento.
Avendo detto ci ch' Auiihi. facile i ndovi nare come egli pot accompa
gnare Osiri de nel suo viaggio, poi ch il Mercuri o Fil osofico sempre nel
vaso, esso passa dal nero n l Eti opi a, al bi anco, eco,, come lo si visto
nell o svi l uppo compl eto del suo processo, ne) capi tol o di Osi ri de. Per quanto
ri guarda hi testa d catte che si concede ad Anobi , abbi amo gi visto clic gli
Egizi consi deravano il cane qual e si mbolo dun Mi ni stro di Stato, c questa
all egori a ben s'adatta al Mercuri o dei Fi losofi, poi ch esso che conduce
l utto lo svi l uppo i nteri ore del l Opera. TI sol o caduceo bastevol e per farcelo
ri conoscere per Mercuri o; c la sua Faccia tal vol ta nera e tal al tra aurata,
che Apul eio gli concede, non c'i ndi ca chi aramente colori del l Opera? I!
testo di Rai mondo L ul l o da noi ri portato, ci fa conoscere rhe Osiri de, I si de
ed Anubi , o Serapi de, Api ed Anobi sono racchiusi in uno stesso soggetto,
poi ch Osi ri de si mbolo del Sole, ed I side si mbol o dell a L una si trovano
entrambi nel l acqua mercuri al e, perch i Filosofi chi amano i ndil Terentcmeote
Sol e o oro il loro zolfo perfetto al rosso, e L una od argento la l oro materi a
fissata al bi anco. I l coccodril l o, ani mal e anfibi o, sul qual e I si a ha fatto met
tere Anuhi i n pi edi , ndi ca che Mercuri o od il Dio Anubi composto o nasce
dall a terra e dal l acqua, e perch non si cada in errore, I sia lo ha fall o
accompagnare dai si mboli di i ma haci ncl l a sacri ficale e da una patera, che
sono vasi nei qual i si mette l 'acqua od altri l i qui di .
La bal l a che Padre K i rcber non ha spi egato, c che il Monl faucon prende
per un cuscino legato, confessando che ne i gnora Fuso, signi fica il commerci o
che si fa con il mezzo del l oro, il si mbolo del qual e u il globo clic Anobi
reca nell a mano destra. I l gl obo Io si vede spesso rappresental o nei geroglfici
Egizi, dato che l oggetto degli stessi era l Arte .Sacerdotal e. Al l orquando
detto gl obo uni to ad una croce, vale a si gnificare che l 'oro composto di
quattro cl ementi tanto Lene combi nati che non si di struggono affatto l 'un
l 'al tro. Al l orquando il gl obo alato, si mboleggi a l 'oro che occorre vol ati li z
zare per perveni re a dargli la viriti trasmutal ri ce. L n gl obo ci rcondato da
un serpe, od un serpe posato sul globo, un s mbol o dell a putrefazi one dall a
qual e esso deve passare pri ma di essere vol ati li zzalo. Tal vol ta si vede un
gl ubo alato dal qual e pende un serpe, ed in tal caso designa la putrefazi one
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e la vol ati li zzazi one che ne tegue. Ma bisogna i ntendermi , poi ch io parlo
del l 'oro Fi losofico, o Sole Ermeti co, e ri tengo opportuno fare questa osser
vazione perche temo che un qualche soffiatore non trovi recensi one di cer
care nell e acque forti od altri simili dissolventi , il mezzo di di sti l l are Toro
comune, e non abbi a a credere daver raggiunto lo scopo quando arri ver a
farli pacare insi eme nel reci pi ente.
CANOPO
I Mitologi hanno azzardato parecchi e congetture fisiche, astronomi che e
moral i a ri guardo dei Canopi , e fra queste ve ne sono ili quell e abbastanza
ingegnose; ma anel lo con queste non si ri usciti nd avere un maggiore
chi ari mento su questo Dio, poi ch ognuno ha svol to l 'al l egori a da quel punto
di vista che maggi ormente aveva colpi to la sua i mmagi nati va, e nll ameno
nessuno riuscito a toccare lo scopo che sacrano proposto gli Egizi con l 'in-
\ di zi one e le rappresentazi oni de! Dio Canopo. Se essi avessero segui to il
mio al l enta, non avrebbero avuto bisogno di mettere a cosi dura prova il
propri o i ntel l etto per i ndovi nare ci clic poteva si gnificare questo Dio boc
cale. Fra bastevol e serti pii rem ente la ri si a, e non avrebbero sciupato il loro
tempri in vane sottigliezze. Si mo-tri un Canopo ad un Filosofo Ermeti co, ed
anche -e costui non avesse mai inteso parl are del Canopo d'Egi tto e neppure
dei gerogli fici dei quali Bonn coperti , non esi ter a di re ci che esso ; poich
vi riconoscerli una rappresenta zinne simboli ca di tutto quanto necessario
airo,, era dei Saggi. I n effetti questo Dio non forse rappresentato sui monu
menti Egizi sotto la forma di un vaso sormontato da una lesta d'uomo o
di donna, sempre con una cuffia, e detta ruffia fermata da una benda, presso
a poco come la capsul a d'i ma botti gl ia che serve ad i mpedi re al l i qui do di
stentare o devaporarsi ? C'c propri o bisogno d'essere un Edi po per i ndovi
nare una cosa di e si mani festa da per c tessa? Un Canopo non ni tro che
la rappresentazi one del vaso nel quale si i mmette la materi a del EArtc Sacer
dotal e; ii collo del vaso desi gnato da quel l o dell a figura umana, hi testa e
la cuffia di niostra la mani era come detto vaso devessere si gi ll ato o chiuso,
ed i geroglifici di e coprono la sua superficie, annunzi ano agli spettatori le
cose di e questo vaso conti ene, c i differenti cambi amenti di forma* le diverge
colorazi oni ed i di fferenti modi di essere dell a materi a. 11 d'Espagnet, nel
- i n canone 113, scri ve: il vaso dell *Arte devenscr*- di forma l ombi cui
ovale, avente, un collo di mi pal mo o pi , e l 'entrata ne sar stretta. I Fi l o
sofi nc hanno fal l o un mi stero, e gli hanno dato nomi di versi. L* li a uno chi a
mato: cucurbi ta, o vaso cieco, poi ch gli si chi ude rocchi o col sigillo Er
rori irci. per i mpedire, di e nul la d'estraneo vi si ini i nducesse, r che gli spi ri l i
non se ne evapori no .
I Mito bigi mal e n proposi to fi sono formata hi persuasi one di e il Dio
Canopo era uui cnni enl e il geroglifico di-Uel cni cnto del l 'acqua. Si mil i rrei-
01
pi enti rhe recano piccoli fori o hanno dell e mammel l e dall e quali l 'acqua
Unisce, sono stali fall i ad i mi tazi one dei Canopi , ma non per rappresentare
sempl i cemente Pel ente nto del Pacqua, bcrtsi per i ndi care clic l 'acqua mercu
ri al e dei Fil osofi contenuta nei Canopi, e il pri nci pi o umi do r frroml atore
dell a Natura. E' di quesCarqna rhe si parl ava, al l orquando si d&r a Pl u
tarco che Canopo era stato il pi lota del vascel lo d'Osi ri de; poi rli l 'acqua
mercuri al e conduce e governa tutto quanto si svolge nci ri nl erno del vaso.
I .a morsi catura diin serpe, dal qual e Canopo venne col pi to, rara Henna ta
pul rrfszi one del mercuri o, e la morte rhe ne segui i ndica la fi Mui onc di
questa sostanza vol ati le. Tutto questo r molto l ume l ignificato dai geroglifici
dei Canopi , Siccome per la mavi ma parte li lin gi spi egati nei precedenti
capi tol i , il L ettore potr Fani ri corso. I n quanto agli ani mal i , ne parl eremo
in seguito.
Ad mia dell e i mboccature del Nilo era si tual a una citt chr traeva il
mi o nome da Canopo, e nell a qual r questo Di o aveva un tempi o superbo.
S. Cl emente Al essandri no (Strnm. I. fi) dice rhe in detta ci tt vi era una
Accademi a dell e Scienze chera la pi cel ebre di tutto PEgi tl n: \i si i nse
gnava Teol ogi a Egizia, r le L ettere geroglifiche, e vi .'iniziavano i Sacerdoti
ai Serri misteri , e che non cal eva ni tro luogo ove li ni piegavano roti
irmgginre attenzi one cd esattezza, cd per tale ragione clic i Grrri tallio
sprn la Frequentavano. Senza dubhi n, dando le i struzi oni sul Di o Canopo,
si trovavano nell a necessit di spi egare nell o stesso tempo tutti i misteri
velati stilla l 'ombra dei geroglifici rhe copri vano la siinerficic del si mulacro
d qur<ln Di o. mentre rhe mj l c altre citt nell e qiiHli s adoravano Osiri de
rd bi l i e, ree., ci si l i mi tava a fare sol tanto la stori a del Dio e dell a Dea che
vi erano parti col armente venerati .
Ecco i pri nci pal i Ori del l 'Edi tto, nei qual i si cnmprrndnnn tutti gli altri .
Erodal o nomi na andi r Pane mi ne il pi anti co di l utti gli Dei d questo
pari e, e di re rbc i n l ingua Egizia lo f ) chi amava Vcrufes. Di odoro ci assi cura
rh*rs*n era temi l o in si grande venerazi one in Egi tto, di r la -un tatua era
rol l nral a in l utti templ i : e rbc fu uno di quel l i che aemmpagnarono Osiri de
nell a sua spedi zi one alle I ndi r. Ma finirlii* questo Di o non i ndica altra cosa
all infuori del pri nci pi o generati vo di l utto, e qui ndi I o si confonde con
l Ui ri i b. ti f i l i aggi unger parol a a quanto gi delti. Nel la terza elione qual
cosa di remo sul conto di Serap de. Verni ero concedi gli onori del culto a
Saturno, Vi dranu. Ci ve. Mercuri o, Ercol e, ree. r ilei quali tratteremo nei
libri elle seguono e nei rjiiali -pi egheremo la Mitologia dei Greci.
DEGLI ANIMALI VENERATI IN EGI TTO
E DELLE PI ANTE GEROGLI FI CHE
DEI. BUE API
Tutti gli Starici die parlano dell'Esilio, [anno menzione del Bue arto.
Diodoro Siculo (I. ), c. I ) rosi scrive: a In aggiunta a quanto alitiamo riferito
del culto degli animali va ricordalo le attenzioni e le cure di r gli Egiziani
hanno per il Toro sacro che chiamano Api. Allorquando detto Bue morto,
e dopo magnificamente seppellito, alcuni Sacerdoti, a ci incaricati, si met
tono in cerca d'un altro simile, cd allora cessa il dulure del popolo quando
quest'allro Toro viene trovato. I Sacerdoti ai quali viene affidala tale ricerca
conducono il nuovo animale alla citt del Nilo, ove lo nutriscono per qua
ranta giorni. Indi lo imbarcano in una nave coperta, e nella quale gli -tato
preparato un adatto ambiente doro, e dopo averlo condotto a Ment con
lutti gli onori dovuti ad un Dio, lo mettono nel tempio di V'ulcano. Durante
tutto questo tempo solamente le danne hanno il permesso di vedere questo
Bue. ed esse si mettono in piedi, davanti allanimale, ma in una maniera
mollo indecente. E' solo durante questo tempo ch'esse possono lederlo .
Strabono dice che questo Bue devessere nero, con una sola chiazza bianca
della (orma di un crescente lunare sulla fronte o su uno dei lati. Plinio
scrisse: a flos ab Aegypttis numinis vice cultus Apis i uraiur, ac enndicanti
macula in ilcxtro falere, ac cornibus lunae cretccntis imignibui, naifmn sub
li gita fiabe! fjiicni ranffiarani a p pel Inni. lune Bareni cerili citar n finis fran-
sactis, mersum in saccnotum fonte eneraul; interim Iticin aliittn tpti.ni sub'
stifuant gjinesifiiri, dance mediani derasis capitibus In geni, inventili ileilu-
ciuir a sacerdotibui lemphm' (1. 8, c. 46) . Erodoto parlando d'Api, che
i Greci chiamano Epafo, dice elle dev'essere eoncepilo dalla folgore, deve
essere tutto nero, con una chiazza quadrata sulla fronte, la figura d'tin'aquila
sul dorso, quella d'un scarabeo al palalo, ed il duplico pelo alla coda. Pimi-
poDo Mela in merito al concepimento dApi, concorda con Erodoto ed
anche ron Eliano. a 1 Greci, scrive quest'ultimo, lo chiamano Epafo, e
pretendono di'esso tiri la sua origine da Io l Argiva, figlia dInaco; ma
gli Egizii negano ci, e danno la prova del falso con l assicurare che l Epafo
dei Greci venuto molti secoli dopo del loro Api. Gli Egizi lo riguardano
come un gran Dio concepito da una vacca mediante un colpo di folgore o. Si
nutriva detto Toro durante il periodo di quattro anni, allo scorrere dei quali
con grande solennit lo si conduceva alla foute dei Sacerdoti, nella quale lo
si faceva annegare, per poi seppellirlo in una magnifica tomba.
Parecchi Autori fanno cenno di superbi Palazzi e magnifici appartamenti
nei quali, a Ment, si custodiva il Toro sacro. Sono note le cure clic i Sacer
doti avevano per il suo mantenimento, come pure la venerazione che il
popolo ne aveva. Diotloro ci dice che al suo tempo il culto di questo Bue
era ancora in vigore, -ebbene questo cullo risalisse ad una remota antichit.
Ne abbiamo una comi cova nei Vitello doro che gl'israeliti fohhricarono nel
deserto. Questo popolo usciva dallEgitto ed aveva portato seco la tendenza
allidolatria Egiziana. Erano scorsi molti secoli da Mose a Diodoro che,
secondo quando egli stesso ci afferma, viveva al tempo di Giulio Cesare, e
visit l'Egitto sotto il regno di Tolomeo Aulete circa 55 anni prima della
nascila di Ges Cristo.
Allepoca del viaggio di questo Autore, gli Egiziani, mollo probabil
mente, ignoravano la vera origine del culto eb'essi rendevano ad Api, poich
il loro modo di vedere molto discorde su tale argomento. Gli uni, dice
Diodoro, pensano ehessi adorano questo Bue perch lanima di Osiride,
dopo la sua morte, pass nel corpo di detto animale, e da questo : nei suoi
successori. Altri raccontano che un -erto Api riuni le membra sparse di
Osiride ucciso da Tifone, le mise in un Bue di legno, coperto coti la pelle
bianca dun Bue, e che per questa ragione alla citt si d il nome di Htisi-
ride. Questo Storico ci riferisce questi sentimenti del popolo, ma nel contempo
dichiara che i Sacerdoti possedevano unaltra tradizione segreta, custodita
anche in iscritto. Le ragioni che Diodoro deduce secondo gli Egiziani, del
culto chessi rendevano agli animali, son parse a lui stesso favolose, ed in
effetti esse sono tanto poco verosimili che ho creduto doverle passare sotto
silenzio. Non da meravigliare che tanto il popolo Egiziano, come pure
Diodoro, non abbiano conosciuto il vero, poir.h i Sacerdoti obbligati jd un
inviolabile segreto su tale argomento, serano ben guardati di mentri' iti
luce. Quelle errate ragioni furono quelle che buttarono tanto ridicolo sul
culto che gli Egiziani tributavano agli animali. In tutti i tempi riguardati
come i pi savi, i pi istruiti, i pi industriosi fra gli uomini, la [unte stessi
alla quale i Greci e le altre Nazioni attinsero tutta la loro Filosofia c j luro
Saggezza, come mai gli Egiziani si sarebbero abbandonati a cosi grandi assur
dit? Pitagora, Democrito, Plutone, Socrate, ecc. senza dubbio conoscevano
bene che sotlo quelle errate ragioni si celava un qualche mistero, clic il
popolo ignorava, ma del qunle i Sacerdoti nc erano pcrfrllaniciilc consci .
Quel culto degli animali era di per s stesso talmente puerile clic non si
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pu ammellrr abbia potuto affacciarsi allo spirilo d'un cos "rande uomo
qualer Ermete Trimegislo che lo aveva inventato, le quante volte non
avesse avuto dei punti di vista molto profondi, e chegli "udir non oppor
tuno di manifestare agli altri, ma' di confidarli esclusivamente ai Sarerduti.
pensando daltronde ehe glinsegnamenti che simpartivano al popolo rirea
la conoscenza del vero Dio, a perpetuarne il mito, erano bastevoli perch
il popolo non radesse nellidolatria. Marche, malgrado i quotidiani insegna
menti che 'impartiscono aitila vera Religione e del rullo religioso eoi il
quale li s accompagnano, quanti popoli non vintrodurono delle supersti
zioni? Non credo, dice l'Abate ftanier, che vi fu mai una Religione al mondo
esente da tale rimprovero se si volesse tener rnnto solamente delle pratiche
popolari le quali spesso sono delle superstizioni poro giuslilrnliili ed oscure
Il segreto confidalo ai Sarerdoti dEgitto non aveva dunque per oggetto se
non il rullo del vero Dio. ed il culto degli animali era correlativo a questo se
creto. I ntimiditi dalla pena di morte, e consci daltronde delle funeste con
seguenze ehe ne sarebbero derivale dalla divulgazione del detto segreta,
essi lo custodivano inviolnhilmcnte. Il popolo, ignorando Ir vere cause di
questo preteso culto drgli animali, non poteva fornire elle frivole ragioni
congetturali e favolose. Le ragioni vere oerorrrva poterle apprendere da
coloro cherano Stati iniziali, ma costoro non le comunicavano. Gli Storici
clic non erano degli iniziali, si sono trovati nello stesso caso di Dindoro.
Attraverso le nubi che avvolgevano queste tradizioni favolose, traspariva
soltanto un qualche tenue raggio di lare ehe i Sacerdoti ed i Filosofi ave
vano lasciato sfuggire. Lo stesso Qrapollo non ha seguito ehe le idee popolari
nella interpretazione ehegli ha dato dei geroglifiri Egiziani. Quindi non
bisogna attenersi alle spiegazioni ehe ri forniscono questi Autori, poich
ben noto eliessi non erano nel novero degli iniziati, e perei i Sacerdoti
non averano loro eomunirato il segreto. Sar quindi opportuno esaminare
soltanto il semplice racconta cltessi ri fanno delle cose, e vedere se vi
un mezzo di trovare un fondo sul quale tutto quanto possa svolgersi, un og
getto per II quale sia gli animali considerati prr s stessi, sin le cerimonie
del preteso loro rullo, tendano e possano riferirsi in tutto, almeno alla loro
primitiva invenzione. Questo fondamento o questa base alla quale ho fatto
cenno la Filosofia Ermetica; e Voggctlo di questo culto non altro ehe la
materia richiesta dellArte Sacerdotale, ed i colori ehe ad essa sopravven
gono durante le operazioni, ehe nella maggior parte sono indicali con la na
tura degli animali, e dalle cerimonie ehe si osservavano nel loro rullo. Allo
tropo di convincere coloro ehe potrebbero aneora essere dubbiosi, esami
niamo qualche particolarit.
Occorreva un Toro nero, recante una chiazza bianca sulla fronte o ad uno
dei lati del corpo; questa macchia bianca doveva avere la forma dun cre
scente lunare secondo alcuni Autori; questo Toro doveva attrite essere stato
concepito mediante l'azione della folgore. Non si poteva designare meglio la
materia dell'arte elle per tutte queste caratteristiche. Con riguardo al con-
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cc|iimcnlo Annoilo (Epist.) dice espressamente eli'esso 'inizia Ira la folgore
ed il tuono, e cos ne scrive nel suo testo: a Jam ostendam vobis fidcliter
locum ubi lapidem nostrum to/letis. Ite secrete et morose cum magno si-
lentia, et accedile posteriora mundi, et audielis lonitrum sonantem, sen-
tietis lantani stantem, et videbilis grandinem et plurinm cadentem, et haec
est ras i/o firn desideralis . I l nero e la caratteristica iiiduliitahilc della vera
mali-ria. come unanimemente lo aderniano tutti i Filosofi Ermetici, poich
il color nero il cominciamento e la chiave dell'Opera. I.a chiazza hianca in
(urina di crescente era il geroglifico del colur bianco che succede al nero,
c clic i Filosofi hanno chiamato Luna. Con questi due colori il Toro veniva
ad a ere mi i ferimento coti il Sole c con la Luna ch'Ermete nella sua Ta
vola ili Smeraldo dice che sono il padre e la madre della materia dell'Opera.
Porfirio (r/c abstinentia conferma questa idea dicendo che gli Egizi avevano
consacrato il Toro Api al Sole cd alla Lima, poich questo ne portava i ca
ratteri nei colori bianco e nero, e per la macchia a (orma di scarabeo che
recala sulla lingua. Pi particolarmente Api era il simbolo della Luna,
lauto a cagione delle sue corna che figurano un crescente, come pure perch
dato che la Luna uon si mostra sempre con la sua pienezza, ma con uua parte
in ombra indicata dal nero, e l'altra parte bianca, chiara e risplendente,
caratlerizzatu dalla marchia bianca sulla fronte del Rite Api, c dalla detta
forma di crescente.
(,)ue-!c ragioni erano ben sufficienti per far scegliere, a preferenza di altri
animali, un simile Toro quale carattere geroglifico, eppure i Sacerdoti ne
conoscevano delle altre ancora ed il concetto fondamentale dal quale tali
ragioni scaturivano ben le giustificava. Il Sole produce questa materia, la
Luna la genera, c la terra la matrice nella quale essa si nutre, essa che
re la fornisce, come tutte le altre cose necessarie alla vita, ed il Bue l'ani
male pi utile all'uomo, per la sua forza, per la docilit e per il suo lavoro
ucH'agricultura della quale i Filosofi impiegano eostantemente l al
legoria per esprimere le operazioni dellArte Ermetica. E* per questa ra
gione clic gli Egizi dicevano allegoricamente che Iside ed Osiride avevano
inventalo lagricoltura, e di questi Dei nc facevano i simboli del Sole e della
Luna. Osiride cd Iside non erano male designati dal Bue, anche secondo le
idee clic alcuni Autori attribuiscono agli Egiziani, a tale riguardo. Osiride
significa fuoco ascoso, il fuoco che tutto anima nella Natura, e che il prin
cipio della generazione e della vita di tutti i misti. Secondo la testimonianza
di Mx-iicfi ((/<cultu Aeg\i>t.) gli Egizi pensavano che il genio e l'anima del
mondo abitavano nel Bue, che tutti i segni o caratteri distintivi di Api
erano anelli- gli stessi caratteri simbolici della Natura; e secondo quanto ci
riferi-ie Eusebio, gli Egizi aflermavano di riscontrare nel Bue molte pro
priet -olaii, sicch essi ritenevano di non potere meglio simboleggiare Osi
ride od il Sole, che mediante detto animale.
Si obbicttcr: ma se vero che i Sacerdoti Egizi non pretendevano di
djie al pupulo il Bue Vpi quale un Dio, a che decretarne il cullo cd istituirne
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delle cerimonie? rispondo: che il culto non era affatto un culto di latria o
una vera adorazione, ma semplicemente relativo, e delle cerimonie tal quali
quelle che sono in uso nelle pubbliche feste, oppure del genere di quelle
per le quali sincensa col turibolo un personaggio vivente, oppure se ne
spandono i profumi intorno a ritratti di morti, giacenti nelle tombe. E* una
pura etichetta di venerazione per il loro rango o per la loro memoria, senza
pretesa di render loro quegli onori che vanno devoluti esclusivamente alla
Divinit. I Sacerdoti avevano altre ragioni per agire cosi. Invasi da gratitu
dine verso il Creatore, per una grazia cosi speciale quale quella della cono
scenza dellArte Sacerdotale, essi si sentivano obbligati non solo a dovergli
rendere delle azioni di grazie in particolare, ma vote ano anche che il po
polo s'unisse a quelle rese dal Sacerdozio poich dello popolo ne era par
tecipe, sebbene a propria insaputa, attraverso i vantaggi clic ne traeva dalle
produzioni dellArte Ermetica.
Di conseguenza, al popolo, clic sempre si lascia guidare dai sensi, gli
si prospettava l animale pi utile e pi necessario, ma allo scopo dindurlo
a volgere la sua mente al Creatore, e rivolgersi a I.ui. dandogli loccasione
di riflettere sui benefici clic il Dio vero ri elargisce. Ma il popolo non poteva
avere una netta visuale di Dio. Completamente preso ed affaccendato dalle
cose terrene, al detto popolo occorreva un simulacro tangibile che gli ricor
dasse costantemente la Divinit, c particolarmente in airone epoche quali i
giorni di festa e le pompe per le dette istituite. E questo il concetto che si
deve avere, a tale riguardo, sulla condotta dei Sacerdoti Egizi; perch io
ritengo, d'accordo con Padre Kircber e con molti altri sapienti, che questi
Sacerdoti i quali furono i maestri dei detti Filosofi, ai quali la posterit ha
consacrato il nome di Suggi per eccellenza, erano individuii troppo di senno
per credere alla lettera le favole d'Osiride, Iside, Oro, Tifone ecc. e rendere
un culto cos stravagante agli animali o ad altri simboli della Divinit. Le
stesse testimonianze dErmete Trimegisto, di Ciamblico sui misteri degli
Egizi, ci che ne dicono: Plotino nel suo terzo libro delle Ipostasi, Ero
doto, Diodoro Siculo, Plutarco, ecc. sono pi che sufficienti per stabilire
lidea che dobbiam farcene. Diffidiamo degli Autori Greci c Latini i quali
non erano sempre abbastanza bene edotti dei misteri degli Egizi, il cui Sa
cerdozio ad essi occultavano cosi come ai profani.
Altra ragione si : che il segreto dellArte Sacerdotale e-*cndo di na
tura tale da non poter essere comunicato senza prima aver messo a prova la
discrezione e la prudenza di coloro che ci si proponeva d'iniziare, i giovani
neofiti nel Sacerdozio, e che vi si disponevano attraverso una preparazione di
studi, tenendo sempre innanzi alla propria vista detti geroglifici, sentivano
risvegliarsi la loro curiosit, e per tal modo si trovavano spinti alla ricerca
di ci clic detti geroglifici potevano significare. Questi novizi passavano sette
anni nel ricevere tali insegnamenti e ad esercitarsi su ci che detti animali
simboleggiavano, allo scopo di conoscere perfettamente la teoria prima dac
cingersi alla pratica.
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Bisognava anche aver riguardo al popolo che non lo si voleva informore
del contenuto vero o della baBe del mistero, e quindi era necessario impie
gare delle finte spiegazioni le quali avessero una certaria di verosimiglianza,
e questo perch gli si fosse potuto impedire almeno di supporre il vero fondo
della rosa. Senza questa sagace accortezza i Sacerdoti non avrebbero potuto
custodire tranquillamente un segreto del quale il popolo ne avrrbbe sen
tilo tutto il profitto. Le idee di Religione che questo popolo vi annesse in
seguito, diventarono anche un freno eh'esso stesso mise alla propria curio
sit. I l fuoco mantenuto perpetuamente acceso nel tempio di Vulcano avrebbe
ben potuto stimolare la sua ricerca; ma le simulate spiegazioni, le allegoriche
favole che si divulgavano su tale argomento sviavano latlenzinne dal suo
vero oggetto.
Dunque, la materia dell'Arte Filosofica era designata dn Osiride ed Iside,
e dri quali il simbolo geroglifico era il Toro, nel quale, gli Egizi dicevano
che le anime di questi Dei, erano passate dopo la loro morte, e ci faceva
dare a questo Toro il nome di Serapide, e li portava u rendergli gli stessi
onori che si tributavano ad Osiride ed Iside.
T Greci che erano stati istruiti dagli Egizi, simboleggiavano anchessi la
materia Filosofica con uno o pi Tori, come Io si vede nella favola del Mi
notauro rinchiuso nel Labirinto di Creta, e vinto poi da Teseo merc laiuto
del filo dArianna; nella favola dei Buoi chErcole invol a Gerione; i Buoi
dAngia; i Buoi del Sole i quali pascolavano in Sicilia; quelli che Mer
curio rub; i Tori che Giasone >fu obbligato daggiogare per la conquista del
Toson doro, e molti altri come si possono vedere nelle Favole. Tutti questi
Buoi non erano bianchi e neri come doveva essere Api, poich quelli di
Gerione erano rossi; ma occorre osservare che il bianco e nero che si succe
dono nelle operazioni dellOpera, non sono i due soli colori che sopravven
gono alla materia, ch anche il color rosso segue al bianco, sicch coloro che
hanno inventato queste favole hanno tenuto presente tali differenti circo
stanze. Le vele della nave di Teseo erano nere anche dopo chebbe vinto
il Minotauro, e quelle della nave dUlisse lo erano anche allorquando parti
per ricondurre Criseide a suo padre, ma dopo, nel ritorno prese delle vele
bianche poich le due circostanze erano ben differenti, come vedremo nplle
storie che li riguardano.
Api doveva essere un Toro giovane, sano, ardito; ed perci che i Filosofi
dicono che necessita scegliere ed impiegare la materia fresca, novella e nella
pienezza del suo vigore, e non impiegatela affatto se essa non fresca e
cruda ci dice Aimone nella sua Epistola. D Bue Api veniva mantenuto in
vita per quattro anni nel tempio di Vulcano, e dopo questo tempo lo si faceva
annegare nella fonte dei Sacerdoti, e poi se ne cercava un altro simile da
sostituire; ci vale a significare che la prima opera essendosi compiuta nel
fornello Filosofico, occorreva cominciarne la seconda simile alla prima, cosi
come ce lo insegna Moriano nella sua opera; a Intervista con il Re Calid b.
D fornello segreto dei Filosofi il tempio di Vulcano, nel quale era il fuoco
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che lo si manteneva perpetuamente acceso, per indicare che il fuoco Filo
sofico devessere per lai modo alimentato senza alcuna interruzione; e per
questa ragione i Filosofi hanno data il nome di Atkanor al loro fornello segreto.
Si conosce hene che Vulcano non significa altro che il fuoco. Se questo fuoco
per un istante venisse a spegnersi, e la materia ne risenta il mnimo freddo,
tulli i Filosofi affermano concordi che l'Opera sarebbe perduta; e ci pi
chiaramente detto dal Filatele, Baimondo Tallo ed Arnaldo di Villanova,
quali portano l'esempio della chioccia che cova: se le uova si raffreddassero
per un solo istante, il pulcino perir, fa* quattro stagioni dei Filosofi, ed
quattro colori principali elle debbono apparire in ciascuna opera, sono in
dicali dai quattro anni durante i quali si tiene in vita il Bne Api; questi
quattro anni considerati puranco net significato naturale, si riferiscono anche
od un'altra rosa, ma allorch i Filosofi parlano del tempo che dura ciascuna
rfiiftiMiaiii' (o composto Filosofico) per servirmi del termine adoperato da
Monaliti, ne parlano con tanto mistero come usano per tatto il resto, e
quindi non hanno voluto spiegarci perch si annega il Toro nel quinto anno.
Forniremo una qualche delucidazione su tale argomento, quando tratteremo
dei giuochi c delle feste degli Antichi, nel quarto libro di quest'opera.
Come il Toro era il simbolo del Caos Filosofico, similmente anche gli
altri animali simboleggiavano le differenti qualit della materia, come a
dire: la 6iia fissit, volatilit, pesantezza, la Bua virt risolutiva, divorante,
gli svariali suoi calori in relazione ai differenti progressi dell'Opera, le sue
propriet relative agli elementi ed alla natura dei delti animali. Il popolo
vedendo questi animali scolpili o dipinti ed accompagnanti Osiride, Iside,
Tifone ed Oro, in sulle prime cominci ad avere per detti animali un tal
quale rispetto per riflesso di quella devozione ch'essi nutrivano per i pretesi
Dei, ai quali gli animali snccompagnavano. Questa specie di rispetto si for>
tifii sempre pi nel loro animo, col passare del tempo, per tal modo su
bentr la superstizione, e quindi si credette clic questi animali meritassero
un culto particolare cosi come Api aveva il suo. Non vi furono cori pi delle
difficolt, e non si trov stravagante di adorare un Ariele, cosi come si ren
deva un cullo ad un Bue; il Leone valeva beile l'Ariete, e cos anche il
Leone ebbe il suo cullo e cos per gli altri animali, secondo il capriccio del
popolo. Le superstizioni covano di soppiatto, c mettono radici talmente pro
fonde che riesce quasi impossibile poi poterle sradicare e distruggerle. I
Sacerdoti spessissimo non tic vengono a conoscenza se non quando il rimedio
sarebbe capare d'inasprire il male. Il progresso (anche dell'errore) segue
il suo corso, e si rafforza sempre pi. I successori d'Ermete potevano ben
disingannare il popolo d'Egitto da tali errori; c forse senza alcun dubbio
lo trillavano; ne abbiamo una prova nella risposta che il Grande Sacerdote
diede nd Alessandro, e negli insegnamenti ch'essi impartirono ai Greci rd
alle altre Nazioni clic si recarono in Egitto per prendere lezioni: ma era
pur necessario a questi Sacerdoti usare la massima circospezione c prudenza,
poiehi- diriiigannando il popolo perch si ricredesse, correvano il rischio di
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svelare il loro segreto. Se per esempio, spiegando ia spedizione dOsiride,
essi avessero dichiarato che non dovevasi intenderla per una spedizione in
realt; e che i pretesi insegnamenti che impartivano alle diverse Nazioni
soli a maniera di coltivare le terre, di seminarle, e della raccolta dei frutti,
lutto ci dovevasi intendere per la coltivazione di un campo hen differente
da quello delle terre comuni, si sarebbe loro chiesto qual'era questo campo?
I n tal caso, senza violare il loro segreto, avrebbero potuto rispondere che
detto campo era la terra fogliata dei Filosofi, nella.quale gli Adepti dicono
che bisogna seminare il loro oro? Basilio Valentino ne ha fatto l'emblema
della sua ottava chiave. Essi si sarebbero trovati in seguito nella necessit
d dire ci che intendevano per la detta terra fogliata. Perci anche i Greci
osavano tali metafore parlando di Cerere, Trptolemo, Dioniso, ecc.
Questo errore del popolo a riguardo degli animali lo trasport insensi
bilmente a quei culti ridicoli die si rimproverano agli Egiziani. L'ignoranza
fece prendere il simbolo per la realt, e cos di superstizione in superstizione,
derrore in errore, il male and aggravandosi, ed infett tutto; ogni citt
colse loccasione di scegliersi un Dio conforme alla sua fantasia, ne prese
il nome, come se qualche Dio sotto forma dellanimale prescelto ne fosse
stato il sno fondatore. Allora si vide Bubaste cos nomala dal Bue; Leontopoli
dal Leone; Licapoli dal Lnpo, ecc. Strabone parlando del culto che gli
Egiziani rendevano agli animali, dice che i Saiti ed i Tebani adoravano par
ticolarmente il Bue; Latopolitan il Lato ch' nn pesce del Nilo: i Licopoli-
tani il Lupo; gli Ermopolitani il Cinocefalo; i Babilonesi la Balena. Quelli
di Tebe adoravano anche l'Aquila; gli abitanti di Mendes il Caprone e la
Capra; gli Atribiti il Topo ed il Bagno. Parleremo solo di alcuni di queBti
animali, come il Cane, il Lupo, il Gatto, il Caprone, lIcneumone, il Cinoce
falo, il Coccodrillo, l Aquila, lo Sparviero e lI bis: e da questi si potr giu
dirare degli altri.
DEL CANE E DEL LUPO
Questo animale era consacrato a Mercurio a cagione della sua fedelt,
della sua vigilanza e dello sua arrorlezza. Esso era aneltc il carattere geroglifico
di questo Dio, il quale era perci rappresentalo con la testa di cane e lo si
chiamava Anubi, il che ha fatto dire a Virgilio:
a Omnigenumquc Detrai monsira et latrotar Anubis .
Orapotio ci d ona ragione per la quale gii Egiziani prendevano il Cane
per simbolo di Mercurio, e ci riferisce che questo animale guarda fissamente
i simulacri degli Dei, cosa che gli altri animali non fanno; e che il Cane
per gli Egiziani il geroglifico dun Segretario o. Ministro. Per quanto questa
prima ragione sembri non avere un rapporto visibile e palpabile con l Arte
Sacerdotale, anche vero che i Filosofi Ermetici non si esprimerebbero
molto diversamente nel loro stile enigmatico. Concordi affermano che il loro
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Mereiaio il solo che possa agire sui loro metalli ai quali essi danno i
nomi degli Dei o dei Pianeti; che il loro Mercurio un'Aquila che guarda
il Sole fissamente senza batter ciglia e senza resfarne abbagliata; danno al
loro Mercurio il nome di Cane di Cornacene, e Cane cTArmenia. Altre ra-'
gioni riportammo nel capitolo d'Annhi.
H Lnpo avendo molta rassomiglianza con il Cane, dato che, per cos dire,
nn Cane selvaggio, non da meravigliare ch'abbia partecipato agli stessi
onori come quelli tributati al Cane. I noltre il Lnpo aveva nn qnalche rife
rimento con Osiride, poich gli Egiziani pensavano che Osiride avesse preso
la forma di Lnpo per accorrere in soccorso d'Iside e dGro contro Tifone.
Qnesta favola parrebbe ridicola a volerla ritenere storica, ma non Io affatto
nel senso Filosofico, poich i Filosofi Ermetici sotto il nome di Lupo, celano
la loro materia perfezionata ad nn certo grado. Basilio Valentino, nella prima
delle sue 12 Chiavi, dice che occorre prendere un Lnpo rapace ed affamato
che corre nel deserto in cerca contnuamente di che divorare. Chi vorr mettere
attenzione a quanto abbiamo detto nel capitolo d'Osiride, e del combatti
mento dIside contro Tifone, vedr Eacilmente l'analogia che sussiste tra
Osiride ed il Lupo in certe circostanze dell'Opera, ed il perch gli Egizi
divulgavano questa finzione Basta a metterci sulla giusta via, l'osservare che
I Lnpo era consacrato ad Apollo, e ci fece dare a questo Dio il nome di
Apollo Lid o. La Favola diceva anche, secondo quanto ne riportano alcnni
Autori, che Latona per sfuggire alle persecuzioni ed agli effetti della gelosia
di Giunone, s'era trasformata in una Lupa, e, sotto tale forma, aveva messo
al mondo Apollo. E' noto che Osiride ed Oro erano i geroglifici Apollo,
ci che va inteso nel senso del Sole od oro Filosofico, a II nostro Lupo,
scrive Rafis nella sna Epistola, si trova in Oriente, ed il nostro Cane in
Occidente. Essi si mordono l un l'altro, diventano arrabbiati e si uccdono.
Dalla loro corruzione si forma un veleno che in seguito si trasmuta in te
riaca a. L'anonimo Autore delle Rime Alleninone dice cos; a II Filosofo
Alessandro ci riferisce che nn Lnpo ed un Cane sono stati allevati in questa
argilla, ed entrambi hanno cmune origine. Questa origine precisata nella
finzione della spedizione d'Osiride, e nella quale detto che questo Principe
vi si fece accompagnare dai suoi due figli: Anubi sotto forma di Cane, e
Macedone sotto quella di Lupo. Questi due animali dunque rappresentano
geroglificamente due cose evenienti da uno stesso soggetto o da una stessa
sostanza, e delle quali tuna pi trattabile, mentre l'altra pi feroce.
Iside secondo l'iscrizione della sua colonna, confessa chessa quel Cane
brillante fra gli Astri, e che noi chiamiamo: la Cancola.
DEL GATTO OD AELURUS
li Gatto era in grande venerazione presso gli Egiziani, poich era con
sacrato ad Iside. Ordinariamente questo animale veniva rappresentato sulla
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parte superiore del Bistro, strumento rhe lo si vede quasi sempre in mano
a questa Dea. Quando nn Gatto moriva, gli Egiziani lo imbalsamavano, e
con nn gran corteo funebre lo portavano nella citt di Bnbaate, nella quale
laide era in special modo riverita. Sarebbe stato strano che il Gatto non
avesse avuto gli stessi onori che molti altri animali ricevevano da nn popolo
il quale aveva compialo uno studio tanto minuzioso e particolareggiato sulla
natura delle cose e sui rapporti che mantengono o sembrano avere fra di
esse. Dato che Iside il simbolo della Luna, potevasi scegliere un animale
che meglio potesse rapportarsi a questo Astro dato ch' volgarmente notorio
che la pupilla degli occhi del Gatto segue le differenti fasi della Luna tanto
crescente che calante? Gli occhi di questo animale hrillano h1 buio come
nella notte brillano le Stelle del firmamento. Alcuni Autori hanno tentato
penino di persuaderci che la femmina del Gatto mettesse alla luce in un
anno tanti piccoli quanti sono i giorni di im mese lemure. Questi tratti di
rassomiglianza diedero occasione, senza dubbio, a credere che la Luna o
Diana sera occultata sotto la forma duna Gatta, allorquando si mise in
salvo riparando in Egitto assieme con gli altri Dei, per sfuggire alle perse
cuzioni di Tifone. Fefe soror Phaebi, come dice Ovidio nel 1. 5 delle Me
tamorfosi.
Tutti questi tratti di rassomiglianza erano pi che sufficienti per deter
minare gli Egizi ad adottare il Gatto per simbolo della Luna celeste, ma
Sacerdoti i quali possedevano un concetto trascendentale, specificavano que
sto simbolo mediante attributi, il senso misterioso dei quali era noto escln-
sivamente ad essi. Questo Dio Gatto rappresentato, su diversi monumenti,
talvolta avente un ststro in una mano, e recante, come Iside, un vaso ansato
nellaltra; talaltra la s vede seduta, e reca una croce legata ad un cerchio.
Si sa che la croce presso gli Egizi era il simbolo dei quattro clementi. Per
gli altri attributi li abbiamo spiegati nel capitolo diBide.
DEL LEONE
Questanimale occupava uno dei primi posti nel rullo elle gli Egiziani
rendevano agli animali. II I-eone era consideralo come il Re degli animali a
cagione della sua forza, del suo coraggio, e delle altre sue qualit di molto
superiori a quelle delle altre bestie. Il trono di Oro era sostenuto dai leeoni.
Elano dice che gl) Egizi consociarono i Leoni a Vulcano perch questo ani
male di natura ardente e piena di fuoco. Lidea che ci d Ebano di Vul
cano, conferma quella data da noi: a Eos ideo Vulcano consccraul, ( est
airtem Vulcaniti nihil aliud, niii ignea quaedam salii subterranei virtus, et
julgure elucescens) quod sint natura e vehementer ignita, atque ideo exte-
riorem ignem, ob interiori! vehementiam aegerrime intuentur . Questa in
terpretazione di Ebano dimostra abbastanza chiaramente qualera l'idea dei
Sacerdoti dEgitto, nel consacrare il Leone a Vulcano. Tutte le altre spiega
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zioni chio potrei ulteriormente fornire, si riporterebbero perfettamente a
questa, poich abbiamo gi detto che Vulcano era il fuoco Filosofico. I l
Leone stato adottato da quasi tutti i Filosofi per un simbolo dellArte Er
metica. Non v' altro animale che sia mentovato tanto frequentemente nelle
opere che trattano dellArte Sacerdotale, ma sempre nel senso rivelatoci da
Eliauo. Avremo occasione in seguito di riparlarne spesso, ed perci superfluo
dilungarci oltre su tale argomento.
DEL CAPRONE
Tutte le Nazioni sono concordi nel considerare il Caprone quale simbolo
della fecondit, analogo a quello di Pane ch'era il simbolo del principio
fecondante della Natura, vale a dire, il fuoco innato, principio di vita e della
generazione. Per questa ragione gli Egizi avevano consacrato il Caprone ad
Osiride. Eusebio, nella sua De praep. Ev. 1. 2, c. 1, ci riporta un geroglifico
Egiziano e ci riferisce le idee che quel popolo ne aveva, secondo l interpre
tazione chegli ne d ; ma facendo attenzione alla descrizione che ci fa di detto
geroglifico, seguendo il nostro sistema si deve penetrare il significato ascoso
rhe i Sacerdoti vi annettevano, a Quando vogliono simboleggiare la fecondit
della Primavera, e labbondanza della quale questa stagione ne la sorgente,
essi rappresentano un fanciullo seduto sn un caprone e rivolto verso Mercurio o.
Per io, di arcordo con i Sacerdoti vi vedrei piuttosto l analogia del Scie con
Mercurio, e la fecondit, della quale la materia dei Filosofi il principio in
tutti gli esseri; questa materia spirito universale corporificato, principio
di vegetazione, il quale diventa olio nell'ulivo, vino nell'uva, gomma, resina
negli alberi, ece. Se il Sole con il suo calore un principio di vegetazione,
ci si compie perch esso eccita il fuoco assopito nei semi, nei quali il fuoco
innato permane quasi come stremenzito sino a quando non sia risvegliato
ed animato da un agente esteriore. Ci si verifica anche nelle operazioni
dellArte Ermetica, nella quale il Mercnrio Filosofico lavora con la sua azione
sulla materia fissa, in dove questo fnoco innato trovasi come fosse impri
gionato; il Mercurio Filosofico d sviluppo a detto fuoco innato liberandolo
dai legami e lo mette in istato dagire per condurre l Opera alla perfezione.
Ci simboleggia il fanciullo seduto sul Caprone e con la faccia rivolta verso
Mercurio. Osiride, simboleggiando questo fuoco innato, non differisce da Pane,
c perci il Caprone era consacrato ad entrambi questi Dei, e per la stessa
ragione era uno degli attributi di Bacco.
DELLICHNEUMON 0 TOPO DI FARAONE
E DEL COCCODRILLO
LIcneumone veniva considerato come il nemico giurato del Coccodrillo,
ma non potendo vincere con la forza il suo nemico, dato ehesso una specie
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di Ratto, impiegava in ci ]a sua sagacia. Quando il Coccodrillo donne, l Icneu
mone gli sinsinna, diceai, nella gola spalancata, discende nelle visceri e li
rode. Qualcosa d presso a poco simile si verfica nelle operazioni dell'Opera.
Dapprima il fisso parrebbe una parte di quusi nessun valore, o per meglio dire
il fuoco chesso fisso rinchiude pare non abbia alcuna forza; e per molto
tempo sembra dominato dal volatile, ma a misura cbesso si sviluppa, vi si
Insinua in modo tale che infine prende il sopravvento ed uccide la parte
volatile, vale a dire la rende fissa come lui. Abbiamo gi detto del Cocco
drillo nel capitolo dAnubi, ma aggiungeremo qui qualche parola.
I l Coccodrillo era un geroglifico naturale della materia Filosofica composta
dacqua e di terra, quali elementi sono simboleggiati dalia natura anfibia di
questo animale; perci lo si trova spesso che accompagna le figurazioni dO-
siride e dIside. Eusebio riferisce che gli Egizi rappresentavano il Sole quale
Pilota in una nave trascinata da un Coccodrillo per significare il movimento
del Sole nellumido; piuttosto pei essere pi precisi tale geroglifico significava
che la materia dellArte Ermetica il principio o la base delloro o Sole
Filosofino; l acqua nella quale nuota il Coccodrillo questo Mercurio o della
materia ridotta in acqua; la nave simboleggia il vaso della Natura nel quale
il Sole o il principio igneo e solforoso analogicamente funziona quale Pilota,
poich esso che conduce l Opera mediante la su b azione snllumido o
mercurio. D Coccodrillo era anche il geroglifico dellEgiUo stesso, e special
mente del Basso Egitto quale regione maremmana.
DEL CINOCEFALO
Tra geroglifici Egizi nessun altro tanto frequentemente rappresentalo
come il Cinocefalo, dato chera propriamente la figura d'Anubi o di Mercurio;
perch questanimale ha il corpo quasi simile a quello delluomo e la testa
rimile a quella del cane. S. Agostino nel 1. 2 della Citt di Dio, cap. 14, ne fa
menzione e Tommaso di Valois avanza che 5. Agostino intendeva parlarci
di Mercnrio o d'Ermctc Egizio accomando al Cinocefalo. Isidoro afferma
ch'Ermete aveva una testa d cane, e Virgilio, Ovidio, Properzio, Prudenzio,
A miniano Io chiamano abbaiatore. Gii Egizi avevano rilevato parecchi rap
porti fra il Cinocefala ed il Sole e la Luna, e perci essi lo adoperavano
sovente qnale simbolo d questi due Astri, stando a quanto ce ne riferisce
Orapollo. Questo animale orinava una volta ogni ora del giorno e delia
notte nel tempo degli equinozi. Diventava triste e malinconico durante i primi
due o tre giorni della Luna, che in quel breve periodo si nasconde alla nostra
vista, e la piangeva come se la Lana ci fosse stata rapita. Gli Egiziani cre
dendo anche che il Cinocefalo aveva indicato ad Iside il corpo dOsiride eh'essa
cercava, mettevano spesso questo animale in compagnia di questo Dio e di
questa Dea. Ma tutte queste ragioni sono semplicemente allegoriche, il vero
di tnllo ci si che il Cinocefalo era il geroglifico d Mercurio e del Mercurio
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Filosofico, 9 quale deve sempre accompagnare Iside in qualit di sno Mi
nistro, poich come dicemmo nei capitoli di dette Deit, senza il mercurio
Iside ed Osiride nulla possono {are nellOpera. Ermete o Mercurio il Filosofo
avendo dato occasione con U proprio nome di confonderlo con il mercurio
Filosofico, e del quale lo si suppone linventore, non da meravigliare che
gli Egiziani e gli Autori che non ne erano edotti, abbiano confuso la cosa
inventata con il suo inventore, dato che portavano lo stesso nome, e che
anche abbiano scambiato 0 geroglifico delluno con quello dellaltro. Allor
quando il Cinocefalo rappresentato con il caduceo, con qualche vaso, op
pure con un crescente lunare, o con un fiore di loto, o con qualcosa dac
quatico o volatile, in tal caso il geroglifico del mercurio dei Filosofi; mar
quando lo si vede con una canna, od un rotolo di scritture, allora rappre
senta l Ermete che lo si vuole inventore della scrittura r delle scienze, oppure
il Segretario e Consigliere dIside. Lidea di prendere questo animale quale
simbolo d'Ermete, nata dalla credenza che gli Egiziani avevano rlie il
Cinocefalo, di natura, sapesse scrivere le lettere in uso nellEgitto, tanto
vero che allorquando si portava un Cinocefalo ai Sacerdoti, per farlo allevare. -
e nutrirlo assieme agli altri animali nel Tempio, gli presentavano un pezzo
di canna o di giunco atto a tracciare i caratteri della scrittura, con dellin
chiostro e del papiro per vedere se detto animale era della razza di quelli
che conoscevano la scrittura, e che sapevano scrvere. Orapollo fa menzione
di tale usanza nel 14. capitolo del primo libro della sua interpretazione dei
Geroglifici Egizi, e dice che per tale ragione il Cinocefalo era consacrato
ad Ermete.
DELLARIETE
Dato che si riteneva la natura dellAriete come calda ed umida, e quindi
rispondente perfettamente a quella del mercurio Filosofico, gli Egiziani non
tralasciarono dallannoverare questo animale fra i principali loro geroglifici.
Essi divulgarono poi la favola della fuga degli Dei in Egitto, dove Giove dia*
sero che sera nascosto sotto la forma dun Ariete, e di conseguenza avendo
rappresentato questo Dio con la testa di detto animale, gli diedero il nome
d.-fmun o Ammano.
a Duxque gregis, dixit, fit Jupiter. iinde recarvi* .
Nunc quoque formatU3 Lybis est cum comibus Amman s.
(Ovidio, Metamorfosi. I. 5)
Tutte le altre favole che gli Antichi hanno divulgate su tale soggetto, non
meritano di essere accolte. Una fra tntte sar sufficiente per far vedere che
effettivamente esse furono inventate per indicare il mercurio dei Filosofi.
Bacco, dicesi, trovandosi nella Libia con la sua armata si trov estremamente
tribolato dalla sete ed invoc Giove per avere un ainto contro un male rosi
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incubante. Giove gli apparve sotto la (arma d'nn Ariele e lo guida attraversa
il deserto ad una fontana ove Bacco si disset, ed in quel luogo, in memoria
di questo avvenimento, venne edificalo un Tempio in onore di Giove, sotto
il nome di Giove Amatone, e questo Dio venne rappresentato con una testa
di Ariele. Ci che conferma il mio modo di vedere, si che questa animale
era un simbolo d Mercurio, come ne informa Pausatila in Corinto. L'Ariete
apparve a Bacco nella Libia, dappoich la Libia significa una pietra donde
sgorga dellacqua, da ),iti> che deriva da che significa: io distillo; cd
il mercurio, la natura del quale calda ed umida, non si forma che mediante
la risoluzione in acqua della materia Filosofica, aCercate, dire il Cosmo
polita, una materia dalla quale possiate tirare un'acqua che possa dissolvere
'oro senza violenza e senza corrosione, ma naturalmente. Quest'acqua il
nostro mercurio che noi tiriamo per mezzo della nostra calamita (fr. aimant)
che risiede nel ventre dellAriete. Erodoto riferisce che Giove apparve ad
Ercole sotto la stessa forma, ed per questo clic lAriete venne consacrato
al padre degli Dei e degli uomini che lo si rappresenta con una testa dAriete.
Qnesta favore che Giove accord alle insistenti preghiere di Ercole, caratte
rizza precisamente il violento desiderio che hanno tutti gli Artisti Ermrtiri
di vedere il Giove Filosofico, il quale non pu mostrarsi che nella Libia, ci
vaie a dire; quando la materia passata per la dissoluzione, poich solo allora
essi ottengono quel mercurio per il quale hanno tanto sospiralo. Nel quinto
libro noi forniremo le prove come Ercole, tanto in Egitto quanto nella Grecia,
fu consideralo sempre come il simbolo dell'Artista o Filosofo Ermetico,
L'allegoria della fontana stata impiegata da molti Adepti, ma in particolare
dal Trevisano, e da bramo Giudeo, nelle fignre geroglifiche riportale da
Nicola Finnici. Torneremo a parlare dellAriete allorquando spiegheremo la
favola del Tason doro. L'Ariete era uno vittima clic lo si sacrificava a quasi
tutti gii Dei, poich il Mercurio, dei quale questo animale ne era il imholo,
li accompagna tutti nelle operazioni dell'Arte Sacerdotale; ma si diceva pure
che Mercurio per quanto Messaggero degli Dei, lo era pi specialmente di
Giove, e particolarmente per i messaggi gal; mentre I ride io era per gli
affari tristi, per le guerre, i combattimenti, ecc. La ragione di ci ben
naturale per un Filosofo, il quale conosce che per I ride devesi intendere
i vari color dell'arcobaleno, i quali si manifestano sulla materia durante la
dissoluzione della materia stessa nel qual tempo avviene il rombali mento
del fisso con ) volatile.
DELLAQUILA E DELLO SPARVIERO
Questi due uccelli, per la loro natura hanno parecchie caratteristiche
comuni; l'uno c l'altro sono forti, arditi, intraprendenti; di temperamento
caldo, igneo, bollente; c le ragioni che, secondo Oro, avevano determinalo
gli Egizi ad inserire io Sparviero fra i loro geroglifici, confrontavano heuis-
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siili con quelli' rlu' liim:iu deciso i Filosofi ad adottare il nome di questo uc-
eello |ier la loro materia pervenuta ad un eerto rado di perfezione cd in
dove essa arquista tuta inneit la quale ne eostituisee la particolare caratteri-
stira, voglio dire nllnii unndo la materia e' trasmutata in zolfo Filosofico,
od in tale suo stato elio Raimondo t.ullo la chiam : il nostro S fair fiero,
n la prima materia fissa dei due grandi luminari.
I.*Aquila il Re degli uccelli; ed consacrato a Giove, perch fu di fe
lice presagio per questo Dio. ullorquaiito ehbc a combattere contro suo padre
Saturno, e che I' Vqttila forni le armi allo stesso Giove nella vittoriosa lotta
che questo Dio sostenne contro i Titani, ecc. I l carro di Giove tirato do due
Aquile: c le figurazioni di Giove sono quasi sempre accompagnale da questo
uccello. Anche ad avere una limitata lettura delle opere dei Filosofi Erme
tici. pur nolo il concetto di coloro che hanno inventato dette fiuzioui. Tutti
chiamano Aquila il loro mercurio, n la parte volatile della materia. E* il
nome pi comunemente da essi usato in ogni tempo. Gli Adepti di tutte le
Nazioni sono concordi in ci: e per tulli loro il Leone simboleggia la parte
lissu. e 1* Vqtiiln In parte volnlile. F.-si non parlano se non delle lotte fra que
sti due animali: ed quindi superfluo riportarne i lesti, poich reputo rivol
germi a persone che li abbiano almeno letti.
Si supposto con ragione clic l'Aquila fu di buon augurio a Giove, poich
la materia si volatilizza nel moment nel quale Giove riporta la vittoria su
Sai urli, vale a dire allorch il color grigio subentra al nero. LAquila, per
In sica ragione, fornisce le armi a questo Di nella lolla contro i Titani
e ne forniremo le prove nel terzo libro al capitolo di Giove. Per lo stesso
lulivo si afferma clic il carro di questo Dio sia tirato da due Aquile.
