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Brigatisti: Renato Curcio, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari,Valerio


Morucci, Mario Moretti, Patrizio Peci
a cura di Laura Arc, Olivia Fiorilli, Ilenia Rossini

Introduzione
Il racconto retrospettivo in prosa che un individuo reale fa della propria
esistenza, quando mette l'accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla
storia della propria personalit, con questa frase il critico francese Philippe
Lejeune definisce lautobiografia in quanto genere letterario
1
. Le autobiografie di
Renato Curcio, Alberto Franceschini, Valerio Morucci, Prospero Gallinari e
Patrizio Peci corrispondono solamente in parte a questa definizione. Nonostante le
differenze che intercorrono tra le opere dei sei brigatisti rossi, una caratteristica
che unisce queste autobiografie lanelito ad eccedere il racconto dellesistenza
individuale. Si pensi, ad esempio, al modo in cui Moretti, cercando di non
chiamare per nome i propri compagni e le proprie compagne, rimarca lintento
tutto politico della propria autobiografia, o allassenza quasi totale di riferimenti
alla propria vita affettiva nellopera di Morucci. La parte principale, in tutte le
autobiografie, giocata dallesperienza dellautore/intervistato allinterno di
unorganizzazione che non solamente ha avuto un ruolo totalizzante nella vita dei
suoi aderenti, ma stata al centro del dibattito politico su un momento storico che
viene considerato, se non tra i pi oscuri, sicuramente tra i pi significativi della
storia repubblicana. Ovviamente il racconto della propria vita nelle Brigate Rosse
non pu prescindere da un giudizio politico complessivo su quellesperienza,
giudizio che molto spesso la traccia fondamentale dellautobiografia stessa. I
brigatisti considerati sono stati, nella vicenda delle Brigate Rosse, personaggi di
primo piano, talora fondamentali come nel caso di Franceschini e Curcio,
fondatori dellorganizzazione, o di Moretti, leader indiscusso della stessa per un
periodo lungo e importante, ipotizzabile dunque che urga, alla base della propria
decisione di scrivere, la necessit di rendere conto, spiegandola, di unesperienza
fallimentare nei propri obiettivi ultimi, terminata nellopinione degli scriventi, ma
soprattutto fermamente condannata o comunque criticata da gran parte della

1
P. Lejeune, Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, 1986, p. 12.
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opinione pubblica. Ad analizzare politicamente la vicenda delle Brigate Rosse
spinge anche la necessit di stabilire il proprio ruolo allinterno di quella storia,
sottolineando responsabilit e linee politiche, instaurando talvolta un vero e
proprio dialogo tra alcune delle autobiografie: come sostiene Lejeune, infatti, chi
scrive unautobiografia intende fornire unimmagine precisa, completa e, in certo
senso, emblematica di s. Franceschini, ad esempio, ripercorre le tappe politiche
dellorganizzazione nel tentativo di separare la prima parte della storia delle Br da
unipotetica seconda parte seguita allarresto suo e di Curcio ed alla morte di
Cagol (tentativo intuibile gi a partire dal titolo della sua autobiografia) e spinto
dalla necessit di motivare la propria dissociazione.
La storia delle Brigate Rosse , per, quella di unorganizzazione che
nasce allinterno di un contesto storico e politico che gli autori dei testi esaminati
cercano, con maggiore o minore impegno e completezza, di esaminare nel suo
complesso. Lanalisi complessiva di quel periodo motivata, tra le altre cose,
dalla necessit di rendere conto di un fenomeno che stato spesso e da pi parti
considerato semplice devianza. Solamente la ricostruzione di un momento
storico che presentava, nellopinione degli autori, potenzialit rivoluzionarie pu
restituire alla scelta della lotta armata un significato che vada al di l della lettura
di questa esperienza come puro fenomeno criminale, leggibile pertanto con i soli
strumenti della morale. Non questo, per ovvie ragioni, il caso dellautobiografia
di Peci, il quale, con il probabile ausilio dellintervistatore, Giordano Bruno
Guerri, d una lettura meno politica del fenomeno delle Brigate Rosse.
Esplicito nellintento di dare una lettura complessiva della propria epoca
Morucci, che iscrive la storia delle Brigate Rosse e della lotta armata in generale
allinterno di quella pi complessiva di una generazione segnata dalla passione e
dallideologia. Non a caso lautobiografia dellex brigatista , tra le sei, quella pi
densa di riferimenti ad altre realt politiche del periodo e non solamente a causa
della precedente militanza di Morucci in altre organizzazioni extraparlamentari e
nel movimento del 68, condivisa anche da altri brigatisti nonch di giudizi
storici sul periodo. Lopera di Morucci inoltre probabilmente influenzata dalla
diversit culturale e antropologica del suo autore rispetto agli altri brigatisti:
romano e quindi distante da quel Nord Italia in cui era prevalente il mito della
Resistenza e la presenza della fabbrica come dimensione sociale, lex brigatista ha
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avuto esperienza del movimento degli anni 70, per molti versi distante dalle
posizioni delle Brigate Rosse. Pi in generale, per, le vite che queste
autobiografie raccontano, i vissuti psicologici e le soggettivit che testimoniano,
costituiscono una fonte per la comprensione del contesto storico di quellepoca, o
almeno e forse pi correttamente da un punto di vista storiografico per la storia
di un gruppo, quello che in vario modo stato attraversato e mosso dallideologia
e dalla passione politica: in questo senso si tratta di autobiografie di un insieme di
persone che condividono una certa identit collettiva. Non a caso Morucci scrive
che non sta ripercorrendo un elenco di fatti, da tutti conosciuti, ma sta
riattraversando un dolore collettivo. Nelle rispettive autobiografie, Moretti,
Curcio, Gallinari e Franceschini si sforzano di ripercorrere le tappe delle proprie
vite e degli eventi storici che si sono trovati a vivere anche alla luce della lettura
(soprattutto politica) che di questi avevano dato nel momento in cui stavano
accadendo. Pu essere di grande interesse per la storia di quegli anni osservare
linterazione delle scelte politiche e dellideologia con la vita intima e psicologica
dei protagonisti: in queste opere, infatti, viene mostrato il peso delle ideologie
sulla realt mentre, nelle opere storiografiche, generalmente si trova spiegato
solamente cosa unideologia, ma non lideologia stessa. Franceschini, ad
esempio, descrive il passaggio alla clandestinit, dovuto alla scoperta nel 1972
di un covo delle Br a Milano, come un momento di svolta esistenziale: non
solamente concretizzazione di unistanza ideologica, ma anche scelta di libert
rispetto alle aspettative gravanti sulla sua vita. Anche Gallinari, con molta
lucidit, descrive il percorso che lo porta ad essere un contadino comunista e
poi ad abbracciare la lotta armata per il comunismo, come un percorso di ricerca
identitaria e di riscatto, che lo porta ad uscire dalla vergogna per le proprie origini.
Allo stesso modo la rottura tra Morucci ed il padre si sostanzia, nel racconto
dellex-brigatista, delle parole del lessico rivoluzionario. Sia Franceschini sia
Peci, non senza una studiata sottolineatura della svolta rappresentata
dallabbandono delle corazza dellideologia, si soffermano a descrivere la novit
dellincontro su un piano umano con la controparte, i rappresentanti delle
istituzioni.
Le autobiografie analizzate mettono anche in luce la dinamica delle
appartenenze. Una dinamica mai del tutto lineare, che risente delle scelte di vita
160
successive allarresto, degli eventi e delle polemiche che hanno seguito luscita -
forzata o meno dallorganizzazione, ma che non da questi completamente
determinata. Paradigmatico il caso di Peci che scrive la propria autobiografia
per screditare lesperienza delle Brigate Rosse in un momento in cui esse sono
ancora operanti - il cui rancoroso distacco dallorganizzazione e dai suoi aderenti
non sempre corrisponde, nella narrazione, ad una chiara presa di distanza emotiva
dalla propria esperienza di brigatista. Dalle autobiografie traspare il forte valore
identitario dellesperienza nelle Brigate Rosse, anche per chi, come Morucci,
prende platealmente le distanze dallorganizzazione o per chi, come Curcio,
dedica almeno una parte della propria opera alla nuova vita seguita a quella da
brigatista.
Questi testi sono dunque preziosi per lanalisi del fenomeno della lotta
armata e di quegli anni in generale dal punto di vista della soggettivit dei suoi
protagonisti. Tuttavia necessario fare alcune osservazioni per un miglior uso
delle fonti. Ricordi personali scrive Gallinari analizzando i contenuti della
propria autobiografia - che per si intrecciano, si mischiano e spesso si
confondono con fatti e avvenimenti che hanno avuto un peso nella vita collettiva.
Di qui un problema? Usare il senno di poi? Raccontare attingendo a critiche,
autocritiche, scomuniche, valutazioni o giudizi maturati a posteriori? Ho scelto
unaltra strada. Quella di far riemergere il filo dei pensieri e degli atti compiuti nel
modo in cui, effettivamente questi hanno attraversato e poi portato ad agire di
conseguenza
2
. bene tuttavia chiedersi se sia possibile per gli scriventi
prescindere da critiche, autocritiche, scomuniche, valutazioni o giudizi. Il
meccanismo della memoria sempre selettivo, e non solo per quanto riguarda la
ricostruzione dei nudi fatti, ma anche se non soprattutto per quanto riguarda la
ricostruzione delle percezione soggettiva degli eventi e la vita interiore. Secondo
il critico Duccio Demetrio, lautobiografia ha un carattere terapeutico, come se chi
scrive volesse ripercorrere attraverso la narrazione alcuni momenti della propria
vita per motivi personali ed interiori e, in questo senso, non qualcosa di
letterariamente compiuto, ma solo piuttosto il frutto di scelte soggettive
3
.

2
P. Gallinari, Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse, Milano,
Bompiani, 2006, p. 9.
3
D. Demetrio, Raccontarsi. L'autobiografia come cura di s, Milano, Cortina, 1996, passim.
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Scrive Curcio, con grande lucidit Questa lunga intervista, selezionando alcuni
eventi della mia esistenza e la memoria attuale che ne ho, presenta una certa
versione di me stesso: quella che venuta fuori durante numerose chiacchierate in
una disadorna stanzetta di Rebibbia. Assai probabilmente, allombra di un grande
faggio, i ricordi non sarebbero stati gli stessi. Daltra parte tracciando arbitrarie
differenze nel flusso degli eventi, essi si tradiscono da soli poich si servono, per
raccontarsi, del linguaggio volubile del mito: il mito di s e della propria vita
4
. In
questo caso ad interferire con la memoria concorrono una serie di circostanze che
vanno dalla reclusione, esperienza esistenziale totalizzante, alla constatazione
della fine tragica di unesperienza e delle critiche e delle scomuniche che essa ha
sollevato. Bisogna inoltre considerare che la pubblicit delle memorie affidate ad
unopera destinata al mercato editoriale non pu non aver parzialmente influito,
almeno inconsciamente, su quella che Curcio definisce la memoria attuale degli
eventi. Se queste considerazioni possono valere per le fonti orali, esse varranno
tanto pi per le autobiografie, che, pur essendo basate su interviste (eccetto
lopera di Gallinari), sono state corrette ed elaborate in vista della pubblicazione.
bene inoltre tener presente la tensione fondamentale verso la costruzione di una
narrazione unitaria e coerente di s, che se agisce - quale fattore di selezione e
rielaborazione - in ogni racconto autobiografico, sicuramente presente in queste
opere. Non si vuole per sostenere lipotesi di una cosciente o semicosciente
selezione o, peggio, falsificazione della memoria, quanto piuttosto suggerire una
lettura pi complessa delle autobiografie considerate, che tenga conto della
complessit creata dagli eventi politici, storici ed esistenziali intervenuti tra
lepoca dei fatti e la stesura delle opere, nonch delle diverse motivazioni,
dichiarate o meno, che hanno spinto gli ex-brigatisti a raccontare le proprie vite.
Se queste considerazioni valgono per luso delle autobiografie quali fonti per una
storia della soggettivit dei protagonisti della lotta armata allinterno della
ricostruzione degli anni che furono attraversati da questo fenomeno e dalla
contestazione, esse devono essere una premessa fondamentale allapproccio
storiografico alla ricostruzione di quegli eventi che non sono in qualche modo
verificabili attraverso lincrocio di pi fonti. Curcio, Franceschini, Gallinari, Peci

4
R. Curcio, A viso aperto: vita e memorie del fondatore delle BR, intervista di Mario Scialoja,
Milano, Mondadori, 1993, p. VII.
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e Morucci, nelle loro autobiografie, forniscono dettagli, informazioni, elaborano
gerarchie di responsabilit forniscono motivazioni politiche e non. Questo senza
dubbio uno stimolo di grande utilit per la ricostruzione della storia delle Brigate
Rosse, ma nondimeno un terreno rischioso. Non un caso che molte delle
valutazioni formulate dai vari autori divergano spesso sostanzialmente. Si pensi,
ad esempio, alle considerazioni sul ruolo giocato dalla strage di Piazza Fontana e
dalla strategia della tensione nella nascita della lotta armata, o alle divergenze
presenti anche nel racconto di quelli che dovrebbero essere dei fatti
incontrovertibili: Curcio e Franceschini, entrambi fondatori dellorganizzazione,
danno due spiegazioni diverse dellorigine del simbolo delle Brigate Rosse,
mentre Moretti ammette che su di essa circolano tre diverse versioni.
Bisogna infine fare alcune considerazioni sulla forma delle autobiografie
considerate. Si gi detto che solamente lautobiografia di Gallinari frutto di
unelaborazione completamente autonoma. Le opere di Moretti e Curcio si
presentano sotto forma di interviste, nelle quali le domande degli intervistatori
sono visibili. Peci e Franceschini hanno rielaborato in forma unitaria le risposte ad
interviste alle quali sono stati sottoposti, mentre Morucci ha scritto la propria
autobiografia prendendo spunto da domande postegli da un interlocutore che
talvolta emerge tra le righe del testo. Le diverse forme di queste autobiografie
danno adito ad una serie di riflessioni che precedono lanalisi di queste ultime. In
primo luogo lintervista una forma di selezione preliminare delle informazioni.
Il soggetto intervistato, anche quando pu intervenire a posteriori sul testo, non si
esprime a partire dalle proprie esigenze di comunicazione ed elabora un racconto
che parte solo parzialmente dalle proprie priorit. In questo contesto linterazione
dellintervistato con lintervistatore fondamentale ai fini dellanalisi dei
contenuti. Intervistatori diversi fanno, com ovvio, domande diverse: si pensi in
questo senso alla distanza che intercorre tra lintervista di Giordano Bruno Guerri
a Peci e quella di Carla Mosca e Rossana Rossanda a Moretti. Ma anche
linterazione umana tra intervistatore ed intervistato pu influire sui contenuti di
unintervista. Nel caso delle autobiografie di Franceschini e Peci non ci neppure
dato sapere quali sono state le domande poste agli ex-brigatisti. Nonostante dalle
risposte di Moretti traspaia a volte uninterazione personale con le intervistatrici,
nellautobiografia di questultimo non specificato se a formulare la singola
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domanda sia Mosca o Rossanda. A dirci qualcosa sullintervistato concorrono
comunque anche le scelte operate al momento delledizione del testo: decidere di
mantenere visibili le domande dellintervistatore pu essere una forma di presa di
distanza dal testo stesso, come lascia in qualche modo intendere il brano di Curcio
che si sopra citato. Lintervista, comunque, esce dallo schema che Lejeune
identifica come caratteristico dellautobiografia, ovvero lidentit tra io narrante,
soggetto e oggetto dei fatti narrati: nelle interviste, infatti, c un io che narra dei
fatti di cui soggetto e oggetto, ma che guidato nella sua narrazione da una
persona completamente esterna agli eventi narrati.

Schede biografiche
Alberto Franceschini nasce il 26 ottobre 1947 a Reggio Emilia. Fondatore
delle Brigate Rosse insieme a Renato Curcio e Margherita Cagol. Franceschini
viene arrestato nel 1974, si dissocia ufficialmente dalla lotta armata nel 1987 con
una dichiarazione sottoscritta al carcere di Rebibbia. Lascia il carcere nel 1992.
Oggi coordinatore nazionale dell'Arci e collabora al quotidiano Ore d'Aria.
Renato Curcio nasce il 23 Settembre 1941 a Monterotondo (Roma).
Fondatore delle Brigate Rosse insieme ad Alberto Franceschini e Margherita
Cagol. Arrestato nel 1974. Evaso dal carcere nel febbraio 1975, viene arrestato di
nuovo all'inizio del 1976.
Nel 1987 con una lettera aperta, insieme a Mario Moretti ed altri dichiara chiusa
lesperienza della lotta armata rilevandone linattualit. Scarcerato nel 1993,
lavora come direttore editoriale nella cooperativa Sensibili alle foglie.
Mario Moretti nasce il 16 gennaio 1946, a Porto San Giorgio nelle Marche.
Entra nelle Brigate Rosse nel 1970 e, dopo gli arresti di Renato Curcio e di
Alberto Franceschini ne il capo pi autorevole, lui a gestire il sequestro di
Aldo Moro. Arrestato nel 1981. Condannato allergastolo. Nel 1987, insieme a
Renato Curcio ed altri, con una lettera aperta dichiara chiusa lesperienza della
lotta armata, rilevandone linattualit. Nel 1994 ottiene la libert vigilata. Esperto
di informatica, ha collaborato alla fondazione della Cooperativa Spes composta da
ex militanti dissociati.
Patrizio Peci nasce nel 1953 a Ripatransone, nelle Marche. Dapprima
militante di Lotta Continua, d vita al gruppo dei Proletari Armati per la Lotta ed
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infine entra nelle Brigate Rosse nel 1977.Arrestato il 19 febbraio 1980, fu il primo
pentito della BR a collaborare con lo Stato.
Il fratello Roberto viene rapito per ritorsione dalle Brigate Rosse Partito
Guerriglia il 10 giugno 1981 e il suo cadavere ritrovato il 4 agosto.
Condannato ad 8 anni, stato scarcerato, ha cambiato nome e vive in localit
segreta.
Prospero Gallinari nasce il 1 gennaio 1951 a Reggio Emilia. Nel 1970
aderisce al gruppo di Corrado Simioni, detto dei Superclan, contrapposto a quello
di Renato Curcio. Nel 1973 entra nelle Brigate Rosse. Arrestato nel 1974, nel
1977 evade dal carcere di Treviso.
Partecipa al sequestro di Aldo Moro: tra gli inquilini dellappartamento di via
Montalcini. Nuovamente arrestato nel 1979. Durante il conflitto a fuoco, le forze
dell'ordine lo colpiscono alla testa. Nel 1999 ad una tavola rotonda organizzata dal
Manifesto, dichiara che la lotta armata finita, non esistendone pi le condizioni,
e nega ogni continuit con le Nuove Brigate Rosse. Condannato a tre ergastoli, si
trova nella condizione di detenzione domiciliare per motivi di salute.
Attualmente lavora part-time come operaio in unazienda tipografica di Reggio
Emilia.
Valerio Morucci nato a Roma il 22 luglio del 1949. Nel 1968 entra nel
Movimento. Aderisce a Potere Operaio, poi tra il 1976 ed il 1977 uno dei
dirigenti delle Formazioni Armate Comuniste, che partecipano alla fondazione
della colonna romana delle Brigate Rosse. Partecipa al sequestro di Aldo Moro,
svolgendo la funzione di postino. tenta di opporsi, insieme ad Adriana Faranda,
all'uccisione del presidente della Dc.
Nel 1979 con un documento critico si distacca dalla direzione
dellorganizzazione. Arrestato nel 1979. Nel 1985, durante il processo d'appello in
corso a Roma per il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro, legge un documento di
dissociazione dalla lotta armata firmato da 170 detenuti. Scarcerato nel 1994, oggi
lavora come consulente informatico.

I brigatisti e leditoria
Franceschini: Mara, Renato ed io. Storia dei fondatori delle Brigate Rosse,
libro-intervista rilasciato a Pier Vittorio Buffa e Franco Giustalisi, del 1988 ed
165
stato pubblicato da Mondadori nella collana Frecce. Dal 1991 pubblicato nella
collana Bestsellers della Mondadori: oggi siamo alla dodicesima ristampa.
Franceschini, nel 1997, ha pubblicato per Ediesse La borsa del Presidente.
Ritorno agli anni di piombo, un breve romanzo fanta-politico in cui sono chiari i
riferimenti al sequestro di Aldo Moro. Nel 2004, infine, Rizzoli ha pubblicato Che
cosa sono le Br, unintervista di Giovanni Fasanella a Franceschini che ha avuto
molto successo.
Peci: Io, linfame, libro-intervista raccolto da Giordano Bruno Guerri,
stato pubblicato da Mondadori nel 1983 e ristampato nel 1984. Da allora, Peci non
ha pi scritto nulla. Il libro, inoltre, non pi stato ristampato.
Curcio: A viso aperto. Vita e memorie del fondatore delle BR, intervista
rilasciata a Mario Scialoja, stato pubblicata per la prima volta nel 1993 da
Mondadori e di nuovo nel 1995 nella collana Bestsellers. Dalla difficile
reperibilit del saggio si pu dedurre che probabilmente non si trattato di un
successo editoriale. Curcio, comunque, ha pubblicato molte altre opere, tutte per
la Cooperativa Editoriale Sensibili alle Foglie, con cui collabora. Si tratta
principalmente di saggi sulla condizione carceraria e sul mondo del lavoro.
Gallinari: La sua autobiografia, Un contadino nella metropoli. Ricordi di
un militante delle Brigate Rosse, uscita nel 2006 con la casa editrice Bompiani
(appartenente al gruppo RCS). Non sembra aver avuto un grande successo. Gi
nel 1995 aveva pubblicato, presso la casa editrice Feltrinelli, Dall'altra parte:
l'odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici.
Moretti: Brigate Rosse. Una storia italiana, intervista di Carla Mosca e
Rossana Rossanda, stato pubblicata nel 1994 dalla casa editrice Anabasi, che lo
ha ristampato dopo solo un mese dalla prima edizione. Dal 1998 stato
ripubblicato da Baldini & Castoldi, che lo ha ristampato fino al 2004. Moretti non
ha scritto nessuna altra opera.
Morucci: La peggio giovent. Una vita nella lotta armata stato
pubblicato nel 2004 da Rizzoli e non sembra essere mai stato ristampato. Morucci,
comunque, gi si era cimentato in unautobiografia incentrata sui primi anni della
sua formazione politica, Ritratto di un terrorista da giovane, pubblicato da
Piemme nel 1999 e ripresentato in edizione Pocket nel 2005, forse sullondata
delle vendite dellautobiografia successiva. Inoltre ha anche scritto dei racconti
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(alcuni sono contenuti in La peggio giovent), pubblicati nel 1994 da
Manifestolibri con il titolo di A guerra finita, e due romanzi gialli, Klagenfurt
3021 (Fahrenheit 451) e Il caso e l'inganno: le indagini del commissario Amidei
(Bevivino 2006).

Motivazioni alla scrittura autobiografica
Le motivazioni nella stesura dellautobiografia risentono certamente delle
diverse posizioni degli autori dopo la fine della loro esperienza da brigatisti.
Lautobiografia di Patrizio Peci, Io lInfame, del 1982 ed la prima delle
autobiografie dei brigatisti rossi. , quindi, unautobiografia scritta a caldo, in
un momento in cui le Brigate Rosse, anche se ormai divise e allo sbando, ancora
operano e fanno proseliti. Peci, primo pentito delle Br, vuole con la sua
autobiografia stendere un atto di accusa contro lOrganizzazione alla quale
appartenuto e che ha ucciso, per vendetta, suo fratello Roberto. Lex brigatista
non nasconde i suoi risentimenti verso i responsabili della morte del fratello, che
definisce bestie e che cerca di mostrare in tutte le loro piccolezze e in tutti i loro
difetti:
Vorrei raccontarla, questa vita quotidiana del povero brigatista, non per fare del
colore n per suscitare pena o disprezzo, ma proprio per togliere qualsiasi alone
mitico e leggendario allOrganizzazione: i ragazzi tentati di entrarci sappiano che
non li attende una vita magica e fantastica, ma squallore e tristezze; anche i
problemi militari e della clandestinit, i pi belli, finiscono per presentarsi
sempre in forme ridicole o grottesche
5
.
Lautobiografia di Gallinari, Un contadino nella metropoli ricordi di un
militante delle Brigate Rosse, , al versante opposto, la pi recente ed il frutto di
una riflessione lunga tutti i venticinque anni che lo separano dagli eventi. Lo
scritto di Gallinari, quindi, pi mediato e ci riscontrabile anche nel fatto che,
unico tra tutti i brigatisti che si sono cimentati nella stesura della loro
autobiografia, usa delle fonti per dare maggiore valore alle sue parole (articoli di
giornali, brani dalle autobiografie dei suoi ex-compagni, dati raccolti nel Progetto
Memoria):

5
P. Peci, Io lInfame, a cura di Giordano Bruno Guerri, Milano, Mondadori, 1983, p. 75.
167
Unorigine, un percorso, una storia: quelli della mia vita. Superati i
cinquantanni, un viaggio nel proprio passato anche un attraversamento di
ricordi. Ricordi personali che per si intrecciano, si mischiano e spesso si
confondono con fatti e avvenimenti che hanno avuto un peso nella vita collettiva.
Di qui un problema? Usare il senno di poi? Raccontare attingendo a critiche,
autocritiche, scomuniche, valutazioni o giudizi maturati a posteriori? Ho scelto
unaltra strada. Quella di far riemergere il filo dei pensieri e degli atti compiuti nel
modo in cui, effettivamente questi hanno attraversato e poi portato ad agire di
conseguenza
6
.
Tra tutte le autobiografie dei brigatisti, queste due sono forse quelle che meno
hanno come intento quello di una giustificazione dellautore.
Entrambi, a modo loro, si pongono per come modelli esemplari: Peci nella scelta
del pentimento (arriva a dire che denunciando i suoi compagni, in realt, gli
faceva un favore), Gallinari nella scelta del modo di mettere la parola fine
sullesperienza della lotta armata attraverso la parola dordine dellamnistia.
Al valore esemplare della propria figura, di fondatore e capo storico delle Br, fa
riferimento anche Curcio che intende lintervista rilasciata a Mario Scialoja, A
viso aperto vita e memorie del fondatore delle BR, come un atto dovuto da parte
di un personaggio pubblico, verso coloro che chiedono chiarezza. Una chiarezza
di cui, rispetto al fenomeno della lotta armata, avverte forte la necessit:
Ho accettato la sollecitazione di Mario Scialoja per due ragioni. La prima:
aprirmi alle molte domande che da pi parti mi vengono poste. In quanto figura
pubblica credo che questo sia un dovuto al quale sarebbe ingeneroso sottrarmi. E
poi questa la seconda perch in tanti anni di vita esposta nella vetrina dei
giornali ho avuto modo di apprezzare in prima persona e molte volte le qualit
professionali e la sensibilit umana dellintervistatore
7
.
La stessa necessit di spiegare, di andare oltre la condanna morale, oltre la
criminalizzazione della lotta armata, per riaffermare la specificit di un fenomeno
che tutto politico, si avverte come spinta forte nellautobiografia di Moretti,
Brigate Rosse - Una storia italiana. Anche in questo caso si tratta di unintervista,
Moretti risponde alle domande di Carla Mosca e Rossana Rossanda.

