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Un panino alla cultura

«Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla
cultura e comincio dalla Divina Commedia». Dell’ormai celebre
battuta dell’effettivo leader del paese, Giulio Tremonti, nei giorni
in cui affossava la funesta legge Gelmini sull’Università (solo per il
momento, e comunque per le ragioni più sbagliate), prima delle
parole colpisce la mimica: lo sguardo ammiccante e insieme sprez-
zante, il voltare di scatto le spalle all’interlocutore, l’incamminarsi
risoluto per la propria strada. Inequivoco il linguaggio del corpo:
abbiamo ben altro a cui pensare, noi.
L’offensiva, del resto, è in corso da un pezzo. Già durante l’agoniz-
zare del secondo governo Prodi era stata notevole una frase del
portavoce di Tremonti, Silvio Berlusconi: «Dal governo di centro-
sinistra vogliamo azioni, fatti concreti, tutto il resto è poesia». Dal-
la quale si poteva dedurre come, per chi la pronunciava, «poesia»
significasse più o meno «spazzatura». Quella stessa cioè che, per
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ironia della sorte, di lì a poco porterà il Portavoce di Tremonti per


la quarta volta a Palazzo Chigi.
Ed è stato proprio a partire dal 2008 che l’offensiva della destra
contro la cultura ha conosciuto un giro di vite brutale. Artisti e in-
tellettuali sono stati dichiarati «parassiti» e «fannulloni» dalla te-
sta d’uovo Renato Brunetta, il quale per l’occasione non s’è perita-
to di restaurare il «culturame» di scelbiana memoria (manca poco,
insomma, che a sentir parlare di cultura voglia mettere mano alla
pistola).
Ma il disprezzo e l’odio della destra italiana per la cultura non si
traducono solo nella boutade di nominare suo ministro Sandro
Bondi (del quale si conoscono del resto efferate poesie, appunto, al-
le quali tempo fa donò un’ispirata prefazione l’ineffabile poeta e
maître à penser di Cl, Davide Rondoni: lo stesso che, in stretta si-
nergia con le scelte gestionali tremontiane, oggi propone – in un
non meno efferato pamphlet Contro la letteratura pubblicato
dal Saggiatore – la facoltatività dell’insegnamento della letteratu-
ra a scuola). Essendo questo «il governo del fare», alle beffe ha ag-
giunto macroscopici danni: enti culturali decapitati, fondi allo
spettacolo decurtati. E il centro del fronte non può che essere
l’istruzione pubblica: scuole rase al suolo, università strangolata.
L’anomalia italiana è anche questa: una forza economica e politi-
ca che ha fondato le sue fortune sulla comunicazione ma che non
appena torna al potere, a parte leggi Bunga Bunga da promulgare
in tutta fretta a pro del Portavoce, si accanisce a svilire
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simbolicamente, e a fattualmente svantaggiare, coloro che lavora-


no proprio nella comunicazione e nel linguaggio: nell’insegnamen-
to e nella cultura, cioè, come nelle arti e nello spettacolo. In parti-
colare l’umiliazione sistematica e l’insulto quotidiano nei confronti
degli insegnanti di scuola e università (ampiamente documentati
dal libro di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti, edito da mi-
nimum fax), non possono più essere considerati un portato irrifles-
so del becerume di governo; li si deve riconoscere come parti di un
progetto preciso. Quella che Massimiliano Panarari ha definito (in
un fortunato saggio pubblicato da Einaudi) Egemonia sottocul-
turale non può che essere funzionale a un progetto di dominio
economico, sociale e, dunque, politico: coi suoi effetti anche nei
termini umilianti dell’analfabetismo di ritorno sul quale è tornato
a metterci in guardia Tullio De Mauro.
Tanto le rugiadose parole in libertà di Rondoni che i tagli finanzia-
ri prosaicissimi in questi giorni prospettati, con sadica goduria, da
Brunetta e Tremonti prefigurano sempre più chiaramente un mo-
dello sociale neoclassista: dove solo chi se lo potrà permettere, cioè,
avrà modo di accedere all’istruzione superiore. Quella che tra gli
altri avrebbe il compito di formare un’opinione pubblica critica e
consapevole: per la quale si vede che – malgrado lo strapotere eco-
nomico e mediatico – si continua a nutrire, evidentemente, una
paura fottuta. Il diritto all’istruzione – e dunque al poter partire
alla pari, almeno in teoria, nello struggle for life predicato
dall’Ideologia del Libero Mercato – è ormai un ricordo. (Alla
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trasmissione L’infedele condotta da Gad Lerner queste orecchie


hanno dovuto del resto ascoltare un altro sopracciò di Cl, Luigi
Amicone, proclamare che è venuto il tempo di farla finita col «dog-
ma dei diritti uguali per tutti»).
Va però aggiunto che, se c’è un settore nel quale – sul lungo perio-
do – gli orientamenti parlamentari e di governo si sono dimostrati
perfettamente bipartisan, è proprio quello relativo alla politica
scolastica e universitaria (come con efficacia mostrato da Pierluigi
Pellini sull’ultimo numero di «alfabeta2»). A posteriori non pare
per esempio così difficile identificare una simmetria, e diciamo pu-
re una sinergia, fra il programmatico abbassamento qualitativo
dell’Università pubblica – ridotta a laureificio che licenzi a pieno
regime lavoratori cognitivi da precarizzare, cioè schiavizzare, in
massa – e la zelante incentivazione di Scuole di Eccellenza ad altis-
simo costo – che hanno ovviamente la funzione di selezionare le
nuove élite dirigenti, cioè una nuova razza padrona. Due bracci di
una medesima tenaglia alla quale ha dato man forte, negli anni,
qualificatissimo personale intellettuale: tanto di destra che di
«sinistra».
Se è vero che la funzione intellettuale da tempo non appartiene
più a un’élite sociale, ma al contrario essa è sempre più capillar-
mente diffusa nella nebulosa interclassista alla quale un po’ tutti
apparteniamo, primo punto di una sua «coscienza» comune (se
non, appunto, «di classe») non potrà che essere la presa d’atto
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dell’offensiva cui viene sottoposta: proprio dal potere che sul suo
sfruttamento fa leva.

Andrea Cortellessa

Gianfranco Baruchello nel 1974 tra alcuni suoi oggetti. Foto Arturo Schwarz.
Slavoj Žižek

Slavoj Žižek
L’effetto Berlusconi

Intervista di Antonio Gnoli

Si può analizzare un fenomeno mediatico, politico, culturale qual’è


da quasi un ventennio Silvio Berlusconi, senza lasciarsi condizio-
nare dal fastidio che l’«oggetto» in questione sovente provoca in
chi lo analizza? Non è una forma di neutralità che si invoca, ma
una connessione più attenta tra superficie e profondità: diciamo
tra il volto-maschera, al quale c’ha abituati nelle sue molteplici
apparizioni televisive e l’anima-merce, nella quale albergano desi-
deri, finzioni, progetti. Per molti italiani egli è l’uomo del sogno: fi-
gura temibile e consolatoria, a un tempo, le cui parole, quando
vengono pronunciate, hanno per lo più un carattere fuggitivo. Nel-
lo schema generale del suo linguaggio rassicurante (legato all’idea
Slavoj Žižek

del fare) le variazioni sono minime, e la mobilità è massima. Nel


senso che Berlusconi tende a dire sempre le stesse cose, ma nel dir-
le – come accade nei sogni – le parole hanno un carattere volatile e
lievemente ipnotico. Quel linguaggio diverte e rassicura coloro che
ne sposano i contenuti. Egli incarna un potere «grottesco»: esila-
rante, minaccioso, imprevedibile, efficace. C’ha colpiti il modo col
quale, qualche tempo fa, sulla «London Review of Books» Slavoj
Žižek riportava quel potere all’ironica immagine di un Panda, pro-
tagonista di un cartoon di successo. Ed è la ragione per cui abbia-
mo voluto incontrare questo intellettuale che con grande libertà
ha messo assieme Lacan e il cinema, indagato Freud e Marx e pre-
ferito il moderno al «post». Žižek non si considera un esperto di
Berlusconi e soprattutto – tiene a precisare – pensa che per molti
versi il problema non sia lui, ma che lo stesso Berlusconi sia l’effet-
to di un processo più generale che non coinvolge solamente l’Italia.
Il discorso, dunque, non può che cominciare dall’intreccio tra due
figure cardine della modernità: politica ed economia.

Lei sostiene che sia stata recisa ogni connessione fra democrazia e
capitalismo. Com’è accaduto? E cosa sostituisce oggi quel legame?
Sì, nella mia interpretazione questo accade soprattutto in
Cina, anche se non solo lì. Qualche tempo fa il mio amico
Peter Sloterdijk mi confessò che dovendo immaginare in
Slavoj Žižek

onore di chi si costruiranno statue fra un secolo, la sua ri-


sposta sarebbe Lee Kwan Yew, per oltre trent’anni Primo
ministro di Singapore. È stato lui a inventare quella pratica
di grande successo che poeticamente potremmo chiamare
«capitalismo asiatico»: un modello economico ancora più
dinamico e produttivo del nostro ma che può fare a meno
della democrazia, anzi funziona meglio senza democrazia. Deng
Xiaoping visitò Singapore quando Lee stava introducendo
le riforme e si convinse che quel modello andava applicato
alla Cina.

La Cina, insomma, è il sorprendente laboratorio nel quale si pro-


getta il nostro futuro?
Diciamo che ci sono alcuni elementi che vanno in quella di-
rezione. Se un nuovo modello si afferma e condiziona mon-
di culturalmente lontani, non si può non valutarne la forza
di penetrazione. Sia Sloterdijk che io pensiamo che la scis-
sione tra democrazia e capitalismo si stia lentamente
espandendo. Se ne osservano elementi in Russia e, sebbene
sarebbe chiaramente folle sostenere che l’Italia sia già usci-
ta dalla democrazia, vedo anche qui tendenze non tanto alla
sua sospensione formale, quanto alla sua neutralizzazione:
si tende a rendere la democrazia irrilevante. Il punto è fare
in modo che la gente accetti che i meccanismi democratici
Slavoj Žižek

non siano davvero importanti, che esprimano un rituale


completamente vuoto.
Del resto vedo aspetti di questo processo anche negli Usa.
Quando esplose la crisi finanziaria, fu messo in discussione
il primo grande intervento pubblico da, mi sembra, 700 mi-
liardi di dollari. Alla prima votazione – Bush era ancora Pre-
sidente – il Congresso votò contro con due terzi dei suffragi.
Cosa accadde? L’élite politica di entrambe le parti – Bush,
Obama, McCain eccetera – si rivolse al Congresso più o me-
no con questi toni: «Ascoltate, non abbiamo tempo per que-
sti giochetti democratici, questa roba bisogna approvarla e
basta»; una settimana dopo, il Congresso rivotò ribaltando
totalmente la sua precedente decisione. Non è dunque que-
stione di individui pazzi o autoritari: no, c’è qualcosa nel ca-
pitalismo contemporaneo che spinge in questa direzione.

Si può dire che, rispetto al passato, la situazione si sia enormemen-


te complicata. La famosa «globalizzazione» ha dilatato problemi
che tradizionalmente trovavano una soluzione nell’ambito degli
Stati-Nazione. Oggi non è più così. Con quali effetti per la
democrazia?
Credo che i meccanismi democratici non siano più suffi-
cienti ad affrontare il tipo di conflitti che si prospettano
all’orizzonte (sull’ecologia, le grandi migrazioni, le rivolte
locali, ma anche altri relativi al funzionamento intrinseco
Slavoj Žižek

del capitalismo: dalla proprietà intellettuale alla crisi finan-


ziaria). Sembrano richiedere un «governo di esperti» molto
decisionista, che si esprima su quel che occorre fare, e lo
metta rapidamente in atto senza tanti salamelecchi. Ma è
un esito molto triste: se finora, nonostante tutto, c’era un
buon argomento a favore del capitalismo, ovvero che prima
o poi, magari dopo qualche decennio di dittatura come in
Sud Corea o in Cile, l’avvento del capitalismo avanzato
avrebbe poi implicato la democrazia – ecco, tutto questo
non accade più. Ed è un fenomeno davvero nuovo, un’epoca
nuova, direi. Ma il punto, si badi bene, non è criticare la de-
mocrazia in sé; bisogna comprendere come la democrazia si
stia autodistruggendo, ed è importante sottolinearne
l’aspetto strutturale: non si tratta delle decisioni di singoli
pessimi leader, della loro brama di potere o simili: è il siste-
ma stesso che non può più riprodursi in modo autentica-
mente democratico.

Il che ci porta all’oggetto del nostro incontro. A quale genere di de-


mocrazia ha dato dunque vita Berlusconi?
Mi sento di ribadire che forse voi italiani vi concentrate
troppo su Berlusconi come causa dei mali che vi affliggono.
In realtà bisogna vederlo come effetto. Non dimentichiamo
le circostanze in cui è «sceso in campo»: lo scandalo di Mani
pulite e il vuoto di potere che si creò con la scomparsa di
Slavoj Žižek

un’intera élite politica. Certo, fin dall’inizio il suo progetto


ha presentato elementi originali: Berlusconi ha davvero in-
ventato qualcosa. Quel che ha introdotto è, formalmente,
ancora una democrazia ma che, come tutti sappiamo – que-
sto punto è stato trattato fino allo noia –, funziona in modo
diverso: è, voglio dire, una democrazia ipermediatizzata,
soggetta allo spettacolo pubblico. Ma c’è un secondo aspet-
to, per me molto importante, su cui vale la pena richiamare
l’attenzione: la scissione del processo politico in sé – il pro-
cesso di governare un paese, il decision making – dallo spet-
tacolo mediatico, dalla dimensione dello scandalo pubblico,
con tutte le sue conseguenze.

Lei allude agli scandali sessuali che hanno pesato sulla figura del
premier?
Sì. Ma occorre capire perché quando c’è uno scandalo ses-
suale, tutti si occupano di quello, ma in maniera completa-
mente dissociata da ciò che veramente accade. Berlusconi –
non dovremmo dimenticarlo – non è solo un clown: ci sono
cose che accadono davvero, decisioni politiche gravi che
vengono realmente prese. Questo gap caratterizza la politi-
ca oggi.