Ma perch si rappresentava Osiride oli tuia tosta di Sparviero? Per coloro
clic hanno messo attenzione a tutto quanto abbiamo detto ili questo Dio,
facilmente l'indovineranno. I.o Sparviero un uccello che affronta tutti gli
altri, e li divora, e li trasforma nella propria natura, assimilandoli con la
digestione e formandone sua sostanza. Osiride un principio igneo e fisso,
il quale fissa le parti volatili della materia simboleggiate dagli uccelli. I l
lesti>di Raimondo Lullo, da tue citato, fornisce la prova della verit della
mia interpretazione. Ho dello anche che Osiride simboleggiava: l'oro, il
Sole, lo zolfo dei Filosofi, ed anche lo Sparviero il simbolo del Sole. Omero
lo chiama il Messaggero di Apollo, quando racconta nell'Odissea che Tele
maro in procinto di ritornare ad Itaca scorse uno Sparviero che divorava una
colomba, dal che egli congettur clic avrebbe vinto i suoi rivali. Gli Egizi
fornivano parecchie ragioni per giustificare il culto reso a quest'uccello e
fra le altre, che esso era venuto a Tebe da ignota regione, e ri aveva recato
per i Sacerdoti un libro scritto in lettere rosse, e nel quale erano contenute
tulle le cerimonie del loro culto religioso.
Non credo che vi sia qualcuno il quale noti veda quanto sia favoloso un
tale racconto, ma bisogner anche ammettere che non sia stato inventato
senza uua ragione. Certamente si ohbietter che i Sacerdoti divulgavano una
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cimile favola per incutere maggior rispetto al popolo, facendogli credere che
un qualche Dio aveva inviato detto nccello con quel preciso mandato. Ma in
tal caso, i Sacerdoti si sarebbero trovati in contraddirtene con loro stessi,
poich dichiaravano contemporaneamente al popolo che Ermete ed Iside
erano stati gl'inventori e gl'istitutori del colto c delle cerimonie che erano
osservate. Si sarebbe quindi verificato effettivamente una contraddizione,
per per i Sacerdoti che ne conoscevano il fondamento, cos non era e lutto
concordava perfettamente. I nfatti, il preteso libro era scritto con lettere rosse
poich il Magistero Filosofico, l'Elisir perfetto dellArte Sacerdotale,-o l A
pollo dei Filosofi rosso, e d'un rosso simile al papavero campestre. Le
cerimonie del loro culto vi erano anche codificale, poich costituivano unal
legoria delle operazioni e di tutto quanto si svolge dal comincili mento del
l Opera sino alla sua perfezione, dnranle il qua) tempo lo Sparviero appare;
ed ecco perch si diceva che qnesl'ticcello aveva apportato detto libro. Co
testa la finzione ; ma Ermete dallaltro canta aveva istituito dette cerimonie,
ed aveva stabilito anche un Sacerdozio al quale aveva confidato il sno segreto
per farlo osservare, e ci costituisce il vero. Tn questa istituzione Iside c'en
trava perch effettivamente vi aveva preso buona parte, essendone l'oggetto,
c come materia vi aveva dato luogo. Gli Scribi del Tempio, a detta di Diodoro
portavano un copricapo rosso con unaia di Sparviero, e ci si spiega per le
ragioni innanzi dette.
Sembra che vi sia un'altra contraddizione in ci che vengo dicendo, in
conformit pertanto a quello che dicevano gli Egiziani. Osiride ed Oro non
erano la medesima persona, poich l uno era il padre e l altro il figlio. Si
conviene intanto nel ritenere che l'uno e laltro era il simbolo del Sole o
dApollo. Orbene, io domando ai Mitologi come mai, seguendo i loro diffe
renti sistemi, essi potranno risolvere questa difficolt. Due persone differenti,
due I te elle hanno regnato successivamente, anzi fra la loro epoca di regno
vi fu quella nella quale regn Iside, come mai - possono essere ritenute per
una medesima persona? Anche lo storia favolosa del regno del Sole in Egitto,
non ci dice elle il Sole fibbia regnato dne volte. La storia ci apprende che
Osiride mori a cagione della perfidia e dello stratagemma delittuoso di
Tifone, ma essa non ci dice die Osiride risuscit. Nullamo Osiride era lo
stesso elio il Sole, Oro lo stesso che Apollo, ed il Sole non differisce da
Apollo. Quindi non vedo in qual modo i nostri Mitologi potrebbero cavarsi
fuori da tale labirinto. Ci che prova invece ben chiaramente la verit del
mio sistema, si c che seguendolo, si costretti a riconoscere che gli Egizi
non potevano combinare questa storia in nessun'altra diversa maniera senza
allontanarsi dalla verit, e voglio dire, senza cambiare lordine di ci che
accade successivamente nello sviluppo dellOpera. In effetti vi sono due ope
razioni, o se si vuole dne Opere che s seguono immediatamente. Nella prima,
dice dEspagnet, nel suo Can. 121, si crea lo zolfo, e nella seconda si fa
l Elisire. Lo zolfo l oro vivo dei Filosofi, il loro Sole o Osiride. Nella
seconda Opera necessita far morire Osiride mediante la dissoluzione e la
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putrefazione, dopo di che regna laide o la Luna, vale a dire il color hinnco
chiamato Luna dai Filosofi. Questo colore scompare per dar posto al giallo
rad eranato e in tal punto laide che muore ed lavvento del regno di Oro
o l Apollo dellArte Ermetica. E inutile dilungarsi su tale argomento che
abbiamo abbastanza lungamente spiegato tanto nel Trattato dellArte, romc
pure nei capitoli di qnesto libro, nei quali abbiamo parlata di queste Ufili.
DELLIBIS
Erodoto riferisce che in Egitto vi sano due specie d'ibis: l una tutta nera
che lolla contro i serpenti alati impedendo loro l enlrata nel paese, allor
quando iu primavera vengono a stuoli dallArabia, ed un'altra specie ch
nera e bianca. Ed questa seconda specie bianco e nera che si prende quale
simbolo dIside. Erodoto non afferma di aver visto con i propri ocrlii questi.
serpenti alati, ma dei monticelli o cumuli di scheletri di serpenti. Quindi
egli ci riferisce che detti rettili sono alati solo per sentito dire. Nel fallo,
parebbe che la cosa non fosse reale per quanto riflette detta circostanza: ma
se trattasi di una allegoria tale circostanza sarebbe giustificata. Elinno, Plu
tarco, Orapollo, Abenefi, Platone, Cicerone, Pomponio Mela, Diodoro Siculo
e tanti altri Autori parlano dellIbis, e riferiscono i rapporti di quest'animale
con la Luna e con Mercurio, sicch inutile fornire altre prove.
I grandi servigi che questuccella rendeva a tutto l Egitto, sia uccidendo
i serpenti dei quali abbiamo detto, sia rompendo le uova dei coccodrilli,
erano ben adatti per determinare gli Egiziani a rendergli quegli stessi onori
ebe tributavano agli altri animali. Ma ben altre ragioni essi avevano per
inserirlo nel novero dei loro geroglifici. Mercurio scappando innanzi a Tifone
prese la forma dun I bis: quindi, secando interpreta Abenefi, sotto tale forma
Ermete vegliava alla conservazione degli Egiziani e li istruiva in tutte le
scienze. Essi rilevavano anche nel suo colore, nel suo temperamento e nelle
sue azioni molte analogie con la Luqa, della quale Iside ite era il simbolo.
Ecco perch essi davano a questa Dea una testa dibis, e perch contempo
raneamente detta testa d'ibis era anche consacrala a Mercurio. Perch no-
tavas tra Iside e Mercurio una cos grande analogia, ed un rapporto tanto
intimo, che non li separavano quasi mai; perci s supponeva chErmete
era il Consigliere di questa Principessa, e chentrambi agissero sempre dac
cordo: ci a giusta ragione, poich la Luna ed il Mercurio Filosofico, in
alcuni casi sono una medesima cosa, ed i Filosofi li nominano indifferente
mente l un per l altro, a Colui che dicesse che la Luna dei Filosofi o, ci che
lo stesso, il loro Mercurio il Mercurio volgare, vorrebbe ingannare con
conoscenza di causa, dice d'Espaguel nei Canoni 24 e 44, oppure inganne
rebbe se stesso. Quelli che stabiliscono per materia della pietra lo zolfo ed
il mercurio, intendono l oro e largento volgare per lo zolfo, ma per il mer
curio intendono ia Luna dei Filosofi a.
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A cagione dei colori bianco e nero lIbis aveva con la Luna quella stessa
analogia che vigeva per il Bne Api, e per qnesto, tale uccello diventava il
simbolo della materia dell'Arte Sacerdotale. LIbis tutto nero che assaliva
ed uccdeva i serpi alati, indica la lotta che si svolge fra le parti della materia
durante la dissoluzione; e la morte di detti serpi significa la putrefazione che
segue alla dissoluzione, e durante detta putrefazione la materia diventa nera.
A tale riguardo il Flamel ha fnto la lotta fra due Draghi dei quali l uno
alato e l'altro senz'ali, e dalla quale lotta ne risulta poi il mercurio. Altri
Autori hanno adoperato allegorie simili. Compiutasi la putrefazione la ma*
feria diventa in parte nera, ed in parte bianca, e durante questo stato si
frma il mercurio, ed questa la seconda specie dibis, e di cui Mercurio ne
assunse la forma.
Queste sono le ragioni semplici e naturali che i Sacerdoti Egizi posse*
devano a giustifica della introduzione degli animali nel loro culto sotto par
venza di Religione, e nei loro geroglifici. Essi inventarono altres una quantit
daltre figure quali quelle che si vedono sulle Piramidi e sugli altri monu
menti dEgitto. Ma tutti quei caratteri o simboli avevano certamente un
rapporto pi o meno stretto in attinenza ai misteri dellArte Ermetica. Sar
vano ogni pi sviluppato commento per spiegare tali geroglifici, le quante
volte non si segua il senso della Chimica Filosofica. Tutte le volte che per
base delle spiegazioni non si avranno Vulcano e Mercurio, ci si trover sempre
di fronte a delle difficolt insormontabili, e quandanche a forza di torturare
il proprio cervello si riesca a cavarne delle spiegazioni che abbiano la veste
di una tal quale verosimiglianza, ed in questo imitando Plutarco, Diodoro e
gli altri Greci antichi e moderni, pure si dovr constatare che dette spiega
zioni girano al largo della cosa in bc, che sono stiracchiate, e che non sod
disfano affatto. Si terr sempre innanzi agli occhi Arpocrate col dito sulle
labbra, il quale ci ammonir sempre che tutto questo culto, queste cerimonie,
questi geroglifici nascondono dei misteri, che non permesso a tutti di ap
profondire, che bisognava meditarli nel silenzio, che il popolo non ne era
edotto, e che non venivano svelati neppure a quelli che i Sacerdoti erano
persuasi fossero stati spinti, a recarsi in Egitto, dalla semplice curiosit.
E gli Storici fan parte di questa categoria di curiosi, e quindi non bisogna
prestar maggior fede alle interpretazioni che ci danno, di quanto non se ne
debba prestare alle interpetrazioni fomite dal volgo Egiziano, il quale ren*
deva gli onori del colto agli animali perch gli era stato detto che gli Dei
ne avevano assunti gli aspetti:
r Huc quoque ter ri gena m venisse Typhoea narrai.
Et se mentiti: superos celasse figuris.
Duxqtie gregis, dixit, fit Jupiter, linde recurvis
Nunc quoque formatili Libys est eum comibus Ammon,
Delius in corvo est, proles Semelcia capro,
Fele soror Phoebi, nivea Saturnia vacca,
Pisce Venus latuit, Cyllenius Ibidis alis.
(Ovidio, Metani. 1. 5)
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DEL LOTO E DELLA FAVA DEGITTO
D Loto una specie di giglio che cresce in abbondanza dopo linondazione
del Nilo. Gli Egiziani, dopo averlo tagliato, lo facevano seccare al Sole, e da
una parte di detta pianta, che assomiglia al papavero, ne facevano del pane.
La sua radice tonda, della grossezza dun pomo, ed gustosissima a
mangiare.
Erodoto riferisce che il frutto del Loto rassomiglia a quello della lenticchia
ed tanto gradevole al gusto quanto quello della palma. I Lotofagi, cos
chiamati perch da detta pianta ne ricavavano tutto il loro nutrimeuto, ne
facevano anche del vino. Gli Egizi, come ci riferisce Plutarco, dipingevano
il Sole sorgente da un fiore di Loto, non perch credevano che fosse nato
in tal modo, ma perch essi amano rappresentare allegoricamente la massima
parte delle cose.
Sui monumenti Egiziani si vedono rappresentati soltanto il frutto ed il
fiore del Loto; ma anche la foglia ebbe un posto tra i geroglifici poich per
la sua forma rotonda c per le sue fibre le quali da un piccolo cerchio centrale
sirradiano in ogni direzione come i raggi in una circonferenza, essa rap
presenta in qualche modo il Sole. I l fiore aperto presenta presso a poco lo
stesso aspetto. Ma di tutte le altre parti della pianta, questo fiore quello
che si riscontra pi frequentemente sulla testa dIside, dOsiride e degli
stessi Sacerdoti clicrano preposti al culto di queste Divinit. Gli Egizi
credevano che il Loto aveva un rapporto con il Sole, dato che al sorgere
di questAstro il suo fiore si sollevava alla superficie dellacqua, mentre al
tramonto vi si sommergeva, ma non era questo solo che ne lo aveva fatto
consacrare. Se gli Archeologi avessero potuto distinguere, o se almeno aves
sero avuto l attenzione desaminare qualera il colore dei fiori che si mette
vano sulla testa dOsiride, e di quelli che si mettevano su quella d'Iside,
avrebbero certamente notato che il fiore incarnato della fava dEgitto non
lo si riscontra giammai su quella dIside lattributo della quale Dea era esclu
sivamente il fiore bianco del Loto, mentre quello incarnato della fava d'Egitto
era lo specifico attributo dOsiride.
La completa rassomiglianza di queste due piante ha impedito di supporre
che un mistero regolava la loro scelta, e di rilevare delta differenza.
Glinventori dei geroglifici non ne prescelsero nessuno che non avesse un
rapporto con la cosa significata. Plutarco lo ha intravisto nel colore del
frutto di queste piante delle quali stiamo dicendo, frutto che ha la forma
duna coppa da ciborio, e donde prendeva il suo nome presso i Greci.
Vedendo un fanciullo rappresentato seduto su questo frutto, Plutarco ha
detto che detto fanciullo simboleggiava il crepuscolo, con rapporto alla ras
somiglianza del colore di questo bel momento del giorno con quello di
questo frutto. Quindi era ben opportuno di fare attenzione anche ai colori
di questi attributi per poterne dare delle spiegazioni giuste, e conformi alle
- I H -
idee di coloro che detti attributi istituirono. Sin qui abbiamo notato che il
color giallo ed il rosso erano particolari di Oro ed Osiride, mentre il color
bianco Io era dI side; e ci perch i due primi sono i colori del Sole, ed il
bianco quello della Luna, cos pure nel sistema Ermetico. E dunque vero
simile che gli Egizi impiegarono il Loto e la Fava d'Egitto nei loro geroglifici
a causa dei differenti loro colori, diversamente, dato che per tutto il resto
erano piante del tutto simili, una di esse sarebbe stata sufficiente nell'impiego
analogico. La massima parte di quei vasi che sulla coppa recano un fan
ciullo seduto, rappresentano il frutto del Loto.
DELLA COLOCASIA
La Colocasia orni specie di Arum o di piede di bue, che cresce nei
luoghi acquatici. Ha foglie grandi, nervose al disotto, legate a dei peduncoli
lunghi e grossi, il suo fiore &del genere di quelli del pi di bue, fatti a forma
doreeebie dasino o di cartoccio nel quale trovasi il frutto composto di diverse
bacche rosse, disposte a nio di grappolo lungo una specie di pestello che
seleva dal fondo del fiore. Gli Arabi ne commerciano su vasta scala la sua
radice che buona da mangiare.
Si ritrova questo fiore emblematizzato sulla testa di molte Divinit, ma
pi sovente su quella dArpocrate; non perch questo fiore sia, come alcuni
ritengono, il simbolo della fecondit, ma perch il color rosso dei suoi frutti
simboleggiava l Oro Ermetico, e con il quale Arpocrate spesso veniva con
fuso. dato che qnesto Dio del Silenzio fu inventato per ammonire il silenzio
che si doveva mantenere a riguardo del detto Oro.
DELLA PERSEA
E* un albero che cresce nei dintorni del gran Cairo. Le sue foglie sono
molto simili a quelle del lauro, ma pi grandi. I l suo frutto ha l apparenza
d'una pera e rinchiude un nocciuolo che ha il sapore della castagna. La
bellezza di quest'albero sempre verde, la rassomiglianza della sua foglia ad
una lingua umana, e la forma di cuore che ha il suo nocciuolo, l avevano
falla consacrare al Dio del Silenzio e sulla testa del quale la si trovava con
maggiore frequenza clic su quella di nessnnaltra Divinit. I l frutto lo si
trova riprodotto talvolta intero talaltra spaccato per farne vedere la man
dorla. ma sempre per simboleggiare die necessita saper raffrenare la lingua,
c custodire nel cuore il segreto dei misteri dIside, d'Osiride e delle altre
Divinit auree dellEgitto. Ed per questa ragione che lo si trova sulla
testa dArpocrate radiante, oppure poggiato su un crescente.
- 1 1 2 -
DELLA MUSA OD AMUSA
Alcuni Botanici e parecchi Storici l'hanno qualificata un albero sebbene
questa pianta non abbia rami. D suo tronco, ordinariamente grosso quanto
la coscia dun uomo, spugnoso ed ricoperto da parecchie scorze o lamine
scagliose disposte a squame le une sulle altre, le sue foglie sono larghe,
ottuse, e la loro lunghezza sorpassa talvolta sette code. Queste foglie sono
attaccate al fusto mediante una costa grossa e larga che risiede nel centro
di tutta la sua lunghezza; alla sommit del fusto nascono dei fiori rossi o
giallastri. I frutti che ne derivano sono di gradevole sapore, e molto rasso
migliano ad un popone giallo. La sua radice sviluppata, grossa, nera al
difuori e bianca al didentro e carnosa. Facendo delle incisioni sulla radice
vien fuori un succo bianco che poi diventa rosso.
Molti Archeologi vedono nella sola bellezza di questa pianta la ragione
capace daver determinato gli Egizi a consacrarla alle Divinit locali della
contrada nella quale detta pianta cresceva in maggior abbondanza; ma poich
da ricordare che presso questo popolo tutto era mistero, dato eh'esso la
impiegava fra i suoi geroglifici, bisogna ammettere scnzalcun dubbio che a
questa pianta vi si annetteva una qualche particolare idea, che la si deduceva
da una qualche analogia riscontrata tra questa pianta e dette Divinit. I
pennacchi dOsiride e dei Sacerdoti, quelli dIside nei quali talvolta si tro
vano delle foglie di Musa, il frutto sezionato che si mostra fra le due foglie
che formano il pennacchio, ed infine Iside che offre il fusto fiorito di detta
pianta al suo sposo, sono tutte cose che la Tavola Isiaca ci sottopone ripetu
tamente ai nostri occhi; e perci, si potr mai ammettere che la sola bellezza
di detta pianta ne sia il motivo? Non forse pi naturale pensare che un
popolo tanto misterioso lo facesse avendo di mira nn'altro obbietto? Poteva
darsi che l sotto si nascondesse un mistero, ed effettivamente vi era; ma
un mistero facilissimo a svelare per colui che abbia fatto delle riflessioni
bu quanto abbiamo detto, e vi vedr facilmente nella descrizione di questa
pianta i quattro colori principali della Grande Opera.
D nero si trova nella radice, cos come il color nero la radice, la base
o la chiave dell'Opera; se si asporta detta scorza nera, si scopre il bianco, ed
anche la polpa del frutto di quest'ultimo colore; i fiori che Iside presenta
ad Osiride sono gialli e rossi, e la peluria del frutto dorata. La Luna dei
Filosofi la materia pervenuta al bianco; i colori giallo zafferanato ed il
rosso, i quali succedono al bianco, sono il Sole o l Osiride dell'Arte, e perci
si ha ragione di rappresentare Iside nello atteggiamento doffrire un fiore
rosso ad Osiride. Infine, ai pu constatare che tutti gli attributi di Osiride
partecipano in tutto od iu parte del color rosso o del giallo o del colore dello
zafferano, mentre quelli dIside del nero o del bianco presi separatamente,
oppure mischiati, e questo perch i monumenti Egizi ci rappresentano que
ste Divinit, a seconda dei diversi stati nei quali si trova la materia dell'Opera
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dorante il corso delle operazioni. Si possono, quindi, trovare degli Osiride
di tutti i colori; ma allora necessario fare attenzione agli attributi che
l accompagnano. Se l'Autore del monumento era al corrente dei misteri
dEgitto, ed abbia voluto rappresentarci Osiride nella sua gloria, in tal
caso gli avr fornito degli attributi di color rosso od almeno di color di
zafferano; in una rappresentazione della spedizione di questo Dio alle Indie,
gli attributi saranno variegati di diversi colori, e ci similmente simboleg
giato dalle tigri e dai leopardi che accompagnavano Bacco; se si vuole
rappresentare Osiride in Etiopia, o morto, i colori impiegati saranno o il
nero od il violetto; ma giammai vi si trover del bianco puro privo della
mescolanza con altri colori, cos come, non si trover mai una Iside con un
attributo puramente rosso. Sarebbe augurabile quando si rinviene un qualche
antico monumento colorato, di raccomandare allo Stampatore di riprodurlo
in tutti i dettagli che vi si riscontrano, oppure che colui che ne fornisce la
descrizione al pubblico, abbia l attenzione dindicarne esattamente i colori.
L'esattezza della riproduzione di detti monumenti ha grandi conseguenze
specialmente in riguardo agli attributi.
I Greci ed i Romani i quali ritenevano come barbaro tutto quanto non
aveva avuto origine sotto il cielo di Roma o di Atene, eccettuavano gli Egizi
da una.tanto ingiusta imputazione, ed i migliori loro Autori, lungi dallimi-
tare Giovenale, Virgilio, Marziale e sopratutto Luciano, i quali sciorinavano
i pi acnti motteggi contro le superstizioni degli Egiziani, li colmavano di
elogi per la loro civilt e per il loro sapere. Detti Autori riconoscevano che
i loro grandi uomini vi avevano attinto .tutte le pi belle conoscenze delle
pioli dipoi ornarono le proprie opere. Se in modo assoluto non si pu giu
stificare il popolo dEgitto circa le assurdit ed il ridicolo del culto che ren
deva agli animali, non dobbiamo per attribuire ai Sacerdoti ed ai Sapienti
di quel paese gli eccessi dei piali la loro Saggezza e le loro conoscenze ne li
rendeva incapaci. Le tradizioni si materializzano e quindi soscurano a misura
che sallontanano dalla loro sorgente. I geroglifici tanto numerosi possono es
sere stati interpretati, in prosieguo di tempo, da persone le quali erano poco
o per nullaffatto istruiti del loro vero significato. Gli Autori che quindi li
hanno attinti da piest fonte impura non hanno potuto convogliarla sino a
noi diversamente da come la ricevettero, e forse ancora maggiormente alte
rata. Parrebbe altres che Erodoto, Diodoro Siculo, Plutarco, ed altri ancora
cerchino di scusare gli Egizi, apportando delle ragioni verosimili per il culto
che rendevano agli animali. Detti Autori riferiscono che gli Egizi adoravano
in detti animali la Divinit gli attributi della quale si manifestavano in ogni
animale, cos come il Sole si manifesta in una goccia dacqua colpita dai raggi
dello stesso. Del resto ben certo che ogni culto non un culto religioso, ed
ancor meno una vera adorazione; ed anche tutto ci che trova posto nei
Templi, sebbene esposto quale oggetto di pubblica venerazione, non seleva
al rango degli Dei. Perci gli Storici hanno potuto ingannarsi ed errare nei
racconti chhanno fatto degli Dei dEgitto, anche per quanto riflette il culto
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popolare, e quindi, a pi forte ragione per tatto quanto rigoardava il culto
praticato dai Sacerdoti e dai Filosofi, e dei quali gli Storici ne ignoravano
i misteri.
lai scrittura simbolica nota sotto il nome di geroglifica, non impediva n
si opponeva al progetto che gli Egizi avevano formulato di tramandare le
toro conoscenze alla posterit, ma delti geroglifici furono nn mistero sin dal
momento della loro istituzione, e continuano ad esserlo, e lo garanno ancora
sempre per lutti coloro che temeranno di spiegarli con altri sistemi che non
sia quello da me proposto ed adottalo. H proponimento degli inventori di detti
geroglifici non era quello di volgarizzarne i misteriosi sensi, ma incidendoli
sui loro monumenti, essi hanno agito alla maniera dei Filosofi Ermetici, I
quali non scrivono una qualche cosa se non per essere intesi da coloro che
conoscono la loro scienza, oppure per dare una luce attutita o velata, per
cos dire, in una oscurit cosi profonda, nella quale anche quelli che pos
seggono una vista acutissima non riescono a percepirla senza uno sforzo nella
ricerca, e dopo profonda meditazione.
La maggior parte delle antichit Egiziane sono quindi di natura tale da
non lusingarci di poterle illustrare perfettamente. Tutte le spiegazioni che si
vorranno tentare di dare per riportarle sul piano storico, si ridurranno a
delle congetture, dato che tutte risentono di quell'ambiente di mistero che
incomheva sull'Egitto; ed allorquando si vogliono basare ragionamenti storici
sul concatenamento dei falli, si trova che il primo anello della catena che
li lega, fa capo ad una favola. Quindi ben logico che necessita far ricorso
a dette favole, considerandole come tali, e di conseguenza sforzarsi di pene
trarne il vero significato ch'esse ascondono. Quando si trova un sistema che
le sviluppa naturalmente, bisogna prenderlo per guida; ma tutti quelli che
si sono adottati sinora sono stati riconosciuti insufficienti da lutti gli Autori
i quali hanno scrtto sulle Antichit. Vi si rincontrano ad ogni passo delle
difficolt e degli ostacoli che non si riesce a superare; e quindi detti sistemi
non costituiscono per noi quei filo d'Arianna clic effettivamente ci serva per
sortirne da questo labirinto; c quindi sono da abbandonarsi. Mentre, seguendo
la via della Filosofia Ermetica, e Indiandola suffirirntemente sino al punto
di mettersi nella condizione di farne delle giuste applicazioni, sono ben pochi
quei geroglifici che non si riesca a spiegare. Cos unii c si trover costretti
nd ammellerr come fatti storici quelli che sono puramente favolosi, c di
rgrliiirc du delti fatti quelle circostanze clic particolarmente li caratterizaano,
soltu il pretesto che delti dettagli vi sono stali eliciti per alilicllirr la narra
zione cil accrescerne il meraviglioso.
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DELLE ALLEGORIE CHE HANNO UN PI EVIDENTE
RAPPORTO CON LARTE ERMETICA
Nessun altro paese fu mai cos fertile nella produzione delle favole quanto
la Grecia. Non le bastarono tutte quelle importate dall'Egitto, e ne invent
un numero infinito di altre. Gli Egiziani, propriamente, riconoscevano per
propri Dei solamente Osiride, Iside ed Oro; ma i Greci ne moltiplicarono i
nomi, e di conseguenza furono indotti necessariamente a moltiplicare anche
le finzioni storiche. Da ci derivarono dodici Dei principali: Giove, Nettuno,
Marte, Mercurio, Vulcano, Apollo, Giunone, Vesta, Cerere, Venere, Diana e
Minerva, quindi sei maschi e sei femmine. Solo queste dodici Divinit cherano
considerate quali grandi Dei venivano rappresentati con statue doro. In
seguito se ne immaginarono degli altri ai quali si diede il nome di Semidei,
che non erano noti al tempo dErodoto, o per lo meno non se ne parla sotto
la detta qualifica. Le figure di questi Semidei erano scolpite in legno o in
pietra od in terracotta. Lo stesso Erodoto ci riferisce che gli Egizi per i
primi suggerirono i detti dodici nomi, e che i Greci li accolsero dagli Egizi.
I primi Greci che si recarono in Egitto, furono, secondo Diodoro Siculo:
Orfeo, Museo, Melampo, e gli altri che abbiamo menzionato nel libro pre
cedente. Costoro vi attinsero i principii della Filosofia e delle altre scienze,
e le trasportarono in Grecia, ove le insegnarono con quello stesso metodo
mediante il quale essi stessi le avevano apprese, c cio sotto il velo delle
allegorie e delle Favole. Orfeo ne form il soggetto dei suoi I nni agli Dei,
e delle sue Orgie; e che queste solenni celebrazioni tirino la loro origine
dallEgitto, ci concordemente ammesso tanto dagli Storici quanto dai
Mitologi e dagli Archeologi, e perci non occorrono ulteriori prove. Orfeo
introdusse nel culto di Dionisio le medesime cerimonie che si osservavano nel
culto dOsiride; e le cerimonie che si tributavano a Cerere erano simili a
quelle che si facevano in onore dIside. Questo Poeta, per il primo, parl
delle pene degli empii, dei Campi Elisi, ed inoltre fece nascere l uso delle
- 116 -
statue. Egli finse che Mercurio era destinato a condurre le anime dei defunti,
e divent fedele imitatore degli Egizi in una infinit di altre finzioni.
Allorquando i Greci videro che Psammetico proteggeva gli stranieri, sic*
chi essi avrebbero potuto viaggiare in Egitto senza rischio della propria vita
n della propria libert, molti vi si recarono; alcuni spinti da curiosit
per visitare le meraviglie che sul conto dellEgitto si raccontavano, altri per
il desiderio distruirsi. Orfeo, Museo, Lino, Melampo ed Omero vi andarono
successivamente f e questi cinque con Esiodo furono i propagatori delle Fa
vole nella Grecia, mediante i Poemi pieni di allegoriche finzioni, chessi
scrissero c divulgarono. E* senza dubbio da ritenere che questi grandi uomini
non avrebbero adottato e divulgato cosi serenamente tante apparenti assur
dit, le quante volte non vi avessero almeno supposto un significato ascoso,
ragionevole, ed un oggetto reale inviluppato in quelle oscurit. Ebbero essi
il proponimento d'ingannare il popolo mediante derisione e maliziosamente?
E se invece pensavano seriamente (die quei personaggi delle Favole erano
degli Dei chessi quindi avrebbero dovuto rappresentare quali modelli di
perfezione e di condotta, come mai attribuirono a detti Dei degli adulteri!,
degli incestai, dei parricidi, ed altri delitti di varie specie? I l tono con il
quale ne parla Omero sufficiente per farci comprendere quali erano le idee
chegli nutriva a tale riguardo. Quindi molto pi probabile ch'essi pro
spettavano dette finzioni quali simboli ed allegorie, e che vollero rendere
pi animate personificando e deificando gli effetti della Natura. Di conse
guenza essi assegnarono un particolare ufficio ad ognuno di detti personaggi
deificati, ma serbarono l Impero di tutto l'Universo esclusivamente ad un
solo Unico Vero Dio. Orfeo, a tale soggetto, ne spiega molto chiaramente,
dicendo che tutti sono la stessa unica cosa compresa sotto nomi diversi. Ecco
comegli s'esprime: a II Messaggero interprete Cillenio ha valore per tutti.
Le Ninfe sono l'acqua; Cerere i grani; Vulcano il fuoco; Nettuno il mare;
Marte la guerra; Venere la pace; Temide la giustizia; Apollo dardeggiente
le sue frecce lo stesso del Sole radiante, tanto se questo Apollo viene con
siderato come agente da lungi o da presso, quanto come Indovino, Augure o
quale il Dio d'Epidauro, il quale guarisce le malattie. Tutte queste cose
sono esclusivamente una medesima cosa, sebbene abbiano parecchi nomi d .
Ermesianace dice che Plutone, Persefone, Cerere, Venere e gli Amori, i
Tritoni, Nerea, Teli, Nettuno, Mercurio, Giunone, Vulcano, Giove, Pane,
Diana e Febo sono nomi diversi dello stesso unico Dio.
Per tal modo, tutte le provvidenze della Natura, nelle allegorie di detti
Poeti diventarono degli Dei, per tutti sottoposti allUnico Dio Supremo,
cos come avevano appreso dagli Egizi. Ma questi differenti attributi della
Natura riguardavano pertanto alcuni particolari effetti, cherano ignoti al
Pogiolo, ma conosciuti soltanto dai Filosofi.
Se alcune di dette finzioni ebbero per oggetto l Universo in generale, non
si potrebbe negare che la maggior parte abbiano avuto una applicazione
particolare, ed alcune vi sono cosi specialmente indicate che non ci si pu
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sbagliare. Sar sufficiente passare in rassegna le principali, per mettersi in
condizione di poter giudicare delle altre. I n primo luogo, dunque, parler
della spedizione del Toson doro: dei pomi doro del giardino delle Esperidi,
e di qnalchaltra che pi chiaramente manifestano che l intenzione degli
Autori di dette finzioni era 'invilupparvi i misteri dellArte Ermetica.
Orfeo il primo che abbia fatto menzione della spedizione del Toson
doro: se si vogliono ammettere le opere dOrfeo come appartenenti
a questo primo dei Poeti Greci; ma io non entro in questa disquisi
zione dei Dotti, che dette opere sieno vere o supposte, poco mi riguarda,
mi basta che provengano da una penna antichissima, sapiente, e consape
vole dei misteri Egizi e Greci. Ed a tale riguardo S. Giustino, Lattanzio e
S. Clemente Alessandrino parlano dOrfeo come dnn I niziato.
Questo Poeta ha dato a questa finzione un tal quale sviluppo storico
che ha tratto in inganno persino gli stessi Mitologi moderni, malgrado la
impossibilit da porte degli stessi di concordarne le circostanze. Essi hanno
preferito di abortire nel loro tentativo di spiegazione storica piuttosto che
riconoscervi il senso occnlto e misterioso che detta finzione prospetta; e
che Orfeo stesso Io ha manifestato abbastanza evidentemente, poich nel
corso di detta sua allegoria, cita altre sue opere, quali: Trattato delle pic
cole pietre, e a L antro di Mercurio quale sorgente di tut t i i beni .
E agevole capire di quale Mercurio Orfeo intende parlare, dato che lo
presenta come facente parte delloggetto che si propose Giasone nella con
quista del Toton doro.
STORIA DELLA CONQUISTA DEL TOSON DORO
Sono pochi gli Autori antichi che non parlano di questa famosa conquista.
Per dare nna giusta idea di questa allegoria bisognerebbe prendere la cosa
dallorigine, spiegare come questo preteso Toson doro fu portato neDa Col-
chide, e fare tutta la storia dAtamante d'ino, di Nefele, dEUe e di Frisso,
di Learco e di Melicerte; ma poich avremo occasione di parlarne nel quarto
libro quando spiegheremo i Giuochi Istmici, ora ci addentreremo soltanto
nei dettagli di questa spedizione, secondo quanto ce ne riferiscono Orfeo ed
Apollonio.
Giasone ebbe per padre Esone. per avo Crete, Eolo per bisavolo, e Giove
per trisavolo. Sua madre fu Polimede, figlia di Autolico, altri dicono. Aleimede;
ma secondo il mio sistema i due nomi sadattano lo stesso al contenuto della
favola. Tiro figlia di Salmoneo, allevata da Creteo, fratello del padre, piac
que a Nettuno dal quale ebbe Nelea e Pelia; ma dopo spos Io zio Creteo
da] quale ebbe tre figli: Esone. Fere ed Amitaone. Creteo edific la citt
di Iolco, e ne fece la capitale dei suoi Stati, e morendo lasci la corona ad
Esone. Pelia, al quale Creteo non aveva lasciato alcuna eredit, dato che
non gli era figlio, mediante intrighi riusc a detronizzare Esone. Giasone
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nacque durante tale avvenimento, e la sua venuta al mondo provoc gelosia
ed inquietitodine nellanimo di Fella, il quale di conseguenza cerc tutti i
mezzi di farlo perire. Ma poich tanto Esone quanto sua moglie Polimede
rii li ero sentore dei malvagi propositi dellusnrpatore Pelia, affrettarono a
mettere in salvo il piccolo Giasone, il quale allora si chiamava ancora Dio
mede, e lo portarono nell'antro d Chirone, figlio di Saturno e della Ninfa
Fibra, il quale abitava sul monte Fellone, e glielo affidarono perch lo edu
casse. Questo Centauro Chirone era ritenuto come l uomo pi Sapiente e pi
abile del suo tempo. Giasone vi apprese la Medicina e le Arti utili alla vita.
Questo giovane Principe divenuto grande introdusse nella Corte di folco,
dopo aver eseguito punto per punto tulio ci che lOracolo gli aveva prescrtto
di compiere. Pelia non ebbe dubbio che Giasone si sarebbe ben presto acqui
stalo il favore del Popolo e dei Grandi. La gelosia gli si accrebbe, e maturando
nel suo animo un apparente onesto pretesto che avesse potuto consentirgli
d disfarsene di Giasone, gli propose la conquista del Toson doro, convinto,
clic Giasone non avrebbe rifiutato unoccasione cos favorevole per acqui
stare la gloria. Ma Pelia che ne conosceva tutti i rischi deUirapresa, rite
neva che Giasone vi sarebbe certamente perito. Anche Giasone aveva previsto
tulli i pericoli ai quali andava incontro, ma la proposta nnllameno lo allet
tata, ed il suo deciso coraggio non gli permise di non accoglierla.
Perci egli dispose ogni cosa a tale scopo, e seguendo suggerimenti d
Pulitole, fece costruire un vascello al quale vi mise un albero ricavato da uua
delle querce parlanti della foresta d Dodona. Questo vascello venne chia
malo: il Naviglio Argo; e gli Autori non sono affatto daccordo sul motivo
elle gli fere dare tal nome. Apollonio, Diodoro Siculo, Servio ed alcuni altri
pretendono che questo nome gli fn imposto perch fu Argo a fame il pro
getta; ma anche su questo Argo variano le designazioni, poich alcuni lo
intendono per quello stesso che Giunone mise a guardia dio, c che era figlio
(l'Arestorc; ina Mcziriac vuole cito iu Apollonio di Rodi si legga figlio
l/e/fre, e non figlio i f Arestore. Senza entrare nei dettagli dei differenti
Hindi ili vedere a riguardo della denominazione di questo vascello, dir
litania che fu costruito con legno proveniente dal Monte-Pelione. secondo
la versione pi accettala dagli Antichi. Tolomeo Efesto, riferendosi a Fazio,
dice che F.rrole stesso ne fu il costruttore. Circa la forma di questo naviglio
gli Autori suno discordi. Gli uni dicono chera lungo, altri chera tondo;
quelli affermano clic recavo venticinque remi da ciascun lato, questi altri che
ne recava trenta; ma in generale si conviene nellaniincltere clic la sua forma
unii era affatto quella dun vascello cannine. Orfeo ed i pi antichi Autori
nulla ei lasciarono detto in merito alla forma di detta nave; e perci tutto
quanto u stalo ditto ili seguilo fondato su sempliei congetture.
Tulle le eireustaiize di questa pretesa spedizione offrono delle contraddi
zioni. \ " divario sii ehi ne fu il Capo, e sul numero di coloro che lo accom
pagnarono. Alcuni assicurano die dapprima venne si-elio per Capo: rcole,
e elle Giasone non lo divellile se non dopo rli'ErroI r fosse stalo abbandonalo
nella Troade, dov'egli era disceso per niellerai alla ricerca dile. Altri af
facciano la pretesa che Ercole non partecip affatto a tale impresa, mentre
idea comune die fece parte degli Argonauti. I n qnanlo al numero di co
storo nnlla ai pu stabilire di certo, dalo che alcuni Autori ci danno i nomi,
mentre altri non ne fanno cenno. Ordinariamente se ne contano cinquanta,
ma lutti dorigine divina. Gli uni figli di Nettuno, altri figli di Mercurio, di
Marte, di Bacco, di Giove.
Allorquando tutto In pronto pel viaggio, la schiera degli Eroi s'imbarc,
e poich il vento soffiava favorevole, si spieg la vela; ed il primo luogo di
sbarco fa Lenirlo, e ci per renderai favorevole Vulcano. Le donne di que-
tIsola, avendo, dicesi, mancato di rispetto a Venere, questa Dea per pu
nirle fece emanare dai loro corpi nn lezzo insopportabile che le rese disgu
stevoli agli nomini dellIsola. Le Lemneane stizzite complottarono fra di
esse ed assassinarono tutti gli nomini mentre questi dormivano. La sola
Ipsifile conserv la vita a suo padre Toa ch'era il Re dellIsola. Giasone
s'acqnist le buone grazie d'Ipsifile dalla quale ebbe due figli.
Nelluscire da Lemno gli Argonauti dovettero sostenere un sanguinoso
combattimento da parte dei Tirrenii, ed in tale mischia tulli questi Eroi fu
rono feriti, eccettuato Glauco - il quale scomparve e venne annoverato fra
gli Dei del mare. Di 11 girarono verso lAsia, ed abbordarono a Marcia, a
Cius, a Gyzico, in I beria: si fermarono poi nella Bebricia che, al dire di
Servio, era l'antico nome della Bitinia. Qui vi regnava Amico il quale aveva
costume di sfidare alla lotta del Cesto coloro che penetravano nei suoi Stati.
Fallace accett la sfida e lo fece perire sotto suoi colpi. I nostri viaggiatori,
dopo ci, arrivarono presso le Sirti della Libia, donde si va in Egitto. I pe
rigli die bisognava affrontare nella traversata di queste Sirti, fecero decidere
Giasone ed i suoi compagni di preferire di portare il naviglio sulle loro spalle
durante dodici giorni attraverso il deserto Lbico, dopo di detto tempo,
avendo ritrovato il mare, lo rimisero in acqua. Fecero anche visita a Fineo,
Principe cieco, continuamente tormentato dalle Arpe, dalle qnali venne
liberato da Calai Zete, figli di Borea, che avevano le ali. Fineo indovino
e pi chiaroveggente con gli ocelli dello spirito, in luogo di quelli del corpo,
indic loro la via che dovevano mantenere. Bisogna, disse loro, abbordare
primieramente alle Isole Cianec (che alcuni hanno chiamate Symplegadi,
vale a dire scogli che fra di essi si cozzano). Queste Isole emettono molto
fnoco; ma voi eviterete il percolo lanciandovi nna colomba. Da l passerete
nella Bitinia e lascerete da lato l Isola Tiniade. Vedrete Mariandino, Ache
i-osa, la citt d'Enele, Caromhimo, Almo, I ride, Temescira, la Cappadocia,
i Calibi, ed infine arriverete al fiume Fasi che bagna la terra Circea, e d l
nella Cochide ove trovasi il Toson doro. Durante il viaggio gli Argonauti
perdettero il loro Pilota Tifi, ed al posto di costui misero Anceo.
Tetti gli Argonauti, alfine, sbarcarono sulle terre di Ecte, figlio del Sole
e Re di Coleo, il quale fece loro ottima accoglienza. Ma poich egli era estre
mamente geloso del tesoro che custodiva, quando Giasone gli si present e
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l'infonn dello scopo della sua spedizione, Eete fece mostra di accoglie
benevolmente la richiesta, ma gli enumer dettagliatamente tutti gli osta
coli che si frapponevano al suo desiderio. Quindi prescrisse a Giasone delle
condizioni tanto dure da deciderlo a desistere dalla sua impresa. Ma Giunone
la quale aveva molto a caro Giasone, si mise daccordo con Minerva perch
Medea s'innamorasse di questo giovane Principe, allo scopo che mediante
l'arte degli incantamenti, nella quale Medea era perfettamente istruita, que
sta Principessa garantissi Giasone dai pericoli ai quali andava ad esporsi.
I nfatti Medea fu presa da un amorevole interesse per Giasone, gli infuse
sempre maggior coraggio, gli promise, prr quanto da essa potesse dipendere,
ogni aiuto, a condizione per clic le giurasse la sua fede.
D Tosou d'oro era sospeso nella foresta di Marte, in un recinto murato,
e non vi si poteva entrare se non da una sola porta la quale era custodita
da un orribile Drago, figlio di Tifone e d'Echidna. Giasone doveva aggio
gare due Tori, regalo di Vulcano, i quali avevano i piedi e le corna di rame
e gettavano turbini di fuoco c fiamme dalla bocca e dalle narici; attaccarli
ad un aratro e farli arare il campo di Marte, e seminarvi i denti del Drago
che occorreva aver prima ucciso. Dai denti, cos seminali, del Drago dove
vano sortire degli nomini armati che necessitava sterminare sino all'ultimo,
e tale vittoria conseguiva lo ricompensa del Toson d'oro.
Giasone impar da Medea quattro espedienti per la buona riuscita della
pericolosa prova. Essa gli forn un unguento con il quale s'unse il corpo,
onde preservarlo contro il veleno del Drago c dal fuoco dei Tori. Il secondo
era una composizione sonnifera che avrebbe assopito il Drago, appena
Giasone gliel'avrebbe buttata nella gola. Il terzo: un'acqua limpida per
estinguere il fuoco dei Tori; il quarto infine era costituito da una medaglia
sulla quale eranb incisi il Sole e la Luna.
Lindomani, munito di tutto ci, Giasone si presenta innanzi al Drago, gli
butta in gola la composizione incarnata; allora il mostro s'assopiscc, sad
dormenta, diventa gonfio e poi crepa. Giasone gli taglia la testa e se asporta
i denti. Appena compiuto ci gli b slanciano contro i Tori vomitanti una
pioggia di fuoco, ma Giasone garantisce la propria incolumit spandendo la
sua acqua limpida. I Tori s'ammansiscono immediatamente, ed allora Gia
sone li mette sotto il giogo, ara il campo, e gemina i denti dei Drago. Su
bito ne vede sortire dei .combattenti, ma seguendo in tutto i buoni consigli
di Medea, egli se ne discosta, e gitta loro una pietra, la quale li fa montare
in furore, ed in questo stato rivolgono le armi gli uni contro gli altri, e si
uccidono lutti scambievolmente. Giasone, ormai liberato da tutti i percoli,
corre, s'impadronisce del Toson d'oro e riede vittorioso al suo naviglio, e
parte con Medea, per tornare in patria.
Questo il riassunto della narrazione d'Orfeo, e n quella dApollonio
di Bodi, e neppure quella clic ce ne fa Valerio Fiacco differiscono da quella
dOrfeo; in parecchi Autori antichi vi sono aggiunte altre circostanze che
per inutile riferire. Coloro che hanno ietto gli Autori, hanno appreso che
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Medea nel mettersi in salvo con Giasone, massacr il proprio fratello Absirto,
lo tagli in pezzi, e ne sparse le membra lungo il cammino per ritardare i
passi di suo padre o di coloro che la inseguissero; indi arrivata nella resi
denza di Giasone, essa ringiovan Esone padre del suo amante, e comp molli
altri prodigi. Avranno anche letto che Frisso attravers lEUesponto a ca
vallo d'un Ariete, ed arrivato a Coleo sacrific detto Ariete a Mercurio, e
ne sospese il Tosone, dorato da questo Dio, nella foresta di Marte; e che in
fine, di tutti quelli che tentarono dimpadronirsene, Giasone fu il solo al
quale Medea prest il suo aiuto, e senza del quale non sarebbe di certo
riuscito.
Prendendo in esame questa pretesa storia, la si pu mai considerare
. come vera, le quante volte narra un avvenimento che sembra essere stato
immaginato allo scopo di divertire i ragazzi? Potranno mai persuadersi le
persone assennate che si sia costruito una nave con delle querce parlanti;
che dai denti dtin Drago, seminati in un campo arato vengan fuori subito
degli uomini armati i quali, per una pietra buttata loro, succidono tutti
scambievolmente? e come ammettere ed accettare tutti i dettagli e le cir
costanze, nessuna esclusa, di questa spedizione, se a prima vista sono da con
siderarsi vere puerilit? E ve n forse una sola circostanza che effettiva
mente sfugga alla caratteristica della Favola? E di pi, duna Favola anche
abbastanza mal concertata, ed anche mollo sciocca, le quante volte non la
si osservi da un punto di vista allegorico? Ed attenendosi a tale congettura,
parecchi hanno considerato questa storia come una allegoria riferentesi alle
miniere che si supponevano esistenti nella Colchide; e con ci si sono appros
simati al vero; ma maggiormente lo sono quelli che lhanno interpretata
quale allegoria di un libro di pergamena il quale custodiva, nel suo scritto,
la maniera di fabbricare loro. Ma qual quelluomo che per un tale oggetto
avrebbe voluto esporsi ai rischi che Giasone super? Quale utilit avrebbero
potuto apportar loro i consigli di Medea, i suoi unguenti, la sua acqua, i
suoi farmachi incantati; la sua medaglia del Sole e della Luna; ma poi an
cora: quali rapporti avevano i Buoi vomitanti fuoco, il Drago guardiano
della soglia, gli uomini armati che sortono dalla terra, tutto ci, dico, con
un libro scritto su cartapecora, o l oro che si raccoglie, con delle pelli di
Peeore? E sarebbe stato necessario che Giasone (che significa Medico) fosse
stato allevato per questo sotto la disciplina di Chirone? Ma di pi: quale
relazione avrebbe tutto ci, con il ringiovanimento dEsone compiuto da
Medea dopo tale conquista?
E dunque evidente che si deve ritenere il racconto della conquista del
Toson d'oro quale un'allegoria. Esaminiamo qualche particolare. Chi fu
Giasone? Ed il suo nome, leducazione ricevuta, e le stesse sue azioni ce lo
dicono sufficientemente. Il suo nome significa Medico, inn rot>inni; : guari
gione. Lo si mise sotto gl'insegnamenti di Chirone, lo stesso che prese cura
anche delledncazione drcole e dAchille, due Eroi dei quali luno si di
mostr invincibile alla guerra di Troia, e l altro nel liberare la terra dai
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mostri che l'iniettavano. Anzi Giasone ebbe due maestri: durone e Medea.
I l primo gl'impart le prime istruzioni e la teoria, la seconda io guid nella
pratica con gli assidui suoi consigli. Priva dei loro aiuti un Artista non po
trebbe mai riuscire, e cadrebbe derrore in errore. Tatto quanto specifica
tamente ci dicono a tale riguardo tanto il Trevisano quanto Dionigi Zachaire,
farebbe perdere ad un Artista la speranza di pervenire al compimento della
pratica di questArte, se nel contempo essi non ci fornissero gli avvertimenti
opportuni onde evitare gli errori.
Giasone era della razza degli Dei. Ma come mai egli ha potato essere
allevato da Chirone se Saturno, padre del Centauro, e Fillira suo madre
non sono mai esistiti in persona? Si dice che Medea sposa di Giasone era
nipote del Sole e dellOceano, e figlia dEele irate ilo di Posile e di Circe
l'incantatrice. Dichiariamo che tale parentela era perfettamente adatta a
Giasone, per tutte le circostanze degli avvenimenti della sua vita. Per Ini
tulio Ita del divino, anche gli stessi compagni dei suo viaggio.
Vi souo ben altre cose da osservare in questa finzione. Secondo alcuni,
il Naviglio Argo fu costruito sol Monte-Pelion, con le qnercc vaticinanti
della foresta di Dodona, od almeno se ne impieg uno sia quale albero
come anche per la poppa o per la prua. Pallade o la Saggezza presiedette
alla sua costruzione. Orfeo ne fu designato per Pilota, unitamente a Tifi e
ad Aneeo, almeno come riferiscono alcuni Autori. Gli Argonauti recarono
sulle loro spalle questo Naviglio durante dodici giorni attraverso il deserto
della Libia. Giasone essendosi ricoverata nel Naviglio Argo, il quale per
vetust si disfaceva, fu schiacciato dai pezzi che caddero e vi peri sotto quei
rottami. I l Naviglio venne poi messo fra gli Astri e form una costellazione.
Tutte queste cose indicano evidentemente che Orfeo ne fu il costruttore
ed il Pilota; vale a dire che questa Poeta ai confessa Autore di questa fin
zione, e che colloc il Naviglio fra gli Astri per meglio conservarne la me
moria alla posterit. E 'egli lo govern mediante il suono della sua tira,
ci detto per far intendere che ne compose la storia in versi che si canta
vano. Egli la costru seguendo i consigli di Pallade, perch Minerva o Pallade
era ritenuta la Dea delle Scienze, e che a nulla vale, come si suoi dire,
di mettersi in testa di voler rimare infischiandosi di Minerva. La quercia che
venne impiegata nella costruzione di questo Naviglio ugnale a quella contro
la quale Cadmo uccise il serpente che aveva divorato i compagni di questo
Eroe: quella quercia vuota ai piedi della quale era piantato il roselo
d'bramo Giudeo, e del quale il Flamel nella sua a Spiegazione dei Gero
glifici d , cos ne scrive: a Al quinto foglio, vi si vedeva un bel roseto fiorito
nel mezzo dun bel giardino, poggiato contro una quercia ruota', ai piedi
della quale gorgogliava una fontana di bianchissima acqua, che andava a
perdersi negli abissi . Anche il Trevisano, nella quarta parte della sua
Pltifos. des Me tour, parla di detta quercia: a Una notte avvenne che mentre
stavo studiando perch l'indomani dovevo conferire: trovai una piccola fon
tanella, bella e eli ara, tutta circondala da nn< bella pietra. E questa pietra
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era oltre una vecchia querra vuota. Ecco la fontana di Cadmo, e la quercia
vuota contro la quale egli trafisse il Drago . Pure il dEapagnet nel Canone
114 del suo Trattato, parla di questa quercia vuota. Da ci si vede che il
tronco di questa quercia debba necessariamente essere vuoto, ed ci che gli
ha fatto dare il nome di Vascello. Si anche finto che Tifi ne fosse uno
dei Piloti; sol perch il fuoco quello che conduce l Opera, e che T re( vale
/umum excito, infiammo. Gli si diede per aggiunto anche Anceo, e ci per
precisare che il fuoco devessere come qnello della chioccia che cova, cosi
come ne dicono i Filosofi; poich Anceo deriva da dyxa, che vale uinae.
Ed ora seguiamo Giasone nella sua spedizione. Egli sbarca primiera*
mente a Lemmo, ma perch? Per rendersi, dicesi. Vulcano propizio. Quale
rapporto e quale relazione ha il Dio del fuoco con Nettuno Dio del mare?
Se il Poeta avesse voluto farci intendere che il racconto chegli ci riferiva
era effettivamente una spedizione marittima, non sarebbe caduto in un errore
cos grossolano. Non pn sussistere alcun dubbio ch'egli ignorasse che in
ti.1 caso era al Dio delle acque che necessitava rivolgersi. Ma nel senso alle*
gotico di questa pretesa storia, era ben necessario, invece, rendersi propizio
Vulcano poich il fuoco assolutamente richiesto: ma quale fuoco? Un
fuoco di corruzione e di putrefazione. Gli Argonauti ne riconobbero gli ef
fetti a lemmo ove trovarono delle donne le quali esalavano un odore puzzo
lente ed insopportabile. Uguale quello della materia Filosofica, quando
caduta in putrefazione. Ogni putrefazione essendo occasionata mediante l 'u
midit cd il fuoco interno, il quale agisce su di essa, non la si poteva meglio
simboleggiare che con-le donne, le quali nel gergo Ermetico, ne sono ordi
nariamente il simbolo. Morianb dice rhe l odore della materia simile a
qnello dei cadaveri, e qualche Filosofo, in questo stato della materia l ha
chiamata: Asta foetida. TI massacro compiuto dalle donne, dei loro mariti,
simholeggia la dissoluzione del (isso mediante l azione del volatile, il quale
volatile viene dordinario designato con le donne. La volatilizzazione anche
pi particolarmente indicata in questa circostanza del viaggio degli Argo
nauti, c cio dal nome del padre dIpsifilc. Toas, che proviene da Bone, celer,
e finnm, celcriter moveo. Ed anche dal nome della figlia Ipsifile che significa:
ama le altitudini, ci che anche sndatla alla parte volatile della materia che
s'innalza sino all'entrata od alla bocca del vaso, sigillata e chiusa come una
porta murala e ben serrata.
Gli Argonauti si davano piaceri nellisola di Vulcano, e pareva avessero
dimenticato lo scopo del loro viaggio, ma Ercole li risvegli da tale assopi
mento e li indusse ad abbandonarne il soggiorno. Appena serano allontanati
dalla riva, i Tirrenii diedero loro un sanguinoso combattimento, nel quale
tutti restarono feriti, e Glauco scomparve. Ci simboleggia la lotta del vola
tile. con il fisso, alla quale succede la negrezza ch stata preceduta dal color
blu. .Cos Apollonio seguita al verso 922:
a line profunda nigri pelagi remis transmiserunt
Ut hac Thracum tellurem. Iute contrariam
Haberent superius imbrum .
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E poich i Filosofi donno anche i nomi di notte e tenebre a questa ne*
grezza, lo stesso Antore continua:
a ............................. A t sole eommodum
Occaso devenerunt ad procurrentem peninsulam .
Gli Argonauti avendo abbordato in una certa Isola, innalzarono un Altare
di piccole pietre in onore della madre degli Dei o Cibele Dindinlene, vale
a dire: la Terra. Tizio e Mercurio che da soli avevano aiutato e favorito
i nostri Eroi, J ion forano dimenticati; e ci non senza ragione. Quando la
materia comincia a fissarsi, si trasmuta in terra, la quale diventa la madre
degli Dei Ermetici. Nello stato di negrezza, Saturno il primo di tatti. Ci
bele o Rea sua sposa, questa prima terra Filosofica, la quale diventa madre
di Giove o del color grgio che detta terra assume. Tizio era quel celebre
Gigante, figlio di Giove e della Ninfa Elare, la quale Giove nascose nella
terra per sottrarla alla gelosia di Giunone. Omero dice che Tizio era anche
figlio della Terra:
a Et Tityum vidi, terree gloriosae filium,
Prostratum in solo .
(Odiss. L. I l , v. 575).