6
Gallinari 2006, p. 9.
7
Curcio 1993, p. I.
168
A differenza delle altre biografie, quella di Moretti si configura gi dal titolo -
lunico in cui non c riferimento allindividualit dellautore, ad un io - come
unautobiografia politica, che sembra essere pi unautobiografia delle Brigate
Rosse che di un brigatista rosso. E lesperienza delle Br rivendicata come
specificamente italiana, con una doppia polemica, contro coloro che tentano di
espellere il fenomeno dalla storia del paese come estraneo, non riconoscendone il
radicamento nella situazione socio-politica dellItalia degli anni 70, e contro
coloro che vogliono lorganizzazione infiltrata, o addirittura guidata da poteri
esterni e servizi stranieri:
Ma sugli anni 70 la sinistra non parla, perch dentro ci sta anche
uninsorgenza armata, si voglia o non si voglia, e comunque la si giudichi. Le
Brigate Rosse sono finite da anni, i compagni sono in carcere, e ancora siamo una
spina che va di traverso, si tace o si cerca di esorcizzarci. E, peggio, c chi cerca
di intorbidare una vicenda che stata piena di speranze, forse illusioni, tentativi,
errori, dolore, morte ma non sozzure. Vorrei cercar di restituire questa storia alla
possibilit di una critica
8
.
Il punto che si deve fare una riflessione che renda laccaduto
comprensibile a quanti nella societ hanno ragione di chiedercene conto. Questo
mi ha spinto a fare questa ricostruzione con voi, e senza altri limiti che quelli di
una memoria che, ahim invecchia come tutto il resto. Con lunica
preoccupazione, che non pi neanche una riserva, di non mandare in galera
altri
9
.
Nella prefazione di Mara Renato e io, Pier Vittorio Buffa e Franco
Giustalisi, i curatori dellopera, scrivono che Franceschini accetta di collaborare
inizialmente senza entusiasmo, ma poi si appassiona al progetto:
Avevo capito che stavo mettendo per iscritto la mia vicenda, che questo
libro non era solo vostro ma anche mio e che non potevo quindi delegarne
completamente a voi la fattura. Mi venuta voglia, una voglia intensa, di far

8
M. Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, Intervista di Carla Mosca e Rossana Rossanda,
Milano, Baldini&Castaldi, 1998, p. 2.
9
Ivi, p. 257
169
capire i nostri errori, di impedire, raccontandoli, che altri possano seguirci sulla
strada della violenza
10
.
Franceschini racconta solo le vicende di cui stato direttamente
protagonista.
Morucci afferma di essere stato spinto alla scrittura non dalla volont di
ricostruire i fatti, ma da quella di cercare le ragioni di un fenomeno collettivo e
doloroso. Ad essere coinvolta unintera generazione, non solamente quanti
hanno militato nelle BR:
Di album di figurine su questa storia ce n gi tanti. Inutile stare qui a
faticare per farne un altro. Chi a quelli fosse interessato pu trovarne tanti da
ubriacarsi. Il nostro, e quello gi da alcuni altri compiuto, un altro viaggio. Non
stiamo ripercorrendo un risaputo elenco di fatti. Stiamo riattraversando un dolore
collettivo. Che ha quelli come sfondo o come pozzo cui riattingere, a momenti
placato, in altri pi convulso, per proseguire sulla sua strada. Il dolore poco
interessato alla verit. Se non alla sua. Confusa, parziale, animosa e, a volte, sopra
le righe. Perch altro la spinge alla ragione. Pi, semmai, una ricerca tormentosa
delle ragioni, sbattendo la testa a destra e a manca alla ricerca di un appiglio
11
.
Lobiettivo ancora una volta quello di capire gli errori del passato per
evitare che si ripetano:
Credo che possa essere utile una critica del passato per arrivare ad una definitiva
sepoltura dei suoi errori
12
.
Ma anche quello di evitare che sia buttato il bambino insieme allacqua sporca:
Siamo qui per scavare fino al fondo degli errori. Per buttare via lacqua sporca
fino allultima goccia. Ma il bambino va salvato. Non tanto per la consolazione di
noi vecchi reduci. Ma per tirare via dalla cronaca e dalle carte giudiziarie il segno
che ha lasciato
13
.



10
A. Franceschini, Mara Renato e io. Storia dei fondatori delle Br, Milano, Mondadori., 1988, p.
XI.
11
V. Morucci, La peggio giovent. Una vita nella lotta armata, Milano, Rizzoli, 2004, p. 159.
12
Ivi, p. 50.
13
Ivi, p. 287.
170

Aspirazioni letterarie
Alla disposizione danimo differente con cui ciascuno si accosta alla
scrittura, corrisponde anche un differente stile.
Lopera di Peci, che la sistemazione di una lunga intervista di Giordano
Bruno Guerri, basata su un linguaggio teso e diretto, privo di ambizioni
letterarie.
Gallinari, invece, che pu aver riflettuto a lungo sulle sue parole e che ha
certamente una capacit letteraria superiore, si lascia andare a parti pi poetiche.
Le opere di Curcio e di Moretti si presentano in forma di intervista, con
uno stile dunque diretto e non letterario. Il linguaggio del primo, comunque, pi
spontaneo e immediato, mentre nel secondo, per la natura differente dellopera,
prevale un linguaggio politico, chiaro ma articolato.
molto importante riflettere sul fatto che, delle sei opere esaminate, solo quella di
Gallinari unautobiografia nel vero e proprio senso della parola. Quelle di
Moretti, Curcio, Franceschini e Peci, infatti, sono tutte il frutto di interviste
rilasciate ad altre persone (anche se certamente lette e riviste dai protagonisti).
Nellanalisi del contenuto delle autobiografie necessario riflettere sulle
implicazioni della scelta, da parte dei protagonisti, tra lasciare il testo sotto forma
di intervista (senza eliminare le domande dellintervistatore) o rielaborarlo in
prima persona. Limpressione che si ricava laddove sono state lasciate le domande
(Curcio e Moretti), infatti, che lintervistato non abbia potuto dire liberamente
quello che voleva, ma che sia stato costretto dai limiti delle domande postegli:
gli intervistati, quindi, sembrano prendere le distanze dal testo, esplicitando il
fatto che esso non frutto di una spontanea selezione dei contenuti raccontati. In
questa ottica appare anomalo constatare che lintervista a Moretti, al contrario di
quella a Curcio (e dellautobiografia di Franceschini), non abbia un indice dei
nomi alla fine, nonostante si presenti come uno scritto pi politico e meno
personale. Singolare anche il fatto che non sia esplicitato se a porre ogni
domanda a Moretti sia Rossana Rossanda o Carla Mosca. Dove invece il discorso
ha assunto una forma organica (Franceschini e Peci), il lettore indotto a credere
di leggere direttamente ci che il protagonista ha scelto di raccontare e tende a
dimenticare la mediazione dellintervistatore nella selezione dei contenuti: in
171
questo modo viene coinvolto maggiormente sul piano emotivo. Lautobiografia di
Morucci, infine, stata scritta dallex-brigatista, ma comunque sulla base di
interrogativi venuti fuori in alcune discussioni con Pino Casamassima, a cui ogni
tanto si rivolge mentre scrive.
Un altro elemento di cui bisogna tenere conto lidentit dei curatori-
intervistatori delle opere. Molti dei curatori sono dei giornalisti professionisti.
Lautobiografia di Franceschini stata curata da Pier Vittorio Buffa, giornalista
che ha lavorato a lungo per il settimanale LEspresso e per altri periodici dello
stesso gruppo editoriale, e da Franco Giustolisi, inviato speciale che ha lavorato
per Paese Sera, Il Giorno, la Rai (Tv Sette) e attualmente scrive per L'Espresso.
Nel 2003 Giustolisi ha partecipato al volume collettivo Tra storia e memoria. 12
agosto 1944: la strage di Sant'Anna di Stazzema, edito da Carocci. Dal 1996
conduce la sua battaglia per far luce sull'Armadio della vergogna. In questi anni
stato uno dei pi attivi promotori delle diverse iniziative a favore della
costituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi nazifasciste.
Renato Curcio, invece, stato intervistato da Mario Scialoja, uno dei maggiori
giornalisti dinchiesta italiani, anche lui inviato dellEspresso. Mario Moretti
stato intervistato da Rossana Rossanda, tra i fondatori de Il manifesto, e da Carla
Mosca, giornalista della Rai (del Giornale Radio) che si occupata a lungo di
cronaca giudiziaria. Si distaccano da questo scenario Pino Casamassima e
Giordano Bruno Guerri. Pino Casamassima, quasi invisibile interlocutore di
Morucci, un giornalista che ha a lungo lavorato per Il giornale di Brescia e per
LIndipendente ed autore di una ventina di libri riguardanti l'automobilismo, la
musica, la cronaca politica. Il curatore dellautobiografia di Peci Giordano
Bruno Guerri, al momento dellintervista direttore editoriale della Mondadori e
discusso autore di opere sul regime fascista che, rievocando fatti personali dei
personaggi analizzati, propongono una lettura sentimentale del fascismo.

Coincidenze lessicali
rilevante il fatto che tutti i brigatisti considerati, eccetto Morucci
chiamino le Br lorganizzazione e parlino di compagni: lo fa anche Peci, che
pure ha rotto con essi nel modo pi tragico.
172
Molto forte limpatto della parola assassini, usata da Morucci: Cio, per
chiamare le cose con il loro nome, come ho fatto a diventare un assassino, un
reprobo
14
.
Lo stesso termine assassini usato anche, a pi riprese, da Peci, anche se
in questo caso difficile dire se il termine comporti un giudizio morale sullintero
operato delle Brigate Rosse o solamente sullassassinio del fratello. Questa
coincidenza lessicale tra Morucci e Peci mostra come siano proprio loro due, tra
gli autori considerati, quelli che pi hanno preso le distanze dalle Brigate Rosse e
dalla loro esperienza passata in questa organizzazione. A questo proposito utile
evidenziare come Franceschini, riferendo dellimbarazzo nellusare il verbo
giustiziare per definire luccisione di un prigioniero Sossi con cui i brigatisti
hanno raggiunto un certo grado di intimit, non prenda mai neanche in
considerazione la possibilit di usare il termine assassinare, termine che fa
perdere allatto di togliere la vita tutte le valenze politiche, lasciando solo quelle
puramente criminali:
Prima di avere Sossi con noi dicevamo che, se le cose non fossero andate
nel modo giusto, lo avremmo giustiziato. Ma usavamo questa parola come fosse
scritta su un libro, in modo impersonale, riferendo di un atto formale come , ai
fini della storia, una fucilazione. Vivendo con lui, provvedendo ai suoi bisogni
elementari, vedendolo piangere, non ci commuovevamo certo, ma la frase lo
giustiziamo Spar dai nostri discorsi. Quando non ne potevamo fare a meno la
sostituivamo con alcune circonlocuzioni, senza mai entrare nei dettagli
15
.

Formazione scolastica
Nessuno dei brigatisti considerati sembra attribuire molta importanza alla
formazione scolastica, che passa in secondo piano rispetto a quella extra-
scolastica. Tra loro non c nessun laureato: non si laureano nemmeno coloro che
frequentano luniversit, cio Curcio (Sociologia), Franceschini (Ingegneria) e
Moretti (Economia e Commercio). Gallinari ha solo la licenza elementare. Questo
dato, per, non deve essere considerato come una tendenza generale delle Brigate
Rosse, in quanto, secondo i dati raccolti dal Progetto Memoria, il 21,7 % degli

14
Morucci 2004, p. 28.
15
Franceschini 1988, passim.
173
inquisiti per la loro appartenenza alle Brigate Rosse laureato
16
. Nessuno dei
brigatisti considerati ha una formazione scolastica umanistica: nessuno, infatti, ha
frequentato un liceo e quelli che hanno il diploma di maturit hanno studiato in un
istituto tecnico (anche Morucci, dopo aver provato ad andare al liceo artistico e a
quello linguistico, si iscritto ad una scuola alberghiera). Leggendo le
autobiografie, che mostrano una capacit dialettica sicuramente superiore alla
media, si pu dedurre, quindi, che la vera formazione della loro vita avvenuta in
un contesto extra-scolastico.
N Gallinari n Peci hanno il diploma superiore. Gallinari abbandona la scuola
allet di 12 anni, dopo un anno di scuole medie, e comincia a lavorare nei campi.
Peci, invece, frequenta lIstituto Tecnico industriale a Fermo, la stessa scuola che
frequenta Mario Moretti (anche se a quei tempi non si conoscono perch Moretti
pi grande). Lanno prima del diploma abbandona la scuola ed entra nelle Brigate
Rosse.
La vita interna alla scuola, comunque, garantisce ad entrambi un rapporto, pi o
meno consapevole, con la politica, o almeno con la ribellione contro
unistituzione. Questa politicizzazione giunge al punto che proprio per le azioni
compiute contro presidi e professori Peci viene avvicinato da alcuni emissari delle
Br:
Era un istituto tecnico, con parecchie specializzazioni, e ho scelto di fare
il tecnico industriale perch mi piaceva quel lavoro. Soprattutto mi piaciuto in
terza e in quarta, quando ho preso la specializzazione in informatica. Ho
cominciato ad imparare il linguaggio del calcolatore, a fare programmi, ma per il
resto lo studio mi annoiava come prima e mi trovavo a disagio in classe perch
essendo stato bocciato due volte ero sempre con i ragazzini. Era lepoca in cui a
scuola si poteva fare quasi tutto quel che ti pareva: fumare, dare del tu ai professori,
scrivere sui muri, fare cortei interni, e poi cera la possibilit di aggregazione,
perch durante le ore di laboratorio ci si riuniva tra classi diverse. Insomma, a
scuola abbiamo fatto le prime azioni
17
.

16
M. R. Prette, La mappa perduta, Sensibili alle foglie, 1994, p. 61.
17
Peci 1983, p. 37.
174
C da dire anche che non ne potevo pi della scuola. Mi mancava solo
un anno a finire, avrei potuto benissimo finire, trovare un lavoro, la ragazza ce
lavevo, eccetera, ma quella vita l per me non aveva pi molto interesse
18
.
Durante il primo inverno della nuova esperienza scolastica i termosifoni presero
a non funzionare. Faceva un freddo cane e part il primo sciopero degli studenti.
Uno sciopero che ovviamente influ molto su di me. [] La vergogna del palt
non mi imped di sentirmi coinvolto, appena partirono, nelle lotte per il
riscaldamento che non funzionava. Ma anche in quelle successive, contro i
provvedimenti disciplinari assunti dalla scuola, nella funzione del professore
facente funzione di preside in quella succursale. [] Dopo alcuni giorni fummo
sospesi con lavvertimento che saremmo stati espulsi se avessimo continuato. Alla
fine del trimestre trovammo chi un cinque, chi un quattro in condotta (politica
della differenziazione). A conclusione dellanno scolastico fummo tutti equiparati,
con un sei come voto massimo per tutti coloro i quali avevano partecipato alla
seconda parte della lotta [] un sei politico appunto. Del resto, almeno per me, le
insufficienze accumulate erano parecchie e la voglia di continuare la scuola ben
poca. Col nuovo anno ripresi le frequenze, ma riuscii a resistere solo per pochi
mesi. Gli interessi che mi attiravano ormai erano altri. Ma quellanno di scuola mi
insegn tanto
19
.
Franceschini non parla della sua formazione scolastica dice solo di essersi iscritto
alla facolt di Ingegneria, senza per laurearsi:
Studiai a Bologna per uno, due, tre anni, ma odiavo gli ingegneri, votati
ad un mestiere fatto di schemi, numeri, cifre
20
.
Moretti lunico tra i coetanei che frequenta, quasi tutti operai, a continuare gli
studi dopo le medie: si diploma allistituto tecnico industriale:
Io sono stato, credo, lunico che ha continuato a studiare dopo le medie,
allistituto tecnico industriale. Mi sono diplomato a Fermo
21
.
Curcio dopo le elementari viene mandato in un collegio di preti a
Centocelle dove viene bocciato. Mandato ad Imperia, riesce con difficolt a finire

18
Ivi, p. 42.
19
Gallinari 2006, p. 23.
20
Franceschini 1988, p. 13.
21
Moretti 1998, p. 3.
175
gli studi dellobbligo e inizia a lavorare. La madre, dopo aver rilevato una
pensione a San Remo che comincia a funzionare, insiste perch il figlio prosegua
gli studi:
Dissi che avrei voluto iscrivermi al liceo artistico: mi piaceva dipingere
anche se facevo degli scarabocchi. Ma tutti mi sconsigliarono: cosa combinerai
dopo con quella scuola? Diventerai un disoccupato cronico!. Allora mi ribellai di
nuovo: se proprio volete che faccia unaltra scuola sceglier a caso. E scelsi
aprendo lelenco telefonico. Capit un istituto per periti chimici di Albenga
22
.
Dopo il diploma, preso con voti molto alti, Curcio decide di non continuare gli
studi e si trasferisce a Genova, dove per un anno vive in modo precario grazie
piccoli espedienti. Poi, nellautunno 63, si trasferisce alla neonata Universit di
Trento per studiare Sociologia, tappa fondamentale per la sua maturazione
culturale e politica:
Mi rimasto un bel ricordo del corso di economia due tenuto da Nino Andreatta
e dal suo assistente Romano Prodi: eravamo solo in cinque a frequentarlo perch
il programma di studio era solido e loro venivano considerati molto rigorosi ed
esigenti
23
.
Dopo aver tentato il liceo artistico e quello linguistico, Morucci si iscrive alla
scuola alberghiera:
Anche se a scuola andavo male, o meglio, non ci andavo proprio,
mio padre non mi diceva granch. Forse aspettava pazientemente che
maturassi. Oppure stava l a chiedersi che cosa avesse sbagliato lui.
Nel 1966, dopo un anno perso al liceo artistico e un altro al
linguistico, pens che forse non ero portato per lo studio e mi iscrisse
alla scuola alberghiera
24
.
Qui Morucci organizza uno sciopero contro le condizioni di lavoro nellalbergo
nel quale impiegato insieme ai compagni di studi:
Cos anche l dopo un mesetto mi incazzai per come ci trattavano. Esternammo il
nostro malcontento, ma picche. Allora misi su quasi al completo gli altri del mio
turno e li portai fuori dallalbergo, sulla litoranea. Tutti in pantaloni neri e

22
Curcio 1993, p. 20.
23
Ivi, p. 32.
24
Morucci 2004, p. 59.
176
giacchetta di servizio a righine. Non avevano mai visto una roba del genere e si
preoccuparono. Cedettero. Un po
25
.

Formazione culturale
Peci e Gallinari mettono in evidenza un rapporto stretto con la lettura, che
potrebbe sembrare anomalo in persone che hanno abbandonato molto presto gli
studi. Parlano di letture giovanili che possono essere collegate alla tradizione
comunista:
Il primo libro politico che ho letto stato Il Manifesto di Marx e mi
piaciuto abbastanza. Poi ho letto alcuni opuscoli di Potere Operaio che mi portava
un conoscente, alcuni opuscoli di Lotta Continua, e i Pensieri di Mao, che mi
piacevano particolarmente per il loro contenuto filosofico. Ho letto anche qualche
cosa di Stalin, che mi piaceva moltissimo, allepoca era un po il mio eroe (ero
orgoglioso di essere nato lo stesso anno che morto lui, scherzavo sulla
trasmigrazione delle anime; ma poi ho saputo che sono nato lo stesso giorno di
Mussolini, il 29 luglio, e ci sono rimasto male). A mano a mano che mi
avvicinavo alla lotta armata leggevo sempre pi spesso cose sui tupamaros, lIRA
eccetera. Una volta entrato nellOrganizzazione, leggevo soprattutto i documenti
dellOrganizzazione, anche quelli vecchi
26
.
Ma la vera fascia di tempo penalizzata quella dedicata al sonno.
Riunioni e scritte sui muri si mangiano buona parte della notte anticipata del
contadino. Quando poi non sono impegnato in attivit pratiche, le ultime ore del
giorno si allungano immancabilmente nella lettura. Il Marx del Manifesto del
partito comunista, il London del Tallone di ferro, il Lenin del Che fare?, il Gorkij
della Madre, si abbinano a scritti sulla Resistenza come Il Monte Rosa sceso a
Milano di Pietro Secchia, o come I miei figli di pap Cervi
27
.
Per comprendere la formazione culturale di Gallinari, cresciuto a Reggio
Emilia, bisogna tenere conto del ruolo del contesto sociale e regionale in cui
cresciuto, cio lEmilia rossa tanto legata al PCI e alla Resistenza:

25
Ivi, p. 60.
26
Peci 1983, p. 38.
27
Gallinari 2006, p. 41-42.
177
Infatti, laltro grande elemento di formazione della mia adolescenza
legato alla relazione intrattenuta con quei vecchi comunisti che ho avuto la fortuna
di incontrare e conoscere. Tutte persone, vicini di casa o parenti che, nella
maggior parte dei casi, erano ex combattenti partigiani. [] E da l, da queste
relazioni e da questi rapporti, che ho conosciuto e avvicinato la politica. [] Era
al termine delle elementari, allorch iniziai a frequentare i compagni, non solo in
qualit di amici o di vicini di casa, ma in quanto persone che incontravo alla
sezione, o alla Casa del Popolo. [] Avvicinarsi alla politica tra gli undici e i
dodici anni stato perci (e penso lo sarebbe stato per chiunque a quellet) quasi
un gioco, un modo divertente per guadagnare unidentit e contrapporsi allaltra
realt qui da noi comunque viva e fulgida: quella della chiesa, della religione
28
.
Nel 1960, allet di nove anni, Gallinari partecipa al funerale dei morti di Reggio
Emilia.
Capivo il dolore per quei morti, ma ero troppo giovane per cogliere
nellinterezza la profondit e la miscela di quella rabbia e di quel dolore. Una
rabbia e un dolore che, invece, finiranno per essere un mio bagaglio, insieme alla
Resistenza, ai suoi simboli epici, come la vita e la morte dei sette fratelli Cervi. Il
tempo vi avrebbe aggiunto le lotte dei popoli, il Vietnam, e cos via: tutti
patrimoni e beni delluomo che ho voluto ereditare nel percorso della mia crescita
umana e politica
29
.
Franceschini, che come Gallinari vive a Reggio Emilia, evidenzia un filo
rosso tra la Resistenza e la sua esperienza nella lotta armata: non a caso, inizia la
sua autobiografia con il racconto di un partigiano che gli consegna unarma:
Non fu solo una consegna di armi: mi stava affidando i suoi ideali, la sua
giovinezza e la sua forza che non cerano pi. Non ci furono abbracci quando lo
lasciai
30
.
Franceschini parla anche di un avvenimento accaduto quando gi sono state
fondate le BR: alcuni partigiani li invitano a festeggiare il 25 aprile con loro.
Vanno con lui Mara, Curcio, Alfredo Bonavita

28
Ivi, p. 13-14.
29
Ivi, p. 29-30.
30
Franceschini 1988, p. 4
178
Sia Franceschini che Gallinari ricordano il loro comune interesse per Che
Guevara:
Il nostro mito era il Che, con il suo rifiuto del potere ufficiale, la sua
forza di non fermarsi mai. Prospero ne era un veneratore. Arrivava ogni sera in
motorino, alle otto, appena finito il lavoro nei campi. Partecipava attento alle
riunioni per poi ritirarsi nella stanza dei letti con in mano le Opere Scelte del
Che. Voleva leggerlo tutto, studiarlo, mandarlo a memoria. Ma dopo una decina di
minuti, regolarmente, si addormentava, con il volume a riparargli gli occhi dalla
luce. Noi lo coprivamo e lo lasciavamo dormire perch la mattina doveva partire
alle cinque, per tornare al lavoro nei campi. Credo non sia mai riuscito ad andare
oltre le prime pagine del libro
31
.
Lincontro con la politica avviene, per Moretti piuttosto tardi:
Per tutti gli anni che sono rimasto a Porto San Giorgio non ho conosciuto
realmente la politica, semplicemente perch nessuno la faceva. Quasi tutti i miei
amici erano operai che lavoravano sui pescherecci, nelle fabbriche di calzoleria o
di meccanica che si andavano diffondendo nella zona. Quando si andava a votare
in generale si votava comunista, ma tutto finiva li
32
.
la fabbrica, la Sit-Siemens, dove lavora in un reparto di tecnici, che Moretti
rivendica come principale palestra della sua formazione:
Vengo dalla Siemens, l ho imparato una professione, l ho visto le
regole che fanno girare il meccanismo del capitale e ho conosciuto la lotta di
classe. Vengo di l. E non tanto singolare.
Le BR vengono in gran parte dalla fabbrica
33
.
Curcio, come gi detto, terminati gli studi superiori, trascorre un periodo a
Genova, vivendo di espedienti. Periodo che, tra le altre cose, dedica alla lettura e
alla scrittura, attraverso la quale registra e riflette sulle sue esperienze:
Mi guardavano come un essere di un mondo diverso: uno strano tipo che
scriveva e passava ore sui libri. Perch io in quel periodo oltre a riempire i miei

31
Ivi, p. 30.
32
Moretti 1998, p. 3.
33
Ivi, p. 7
179
quaderni, leggevo di tutto, da Koestler a Kerouac, da Baudelaire al Diario minimo
di Eco
34
.
Seguendo il consiglio di un conoscente, Curcio, nel giugno 62, lascia Genova per
Trento dove si iscrive alla nuova facolt di sociologia. Curcio descrive gli anni
passati nelluniversit trentina come i pi importanti per la sua formazione
culturale, e non soltanto a livello accademico. Qui, in un clima culturale aperto e
aggiornato, inizia un intenso confronto intellettuale con altri studenti come Mauro
Rostagno, Marco Boato, Marianella Sclavi:
Direi comunque che, dal punto di vista formativo, quello stato il periodo pi
importante della mia vita. Nel senso che quellambiente stimol una straordinaria
sfida con me stesso. La sfida di riuscire a tenere il passo in una competizione
intellettuale dalla quale si poteva emergere in serie A o essere relegati sullo
sfondo
35
.
Riprendemmo a studiare la scuola di Francoforte, Adorno, Horkheimer,
Benjamin, Marcuse, ma anche Reich: non il Reich della rivoluzione sessuale, che
noi nel 67 avevamo gi vissuto anche se con qualche timidezza provinciale
ma quello dellanalisi della psicologia di massa del fascismo
36
.
Morucci ripercorre per diversi capitoli le tappe della propria formazione
culturale e politica. Il racconto degli anni precedenti linizio della militanza
politica in senso stretto li riattraversa alla ricerca dei molteplici e inafferrabili
segni che lasciano presagire il suo futuro nelle Br e dei passaggi fondamentali
che lo hanno condotto alla scelta della lotta armata:
Anche oggi, a ricostruire i passaggi della mia formazione, culturale, sociale o
politica che dir si voglia, sarebbe un arbitrio dire il punto qui. Questo arbitrio
meglio lasciarlo agli storici dAccademia, e a quelli di partito. Bianco o rosso
che sia. Quando lo fanno puoi stare certo per costruire una menzogna utile alla
causa del momento. come un gioco di prestigio. Fissare lattenzione su un punto
focale per nascondere limbroglio
37
.