Questa «dissociazione» impedirebbe di cogliere l’effettiva strategia


del potere berlusconiano?
Slavoj Žižek

È come se mi concentrassi sull’albero, perdendo di vista la


foresta. Un potere è sempre un risultato complesso. Si pensi
a un altro aspetto originale di Berlusconi. È riuscito a mar-
ginalizzare la sinistra, e a stabilire una nuova polarità poli-
tica fra quello che potremmo definire un orientamento li-
berale neutro e tecnocratico e una reazione populista. Que-
sto è perfettamente chiaro in Polonia: l’attuale premier Do-
nald Tusk è un puro tecnocrate liberal e i due gemelli Kaczy-
n´ski (almeno fino a quando l’incidente aereo non ha sciolto
definitivamente questa coppia), – sorta di Tweedledee e
Tweedledum, i due matti di Alice nel paese delle meraviglie, sa-
liti al potere – populisti al massimo grado. Berlusconi fa
qualcosa di più: riunisce le due polarità. È certamente un tec-
nocrate brutale, efficientista, ma allo stesso tempo presenta
chiari elementi populisti. Forse questa combinazione è poli-
ticamente la più pericolosa, ed è in questa direzione che
egli si sta muovendo. Nel momento in cui Berlusconi ha oc-
cupato tutto lo spazio, non ne lascia all’opposizione: è la ma-
gia del funzionamento dello spazio simbolico. Naturalmen-
te non sto affermando che siete uno Stato di polizia: l’Italia
funziona ancora, ma è tuttavia avvertibile questo effetto di
assenza di spazio, che mette l’opposizione nella difficoltà di
definire se stessa. Ci si può chiedere a questo punto se ci sia
davvero, nell’attuale sistema, una grande alternativa a
Slavoj Žižek

Berlusconi. Può la politica liberista offrire di più che un


«Berlusconi dal volto umano»? Io credo di no.

Lei sostiene che il modello Berlusconi è un oggetto molto più com-


plicato di ciò che appare e che, in qualche modo, impone un lin-
guaggio anche a chi è antiberlusconiano?
Non si può prescindere dallo spazio simbolico che egli ha
costruito e che condiziona qualunque azione che cerchi di
ridurne l’efficacia. Ciò che suggerisco è di non farsi comun-
que ipnotizzare dallo spettacolo in corso, dall’aspetto clow-
nesco, dall’evidente corruzione: cerchiamo di rivolgerci le
domande essenziali. Certo, è un fatto forse unico nei tempi
moderni che un premier, attraverso i suoi avvocati, dica di
esser pronto a dimostrare in tribunale di non essere impo-
tente. Ma è molto più importante l’altra faccia di Berlusco-
ni. Quegli aspetti che potrebbero apparire secondari, ma
che per me sono presagi inquietanti. Per esempio – mi chie-
do – quanti italiani sanno di vivere da tempo formalmente
in uno stato di emergenza, proclamato per poter schierare
l’esercito in aree civili? Se si combina questo con le ronde,
con quello che è accaduto all’Aquila, con la vicenda dei rom,
se ne possono trarre conseguenze inquietanti. Non dico che
domani Berlusconi proclamerà l’emergenza nazionale e che
vi risveglierete in uno stato di polizia, no: in un certo modo,
Berlusconi sta portando a compimento quel che ha fatto
Slavoj Žižek

Bush negli Stati Uniti. Non avremo il caro vecchio stato


d’emergenza – discorsi alla nazione, coprifuochi eccetera –
la vita andrà avanti normalmente, con le sue permissività, i
suoi piaceri, i suoi sogni, ma sotto l’ombra di misure ecce-
zionali, impiegate, si potrebbe dire, proprio per proteggere
la cosiddetta «libertà», il piacere. È una sorta di autoritari-
smo permissivo, che ha per formula «più divertimento e più
misure straordinarie»: potrebbe essere il nostro futuro. Do-
vremmo esserne consapevoli, ed è certamente cruciale leg-
gere tutta la Berlusconi-commedia su questo sfondo di mi-
sure graduali da stato di emergenza. Ma ripeto ancora: non
bisogna pensare che la causa di tutto ciò sia Berlusconi. Se
lo fosse la soluzione sarebbe relativamente semplice: baste-
rebbe vincere le prossime elezioni.
Il problema è più profondo.

Quest’idea di «autoritarismo permissivo» fa pensare al modo in


cui, in una delle sue lezioni, Foucault declinò l’esercizio della «so-
vranità grottesca». Soprattutto in periodi di decadenza, il potere
acquista un aspetto di terrificante comicità. Foucault usò la parola
«ubuismo», dall’Ubu roi. L’uso che Berlusconi fa del potere crede
sia in qualche modo connesso a questa idea?
Già da molto tempo nella letteratura e nel cinema troviamo
quest’idea di «ubuizzazione» del potere. Vi sono elementi
di ubuizzazione nel leader nordcoreano Kim Jong-il, per
Slavoj Žižek

esempio, ma con una differenza fondamentale: Kim è Ubu


roi per noi, ma non per se stesso. Non puoi ridere di lui, lag-
giù. Più vicino a noi, elementi di questo tipo c’erano anche
in Reagan e Bush: anch’essi, come più tardi Berlusconi, gio-
cavano ironicamente con la loro stessa stupidità, prenden-
dosi lievemente in giro. Berlusconi non ha inventato nulla,
ha solo spinto le cose alle estreme conseguenze: ma questa
ubuizzazione era già in atto, ed è il segno di un profondo
cambiamento nelle dinamiche simboliche del potere.

E uno dei certificati di nascita è stato prodotto negli Stati Uniti?


Negli Stati Uniti, questo cambiamento si è avviato dopo Ri-
chard Nixon. Oggi verrebbe quasi voglia di dire che Nixon
sia stato un grande Presidente. Certo, era corrotto. Ma se si
misura il grado di essere di sinistra sulla semplice base di
quanto lo Stato investe nell’istruzione, la salute, il welfare,
allora Nixon è stato il Presidente più di sinistra degli Stati
Uniti. Ha normalizzato i rapporti con la Cina, cambiando la
geopolitica mondiale. Al riguardo mi sento di sposare una
teoria leggermente paranoica: forse la vera ragione per cui
cadde non fu il Watergate in sé, ma la volontà dell’élite di
farlo fuori, probabilmente per la «pacificazione» avviata
con il grande paese comunista. In ogni caso, il Watergate fu
una fine adeguata per l’ultimo grande Presidente edipico e
tragico della storia americana. La sua caduta fu una vera
Slavoj Žižek

tragedia, la sua dignità venne distrutta. Era ancora una fi-


gura di «nobile Presidente» che cade. (Anche a Carter è ac-
caduto qualcosa di analogo, ma la sua fine è stata meno tra-
gica). Con Reagan si inaugura l’ubuizzazione, Reagan è il
primo Ubu roi. Ma Berlusconi è andato più lontano: è il lea-
der che, per così dire, si prende gioco di se stesso. Per que-
sto, compito dell’opposizione dev’essere non tanto pren-
dersi classicamente gioco del leader – come avveniva, per
esempio, con le barzellette durante lo stalinismo – ma pro-
prio ignorare questo aspetto, far capire che c’è poco da
scherzare, che accadono cose gravi.

Questa serietà minacciosa, alla quale lei fa riferimento, non può


essere però separata dal lato diciamo farsesco, greve e, perfino in
un certo senso, gratuito. Gratuito, al punto, da apparirci come un
fraintendimento della libertà. In fondo, tra coloro che plaudono al
berlusconismo ci sono quelli che dicono: evviva, lui c’ha liberati
dai lacci delle regole istituzionali e dall’eccesso di Stato.
Sono certo che Berlusconi ne sarebbe disgustato: ma uno
come lui, con i suoi aspetti farseschi e ubuizzati, può diven-
tare Presidente solo dopo la ribellione antiautoritaria del
’68 – il che la dice lunga sui limiti del ’68. Quali erano i tre
grandi obiettivi di quella ribellione? L’alienazione sul posto
di lavoro, la famiglia e la scuola viste come strumento
dell’oppressione borghese. Siamo o no consapevoli
Slavoj Žižek

dell’abilità con cui il capitalismo contemporaneo ha inte-


grato in sé questi aspetti di ribellione, e quanto esso sia il
vero erede del ’68? Quanto alle industrie, oggi non facciamo
più ricorso al fordismo, e se ne abbiamo bisogno lo esterna-
lizziamo in Cina o in Indonesia: oggi si parla di «produzione
postmoderna», di «progettualità dinamiche», di «gruppi di
lavoro interattivi». Persino l’università non è più il sacrario
della conoscenza organizzata dallo Stato oppressivo, ma è
decentralizzata e privatizzata, secondo l’idea dell’ «educa-
zione permanente»: si segue un corso di qua e uno di là, tut-
to è finalizzato a scopi pratici. O si pensi alla sessualità: ma
a chi importa della famiglia, oggi, Berlusconi per primo? Lo
si fa in giro un po’ come capita o come si può. Insomma, le
richieste del ’68 sono state esaudite, e il risultato è molto
peggio di quel che c’era prima.

E questo concerne anche il potere nella sua massima espressione?


Anche questa «ubuizzazione del potere» fa in qualche modo
parte del riassorbimento del ’68 nel sistema. Una delle ten-
denze più tipiche del ’68 francese era la messa in ridicolo
del potere; e non è un caso che proprio in Francia Coluche,
il celebre comico, annunciò nel 1980 di volersi candidare al-
la presidenza. La sua propaganda si basava sulla continua
ridicolizzazione di se stesso: teneva discorsi pseudoeletto-
rali sulla tazza del gabinetto, e alla fine scaricava lo
Slavoj Žižek

sciacquone. A un certo punto, prima che si ritirasse (secon-


do alcuni costretto da Mitterand, e di mezzo ci fu anche la
misteriosa morte di un collaboratore), i sondaggi gli attri-
buivano il 16%. Anche Felix Guattari lo sosteneva, ci vedeva
una forma di sovversione. Ma si sbagliava. Oggi abbiamo
Coluche al potere: è Berlusconi, e questo è un aspetto abba-
stanza enigmatico di quella che potremmo definire la figura
postmoderna del capo politico; il potere può oggi funziona-
re senza dignità e serietà, senza i regalia dell’autorità. In ter-
mini lacaniani, potremmo parlare di un’eclissi del signifi-
cante padrone (signifiant maître). Lacan parla di un’opposi-
zione fra conoscenza e significante-padrone: l’autorità non
può basarsi solo sulla conoscenza degli esperti, ma deve
presentare una caratteristica aggiuntiva che identifichi
qualcuno come capo.
Se si toglie il tradizionale carisma fatto di dignità, biso-
gna trovare un sostituto, e uno dei sostituti pare oggi essere
una comicità alla Ubu. Il potere di Berlusconi oggi pare fat-
to di (presunta) competenza tecnocratica e di comicità.

Il riferimento al corpo del comico e alle sue volute degradazioni,


innesca una riflessione sull’ossessione berlusconiana per il proprio
corpo, sulla sua dichiarata volontà di sopravvivenza, o meglio an-
cora: desiderio di sconfiggere la morte. Non credo sia solo paura di
Slavoj Žižek

invecchiare, ma necessità di eternarsi ancora in vita. Lei come giu-


dica questo atteggiamento?
Faccio spontaneamente qualche associazione. La prima è
che Berlusconi costituisce per certi versi una reviviscenza
del mito medioevale, presente nel ciclo arturiano, del Re
Pescatore, o Re Ferito, alla cui menomazione fisica corri-
sponde la decadenza e la desertificazione del suo paese, la
Terra desolata. Il re deve guarire perché il paese possa pro-
sperare di nuovo. Oltre al semplice elemento della vanità
personale, è come se Berlusconi cercasse di vendere, in mo-
do comicamente distorto, il mito arcaico che la salute del pae-
se dipenda dalla salute del capo. È questa l’ironia di Berlu-
sconi: continui riferimenti ai regalia e, al contempo, capaci-
tà di sollecitare un’identificazione basata sulla sua somi-
glianza, non sulla differenza dall’uomo comune.

È la caratteristica del populismo. Ma in che consiste questa


identificazione?
Partiamo da un luogo comune. Non dico che gli italiani sia-
no così, ma esiste senz’altro un cliché che li dipinge come
piccoli frodatori che stordiscono le mogli di bugie, e vengo-
no rappresentati come donnaioli ed evasori del fisco. Berlu-
sconi sembra realizzare in proporzioni amplificate ciò che
gli italiani sognerebbero di fare – un po’ di affari loschi qui
e là, una relazione diciamo molto personale con le tasse.
Slavoj Žižek

Anche la sua propensione ai commenti e alle battute ses-


suali, le sue gaffe, le sue barzellette innalzate a miseri apo-
loghi, proiettano una trama conoscibile. È come se imitasse
l’ordinarietà di voi italiani. E questo è ancora un altro aspet-
to dell’ubuizzazione.

È una strategia intermente voluta?


Mi chiedo se lo faccia apposta, e in quale misura. Alcuni po-
litici sloveni che lo hanno incontrato mi hanno detto che
anche in privato è così, che gli piacciono le barzellette spor-
che, che ama tirare tardi. Ma anche se è davvero così, non è
impossibile che consapevolmente lasci questa sua natura
esprimersi il più possibile. Credo ci sia in ciò un aspetto ma-
nipolatorio: Berlusconi «c’è e ci fa», come direste voi. Qual-
cosa di diverso ma analogo accade con Putin, che rappre-
senta un altro versante del potere postpolitico e neoautori-
tario (e non è un caso che i due siano amici). Putin gioca
consapevolmente con un altro aspetto, quello del suo bru-
tale autoritarismo. Quando per esempio un giornalista occi-
dentale gli rivolse una provocazione filo-cecena, per tutta
risposta Putin gli chiese: «Sei circonciso? In Russia abbiamo
degli ottimi dottori, possiamo circonciderti e forse anche
qualcosina di più». Ho chiesto ad alcuni miei amici russi
ben informati se queste siano «esplosioni» incontrollate di
una vera natura tenuta repressa; mi hanno risposto che no,
Slavoj Žižek

che sono per lo più previste e progettate. Insomma, il capi-


talismo postdemocratico sta trovando in Occidente le sue
diverse forme: per ora italiana e russa. Qui comunque non
abbiamo bisogno di un autoritarismo «confuciano», di lea-
der saggi e sapienti, come a Singapore. Non fa per noi, stia-
mo inventando i nostri modi e ne sapremo di più tra qual-
che anno.