Poich il volarne della terra Filosofica aumenta sempre a misura che
l acqua si coagula e si fissa, i Poeti hanno finto che questo Tizio andava
crescendo sempre pi sino a raggiungere una enorme grandezza. Si vuole che
questo Gigante tent d'attentare all'onore di Latona madre d'ApoIIo e di
Diana, i quali lo uccisero a colpi di frecce. E ci vale a dire che questa terra
Filosofica la quale non ancora assolutamente fissata, simboleggiata da
Latona, diventa fissa allorquando la bianchezza, chiamata Diana o la Luna
dei Filosofi, ed il rosso, vale a dire Apollo, compaiono. In quanto agli onori
resi a Mercurio, ne nota la ragione, dato chesso uno dei principali
agenti dell'Opera. Apollonio ammette soltanto questi tre come i soli protet
tori e guide degli Argonauti, ed effettivamente in questo stato dell'Opera
non concorrono che queste tre cose: la Terra, il figlio di questa Terra, c
l acqua o Mercurio.
Dopo che i nostri Eroi percorsero le coste della piccola Misia e della
Troade, fecero sosta nella Bebricia, dove Polluce uccise Amico il quale
l'aveva sfidato alla lotta del Cesto; ci vale a dire: che la materia cominci
a fissarsi dopo la sua volatilizzazione, simboleggiata dalla lotta. Essa ancora
meglio designata con le Arpie le quali avevano le mani adunche e le ali di
rame, e che furono scacciate da Calai e Zete figli di Borea; perch i Filosofi
danno il nome di rame o lattone alla loro materia in tale stato: Dealbate
lutanem, dice Moriano, et rumpite librai, ne corda vestra disrumpantur .
Gli Argonauti avendo abbandonato la Bebricia, abbordarono il paese nel
quale Fineo figlio d'Agenore, indovino e cieco, era molestato senza tregua
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dalle dette Arpie, le quali gli involavano le vivande e glinfettavano quelle
che gli lasciavano. Volatilizzare vale involare. Calai, che il nome duna
pietra, e Zete scacciarono dette Arpie e le confinarono nell'Isola Piote, nome
che significa: che fluttua o che nuota, e ci detto perch la materia, coau-
gulandosi, (orma unIsola galleggiante, come quella di Deio, nella quale
Latona si sgrav di Diana. I due figli di Borea sono espressi da Basilio Valen
tino, nella sua Chiave 6., in questi termini: a Due venti debbono allora sof
fiare sulla materia, luno chiamato Volturno o vento d'Oriente, e laltro
Noto o vento di Mezzogiorno. E questi venti debbono soffiare senza alcuna
sesta e sino a quando laria non sia diventata acqua; allora abbiate fiducia,
c contateci che lo spirituale diventer corporale, vale a dire che le parti
volatili si fisseranno . Tutti i nomi dati alle Arpie esprimono, secondo
Brochart, qualcosa di lolatilc e di tenebroso: Occipete = che vola; Ceieno
oscurit, nube; AeUo tempesta. Esse erano figlie di Nettuno e della Terra;
cio della terra e della qua mercuriale dei Filosofi. Si vogliono le Arpie sorelle
d'iride, e ci a ragie :ie, poich I ride non altro che larcobaleno, i colori
del quale appaiono sulla materia dopo la sua putrefazione e quando comincia
a volatilizzarsi.
Secondo Apollonio, Fineo era figlio dAgenore, e soggiornava sulla costa
di fronte alla Bitinia: ed era cieco, e ci stato aggiunto per caratterizzare
la negrezza, chiamata notte e tenebre, poich per un cieco sempre notte.
Le Arpie non presero a tormentarlo se non dopo che Nettuno gli tolse la
vista, e ci vale a dire: dopo che lacqua mercuriale ebbe occasionato la
putrefazione. Questi mostri, simboli delle parti volatili della materia, ebbero
perci le oli e figura di donne per mettere in evidenza la loro leggerezza,
poich secondo un Antico:
a Quid levius fumo? Flamen. Quid flamine? l'entus.
Quid vento? Muiier. Quid mulier? Nihil o.
Quando si dice che Fineo era un indovino un'allegora perch, dato che
la negrezza la chiave dellOpera, essa annunzia la buona riuscita all'Ar
tista, il quale conoscendo la teora del resto delle operazioni, prevede tutto
quanto accadr in seguito.
Per convincere il Lettore della giustezza e della verit delle spiegazioni
che sto fornendo, baster ch'egli si decida a confrontare quanto ha scritto
il Flamel su tale soggetto, e constater che dette Arpie sono equipollenti ai
Draghi alati, linfezione e la putredine che producono alle vivande di Fineo,
ed infine la loro fuga. I l Lettore potr anche confrontare con quanto ne
descrve Virgilio ed Ovidio in merito a dette Arpie, e dovr concludere che
il nome di Draghi conviene perfettamente alle stesse.
a La cagione perch dipingo questi due spermi in forma di Draghi, dice
Flamel, si perch la loro puzza grande come quella dei Draghi, e le
esalazioni che sinnalzano nel matraccio sono dense, nere, blu, giallastre, cos
come i colori che partecipano alla pittura che presento di questi Draghi: la
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fona dei quali, e dei loro corpi dissolti talmente velenosa, che veramente
non v affatto al mondo un pi grande veleno. Esso capace con la sua
fona e la sua puzza di far morire ed uccidere qualsiasi cosa vivente. I l Pi.
losofo non percepisce mai tale puzza, tranne che non infranga i suoi vasi;
ma soltanto egli la ritiene tale mediante la vista ed i cambiamenti dei colori
che provengono dalla putredine delle sue confezioni.
a Contemporaneamente la materia si dissolve, si corrompe, annerisce e
concepisce per generare; poich ogni corninone generazione, e ci si deve
sempre bramare tale negrezza. Essa altres la vela nera con la quale 0
Naviglio di Teseo ritorn vittorioso da Creta, e che fn causa della morte
del padre di questo Eroe; ed necessario che il padre muoia, affinch dalle
reneri di questa Fenice, ne rinasca nn altro, e che il figlio sia Re.
a E hen certo che colui il quale non vede questa negrezza al comincia*
mento delle sue operazioni durante i giorni della Pietra, qualunque altro
colore egli veda, vien meno completamente al Magistero, e non potr pi
portarlo a termine con simile caos. Perch, dato che non compie il preciso
voluto lavoro, non riesce affatto ad ottenere la putrefazione, mentre se non
si putrefa, venendo a mancare la corruzione nulla si genera: ed in verit
brutalmente ti dico che quandanche tu lavorassi sulle vere materie, se al
l inizio, dopo aver messe le confezioni nelluovo Filosofico, qualche tempo
dopo che il fuoco le ha stimolate, tu non vedi quella lesta di corvo nera iTun
nero nerissimo, necessario che tu ricominci. Quindi coloro i quali non
avranno questo presagio essenziale, si ritirino subito delle operazioni, affin
ch evitino una sicura perdita... Qualche tempo do|to lacqua comincia a
perdere la 9na fluidit e subito si coangula diventando come pece nerissima,
ed infine diventa corpo e terra, che gli Ermetici hanno chiamata terra fetida
e puzzolente. Perch allora, a causa della perfetta putrefazione, la quale
del tutto naturale come qualunque altra, detta terra puzzolente ed emana
nn odore simile al tanfo dei sepolcri riempiti di putredine c d'ossa ancora
coperti da umori naturali. Questa terra era stata chiamata da Ermete la terra
delle foglie, nullameno il suo proprio e vero nome lattone rhe dopo deves
sere imbiancato. Gli antichi Sapienti Cabalisti l hanno descritta nelle meta
morfosi sotto differenti storie, e fra le altre, sotto quella dpi serpe di Marte
che aveva divorato i compagni di Cadmo, e rhe questi lo uccise trafiggendolo
con la propria lancia contro unn quercia vuota. Poni ben attenzione n que
sta quercia i .
Non si pu quindi avere un pi felice presagio nei primi quaranta siorni
allinfuori di questo negrezza simboleggiata nel cieco Fineo, vale a dire: la
materia che nella prima Opera aveva acquistato il color rosso, e tanto splen
dore e chiarezza da meritare il nome di Fenice ed anche quello di Sole, nel
rominciamento della seconda Opera la si ritrova oscurila, ecclissata. e senza
I ure; e ci non poteva essere meglio espresso che con la cecit di Fineo.
Dicesi che costni aveva rirevulo da Apollo il dono della profezia, e ci perch
lo stesso Fineo l Apollo dei Filosofi nella prima Opera o prima prepa
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razione. Flamel tesso afferma positivamente che, ci che ho ora riportato
qui innanzi, si riferisce alla seconda Opera: a Ti rappresento qui due corpi,
uno di maschio e l'altro di donna, per insegnarti che in questa seconda
operazione tu bai veramente, ma non ancora perfettamente, due nature
congiunte e maritate: la mascolina e la femminina, o piuttosto i quattro
elementi .
Orfeo, o l'inventore di questo racconto del viaggio degli Argonauti, co
noscendo a fondo il magistero dell'Opera, non gli fu difficile di far dire da
Fineo la rotta che dovevano mantenere, e quanto occorreva fare in seguito;
rosi il saggio e prudente Pilota Orfeo li guid al suono della sua celia, e
sugger agli Eroi quanto occorreva fare per premunirsi contro i rischi che
li minacciavano: le Sirti, le Sirene, Scilla e Cariddi, le Rocce Ciaiicc, c
tutti gli altri scogli. Gli scogli Cianei sono due ammassi di rocce all'entrata
del Ponto Eusino, e di forma irregolare e dei quali una parte dal lato
dell'Asia, e l altra dalla parte dell'Europa, c fra di essi, secondo Strabone.
intercede uno spazio di venti stadi!. Gli Antichi dicevano che queste rocce
erano mobili e che si riunivano per stritolare le navi, e questo fece dare ad
esse il nome di Sympegadi il quale significa: che si cozzano fra di esse.
Questi due scogli avevano di che stupire i nostri Eroi; la descrizione che
loro ne aveva fatta Fineo, sarebbe stata atta ad intimidirli, se nel contempo
non avesse loro insegnato come avrebbero potuto cavarsela. Ed il mezzo
consisteva nel lasciar andare una colomba in volo verso gli scogli, e se questa
fosse andata al di l degli stessi, allora gli Argonauti avrebbero potuto per
seguire la loro rotta, caso contrario bisognava decidersi di ritornarsene
iudietro.
Nessuna qualunque grande lode compenserebbe l'inventore di questa alle
goria per tutta quellattenzione che ebbe di non omettere sia pure una sola
circostanza importante fra quelle che si verificano durante il processo delle
operazioni. Allorquando il color nero comincia a rischiararsi, la materia
si riveste duna tinta blu cupa, la quale partecipa del nero e del bleu; questi
due colori sebbene distinti, nonpertanto visti da una certa distanza sembrano
fondersi nella tinta violetto. Per questo il Flamel dice: a Ho fatto dipingere
il ranqio, nel quale sono le due figure, azzurrato e bleu, per mostrare che la
materia comincia ad uscire dalla negrezza nerissima. Poich l'azzurrato e
bleu una delle prime colorazioni die ci lascia vedere l'oscura donna, vale
a dire: .l'umidit che cede un poco al calore ed alla secchezza... Quando
la secchezza dominer, tutto sar bianco . Ed in questa descrizione si pos
sono vedere le rocce f.ianee, |K>ich noto che il nome delle stesse: Kuvf io;,
o Kvdvn^. vuol dire un colore bleu nerastro, (it. cianotico). Prima di attra
versarle occorreva farle attraversare da una colomba; c questo significa vola
tilizzare la materia; dato che l unico mezzo e senza del quale non v'
possibilit di riuscita.
Al di l delle rocce Cianee i nostri Eroi dovevano lasciare sulla destra la
Bilinia, forcare soltanto l Isola Tirea ed abbordare presso i Mariandini. E
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Fineo li informa che le tombe dei Paflagoni ani quali aveva una volta re
gnato Pelops, e dal quale ai vantano di diacendere, non si trovavano lontane
da quel aito. Ed aveva ragione di ci dire, poich la materia allora abbandona
la negrezza ch simboleggiata da Pelops: da Sf i n; = niger e ^ = oculus.
E' proprio da questo color nero che procede la putrefazione che i Filosofi
hanno preso loccasione, dice il Flamel, di fare le loro allegorie delle tombe
e darne il nome. Al lato opposto verso l Orsa maggiore selevava nel mare
una montagna chiamata Caranbim, aldisopra della quale Aquilone scatenava
le sue tempeste.
- Abramo Giudeo ha impiegato questo simbolo per significare la stessa cosa ;
10 si trova nelle sue figure geroglifiche riportate dal Flamel: a All'altro canto
del quarto foglio, era disegnalo un'bel fiore sulla cima duna montagna altis
sima, che l'Aquilone percoteva rudemente. Detto fiore aveva il fusto bleu, la
corolla bianca e rossa, e le foglie rilucevano come loro, ed intorno a detto
fiore, i Draghi ed i Grifoni Aquiloniani nidificavano ed avevano dimora .
Non lungi di li, il fiumicello I ride fa scorrere le sue acque argentate, dice*
Apollonio, e va a gettarsi nel mare. Dopo aver passato l imboccatura del Tei-
modone, le terre dei Calibi i quali sono tutti artigiani del ferro, ed il promon
torio di Giove Ospitalieri, scenderete in una Isola disabitata, dalla quale scac
cierete tutti gli uccelli che in gran numero vi si trovano. Troverete un Tempio
che le Amazzoni Otrera ed Antiope hanno fatto costruire in onore di Marte
ed a ricordo della loro impresa. Non lo dimenticate, ve ne scongiuro, perch
dalla parte del mare vi si presenter una cosa dinestimabile valore. Dall'altro
lato abitano i Filiri, pi sopra i Macrom, indi i Bizeri, e finalmente arriverete
nella Colchide. Passerete per il territorio Citaico, il quale sestende sino alla
montagna dAmaranto, indi attraverso le terre che bagna il Fasi, e dalla foce
del quale scorgerete il palazzo dEete e la foresta di Marte nella quale
sospeso il Toson doro.
Ecco il completo itinerario che Fineo prescrisse agli Argonauti, e bisogna
riconoscere che nel vero quando assicura gli Eroi di nulla aver dimenticato.
Dopo il color nero viene il grigio ,al quale succede il bianco o l argento, detto
Luna dai Filosofi ci che Fineo l indica con le acque argentee del piccolo
fiume I ride, e ne mette in evidenza la qualit ignea indicando il fiume Ter-
modone. Dopo il bianco appare il color ruggine d ferro, e che i Filosofi
chiamano Marte, e che Fineo allegorizza con la dimora dei Calibi artigiani del
ferro, e con l Isola ed il Tempio di Marte innalzato dalle Amazzoni Otrera ed
Antiope, vale a dire: dallazione delle parti volatili sul fisso, e che la si deve
riconoscere dal termine spedizione che precedette. Necessitava scacciare da
questisola tutti gli uccelli, vale a dire: che bisogna fissare tutto ci ch
volatile, perch quando la materia ha acquistato il color ruggine essa asso
lutamente fissa e non le manca che di fortificarsi in colore ed perci che
Fineo dice che gli Argonauti attraverseranno il territorio Citaico, che vale
11colore del fiore di melograno, il quale conduce al Monte-Amaranto. F* noto
che il fiore damaranto di colore porpora, e che una specie di semprevivo.
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ed questo il colore che indica la perfezione della Pietra o Zollo dei Filosofi.
Tutto questo processo dei colori detto in poche parole dal dEspagnet nel
suo Canone 53: a Si deve cercare e necessariamente trovare tre sorta di bel
lissimi fiori nel giardino dei Saggi. Le violette, i gigli e gli amaranti sem
previvi dal color di porpora. Le violette si trovano allentrata; ed il fiume
dorato che le bagna fa assumere alle stesse un colore di zaffiro; l industria ed
il lavoro fanno in seguilo trovare il giglio, al quale lentamente sucrede l ama
ranto . E queste poche righe non compendiano forse il completo viaggio degli
Argonauti? Cosaltro restava ad essi da fare? Bisognava solo chentrassero
nel fiume Fasi il quale significa: che porta l oro. Ed in effetti vi entrarono, ed
i figli di Frisso accolsero molto bene i nostri Eroi; e Giasone venne condotto
ad Eete figlio del Sole, il quale aveva sposato la figlia dellOceano, e dalla
quale aveva avuto Medea. Ci posto, il figlio del Sole dunque il possessore
di questo tesoro, e la nipote fornisce i mezzi di conquistarlo; vale a dire: che
la preparazione perfetta dei prncipi! materiali dellOpera ultimata, e che
l Artista pervenuto alla generazione del figlio del Sole dei Filosofi. Ma vi
sono tre lavori per ultimare lOpera nella sua interezza; il primo rappre
sentato dal viaggio degli Argonauti verso la Colchide, il secondo da ci che
Giasone fece per impadronirsi del Toson doro, ed il terzo dal ritorno in patria.
Ci siamo diffusi abbastanza sul primo e dal quanto detto ci si pu formare
una idea degli altri, e per i quali perci saremo pi brevi.
Una quantit dostacoli e di percoli s'affacciano sul cammino di Giasone.
Un Drago della grandezza dun naviglio fornito di cinquanta remi, il guar
diano del Toson doro, u bispgna vincerlo; ma e chi oserebbe accingersi a
ci senza la proiezione di Pallade e larte di Medea? E questo il Drago del
quale tanti Filosofi ne parlano, e del quale basta riportare nnn qualche cita
zione: a Necessita, dice Raimondo Lullo (Tlior. eh. 6). estrarre da queste
tre cose, il gran Drago, il quale il cominciamento radicale e principale del
l alterazione permanente . E pi oltre, al Cap. 10: Per questa ragione bi
sogna dire allegoricamente che questo gran Drago sortito dai quattro ele
menti . Al Cap. 9: a TI gran Drago rettificato in questo liquore . Cap. 52:
a II Drago abita in tutte le cose, vale a dire: il fuoco nel quale la nostra
Pietra aerea. Questa propriet si trova 'i n tutti gli individui del mondo.
Cap. 54: I l fuoco contro natura rinchiuso nel mestruo fetido, il quale
trasmuta la nostra Pietra in un certo Drago velenoso, vigoroso e vorace, che
ingravida la sua propria madre .
Questo Drago, essendo un fuoco, secondo lespressione usala dal Lullo,
non deve quindi destar sorpresa clic si sia fiuto che quello a guardia del To
son doro ne buttasse dalla bocca e dalle narici. Non si poteva riuscire ad uc
ciderlo se non gli si fosse gettata nella gola una composizione narcotica e
sonnifera; e ci significa che non si pu pervenire alla putrefazione della ma
teria fissata, se non con il concorso e l azione dellacqua mercuriale, la quale
sembra estinguerla dissolvendola. Solo con questo mezzo possibile cavargli
i denti, allegora questa che si riferisce alla semenza dell'oro Filosofico, e che
deve poi essere seminata.
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Poich ciascuna operazione la ripetizione di quella precedente in quanto
a ci che si manifesta nel suo progresso, riesce facile spiegare l'una quando ri
possiede la perfetta intelligenza dellaltra. Questa qui comincia dunque come
la precedente: con la putrefazione; il genere di morte di questo Drago, e gli
accidenti che l'accompagnano sono espressi cos da Arnaldo di Villanovu nel
suo Testamento, al Canone 50: a Lapis Philosophorum de terra scaturicns,
in igne pcrficitur; exaltatur limpidissimae (lipide potu satiatus; sopitur et ad
p >:iis horis duodecim undique visibiliter tumescit. Deinde in fu m o aeris me
ditici iter, caiidi decoquitur, quo usque in pulverem redigi, et fit aptus contri
lioni. Quibus peractis lac rirgineum exprimitur ex purissimis ejus partibus;
qiwd protinus in ovum Philosophorum positum tandiu ab igne variatur, (Inni
cani t-dures cessent in candore fixo; et tandem purpureo diademate infoili
iiHoncUir n. Anche dEspagnet dice che non si pu venirne a capo del Drago
Filorofiro se non lo si bagna nellacqua; ed questa l acqua limpida che
Medea diede a Giasone.
Ma non basta l aver ucciso il Drago; si presentano anche dei Tori vomitanti
fuoco, c bisogna domarli con lo stesso mezzo, ed aggiogarli. Nel capitolo ili
Api ho spiegato molto chiaramente ci che deveri intendere per i Tori, e cio:
la vera materia primordiale dellOpera, ed con questi animali che occorre
lavorare il campo Filosofico, e gettarvi la semenza preparata e conveniente.
Giasone us lo stesso stratagemma per vincere il Drago ed i Tori; ma il mezzi
piu efficace e principale da lui impiegato, fu quello d'essersi munito della
medaglia del Sole e della Luna. Possedendo tale pentacolo si sicuri della
riuscita; ed nelle operazioni precedenti che lo si trova, tanto vero che niente
pi frequentemente menzionato dai Filosofi di quanto citino detti due
luminari.
Appena i denti del Drago vengono sotterrati che ne sortono degli uomini
armali i quali succidono scambievolmente. Ci vuol dire: che subito che la
semenza aurifica messa sulla terra, le nature fisse e volatili agiscono luna
sullaltra, e si produce una fermentazione occasionata dalla materia fissata
in Pietra; la lotta sinizia, i vapori salgono e discendono, sino a quando
tutto si precipita, e ne risulti una sostanza fissa e permanente il possesso
della quale procura quello del Toson doro. Virgilio, nel I I delle Georgiche,
cos ne parla dei Tori:
a Haec loca non Tauri spirantes naribus igneni
Invertere, salis immanis dentibus hydri,
Nec galeis, densisque virum, seges horruit hastis .
Gli uni dicono clic questo -Tosone era bianco, altri chera color di por*
poro; ma la Favola cinsegna chera stato indoralo da Mercurio prima di
essere sospeso nella foresta di Marte. Per conseguenza questo Tosone era
passato dal color bianco al giallo, indi al color ruggine ed infine al color di
porpora. Mercurio l aveva dorato, poich il color citrino ch intermedio
tra il bianco cd il ruggine, un effetto del mercurio.
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E' opportuno far rilevare ite Medea ed Arianna, Iuna e l'altra nipoti
del Sole, forniscono a Teseo ed a Giasone i mezzi per vincere i mostri contro
i quali essi vogliono combattere. La rassomiglianza che si riscontra eviden
temente fra le spedizioni di questi dne Principi, d la prova certa che queste
dne allegorie furono adattate sn nn unico oggetto. Essi simbarcarono tutti e
due con alcuni compagni; Teseo arrivato a destinazione trova un mostro da
dover combattere: il Minotauro; Giasone, anche lui deve vincere dei Tori;
Teseo per arrivare al Minotauro obbligato di passare da tutte le giravolte
dnn labirinto, e sempre col pericolo di lasciarvi la vita; Giasone deve per
correre una rotta non meno difficile attraverso scogli e nemici. Arianna vien
presa d'amore per Teseo, e contro gl'interessi del proprio padre, fornisce a
Teseo i mezzi per sortire vittorioso dai rischi ai quali va ad esporsi; e Medea
si ritrova nello stesso caso, ed in una circostanza simile essa procura a Gia
sone tutto quanto gli occorre per vincere; Arianna abbandona buo padre e la
sua patria e se ne fogge con Teseo, il quale poi l abbandona nellIsola di
Nasso, per sposare Fedra dalla quale ebbe Ippolito e Demofoonte, dopo aver
avuto Enopione e Strafilo da Arianna, come riferiscono alcuni Autori. Anche
Medea si mette in salvo scappandosene con Giasone il quale dopo aver avuto
da essa due figli, l abbandon per prendere Creusa; e questi figli tanto di
Giasone che di Teseo perirono lutti miseramente; Teseo poi mor precipitato
dallalto duna rupe nel more; e Giasone schiacciato sotto i rottami del
Naviglio Argo. Medea abbandonata da Giasone sposi Egeo, ed Arianna spos
Bacco. Concludendo, ben evidente che queste due finzioni non sono che
una stessa cosa spiegata mediante allegorie nelle quali variano le circostanze
al semplice scopo di ammanire due differenti racconti. Se i Mitologi volessero
prendersi la pena di riflettere suDe rassomiglianze qui innanzi da noi denun
ciate, stenterebbero poi forse a veder giusto, e continuerebbero a darsi tanto
fastidio per riferire ad una base storica ci che palpabilmente una pura
finzione? Ma non sono solamente le dne dette favole che abbiano fra di esse
un rapporto cos immediato; quella di Cadmo non meno somigliante a
quella di Giasone. Lo stesso Drago da uccidere, gli stessi denti da seminare,
gu stessi uomini armati che nascono e s'uccidono scambievolmente. Nel
l'ima un Toro che Cadmo insegue, in questa Giasone che combatte i Tori.
I n fine, se si volessero raffrontare tutte le Favole antiche, si constaterebbe
senza difficolt che io ho ragione di ridurle tutte ad uno Btesso principio,
perch in realt non parlano allegoricamente che dun solo ed unico obhietto.
RITORNO DEGLI ARGONAUTI
Maggiore discordia regna fra gli Autori in merito alla rotta che mantennero
gli Argonauti per il loro ritorno in Grecia, di quanto fra essi non si riscontri
sulle circostanze di questa spedizione; e questo perch non competenza dei
semplici Storici o Poeti i quali ignorano la Filosofia Ermetica, descrivere ci
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che accade dorante il progresso delle operazioni dell'Arte. E perci si rinven
gono in detti Autori adattamenti di natura geografica la quale nulla ha da
vedere con l'allegoria che intesse il racconto del preteso viaggio.
Ma Orfeo che sapeva il Catto suo, fa percorrere agli Argonauti le coste
Orientali dellAsia, traversare il Bosforo Cimmeriano, le Paludi Meo ti di, indi
uno stretto che non mai esistito ed attraverso il quale, dopo nove giorni,
sboccano nell'Oceano settentrionale; di l arrivano allIsola Penceste nota al
Pilota Anceo; indi a quella di Circe, ed in seguito dalle Colonne d'rcole
rientrarono nel Mediterraneo, costeggiarono la Sicilia, evitarono Scilla e Ca
rili di con il soccorso di Teli la quale sinteress alla salvezza di Paleo suo
marito; abbordarono al paese dei Feaci, dopo essere stati salvati dal rischio
delle Sirene mediante l eloqnenza dOrfeo; di B furono sbattati sulle Sirt
d'Africa, dalle quali li salv nn Tritone mediante un tripode. Infine guada
gnarono il Capo Malta, ed indi approdarono nella Tessalia.
Con questo itinerario parrebbe che Orfeo abbia volato dichiarare aperta
mente che la relazione era puramente finta, e ci per la mancanza d vero
simiglianza che vi ai riscontra; eppure Apollonio di Rodi ha di molto superati)
Orfeo su tale inconveniente. Secondo Ini, gli Argonauti essendosi ricordati che
Fineo aveva loro raccomandato di ritornarsene in Grecia seguendo una rotta
differente da quella tenuta nel recarsi nella Colchide, e che questa rotta era
stata assegnata dai Sacerdoti d Tebe in Egitto, entrarono in un gran fiume,
ma che pai venne loro a mancare. Allora furono obbligati di portare sulle
spalle il loro vascello durante dodici giorni, in capo ai quali ritrovarono il
mare, e mentre Absirto fratello di Medea l inseguiva, e del quale se ne di
sfecero facendolo a pezzi. A ci la quercia di Dodona pronunci un oracolo
con il quale prediceva a Giasone che non Bar ebbe ritornato in patria prima
che non si fosse sottoposto alla cerimonia despiazione per detto omicidio.
Di conseguenza gli Argonauti presero la rotta per Eea, dove Circe sorella del
Re d Coco e zia di Medea soggiornava. Questa esegu tutte le cerimonie di rito
per (espiazione, indi li rimand.
La toro navigazione fu felicissima per qualche tempo, ma poi vennero ri
gettati sulle Sirti dAXrica, dalle quali si salvarono a gran pena, ed alle condi
zioni riferite da Orfeo.
E* evidente he queste relazioni sono assolutamente false. 5i cerca scusare
questi Autori con le manchevolezze di conoscenze geografiche e di naviga
zione le quali non ancora erano perfette in quei tempi. Ma questi errori sono
tanto grossolani e palpabili che anche i Mitologi i quali ammettono la veridi
cit di questa spedizione non hanno potuto astenersi dal dichiarare he era
il olmo dell'ignoranza ed una puerile finzione fatta semplicemente per osten
tare quanto al tempo di quelli Autori si conosceva sui Popoli che abitavano
quelle lontane contrade.
Per conto mio, d'accordo con Apollonio, dico che la rotta seguita dagli Ar
gonauti precisamente quella ch'era stata indicata dai Sacerdoti d'Egitto.
Ci dice molto chiaramente che tutto una pura finzione ed una relazione al
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legorica d ci che accade durante le operazioni dell'Arte Sacerdotale od
Ermetica. Proprio da questi stessi Sacerdoti, Orfeo, Apollonio e molti altri
avevano appreso la rotta che necessita seguire per pervenire alla fine che ci
si propone nella pratica di quest*Arte. Gli errori contro la Geografia, quindi,
non sono errori da incolpare a questi due Poeti, se non quando di questa
allegoria se ne vuoi faro nna storia vera c reale, mentre tenuta nel campo
allegorico tutto vi convenientemente adatto. Nel viaggio dandata nella
Colchide, in effetti, tutto disposto secondo la bisogna: prima Lemno, dopo
le Cianee, ndi il resto; ma Fineo aveva ragione di prescrivere analtra rotta
per il ritorno, poich loperazione simboleggiata da questo ritorno dovendo
essere simile allaltra simboleggiala dal viaggio a Coleo, non avrebbe rincon
trato una Lemno alluscita dal Fasi, e neppure le rocce Cianee. Sarebbe stato
come invertire l ordine di ci che deve verificarsi in questa seconda opera
zione. La dissoluzione della materia, il color nero che deve seguirne, e la
putrefazione, essendo stale simbuleggiate da Lemno e dal fetido odore ch'ema
navano le donne di questa Isola, al viaggio d ritorno si sarebbero trovate alla
fine dell'Opera, mentre devono apparire sin dal cominciamenlo, dato che ne
costituiscono la chiave. Fu quindi necessario immaginare un'altra allegora,
anche a rischio d'allontanarsi dal vero per quanto riflette la Geografia. Nel
viaggio di ritorno, detta dissoluzione stata simholeggata dalluccisione di
Absirto, e dallo spezzettamento delle sue membra; ed anche con il regalo
ch'Euripilo fece a Giasone; vale a dire ui. pugno di terra, che cadde nel
l'acqua; e nella quale avendolo visto Medea di dissolversi predisse molle cose
favorevoli agli Argonauti. Questa'terra quella dei Filosofi, ia quale formata
dallacqua; e per la riuscita occorre ridurla nella sua prima materia eh'
l acqua; ed per questo che si finge che un figlio di Nettuno ne avesse fatto
il regalo, e che questo Euripilo era stato dato in custodia ad Eufemo figlio
dello stesso Nettuno e di Mecionia od Ori figlia del fiume Eurola; altri gli
danno per madre Europa figlia del famoso Tizio. Apollonio di Rodi ed Igino
vantano molto Enfemo per la sua leggerezza nella corsa la quale era tale che
correndo sul more appena appena si bagnava piedi. Pausatila gli riconosce
una grande abilit nei guidare un carro. Apollonio ne aveva tanta considera-
razione da onorarlo con gli stessi epiteti che Omero concede ad Achille nel
l Iliade; e non per caso si riscontra (pii che Achille era figlio del fiume Eurota,
vale a dire: dellacqua. La prova che questi dnc Poeti avevano Io stesau con
cetto di questi .Eroi, si che Apollonio fa intervenire anche Teli per salvare
gli Argonauti dagli scogli di Scilla e di Cariddi, data la presenza di suu marito
Pelea fra gli Argonauti.
I l modo con il quale Apollonio racconta l'incidente del pugno di terra
regalato da Euripilo a Giasone, prova chiaramente a coloro che hanno letto
con attenzione le precedenti spiegazioni, che esso una pura allegoria di ci
che accade nellOpera da dopo la dissoluzione della materia sino a che essa
ritorna terra ed assume il color bianco. Gli Argonauti mentre stanno nella
Isola dAnaf, una delle Sporadi, vicina a quella di Tera, Eufemo si risovviene
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d'iin sogno rh'egli aveva avuto la notte dopo l'abboccamento del Tritone, e
d'Euripilo che gli aveva affidato il pugno di terra, d lo raccont a Giasone
ed agli altri Argonauti. Egli in sogno aveva visto che teneva la zolla d terra
nelle sue braccia, e vedeva colare dal suo seno, su detta terra, osa quantit
di gocce di latte, le quali gocce a misura che stemperavano la terra, facevano
a questa assumere lentamente la forma duua fanciulla molto attraente. Egli
se ne era invaghito appena gli apparve perfetta, e non aveva avuto alcuna
difficolt a Tarla acconsentire a ci ch'egli voleva; ma si era pentito subito
d'on commercio ch'egli credeva incestuoso. La fanciulla lo aveva rassicu
rato dicendogli chegli non era suo padre, sebbene era figlia del Trtone e
della Libia, e che un giorno diverrebbe la nutrice dei snoi figli. Aveva
aggiunto che dimorerebbe nelle vicinanze dell'Isola d'Anaf, e sarebbe ap
parsa sulla superficie delle acque, quando ne sarebbe stato il momento op
portuno. Per mettere il Lettore al corrente, basta ricordargli ci che innanzi
abbiamo detto dellIsola galleggiante, di quella di Deio dove Latona si
sgrav di Diana. Quando si nasce che la materia comincia a volatilizzarsi
dopo la sua dissoluzione, si convinti del perch si dii ch'Eufemo era tanto
leggiero nella corsa, che quasi non si bagnava i piedi correndo solle ncque.
E* opportuno rilevare che il Tripode che Giasone regal al Tritone era
di rame e lo colloc nel Tempio dello stesso. Prospetto questa osservazione
per dimostrare come tutte preste circostanze s'accordino tanto bene con le
operazioni dellArte Ermetica, allorquando le stesse iena pervenute al punto
del quale stiamo dicendo; poich i Filosofi danno anche il nome di rame
alla loro materia in questo stato, dicendo: imbianchile i l fattone.
Le Dee del Mare ed i Geni! che Apollonio fa apparire agli Argonauti,
simboleggiano le parli acquose e volatili che si sublimano. E poich il Na
viglio Argo altro non che la materia la quale nuota dentro o sul mare dei
Filosofi, e cio: la loro acqua mercuriale, non resta difficile per essi di por
tare il loro vascello e conformarsi nello stesso tempo agli ordini ricevuti di
seguire le tracce di questo cavallo alato che vola tanto velo quanto l no
cello pi leggero. Per un altro raffronto fra queste favole, c si ricordi che
anche un Eroe fece regalo a Minerva dun antico vaso di rame. Diodoro
Siculo che parla anche del Tripode, dice che questa recava una iscrizione
ili caratteri antichissimi.
Gli Autori raccontano molte altre cose del ritorno degli Argonauti, ma
dopo le spiegazioni da me fornite, ritengo superfluo riportarle, mentre mi
limiter a dire poche parole su ci che accadde dopo che Giasone rimpatri.
Tutti convengono che Medea arrivala nella patria del suo amante, vi
ringiovan Esone, dopo averlo tagliato a pezzi, e fatto cuocere. Eschilo dice
lo stesso delle nutrici di Racco. E la stessa avventura si racconta di Dioniso
e d'Osiride. I Filosofi Ermetici concordano con detti Autori, poich altri-
buiscona alla loro Medicina la propriet di ringiovanire; ma accorti a non
prenderli alla lettera, per non cadere in errore.
Balgus, nella Turba, c'insegna qual' questo Vecchio: a Prendete, egli
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dice, l'albero bianco, edificategli ima casa tonda, tenebrosa e circondata di
rugiada. Mettete dentro assieme a questo albero nn Vecchio di cento anni, e
chiudete esattamente la casa in maniera che n la pioggia n il vento vi
possano penetrare. Lasciateveli per ottanta giorni. Vi dico in verit che
questo Vecchio non cesser dal mangiare il frutto dell'albero sino a quando
non sia ringiovanito. Quanto mirabile la Natura, poich trasforma l anima
di questo Vecchio in un corpo giovane e vigoroso, e f s che 0 padre di
venga figlio! Benedetto Dio nostro Creatore, s
Queste ultime parole spiegano la condotta di Medea nei riguardi di Pelia,
e riferita da Ovidio e da Pausatila, e cio: Medea per gabbare le figlie di
Pelia, dopo aver ringiovanito Esone, prese un vecchio Ariete che tagli
in pezzi, lo batto in un calderone, lo fece cuocere, e ne lo ritir trasformato
in un giovane Agnello..Le figlie di Pelia, convinte che lo stesso si sarebbe
verificato al proprio padre, lo dissezionarono e lo buttarono in una caldaia
dacqua bollente, nella quale si consum talmente che non ne rimase alcuna
parte da poter essere atta ad essere inumata. Medea, dopo questo
colpo di testa mont sul suo cario tirato da due Draghi alati, e sinvol per
l aria. E qui ritroviamo i due Draghi alati di Nicola Flamel, vale a dire: le
parti volatili. Perci questa fuga di Medea viene preceduta daDa morte di
Pelia, per simboleggiare la dissoluzione e la negrezza da irqX; = fango,
mola, o irf).g = nero.
Dalle spiegazioni da me fomite debbo ritenere che il Lettore sia bene in
grado di giudicare se tali favole possano comportare un adattamento sto
rico, mentre tutti gli elementi delle Btesse- trovano la loro rispondenza alle
gorica nell'Arte Sacerdotale od Ermetica.
STORIA DELLA RACCOLTA DEI POMI DORO
DAL GIARDINO DELLE ESPERIDI
Dopo la storia della conquista del Toson doro, non v ne altra che
meglio convenga al nostro soggetto come quella della spedizione di Ercole
per venire in possesso di questi famosi frutti, che sono noti ad un numero
cos limitato di persone, che perfino gli Autori che ne hanno parlato non
sono daccordo neppure sul loro vero nome. Gli antichi Poeti hanno dato
libero corso alla loro fantasia su tale soggetto, e gli Storici che ne hanno
parlato dopo gli inventori delle favole hanno cercato invano il luogo overa
situato il Giardino, il nome e la natura di detti frutti, sicch sono tutti in
disaccordo fra di loro. Ma come avrebbero potuto dirci qualcosa di positivo
su un fatto che mai esistette? E quindi inutile fare delle dissertazioni su
tali false interpretazioni che bisogna considerare come idee vuote e chime
riche della maggioranza dei Mitologi i quali hanno voluto riportare le favole
ad una inesistente realt storica.
I primi Poeti Greci istruiti dagli Egizi, presero da questi i soggetti dei propri
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Poemi, travestendoli alla Greca, secondo il genio della propria lingua e
della propria Nazione. Compresi della grandezza delloggetto che avevano
di mira, ma che non volevano svelare al Popolo, decisero di trattarlo sotto
il velo delle allegorie, perch il meraviglioso prospettato dalle stesse ecci
tasse lammirazione e la sorpresa, spesso senza alcun riguardo per il vero
simile, e questo poi, anche perch la gente assennata nn scambiasse per
storia reale ci chera ana para finzione, ma che nello stesso tempo presen
tissero che quelle allegorie si riferivano a qualcosa di reale.
Quindi le sole antichissime favole Greche, qneDe che si basano sulle alle
gorie Egizie e Fenicie sono pure, e suscettibili dessere spiegate con il mio
sistema; e perci rientrano in questa categoria quasi tutte le favole dOrfeo,
dOmero e dei pi antichi Poeti, perch affermo ch'esse nascondono un inse
gnamento ermetico jeratico sotto il velo della genealogia e delle azioni
degli Dei, delle Dee o della loro discendenza.
Quando si vuoi ridurre la favola delle Esperidi ad un fatto storico, non
si sa a che attenersi per determinare qualcosa di preciso. Ogni Storico
avanza la sua idea, che ritiene preferibile a quella degli altri; sebbene poi
manchi, nella sua, una prova irrefutabile; e sono quindi divisi da opinioni
tanto diverse che non si sa a quale appigliarsi. Erodoto il pi antico degli
Storici, ed anche il pi completo conoscitore di tntte le favole, non fa cenno
di qnella delle Esperidi, e ci, senza alcun dubbio, perch la considerava una
pura finzione.
Vediamo, adunque, ci che i Poeti hanno detto di questo celebre Giar
dino. I l luogo che abitavano le Esperidi era un Giardino nel qnale vi si
trovava tutto quanto di pi bello possiede la Natura. Loro vi brillava da
ogni parte; era il soggiorno delle delizie e delle Fate. Quelle che lo abitavano
cantavano mirabilmente bene. Amovano dassumere tutte le forme e destare
sorprese negli spettatori con le subite metamorfosi. Secondo Apollonio, gli
Argonauti si recarono a visitare le Esperidi, scongiurandole dindicar loro
una qualche sorgente dacqua, poich ne erano spinti da grande sete. Ma
in luogo di rispondere, esse si mutarono allistante in terra e polvere:
Tal 8alijia xvig xal yia xivuuv
Eoavpvio; fyvovro xaravrSi*.
Apollon. v. 1408
Orfeo il quale era al corrente di tale prodigio, non si sconcert, ma scon
giur nuovamente queste figlie dellOceano, e raddoppi le sue preghiere.
Esse le ascoltarono favorevolmente, ma prima di esaudirle, si metamorfiz-
zorono dapprima in erbe le qnali crescevano a poco a poco da detta terra.
Dette piante sinnalzarono insensibilmente, vi si formarono dei rami e delle
foglie, in maniera che ad un dato momento Espera divent Pioppo, Eriteia
un Olmo, ed Egla divent un Salice. Gli altri Argonauti presi da stupore per
questo spettacolo, non sapevano che pensare n cosa fare, nel mentre Egla
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sotto la sua forma d'albero li rassicur, dicendo che fortunatamente per essi
un uomo intrepido nella vigilia era venuto, e senza alcun rispetto verso di
esse aveva ucciso il Drago ch'era a guardia dei frutti d'oro e sera salvato
portando Beco delti frutti delle Dee. Che costui aveva lo sguardo fiero, fiso
noma dura, coperto da una pelle di Leone, armato d'una clava, e d'un arco
e delle frecce delle quali s'era servito per uccidere il mostruoso Drago.
Anche costui ardeva dalla sete e non sapeva dove trovare l'acqua; ma final
mente sia per industria, sia per ispirazione, egli batt col piede la terra e ne
fece scaturire una sorgente abbondante, dalla quale bevve a lunghi sorsi.
Gli Argonauti essendosi accorti che durante il suo discorso Egla aveva fatto
un gesto con la mano, gesto che pareva loro indicare la sorgente dellacqua
scaturita dalla terra, vi corsero e vi si dissetarono, rendendo grazie ad Ercole
che aveva reso un s grande servizio ai suoi compagni, sebbene non fosse pre
sente fra di essi.
I Poeti dopo averne fatto delle incantatrici di queste figlie dAtlante,
non rimaneva loro che farne delle Divinit; gli Antichi, forse, non ne ebbero
l'idea, per Virgilio (nel 1. 4. dellEnefe, v. 483-490) vi ha supplito .Infatti
questo Poeta concede ad esse un Tempio ed una Sacerdotessa la quale
veramente temibile a causa dellimpero sovrano chessa esercita su tutta la
Natura. E' proprio questa la Sacerdotessa che a guardia dei ramoscelli
sacri, che somministra al Drago il cibo intriso di miele e di soporiferi papa
veri, che comanda alle tetre afflizioni, che arresta i fiumi nel loro corso, che
fa sviare dal loro corso gli astri, e fa apparire le ombre dei morti.
Si vuole che Giunone, nel suo sponsalizio con Giove, port in dote degli
alberi che producevano detti frutti d'oro, e dei quali questo Dio ne rimase
veramente incantato, e poich li teneva molto cari, cerc il mezzo di met
terli al sicuro dalla cupidigia di coloro che li avrebbero desiderati; perci
li affid alle cure delle Ninfe Esperidi, le quali fecero circondare con un
muro il sito ove detti alberi erano piantati, e misero un Drago a custodia
della porla d'entrata di detto recinto.
Ordinariamente si ammettono tre Ninfe Esperidi, figlie d'Espero fratello
d'Atlante, ed i loro nomi sono: Egla, Aretusa ed Es pere tusa. Alcuni Poeti
ne aggiungono una quarta che Espera, altri una quinta: Eriteia; ed infine
una sesta: Vesta.
Tralascio tutte le ipotetiche spiegazioni avanzate dagli Storici e dai Mito
logi, ed entro in argomento applicando il mio sistema.
Temide aveva predetto ad Atlante che giorno verrebbe nel quale un
figlio di Giove avrebbe involato detti Pomi: questa impresa fu tentata da
parecchi, ma era riservato ad Ercole il riuscirvi. Ignorando ov'era situato
detto Giardino, Ercole decise d'andare a consultare quattro Ninfe di Giove
e di Temide, le quali abitavano in un antro. Esse lo indirizzarono a Nereo,
che a sua volta lo indirizz a Prometeo, il quale, secondo alcuni Autori, gli
disse d'incaricare Atlante della ricerca di detti frutti, mentregli avrebbe
sostenuto il Cielo sulle proprie spalle sino al ritorno di Atlante; ma secondo
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altri Autori: Ercole, avendo preso consiglio da Prometeo, pot recarsi dritto
al Giardino, uccise il Drago, s'impossess dei pomi, e li rec ad Euristeo,
secondo il comando che ne aveva ricevuto. Quindi qui si tratta di scoprire il
nocciolo ascoso sotto tale inviluppo, perci non bisogna prendere le parole
alla lettera, n confondere questi Pomi del Giardino delle Esperidi con
quelli dei quali parla Virgilio nelle sue Egioche:
a Aurea mala decem misi, cras altera mittnm.
I pomi dei quali qui si tratta crescono su gli alberi che Giunone port in
dote, alle sue nozze con Giove. Sono dei frutti doro clic producono semi
d'oro, alberi le cui foglie ed i cui rami sono di questo stesso metallo; gli
stesoi rami dei quali Virgilio fa menzione nel sesto libro deirEfieide, in
quegli termini:
Accipe quae paragonila prius, latei arbore opaca
Aureus et faliis, et lento vimine ramus,
Junoni injerne dictus tacer.
.....................................primo avulso non deficit alter
Aureus, et simili frondescil virgo metallo .
Ovidio dice lo stesso dei Pomi del Giardino delle Esperidi. E' quindi
ovvio ricorrere ai limoni, alle arancia, alle cotogna, ecc., come si sono
sbizzarriti altri Autori, per avere una spiegazione semplice e naturale di
questa favola la quale, come molte altre, fu imitata dalle Favole Egizie.
Il Monte Atlante celebre ancora oggid per i minerali dei quali abbonda
e dai quali si forma l'oro; e quindi non deve meravigliare che vi abbiano
situato il Giardino delle Esperidi. Per la medesima ragione s detto che
Mercurio era figlio di Maia, unu delle figlie dAtlante: perch il Mercurio
dei Filosofi si compone di detta materia primitiva delloro, ed perci che
Mrrcurio venne chiamato: Atlantiade.
La cima del Monte Atlante quasi sempre coperta dalle nubi, in maniera
che non la si scorge, e quindi sembra che la sua vetta selevi sino al Cielo;
ora occorreva dellaltro per personificarlo e fingere che sosteneva il Cielo
sulle sue spalle? A ci aggiungete che l'Egitto e l Africa godono dun Cielo
sereno, e che non v altro luogo pi propizio allosservazione degli Astri,
e particolarmente il Monte Atlante a cagione della sua grande elevazione.
Il Monte Atlante comprendo quasi tutto il gruppo montagnoso lungo le
roste Occidentali dellAfrica, ed allo stesso modo come dicesi: il Monte
Tauro, le Alpi, il Monte dOro, i Pirenei ere. per indicare una catena di
montagna e non una sola 'montagna; quindi i piccoli monti adiacenti ai
Monti Atlante ed Espero, sembrano nascere da questi, quasi loro figli, e
perci si chiamano Atlantidi. I l Majer s sbagliato, nello spiegare questa fa
vola. quando riferisce che delti monti si chiamavano Esperidi, e che li si
dicrvano guardiani dei Pomi doro, poich la materia propria a formare
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l oro, si trova su queste piccole montagne. Non sarebbe (dato in errore, se
avesse fatto attenzione a che il Mercurio dei Filoqpfi, figlio di Maia, una
delle Esperidi, non nasce affatto sa queste montagne, sebbene nel vaso del
l'Arte Sacerdotale ed Ermetica. Cos i tre nomi delle Esperidi sono stati
dati ad esse perch simboleggiano le tre principali cose che si presentano
nella materia dellOpera prima che diventi propriamente Oro Filosofico.
Espera figlia dEspero, o la fine del giorno, e per conseguenza: la notte o
la negrezza. Esperetnsa od Espertusa, ha preso il nome dalla materia che si
volatilizza durante e dopo detta negrezza, da: ionrpo; = diei finia, e da:
Bina = mpetu feror. Egla simboleggia la bianchezza che segue alla negrezza,
da: siyii) = Splendor, fulgor, poich la materia essendo pervenuta al
hianro, brillante, ed ha molto folgore.
Apollonio di Rodi, nei nomi che egli d alle Esperidi ha considerato
soltanto i tre rolori principali dellOpera: il nero sotto il nome dEspera, il
bianco sotto quello dEgla, ed il rosso sotto quello dEritea che viene da:
qf vBiik rubor: e pare abbia volato ci indicare pi particolarmente
con le metamorfosi delle Esperidi compiute su loro stesse. Da Ninfe si tra
mutarono in terra e polvere alla vista degli Argonauti. Ermete, nella Tavola
di Smeraldo, dire che la lorza o potenza della materia dellOpera completa
s'essa viene convertita in terra. Tulli i Filosofi Ermetici assicurano che mai
sotterr buona riuscita se non si muta lacqua in terra. Apollonio menziona
ima seconda metamorfosi: da detta terra sortirono tre piante, dicegli, e
ciascuna Esperide si trov lentamente mutata in un albero, che era adatto
alla natura di ciascheduna. Questi alberi son di quelli che meglio crescono
nei luoghi umidi; il pioppo, il salice e l olmo. I l primo, o pioppo nero,
quello del quale prese la figura Espera poich essa simboleggia il color
nero. LAutore della Favola della discesa drcole allinferno, ha anche lui
finto che questo Eroe vi trov un pioppo le foglie del quale erano nere da
un lato, e bianrhe dallaltra faccia, e ci per. far intendere che il color
bianco succede al nero. Apollonio ha simboleggiato tale bianchezza con
Egla mutata in salice, perch le foglie di questalbero sono lanuginose e
biancastre. EriIeia che simboleggia il color rosso della Pietra dei Filosofi
non poteva certo essere meglio indicata che dallOlmo, il legno del quale
allorch ancora verde ha un colore giallastro che si muta in un colore
rossastro a misura che si secca. Lo stesso accade nelle operazioni dellOpera,
dove il citrino succede al bianco, ed il rosso al citrino, secondo la testimo
nianza di Ermete Trimegisto. Infine, coloro che hanno annoverato Vesta
fra le Esperidi, hanno avuto riguardo alla propriet ignea dellacqua mer
curiale dei Filosofi, i quali hanno detto: noi laviamo con il fuoco, e bruciamo
con l'acqua, a II nostro fuoco umido, dice Ripleo nelle sue 12 Porte, o il
fuoco permanente della nostra ucqua, brucia con maggiore attivit e forza
del fuoco ordinario, poich esso dissolve e calcina l oro, ci che il fuoco
ordinario non potrebbe fare n.
Le Pleiadi, figlie dAtlante, annunciano il tempo piovoso nel corso ordi-
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nano delle stagioni, e le Pleiadi Filosofiche sono in effetti i vapori che
s'elevano dalla materia, si condensano all'alto del vaso, e ricadono in pioggia,
e che i Filosofi chiamano rapi da di maggio o di Primavera, poich essa ai
manifesta dopo la putrefarion- e la dissolozione della materia, chessi chia
mano il loro Inverno. Una di queste Pleiadi: Electra, moglie di Dardano,
al tempo della presa di Troia, si nascose e non pi comparve, dice la Favola;
ma non che in effetti ana di queste Pleiadi celesti sia realmente scomparsa
un poco prima dell'assedio di Troia, 1 quale avvenimento non essendo sto
rico, ma puramente allegorico e favoloso, non ebbe mai luogo; ma perch
una parte di detta pioggia o rugiada Filosofica si muta in terra; ci che vale
la scomparsa ed il non pi riapparire sotto la forma gi nota. Questa la
terra dalla quale ebbe allegorica origine la citt di Troia, poich: quando
era ancora sotto forma d'acqna, essa era madre di Dardano fondatore del
l'I mpero Troiano. I l tempo stesso nel qnale l'acqua s cambia in terra, il
tempo dell'assedio; ma ci spiegheremo pi estesamente nel sesto Libro. Si
osservi, intanto, che questa terra designata con il nome stesso d'Elettra,
poich i Filosofi la chiamano il loro Sole, quando diventata fissa, e facendola
derivare da H'Axrwp = Sale. Parecchi Autori Ermetici, fra i quali Alberto
il Grande e Paracelso, danno il nome d'Electra alla materia dell'Opera.
II d'Espagnet, nel suo Canone 52, afferma che l'entrata al Giardino dei
Filosofi guardata dal Drago delle Esperidi. Ci eh' evidente si che questo
Drago era figlio di Tifone e d'Echidna, e per conseguenza fratello dellaltro
che slava a guardia del Toson dOro; fratello anche di quello che divor i
compagni di Cadmo; di quellaltro che custodiva i buoi di Gerione, del Cer
bero, della Sfinge, della Chimera e di tanti altri mostri, dei quali parleremo
a tempo ed a luogo. Ebbene, tutti questi avvenimenti si sono svolli in paesi
ben diversi, ed in tempi ben lontani gli uni dagli altri; ora, come mai gl'in
ventori di queste finzioni avrebbero potuto mettersi d'accordo, e fingere pre*
essamente la stessa cosa mediante simili circostanze, le quante volte non aves
sero avuto in vista lo stesso oggetto? Questa sola ragione avrebbe dovuto ri
chiamare l'attenzione dei Mitologi per accordarsi sulle loro spiegazioni. Per
conoscere la natura di queBli mostri occorreva conoscere quella del loro comune
padre. Ma se si prende a considerare Tifone quale un Principe dell'Egitto,
lo si viene a disconoscere quale padre di delti mostri, e quindi ai poi co
stretti a dichiarare ebe tutto una finzione. Basterebbe leggere la Teogonia
d'Esiodo per restarne convinti, poich la genealogia ch'egli .ci fornisce di
Tifone, dEchidna e della loro prole non suscettibile dalcona spiegazione
' storica, neppure verosimile.
Mentre, secondo la spiegazione Filosofica Ermetica, Tifone lo si considera
quale uno spirilo attivo, violento, solforoso, igneo, dissolvente, sotto forma
d'un vento impetuoso ed avvelenato che tutto distrugge. I n Echidna s rico
nosce un'acqua corrotta, mista ad una terra nera, puzzolente, sotto il ritratto
di una Ninfa dagli occhi neri. Da tali genitori non poteva aversi generazione
diversa da quella dei mostri, e dei mostri della stessa loro natura, vale a
- 14] -
dire: un'I dra di Lenta generata in una palude; dei Draghi vomitanti fuoco,
dato che sono di natura ignea simile a quella di Tifone; infine la peste e la
distruzione dei luoghi eh'essi abitano, per significare la loro virt dissolvente,
resolutiva, e la putrefazione che ne una conseguenza.
E' da ci che i Filosofi Ermetici in accordo con i Poeti, rii'essi ben rapivano,
hanno ricavalo le loro allegorie: e quindi abbiamo: il Drago Babilonese del
Flamel, i due Draghi dello stesso Autore, dei quali luno alalo, come quello
di Cadmo, del Toson d'Oro, delle Esperidi, ere. E' pure il Drago di Basilio
Valentino e di tanti altri che sarebbe troppo lungo voler enumerare.
Alcuni Chimici hanno creduto di vedere questi Draghi nelle parti arse
nicali dei minerali, e di conseguenza li hanno considerati come la materia
della Pietra dei Filosofi. Filalete ne ha indotti parecchi in questa idea
perch a tale soggetto egli scrive nel suo: a Introitili apertus ad occlmum
Rpgis palatium u nel capitolo: a de imestigatione Magisterii nel quale egli
parrebbe designare chiaramente l antimonio; ma Artefio, Sincsio, e molti
altri Filosofi si limitano a dire che questa materia un antimonio solo perch
ne ha le propriet, i Essi hanno cura davvertire che l arsenico, i vitrioli,
gli atramenti, i boraci, gli allumi, il nitro, i sali, i grandi, i medii ed i bassi
minerali, ed i metalli isolali, dice il Trevisano nella sua a Filosofia dei Me
talli a, non sono per nullaffatto la materia per il Magistero s.
Non si possono vedere descrizioni o pitture a pi vivaci tinte di quella
che Apollonio ci fa dellagonia del Drago delle Esperidi. -a Lado, dicegli,
questo serpente che sino a ieri custodiva i Pomi di oro, e del quale le Ninfe
Esperidi prendevano s grande 'cura, questo mostro, trafitto dagli strali dr
cole steso ai piedi dellalbero: l estremit della sua coda si muove ancora;
ma il resto del suo corpo giace senza movimento e senza vita. Le mosche
6uniscono a sciami sul suo nero cadavere, per succhiare il sangue corrotto
delle sue piaghe, ed il fiele amaro dell'I dra di Lenta, nel quale le frecce
erano state intinte. Le Esperidi, desolate da questo triste spettacolo, appog
giano nelle loro mani il loro viso coperto da un velo bianco giallastro, e
piangono emettendo grida lamentevoli b.