34
Curcio 1993, p. 25.
35
Ivi, p. 28
36
Ivi, p. 37
37
Morucci 2004, p. 36
180
La musica (soprattutto De Andr, in particolare Il testamento, ma anche ) ed il
cinema (I pugni in tasca di Bellocchio ed i film proiettati al liceo Mameli) sono
elementi importanti della formazione di Morucci. Ma ancora prima vengono
linfanzia trascorsa per le strade di San Saba e le letture solitarie:
Anchio ho studiato per strada. Anchio a rubare frutta e farmi rincorrere da tutti
i portieri del vicinato. Coi figli dei salumieri e coi figli di medici e architetti. Era
interclassista la strada allora. Per, spesso, sfuggivo al richiamo della banda e
me ne stavo ore a leggere. Tutto, voracemente e disordinatamente. Li ricordo quei
titoli, li ricordo tutti. Di libri divertenti come Missili in girdino e di libri
drammatici come Cioccolato a colazione, passando per La luna tramontata e la
saga di Steinbeck sui reietti di Monterey. E andando a scavare l potrebbero
saltare fuori altri punti, altri momenti di un accumulo inconsapevole di
sensazioni e disagi che poi, dopo, sarebbero stati la base di assorbimento di tutto il
resto
38
.
Morucci si definisce pi volte un uomo dazione, piuttosto che un teorico:
Forse perch venivo da una famiglia di artigiani. Forse perch mio padre sapeva
aggiustare qualsiasi cosa con le mani e me lha insegnato. Forse perch ho
strascorso tanto tempo nella bottega di mio nonno a costruirmi spade e pugnali coi
pezzi di legno, ho sempre privilegiato il fare, lazione. E questo pu essere un
segno. Credo
39
.

Formazione scolastica
Nessuno dei brigatisti considerati sembra attribuire molta importanza alla
formazione scolastica, che passa in secondo piano rispetto a quella extra-
scolastica. Tra loro non c nessun laureato: non si laureano nemmeno coloro che
frequentano luniversit, cio Curcio (Sociologia), Franceschini (Ingegneria) e
Moretti (Economia e Commercio). Gallinari ha solo la licenza elementare. Questo
dato, per, non deve essere considerato come una tendenza generale delle Brigate
Rosse, in quanto, secondo i dati raccolti dal Progetto Memoria, il 21,7 % degli
inquisiti per la loro appartenenza alle Brigate Rosse laureato
40
. Nessuno dei

38
Ivi, p. 57.
39
Ivi, p. 60.
40
La Mappa Perduta, Sensibili alle Foglie, 1994, p. 61.
181
brigatisti considerati ha una formazione scolastica umanistica: nessuno, infatti, ha
frequentato un liceo e quelli che hanno il diploma di maturit hanno studiato in un
istituto tecnico (anche Morucci, dopo aver provato ad andare al liceo artistico e a
quello linguistico, si iscritto ad una scuola alberghiera). Leggendo le
autobiografie, che mostrano una capacit dialettica sicuramente superiore alla
media, si pu dedurre, quindi, che la vera formazione della loro vita avvenuta in
un contesto extra-scolastico.
N Gallinari n Peci hanno il diploma superiore. Gallinari abbandona la scuola
allet di 12 anni, dopo un anno di scuole medie, e comincia a lavorare nei campi.
Peci, invece, frequenta lIstituto Tecnico industriale a Fermo, la stessa scuola che
frequenta Mario Moretti (anche se a quei tempi non si conoscono perch Moretti
pi grande). Lanno prima del diploma abbandona la scuola ed entra nelle Brigate
Rosse.
La vita interna alla scuola, comunque, garantisce ad entrambi un rapporto, pi o
meno consapevole, con la politica, o almeno con la ribellione contro
unistituzione. Questa politicizzazione giunge al punto che proprio per le azioni
compiute contro presidi e professori Peci viene avvicinato da alcuni emissari delle
Br:
Era un istituto tecnico, con parecchie specializzazioni, e ho scelto di fare
il tecnico industriale perch mi piaceva quel lavoro. Soprattutto mi piaciuto in
terza e in quarta, quando ho preso la specializzazione in informatica. Ho
cominciato ad imparare il linguaggio del calcolatore, a fare programmi, ma per il
resto lo studio mi annoiava come prima e mi trovavo a disagio in classe perch
essendo stato bocciato due volte ero sempre con i ragazzini. Era lepoca in cui a
scuola si poteva fare quasi tutto quel che ti pareva: fumare, dare del tu ai professori,
scrivere sui muri, fare cortei interni, e poi cera la possibilit di aggregazione,
perch durante le ore di laboratorio ci si riuniva tra classi diverse. Insomma, a
scuola abbiamo fatto le prime azioni
41
.
C da dire anche che non ne potevo pi della scuola. Mi mancava solo
un anno a finire, avrei potuto benissimo finire, trovare un lavoro, la ragazza ce
lavevo, eccetera, ma quella vita l per me non aveva pi molto interesse
42
.

41
Peci 1983, p. 37.
42
Ivi, p. 42.
182
Durante il primo inverno della nuova esperienza scolastica i termosifoni presero
a non funzionare. Faceva un freddo cane e part il primo sciopero degli studenti.
Uno sciopero che ovviamente influ molto su di me. [] La vergogna del palt
non mi imped di sentirmi coinvolto, appena partirono, nelle lotte per il
riscaldamento che non funzionava. Ma anche in quelle successive, contro i
provvedimenti disciplinari assunti dalla scuola, nella funzione del professore
facente funzione di preside in quella succursale. [] Dopo alcuni giorni fummo
sospesi con lavvertimento che saremmo stati espulsi se avessimo continuato. Alla
fine del trimestre trovammo chi un cinque, chi un quattro in condotta (politica
della differenziazione). A conclusione dellanno scolastico fummo tutti equiparati,
con un sei come voto massimo per tutti coloro i quali avevano partecipato alla
seconda parte della lotta un sei politico appunto. Del resto, almeno per me, le
insufficienze accumulate erano parecchie e la voglia di continuare la scuola ben
poca. Col nuovo anno ripresi le frequenze, ma riuscii a resistere solo per pochi
mesi. Gli interessi che mi attiravano ormai erano altri. Ma quellanno di scuola mi
insegn tanto
43
.
Franceschini non parla della sua formazione scolastica dice solo di essersi iscritto
alla facolt di Ingegneria, senza per laurearsi:
Studiai a Bologna per uno, due, tre anni, ma odiavo gli ingegneri, votati
ad un mestiere fatto di schemi, numeri, cifre
44
.
Moretti lunico tra i coetanei che frequenta, quasi tutti operai, a continuare gli
studi dopo le medie: si diploma allistituto tecnico industriale:
Io sono stato, credo, lunico che ha continuato a studiare dopo le medie,
allistituto tecnico industriale. Mi sono diplomato a Fermo
45
.
Curcio dopo le elementari viene mandato in un collegio di preti a
Centocelle dove viene bocciato. Mandato ad Imperia, riesce con difficolt a finire
gli studi dellobbligo e inizia a lavorare. La madre, dopo aver rilevato una
pensione a San Remo che comincia a funzionare, insiste perch il figlio prosegua
gli studi:

43
Gallinari 2006, p. 23.
44
Franceschini 1988, p. 13.
45
Moretti 1998, p. 3.
183
Dissi che avrei voluto iscrivermi al liceo artistico: mi piaceva dipingere
anche se facevo degli scarabocchi. Ma tutti mi sconsigliarono: cosa combinerai
dopo con quella scuola? Diventerai un disoccupato cronico!. Allora mi ribellai di
nuovo: se proprio volete che faccia unaltra scuola sceglier a caso. E scelsi
aprendo lelenco telefonico. Capit un istituto per periti chimici di Albenga
46
.
Dopo il diploma, preso con voti molto alti, Curcio decide di non continuare gli
studi e si trasferisce a Genova, dove per un anno vive in modo precario grazie
piccoli espedienti. Poi, nellautunno 63, si trasferisce alla neonata Universit di
Trento per studiare Sociologia, tappa fondamentale per la sua maturazione
culturale e politica:
Mi rimasto un bel ricordo del corso di economia due tenuto da Nino Andreatta
e dal suo assistente Romano Prodi: eravamo solo in cinque a frequentarlo perch
il programma di studio era solido e loro venivano considerati molto rigorosi ed
esigenti
47
.
Dopo aver tentato il liceo artistico e quello linguistico, Morucci si iscrive alla
scuola alberghiera:
Anche se a scuola andavo male, o meglio, non ci andavo proprio,
mio padre non mi diceva granch. Forse aspettava pazientemente che
maturassi. Oppure stava l a chiedersi che cosa avesse sbagliato lui.
Nel 1966, dopo un anno perso al liceo artistico e un altro al
linguistico, pens che forse non ero portato per lo studio e mi iscrisse
alla scuola alberghiera
48
.
Qui Morucci organizza uno sciopero contro le condizioni di lavoro nellalbergo
nel quale impiegato insieme ai compagni di studi:
Cos anche l dopo un mesetto mi incazzai per come ci trattavano. Esternammo il
nostro malcontento, ma picche. Allora misi su quasi al completo gli altri del mio
turno e li portai fuori dallalbergo, sulla litoranea. Tutti in pantaloni neri e
giacchetta di servizio a righine. Non avevano mai visto una roba del genere e si
preoccuparono. Cedettero. Un po
49
.

46
Curcio 1993, p. 20.
47
Ivi, p. 32.
48
Morucci 2004, p. 59.
49
Ivi, p. 60.
184

Formazione culturale
Peci e Gallinari mettono in evidenza un rapporto stretto con la lettura, che
potrebbe sembrare anomalo in persone che hanno abbandonato molto presto gli
studi. Parlano di letture giovanili che possono essere collegate alla tradizione
comunista:
Il primo libro politico che ho letto stato Il Manifesto di Marx e mi
piaciuto abbastanza. Poi ho letto alcuni opuscoli di Potere Operaio che mi portava
un conoscente, alcuni opuscoli di Lotta Continua, e i Pensieri di Mao, che mi
piacevano particolarmente per il loro contenuto filosofico. Ho letto anche qualche
cosa di Stalin, che mi piaceva moltissimo, allepoca era un po il mio eroe (ero
orgoglioso di essere nato lo stesso anno che morto lui, scherzavo sulla
trasmigrazione delle anime; ma poi ho saputo che sono nato lo stesso giorno di
Mussolini, il 29 luglio, e ci sono rimasto male). A mano a mano che mi
avvicinavo alla lotta armata leggevo sempre pi spesso cose sui tupamaros, lIRA
eccetera. Una volta entrato nellOrganizzazione, leggevo soprattutto i documenti
dellOrganizzazione, anche quelli vecchi
50
.
Ma la vera fascia di tempo penalizzata quella dedicata al sonno.
Riunioni e scritte sui muri si mangiano buona parte della notte anticipata del
contadino. Quando poi non sono impegnato in attivit pratiche, le ultime ore del
giorno si allungano immancabilmente nella lettura. Il Marx del Manifesto del
partito comunista, il London del Tallone di ferro, il Lenin del Che fare?, il Gorkij
della Madre, si abbinano a scritti sulla Resistenza come Il Monte Rosa sceso a
Milano di Pietro Secchia, o come I miei figli di pap Cervi
51
.
Per comprendere la formazione culturale di Gallinari, cresciuto a Reggio
Emilia, bisogna tenere conto del ruolo del contesto sociale e regionale in cui
cresciuto, cio lEmilia rossa tanto legata al PCI e alla Resistenza:
Infatti, laltro grande elemento di formazione della mia adolescenza
legato alla relazione intrattenuta con quei vecchi comunisti che ho avuto la fortuna
di incontrare e conoscere. Tutte persone, vicini di casa o parenti che, nella
maggior parte dei casi, erano ex combattenti partigiani. [] E da l, da queste

50
Peci 1983, p. 38.
51
Gallinari 2006, p. 41-42.
185
relazioni e da questi rapporti, che ho conosciuto e avvicinato la politica. [] Era
al termine delle elementari, allorch iniziai a frequentare i compagni, non solo in
qualit di amici o di vicini di casa, ma in quanto persone che incontravo alla
sezione, o alla Casa del Popolo. [] Avvicinarsi alla politica tra gli undici e i
dodici anni stato perci (e penso lo sarebbe stato per chiunque a quellet) quasi
un gioco, un modo divertente per guadagnare unidentit e contrapporsi allaltra
realt qui da noi comunque viva e fulgida: quella della chiesa, della religione
52
.
Nel 1960, allet di nove anni, Gallinari partecipa al funerale dei morti di Reggio
Emilia.
Capivo il dolore per quei morti, ma ero troppo giovane per cogliere
nellinterezza la profondit e la miscela di quella rabbia e di quel dolore. Una
rabbia e un dolore che, invece, finiranno per essere un mio bagaglio, insieme alla
Resistenza, ai suoi simboli epici, come la vita e la morte dei sette fratelli Cervi. Il
tempo vi avrebbe aggiunto le lotte dei popoli, il Vietnam, e cos via: tutti
patrimoni e beni delluomo che ho voluto ereditare nel percorso della mia crescita
umana e politica
53
.
Franceschini, che come Gallinari vive a Reggio Emilia, evidenzia un filo
rosso tra la Resistenza e la sua esperienza nella lotta armata: non a caso, inizia la
sua autobiografia con il racconto di un partigiano che gli consegna unarma:
Non fu solo una consegna di armi: mi stava affidando i suoi ideali, la sua
giovinezza e la sua forza che non cerano pi. Non ci furono abbracci quando lo
lasciai
54
.
Franceschini parla anche di un avvenimento accaduto quando gi sono state
fondate le BR: alcuni partigiani li invitano a festeggiare il 25 aprile con loro.
Vanno con lui Mara, Curcio, Alfredo Bonavita
Sia Franceschini che Gallinari ricordano il loro comune interesse per Che
Guevara:
Il nostro mito era il Che, con il suo rifiuto del potere ufficiale, la sua
forza di non fermarsi mai. Prospero ne era un veneratore. Arrivava ogni sera in
motorino, alle otto, appena finito il lavoro nei campi. Partecipava attento alle

52
Ivi, p. 13-14.
53
Ivi, p. 29-30.
54
Franceschini 1988, p. 4
186
riunioni per poi ritirarsi nella stanza dei letti con in mano le Opere Scelte del
Che. Voleva leggerlo tutto, studiarlo, mandarlo a memoria. Ma dopo una decina di
minuti, regolarmente, si addormentava, con il volume a riparargli gli occhi dalla
luce. Noi lo coprivamo e lo lasciavamo dormire perch la mattina doveva partire
alle cinque, per tornare al lavoro nei campi. Credo non sia mai riuscito ad andare
oltre le prime pagine del libro
55
.
Lincontro con la politica avviene, per Moretti piuttosto tardi:
Per tutti gli anni che sono rimasto a Porto San Giorgio non ho conosciuto
realmente la politica, semplicemente perch nessuno la faceva. Quasi tutti i miei
amici erano operai che lavoravano sui pescherecci, nelle fabbriche di calzoleria o
di meccanica che si andavano diffondendo nella zona. Quando si andava a votare
in generale si votava comunista, ma tutto finiva li
56
.
la fabbrica, la Sit-Siemens, dove lavora in un reparto di tecnici, che Moretti
rivendica come principale palestra della sua formazione:
Vengo dalla Siemens, l ho imparato una professione, l ho visto le
regole che fanno girare il meccanismo del capitale e ho conosciuto la lotta di
classe. Vengo di l. E non tanto singolare.
Le BR vengono in gran parte dalla fabbrica
57
.
Curcio, come gi detto, terminati gli studi superiori, trascorre un periodo a
Genova, vivendo di espedienti. Periodo che, tra le altre cose, dedica alla lettura e
alla scrittura, attraverso la quale registra e riflette sulle sue esperienze:
Mi guardavano come un essere di un mondo diverso: uno strano tipo che
scriveva e passava ore sui libri. Perch io in quel periodo oltre a riempire i miei
quaderni, leggevo di tutto, da Koestler a Kerouac, da Baudelaire al Diario minimo
di Eco
58
.
Seguendo il consiglio di un conoscente, Curcio, nel giugno 62, lascia Genova per
Trento dove si iscrive alla nuova facolt di sociologia. Curcio descrive gli anni
passati nelluniversit trentina come i pi importanti per la sua formazione
culturale, e non soltanto a livello accademico. Qui, in un clima culturale aperto e

55
Ivi, p. 30.
56
Moretti 1998, p. 3.
57
Ivi, p. 7
58
Curcio 1993, p. 25.
187
aggiornato, inizia un intenso confronto intellettuale con altri studenti come Mauro
Rostagno, Marco Boato, Marianella Sclavi:
Direi comunque che, dal punto di vista formativo, quello stato il periodo pi
importante della mia vita. Nel senso che quellambiente stimol una straordinaria
sfida con me stesso. La sfida di riuscire a tenere il passo in una competizione
intellettuale dalla quale si poteva emergere in serie A o essere relegati sullo
sfondo
59
.
Riprendemmo a studiare la scuola di Francoforte, Adorno, Horkheimer,
Benjamin, Marcuse, ma anche Reich: non il Reich della rivoluzione sessuale, che
noi nel 67 avevamo gi vissuto anche se con qualche timidezza provinciale
ma quello dellanalisi della psicologia di massa del fascismo
60
.
Morucci ripercorre per diversi capitoli le tappe della propria formazione
culturale e politica. Il racconto degli anni precedenti linizio della militanza
politica in senso stretto li riattraversa alla ricerca dei molteplici e inafferrabili
segni che lasciano presagire il suo futuro nelle Br e dei passaggi fondamentali
che lo hanno condotto alla scelta della lotta armata:
Anche oggi, a ricostruire i passaggi della mia formazione, culturale, sociale o
politica che dir si voglia, sarebbe un arbitrio dire il punto qui. Questo arbitrio
meglio lasciarlo agli storici dAccademia, e a quelli di partito. Bianco o rosso
che sia. Quando lo fanno puoi stare certo per costruire una menzogna utile alla
causa del momento. come un gioco di prestigio. Fissare lattenzione su un punto
focale per nascondere limbroglio
61
.
La musica (soprattutto De Andr, in particolare Il testamento, ma anche ) ed il
cinema (I pugni in tasca di Bellocchio ed i film proiettati al liceo Mameli) sono
elementi importanti della formazione di Morucci. Ma ancora prima vengono
linfanzia trascorsa per le strade di San Saba e le letture solitarie:
Anchio ho studiato per strada. Anchio a rubare frutta e farmi rincorrere da tutti
i portieri del vicinato. Coi figli dei salumieri e coi figli di medici e architetti. Era
interclassista la strada allora. Per, spesso, sfuggivo al richiamo della banda e
me ne stavo ore a leggere. Tutto, voracemente e disordinatamente. Li ricordo quei

59
Ivi, p. 28
60
Ivi, p. 37
61
Morucci 2004, p. 36
188
titoli, li ricordo tutti. Di libri divertenti come Missili in girdino e di libri
drammatici come Cioccolato a colazione, passando per La luna tramontata e la
saga di Steinbeck sui reietti di Monterey. E andando a scavare l potrebbero
saltare fuori altri punti, altri momenti di un accumulo inconsapevole di
sensazioni e disagi che poi, dopo, sarebbero stati la base di assorbimento di tutto il
resto
62
.
Morucci si definisce pi volte un uomo dazione, piuttosto che un teorico:
Forse perch venivo da una famiglia di artigiani. Forse perch mio padre sapeva
aggiustare qualsiasi cosa con le mani e me lha insegnato. Forse perch ho
strascorso tanto tempo nella bottega di mio nonno a costruirmi spade e pugnali coi
pezzi di legno, ho sempre privilegiato il fare, lazione. E questo pu essere un
segno. Credo
63
.

Dinamiche familiari e valori precostituiti
I militanti delle Brigate Rosse provengono da contesti anche molto lontani
tra loro. Si tratta, tuttavia, sempre di un contesto abbastanza umile: nessuno di
loro proviene da classi superiori alla piccola borghesia.
Patrizio Peci nasce nelle Marche, in un paese di quattro mila abitanti. Il padre un
muratore che, pur votando socialista, non mai stato partigiano (come invece i
giornali avevano scritto). Sul rapporto tra la sua famiglia e la sua iniziazione
politica scrive:
Ma chiunque a San Benedetto potrebbe testimoniare che ero quello che si
dice un bravo ragazzo e che la mia era una famiglia normale, normalissima. [] Il
padre di mia madre ha avuto delle noie con i fascisti e fatto il partigiano, per il
poco tempo che ci fu da farlo nelle Marche, e mia madre ci raccontava sempre di
come erano cattivi i fascisti, ma parlava di individui, di fascisti del luogo, senza
farne una questione politica. Laltro nonno era spazzino. Lantifascismo furioso
che poi ho vissuto a 18-20 anni, allepoca della mia iniziazione politica, era uno
dei miti della mia generazione, mica uneducazione familiare. In casa mia di

62
Ivi, p. 57.
63
Ivi, p. 60.
189
politica era proibito parlare. Letteralmente. Mia madre, soprattutto, e proprio per
quel che aveva sofferto suo padre, pensava che la politica fosse una cosa sporca
64

Peci ha uneducazione di forte impronta cattolica:
La mamma sempre stata religiosissima, forse anche perch una sua
cugina senta, quasi; insomma, beata, per ora. [] Noi fratelli sempre a messa,
regolare, con tutto il resto: cresima, comunione, oratorio, preti. Finch un giorno,
avr avuto 15 anni, mi capitata la crisi religiosa, come a tutti
65
.
I genitori di Peci gestiscono un pianobar-pizzeria-ristorante, in cui lavorano anche
i figli: Non ci mai mancato niente. Ma accidenti se abbiamo lavorato
66
.
Quella di Gallinari, come si evince dal titolo stesso della sua opera, una
famiglia contadina e il brigatista ritiene molto importanti queste origini nella
formazione del suo sistema di valori.
Nella mia vita, come in quella di tutti i ragazzi del mio tempo e della mia
terra, non c stata una presenza femminile interamente assorbita
dallallevamento, dal gioco e dalla cura dei figli. Mia madre non poteva
permetterselo. Doveva lavorare dallalba al tramonto. Lunico modo di stare con
me era quello di caricarmi sulle spalle, portandomi nei campi dove andava a
lavorare. Mi scaricava a terra e di l iniziavo a muovermi nella vita
67
.
Ritengo che le origini contadine siano state un fattore fondamentale del
mio modo di affrontare la vita, non solo per via di una genetica e primigenia
appartenenza alla terra in quanto tale, ma anche perch si tratta di quella terra: la
terra emiliana. [] La cultura di quel mondo contadino, da una parte, una
cultura resistente, costretta da sempre a fronteggiare la natura, le stagioni e le
intemperie, con i raccolti incerti fino allultimo momento; dallaltra, proprio per
queste condizioni, una cultura anche temperata e tollerante
68
.
Particolarmente importante il rapporto di Gallinari con il nonno, che egli
ritiene una figura fondamentale nella propria formazione:

64
Peci 1983, p. 22.
65
Ivi, p. 23.
66
Ivi, p. 32
67
Gallinari 2006, p .11.
68
Ivi, p. 10.
190
E certamente la persona alla quale sono stato pi legato, a cui ho voluto
pi bene e del quale ho i ricordi pi belli. stato dai suoi racconti, che ho iniziato
a sentir parlare di antifascismo, di ribellione, di rigetto del comando imposto con
la violenza, di rifiuto di farsi mettere i piedi in testa. stata una delle vie
attraverso le quali, per sentieri e percorsi famigliari, ho iniziato ad avvicinarmi
alla politica
69
.
Moretti nasce nel 1946 da una famiglia povera, il clima politico che respira
quello di un antifascismo fatto soprattutto di rabbia e rancore:
[parlando dellinfanzia] La ricordo come un periodo felice, i miei erano
poveri, a casa si mangiava soprattutto pane e mortadella ma ci andava benissimo
cos. Mio padre votava comunista, come gli amici che da bambino vedevo per
casa, ma in quel periodo e da quelle parti la gente si sentiva soprattutto
antifascista, contro quello che il fascismo aveva lasciato in eredit e non era
mutato.
Non capivo bene, lo percepivo come un rancore sordo che serpeggiava nei
discorsi, ma soprattutto nei silenzi tra le persone che conoscevo. Tra mio padre e
un mio zio materno; tra due miei zii, entrambi reduci da una lunga prigionia in
Africa, in un campo di concentramento degli alleati; uno di loro aveva imparato
insieme allinglese anche le idee liberal-democratiche, laltro era tornato pi
fascista di prima
70
.
Curcio, nato da una diciottenne pugliese immigrata a Roma che non pu
prendersi cura di lui, viene cresciuto da una famiglia di Torre Pellice, sui monti
piemontesi, dove abitano anche i suoi zii. Sono soprattutto questi monti e la loro
natura, a segnare la sua infanzia:
A lui potrei dire che i simboli forti della mia infanzia sono tutti legati
allambiente naturale in cui sono cresciuto: la montagna, le sue valli, le sue
sorgenti e tutto ci che rappresentano
71
.
Anche della morte dello zio Armando, partigiano ucciso dai nazisti, Curcio non
coglie subito il significato politico.