È interessante quel riferimento al mito medioevale del Re Pescato-


re. A questo proposito veniva in mente il film di Terry Gilliam sulla
leggenda. Glielo ricordo perché lei ha spesso usato il cinema come
metafora in grado di spiegare i meccanismi nascosti della realtà.
È un invito a verificare se sono possibili altre associazioni.
Sempre restando ai miti medioevali, un’altra associazione si
può fare con l’ultimo Beowulf cinematografico, quello inter-
pretato da Ray Winstone. Ecco, Winstone è davvero una fi-
gura berlusconiana. All’inizio, nel film, anche lui fa dei
commenti ironici su se stesso.
E poi il film ha qualcos’altro, qualcosa di unico dal punto
di vista tecnico. Hanno combinato riprese d’azione e carto-
ni animati. Ci sono degli attori in carne e ossa, ma la loro
immagine è modificata mediante disegni, così che appaio-
no, fra le altre cose, più giovani. Il Beowulf cinematografico
è una sorta di chirurgia plastica vivente, e così in qualche
misura è Berlusconi.
Slavoj Žižek

Pensiamo ancora a uno dei grandi miti gotici del nostro


tempo, i giochi di carte per bambini. In particolare Yu-Gi-
Oh!, forse il più diffuso in tutto il mondo. Mio figlio non fa
altro che giocare con queste carte (e mi ha costretto a com-
prare su eBay la combinazione di carte più potente, nota
come Exodia, per trecento dollari). Ecco, la cosa straordina-
ria di questi giochi è che non presentano un unico universo di
regole. Quasi ogni singola carta ha le proprie. Per me sono
un mistero: su una carta può esserci scritto che se ne hai
un’altra succede un’altra cosa ancora, e così via. È un siste-
ma di regole completamente opaco, sterminato; solo dei
bambini piccoli, con la loro memoria eccellente, possono ri-
cordarle tutte. Questo assomiglia moltissimo al modo in cui
funziona il potere oggi. Gli antichi e nobili sistemi di potere
sono fondati su testi sacri: costituzioni, regole di base. Oggi
ci stiamo muovendo da un grande insieme di regole fonda-
mentali e stabili a queste improvvisazioni: si tendono a
creare stati temporanei di emergenza con regolamenti
transeunti, variabili. Già Foucault e Deleuze identificarono
questo passaggio dalle leggi ai regolamenti: regole inventate
per, o applicate a, situazioni specifiche.

Non dimentichiamo però che uno dei contenziosi più aspri riguar-
da le leggi ad personam.
Slavoj Žižek

Si potrebbe dire che non c’è niente di più generale del per-
sonale e che il corpo del Re va salvato a ogni costo, contro
ogni decenza e a prescindere da ciò che la democrazia
richiederebbe.

È il lato oscuro e mitologico del potere di quest’uomo che si avvale


di una clownerie unica.
Un mio sogno è vedere interagire Berlusconi e Benigni al
suo peggio (in senso buono): il mio problema con Benigni è
che negli ultimi film è diventato troppo sentimentale (al Pi-
nocchio, ma anche al finale della Vita è bella, preferisco il Be-
nigni, per esempio, di Taxisti di notte di Jarmush). Ecco, sa-
rebbe bello vederli insieme, questi due grandi clown. Ma
non sono sicuro che Benigni sarebbe altrettanto divertente,
con Berlusconi. Benigni è un clown classico, il cui gioco è
meno opaco e più aperto, Benigni si prende in giro e fa il
pagliaccio in un modo che presuppone una dignità. E que-
sto è il motivo per cui amava tanto Berlinguer. Si può non
essere d’accordo con Berlinguer, ma è senz’altro stato uno
degli ultimi politici italiani a incarnare un’autorità somma-
mente dignitosa – il silenzio della dignità, si direbbe. La mia
impressione è che Benigni funziona meglio in contrappunto
a un’espressione dignitosa del potere. Con Berlusconi po-
trebbe essere un numero molto, molto meno divertente.
Slavoj Žižek

Anche perché Berlusconi non dividerebbe mai la scena con qual-


cun’altro. Soprattutto se più bravo di lui. Del resto egli è certo di
essere un grande seduttore di donne e di folle. In che misura egli
incarna la seduzione del potere?
Ogni potere esercita una seduzione. Persino gli esperti tec-
nocrati tentano di sedurre attraverso i loro expertise: quan-
do gli economisti espongono le loro posizioni dispiegando
terminologie specialistiche, contano sul fatto che non li
comprenderemo, e che proprio per questo ci sedurranno.
Certo, Berlusconi seduce, ma non con i mezzi tradizionali
della brutalità né della dignità. Anche se l’ubuizzazione co-
mincia con Reagan, questi presentava ancora alcuni aspetti
tradizionali di brutalità: si pensi a quando, in risposta a un
grande sciopero dei controllori di volo, si rese rapidamente
conto che nell’esercito aveva abbastanza uomini per sosti-
tuirli, e li licenziò tutti e diecimila. Berlusconi seduce anche
lui, ma in una maniera originale. Per certi versi rappresenta
un ritorno all’Urvater freudiano: si ricorderà che secondo il
Freud di Totem e tabù il padre primordiale aveva il diritto di
possedere fisicamente ogni donna della tribù. Ritengo che
Berlusconi giochi con questa forma di seduzione, e penso
che questo segnali un nuovo funzionamento del potere in
generale. Non dovremmo sottovalutarlo o ridurlo troppo
facilmente a un fenomeno tutto italiano. Molti analisti poli-
tici oggi gettano facilmente il discredito con asserzioni
Slavoj Žižek

sostanzialmente razziste: «Ah questi italiani, non ci si può


far nulla!». Non è così.

E com’è?
Si pensi a Obama. Anche lui si è avvalso di questo cambia-
mento, in modi molto diversi. Anche lui non recita più la
parte del nobile e dignitoso capo di Stato. La prima reazione
di molti alla candidatura di Obama fu: è un bravo ragazzo,
ma lo prenderanno sul serio? Ha abbastanza autorevolezza?
Nel conflitto fra Obama e McCain, era questi a giocare il
ruolo dell’autorità classica. Se dai dibattiti politici togliamo
la fuffa, il punto base di McCain era: «Io sono un capo, io ho
l’autorità, Obama no». Ma oggi l’essere capi è dissociato
dall’essere autorevoli e austeri; e Obama ha potuto vincere.
Certo, si può fare un’analisi psicologica di Berlusconi, ma
non penso che questo sia interessante. È preferibile doman-
darsi a quali bisogni sociali, a volte arcaici, la figura di Ber-
lusconi fa riferimento. Con quali bisogni la figura di Berlu-
sconi entra in risonanza? In definitiva, io sono un collettivi-
sta vecchio stile. Gli individui non sono interessanti: odio la
psicologia individuale. Mi interessano i bisogni collettivi
che essi rispecchiano.

Lei sostiene che ciò che accade in Italia succede anche altrove. Ma
in quale altro grande paese il suo avere a che fare con escort,
Slavoj Žižek

ragazze giovanissime e persino minorenni non avrebbe portato a


dimissioni immediate? Questo non è accaduto in Italia. Perché?
Non credo che in tutti gli altri paesi il risultato sarebbe sta-
to questo. In altri paesi succederebbe forse qualcosa di simi-
le a quanto sarebbe accaduto anche negli Stati Uniti e in
Italia decenni fa: si sarebbe realizzato il patto generale di
non parlarne. Mentre adesso assistiamo, sotto questo aspet-
to, a un’americanizzazione dell’Italia (e progressivamente
dell’Europa): la vita privata dei leader diviene un fatto d’in-
teresse pubblico.
Anche in America, del resto, il fenomeno è recente. Pen-
siamo a Kennedy: lo sappiamo tutti, non faceva altro che se-
durre donne, ma la stampa lo ignorava, non solo e non tan-
to perché i media fossero oggetto di repressione, ma perché
faceva parte del patto sociale. Pensiamo ancora alla Francia
e a Mitterrand: tutti sapevano che aveva moltissime amanti
e molti figli illegittimi. Un liceo del sesto arrondissement, vi-
cino il Jardin du Luxembourg, veniva chiamato il liceo dei
figli illegittimi di Mitterrand. Ma nessuno ne scriveva, an-
che in questo caso. C’era un codice di discrezione che impo-
neva di non farlo. Il ghiaccio venne rotto negli Stati Uniti
con Clinton: e da allora si può fare ogni cosa, si può indaga-
re sulla vita privata dei personaggi pubblici. Voi siete una
grande nazione, non abboccate a queste stronzate
Slavoj Žižek

nordeuropee che vi trattano come una razza di inguaribili


fanfaroni.

Una nazione si giudica anche da chi la guida.


D’accordo, ma la questione è più generale e travalica i vo-
stri confini, fa parte della «snobilitazione» del potere. Qual-
cosa è cambiato a un livello molto più profondo, nell’econo-
mia simbolica della relazione della collettività con il potere.
E, lo ripeto, non credo che in tutti gli altri paesi, comunque,
un Berlusconi rassegnerebbe le dimissioni. Lo stesso Clin-
ton non si dimise. E anche in Francia oggi non sarebbe certo
detto. Un po’ di tempo fa, mentre visitava una fiera agrico-
la, a un uomo che ha rifiutato di dargli la mano, Sarkozy –
che non sapeva di essere registrato – ha risposto: «Casse-toi,
pauvre con», un’espressione molto volgare e insultante. Il vi-
deo ha fatto il giro del mondo, ma non è successo nulla, anzi
forse l’episodio lo ha aiutato in popolarità.
Comunque, certo, in molti altri paesi non è ancora possi-
bile non dimettersi dopo uno scandalo del genere: ma voi
siete il futuro. Diventerà sempre più così, c’è da temere.
Tuttavia, scoperto il «vizietto» di Berlusconi, lo si potrebbe
utilizzare più discretamente per farlo cadere, costringendo-
lo a dimettersi ma senza mettere al centro dell’attenzione
pubblica la sua vita sessuale. Questo è la fine dell’autorità
moderna per come la conosciamo.
Slavoj Žižek

Nel suo articolo sulla «London Review of Books», lei ha sostenuto


che il modello di Berlusconi è esportabile. Che cosa glielo fa
ritenere?
Berlusconi è l’epitome dell’«ubuizzazione del potere», della
perdita della dignità classica del leader. E penso che questo
sia un processo universale. Potrà avvenire in modi diversi a
seconda dei paesi, ma è parte di un processo globale.

Cosa pensa delle ripetute minacce di Berlusconi alla stampa?


Io penso sia in primo luogo ipocrisia. Berlusconi fa il doppio
gioco, in questo caso: nessuno è così stupido – e lo stesso
Berlusconi non può essere totalmente stupido – da pensare
che il modo in cui lui si comporta non possa provocare que-
sto genere di domande. Non può certo dire, in nessun caso,
di essersi comportato come un onorevole e dignitoso uomo
di Stato! D’altra parte, molte persone comuni, pensando a
un settantaduenne che se la spassa con tante ragazze, po-
trebbero ammirarlo. Certo, io sono disgustato dal compor-
tamento di Berlusconi, mi sento completamente solidale
con «la Repubblica» e aderisco senz’altro e con convinzione
all’appello che qualche tempo fa fu fatto da tre giuristi. Tut-
tavia, temo che Berlusconi prosperi proprio su questo. I po-
litici più abili nella manipolazione lo hanno sempre saputo:
nulla ti aiuta di più di un certo genere di critica. Berlusconi
oggi si può anche presentare in questo modo: sono un
Slavoj Žižek

grande seduttore, quei professorucoli impotenti della sini-


stra mi invidiano a morte. Qui giochiamo con il fuoco.

Lei che farebbe?


Se io fossi un giornalista antiberlusconiano, cosa che certa-
mente sarei, non mi concentrerei sulla sua vita sessuale né
su altri temi che possono generare la pur minima identifi-
cazione: l’evasione fiscale, per esempio (o l’impotenza: an-
che questo può generare identificazione, visto che metà de-
gli uomini hanno problemi del genere). Persino concentrar-
si sulla corruzione funziona solo con i casi estremi: una cor-
ruzione «ordinaria» può esser vista come una forma estre-
mizzata di piccoli comportamenti di saper vivere quotidia-
no. Bisogna forse presentare le decisioni politiche di Berlu-
sconi come direttamente legate ai loro effetti gravemente
negativi. Dire: Berlusconi ha fatto questo, e di conseguenza
queste persone, con nomi e cognomi e storie, sono morte,
queste altre hanno perso il lavoro. Se gli elettori rimangono
indifferenti davanti a questo, beh, siamo fottuti. E Berlusco-
ni, certo, sta attivamente cercando di creare una simile in-
differenza. Ma dev’esserci un modo di reinventare le do-
mande centrali della politica, riformulando le questioni po-
litiche ed economiche in termini più personali, anche chia-
ramente manipolatori, se ce n’è bisogno. Sarebbe un bene
Slavoj Žižek

ripensare la strategia per combattere Berlusconi: troppe


volte lo abbiamo aiutato.

Con la collaborazione di Vincenzo Ostuni


Slavoj Žižek

Exercises de style, 1962, assemblaggio, cm 25 x 60.