Se la descrizione dApollonio per la bellezza del quadro che ne fa, piace
ai profani, logico che massimamente deve soddisfare un Filosofo Ermetico
il quale vi scorge, come in uno specchio, ci che accade nel vaso della sua
Arte durante e dopo la putrefazione della materia. Ancora ieri questo Lado,
questo serpente terrestre yftvio; 5<pict che custodiva i Pomi doro, e che
le Ninfe alimentavano, steso morto trafitto dalle frecce. Non forse come
se si dicesse: Questa massa terrestre e fissa, tanto difficile a dissolvere, e che
per tale ragione, custodiva tenacemente e con cura la semenza aurifica od il
frutto doro chessa racchiudeva, oggi si trova dissolta merc lazione delle
pani volatili. L estremit della sua coda si muove ancora, ma il restante
del suo corpo giace senza movimento e senza vita; le mosche suniscono a
sciami su] suo nero cadavere, per succhiare il sangue corrotto delle sue piaghe;
ed anche ci vale a dire: poco importa che la dissoluzione non sia perfetta.
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ma la putrefazione e la negrezza digi appaiono; le parti volatili circolano
in gran numero, e volatilizzano con esse le parti fisse dissolte. Le Ninfe de
solate piangono e si lamentano avendo la testa coperta con un velo bianco
giallastro: quindi, la dissoluzione fatta; dette parti acquose, volatilizzate,
ricadono in gocce come lagrime, e la bianchezza comincia a manifestarsi.
I l ritratto ed il potere che Virgilio concede alla Sacerdotessa delle Espe
ridi, ci preconizzano precisamente le propriet del mercurio dei Filosofi.
E' ben questo^mercurio che nutrisce il Drago Filosofico; esso che fa retro
gradare gli Astri, vale a dire: che dissolve i metalli e li riduce alla loro
primiera materia. E1 esso che fa sortire i morti dalle loro tombe, e cio:
dopo aver fatto cadere i metalli in putrefazione, chiamata morte, li risuscita
facendoli passare dal color nero al bianco chiamato vita: oppure volatiliz
zandone il fisso, poich la fissit uno stato di morte nel linguaggio dei
Filosofi, mentre la volatilit uno stato di vita.
Ma seguiamo questa favola in tutte queste circostanze. Ercole va a con
sultare le Ninfe di Giove e di Temide, le quali soggiornavano in un antro
sulle rive del fiume Eridano. oggi noto sotto il nome di Po in I talia, "Eptc TSo;
vuol dire: lotta, agitazione. Al cominciomento dellOpera le parti acquose
mercuriali eccitano una fermentazione, e per conseguenza una lotta; ed ecco
cosi spiegata l allegoria delle Ninfe del fiume Eridano. Queste Ninfe erano
quattro per simboleggiare i quattro elementi, dei quali i Filosofi dicono che
la loro materia ne come la sintesi quintessenziata dalla Natura, secondo i
suoi pesi, le sue misure e le sue proporzioni che l Artista od Ercole deve
prendere per modello. E perci che queste Ninfe son dette di Giove e di
Temide. Tutti i Filosofi unanimemente affermano che l Artista deve con
sultare la Natura ed imitarne le operazioni se vuole ottenere il successo in
quelle dellArte Ermetica, ed assicurano che senza seguire tal metodo si la
vorerebbe invano. A tale riguardo il Cosmopolita cos sesprime: a Uenique
notile vobis res adeo subtiles imaginari, de quibus natura nihi l scit; sed mo
nete, monete inquam in eia naturae simptici; quia in simplicitate rem citius
palpare, quam eandem in subtilitate ridere poteritis . Geber ed altri dicono
che chi ignora la Natura ed i suoi processi non perverr giammai al fine
propostosi, tranne che Dio, od un amico non gli riveli il tutto. Sebbene
Basilio Valentino dica: a La nostra materia vile ed abietta, e lOpera che
la si conduce solamente mediante il regime del fuoco, facile a fare... Ttt
non hai bisogno di altre istruzioni per sapere governare il tuo fuoco e costruire
il tuo fornello, come colili che ha la farina non tarda certo a trovare un forno,
e n resta molto imbarazzalo per far cuocere il pane . Il Cosmopolita ci dice
pure clic quando i Filosofi accertano che l Opera facile, essi avrebbero
dovuto aggiungere: per coloro che la sanno. E Pontana ri riferisce chegli ha
sbagliato pi di duecento volte sebbene avesse lavorato sulla vera materia, e
ci perch ignorava il fuoco dei Filosofi. Quindi l imbarazzo sta 1) di trovare
questa materia, ed su questo che Ercole si reca a consultare le Ninfe, le
quali lo rinviano a Nereo che il pi antico degli Dei secondo Orfeo, figlio
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della Terra e dellAcqua, o dell'Oceano e di Teti; quello stesso che predisse
a Paride la rovina di Troia, e die fa padre di Teti madre dAchille. Omero
10 chiama: il Vegliardo, ed il suo nome significa: umido. Ed ecco quindi in
ri i simboleggiato questa materia tanto comune, tanto vile, e cosi disprezzata.
Quando Ercole gli si presentava, non poteva riconoscerlo, e n ottenere
quanto da lui desiderava sapere, poich ogni volta lo trovava sotto nuova
forma; ma infine lo riconobbe e con tonte sollecitazioni lo press, che l ob
blig a dichiarargli il tutto. Queste metamorfosi sono suggerite dalla natura
stessa di questa materia che Basilio Valentino, Aimone, e molti altri accer
tano non avere alcuna forma determinata, perch suscettibile di tutte le
forme; che diventa olio nella noce e nellolivo, vino nelluva, amaro nel
l'assenzio, dolce nello zucchero, veleno in un soggetto, teriaca nellaltro.
Ercole vedeva Nereo rotto tutte queste forme differenti; ma non era sotto
queste forme chegli \aleva vederlo; e perci tanto fece che infine lo scopri
Botto la desiderata forma la quale nulla presenta n di grazioso n di speci
ficato, cos com la materia dei Filosofi. E quindi necessario daver ricorso
a Nereo; ma poich non sufficiente l aver trovato la materia vera e fami
gliare dellOpera per pervenire al compimento della btessa, Nereo indirizza
Ercole a Prometeo, il quale aveva rubato il fuoco del Cielo per distribuirlo
agli uomini, e ci vale a dire, al fuoco Filosofico, che dona la vita a questa
materia, e senza del quale niente si potrebbe fare. Prometeo fu sempre con
sideralo come il Titano igneo, amico dell'Oceano. Egli aveva un Altare co
mune con Pallade e Vulcano, perch il tuo nome significa: prefiggente,
giiulizioso. E questo anche adatto a Pallade Dea della Sapienza e della
Prudenza; ed il fuoco di Prometeo era'lo stesso che Vulcano. Con ci s
anche voluto dare risalto alla prudenza ed allabilit che occorre aUArtista
per dare a questo fuoco il regime conveniente.
Questo giudizioso Titano spinse Giove a detronizzare suo padre Saturno.
Giove segu il consiglio di Prometeo, e vi riusc. Ma con tutto ci Giove si
ritenne in dovere di punirlo per il fuoco rubalo da Prometeo, e lo condann
ad essere legalo ad una roccia del Monte Tauro, e ad avere perpetuamente
strappato a brandelli il fegato da un Avvoltoio, in maniera che il fegato gli
rinascesse a misura che l'Avvoltoio lo divorasse. Mercurio venne incaricato
della esecuzione di tale pena, ed il supplizio di Prometeo dur sino a quando
Ercole per riconoscenza uccise IAwolloio, o lAquila secondo alcuni, e lo
liber. Ma dato die questa favola costituisce un episodio, e che la si trova
spiegata in altro capitolo di questopera, qui ne diremo brevemente. Pro
meteo, o il fuoco Filosofico, quello che opera tutte le variazioni dei colori
rhe la materia assume successivamente nel vaso. Saturno il primo cio il
color nero, Giove il grigio che gli succede. E dunque per il consiglio e
l'aiuto di Prometeo che Giove detronizza suo padre. Ma questo Titano ruba
11 fuoco del Cielo e ne punito. Questo fuoco rubato quello che innato
nella materia; e questa ne stata impregnata come per attrazione; e detto
fuoco stato infuso dal Sole e dalla Luna suoi genitori, secondo ne dice
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Ermete nella Tavola di Smeraldo: a pater ejus est Sol, et mater ejut Luna
perci gli stato dato il nome di fuoco celeste. Prometeo, poi, viene legato
ad una roccia: ma ci non (orse come se si dicesse: che questo fuoco si
concentra, s'attacca olla materia che comincia a coangularsi in Pietra dopo
il color grigio, e che questo si compie mediante l'operaoione del mercurio
dei Filosofi? La parte volatile la quale agisce continuamente sulla parte
ignea e fissata, per cosi dire, poteva essere meglio designata se non con una
. Aquila od un Avvoltoio, e detto fuoco concentrato allegoricamente col fegato?
Questi uccelli sono carnivori e voraci; ed il fegato, per co ai dire, la sede
del fuoco naturale negli animali. Dunque il volatile agisce sino a quando
l'Artista, del quale Ercole ne il simbolo, non abbia ucciso detta Aquila, vale
a dire: fissato il volatile.
Questi colori che si succedono sono gli Dei ed i Metalli dei Filosofi i quali
hanno dato a questi i nomi dei sette Pianeti. I l primo fra i principali il
nero, il piombo dei Saggi, o Saturno. D grigio che viene dopo riferito a
Giove, e ne porta il nome. H colore della coda del Pavone a Mercurio, il
bianco alla Luna, il giallo a Venere, il rossastro a Marte, ed il porporino al
Sole; ed i Filosofi hanno pure chiamato regno il tempo nel quale dura ciascun
colore. Questi sono i metalli dei Filosofi, e non quelli volgari, ai quali i Chi
mici hanno dato gli stessi nomi.
Ercole avendo visto e preso consiglio da Nereo e da Prometeo non pi
preoccupato per riuscire; va diritto pel cammino del Giardino delle Esperidi,
ed istruito di ci che deve fare, si sente in dovere deseguire la sua impresa.
Appena vi perviene, un Drago mostruoso si presenta allentrata; ma egli lo
combatte, l uccide, e questo animale cade in putrefazione nella maniera come
ho innanzi riferito. N l allusione sarebbe stata esatta le quante volte questo
mostro non fosse stato ucciso allentrata; la negrezza seguita dalla corruzione,
proprio la chiave dellOpera, come afferma Sinesio: a Quando la nostra ma
teria Ile comincia a non pi salire n discendere; ed assume la costituzione
della sostanza fumosa, e si putrefa, diventa tenebrosa, ed in tale stato la si
chiama roba nera, o testa di corvo.
......Ci fa si che non vi sono se non due elementi formali nella nostra
Pietra, e cio: la terra e l acqua; ma la terra contiene nella sua sostanza
la virt e secchezza del fuoco; c l acqua comprende l aria con la sua umi
dit...... Considerate che la negrezza il segno della putrefazione (che noi
chiamiamo Saturno), e che il cominciamento della dissoluzione il segno
della congiunzione delle dne materie......Ora, figlio mio, avete gi, per grazia
di Dio, un elemento della nostra Pietra, che la testa nera, la testa di corvo,
che il fondamento e la chiave di tutto il Magistero, e senza di che non
riuscirete giammai . Morianb sesprime nello stesso senso: a Sappiate ormai,
o magnifico Re, che in questo Magistero niente viene animato, niente nasce, e
niente cresce se non dopo la negrezza e la putrefazione, e dopo aver subito
una mutua lotta dell'alterazione e del mutamento. Ci ha fatto dire ai Saggi
che tutta la forza del Magistero si sviluppa dopo la putredine .
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Nicola Flamel che ha adottato l allegoria del Drago, dice anche: a Allo
stesso tempo la materia si dissolve, si corrompe, annerisce, e concepisce per
generare, poich ogni corruzione generazione, e ci si deve sempre augurare
tale negrezza...... Certo che chi non vede tale negrezza durante i primi giorni
della Pietra, qualunque altro colore egli veda, vien meno completamente al
Magistero, e non lo pq pi perfezionare con tale caos; perch se non putrefa
affatto, vuol dire che non lavora bene . Basilio Valentino ne parla nelle sue
dodici Chiavi. Gli Antichi avendo osservato che la dissoluzione si faceva
mediante l umidit e la putrefazione, ed essendo il nero il loro Saturno, ave
vano costume di mettere un Tritone sul Tempio di questo figlio del Cielo e
della Terra; ed noto che Tritone aveva un rapporto immediato con Nereo.
Majer, nel suo Arcana Arcanissima, 1. 2, ci assicura che le prime monete
furono coniate sotto gli auspici di Saturno, e recavano per impronte: una
pecora ed una nave, ci faceva allusione al Toson dOro ed al naviglio Argo.
Gli Autori i quali hanno preteso che Ercole non adoper alcuna violenza
per asportare i Pomi doro, ma che li ricevette dalle mani dAtlante, senza
dubbio non hanno fatto attenzione che la Favola dice positivamente che per
venirne in possesso necessitava uccidere lo spaventevole Drago che era a guar
dia dellentrata del Giardino. Ercole us violenza uccidendo il Drago, nel
senso e nella maniera che dicemmo; ma si pu anche dire che i Pomi li
ricevette dalle mani d'Atlante, dato che questo preteso Re della Mauritania
non significa altra cosa se non la roccia nella quale egli fu metamorfizzato,
vale a dire: la roccia o Pietra dei Filosofi, dalla quale si forma loro dei
Saggi, e che alcuni Filosofi hanno chiamato: il frutto del Sole o Pomi doro.
Ma quale ragione ha assistito i Filosofi antichi e moderni nel fingere questi
Pomi di oro? Questa idea sorge naturalmente in chi sa che i filoni delle mi
niere si sviluppano sotterra presso a poco come le radici degli alberi. Le
sostanze solforose e mercuriali rincontrandosi nei pori e nelle vene della terra
e delle rocce, si coagulano per formare i minerali ed i metalli, cos come la
terra, e l acqua impregnata di differenti sali fissi e volatili, concorrono allo
sviluppo dei germi ed alla crescita dei vegetali. Quindi questa allegoria degli
alberi metallici stata presa dalla natura stessa delle cose.
Quasi tutti i Filosofi Ermetici hanno parlato di questi alberi minerali.
Gli uni si sono espressi in un modo, altri in un altro; per tutti concorrono
allo stesso scopo, a II granello fisso, dice Flamel, come il pomo, ed il mer
curio ne l albero; quindi non bisogna separare il frutto dallalbero prima
della sua maturazione, poich esso non potrebbe poi pervenire a maturazione
per mancanza di nutrimento...... Necessita perci trapiantare l albero, senza
togliergli il suo frutto, in una terra fertile, grassa e pi nobile, la quale fornir
maggiore alimento al frutto in un giorno, di quanto la prima terra non gliene
avrebbe fornito in cento anni, a cagione della continua agitazione dei venti.
Laltra terra, quella del trapianto essendo pi vicina al Sole, perpetuamente
riscaldata dai suoi raggi, ed abbeverata continuatamente dalla rugiada, fa ve
getare e crescere abbondantemente l albero piantato nel giardino Filosofico .
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Per quanto sia evidente il rapporto di quest'allegora del Flamel con quella
del Giardino delle Esperidi, pure quella del Cosmopolita, nella sua a Parabola s
ancora pi precisa, a Nettuno, dicegli, mi condusse in una pratera, in
mezzo alla quale trovavasi un Giardino nel quale erano piantati diversi al
beri ammirevolissimi. Fra gli altri me ne mostr sette i quali avevano i loro
nomi particolari, e me ne fece notare due, fra i sette, molto pi belli e pi
sviluppati. Uno portava frutti che brillavano come il Sole, e le sue foglie
erano come l'oro. L 'altro produceva frutti duna bianchezza che vince quella
del giglio, e le sue foglie rassomigliavano al pi fino argento. Nettuno chiam
il primo: Albero solare, e l'altro: albero lunare . Un altro Autore ha inti
tolato il suo Trattato su questa materia: Arbor Solaris; e lo si trova stampato
nel sesto Tomo del a Teatro Chimico .
Dopo tante e cos evidenti e palpabili prove, mai possibile mantenere
anrora la persuasione che queste allegorie antiche e moderne non abbiano
lo stesso oggetto? E se in effetti esse non avevano comune l'oggetto, come mai
possibile che i Filosofi Ermetici, avendole adoperate per spiegare le loro
operazioni e la materia del Magistero, le si ritrovino poi fra di esse cos con
formi? Si ohhictter. forse: che non sono i Poeti che hanno attinto le loro
favole dai Filosofi, bens questi ultimi presero le loro allegore nelle favole
dei Poeti. Ma se le cose stassero cos, e che i Poeti non abbiano avuto in
vista se non la storia antica o la morale, come mai lo sviluppo successivo di
tutte le circostanze delle azioni riferite dai Poeti, e le circostanze di tutte
quasi le Favole si trovano atte e precisamente proprie a spiegare allegorica
mente ci che si verfica successivamente neUe operazioni dell'Opera? E
come mai si verifica che si pu spiegare l uno mediante l'altra? Si che le
antichissime favole Egizie e Greche sono tutte allegorie dell'Arte Sacerdotale
od Ermetica.
E anche bene tener presente che Orfeo e gli antichi Poeti non si sono
proposto di descrivere allegoricamente lo sviluppo completo dell'Opera in
ciascuna favola, e parecchi Filosofi Ermetici non hanno quindi descritto se
non quella parte che maggiormente li aveva colpiti. L'uno allude semplice
mente all'opera dello zolfo, l altro alle operazioni dell'elisire, un terzo non
ha parlato che esclusivamente della moltiplicazione. Talvolta per imbrogliare,
questi ultimi hanno deliberatamente confuse le operazioni delle dne opere.
Gin li rende inintelligibili a coloro che non sanno fare questa distinzione;
ed cos che si trovano le apparenti contraddizioni nelle loro opere, con
frontandole. Per esempio: un Filosofo Ermetico, parlando delle materie che
entrano nella composizione dell'elisire, dice che ne occorrono parecchie;
mentre colui che ci parla della composizione dello zolfo, assicura che ne
basta una. Eppure hanno ragione Intti e due; e per accordarli basterebbe
faee attenzione cli'essi non parlano della medesima circostanza dell'Opera.
Intanto, ci che contribuisce a confermare l idea d'una contraddizione, si
che la descrizione delle operazioni sovente la stessa da parte dentrambi;
ma anrhe in questo hanno ragione, poich Morano, unitamente a molti altri
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Filosofi, ci assicura che la seconda opera ch'egli chiama disposizione, in
quanto alle operazioni del tutto simile alla prima.
Anche le favole vanno giudicate alla stessa stregua. Le fatiche d'rcole
prese separatamente non alludono a tutti i lavori dellOpera; ma la con
quista del Toson d'oro la rinchiude nella interezza. E perci che in questa
finaione si vedono riapparire reiteratamente dei fatti diversi in se stessi solo
in riguardo ai luoghi ed alle azioni, ma che invece presi nel senso allegorico
significano la stessa cosa. I luoghi per i quali era del tutto naturale che ri
passassero gli Argonauti per ritornare in patria, non essendo pi concordanti
per esprimere ci che Orfeo aveva di mira, questo Poeta ne ha dovuto fin
gere degli altri che non sono mai esistiti, ed ha finto che gli Argonauti ave
vano attraversato luoghi noti ma che era impossibile incontrare sulla loro
rotta. Questo rilievo bene tenerlo presente per le altre allegorie, cos come
vedremo appresso.
La propriet che Alida aveva ottenuto da Bacco di mutare in oro tutto ci
che avrebbe toccato, non altro se non una allegoria della proiezione o
trasmutazione dei metalli in oro. Larte ci fornisce ogni giorno nel regno
vegetale esempi di trasmutazione che prova la possibilit di quella dei me
talli. Non vediamo, forse, che una piccola gemma presa su un albero colti
vato, ed innestata su di uno selvatico porta poi dei frutti simili a quelli del
l albero che ha fornito l innesto? Perch, allora, l arte non vi riuscirebbe
nel regno minerale fornendo la gemma metallica al selvatico della Natura e
lavorando con essa? La Natura impiega un anno intero per far produrre ad
un melo le foglie, i fiori e le frutta. Ma se ai primi di Dicembre in prece
denza delle gelate, si taglia da un melo un piccolo ramo fruttifero, e facen
dolo pescare nellacqua lo ai pone in una stufa, si vedr ehe in pochi giorni
detto ramo spunter foglie e fiori. Ed i Filosofi come procedono? Essi pren
dono un ramo del loro melo Ermetico, lo mettono nella loro acqua, indi in
un luogo moderatamente caldo: questo ramo d loro fiori e frutti nel suo
tempo. Ci prova che la Natura aiutata dallarte abbrevia la durata delle sue
ordinarie operazioni. Ogni regno della Natura ha i suoi processi, ma quelli
che la Natura mette in uso per luno giustifica quelli dellaltro, dato ehessa
agisce sempre mediante una via semplice e diritta; e quindi l arte deve imi
tarla: ma simpiegano differenti mezzi quando si tratta di pervenire a scopi
differenti.
La favola delle Esperidi una prova che il Filosofo Ermetico deve con
sultare la Natura prima di operare, e che ne imiti i processi nelle proprie
operazioni se, come Ercole, vuole riuscire a carpire i Pomi doro. E da no
tare che in questo Giardino venne colto il pomo, prima semenza della guerra
di Troia. E Venere ne raccolse ancbessa quelli che poi regal ad Ippomene
onde fermare Atalanta nella sua corsa.
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STORIA DATALANTA
La favola d'Atalanta talmente legata con quella del Giardino delle Espe
ridi, eh'essa assolutamente ne dipende, poich Venere vi colse i pomi che
diede poi ad Ippomene. Ovidio, certamente aveva appreso da qualche an
tico Poeta che Venere aveva colti questi pomi nel campo Damasio dellIsola
di Cipro. Linventore di questa circostanza ha fatto allusione alleffetto di
questi pomi, poich il nome del campo nel quale si suppone chessi crescano,
significa: vincere, domare, dafiapeieu = subigo, domo, qualit che posseg
gono i Pomi doro del Giardino Filosofico; ci ch assunto dalla natura
stessa della cosa, come qui appresso vedremo.
Si hanno varianti in merito ai genitori di questa Eroina Atalanta: alcuni
la dicono figlia di J aso, e gli altri figlia di Sceneo Re dArcadia. Alcuni
Autori hanno anche supposto unaltra Atalanta, figlia di Menalione, che
dicono essere stata tanto leggera nella corsa, che nessun uomo, per quanto
vigoroso egli fosse, non poteva raggiungerla. LAbate Banier sembra distin
guerla da quella che assistette alla caccia del cinghiale di Celidonia; ma i
Poeti comunemente la ritengono figlia di Sceneo Re di Sciro. Essa era ver
gine e d'una bellezza veramente sorprendente. Aveva deciso di conservare
la propria verginit poich, avendo consultato l Oracolo per sapere se doveva
maritarsi, nebbe risposta ch'essa non doveva legarsi con uno sposo, ma
che nonpertanto non avrebbe potuto evitarlo. La sua bellezza le attir
molti amanti, ma essa li allontanava tutti imponendo delle condizioni
durissime a coloro che pretendevano sposarla. E cos proponeva loro di di
sputare una gara alla corsa, a condizione chessi corressero disarmati, chessa
li avrebbe inseguiti con un giavellotto, e quelli chessa avrebbe raggiunti
prima d'essere arrivati al traguardo, li trafiggerebbe con detta arma; ma il
primo che sarebbe arrivato senza essere stato da essa raggiunto prima del
traguardo sarebbe stato il suo sposo. Molti si cimentarono, ma vi perirono.
Ippomene pronipote del Dio delle Acque, fu colpito anchegli dal noto va
lore, e dalla bellezza di Atalanta, e non rimase per nullaffatto scoraggiato
dalla disgraziata fine degli altri corteggiatori di questa valorosa giovane.
Egli invoc Venere, e ne ottenne tre pomi doro; e munito di questi si
present per correre con Atalanta alle stesse condizioni degli altri. Ma come
Atalanta lo sorpassava, secondo il convenuto, Ippomene sempre correndo
lasci destramente cadere a terra i tre pomi a qualche distanza l un dall'altro
ed Atalanta essendosi fermata a raccoglierli, egli mantenne un vantaggio
per il quale giunse primo al traguardo. Questo stratagemma avendolo reso
vincitore, egli spos questa Principessa. Dato che Atalanta amava molto la
caccia, spesso si dava a questo esercizio; ed un giorno nel quale vi si era
molto affaticata fu assalita da una violenta sete in prossimit del Tempio
dEsculapio, ed allora, dice la favola, essa percosse una roccia e ne fece zam
pillare una polla di fresca acqua, alla quale si disset. Ma in seguito avendo
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profanato con Ippomene un Tempio di Cibele, Ippomene venne metamorfz-
zato in Leone, ed Atalanta in Leonessa.
Ala!anta ha Sceneo per padre, ad una pianta che cresce nelle paludi, da:
motvo; b j snau; era vergine e d'nna bellezza sorprendente, e tanto leggera
nella corsa che allo stesso Ippomene parve corresse tanto veloce quanto nna
freccia od un uccello.
Lacqua mercuriale dei Filosofi possiede tutte queste qualit; una ver
gine alala, estremamente bella, ne scrive il dEspagnet sei Canone 58:
a Recipe Firgiiim alatam, aprirne fotoni et munrfalam... tincfae puniceo
colore germe prodent. d ed inoltre nata dall'acqua pantanosa del mare, o
dal Iago Filosofico. Essa ha gote vermiglie, e si trova uscita dal sangue reale,
cosi come Ovidio qi presenta Atalanta:
a Inque pucllari corpus candore, ruborem
Traxerat a.
Niente di pi volatile di questacqua mercuriale, e quindi non affatto
sorprendente chessa sorpassi lutti gli Amanti nella corsa; ed perci che
i Filosofi le danno anche i nomi di: frecce e duccelli. Ed proprio con tali
frecce che Apollo uccise il serpente Pitone; sono queste le frecce che Diana
impiegava alla caccia, e che Ercole adoperava nei combattimenti che dov
sostenere contro taluni mostri. Questa stessa ragione assistette la finzione che
Atalanta uccideva servendosi dei giavellotti, e non di una picca, quelli che
correvano innanzi ad essa. Ippomene fn l unico che la vinse, non solo perch
egli era un discendente del Dio delle acque, e di conseguenza era della stessa
razza di Atalanta; ma si serv anche dei pomi d'oro del Giardino delle Espe
ridi, pomi che altro non sono se non l oro o la materia dei Filosofi fissata e
fissaliva. Soltanto quest'oro capace di fissare il mercurio dei Saggi coagulan
dolo e trasmutandolo in terra. Atalanta corre, ed anche Ippomene corre a ca
gione di essa, poich una condizione senza della quale egli non potrebhe spo
sarla. Ed effettivamente assolutamente richiesto nellOpera clic il fisso sia
primieramente volatilizzalo, prima di fissare il volatile; c l'unione dei due
non pu per conseguenza farsi prima di questa successione Hi oparazioni;
ed perci che s' finto che Ippomene avesse lasciato cadere suoi pomi da
distanza in distanza.
Infine Atalanta innamoratasi dei suo vincitore, lo sposa, e vivano insieme
in buon accordo; anzi diventano persino inseparabili: ma si danno alla
caccia, e ci vale a dire; che do|>o che la parte volatile riunito ron la fissa,
il matrimonio fatto; quel tale famoso maritaggio del quale parlano lutti
i Filosofi nei loro Trattati. Ma dato che la materia allora non assolutamente
fissa, si suppone che Atalanta ed Ippomene continuino ancora a dedicarsi
allo caccia. La sete dalla quale Atalanta viene assalita la stessa di quella
dalla quale ardevano Ercole e gli Argonauti nelle vicinanze de! Giardino
delle Esperidi; ed il preteso Tempio dEsculapto non ne differisce dal detto
- I SO -
Giardino che semplicemente per il nome. Ercole nello stesso frangente fece
pullulare, come Alalanta, una polla d'acqua riva da una pietra, ma ci va
inteso nel Benso e nella maniera dei Filosofi, per i quali la pietra s cambia
in acqua. Perch, come dice Sisesia, nell'Opera dei Filosofi, tutta la nostra
Arte consiste nel saper cavare l'acqna dalla Pietra o dalla nostra terra, e
rimettere detta acqua in terra. Ripleo s'esprime presso a poco negli stessi
termini: a La nostra Arte produce l acqua dalla terra e l'olio dalla roccia
pi dura a Se voi non cambiale la nostra pietra in acqua, come dice Ermete
nel suo settimo capitolo, e la nostra acqua in pietra, non riuscirete giam
mai. a Ecco la fontana del Trevisano, e l'acqua vira dei Saggi. Sinesio
aveva riconosciuto nell'Opera una Atalanla ed un Ippomene, quando scrive:
a Per, se credono di capirmi senza conoscere la natura degli elementi e
delle cose create, e senza possedere una esatta nozione del nostro ricco me
tallo, s sbaglieranno e lavoreranno inutilmente. Ma se conoscono le na
ture che fuggono, e quelle che seguono, potranno, per grazia di Dio, perve*
lire ove tendono i loro desideri! u. Michele Majer ha scritto un Trattato
d'emblemi Ermetici che Ita intitolato: Atalanla /spesi .
Quegli Antichi Autori che hanno detto che Ippomene era figlio di Marte,
in fondo, non sono in contrasto con gli altri che lo dicono disceso da Nettuno,
poich il Marte Filosofico si forma dalla terra che proviene dall'acqua dei
Saggi, quali la chiamano: il loro mare. Questa materia fissa propriamente
il Ilio delle Acque; da essa composta l'Isola di Deio, che Nettuno, dicesi,
fiss per favorire l'asilo, cd il parto di Lalona, la quale mise al mondo
Apollo e Diano, vale a dire: la Pietra al bianco e la Pietra al rosso, le quali
sono la Luna ed il Sole dei Filosofi, e che non differiscono punto da Alalanta
mutala in Leonessa, e da Ippomene met amor filza to in Leone. Sono entrambi
di natura ignea, e forza capace a divorare i metalli imperfetti che sono rap
presentali dagli animali pi deboli, e quindi a trasformarli nella loro propria
sostanza, come fa la polvere di proiezione al bianco ed al rosso, che trasmuta
i basai metalli in argento ed in ora, secondo la sua qualit. I l Tempio di
Cibele dove venne consumala la profanazione che cagion la metamorfosi,
il vaso Filosofico nel quale c la lena dei Saggi, madre degli Dei Chimici.
Sebbene Apollodoro abbia seguito una tradizione un poco diversa da
quella che noi abbiamo riferita, nullameno il fondo lo stesso, cd anche
facilmente spiegabile. Secondo questo Autore Atalanla sin dalla nascita venne
esposta in un luogo deserto, e trovata e quindi allevata da dei cacciatori;
ci che la rese molto amante della caccia. Essa prese parie a quella del mo
struoso cinghiale di Calidonia, ed in seguilo alle gare cd ai giuochi istituiti
in onore di Pelia, nei quali essa lott contro Peleo riportandone il premio.
Ritrov dopo i propri genitori, i quali la spingevano a maritarsi, ed essa
vi .lecouaent ma alla condizione di sposare colui che l'avrebbe vinta nella
cni>a. cos come gi dicemmo.
Il deserto dove Atalanla viene es|stii lo stesso luogo dove si trova la
materia dei Filosofi, figlia della Luna, come dice Ermete nella Tavola di
ISI
Smeraldo: in depopulatis tetris invenitur. Sol est ejus pater, et mater Luna,
cosi come Atalante aveva per madre Menalione, che parrebbe derivare da
|iqvr) = Luna, e da li)(ov seges. I cacciatori che la trovarono sono gli
Artisti, ai quali Raimondo Lullo, in dtta circostanza d il nome di cacciatori:
a Cum venatus fueris eam (materiam) a terra noli ponere in ea aquam, aut
pulverem, aut aliam quamcumque rem . L'Artista ne prende cura, la mette
nel vaso, e le d l'inclinazione alla caccia, vale a dire: la dispone alla vola- -
tilizzazione. Quando fu in et di sostenere la fatica, c gi bene esercitata,
si trov presente alla racria del-Cinghiale Calidonio, vale a dire: alla lotta
che si manifesta tra il volatile ed il fisso, nella quale il primo agisce sul
secondo, e Io soverchia, perci dicesi che Alalanta per la prima fer con una
freccia il fiero animale, e fu cosi causa della cattura dello stesso, ed perci
che ne le aggiudicarono la testa e la pelle del cinghiale. A tale lotta segue la
dissoluzione e la negrezza, rappresentate dai combattimenti istituiti in onore
di Pelia, come li esamineremo nel quarto libro. Infine, dopo aver riportalo
il premio contro Peleo, Atalanta ritrov i propri genitori, vale a dire: dopo
che il color nero scomparso, la materia comincia a fissarsi, ed a diventare
la Luna ed il Sole dei Filosofi, i quali sono effettivamente padri e madri
della loro materia. Tutto il resto stato spiegato innanzi.
LA CERVA DALLE CORNA DORO
Una Cerva dalle corna d'oro (mentre la Cerva non ne possiede affatto)
e dai piedi di rame manifestamente una favola.
Questa Cerva era consacrata a Diana, ed abitava il Monte Menalo. Era
vietato che la cacciassero i cani, o che ci si potesse usare l'arco; necessitava
catturarla nella corsa, in piena vita, e senza alcun spargimento del suo san
gue. Euristeo comand ad Ercole d'apportarglicla. Ercole le tenne dietro
senza riposo un intero anno, e finalmente l'acciuff nella foresta dArtemisia
consacrata a Diana, mentre la Cerva era sul punto d'attraversare il fiume
Ladone.
La Cerva fra gli animali pi veloci nella corsa e nessun uomo potrebbe
lusingarsi di raggiungerla; ma questa della quale parliamo, possedeva delle
corna d'oro ed i piedi di rame, sicch era meno lesta, e per conseguenza era
pi facile prenderla; eppure malgrado ci ci voleva un Ercole per acciuffarla.
In qualunque altra circostanza colui che si sarebbe proposto di catturare una
Cerva consacrata a Diana nel bosco di questa Dea, avrebbe infallibilmente
scatenato l'indignazione della sorella dApollo, che estremamente gelosa
di ci che le appartiene, e quindi punisce severamente quelli che le mancano
il dovuto ossequio. Ma in questa circostanza Diana pare abbia agito dac
cordo con Alcide, per fornire argomento alle fatiche di questo Eroe. I l leone
Nemeo, il cinghiale d'Erimanlo ne sono le prove. Ercole il quale lanciava le
frecce contro lo stesso Sole, poteva poi temere il corruccio di Diana? Ma
- IS2
per quanto temerario egli si fosse, egli ch'era al mondo per porgarlo dai
mostri e dai malfattori che ne lo infettavano, avrebbe egli osato lottare con
gli Dei, se li avesse considerati come reali, ed invece non avesse conosciuto
che detti Dei erano di natura tale da poter essere impunemente attaccati
dagli nomini? I l coraggioso Nettuno, Plutone, Vulcano, Giunone, tutti questi
Dei tentano di nuocergli, e creargli degli ostacoli, ma egli se la cava. Tali
sono gli Dei fabbricati dallArte Ermetica, essi procurano stenti all'Artista,
ma se questi li "incalza a colpi di frecce o di clava, egli ottiene lo scopo di
farne ci che si propone. Nellinseguimento di questa Cerva, Ercole non
adopera per tali armi; ma l oro stesso del quale son fatte le corna di que-
st'onimale, ed i piedi di rame che la Cerva possiede, sono coefficienti che
favoriscono ad Ercole la sua impresa. Questo in effetti quel che occorre
nell'Arte chimica, nella quale la parte volatile simboleggiata dalla corsa della
Cerva, volatile a tal punto, che nulla occorre allinfuori duna materia fissa
come l'oro per fissarla. LAutore del Rosario ha usato figurativamente delle
espressioni che significano la stessa cosa, quando ha detto: a L'argento vivo
volatile non serve a niente, se non viene mortificato con il suo corpo; questo
corpo della natura del Sole . Un antico Filosofo Tedesco, dice: a Due
animali sono nella nostra foresta, l'uno vivo, leggero, vigilante, bello, grande
e robusto, ed un Cervo, laltro il Liocorno .
Basilio Valentino in una allegoria sul Magistero dei Saggi s'esprime cos:
a Un asino essendo stato interrato, s' corrotto e putrefatto; e ne venuto
fuori un cervo avente le corna d'oro ed i piedi di bronzo belli e bianchi;
poich la cosa della quale la testa rossa, gli occhi neri ed i piedi bianchi
costituisce il Magistero . I Filosofi parlano spesso del lattone che occorre
imbiancare. Questo lattone o la materia pervenuta al nero mediante la putre
fazione la base dell'Opera. Imbiancate il lattone, e stracciate i vostri libri,
dice Mariano; l azoto et il lattone vi bastano. Quindi stato finto con ragione
che questa Cerva aveva i piedi di bronzo. Dello stesso bronzo o rame erano
fatti quei vasi antichi che alcuni Eroi della favola offrirono a Minerva, cos
pure il Tripode che gli Argonauti regalarono ad Apollo; ed anche lo stru
mento col rumore del quale Ercole scacci gli uccelli dal lago Stimfalo,
come pure la torre nella quale fu rinchiusa Danae, ecc.
I n questa favola tutto ha un rapporto immediato con Diana. La Cerva
le consacrata, ed abita sul monte Menalo, o pietra della Luna, da: pqvT)
= luna, e da l.ng = lapis; venne catturata nella foresta Artemisia che si
gnifica pure Diana. La Luna e Diana sono la stessa cosa, ed i Filosofi chia
mano Luna la parte volatile o mercuriale della loro materia. I nfatti il d'Espa-
gnet, nel suo Canone 44, dice: a Lunam Philosopkorum si ve eorum mercu-
rium, qui mercurium vulgarem dixerit, aul sciens fallii, aut ipse fallitur .
Essi chiamano pure Diana la loro materia pervenuta al bianco: a Viderunt
illam sine veste Dianam hisce elapsis annis ( sciens loquor) multi et supremae
et infimae sortis homines cos dice il Cosmopolita nella Prefazione dei suoi
dodici Trattati. E' allora che la Cerva si lascia prendere; vale a dire: la
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materia da volatile che era diventa fusa. I l fiume Lsdone fu il termine della
sua corsa, poich dopo la lunga circolazione, cio le reiterate operazioni
della Grande Opera, la materia ai precipita al fondo del vaso nellacqua
mercuriale, ove il volatile ed il fisso ai riuniscono. Questa fissazione sim
boleggiata dalla consegna della Cerva che Ercole fa ad Euristeo, perch
Euristeo deriva da: Ep; = latita, amplila, e da <rrnui =sfo, manco. Come
pure s fatto Ei vocTOfvt| = firmiler, alena, o polena, da E&gc fatui e da
aSvoc = robur. In tal curo, dunque, come se si dicesse: l'Arlisli dopo
aver lavorato a fissare la materia lunare dorante il tempo richiesto, che
quello dun anno, riusc a farne la Diana dei Filosofi, cio portarla a] bianco,
ed in seguito le diede l ultimo grado di fissit simboleggiata da Euristeo.
Ma la durata don anno, non deve intenderai per un anno astronomico vol
gare, sebbene dun anno Filosofico, e del quale le stagioni non sono allatto
le stagioni volgari. Ci che ne sia, ho gi spiegato nel Trattato Ermetico
che si trova al principio di questa mia Opera, ed anche nel Dizionario che
B1* serve da Indice.
Ogni cosa ha un tempo fsso c determinato per pervenire alla perfezione.
La Natura agisce lungamente, e per quanto l Arte possa abbreviare le sue
operazioni, per essa non riuscirebbe se ne precipitasse di troppo il processo.
Mediante nn calore dolce ma pi vivo di quello della Natura, si pu prema
turare un fiore od un frutto; ma nn calore violento brucerebbe la pianta
prima che la stessa potesse produrre ci che se ne attendeva. Il dEspagnet,
nel suo Canone 35, afferma che all'Artista necessita pi pazienza c tempo
anzicch lavoro e dispendio. Anche Hipleo afferma, daccordo in ci con
molti altri Anto ri, che occorre un anno per pervenire alla perfezione della
pietra al bianco, o Diana dei Filosofi, e che questo Autore chiama: calce,
a Ci occorre un anno, dicegli, perch la nostra calce diventi sottile, fissa,
e prenda un colore permanente d. Zachaire e la maggioranza dei Filosofi
dicono che occorrono 90 giorni ed altrettante notti per spingere l Opera al
rosso, dopo il vero bianco, e che per pervenire al bianco ne occorrono 375
giorni, ci che fa un anno intero, ed al quale il Trevisano vi aggiunge altri
7 giorni.
MIDA
I Poeti raccontano che Mida era nn Re della Frigia che Orfeo aveva ini
ziato nel segreto delle Orgie. Un giorno, mentre Bacco vagava in quella
regione, Sileno ano padre adottivo sallontan da lui, ed essendosi fermato
vicino ad una fontana di vino in un giardino di Mida, ove crescevano anche
spontaneamente le pi belle rose del mondo. Sileno se ne inebri e sad
dorm. Mida se ne accorse, e conoscendo in quale inquictitndine l assenza di
Sileno avrebbe gettato Bacco figlio di Semele, prese Sileno, lo adorn di
ghirlande d'ogni specie, e dopo avergli fatto l'accoglienza pi graziosa che
gli fu possibile, lo accompagn a Bacco. Questi rimase incantato nel rivedere
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il suo padre nutricatore, e volendo riconoscere tale favore fattogli da Mida,
promise a questi 'accordargli ci che avrebbe chiesto. Mida chiese che tutto
ci che avrebbe toccato si mutasse in oro; ci che gli venne concesso. Ma una
tale propriet essendogli diventata onerosa, poich le vivande che gli servi
vano per nutrirsi si convertivano in oro appena le toccava, e quindi fu sul
punto di morire di fame, perci si rivolse allo stesso Dio per essere liberato
da quella prerogativa tanto incomoda. Bacco acconsenti a questa seconda
sua richiesta, ma glimpose che a tale effetto fosse andato a lavare le sne
mani nel fiume Peltolo. Mida v'and e comunic alle acque di detto fiume
la fatale virt della quale egli si sbarazzava.
Quando si conosce ci che si verifica nell'Opera Ermetica, quando si
lavora alla produzione deU'elisire, la favola d Mida lo rappresenta come
in tino specchio. Occorre ricordarsi che quando Osiride, Dioniso o Bacco
dei Filosofi si forma, si fa una terra. Questa terra Bacco che lo si finge che
visiti la Frigia, a cagione della sua virt ignea, bruciante e secca, perch
rfp^iu vuol dire: terra torrida et arida, da q-pi-ymtorreo, arefario. S
suppone che Mida vi regni; ma per indicare chiaramente ci che si deve
intendere per questo preteso Re, Io si dice figlio di Cibele o della Terra, la
stessa che la si riteneva madre degli Dei, ma beninteso degli Dei Filosofico-
Ermelici. Cos Bacco accompagnato dalle sue Baccanti e dai suoi Satiri,
dei quali Sileno ne il Capo perch egli stesso un Satiro, abbandona la
Traria per indirizzare il proprio cammino verso il Paltolo il quale scende
lai Monte Tmolo; tutto ci e precisamente come se si dicesse: il Bacco
Filusofieo. o lo zolfo, dopo d'essere stato dissolto e volatilizzata, tende alla
coagulazione: patii ! 16oijxi| : Tracia, ili rii a da = curro, oppure da
PnfHi tumultuando clamo, ci che designa in ogni raso ima agitazione
violenta, lai quale quella della materia fissa mentre si volatilizza dopo la
propria dir-oluziiute. N ili cello si poteva meglio esprimere la coagula'
zinne elle eoli il uolllr di Pallido, inquanloi-li esso deriva da .toxr;, .Tftxri
= compnetui, compiuga = riunire, legare, rnngiungere l'ano allaltro. Me
diante tale timone s forma questa terra Frigia, o ignea ed arida, sulla quale
regna Mida. Allora ci che era volatile viene fermato dal fisso, e questo fisso
la detta terra, ed abbiamo perci, allegoricamente. Sileno sul territorio di
Mida. lai fontana presso la quale questo Satiro si riposa, l'acqua mercu
riale. Si finge che Mida facesse andare a vino detta fontana alla quale Sileno
bevve con eccesso, perch quest'acqua mercuriale, che il Trevisano anche
ehiiiiua fontana, e Raimondo Lullo chiama vino, diveula rossa a misura che
della terra diventa pi fissa, fi sonno di Sileno corrisponde al ripago delia
parte volatile, e le ghirlande di fiori con le quali Mida lo cinse sono i diffe
renti colori dai quali passa la materia prima di arrivare alla fissazione. Lo
Orgie che Sileno e Mida celebrano insieme prima di raggiungere Bacco, si
riferiscano agli ultimi giorni clic precedono la perfetta fissazione In quale
pui lit riessa fine dell'Opera. Si potrebbe anche credere die questa fine del
l'Opera la si sia minta esprimi ri- con il limili- di Dioniso dato a Baci-n: poii-li
155 -
detto appellativo lo hi potrebbe far derivare da Ahi? e vnirmi = m eta = cio
il Dio ch' la fine od il termine.
Bacco resta incantato nel rivedere il ano padre n litri calore, e ricompensa
Mida concedendogli il potere di mutare in oro tatto ci che questi avrebbe
toccato. Orbene questo Dio non poteva dare ci ch'esso stesso non avesse
posseduto, e perci Bacco va considerato tm Dio aurifico, che pu trasmutare
s stesso, e comunicare ad altri lo stesso potere di convertire tutto in oro, o
per lo meno tutto ci ch trasmatobile. Quando i Poeti ci dicono che nelle
mani di Mida tatto diventava oro, persino le pietanze che dovevano servirgli
per cibarsene, bisogna necessariamente riconoscere che latto ci va inteso
allegoricamente. Mida avendo condotto Sileno a Bacco, vale a dire: la terra
Frigia avendo fissato nna parte del volatile, tutto diventato fisso, e per
conseguenza diventalo la Pietra trasmuta tri ce dei Filosofi. Perci Mida ri
ceve da Bacco il potere trasmntatorio, ch'egli gi possedeva limitatamente
all'argento, ma per quanto da estenderlo all'oro tale potere non avrebbe
potuta riceverlo se non da Bacco, poich questo Dio vale la Pietra al rosso
dei Filosofi, la quale la sola che possa (ainvertire in oro i metalli imperfetti.
Questo ha distesamente spiegato nel primo libro, parlando d'Osiride, il quale
tulli ormai convengono nel ritenere essere lo stesso di Dioniso o Bacco.
E opportuno anche ricordami che ho pnre spiegato che i Satiri e le
Baccanti simboleggiano le parti volatili della materia, le quali circolano nel
vaso. Questa la ragione che ha fatto dire agli inventori di queste finzioni,
che Sileno era anchegli un Satiro figlio d'ana Ninfa o dell'Acqua, e ch'era
il padre degli altri Satiri, perch non si poteva, a quel che pare, meglio
indicare la materia dell'Arte Ermetica, se non con il ritratto che ci hanno
fatto di quel buon uomo Sileno. I l suo aspetto grossolano, pesante, rustico, e
fatto e messo 11, quasi apposta per essere messo in ridicolo, atto a suscitare
le risa dei fanciulli, nullameno nascondeva allegoricamente nna qualche cosa
di molto eccellente, poich con il suo simbolo ci si voluto dare l'idea d
un Filosofo provetto. Lo stesso accade per la materia del Magistero, disprez
zata da tutti, lasciata cadere sotto piedi, talvolta servendo anche di trastallo
ai giovanetti, come dicono i Filosofi, essa non ha niente che attiri l'attenzione.
La si trova dappertutto come le Ninfe, nei prati, i campi, gli alberi, le mon
tagne, le vallate, i giardini: tatti la vedono, e tatti la spregiano a cagione
della sua apparenza vile, ed anche perch tanto cornane che il povero pu
possederne quanto il ricco, e senza che alcuno vi si opponga, e ci senza
impiego di danaro per acquistarla.
Occorre, qnindi, imitare Mida e fare una hitona accoglienza a questo Si
leno, che i Filosofi dicono figlio della Luna c del Sole, e che la Terra gli
nutrice. Dato che ri.qvi) significa la Lana si pu benissimo far derivare
Sileno da Selene per il semplice mutamento della e in , cos come avviene
che da J.jnrt: si fa lira, da siiwu = plico, da Apro; = a r i a , ed in tanti simili
altri casi. Gli J onii mutano sovente f In t, e dicono fcriotin; per iqiforiog
= liomcilicui fam iliari! i quindi non v da sorprendersi del mutamento
fonetico verificatosi per il nome di Sileno.
- 1 5 6 -
Poich detta materia il principio dell'oro, si ha ragione di considerare
Sileno quale padre nutricatore dun Dio aurifico. Detta materia lo stesso
nettare od ambrosia degli Dei, e come Sileno figlia di Ninfa, anzi Ninfa
essa stessa; poich unacqua, ma unacqna, dicono i Filosofi, che non bagna
le mani. La terra secca, arida ed ignea, ch simboleggiata da Mida, beve
avidamente questacqna, e nella mescolanza che se ne forma, sopravvengono
i differenti colori. E questa l'allegoria della buona accoglienza che Mida fa
a Sileno, e le ghirlande di fiori con le quali lo cinge. Invece di prospettarci
Sileno per nn gran Filosofo, sarebbe stato preferibile, e si sarebbe meglio
penetrato lo spirito dell'inventore di questa finzione, se si fosse detto che
Sileno era atto a formare dei Filosofi, dato che questo Satiro vale la materia
stessa sulla quale studiano e lavorano i Filosofi Ermetici. E se Virgilio
aEglog. 6n fa studiare e ragionare i Filosofi sui prineipii del mondo, sulla
sua formazione e quella degli esseri che lo compongono, si perch, senza
dnbbio, a prestar fede ai discepoli d'Ermete, questa materia la stessa dalla
qnale tutto creato nel mondo. E un rimanente della massa primiera ed
informe che costitu il principio di tutto. Ed il dEspagnet, nel Canone 49
della sna Physica Restituta, cos ne scrive: a Antiquae illius massae confusile,
seu materiae primae specimen aliquod nobis natura reliquit in aqua sicca
non madeficiente, quae ex terree vomicis, aut etiam lacubus scaturiens, mul
ti pi ici rerum semine praegnans effluii, tolti calore elioni levissimo volatilis;
ex qua cum suo masculo copulata qui intrinseca elemento eruere, et ingeniose
separare ac iterum conjungere noveri!, pretiosissimum naturae et artis arca
num, imo coelestis essentiae compendium adeptum se jacet 9. Questa materia
il pi prezioso dono della Natura, una sintesi della quintessenza celeste.
Eliano, di conseguenza, affermava che sebbene Sileno non fosse nel novero
degli Dei, nullameno era di una natura superiore a quella delluomo; ci
che potrebbe anche interpetrarsi che Sileno va considerato come un essere
immaginario cos come gli Dei della favola, e come anche le Ninfe, che
Esiodo fa madri di tutti i Satiri.
Infine Mida si disfa dellincomodo potere di mutare tutto in oro, comuni
candolo al fiume Pattolo lavandosi, in quello, le mani. E questo precisamente
accade alla Pietra dei Filosofi allorch si tratta di moltiplicamela. I n tal
caso si obbligati di metterla nell'acqua mercuriale, nella quale il Re del
paese, dice il Trevisano, -deve bagnarsi. L egli si toglie l abito di drappo
di fino oro. E questa fontana, in seguito, concede ai fratelli del Re questabito
e la sua carne sanguigna c vermiglia, perch diventino simili al Re. Questac
qua mercuriale veramente un'acqua pattola, poich deve in parte coagu
larsi e diventare oro Filosofico.
DELLET DORO
Tutto quanto gli Autori ci hanno trasmesso circa questo tempo favoloso,
mette in grave imbarazzo i Mitologi prospettando insormontabili difficolt
- 157
quando vogliono trattarne l'argomento su basi storiche. E sebbene unanime
mente concordano nell'attribuire l et d'oro al regno di Saturno, quando poi
si tratta di dover determinare il luogo dove questo Dio ha regnato, l'epoca
di questo regno, e le ragioni che determinarono a chiamare detto regno: il
Secolo (Toro, allora non sanno pi che pesci pigliare! E questo logico poich
il Secolo d'oro una allegoria. Infatti, degli Antichi Poeti: Omero, Orfeo,
Lino, ecc. nessuno ci afferma ed assicura di aver visto e constatato di persona
ci che a tale riguardo ci riferiscono, ma le loro descrizioni sano bens il
parto deila loro immaginativa poetica. Quella che cc ne fa Ovidio di questo
Seoolo d'oro piuttosto un ritratto d'un Paradiso terrestre e dei suoi abita*
tori, anzicch d'un tempo posteriore al Diluvio c duna terra soggetta alle
imitazioni delle stagioni, a Allora si osservavano, dice detto Poeta, le regole
della buona fede e della giustizia, senza esservi astretto dalle leggi. Non
era la tema che faceva cosi agire gli uomini: le pene ed i supplizi non erano
ancora noti. I n questo secolo felice, non era affatto necessario incidere sol
bronzo le minacciose leggi, le quali furono necessarie soltanto dopo allor
quando servirono ad infrenare la licenza. I n quel tempo non v'erano cri
minali che tremassero alla presenza dei loro Giudici; la sicurezza nella quale
si viveva non era affatto l'effetto di quell'autorit che promana dalle leggi.
Gii alberi divelti alle foreste non venivano impiegati quale fasciame per
trasportare gli uomini verso lidi ignoti: luomo abitava esclusivamente il
luogo dov'era nato, n si serviva di navi per esporsi al furore deile onde.
Le ritta, prive di mura e di fossati, costituivano un asilo sicuro; n si cono
scevano ancora: le trombe, gii elmi e le spade, ed il soldato era inutile per
assicurare al cittadino una vita dolce e tranquilla. La terra senza essere rotta
dall'aratro, forniva ogni specie d frulla, e gli abitanti soddisfatti degli ali
menti ch'essa produceva senza essere coltivata, si nutrivano di fruiti selvatici
e di ghiande che cadevano dalle querce. La Primavera regnava lutto l'arino:
i dolci zefiri animavano con il loro tepore i fiori che nascevano dalla terra,
e le messi si succedevano senza bisogno n di lavorare la terra n di seminare.
Da ogni parte si vedevano scorrere ruscelli di latte di nettare; ed il miele
sortiva abbondante dal cavo delle querce e degli altri alberi s.
Ora, voler ammettere, con Ovidio, un tempo nel quale gli uomini abbiano
vissuto nella maniera chegli ci riferisce, lo stesso che pascersi di chimere
e di fandonie.
Ma quali ragioni possano aver avuto gli Antichi per attribuire al regno
di Saturno, la esistenza di un secolo doro? Eppure, secondo si racconta di
Saturno, non vi fu mai regno pi insozzato da tanti vizi; le guerre, la
carneficina, i delitti di ogni specie ne inondarono la terra sotto quel regno.
Saturno sali al trono dopo aver scacciato e mutilato suo padre. E Giove cosa
fece di pi perch non venisse riconosciuto coi nome d'et doro il suo regno?
Eppure Giove tratt suo padre Saturno in verit precisamente c nella stessa
maniera di come Saturno aveva trattato il proprio padre. Giove era un adul
tero, un omicida, un incestuoso, ecc., ma Saturno era (orse migliare? Non
- 158
aveva dunque sposato sua sorella Rea? Non ebbe Filtra per concubina, e
questa senza contare le altre? Ma si vide mai un Re pi inumano di questo,
che divora i propri figli? E vero che non divor anche Giove, ma ci va
dovuto alla buona fede, poich gli si present un ciottolo, lo inger, ma non
potendo poi digerirlo, lo ricacci. Questa pietra, secondo Esiodo, fu deposta
sul Monte Elicona per servire di monumento agli uomini. Bel monumento,
bene adatto a memorare il ricordo di un secolo doro!
Eppure, n Saturno, n Giove, n altri Dei simili, hanno giammai re
gnato, perch per poter regnare bisogna essere uomini, mentre tutti questi
Dei dei quali parliamo non esistettero mai se non nello spirito deglinventori
di queste favole, che poi la maggior parte dei popoli ritennero storie reali,
perch cos intese, restavano lusingati nel loro amor proprio, daver avuto
un Dio quale capostipite degli antichissimi loro Re. Ci posto, occorre tro
vare altre ragioni le quali abbiano valso a dare al regno di Saturno il nome
di secolo o det doro. Di queste ragioni io ne trovo parecchie nellArte
Ermetica, nella quale questi Filosofi chiamano regno di Saturno il tempo
che dura la negrezza, dato chessi chiamano Saturno questa negrezza stessa;
e ci vale a dire: quando la materia Ermetica messa nel vaso diventata
come la pece fusa. Dato anche che tale negrezza, come dicono essi, la
porta, l'entrata e la chiave dellOpera, essa rappresenta Giano che. per
conseguenza, regna assieme a Saturno. Ci si chiesto, e ne cerchiamo aurora
la ragione per la quale sapriva la porta del Tempio di Giano allorquando
si dichiarava la guerra, e la si chiudeva allavvento della Pace. Ma per un
Filosofo Ermetico la ragione ne facile, ed eccola: I.a negrezza una suc
cessione della dissoluzione; la dissoluzione la chiave e la porta dell'Opera.