69
Ivi, p. 21.
70
Moretti 1998, p. 3.
71
Curcio 1993, p. 15.
191
[rispondendo alla domanda: Lo zio partigiano ammazzato dai nazisti
unimmagine che poi ha contato per te?] Moltissimo dal punto di vista umano e
affettivo. Sul piano politico non direi. Per tanti anni non ho attribuito nessuna
valenza politica al dolore di quel ricordo.
Solo molto pi tardi quando ero gi a Trento, ho scoperto il significato della morte
di zio Armando
72
.
Franceschini figlio di un operaio metalmeccanico delle Reggiane, iscritto
al Pci:
Ero comunista dalla nascita. Mio padre era stato membro della cellula del
Pci alle Reggiane []. Mio padre e mia madre, sposatisi nel 1945, andarono ad
abitare, come tanti altri, nella federazione del Partito. E io fui concepito in quella
loro prima casa, una stanza ricavata dalla soffitta di un palazzo da cui sventolava
la bandiera rossa. []. Non ho mai letto n ascoltato favole. Per me lo
diventavano i racconti del nonno, il padre di mio padre, uno dei primi, a Reggio,
uscito dal Partito socialista nel 21 per fondare il Pci. Mi diceva dei suoi anni di
galera e confino insieme ai leader del partito, a Pajetta, Secchia, Amendola, del
suo accorrere in montagna, bench non pi giovane, per combattere la guerra
partigiana. [] Il suo nemico era diventato Kruscev, il destalinizzatore. Sembrava
odiarlo pi di quanto non avesse odiato Mussolini, tanto da dirmi, se aveva in
corpo pi rabbia del solito, che in fondo il capo del fascismo, quando non aveva
ancora preso il potere, era un rivoluzionario. Secondo mio nonno Kruscev era un
revisionista. [] Poi veniva da me, ero diventato una specie di suo confessore, e
mi parlava per ore. Io non volevo interromperlo, anche per paura di dargli ragione,
di andare quindi contro mio padre. Ma il mio cuore era con lui
73
.
Franceschini non si sofferma a parlare della madre, il padre, invece, citato in
pi punti. Raccontando il momento del suo passaggio alla clandestinit
inizialmente tenuta nascosta a familiari e conoscenti Franceschini ricorda il
modo in cui il padre considera la sua scelta di intraprendere la lotta armata:
Non mi chiese dovero n cosa facessi. E immaginai un padre che aveva
capito. Cinque anni dopo, durante un colloquio nel carcere di Saluzzo, mi
conferm che aveva veramente capito. Aveva letto delle prime azioni firmate

72
Ivi, p. 17.
73
Franceschini 1988, pp. 25-26.
192
Brigate rosse e scommise con se steso che io non ero andato a Milano per studiare
ingegneria. Era sempre stato sicuro di vincerla, quella scommessa. Condannai la
tua scelta, mi disse, ma decisi anche che eri e restavi mio figlio. Non ti avrei
mai appoggiato ma nemmeno osteggiato
74
.
La scelta della lotta armata infatti interpretata da Franceschini anche come una
fuga dalla vita che il padre immaginava per lui:
Capii che la scelta della lotta armata non era per me soltanto politica,
ideologica. In quel momento, almeno, non mi apparve tale. Con quel piccolo fal
(dei documenti di identit, n.d.R.) avevo preso in mano la mia vita, fino in fondo.
Quante volte avevo pensato al mio futuro di ingegnere, perch questo avrei
dovuto fare nella mia vita. Me lo aveva consigliato mio padre al quale era rimasta
ben impressa una frase di Togliatti: Fate studiare i vostri figli. Sin da quandero
ragazzino mi diceva di diventare ingegnere cos nella vita, sosteneva, nessuno mi
avrebbe dato degli ordini. Per lui, operaio metalmeccanico, lingegnere era il
comando, la persona che dava ordini. Alla fine degli anni cinquanta, dopo la
destalinizzazione, quando aveva perso fiducia nel socialismo e nella possibilit
della rivoluzione, aveva cambiato versione: voleva che diventassi ingegnere per
star bene e costruire il socialismo per me. Io studiavo ma la tesi del socialismo
per me non mi convinceva e riuscii a trovare una mediazione tra mio padre, il
mio futuro e la rivoluzione: avrei scelto lindirizzo minerario per andare a
Cuba
75
.
La difesa orgogliosa delle proprie scelte, spesso disapprovate dal padre,
ricordata da Franceschini tra i motivi del pervicace attaccamento al progetto delle
Brigate Rosse:
Ma io non volevo tornare a Reggio Emilia, non volevo, con la mia resa,
dare ragione ai compagni del Pci che mi avevano criticato, a mio padre che mi
avrebbe voluto veder rimanere nel partito [dal quale era uscito dopo la
manifestazione contro la Nato davanti alla base di Miramare nel 1969, n.d.R]
76
.

74
Ivi, p. 13.
75
Ivi, pp. 14-15.
76
Ivi. p. 44.
193
Anche Morucci parla del padre e del nonno, ma nomina la madre una sola
volta, di sfuggita. Anche la famiglia del postino delle Br di tradizione
comunista, il padre stato partigiano e fa lartigiano. Di questi Morucci scrive:
Era comunista, come tutti in famiglia, da una parte e dallaltra. Un comunista
non militante, disilluso. Incazzato ma disilluso. Aveva studiato per le strade di
San Saba, andando a rubare la frutta nel giardino dei preti e, a proposito di questi,
imprecando quando vedeva ogni ben di Dio, e cera la fame, scaricato nella villa
dei parenti di papa Pacelli che era l dietro. Poi cacciando rane negli acquitrini
delle terme di Caracolla e facendo il bagno nelle marrane di periferia. Come
Alberto Sordi che ci faceva Tarzan col pezzo di legno in mezzo ai denti. Per ho
ancora fissato negli occhi il ricordo di due libri sul suo comodino. Solo quei due,
gli altri non li ricordo. Erano Herzog e Il tropico del cancro. Mi chiedo ancora
come ci fossero finiti. E ci aveva riempito casa di libri
77
.
Un episodio dellinfanzia segna un passaggio importante nella crescita di
Morucci. Cercando di far funzionare un registratore questi rischia di danneggiare
lapparecchio, ma, per paura, sostiene davanti al padre di non essere responsabile
dellaccaduto. Il padre gli d uno schiaffo:
Non mi picchi per il presunto danno poi riusc a fermare il nastro ma
perch ero sfuggito alle mie responsabilit. Una lezione non da poco se ancora me
la ricordo. Me la sono ricordata sempre
78
.
Lo scontro politico e generazionale con il padre indicato da Morucci come
passaggio importante nella sua formazione. Nel 68 lex brigatista prende parte
alla contestazione. Il padre non lo ostacola ma non approva. Lepisodio che
simboleggia la rottura apparentemente futile: una lite sulla sistemazione di una
libreria, arrangiata dal giovane Morucci nel salotto appena rimesso a posto dalla
famiglia:
Lui a urlare e io a urlargli contro. Con le nuove parole del lessico rivoluzionario.
Era un piccolo borghese che alla sostanza. E via cos tutta la filippica. Una
frattura. Netta. Il Padre era ucciso. La storia poteva andare avant
79
.

77
Morucci 2004, p. 57.
78
Ivi, p. 48.
79
Ivi, p. 63.
194
Il padre viene rievocato da Morucci anche in un racconto, apparso per la prima
volta nel 94, inserito nel testo del 2004:
Mio padre per non mi indottrin mai, non mi prese da parte per dirmi chi, nel
mondo, erano i buoni e i cattivi. I tedeschi, quelli s, erano bastardi. Ma era
storia passata. La guerra in Grecia. La prigionia dopo l8 settembre. Le minacce, i
compagni ammazzati per nulla. La fame: raschiare gli ultimi brandelli di carne
dagli ossi di un cavallo morto. La fuga. La pattuglia che riesce a colpirlo con un
proiettile che gli spappola un osso del braccio. Poi il rifugio presso i titoisti
jugoslavi e il rocambolesco viaggio di ritorno fino a Roma. Racconti di guerra.
Sulloggi poco o nulla. Preferiva, forse, che capissi da solo. Ogni tanto andavo
con lui alla sezione di Macao del PCI, mi portava alle manifestazioni del Primo
Maggio, ma non ricordo niente di pi
80
.

Affetti
Anche gli affetti sono subordinati alle regole rigide della militanza, che
impongono che questi siano vissuti esclusivamente allinterno
dellorganizzazione. Per un regolare gli amici coincidono con i compagni, e anche
le donne devono essere a loro volta delle regolari.
Sei nellastrazione di una lotta nella quale il pi piccolo errore pu avere
conseguenze, sei totalmente vincolato alle sue necessit, obbligato ad attraversare
luniverso delle relazioni imponendoti di ignorarne la consistenza. Proprio come
un fantasma passa attraverso i muri
81
.
Prospero uno di quelli con cui mi intendevo, dacciaio, proprio
dacciaio, fatto cos. un vecchio contadino del Pci. Prospero
importantissimo. un vecchio amico. Siamo in due carceri diversi, sono anni che
non ci vediamo
82
.
Peci vive un rapporto di amore con Maria Rosaria Roppoli, che pure
allinizio non una regolare. Sar lei che organizzer il rapimento di Roberto, il
fratello di Peci per punire la sua decisione di pentirsi e collaborare con la
giustizia:

80
Ivi, pp. 73-74.
81
Moretti 1998, p. 32.
82
Ivi, p. 243.
195
Finalmente si rassicurata e io ho capito che laspetto fisico non importante,
che contano solo i valori umani. Ci siamo affezionati moltissimo, anzi diciamo
proprio innamorati
83
.
E stata lei che dal carcere ha lanciato lidea della vendetta tramite il rapimento,
che poi lOrganizzazione ha cercato di sfruttare come strumento di pressione
antipentiti. Lo scopo era evidente ma cos schifoso da dover essere mascherato, e
allora ecco che inventano la storia del doppio arresto e del tradimento di
Roberto, cos in un colpo coinvolgono direttamente lui e screditano la mia scelta.
[] Roberto non poteva difendersi sparando ma non voleva neanche morire, visto
che non aveva colpa. Fece tutto quello che gli dissero di fare. Si disse traditore,
convalid la storia ridicola del doppio arresto, invit alla lotta armata, mi scrisse
cose terribili
84
.
Alasia, che poi morto in combattimento contro quelli della polizia
ammazzandone due, era un duro dal punto di vista militare, e lo si visto appunto
quando lo hanno preso. Ma dal punto di vista umano era un ragazzo
sensibilissimo, dolce, gentile
85
.
Peci deve fare i conti con i sensi di colpa nei confronti dei compagni con cui ha
condiviso molto e che, decidendo di collaborare con la giustizia, si trova a tradire:
Denunciare i tuoi compagni ti provoca anche pi problemi dei rimorsi per le
vittime che hai fatto. Si tratta di mandare in galera forse per sempre, e ormai sai
quant brutta la galera i compagni con i quali fino a ieri hai mangiato,
scherzato, creduto, combattuto e giocato a biliardino. Li ricordi tutti, uno per uno:
gli occhi, i modi di fare, le battute. Ricordi quella volta che parlasti di quando
avremmo vinto e avuto il potere, di quellaltra che lui ti disse della sua fidanzata,
di quando hai avuto paura e lui ti ha aiutato. Pensi alla sua faccia quando gli
diranno: Ti ha denunciato il Patrizio Peci. E allora non ce la fai. Ma poi
consideri che tanto, prima o dopo, in galera finiranno lo stesso, se saranno
fortunati e non moriranno in uno scontro a fuoco. Ti sembra di fargli un favore. E
sai che facendo arrestare loro salvi la vita di quelli che vogliono uccidere, ti

83
Peci 1983, p. 97.
84
Ivi, p. 207.
85
Ivi, p. 67.
196
sembra di riscattare cos quelli che hai ammazzato tu, di saldare parte del tuo
conto con lumanit. Cos parlai
86
.
Gallinari, molto schivo sulla sua vita sentimentale (allinizio della sua
autobiografia parla dei complessi nel suo rapporto con le donne, provocati dal
fatto che quando era ragazzo era da esse allontanato in quanto era solo un
contadino), parla della sua storia con Anna Laura Braghetti, conosciuta durante il
sequestro Moro. Si sposano in carcere il 24 agosto 1981:
Con Camilla [] c qualcosa di pi. Una storia damore. Abbiamo
vissuto insieme durante la maggior parte della mia latitanza. [] Nella condizione
della vita clandestina, spesso i rapporti sono prodotti dal caso, dalle necessit del
lavoro politico e organizzativo, dalle sezioni degli arresti. Ma con Camilla
Laura [] ho provato affinit profonde che mi hanno portato a vivere con lei
qualcosa di intenso. Il suo carattere, il valore che sa dare alle cose, la sua
modestia, il suo altruismo e la sua dolcezza, tutto questo mi ha portato a volerle
molto bene. Il mio arresto ha troncato il rapporto, ma non quello che provo per lei.
Adesso siamo in carcere tutti e due. La prima cartolina che mi scrive appena
uscita dallisolamento, la conferma che fra noi non cambiato nulla
87
.
Non certo per il valore del matrimonio o menate simili, ma semplicemente
perch sappiamo benissimo che quellatto burocratico il lasciapassare obbligato
per poterci vedere e abbracciare. [] Matrimonio civile, il 24 agosto del 1981.
Possono assistere solo i famigliari stretti, pi i testimoni, che sono Renato Curcio
e una compagna detenuta al femminile di Palmi per Laura, Bruno e il Nero per
me. [] Subito dopo due ore di colloquio straordinario concessi ai nuovi marito e
moglie. Un infinito di cose, sensazioni, stimoli, ricordi, cose da dirci e da darci
rapidamente in un tempo brevissimo. Siamo soli, con una guardia dietro il velo
che controlla, ma non sembrano interessargli molto le nostre effusioni. Laura ha
cambiato il vestito che portava alla cerimonia. Indossa un camicione larghissimo e
sotto niente
88
.
Laura al femminile con le altre compagne e riesco finalmente a rivederla dopo
la partenza improvvisa del matrimonio di Palmi. Parecchi compagni, Mario,

86
Ivi, p. 195.
87
Gallinari 2006, p. 261.
88
Ivi, pp. 261-262.
197
Maurizio, Remo, Salvatore, Piero. [] la prima volta che riesco ad abbracciarli
da quando, per cause di forza maggiore, non ci siamo pi visti. Ma non c solo la
gioia degli incontri dopo tanti anni di separazione. Ci sono anche gli imbarazzi e
le diffidenze provocati dalla situazione confusa e dalle lacerazioni politiche che ci
attraversano da mesi
89
.
Ma in realt il risultato era stato che la cura migliore al mio cuore laveva
apportata lei. Qualcosa aveva fatto uscire i nostri incontri dal rituale dellavvocato
e dellassistito. Un rapporto delicato, che non aveva bisogno di definizioni e che
accettava di esistere in un contatto di mani e in uno scambio di sorrisi. [] Le
cose tra me e Laura, nel frattempo, erano impercettibilmente mutate. Nella gabbia,
nei colloqui, constatavano con imbarazzata serenit lintiepidimento dei nostri
sentimenti. La lontananza, le difficolt di comunicazione, la mia stessa malattia
avevano lavorato male tra noi. Il grande effetto e lenorme vissuto in comune
restavano intatti, ma erano stati privati del non so che a cui si assegna la parola
amore
90
.
Gallinari parla del processo di Torino come di unoccasione per ritrovare quelli
che sono i suoi compagni e amici:
Il momento atteso sul piano umano, perch per la prima volta posso incontrare
compagni ai quali sono molto legato anche sul piano affettivo, e con cui ho
vissuto anni intensi in libert. [] Larrivo una festa, abbracci e baci,
chiacchiere e cene gustose
91
.
Franceschini parla in termini simili del suo trasferimento al carcere di
Palmi:
Mi piaceva quel carcere dai grandi camerini: mi dava unidea di tranquillit e vi
ritrovavo gli amici di sempre: Renato, Maurizio, Arialdo, Tonino, Roberto, il
Nero, Panizza, Prospero, il Biondo []
92

Franceschini parla a lungo di Renato e, soprattutto, di Mara, che a Milano vivono
insieme a lui. indicativo il fatto che inserisca nel titolo della sua autobiografia
proprio i nomi di Mara e Renato, mostrando cos, oltre ad una differenziazione tra

89
Ivi, pp. 275-276.
90
Ivi, p. 321.
91
Ivi, p. 127.
92
Franceschini 1988, p. 194.
198
le loro Brigate Rosse e quelle successive, un legame affettivo forte con i due
storici compagni:
Renato spendeva gran parte delle sue giornate a leggere e a prendere
appunti, illustrando poi a Mara la rivoluzione che stavamo andando a combattere.
Ma quando prendemmo le armi fu Mara a spiegare a Renato le prime regole da
clandestini, a inventare modi ingegnosi per risolvere i problemi che incontravamo.
Renato cercava di dire la sua, ma Mara in questi casi non lo lasciava parlare e
continuava a difendere fino in fondo le proprie idee. Anche io diventai come
Mara. Lasciammo a Renato il compito di elaborare la teoria [] Io e lei
pensavamo ai documenti falsi e alle armi, facevamo le inchieste, le azioni []. In
fondo tenevamo Renato come in un bozzolo e con Mara, quando ci accorgemmo
che ci comportavamo nello stesso modo, ne capimmo la ragione: lui era il
nostro teorico, per questo cercavamo tutti e due, istintivamente, di proteggerlo,
non facendogli pesare le tante, piccole beghe quotidiane. Ma, anche se non ce lo
siamo mai detti, lo ritenevamo assai poco adatto a confrontarsi con a realt. Noi,
Mara e io, eravamo diversi. Lei piena di voglia di vivere, di fare: se decideva di
raggiungere un obiettivo, qualunque fosse stato, nessun ostacolo lavrebbe
fermata
93
..
Lallontanamento dalle Brigate Rosse rappresenta, per Franceschini, un momento
difficile anche sul piano affettivo. Curcio infatti decisamente contrario alla sua
scelta:
Mentre dalla mia cella leggevo il documento di Renato, che un compagno del
piano di sotto mi aveva passato dalla finestra, pensai che quelle pagine erano il
segno di una grande debolezza. Ma anche il segnale che avrei cominciato a
percorrere da solo una nuova strada, lasciando tutto alle mie spalle, bruciando
ancora una volta le mie navi, come quando approdai a Milano e divenni
clandestino con il nome di Fiorini Giovanni. Non potevo che provare solitudine,
stavo perdendo il compagno, Renato, al quale ero stato pi legato, con cui avevo
condiviso le prime vittorie e le prime, dure, sconfitte. Forse me lo sarei trovato
addirittura contro
94
.

93
Ivi, p. 19.
94
Ivi, p. 206.
199
Moretti al momento di entrare in clandestinit taglia i ponti con la moglie e
con il figlio ancora piccolo:
Il distacco stato brusco e definitivo. Questi sono i prezzi di una scelta, li devi
pagare
95
.
Per dieci anni non ho saputo come vivessero, mia madre e mia moglie. Mi ero
imposto una censura rigida soprattutto per Marcello: riuscire a vederlo voleva dire
torturarmi, avevo per lui troppa tenerezza per non stare male
96
.
Il fatto che Moretti non parli della sua relazione con Barbara Balzerani
indicativo del carattere prevalentemente politico della sua autobiografia.
Curcio sposa, nellestate del 1969, Margherita Cagol che partecipa con lui
alla fondazione delle Brigate Rosse. Mara, questo il suo nome di battaglia,
viene uccisa il 5 giugno 1975, in un conflitto a fuoco con i carabinieri alla Cascina
Spiotta, dove tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse Vallarino Gancia.
Le parole di Curcio mostrano un rapporto ed un affetto che oltrepassano la
dimensione politica:
Con Margherita ho vissuto un rapporto di amore profondo che precede e
va oltre la nostra vicenda politica. Un amore che esiste ancora adesso
97
.
Curcio parla anche della sua amicizia, nata a Trento, con Mauro Rostagno, ucciso
in un agguato mafioso nel 1988:
Rostagno rappresenta per me lesperienza pi che ventennale di unamicizia
autentica e di un affetto potente, misti al fascino provocatorio della sua
intelligenza polimorfa. Lui non ha mai discusso le mie scelte, come io non ho mai
discusso le sue: ci siamo sempre accettati senza problemi. Perch lintensit delle
nostre esperienze comuni vissute per cinque anni, prima del mio ingresso nella
lotta armata, era tale da non consentire ai nostri diversi percorsi politici di
dividerci sul piano del rapporto umano. [] Continuare a voler bene a Rostagno
per me significa anche riflettere sulle responsabilit che la mia generazione ha
contratto nei confronti della sua morte
98
.

95
Moretti 1998, p. 30.
96
Ivi, p. 31.
97
Curcio 1993, p. 124.
98
Ivi, p. 30.
200
interessante notare come Gallinari chiami i compagni per nome (peccando
anche di anacronismo storico perch, durante la militanza, non sapeva i veri nomi
di nessuno, neanche della sua compagna che infatti, a volte, chiama con il nome di
battaglia di Camilla), e cos anche Franceschini. Peci cita sempre anche il
cognome, mostrando cos una maggiore distanza. Curcio utilizza sempre il solo
cognome, con leccezione della moglie, che chiama sempre Margherita (mentre,
tutti gli altri, la chiamano Mara, cio con il nome di battaglia). Anche Moretti
tende a chiamare i compagni per cognome, soprattutto per chiarezza, ma a volte,
per quelli cui pi vicino, soprattutto nel caso delle donne, usa il nome di
battesimo o quello di battaglia. Ad un certo punto viene ripreso dalle
intervistatrici proprio perch ha usato i nomi:
Raffaele, Rocco e Mariuccia?
Non so perch mi siano venuti i nomi di battesimo, forse una crisi di
sentimentalismo. Sono Raffaele Fiore, Rocco Micaletto, Carla Brioschi
99
.
Morucci, molto significativamente, parla molto raramente di Adriana
Faranda, sua compagna di vita per un lungo periodo e partecipe del suo percorso
politico (entrano nelle Br e le abbandonano insieme, insieme vengono arrestati il
29 maggio del 1979). Le uniche tracce di affetto sono nelle parole su Adriana
Faranda e su Germano Maccari, ma i sentimenti si mescolano con i sensi di colpa:
La cecit del fare. Chi fa sbaglia. E io sbaglia. Per due. Perch Adriana
Faranda mi segu riluttante. Non per la scelta, che condivideva, anche se forse
allora con minore convinzione, ma per quello che comportava. Aveva gi una
figlia. E la clandestinit tutto taglia. una via senza ritorno
100
.
Germano era un mio compagno fin dallinizio, un fratello. Ed era entrato
riluttante nelle BR solo per seguire me. E gi solo per lui, per non contare tutti gli
altri da me convinti al grande salto, ho un altro conto non saldato con la mia
coscienza
101
.
Un certo risentimento in compenso riservato a Moretti (sempre chiamato per
cognome), alla testa delle Br durante la militanza di Morucci nellorganizzazione.
Anche se, dice, a Moretti deve la vita:

99
Moretti 1998, p. 212.
100
Morucci 2004, p. 106.
101
Ivi, p. 207
201
Devo a Moretti la mia vita. Perch, allora ancora a capo delle BR, rispose di no.
Gliene debbo comunque essere grato. Ma non credo labbia fatto per
sentimentalismo. Adriana e io piangemmo quando ci giunse in carcere la notizia
che Prospero Gallinari era in fin di vita per la sparatoria preceduta al suo arresto.
Ci avrebbe voluti morti anche lui ma era un vecchio compagno. E poi noi ci
eravamo commossi anche per la sorte di Moro. Eravamo noi i sentimentalisti-
piccolo borghesi. Loro, soldati della Rivoluzione. Non conveniva che mi
facessero la pelle, questo il fatto
102
.
invece livoroso il tono con cui lex brigatista parla di Franceschini, spesso
chiamato Franceschiello.

Conflittualit
Peci, in pi parti della sua autobiografia, identifica il nemico nel fascismo
e questo un passaggio fondamentale nella sua scelta della lotta armata:
Dibattemmo, ma cera poco da dire. Eravamo daccordo che la lotta armata
clandestina era lo strumento migliore per una vittoria politica. Solo che noi la
mettevamo in termini di antifascismo, loro facevano un discorso pi ampio, come
a dire che i fascisti erano un nemico trascurabile, che bisognava colpire i centri
del potere economico, dellinformazione, della politica. Il fascismo, dissero, era
solo il paravento di queste cose qua. Piano ci si apr la testa, di fronte a quelle
problematiche, e loro furono molto abili. Quando ci salutammo cominciarono a
mandarci dei documenti, delle indicazioni politiche. Dopo un po ci avevano
convinti che i nemico principale era lo stato. Bisognava abbattere lo stato per
instaurare il comunismo
103
.
Il punto di riferimento per me era sempre il fascismo, in quanto contrario del
comunismo. Il fascismo la prepotenza di voler impresso le proprie idee con la
forza e con la violenza. Si potrebbe dire, e qualcuno lha detto, che questo lo
facevano anche le brigate rosse; si vogliono identificare brigate rosse e fascismo
per il fatto che entrambi adoperano la violenza e vogliono imporre, come gruppo
elitario, le loro idee alla maggioranza. Mi sembra eccessivo. Il fascismo
lesaltazione dellindividualismo, il comunismo lesaltazione del collettivismo.

102
Ivi, p. 214
103
Peci 1983, p. 40.
202
Ma, soprattutto, il comunismo fa gli interessi della classe maggioritaria, del
proletariato, della classe che lavora, non di un gruppo ristretto. La br volevano
essere nientaltro che un gruppo di avanguardia del proletariato, un gruppo che
voleva sensibilizzare, coinvolgere le masse e portarle a prendere il problema con
la violenza, visto che in altri modi non viene concesso. Il fatto che poche decine di
persone, noi brigatisti, volessimo decidere per tutti e guidare le masse non mi
sembrava affatto un controsenso, perch la storia insegna che tutte le rivoluzioni
sono iniziate da un manipolo di uomini
104
.
La conflittualit sociale vissuta da Gallinari, invece, soprattutto allinsegna della
Resistenza tradita:
La Reggio comunista si riduce progressivamente a una zona nella quale il
malessere politico viene assunto singolarmente da tantissimi vecchi compagni che
si sentono traditi. Traditi gli ideali, tradite le speranze Il punto di riferimento per
me era sempre il fascismo, in quanto contrario del comunismo, traditi gli sforzi
che, durante la Resistenza e negli anni immediatamente successivi, tanto erano
costati e dei quali resta in mano ai militanti di base o agli epurati solo un pugno
di mosche. [] Sentire questi uomini parlare della Resistenza e dei suoi valori,
apprendere dellespulsione che i partigiani avevano subito dai posti di spicco nella
aziende e negli uffici dello stato, capire che quei posti erano stati riconsegnati agli
individui che li avevano amministrati durante il fascismo e la Repubblica di Sal
era impressionante
105
.
Anche Franceschini cresciuto a Reggio Emilia: il tema della resistenza
tradita e del filo rosso con la lotta partigiana sono centrali nei primi capitoli
della sua autobiografia. Particolare la posizione di Franceschini, che indica
Andreotti come simbolo del nemico:
Era lui, per me, il perno del progetto neo-gollista. [] Andreotti me lo sognavo
fotografato con un rospo di cartapesta in bocca, uno di quei rospi che a Reggio
Emilia avevano preparato per le elezioni del 1948, per farli ingoiare ai
democristiani. Sarebbe venuto finalmente il momento, e lo pregustavo con Mara e
il Nero, in cui avrei finalmente infilato un rospo nella bocca di Andreotti
106
.