Slavoj Žižek

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Le macerie del riformismo

Le macerie del riformismo

G.B. Zorzoli

P
arafrasando Woody Allen, il comunismo è morto ma
la sinistra riformista s’è presa ben più di un raffred-
dore. Alcuni (maligni?) addirittura la diagnosticano
in coma irreversibile.
Il morbo non è solo italico, anche se da noi è più virulen-
to che altrove (quanto lontano il tempo in cui con orgoglio
declinavamo l’ingraiana «diversità» del nostro paese!).
Prendiamo la Svezia, per decenni emblema e rassicura-
zione delle magnifiche sorti e progressive della socialdemo-
crazia. Elezioni del 19 settembre 2010: 30,9% dei suffragi, il
peggiore risultato elettorale dal 1914. A partire dal 1932 i
socialdemocratici sono stati al governo del paese per l’80%
del tempo ed è la prima volta da allora che un partito di
Le macerie del riformismo

centro-destra rivince le elezioni dopo essere stato al gover-


no. Gli scontenti hanno preferito mandare per la prima vol-
ta in Parlamento un partito xenofobo di estrema destra.
Un fenomeno, questo, che replica nel paese più impensa-
bile quanto già avvenuto in un’altra nazione emblema della
tolleranza, l’Olanda, oltre che in un Belgio già alle prese con
una divisione interna a sfondo etnico, come altrove manife-
stazione di un sotteso disagio socio-economico. Il leghismo
di Bossi ha fatto scuola.
D’altra parte un Presidente come Obama, nel contesto
americano quanto di più vicino agli obiettivi di una sinistra
riformista, ha perso rapidamente consensi non per avere
tradito il programma elettorale, ma per avere cercato di at-
tuarlo. Non gli perdonano la riforma sanitaria, malgrado
fosse difficile farne una più blanda, e diversi parlamentari
democratici in vista della mid term election hanno contributo
ad affossare il disegno di legge che avviava un primo abboz-
zo della green revolution. Ad avvantaggiarsene maggiormen-
te non è il tradizionale establishment repubblicano, ma il
Tea Party, rispetto al quale la Lega sembra un partito
westminsteriano.
Il caso Obama, ma anche quelli europei, ci dicono che
questo stato di cose non può essere spiegato soltanto con
gli errori delle sinistre, che responsabilità ne hanno avute
(e ne hanno); forse, però, meno determinanti di quanto
Le macerie del riformismo

solitamente immaginiamo vedendo lo stesso spettacolo at-


traverso l’ottica deformata della situazione italiana.
È indubbiamente più facile avere una percezione distorta
delle cose in un paese dove la sinistra riformista ha persino
rinunciato a declinarsi tale. La tanto decantata «contamina-
zione di culture politiche diverse» s’è tradotta in un assem-
blaggio di chi (provvisoriamente) ci stava. Lungi dall’aggre-
gare altre forze, il partito democratico ha già incominciato
a perdere pezzi (oltre che consensi) e non è finita.
Questo non ci autorizza però a reagire come il toro posto
davanti al drappo rosso, caricando a occhi chiusi contro il
solito Berlusconi, che solo in parte è causa della situazione
in cui versiamo, molto di più è il prodotto di una deriva che,
con accenti nel nostro caso talvolta farseschi, ci accomuna
agli altri paesi occidentali.
L’alternativa allo sterile antiberlusconismo non è però il
moderatismo. Lo praticano meglio altri. Per uscire da que-
sto disturbo bipolare, che riproduce il classico quadro clini-
co caratterizzato dall’alternarsi di episodi depressivi e di
episodi maniacali, occorrerebbe riesumare l’antica pratica
di una seria analisi delle trasformazioni sociali che si sono
verificate negli ultimi decenni. Naturalmente senza limitar-
si a rimirare il domestico orticello.
Il timore a cavallo fra il vecchio e il nuovo secolo di un
mondo egemonizzato da una sola superpotenza si è in pochi
Le macerie del riformismo

anni dissipato davanti all’evidenza di una multipolarità in


continua crescita. Il confronto per il momento è solo econo-
mico, ma il divario salariale e di protezione sociale fra na-
zioni emergenti e paesi già sviluppati rimette in discussione
le basi stesse del welfare su cui in Occidente la sinistra ri-
formista aveva costruito la propria ragion d’essere.
Con un’aggravante. Defunto con il crollo dell’Urss lo
spauracchio del comunismo, le classi dirigenti, ma anche i
singoli individui non si sentono più costretti a compromessi
fra i propri interessi e il «bene comune». Il trionfo del mer-
cato assunto a ideologia e dell’individualismo senza freni
non solo rimette in discussione le conquiste sociali, ma ri-
muove anche le remore a manifestare atteggiamenti xeno-
fobi se non apertamente razzisti. Insieme al compromesso
keynesiano in economia è andato a farsi benedire il political-
ly correct.
Colta di sorpresa dal mutato scenario, che rende obietti-
vamente difficile proporre alternative credibili, la sinistra
radicale s’è ridotta a testimonianza di piccole minoranze,
quella riformista per salvarsi si è messa a rincorrere le nuo-
ve tendenze, tentando di dimostrare che avrebbe saputo
gestirle meglio. C’è riuscito solo il New Labour di Blair, faci-
litato da quasi vent’anni di thatcherismo. Ora, di nuovo pre-
sa in contropiede dall’insorgere della crisi economico-fi-
nanziaria e dopo anni di eccessiva acquiescenza alle
Le macerie del riformismo

tendenze in atto, oltre a non avere idee agli occhi della gen-
te non ha nemmeno le carte in regola per proporsi come
alternativa.
Comprendere i fenomeni che hanno ridotto in macerie il
vecchio insediamento delle sinistre, sulla loro interpreta-
zione elaborare proposte politiche credibili, riuscire infine
a trasformarle in senso comune, è processo che, anche se
riesce, richiede tempi lunghi. Difficilmente s’addice a grup-
pi dirigenti che per la loro età hanno orizzonti temporali li-
mitati. L’unico con i requisiti anagrafici adatti è il giovane
Milliband, ma dalle prime dichiarazioni rese dopo la sua
elezione sembra avere solo quelli.
Le macerie del riformismo

Coscienza del presente 2, 1962, assemblaggio, cm 39 x 82


Le macerie del riformismo

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Pier Aldo Rovatti


Sottocultura e nuovo fascismo

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Slavoj Žižek, intervista di Antonio Gnoli


L'effetto Berlusconi

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Sottocultura e nuovo fascismo

Sottocultura e nuovo
fascismo

Pier Aldo Rovatti

I
l nostro scenario è attraversato ormai da parte a parte
da una sottocultura che, al di là della lingua adoperata
dai politici, si estende all’esperienza quotidiana di cia-
scuno, cioè alla comunicazione comune. È una lingua d’uso
generalizzata che fagocita tutto e che potremmo chiamare,
per comodità, «televisiva». Le stesse formule «anomalia ita-
liana» e «nuovo fascismo», che vorrebbero stigmatizzare
una simile omologazione, sono a loro volta esposte agli ef-
fetti tossici che si producono nel nostro parlare e nella no-
stra esperienza proprio a partire da essa. L’unico tentativo
che possiamo fare è allora quello di cercare di affrancarle
Sottocultura e nuovo fascismo

un po’ da questo effetto nebbia: di vedere se, nel loro uso,


c’è qualcosa che non sia stato ancora riassorbito, che si dif-
ferenzi dal processo omologante della sottocultura e man-
tenga così un tratto di verità critica ancora spendibile. Spe-
ro di avere avviato questo tentativo nelle «cronache» che
compongono il mio Etica minima. Scritti quasi corsari sull’ano-
malia italiana (Raffaello Cortina 2010).
Di solito, con anomalia italiana intendiamo soprattutto il
clamoroso nodo politico ed economico del conflitto di inte-
ressi che riguarda il premier attuale e tutte le conseguenze
che esso ha prodotto sull’assetto sociale complessivo: si
tratta della realizzazione di un dispositivo autoritario cen-
trato su un mix di politica e affari, in cui c’è sempre più dif-
ficile riconoscere le pratiche ritenute normali di una
democrazia.
Non voglio soffermarmi a lungo su questo nodo, ormai
oggetto di molte analisi e descrizioni. Mi limito a citare, co-
me esempio, la questione Mondadori: una lunga vicenda il
cui episodio più recente, per quanto appaia meno grave di
altri (come l’acquisizione della proprietà stessa attraverso
la corruzione dei giudici), è forse il più significativo. Una
leggina (battezzata ad aziendam) ha permesso a una delle
maggiori imprese di famiglia (la famiglia Berlusconi) di
sgravarsi di un’imponente evasione fiscale pregressa. È ap-
parso sotto gli occhi di tutti che il maggiore colosso
Sottocultura e nuovo fascismo

editoriale italiano ha potuto godere di un enorme beneficio


economico grazie al fatto che il proprietario è al tempo
stesso il premier politico del paese.
L’evidenza assoluta di questo fatto ha creato disagi e tur-
bamenti anche nel mondo intellettuale, casi di coscienza di
vario genere, ma quello che mi preme sottolineare è appun-
to l’indiscutibile trasparenza dell’evento. Esso ha alle spalle
una catena di eventi consimili, associati a decine di decreti
ad personam, che sono scivolati via – in questi anni di gover-
no berlusconiano – vuoi per la timidezza dell’opposizione,
vuoi perché l’opinione comune si è fatta fagocitare dall’elu-
sione pregiudiziale che il premier stesse difendendosi da un
accanimento giudiziario nei suoi confronti, e addirittura
fosse vittima di un complotto da parte di una minoranza
della magistratura allo scopo di impedirgli di governare con
la dovuta tranquillità.
Nulla di tutto ciò sembra oggi avere più una qualche cre-
dibilità, cosicché il sovrano appare finalmente nella sua nu-
dità: era sceso in campo all’inizio degli anni Novanta solle-
citato da notevoli guai personali, e c’è rimasto, con grandis-
simo profitto, gestendo i propri interessi con pari efficacia e
con un progressivo disprezzo nei confronti della legalità e
delle istituzioni democratiche. Ad aziendam è un neologismo
che sintetizza bene un modo di governare, attraverso
l’identificazione tra lo Stato e appunto l’azienda, con un
Sottocultura e nuovo fascismo

titolare-padrone e una rete di impiegati-esecutori, a loro


volta premiati a livello personale dalla logica aziendale.
Così il paese-Italia si è trasformato gradualmente
nell’azienda-Italia, con un evidente snaturamento politico,
ma con il plauso (e i voti) di milioni di italiani, convinti che
tale «logica» li riguardasse in prima persona e ne potessero
magari ricavare una parte del premio. La crisi economica –
che nessuno è ormai più in grado di oscurare – è stata e vie-
ne tuttora considerata come un semplice incidente di per-
corso, esterno a tale logica. La corruzione interna dilagante
(e ben documentata) appare il prezzo quasi fisiologico da
pagare a fronte della rigidità e delle ristrettezze del
mercato.
Tuttavia, è opportuno chiedersi se un’altra gestione poli-
tica (quella che potrebbe scaturire dalle difficoltà in cui
versa l’attuale partito di governo) farebbe scomparire
l’«anomalia italiana». C’è da dubitarne. Massimo Cacciari, in
una sua riflessione, è andato a rintracciare il fondo della no-
stra anomalia in un supposto «carattere» degli italiani e
suggerisce di andare a leggere addirittura certe pagine di
Leopardi (cfr. Italiani cinici egoisti, «L’espresso», 2 giugno
2010).
Sottocultura e nuovo fascismo

A
me sembra sufficiente, intanto, tenere ben presente
che l’anomalia italiana ha una faccia, diciamo così,
«popolare», condivisa, e che dunque caratterizza
un’esperienza diffusa, apparentemente al di là o al di qua di
specifici dispositivi politici ed economici. Perché Berlusconi
ha potuto diventare un modello di vita? Il filosofo Peter Slo-
terdijk ha adoperato il termine «psicopolitica» per indicare
l’impasto tra privato e pubblico e l’invaginamento recipro-
co di tali dimensioni nella cosiddetta società della globaliz-
zazione. È utile tenerne conto poiché questo termine di
«psicopolitica» ci aiuta a focalizzare quanto sta accadendo
nella nostra sfera individuale, in cui coabitano ormai egoi-
smo e stress, e come tale sfera stia diventando la vera posta
politica.
Forse, però, ci aiutano di più le premonizioni di un ereti-
co come Pier Paolo Pasolini, quando, addirittura all’inizio
degli anni Settanta, cioè quasi quaranta anni fa, percepì con
chiarezza che stava accadendo, in Italia, una «mutazione
antropologica» causata dall’avvento incontrastato del con-
sumismo. È curioso osservare che le sue «percezioni», spes-
so criticate come sociologismo schematico, diventino col
tempo sempre più vere e incisive. Pasolini guardava soprat-
tutto alle trasformazioni dei giovani con toni anche dram-
matici: omologazione nei comportamenti e perfino nelle fi-
sionomie, vuoto e violenza, cinismo, osservati con occhio
Sottocultura e nuovo fascismo

dolente e calati in un orizzonte emotivo di perdita (e lui


stesso in tale caligine perdette la vita).
Anche noi, ogni tanto, gettiamo un occhio sui «nostri»
giovani, soprattutto in quanto figli di una società che non
ha più promesse da fare. Sguardo un po’ distratto e rasse-
gnato, come se non potessimo reagire all’ineluttabilità
dell’imitazione. E di quali stereotipi? Consumistici, ma di un
consumare che si declina, in modo extramorale, con la fur-
bizia. Non c’è dubbio che Berlusconi rappresenti alla perfe-
zione questo stereotipo. Per qualcuno è risibile, del tutto in-
sopportabile. Ma per la grande o grandissima maggioranza
degli italiani egli funziona, magari è solo un po’ eccessivo.