Questa non pu farsi se non mediante la guerra che sorge tra il fisso ed il
volatile, e mediante le lotte che tra di essi si svolgono. Essendo Giano questa
porta, era del tutto naturale che saprisse quella del Tempio che gli era
consacrato per annunziare la guerra dichiarata; e sino a tanto che la guerra
durava la porta ne rimaneva aperta, e la si chiudeva aHavYcnto della Pare,
poich tale guerra del fisso e del volatile dnra sino ' a clic la materia sia
diventata assolutamente tutta fissa. Allora si fa la Pace. E per questo che
la Turba dice: a fac pacem inter inimicai, et opus compieium est n. I Filo
sofi hanno adoperato figurativamente: aprire, slepare. per dire: dissolvere,
fermare, lepare. Macrobio dice che gli Antirlii prendevano Giano per il Sole,
ma rio va inteso nel senso del Sole Filosofico, ed una delle ragioni che
fere chiamare il suo regno: Secolo d'oro.
Durante la negrezza della quale abbiamo parlalo, o il regno di Saturno,
lanima delloro, serondo i Filosofi, si rougiiinge col mercurio, ed in conse
guenza essi chiamano questo Saturno: la tomba ilei Re. o del Sole. F, allora
clic cominciti il regno degli Dei, dato che Saturno tu* consideralo il padre,
sicch in riletti l'et doro, poich questa materia diventata nera conitene
in essa il principio aurifico, c loro dei Filosofi. I /Arlista quindi viene a
trovarsi nelle condizioni dei sudditi di Giano e di Saturilo, che sin du quando
- 159-
comparsa la negrezza egli fuori imbarazzo ed inquietitudine. Sino a quel
momento egli aveva lavorato senza tregua e sempre incerto della riuscita,
forse aveva errato per boschi, foreste e montagne, vale a dire, lavorato su
differenti materie poco adatte a questArte; forse aveva anche errato pi di
duecento volte lavorando, come il Pontano, sulla vera materia. Ma da questo
momento egli gode d'und gioia, e prova soddisfazione ed ottiene vera
tranquillit poich vede fondate le sue speranze su solida base. G questo,
non si direbbe quindi unet veramente doro, nel senso di quella riferitaci
da Ovidio, e nella quale l uomo vivrebbe contento, con piena soddisfazione
del cuore e dello spirito?
LE PIOGGE DORO
I Poeti hanno spesso parlato di piogge doro, ed alcuni Autori Pagani
hanno anche avuto la debolezza di riferirci come verit che a Rodi cadde
una pioggia doro allorquando il Sole vi giacque con Venere. Eppure, ci
asserito dai Poeti pu anche essere perdonato; ma che poi Strabone ci
venga a dire che piovve oro a Rodi, quando Minerva nacque dal cervello
di Giove, questa non gliela si pu far passare. Che in realt si sieno verificate
talvolta delle piogge di pietre, di voluto sangue, dinsetti ed anche di ranoc
chi, ci detto nella Fisica, e non qui il caso di spiegare le cause di
questi fenomeni; ma per quanto alla realt duna pioggia doro, si ha voglia
daccertare, ma ritengo che nessuno sia tonto credenzone di prestarvi fede
senza averla vista. Quindi bisogna considerare queste storie quali allegorie.
I n effetti si pu chiamare pioggia do r o , una pioggia che produrrebbe del
l oro, od una materia adatta a farne, cos come quando 0 Popolo comune
mente dice: piove vino, allorquando cade una pioggia attesa perch inaffi
l uva e ne faccia ingrossare i grappoli. Orbene, proprio ci che si verifica
mediante la circolazione della materia Filosofica nel vaso dove rinchiusa.
Detta materia si dissolve, ed essendosi elevata in vapori al sommo del vaso,
vi si condensa, e ricade in pioggia sulla parte che risiede al fondo. Ed
per questo che i Filosofi talvolta hanno dato il nome di acqua di nube alla
loro acqua mercuriale. Essi hanno anche chiamato Venere questa parte
volatile, e Sole la materia fissa. Niente pi comune di questi nomi nelle
loro opere, a La nostra Luna, dice Filatele, la quale nella nostra Opera
esplica la funzione di femmina, della discendenza di Saturno, ed perci
che alcuni nostri Autori desiderosi l hanno chiamata: Venere . D'Espagnet
ha parlato spesso di questacqua mercuriale sotto il nome di Luna e di Ve
nere, ed ha perfettamente espresso questo congiungimento del Sole e di Ve
nere nel suo Canone 27 : a La generazione dei figli forma l oggetto e lo scopo
del legittimo matrimonio. Ma perch i figli nascano sani robusti e vigorosi,
necessario che i due sposi medesimamente Io siano, dato che una semenza
pura e netta produce una generazione che le assomiglia. Quindi, cos devono
- 160 -
essere 1Sole e la Luna prima d'entrare nel letto nuziale. Allora ai consumer
il matrimonio, e da questo congiungimento nascer un Re polente, del quale
il Sole ne sar il padre, e la Luna la madre n. Questo Autore dice anche
che la Luna dei Filosofi i l loro Mercurio al quale hanno dato parecchi
nomi, e tra i quali: terra sottile, acqua di vita, acqua ardente e permanente,
acqua doro e dargento, ed inline di Venere Ermafrodita.
Ecco come sesprime questAutore nel suo Canone 46: Variis nominibua
mercurius Me Phi/osophorum enundatur; moda (erro, modo aqua diversa
ratione dieitur, lum etiam quia ex utraque nufuralifcr constatur. Ea est terra
subtilis, alba sulfurea, in quo elemento figuntur, et aurum Pkilosopharum
seminatur. I Ha esc aqua vitae, sire ardens, aqua pcrmanens, aqua limpidis
sima, aqua aurei et argenti nuncupata. Hie vero mercurius, quia saura in se
kabet sulfur, quad artificio multiplicatur, sulfur argenti etri vocali meruil.
Denique substantia illa pretiosissima est Venus prisco rum hermaphradita
utroque sexu pollens s. Orbene, il solo epiteto di Venere Ermafrodita spiega
abbastanza chiaramente di qual natura e sostanza sia formala questa pretesa*
Dea, e l idea che ce ne dobbiamo fare, poich il nome dErmafrodilo, se
condo tutte le apparenze, sialo composto da B om : = Mercurius, e da
Aqo; = Spuma, come se si dicesse: spuma di Mercurio. Ed certo per
questo che la Favola dice Ermafrodito figlio di Mercurio e di Venere. Si
finto che il congiungimento del Sole e di Venere accadde a Rodi, poich
l unione del Sole e del Mercurio Filosofico non si fa che quando la materia
comincia a diventar rossa, ci ch indicalo dal nome di detta Isola, il quale
derisa da $fiov = rosa. La materia fissa o l oro Filosofico, il quale dopo
essersi volatilizzato ricade allora in forma di pioggia, ha dunque preso con
ragione il nome di pioggia doro; e senza questa pioggia il fanciullo Er
metico non si formerebbe.
Una simile pioggia si verific allorquando Pallade nacque dal cervello
di Giove, e ci per la medesima ragione, perch Giove non avrebbe potuto
partorirla, se Vulcano, od il fuoco Filosofico non gli avesse fatto un servizio
da levatrice. Se in tale occasione si considera Pallade come la Dea delle
Scienze c dello Studio, con riguardo all'Arte Ermetica, s potrebbe' dire
che vano sarebbe il possedere la teoria meglio ragionata, c la materia stessa
del Magistero chiamata Vergine, figlia dei Mare, o dell'Acqua, o di Nettuno,
o delia palude Tritonica, che giammai si riuscir a fare l Opera se non
simpiega l'aiuto di Vulcano o del fuoco Filosofico. Di conseguenza, alcuni
Poeti hanno finto che Pallade avendo resistito vigorosamente a Vulcano, il
qnale voleva violentarla, poich il seme di Vulcano era caduto in terra, ne
nacque un mostro clic ebbe nome Erittoiiio, avente figura umana dalla testa
sino alia cintola, e quella di Drago in tutta la parte inferiore. Questo Eri!-
Ionio i) risultato delle operazioni degli Artisti ignoranti, i quali mellouo
mano all'Opera senza conoscerne i principii. e vogliono lavorare malgrado
Minerva; e cosi producono dei mostri anche con il concorso di Vulcano.
A riguardo di Erittonio, la Favola dice che Minerva vedendo questo fan-
- 161 -
ciullo chera nato avente la parte inferiore del kuo corpo in forma di serpe,
ne lo affid alle care d'Aglaura, figlia di Cecrops. e la quale rontro il divieto
di Minerva, ebbe la curiosit di guardare nel resto nel quale Erittonio stava
rinchiuso, e ne fu punita con una passione di gelosia contro la sua sorella
chera l amante di Mercurio. Sicch un giorno, essa, volendo impedire a
questo Dio dentrare nella camera ove stava la sua sorella Enea, Mercurio
la colp col caduceo, e la mut in roccia.
Ed anche questa parte della Favola mostra abbastanza ch tutta un'alle
goria che ha riferimento allArte Ermetica, anche per la presenza di Pallade,
Vulcano e Mercurio che in detta Arte sono richiesti. Pallade la scienza
dell'Arte, e la prudenza per la conduzione del regime del fuoco e delle ope
razioni: in secondo luogo il fuoco Filosofico, o Vulcano; indi il Mercurio dei
Saggi. Se lArtista anima e spinge troppo questo fuoco, allora Vulcano
che vuol violentare Pallade, la quale i Filosofi hanno preso sovente quale
simholo della loro materia. Malgrado la resistenza di questa Vergine, pure
Vulcano agisce sempre sulla materia dei Filosofi, e la dissolve. Questa disso
luzione non pu effettuarsi che mediante tale specie di lotta tra la materia
Filosofica, chiamata Vergine, come abbiamo fornito le prove in altre occa
sioni, ed il fuoco. Ma quale ne poi il risultato? Un mostro che chiamasi
Erittonio perch questo nome stesso designa la cosa, vale a dire: la contesa
e la terra. Non deve meravigliare che questo sia un mostro, e basta ricor
dare tutti gli altri della Favola: Cerbero. lI dra di Lenta, i diversi Draghi,
ecc. e che tutti significano la stessa cosa che Erittonio, vale a dire: la disso
luzione e la putrefazione, che n ragione si dice figlio di Vulcano e della
T-'-ra, dato che detta putrefazione quella della stessa terra Filosofica, ed
un effetto di Vulcano, o del fuoco dei Saggi.
Dunque, ben la semenza di Vulcano che produce Erittonio. E se si dice
che Aglaura fn incaricata da Minerva di prenderne cura, ma col divieto che
essa guardasse ci che il cesto conteneva, si comprende subito che una simile
condizione imposta, era impossibile fosse rispettata, e quindi non pu essere
stata inventata che in vista duna allegoria, cos come la metamorfosi poi
d'Aglaura in roccia. Ed in effetti tutto ci una pura allusione al processo
dellOpera Ermetica. Aglaura significa: chiarore, splendore, ed i Filosofi
chiamano con questo nome la loro materia pervenuta al bianco a misura
rhessa abbandona la negrezza; e questo intervallo dal hianco al nero il
tempo della educazione dErittonio. E se Mercurio la mut in roccia, ci
delta perch la materia stessa si coagula, e diventa pietra allorquando per
viene a tale stato di splendente bianchezza; ed perci che in tale stato i
Filer!) la chiamano: Pietra al bianco. Luna, ecc.
Poich il Mercurio l agente principale, lui che produce questa meta
morfosi. Si suppone questo Dio amante di Ersea, sorella di Aglaura, perch
E'pwi significa: la rugiada, e che il Mercurio Filosofico circola allora nel
vaso, e ricade come una rugiada.
Da unaltra pioggia doro nacque un Eroe, ma un Eroe molto pi famoso
- 162-
d'Erillonio. Danae fu rinchiusa in una torre di bronzo da suo padre Acriaio,
poich questi aveva appreso dallOracolo, che il figlio che sarebbe nato
da sua figlia, lo avrebbe privalo della corona e della vita; perci Acrisio non
volle prendere in considerazione nessuna proposta di matrimonio per essa.
Giove fu preso damore per questa bella prigioniera. La torre era ben chiusa
e ben custodita; ma lamore Ingegnoso. Giove abituato alle metamorfosi,
si trasform in pioggia doro, e con questo mezzo sintrodusse nei seno di
Danae, la quale- da tale visita concep Perseo:
a Perseo quem pluvio Danae conceperni auro s.
(Ovidio, Metam. 1. 6)
Questo figlio di Giove divenuto grande, fra le altre imprese, tagli la
testa a Medusa, c se ne serv per pietrificare tutto ci a che la presentava.
Dalle gocce di sangue che sgorgarono dalla piaga di Medusa, nacque Crisaore,
padre di Gcrionc, che alcuni dicono con tre corpi, ed altri con tre teste.
La spiegazione di questa favola sar facile per chi vorr ricordare quelle
da noi gi date delle altre piogge doro. Si comprende facilmente che Danae
e la Torre Bono la materia ed il bromo dei Filosofi chessi chiamano: rame,
fattone; che la pioggia doro sono le gocce dacqua doro, o la rugiada aurifica
che salgono nella circolazione, e ricadono sulla terra che trovasi sul fondo
del vaso. Si potrebbe anche ammettere con i Mitologi, che Giove sia preso
per laria; ma qui bisogna intenderlo invece per il color grigio chiamato
Giove, poich la pioggia doro si manifesta durante il tempo che la materia
passa dal color nero al grigio. Perseo il frutto che nasce da questa circo-
laziont. Dalle gocce del sangue di Medusa nacque Crisaore, e da questi:
Gerione. Ci vuol dire che: dallacqua rossa dei Filosofi che Pitagora, come
molti altri Adepti, e che Raimondo Lullo con Ripleo chiama: nino rosso,
nasce l oro o lo zolfo Filosofico. Del resto ben noto che Crisaore deriva
dal greco: xqi<0 ourum. Quest'oro dissolto nella sua propria acqua rossa
come il sangue, produce l'ElBre o Gerione, con tre corpi o tre teste, poich
esso composto dalla esatta combinazione dei tre principii: zolfo, sale e
mercurio. Spiegher pi diffusamente questa Favola nel capitolo di Perseo.
- 163 -
LA GENEALOGIA DEGLI DEI
Dicemmo innanzi che le finzioni dei Greci provengono, per la maggior
parte, dall'Egitto e dalla Fenicia; e sa ci non sorge dubbio per le (ormali
testimonianze dei pi antichi Autori. Le favole eroso il fondamento della
Religione: e le stesse introdussero il gran numero degli Dei che sostituirono
al posto del Vero ed Unico Dio. Ci posto, i Greci nell'apprcndere la Reli
gione degli Egizi, apprendevano nello stesso tempo le loro favole. E' hen
certo, per esempio, che il callo di Bacco era calcata su quello dOsirde,
come dice l Abate Banier, e come in parecchi rincontri la aveva dello Dio
doro. Le rappresentazioni oscene del loro Ermete c del loro Priapo, non
erano le stesse del Fallo degli Egizi? Cerere e Cibele le stesse che Iside? I l
Mercurio dei Latini, lErmete dei Greci, il Tentai dei Galli, differiscono
forse dal Tfaot o Taut dell'Egitto? Perci se nelle Favole si riscontrano
differenze di nomi e di circostanze, ci va ascritto alla tendenza marcala che
i Greci avevano per le finzioni, e daltro canto volendo insinuare la loro
primogenitura su gli altri antichi popoli, cambiarono nomi ed avventure nelle
dette Favole, per eludere che le avevano. Invece, attinte dalla Religione dun
altro Popolo. Questa la causa perch presso i Greci, le Favole Egizie le
si rinvengono cosi trasformate e si riscontra una grande differenza tra ci che
Erodoto, Dodoro Siculo e Plutarco ci dicono dIsidc ed Osiride, con la
tradizione scritta del Sacerdozio Egizio; c clic i Poeti raccontano di Cerere,
di Cibele, di Diana, di Bacco 8 (lAdone, in umilier ila farei credere che
non siano le medesime Divinit,
Invece, tutte le Favole sono state inventale per un unico oggetto, e se
quelle dei Greci differiscono da quelle Egizie siilo per la veste ed l nomi,
quando si riesce a spiegare queste ultime, la spiegazione di quelle non pu
essere differente. Infatti, se i viaggi di Bacco sono gli stessi di quelli dOsi-
ride, quando ai conosce il signifieato simbolico di quelli del preteso Re del
l Egitto, si sa bene a elle alli-neisi per quelli che si riferiscono a Bacco.
Omero ed Esiodo si possono ritenere come i padri delle Favole perch ne
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le ordinarono e le divulgarono con officiente costanza, per essi non ne
furono gl'inventori: l'idolatria era pi antica d questi due Poeti. Orfeo,
Melampo, ecc. ne avevano riempito te loro opere; ma anche noto che
questi Poeti, ed altri ancora, come Omero, avevano attinto queste finzioni
in Egitto e nella Fenicia.
I Cristiani in rapporto alla loro Religione, rifintano queste favole come
false e mendaci; e gli Starici ed i Mitologi cercano invano di adattarle alla
Storia ed alla Morale, e tutti non pensano neppure lontanamente che queste
Favole possano avere un allegorico oggetto. Ci mi spinge a prendere in
esame questa teogonia per dimostrare la mia affermazione.
Le Favole ci sono stale tramandate dagli scritti che ci restano di parecchi
antichi Autori: Esiodo nella Teogonia, Ovidio nelle sue Metamorfosi, ed
anche Igino e molti altri ne hanno trattato diffusamente. Omero parla di
questa genealogia degli Dei sotto l'allegoria duna catena d'oro alla quale
s'erano sospesi lutti gli Dei per scacciare Giove dal Cielo, e dice che peto
i loro sforzi riuscirono vani. La maggior porte dei Pagani consideravano
Giove come il pi grande fra gli Dei; ma dato che non dicevano che avesse
avuto origine da s stesso, perci esamineremo quali erano i suoi genitori
ed antenati.
DEL CIELO E DELLA. TERRA
Gli Autori delle genealogie degli Dei possedevano conoscenze molto con
fuse sulla vera origine del Mondo; anzi si polrebhe dire che l'ignoravano
assolutamente. Affidandosi al lume della propria ragione, si sono sperduti
nelle loro vane speculazioni, di che S. Paolo li rimprovera, e di conseguenza
si sono formati idee differenti sia di Dio che deU'Universo. Cicerone che rac
colse tutte queste idee nel suo Libro della Natura degli Dei, ce ne fa vedere
egli stesso la poca solidit. ,
Alcuni hanno intravisto un essere indipendente dalla materia, una intel
ligenza infinita ed eterna la quale concede al Mondo il movimento, che gli
ha dato forma e lo conserva nel suo stato di essere; ma essi hanno anche
supposto la materia coeterna a questa intelligenza. Aristotile ed i Peripatetici
parrebbe abbiano nutrito questo concetto. Platone ed i suoi Seguaci ricono
scono un Dio eterno, quale causa efficiente di tutto quanto esiste, e l Universo
quale effetto di questa causa, prodotto da questo Dia quando lo volle, ma
non da ogni eternit come Dio stesso. Altri con Epicuro, hanno pensato
che il Mondo B'era formato mediante il concorso fortuito duna infinit di
Atomi i quali dopo aver per molto tempo turbigliouato nel vuoto, si sareb
bero riuniti o coagulati cos come il burro od il formaggio si forma dal
latte, ma senza dirci quale stata od ha potuto essere l'origine di questi
Atomi.
Talete, Eraclito ed Esiodo hanno considerato lacqua come la primiera
materia delle cose, ed in ci essi si troverebbero d'accordo con la Genesi
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Mosaica, se avessero aggiunto che il caos o l'abisso non esisteva da per s
tesso, ma che nna suprema intelligenza eterna gli aveva dato l essere, la
forma e lordine che noi vi vediamo.
La creazione dellUniverso s fatta nelle pi fitte tenebre perch potes
simo vedere come le cose vi si sono svolte. E tempo perso il ragionarne,
e voler immaginare dei sistemi; tutti coloro che si sono dedicati ad escogi
tare dei sistemi, magari tenendo conto di quel poco che Mos ci riferisce,
non sono riusciti a darci un risultato soddisfacente, anzi talvolta son cascati
nel ridicolo. Lascio ai Fisici il vagliare quei sistemi, per parte mia far
solamente osservare che il Creatore di tutto ci che esiste, non essendo
abbastanza conosciuto dagli antichi Filosofi, questi non hanno forse studiato
la natura degli Dei se non in apporto alle cose sensibili, delle quali essi
cercavano conoscerne lorigine e la formazione, ed in luogo di sottomettere
la Fisica alla Teologia, essi fondarono la loro Teologia sulla Fisica.
Queste idee si formarono da conseguenze male intese, ma attinte ila quei
principi! filosofici che i Greci erano andati a studiare presso gli Egizi. Tarn,
secondo la testimonianza di Filone di Bihln, Traduttore di Sanconiatone,
aveva scritto la storia degli antichi Dei; ma di quegli Dei dei quali abbiamo
parlato nel primo libro, e lo stesso Filone dichiara che gli Autori che segui
rono al secolo di Taut, considerarono quella storia come un contesto di
allegorie.
Abbiamo gi fornito la prova che Taut o Mercurio Trimcgisto non rico
nosceva che un unico Dio, e s'egli ha parlato e scritto di alcuni altri Dei. non
credeva, n voleva che si credesse che cotesti fossero stati uomini in realt e
mortali, cherano stati deificati in seguito, poich era assolutamente vietato,
pena la vita, di dire ch'erano esistiti sotto spoglie umane; e ci non perch
fossero stati effettivamente uomini, ma per le ragioni diffusamente da noi
dedotte quando abbiamo spiegato le idee dei Sacerdoti. Egizi a riguardo
dIside ed Osiride. Perci, tutte le testimonianze degli Autori che tentano
provarci che gli Dei erano stati uomini veramente, provano unicamente che
detti Autori non conoscevano il segreto dei Sacerdoti Egizi, e che presero
alla lettera tutto quello che costituiva semplice allegoria.
I Filosofi ed i Poeti sovente si sono beffeggiati di questi Dei; niente di
pi indegno e di pi offensivo della maniera con la quale ne parlano. Ne
fanno dei mostri, ce ne rappresentano dei tondi, quadrati, triangolari, zoppi
e ciechi; parlano in maniera buffonesca degli amori dAnnbi con la Luna:
dicono che Diana fu sferzata; fanno percuotere gli Dei e li fanno ferire dagli
uomini; li fanno scappare in Egitto, ove sono obbligati per nascondersi, a
metamorfizzorsi in animali. Apollo piange Esculapio. Cibele Ati: luno scac
ciato dal Cielo, obbligato a custodire il gregge; l'altro, ridotto a lavorare
quale muratore, gli manca l'autorit per farsi pagare: l'uno Musico, l'altro
Fabbro, l'altra Levatrice. I n una parola s'attribuiscono ad essi attivit
indegne, e le quali saddicono pi ad una comicit teatrale anzierh alla
maest degli Dei.
166
EH in effetti si |>II trovare altra di pi indecente della parte che Omero
fa loro rappresentare nelle sue Opere? Ma se anche'questi Dei fossero stali
dei Re, od anche defili Eroi, ne avrebbe parlato con s poco rispetto? E
Luciano, nei suoi Dialoghi, non si prende giuoco degli Dei? Giovenale dice
clic i soli ragazzi credevano agli Dei.
Pertanto, molli antichi FlosoR e Poeti riconoscevano un Dio unico, una
intelligenza suprema dalla quale tutto dipendeva, che tulio governava: ma
comecch pochi erano coloro i quali aver ano sufficientemente riflettuto per
la conoscenza del vero Dio. onde formai sene una idea giusta, non trovando
altro di pi perfetto del Ciclo e della Terra, naturalmente ne li considera
rono quali primi Dei. Di conseguenza, poi, immaginarono che laria ed il
cielo, il mare e la Ierra, i fiumi, le montagne, le fontane, venti dovevano
essere fra di loro parenti od alleati, od almeno contemporanei, od anche,
ci ch'era pi credibile: tutti fratelli e sorelle gemelli. Ma dato che il Sole
e la Luna erano i due oggetti pi belli e che massimamente colpiscono i
nostri occhi, questi due Astri diventarono gli Dei di quasi tutti i Popoli. A
prestar fede agli antichi, il Sole era l Osiride degli Egiziani, l Ammone dei
Libici, il Saturno dei Cartaginesi, lAdone dei Fenici, il Bal o Belo degli
Assiri, il Molorh degli Ammoniti, il Dioniso o 'Urti tal degli Arabi, il Mitra
dei Persiani, il Beleo dei Galli. Apollo, Bacco, Libero o Dioniso, erano la
stessa rosa del Sole presso i Greci; e Macrobio (Sal. 1. I , c. 10) ne fornisce
le prove che non lasciano possibilit di replica.
La Luna, similmente, era Iside in Egitto, Astarle nella Fenicia, Alilat
presso gli Arabi. Mililta presso i Persiani; Artemide, Diana, Dictinna, ecc.
presso Greci. nellIsola di Creta, in quella di Dolo, ed altrove. Macrobio
giunge persino a dirci clic lutti gli Di del Paganesimo debbono rapportarsi,
cosi come pflellcntenle riportavano la loro origine, al Sole ed alla Luna.
Poi si convenne che il Sole e la Luna dovevano la loro origine a qualcuno
pi antico di essi, e di conseguenza renne a stabilirei ima successione genea
logica. nella quale il Cielo e la Terra costituirono la prima radice.
Erano, che nella Lingua Greca significa il Ciclo, spos Titea o la Terra,
sua -orella. e ne ebbe parecchi figli. Ed ecco il Cielo e la Terra riconosciuti
come sorgente donde sgorgarono gli Dei. E perci son questi e la loro razza
che ci accingiamo a passare in rassegna, imitando Esiodo il quale scrisse:
n.Sa/refe nafae jovit, i/al rero amai/em cantilenata. Celebrate quoque im-
mortafium rii linoni genti t seta per existen! iuta. Qui tellure prognati sunl, et
Copto stellalo n.
frano e Titea ebbero per figli: Titano, Oceano, Iperinnc, Giapelo, Sa
turila. Rea, Temi, ed altri cir Esiodo riporta. Da Saturno c Rea nacquero:
Girne, Giunone, Nettuno, Glauca e Plutone; da Saturno e Filtra : il Centauro
Chiroue. A seguilo d'una operazione cruenta che Giove lece a Saturno,
nacque 1 enere. Da Giunone sola, senza alcun concorso di seme, venne fuori
Lhe. Da Giove c da Meli, die questo Dio aveva inghiottita, venne fuori Pai-
lade. Giove ebbe da sua sorella Giunone: Vulcano e Marte; mentre da
- 167
Lo tona ebbe: Apollo e Diana; da Maia: Mercurio; da Semele: Dioniso o
Bacco; da Coronide: Esculapio; da Danae: Perseo; da Aicmena: Ercole;
da Leda: Castore, Polluce, Elena e Clitesneatra; da Europa: Minosse e Ra
da manto; da Antiope: Anfione e Zeto; i Polisci da Talia; e Proserpina da
Cerere.
Esaminiamo cos'era Saturno, allo scopo di avere una qualche conoscenza
del padre mediante questo suo figlio.
STORIA DI SATURNO
Saturno In l'ultimo ed il pi cattivo dei figli del Cielo e della Terra.
Gli Antichi per adattarsi ai procedimenti che la Natura impiega nella
generazione, si trovarono nella necessit di personificare le due parti che
compongono l Universo; e dato che ogni generazione suppone un accoppia
mento del maschio e della lemmina degli esseri animati, o dell'agente e de]
paziente nei non animati, si diede a Saturno, supposto animalo ed intelli
gente, un padre ed una madre delia stessa specie.
Quindi, semplicemente in apparenza che supponendo il Cielo cb sulle
nostre teste, e la Terra sulla quale camminiamo, quali padre e madre di
Saturno, Esiodo ed altri abbiano preteso farci credere che il Cielo e la Terra
si siano accoppiali alia maniera degli esseri animati; mentre in effetti questa
unione va intesa quale funzione dagente e paziente, e cio quale forma e
materia; e perci: il Cielo facente funzione di maschio, e la Terra l'ufiicio
di femmina; il primo come agente che imprime la forma, la seconda come
paziente e fornente la materia. Non bisogna dunque immaginarsi che gli An
tichi abbiano delirato a tal ponto da prestare in realt al Cielo ed alla Terra
degli organi atti alla generazione degli individui animati.
Urano, padre di Saturno, dice Esiodo nella sua Teogonia, avendo get
tato t Titani suoi figli, avvinti e legali nel Tartaro, eh' il luogo pi tenebroso
dellI nferno, fu per questo che Titea indignata per la infelice sorte dei propri
figli, sollecit gli altri Titani dapprestare degli agguati al suo marito, mentre
essa forniva Saturno, il pi giovane dei suoi figli, di quella famosa falce di
diamante con la quale questo mutil poi suo padre.
Supponendo Urano e Titea figli del Caos, come lo ritennero gli Antichi,
non il caso di considerarli quali persone reali in carne ed ossa, e quindi
questa pretesa mutilazione d'Urano, di conseguenza, non pu essersi verifi
cata poich non pu essere accettata in un senso saturale. Se Urano e Titea
ri considerano per il Ciclo e la Terra, cosa avrebbero generato se non un
altro Cielo ed unaltra Terra, dato che opti individuo genera suo simile
nella propria specie? Quindi Saturno, Rea ed i loro figli avrebbero dovuto
essere tanti nuovi Cieli o tante novelle Terre. Ma i Mitologi non hanno fatto
questa riflessione. Essi di Saturno ne hanno fatto il Tempo, di Teti una
- 168~
Deit marina, di Temi la Dea della Giustizia, di Cerere la Dea delle biade,
di Titano, Giapeto, ecc. non so che altro.
Anticamente Saturno lo si rappresentava sotto la figuro dun vecchio pai*
lido, e curvo sotto il peso degli anni, con una falce in mano, e quali attributi:
un drago che si mordeva la coda, e da l altra mano un bimbo chegli por
tava alla sua bocca spalancata, quasi volesse divorarlo. La sua testa era co
perta da una specie di casco, ed i suoi abiti erano sporchi e stracciati, e la
sua testa nuda e quasi calva. Gli si mettevano accanto i suoi quattro figli:
Giove in atto di mutilare bu o padre, e Venere che nasceva da tale mutilazione.
Saturno, sebbene il pi giovane dei figli d'Urano, simpadron del Regno che
per diritto di progenitore spettava a Titano, ed i figli di costui sopposero
invano alla nascente potenza del loro zio, perch tutto dovette sottostare ad
essa; ma Titano ed i suoi non tralasciarono dal combattere ad oltranza sino
a piando non si tratt nna pace, le condizioni della piale recavano che Sa
turno avrebbe fatto morire tutti i figli maschi che gli sarebbero nati da Rea
sua sposa e sua sorella. Saturno, scrupoloso ed ossequiente ai patti stabiliti,
divorava egli stesso i propri figli man mano che gli nascevano; e Giove
avrebbe trovato la stessa fine, se Rea non avesse usato lo stratagemma con i l
piale sottrarlo alla voracia figlicida di suo padre. Rea present a suo marito
un ciottolo infasciato di panni, e Saturno senza esaminarlo Iinghiott sup
ponendo che fosse Giove.
Rea, avendo per tal modo ingannato il suo sposo, mise Giove a balia
presso i Coribanti, confidando a questi l educazione del bimbo, sino a quando
non fosse pervenuto ad una et atta a regnare. Anche Nettuno e Plutone
furono salvati mediante qualche altra astuzia. I n seguito. Saturno divenne
sensibile alle vaghezze di Fillira figlia dellOceano, e vistosi sorpreso sul
fatto da Ops, egli subito si metamorfizz in cavallo: ed ecco perch Fil
lira mise al mondo Chirone, il pi giusto ed il pi prudente dei Centauri,
ed al piale venne affidata leducazione di Ercole, piella di Giasone, di Achil
le, ecc. Giove poi us verso Saturno quella spietata condotta ed azione che
Saturno aveva nsato contro Crono, od il Cielo suo padre.
Saturno mutilato e detronizzato, fuggendo dal Cielo, b ritir in I talia,
ove si nascose; ed perci, dicesi, che lI talia prese il nome di Lalium da
laterc = nascondersi, cos come Virgilio ne scrive nel 1. 8 deHEnei</e. In
verit desta sorpresa che una cos piccola parte della Terra abbia potuto con
tenere e nascondere il figlio duu padre cosi vasto ed esteso qiial'r il Cielo!
Saturno era uno dei principali Dei dell'Egitto, come pur Rea sua sposa.
Al coni Autori hanno anche detto ch'egli fu padre d'I side ed Osiride. Ero
doto e dopo di lui molti Storici, c piasi tutti i Mitologi concordano nell'af-
fermare che i Greci attinsero dagli Egizi il culto degli Dei. Del resto ormai
fondalo che il culto di Saturno era stabilito in Egitto prima che i Fenici de
cidessero di condurre loro colonie in Grecia. Ed cos anche certo, come ne
assicura Erodoto, che gli Egizi non hanno preso a prestilo dai Greci n il
Saturno, n Giove.
- 169 -
Del reato, tutto quello elle i Greci raccontavano del loro Saturno, s'adatta
benissimo al Saturno degli Egizi, e anche Cerere, figlia di Saturno serondo i
Greci, non diflerisce da laide. Vesta, altra figlia di Saturno, era anche una
Dea dellEgitto. Tifone, infine, che tante pene ed imbarazzi procur agli
Dei Saturno, Giove, ecc. era un Titano, ed un Titano Egiziano, come Pro
meteo figlio di Giapcto, e nipote di Saturno, poich Osiride lo costitu Go
vernatore duna parte dei suoi Stati durante il viaggio ch'egli fece alle Indie.
Parecchi hanno interpretato Saturno per il tempo, a cagione del suo nome
Chronos. Esso unico, dicesi, e parrebbe generato, o combinato e misurato
mediante il movimento dei Cieli; e questa figliazione unica ha fatto supporre
che avesse mutilato suo padre. Ci si fonda ancora su questo concetto perch li
tempo divora tutto, e ci che si compie nel tempo va considerato quali suoi
figli, e se il tempo risparmia una qualche cosa, tuli 'al pi sono i ciottoli e le
pietre pi dure: ed per questo che si finge ch'egli vomiti il ciottolo che
aveva inghiottito, credendo d'aver divorato Giove. Tempus etlax rerum, dice
Orazio.
Tale la spiegazione di alcuni altri Mitologi, appoggiata dalla testimo
nianza dello stesso Cicerone che nella sua Natura degli Dei, fa discutere due
Filosofi, uno dei quali dice che Saturno governava il corso del tempo e delle
stagioni.
Bisogna confessare che questa spiegazione non mal trovata: disgrazia
tamente per, essa zoppica in qualche punto c non tiene conto di parecchie
circostanze di questa favola. Ora, che il Cielo aia padre di Saturno, passi;
ma che la Terra sia sua madre, ci non quadra per niente affatto bene.
Avrebbe dunque la Terra concepito il Tempo? E quale vantaggio ne viene
alla Terra per quanto riflette la sua produzione? E quale vantaggio anche dal
Cielo?A menocch non vi si consideri il corso ed il movimento dei Pianeti
e degli Astri. Per parte mia avrei immaginato piuttosto il Sole, anzicch
Saturno, quale padre del tempo; intanto lo si ritiene come nipote di questo
primo degli Dei. Sul corso del Sole si regolano il giorno e la notte, lanno,
l Estate, (Inverno e le altre stagioni. Avrei anche considerato Saturno come
lo stesso Tempo, ma non lo avrei considerato figlio del Cielo.
Ma per quale ragione in effetti devesi rappresentare il Tempo sotto
l'aspetto dun Vecchio pallido, languente, curvo sotto il peso dei suoi anni,
e per conseguenza pesante e tardo, mentre poi in realt il Tempo vola pi
veloce del vento, che nulla lo uguaglia nella sua celerit, questo Tempo che
giammai non invecchia, e che si rinnovella ad ogni istante? Si dice che il
drago o serpe che si pone in mano a Saturno, significhi lanno e le sue rivo
luzioni, perch detto serpe si morde la coda; ma a me pare che detto serpe
rappresenterebbe meglio il simbolo della giovinezza, poich il serpe sembra
ringiovanire ogni qual volta cambia la pelle, mentre un anno quando pas
sato, non torna pi. Inoltre, non vedo alcuna differenza tra questo serpe e
quelli che si danno a Mercurio, ad Esculapio, c quelli che erano costituiti
quali custodi del Toson doro, o del Giardino delle Esperidi. Come mai
170-
adunque, il serpe sarebbe li il simbolo della rivoluzione annuale, qui quello
della roncordia e della riunione dei contrari, l quello della Medicina, e
qui quello della prudenza e dello vigilanza?
Per trovare il vero igniticatu di questo serpe, necessita ricercarlo presso
gli Egizi i quali furono i padri dei simboli e dei Geroglifici. Orapollo ci ri
ferisce che questi Popoli volendo rappresentare geroglificamente la nascila
delle cose, la. loro risoluzione nella stessa materia, e gli stessi principi dai
quali esse sono fatte, prospettavano un serpente che divora la propria coda.
Lo stesso Autore dice che per simboleggiare l Eternit, gli Egizi dipinge
vano il Sole e la Luna, oppure un Basilisco che gli Egiziani chiamavano
Urea, poich essi consideravano questi Astri come eterni, e detto animale
come immortale. Dice ancora, che Iside era il simbolo dellanno, come
ugualmente la palma, ma in nessun suo scritto ci dice che il serpe che si
morde la coda fosse il simbolo dellanno, fi padre Kircher pare abbia vo
luto generalizzare l'idea dOrapnllo, dicendo che gli Egiziani, volendo rap-'
presentare il Mando, figuravano un serpe mordenlesi la coda, quasi avessero
voluto significare che lutto ci che net mondo si forma, tende lentamente a
dissolvei si nella sua primiera materia, e ci secondo lassioma: in id remi
t i m tir ex qua sumus. Egli riporla in trslimonianza il parere dEusehio, il
quale parlando della natura del serpe, secondo il concetto che u avevano i
Fenici, dire: xui f I; iuerov <vJ.vf t ui >atoi.vodzfimi II ladre Kircher s'ap
prossima anche al concetto clic Filosofi Ermetici annettono alla figura ed al
nome ilei serpe, quando afferma che gli Egizi ne facevann il simbolo dei
quattro elementi, perch i Filosofi prendono il serpe, talvolta quale smbolo
della materia del Magistero, rii'essi dicono sia il compendio dei quattro ele
menti, talaltra per detta materia terrestre ridotta in acqua, ed infine per il
loro zolfo o terra ignea, che chiamano: miniera del fuoco celeste, e ricetta
colo nel quale abbonda questa virt ignea rlte proibire tutto nel mondo.
Questa materia, elle essi dieono composta dei quattro elementi, deve risol
versi nei suoi primieri principi!, vale a dire in acqua, ed mediante la sua
azione clic i corpi sono ridotti nella loro primiera materia. Se volete sapere
qualc la nostra materia, essi dicono, cercate quella nella quale lutto si ri
solve, perch le cose ritornano sempre ai loro principi, e sono composte di
ci in cui esse si risolvono. Il Trevisano spiega questa resoluziouc. ed avverte
clic noli bisogna immaginarsi clic i Filosofi intendano parlare dei quattro ele
menti sotto il nome di primiera materia, oppure di primieri principi!; seb
bene bisogna intendere i principi secondari a principiati dei corpi, e cio:
lacqua mercuriale.
I Filosofi hanno spesso adottato il serpe od il Drago, per simbolo
della loro materia. Nicola Finnici ben preciso a lalc riguardo, e Majer ne
ha fatto, nella sua Alatanta /igieni , il quattordicesima emblema, con
i seguenti versi:
o Dira jamoi potypos docul sua rodere crura;
Humanaque Itamines se nutritile dape.
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Denle draco condoni dum mordel el ingerii alvo,
Magna parte sui fit cibui ipse libi.
li le domandili eril ferro, fame, carcere, donec
Se voret el r evo mal, te neeet el parlai, d
Quindi i Discepoli dErmele hanno Regnilo le idee del laro Maestro sul
geroglifico del serpe, e ne hanno fornito: Cadmo, Saturno, Mercurio, Escu
lapio, ecc. Hanno detto che Apollo aveva ucciso il serpente Pitone, per dire
che l oro Filosofico aveva fissato la loro materia volatile. Da Pitone ne hanno
fatto l anagramma Tifone, e gli hanno attribuito per figli tutti i Draghi ed
mostri dei quali si racconta nelle Favole. 1 Filosofi pi moderni si sono con
formati agli antichi, e per il serpe che si morde la coda, intendono propria
mente il loro zolfo, come cinsegnano molti di loro, e particolarmente Rai
mondo Lullo, nel soo Codic. c. 32, ore scrive: a Figlia mo, questo lo zolfo
o la biscia che divora la sua coda, il leone ruggente, la Bpada tagliente, che
taglia, mortifica e dissolve tutto, d E l'Autore del Rosario: a Si dice che il
Drago divora la sua coda allorquando la parte volatile, velenosa, ed umida,
sembra consumarsi, perch la volatilit del serpe dipende molto dalla sua
coda. Anche d'Espagnct menziona questo serpente in questi termini: a In
ambabus bis posterioribui meni in je/pjum draco, et caudam suam devo
rando totum se exhaurit, ac tandem in lapidem convertilur. a
I n quanto al serpe semplicemente consideralo in se stesso, i Filosofi ne
hanno dato il loro nome alla loro acqua mercuriale, poich comunemente
dicesi che le acque, scorrendo, serpeggiano; e che le onde imitano le fles
sioni che il serpe fa rampando. Del resto, nella seconda operazione del Ma
gistero, il serpente Filosofico, mediante la propria tesis, comincia a dissol'
versi dalla coda; e qui la lesta simboleggia il sno primiero principio.
Queste spiegazioni non sono il frullo della mia fantasia, e basta aver fatto
una hreve lettura delle opere dei Filosofi per esserne convnto, a Considerate
attentamente questi due Draghi, dice 1 Flamel, perch costituiscono i veri
principi! della Filosofia che i Saggi non hanno osato mostrare e chiamare
chiaramente ai loro figli propri. Quello che figura sotto, senza ali, c il fisso
o maschio, quello che gli sta sopra, con le ali, il volatile o la femmina nera
ed oscura, c che prender il dominio durante parecchi mesi. I l primo chia
mato zolfo, o meglio: calidt e siccit; ed il secando, argento vivo o frigi
dit e umidir. Essi sono il Sole e la Lnna della sorgente mercuriale, ed ori
gine solforosa, che mediante il fuoco continuo sornano dabbigliamenti re
gali, per vincere ogni cosa metallica, solida, dura e forte, allorquando
saranno uniti insieme, e poi mutati in quintessenza. Sono questi serpenti e
draghi, che gli antichi Egizi huno pillalo in cerchio, mordendosi la coda,
per dire cherano sortiti dalla medesima cosa, e chessa sola era sufficiente a
s stessa, e che nel suo contorno e circolazione essa b perfezionava. Sono
questi i Draghi che gli antichi Poeti hanno messo a guardia, senza mai dor
mire, dei Pomi doro dei giardini delle Vergini Esperidi. Sono quelli sui
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quali Giasone, nell'avventura del Toson d'oro, vers il succo preparato dalla
bella Medea: dei quali i libri dei Filosofi ne son pieni, poich non v ninno
che non ne abbia scritto, dopo il verdico Ermete Trimegisto, Orfeo, Pita
gora, Artefio, Moriano e gli altri sino a me. s
I l ritratto di Saturno che ci fa Basilio Valentino, nella sua Fref. delle 12
Chiavi, conviene molto bene con quello della Favola: a Io, Saturno, il pi
elevato dei Pianeti del Firmamento, confesso e protesto innanzi a voi, miei
Signori, che sono il pi vile ed il meno considerato fra di voi; ho un corpo
infermo e corruttibile, di color nero, soggetto a molte afflizioni ed a tutte le
vicissitudini di questa valle di miseria. Pertanto, son proprio io che testi
monio di lutti voi; non ho fissa dimora e volandomene porto via tutto ci
che trovo di simile a me. Rigetto la colpa delia mia miseria sulla incostanza
di Mercurio, che con la sua negligenza e la poca attenzione, mha cagionato
lutti questi malanni, d Un Autore anonimo, nel 12. cap. della Phitos. Occ.,
parlando della generazione di Saturno, scrve: a Esso soggetto a molti vizi,
per il difetto della sua nutrice, zoppo, ma di natura dolce, facile, saggio,
prudente, ed anche cos scaltro ch il vincitore di lutto, eccettuato di due.
La sua cattiva digestione lo rende pallido, infermo, curro, egli porta la falco
poich prova gli altri. Gli si d un serpe, perch li rnnorella e li ringio
vanisce, per cos dire, rinnovellando s stesso, b
Abbiamo detto ehe la maggior parte degli Antichi ritennero Saturno
quale simbolo del Tempo, come ne riferisce anche Cicerone nella: Natura
degli Ilei. Ora io credo che la causa di questo errore va dovuto alla iassomi
glianza di due parole greche, poich si dice chcli'smi: sia la stesso che finivo;
lem pus. Ma se si fosse messo attenzione agli altri nomi che i Greci davano
a questo Dio, si sarcbhc riconosciuto clic Koi'mi; poteva non significare il
Tempo, in quanto l appcllalivo d n.ii,-, che Filone di Biblo. interprete di
Sanconialone, d a Saturno, secondo la testimonianza dEusebio, I. 1. zimini
puirzfv , non ha alcun rapporto con il Tempo. FJ .ov riiv r.u Kimvn; vs11 l-
rvi.ov, ecc. dice questo Autore. Si sa clic 17:': vuol dire: limo, fango e rhe
esso deriva da i),u; = palus, dal quale si pu aver derivalo ugualmente
ch il nome di Saturno; ed allora Koiivn; potrebbe derivare HaKpiivu. ic che
t Dorici dicevano per Kpi|vi] foni; perch i Greci cambiavano spessissimo
l o in o: potrebbe darsi che derivasse anche da ICnuvv; fans scaturiens,
che stato derivato anche da Kmjvi|, ed in tal cassi si sarebbe detto Kniivu;
per sincope di Kpni'vii;. E questa etimologia pare tanto pi naturale in
quanto la maggior parte degli Antichi erano concordi con i Filosofi Ermetici
nellammettere lacqua quale primiero principio, oppure il caos che consi
deravano quale una mota od un limo dal quale lutto era sortito. Alcuni hanno
anche detto che l'Oceano o l'acqua era il pi antico ed il padre degli Dei.
Altri hanno detto che Oceano era soltanto fratello di Saturno, e ci certa
mente perch l'acqua c la mola si trovano sempre insieme; e quindi lacqua
in tal caso sarebbe l'Oceano, ed il limo Saturno, rio clic sarebbe indicato
dal suo nome: !7.o; .
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I Filosofi Ermetici hanno sempre avuto questo concetto del loro Saturno,
poich hanno dato questo nome al loro caos o materia dissolta, e ridotta in
un fango nero che hanno chiamato piombo dei Saggi. Ma poich questi nomi
di piombo e di Saturno avrebbero potuto indurre in errore i Chimici, Ripleo,
nella sua: Philorii, cap. 20, li mette in guardia scrivendo: a La nostra radice
rinchiusa in una cosa vile, dispreizata, ed alla quale l'apparenza non con*
cede alcun pregio: (ed in effetti v cosa pi spregevole del fango?) ma state
accorti a non sbagliarvi sul nostro Saturno. Il piombo, credete a me, sar
sempre piombo a.
Tale lo vera idea che dobbiamo avere di Saturno, di questo Dio coperto
di cenci, o di vesti sporche ed a brandelli, poich la materia del Magistero,
in tale stoto di dissoluzione e di negrezza, un oggetto vile, spregiato come
il fango, che si presenta alla vista sotto apparenza di sozzura, e quindi pi
adatto a farlo rigettare e cadere ai piedi, anzicch lusingare la nostra atten
zione. I Filosofi sempre vigili a non esprimersi se non mediante enigmi od
allegorie, hanno parlato di questa materia, talvolta in generale, talaltra in
particolare, e l'hanno chiamata: Saturnia vegetale, razza di Saturno; e ne
hanno parloto trattando dello stato di confusione e di caos, come della ma
teria dalla quale si form detto caos e detto fango. A tale riguardo, Raimondo
Lullo scrive: a Essa appare ai nostri ocehi sotto veste sporca, puzzolente, schi
fosa e velenosa . Mentre l Autore del Saeculum aureum redivivum, dice:
a II latte ed il miele colano dalle sue mammelle. Lodore delle sue vesti, per
il Saggio come quello dei profumi del Libano, ed i folli lhanno in nrroie
ed abominazione .
E' propriamente questa dissoluzione, chiamata dai Filosofi: riduzione dei
corpi nella loro primiera materia, che ha fatto dare gli attributi del serpe e
della falce per Simboli a Saturno; e se fingesi che questo Dio aveva divorato
i propri figli, si perch essendo Saturno il primo principio dei metalli, e
la loro primiera materia, egli solo ha la propriet e la virt di dissolverli
radicalmente e mutarli nella sua propria natura. Ecco perch Avicenna,
concorde con altri Filosofi, dice: a Non riuscirete mai, se non ridurrete i
metalli (filosofici) nella loro primiera materia .
Di tutti i figli che Saturno divor non se ne nominano sino a Giove, e
similmente i Filosofi non ne nominano alcuno sino alla negrezza o loro
Saturno. Prima che appaia detta negrezza, essi chiamano caos la loro materia.
<r Essa , dice Sinesio, il nodo ed il legame di tutti gli elementi chcssa
contiene in s, dato chessa lo spirito che nutrisce c vivifica tutte le cose, e
mediante il quale la Natura agisce nell'Universo . Questa materia, dice un
Anonimo, il seme del Cielo e della Terra, primo principio radicale di tutti
gli esseri corporali. Saturno il pi giovane dei figli del Cielo e della Terra,
e nnllameno egli regna a danno di Titano, suo fratello primogenito, ma egli
non ottiene la Corona senza guerre e combattimenti, perch la dissoluzione
non pu farai senza una fermentazione. I Titani figli della Terra, sono le
parti della terra filosofica, che si combattono prima della putrefazione; da
- 174
questa putrefazione nasce la negrezza chiamata Saturno: e poich questa
negrezza anche chiamata Tartaro, a cagione del movimento e dell agitarsi
delle parti della materia mentressa in tale stato, si finto che Saturno
avesse precipitato i Titani nel Tartaro, il quale deriva da rupdnno = turbo,
commoveo.
Dunque, il regno di Saturno dura tanto quanto la negrezza; e durante
tale processo egli sembra che tutto divori, persino il ciottolo che gli si pre
senta al posto- di Giove, dato che tutto viene dissolto: ma il ciottolo ben
duro a digerire, ed appena si sar fatto bere a Saturno un certo liquore che
la favola non nomina, e cio, dopo che le parti acquose e volatili avranno
cominciato a montare allalto del vaso in forma di vapori; e dopo essersi
questi condensali in acqua, ricadranno sulla materia terrestre e nera chia
mata Saturno e gli daranno a bere nel senso che Virgilio esprime:
a Claudtc jam rivos pucr, sai prato biberunt .
Ove, come quando si dice che la rugiada e la pioggia abbeverano la terra:
allora Saturno render il ciottolo che aveva inghiottito; come la materia dei
Filosofi, chera terra prima dessere ridotta in acqua mediante la dissolu
zione, ricomincer ad apparire, subito che il color grigio cominccr a ma
nifestarsi. Allora Giove, che non altro se non questo color grigio, c per
conseguenza figlio di Saturno e di Rea dato che egli formato dnlla negrezza
che viene lavata dalla pioggia della quale stiamo parlando. Questa pioggia
perfettamente designata da Rea, il cui nome deriva da >>>= flun, fundo.
Ed allora Giove detronizzer suo padre, cio: il color grigio succeder al
nero. I quattro figli di Saturno e di Rea sono completi in questa occasione:
Giove il color grigio; Giunone questi vapori od umidit dell'aria rin
chiusa nel vaso; Nettuno lacqua mercuriale od il mare filosofico, derivato
dalla putrefazione; Plutone od il Dio delle ricchezze, la terra stessa che
trovasi in fondo al vaso: ci che ha fatto dire agli antichi Poeti, che lI n
ferno o Regno di Plutone era al fondo della Terra. Giove e Giunone, per
conseguenza, si trovano pi elevati, ed occupano il Cielo, dato che il color
grigio si manifesta sulla superficie della materia che galleggia; ed questo
il Cielo dei Filosofi, dove vedremo che sono tutti gli Dei; Nettuno o lacqua
si trova al disotto, ed infine Plutone la terra ch al fondo dellacqua.
Questa terra racchiude il principio aurifico; essa fissa, ed essa che forma
la base della Pietra Filosofale, sorgente di ricchezze. Quindi si ha ragione
di chiamare Plutone: il Dio delle ricchezze; e se a Mercurio si concede
lepiteto di dator bonorum, perch il mercurio filosofiro lagente dellO
pera, ed quello che perfeziona la Pietra. I n quanto a Chirone il Centauro,
altro figlio di Saturno e Fillira ne parler a suo luogo.
Tutti i Filosofi discepoli dErmete hanno continuato a considerare Sa
turno, non come erroneamente dipoi venne volgarmente ritenuto quale sim
bolo del Tempo, sebbene secondo il concetto originario Egizio, e perci
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affermano che necessario che Saturno combatta suo fratcUo iTtg&o ^er jp
padroni) del-Trono, e questo dicono perch- conoscono che il ft cd il.
isolatile boba fratelli, ohe questalliaio iella fliginltunne riporta la vittoria
.. f resta padrone; in modo ohe Giove, sub figlio, il solo die possa detroniz
zarlo, per le ragioni che assistevano Esiodo nel dire che la pietra inghiottita
e rigettata da Saturno, fu depositata sul Monte Elicona, dove le Muse hanno
soggiorno, perch nou ignorano questi Filosofi che il Monte Elicona non
altra cosa se non qnesta terra galleggiante, in forma di monte, ed il quale
pu essere indiffereulemenle chiamato Monte Elicona o Monte Nero, da
ii.ut; niger. Detto monte lo si pn dire veramente l'abitazione delle
Mose, poich su di esso che vagano le parti volatili, che nel primo libro
abbiamo detto essere simboleggiate dalle Muse, e come avremo occasione di
.dimostrare ancora in seguilo. Del resto proprio questa celebre pietra depo
sitata sai Monte Elite r.a quella che ha fornito materia ai Poemi d'Orfeo,
d'Omero, e di tanti altri. Ecco perch questo monte ha avuto differenti nomi
secondo i differenti steli nei quali viene a trovarsi detta pietra, e le variazioni
dei colori che la stessa manifesta durante il processo dell'Opera. Allorquando
traspira o trasuda, vale a dire, che allorch avente la forma del cappello
che s'eleva sul mosto o sugo d'uva nel tino, forma una specie di monticello,
e che lacqua mercuriale eli' al disotto trasuda attraverso, per elevarsi in
vapori e ricadere in rugiada o pioggia, le si dato il nome di Monte Ida,
da ifiuj = sudore; dopo di che, quando diventa bianco, hello e brillante,
in questo stato il monte coperto di neve del quale parla Omero nel I. I,
v. 420 della sua I liade! e cio il Monte Olimpo sul quale abitano gli Dei.
Talvolta l'Isola galleggiante dove Latona inette al mondo Febo e Diana,
tale altra Nisa circondala dalle acque e dove Bacco fn allevalo: qui i
l'Isola ili Rodi sulla quale cade una pioggia d'oro alla nascita di Minerva,
l l'Isola di Creta, ecc.
1 Filosofi Ermetici rappresentarono Saturno nelle loro figure simboliche,
similmente agli Antichi, e cio sotto l'aspetto d'un Vecchio che tiene una
falce e le ali. Nicola Flamel nelle sue figure geroglifiche c ha conservate
quelle d'Altmino Giudeo, c nella prima di queste si vede un giovane, o
Mercurio, clic ha le ali ai talloni ed mi caduceo; cd un Vecchio che gli va
incontro ad ali spiegate, con una falce in mano, quusi come volesse tagliargli
i piedi.
Nel libro precedente parlammo del regno di Saturno in Italia a proposito
del Secolo d'oro. Ci resterebbe di parlate del culto di questo Dio e delle feste
istituite in suo onore. Ne tratteremo appunto nel libro che segue c nei capi
toli delle frstc. giochi c lotte istituite in onore degli Dei e degli Eroi.
STORIA DI GIOVE
Se mi assillasse 1 proposito di spiegare tutta la Mitologia, questo sarebbe
il luogo di parlare di Titano, Giapeto, Teli, (Cerere, Tomi c gli altri figli
176
del Cielo e della Terra : ma nc parler incidentalmente come mi si presenter
l'occasione, e perci li lascio da parte anche per non rompere la continuit
della catena aurea, e perci imprendo a diro di Giove.
Attenendosi alla storia di Giove secondo la versione pi comunemente
accettala, tanto a considerarlo come un Dio Egzio, quanto come nn Dio
Greco, presso a poco la stessa cosa, poich tanto l uno che laltro, secondo
quasi tutta l Antichit, erano figli di Saturno e di Rea, e nipoti del Ciclo e
della Terra. Nel capitolo precedente abbiamo parlato del patto intervenuto
Ira Titano e Saturno, e per rispettare il quale, Saturno divorava i propri figli
c dicemmo anche dello stratagemma del ciottolo che Rea fece ingoiare a suo
marito in sostituzione di Giove suo figlio. Rea lece trasportare Giove nel
l'Isola di Creta, e lo affid ai Dattili per nutrirlo ed allevarlo. Le Ninfe che
ne presero cura si chiamavano: Ida cd Adrastca, ed erano anche nomate:
Afefine. Alcuni dicono che Giove fu allattalo da una capra, e die anche le
api furono sue nutrici: ma sebbene gli Autori variano di molto su questi
dettagli, pure lutti concordano nel riferire che fu allevato dai Coribanti d
Creta, i quali fingendo di compiere i loro rituali sacrifici al suono di parecchi
strumenti, o tome altri pretendano: danzando e battendo i loro scudi con le
loro lance, producevano un forte rumore perch non si potessero percepire
le grida del piccolo Giove.