104
Ivi, p. 45.
105
Gallinari 2006, p. 36.
106
Franceschini, 1988, pp. 103-104.
203
Morucci si avvicina alla politica durante la contestazione studentesca nel
68. Del movimento universitario ricorda soprattutto laspetto gioioso e poco
conflittuale che si esaurisce con la battaglia di Valle Giulia:
Guardavamo la gente alle finestre e ci pareva che tutti ci sorridessero, che tutti
fossero con noi. Era lampante, evidente. Aperta la galera tutti potevano
partecipare alla festa. Il solo fatto che dal nulla, da quel poco che ci era sino a
poco prima, fosse uscita in tutto il mondo quella forza, voleva dire che i muri
erano crollati. Le trombe di Gerico avevano squillato. Non cera ostilit tra noi,
allora, le citt ci erano amiche, il mondo ci era diventato amico. E non capivamo
un cazzo di politica. Non dur molto. Perdemmo quellinnocenza a Valle Giulia,
nel marzo del 68
107
.
A rendere conflittuale quel movimento, a fargli conoscere la violenza, sono
quelli pi grandi, quelli che si erano visti esplodere il movimento dopo anni di
incubazione politica nel PCI
108
:
Loro sapevano, o credevano di sapere, che la lotta cresce sullo scontro. Quello
fisico, diretto, non solo quello a parole. Ragion per cui nei loro conciliaboli, e
senza dirne nulla alle migliaia di giovani che si erano portati appresso, avevano
deciso di lanciare uova marce sui poliziotti, di provocarli
109
.
Morucci lunico tra i brigatisti considerati (se si esclude Peci) ad aver
preso parte al movimento negli anni 70. La sua vicinanza alle istanze del
movimento del 77 pi volte rimarcata, anche nel tentativo di prendere le
distanze dalla mentalit e dallanalisi delle Br, a suo dire incapaci di
comprendere i mutamenti del capitalismo e la le potenzialit rivoluzionarie dei
nuovi soggetti sociali. Le peculiarit del movimento degli anni 70 sembrano
influenzare le forme di espressione della conflittualit in Morucci. Raccontando
della rottura di alcune elementari norme di sicurezza durante il pedinamento di
Andreotti lex-brigatista scrive:

107
Morucci 2004, pp. 64-65.
108
Ivi, p. 65.
109
Ivi, p. 66.
204
In parte noi due (Morucci e Faranda, n.d.R.) giocavamo. Ancora forte limpulso
a toccargli il naso, metterli alla berlina, piuttosto che ammazzarli. Anche
quellultimo gioco fin presto
110
.
Una spinta fondamentale viene per tutti dal cambiamento del contesto
internazionale e nazionale alla fine degli anni 60. Il clima di conflittualit
politico-sociale, che va addensandosi in Italia, viene percepito in maniera molto
forte, in particolare dopo la strage di Piazza Fontana:
Con la lotta in azienda, lo scontro tradizionale ci troviamo fuori gioco.
Decideremo la lotta armata per conservare una effettiva capacit di scontro. []
Tutto il movimento ha sentito la bomba alla banca dellagricoltura come un
attacco, una percezione quasi fisica: qualcosa, lo stato, qualcuno che non
soltanto la controparte in azienda ti mette nellangolo. [] il nostro
passaggio
111
.
Il nostro discorso sulla lotta armata e i primi interventi di propaganda armata
nacquero dallimpossibilit di proseguire con i vecchi metodi collettivi e
assembleari, e dallesigenza di dotarci di nuovi strumenti per far sentire la nostra
presenza in una situazione di scontro sociale esasperato come quello di allora
112
.
In quel primo sequestro stata molto importante limmagine della pistola
puntata addosso al prigioniero. Noi avevamo riflettuto sul fatto che mostrare
quellarma nella foto polaroid significava, per la prima volta, far vedere
unimpresa di lotta armata nellItalia degli anni 70. In realt, si trattava di un
vecchio arnese rugginoso che, forse, non poteva neanche sparare. Ma la pistola in
s non era rilevante. Quello che contava era la sua immagine-messaggio diffusa
da tutti i media: la lotta armata
113
.
Morucci, al contrario di molti dei suoi compagni, non ritiene che la Strategia
della tensione, inaugurata con la strage di Piazza fontana, sia stata determinante
nello sviluppo della lotta armata:
Ora non voglio dire che lo Stato, in tutti i suoi svariati pezzi, non abbia giocato
un ruolo determinante nellesacerbarsi dello scontro, per i prodromi dello

110
Ivi, p. 122.
111
Moretti 1998, p. 20.
112
Curcio 1993, p. 53.
113
Ivi, p. 70
205
sviluppo che avrebbe avuto luso della violenza da parte rivoluzionaria si erano
gi manifestati appieno nel corso di quel 1969. Lanno del caldissimo autunno
operaio
114
.

Percorsi della militanza
Ciascuno prima di entrare nelle Brigate Rosse, attraversa forme diverse di
militanza.
Peci entra in Lotta Continua e poi fa parte un gruppo, i Proletari Armati in
Lotta (PAIL), che bruciano le macchine dei fascisti:
Cos ho cominciato a frequentare la Rotonda e mi sono inserito un
minimo in Lotta Continua: per sentire, per curiosit, per capire meglio, perch mi
sembravano le persone che in quel momento rappresentavano meglio i miei
interessi. [] Anche se non avevo le idee chiarissime, ho capito subito che cera
carenza di dibattito e che soprattutto non si sapeva bene quel che si voleva. Loro
si giustificavano dicendo che i compagni pi bravi erano tutti dentro, ed era vero:
la repressione era fortissima, e per un motivo o per laltro i dirigenti erano stati
ingabbiati tutti. Ma allora che si fa, si aspetta che lo stato ci restituisca i dirigenti?
No. (Questo anche il ragionamento che fanno oggi quei quattro brigatisti rimasti
in libert). Fra mancanza di capi e dibattito interno, cosa si poteva fare?
Abbiamo cominciato, noi giovani della nuova generazione di Lotta Continua, a
seguire e a discutere affascinati le indicazioni che ci venivano da fuori, cio dalle
brigate rosse [attraverso i giornali, n.d.R]
115
.
Gallinari milita fin da ragazzo nel Pci:
Il dolore profondo che tutti i militanti comunisti vivono e trasmettono per la
morte del loro segretario, attraversa anche me, ed solo un po attutito
dalloccasione che mi si presenta di divenire leva Togliatti. Infatti, la Federazione
Giovanile del Partito lancia immediatamente un tesseramento straordinario.
Aderendo a partecipando a questa iniziativa eccezionale, entro di fatto nellattivit
politica ufficiale
116
.

114
Morucci 2004, p. 252.
115
Peci 1983, p. 35-36.
116
Gallinari 2006, p. 35.
206
Nel 1968, Gallinari si impone politicamente come contadino comunista, senza pi
complessi di inferiorit (fino ad allora, infatti, nascondeva le sue mani per non far
vedere a nessuno i segni del suo lavoro nei campi). la sua militanza nel Pci che
gli da questa forza:
Loccasione si offrir in una specie di ritorno a scuola []. Prendo la
parola dal palco per portare i saluti e la partecipazione alla lotta in corso dei
giovani dellAlleanza Nazionale Contadini (organizzazione sindacale di categoria
di sinistra). Si infrange cos un vero blocco. Sono un contadino comunista. Sento
che la mia lotta, il mio lavoro e la mia circoscritta ma reale esperienza politica
rappresentano un contributo cercato e rispettato anche da quegli studenti. Da quel
momento, anche il significato delle mie mani sporche e callose, destinato a
mutare. Non le infiler in tasca, non le terr pi chiuse, se non a volte per salutare
[] a pugno chiuso
117
.
Presto, per, Gallinari giunge alla rottura con il partito:
Ancora una volta per dallestero (in questa occasione dal Sudamerica) che
provengono le ragioni dei miei scazzi pi seri nel Partito. [] la mattina del 15
ottobre, mentre sto facendo colazione, il giornale-radio informa della conferma
ufficiale di Fidel Castro: il Che morto. Lo scoramento, il dolore, la rabbia, poi la
decisione. [] Decido di esporre a lutto, sul balcone della sezione, tutte le
bandiere disponibili, sia quella del Partito sia quella della FGCI. [] San
Prospero in lutto, o almeno lo il Partito e si sente. Mentre io torno nei campi
a lavorare. La sera tardi arrivo in sezione. [] Un attimo, e il vecchio trombone
mi arriva addosso come un treno in corsa, urlando che non stava a me decidere
quando e per chi il Partito poteva entrare in lutto, n tantomeno esporne la
bandiera a mezzasta. [] Ma questa volta, tra noi, si rotto qualcosa, qualcosa di
importante e profondo
118
.
Con la guerra del Vietnam il distacco di Gallinari ed alcuni compagni (tra
cui Franceschini e altri futuri fondatori delle Brigate Rosse) dal Pci si fa sentire
sempre di pi, mentre iniziano i loro rapporti con alcuni studenti di Trento, tra cui
Renato Curcio e Mara Cagol:

117
Ivi, p. 43.
118
Ivi, pp. 45-46
207
Cos, nei primi mesi del 69, decidiamo di affittare una vasta soffitta in via
Emilia San Pietro, a duecento metri dalla sede centrale del Partito, allora nella
mitica via Toschi. Un appartamento libero, nella quale possa incontrarsi chiunque
intenda discutere, porsi domande e cercare risposte alleruzione degli eventi. In
quelle stanze, innanzitutto, studiamo: gli scritti di Mao, le opere del Che, il
terzomondismo di Fanon e cos via. [] Andare a scuola dalle lotte diventa il
nostro obiettivo: siano lotte sociali e operaie, come quelle in corso nellOccidente
capitalistico, o lotte di popolo, come il caso della maggioranza delle guerriglie
terzomondiste attive in quegli anni. Nellappartamento finiscono per confluire
buona parte dei militanti attivi nella FGCI, qualche psiuppino, alcuni anarchici,
alcuni cattolici di One Way; compagni singoli che cercano un primo luogo in cui
discutere e avvicinarsi alla politica. [] E cos arriva puntuale laut aut, la
comunicazione senza possibilit di replica: chi persiste a frequentare
lappartamento verr espulso. [] Per molti altri, invece, la semplice presa
datto di qualcosa che, nella teste e nel cuore, si gi consumato da tempo: la
rottura. Nasce cos il Collettivo Politico Operai-Studenti
119
.
Anche Franceschini, da ragazzo, milita nella FGCI ma, con la manifestazione di
Miramare, rompe con essa. Sono con lui Fabrizio Pelli, Tonino Paroli e Prospero
Gallinari. A proposito di quellavvenimento scrive:
La via pacifica al socialismo esisteva veramente, dicevano, bisognava solo
accettare le regole del gioco e un giorno avremmo vinto perch eravamo i pi forti
e determinati. Ma se avessi accettato questa logica avrei tradito mio nonno e i suoi
ideali insieme alla mia voglia di vivere in un mondo diverso, di cambiare. []
Bisognava, dicevano, prima indebolire la borghesia con la lotta parlamentare e poi
armarci per conquistare la vittoria. Noi li consideravamo discorsi da opportunisti
ben camuffati o da ingenui sognatori che nulla avevano capito della strada che il
partito stava imboccando. Andammo a Miramare anche per far svanire questi loro
sogni e far diventare quei loro silenzi azioni, per vedere la disperazione sulla
faccia dei burocrati quando si sarebbero accorti che le cose non andavano come
avevano programmato
120
.

119
Ivi, pp. 55-57
120
Franceschini 1988, pp. 27-28
208
Il percorso che conduce Curcio a fondare le Brigate Rosse fatto di esperienze
eterogenee:
Quello che so che non si trattato di un itinerario lineare, ma di un susseguirsi
di esperienze anche discontinue: a volte dovute semplicemente al caso o alla
pressione di circostanze esterne. Prima di diventare brigatista a trenta anni avevo
vissuto degli spezzoni di esistenza completamente diversi tra loro
121
.
A Trento Curcio milita nel movimento studentesco. LUniversit di Trento
in stretto contatto con il campus statunitense di Berkeley e nel 67 precorre i
tempi della contestazione che lanno seguente sarebbe esplosa in tutta Italia.
Nellautunno di quellanno, gli studenti decidono loccupazione delluniversit, la
prima in Italia:
Io ero ministro della cultura del parlamentino universitario e, durante
unaccesa riunione del nostro organismo di rappresentanza, Rostagno propose
loccupazione. Non tutti erano daccordo. Alla fine dellassemblea ci contammo: a
voler usare questa forma di lotta, che allora appariva azzardatissima eravamo in
sette. Dopo poco fummo in undici
122
.
Una tappa fondamentale indicata da Curcio nellincontro con De Mori, capo di
una delegazione del Cub Pirelli:
Col senno di poi posso dire che lincontro con questo personaggio grintoso e
trasognato segn per me una nuova discontinuit radicale. Voglio dire che il suo
discorso mi spinse sul sentiero che, nel giro di due anni, mi port alle Brigate
Rosse
123
.
Curcio entra in contatto col gruppo che poi fonder le Brigate Rosse con cui,
prima di scegliere la strada della lotta armata, d vita al Collettivo politico
metropolitano (Cpm):
Nel collettivo si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre di grafica era una
continua esplosione di giocosit e invenzione
124
.
Moretti, come impiegato come tecnico alla Sit-Siemens, entra in contatto
con la lotta di fabbrica:

121
Curcio 1993, p. 12.
122
Ivi, p. 34.
123
Ivi, p. 38.
124
Ivi, p. 49.
209
l che un giorno nel reparto dove lavoravo un reparto di collaudo, eravamo
tutti tecnici vedo irrompere un gruppo di scalmanati: gridano contro i padroni,
non hanno laria di avercela con noi, io poi sono sicuro di non essere un padrone.
Alla fine usciamo insieme e ci mettiamo a discutere nel cortile. Io non ci sto a
farmi determinare dalla vita, voglio capire il perch delle cose, perch quegli
operai protestano, domandano, esigono
125
.
Moretti inizia a partecipare agli scioperi degli operai, ma rendendosi conto
che non si tratta della strada giusta, insieme ad un rappresentante della
commissione interna, prende liniziativa di convocare unassemblea di tecnici che
d vita ad un gruppo di studi:
Fu un po il prototipo di un metodo di aggregazione vincente tra figure
produttive fino ad allora inaccessibili al sindacato. Nella discussione mettevamo a
punto le piattaforme rivendicative, decidevamo le forme e i tempi di lotta. La
partecipazione era straordinaria
126
.
Un punto di svolta importante il convegno di Pecorile nellagosto 1970, durante
il quale Curcio legge un documento nel quale sostiene che nelle fabbriche esiste
un bisogno politico di potere ed indispensabile formare unavanguardia interna a
questo movimento; occorre preparare la guerra civile di lunga durata, in cui il
politico , da subito, strettamente unito al militare:
La questione della lotta armata posta: c un fosso da saltare e la discussione
delle pi accese. Sono le nostre tesi a vincere e una parte dei compagni, quelli che
sostenevano la centralit della violenza di massa, vanno per conto loro,
confluendo in Lotta Continua
127
.
Prima di entrare nelle Br, Morucci partecipa al movimento del 68. Quando
questa esperienza si esaurisce, si avvicina agli operaisti ed entra in Potere Operaio
Andai con loro. Da qualche parte dovevi andare se non volevi tornare a casa e
aspettare che succedesse qualche cosa. Non ero tipo, lho detto. Il fare, il
coinvolgimento, il sentirsi parte della storia. Ma gi quello era un obbligo. Come
doversi intruppare per forza in un partito, come arrivare in Parlamento. Qualcosa,

125
Moretti 1998, p. 5.
126
Ivi, p. 7.
127
Franceschini 1988, p. 25.
210
volente o nolente, perdi sempre nel passaggio. Comunque gli operaisti erano i pi
validi
128
.
Allinterno di Potere Operaio si occupa prima del settore scuola, poi della
direzione del settore Lavoro Illegale, organismo che avrebbe dovuto preparare
larmamento tecnico e organizzativo da mettere in campo al momento
dellInsurrezione.

Militanza
Gallinari tra i fondatori delle Br. Dopo aver inizialmente aderito al
gruppo detto dei superclan, si riavvicina alle Br in seguito al sequestro di Amerio
e, dopo larresto di Curcio e Franceschini (1974), viene destinato al rafforzamento
della colonna di Torino, diretta da Mara, con la quale va a vivere. Viene arrestato
insieme a Bonavita il 30 ottobre del 74. Dopo levasione, nel 77, Gallinari
ritorna nella Colonna di Torino, diretta da Cristoforo Piancone e da Raffaele
Fiore: come prima cosa deve lavare i soldi del sequestro Costa. In seguito viene
destinato al Fronte della Lotta alla Controrivoluzione di Firenze, una struttura
diretta da Carla Brioschi e Franco Bonisoli. Dopo lestate del 1977, il brigatista
reggiano si trasferisce a Roma dove viene incaricato di gestire una base in vista di
un sequestro politico di grande importanza. Viene accolto dalla Braghetti e dal
suo compagno, Bruno Seghetti. Si occupa di insonorizzare la casa in vista del
sequestro Moro. Fa parte della Direzione della Colonna romana insieme a Moretti,
Balzerani, Morucci e Faranda. In seguito ad unondata di arresti, entra a far parte
dellEsecutivo. Dopo un periodo in Sardegna in cui tenta di organizzare levasione
di alcuni detenuti allAsinara, viene scelto per riorganizzare con Barbara
Balzerani la colonna di Milano. Ma prima della sua partenza per Milano, il 24
settembre 1979 viene fermato, arrestato e ferito alla testa insieme a Mara Nanni.
Dopo larresto non rinnega la sua militanza: aderisce alle Br-Pcc.
Patrizio Peci entra nelle Brigate Rosse nel 1977 e in due anni e mezzo
riesce a diventare capocolonna a Torino. La prima azione armata di cui si rende
protagonista il ferimento del capo officina Fiat Antonio Munari (22 aprile 1977);
segue, a una settimana di distanza, la partecipazione attiva al commando brigatista

128
Morucci 2004, p. 80.
211
che uccide lavvocato Fulvio Croce, il 29 aprile 1977. Viene arrestato nel febbraio
del 1980 a Torino.
Renato Curcio fondatore ed ideologo delle Brigate Rosse. Fino al
1974, anno del suo arresto, fa parte del Direttorio, anche se la sua partecipazione
alle azioni inizialmente limitata. Nellestate 1972, dopo unondata di arresti, si
trasferisce con Mara a Torino, dove fondano una nuova colonna. Organizza il
rapimento di Ettore Amerio. Viene arrestato l8 settembre 1974 in compagnia di
Alberto Franceschini. Evaso nel febbraio 1975, ritorna a far parte delle Brigate
Rosse, anche se ormai le sue posizioni sono marginali rispetto la linea generale
che la nuova dirigenza delle Brigate Rosse ha deciso di seguire. Arrestato
nuovamente nel gennaio 1976, non rinnega le sue posizioni. Durante le scissioni
delle Brigate Rosse a cavallo degli anni 80, appoggia il Partito Guerriglia.
Alberto Franceschini tra i fondatori delle Brigate Rosse. Dopo gli arresti
del 1972, resta a Milano con Mario Moretti per riorganizzare la Colonna. Gestisce
azioni molto importanti, come il sequestro di Mario Sossi. L8 settembre 1974
viene arrestato insieme e Renato Curcio. Aderisce al Partito Guerriglia, ma si
sente sempre pi lontano dalle Brigate Rosse. Si dissocia ufficialmente nel 1987.
Mario Moretti tra i fondatori delle Brigate Rosse. Nel 1972, dopo
larresto di molti militanti dellorganizzazione, rimane a Milano per riorganizzare
la colonna. Dopo larresto di Curcio e Franceschini e la morte di Mara il
massimo dirigente dellorganizzazione. Nel 1975 si trasferisce a Roma. Nel 1978
organizza e gestisce il sequestro di Aldo Moro. Favorevole alluccisione del
prigioniero, lui a sparargli. Viene arrestato nel 1981.
Valerio Morucci entra nelle Brigate Rosse nel 1977. Dirigente della
Colonna Romana, partecipa al rapimento di Moro a Via Fani. Durante il
sequestro, agisce come postino delle Brigate Rosse. Contrario alluccisione del
Presidente della Dc, esce dalle Brigate Rosse nel 79 insieme ad Adriana Faranda.
Con lei fonda una nuova organizzazione, che tuttavia vive solo per pochi mesi:
vengono arrestati nel maggio 1979. Si dissocia nel 1985.
La militanza nelle Brigate Rosse di tipo assolutamente esclusivo e
comporta una rinuncia totale alla propria vita, ed una totale dedizione alla causa.
Ormai il mio destino era segnato, anche se non ero obbligato a entrare
nellOrganizzazione. Fu una libera scelta: volevo dare tutto allOrganizzazione e
212
alla Causa. La mia aspirazione massima a quel tempo era diventare regolare e
lavorare a tempo pieno perch ci credevo, perch mi piaceva quel tipo di vita,
pensavo di essere portato alla lotta armata ed ero disponibile a tutti i livelli
129
.
Avrei continuato cos chi sa quanto, se la sfortuna e la mia stupidaggine non mi
avessero costretto ad entrare in clandestinit. Ripeto che volevo diventare un
regolare, ma non in un modo cos ridicolo. [] La mia scelta era stata fatta, e
piuttosto di qualche anno di galera, meglio qualsiasi rischio, qualsiasi scelta,
qualsiasi rinuncia
130
.
Stai nellastrazione di una lotta nella quale il pi piccolo errore pu avere
conseguenze, sei totalmente vincolato alle sue necessit, obbligato ad attraversare
luniverso delle relazioni imponendoti di ignorarne la consistenza. Proprio come
un fantasma passa attraverso i muri
131
.
La militanza comporta una rinuncia alle proprie abitudini e lisolamento
dal resto del mondo. Scrive Peci:
Quando vivi in clandestinit per anni e io ci sono stato pi di tre anni
anche le cose che agli altri sembrano le pi strane, per te sono normali, perch
finisci per incontrare solo altri clandestini, dunque hai rapporto solo con gente
come te, sei fuori dal mondo. poi un giorno ti capita che ti devi confrontare con
esperienze diverse e allora dici ma cosa faccio io,chi sono, perch?. cos
anche quando ti arrestano e conosci,parli con i carabinieri e i magistrati che volevi
ammazzare e scopri che sono bravissime persone
132
.
Nella prima parte della propria autobiografia Franceschini descrive laspetto
liberatorio della perdita didentit motivata dallentrata in clandestinit:
Ogni nuovo compagno, per diventare un regolare, doveva bruciare i
propri documenti davanti agli altri, pubblicamente. Era diventata consuetudine,
una sorta di dichiarazione ufficiale: in quel momento si bruciavano le navi alle
proprie spalle, si chiudeva la via alla ritirata. Anche noi sbarcavamo in una novo
continente e allangoscia che il distacco comportava si accompagnava la
sensazione di essere liberati di un peso, dei vecchi vincoli.