L’
anomalia italiana si caratterizza allora come uno
stile di vita compiutamente nichilistico e cinico, o,
se si preferisce, compiutamente piccolo-borghese.
Tutti si augurano che i propri figli facciano prestigiosi studi
all’estero e abbiano successo professionale, istillando in lo-
ro competitività e invidia, e non hanno infine niente da dir-
gli né voglia di farlo. Trasmettono l’esempio muto di
un’astuzia sociale, più o meno riuscita, che contiene una
dose cospicua di spirito di adattamento e un’abitudine non
tanto nascosta a prostituirsi nei confronti del potere. Perfi-
no il bisogno di creatività, che tutti lodano, è già preconfe-
zionato, cioè rivolto al consumo.
Sottocultura e nuovo fascismo

Astuzia e convenienza evacuano così ogni spirito critico,


ed è un’ovvietà che il potere sia da acquisire (mediante ric-
chezza e furbizia), non certo da rifiutare o combattere.
Quando la linea di galleggiamento esistenziale diventa quel-
la che ho adesso tratteggiato (con tutto il suo bagaglio de-
pressivo), che spazio può restare per la perdita di tempo
della cosiddetta politica?
Solo dopo avere identificato questa dimensione dell’ano-
malia italiana, possiamo considerare la supposta attualità
della parola fascismo, se sia ancora il caso di usarla appli-
candola all’oggi e come eventualmente dobbiamo intendere
questo uso. Forse, è ancora Pasolini ad aprirci la strada per-
ché è stato lui il primo ad adoperare l’espressione «nuovo
fascismo», facendoci capire che essa aveva a che fare più
ancora con i comportamenti omologati che con i dispositivi
di governo, come se adesso il «nuovo fascismo» riguardasse
meno il tipo di regime e la degenerazione della democrazia,
o comunque non andasse misurato esclusivamente e priori-
tariamente con le modalità del potere politico.
Si tratta, naturalmente, di pesare questo più e questo me-
no: quel Potere, che Pasolini scriveva con la maiuscola per
segnalarne l’inedita pervasività anonima e insieme la vuo-
tezza, continua certo a riferirsi a un regime politico-econo-
mico costruito sul consumismo globale, tuttavia questo
consumismo si verifica e si misura soprattutto sul «regime»
Sottocultura e nuovo fascismo

delle vite individuali. E qui, accanto alle analisi di Pasolini,


dobbiamo ovviamente chiamare in causa il modo con cui
Foucault c’ha aperto gli occhi sui nuovi caratteri della co-
siddetta società liberale, sulle conseguenti pratiche biopoli-
tiche, e soprattutto su cosa accade nell’ambito della visibili-
tà sociale intesa come autosorveglianza degli individui.

N
on c’è dubbio che «nuovo fascismo» funzioni oggi
come un’espressione ancora molto pregnante e al
tempo stesso corra tuttavia il rischio di una certa
vaghezza. Pregnante perché resta un appello emotivamente
forte per chi conserva memoria storica o addirittura espe-
rienza vissuta, e crede di riconoscerne il volto minaccioso
nell’attuale anomalia, considerata come imbarbarimento
della democrazia parlamentare. Se, però, resta un potente
segnale di allarme, comunque non può implicare alcun ri-
torno indietro, poiché non è rivolgendo lo sguardo al fami-
gerato ventennio che riusciamo a entrare nella «novità»
della situazione di oggi (e neppure, aggiungo, appellandoci
a un supposto carattere dell’italianità). Perciò credo che
dobbiamo, piuttosto, evidenziare l’insufficienza di una pa-
rola (fascismo, appunto) cui non possiamo affidare un com-
pito esplicativo che non è più in grado di svolgere.
L’anomalia italiana è una particolare variante del capita-
lismo mondiale e del predominio a livello globale delle
Sottocultura e nuovo fascismo

tecniche di governo biopolitiche. Se, però, vogliamo averne


precisa coscienza, è necessario studiare il tipo di vita o i
modelli di esistenza che essa rappresenta con successo.
Dobbiamo capire chi e cosa stiamo diventando in una socie-
tà contraddistinta dall’autocensura, da una normalità mala-
ta e dalla spettacolarizzazione del consenso, basata su
un’immagine di individuo ultraegoistico e radicalmente ci-
nico dentro la quale sono ormai saltate le differenze tradi-
zionali tra privato e pubblico. In tutto ciò la televisione,
proprio in quanto tale, ha da noi un rilievo anomalo e forse
unico, almeno in Europa.
Per concludere, faccio in proposito solo un piccolo esem-
pio. Di recente, nell’offerta dell’informazione televisiva, si è
aggiunto un altro telegiornale ai notiziari più popolari del
duopolio Rai-Mediaset (mi riferisco al Tg dell’emittente La 7
affidato a Enrico Mentana). Nulla di eclatante: un
«normale» telegiornale che informa sulle discussioni politi-
che in corso, sugli scandali clamorosi che si susseguono in
Italia, sulle ricadute sociali della crisi economica, e via di se-
guito. Non è un notiziario «rosso», non affonda il coltello
della critica, eppure ha subito segnato una differenza, per-
cepita da tutti, guadagnandosi una immediata audience.
Questo esempio la dice lunga sulla nostra disabitudine
all’informazione non truccata e sulla nostra acquiescenza
alla logica quotidiana dell’omissione. Certo, si potevano e si
Sottocultura e nuovo fascismo

possono sempre cercare altre fonti (giornali e siti con taglio


critico) senza bisogno di Mentana, ma il fatto è che gli ita-
liani attingono le loro informazioni soprattutto dai grandi
telegiornali e vi prelevano quelle «verità» che confermano
un comune sentire. Infatti, l’anomalia è diventata normalità
per la maggioranza di noi grazie soprattutto alla conferma
quotidiana offerta dalla televisione. Così, la comparsa di
un’informazione, tutto sommato, normale dà l’impressione
di qualcosa di eccezionale. Qualcosa che incrina il racconto
ad hoc di cui ci nutriamo, ogni giorno con minore consape-
volezza, in maniera quasi automatica.
Possibile che la televisione di massa non avesse mai rac-
contato con precisione di dettagli cosa stava accadendo nel
partito di governo, come se non interessasse a nessuno?
Possibile. Ed è un sintomo dell’anomalia che ormai ci
avvolge.
Sottocultura e nuovo fascismo

Per la reintroduzione del mito dell'eroe, 1964, tecnica mista su legno, cm 18 x


14,5 x 1,5. Foto Ezio Gost

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La lobby vaticana

La lobby vaticana

Franco Buffoni

L
o scorso 3 luglio 2010, mentre nella ormai completa-
mente laicizzata Londra un milione di persone sfilava
in festa commemorando il primo Gay Pride di qua-
rant’anni fa, a Roma alcune migliaia di persone erano co-
strette a sfilare accanto a uno striscione affisso da una asso-
ciazione cattolica – fortemente protetta dalle gerarchie va-
ticane e sovvenzionata coi proventi dell’8 per mille – che
definiva i diritti civili reclamati dagli omosessuali come «di-
ritti alla perversione». Nulla di nuovo, mi si può replicare.
Gli autori dello striscione sono in linea col Parlamento ita-
liano che boccia la proposta di legge Concia contro l’omofo-
bia. Ovvio che – se l’Italia si comportasse da paese civile e la
legge contro l’omofobia fosse approvata – gli appartenenti a
La lobby vaticana

tali organizzazioni e i loro ispiratori e mandanti diretti e in-


diretti sarebbero immediatamente passibili di sanzioni. In-
tanto proseguono, senza più fare notizia, le quotidiane ag-
gressioni verbali e fisiche a cittadini omosessuali che hanno
la sola colpa di essere, di esistere… A meno che non si com-
portino come i signori autori dello striscione e i loro man-
danti desiderano. E cioè, leggiamo nel comunicato successi-
vo allo striscione: «Come quegli omosessuali onesti che vi-
vono la propria condizione con disagio». È palese che siamo
di fronte a un passo avanti: anche i militanti di Militia Chri-
sti sono approdati ormai al più recente catechismo vatica-
no: gli omosessuali esistono, ma devono vivere la loro con-
dizione con disagio.
Perché in Italia non si riesce a fare saltare il tappo
dell’ipocrisia nei confronti dell’omosessualità? Perché l’Ita-
lia non può avvicinarsi legislativamente a Francia, Germa-
nia, Spagna e Gran Bretagna? Perché deve restare allineata
a Cipro, Malta, Lituania e San Marino? Mi limito a ricordare
la direttiva approvata dal Parlamento europeo il 26 aprile
2007 che – riprendendo l’articolo 13 del trattato di Amster-
dam, sempre disatteso dall’Italia – ribadisce l’invito agli Sta-
ti membri «a proporre leggi che superino le discriminazioni
subite da coppie dello stesso sesso», e condanna «i com-
menti discriminatori formulati da dirigenti politici e reli-
giosi nei confronti degli omosessuali».
La lobby vaticana

L’anomalia italiana è ormai luogo comune in Europa: chi


ne frequenti le istituzioni sa bene quali sguardi e parole di
accorata sympathy i rappresentanti italiani siano costretti a
subire da parte dei colleghi: «Ma voi, in Italia…» è diventato
un leitmotiv per chi si occupa di diritti civili e non solo. E
non si capisce nemmeno più se l’interlocutore stia pensan-
do a Berlusconi per arrivare a Ratzinger, o stia pensando a
Ratzinger per arrivare a Berlusconi: per l’appunto Italy, Va-
tican State, come intitola il suo ultimo libro Michele Martelli
(Fazi, 2010).
Quali fondamentali elementi apporta il Vaticano all’ano-
malia italiana? Anzitutto un elemento storico: perché è ve-
ro che con la presa di Roma nel 1870 l’Italia cancellò
dall’Europa una delle più ottuse monarchie assolute dei
tempi moderni, che motivava la sua intolleranza e il suo do-
minio sulle coscienze e sui corpi non solo con il richiamo a
un generico diritto divino, ma con la pretesa che il sovrano
fosse il vicario del figlio del dio unico degli abramitici. Il go-
verno italiano – che quel giorno avrebbe dovuto cancellare
per sempre anche i privilegi della Chiesa cattolica – diede
però subito inizio, con la legge delle Guarentigie e «l’asse-
gno di congrua», alla lunga serie di concessioni economiche
e legislative al Vaticano culminata in anni recenti nel ver-
gognoso imbroglio dell’8 per mille. Occorre comunque di-
stinguere alcune fasi: fino al 1929 – se non altro – i
La lobby vaticana

matrimoni dovevano, tutti e comunque, essere celebrati in


comune. Poi chi voleva celebrava anche i propri riti religio-
si. (Già questo, oggi, sarebbe un bel passo avanti sulla via
dei Pacs). Coi Patti lateranensi il fascismo per autolegitti-
marsi riportò in gioco i clericali (obbligo, per esempio, di
crocifisso come «arredo» in ogni aula scolastica e di tribu-
nale). Ancor più fece la realpolitik togliattiana nel 1947 con
l’art. 7 della Costituzione, che inglobò i Patti lateranensi. Va
tuttavia ricordato che – fino agli anni Cinquanta – il 70% dei
cittadini italiani si recava compattamente a messa la dome-
nica: oggi tale percentuale si è ridotta al 20%. Ma i nostri at-
tuali politicanti si comportano legislativamente come se le
percentuali fossero ancora quelle degli anni Cinquanta.

U
na svolta parve giungere nel 1984, con la cancella-
zione del cattolicesimo come religione di Stato. Ma
tale raggiungimento fu pagato con la mela avvele-
nata dell’8 per mille. In sintesi, quindi, se il 20 settembre
portò a naturale conclusione il Risorgimento, aprì anche le
porte dell’Italia tutta alle ingerenze vaticane. Perduto il po-
tere temporale in un’area ristretta del paese, i clericali lo
recuperarono di fatto e con ben maggiore efficacia in tutto
il paese, spacciandolo per potere spirituale, grazie all’igna-
via e all’opportunismo dei governanti italiani. Simbolica-
mente quest’anno il comune di Roma e il governo italiano
La lobby vaticana

hanno delegato al segretario di Stato vaticano cardinale


Bertone la commemorazione dell’anniversario, inviando la
Digos a Porta Pia a identificare e poi disperdere i laici che
intendevano semplicemente rendere la propria
testimonianza.
Impostata in questo modo la riflessione, non è difficile
inquadrare numerosi episodi della recente cronaca politica
italiana all’interno dello schema prima definito di «ricerca
di autolegittimazione». Dal micro al macro: ricordo per
esempio l’espressione assorta di Francesco Rutelli – con gli
occhiali, biro in mano e quadernetto di appunti – mentre
fantascientificamente smontava i quesiti relativi al referen-
dum abrogativo sulla fecondazione medicalmente assistita
e la ricerca scientifica sulle cellule staminali. E abbiamo tut-
ti in mente quel notturno consiglio dei ministri da cui fuo-
riuscì il monstrum che avrebbe condannato a morte-in-vita
sine die Eluana Englaro. Ma si pensi anche ai provvedimenti
in favore della scuola privata (in grande maggioranza catto-
lica); al sistematico boicottaggio di ogni proposta legislativa
nel campo dei diritti civili; alla progressiva sostituzione del
welfare (a misura di singolo cittadino) con modelli vetero-
familisti: una costruzione normativa spacciata per «natura-
le» e invece mirata a perpetuare violenza e oppressione sui
soggetti ritenuti non-conformi, in primis sugli omosessuali.
La lobby vaticana

Va ricordato che la lobby vaticana è sempre stata sessuo-


fobica, perché traumatizzare le persone sul sesso è un modo
molto efficace per tenerle legate, innescando il collaudato
meccanismo peccato-confessione-assoluzione. Ma oggi che
– con la sessuofobia, proprio non si va più da nessuna parte
– la lobby si è specializzata in omofobia: un vero e proprio
nervo scoperto per un’organizzazione sostanzialmente
omosessuale, dominata da persone che nella loro formazio-
ne hanno incamerato quintalate di omofobia interiorizzata.
La ricerca di autolegittimazione presso il Vaticano da
parte dei politicanti italiani ha la sua radice nella convin-
zione che senza l’appoggio (o almeno l’acquiescente neutra-
lità: quella che venne meno al secondo governo Prodi quan-
do fu presentato il disegno di legge sui Dico) di quella po-
tente lobby, in Italia un governo non possa essere varato o
comunque non possa durare. I privilegi così acquisiti porta-
no sempre maggiore potere alla lobby stessa; e come il po-
tere della lobby cresce, aumenta nei rutelli (intesi come ca-
tegoria) il bisogno di autolegittimarsi.
Non si deve però pensare soltanto ai mastodontici privi-
legi dovuti ai meccanismi dell’8 per mille, o al regime di to-
tale impunità e assenza di controlli in cui opera lo Ior (Isti-
tuto opere di religione, la banca centrale vaticana), o all’ab-
buono dell’Ici sull’intero patrimonio immobiliare della lob-
by, stimato al 40% del totale nella città di Roma e al 25%
La lobby vaticana

nell’intera penisola. Si rifletta anche su più sottili e repel-


lenti ingiustizie quali le forniture gratuite di acqua, luce e
gas al Vaticano, o gli stipendi agli insegnanti di religione
cattolica nelle scuole di Stato.