Quando Giove divenne grande. Titano lo venne a sapere, e supponendo
che Saturno lo avesse ingannalo e violate le condizioni stabilite dalla pace,
con l aver allevato nn figlio maschio, ne inform i suoi, dichiar nuova
guerra a Saturno, simpadrotii d lui e di Opi, e li mise in prigione. Ciovo
accorse in difesa di suo padre, attacc i Titani, li sconfisse e rese la libert
a Saturno. Questi, poco riconoscente, lese degli agguati a Giove il quale per
consiglio di Mcti, fece sorbire a suo padre una pozione che gli fece vomitare
primieramente la pietra che aveva ingoialo, indi tutti i figli che aveva divo
rato. Plutone e Nettuno sunirouo a Giove, il quale dichiar guerra a Sa
turno, se ne impadron, e lo tratt precisamente nella stessa maniera che
Saturno aveva trattalo il proprio padre Urano, usando la medesima (alee.
Indi lo precipit unitamente ni Titani in fonilo al Tartaro, c gett la falco
nellIsola di Drcpano, e le parti mutilate nel Mare, e dalle quali nacque
Venere.
Gli altri Dei s'unirono a Giove nella guerra contro Titani e contro
Saturno. Plutone, Netluiio, Ercole, Vulcano, Diana, Apollo, Minerva e lo
stesso Bacco lo aiutarono a riportare la completa vittoria. Anzi Racco vi
rimase malconcio al punto che fu fatto a pezzi; ma fortunatamente Pallade
lo trov in questo stato, con il cuore che palpitava ancora, ed allora lo port
immediatamente a Giove che-subito lo guar.
Apollo, avendo indossato nn manto di porpora, cant questa vittoria sulla
sua cetra. Giove, preso da riconoscenza per Vesta, la quale gli aveva procu
rato l'I mpero, l'invit a chiedergli tutto ci che voleva; c Vesta scelse la
verginit e le primizie dei sacrifizi. In seguito i Giganti mossero guerra a
177
Giove per detronizzarlo; ma nuovamente aiutato dagli altri Dei, Giove li
vinse, li folgor e rinchiuse i pi feroci sotto il Monte Etna. E' bene tener
presente che Mercurio mentre non prese parte alla guerra contro i Titani,
nella lotta contro i Giganti fu uno dei pi ardenti combattenti.
Gli Antichi rappresentavano Giove in differenti maniere; ma pi comu
nemente sotto l aspetto dun uomo maestoso, barbuto, seduto sn di un trono,
con la folgore nella destra mano, e nellaltra una Vittoria, ai suoi piedi gli
mettevano unaquila con le ali spiegate che rapisce Ganimede; inoltre la
parte superiore del Dio era nuda, mentre la parte inferiore era coperta.
Pausania ci riporta la descrizione della famosa statua di Giove Olimpio:
a Questo Dio rappresentato sul trono, egli scolpito in oro ed avorio ed
ha sulla testa una corona che imita le foglie dulivo. Nella dritta mano reca
una Vittoria anchessa scolpita davorio e d'oro, ed ornata di nastri e coro
nata; nella sinistra Giove ha uno scettro luccicante fatto di tutti i metalli.
Unaquila sta alla sommit di detto scettro. La calzatura ed il peplo sono
anche doro: sul peplo sono rappresenate tutte le specie danimali, tutte le
variet dei fiori e particolarmente i gigli. I l trono splende tutto d'oro e di
pietre preziose; l avorio c lebano vi si alternano con gradevole impiego .
Giamblico, nei suoi Misteri, riferisce che gli Egizi dipingevano Giove seduto
sul loto. I Libici lo rappresentavano sotto la forma di un ariete, oppure
recante sulla fronte le corna di questo animale, e lo chiamavano Amatone,
perch la Libia, dove il Tempio di questo Dio fu innalzato, era piena di
arena. Questa rappresentazione la giustificano col riferire che quando Giove
per timore dei Giganti abbandon il Cielo, venne tra i montoni c le pecore
in Egitto ove venne ritrovato; altri dicono che in tale frangente Giove per
non essere riconosciuto si metamorfizz in ariete.
Gli Antichi, sebbene il culto di Giove presso di essi fu il pi solenne ed
il pi diffuso, pure ebhcro idee cos disparate sul conto di questo Dio che
sarebbe difficile dedurne un concetto fisso e chiaro. Si pu soltanto concludere
che lo consideravano non come un Dio che avesse esistito sotto spoglie
umane, malgrado che i Cretesi si vantavano di custodirne la tomba, talch
Callimaco chiama i Cretesi: menzogneri, poich Giove vive sempre ed da
per ogni dove.
Alcuni, come Orazio, vedevano in Giove lemblema dell'aria: a Jacet
sub Jote frgido a; e Teocrito nella sua quarta Egioca: a Jupiter et quando-
que pluit, quandoque sereniti . Virgilio parla di Giove designandolo col
nome di Etere:
a Tum Pater omnipotens faecundis imbribus Aether
Conjugis in gremium laetac desrendit, et omnes
Magnus alil magno commistus carpare foclus .
(Georg. 1. 2)
Anche Cicerone, rifacendosi ad Euripide, dice che l Etere devessere con
siderato come il pi grande degli Dei. Anassagora dichiarava clic questa parte
- 178 -
dell'Universo era completamente ignea e piena di fnoco, e che ai spandeva
ad animare tutta la Natura. Platone, collocando solo Vesta nel vestibolo degli
Dei, considera Giove per il Sole. Eppure, quando s voluto' considerare
Giove quale Dio. allora se n fatto il padre degli Dei e degli uomini, Q
principio e la fine dogni cosa, quello che governa e conserva tutta la Natura,
secondo la sua propria volont, cos come canta Orfeo nel suo I nno:
a J tipi ter omnipotens est primus, et ultimus idem.
Jupiter est caput, et medium; jovis omnia munus.
Jupiter est fundamentum humi, ac stelantis Olympi.
Jupiter et mas est, et nescia foemina mortis.
Spirititi est cunctis. validi vis Jupiter ignis
Et pelagi radix. Sol. Luna est Jupiter ipse
Omnipotens rex est. Res omnis Jupiter ortus,
Nam simul occubuit, rursum extuit omnia laeto
Corde suo e sacro consultar lumine rebus n.
Perci fu chiamato talvolta Giove Olimpico o Celeste, c talaltra Giove
infernale, e ci Io si riscontra tanto in Omero che in Virgilio; anzi un
Antico Poeta scrisse anche che Giove, Plutone, il Sole e Bacco erano tilt*
tuna cosa.
Nullameno tutta PAntichit concorde nel ritenere Giove figlio di Sa
turno e di Rea; ma ci ch veramente straordinario, si che la maggior
parte dei Mitologi ritengono Saturno figlio del Ciclo e di Vesta, che la
Terra, secondo loro, similmente a Cibele, Ops, Rea e Cerere; ci posto Rea,
per conseguenza, sarebbe la madre di s stessa, e sua propria figlia, ed in
tal raso sarebbe madre, moglie e sorella di Saturno. Cerere chebbe Pro-
terpina da Giove sarebbe diventata stia moglie pur essendo sua madre e
sorella. Tutto ci ben difficile mettere daccordo su una base di realt, e
quindi occorre pensare ad una spiegazione allegorica che ci pu essere
fornita esclusivamente dalla Chimica Ermetica, nella quale il padre, la ma
dre. il figlio, la figlia, lo sposo e la sposa, il fratello e la sorella in effetti sono
la -lesa cosa, presa per sotto differenti punti di vista. Ma pcrrhc. si obbiet-
ter, inventare un eos gran numero di favole su Giove e sugli altri? Solo per
presentare la stessa cosa sotto diversi aspetti. 1 Filosofi Ermetici hanno
compilato una prodigiosa quantit di Libri in questo stile. Tutte le loro
allegorie hanno per fine le stesse operazioni della Grande Opera, nullameno
differiscono tra di esse secondo le idee e la fantasia di coloro clic le hanno
inventate. Un Medico Ito preso la sua allegoria dalla Medicina, un Astro
nomo dall'Astronomia, ere. ma poich la Pietra Filosofale, secondo la Ta
vola di Smeraldo di Ermete, possiede tutte le propriet delle cose superiori
ed inferiori, e non v forza che le resista, i suoi Discepoli hanno inventato
le favole che possano esprimere ed indicare lutto ci.
Perci Giove, in conseguenza, ri stato tramandato quale Padre degli
Dei e degli Uomini, qualificato Onnipotente; ed Esiodo, quasi tutte le volte
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che lo nomina, gli concede il soprannome di a Largiior honorum o, quasi
fosse la sorgente ed il dispensalo]- dei beni e delle ricchezze. Non bisogna
credere, come pensano alcuni Mitologi, che la pretesa crudelt di Saturno
verso i propri figli gli abbia fatto perdere la qualifica di padre degli Dei,
mentre sua moglie Rea o Cibale stata chiamata la madre degli Dei e la
Gran Madre, ed era onorata come tale da tutto il Paganesimo. La vera ragione
per la quale Cibele ha conservalo questo litulo, si che la Terra Filosofica,
dalla quale sono sortiti Saturno e gli altri Dei, propriamente la base e la
sostanza di questi Dei. E* opportuno rilevare che sebbene spesso si sia con
fuso, e fatto una medesima cosa di Rea e di Cibele, non ostante ci il nome
di Madre degli Dei non mai stato dato a Rea specificatamente come Rea,
bens esclusivamente quale Cibele, poich parrebbe che si sia fatto derivare
il nome di Cibele da: Ki<f}q caput, e da Xttg *= lapis, come se si volesse
designare: la primiera, la pi importante o la pi antica, e la madre pietra.
Gli altri nomi conferiti a questa Madre degli Dei, sono stali presi anche dai
dilTerenti stati nei quali si trova delta Pietra o terra, o materia dell'Opera
durante il cominciamento delle operazioni. Cos, intanto che terra primiera
a materia dellOpera messa nel vaso al cominciamento dell'Opera stessa,
venne chiamala Terra, Cibele, Madre degli Dei e sposa del Ciclo, poich
mill'allro compare allora nel vaso, allinfuori di questa terra con Paria che
vi rinchiusa. Ma quando questa terra si dissolve, allora prende il nome di
Rea, moglie di Saturno, e ci da: $f i = ftto, e da che la negrezza chiamata
Saturno si manifesta durante la dissoluzione. In seguito la si chiamala
Cerere, e la si detta figlia di Saturno e sorella di Giove, dappoich questa
stessa terra dissolta in acqua, ridiventa (erra nel tempo che il color grigio o
Giove appare: c dato che questa stessa terra o Cerere diventa bianca, s
finto che Giove e Cerere avevano generato Proserpina. E' anche mollo ve
rosimile che il nome di Cerere sia stato composto dal Greco ri | ed I;.\ k
che l uno c laltro significano terra. Anche Vussio ammette questa etimo
logia, dicendo che gli Antichi mutavano spesso il G. in C. Vairone e Cice
rone, conscguentemente, hanno pensato clic Cerere derivasse da: gerere, e
dopo d essi Arnohio scrive: a Eandem liane (terroni) olii quoti lalutarinm
seminimi frugoni gemi, Cereri-m esse pronunciane u. Ma Esieliio conferma
il mio concetto, quando dice: a Axrni ziti i l .i i ;, sui E'M.i|, ziti ITumi,
zn1Hi. ziti Aiijiijrijo t| lmi Ci supporre che Cerere derivi dal Greco; ma
checch ne sia tutti sanno che per Cerere s'intendeva la terra, e tale concetto
conforme a quello clic ne hanno i Filosofi Ermetici, poich la loro acqua
diventata terra, quella che chiamami terra fogliata, nella quale dicono
occorre seminare il gratto Filosofico, c cio il loro ni,
Di questa terra clic occorre insemenzare, ne riparleremo trattando dei
Misteri Eleusini.
Un quarto nome dato alia Terra, era Ops, clic propriamente la si chiamava
la Dea delle ricchezze, e con ragione, poich questa Terra Filosofica la hase
della Pietra Filosofale, la quale la vera sorgente delle ricchezze.
180
Gli Antichi ed i Moderni, non supponendo le ragioni che giustificavano t
diversi nomi della Madre degli Dei, li hanno adoperati indifferentemente; ma
Orfeo che conosceva il mistero, ne fece la precisa distinzione nei tre I nni
dedicati: alla Madre degli Dei, a Rea, ed alla Terra; e similmente fece
Omero. La Terra, sposa del Cielo, la madre, Rea sua figlia, e Cerere
sua nipote;e tale pure la genealogia della terra dei Filosofi.
Distinguendo queste tre Dee, cos come fecero i pi antichi Poeti, Giove
si trova ad essere, in effetti, figlio di Rea, e fratello di Cerere. I l suono
rumoroso degli strumenti di bronzo dei Coribanti, onde coprire le grida del
piccolo Giove, perch non fossero distinti da Saturno, una allusione del
nome di bronzo o lattone, che i Discepoli d'Ermete danno alla loro materia
quando ancora tra il color nero ed il grigio. E ben questo il bronzo del
quale si parla in tutte le Opere Ermetiche, e cio il lattone che necessita
imbianchire, per poi stracciare tutti i libri diventati inutili. Questo bronzo
propriamente la significazione delle parole Cymbalum e Tym panum, con
riferimento alla materia di detti strumenti, che poi Natale Conti chiama:
tinnientia instrumenta.
Ed al rumore di questi strumenti che le Api sciamano vicino a Giove; e
presentemente si segue questuso per ricondurre allalveare uno sciame che
vuole abbandonarlo. Si percuotono delle caldaie, delle padelle o paioli, ecc.
Ercole impieg gli stessi strumenti per scacciare quegli uccelli che devastavano
il lago Stinfalo, ed il numero dei quali, e la grandezza loro prodigiosa per
la vastit delle loro ali, intercettavano la luce del Sole.
Le Ninfe Adroatea ed Ida nutrirono Giove, e si vuole che anche le Api
saggiunsero ad esse. Queste due Ninfe erano figlie delle Melisse, cio delle
mosche che ci danno il miele, e lo fecero allattare da Amaltea. Abbiamo
detto che quando appare il color grigio o Giove Filosofico, le parti volatili
della materia dissolta si sublimano, e salgono abbondantemente allalto del
vaso sotto forma di vapori, e dove poi si condensano come si verifica nella
Chimica volgare, e dopo aver circolato, ricadono su questa terra grigia che
galleggia sullacqua mercuriale. Le due Ninfe simboleggiano con i loro nomi
stessi questa materia acquosa, volatile, poich I da deriva da l 'fio; = sutlor,
ed Adrastea da n completivo e Sonni = fugio. Se le si dicono figlie delle Me
lisse o mosche che ci danno il miele, non forse perch queste parti volatili
volteggiano al disopra del'Giove dei Filosofi cos come uno sciame di api
intorno ad un alveare? Queste parti volatili nutrono, dunque, questa terra
grigia, ricadendo su questa, cos come nna rugiada o la pioggia umetta la
terra, e la nutre imbevendola. E molto attendibile che lequivoco al quale
si presta la parola greca d? -, che ha il doppio significato di capra e di
tempesta, abbia fatto fingere, o meglio abbia cagionato Terrore di coloro
che hanno detto che la capra Amaltea aveva allattato Giove: perch la vola
tilizzazione si fa impetuosamente similmente alla caduta in pioggia di dette
parti volatili, sicch si ha una vera tempesta; ed noto che i* deriva da
dioooi = ru, cum mpetu feror. Questa stessa idea di tempesta annessa al
- 181 -
latto che detta terra o Giove Filosofico comincia a diventare ignea, ha certa*
mente contribuito a dare a Giove la folgore quale attributo, poich le tem
peste sono accompagnate da lampi, fulmini e tuoni. Parrebbe che Omero
abbia voluto affermarci tale concetto in diversi punti della sua Iliade ove
parla del Monte I da che ci dice essere il soggiorno di Giove; e ci riferisce
che questo Monte irrorato da fontane e coperto dalle nubi che Giove fa
innalzare con i tuoni. Omero, nel suo 14 libro, v. 341-350, ci spiega la natura
di dette nubi cherano doro simili a quelle che producono le pioggie d'oro.
Tali Bono le nubi che Giove eccita sul Monte Ida, o monte del sudore; tali
la pioggia e la rugiada che vi cadono; tali sono anche queste parti volatili che
vagano, salgono e discendono ad imitazione delle Api, e sembrano andare in
cerca di che nutrire il piccolo Giove nella sua culla. Tale anche il latte
dAmaltea, lo stesso latte con il quale Giunone nutr Mercurio, e quello
stesso del quale Platone fa menzione nella Turba, e che i Filosofi chiamano:
Latte di Vergine, quello infine, del quale il dEspagnet parla in questi ter
mini: <r L'abluzione cinsegna ad imbiancare il corvo, ed a far nascere Giove
da Saturno; ci che si fa mediante la volatilizzazione del corpo, o la meta
morfosi del corpo in spirito. La riduzione o la caduta in pioggia del corpo
volatilizzato, rende alla Pietra la sua anima, e la nutrisce con un latte di
rugiada e spirituale, sino a che essa abbia acquisito una forza perfetta...
Dopo che l acqua ha fatto sette rivoluzioni, o circolato per Bette cerchi, le
succede l aria, e compie altrettante circolazioni c rivoluzioni, sino a quando
sia fissato in basso, e dopo daver scacciato Saturno dal Trono, Giove prende
le redini dellImpero. E con questo avvento che il fanciullo filosofico si
forma e si nutre, ed infine verr alla luce con un viso bianco e bello come
quello della Luna .
Queste parole del dEspagnet sono tanto appropriate al soggetto che sto
trattando, che paiono suggerite da questo Filosofo, proprio per spiegare la
voluta educazione di Giove.
Giove, prima di deironizzare suo padre, ne prese la difesa contro i Ti
tani, e li vinse; ma infine vedendo che Saturno aveva divorato i suoi fratelli,
e che anche a lui tendeva degli agguati, gli fece inghiottire un beveraggio
che glieli fece rigettare. Allora Plutone e Nettuno sunirono a Giove contro
il loro padre; e Giove, avendolo mutilato, Io precipit nel Tartaro unita
mente ai Titani che avevano appoggiato Saturno. Tutto ci il d-Espagnet
ha sintetizzato dicendo: Donec figatur deorsum, et Saturno expulso, Jpiter
insignia et regni maderamen suscipiat . E precedentemente parlando delle
parti da mutilare sotto il nome daccidenti eterogenei, aveva detto: superflua
sunt externa accidentia, quae fusca Saturni sphaera rulilanlem jovem obnu
bilatiit. Emergentem ergo Saturni livorem separa, donec purpureum jovis sidus
tibi arrideat .
E dunque per mezzo della separazione di queste parti che hanno servito
olla generazione di Giove, clic questo figlio di Saturno sale sul Trono; dette
parti sono quelle stesse d'Osiridc e che Iside non ritrov.
- 182-
Per i Titani bisogna intendere la lessa cosa di Tifone e suoi compagni,
che Oro figlio d'Osiride, vinse. Basta l i ne un parallelo per esserne convinti
delia identit della significazione. Osiride, padre d'Oro, fu perseguitato da
Tifone, suo fratello, il quale valeva detronizzarlo e regnare in sua vece.
Saturno fu combattuto da Titano, suo fratello, per lo Btesso motivo. Tifone
con z suoi congiurati simpadronirono dOsiride, e lo rinchiusero in un cofano.
Saturno fu preso dai Titani, e rinchiuso in prigione. Oro combatt Tifone, e
lo fece perire unitamente ai suoi complici. Giove prese pure la- difesa d
Saturno, e dopo aver debellata i Titani, li precipit nel Tartaro. Tifone, il
pi temibile dei Giganti, voleva detronizzare anche Oro; ma venne fulminato
e sotterralo sotto il Monte Vesuvio o Etna. Encelado che gli stessi Mitologi
confondono spesso con Tifone, fu anchegli fulminato e sotterralo sotto la
stessa montagna. Come si vede, se sussiste qualche leggera variante fra queste
due finzioni, ci dovuto a che l'ima stato imitata dallaltra, ma rivestita
alla greca.
Dopo tale vittoria, Giove regn in pace. Tutti gli Dei e le Dee vi presero
parte: come pure lo stesso Ercole, figlio d'Alcmena, il qnale atterr a colp
d frecce, parecchie volle il terrbile Alcioneo. Apollo accec l occhio sinistro
al Gigante Eldilo, ed Ercole l occhio destro. Mercurio avendo preso il casco
di Plutone, uccise I ppolito; e Bacco messo in pezzi durante il combattimento,
ebbe la fortuna dessere ritrovato da Pallade.
Apollo cant. Bulla sua lira, questa vittoria, vestito di color di porpora.
Se questo dettaglio non allegorico, non concepisco la ragione per la quale
ei si spinti a mettere in evidenza precisamente il colore di questo abbiglia
mento di Apollo. Non s certo voluto alludere al Sole celeste, poich esso non
color di porpora. L'Autore di questa allegoria fa dunque allusione ad un
altro Apollo, ed io non ne conosco altro vestito di questo colore, se non lA
pollo. od il sole, o loro dei Filosofi Ermetici. Ed era ben naturale fingere che
cauta questa vittoria clic significa la fine dell'Opera, ed il risultato dei lavori
Ermetici, sicch egli annunzia che tutte le difficolt che sopponevano alla
perfezione dell'Opera, sono stale sormontate: perci il solo clic cant tale
vittoria, sebbene tulli gli altri Dei ne la presenziarono. I principati fra questi
furono: Ercole o lArtista, Mercurio o il Mercurio dei Filosofi, Vulcano e
Vesta o il fuoco. Pallade o la prudenza e la scienza per condurre le operazioni;
Diana, sorella dApollo, od il color bianco il quale deve apparire prima de!
rosso, e che perci simbolicamente ha fatto dire che Diana aveva servito da
levatrice a sua madre I.alona nel mettere al mondo Apollo: infine il Dio
Marte od il color ruggine, il quale serre da intermediario e di passaggio dal
bianco al purpureo.
Vesta non essendo altra cosa se non il fuoco, e poich la riuscita dellOpera
dipeude dal regime del fuoco Filosofica, a buona ragione s finto clic questa
Dea procur la Corona a Giove: e se essa scelse la verginit quale ricompensa,
lo fu perch il fuoco senza macchia, ed ci che di pi puro vi sia al mando.
Da ci facile constatare che per quaulo riguarda Vesta, lauto presso gli Egizi
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quanto presso i Greci, questa Dea costituiva un puro geroglifico; ma i Ro
mani ne fecero un punto di Religione. Essi istituirono delle Vergini chiamate
Vestali, le quali dovevano custodire la loro verginit e mantenere un fuoco
perpetuo. Erano punite con la morte se si fossero lasciate corrompere, o se
per loro negligenza il fuoco venisse a spegnersi.
Lo stratagemma che Giove impieg per godere di Giunone, ed il matri
monio che ne segni, sarebbe un racconto per allettare dei fanciulli, se Io si
volesse prendere alla lettera: ma cos non se lo si guarda dal suo vero pitulo
di vista e cio per la cosa alla quale esso allude. D cuculo depone le sue
uova nel nido degli altri uccelli, e questi covano queste uova, e nutriscono i
piccoli cuculi che ne schiudono; quando poi diventano grandi essi divorano
quelle che li hanno covati e nutriti. Ora, sarebbe ben ridicolo supporre uua
tale ingratitudine fra gli Dei e le Dee: ma in una allegoria si pu fingere tutto
ci che si vuole, le quante volte quello che vi sinserisce conviene perfetta
mente alloggetto che si ha di mira. E questa allegoria conforme a tutte
quelle dei Filosofi adoperate in simili casi. Raimondo Lullo Besprime in questi
termini: a II nostro argento vivo causa della sua propria morte, poich si
uccide da se stesso, e nel contempo uccide suo padre e sua madre, cavando
loro l anima dal corpo, e ne beve tutta la loro umidit t>. Basilio Valentino,
nella sua 12. Chiave, ci presenta lallegora di un Cavaliere che prende il
sangue di suo padre e di sua madre. Michele Majer, nei suoi emblemi, rappre
senta un rospo il quale succhia la mammella duna donna, sua madre, e le d
la morte mediante il suo veleno.
Inoltre, Giove era fratello di Giunone, ed il matrimonio filosofico non pu
farsi se non tra fratello e sorlla, secondo ne testimonia Aristco, nella Turba,
che scrve: a Signor Re, per quanto siate Re, ed il vostro paese sia ben fertile,
nullameno usate cattivi regimi in questo paese; perch voi congiungete i
maschi con i maschi, e sapete che i maschi non generano da soli, perch ogni
generazione prodotta dal maschio e dalla femina: e quando i maschi si con
giungono con le donne, allora la Natura fruisce nella sua natura. Come
dunque, quando congiungete le nature con le indebitamente estranee, e non
come le si appartiene, sperate di generare qualche frutto? Ed il Re disse:
qual la cosa conveniente a congiungere? Gli risposi: conducetemi vostro
figlio Gabertino e sua sorella Beva. Ed il Re disse com che tu sai che il nome
di sua sorella Beya? Ritengo che tu sia un Mago. Gli dissi: la scienza e l'arte
di generare ci hanno insegnato che il nome di sua sorella Beya. E per quanto
essa sia femmina, lo migliora perch essa in lui. Ed il Re disse: perch tu
la vuoi? Gli risposi: perch non pu farsi vera generazione senza di essa, n
alcun albero si pu moltiplicare. Allora egli ci mand la detta sorella chera
bella e bianca, tenera e delicata. Ed io dissi: congiunger Gabertino con
Beya .
Qui sarebbe il luogo adatto di spiegare come Giove ed i suoi due fratelli
Nettuno e Plutone si divisero tra di loro l Impero del Mondo. E tralasciando
il vano lavoro degli Storiografi e Mitologi, bene tener conto solo di quanto
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ne tramandarono solamente Esiodo ed Omero a tale riguardo. Torno ad affer
mare che queste tre Deit vanno considerate ermeticamente, e perci nella
divisione dell'Impero del Mondo ben natnrale che Giove in effetti ne 3
dominante ed il pi elevato, poich occupa il cielo filosofico. Nettuno vien
dopo, e domina sul mare od acqua mercuriale, la terra che galleggia, in dove
Giove segue le minime impressioni dei movimenti di detta acqua; ci che a
buon diritto ha fatto dare a Nettuno 3 nome di: quassator terme. Queste
impressioni si'comunicano anche molto facilmente alla terra che trovasi sul
fondo del vaso, ed alla quale abbiamo precedentemente dato, conformemente
ai Filosofi, 3 nome di Plutone. Perci non deve destare sorpresa che Omero
finga che questo Dio degli I nferni risenta con spavento gli scuotimenti della
Terra che Nettuno provoca. Orbene, se spiegazioni cos semplici come queste
non soddisfano uno spirito esente da prevenzioni, non so pi se sia opportuno
cercarne delle altre.
Ma perch la sua convinzione sia completa, facciamo alcune riflessioni sulla
maniera come gli Antichi rappresentavano Giove. Sembra che quegli che
fece quel Giove Olimpico sul suo trono, e del quale ne parla Pausania, ha
voluto mettere innanzi ai nostri occhi tutto quanto si svolge nel processo
dell'Opera. Perch questo trono brilla tutto d'oro e di pietre preziose? Ed
fatto d'ebano e d'avorio? Perch Giove stesso e la Vittoria sono fatti sn
idi'essi davorio e d'oro? Perch il suo scettro composto dalla riunione di
tutti i metalli? Perch, infine, Giove rappresentato con la parte superiore
del suo corpo nuda, mentre la parte inferiore coperta da un mantello sul
quale sono dipinte ogni sorta danimali e di fiori?
Che 3 Lettore si prenda la pena di confrontare questa descrizione con
tutto ci che sino ad ora abbiamo detto dell'Opera, e non avr difficolt a
riconoscere neU'ebano, l avorio e loro, i tre colori principali che sopravven
gono alla materia durante le operazioni del Magistero; vale a dire: il nero,
eh la chiave dellOpera, ed ecco perch questo colore dominava nel trono
di Giove; U bianco rappresentalo dallavorio, ed il rosso od oro filosofico,
rappresentato dalloro. Gli altri colori meno permanenti, i quali si manife*
stano separatamente ed intermediariamente, sono simboleggiati dai differenti
animali e dai vari colori dei diversi fiori pittati sul mantello. A colpo docchio,
l'insieme formava nel contempo una specie d'arco baleno, che designava
l'unione dei colori, che i-Filosofi chiamano: la coda di pavone. E dato che
questiride Ermetica appare nel tempo che il Giove dei Saggi comincia a
mostrarsi, si ebbe cura di marcare questa variet di colori, con gli animali
ed i fiori dipinti sul suo manto, e che non gli copriva, di conseguenza, se non
la parte inferiore. La parte supcriore del corpo venne rappresentata nuda
perch il color grigio o Giove si manifesta dapprima alla superficie, nel men
tre che il basso o il disotto ancora nero, vale a dire coperto dal mantello
colorato come la coda di pavone. La vittoria davorio e doro indica quella
che il corpo fisso ha riportata sul volatile, U quale gli aveva mosso guerra
dissolvendolo, putrefacendolo mediante la negrezza, e volatizzandolo. La co-
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rolla d'ulivo la corona della pace, la quale designa la riunione del fisso e del
volatile in un sol corpo fisso, in modo die diventano inseparabili; perci
Giove, dopo la vittoria sui Giganti, non ebbe pi alcun nemico da combattere,
e regn perpetuamente in pace. Ma niente comprova meglio il mio sistema
d'interpretazione, quanto lo scettro di Giove fatto dalla unione di tulli i me
talli, e sormontato da un'aquila. La volatilizzazione che ai effettua della parte
fiumi od aurifica, poteva essere meglio e pi precisamente indicata se non
dallaqnila che rapisce Ganimede, per servire da Coppiere a Giove? Dato che
occorre tener presente che detta volatilizzazione inizia dal momento nel quale
comincia a regnare il color pigio. Dette parti volatilizzate ed aurifiche, le
quali ricadono sotto forma di rugiada o di pioggia dorata sulla terra, o crema
pigia, la quale galleggia, non sono forse ben espresse dal nettare e dall'am
brosia che Ganimede versava a Giove? E ci perch l'acqua mercuriale
volatile della stessa natura dell'oro filosofico volatilizzato, e per conse
guenza queste due cose sono immortali, cosi come l'oro incorruttibile.
L'una dunque rappresenta il nettare a la bevanda, e laltra: lambrosia od
il cibo immortale degli Dei. Si scelse l'aquila fra i tanti uccelli, sia a cagione
della sua superiorit su gli altri volatili, sia anche per la sun forza e voracit
poich distrugge, mangia, dissolve e trasforma nella propria sua sostanza
lutto ci chessa divora. Si vuole anche ch'essa sia unica fra tulli gli animali
che possa guardare fissamente il Sole senza sentirsi costretta ad abbassar te
palpebre, e ci forse alludendo a) mercurio dei Filosofi il quale l'unico
volatile elle possa intaccare l oro, aver presa su d esso, e dissolverlo radi
calmente. '
l a scettro di Giove il simbolo dei metalli filosofici ai quali alludono i
metalli volgari, con i quali lo scettro composto. Detti metalli vi si trovano
riuniti, ma distiniti l uno dall'altro, cosi come i colori delia materir si mani
festano tutti successivamente, per produrre una cosa sola, o lo scettro di
Giove, seguo distintivo della Regalit c del suo Impero. Rincresce che Puu-
sania non abbia aggiunto alla sua descrizione l'ordine secondo il quale si
seguivano detti metalli nella formazione delio scettro, ma io sono convinto
che vi si vedevano messi nella stesso ardine successivo dei colori dell'Opera;
vale a dire: il piombo, o Saturno, od il color nero nella parte bassa dello
scettro; poi Io stagno, o Giove, od il color grigio; indi largento, o la I.una,
od il color bianco; dopo di questo il rame, o Venere, od il colore giallo
rossastro e zafferanato; il ferro, o Marte, od il color ruggine veniva certa
mente dopo; ed infine l oro, od il Sole, o il color porpora. Tutto il seguito
della descrizione saccorda molto bene al mio sistema perch la mia spiega
zione non sia fondata. Del resto lo scettro di Giove Olimpico non era la sola
cosa che gli Antichi facevano con nn elettro composto di tutti i metalli. Gli
Egizi rappresentavano Serapide nella stessa maniera, c vi aggiungevano an
che del legno nero, come quello che sadoperava per il trono di Giove Olim
pico. Tutti gli Archeologi sanno che per Serapide, s'intendeva Giove, <- ci
a ragione; poich il bue Api, dopo la sua morte, prendeva il nome di Sera-
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pide, cos come il color grigio o Giove appare dopo il color nero, al qoale i
Disrrpol dErmete hanno molto spesso dato il nome d: morte, sepolcro,
distruzione, ed hanno inventalo delle allegorie conseguenti a tali appellativi,
cosi come lo si vede nelle opere del Flamel, di Basilio Valentino, di Tomaso
\orllion e di tanti altri.
Infine, per concludere questo capitolo, sottopongo al Lettore ci che
Ariefio, nella sua Arte secret., scrive dei colori, affinch egli possa control
lare se l'applicazione da me latta, sia giusta, a Per ci che n' dei colori,
colui die non conosce la negrezza, non sapr imbianchire, perch la negrezza
1 coniinciamento della bianchezza, ed la caratteristica della putrefazione
c dellalterazione, ed allorquando appare una testimonianza che il corpo
gi penetrato.CL_ntortificalo. Ecco come la cosa si svolge. Nella pntrefnidnne
che si compie nella nostra acqua, appare primieramente una negrezza che
rassomiglia ad un brodo grosso sul quale sia stato buttato molto pepe, ed in
segnilo questo liquore si rapprende diventando come una terra nera, indi
insensibilmente va imbianchendosi continuandone la cottura; ci proviene
dal che t'anima del corpo galleggia sull'acqua come una crema, la quale
diventata bianca, gli spiriti 'uniscono tanto tenacemente da non potere pi
sfuggirsene, avendo perduto la loro volatilit. E perci che per tutta lOpera
non v' che da bianchire il fazione, e lasciar da parte tutti i libri onde non
rimanere imbarazzati dalle loro letture e dalle immaginative contenute negli
stessi, e da lavori inutili e dispendiosi: perch questa bianchezza la pietra
perfetta al bianco, ed un corpo nobilissimo per la necessit alla quale serve,
e cio di convertire i metalli imperfetti in purissimo argento, essendo una
tintura d'una bianchezza esuberantissima, la quale li rifa e li perfeziona,
e clic possiede una lucentezza brillante la quale, unita ai corpi dei metalli
imperfetti, vi si stabilizza per sempre senza poterne essere pi separata.
uTu devi quindi fermarti qui a considerare che gli spirili non sono af
fatto rrsi fissi se limi uri rutor bianco, il quale di rouseguenza il pi
nobile del colori che lo hanno preceduto, color bianco che bisogna augu
rarsi che appaia, dato clt'esso, in qualche modo, ed in parte, il compi
mento di tutta l'Opera: poich la nostra terra si putrefa primieramente
nella negrezza, indi s purga elevandosi e sublimandosi, e dopo ch' dissec
cala. la negrezza scompare, ed allora essa diventa bianca, e per tal modo
la dominazione umida e tenebrosa della femmina o dellacqua finisce. E
allora che il nuovo corpo risuscita trasparente, bianco ed immortale, vitto
rioso di tulli i suoi nemiei. E nello stesso modo che il calore agendo sul
l'umido, produce la negrezza od il primo colore principale che si manifesta,
lo stesso calore continuando la sua azione ed agendo sul secco, produce
anche la bianchezza, la quale la seconda colorazione principale ileUOpera.
Ed infine il calore agendo ancora sul secco, produce il color aranciato, ed
in seguito il rossastro, cli' il terzo ed ultimo colore del Magistero perfetto >,
Questo testo di Artefio ci mostra ebbramente perch s'immolavano a Giove
le capre, le pecore ed i lori bianchi. Questi differenti colori spiegano nel
- 187 ~
contempo le divene metamorfoai di Giove, e che un antico Poeta ha riunito
nei dne seguenti versi:
a Fit laurus, cygnus, satyruique, aurumque ob amoretti
Europae, Laedes. Antiopae, Danaes b.
GIUNONE
Nei due capitoli precedenti abbiamo detto qualche cosa di Giunone; ma
nna cosi grande Dea merita davvero un completo svolgimento della sua storia,
poich il suo matrimonio con Giove, suo fratello, la rese una delle pi grandi
Divinit del Paganesimo. Essa era figlia di Saturno e di Rea, e sorella gemella
di Giove. I Greci la chiamavano Hera o Megalea, la Padrona, la Grande.
Omero cinsegna chessa fu nutrita ed allevata da Oceano e da Teli, sua
moglie; altri dicono da Eubea, Ponimna ed Aerea, figlie del fiume Aste-
rione; altri infine pretendono che le Ore presiedettero olla sua educazione.
Omero la dice nata ad Argo; ma gli abitanti di Samo disputavano detto
onore a quelli di Argo; ed perci che la si appellava indifferentemente:
la Samica e l Argolica; per, dato chessa era sorella gemella di Giove, do
vette necessariamente nascere nello stesso luogo di nascita di questo suo
fratello.
Qhc sIo fratello che l aveva amata sin dalla prima giovinezza, sent ac
crescersi lamore con l et, e pensando al modo come goderne di essa, si mut
in cuculo, come dicemmo,'soddisfece la . propria passione, ed indi la spos
solennemente. Ne ebbe un figlio chiamato Marte, e secondo Apollodoro:
Ebe, Illitia cd Argeo. Esiodo sii d quattro figli: Ebe, Venere, Lucina e
Vulcano; altri vaggiungono Tifone; e Luciano, nei suoi Dialoghi, dice che
Giunone fu madre di Vulcano concepito senza contatto di uomo. Questi
Mitologi hanno anche trattato allegoricamente queste generazioni, ed hanno
finto che Giunone divenne madre di Ebe per aver mangiato delle lattughe;
di Marte, toccando un fiore; e di Tifone, facendo sortire dalla terra dei
vapori chessa raccolse nel suo Beno.
Giove e Giunone non fornirono lesempio duna dolce unione, e d'un
matrimonio pacifico, poich quasi continuamente erano liti e lotte fra di
loro. Giove era molto dedito alle donne, ed inoltre non subiva pazientemente
i gelosi rimproveri di Giunone, sicch la maltrattava in tutte le maniere
sino al punto di sospenderla in aria per le braccia mediante una catena
doro e legandole ad ogni piede un'incudine. Gli Dei ne rimasero indignati,
e fecero tutto il possibile per liberarla; ma non vi riuscirono. Lisimaco
Alessandrino riferisce che nelle vicinanze di Argo cravi una fontana chiamata
Canato, nella quale si bagnava una volta lanno Giunone, per ricuperarvi
ogni volta la sua verginit.
Giunone aveva al suo seguito quattordici Ninfe, ma fra queste la sua
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preferita era I ride. Giunone venne anche ritenuta quale Dea delle ricchezze;-
e le promesse che fece a Paride, onde deciderlo a che costui la preferisse
nel suo giudizio, allorquando essa gli si present unitamente a Pallade ed a
Venere, ne costituiscono valida prova.
Tra gli uccelli, il pavone era particolarmente consacrato a Giunone, a
cagione certamente, dicono alcuni Mitologi, che questa Dea lo scelse prefe
ribilmente per mettere sulle penne della sua coda gli occhi dArgo, dopo
che costui venne ucciso da Mercurio. Anche il papero era uno degli uccelli
sacri a Giunone, c fra i quadrupedi la vacca bianca, e ci certamente perch
presso gli Egizi la vacca era il simbolo geroglifico di Giunone.
Comunemente Giunone veniva rappresentata seduta, vestita, con un velo
che talvolta le copriva la testa ma non il volto, e con uno scettro in mano;
ma l'attributo dello scettro molto raro, mentre pi sovente reca una specie
di pungolo; come pure la si vede recante una patera. Ma generalmente le
immagini di Giunone non tanto facilmente si distnguono da quelle delle
altre Dee. I) pavone e la patera sono i suoi specifici attributi, cosi come
laquila ne quello di Giove: perch tutti gli altri dipendono comunemente
dal capriccio dellArtista o di colui che ha ordinato il lavoro.
Le spiegazioni da me date di parecchi dettagli della storia di Giove, sve
lano una parte di quella di Giunone; e quando si conosce ci rhera questo
Dio, sindovina facilmente ci che poteva essere sua sorella gemella. Dei
Mitologi, quelli che hanno pensato che il nome Hera di questa Dea, era una
semplice trasposizione di lettere della parola ter, e che per conseguenza
Giunone e laria erano una stessa cosa; quelli, dico, si sono maggiormente
avvicinati al vero. Orfeo, nel suo Inno a Giunone, facilita tale ioterprrlra-
zione, cosi come Virgilio nel IV dell'Eneide quando dice che Giunone susci
tasse la grandine e la folgore.
Ma coloro che, secondo Omero, presero cura delleducazione di Giunone,
indicano quale aria devesi intendere per questa Dea: e cio: Oceano e Tcti,
vale a dire: lacqua. Le tre Ninfe che altri vi sostituiscono, significano la
stessa cosa, poich le dicono figlie del fiume Asterionc, ed inoltre con i loro
nomi dette Ninfe designano pi particolarmente detta arqua dato il nome
del loro padre; del resto noto che Oceano c Teli erano considerati quali Dei.
Dunque, poich Giunone sorella gemella di Giove, non ha potuto nascere
se non nello stesso tempo.' Quindi, dato che l aria che si trova nel vaso al
disopra della materia dissolta, si riempie di vapori che se nelevano, durante
il tempo nel quale il Giove filosofico si forma, era ben naturale di personi
ficare anche delta umidit vaporosa ed aerea; dunque a della umidit vola
tile e sempre in movimento, sospesa nullameno allalto del vaso, e come pog
giala sulla terra che galleggia l'acqua mercuriale; che s giudicato opportuno
di dare il nome di Hera, o sorella di Giove.
Parecchi Mitologi anche considerando la storia di Giunone quale allegoria
della Fisica, non hanno mai considerato questa Dea quale l aria presa per
s stessa, bens per l umidit sparsa nella stessa. Oceano od il mare dei
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Filosofi con Teli sono dunque veramente quelli che presero cura dell'edu
cazione di Giunone, poich fornirono di che sostentarla, con le parti vola
tili che se ne sublimarono. D nome della Ninfa Aerea, che deriva da <Txpo;
summus, excelsua, indica che Granone trovavasi in un luogo elevato.
Giove e Giunone nati insieme e stando sempre vicino l'uno all'altro, non
desta sorpresa che il fratello abbia amato la sorella dalla prima giovinezza.
Data la loro situazione nel vaso, erano come inseparabili; questa tendenza
si accrebbe in modo cos accentuato che infine decisero di sposarsi. I Filosofi
parlano spesso di matrimonio tra fratello e sorella, il Re e la Regina, il Sole
e la Luna, ecc.
Le discordie che sorgono da questa unione, sono dovute alla gelosia di
Citinone. E come mai, in effetti, essa non sarebbe stata suscettibile di una
tale folle passione? Giove si trovava continuamente tra la sua sposa ed alcune
Ninfe; vale a dire, tri i vapori umidi dellaria rinchiusa nellalto del vaso,
e l'acqua mercuriale sitila quale galleggiava, ed anche le parti pi pure che
selevavano dal fondo del vaso per unirglisi. Spiegheremo quanto riflette
queste Amanti di Giove, parlando dei figli. Ma le andate, i ritorni di questa
sposa gelosa non simboleggiano abbastanza bene i differenti movimenti della
detta vaporizzazione?
Giove stanco dei suoi rimbrotti, la sospese in aria, nella maniera che
dicemmo. L'oro filosofico volatilizzato costituiva la catena che manteneva
sospesa questa Dea. Invano gli altri Dei vollero metterla in libert, non vi
riuscirono, perch questa catena doro volatilizzato, si svolge senza interru
zione sino a che venga a riunirsi a Giove, con detta umidit. Allora si fa la
pace tra il fisso ed il volatile, cio tra Giove e Giunone. Le incudini eh'essa
aveva ai piedi, sono il vero simbolo del fisso a riguardo del loro enorme
peso, che li rende stabili e fissi nella situazione nella quale li ai mettono.
Si suppose naturalmente che quel peso delle incudini tirava Giunone verso
la terra, onde designare la virt calamitatrice della parte fissa, che attira a
s la parte volatile, e con la quale, infine, si unisce.
Lisimaco Alessandrino e Pausonia ci riferiscono che il ricupero della ver
ginit di Giunone nella fontana Canaio, costituiva un segreto che non veniva
svelato se non esclusivamente a coloro che venivano iniziati ai misteri.
Orbene, questo segreto era quello di questa vergine filosofica, questa vergine
alata o volatile, la quale, secondo l'espressione di molti Filosofi, conserva la
sua verginit malgrado la 9ua gravidanza, allorquando ben lavata. A tale
riguardo il dEspagnet, nel suo canone- 58, scrive: a Recipe lirginem atutam,
optime tolam et mundatam semine spirituali primi masculi impraegnalam.
intemeratae virginitatis gloria remanente gravidam o.
Giunone, sebbene vergine, ebbe parecchi figli, fra i quali qualcuno non
ebbe Giove per padre. La nascita di Tifone si spiega da s stessa, poich non
era certo possibile che i vapori che s'elevano dalla terra filosofica, non fos
sero accolti nel seno di quelli che gi volteggiano nel sommo del vaso. Degli
altri ne parleremo in opportuno luogo.
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Gi ni nata perch Giunone era ritenuta quale Dea delle ricchezze. La
catena d'oro alla quale venne sospesa, il fuoco filosofico o solfo ch'esse
gener do Giove, Cuna e l'altro sono la sorgente di queste ricchezze: e le
quattordici Ninfe le quali accompagnano questa Dea, simboleggiano i mezzi
ch'essa impiega per pervenire a questo scopo, vale a dire: le parti volatili
acquose, sublimate sette volte in ciascuna delle due operazioni. Se I ride
la Ninfa favorita, lo per la stessa ragione che fece dare la preferenza al
pavone, per mettere sulla sua coda gli occhi d'Argo, e che i colori dell'ar
cobaleno sono ben pi manifesti e meglio distinti nell'Opera, che non lo
siano le altre parti volatili.
Infine, si possono vedere Giove e Giunone in Osiride ed Iside, dato che
gli Egzi li dicevano ugualmente figli di Saturno. Giove sotto il detto color
grigio, ini fuoco nascosto, cosi come una scintilla sotto la cenere; lui che
come Osiride, anima tutto nell'Opera, e d la vita a quell'amore clic tutto
produce per suo mezzo. E da lui che nasce Vulcano, o la miniera del fuoco
celeste, che ha fallo dire che questo Dio zoppo forgiava le armi e le suppel
lettili di Giove e degli altri Dei. La natura acquosa di Giunone indicata
dalla patera che le si conferisce quale attributo, come pure dal pavone,
poich i colori variati della sua coda, manifestandosi sulla materia, provano
che la stessa si dispone alle volatilizzazione, e ch digi dissolta; e ci an
nunzia la comparsa o presenza di Giunone.
PLUTONE E LINFERNO DEI POETI
L'idea dellInferno nata in Egitto, e ci sulla testimonianza di Diodoro
Siculo, che nel L. I , c. 36, scrisse: a Orfeo port dall'Egitto in Grecia la
completa favola dellI nferno. I supplizi dei ratlivi nel Tartaro, il soggiorno
dei beali nei Campi Elisi, ed altre simili idee, sono evidentemente attinte
dai funerali degli Egiziani. Mercurio, conduttore delie anime presso i Greci,
reno la riproduzione d'un uomo al quale, anticamente, si consegnava l
corpo d'un Api morto, perch lo consegnasse a sua volta, ad altro individuo
che lo riceveva avendo una maschera con tre teste, come quella di Cerbero.
Orfeo avendo propalato questa pratica in Grecia, Omero ne us nella sua
Odissea dicendo:
a Con il tuo caduceo, alle rive tlei metti fiumi,
Mercurio aveva condotto le ombre degli Eroi n.
Il termine anticamente che Dtodoro adoprra, potrebbe far supporre con
ragione che non era un uso del suo tempo, ma che egli avesse appreso e
raccontalo tutto ci clic ne dice, sulla fede d'una tradizione popolare, ed
alla quale non bisogna annettere molta importanza.
Ma, come sempre, dobbiamo attingere l idea del favoloso Inferno dai
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Padri delle Favole. Pu darsi che Orfeo abbia preso lo spunto dai funerali
degli Egiziani, per formare la sua allegora dellI nferno, e compone la sua
favola secondo il gusto dei Filosofi i quali, come lui, hanno composte le
loro sui sepolcri e sulle tombe; testimoni Nicola Flamel, Basilio Valentino,
e tanti altri; ma questo l'abbia concepito senza lo scopo di riferirsi a fune
rali veri, sebbene ai finti ed allegorici quali quelli della Grande Opera.
Dato chegli aveva attinto in Egitto il concetto della immortalit dell'anima,
pu darsi ch'abbia voluto dare sfogo alla propria immaginativa sullo stato
nel quale la stessa sarebbe venuta a trovarsi dopo la morte. Ma nulla ci
vieta dammettere clic l'idea che Omero e la maggior parte dei Poeti ci
danno del soggiorno di Plutone, non sadatti benissimo a ci che si verifica
nelle operazioni della Grande Opera. Vi si riscontra perfettamente la dif
ferenza degli stati della materia, come si vedr quando spiegheremo la di
scesa dEnea allI nferno. -
Non bisogna separare l idea del Regno d Plutone da quella dellInferno,
del Tartaro e dei Campi Elisi. Le tenebre tristi e nere toccarono in sorte
a Plutone nella divisione che i tre fratelli fecero deHUniverso. Ma quali
erano queste tenebre? Ce lo fa conoscere lo stesso Omero nella sua Iliade,
L. 8, v. 13 e seguenti; ed anche nella sua Odissea. E un luogo tenebroso,
un abisso profondo, nascosto sotto terra, circondato dalle paludi limacciose
del Cocilo c del fiume Flegetone. La descrizione che ce ne fanno i Poeti,
presentano ai nostri occhi spettacoli tristi, orribili e spaventevoli. E bisogna
attraversare tutto ci per arrivare al Regno di Plutone, ove non vi si perviene
se non vi si condotti da una Sibilla.
Si ammette, ormai, clic queste descrizioni sono delle pure finzioni, e
quindi s riconosce che anche il Regno di Plutone favolosa. Vediamo
intanto quale rapporto pu avere Plutone con la Filosofia Ermetica.
Un antico Poeta lasci scritto che per Giove, s'inlcndeva anche Plutone,
il Sole e Dioniso:
a Jupiter est idem, Pfui o, Sol et Dionysus a.
Se Plutone ulta sles-a cosa coll Giove, In storia di questi essendo un'alle
goria chimica, pure quella di Plutone non pu mancare dallessere simile;
tua la differenza consister che quella che riflette Plutone fa allusione a
qualch'allra parte dellOpera, e perci s finto che Plutone era figlio di
Saturno p di Rea.
Stralicile dice che Plutone era il Dio delle ricchezze. Giunone, sua so
rella. tic rra la Dea: e Giove stesso ne era considerato quale il distributore.
Ma tulio ci inette li evidenza l ntimo rapporto clic avevano insieme. Fin
litui gli Dei, Plutone il solo che sia rimasto celibe, poich la sua grande
deformit lo faceva schivare da tutte le Dee. Nullameno egli rapi Prosci pina,
e la fug Ilei suo carro al quale erano attaccali ilei cavalli neri, sino al fiume
Geninro, c di li nel suo Regno, cosi come lo si pu leggere uelPopera che
Claudiana scrisse sii tale ratto. I l loro era la sua vittima; c generalmente
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tane le vittime che 'immolarono alle Divinit I nfernali, erano nere, e gli
desai Sacerdoti che campivano il sacrificio, dorante la cerimonia vestivano
di nero, come ce ne informa Apollonio di Rodi. Strabono riferisce (die nelle
rive del fiume Ceralo, dove si celebravano le feste dette Pont Borie, selevava
nn altare comune a Plutone e Pallade, e ci per una ragione misteriosa e
segreta, che non volevas punto divulgare al popolo. Questo Dio spesso, in
luogo dello scettro, portava delle chiavi.
Questo attributo distintivo che trovasi nei monumenti che rappresentano
Plutone, dato l idea che ci si d del tenebroso Impero, non poteva certo
meglio simboleggiarci la terra filosofica nascosta sotto il eoior nero, e chia
mata: Lo chiave dell'Opera, poich esso ai manifesta sin dal cominciamento.
Questa terra che si trova i [ondo del vaso, quella che tocc in sorte
nella divisione dellUniverso, a Plutone, il quale in conseguenza fu chia
mato il Dio delle ricchezze, perch detta terra la miniera dellOro Filo
sofico, del fuoco della Natura, e del fuoco celeste. Ci ha fatto dire che
Plutone soggiornava sui monti Pirenei che gli antichi ritenevano fertili di
miniere doro e dargento. Inoltre, lo stesso nome di Pirenei esprimeva
perfettamente lidea dei fuoco prezioso delia terra filosofica, poich parrebhe
derivare da = (gius, e da atvui laudo. Delta qualit ignea di Plutone
gli fece innalzare un altare comune con Pallade per la stessa ragine che
questa Dea ne aveva anche uno comune con Vulcano e Prometeo.
Stabilito nell'I nferno, cio la parte inferiore del vaso, Plutone era di
sprezzato quasi dalle Dee le quali soggiornavano in compagnia di Giove
nella parte superiore del vaso. Si vide quindi nella necessit di rapire Pro
serpina, nel modo che spiegher nel libro seguente. H sito del Regno di
questo Dio fece fingere che Egli si precipit con Proserpisa in {ondo ad un
lago, e ci perch detta terra filosofica dopo essersi sublimata alla super
ficie dellacqua mercuriale, in effetti si precipita al fondo donde sera ele
vata, ed allorquando pervenuta al color bianco indicato dal nome d Per*
sefone o Proserpina. I l toro era consacrato a Fintone per la stessa ragione
che il toro Api lo era ad Osiride, poich il nome di questi significa: un fuoco
ascoso, e Plutone ne la miniera. Si vedr cosa bisogna intendere per Cer*
beni e per gli altri mostri dellInferno, nel capitolo della discesa drcole
in questo soggiorno tenebroso, t nelle spiegazioni che forniremo d quella
dEnea alla fine del sesto libro.
NETTUNO
Gli Antichi ed i Moderni sono ugualmente divsi in merito all'idea che
si deve avere di Nettuno. La maggioranza io considera come un Essere
Fisico od una Divinit naturale che designa lacqua sulla quale presiedeva.
I Filosofi Stoici ammisero che questo Dio era unintelligenza diffusa nel
Mare, cosi come Cerere era quella delia Terra: ma Cicerone confessa chegli
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non concepiva, anzi nemmeno riusciva a congetturare ci che poteva essere
detta intelligenza. Se prestiamo fede ad Erodoto, i Greci non ricevettero
affatto questo Dio dagli Egizii i quali lo ignoravano, ed anche dopo che lo
annoverarono fra i loro Dei, non gli resero alcun culto. Ma secondo lo stesso
Erodoto, i Libi l'ebbero sempre in grande venerazione.
Nettuno, figlio di Saturno e di Rea, ebbe per moglie Anfitrite, figlia del
l'Oceano e di Dori, e dalla quale e dalle sue concubine, ebbe numerosa
prole. Libia gli diede: Fenice, Pirene ed Io, e per questultima alcuni la
dicono figlia del fiume Inaco; ed questa l Io clic Giove godette ascoso in
una nube. Giunone li sorprese quasi sul fatto, e Giove per sottrarre la sua
Amante al geloso furore di Giunone, mut Io in una vacca bianca. Giunone
la mise sotto la sorveglianza dArgo per spiarne la sua condotta, e dopo che
Mercurio uccise Argo, Giunone le mand un Tafano che talmente torment
I o, che si mise a percorrere mari e terre, sino a quando arrivata infine sulle
sponde del Nilo, essa riprese la sua primitiva forma, e secondo i Greci, vi
fu adorata dagli Egizi sotto il nome d'Iside. Perci Iside recava le corna di
vacca sulta testa, e quindi talvolta la si chiamava la Luna, e talaltra la
Terra. Del resto, la vacca era anche il geroglifico d'I side, cos come il loro
era quello d'Osiride.
Nettuno unitamente ad Apollo e Vulcano costruirono le mura di Troia.
Laomedonte ebe li aveva ingaggiati, avendo rifiutalo di pagare a Nettuno il
salario che era stato convenuto, questo Dio devast i campi e la Citt, e
mand un mostro per divorare Esionc, figlia del detto Re. Questa finzione
sar da me spiegata nella storia delle fatiche drcole.
Lo scettro di Nettuno era un tridente. Questo Dio era portato su una
conca marina tirata da quattro cavalli o da quattro vitelli marini. 1 suoi
occhi erano blu, e le sue vesti dello stesso colore, come pure i suoi capelli.
Gli s'immolavano dei tori.
LOracolo gli aveva decretato questa vittima,, perch dicest che i Persiani
avendo lasciato molli buoi a Corcira, un toro riedendo dalla pastura, si
diresse verso il Mare emettendo spaventevoli muggiti. Il Vaccaro gli tenne
dietro, e vi scorse una prodigiosa quantit di tonni. Egli ne fece avvertire
i Coreiresi i quali si sentirono in dovere di pescarli, ma inutilmente. Allora
i Corciresi consultarono l'Oracolo su tale caso, e l'Oracolo ordin loro (lim
molare un toro a Nettuno. Essi io fecero, ed allora catturarono i tonni.