129
Peci 1983, p. 71.
130
Ivi, pp. 73-74.
131
Moretti 1998, p. 32.
132
Peci 1983, p. 30.
213
Quando bruciai la mia carta di identit mi sentii un uomo libero. Potevo essere e
diventare quello che volevo: ingegnere, avvocato operaio. Un senso di libert
concreto, la perdita di ogni legame con il passato, lassenza di una condizione
socialmente predeterminata, lillusione di essere veramente padrone del proprio
destino, un prendere in mano le proprie radici, a cominciare da ci che ci stato
imposto per primo, il nome e il cognome. Capii che la scelta della lotta armata
non era per me soltanto politica, ideologica. In quel momento, almeno, non mi
apparve tale
133
.
La militanza assume dei caratteri rigidi, soprattutto dopo i primi arresti, nel 72.
Lorganizzazione, colpita, costretta a ristrutturarsi. Si opta per la rigida
compartimentazione (la divisione in colonne autonome) e le regole della
clandestinit si fanno ferree:
allora che decidiamo due cose che determineranno quel che siamo poi
stati, nel bene e nel male. La prima di attrezzarci alla guerriglia sul serio: non
bastano quattro regole di prudenza, ci vuole altro per sopravvivere in offensiva, in
condizioni di agire anche se sei ricercato. Impareremo a vivere in mezzo alla
gente senza farci individuare. La clandestinit diventa la chiave del nostro modo
di essere, dalla struttura di direzione alla pi piccola brigata di quartiere. La
seconda decisione di impiantarci nei maggiori poli industriali, organizzandoci
per colonne, autonome politicamente, compartimentate, in grado di agire senza
dipendere dalle altre
134
.
Cos le Brigate Rosse continuarono a vivere, anzi, in quella cascina,
nacquero le vere Brigate Rosse che si lasciavano alle spalle quello che noi stessi
avevamo definito laspetto ludico della rivoluzione, il sentirsi liberi e potenti, la
sensazione di poter fare, con dei baffi finti e un nome falso in tasca, ci che pi
piaceva. Esorcizzando la parola mollare avevamo bruciato altre navi alle nostre
spalle, con maggior violenza e determinazione
135
.
Morucci si sofferma con sarcasmo sugli aspetti pi bigotti della
concezione della militanza propria della mentalit brigatista. Letica del sacrificio,

133
Franceschini 1988, p. 14.
134
Moretti 1998, p. 52.
135
Franceschini 1988, p. 68.
214
una morale comunista rifiutata dal movimento che ha avuto il suo culmine nel
77, fa parte di un patrimonio che accomuna Pci e Br:
In vacanza ci andavano i borghesi. La Rivoluzione non dormiva mai.
Quindi ci si va ma si torna tre giorni prima. Tanto per marcare una risibile
differenza. Certo a rivederle dopo, tutte le cose si mettono in fila. Non era proprio
la giusta compagnia. Ma ormai era fatta.
Unaltra sorpresa fu quando, appena entrati, ci dissero che ogni regolare aveva
uno stipendio di centoventimila lire. Equiparato a quello degli operai. Perch
quelli erano i soldi del proletariato in loro momentanea gestione a fini
rivoluzionari. La cosa si fece pi grottesca quando uno di loro disse che ne
riportava indietro almeno un quarto. Non riusciva a spenderli tutti
136
.
Appartenenza
La militanza nelle Brigate Rosse totalizzante ed basata su un senso di
appartenenza fortissimo. La dissociazione e il pentimento sono concepibili solo in
unottica di attenuazione di questo senso di appartenenza. Di fatto, molto spesso,
difficile distinguere il piano della militanza da quello dellappartenenza, perch la
militanza nelle Brigate Rosse non compatibile con nessunaltra appartenenza.
Una rottura tragica con la militanza, sia attraverso il pentimento (Peci) che
attraverso la dissociazione (Franceschini e Morucci), pu avvenire solo nel
momento in cui viene meno il senso di appartenenza. In molti casi, infatti,
nonostante i dubbi, molti brigatisti scrivono di non riuscire a chiudere la loro
esperienza nelle Br per i legami affettivi che ancora li uniscono
allOrganizzazione.
Peci decide di pentirsi e fa la sua confessione completa al magistrato
Castelli, che per lui un uomo eccezionale. Fa arrestare 70 persone e scoprire
molti covi, ma soprattutto d lesempio e dopo di lui seicento brigatisti si pentono.
Le parole di Peci mostrano come il suo pentimento sia stato reso possibile da un
sentimento di odio verso lOrganizzazione:
Io non ho mai avuto di questi dubbi: ho odiato lOrganizzazione quasi subito, e a
mano a mano che passava il tempo mi rendevo sempre pi conto della giustezza
della mia scelta. cos che nasce la dissociazione, cio la decisione di uscire, di

136
Morucci 2004, pp. 113-114.
215
fatto, dallOrganizzazione. Il pentimento, come viene chiamato, cio la
decisione di collaborare per fare arrestare i tuoi compagni, un passaggio
successivo e richiede altri tormenti
137
.
Peci, pentito e colpito negli affetti dallomicidio del fratello, si sente, in un certo
senso, solo: ha perso, infatti, la sua appartenenza alle Brigate Rosse, ma non pu
inserirsi in una societ che comunque non lo vede di buon occhio:
Io stesso, certo, mostro, rimbalzato da una parte allaltra della barricata. Io,
accusato dalla giustizia di responsabilit, diretta o indiretta, in 7 omicidi, 17
ferimenti, decine di reati. Accusato dalle br della morte dei quattro compagni
uccisi dai carabinieri in via Fracchia. Io con lincubo della morte di mio fratello
Roberto, massacrato da quelle belve al posto mio. Io, che sconto con la scelta di
non appartenere pi a quel mondo, n a quello dei compagni di ieri, che mi
vogliono morto, n alla societ che volevo distruggere e che ora mi perdona,
ufficialmente, legalmente, per i servigi resi nella lotta la terrorismo ma che in
parte mi considerer sempre un sanguinario, un pazzo, un alieno se non peggio
un opportunista
138
.
Gallinari mette in luce come il senso di appartenenza allOrganizzazione
non venga meno nemmeno quando essa priva di senso, cio nei primi anni 80.
Tutti, nelle loro diverse posizioni, provano infatti a salvare lOrganizzazione,
anche se ormai si palesemente fuori tempo:
Ma a tutti chiaro il senso della situazione. Sono cinque anni che, dopo lorribile
82, si prova e riprova a rappezzare le Brigate Rosse. In questo tentativo sono
morti compagni e compagne. Sono stati arrestati centinaia di militanti. Si
dimostrata disciplina, spirito di sacrificio, amore vero e proprio per una cosa,
lorganizzazione, che persino nel panorama sociale e ideologico degli anni Ottanta
ha raccolto intorno a s dedizione ed entusiasmo, rappresentando in qualche modo
unestrema forma di opposizione allItalia della ristrutturazione industriale, del
rampantismo e del pentapartito. Ma corriamo contro il tempo. Giriamo in tondo su
noi stessi, come nelle corse fatte ogni giorno nei cortili dellaria, su un cemento
che fa male alle ginocchia e non vuole e non pu darsi pena di noi
139
.

137
Peci 1983, p. 195.
138
Ivi, p. 12.
139
Gallinari 2006, p. 329.
216
Tuttavia anche Gallinari e alcuni suoi compagni trovano la forza di mettere
definitivamente la parola fine alla loro esperienza, pur senza rinnegarla e senza
dissociarsi:
Di fronte a questa situazione ci assumiamo, seppur in un numero limitato di
compagni, la responsabilit di una affermazione senza ritorno: Partiamo una
volta tanto da un dato che ci riguarda. Oggi, ottobre 1988, le Brigate Rosse
coincidono di fatto con i prigionieri politici delle Brigate Rosse
140
.
Un fortissimo senso di appartenenza si rintraccia in quasi tutte le parole di
Franceschini che, non a caso, usa spesso la parola amore per descrivere i
sentimenti che prova verso i compagni, anche quelli che non conosce: si tratta,
quindi, pi di un amore verso lorganizzazione che di un amore per i singoli
compagni. In questo senso, lamore provato da Franceschini esattamente
speculare allodio che Peci scrive di provare verso lOrganizzazione. Il senso di
appartenenza di Franceschini gi vivo nel 73, quando il Pci chiede
ufficiosamente ai suoi ex-membri di finirla con la lotta armata e di costituirsi. In
questa vicenda entra in gioco anche il senso di appartenenza che, fino a qualche
anno prima, Franceschini provava nei confronti del Partito:
Poi cera anche il richiamo del grande padre, della mia prima famiglia, il
Partito che a tutto provvede, disposto ancora una volta a perdonare e accoglierti
nelle sue grandi braccia. Ma accettare sarebbe stato ammettere di aver sbagliato,
di essere stati sconfitti dalla realt, dare atto al Partito di aver visto giusto sin da
quando cercava di calmare i pi estremisti di noi. N potevo abbandonare Mara,
Renato, i compagni: mi sarei sentito un traditore. Dovevo, al contrario, dimostrare
che avevamo ragione noi
141
.
Con il sequestro Moro, secondo Franceschini, diventa pi forte il sentimento di
appartenenza, che si era affievolito perch sembrava che i compagni in libert si
fossero dimenticati dei detenuti:
Temiamo per loro, sentiamo di amarli questi compagni che, dallisolamento
dellAsinara, abbiamo duramente criticato, e nei nostri discorsi continuamente
sfottuto e ingiuriato. Li amiamo perch hanno avuto il coraggio di osare, di
lanciare la sfida sempre pi in alto, come allinizio, quando bruciavamo le

140
Ivi, p. 339
141
Franceschini 1988, p. 84.
217
macchine e pensavamo gi al passo successivo, al primo sequestro. Il gusto della
sfida, il vero legame che ci unisce. Non possiamo chiamarci fuori, fare i semplici
spettatori. Dobbiamo partecipare a questo viaggio, comunque si concluda. Ma in
che modo dare il nostro contributo?
142
.
Dopo la tragica conclusione del sequestro Moro, per, ricominciano i
dissidi: Curcio e Franceschini dal carcere elaborano il Documentone, in cui
criticano la linea portata avanti dai compagni fuori:
Passai giorni a pensare cosa fosse meglio fare. Avrei voluto rispondere no, le
vostre tesi sono sbagliate, mi separo da voi. Ma non ce la facevo a lasciare le Br:
erano il mio mondo, tutto ci che avevo. Mi sarei sentito solo senza
lorganizzazione e forse fu per questo, solo per questo, che alla fine accettai di
sottomettermi alla maggioranza. Ma ormai le Br non erano pi la mia grande
famiglia, qualcosa stava cambiando, i rapporti tra noi erano tutti politici, freddi
come la lama di un coltello
143
.
Il sentimento di appartenenza torna a rafforzarsi in Franceschini dopo il sequestro
DUrso (magistrato della Direzione degli istituti di prevenzione e pena) e
lomicidio di Enrico Galvaligi (responsabile della sorveglianza delle carceri
speciali), alla fine del 1980: lOrganizzazione sembra aver cominciato ad
ascoltare le indicazioni dei militanti detenuti. La rivolta nel carcere di Nuoro e i
vari sequestri di guardie alla fine dell80 costituiscono la risposta attiva dei
brigatisti detenuti alle azioni dei compagni allesterno:
Fu con queste azioni che ci sembr di essere riusciti a ricostruire, tra noi e i
compagni, o almeno una parte di essi, un rapporto di amore, di complicit
strettissimo. Ce ne accorgevamo dai segnali che ai nostri occhi acquistavano
significati importanti: la costituzione del fronte carceri, cio la decisione di
assegnare alcuni compagni al lavoro a tempo pieno sulle carceri; la risposta
puntuale, contrariamente a quanto avveniva prima, ai documenti di analisi e
proposta che gli facevamo pervenire. Era per una complicit diversa da quella
dei primi anni, quando progettavamo levasione mia e di Renato appena arrestati e
ci conoscevamo tutti. Adesso si era creato un rapporto tra uomini che non avevano

142
Ivi, p. 151.
143
Ivi, p. 174
218
avuto un rapporto personale e quindi astratto, idealizzato. Lo sentivo perci
debole, come viziato da una patologia alla quale nessuno poteva sfuggire
144
.
Quando comincia il percorso di allontanamento dalle Br per Franceschini inizia
anche la presa di distanza emotiva dallorganizzazione:
Il mio equilibrio psicologico, di cui ero andato sempre fiero e che mi aveva fatto
superare gli anni del carcere duro, se ne stava andando. Vivevo momenti in cui
immaginavo, perch la nostra lotta si potesse continuare, stragi di poliziotti,
giudici, guardie carcerarie. Ero spinto, in realt, da un profondo desiderio di
vendetta. La dimensione politica in cui ero vissuto per anni si andava disgregando
per lasciar posto ad una contorta rabbia. Chiedevo a me stesso che senso avesse
lavorare ancora per la violenza visto che non cera pi nessuna ragione politica a
motivarla. Dubbi, riflessioni e desideri che si alternavano senza che io potessi
controllare i miei pensieri. Ore di profondo sconforto, in cui rivedevo la mia vita
individuando errori e dogmatismi, che si chiudevano con una sensazione amara,
quella di aver seguito per pi di dieci anni una rotta sbagliata che mi aveva portato
in mezzo agli iceberg, nel mare gelato. Parlai a Renato dei miei dubbi. Era il
compagni di cui pi mi fidavo e con lui potevo cominciare ad aprirmi. [] Cos
con Renato, partivo dai presupposti teorici dei nostri discorsi di sempre per
portarli alle estreme conseguenze, per demolirli. Lui rispondeva usando il
brigatese, quel linguaggio criptico che eravamo andati coniando anno dopo anno,
unaltra prigione in cui avevamo rinserrato i nostri cervelli. Vidi in Renato un velo
di tristezza negli occhi
145
.
Il distacco di Franceschini diviene definitivo dopo un episodio che avr grande
importanza anche nel distacco di molti suoi compagni: luccisione di due guardie
giurate da parte del Partito Guerriglia per denunciare Natalia Ligas. Si dissocia
ufficialmente nel 1987.
[] che la nostra esperienza era esaurita perch la societ italiana stava
cambiando in un modo che non avevamo previsto. [] Io, da quel momento,
considerai sciolto ogni mio vincolo con qualunque organizzazione di lotta armata:
non ci sarebbero stati pi partiti nella mia vita e mi sentii libero, soprattutto
perch avevo trovato la forza e il coraggio di esserlo. In fondo al mio

144
Ivi, pp. 182-183.
145
Ivi, p. 202
219
documento, quelle poche paginette, scrissi in stampatello, come facevamo
normalmente nei comunicati, VIA, VIA DA QUESTE SPONDEEE. Non era
presa dai nostri testi sacri, ma da una canzone di Battiato
146
.
Moretti dice che al momento del suo arresto non ha tirato nessun sospiro di
sollievo:
Quella era la mia vita. Per quanto dura non era da disperati. Era stata anche
ricca
147
.
Moretti molto critico rispetto alla scelta della dissociazione (soprattutto verso la
scelta di Franceschini), che considera una negazione della propria identit. Anche
al momento delle divisioni delle Brigate Rosse, Moretti non si schiera. Lidentit
e il senso di appartenenza a quellesperienza di Moretti, quindi, non sono venuti
meno:
Sono molto pi severo con la dissociazione perch rinnega una storia, distrugge
unidentit collettiva, fugge dalle responsabilit politiche per racimolare benefici
giudiziari individuali. [] I dissociati scelgono di collocare la nostra storia fuori
dalla storia. Impediscono che venga superata davvero
148
.
Anche nelle parole di Curcio visibile la difficolt a staccarsi da
unesperienza che aveva contribuito in modo determinante a creare. Ad esempio,
dopo il sequestro Moro, si trova daccordo con alcune tesi di Morucci e Faranda,
ma decide di non esporsi per non arrivare alla rottura. In questo caso il senso di
appartenenza alle Br prevale anche sulle proprie convinzioni personali:
In quel periodo di scontro duro con le Br esternaci trovavamo in una situazione
di preoccupante isolamento e non volevamo aggravare le cose prestando il fianco
allaccusa di tramare con dei dissidenti per rimescolare le carte. [] Ci
consultammo e un po di malavoglia, almeno da parte mia, decidemmo di scrivere
un documento, intitolato Lestate tempo di zanzare, in cui denunciavamo
Faranda e Morucci come sgretolatori della nostra organizzazione
149
.

146
Ivi, p. 205
147
Moretti 1998, p. 226.
148
Ivi, p. 250.
149
Curcio 1993, p. 168-169.
220
Anche per Curcio il momento della rottura, che per non mai
dissociazione n presa di distanze dalla storia delle Brigate Rosse, avviene dopo
luccisione delle due guardie giurate per denunciare Natalia Ligas:
Dissi a tutti che per me quello era un prezzo inaccettabile e non ero pi
disposto ad avallare azioni del genere. [] Non mi considero fuori dalla storia
delle Brigate Rosse. Mi considero uscito da quei raggruppamenti in cui
lorganizzazione si era frantumata. [] Il mio convincimento maturato in quei
giorni era questo: ho una responsabilit diretta nellaver promosso e messo in
piedi lorganizzazione delle Brigate Rosse; non me ne posso allontanare senza
aver prima ben chiarito il mio punto di vista e senza aver fatto tutto il possibile
perch questa organizzazione, che non ha pi nessuna ragione valida per
continuare ad esistere, si chiuda ordinatamente. [] Io a quel punto ero solo un
prigioniero, militante delle ex Brigate Rosse, che non apparteneva pi a nessun
raggruppamento esistente. Avevo chiuso con ogni militanza organizzata e mi
trovavo del tutto isolato. Era la fine del 1982
150
.
Allora decisi di ascoltare esclusivamente la mia voce interiore. Perch mai avrei
dovuto dissociarmi da quelli che erano stati giorni certamente tragici e spietati,
ma anche autentici in ogni loro respiro? Perch avrei dovuto abiurare un
passato che avevo vissuto con tutto me stesso?
151
.
Vorrei per che sia ben chiara una cosa. Io avevo avuto grandi responsabilit
nella creazione del fenomeno armato e facevo parte di unorganizzazione che non
era una squadra di bocce, dalla quale tirarsi fuori come se niente fosse. [] Non
solo non ho voluto rinnegare il passato, ma neanche evadere dalle mie
responsabilit sgusciando fuori da una vicenda che non pu essere minimizzata.
[] Non si poteva non si possono mollare le persone che in questa storia sono
state implicate e che sono andate a finire in galera. Io considerer chiuso il mio
conto con le Brigate rosse nel momento in cui avr la gioia di vedere fuori dal
carcere e rientrati dallesilio tutti i compagni coinvolti nellavventura degli anni
70.
152


150
Ivi, pp. 195-196.
151
Ivi, p. 206.
152
Ivi, pp. 210-211.
221
Morucci marca in modo molto netto e per tutto il corso del libro le distanze
tra s e le Br. Stalinisti (mentre Morucci si definisce leninista), bacchettoni,
boriosi, di strette vedute anche se puri, rappresentanti di un antistato uguale e
contrario a quello che combattono, i brigatisti sono per Morucci altri da s, lontani
psicologicamente e politicamente. Alle Brigate Rosse questi si riferisce sempre
con un loro che necessita, ad un certo punto, di una precisazione
Dico loro ma in questo conto ci sono anchio. Anche se, leninista come mi
ritenevo, credevo che non tutto fosse rigido e lineare
153
.
Ti pare che ogni tanto ci sia un po di confusione? A volte dico noi e a volte
le BR. probabilmente cos. Non facile districarsi nei fatti e nelle emozioni.
Perch nelle BR ci sono stato ma me ne sono andato. E perch, anche standoci, da
un certo punto sono stato contro. Forse, a volte, sto eccedendo nel non voler usare
il noi. Forse, a volte, pu prevalere limpulso a volermi allontanare dalla
complicit
154
.
Anche Morucci, per, percepisce la difficolt a scindere le ragioni della
militanza dallappartenenza allorganizzazione.
Forse non potevo ancora lasciare le Br senza lasciare con esse anche la mia fede
rivoluzionaria. Perch la separazione tra le due non era ancora del tutto maturata.
E questo per un comunista non un passaggio facile. Proprio perch travalicando
lideologia stata una fede
155
.

Aspettative
In generale, le aspettative rispetto ad uneventuale vittoria della strategia
della lotta armata sono sempre vaghe, non c niente di definito. Non si pensa a
cosa fare dopo, ci si muove nel qui ed ora. Ma esiste la certezza che, in un futuro e
in termini indefiniti, una vittoria sia possibile:
Ovvio che uno non fa una scelta simile se non crede fino in fondo nel
comunismo, se non crede che la lotta armata sia lunico sistema per instaurarlo e
se non ha speranza di vittoria
156
.

153
Morucci 2004, p. 151.
154
Ivi, p. 301.
155
Ivi, p. 193.
156
Peci 1983, p. 41.
222
Ci sarebbe stata una rivoluzione, lavremmo vinta e dopo tanti rischi e tanta
fatica ci saremmo appartati, tranquilli. Io non ho mai sperato molto di pi della
vittoria, e devo dire che non ho mai sentito dire da nessuno dei compagni: Io far
il ministro dellInterno, Io far il governatore della banca dItalia. []
Vedevamo tutto in termini di tranquillit, quello era il nostro obiettivo, e anche il
discorso della casa in campagna rivelava questo desiderio
157
.
Ci muovevamo in uno scenario parziale, radicale e parziale. Non ci
interessava fare grandi previsioni, ma esserci, dare una risposta allimmediatezza
delle domande. Ci fu sempre un senso di urgenza in quello che facevamo. E
questo, paradossalmente, nella convinzione che la partita si sarebbe giocata nel
lungo periodo, che non stavamo facendo altro che mettere qualche seme, gettare
qualche base per la nostra rivoluzione
158
.
Voglio essere molto franco: non ho mai pensato che lo sbocco vittorioso
della lotta armata dovesse significare la conquista materiale del potere. Questa
prospettiva non apparteneva al mio scenario mentale e alle mie convinzioni.
Daltro canto non ci si batte, come noi abbiamo fatto, pensando di essere per forza
sconfitti. Oggi direi che esisteva per me una via di mezzo. Sintetizzando le cose in
una formula elementare, posso dire che quella societ in cui vivevamo non mi
andava assolutamente bene, non volevo a nessun costo accettarla, lottavo per
cambiarla. E la parola vittoria significava la speranza di riuscire a modificare,
almeno in parte, lo stato delle cose. [] Ritenevo che il nostro paese non godesse
di una piena democrazia e che far saltare le alleanze di potere che lo tenevano
bloccato, in qualsiasi modo ci avvenisse, sarebbe stato un buon risultato
159
.
Le tensioni sociali vissute e la forza espressa dai movimenti, il quadro
internazionale dello scontro in atto, la crisi globale che il capitalismo sta vivendo,
ci dicono a chiare lettere che le condizioni di una prospettiva rivoluzionaria e
comunista sono possibili. Si tratta di dotarci della forma organizzativa adatta a
percorrerla. In questo contesto, [], lassunzione e la gestione della violenza
rivoluzionaria risultano essere passaggi ineludibili e cruciali a cui, in fondo, ci

157
Ivi, p. 102.
158
Moretti 1998, p. 257.
159
Curcio 1993, pp. 125-126.
223
stiamo preparando dagli anni della nostra Reggio dei ricordi e delle speranze
deluse
160
.
Franceschini non parla esplicitamente del momento della vittoria, o del
mondo che uscir dalla Rivoluzione.
Neppure Morucci affronta esplicitamente il tema delle proprie aspettative.
Nel capitolo Vita da Brigatista, per, racconta un episodio che, sottolineando la
differenza tra le se aspettative sul futuro rivoluzionario e quelle di Moretti, traccia
ancora una volta una distanza antropologica e politica tra s e le Br. Moretti
ritiene che il comunismo era anche togliere le barche ai borghesi. Toglierle nel
senso di dargli fuoco
161
, Morucci invece scrive:
Per me il comunismo era anche che gli operai potessero avere la loro
barchetta s cui portare al mare moglie e marmocchi. Se no che cavolo stavamo l a
faticare a rischiare la pelle? Oltre che toglierla a qualcun altro. Per lasciare gli
operai a marcire nelle fabbriche in cui gi stavano? Una balera il sabato, un
cinemino e un gelatino la domenica e poi di nuovo in fabbrica a produrre per il
socialismo? Senza buttare via i soldi come i borghesi perch cera anche da
rinnovare la tessera del Partito?
Non ridere. Non c molto da ridere. un dramma storico. Non a caso DAlema,
che la barca ce lha, e molto pi grande di quelle di ci parlavamo noi, ha dovuto
smettere di essere comunista. E, ancora una volta, non avendo ben capito da che
parte tirava quel vento non feci fagotto. Pensando Poi si vedr. Intanto
arriviamoci alla rivoluzione. Vuol dire che dopo faremo la guerra delle barche
162
.

Sacrificio della vita
La scelta della lotta armata implica mettere in conto la possibilit di morti
nel campo avverso e nel proprio, mettere a rischio la propria stessa vita, o la
propria libert. Ciascun brigatista costretto a fare i conti con tale eventualit, in
modo anche drammatico, ed accettarla come necessit politica. Ciascuno di loro
parla di ci nella sua autobiografia, mettendo in luce come la dimensione della

160
Gallinari 2006, p. 71.
161
Morucci 2004, p. 115.
162
Ibidem.
224
morte tocchi molto da vicino la vita di un brigatista e come il pensiero di essa non
abbandoni mai la sua militanza.
stata una guerra. Se fosse stato possibile, se ci fosse stato aperto uno spiraglio,
avremmo risparmiato Moro. Io sono in pace con quelluomo. [] Non ho ripianti,
non dimentico. Non dimentico che sono morti anche tanti compagni. Che io ne sia
uscito vivo un caso, avevo messo la mia morte nel conto come quella che noi
davamo agli altri. Non ho mai lasciato su nessuno nessuna responsabilit che non
avessi preso per me. Potr sembrare poco, ma aiuta in una storia in cui i conti
sono in rosso per tutti
163
.
A quellepoca non cerano ancora stati dei morti: erano stati ammazzati due
missini, a Padova, pi per sbaglio che altro, ma per il resto le br avevano fatto
solo ferimenti e rapimenti, come quello di Sossi; fu enorme lemozione che mi
dette quellimpresa: lo stato in scacco per 35 giorni. Non immaginavo che
lOrganizzazione avrebbe preso la piega assassina, ma io ero pronto anche a
quello: Qualsiasi cosa facciano, mi sono detto qualsiasi cosa mi propongano,
io ci riuscir. Spirito di avventura o no, per capire bene il processo per cui uno
o almeno io entrava nelle brigate rosse bisogna anche dire che non era una via
senza ritorno o un rischio enorme, come oggi. [] Non era un cos gran salto nel
vuoto: rischi di vita non ce ne erano, perch ancora non era morto nessuno.
Quanto alla possibilit di finire in galera, anche quella era molto vaga e non
preoccupante: a quel tempo non cerano ancora le leggi speciali, le leggi sulle
armi, le aggravanti per banda armata e per terrorismo; lo stato non si era ancora
organizzato
164
.
Cerano anche i momenti cupi, sempre pi frequenti negli ultimi tempi. Pensieri
di morte. Lidea che dovesse andare male era sempre collegata a quella della
morte. Ma la si scacciava come una zanzara
165
.
Un commando dellorganizzazione colp lui e la sua scorta tre giorni dopo: era il
primo omicidio programmato delle Brigate Rosse, ma non mi sentii assassino.
Non perch non avessi sparato, ma perch ormai, come dicevamo, si era alzato il

163
Moretti 1998, p. 168.
164
Peci 1983, p. 43.
165
Ivi, p. 102.
225
livello dello scontro e i morti erano prevedibili, da tutte e due le parti
166
,
sullomicidio di Coco
Tutti si interrogano sul valore della decisione di uccidere un uomo, per quanto sia
considerato un nemico di classe, e sulla colpa, morale e politica, che deriva da
questa decisione:
Quando si parla della morte entrano in discussione valori e principi che ci
investono, non ammettono diminuzioni, ogni riduzione un insulto a qualcosa di
noi che inviolabile. E credo che una politica che se lo scordi sia poca cosa. Ma
non possiamo assumere questi valori come criterio di valutazione storica. Quando
scegliemmo la lotta armata era perch ogni altra strada ci era preclusa, ce ne
sentimmo costretti. Costretti a cose tremende. Sapevamo cosa voleva dire
uccidere, e anche restare uccisi, il primo colpo lavevano sparato addosso a noi.
Impattiamo sulla morte e la lacerazione fortissima. Chi ci passato stato
obbligato a guardare dritto nei significati ultimi da dare allesistenza sua propria e
altrui. E ne doveva aver fatto i conti in partenza. Come in una guerra, dove si
fanno cose terribili perch si ritengono terribili e necessarie
167
.
Ho avuto la grandissima fortuna di non ammazzare mai nessuno personalmente.
Ma quando partecipi ad un omicidio ti senti come se lavessi fatto tu. Dopo un
omicidio ero teso per parecchi giorni, come per una scontentezza interna, una
tristezza di fondo che era difficile vincere. Non me ne rendevo neanche ben conto,
lo attribuivo allo stress, ma era dolore per quella vita finita, per quello che avevi
fatto a famiglie innocenti. Lho capito solo dopo
168
.
E la prima volta che mi trovo davanti alla decisione di dare la morte, la morte a
priori, a un uomo che considero un nemico della classe a cui appartengo. Sul
piano etico e politico il nodo lho sciolto nel momento stesso che ho scelto di
lottare anche con le armi per la causa in cui credo. Sul piano storico, il problema
lho collocato ben presto nel percorso secolare dellumanit e delle feroci e
ineludibili contraddizioni che ne hanno scandito lo sviluppo. Ma tutto questo non
rende meno pesante il fatto umano, il fatto individuale, di decretare in modo
irreversibile il destino di un proprio simile. Un macigno che solo la convinzione