O
vvio che oggi occorrerebbe un grande atto di corag-
gio resistenziale e risorgimentale: nel nome della
Repubblica romana del 1949 personalmente io sogno
un leader giovane, sinceramente laico, in grado di imposta-
re un serio programma di abolizione dei privilegi. Un leader
capace di ricordare sempre che – quando si afferma che il
Vaticano fa il suo mestiere difendendo la sua concezione
della vita personale e sociale – questo diritto deve valere,
con pari opportunità, anche per le altre confessioni e religio-
ni, nonché per gli agnostici e gli atei. E che a nessuna lobby
deve essere riconosciuta dall’ordinamento giuridico una
posizione di privilegio che neghi agli altri di poter vivere
secondo i propri valori e le proprie convinzioni. Un leader
capace soprattutto di tenere presente che la funzione pub-
blica – esercitata in piena libertà da lobby religiose, ideolo-
giche e morali – pertiene solo all’ambito della società civile:
qui le varie lobby e associazioni possono – attraverso un
dialogo alla pari – cercare di convincere i cittadini sulla bon-
tà delle loro proposte. Ma così come non è ammissibile che
un partito politico, per quanto maggioritario, possa
La lobby vaticana

imporre le proprie preferenze in materia di cure terminali


o di scelte affettive e sessuali, negando ai cittadini diritti
costituzionalmente sanciti, allo stesso modo questo princi-
pio deve valere per una lobby che non ha avuto dagli eletto-
ri alcun mandato di governo.
Invece, nell’ultimo decennio, si è formato in Italia un
nuovo «partito vaticano» guidato dalla ricchissima (per i
proventi dell’8 per mille) Cei, alacremente seguito da grup-
pi trasversali aggressivi e arroganti di politicanti e giornali-
sti teocon, teodem, atei devoti, postsecolari, islamofobi, che
– sulle linee tracciate dall’autore del discorso di Ratisbona –
spregiando le conquiste scientifiche e soprattutto il metodo
della scienza (della prova e della verifica) estendono la loro
avversione dall’Illuminismo al Relativismo, influenzando le
frange più vulnerabili persino delle giovani generazioni.
Grazie al Vaticano e alla complicità di tali politicanti e gior-
nalisti – pronti a svendere i princìpi del nostro essere «na-
zione» e del nostro essere «democrazia», conquistati col
sangue del Risorgimento e della Resistenza – l’Italia è oggi
diventata un bizzarro laboratorio politico, osservato con ci-
nico interesse dalle più oscene destre dell’Occidente: un la-
boratorio dove si ricerca come soffocare diritti civili e liber-
tà di pensiero, di stampa e di ricerca, parlando sempre e so-
lo al ventre dei ceti culturalmente più sprovveduti senza
provare il minimo senso di vergogna.
La lobby vaticana

Questo immondo connubio tra lobby vaticana e politi-


canti senza scrupoli – rafforzando l’anomalia italiana – sof-
foca e conculca basilari princìpi (in primis quelli di stato co-
stituzionale di diritto e di laicità dello Stato), trascinando
nel fango il rispetto dei diritti umani, la libertà di coscienza
e ovviamente la libera ricerca.
Cito due soli episodi altamente emblematici. L’invocazio-
ne al quorum nel 2005 da parte del cardinale Camillo Ruini,
allora presidente della Cei, per boicottare il referendum sul-
la fecondazione assistita e sulle cellule staminali. Andò a
votare il 25% dei cittadini e oltre il 90% di costoro si dichia-
rò favorevole all’abrogazione di norme che – di fatto – ten-
gono l’Italia al di fuori del consesso delle nazioni civili. Per
il resto della popolazione fu evidente la saldatura tra cleri-
calismo, menefreghismo e ignoranza. Il cardinale Ruini, il
giorno dopo, raggiante, invece parlò di «maturità del popo-
lo italiano» per il mancato raggiungimento del quorum.
L’allora capo dei vescovi avvalorò poi il proprio atteggia-
mento antiscientifico affermando: «Il popolo italiano ama la
vita e diffida di una scienza che pretende di manipolarla».
Così concludendo: «Il cattolicesimo popolare italiano ha da-
to ottima testimonianza di sé. Il mondo cattolico è stato
quanto mai compatto, dimostrando di comprendere fino in
fondo le ragioni per le quali bisognava seguire una certa li-
nea. Questo risultato è l’espressione – pubblicamente più
La lobby vaticana

significativa e più rilevante – del Progetto culturale della


Chiesa italiana». Dopo cinque anni, un primo bilancio
dell’iniziativa di Ruini & co. parla di oltre cinquantamila
coppie italiane (dunque centomila persone) costrette a emi-
grare per poter procreare, pagando mediamente ottomila
euro in Spagna, seimila in Grecia, ventimila in Russia e cin-
quemila in Ucraina.
Oppure irridetela, la ricerca. Come è avvenuto nel 2009
presso la sede del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche,
Roma). Quando, contro la volontà del suo presidente (un
vero ricercatore), il vicepresidente Roberto de Mattei orga-
nizzò un convegno sul creazionismo dal titolo Evoluzionismo.
Il tramonto di un’ipotesi, invitando i più inverosimili ciarlata-
ni in circolazione con i denari dei contribuenti italiani. (È
disponibile il volume degli Atti). Designato alla carica di vi-
cepresidente del Cnr nel 2004 dal Presidente del Consiglio
Berlusconi su proposta dell’allora ministro dell’Istruzione
Moratti, de Mattei non fu rimosso dall’incarico nei due anni
del governo Prodi (evidentemente piace anche ai cattolici
adulti). De Mattei – che recentemente ha dichiarato: «Ada-
mo ed Eva sono personaggi storici e sono i progenitori
dell’umanità» –, è professore associato di Storia del Cristia-
nesimo in un’università privata, direttore del mensile fon-
damentalista «Radici cristiane» e dirigente di Alleanza
cattolica.
La lobby vaticana

Distruggete le centrali elettriche e avrete il buio subito;


distruggete scuola laica e ricerca, e il buio totale delle co-
scienze e delle intelligenze lo avrete dopo qualche anno.
In effetti, in mancanza o quasi di valori civili condivisi, il
Vaticano in Italia opera come una specie di banca dei valori
assoluti, senza la quale gli italiani, per quel poco che gliene
importa, probabilmente si sentirebbero più soli. L’etica va-
ticana è predeterminata, assoluta, rivelata, autoritaria.
Dunque è deresponsabilizzante. Per questo piace tanto a un
popolo arretrato e superstizioso, cattolico, cialtrone e ma-
fioso, con padre Pio nel portafoglio e il gratta e vinci in
mano.
Esistono società meritocratiche (in genere quelle anglo-
sassoni), società socialdemocratiche (con lo Stato in funzio-
ne di nume tutelare dalla culla alla tomba: in genere quelle
nordeuropee) e società familistiche come quella italiana,
per la quale il primato dei valori è nell’ambito familiare. E il
Vaticano – questo Stato nello Stato – presidia tale primato
con assoluta determinazione, gestendo praticamente in to-
to il variegato e redditizio mondo della solidarietà e dell’as-
sistenza sociale. Nei passaggi fondamentali, nei momenti di
inizio e fine vita, il Vaticano incombe: negli ospedali e nelle
scuole, negli ospizi e negli asili. In cambio chiede solo pro-
selitismo, potere e denaro. E lo Stato italiano glieli concede,
a palate, in quantità industriale.
La lobby vaticana

Être in avec mentre, 1963, media diversi su carta intelata, cm 230 x 140.
Foto Claudio Abate.

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Un paese misogino

Un paese misogino

Letizia Paolozzi

I
l manifesto campeggia sui muri italiani. Appartiene alla
campagna Be stupid della Diesel, filone spiritoso-demen-
ziale. Nel manifesto il giovanotto stringe con una mano
la natica femminile fasciata dai jeans mentre dell’altra nati-
ca fa un grande boccone: «You’ll eat better».
Niente moralismi, per favore. Non ci scandalizziamo. Na-
turale che lei venga sussunta e riassunta nel suo didietro
mentre lui si comporta in modo vorace, addirittura bestiale.
Somiglia al lupo di Cappuccetto rosso che apriva le fauci
«per mangiarti meglio».
Vabbè. Siamo gente di mondo. Sappiamo che il corpo
femminile fa vendere automobili, mele e sofà «Beato chi se
lo fa». È la pubblicità, bellezza.
Un paese misogino

Però questo corpo femminile ricompare sotto una pessi-


ma luce nelle ricette di tanti programmi televisivi. Curiosa-
mente, la televisione oscilla tra una debole attenzione per
le donne (che pure nella società ci sono e lavorano, pensa-
no, curano le relazioni), quasi che l’Italia fosse abitata da un
solo sesso (quello cosiddetto forte) e l’interesse estremo per
l’aspetto fisico – curve sopra e curve sotto – da mettere in
mostra, concupire, utilizzare con modalità più o meno
«finali».
Ammettiamolo: il lavorio sui segni infligge al sesso fem-
minile un trattamento poco dignitoso. Eccola, l’anomalia
italiana. Una misoginia che banalizza la rappresentazione
della donna raccontata come non avesse rispetto di sé e gli
altri non la rispettassero.
Dio mio, che cosa ho fatto per meritarmi questo? Per me-
ritarmi il gap tra paghe maschili e femminili, le difficoltà di
occupazione, la disoccupazione, la fatica a tenere insieme i
fili del lavoro e quelli della maternità, gli uomini che non
aiutano a casa? Stesso discorso quanto ai luoghi politico-
istituzionali dove vige un antico disinteresse unito a coria-
cea noncuranza nei confronti del «gentil sesso». A volte con
un messaggio esplicito. Altre con venature ammiccanti,
paternalistiche.
Se gli altri paesi europei non brillano, comunque al di là
delle Alpi la situazione è migliore. Almeno a leggere gli
Un paese misogino

elenchi di signore manager, governi al femminile,


«sorpassi» nello studio, trionfi nella ricerca.
Lo strano è che del panorama italico così grigio pochi
sembrano indignarsi, benché l’Italia detenga la non invidia-
bile definizione di «fanalino di coda» quanto a condizione
femminile. Se il «New York Times» titolava un pezzo sugli
alti costi del machismo, da noi i costi sono altissimi.
Significa che l’Italia è un paese misogino?
Il grande pubblico non risponde. Indifferente, prigionie-
ro di una accidiosa inerzia collettiva nonostante al tema del
corpo offeso delle donne reagiscano associazioni femmini-
ste, libri e campagne della «Repubblica».
Tra quanti protestano, è comparso un gruppo di senatrici
volenterose con un disegno di legge In materia di contrasto
alla discriminazione della donna nella pubblicità e nei media. Una
discriminazione che si serve di messaggi i quali «suggeri-
scono, incitano o non combattono il ricorso alla violenza
esplicita o velata, alla sottovalutazione, alla ridicolizzazio-
ne, all’offesa delle donne». Nel processo di oggettivazione –
prosegue il disegno di legge – il corpo femminile perde la
sua integrità «viene minimizzato ad alcune sue parti, rap-
presentate come elementi separati dalla persona, ridotte al-
la funzione di meri strumenti». Si spiega in questo modo
l’immagine femminile privata di individualità e personalità.
Un paese misogino

Le senatrici invocano misure più o meno repressive: pe-


cette adesive con scritto «sanzionato» sui manifesti offensi-
vi, ammende, tre mesi di arresto. Temo però che simili mi-
sure non arresteranno il consumo visivo di carne femmini-
le, la sua degradazione sul piccolo schermo. Messa così, tra
la pupa e il secchione, non c’è partita. Dato che in televisio-
ne funziona il modello tette-culo, niente testa, niente pen-
sieri. Meglio ancora, funziona un modello che suggerisce di-
sponibilità sessuale.
Succede in tempi nei quali uno dei «falchi» berlusconia-
ni, eletto in Parlamento, può spiegare tranquillo che «con il
corpo si fa carriera». Qualcuno alza le spalle. D’altronde, il
Parlamento ha perso molta della sua aura. Il colpo finale
gliel’ha dato il patto di «pace» Bossi-Polverini-Alemanno,
siglato a piazza Montecitorio, invocando per testimonial un
piatto di rigatoni con la pajata.
Eppure, il binomio corpo-politica tira. Il compleanno di
Casoria, le ragazze-immagine nel lettone di Putin, quel mi-
schio di marketing e disinvoltura sessuale hanno arricchito
la weltanschaung di un premier che si fregia di collezionare
successi femminili a pagamento. Da aggiungere che ha pro-
vocato un qualche sconcerto (tra le donne, almeno) l’inti-
gnare intorno alla separazione, sottolineata da Berlusconi,
tra belle e brutte, giovani e vecchie, aggraziate e sgraziate.
Paradosso dei paradossi, in un paese dove «piacemi in
Un paese misogino

donna la bellezza che dura», l’apparenza fisica rischia di


tradursi in fattore di discriminazione. Una signorina o si-
gnora che non sia maliarda o sirena, di questo passo penerà
a trovare lavoro e la parlamentare, per diventare tale, avrà
partecipato alla gara di Miss Italia. Le cheerleader, plauden-
ti al capo, confermano che sì, la selezione ha da essere prin-
cipalmente estetica. Soprattutto dalle parti dell’emiciclo
destro del Parlamento.
Intanto di donne ce ne sono poche nei luoghi della rap-
presentanza, nei consigli di amministrazione, nel business
dell’impresa, in politica, nelle funzioni di responsabilità.
Resistenza maschile uguale disprezzo per il sesso femmini-
le? Suppongo che questa resistenza rassicuri il sesso forte,
lo consoli, prometta di riportare in auge la gerarchia degli
uomini sulle donne. Non a caso si afferma soprattutto nel
circolo politico-mediatico, dove il potere maschile è ancora
tanto pervasivo quanto in sempre maggiore crisi di
autorevolezza.
Dite che l’interpretazione è capziosa, che non c’è dietro
«un piano del capitale»? La virilità del «sesso forte», fra-
stornata dall’espressione della libertà femminile, ha biso-
gno di rincuorarsi cercando una rivincita su e contro il cor-
po delle donne. Fino all’uso della brutalità. Ordinaria, ecces-
siva, omicida.
Un paese misogino