Cosi racconta Pausarne in Paride.
Altri Mitologi pretendono che immolavasi il toro a Nettuno, chiamando
tale vittima pvxqu'i; a cagione del rumore del Mare clic rassomiglia al mug
gito dei tori. Lo si chiamava anche t ucqo; eppure w(irii; , e le feste che si
celebravano in suo onore: luvotiu.
Si attribnirano a Nettuno terremoti ed i maremoti, e le ragioni ne le
spiegai nel captolo di Giove; ma oltre ad Omero ed Esiodo, anche Erodoto,
1. 7, c. 129, lo chiama ferme quassator.
Si raccontano parecchie avventure galanti sul conto di Nettuno, e per
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riuscire nei suoi amori, spesso ti melamorfizz, seguendo l'esempio di Giove,
suo fratello. Amene nel suo bellissimo ricamo che esegu in presenza di Mi
nerva, vi disegn la storia di tulle queste trasformazioni. Anfitrite sua moglie
gli diede Trtone; dalla Ninfa Fenice ebbe Proteo. Sotto la forma del fiume
Knipo, Nettuno corteggi Ifimedia moglie del Gigante Aloeo, e ne ebbe
Efialle ed Olo, sotto la forma dun ariete, egli sedusse Bisalte; sotto quella
d'un loro, ebbe commercio con una delle figlie dEoo; sotto quella duccello,
cbhe un'avventura con Medusa; prese la forma dun delfino per godere di
Melante; ed iufinc quella di cavallo per trarre in inganno Cerere.
Tritone divenne il Trombettiere ed il Sonatore di flauto di Nettuno. Esso
ebbe una figlia chiamala Trilla, Sacerdotessa di Minerva. Questa Trilla
avendo avuto commercio con Marte, divenne madre di Menalippo. Trtone
concorse efficacemente alla vittorie che Giove riport sui Giganti. Costoro,
sorpresi d sentire inaspettatamente il suono del corno marino che Trtone
faceva echeggiare, immediatamente presero la fuga. I Poeti hanno finto dhe
Tritone aveva figura umana nella parte superiore del suo corpo, e la forma
d'un delfino dalla cintura in gi; che le due gambe formavano una coda
forcuta, rialzata a mo' di crescente lunare. Le sue spalle erano color di por
pora. I Romani mettevano un Trtone al sommo del tempio di Saturno.
Ho parlalo parecchie volte di Nettuno, e a visto perch la si diceva
figlio di Saturno e di Rea. Egli propriamente l acqua od il mare filosofico
il quale risulta dalla dissoluzione della materia. E quindi ragionevole con
siderarlo come il padre dei fiumi, il Principe del Mare, ed il Signore delle
onde. Per la sua natura liquida e fluida, e per la sua facilit di mettersi in
movimento, esso provoca gli scuotimenti tanto della terra che trovasi nel
fondo del vaso, quanto di quella clic gli galleggia. Il vigore e la leggerezza
con i quali corrono i cavalli, hanno indotto i Poeti a fingere che il suo carro
era tiralo da quattro dei delti animali, ed allo scopo d'indicare la volatilit
di quc-sl "acqua, hanno supposto che delti cavalli corressero anche sut flutti
del Mare, e elle questo Dio era sempre accompagnalo da Tritoni c Nereidi,
le quali non sono altro elle le parti acquose, da vq; = humidus. Avendo
osservato che delta acqua filosofica aveva un colore tendente al blu, per la qual
ragione la si disse acqua celeste, i Poeti Filosofi hanno fnto che Nettuno
nova i capelli gli occhi ed il vestimento blu. La sua leggerezza, malgrado
il suo peso, vale a dire la sua volatilit, malgrado la sua densit, fece dire a
Rea che s'era sgravala d'un puledro, e diede lo spinti alla sua metamorfosi
in cavallo, allorch volle ingannare Cerere o la terra filosofica; poich si
hi allusione alla leggerezza del cavallo durante la sua rorsa, malgrado la
pesatile massa del suo eorpu. Per la stessa ragione s' finto il suo cambia
mento in ueeello. E' noto ci che simboleggia il toro, ed una spiegazione
spesso ripetuta annoierebbe.
In quanto a Tritone, la sua forma c la sua nascila indicano abbastanza
eh'esso ci clic risulta dall'acqua filosofica; la sua coda forcuta a forma di
crescente lunare, designa la terra filosofica bianca, o la. Luna dei Filosofi,
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ed il color porpora delle sue spalle indica il colore che sopravviene alla
materia dopo 3 color bianco. Se si dice che Tritone fu causa della vittoria
che Giove riport ani Giganti, lo si simboleggia perch questo Dio non
tranquillo n pacifico possessore del suo. Trono, se non dopo che la materia
pervenuta al bianco, e che comincia a cessare d'essere volatile.
I n alcuni tempi delle operazioni, a misura che l Opera si perfeziona,
l acqua dei FUosofi diventa rossa, in tal caso sorge lallegoria che Nettuno
si congiunge alla Ninfa Fenice, cos detta da <poivi pur pura, punicea* color.
Proteo nasce da questa unione, questo Proteo le metamorfosi perpetue del
quale sono 3 vero simbolo delle trasmutazioni che i Filosofi affermano so
pravvengano alla materia del Magistero. E certo per questa ragione che
l Autore degli limi attribuiti ad Orfeo, diceva che Proteo era 3 principio di
tutti i misti:
a Gestantem clave* pelaci te maxime Prolheu
Prisce loco, a quo naturae primordio primum
Edita sant, forma* in multa* vertere notti
Materiam sacram pruderli, venerabilis, atque
Concia sciens, quae sint, fuerinl, ventura trahuntur. n
Omero si spiega nello stesso senso nel quarto libro dellOdissea:
Concussi! cervice jubas leo factus, et inde
Fit draco terribilis, moda sua, modo pardalis ingens,
Alticoma aul arbori nane frigida defluii onda,
Nunc ignis crepitai, s
Tutte queste metamorfosi delle quali parla Omero, si adattano benissimo
alla materia dei Filosofi, poich questi Discepoli dErmete le hanno dato
gli stessi nomi che il Poeta concede a Proteo, poich essi hanno fatto allu
sione, tanto ai differenti colori chessa assume, quanto ai diversi cambia
menti che adotta nel corso delle operazioni.
Essa chiamata leone, quando pervenuta al rosso neUa prima opera;
drago, nella putrefazione della seconda; porco o corpo immondo, a ragione
del suo odore puzzolente durante la dissoluzione; leopardo, tigre, coda di
pavone, quando si riveste dei colori delliride; albero solare o lunare,
quando passa al bianco od al rosso; acqua perch lo , ed infine fuoco,
quando zolfo o fissata.
Ili pianto alle propriet che Orfeo attribuisce a Proteo e cio d'essere il
principio di tutto, di possedere le Oliavi del Mare, e di manifestarsi in tutti
i misti della Natura, similmente della loro materia ne dicono i Filosofi.
Ecco come sesprime il Cosmopolita: a Questacqua poi nota a molte per
sone, cd ha un nome proprio? Saturno mi rispose ad alta voce: pochi la co
noscono, ma tutti la vedono e l amano. Essa ha parecchi nomi, ma queUo
di r meglio le conviene, : l'acqua del nostro mare, acipia di vita ehe non
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bagna affatto le mani. Gli domandai se della acqua producesse qualche cosa.
Hi replic: mite le cose si creano da essa, vivono di essa ed in essa. E* 3
principio di tutto; e si mescola con tutto. Voi che domandale a Dio il dono
della Pietra Filosofale, dice l'Autore delle Rime Germaniche, astenetevi
dal cercarla nelle erbe, gli animali, lo zolfo, il mercurio ed i minerali; il
vetriolo, l'allume, 3 sale non valgono niente per ci; il piombo, lo stagno,
il rame, il ferro non sono affatto buoni; lo stesso oro e l argento a nulla
servono per il Magistero; ma prendete Hyle, od il caos, o la primiera materia
principio di tutto, e che si specifica in tutto, d
Un altro Autore anonimo afferma che questa materia non ha forma de
terminata, ma suscettibile di tutte le forme; il Proteo degli Antichi, che
come dice Virgilio:
a Omnia transformai tese in miracola rerum. i
(Georg. 4.)
Fjmh lo spirito universale del Mondo, una sostanza umida, sottile, un
vapore vschioso, che per non umetta le mani; da essa proviene la rosa, 3
tulipano, l'oro e gli altri metalli, ed in generale tutti i misti. Essa produce
il vino nella vigna, l olio nell'oliveta, il purgativo nel rabarbaro, l'astrin
gente nel melograno, il veleno neU'uno ed il controveleno nell'altro, ed
infine, secondo Basilio Valentino, essa ogni cosa in ogni cosa.
Mi resta da parlare dun altro figlio d Saturno, ma non nato da Rea.
Ed Chirone il Centauro che Apollonio di Rodi dice esser figlio di Fillira:
Ad mare descendit monlis de parte suprema
Chiron Philiyridas .
Ed Ovidio:
a Et Saturali* equo geminom Chirona creavit d .
La Favola tramanda che Chirone, figlio di Saturno spos Cariclo figlia d'A-
polo o, secondo altri, dellOceano, che gli diede una figlia chiamata Ociroe.
Chirone, come lutti i Centauri aveva la figura umana nella parte superiore
del corpo, e la forma d un cavallo in tutta la parte inferiore. Nacque cosi
fatto perch mentre Saturno era con Fillira, Rea li sorprese, ed allora subi
tamente Saturno si metamorfizz in cavallo per non essere riconosciuto. Chi
rone divenne abilissimo nella Medicina; Diana gl'insegn l'arte della caccia,
ed inoltre era un perfetto intenditore della Musica. La conoscenza di queste
scienze gli procurarono dessere preposto all'educazione di Giasone, dE*
sctilapio, d'rcole e di Achille. Un giorno maneggiava, senza tutta la precau
zione necessaria, una freccia dAlcide, avvelenata con il veleno dell'idra di
Lercia ; detta freccia gli cadde sui piede, ed il dolore che prov dalla ferita
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fa coai rivo che BuUistanle chiese Giove il permesso di morirne. Tale
mn richiesta venne accolta da Giove, il quale lo colloc fra le Costellazioni.
Si pu giudicare di ci che significa Chirone, tanto da usa padre, dalla
sna nascita, dalla sua figura e dalla sua apoteosi, ed anche dai discepoli che
egli ehhe. Nato da un Dio favoloso ed Ermetico, poteva non appartenere a
quest'Arte? Sposa anche una figlia del Sole, e da questo matrimonio ha
un'altra figlia il nome della quale significo unacqua che scorre con rapidit,
e ci per indicare la soluzione della materia aurifica in acqua.
VENERE
Venere, madre dell'Amore, secondo Esiodo, nacque dalla spuma del Mare
e dalle parti mutilate di Cielo, e perci i Greci la chiamavano A ^ai i n)
Omero la dice figlia di Giove e di Dione. L'idea pi comune eh'essa nacque
dalla spuma del Marc. Lo Zefiro la trasport, in una conca marina, nell'Isola
di Cipro, donde essa prese l'appellativo di Ciprigna, e di l a Citer. Sul suo
cammino nascevano i fiori; ed accompagnata sempre da Cupido suo figlio,
dai Giuochi, e dalle Risa; ed essa infine fa la gioia e la felicit degli Dei e
degli uomini. Una idea cos graziosa rendeva gradevoli le descrizioni che i
Poeti facevano a gara di questa Dea. Nulla uguagliava la sua hellezza. I Pit
tori e gli Scultori s'impadronirono di tale idea, ed usarono tutta la loro arte
per rappresentarla come ci che vi era di pi amabile nel Mondo, a Mirale
questa Venere, opera del capace Aprile, dice Antipatro di Sidone; constatate
in che modo questo eccellente Maestro ha perfettamente espresso questacqua
spumosa che gocciola dalle sue mani e dai suoi capelli, senza nulla nascondere
delle sue grazie: tanto che Pallade appena lebbe vista, cos parl a Giunone:
Cediamo, cediamo, o Gianone, a questa Dea nascente, lutto il pregio della
bellezza! . Paride conferm questo giudizio aggiudicando l'aureo pomo a
Venere, e dalla quale egli ne ebbe in ricompensa Elena, la pi bella
delie donne.
maggior numero dei Greci e dei Romani consider Venere come la
Dea dell'amore e della volutt. Perci ebbe una quantit di Templi, e donne
lascive e debosciate che servivano negli stessi; ed il cullo che vi si praticava
era riempito di cerimonie conformi a queste idee.
Platone, nel suo Convito, ammetteva due Veneri; l unn figlia del Cielo,
c l'altra figlia di Giove. La prima, dice questo Filosofo, quell'antico Ve
nere, figlia del Cielo, della quale non si conosce la madre, e che chiamiamo
Venere Celeste; e quest'altra Venere pi recente, figlia di Giove e di Dione,
e che chiamiamo la Venere volgare. A queste due hiogna attribuire tutto
quanto gli Autori Greci c Latini dicono delle diverse Veneri, c delle quali
parlano sotto nomi diversi. Anche il cullo devoluto olle diverse Veneri non
era io stesso. Polemo afferma nel suo scritto: Ad Timaeum, clic quello
praticato dagli Ateniesi era purissimo: a Athcnicnsrs barn ni rorvm fp.ier-
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rondarli ni studiosi, et in sacrificiis Deorum faciendis diligentes ac pii ftepka-
iia sacra faciunt Mnemosynae. Musis. Aurorae, Soli, Lunae, Nynphis, Ve
neri coelesti.
Dai diversi Autori, Venere considerata talvolta quale una donna debo
sciata. talaltra quale Dea; una volta come Pianeta, unaltra volta la consi
derano quale una passione. Ma le espressioni dei Poeti sono sempre figurate.
Ma Venere una Dea benefica e tanto favorevole alla corruzione del cuore
umano, almeno per la maggioranza, che non era facile trovare chi le dichia
rasse guerra; sicch lo stesso Marte, questo Dio del sangue e delle stragi,
vide svanire tutta la sua ferocia alla presenza di Venere. Era ignominioso
riverire Marte quale Deit, dato che sembrava compiacersi della distruzione
dell'iimanit; mentre era naturale accordare gli onori della Divinit a Ve
nere la cui specifica occupazione quella della perpetuazione del genere
umano. Per questa ragione Marte fu considerato come Dio della Guerra,
e Venere come la Dea della pace.
Gli Egizi e la maggior parte degli antichi Greci non ritenevano Venere
quale Dea del libertinaggio e della volutt, ma quale nipote di Saturno, ed
avente per sorella la Verit nascosta in fondo ad un antro. E* ben vero che
alcuni parlavano di questa Dea come di una donna d'eccellente bellezza. I
libertini che non compresero il vero significato che gli Autori annettevano
a tale finzione, la considerarono esclusivamente quale adatta ad eccitare il
fuoco impuro del libertinaggio; e poich ignoravano la Verit, sorella di
Venere, accordarono a Venere un culto licenzioso. Diodoro Siculo il quale
aveva raccolto, per quanto possibile, le tradizioni Egizie, parlando degli
Dei d'Egitto dice che, secondo alcuni, Cronos fu padre di Giove e di Giunone,
Giove ebbe per figli: Osiride, Iside, Tifone, Apollo e Afrodite o Venere.
Ma i Discepoli dErmele certamente meglio istruiti dellidea che il loro
Maestro annetteva ai finti Dei dell'Egitto, non hanno considerato Venere
come la volutt o lappetito animale atto a perpetuare la specie; non hanno
nemmeno tenuto presente il Pianeta chiamato Venere o Lucifero, che appare
al mattino prima del levar de! Sole, o la sera prima del tramonto del
luminare del mondo; n ammisero la possibilit di farla nascere dalle parti
mutilate di Cielo e dalla schiuma del Mare, n la ritennero figlia di Giove.
Michele Majer dice che gli Antichi intendevano per Venere una materia
senza della quale non si pu fare la Grande Opera, ed infatti la maggior
parte dei Filosofi pare mantengano tale concetto. Flamel cita le seguenti
parole di Democrito: a Ingemmate le spalle ed il seno della Dea di Paio,
ed essa diventer pi bella, ed abbandoner il suo color verde per assumere
il colore dorato. Allorquando Paride vide questa Dea in tale stato, la prefer
a Giunone ed a Palladc. Cosa Venere, si domanda questo Autore? Venere
come un uomo ha un corpo ed una anima : bisogna spogliarla del suo corpo
materiale e graveolente per ottenerne lo spirito tingente, e renderla cos
adatta a ci che se ne vuol fare n.
Filalete riguardava Venere come uno dei principali ingredienti che en-
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trono a far parte nella composizione del Magistero. A tale riguardo il d'E-
spagnet cita i seguenti versi del VI libro dellEneide:
..................................... Latet arbore opaca
Aurea* et foliis, et lento vimine ramu*
Juno ni inferirne dictus sacer; hunc regii omnis
Lucia, et obcuris claudunl convallibus umbrae. '
Viit ea fatta eroi geminae cum forte columbae
Ipsa sub ora viri ooelo venere volantes
E t viridi sedere solo: tum maxima* Heros
Maternas agnoscit aves b.
Questo Filosofo, al quale Olao Borriechio dice: che gli amatori della
Chimica Ermetica debbono sentirsi tanto obbligati, prende Venere sempre
nel suo significato Filosofico: a Occorre, dic'egli, una fatica drcole per la
preparazione o sublimazione filosofica del mercurio, tanto vero che senza
laiuto dAlcide, Giasone non avrebbe giammai intrapreso la sua spedizione.
Lentrata custodita da animali cornuti, i quali allontanano coloro che se
ne approssimano temerariamente. Le insegne di Diana e le colombe di Ve
nere sono le sole capaci dammansire la loro ferocia... Questacqua unac
qua di vita, unacqua permanente, limpidissima, chiamata acqua doro e
dargento... Questa sostanza infine preziosissima la Venere Ermafrodita
degli Antichi, avente l uno e l altro sesso, vale a dire: Io zolfo ed il mer
curio... I l giardino delle Esperidi custodito da uno spaventevole drago;
sin dallentrata si presenta una fontana dacqua chiarissima, che sgorga
da sette sorgenti, e che si spande dappertutto. Fatevi bere il drago per il
numero magico tre volte sette, sino a quando diventato ebbro, esso si dispogli
del suo rivestimento sporco e sudicio. Ma a tale effetto necessita che vi ren
diate propizie: Venere porta-luce, e Diana la Cornuta b.
Quando i Filosofi hanno fatto allusione ai colori che si manifestano nel
l Opera, ed ai quali hanno riferito i nomi dei Pianeti, il nome di Venere
servito loro per designare il giallo zafferanato. Tenendo ci presente, Canaco
di Sicione, a quanto ne riferisce Eratostene, fece una Venere doro e da
vorio, avente un papavero in una mano, ed un melograno nellaltra. La
Venere Filosofica, dopo la bianchezza diventa giallastra come la buccia del
melograno, ed infine rossa come i grani del detto frutto, o come il fiore del
papavero. A questo bisogna riportare anche le parole dIsimindrio, nel suo
Codice di Verit: a D nostro zolfo rosso si manifesta, quando il calore
del fuoco passa le nubi e si congiunge con i raggi del Sole e della Luna.
Venere allora ha gi vinto Saturno e Giove . Brimello dice pure: a Perver
ranno diversi colori alla nostra Venere; il primo giorno zafferano; il secondo
quale ruggine; il terzo come papavero del deserto; il quarto come sangue
molto bruciato .
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I l termine bronza che gli Adepti hanno sovente osato per designare la
loro materia, prima della bianchezza, ha mollo contribuito ad ingannare
soffiatori ed anche i Chimici volgari i quali hanno ritenuto il rame quale la
Venere dei Filosofi. Mentre, ci che ben chiaramente ci manifesta l'idea
che gli Antichi annettevano alla loro Venere, si non solo i suoi adulterai
con Mercurio e Marte, ma specialmente il suo matrimonio con Vulcano.
Questultimo essendo il fuoco filosofico, come l abbiamo provato, e ne
daremo altre prove, 'deve destar sorpresa che aia stato maritalo con la ma
teria dei Filosofi? Se Vulcano sorprese questa Dea con il Dio della guerra,
questallegoria significa che il color ruggine di ferro sembra essere talmente
unito con il color entrino e zafferanato chiamato Venere, che non li si distin
guono se non dopo che il rosso perviene al massimo della sua vivacit.
Allora Marte e Venere s trovano presi nella rete di Vulcano, ed il Sole che
li vede, li svela; perch il color rosso precisamente il Sole Filosofico. Com
pleteremo la storia di Venere a misura che soggetti ce ne daranno l occasione.
PAL1.ADE
Giove dapprima aveva sposato Meli; ma dopo che questa Dea fece prendere
a Saturno una bevanda che gli fece vomitare il ciottolo ed figli che aveva
divorati, Giove, a ana volta, inghiott qnesta sna prima moglie figlia dellO
ceano, sebbene essa fosse gravida. Appena compiuto questa bella azione,
Giove si sent femmina senza cessare dessere Dio. Bisognava sgravarsi, ma
non pot farlo senza l ainto di Vulcano, il quale gli serv da levatrice. Questo
Dio del fuoco gli assest rudemente un colpo di scure sulla testa, e subito dalla
ferita venne fuori una giovane e bella ragazza armata dal capo ai piedi. Ecco
adunque Pallide nata senza madre dal cervello di Giove. Omero chiama Pa-
lade: Alalcomenia, perch gli Alalcomeni pretendevano che questa Dea fosse
nata nella loro Citt. Anche Slrahone della stessa idea, ed anzi, nel quattor
dicesimo libro della sua Geografa riferisce che quando Minerva nacque dal
cervello di Giove, cadde una pioggia doro a Rodi.
Parecchi hanno creduto che Palade e Minerva fossero due persone diffe
renti, ma Callimaco assicura il contrario, ed aggiunge che Giove, ano padre,
consente a tutto ci ehessa -vuole:
a Annuit bis dictis Pattai, quodqae annuii iIta
Perfidiar. Nalae Jupiter hoc tributi
pse Mnervae uni, quac sunt patria omnia ferre d .
(bino sui bagni di Palade)
Erodoto la dice figlia di Nettano e del lago Tritone, secondo i Libi! i quali
aggiungevano che questa giovane sera poi data a Giove. Per comunemente
s conviene che Pallade e Minerva sono la stessa, figlia d Giove: e ci che
- 201 -
prova la sua anzianit si che presso gli Egizi essa era ritenuta moglie d
Vulcano, il pi antico cd il primo di tutti i loro Dei. Gli Autori della Mitologia
Greca, avevano indubbiamente conservato questa idea che avevano attinto
in Egitto, ed ecco perch consacravano un altare comune a Vulcano cd a
Pallade. Lo stesso nome Ogga che Minerva aveva in Egitto, per ci rhr ne
riferisce Euforone in Stefano di Bisanzio, ed Esichio il quale anche lui la
chiama Onka, sembra indicarne la ragione, se prestiamo fede a Gerardo Vas
aio, il quale spiegando la storia di Tifone, dice che Og, dal quale s' potuto
derivare Ogga, significa: uasil, ustu/aet.
Checch ne sia, ti fu una Minerva onorala a 5ais in Egitto, molto prima
di Cecrops, il quale ne port il cullo in Grecia. I Greci, in seguilo, ni: cam
biarono la storia, ci che permise asserire a quelli di Alifra in Arcadia, che
Minerva era nata cd era stala allevata nella loro citt.
Pallade, Minerva ed Atena, presso i Greci erano una stessa Divinit, ma
soltanto riguardavano propriamente Minerva quale Dea delle Arti e delle
Scienze, e Pallade quale Dea della guerra. Essa serh sempre la propria
verginit. Rese cieco Tiresia perch ardi mirarla nuda mentre la Dea ha-
gnavasi nella fontana d'Ippocrenc: n Vulcano riusc ad indurla a soddisfare
la passione che nutriva per essa. Pallade uccise il mostro Egieide, figlio della
Terra, il quale vomitava gran fuoco, ed aveva hruciato le foreste dal Tauro
alla Libia, devastando >ul sua cammino la fenicia e l'Egitto.
Pallade aveva a Sais un magnifico lempio, del (piale Erodoto, nel 2. libro,
ce ne fornisce la descrizione. Le feste che si celebravano in onore di Pallade
in Grecia, si chiamavano Paiuitnnpp. I .giuochi e gli esercizi puhhlici che
accompagnavano questa festa, erano la corsa a piedi, con fiaccole e torce
accese, come nelle feste di Vulcano e di Prometeo. Altri giuochi vi sintro
dussero in seguito.
Tutti gli Antichi hanno preso Pallade per la Saggezza e la Prudenza,
poich nata dal cervello di Giove, e dato che. il cervello ritenuto quale la
sede del giudizio, e senza del quale non si riesce a nulla, specie poi ili argo
menti spinosi anche se meno difficoltosi di quello della Grande Opera che
per tale ragione viene chiamata: il Magistero dei Saggi. Quindi, essendo il
segreto dei segreti, e che Dio rivela solamente a coloro che vuol favorire,
ogni divulgazione costituirebbe una profanazione. Occorre possedere la Sag
gezza di Pallade, per conoscerlo c custodirlo. Salomone, ronseguentemenlc.
nel c. 19 dcirEeclesiasle, scrisse: Il sapiente studier la Saggezza degli
Antichi, e s'eserciter nelle Profezie. Conserver scrupolosamente i discorsi
degli uomini di rinomanza, e penetrer le sottigliezze delle parabole. No
scoprir il loro senso ascoso, e s'eserciter a svelare ci che racchiudono i
proverbi. L'uomo prudente c Saggio non divulga adatto il segreto della
Scienza o. (Frov. c. 10-12).
1 Filosofi Ermetici hanno a cuore questo consiglio di Salomone, cd
perci che hanno velato il loro segreto sotto le allegorie, gli enigmi, le
favole ed i geroglifici. Essi hanno assunto per loro guida la Dea Pallade c
- 202 -
g o h fatti un dovere di seguire le istruzioni della stessa. E' per questo che
la Favola finge che questa Dea favor sempre Ercole ed Ulisse in tutte le loro
imprese, come vedremo in appresso.
Si fnge che questa Dea accec Tiresia, perch questi ebbe la temerariet
Hi ammirarla nuda nel bagno, cosi come per la slessa ragione si vuole che
Diana metamorfzz Atteone in cervo; ma ci un'allusione che serve a
mettere ili guardia gli Artisti Ermetici dessere discreti, prudenti, e pi
circospetti di detti due temerarii, se vogliono evitare simili disgrazie.
Narra la Favola che Giunone avendo appreso la nascita di Pallade me*
diaule lo straordinario parto di Giove, divent furiosa, e tra le esecrazioni
che profferiva, batt col piede fortemente la terra, la quale subito produsse
Tifone, padre di tanti mostri. Apollo, in seguito, invit questa Dea ad un
pasto che dava Giove, Essa vintervenne, ed avendo mangialo delle lattughe
selvatiche, da sterile ch'cssa era, divent feconda, e mise al mondo Ebe,
che talvolta serv da bere a Giove. Perci Ebe divent sorella di Marte e di
Vulcano, ed in seguito sposa di Ercole dopo la morte di questo Eroe.
MARTE ED ARMONIA
Marte, Dio della guerra, da Omero e dagli altri Poeti ritenuto figlio
di Giove e di Giunone; ed anche Esiodo lo considera ugualmente. Esclu
sivamente i Poeti Latini propalarono la favola che Giunone piccata che
Giove uvesse messo a] mondo Minerva, senza il suo concorso, aveva concepito
Marte col semplice toccamento, in una prateria, di un fiore clic Flora le
aveva mostrato. -
' ' In tutta la storia di Marte non si vedono se non combattimenti rd adul
teri!. Quello che questo Dio commise ron Venere, celebre in tutti i Poemi.
Venere, la pi bella delle Dee, essendo stala maritala a Vulcano, il pi
deforme degli Dei, ed operaio per giunta, presto ne prov disgusto, e quindi
prodig i suoi favori a Marte. Vulcano, avendoli sorpresi, li strinse in un
legame impercettibile, dopo che il Sole li aveva denunciati.
I Mitologi mettono Marte nel numero dei dodici grandi Dei dellEgitto.
Il Poeti re lo dipingono sempre pieno di calida bile, ed assalito da un furore
omicida: ma per gli Antichi questo Dio era il simbolo di una tal quale
virt ignea, ed una qualit inalterabile dei misti, e quindi rapace di resi
stere agli attacchi del fuoco pi violento. Se dunque si mette la Venere dei
Filosofi ron questo Marte in un letto o vaso adatto a tale effetto, e li si legano
con una catena invisibile, vale a dire: aerea simile a quella clic abbiamo
descritta nel rapitolo di Venere, ite nascer una bellissima fanciulla, chia
mata: Armonia, dice Michele Majer nel suo 3. libro dellArcana Arcanissima,
|H<rclic essa sar composta armonicamente, vale a dire: perfetta in pesi e
misura filosofica.
203
Esiodo, al v. 932 della sua Teogonia, dice che Armonia nacque da questo
adulterio, e cos sesprime:
a . . . . Marti Clypeos atque arma secanti
Alma Venu3 peperii pallorem, unaque timorem.
Qui dare terga virum armatas jitssere phalmgaa
l a bello Iritti: quam Cadmiti diurte, at inde
Harmoniani peperii Afoni Cytherea decorem b .
Diadoro Siculo dice che Armonia figlia di Giove e d'Eletlra, una delle
figlie dAtlante.
I Poeti hanno molto cantato la bellezza di Armonia, e gli Antichi la
consideravano quale una Divinit tutelare. Essa spos Cadmo, figlio d'Age-
nore, I te della Fenicia. Giove che aveva combinato questo matrimonio, assi
stette alle nozze, e vinvit tutti gli Dei e le Dee, che fecero dei regali alla
sposa. Cerere le regal del frumento, Mercurio una lira, Pallade una collana,
una veste ed un flauto; la collana era un capolavoro di Vulcano. Apollo son
la sua lira durante le nozze. La fine di questo matrimonio non ebbe tutto lo
splendore dellinizio. Dopo molte traversie, Cadmo ed Armonia furono cam
biati in draghi. Alcuni Autori hanno avanzato lipotesi che il serpente che
divor i compagni d Cadmo, era anche figlio di Venere e di Marte.
Da ci si constata che la fine di tutti questi Dei, Dee ed Eroi, risponde
benissimo alla loro origine; ci che gli Autori d queste finzioni hanno
immaginato e divulgato, affinch le s riguardassero come favole, e non come
veritiere storie.
Armonia la materia che risolta dalle prime operazioni dellOpera, c
che occorre maritare con Cadmo (dal quale prese nome la Cadmia). Allora
tutti gli Dei Ermetici si trovano alle loro nozze con i loro regali; Apollo
vi suona la lira, come quando cant la vittoria che Giove aveva riportato
sui Giganti. Cadmo ed Armonia sono infine melamorfosixzat in un serpo,
ed anche in basilisco; perch il risnltato dellOpera incorporato con il suo
simile, acquista la virt attribuito al basilisco, come lo dicono i Filosofi.
Lautore del Posario, sesprime cos: a Quando mavrete estratto in parte
dalla mia natura, e mia moglie in porle dalla sua, e che avendoci riuniti, ci
farete morire, noi risusciteremo in ua sol corpo, per non pi morire, e
faremo cose mirabili d. Ripleo poi, parlando deU&isire Filosofico, il quale,
come vediamo, composto di Cadmo ed Armonia, o del marito e della
moglie, dice: a Ne risulta un tutto che per l'Arto diventa una Pietra celeste,
la virt gnea della quale cos forte che noi la chiamiamo il nostro drago,
il nostro hasilisco, il nostro Elisire di gran pregio; poich come il basilisco
uccide con la sola vista, similmente il nostro Elisire uccide il mercurio crudo
tu un batter di cglia, appena ch'esso viene gettato sullo stesso. Esso tinge
anche tutti i corpi duna tintura perfetta del Sole e della Luna. Il nostro
olio, dice io stesso Autore, si fa dal matrimonio del secondo e del terzo me-
- 204-
strilo, e noi lo riduciamo alla natura del basilisco d . Ed il Majer, anche lui
dice: a Come il basilisco sorte da un novo, e dardeggiando i suoi sgaordi
visuali avvelenati, appesta ed uccide gli esseri viventi, similmente anche la
nostra tintura s produce dalluovo filosofico, e per la sua virt coagula
mediante il pi leggero contatto tntto quanto i metalli contengono di mer
curio. Essa rende stupido detto mercurio. Io uccide fissandolo, e lo spoglia
del suo solfo combustibile s.
Si pu vedere qualcosa di pi preciso? Non vi mancano se non i nomi
di Cadmo e dArmonia, i quali sono lo sposo e la sposa del testo citato. E*
bene osservare anche che Morte aveva un tempio celebre a Lemno, sog
giorno di Vulcano.
I l lupo, il cane, il gallo e l'avvoltoio erano consacrati al Dio della guerra :
il lupo e ravvoltolo a cagione della loro voracia, dicono i Mitologi, ed il
cane con il gallo per la loro vigilanza. Ma costoro avrebbero colpito nel
segno se si fossero riferiti a quelle ragioni da noi esposte nel primo libro
quando abbiamo parlato di Anobi e di Ma cedo; vale a dire perch gli ani-'
mali sono stati presi sempre per simboli degl'ingredienti del Magistero dei
Filosofi. Io sono un lupo rapace ed affamato, si dichiara Basilio Valentino,
nella sua 1. Chiave. Io sono il cane di Corascene e la cagna d'Armenia, si
dichiara Avicenna nel a De re rceta >. Io sono il gallo e voi la gallina, dice
il Sole alla Lana, nel a Consilinm , voi nulla potete fare senza di me, ed
io nulla senza di voi. Io sono l'avvoltoio che grida continuamente dall'alto
della montagna, si dichiara Ermete, nei Sette Capitoli.
VULCANO
Nel primo libro abbiamo parlato di questo Dio spiegando gli Dei del
l'Egitto. Diremo ora di Vulcano nella concezione Greca. Secondo Esiodo,
Vulcano era figlio di Giunone:
a Falcami m pepe rii J una amjuncla in amore d.
Alcuni Autori hanno preteso chessa lo avesse concepito senza contatto
d'uomo; ma Omero lo dice positivamente figlio d Giove e di Giunone, che
per la sna deformit fu scacciato dal Cielo, donde cadde nell'Isola di Lemno:
t Afe quoque de coda pede jec Jupiter olim
Cantra iilum auxilium misero, ut mii /erre partirei.
A l t ega rum coda, Phaeboque cadente ferebar;
i n Lemmum ut cecidi nix est vis itila rdieta.
(Diade, 1. 1)
- 2 0 S -
Ia>stesso Poeta, in altra occasione, fa parlare Giunone come se essa stessa
avesse scacciato Vulcano dallOlimpo:
a //e nieui natus Claudus Vulcaniti ego ipsa
Ilune peperi, manibus capiens et in aequora jeci.
Filia max ce pii Nerei Thetis alma marini,
Cvrmanasque ari Ut, quibus hunc portavit alentlum s.
(Inno ad Apollo)
Vulcano, da parte sua, non dimentic tale affronto, e per vendicarsene
fece una sedia d'oro avente un congegno nascosto che imprigionava coloro
che vi si sedevano, e senza che avessero possibilit di liberarsene. Me fece
un regalo a sua madre la quale vi si trov presa appena vi si sedette; e di
ci ne parla Platone nel 2. libro della Repubblica.
Alcuni Autori ci danno Vulcano per l'inventore del fuoco, ed altri senza
fondate ragioni dicono che Vulcano fu Prometeo. Secondo Erodoto, presso
gli Egizi! era il pi antico degli Dei, mentre presso i Greci era il meno
rispettato. Lo si considerava come il padre dei Fabbri e come Fabbro egli
stesso, ch fabbricava le folgori a Giove, e le armi agli Dei. Fabbric un cane
di bronzo, che dopo averlo animato, regal a Giove. Giove lo diede ad
Europa, Europa a Procri, c questa a Cefalo suo sposo; infine Giove lo mut
in pietra. Giove ordin a Vulcano di fabbricare il vaso di Pandora, per
essere regalato agli uomini in_ sostituzione del fuoco che Prometeo aveva
rubato al Cielo. Questo Dio zoppo chiese a Giove, Minerva in sposa, c
questo quale ricompensa per le armi fabbricategli, e per gli altri servizi
clic gli aveva resi: ma Minerva fu sempre sorda alle sue richieste, e ribelle
alla sua corte insistente.
A Vulcano gli era consacrato il leone a cagione della natura ignea di
detto animale. Bronle, Steropc e Piracmone erano i compagni di questo Dio
nel lavoro della forgia. Esiodo li dice tutti e tre figli del Cielo e della Terra;
ma altri li fanno figli di Nettuno e d'Anfitrite. Virgilio li menziona nel
l'ottavo libro dcHEneide.
Ardalo c Broteo furono figli di Vulcano. U primo fece la Sala o Tempio
delle Muse a Tresene; e Broteo divent lo zimbello degli uomini a causa
della sua deformit, e si butt nel fuoco per non sopravvivere alla sua onta.
Oltre, a Venere, Vulcano ebbe per seconda moglie Aglaia, una delle
Grazie, il nome della quale significa: splendore, bellezza; e che secondo
Esiodo, era figlia di Giove e dEurinome.
Vulcano stalo considerato generalmente come il Dio del fuoco; alcuni
Antichi Mitologi lo ritenevano quale il fuoco della Natura; ma per il volgo
che vede c prova comunemente il fuoco delle fucine e delle cucine, fu per
questo fuoco che, erroneamente, ritenne il Dio Vulcano; e ci anche perche
questo volgo ignorava il fuoco della Natura; inoltre, a tale errore contri
206
buirono le storie allegoriche che i Poeti propalavano snl conto di questo
Dio, e le cerimonie simboliche che susavano nel suo culto.
Presso gli Egizi, Vulcano era il pi antico ed il pi grande degli Dei,
poich il fuoco il principio attivo di tutte le generazioni. Tutte le cerimo
nie del loro culto essendo state istituite per fare allusione allArte segreta
Sacerdotale: ed essendo il fuoco il solo e principale agente operativo di
qustArte, esso ebbe il tempio pi superbo a Menti sotto il nome di Opas,
e lo consideravano quale il loro protettore. Ma i Greci i quali misero pi
attenzione alla bellezza dellOpera, anziccli alloperaio, non tennero Vul
cano in quella considerazione nella quale lo tennero gli Egizii. Colpiti dal
l abbondanza dello zolfo che forniva lIsola di Lemno, e considerando lo
zolfo come il princpio o la materia del fuoco, essi finsero che Vulcano risie
deva in detta Isola, e per la stessa ragione i Romani, invece, fissarono le
fucine di questo Dio sotto l Etna.
Leducazione apprestata a Vulcano dalle Ncrcidi indica abbastanza chia
ramente qualera la natura di questo fuoco e lorigine di questo Dio; ma il
volgo abituato a prendere le allegorie per verit, senza bene esaminarne le
circostanze e rendersene buon conto, prese alla lettera quanto gli si raccon
tava. Eppure era facile notare a prima vista clic il fuoco comune non poteva
certo essere stato allevato dall'acqua la quale lo soffoca e lo estingue, sebbene
a dire il vero l acqua, in qualche modo, lalimento del fuoco.
Gli Egizii avevano quindi di mira il fuoco filosofico, e questo fuoco di
diverse specie secondo i Discepoli dErmetc. Arlefio quegli clic ne parla
pi diffusamente, e che meglio lo designa, a II nostro fuoco, dice questAu
tore, minerale, uguale, continuo, e non sevapora affatto, se non viene
molto fortemente eccitato; esso partecipa dello zolfo; ed preso da non
altra cosa se non dalla materia; esso distrugge tutto, dissolve, congela e
calcina, ed occorre dellartificio per trovarlo c Tarlo, c non costa nulla, o
almeno pochissimo. Di pi esso umido, vaporoso, digerente, alterante,
penetrante, sottile, aereo, non violento, incomburenle, o che non brucia
affatto, avviluppante, contenente, unico. Esso anche la fontana d'acqua
viva che circonda e racchiude il luogo dove si bagnano il Re e la Regina.
Questo fuoco umido quanto basta in tutta l Opera, al cominciamento, allo
sviluppo ed alla fine, poich tutta lArte consiste in questo fuoco. Vi sono
anche: un fuoco naturale, un fuoco contro natura, cd un fuoco innaturale
ed il quale non brucia affatto; ed infine per complemento vi sono: un fuoco
caldo, secco, umido c freddo . Lo stesso Autore distingue i tre primi in:
fuoco di lampada, fuoco di ceneri, e fuoco naturale dellacqua filosofica.
Questultimo il fuoco contro natura, il quale necessario in tutto il corso
dellOpera, mentre, dicegli, gli altri due non sono necessari che in certi
tempi. Ripleo, nelle sue 12 Porte, dopo lenumerazione dei suddetti fuochi,
cos conclude: n Fate dunque un fuoco nel vostro vaso d vetro, il quale
brucia pi efficacemente del fuoco elementare .
Raimondo Lullo, Flamel, Gui di Montanor, dEspagnct e tutti i Filosofi,
- 207 -
'esprimono presso a poco nella stessa maniera, sebbene meno chiaramente.
DEspagnet raccomanda di fuggire il fuoco elementare o delle nostre cu
cine, come il tiranno della Natura, e lo chiama fratricida. Altri dicono che
1Artista non si scotti giammai le dita, e non si imbratti punto le mani di
carbone e di fuliggine. Da ci opportuno dedurre che coloro i quali scam
biano il loro danaro in carbone, non debbono aspettarsi che cenere e fumo,
e non sperare alcunaltra trasmutazione. Questi Soffiatori non conoscono Vul
cano od il fuoco filosofico.
Se Vulcano il fuoco Ermetico necessario nel corso dellOpera, od al
meno in dati momenti, dobbiamo darci ragione del perch la Favola suppone
che questo Dio fu scacciato dal Cielo e nutrito dalle Nereidi. Ci non sar
difficile ad indovinare, per quegli che avr letto con attenzione quanto
sinora abbiam detto del cielo, della terra e del mare dei Filosofi. Si ve
dranno quali sono le ermi degli Dei e le folgori di Giove che Vulcano fab
bric. La separazione del puro dallimpuro, che si compie per suo mezzo,
annunzia molto cliiar-nente la vittoria che gli Dei riportarono sui Titani.
Questo preteso fabbro il solo che possa avere l incarico di fare lo scettro
di Giove, il tridente di Nettuno, lo scudo di Marte, come pure la collana
dArmonia, ed il cane di bronzo di Procri che doveva essere mutato in pietra,
poich questo Vulcano l agente principale della seconda opera, ed egli
solo capace di portare il bronzo filosofico alla perfezione della Pietra
dei Saggi.
La fissit della materia dell'Opera in questo stato, ha dato luogo alla
finzione della sedia doro che Vulcano regal a Giunone: perch una sedia
essendo fatta per il riposo, era naturale fingere che Giunone, la quale ab
biamo detto essere un vapore volatile, fosse venuta a riposarsi allorquando
detto vapore s fissato nelloro o, vai quanto dire: la materia fissa dei
Filosofi. Vulcano ginoc questo tiro a sua madre per vendicarsi del perch
essa lo aveva scacciato dal Cielo, donde and a cadere nellIsola di Lemno.
La terra ignea dei Saggi, dopo daver occupato la parte superiore del vaso,
volatilizzandosi con il vapore che pocanzi abbiamo detto, cade al fondo,
dove forma una specie disola in mezzo al Mare. E da questa specie d'isola
che la terra dei Filosofi agisce e fa sentire la sua forza a tutto il resto della
materia, tanto acquosa che terrestre. Ed in questo stesso luogo che Broteo,
figlio di Vulcano, si precipit.
I semplici nomi dei compagni di questo Dio, indicano la qualit solfo
rosa ed ignea della materia, dato chessi significano: la folgore, il tuono ed
il fuoco. Ma Vulcano ebbe un secondo figlio chiamato Ardalo, il (piale fece
il Tempio delle Muse; poich il fuoco filosofico agendo sulla materia, la
volatilizza in vapori che ricadono come una pioggia. Ed allora Ardalo che
fahhrica il Tempio delle Muse, dato che il suo nome deriva dapSto = irrigo,
e clic le Muse stesse sono le parti acquose e volatili. Infine, Be si dice che
Vulcano zoppo perch il simbolo del fuoco, il quale non basta da solo.
- 208 -
AFOLLO
Erodoto riferisce che gli Esizi pretendevano che Apollo e la beila Diana
erano figli d'Osiride e d'Iside, e che Latona ne fu semplicemente la natrice.
Costei era annoverata fra gli otto grandi Dei dEgitto. Cerere, dicesi, le
affid suo figlio Apollo, per custodirlo e sottrarlo agli agguati di Tifone il
quale desiderava di farlo perire. Latona lo nascose sn di nna isola galleg
giante, che prescelse a tale bisogna. Ma i Greci dicevano che Apollo e Diana
erano figli di Giove e di Latona. .
Cicerone e molti Mitologi ammettono l'esistenza di quattro differenti
Apollo, ma tali distinzioni sono inutili perch, come dice Vossio, questo Dio
semplicemente un personaggio metaforico e l'idea che simboleggia cbhe
culla in Egitto. I nfatti evidente che ci che dicono i Greci, dellIsola di
Deio ove nacque Apollo, una copia, di quanto ci riferisce Erodoto, che gli
Egizi raccontavano dellIsola di Chemmis dove Latona aveva nascosto Oro.
Tanto ri i vero che mentre i Greci dicevano che l'Isola di Deio era galleg
giante prima della nascita d'Apollo e di Diana, gli Egizii avevano detto lo
stesso dell'Isola di Chemmis. Erodoto, al qnale venne fatto questo racconto,
lo consider come nna favola, inquantocch per quanta attenzione egli mise
nellosservare detta isola, non ebhe mai occasione di vederla fluttuare. I
Greci aggiungevano che Nettuno, con un colpo d tridente aveva fatto salire
dal fondo del mare l Isola di Deio, indi laveva fissata e stabilizzata per
assicurare a Latona, perseguitata da Giunone, nn luogo dove sgravarsi. Ma
tutto ci, non forse una riproduzione fedele di quanto gli Egizi racconta
vano delle persecuzioni di Tifone contro Iside, la quale per sottrarre il figlio
ano alla crudelt del suo cognato, ne affid l'educazione a Latona la quale lo
nascose nellIsola di Chemmis?
E quindi inutile ammettere parecchi Apollo, che, per noi, la spiegazione
di questo Dio quella che abbiamo data parlando di Oro che l Apollo
Egizio. A voler spiegare l Apollo dei Greci, bene attenersi alla Teogonia
d'Esiodo:
a A i Phoebum peperii, peprrit Latona Dtanam
Coelicalum Regi magno conjuncta tonanti .
Per occorre riconoscere che gli Antichi nulla ci hanno lasciato di certo
e di determinato su Apollo od il Sole e sa Diana o la Luna. Li consideravano
una sola cosa? Od intendevano la stessa cosa per il Sole ed Apollo? Li
presero per i due grandi Luminari, oppure quali Eroi della Terra? E' certo
che ne parlano indifferentemente e nulla di deciso noi troviamo.
Cicerone conta cinque Soli; ma come mai non vedere che tatto ci pura
finzione dei Poeti, inquantocch costoro hanno dato Io stesso nome alla stessa
cosa, ma li hanno variati a seconda delle circostanze dei luoghi, delle persone
e delle azioni chessi introducevano sulla scena? Non forse evidente che il
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Sole figlio di Vulcano, lo stesso che Oro, sebbene i loro nomi Bieno diffe
renti? Perci i quattro Apollo ed i cinque Soli di Cicerone non sono se non
uno stesso personaggio metaforico e favoloso, e nati da altri personaggi simil
mente allegorici, quali: Vulcano, Osiride, Iside, Giove e Latona, ecc.
Quando s' trattato del Sole quale Sole, gli Antichi l'hanno chiamato:
occhio del mondo, cuore del Cielo, Re dei Pianeti, lampada della Terra,
face del giorno, sorgente della vita, padre della luce; ma quando s trattalo
d'Apollo, era un Dio che eccelleva nelle belle Arti; quali la Poesia, la Mu
sica, l'eloquenza, e sovratutto la Medicina; anzi si affermava che ne fosse
stato l inventore.
Fra i Pagani sarebbe stato nn delitto degno di pena il non considerare
. quali Dei il Sole e la Luna. Anassagora, a rischio della propria vita, fu il
primo che tent combattere tale errore sostituendo un altro errore poich
afferm che il Sole non era se non una pietra infiammata. Ma alcuni asser*
scono che Anassagora disse cos per burlarsi della superstizione del volgo, ma
che nel contempo questo Filosofo parlava allegoricamente per farsi capire
soltanto dai Filosofi Ermetici. In effetti egli voleva alludere, con la sua pietra
infiammata, alla pietra rossa ardente ch il Sole Filosofico, e del quale
dEspagnet, nel suo Canone 123, cos ne porla: onde nulla omettere, da
parte nostra, gli studiosi amanti della Filosofia sappiano che da questo primo
zolfo se ne genera un secondo che pu moltiplicarsi all'infinito. Che il Saggio
ch'ebbe la felicit di trovare la miniera eterna di questo fuoco celeste, la
custodisca e la conservi con tutta la cura possibile . Lo stesso Autore, aveva
detto nel Canone 80: al l fuoco innato,della nostra Pietra, l'Archea della
Natura (e cio l agente universale, e particolare a ciascun individuo; ci che
mette tutta la Natura in movimento, dispone i germi ed i semi di tutti gli
esseri sublunari a produrre ed a moltiplicare le loro specie) il figlio ed i
Vicario del Sole, esso muove, digerisce e perfeziona tutto, purch venga messo
in libert . Quasi tutti i Discepoli d'Ermete danno alla loro Pietra ignea
il nome di Sole, e quando nella dissoluzione della seconda opera, la malrria
diventa nera, la chiamano: sole tenebroso oppure ecclisse di sole. Raimondo
Lullo ne parla spesso nelle sue Opere, ma qui riporto soltanto quanto ne
scrve nel suo 13. Esperimento: a Fate putrefare il corpo del sole durante
tredici giorni, in capo ai quali la dissoluzione diventer nera come l in
chiostro: ma il suo interno sar rosso come un rubino o come una pietra
di granato orientale. Prendete allora questo sole tenebroso, ed offuscato
dagli abbracci di sua sorella o di sua madre, e ponetelo in una cucurbita
col suo capitello, chiudendo con cura Ir giunture, ecc.
Spesso s confuso Apollo con il Sole, c Diana con la Lima; per nel
l antica Mitologia vi si faceva distinzione; ci che dimostra che anticamente
si sapeva fare la differenza tra il Sole celeste ed il Sole filosofico. Coloro i
quali ignoravano l oggetto di questantira Mitologia, sono stati la causa di
tutte le variazioni, che a tale riguardo, si riscontrano negli Autori, k bene
rilevare che l Apollo ed il Sole filosofico essendo una stessa cosa, le differenti
- 210 -
opinioni defili Autori possono conciliarsi tenendo per presente la distinzione
necessaria del Sole celeste dallApollo della Mitologia. E questo realmente
fa Omero in parecchi luoghi dei suoi due Poemi.
Ma qual possa essere questo Apollo, la Favola ce lo presenta quale padre
di parerrhi figli avuti da diverse donne. Da Calliope ebbe: Orfeo, Imeneo
e Chinilo: da Avalli ebbe Delfo: da Criorle: Corono: da Tersicore: I.ino;
da Coronide: Esculapio; e molli altri, lenumerazione dei quali sarebbe
molto lunga.
Si dice che Apollo viene dagli Iperborei a Delfo, che i Poeti chiamano
ombelico tirilo Terra, poich fingono clic Giove volendo trovarne la localit
mediana, fere partire contemporaneamente unaquila verso l'Oriente ed
un'altra verso l'Orridente, le quali mantenendo la medesima velocit di volo,
si rinrnntrarono a Delfo: e quindi per questo fatto gli venne consacrata
un'aquila doro. E' facile vedere che questa storia non solo favolosa, ma
non avrrhhe alcuna utilit se non la si considera allegoricamente. Ed c in
questo senso che i Filosofi Ermetici si sono espressi d'accordo con l'Autore
del consiglio attinto dalle Epistole dAristotile: a Vi sono due principali
pietre dell'Arte, l ima bianca, e l altra rossa dima natura ammirabile. Tj
bianca comincia ad apparire sulla superficie delle acque al tramonto del Sole,
e si nasconde sino alla met della notte, indi discende sino al fondo. La rossa,
invere, fa il contrario: comincia a salire verso la superficie al levar del Sole
sino a mezzod, ed in seguito si precipita al fondo . Platone, nella Turba,
dice: a Onesto vivifica quello, e questi urcide quello, e tutti e due essendo
riuniti persistono nella loro riunione. Ne appare un rossore orientale, un
rossore sanguigno. I l nostro uomo vecchio, ed il nostro drago giovane e
mangia la propria coda con la sua propria testa, e la testa e la coda sono
anima e spirito. L'anima e lo spirilo sono creati da lui: l tino viene da
Oriente, e cio il giovane, ed il vecchio viene da occidente. Un uccello me
ridionale e veloce straripa il cuore da un grande animale dOrienle, dice
Basilio Valentino, e dopo averlo strappato, lo divora. Esso concede cos
le ali allanimale dOriente, per modo che diventano simili; perche occorre
levare la pelle di leone allanimale d'Oriente. e elle le sue ali scompaiano,
ed entrambi entrino nel gran mare salato, e ne sortano una seconda volta,
aventi pari bellezza .
Michele Majer, di queste due aquile inviate da Giove, ne ha fatto il 46.
dei suoi Emblemi Chimici, annotandolo con i seguenti versi: -
nJipiler Delphi a Aquilas miaisse pemellas
Fornir otl pana nccitluosqtic piagosi
Dunt nietlium explorarr locum desidcrat urbis;
( Fama ut habet) Delphns hae rrtiirrc simili.
I s( illar la pitica bini sunt, iiruis ab ortu
Alter ab occasu, qui bene conrcniunt .
211
Quindi queste due aquile debbono interpretarsi per le pietre bianche e
rosse dei Filosofi Ermetici, vale a dire: della materia pervenuta al bianco
e che i Discepoli d'Ermete chiamano oro bianco volatile, e della materia al
rosso chiamata oro vivo.
Pertanto si dice che Giove invi queste aquile, perch il color grigio
precede il bianco ed il rosso. E se dicesi che una vol verso Oriente e l'altra
verso Occidente, si perch il color bianco in effetti l Oriente o la nascila
del Sole Ermetico, ed il rosso il suo Occidente. Questa similitudine stata
adottata inquantocch il Sole allalba diffonde una luce biancastra sulla Tena,
mentre al tramonto ne diffonde una rossastra.
Le due aquile alla fine del veloce loro volo si rincontrano a Delfo, che,
secondo Macrobio, ha preso il suo nome dal greco Delphos tol ta, poich il
Magistero essendo finito, il bianco ed il rosso formano il color unico di por
pora, il quale costituisce il Sole Filosofico. E qui bene tener presente anche
che la Citt di Delfo era consacrata al Sole, e ci certamente per allegoria,
alludendo al Sole dei Discepoli dErmete.
I Saggi della Grecia consacrarono un tripode doro ad Apollo. I l ginepro
ed il lauro erano i suoi alberi favoriti, e tutti i suoi abbigliamenti erano doro.
Gli si immolavano buoi ed agnelli. Lo si riteneva inventore della Musica,
della Medicina e dellarte di tirar le frecce. Lo b rappresentava giovane con
i capelli lunghi. Gli Antichi gli collocavano sulla mano destra le Grazie, ed
un arco e delle frecce nella sinistra. Fu soprannominato Pizio, perch aveva
ucciso a colpi di frecce il serpente Pitone, il nome del quale deriva da jn'-8u>
= puttefodo, poich si fingeva che questo serpente era nato dal fango e dal
limo, e che essendo stato ucciso da Apollo, il calore del Sole lo fece corrom
pere e cadere in putrefazione.
La ragione ne che Apollo un Dio doro, caldo, igneo, il fuoco del
quale ha la propriet di far cadere i corpi in putrefazione. Le Grazie che
recava in mano erano un segno geroglifico dei beni graziosi: la salute e le
ricchezze chegli procura. Larco e le frecce indicavano la guarigione delle
malattie le quali anticamente erano rappresentate sotto l emblema dei mo
stri e dei draghi.
II bue che simmolava ad Apollo, cos come ad Oro, sta a simboleggiare
la materia dalla quale i Filosofi compongono la loro medicina solare. I l tri
pode doro l allegoria dei tre principii: zolfo, sale e mercurio, i quali me
diante le operazioni si riducono in una sola cosa, la quale trova la sua base
sui detti tre principii come su tre piedi.
Per la stessa ragione Apollo risiedeva sul Monte Parnaso, composto da
tre montagne, o per meglio dire da una montagna con tre cime, e che i
Poeti avevano costume di chiamare semplicemente il duplice Monte, allu
dendo solamente alle cime: Elicona e Parnaso.