166
Franceschini 1988, p. 138.
167
Moretti 1998, p. 47.
168
Peci 1983, p. 135.
226
politica dei propri atti pu sorreggere. [] Anche questa volta non la
professionalit, ma la concentrazione sociale in cui sono immerso a darmi la
freddezza e la determinazione di reagire allimprevisto. La paura, i conti con se
stessi di fronte a certe scelte e decisioni, sono tutte cose che, in questi momenti,
schiacci nel profondo dello stomaco per andare oltre
169
.
Si tratta di uccidere una persona che abbiamo, inerme, nelle nostre mani. Se
possibile, questo rende il tutto ancora pi drammatico. Ma il compito che ci
siamo assunti e dobbiamo portarlo a termine
170
sulluccisione di Moro
Devo per ammettere in tutta sincerit che nellottica dello sviluppo della
lotta armata il fatto che vi potessero essere dei morti, sia fatti da noi che fatti a
noi, era uneventualit che avevo senzaltro accettata. In piena coerenza con il
pensiero e lesperienza del marxismo rivoluzionario, anche io ero convinto che il
prezzo della morte, per quanto tragico fosse una necessit nel passaggio ad una
societ senza oppressione. [] Sarebbe disonesto da parte mia dire: io non volevo
fare morti. La morte non rientrava negli obiettivi politici di allora, ma non
escludevo che le nostre azioni o eventuali conflitti a fuoco avrebbero potuto
farcela incontrare
171
.
Con Sossi entr nelle Brigate Rosse la pianificazione della morte: il
sequestro del magistrato genovese fu la prima azione in cui avevamo previsto la
possibilit di uccidere un ostaggio. E avevo deciso, come responsabile militare di
quel rapimento, che se fosse stato necessario sarei stato io sparargli. []
Avevamo parlato tra noi della sua eventuale morte, ma senza mai fare un piano
preciso, decidere chi e come doveva farlo. La decisione che sarei stato io a
sparargli addosso era stata soltanto mia e quando lavevo comunicato al
prigioniero forse lavevo fatto pi per darmi forza che altro. Anche se portavamo
sempre la pistola in tasca e avevamo gi fatto molte azioni armate non avevamo
mai discusso di unuccisione a freddo, dellassassinio di un ostaggio. []
Leventualit era tutta politica e la si analizzava solo sotto questo profilo, come se
poi non sarebbe arrivato il momento in cui qualcuno di noi avrebbe dovuto

169
Gallinari 2006, pp. 176-177.
170
Ivi, p. 192.
171
Curcio 1993, p. 96.
227
premere il grilletto. Non so quindi se lo liberammo solo per motivi politici [] o
perch, senza confessarcelo, nessuno se la sentiva realmente di dargli la morte
172
.
Morucci, allinizio della propria autobiografia, si definisce assassino e
reprobo, termine che nessuno degli altri brigatisti riferisce a se stesso. Lex-
brigatista, che si opposto alluccisione di Moro, traccia una distinzione tra un
passato nel quale accettava la liceit dellomicidio politico, distinguendo le
ragioni della politica da quelle della morale, ed il presente:
Posso dirti che, pur non giustificando quello di un prigioniero politico,
giustificavo ancora lomicidio politico. Era una lampante contraddizione non
ancora giunta al punto di collasso. Forse perch, anche senza le BR, non che il
nostro fosse un Paese che aveva vissuto in pace e concordia. La violenza e la
morte erano state a lungo allordine del giorno. O forse perch il discrimine non
era ancora politico ma solo morale. E quella politica considerava morale
lomicidio politico. Un passaggio necessario. Una politica votata al sacrificio. Il
nostro nel poter morire, e anche nel morire, e quindi quello di chiunque altro.
Quello era il punto da superare. Pi elaborato, pi razionale che non lo sconcerto
di fronte allomicidio di un prigioniero. Questo poteva superare la politica senza
ancora necessariamente metterla in discussione. Arrivava dritto a un tab. Un
argine morale precedente alla sovrapposizione della politica. La politica, tutta la
politica della superiorit dei fini rispetto ai mezzi, sempre giustifica lomicidio.
Quella che privilegia non la vita dei singoli ma modelli di quella coercitivi per il
raggiungimento di uno scopo. Che pu anche essere salvare la Vita, il suo
concetto astratto, uccidendo i singoli. Noi uccidevamo per imporre un modello
futuro di rispetto della vita, lo Stato per salvaguardare il suo modello presente.
Uno scontro tra modelli entrambi superati che aveva di mezzo la vita della gente.
Le BR, non rinunciando al proprio modello, continuarono a uccidere dopo Moro.
Lo Stato, giocando di anticipo sugli eventi, aveva gi varato nel 1975 una legge
antiterrorismo, la legge Reale, che prevedeva la pena di morte senza processo. La
legittimit delluso della armi da parte delle forze dellordine in strada. Contro
qualsiasi sospetto che sfuggisse allarresto o non si fermasse a un posto di
blocco. [] La politica sempre giustifica lomicidio. Con una scusa o con laltra.

172
Franceschini 1988, pp. 85, 101.
228
Ma quale politica? La mia non doveva farlo. Ci misi un po ma poi arriv il
disgusto. Con colpevole ritardo la fede si separ dallorganizzazione che cos
male la rappresentava
173
.
Alla morte dei compagni Morucci dedica le sezioni narrative della sua
autobiografia. In particolare il racconto intitolato Marco e quello intitolato
Cenere . A Osvaldo , nome di battaglia di Giangiacomo Feltrinelli, fondatore
dei Gap morto su un traliccio dellalta tensione mentre cercava di istallarvi
dellesplosivo, dedicato il racconto Esqimosa.
Tutti quelli che lhanno conosciuta (Curcio, Franceschini, Moretti e Gallinari)
parlano della morte di Margherita Cagol, Mara, uccisa durante un conflitto a
fuoco, come di un evento che li tocca molto profondamente:
La morte di Margherita, mia moglie, una nostra compagna, un capo colonna, e
anche la morte di un carabiniere padre di famiglia: questo lepilogo drammatico di
unoperazione che avevamo studiato in modo da evitare lo scontro a fuoco. Il
grave fallimento ci port ad una durissima autocritica, ma anche alla presa di
coscienza che continuare per la nostra strada significava accettare in concreto e
non solo come ipotesi astratta il peso della morte, sia nel nostro campo che in
quello avversario
174
.
Quelle parole mi tornarono addosso come un colpo di fucile. Avrei
preferito essere io al suo posto, cadere per lasciarle la vita, cancellare su me stesso
quella inutile profezia. Mi addormentai dopo ore, creandomi a poco a poco
unimmagine: morta col sole, sorridendo, senza soffrire, nel campo vicino al suo
boschetto di nocciole
175
, sulla morte di Mara
Margherita diventata un simbolo. C per uno spazio, intimo ed
inviolabile, in cui si va a collocare la morte di una persona che hai conosciuto,
dove essa solamente la persona che hai conosciuto. Niente pu far crescere o
sminuire il suo ricordo, il dolore per la sua scomparsa non si sana, le parole sono
intrusioni, solo il silenzio allaltezza della perdita subita. E questo vale, credo,

173
Morucci 2004, pp. 196-198.
174
Curcio 1993, p. 123.
175
Franceschini 1988, p. 137.
229
per tutti, da qualunque parte abbiano combattuto o da qualunque argine osservino
la scena
176
.
Piango in silenzio mordendomi le labbra, vorrei spaccare la cella, distruggere
ogni cosa, ma ci significherebbe mostrare alle guardie che si accusato il colpo,
che il potere ha colto nel segno, e questo non vai mai fatto
177
, sulla morte di
Mara.

Il carcere
Leventualit di essere arrestati una costante della vita dei brigatisti,
tanto quanto la possibilit di essere uccisi.
Scrive Franceschini, arrestato a Pinerolo l8 settembre del 74 (nellautobiografia
adombra il sospetto che Moretti non sia esente da responsabilit per il suo
arresto):
La galera avevo cercato di immaginarmela tante volte perch era lentamente
diventata un mio futuro possibile, uneventualit che, soprattutto durante il
sequestro Sossi, non consideravo tanto remota. [] Pensavo di essere pronto, di
aver appreso tutti i trucchi necessari per sopravvivere in una cella e anche
fuggirne. Quando mi fecero passare per il piccolo portone del carcere di Verbania
pensai subito che non sarebbe stato difficile uscire da l
178
.
La determinazione ad evadere per altrettanto costante (Morucci, non avendo
pi alle spalle lorganizzazione, dalla quale uscito, non vi fa per cenno, mentre
Peci si pente dopo due settimane).
Curcio, che viene arrestato insieme a Franceschini a Pinerolo, tenta la fuga ancora
prima di essere tradotto in carcere. Fin da subito il pensiero fisso quello della
fuga: Ma subito mi entr in testa un chiodo fisso: tentare in qualsiasi modo di
tagliare la corda
179
.
Curcio viene infatti liberato da un commando di brigatisti capeggiati da Mara che
irrompono nel carcere di Casal Monferrato allinizio del 75. La sua latitanza dura

176
Moretti 1998, p. 94.
177
Gallinari, 2006, p. 125.
178
Franceschini 1988, p. 122.
179
Curcio 1993, p. 102.
230
solamente fino al 76. Il progetto di evadere rimane per una costante anche dopo
il secondo arresto:
i ripeteva (Cardullo,direttore del carcere dellAsinara, n.d.r.) sempre un discorso
che suonava pi o meno cos: Va bene, io so di essere ormai impotente a
controllare quello che fate allinterno dei muri di Fornelli; probabilmente l avete
anche dellesplosivo e delle armi; cucinatevi quello che volete; discutete; tramate
pure; so che il vostro obiettivo non quello di conquistarvi unora daria in pi o
litigare con le guardie; il vostro obiettivo di evadere; ma io vi aspetter fuori dal
muro e vi giuro che al di l di quel muro non riuscirete a mettere il naso; voi da
questisola non evaderete mai
180
.
Gallinari viene arrestato per la prima volta il 5 novembre 1974. Evade nel 77, ma
viene nuovamente arrestato (dopo essere stato gravemente ferito alla testa) nel
79. Anche per lui i tentativi di evasione sono una costante:
In quelle condizioni la galera diventa un luogo frenetico nel quale il tempo vola
via come un tapis roulant. Passano i mesi, gli anni e tu sei sempre di corsa per
scappare ovviamente e poi ti trovi sempre l. In un altro carcere, situato in
unaltra citt, ma questo, alla fine, non fa molta differenza
181
.
Franceschini progetta fughe di massa:
Tutto sembrava pronto per il grande sogno, la fuga di massa. Un sogno che
facevo da tempo. I miei progetti di evasione, ne studiavo uno a settimana, in
continuazione, forse con la stessa pignoleria con cui un impiegato milanese
programma le proprie ferie per sfruttare al massimo il calendario, non avevo mai
previsto, se non allinizio, la fuga solitaria. Forse perch mi sentivo insicuro e
cercavo nella complicit la forza necessaria per tentare di superare le mura del
carcere
182
.
Lidentit di prigioniero politico molto importante per i brigatisti catturati.
Scrive Gallinari:
Non sono un disperso. E non sono un disperso perch la nostra storia fuori dal
carcere, ma ancor pi il comportamento dei compagni che mi hanno preceduto in
galera, assegnano nei fatti unidentit forte ad ogni prigionieri delle Brigate

180
Ivi, p. 176
181
Gallinari 2006, p. 126.
182
Franceschini 1988, p. 184.
231
Rosse. Una identit che non necessariamente da condividere, ma sicuramente
da rispettare
183
.
Gli anni 70 sono daltra parte un periodo nel quale le lotte allinterno delle
carceri e contro il carcere assumono una grandissima rilevanza (basti pensare alla
vicenda dei Nap). Soprattutto per i brigatisti che passano in prigione buona parte
del periodo che nel quale si esplica la vicenda delle Brigate Rosse (soprattutto
Curcio e Franceschini), queste lotte, intese come prosecuzione della propria
militanza allesterno, sono molto importanti. Il carcere listituzione che
rappresenta lo Stato. Questa lotta tanto pi importante dal momento che i
brigatisti vengono sottoposti allart. 90 e trasferiti nelle neonate carceri speciali.
Scrive Franceschini:
[] ho sempre concepito la lotta contro il carcere come una sfida allo Stato, la
continuazione di quello che avevo fatto fuori, quando bruciavo le auto o facevo
recapitare il volantino che imponeva le condizioni per la liberazione di Sossi.
Anche in carcere volevo ripetere le esperienze di allora. Ero tra i nemici dichiarati
dello Stato e dovevo riuscire, costasse quel che costasse, a metterlo in ginocchio:
levasione di massa rispondeva perfettamente allo scopo
184
.
In questottica si collocano le rivolte carcerarie guidate dai brigatisti e detenuti
politici (o politicizzati in carcere), come quella dell80 nel carcere dellAsinara,
capeggiata da Franceschini e Morucci. In questo contesto il rapporto con
listituzione carceraria, necessario per ottenere miglioramenti della vita dei
detenuti, sono difficili e conflittuali. Trattare con un potere che non si riconosce
considerato un problema. Scrive Franceschini, parlando del suo rapporto con i
detenuti appartenenti alla malavita organizzata:
Un equilibrio lo avevamo gi trovato: noi organizzavamo e guidavamo le lotte e
loro svolgevano la funzione di sindacalisti, di mediatori; [] una situazione che
andava bene a tutti. A noi che preferivamo non presentarci come controparte che
mediava (eravamo per la distruzione dello Stato e quindi non potevamo scendere a
patti); e a loro che riacquistavano un ruolo di gestione e pacificazione
185
.

183
Gallinari 2006, p. 122.
184
Franceschini 1988, p. 184.
185
Ivi, p. 188.
232
Da qui nascono i problemi ed i dubbi che Franceschini incontra nel suo percorso
di costruzione di un dialogo con le autorit carcerarie (che solo nell87 lo porter
alla dissociazione). Riferendosi al cappellano ed il direttore del carcere di Palmi.
Stavamo diventando quasi amici, lentamente imparavo a vedere direttore e
cappellano non pi come parte delle istituzioni ma come persone, persone come
tante, non simboli
186
.
Ma il carcere, soprattutto il carcere speciale, una realt dura e spesso alienante:
la galera che insegna a scindersi in due per sopravvivere. Lo avevo imparato
alle docce, dopo tre o quattro anni, quando sei nudo di fronte agli agenti
187
.
Anche Moretti, arrestato nell81 descrive la condizione di isolamento del
carcere:
[rispondendo alla domanda In carcere sei un po solo?] Pi che solo in
isolamento: tra la caserma della polizia a Milano e le celle di isolamento a Cuneo
mi sono fatto tre mesi senza vedere nessuno che non fossero le guardie. Ma era
linizio e dopo dieci anni di clandestinit potevo persino prenderlo come una
tregua; mi sono letto due volte di fila Guerra e Pace. Mille e settecento pagine di
Tolstoj riempiono di gente una cella di isolamento per ben pi di tre mesi
188
.
Il carcere il carcere. Sei tagliato fuori. Per il mondo continua a girare anche
senza di te. Se hai la modestia di accettare questo pensiero atroce per lamor
proprio, impari a difendertene con efficacia. Devi solo tenere botta e cercare di
ragionare
189
.
Anche Curcio scrive: [] In quel momento cercavo di sopravvivere
nellisolamento totale e feroce in cui mi trovavo. La mia realt apparteneva a un
altro pianeta, il pianeta carcere
190
.
Dallautobiografia di Gallinari emerge la constatazione della difficolt, per chi si
trova in prigione, di comprendere quello che succede allesterno. Lui stesso
rimane vittima di questa difficolt:

186
Ivi, p. 207.
187
Ivi, p. 197
188
Moretti 1998, p. 229.
189
Ivi, p. 232.
190
Curcio 1993, p. 97.
233
Ma mi rendo conto velocemente che non facile spiegarsi, e non solo per la mia
testa squassata, ma per un equivoco di fondo. Negli ultimi tre anni i compagni
hanno assistito, dal chiuso delle carceri speciali, alla crescita esponenziale della
lotta armata nel paese. Ci li ha in qualche modo tratti in inganno, spingendoli
[] a partorire una teoria difficile da mediare con la pi concreta e complessa
dimensione del lavoro quotidiano che lorganizzazione svolge allesterno
191
.
Io per esempio e non sono il solo mi trovo a proporre la rappresaglia come
risposta immediata a questo stato drammatico di cose. un atteggiamento
chiaramente dettato dalla collera e privo di lucidit. Per fortuna, i compagni fuori
hanno la lucidit di non seguire quella strada
192
.

Peci viene arrestato il 19 febbraio 1980. In carcere si rende conto che la
sua vita sarebbe finita: sarebbe uscito a 57 anni. Dopo due settimane decide di
rendersi disponibile a parlare con Dalla Chiesa:
Ecco, finalmente mi sono detto: Siamo solo dei rompicoglioni. E non
neanche sicuro che a certi partiti li rompiamo tanto, anzi: i partiti che ogni tanto
subiscono un buon numero di attentati da parte delle Br non fanno altro che
rafforzarsi, grazie a noi. [] Non ci sarebbe stato alcun coinvolgimento di masse,
noi saremmo rimasti per sempre gli stessi e quindi, inevitabilmente, saremmo
finiti in galera dal primo allultimo aspettando che le masse venissero a liberarci
fra le vacanze a Riccione e la settimana bianca, fra la tredicesima e la
quattordicesima. Insomma, eravamo sconfitti, militarmente e politicamente
193
.
Nellautobiografia di Morucci lesperienza del carcere meno centrale
rispetto a quelle degli altri brigatisti. Morucci viene arrestato nel 79 insieme ad
Adriana Faranda. Nel 79 conduce insieme a Franceschini la rivolta dellAsinara,
in qualche modo cancellando il sospetto di essere un potenziale infame a causa
della sua rottura con le Br.

Giudizi storici

191
Gallinari 2006, pp. 227-8.
192
Ivi, p. 236.
193
Peci 1983, p. 194.
234
Lo spazio dedicato ai giudizi storici variabile tra le sei autobiografie,
dipende dalla loro natura, dai tempi differenti della stesura e dalle differenti
motivazioni che hanno spinto gli autori a dedicarvisi. In molti casi si cerca pi che
altro di dare uninterpretazione alla situazione di conflittualit che si era generata
nella societ e, in questo modo, di trovare anche una giustificazione per le proprie
azioni.
Sono sicuro che in parte il problema delle brigate rosse e del terrorismo
in generale nasce dalla disoccupazione giovanile. La disoccupazione porta allo
scontento, alla protesta, e per tanti che vanno a protestare nel Pci o nel Msi, ce ne
qualcuno che fa il rapinatore, il barbone o il terrorista, inevitabile. chiaro che
se fossi nato, per esempio, in Australia invece che nelle Marche, non avrei finito
per fare il brigatista. Per assurdo si potrebbe dire che se fossi nato el 1903, invece
che nel 1953, forse avrei fatto insieme a tantissimi miei compagni il fascista,
lo squadrista e poi il partigiano. Ognuno figlio del suo tempo. Secondo me, per
quanto possa sembrare assurdo, anche un problema di altruismo e generosit: si
tratta di rischiare tutto per una causa che si crede giusta, dimenticando la
convenienza personale. Con questo non voglio difendere la scelta della lotta
armata, che comunque un errore, adesso lo so. Voglio dire che anche sbagliato
andare a cercare per forza problemi psicologici o familiari alla base della scelta
brigatista: siccome un brigatista, se aveva un problema giovanile, anche minimo,
anche normale, lo si amplifica a dismisura si va a vedere cosa faceva alle
elementari. Io so che, a parte casi particolarissimi, tutti i brigatisti avevano una
vita normale, erano persone normale sotto tutti i punti di vista: non falliti, non
stupidi. Gente con unintelligenza media
194
.
Ma il problema riguarda anche tutto il movimento e le varie anime della
sinistra antagonista e rivoluzionaria italiana. Le Brigate Rosse, con la scelta messa
a fuoco gi prima di Piazza Fontana, hanno affrontato di petto la questione,
prendendo atto che lavvicinarsi della classe operaia al potere non pu non
provocare una reazione feroce da parte della borghesia, una contraddizione
antagonista e senza mediazioni possibili. Ma, per molti dei gruppi politici e delle
aree di movimento attive in quegli anni, il problema esplode solo ora. dunque in

194
Ivi, p. 42.
235
questa fine del 73 che iniziano a prodursi ampi processi di rideterminazione di
linea e di collocazione politica in tutta la sinistra italiana, vecchia e nuova. Sono
aggiustamenti o svolte che caratterizzeranno tutte le scelte poi effettuate negli
anni successivi
195
.
Nellautobiografia di Moretti, la pi politica delle sei, la pi densa quindi
di riflessioni e analisi storico-politiche, tendono ad intrecciarsi dialetticamente le
valutazioni di allora e quelle svolte col senno di poi.
Franceschini non d, nella propria autobiografia, giudizi storici complessivi sulla
propria epoca, n parla esplicitamente della situazione di conflittualit che ha
portato alla nascita delle Brigate Rosse. Ad essere raccontata soprattutto la storia
dellorganizzazione, che viene collegata, in particolare nei primi capitoli del libro,
alla ripresa della lotta rivoluzionaria che i partigiani comunisti erano stati costretti
ad abbandonare dal tradimento del Pci. Nel capitolo in cui si parla del convegno
di Pecorile (agosto 70), durante il quale si scioglie Sinistra Proletaria e si
comincia a parlare esplicitamente di lotta armata, Franceschini sceglie
significativamente di affidare alle parole della relazione di Curcio lanalisi della
situazione potenzialmente rivoluzionaria nella quale si doveva collocare la nascita
delle Br.
Parlando del sequestro Amerio, per, lex brigatista delinea una riflessione sul
compromesso storico come momento favorevole alle Brigate Rosse nellottica
della ricerca dellegemonia allinterno del movimento operaio:
Rinascita in quei mesi, pubblicava gli articoli di Enrico Berlinguer e secondo
noi laccordo tra comunisti e democristiani che andava delineandosi non avrebbe
potuto che provocare una spaccatura nella classe operaia. Era il momento che
aspettavamo e di cui dovevamo approfittare per diventare solido punto di
riferimento per chi vedeva nel compromesso la definitiva rinuncia alla
rivoluzione, alla lotta per la presa del potere
196
.
Anche lautobiografia di Morucci ha uno spiccato carattere politico. La ragione
che ha dichiaratamente spinto lex-brigatista a scrivere , daltra parte, la volont
di ripercorrere gli errori ma anche le aspirazioni di unintera generazione. Lintera

195
Gallinari 2006, p. 89.
196
Franceschini 1988, p. 79.
236
autobiografia quindi, in un certo senso, una riflessione storico-politica sulla
propria epoca, una stagione unica, come Morucci stesso la definisce:
E stata una stagione unica. E se stiamo qui a scavare e dire le cose come
stavano, nessuno di chi lha vissuta, tranne un ipocrita, pu negare di avervi
partecipato orgogliosamente. Certo ci sono stati degli errori. E gravi. Ma quand,
che di mezzo a uno stravolgimento sociale, non ce ne sono? E tale fu. Basta
guardare le decine di milioni, milioni di ore di sciopero, le fabbriche occupate, i
blocchi stradali e ferroviari, le gogne ai capetti, i sindacati regolarmente messi in
mora dalle assemblee operaie sulle piattaforme di lotta,e tutto il resto che sarebbe
troppo lungo elencare. Ci sono stati degli errori. E ne abbiamo assunto le pene, e
la pena. Perch comunque non ci si pu individualmente fare scudo di un
sommovimento di massa. E perch nelle scelte individuali quello che in gioco,
quello che alla fine pesa, il rapporto non con la morale della storia, che ne ha
scarsa, ma con la propria.
Oggi per, a trentanni da allora, si pu guardare a quella stagione per
quello che ha significato, oltre che per quello che stata a causa delle distorsioni
dellideologia. Lantagonismo e la rivolta allordine del giorno. La consumazione
fino al suo fondo del mito rivoluzionario. La ricerca, entusiasta, disperata e
violenta di unalternativa. Di un altro mondo possibile
197
.
Tentando di estrapolate alcuni giudizi storici che hanno un ruolo chiave nel
ragionamento sotteso al testo, si pu cominciare con la riflessione sul movimento
nato nel 68 ed evolutosi negli anni 70. Come si gi detto Morucci ritiene che il
movimento del 68 sia nato come un fermento culturale fondamentalmente
gioioso e poco conflittuale. A politicizzarlo, inquadrandolo nelle vecchie griglie
della lotta di classe e dellideologia la vecchia guardia, composta dai militanti
che gi facevano politica allinterno del Pci o da questo erano stati espulsi:
Sospinto dalla grande molla dellideologia, quel movimento di studenti, di non
produttori, si era riversato davanti alle fabbriche per sollevare alla rivolta gli
operai, i produttori. Dando cos una coriacea concretezza a quella vaga astrattezza
di intenti su una diversa dimensione di vita che era forse la sua unica peculiarit.
Aveva perso questa e perso la sua battaglia
198
.