Il che non significa – lo sottolineo – che gli uomini siano


tutti violenti.
Che gli uomini siano tutti misogini. Sulla misoginia si in-
terrogano documentari come Videocracy di Erik Gandini, Il
corpo delle donne di Lorella Zanardo, che hanno prodotto una
discussione pubblica. A questa discussione partecipano a
pieno titolo gli interventi di Adriano Sofri e il libro di Um-
berto Veronesi.
Infine, dobbiamo parlare anche di noi e dell’ostilità che –
confessiamolo – a tratti riserviamo alle nostre sorelle. Sia-
mo donne e siamo misogine: da che dipende questa ambiva-
lenza? La risposta potremmo trovarla nei Piccoli racconti di
misoginia (Bompiani 2002), di Patricia Highsmith dove sfila-
no figure femminili lamentose, incerte, insicure, che abban-
donano i progetti a metà, che accettano la condizione di
gregarie dei maschi, che inseguono innamoranti a perdere.
Anche noi ci consideriamo svantaggiate, ci perdiamo dietro
invaghimenti senza costrutto, accusiamo il mondo di ingiu-
stizia. Contemporaneamente, non sopportiamo il vittimi-
smo, i comportamenti femminili miseri e subalterni. Che ne
facciamo di questa ambivalenza, di questa contraddizione
affinché si trasformi in forza, e forza per tutte?
Un paese misogino

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Il male maggiore

Il male maggiore
Saviano e i letterati

Andrea Inglese

C’
è un grande compiacimento quando due o più ita-
liani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a
parlare del proprio paese. «È tutto una merda» è
divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale
di «governo ladro». Da sinistra viene detta in modo apoca-
littico, da destra in modo cinico.
La catena del vizio, naturalmente, non compie salti: essa
lega in una stessa vischiosa fratellanza chi ha eluso qualche
fattura sino al rapinatore in armi, passando per corruttori e
frodatori dal colletto bianco. Questo atteggiamento fornisce
una straordinaria narrazione corale, compiutamente
Il male maggiore

sottratta alla logica del divenire storico e immersa in


un’eterna commedia delle basse passioni. In tale contesto
ogni forma di analisi critica, che si voglia porre come prelu-
dio a un possibile cambiamento, giunge sempre tardi. Tutto
è già stato, da tempo immemore, denunciato e denigrato;
tutti i mali sono risaputi. Accade, poi, che certi mali siano
talmente risaputi, da scivolare in una zona inerte della co-
scienza nazionale, dove galleggiano in una sorta di foschia
definitiva, né compiutamente rimossi né inclusi una volta
per tutte nella zona vigile.

O
ra, se c’è una cosa che distingue le piaghe dell’Italia
da quelle di altri paesi europei, nonostante il comu-
ne male degli attacchi allo Stato sociale e della re-
crudescenza xenofoba e razzista, è senza dubbio la sua di-
sponibilità a ospitare sul proprio territorio quattro delle
maggiori organizzazioni criminali di tipo mafioso del piane-
ta: Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona. Vale
la pena di ricordare che, in fatto di crimine, non tutto il
mondo è paese. Scrive Ugo Di Girolamo, in uno studio del
2009 sull’argomento: «Ciò che sappiamo è che il crimine or-
ganizzato è presente in tutte le moderne società industria-
lizzate e non, ma il crimine mafioso, quello che si intreccia
simbioticamente con i poteri pubblici, no! Nell’Europa occi-
dentale è presente solo in Italia»[1]. Distinzione cruciale, in
Il male maggiore

quanto rende conto della difficoltà di combattere un feno-


meno che, nonostante una ricorrente percezione, non si ca-
ratterizza né in termini di antagonismo allo Stato (l’antista-
to) né in termini di sostituto perverso di esso. La condizione
perché si dia un’organizzazione di tipo mafioso è una stabi-
le simbiosi tra due soggetti distinti, criminali e uomini dello
Stato (politici e amministratori pubblici). La mafia prospera
non contro o al posto dello Stato, ma grazie a esso. In un sag-
gio sulla geopolitica del crimine organizzato[2], il
criminologo Jean-François Gayraud include le nostre mafie
nel G9 delle mafie transnazionali, considerate nel rapporto
annuale dell’Onu per il 2007, intitolato State of the future, co-
me uno dei maggiori problemi del decennio a venire, assie-
me al riscaldamento climatico, al terrorismo, alla corruzio-
ne e alla disoccupazione. Di queste minacce globali, però,
solo quella costituita dalle mafie continua a godere di una
generale sottovalutazione, di una distrazione mediatica e po-
litica che è, da sempre, il suo maggiore alleato.
Più di un secolo e mezzo di mafie in Italia dovrebbero, al-
meno su questo punto, averci immunizzato. Abbiamo com-
piuto il fondamentale passo verso la guarigione, ossia le
mafie sono entrate definitivamente nella coscienza vigile
del paese, palesandosi come il più endemico, peculiare e
grave dei nostri mali nazionali? Di mafie ne stiamo final-
mente parlando troppo? Sono diventate un argomento
Il male maggiore

abusato, che ossessiona giornalmente gli editoriali dei no-


stri opinionisti? I talk-show sono stati invasi da esperti e
studiosi, da magistrati e criminologi, che ogni giorno ridise-
gnano le geografie del crimine, tracciano le parabole
dell’infiltrazione, fanno l’inventario delle connivenze istitu-
zionali? I politici speculano sul cavallo di battaglia dell’anti-
mafia, mobilitando lo Stato sul versante oltre che giudizia-
rio e repressivo anche culturale, sostenendo ovunque asso-
ciazioni e singoli, artisti e persone comuni, che si battono
contro la mafia? La mafia è stata dunque – lei che teme lo
spettacolo più di ogni altra cosa – posta sotto i riflettori in
modo sistematico? C’è, insomma, un fenomeno di ridondan-
za, che segna la fuoriuscita irreversibile dal cono d’ombra
dell’elusione?

S
e qualcosa di simile è accaduto, o sta accadendo nel
nostro paese, allora la vicenda di Roberto Saviano è,
attualmente, la più significativa. Molti sono gli studio-
si della criminalità mafiosa, molti sono gli artisti, gli scritto-
ri, i giornalisti, anche giovani, che si occupano con coraggio
e intelligenza di criminalità mafiosa. Alcuni di essi, come
Saviano, vivono sotto scorta. Ma una cosa è certa: Saviano
ha realizzato un exploit senza precedenti. Ha destato un’at-
tenzione nei confronti del crimine mafioso pari al livello di
importanza e pericolosità che esso costituisce per il nostro
Il male maggiore

e per gli altri paesi. E lo ha fatto grazie al successo realizza-


to dal suo libro e al ruolo che ha assunto, a livello interna-
zionale, di giornalista e scrittore in grado di utilizzare effi-
cacemente i vari mass media (cinema, radio, tv, teatro). Sa-
viano ha saputo parlare del fenomeno della criminalità ma-
fiosa al di fuori dei contesti discorsivi che ne riducevano e
limitavano inevitabilmente la percezione da parte dell’opi-
nione pubblica, ossia al di fuori della cronaca locale, del di-
battito politico regionale, dello studio specialistico,
dell’opera letteraria. Forse esistono scrittori meno noti con
più talento, ma sarebbe riduttivo ricondurre l’impatto di
Saviano a meccanismi mediatici pensati a prescindere dalla
specifica efficacia di denuncia e divulgazione delle sue
parole.

E
ppure proprio il caso di Saviano ha finito per costitui-
re un rilevatore prezioso del diverso grado di consa-
pevolezza che il paese ha del suo male maggiore. Mi
limito qui a considerare le reazioni di due gruppi sociali ben
distinti, quello dei politici e quello dei letterati. La classe
politica di governo, attraverso il suo maggiore rappresen-
tante, ossia il Presidente del Consiglio, si è espressa in modo
inequivocabile sulla popolarità della campagna antimafia di
Saviano. Nel corso di una conferenza stampa il 16 aprile
2010, Berlusconi accusò fiction televisive come la Piovra e
Il male maggiore

autori come Saviano di enfatizzare il fenomeno mafioso in


Italia agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Non po-
tendo più essere nella negazione pura e semplice («la mafia
non esiste»), il potere politico assume quelle che Di Girola-
mo chiama “responsabilità omissive”: «Quando si sottovaluta
il fenomeno mafioso ritenendolo un problema marginale
della politica nazionale, di natura solo criminale e relativo
ad alcune aree meridionali». Naturalmente queste respon-
sabilità non sono prerogativa dei soli politici del centro-de-
stra, ma emergono ovunque; l’insistenza della denuncia è
screditata come eccessiva, e si richiede che venga ridimen-
sionata, magari in nome dell’orgoglio napoletano o
campano…

L’
altro caso significativo è costituito dalla reazione
dei letterati[3]. Che in un paese di lettori riluttanti
come il nostro, esistano ancora dei letterati, è in un
certo senso merito di Saviano avercelo ricordato. Gomorra e
il lavoro giornalistico successivo restituiscono centralità,
nel dibattito pubblico, al fatto che milioni di cittadini italia-
ni non siano ancora passati, nel XXI secolo, dall’arcaico Sta-
to dei favori al moderno Stato di diritto. Questa circostanza,
agli occhi dei letterati, è del tutto secondaria, in quanto i
problemi importanti sono tutti e sempre di ordine esclusi-
vamente letterario. Un letterato, d’altra parte, si distingue
Il male maggiore

da uno scrittore proprio perché dimostra che il «mondo


può attendere», e che prima di tutto vengono le questioni
del bello scrivere e del buon intreccio.
Non si vuole qui riesumare l’opposizione solita tra «im-
pegno» e «disimpegno», ma riconoscere quanto sosteneva
Fortini: «Non c’è lettura-scrittura, per degradata che sia,
che non contenga, foss’anche in minima parte, un appello
alla libertà-azione». Se Saviano ha fatto di questo appello il
motore della propria scrittura, ciò non toglie che anche
l’opera letteraria meno immediata e accessibile custodisca
in sé il medesimo sogno d’emancipazione e giustizia. Sol-
tanto i letterati se ne dimenticano, vedendo come una mi-
naccia il rapporto troppo stretto tra la scrittura e il mondo.
In un’epoca dove tanto si lamenta la marginalità della pa-
rola letteraria, Saviano, con i suoi libri e i suoi interventi, ha
smosso montagne, strappando la mafia dalla zona aneste-
tizzante del risaputo. I letterati, dal canto loro, si sono so-
prattutto dati da fare perché venga contrastata la comune
opinione che Gomorra sia un’opera letteraria importante.
Questo costituisce, per loro, il male maggiore della cultura
italiana.

[1] U. Di Girolamo, Mafie, politica, pubblica amministrazione.


È possibile sradicare il fenomeno mafioso dall’Italia?, Guida, Na-
poli 2009, p. 28.
Il male maggiore

[2] J.F. Gayraud, Le Monde des mafias, Odile Jacob, Paris


2005, 2008.
[3] Ha scritto W. Siti: «Saviano non è un letterato, è un in-
tellettuale: dalla propria esperienza di scrittura trae, e vuo-
le trarre, indicazioni teoriche» [Saviano e il potere della paro-
la, in Roberto Saviano, La parola contro la camorra, Einaudi,
Milano 2010, p. VII].

Cimitero di opinioni, 1972, assemblaggio (carta, pelle, legno), cm 140 x 70 x 50.


Foto Claudio Abate.
Il male maggiore

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«Quelli che da lontano


sembrano mosche»

Dialogo di Gian Maria Annovi con Alexander Stille

A dispetto del suo cognome, che in tedesco significa «quiete», la


storia che racconta come l’Italia sia entrata a far parte della vita
del giornalista americano Alexander Stille, è piuttosto turbolenta e
s’intreccia con alcune delle più grandi tragedie del secolo passato.
La sua famiglia – russa e di origine ebraica – si stabilì, infatti, in
Italia per sottrarsi alle asprezze del regime bolscevico, per poi ri-
trovarsi, all’inizio degli anni Quaranta, su una nave diretta verso
gli Stati Uniti, a causa della promulgazione delle leggi razziali.
Questi avvenimenti e la professione scelta dal padre, Ugo Stille –
dapprima corrispondente da New York per il «Corriere della Sera»
e poi suo direttore per un decennio dalla fine degli anni Ottanta –
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

sono forse all’origine dell’appassionato interesse con cui Alexander


si occupa oggi dell’Italia, tanto che il suo primo volume, Uno su
mille (Mondadori 1994), è un avvincente e pluripremiato studio
sulle diverse storie di cinque famiglie ebraiche sotto il regime
fascista.
Con alle spalle studi nelle più prestigiose scuole di giornalismo del
paese, Stille, che c’ha ormai abituati alle sue taglienti letture degli
affari italiani pubblicate su quotidiani quali il «Corriere della Se-
ra» e «la Repubblica», collabora anche con testate americane pre-
stigiose come «The Boston Globe», «The New York Times», «The
New Yorker», oltre a insegnare giornalismo alla Columbia Univer-
sity. Considerato negli Stati Uniti tra i maggiori esperti di politica
e società italiana, negli ultimi anni si è occupato prima dell’ascesa
politica di Berlusconi (Citizen Berlusconi, Garzanti 2006) e più
recentemente delle relazioni tra mafia e politica (Nella terra de-
gli infedeli, Garzanti 2007). Lo abbiamo incontrato alla fine di set-
tembre nel suo ufficio della Columbia.