-212-
ORFEO
II poeta Orfeo, figlio d*Apollo, padre della Poesia ha compiuto cose in
credibili: faceva muovere le montagne, chiamava a e i pi feroci animali, e
li addomesticava; fermava il corso dei fiumi, gli uccelli in pieno loro volo;
guidava le Navi, e tutto ci col semplice suono della sua lira. Se si considera
Orfeo solamente quale Poeta, in tal caso egli ha fatto tutte queste cose nel
senso come va inteso che guid il Naviglio Argo, vale a dire: eh'essendo
stato l'inventore ed il narratore di dette finzioni, le ha finte e raccontate
secondo una direttiva di sua libera scelta; ma se si considera Orfeo quale
figlio dApollo, in tal caso non lo stesso Orfeo il Poeta. L'Orfeo figlio dA
pollo il simbolo degli effetti del Sole stesso, U quale dalla stessa causa, e
cio dal suo fuoco e dal suo calore, produce effetti contrari, indurendo una
cosa e rammollendone un'altra, come dice Virgilio:
a Limua ut hic dureacit, et haec ut cera liquescit d .
(Egloc. 8)
Ed questo che si verifica nelle operazioni del Magistero Ermetico: la
materia secca si volge in acqua, c da acqua ridiventa terra.
n suono della lira dOrfeo il simbolo dell'armonia della sua Poesia, e
perci le Opere dei Poeti sono il suono o l'effetto della lira dApollo.
Orfeo fu il primo a recare in Grecia la Religione degli Egizii, ed egli
stesso dichiara che fu il primo a parlare degli Dei, dei delitti e delle pene,
e di parecchi rimedi per le malattie. Ma la Medicina della quale fa cenno
devesi intendere la Medicina solare, poich tutti i libri di Fisica che ci re
stano sotto il suo nome, mirano esclusivamente a questo scopo; e tali sono i
suoi Trattati della generazione degli elementi, della forza dell'amore e della
simpatia fra le cose naturali, delle pietre preziose, e parecchi altri scritti su
differenti soggetti velati sotto metafore ed allegorie. Anzi, a tale riguardo, nel
suo libro delle pietre preziose v' una specie di sommario di tutte le sue idee,
nel luogo ove ci descrive l'antro di Mercurio quale sorgente e centro di tutti
i beni. Ci fa anche comprendere ch'egli era istruito di molti segreti della
Natura; e perci alcuni Antichi hanno pensato che Orfeo non solo era ver
satissimo nella scienza degli Auguri e della Magia, ma ch'egli fosse un Mago
Egizio. Ma non sera detto lo stesso del Filosofo Democrito il quale aveva
attinto la sua scienza presso gli Egizi? Vuoisi che questo Filosofo conoscesse
il linguaggio degli uccelli, come Apollonio di Tiana, e nei snoi scritti ci rife
risce che il sangue di parecchi uccelli chegli nomina, agitato e lavorato, pro
ducesse un serpente, e che colui che avrebbe mangiato questo serpente, ca
pirebbe anche il linguaggio degli altri volatili.
E ben certo che gli Antichi erano creduloni, e prendevano tutto alla let
tera, e non supponevano nemmeno lontanamente di dubitare delle cose pi
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assurde. Lo stesso Cicerone, a quanto pare, aveva tale abitudine: per egli
non possedeva di Democrito quell'alto ronretto die altri serbavano, quando
scrisse di questo Filosofo: che nessuno aveva mentito con ntaiore audacia,
a Nullum vintiti majori autfioritale, maiora memaria protali!. n Tpnocrate
la pensava ben diversamente: epli ammir la Sappczza di Democrito, e so
leva dire che le parole di questo Filosofo erano auree. Anche Platone si di
lettava moltissimo nella lettura delle opere di Demoerito. Ci dimostra che
questi grandi uomini comprendevano le allegorie di questo Filosofo, mentre
Cicerone non le supponeva nemmeno.
Questi pretesi uccelli, dei quali Democrito intendeva il linpuagpio. altro
non sono se non le parti volatili dellOnrra Filosofica, che i Discepoli dEr-
mete indicano quasi sempre con i nomi di aquila, avvoltoio, od altri uccelli.
Come nure. per il serpente che nasce dal mescolamento del sanine di questi
volatili. bisogna intendere il drnvo o semente filosofico, e del quale tanto
snesso abbiamo narlato. Se rtoaleono mancia questo semente, intender in
dubbiamente il linguaggio deeli altri uccelli: perch colui clic ha avuto la
strazia di portare a termine il Magistero dei Saggi, e di farne uso, non ignora
ci ebo i verit-a ib-ra-'lc p .,f>r poip-.*c-,zq 1p differenti
'elle clic si succedono nel vaso Quando le parti della materin vi circolano.
Eg'i cine passo passo tutti i loro movimenti, e conosce il propresso del
l Opera attraverso i mutamenti che si verificano. Ci ha fatto dire a Rai
mondo Lullo, che il buon odore del Malizier attira sul tetto drll'ahitnzione
nella quale si compie l Opera, tutti sii urrelli delle vicinanze; e con questa
allegora epli indica la sublimazione filosofica, poich allora le parti volatili,
imbdeiaiate dalli uccelli, selevano alla parte superiore del vaso, e sem
brano accorrere da tutti i dintorni. 1 Trattati Ermetici sono zeppi di simili
allegore.
Orfeo ci racconta anche la sua pretesa discesa all'Inferno, ove visit
l'oscuro soggiorno di Plutone, per ricercarvi Euridice sua sposa, e chegli
amava perdutamente.
Euridice, fuggendo le persecuzioni amorose di Aristeo, figlio dApollo,
fu morsicata da nn serpe. La ferita divent mortale, e questamabile sposa
perd subito la vita. Orfeo disperato per tale perdita, prese In lira, e discese
nell'impero dei morti per trarne Euridice. Plntone si lasci commuovere, ed
Orfeo l avrebbe vista lina seconda volta nel soggiorno dei viventi, se la sua
curiosit amorosa non avesse anticipato i suoi sguardi facendogliela guardare
prima del termine assegnato: .
Caetera narravi, quae vidi, ut Taenara adiri,
Umbrosas Ditisque domos et tristitia retila
Confisus Cythara, uxorisqur roartus amore.
(Orfeo, Argonautica)
Virgilio menziona questo viaggio d'Orfeo nella 4. delle sue Georgiche;
cd Ovidio nel decimo delle sue Metamorfosi. Cicerone riferisce daver letto
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in un libro d'Aristotile, (ormai sperduto) che Urico e la sua Musa non esi
stettero mai.
Il lettore si ricordi di ci che ho detto della lira dOrfeo, e si ricordi
altres che questo Poeta era figlio d'Apollo, come Aristeo. Nella qualit di
Poeta, Orfeo c l'Artista clic racconta allegoricamente il processo del Magi
stero. In questa circostanza della morte di Euridice, stato necessario sup
porre un Aristeo figlio dApollo, ed innamorato della moglie d'Orfeo, dato
clic il figlio dini qualunque altro non vi converrebbe affatto.
Aristeo o l eccellente, il fortissimo, preso dal fascino dEuridice, la
quale lo sfugge, ina egli la rincorre sino a quando un serpe la morde al tallone,
ed a seguito di tale ferita essa muore. Orbene, questo Amante il simbolo
delloro filosofico, figlio d'Apollo; suo padre il Sole, e la Luna sua madre
dice Ermete nella Tavola di Smeraldo. Euridice lallegoria dellacqua mer
curiale volatile. I Filosofi chiamano luno il maschio, e l altra la femmina.
Sinesio ci assicura che colui il quale conosce quella che ugge, e quegli che
la rincorre, conosce gli agenti dellOpera. Quindi, Euridice la stessa cosa
della fontana del Trevisano. Signore, dice questo Filosofo, bell vero clic
questa fontana duna straordinaria virt, maggiore a quella di nessun altra
al mondo, ed tale solamente per il magnanimo Re del paese, ch'essa ben
conosce, e lui conosce essa, tanto che mai detto Re le passa da vicino, senza
ch'essa non lattiri a se. E subito dopo, lo stesso Autore, aggiunge: a Al
tura gli domandai se era amico di essa, c questa di lui. Mi rispose: la fontana
lo attira ad essa, e non lui la fontana.
E ci non vale i vezzi cd il fascino d'Euridice, e linseguimento dAri
steo? La parte volatile volatilizza il fisso sino a clic il drago filosofico lar
resta nella sua corsa; allora Euridice muore, vale a dire: clic la putrefazione
sopravviene, od il colore nero, i! quale simboleggiato dal triste soggiorno
di Plutone. Quindi lacqua volatile attira il fisso volatilizzandolo. I l Re del
paese del Trevisano l'oro, il figlio del Sole; ci che dimostra che il figlio
d'un qualunque altro non avrebbe poluto prestarsi convenientemente allal
legora. Orfeo chiama detta acqua mercuriale volatile la sua opra sposa o
moglie, dato chegli stesso era figlio d'Apollo, e che, come dice il Cosmopo
lita, nelle sue Parabole: a quest'acqua tirite luogo ili sposa a questo frutto
dell'albero solare, Auehessa figlia del Sole, poich cavala dai suoi (aggi
come dice lo stesso Autore, il quale aggiunge clic da quelli proviene il loro
rande amore. In loro conti.i ,lia cd il vivo desiderio di riunirsi.
Orfeo viaggia nel soggiorno di Plutone e racconta ci che ha visto. Egli
mobile ricondotto nel mondo dei viventi Euridice, se non si fosse sbaglialo
guardandola prima del momento stabilito. Ci vale quale avvenimento ah
l'Artista impaziente il quale s'uunoia della lungaggine dctlOpera. Tutti gli
Artisti dell'Opera amano perdutamente la Pietra, ed aspirano intensamente,
dopo, il fortunato momento nel quale la vedranno nel soggiorno dei viventi,
vale a dire: uscita dalla putrefazione, e rivestita dell'abito bianco, ch'c in
dice di gioia c della resurrezione. Ma questo loro amore spinto ad ultranza
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non permette loro dattendere il termine prescelto dalla Natura; ed allora
vogliono fonarla ad anticipare il lento corso delle sue operazioni, e per tu]
modo guastano tutto. Muriano dice che qualsiasi precipitazione viene isti
gata dal demonio; gli altri Filosofi raccomandano la pazienza. Ma Fautore
non ascolto ragioni n suggerimenti, a Necessita agire con moderazione, dice
Bai-ilio Valentino nella sua 10. Chiave, e tenere ci ben presente anche nella
fabbricazione del nostro elisire, al quale non gli si deve fare nessun torto dei
giorni destinati e fissati per la sua generazione, per paura clie il nostro fratto
colto anticipatamente, i pomi delle Esperidi non possano pervenire alla ma
turazione estremamente perfetta.., E perci che il diligente operatore degli
effetti meravigliosi dellArte e della Natura, deve guardarsi dal non asciarsi
trasportare da una dannosa curiosit, per timore che non raccolga niente, c
che i pomi non gli cadano dalle moni, s
La morte dOrfeo messo in pezzi dalle donne; le sparse membra, poi rac
colte e seppellite dalle Muse, debbono ricordare al Lettore l allegoria della
morte dOsiride, con tutte le sue circostanze e le spiegazioni da me date.
ESCULAPIO
I Greci hanno preso anche questo Dio dallEgitto e dalla Fenicia, perch
proprio in questi paesi che bisogna ricercare il vero Esculapio. Degli altri
('oculapi che gli Storiografi ammettono, noq il caso di parlarne: ma lEscu-
lapio dei Greci era comunemente ritenuto figlio dApolIo e della Ninfa Co
ronide figlia di Flegia. Laltra tradizione che gli d per madre Arsnoe non
sembra verisimile neppure a Pausania il quale gli d per nutrice Trigona.
Luciano, unitamente a molti altri, assicura chEscuIapio non nacque da Co
ronide, bens dalluovo duna cornacchia, il che .ha lo stesso significalo.
Onesta Ninfa Coronide, gravida di questo Dio della Medicina, fu uccisa
da una freccia scoccatale da Diana. La Ninfa fu indi deposta su di un rogo, e
Mercurio ebbe l incarico di cavare Esculapio dal seno di questa sfortunata.
Altri riferiscono che fu Febo stesso a compiere questa operazione.
Esculapio venne affidato nelle mani di Chirone, e consegui grande pro
fitto nella Medicina dalle lezioni impartitegli da questo celebre Maestro, ed
acquis conoscenze tanto eccelse in detta scienza, che risuscit Ippolito ch'era
stato divorato dai propri cavalli. Plutone indispettito do] perch Esculapio,
non contento di guarire gli ammalati, risuscitava anche i morti, mosse la
gnanza a Giove, dicendo che il suo impero ne veniva a scapitare, c che cor
reva il, rischio di diventare deserto. Giove, irritato, fulmin Esculapio.
Apollo indignato della morte di suo figlio, ne pianse, e per vendicarsene uc
cise i Ciclopi che avevano forgiato la folgore della quale Giove sV n servito.
Giove, per punirlo, Io scacci dal Cielo. Apollo, peregrinando sulla terra,
sinnamor di Giacinto, col quale giocando a piastrelle, disgraziatamente lo
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accise. Poi Apollo si rec da Laoniedonte dal quale si fece assumere quale
operaio a mercede per la costruzione delle mura di Troia.
Esculopio spos Epione, dalla quale ebbe Macaone e Podalirio; c tre fem
mine: Panacea, Iaso ed Igea. Orfeo per dice che Igea non era figlia, sebbene
moglie d'Esculapio.
I l pi celebre culto dEsculapio si praticava in Epidauro. I serpi cd i
draghi erano consacrati a questo Dio, il quale venne adorato anche otto la
figura di detti rettili. Su una medaglia coniata a Pergamo si vede Esculnpin
assieme con la Fortuna. Socrate, prima di morire, gli fece immolare un gallo;
ed a questo Dio si sacrificavano anche i corvi e le capre; e Pausania rife
risce che si allevavano delle bisce addomesticate nel suo Tempio ad Epi-
danro, e nel quale eravi una statua di sua madre Coronide.
Gli Antichi non avevano forse effettivamente buona ragione di ritenere
quale Dio della Medicina, la Medicina universale? E non era forse suffi
ciente indicarla, col dire Esculapio figlio dApollo e di Coronide, dato che
si conosce che questa medicina ha il principio delloro per materia, e non
pu prepararsi senza passare attraverso la putrefazione, od il color nero che .
i Filosofi Ermetici dogni tempo hanno chiamata :corvo, testa di corvo, e
ci sempre a cagione della negrezza che laccompagna? Quindi, sortire dalla
putrefazione o dal color nero vai quanto dire: nascere da Coronide, la quale
significa una cornacchia, ch una specie di corvo.
Ma un Dio non deve nascere nella stessa maniera degli uomini; e perci:
Diana uccide Coronide, e Mercurio o Febo estrae suo figlio dalle visceri di
questa madre sfortunata. I l mercurio Filosofico agisce sempre, e rende ad
Esculapio in questa occasione lo stesso servigio che aveva reso a Bacco. La
madre delluno muore sotto lo scroscio della folgore di Giove, la madre del
l altro perisce sotto i colpi di Diana, entrambi vengono al mondo mediante
l intervento di Mercurio, e dopo la morte delle loro madri. Moriano, nella
Bua Conversazione col Re Calid, delucida con due parole tutta questa alle
goria, e dice: a che la bianchezza od il Magistero al bianco, ci ch la medi
cina, nascosta od occultata nel ventre della negrezza: che non bisogna di
spregiare le ceneri (di Coronide), poich il diadema del Re vi celato.
La stessa ragione ha fatto dire che Flegia era padre di Coronide, dato che
ipliytii significa io brucio, e nessuno ignora che ogni cosa bruciata si riduce
in cenere.
Quelli i quali hanno preteso che proprio Apollo stesso aveva tenuto luogo
di levatrice a Coronide, hanno per tal modo alluso all'elisire perfetto al
rosso, vero figlio d'Apollo, anzi il vero Apollo dei Filosofi; e se si finge che
Diana uccise Coronide, si perch la cenere Ermetica non pu pervenire
al color rosso se non dopo essere stata fissata passando attraverso il color
bianco, o la Diana Ermetica o Filosofica, a Questa cenere molto rossa, ed
impalpabile per se stessa, dice Arnaldo di Villanova, si gonfia come una
pasta che fermenta, e mediante la calcinazione richiesta, vale a dire con
laiuto del mercurio, il quale brucia meglio del fuoco elementare, essa si
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separa da una terra nera sottilissima, che abbandona in fondo al vaso . Ed
facile farne l'applicazione. Del resto, Ermete lo aveva detto da lungo
tempo: a 11 figlio nostro regna gi vestito di rosso... I l nostro Re viene dal
fuoco . Trigona, nutrice d'Esculapio, cosi chiamala a cagione dei tre
principii: zolfo, sale e mercrio, dai quali composto lelisire, e dei quali
il fanciullo Filosofico si nutre sino alla sua perfezione.
Le resurrezioni compiute da Esculapio non sono meno allegoriche della
sua nascita, e se egli resuscit Ippolito, bisogna intenderlo nel senso dei
Filosofi, i quali personificano tutto. A tale riguardo, ascoltiamo quanto dice
Bouello nella Turba: a Questa natura dalla quale s tolta l'umidit, diventa
simile ad un morto; ed ba bisogno del fuoco sino a quando il suo corpo ed
il suo spirilo sieno convertili in terra, ed allora si ottiene una polvere simile
a quella delle tombe. Dio, in seguito, le rende il suo spirito e la sua anima,
e la guarisce da tutte le infermit. Bisogna dunque bruciare questa cosa
sino a che essa muoia e diventi cenere, ed atta a ricevere novellamente la
ua anima, il suo spirilo e la sua tintura . Si pu vedere ci che ho detto
in merito a tali resurrezioui, quando ho spiegalo quella dEsone, nel 2.
libro. Circa l'educazione d'Esculapio, fu la stessa di quella di Giasone.
Le figlie dEsculapio parteciparono agli stessi onori devoluti al loro pa
dre, ed ebbero statue presso i Greci ed i Romani. Ma la finzione della storia
di queste Divinit evidentissima semplicemente attraverso i loro nomi:
Panacea vuol dire la medicina che guarisce lutti i mali; Iaso vale guarigione;
ed Igiea: salute. Orbene, l Elisir Filosofica produce la medicina universale;
luso di questa concede la guarigione alla quale congiunta la salute. E cos
dicesi che i loro due fratelli erano dei medici perfetti.
Per quanto riguarda luovo di Cornacchia, dal quale si finge nc sort
Esculapio, Raimondo Lullo ce lo spiega in questi termini: a Dopo che sar
raffreddato, lArtista trover il nostro fanciullo arrotondato in [orma duovo,
ed egli lo ritirer e lo purificher . E nel suo Albero Filosofico, lo stesso
Autore scrive: a Quando questo colore bianco apparir, osso comincia a
formarsi in forma tonda, come la li;aa nel suo pieno . Il gallo era colisa*
oralo ad Esculapio, per la stessa ragione che lo era a Mercurio; il corvo a
cagione della sua madre Coronide, ed il serpente perch i Filosofi Ermetici
lo prendevano a simholo della loro materia, come lo si pu vedere In Flamel
ed in tanti altri.
Apollo ebbe molli altri figli; se poi lo si confonde col Sole, il loro numero
aumenta moltissimo. Ho gi parlato d'Ecte nel secondo libro, e far men-
zionc dAugia nel quinto, e tacer sulle allegorie degli altri poich le stesse
finzioni potranno trovare facili spiegazioni da quelle clic io riferisco. Per
Fetonte troppo celebre per palerei esimere dal dirne due parole. Non tutti
gli Autori sono concordi nel ritenerlo figlio del Sole. Parecchi, con Esiodo,
opinano che Fetonte ebbe Cefalo per padre, c per madre l'Aurora. Ma
lopinione pi accetta comunemente riteneva Fetonte figlio del Sole e di
Climene.
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Avendo avuto un alterco con Epolo, figlio di Giove, costui gli rinfacci
che non era figlio del Sole. Fetonte, piccalo, and a lagnarsene con Cliniene
sua madre, la quale gli consigli di recarsi dal Sole, e per prova, chiedergli
di concedergli la guida del suo carro. Avendo il Sole giuralo per lo Stige
elle avrebbe accolla la sua richiesta, lungi dal supporre che suo figlio sarebbe
sialo cosi temerario dal rivolgergliene una di tal fatta, gliel'accord, dopo
aver fallo lutti gli sforzi per dissuadernclo. Fetonte assolveva tanto mala
mente la guido, del carro del Sole, che 1 Ciclo e la Terra erano minacciati
da facile incendio. La Terra, allarmala, si rivolse a Giove, il quale abbatt
con un colpo di folgore il giovane Fetonte nel fiume Eridano, del quale, se
condo alcuni, ne dissecc le acque; ma secondo altri le mut in aro.
Parecchi Autori credono, come Vossio, che questa allegoria d'origine
Egizia. Fetonte, come Oro, simboleggia la parte fissa anrifica dei Filosofi
Egzii od Ermetici. Quando essa si volatilizza, questu materia completamente
ignea sembra fare insulto ad Epafo o l'aria, figlio di Giove. Quando il Giove
Filosofico si mostra, questa parte fissa e solare, dopo aver vagalo parecchio
tempo, s precipita al fondo del vaso dove trovasi lacqua mercuriale, nella
quale essa si fissa coatigtilaudosi, c la rende aurfica come essa stessa. Ecco
In poche parole la spiegazione della corsa di Fetonte, la sua caduta nel fiume
Eridano, ed il disseccamento delle sue acque.
DIANA
Secondo la Mitologia dei Greci, Diana sorella gemella dApollu, e lo
precedette venendo al mondo, e nacque da Lalona, e suo padre fu Giove,
rosi r'hisegiia Omero. Ma Erodoto ed Espililo, non sono d'accordo con Omero
a tale riguardo. Alcuni Autori hanno anche detto che gli Arcadi chiamali
l rascleni, cio: nati prima della Luna, esistevano prima di questo pianeta,
e che Prose le ne, figlio d'uu certo Oreomrne, regnava nellArcadia quando
Ercole combatteva contro i Giganti, tempo, dicono questi Autori, nel quale
la Luna si mostr per la prima volta.
Lalona fu madre a semplicemente la nutrire di Diana? Secondo me essa
fu Cuna e l'altra, e Diana la servi iu qualit di levatrice nello sgravo dA
pollo. Ma colpita, dice la Favola, per i dolori che Lalona soffriva durante
il parto, essa chiese a Giove di rimanere sempre vergine, e Poi tenne. Diana
venne soprannominala Lucina, o colei che presiede ai parti, similmente a
Giunone, ed anche questa sorella gemella nata prima ili Giove. Si fnto
cliesta molto dilcltavasl della coccia, e che ili ritorno dalla stessa depositasse
il suo arco e le sue frecce presso Apolla. Offesa dal perch Orione si vantava
di essere il pi abile cacciatore del mondo, lo trafisse con un colpo di freccia.
Orfeo, nel suo Inno a Diana, fra laltro Ita detto clic questa Dea era Erma
frodita. Sugli antichi Riuniimenli la si riconosce o per il crescente lunare
ch'ordiiiariaineutc reca sulla lesta, o dall'arco e dalle frecce che le mettono
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in mano, e dai cani che l'accompagnano. Essa sempre vestita di bianco, e
talvolta la si vede su un carro tirato da due cerve. La Diana d'Efeao era
rappresentata con gli attributi della Terra o Cibele, o la Natura stessa.
Latona veramente madre di Diana e dApollo: perche, secondo tutti i
Filosofi, il lattone il principio dal quale ai formano la Luna ed il Sole
Ermetico. I l nostro lattone, dice Moriano, non serve a niente se non im
bianchito. Majer ha formato undicesimo suo Emblema Chimico, da una
donna accompagnata da due figli, l'uno rappresentante il Sole, e l'altra la
Luna, ed un uomo il quale lava i neri capelli e le vesti di detta donna; ai
piedi di detta figura leggesi:
e Deal baie Latonam et rum pile libro a.
Sinesio indica espressamente ci ch' questo lattone quando, nell'Opera
dei Filosofi, scrive: a Figlio mio, per grazia di Dio possedete gi un elemento
della nostra Pietra, ch la testa nera, la testa del corvo, o l'ombra oscura,
sulla quale terra come sulla sua base tutto il reato del Magistero ha il suo
fondamento. Questo elemento terrestre e secco si chiama lattone, (leton),
toro, fecce nere, il nostro metallo . Ermete nello stesso senso aveva detto:
a L'Azoto ed il fuoco imbiancano il lattone, e ne tolgono la negrezza .
Infine tutti sono concordi nel dare il nome di lattone alla loro materia di
ventata nera; e del resto Lattone e Latona non possono significare che una
e medesima cosa, poich, secondo Omero nel suo 1. I nno ad Apollo, Latona
figlia di Saturno, ed il lattone ugualmente figlio del Saturno Filosofico.
Diana non poteva nascere se. non a Deio, dove Latona sera rifugiata
per sottrarsi agli attacchi del serpente Pitone. La sola etimologia dei nomi
spiega la cosa. Latona significa obfio, oscurit. Ora, vi niente di pi
oscuro e di pi nero del nero stesso? E questo per servirmi del modo di
dire dei Filosofi. Questo nero il lattone ovverosia la Latona della Favola.
Diana il color bianco, chiaro e brillante; e Deio deriva da Alp-O? = chiaro,
apparente, manifesto. Quindi si pu dire in tal caso, che il bianco nasce
dal nero, nel quale vi era occultato, e donde sembra uscirne. La Favola
prende anche cura di farci osservare che l'Isola di Deio era errante e som
mersa prima dei parti di Latona, e chindi fu emersa e resa fissa per ordine
di Nettuno. I n effetti, prima di questo sgravo, la Deio Ermetica sommersa,
poich, secondo Ripleo: a quando la terra sar agitata e s'oscurer, le mon
tagne saranno trasportate e sommerse nel fondo del mare . La fissazione
che si fa della materia volatile nel tempo della bianchezza, indica la fissa
zione dell'Isola di Deio.
Diana trafisse con una freccia Orione, figlio di Giove, di Nettuno e di
Mercurio, che diventato cieco si rec da Vulcano a Leknno per essere gua
rito. Vulcano ne ebbe piet, e avendolo fatto condurre al sole levante, Orione
ricuper la vista. Quale aiuto se non quello della Bua arte poteva concedere
Vulcano ad Orione? E qualera l arte di Vulcano? Non forse il fuoco
filosofico? Questo fuoco d al color bianco una tinta d'anrora o zafferanata,
la quale annuncia il sorgere del sole dei Filosofi, e nel contempo c'insegna
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mediante quale arte Orione fu guarito. Bisognava clic Diana lo trafiggesse
con una freccia, e l'arrestasse nella sua corsa, poich la parte volatile dev'ea-
sere fissata per pervenire a questo sole levante.
Orfeo parlava da vero discepolo dErmete, quando diceva che Diana era
Ermafrodita. Egli sapeva che il rossastro chiamato maschio, ascoso sotto
la bianchezza della materia, chiamata femmina, e che l'imo e l altra riuniti
in uno stesso soggetto, cos come i due sessi nello stesso individuo, formano
un composto Ermafrodito, il quale comincia ad apparire allorquando il
colore zafferanato si manifesta.
Malgrado tutto quanto s' potuto dire circa la passione nutrita da Diana
per Endimione, l opinione pi comunemente accetta si che questa Dea
conserv la propria verginit. Si finto intanto ch'essa concep dallaria e
figli la rugiada. Ma una Vergine si sgrava secondo l ordine della Natura, e
nullameno rimanendo vergine? La finzione sarebbe veramente ridicola se
non fosse puramente e semplicemente allegorica. I Filosofi hanno impiegato
la stessa allegoria per lo stesso soggetto, a Questa Pietra, dice Alfidio, abita
nellaria; essa esaltata nelle nubi; vive nei fiumi, e si riposa sul sommo
delle montagne. Sua madre vergine, e suo padre non ha mai conosciuto
donna? Prendete, dice dEspagnet, una vergine alata ben pura e ben pulita,
impregnata dalla semenza spirituale del primo maschio, la sua verginit
perdurando intatta, malgrado la sua gravidanza. (Con. 58) s. Secondo Ba
silio Valentino una vergine castissima, la quale non ha affatto conosciuto
l'uomo, e nonpertanto concepisce e partorisce.
Si pu forse disconoscere in Diana questa vergine alata del d'Espagnet?
Ed il Figlio Filosofico chessa concepisce nellaria, secondo il parlare dei
Discepoli dErmete, non forse questo vapore che seleva dalla Luna dei
Filosofi, e che ricade in forma di rugiada? E del quale il Cosmopolita ne
parla in questi termini: a Noi lo chiamiamo acqua del giorno e rugiada
della notte .
Infine, se Diana sorella gemella dApollo, e lo precede nella nascita,
si che la luna ed il sole filosofici nascono successivamente dallo stesso sog
getto, e la bianchezza deve assolutamente precedere il color rosso.
DALCUNI ALTRI FIGLI DI GIOVE
MERCURIO
Quasi tutti gli Antichi sono daccordo sui genitori di Mercurio. Egli
nacque da Giove e da Maia, figlia d'Atlante, sul monte Cilleno; sebbene
Pausania, dissentendo da Omero e da Virgilio, dice che questo Dio nacque sul
monte Conce, nelle vicinanze di Tanagra, e che indi fu lavato in un'acqua
convogliata da tre fontane. Altri dicono che fu allevato su una pianta di
porcellana (portulaca), poich egli grasso e pieno dumidit. Ed perci,
senza dubbio, che Raimondo Lullo parla di questa pianta come avente una
natura mercuriale, similmente alla grande lunaria, la malva, la celidonia e
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la marcorella. Alcuni Autori hanno anche preteso die i Cinesi sapevano
estrarre dalla portulaca o porcellana selvatica un vero mercurio gocciolante.
Subito che Mercurio fu nato, Giunone gli apprest la sua mammella; e
poich il latte ne scorreva in grande abbondanza, Mercurio ne lo lasci
cadere in parte, e questo latte sparso form la via lattea. Secondo altri, fu
Opi chebbe ordine di nutrire questo piccolo Dio c le occorse lo stesso inci
dente che si sarebbe veri Gioito a Giunone.
Mercurio venne considerato sempre quale il pi vigilante degli Dei. Egli
non dormiva n giorno n notte, c se dobbiamo prestar fede ad Omero, la
mattina stessa della sua nascita egli suon la lira, c la sera del giorno stesso
rub i buoi ad Apollo.
Tali finzioni possono racchiudere una qualche verit ascosa sotto il velo
dellallegoria e della Favola? Si tratta allora di cercare quale poteva essere
questa verit; ed io la trovo spiegata nei libri dei Filosofi Ermetici. Constato
che la materia della loro Arte e chiamala Mercurio, e ci chessi riferiscono
delle loro operazioni, una storia della rifa di Mercurio. Vediamo, dunque
se ci sar possibile dadattare ci che si dice del Mercurio della Favola, al
Mercurio Ermetico.
Maia, figlia d'Atlante, ed una delle Pleiadi, fu madre di Mercurio, e lo
mise al mondo su di una montagna, dato che il mercurio Filosofico nasce
sempre sulle alture. Ma bene osservare che Maia era anche uno dei nomi
di Cibele o la Terra, e che questo nome significa: madre, o nutrice, o avola.
Quindi non deve sorprenderci ch'essa fosse madre di Mercurio, od anche sua
nutrice, come dice Ermel nella sua Tavola di Smeraldo: a nutrix ejua est
terra . Cosi Cibele era considerata quale la Gran Madre degli Dei, dato che
Maia madre del mercurio Filosofico, c che da questo mercurio nascono
tutti gli Dei Ermetici. Mercurio, appena nato fu lavalo in unacqua con
vogliata da tre fontane; ed il mercurio Filosofico dev'essere purgato e lavato
tre volte nella sua propria acqua, la quale pure composta di tre; ci che
ha fatto dire a Majer: a andate a trovare la donna che lava i panni, e fate
come essa .
Questa liscivia, soggiunge lo stesso Autore, non deve farsi con lacqua
comune, sebbene con quella che si cangia in ghiaccio e neve sotto il segno
dellAquario. Forse per questo Virgilio ha detto che la montagna di Cillene
era ghiacciata: Gelido culmine.
In questa allegoria si ritrovano le tre abluzioni: la prima, scolandone la
liscivia; la seconda, lavandone i panni nellacqua, per detergere il grasso
che la liscivia ha distaccato; c la terza nellacqua pulita e hen chiara, per
avere i panni bianchi e senza macchie, a II mercurio dei Filosofi: dice
dEspagnct, nasce con due mende originali: la prima una terra immonda
e turpe che ha contratto nella sua generazione, c che s mischiato con lui
nel tempo della sua congelazione: l'altra tiene molto dell'iilropisia. E unac
qua cruda ed impura che s' annidata tra pelle e carne; il minimo calore la
fa evaporare. Ma occorre liberarlo da tale lebbra terrestre mediante un ba
gno timido, ed onohluzione naturale s.
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Giunone, poi, fornisce il suo latte a Mercurio; perch il mercurio essendo
purgato delle sue sozzure, si forma al disopra unacqua lattiginosa, la quale
ricade sul mercurio, rame per nutrirlo. I Mitologi prendono anchessi Giu
none per l'iimidit dell'aria.
Mercurio lo si rappresentava sotto laspetto dun bri giovane, con un
viso gaio, orchi vivari. ron le ali alla lesta ed ai piedi, avente talvolta una
catena doro, una estremit della quale era Irgata alle orecchie degli uomini
chegli conduceva da per ogni dove gli piaceva. Comunemente recava un
radurro, intorno al quale due serpenti; luno maschio e laltro femmina,
erano attorcigliali, Apollo glielo aveva donato in cambio della lira. Gli E
gizi davano a Mercurio una faccia in parte nera ed in parte dorata.
Il mercurio Ermetico ha le ali alla testa ed ai piedi, poich comple
tamente volatile, come largento vivo volgare il quale, secondo il Cosmopo
lita. u' il fratello bastardo. Questa volatilit ha indotto i Filosofi a para
gonare questo mercurio, talvolta ad un drago alato, talvolta agli uccelli,
ma pi comunemente agli uccelli di rapina, quali l aquila, lavvoltoio ecc.
c ci per mettere anche in evidenza la sua propriet resolutiva; e se lo hanno
chiamalo argento vivo e mercurio, per allusione al mercurio volgare.
Il gallo era un attributo di Mercurio a ragione del suo coraggio e della
sua vigilanza, e che cantando prima del levar del Sole, avverte gli uomini
eh tempo di mettersi al lavoro. La sua figura di uomo giovane indicava
la sua attivit.
I-a catena doro ppr mezzo della quale conduceva gli uomini a suo pia
cimento, non era, come suppongono i Mitologi, una allegoria della forza
clic leloquenza esercita sugli spiriti; ma perch il mercurio Ermetico es
sendo il principio delloro, e loro il uprbo delle Arti, del commercio, e
loggetto dellainbizione umana, esso li trascina in tutti i tentativi clic possono
condurre al possesso della ricchezza, per quanto spinosi e difficili uc siano i
sentieri da percorrere.
Attenendoci a quanto tramandatoci dai pi antichi Autori, dicemmo che
gli Egizi nulla facevano senza mistero. Quindi, se essi dipinsero il viso di
Mercurio met nero e met dorato, e spesso anche con gli occhi dargento,
ci. certamente lo fecero per simboleggiare i tre principali colori dellOpera
Ermetica; il nero, il bianco cil il rosso, i quali sopravvengono al mercurio
nelle operazioni di questArte, nella quale mercurio tutto, secondo la
espressione dei Filosofi: est in mercurio quiiIquid i/uacmnt Sapientes: in
co enini. rum co et per eum perficitur magisterium u.
Mercurio reca il caduceo intorno al quale sono attorcigliali due serpi:
luno maschio e laltro femminu, e ci quale simbolo delle due sostanze
mercuriali dell'Opera, l'ima fissa e laltra volatile; la prima calda e secca,
la seconda fredda ed umida, chiamate, dai Discepoli dErmete, serpenti,
draghi, fratello c sorella, sposo e sposa, agente e paziente, e con mille altri
nomi che significano la stessa cosa, ma che indicano sempre una sostanza
volatile e l altra fissa. Esse hanno, in apparenza, qualit contrarie; ma la
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verga doro regalata a Mercurio da Apollo, mette l accordo Ira qnesti ser
penti, e la pace fra i nemici, coai come dicono i Filosofi. Raimondo Lullo,
nella sna opera a De Quinta Estentia , ci descrive molto bene la natura di
di questi due serpenti, scrivendo: a Vi sono alcuni elementi i quali induri
scono, congelano e fissano, ed altri i quali vengono induriti, congelati e fis
sati. Quindi nella nostra Arte occorre osservare due cose. Si debbono com
porre due liquori contrari, estratti dalla natura dello stesso metallo: luno
il quale abbia la propriet di fissare, indurire e congelare; l altro il quale sia
volatile, molle e non fisso. Questultimo dev'essere indurito, congelato e
fissato dal primo; ed allora da questi due ne risulta una pietra congelata e
fissa, la quale anch'essa possiede la virt di congelare ci che non lo ,
d'indurire ci ch molle, di ammorbidire ci ch duro, e di fissare ci ch'
volatile .
Tali sono questi due serpi attorcigliati ed intrecciati l'un laltio; i due
draghi del Flamel: l uno alato, e l altro senzali; i due uccelli di Senior,
dei quali l'uno alato e laltro ne privo, e che si mordono la coda reci
procamente.
La natura ed il temperamento di Mercurio sono anche abbastanza chia
ramente indicati dalle qualit di colui che lo nutr. Vuoisi che Mercurio
fosse stato allevato da Vulcano; ma egli certo non serb riconoscenza per
le cure prodigategli da questo Mentore durante la sua educazione: figurarsi
che rub a Vulcano gli utensili che questo fabbro Divino adoperava nei suoi
lavori.
Ora, con una tendenza cos spiccata al furto, poteva Mercurio limitarsi
a quello compiuto ai danni di Vulcano? Quindi rub la cintura di Venere,
Io scettro di Giove, i buoi d'Admeto affidati alla custodia d'ApoIlo. Questi
volle vendicarsene, ma Mercurio per impedirlo gli rub anche l arco e le
frecce. Subito nato vinse Cupido alla lotta. Divenuto grande, ebbe l incarico
di molte mansioni: spazzava la sala di riunione degli Dei; preparava tutto
ci ch'era necessario; recava gli ordini di Giove e degli Dei. Correva giorno
e notte per condurre le anime dei morti a glinferi, e per riprenderle. Pre
siedeva alle assemblee; in una parola, non era mai in riposo. Fu l inventore
della lira, tendendo nove corde su un guscio di testuggine che rinvenne sul
bordo del Nilo, e per il primo precis i tre toni della Musico: il grave, il
medio e l acuto. Mut Batto in pietra di paragone, uccise con un colpo di
pietra Argo guardiano dio mutata in vacca. Strabone dice che diede le leggi
agli Egizi!, insegn la Filosofia e l Astronomia ai Sacerdoti di Tebe. Marco
Manilio assicura anche che Mercurio fu il primo a fondare la Religione
presso gli Egizi, ne istitu le cerimonie, ed insegn loro le cause di molti fe
nomeni naturali.
Che dobbiamo concludere da tutto quanto abbiamo riferito? Mercurio
rub gli utensili a Vulcano similmente a come un Allievo ruba larte al suo
Maestro, e cio quando sotto la guida di questi egli diventa abile quanto il
Maestro, se ne distacca ed esercita da solo il mestiere che ha appreso. Quindi
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Mercurio attinse gli insegnamenti nella scuola di Vulcano e fece propria la
attivit e le propriet dell'arte del suo Maestro. Segli invol l ornata cin
tura di Venere, e lo scettro di Giove, si chegli diventa luna e l altro nel
corso delle operazioni della Grande Opera. Lavorando senza tregua nel vaso
a purificare la materia di quest'Arte, egli allegoricamente spazza la sala delle
riunioni e la mette in condizione di ricevere gli Dei; vale a dire i differenti
colori chiamati: il nero, Saturno; il grigio, Giove; il citrino. Venere; il
bianco, la Luna; lo zafferanato o color ruggine, Marte; il purpureo, ii Sole
od Apollo, e cos degli altri che si riscontrano ad ogni pagina negli scritti
degli Adepti. I messaggi degli Dei che faceva giorno e notte l'allegoria
della sua circolazione nel vaso durante tutto il corso dellOpera. I toni della
Musica e laccordo degli strumenti dei quali vuoisi che Mercurio ne fu l in
ventore, indicano le proporzioni, i pesi e le misure, tanto delle materie che
entrano nella composizione del Magistero, quanto del modo di procedere
per i gradi del fuoco, che occorre governare clibatticamente, secondo il dE-
spagnet. Mettete nel nostro vaso una parte del nostro oro vivo e dieci parti
daria, dice il Cosmopolita: a l operazione consiste nel dissolvere la vostra
aria congelata con una decima parte del vostro oro. Prendete undici grani
della nostra terra, un grano del nostro oro, e due della nostra luna non della
luna volgare; mettete il tutto nel nostro vaso al nostro fuoco s. Da queste
proporzioni risulta un lutto armonico che ho gi spiegato parlando dAr
monia, figlia di Marte e Venere.
Lincarico che aveva Mercurio di condurre i morti nel soggiorno di Plu
tone, e di ritintimeli, altro non significa se non che la dissoluzione e la
coagulazione, la fissazione e la volatilizzazione della materia dellOpera.
Mercurio mut Batto in pietra di paragone, poich la Pietra Filosofale
la vera pietra di paragone, per conoscere e distinguere coloro i quali si
vantano di saper fare l'Opera, e che ci stordiscono con le loro chiacchiere,
che non saprebbero provare mediante una esperienza. Del resto, la pietra
di paragone serve a saggiare loro, ci che sadatta perfettamente alla finta
storia di Batto. Mercurio, dice la Favola, invol i buoi che Apollo custodiva,
e gli rub anche l arco e le frecce, indi sotto false spoglie si present u Batto
chiedendogli notizie dei buoi rubati. D travestimento di Mrcnrio l'al
legoria del mercurio Filosofico il quale prima volatile e scorrente, ora
fissato e mutato in polvere di proiezione; questa polvere oro,, e non par
rebbe avere la propriet di produrne: nullameno essa trasmuta in oro gli
altri metalli che racchiudono piccolissime particelle doro. Quando le si
sono trasmutate ci si rivolge a Batto, cio alla pietra di paragone, per cono
scere cosa sono diventati i metalli imperfetti ch'erano prima della loro tra
smutazione; e Batto, secondo Ovidio, risponde:
c Montibus, inquit erant: et erant sub montibus illis.
Risii Atlantiades, ecc.
(Metani. 1. 2)
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Essi erano primieramente sn queste montagne; e presentemente sono su
queste qui: erano piombo, stagno, mercurio, ed ora sono oro, argento.
Perch i Filosofi danno ai metalli il nome di montagna, secondo le seguenti
parole dArtefio: a Del resto la nostra acqua, che innanzi ho chiamata il
nostro aceto, l aceto delle montagne, vale a dire: del Sole e della Luna a.
Dopo la dissoluzione della materia e la putrefazione, questa materia dei
Filosofi assume tutti i colori i quali non scompaiono se non quando essa co
mincia a coagularsi in Pietra ed a fissarsi. Questo Mercurio che uccide Argo
con un colpo di pietra.
I Samolraci avevano avuto la loro Religione e le sue cerimonie dagli E
gizi, i quali alla loro volta lavevano ricevuta da Ermete Trimegisto. Gli
uni e gli altri avevano degli Dei chera loro proibito di nominare e per na
sconderli davano ad essi i nomi di Axioreus, Axiocersa, Axiocersus. II primo'
significava Cerere; il secondo Proserpina; ed il terzo Plutone. Ne avevano
ancora un quarto chiamato Casmilut, il quale non era altro che Mercurio,
secondo Dionisiodoro, citato da Natale Conti nel 1. S della sua Mitologia.
Questi nomi e la loro applicazione naturale, facevano, forse, parte del se
greto confidato al Sacerdozio, e del quale dicemmo nel primo libro.
Alcuni Antichi hanno chiamato Mercurio, il Dio dalle tre teste, riguar
dandolo quale Dio marino, Dio terrestre e Dio celeste; forse perch conobbe
Ecate dalla quale ebbe tre figlie, a prestar fede a Natal Conti.
Gli Ateniesi, il 13. giorno della Luna di Novembre, celebravano una fe
sta chiamata Chitra, nell'ultimo giorno delle Antisterie, ed in onore di Mer
curio terestre. Essi facevano una mescolanza dogni specie di semi comme
stibili e li facevano cuocere insieme in uno stesso vaso: ma era proibito man
giarne. Questo rito serviva esclusivamente per indicare che il Mercurio che si
voleva ricordare ed onorare, era il principio della vegetazione.
Lattanzio mette Mercurio col Cielo e Saturno come i tre che eccelsero in
Sapienza; in tal caso egli si riferiva a Mercurio Trimegisto, e non a quello
al quale Ercole consacr la sua dava dopo la disfatta dei Giganti; ed a
questultimo chera dedicato il quarto giorno della Luna dogni mese, e gli
simmolavano i vitelli. Si portava anche la sua statua con gli altri simboli
aacri, nelle cerimonie delle feste celebrale ad Eieusi.
Poich Mercurio era uno dei principali Dei significati dai Geroglifici
Egizi e dai Greci, dato che tutti quelli iniziati nei suoi misteri erano ob
bligati al segreto, non deve destar meraviglia che i profani si sicno ingannati
sul numero e sulla natura di questo Dio alalo. Ma la verit si che uno solo
il Mercurio al quale si possa riferire tutto quanto ce ne dice la Favola, e
questo Mercurio quello dei Filosofi Ermetici, ed al quale ben sadatta tutto
ci che 6nora abbiamo riferito. Ed era certo per affermare questo concetto
che lo si rappresentava con tre teste, per indicare i tre principii dai quali
composto, secondo l Autore del Rosario dei Filosofi, a La materia della
Pietra dei Filosofi, dicegli, unacqua; e ci bisogna intendere dun'acqua
presa da tre cose; poich non deve averne n di pi n di meno. Il Sole
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1 maschio, la Luna la femmina, e Mercurio lo sperma; ci che noliameno
fa un Mercurio . I Filosofi avendo riconosciuto che quest'acqua era un dia-
solvente di tutti i metalli, diedero a Mercurio il nome di iVonacnde, da
quello dima montagna dArcadia chiamata Nona era, dalle rocce della quale
distilla un'acqua che chiamasi Stige e che corrode tntd i vasi metallici.
Mercurio era considerato quale Dio celeste, terrestre e marino, poich
allorquando si sublima in vapori il mercurio occupa effettivamente il cielo
Filosofico; il mare dei Saggi la stessa acqua merco ri ale; ed infine la terra
Ermetica la quale si forma da questacqua che occupa il fondo del vaso.
Secondo il dire dei Filosofi esso composto di tre cose: dacqua, di terra e
dana quintessenza celeste, attiva, ignea, la quale vivifica gli altri due prin-
cipii, e fa nel mercurio lufficio degli strumenti ed utensili di Vulcano.
Dato che le lingue delle vittime le si consacravano a Mercurio, i Mitologi
hanno erroneamente immaginato che ci fosse attinente alleloquenza di'
questo Dio; mentre se avessero tenuto presente che tale rito faceva parte del
culto spettante a Mercurio, che dette cerimonie dovevano svolgersi ne! segreto
avrebbero concluso che la consacrazione per incenerimento delle lingue
non si riferiva alla pretesa eloquenza di questo Dio, sebbene per
ricordare ai Sacerdoti il segreto che erano obbligati di custodire.
Tale dunque questo Mercurio tanto celebre in tatti tempi e presso tutte
le Nazioni, e che dapprima ebbe origine presso i Geroglifici degli Egizi,
ed in seguito divenne il soggetto delle allegorie e delle finzioni dei Poeti.
Non CTedo possa meglio terminare questo capitolo, se non riportando ci
che ne dice Orfeo nella descrizione dell'antro di questo Dio:
a A t quemeumque t r i rum dut prudentia cordia
Mercurii ingredier sprluncnm, plurima ubi ille
Depositi! bona, stai quorum praegrandia acervi:
Ambabua valet kit. manibua ubi sumere et ista
Ferre domum : volpi hie aitare incommoda ronda t>.
Era la sorgente ed il magazzino di tutti i beni e di tutte le ricchezze;
ed ogni uomo saggio e prudente poteva attingerne a volont. Vi si trovava
anche il rimedio per tutti i mali.
Era necessario che Orfeo parlasse tanto chiaramente, per far aprire gli
occhi ai Mitologi e far vedere cosera questo Mercurio, il .quale nascondeva
nel guo antro il principio della salute e delle dovizie. Ma Orfeo, nel con
tempo ammonisce che per trovar d e venirne in possesso, necessita pru
denza e saggezza. E' poi tanto difficile indovinare di che natura possano es
sere questi beni, l'uso dei quali possono rendere un nomo esente da ogni
disagio? E si conosce altro allinfuori della Pietra dei Filosofi, ed a cui d
siano attribuite B m i l i propriet? l'antro i l vaso ove questa Pietra si fa, e
Mercurio la materia della quale i simboli sono stati variati con nomi e
figure di tori, arieti, cani, serpenti, draghi, aquile e duna infinit danimali;
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Botto i nomi di Tifone, Pitone, Echidna, Cerbero, Chimera, Sfinge, Idra,
Ecate, Gerione, e di quasi tutti gl'individui, poich essa ne il principio.
BACCO 0 DIONISO
Dioniso fu anchegli figlio di Giove, ed ebbe per madre Semele; fu Io
stesso che Osiride presso gli Egizi, e Bacco presso i Romani; e perci io lo
chiamer indifferentemente: Dioniso, Bacco o Osiride.
Semele, figlia di Cadmo ed Armonia, piacque a Giove che l annover fra
le. sue concubine. La gelosa Giunone ne rest indispettita, e per ottener lo
scopo di far provare a Semele gli effetti del suo corruccio, prese l'aspetto
di Beroe, nutrice di questa sua rivale, alla quale si rec a far visita sapendola
gi incinta, ed allo scopo di persuaderla di impegnare Giove, mediante il
giuramento per lo Stige, che avrebbe accordato ad essa, cio Semele, tutto
quanto costei gli avrebbe chiesto. E Semele, seguendo l'istigazione di Giu
none, chiese a Giove che tornasse a visitarla cinto di tutta la sua maest,
per provarle ch'egli era effettivamente il primo degli Dei. Giove le fece
promessa ed in effetti si rec da Semele cinto delle sue folgori e dei tuoni, i
quali ridussero in cenere il palazzo e la stessa Semele, cos come ne riferi
scono Euripide ed Ovidio. Mu non volendo Giove far perire con Semele il
figlio che questa recava nel seno, lo ritir dalle visceri della madre, e Io rin
chiuse nella propria coscia, sino a che il tempo stabilito per la nascita
regolare non fosse compiuto. Questo tratto di paterna bont ci viene rife
rito da Ovidio, sebbene questo Autore lo ritenga egli stesso favoloso. Orfeo,
nel suo Inno a Bacco, dice clic Dioniso era figlio di Giove e di Proserpina
la quale chiama Mimi? = nata dIside.
Vuoisi ch'ebbe il nome di Dioniso perch con le coma che port venendo
al mondo, for la coscia di Giove, o perch, come altri pretendono, Giove
rest zoppo per tutto il tempo che lo port nella coscia, od infine, a cagione
della pioggia che cadde quand'egli nacque.
Subito dopo la sua nascila, Mercurio Io trasport nella Citt di Nisa, ai
confini dellArabia e dellEgitto, per essere nutrito ed allevato dalle Niufe.
Altri dicono che subito che Semele mise al mondo Bacco, Cadmo la rinchiuse
con il figlio in uno scafo di legno in forma di barca, e l espose in bala dei
flutti del mare; e che tale scafo avendo abbordato in Laconia, alcuni pove
retti lo aprirono e vi trovarono Semele morta ed il figlio vivo e vegeto. Me
leagro sostiene che Giove non lo rinchiuse nella sua coscia, e che le Ninfe
Io tirarono dalle ceneri di sna madre, e presero cura della sua educazione.
Le J adi furono le sne nutrici, a prestar fede ad Apollodoro e ad Ovidio.
Orfeo per il primo disse che Dioniso era nato a Tebe, e ci senza dubbio , per
riconoscenza verso i Tebani, i quali gli fecero buona accoglienza allorch si
recava in Egitto, n minore accoglienza gli serbarono al suo ritorno. Perci
gli Egizi si beffavano dei Greci i quali pretendevano che Dioniso fosse nato
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in Grecia. Lo stesso Orfeo concedeva i doe sessi a Dioniso; poich nel suo
Inno a Misca cosi scrive:
a Femina mossile simui, gemina kuic natura o
Gli effetti della gelosia che Giunone aveva contro Semele s'estesero sino
al figlio di qceata sua rivale, e non vide di buon occhio che Giove ne lo
avesse trasportato al Cielo; ed Euripide c'informa che essa voleva scacciar-
nelo. Dioniso temendo il corruccio della Dea, si ritir per sfuggire alle sue
persecuzioni, ed essendosi riposato sotto un alhero, un serpente anfesihena,
e cio: con una testa ad ogni estremit, lo morsic alla gamba. Dioniso, es
sendosi tosto risvegliato, uccise il serpe con un sarmento d vite che trov a
portata di mano. Durante la sua fuga percorse gran parte del Mondo, e fece
cose sorprendenti a quanto Natale Conti ce ne riporta da Euripide. Faceva
sorgere dalia terra: il latte, il miele ed altri liquori gradevoli, divertendo
sene. Tagli una pianta di ferula, e ne fece sortire del vino: sbran in pezzi
una pecora, ne disperse le membra le quali si riunirono; la pecora risu
scit e si mise a pascolare come prima.
Gli Autori Greci che fanno questo Dio originario della Grecia non s'ac
cordano fra di loro nelle finzioni che hanno inventate a tale soggetto, ed
perci preferibile attenersi ad Erodoto, Plutarco e Diodoro i quali dicono
che Bacco era nato in Egitto, che venne allevato a Nisa, Citt dellArabia
Felice; e che lo stesso del famoso Osiride che fece la conquista delie Indie.
Effettivamente gli Egizi riconoscevano un Dioniso come i Greci, per per
quanto si proponessero lo stesso scopo nella loro allegora di Bacco, pure
raccontavano la storia di questo Dio ben differentemente.
Ammone, Re dnna parte della Libia, essi raccontano, avendo sposato la
figlia del Cielo, sorella di Saturno, si rec a visitare il paese vicino alle mon
tagne Ccratuiie, vincontr una bella ragazza chiamata Amallea: essa gli
piacque, c si ritrovarono; ne nacque un figlio bello e vigoroso che fu chia
mato Dioniso. Amallea venne proclamata Regina del paese, il quale per la
forma del suo contorno dava la figura del corno dnn bue; e fu chiamato il
corno delle Esperidi, ed a cagione delta sua fertilit in ogni specie di beni :
il corno d'Amaltea, dal greco i pa e &6u>= guarisco insieme guarisco nello
stesso tempo.
Ammone, per sottrarre Bacco alla gelosia della sua sposa, lo fece traspor
tare a Nisa, in una Isola formata dalle acque del fiume Tritone, e situata nei
pressi delle imboccature chiamate porte Nisee. Questo paese era il pi gra
devole del Mondo; limpide adque irroravano incantevoli praterie, abbondava
dogni specie di Dulia, e la vite vi cresceva spontanea. La temperatura del
laria vi era tanto salutare che tutti gli abitanti godevano d perfetta sanit
sino ad nnestrema vecchiaia. Le rive di questisola erano piantate dalberi
dalto fusto, e nelle sue valli vi si respirava unaria sempre fresca, dato che
i raggi del Sole appena appena vi penetravano. La gradevole verdura degli
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alberi e lo smalto perpetuo dei fiori rallegravano la vista, mentre l udito era
Bensa tregua accarezzato dal gorgheggio degli uccelli. I n una parola era un
paese da Fate, un paese incantato, ove niente mancava di tutto quanto po
teva contribuire alla perfetta soddisfazione dell'umanit.
Dioniso vi fu allevato dalle cure di Nisa, figlia di Aristeo, uomo saggio,
prudente ed istruito il quale si prese lincarico d'essere il suo Mentore. Pal
lade soprannominata Tritonica, perch era nata presso il fiume Tritone, ebbe
ordine di preservare Dioniso dalle insidie che potevano essergli tese dalla
matrigna.
Effettivamente Rea divent gelosa della gloria e della reputazione che
sacquist Dioniso sotto la guida di cosi abili Maestri, ed impieg tutto il suo
sapere per far ridondare su di lui almeno una parte degli effetti della stizza
dalla quale essa era spinta contro Ammone. Essa abbandon Ammone per
ritirarsi presso i Titani, ed in futuro soggiornarvi con Saturno, suo fratello.
Appena varriv, con sollecitazioni e minacce spinse Saturno a dichiarare
la guerra ad Ammone, il quale vedendosi in condizione di non poter resi
stere si ritir ad Ida dove spos Creta, figlia duno dei Cureti, che vi regnava.
I n seguito l'Isola prese il nome di Creta. Saturno si impadron del paese
dAmmone e riun una numerosa armata per impadronirsi anche di Nisa e
di Dioniso, ma la sua tirannia gli attir l'odio di tutti i nuovi suoi Sudditi.
Dioniso informato della fuga di suo padre, del disastro del suo paese, e
dei progetti di Saturno contro di lui, riun il maggior numero di gente che
gli fu possibile; vi si aggiunsero nn buon numero di Amazzoni, anche perch
doveva comandarle Pallade.
Le due armate vennero alle mani; Saturno vi fu ferito. I l coraggio ed il
valore di Dioniso fecero decidere la vittoria a suo favore; i Titani presero la
fuga. Dioniso l'insegu, li fece prigionieri sul territorio dAmmone, e in seguito
li liber dando loro libera scelta di passare sotto le sue bandiere o di ritirarsi:
essi scelsero passare sotto le insegne di Dioniso che considerarono quale loro
Dio tutelare.
Saturno vinto, ed inseguito da Dioniso, mise