197
Morucci 2004, p. 287.
198
Ivi, p. 84
237
Daltronde il comunismo di derivazione stalinista-leninista gi negli anni 70
unideologia che va contro il senso delle cose:
Gi la potenza produttiva capitalistica aveva liberato le masse dal bisogno,
e gi avrebbe potuto consentire un pieno dispiegamento delle potenzialit
individuali. [] La tensione al futuro, lincapacit di leggere loggi quello che
ha fregato gran parte di noi. Il nuovo sarebbe venuto dopo il mondo giusto, la
fine della sopraffazione, il sacrosanto rispetto della vita, ecc. ecc. -, nel prima
era lecito usare qualsiasi mezzo
199
.
E infatti il movimento del 77 innovativo e spiazzante rispetto al vecchio
schema della societ dei produttori, condiviso tanto dal Pci quanto dalle Br:
[] quei giovani proletari urbani la parte teppista e parassitaria della societ,
come era stata prontamente definita dagli ideologi del PCI per giustificare una
dura repressione erano s creativi ma anche incazzati neri. Tanto incazzati,
bastonati, sparati, e svincolati da ogni possibile controllo anche da parte delle
organizzazioni di Autonomia, che ripresero pari pari il Vogliamo tutto e subito
delle lotte operaie del 69. oltanto che non volevano riprendersi solo le parole, ma
le piazze, le citt, e labbondanza della ricchezza e delle merci che era l ma gli
era negata. Con le pistole. Un moto insurrezionale durato mesi. Con assalti e
sparatorie. E morti. Quindi non condividevo la pratica politica di quel movimento
ma pensavo comunque che ci andassero fatti i conti. Che non si poteva
appiccicargli sopra uniniziativa che, anzich andargli incontro, se ne separava
drasticamente assolutizzando il confronto tra lapparato delle Br e quello dello
Stato
200
.
Le Br, esattamente come il Pci, non hanno gli strumenti per comprendere questo
movimento:
Ma loro no. Troppo complicato. Troppe cose da rimettere in discussione.
Soprattutto la loro artefatta rappresentanza di una classe operaia che gi non cera
pi. Le BR tal quali al PCI. I brigatisti sono stati PCIisti col mitra in mano. Sono
stati esattamente come i vecchi quadri del PCI. E tanti ce nerano ancora in quel

199
Ivi, p. 50
200
Ivi, pp. 133-134.
238
partito. Quelli col mito della fabbrica, fucina della rivoluzione, e che il mitra
lavevano lasciato sepolto. Non sono stati rivoluzionari. Non pi, dopo
201
.
Ma questa incomprensione, come si gi visto, non lunico errore delle Br.
Lorganizzazione manca anche di capacit danalisi nei confronti della propria
controparte, lo Stato. Di eccessiva semplificazione nei confronti dei meccanismi
del potere pecca daltra parte tutto il movimento:
[]per le BR e per la maggior parte del movimento rivoluzionario,[le cose] non
erano affatto contraddittorie. Il potere era unico. Unica la sua testa e unici i suoi
arti. Tutto ci che avveniva era conseguenza di decisioni prese e azioni compiute
in un unico grande disegno. Quello controrivoluzionario
202
.
Questa tendenza alla semplificazione quella che, come si vedr pi avanti, porta,
secondo Morucci, al dramma del sequestro Moro

I giudizi sulla questione del sequestro Moro
Il rapimento del presidente della democrazia cristiana, Aldo Moro, messo a
segno dalle Brigate rosse il 16 marzo 1978 e conclusosi con luccisione del
sequestrato, levento chiave della storia dellorganizzazione. Esso dimostra la
geometrica potenza (come la definisce Franco Piperno) delle Br ma costituisce
anche uno spartiacque nella storia del paese e della formazione. Le riflessioni
sulla gestione del rapimento da parte dellorganizzazione e sul suo esito rivestono
un ruolo comprensibilmente importante nelle autobiografie analizzate. Patrizio
Peci lunico dei 6 brigatisti a non soffermarsi sul caso Moro. Questi non
partecipa direttamente al sequestro, anche se ai componenti della Colonna di
Torino vengono dati da conservare alcuni documenti del presidente della Dc.
Della gestione del sequestro scrive solo:
Di questo invece sono certissimo: se, come avevamo chiesto, un altro
esponente della Dc fosse intervenuto per trattare, riconoscendoci esplicitamente,
Moro sarebbe ancora vivo. Un giorno lesecutivo chiese a tutte le colonne di
pronunciarsi sullaffare Moro, perch cerano contrasti tra falchi (ivi compresa la

201
Ivi, p. 291.
202
Ivi, p. 165.
239
colonna di Torino) e colombe, fra il partito della morte e quello della liberazione.
And come and
203
.
Curcio e Franceschini si trovano in carcere al momento del sequestro. Il timore
per la propria vita nel caso Moro non venga liberato (nel 77 , nel carcere di
Stemmhein sono morti in circostanze che lasciano pensare ad un omicidio -
Baader, Ensslin e Raspe, dirigenti della Raf), nonostante un meravigliato
compiacimento per la potenza dellorganizzazione, caratterizzi i cinquantacinque
giorni nei ricordi dei due fondatori delle Br.
Curcio teme che lorganizzazione abbia compito unazione cui non
politicamente preparata:
Io debbo dire che percepii subito il dislivello molto forte tra le capacit politiche
delle Brigate rosse che agivano allesterno e i problemi politici che unazione cos
rilevante avrebbe posto. Ebbi la netta sensazione che lazione compiuta
rappresentasse un passo pi lungo della gamba
204
.
Questi sostiene con fermezza il rifiuto di ogni mediazione con lorganizzazione
esterna da parte del gruppo dei brigatisti detenuti. Appare significativo il fatto che,
al contrario di Franceschini, Curcio neghi che siano state formulate esplicite
richieste da parte dellavvocato Guiso e che questi li abbia contattati su mandato
di Craxi. Curcio sembra accettare fondamentalmente la versione offerta anni dopo
in carcere da Moretti, secondo la quale i margini di trattativa per la liberazione di
Moro sarebbero stati nulli. Tuttavia egli afferma lopportunit di questa
liberazione e denuncia lincapacit politica delle Br allesterno:
[hai mai pensato che il sequestro si potesse risolvere con la liberazione di Moro,
come era successo per il giudice Sossi?] Me lo sono augurato. Pensavo fosse la
soluzione pi intelligente, ma non avevo elementi per sapere quanto potesse
risultare probabile. Nel caso del giudice Sossi il nostro scopo non era stato quello
di uccidere un uomo, ma di realizzare unazione di propaganda dimostrando la
nostra capacit di tenere un prigioniero per quindici giorni e guadagnare una
grande popolarit. E scegliemmo di restituire il giudice vivo anche se lo Stato con
i suoi inganni fece di tutto per favorire un epilogo tragico. In quelloccasione
sapemmo reagire senza intransigenza e stupidit, facendo prevalere la ragione

203
Peci 1983, p. 161.
204
Curcio 1993, p. 150.
240
politica. con Moro la decisione non dipendeva pi da me. La logica delle Br si era
irrigidita, la loro ottica era cambiata. Non avevo nessuna certezza
205
.
[quella di uccidere Moro] stata una scelta tragicamente distruttiva per
lorganizzazione che in quel momento non aveva la forza politica di gestire un
fatto di quella portata. Certamente il non aver valutato sin dallinizio leventualit
di potersi trovare di fronte a un atteggiamento di chiusura totale, che avrebbe
comportato la scelta semi-obbligata di uccidere il prigioniero, stato sinonimo di
scarsissima lungimiranza strategica da parte dei compagni che hanno
programmato il sequestro
206
.
Neppure Franceschini condivide la linea portata avanti dallorganizzazione
allesterno (richiesta di un riconoscimento politico), e la imputa allo snaturamento
che le Br hanno subito dopo larresto suo e di Curcio:
Che ce ne saremmo fatti poi di questo riconoscimento? Non abbiamo posti da
occupare in qualche parlamento e una forza rivoluzionaria deve farsi riconoscere
soprattutto dagli strati sociali a cui fa riferimento, i cui interessi vuol difendere;
non dalle istituzioni nemiche. Avere come obiettivo il riconoscimento politico
ci sembr quindi la conferma pi chiara di quella mentalit burocratica e
formalista che dopo gli arresti mio e di Renato e la morte di Mara aveva
lentamente preso il sopravvento nellorganizzazione. Anche il voler dare
allazione il senso di un processo alla Dc e alle sue strutture di potere riduttivo.
Noi vi vediamo una continuit con quel che avevamo cominciato a dire e fare
quando il termine compromesso storico era entrato nella vita politica italiana: il
sequestro Moro si presentava, oggettivamente come un attacco a questo progetto,
al progetto di unit nazionale, che le Brigate rosse lo vogliano o meno.
C solo una cosa da fare quindi, trattare a qualunque costo per rompere quel
fronte della fermezza che, compatto, si formato subito dopo lazione di via
Fani
207
.
Le Br, per, appaiono immobili sulle loro posizioni:

205
Ivi, p. 152.
206
Ivi, p. 160.
207
Franceschini 1988, p. 156.
241
[...]ci sembra di dover lottare su due fronti: lo Stato e le Brigate rosse. Tutti e
due fermi sulle loro posizioni, incapaci di seguire una mediazione, di raggiungere
un compromesso con se stessi e con il potere
208
.
Moretti il protagonista del sequestro Moro. Al momento del rapimento
dirigente della colonna romana, fa parte dellesecutivo ed uno dei brigatisti di
pi vecchia data. lui a svolgere, durante i cinquantacinque giorni, gli
interrogatori al presidente della Dc. Moretti sostiene che la morte di Moro non sia
stata programmata precedentemente.
Non ci sono pi margini. Ci stringono ad una decisione che non quella che
volevamo, ma a quel punto lunica per noi possibile
209
.
La posta in gioco per la liberazione di Moro un riconoscimento della questione
dei prigionieri politici:
Per chiudere ci basta che venga ammesso che esiste una questione riguardante i
prigionieri politici. Non questione di quanti o quali e se verranno liberti
immediatamente [] Quel che indispensabile, che una questione politica e di
principio, che si riconosca dallaltra parte che in Italia ci sono dei prigionieri
politici. Se qualcuno avesse detto: Fermi, discutiamone, ci saremmo fermati,
avremmo discusso
210
.
La fermezza delle forze di governo imprevista per lorganizzazione:
Non era plausibile che, nel momento in cui prendiamo Moro, si aprissero nel PCI
delle contraddizioni? Che andasse in crisi il compromesso storico? Molti settori
del partito non ne erano affatto convinti. Il PCI conservava larghe fasce di
militanti, che potevano o almeno cos pensavamo premere per rompere una
linea che stava salvando la DC dalla crisi; quei militanti ci avrebbero attaccato,
era ovvio, non potevano essere dalla parte della lotta armata, ma non si sarebbero
messi dalla parte della Democrazia Cristiana. [] C stata uningenuit nelle
nostre supposizioni, ci siamo ingannati al limite dellautolesionismo
211
.
Anche Gallinari ha un ruolo importante nel sequestro Moro. Prende parte
alloperazione in via Fani, uno degli inquilini dellappartamento insieme ad

208
Ivi, p. 160.
209
Moretti 1998, p. 154.
210
Ivi, p. 155.
211
Ivi, p. 145.
242
Anna Laura Braghetti e Germano Maccari e fa parte della direzione di Colonna
che gestisce il sequestro. Per anni indicato come lesecutore della condanna a
Morte di Moro, anche se Moretti smentisce questa circostanza nel suo libro. La
valutazione sulla conclusione della vicenda molto asciutta e impersonale:
Ma una vicenda di questo tipo non pu che concludersi in modo politico.
Abbiamo sempre sostenuto che la metropoli una giungla: la nostra conoscenza
del territorio romano, il nostro radicamento nella citt della politica far in modo
che al palazzo il corpo del presidente della DC venga restituito
212
.
Gallinari prende atto delle critiche che vengono mosse alla decisione di
uccidere il presidente della Dc, tuttavia sembra sostenere che queste siano in
qualche modo inficiate dalla massiccia affluenza di nuovi militanti
nellorganizzazione avvenuta sullonda del sequestro.
Il sequestro Moro volta una pagina della nostra storia. Lo sapevamo
prima di andare a Via Fani, e lo capiamo ancor di pi adesso, davanti allo scontro
chiuso senza mediazioni. []
C stata, innanzitutto, una reazione dura delle forze istituzionali e dei sindacati,
che hanno cercato di mobilitare le masse contro di noi attraverso lo sciopero
generale proclamato allindomani del sequestro, e soprattutto mediante la
successiva politica della fermezza. [] Il PCI non ha nemmeno provato a
ridiscutere il suo appoggio al monocolore democristiano. Si fatto anzi alfiere
della difesa delle istituzioni, sostenendo la pi completa identificazione degli
interessi popolari con la dimensione borghese della legalit. In questo senso, e la
cosa non ci sfugge, si persino accentuata la divaricazione tra il palazzo e
unampia fascia sociale e politica la quale, pur essendo minoritaria nel paese,
tuttora disposta a opporsi alluniverso bloccato della solidariet nazionale. []
Un quadro altrettanto contraddittorio e sfaccettato ci presenta il versante dei
movimenti. Allinizio, insieme allo stupore, il sentimento prevalente stato quasi
di acclamazione. [] Tuttavia, anche nelle fasce pi radicali dellautonomia
operaia, lo sviluppo delloperazione ha fatto emergere sempre pi chiaramente
perplessit e posizioni critiche. Salvare o non salvare Moro ha costituito il
discrimine del dibattito. E in questo tema si riflessa non soltanto una diversa

212
Gallinari 2006, p. 193.
243
sensibilit etica, ma anche e soprattutto una differente percezione della
congiuntura politica e dei suoi possibili sviluppi. [] La contraddizione dunque
reale, come reali sono i segnali contraddittori che ci arrivano. [] Ma altrettanto
vero che gran parte di quel movimento sta ora bussando alla nostra porta,
chiedendo di essere inquadrato e diretto sotto la linea politica delle Brigate Rosse
che, il 9 maggio 1978, hanno concluso la Campagna di primavera eseguendo la
condanna a morte pronunciata nei confronti di Aldo Moro. questo lelemento
che ci convince di pi della correttezza delle decisioni prese. [] Il problema che
abbiamo perci quello di assumere la direzione complessiva di questa tendenza.
Un ruolo da partito, ecco il punto, che non siamo ancora in grado di esercitare.
Nella strategia della guerra di lunga durata, infatti, questo problema di gestione
del consenso assume per forza di cose il nome di transizione dalla fase della
propaganda armata alla fase dellorganizzazione delle masse sul terreno della lotta
armata. [] Sappiamo che dovremo affrontare e risolvere problemi colossali.
Sappiamo che un lavoro difficile e nuovo ci attende. [] Ora si tratta di lavorare
per far crescere le relazioni con le organizzazioni comuniste combattenti europee,
con i movimenti autonomisti baschi e irlandesi, con le forze guerriglieri
palestinesi pi sensibili alla prospettiva comunista e internazionalista. [] Ed
proprio nel confronto diretto e costante che inizio a intrattenere con i dirigenti
delle altre colonne, che mi rendo conto di un fatto politico importante. La realt,
sia politica che organizzativa, venutasi a creare a Roma, abbastanza diversa dal
resto dei nostri insediamenti. Nelle fabbriche del Nord, lorganizzazione ancora
forte e radicata, ma la sua attivit si confronta con una situazione relativamente
stagnante. Allintensit della pratica combattente, che anche a Torino, Milano e
Genova continuamente cresciuta durante il sequestro Moro e oltre, non
corrisponde una parallela incidenza della lotta di massa nello scontro con il
capitale. I rapporti di forza stanno lentamente ma inesorabilmente cambiando.
Ciononostante, cogliamo solo in parte la contraddizione insita in questi segnali, e
pensiamo di sopperirvi attraverso una migliore ripartizione delle nostre forze,
inserendo nelle istanze settentrionali alcuni militanti in grado di rafforzare
politicamente il lavoro delle colonne
213
.

213
Ivi, pp. 195-200.
244
Morucci prende parte allazione in via Fani ed nella colonna che gestisce
loperazione. Insieme ad Adriana Faranda, consegna i volantini
dellorganizzazione e le lettere di Moro durante il sequestro. Come la sua
compagna, contrario alluccisione del presidente della Dc. Dopo la morte di
Moro rimane nellorganizzazione fino al 79.
Le riflessioni sul caso Moro ricoprono, com comprensibile, un ruolo importante
nella biografia di Morucci: con questo rapimento, ancora una volta, le Br
dimostrano la loro rigidit mentale, una totale incomprensione verso la
complessit del reale, unottusa purezza ed il sentimento di superiorit che
caratterizza i loro rapporti con il movimento:
Fu una tragedia degli equivoci e le BR non si accorsero che le carte si
erano sparigliate. Moro non era lamerikano che noi credevamo. Era per il cuore
dello Stato. Non dellastratto Stato del SIM, ma di quello Stato reale. E, non
essendo quello il ferreo SIM ma uno Stato che si reggeva su precari equilibri, il
suo sequestro, il suo solo sequestro aveva gi inferto un colpo mortale.
Mentre pretendere dopo questo un riconoscimento fu come se una banda di
rapinatori avesse svuotato Fort Knox, il tesoro degli Stati Uniti, e poi chiesto al
loro presidente il riconoscimento di essere la pi grande banda del secolo. E,
peraltro e per paradosso una volta fuori da ogni logica politica e la richiesta
dei tredici era risibili di fronte alla vita di Moro, del cuore dello Stato. A quel
punto, come equiparato contrappeso, poteva chiedersi qualsiasi cosa. [] Ma le
BR, non accorgendosi di aver ottenuto il massimo che potevano ottenere, lo
persero, e non ne ebbero nulla pi se non la propria sconfitta. E cos, per quello
che erano, doveva essere. Anche loro hanno recitato fino in fondo la propria parte.
Il dramma era compiuto. [] Il sequestro Moro non stato solo ci che stato.
stato uno di quei fatti storici andati al di l delle intenzioni di tutti i suoi
protagonisti. Non stato solo un evento tragico, ma epocale. E, come tale, il suo
copione and oltre
214
.




214
Morucci 2004, pp. 177-178.
245
Ripensamento del passato
Il ripensamento del passato e della propria esperienza fortemente
condizionato, e non potrebbe non esserlo, da tre fattori: la necessit di fare i conti
con l innegabile sconfitta della strategia della lotta armata per il comunismo, la
generalizzata condanna morale e, soprattutto, la condanna giudiziaria.
Il nostro errore in sostanza qual era? Credere che lItalia fosse un paese
adatto a una rivoluzione comunista. Non abbiamo considerato per niente che
lItalia una societ a capitalismo avanzato, cio una societ completamente
diversa da tutti i paesi dove la rivoluzioni comuniste hanno avuto successo. In
Italia mancava lelemento fondamentale: mancava la fame. Senza la fame, senza
una forte maggioranza della popolazione che sta veramente male non si fanno
rivoluzioni
215
.
Questa stata la scommessa che abbiamo perso. L abbiamo fallito, in
fabbrica. Ha vinto la Fiat. N noi n gli operai: la Fiat. Il fatto che gli operai non
erano abbastanza motivati alla ribellione. Noi puntavamo alla libert di tutti,
loperaio invece tende a portarsi lo stipendio a casa. Il problema delloperaio
quello di star bene, il che a dire la verit non significa portarsi lo stipendio a casa
ma essere sfruttato meno, lavorare in condizioni ottimali; loperaio vuole avere
una casa, vuole gli svaghi, e ha anche ragione. [] Cos, in pratica, abbiamo
distrutto anche quel poco di movimento rivoluzionario che cera. Labbiamo
distrutto con le nostre mani: avevamo la forza per creare una spaccatura una sola
e abbiamo finito per spaccare proprio il movimento. Anche perch abbiamo
assorbito noi i quadri migliori, i pi attivi, del movimento rivoluzionario. Adesso
sono o morti o in galera o criminalizzati, del tutto impotenti. Oggi sono in galera
5000 persone per reati legati al terrorismo. Legati, dico, perch ben pochi sono i
terroristi. Gli altri sono tutti attivisti che il movimento sindacale rivoluzionario ha
in qualche modo perso. Cos le brigate rosse hanno finito per favorire laccordo
tra sindacati confederali e padroni. Bel risultato davvero. Non avrei mai
immaginato che andasse a finire cos quando, quellautunno del 74, arrivai a
Milano
216
.

215
Peci 1983, p. 47.
216
Ivi, pp. 49-50.
246
Le posizioni possibili riguardo al proprio passato sono state, in qualche modo,
definite giuridicamente, con le leggi sul pentimento e la dissociazione.
Peci nel 1980, subito dopo larresto inizia a collaborare con Dalla Chiesa: il
primo pentito delle Brigate Rosse.
Morucci e Franceschini arrivano, tramite percorsi personali diversi, alla
dissociazione.
Del periodo del ripensamento, Franceschini scrive:
Ore di profondo sconforto, in cui rivedevo la mia vita individuando errori e
dogmatismi, che si chiudevano con una sensazione amara, quella di aver seguito
per pi di dieci anni una rotta sbagliata che mi aveva portato in mezzo agli
iceberg, nel mare gelato
217
.
Tutta lautobiografia di Morucci gira intorno al ripensamento
dellesperienza delle Brigate Rosse e della sua generazione politica in generale. Si
gi accennato al fatto che lorganizzazione presentata come molto distante
dalle reali posizioni politiche di Morucci. Quindi molta parte delloperazione di
rielaborazione del proprio rapporto con le Br consiste per Morucci nellesame
delle ragioni che lo hanno portato ad entrare nellorganizzazione nonostante la
distanza che lo divide da questa. Queste ragioni sono prima di tutto la sua voglia
di fare:
Credi che avessi abbastanza elementi per capire? Certo che li avevo. Ma non
avevo nientaltro. Le cose per noi andavano sempre peggio. Te lho detto.
Spaccature su spaccature. Cos alla fine diedi loro ragione. Forse era meglio
tagliare il nodo. Annullare dubbi e incertezze. Cos anzich seguire gli allarmi del
cervello, seguii obtorto collo la spinta al fare. La cecit del fare
218
.
Il giudizio complessivo sullesperienza delle Brigate Rosse tutto politico e non
lascia spazio a dubbi:
Maoisti-stalinisti. Gli ultimi che dovevano organizzare la lotta armata in
Italia erano quelli delle BR. Lavevano ripresa pari pari da dove era stata interrotta
quella dei loro padri disillusi del PCI. Come se in mezzo non fosse nulla. E,
peggio che peggio, loro erano puri. Ci potevamo sporcare le mani di sangue ma
mai del mefitico fluido del compromesso. Quella era roba da partiti borghesi.

217
Franceschini 1988, p. 202.
218
Morucci 2004, p. 106.
247
Loro erano pi oltre. I primi rivoluzionari della storia puri. Fare politica restando
puri. Unaltra contraddizione in termini. Se nella societ non ci fossero interessi
diversificati non ci sarebbe bisogno di mediazione, compromesso, di politica. Ma
loro, appunto, erano pi oltre. La politica da cui traevano la linea di condotta era
quella rivoluzionaria, e la rivoluzione avrebbe portato a una societ senza
conflitti. Quindi a una societ senza necessit di mediazione, di compromesso e
della sporca politica borghese. Una politica pura.[] Comunque, a essere onesti,
anch io ero abbastanza sognatore, o sprovveduto, da crederci. A una possibile
societ senza conflitti. Ma il punto era un altro. Ed era che portavano la linea retta
della politica di un sognato futuro in quella tortuosa del concreto presente. Come
usare un raggio laser per togliere una vite. [] B, come chiosava Togliatti, ogni
paese ha i rivoluzionari che si merita. Se era vero quello che diceva, lItalia dei
politici culi di pietra, pronti a rischiare col codice penale ma recalcitranti
allazzardo politico, si era meritata quei brigatisti. Volevano essere puri ed erano
stati dei puri mentecatti. E io pi di loro ad essermici messo assieme
219
.
Chi, come Curcio, Moretti e Gallinari, non ha usufruito delle possibilit
offerte dalla legge sulla dissociazione, critica una presa di distanza che pi che
altro una rimozione, unabiura, in nome della necessit di una riflessione pi
approfondita su un fenomeno che andrebbe compreso nella sua specificit e
collocato nel suo contesto politico, piuttosto che rinnegato e isolato come malattia
morale. La critica si rivolge anche al mondo politico, che, per comodit, a questa
esigenza di riflessione ha fatto mancare una sponda:
A quel punto scrissi un documento intitolato Non che linizio: annunciavo la
chiusura di unesperienza, rilanciavo la richiesta di una discussione globale per
decidere quali profondi mutamenti compiere, capire se era ancora possibile farlo.
Il mio convincimento maturato in quei giorni era questo: ho una responsabilit
diretta nellaver promosso e messo in piedi lorganizzazione delle Brigate rosse;
non me ne posso allontanare senza avere prima ben chiarito il mio punto di vista e
senza aver fatto tutto il possibile perch questa organizzazione, che non ha pi
nessuna ragione valida per continuare ad esistere, si chiuda ordinatamente
220
.

219
Ivi, p. 141.
220
Curcio 1993, p. 196.
248
Non esisteva unarea del silenzio, come da alcune parti era stato scritto, ma
esisteva e esiste ancora il tentativo di seppellire nel silenzio tutto ci che non
dissociazione o pentimento. Se fino ad allora non avevo parlato era perch lo
spazio di parola concesso a chi non faceva parte delle due categorie canoniche,
quella dei pentiti e quella dei dissociati, era uno spazio solo apparente: prendere la
parola sul nostro passato comportava lautomatico inserimento in una
catalogazione in cu io non mi volevo riconoscere
221
.
Perch mai avrei dovuto dissociarmi da quelli che erano stati giorni
certamente tragici e spietati, ma anche autentici in ogni loro respiro? Perch avrei
dovuto abiurare un passato che avevo vissuto con tutto me stesso? Il carcere era
forse il luogo ideale per tentare anche un primo, provvisorio, bilancio?
222

Quel che avvenuto negli anni Settanta roba nostra, non puoi glissare. I
dissociati glissano. Mentre sarebbe stato possibile difficile ma possibile fare
tutti assieme una riflessione vera, senza rimozioni, dichiarano che era finita.
Perch il progetto era realmente fallito, questo era chiaro, anche a quelli che
continuarono non potendo far altro
223

E la chiusura di una storia, e come tutte le chiusure che si producono nella
sconfitta, si accompagna ad un liquefarsi dei comportamenti e dei percorsi dei
compagni detenuti. Percorsi che diventano sempre pi frastagliati, se non
addirittura individuali. [] La realt che siamo isolati. Un sacco di gente vuole
la nostra pelle e nientaltro. C in giro (davvero da tutte le parti) unirrefrenabile
desiderio di esclamare: lavevamo sempre detto, noi, che finiva cos!
224
.
Gallinari conclude lautobiografia dicendo:
Fine di una storia. La storia continua
225
.


221
Ivi, p. 205.
222
Ivi, p. 206.
223
Moretti 1998, p. 252.
224
Gallinari 2006, p. 337.
225
Ivi, p. 340.