A volte penso che se l’Italia fosse uno degli animali descritti da


Borges in uno dei suoi racconti, ricadrebbe nella categoria di
«quelli che da lontano sembrano mosche». Soprattutto per chi vive
in un luogo culturalmente e geograficamente lontano come gli
Stati Uniti. Dell’Italia reale, infatti, mi sembra si parli molto poco
rispetto, per esempio, ad altri paesi europei quali la Francia o la
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

Germania. Qual è la percezione del nostro paese che ha l’america-


no medio?
Direi che, in generale, se ci si basa sugli articoli che compa-
iono sui nostri giornali e che in qualche modo formano
l’opinione pubblica, l’idea dell’Italia che hanno gli america-
ni oscilla tra due poli quasi opposti. Da un lato c’è l’Italia co-
me luogo di bellezza, sole, spiagge, ottimo cibo, design e
dall’altro l’Italia della mafia, del disagio, della corruzione…
un paese, insomma, da non prendere sul serio. Quello che
sfugge a questi due poli, a questi stereotipi, è proprio la
grande complessità dell’Italia reale.

È una complessità data anche dalle anomalie politiche e sociali del


paese. Quale crede che sia la principale anomalia che oggi salta
all’occhio di un osservatore privilegiato, interessato all’Italia
reale?
In questo momento la principale anomalia è sicuramente il
fenomeno Berlusconi. Non esiste nessun altro paese demo-
cratico europeo in cui l’uomo più ricco possa governare tut-
ta la sfera pubblica senza disfarsi delle proprie ricchezze e
soprattutto del proprio potere mediato. Per questo in Italia
si vive una situazione piena di contraddizioni: il più grande
magnate dei media si occupa anche della televisione di Sta-
to, il suo collaboratore principale – un indagato, imputato
in vari processi – riscrive le leggi sulla Giustizia. È questa
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

l’anomalia maggiore. Ovviamente, si tratta di un’anomalia


che non nasce dal nulla, nel senso che esistevano anomalie
italiane precedenti e istituzioni di controllo tanto deboli da
permettere il verificarsi dell’anomalia Berlusconi.

Può spiegare cosa intende con anomalie precedenti?


Per esempio lo strapotere che la Fiat ha avuto nel passato.
Non era assolutamente la stessa cosa del fenomeno Berlu-
sconi, ma ha creato qualche precedente. Oppure l’assenza
di leggi sul conflitto d’interesse o sull’insider trading, che in
qualche modo hanno facilitato le cose.

Il fenomeno Berlusconi non potrebbe mai esistere negli Stati Uniti


proprio per l’esistenza di normative molto rigide sul conflitto d’in-
teresse. In Italia sembra ci si sia ormai abituati a quest’anomalia,
soprattutto tra le fila dell’opposizione. Dal suo punto di vista, quali
sono le ragioni che hanno sempre impedito ai governi precedenti
di mettere il conflitto d’interesse tra le proprie priorità?
Direi l’arretratezza culturale e politica. Nel senso che quan-
do Berlusconi è entrato in scena, per chi – come me – era
abituato ad altri contesti, è parso ovvio che il conflitto d’in-
teressi fosse un problema massiccio, mentre in Italia non è
stato visto e capito come un problema veramente grave:
«Dopo si vedrà…, si farà una legge…, si parla di blind tru-
st…». Mi ricordo che, quando il centro-sinistra ha vinto nel
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

1996, ho incontrato per caso un suo noto esponente e gli ho


detto che la prima cosa da fare era proprio una seria legge
sul conflitto d’interesse. Non tanto una legge per colpire
Berlusconi, ma che interessasse intere categorie, comprese
quelle categorie più vicine al centro-sinistra, come i profes-
sori universitari, i giornalisti, gli stessi parlamentari… Biso-
gna evitare che il sindaco di un paese sia anche membro
della Camera e del Parlamento europeo, che prenda tre sti-
pendi e faccia male tre lavori. E questa persona mi ha guar-
dato e mi ha detto: «Ma tu non capisci niente, sei un morali-
sta americano, questo è un problema astratto che non inte-
ressa minimamente gli italiani». Questo era
l’atteggiamento, anche all’interno del centro-sinistra, figu-
riamoci nel centro-destra, che finalmente si era ritrovato
con uomo forte dalla propria parte.

Lei non è sono un analista della società italiana ma è cresciuto im-


merso nella sua cultura, anche grazie a suo padre, che è stato un
importante corrispondente dagli Stati Uniti per il «Corriere della
Sera», di cui è anche stato direttore per un decennio. Oggi in molti
denunciano in Italia uno stato di emergenza culturale oltre che so-
ciale e politica. Lei cosa pensa della condizione attuale della cultu-
ra italiana?
Mi sembra che la cultura italiana non goda di un momento
di particolare ricchezza. Se pensiamo, per esempio, al
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

campo della scrittura, una volta c’erano Carlo Levi, Primo


Levi, Moravia, Pasolini, Calvino, Sciascia… e si potrebbe an-
dare avanti a lungo facendo nomi. Non vedo figure di simile
rilievo nell’Italia di oggi. Se pensiamo al cinema e ai grandi
registi che lavoravano tra gli anni Cinquanta, Sessanta e
perfino Settanta, vedo un calo abbastanza notevole e questo
in qualche modo riflette qualche cosa di più grande. Ma è
molto difficile capire il rapporto tra la forza di una cultura e
il resto della società. Forse il momento dell’uscita dal fasci-
smo e poi del boom economico ha creato una cultura comu-
ne che ha avuto delle espressioni in campo culturale molto
nette. Oggi non c’è una corrente culturale in grado di espri-
mere qualcosa di simile.

Di recente, Massiamiliano Panarari, un giovane studioso, ha addi-


rittura parlato di «egemonia sottoculturale» riferendosi al preva-
ricare dell’entertainment televisivo sulla cultura. Della crisi del
rapporto tra intellettuali e società italiana si è occupata parecchio
proprio «alfabeta2» ed è un fenomeno che si ritrova ovviamente
anche in altri paesi, tra cui gli Stati Uniti, dove l’anti-intellettuali-
smo è molto radicato, penso al saggio del 1962 di Richard Hofstad-
ter, Anti-intellectualism in American Life. Qual è il suo parere
a proposito?
L’intelligencija, in genere, è quasi una specie in via di estin-
zione nel mondo dei media in cui viviamo. Il cambiamento
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

del mondo dei media ha molto ridimensionato il ruolo degli


intellettuali: nel passato gli autori pubblicati erano molto
selezionati, c’erano magari dieci case editrici importanti nel
paese, trecento autori di rilievo, che erano quelli che scri-
vevano sui giornali eccetera. Nel mondo di internet, invece,
chiunque può essere editore o autore. In un certo senso è
un sistema più democratico, in cui ognuno dice la sua, men-
tre nel vecchio sistema c’erano elementi paternalistici.
L’abisso tra quelli che sanno e quelli che non sanno, se vo-
gliamo, era antidemocratico. Naturalmente quando tutti so-
no editori e tutti sono autori c’è anche un baulame di voci
contrastanti, ci sono falsità mescolate a cose vere e il tutto
diventa un mondo molto confuso in cui è difficile orientar-
si. In questo contesto è raro che un singolo intellettuale o
un singolo libro possano avere l’impatto che avevano certi
libri negli anni Trenta o Quaranta.
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

Intorno alla Zimmer Dresden, 1978, disegno a china e smalti


su cartone Scholler, cm 50 x 35.

Nel bene e nel male, e con i dovuti distinguo, c’è stato il caso di Go-
morra di Roberto Saviano, che ci porta però a una delle polemica
più infuocate degli ultimi mesi, quella riguardante l’opportunità o
meno, da parte di autori impegnati, di pubblicare per le case edi-
trici o di scrivere sui quotidiani riconducibili alla famiglia Berlu-
sconi. Lei quale crede dovrebbe essere l’atteggiamento degli autori
da questo punto di vista?
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

È una questione che mi sono dovuto porre personalmente.


Io ho lavorato alla Mondadori, da giovane, da ragazzino
praticamente, e quindi conoscevo la casa editrice da dentro
quando sono diventato un autore e ho pubblicato il mio pri-
mo libro.

Il volume su cinque famiglie ebraiche italiane durante il fascismo?


Sì, il titolo italiano è Uno su mille. Successivamente, Berlu-
sconi acquistò la Mondadori, seppure, come sappiamo ora,
con l’aiuto di tangenti. Io però continuai a pubblicare con
loro, perché avevo degli ottimi colleghi con cui lavoravo be-
ne, che facevano parte della casa editrice da prima di Berlu-
sconi. Anche il mio terzo libro, che s’intitolava in inglese, A
Future of the Past, ma stranamente tradotto in italiano come
La memoria del futuro, lo pubblicai con la Mondadori, perché
era un libro su questioni culturali, non c’entrava molto la
politica italiana. Con il mio quarto libro, però, che era su
Berlusconi, era per me inconcepibile pubblicare con la
Mondadori, anche se un mio ex editor mi disse che avrebbe-
ro potuto anche pubblicarlo. «Ma non conviene né a te, né a
me» – gli dissi io – «tu lo fai per far vedere che lo puoi fare e
finisci per farti del male, io apparirei come il tipo di perso-
na che critico nel libro, o come un opportunista che prende
i soldi dove li trova e poi spunta nel piatto dove mangia. Mi
troverei in pieno conflitto d’interesse. Per cui è molto
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

meglio che ci salutiamo, per ora, e che qualcun altro pubbli-


chi questo libro». E così ho fatto. Quindi direi che la que-
stione è diversa da caso a caso, io non giudico gli autori che
pubblicano da Mondadori, ma dipende un po’ da cosa pub-
blicano. Credo, per esempio, che non sia stato molto oppor-
tuno per D’Alema pubblicare con la Mondadori, prendendo
una somma abbastanza forte da Berlusconi.

Cosa pensa invece di uno dei temi di cui si è discusso maggiormen-


te in Italia, anche a seguito dell’approvazione del Ddl intercetta-
zioni, ovvero la libertà di stampa. Come giudica lo stato di salute
del giornalismo italiano, lei che collabora sia con giornali italiani
che americani?
La stampa italiana ha alcuni vecchi problemi che si sono ag-
gravati con il «fenomeno» Berlusconi. Il problema principa-
le è l’eccessiva vicinanza al mondo politico, ma questo già
prima di Berlusconi. Con l’arrivo di Berlusconi al potere
questo problema si è esasperato. C’è infatti una parte della
stampa che è letteralmente posseduta da Berlusconi, o di-
pendente da Berlusconi, che ormai non è più stampa ma
propaganda, dove tutto quello che viene scritto sulla politi-
ca italiana è in qualche modo dettato dall’esigenza politica
di Berlusconi. Poi c’è una parte della stampa semi-indipen-
dente, che comprende anche gradi testate come il «Corriere
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

della Sera», «La Stampa», «Il Sole24Ore», i giornali di cen-


tro, che vive un po’ come don Abbondio…

Come un vaso di terra cotta tra vasi di ferro…


Esatto. Spesso queste testate hanno proprietà deboli che
hanno bisogno dell’aiuto del governo e, nonostante abbiano
tradizioni d’indipendenza giornalistica e cerchino di fare il
loro mestiere come meglio possono, vivono in realtà una
condizione molto difficile. Se escono troppo dalle righe
vengono bastonati e minacciati da Berlusconi. E infine c’è
una certa stampa d’opposizione che sa di non poter contare
sull’aiuto di Berlusconi e che perciò pubblica quello che
vuole, ma sono in un certo senso giornali marginali, perché
parlano a un pubblico che è già antiberlusconiano.

Oltre a essere un pubblico molto ristretto…


Certo. Il saggio di Enzo Forcella, Millecinquecento lettori. Con-
fessioni di un giornalista politico (ripubblicato da Donzelli nel
2004 a cura di Guido Crain), descrive la realtà italiana anche
ora, nonostante sia stato scritto negli anni Cinquanta. For-
cella sosteneva che i giornalisti italiani scrivono per mille-
cinquecento lettori, che sono i potenti del momento, e non
per il grande pubblico. È un vecchio vizio esasperato da un
conflitto politico molto molto forte.
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

Forcella si riferiva al giornalismo politico, ma non trova imbaraz-


zante anche l’omogeneità informativa che proviene da questi
grandi giornali? Quando Maria Luisa Busi ha lasciato la conduzio-
ne del Tg1, per esempio, lo ha fatto anche denunciando il disgusto
per un giornalismo che si occupa della «caccia al coccodrillo nel
lago e mutande antiscippo», quello che si ritrova anche sui quoti-
diani che denunciano proprio l’abbassamento del livello
informativo.
Ormai i quotidiani italiani rispondono alla pressione del
mercato in modi simili, però quello che trovo problematico
è soprattutto il fatto che le prime pagine dei giornali,
dall’estrema sinistra all’estrema destra, quasi sempre si oc-
cupano delle stesse cose. Non è un giornalismo intrapren-
dente che va a cercare le notizie, risponde solamente a
quello che hanno detto i politici il giorno prima: si piazzano
davanti a Montecitorio e intervistano i politici.

La stessa cosa accade tutti i giorni nei telegiornali italiani. Se lei


fosse un americano in visita in Italia e le capitasse di accendere la
televisione nella sua stanza d’albergo, per esempio, quale sarebbe
la sua impressione?
Un misto di orrore e divertimento. La prima cosa che colpi-
sce è la quantità di donne nude o seminude, le interviste
con donne in politica in cui la telecamera si sofferma sui se-
ni, piuttosto che sulle cosce, una misoginia molto forte e
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

molto strana per chi viene dagli Stati Uniti. E poi il basso li-
vello dei programmi d’intrattenimento. Anche qui il mono-
polio di Berlusconi non ha aiutato: la qualità è bassa, e non
c’è molta concorrenza, tanto che nel momento che se n’è
creata un po’, con i canali Sky di Murdoch, per esempio, gli
altri canali cominciano a perdere terreno.

All’inizio le ho chiesto quale fosse la percezione che gli americani


hanno dell’Italia. Qual è invece l’immaginario americano degli
italiani?
Anche in questo caso, il passare da un paese all’altro,
dall’Italia agli Stati Uniti, mi ha fatto molto riflettere su
questo problema e sono arrivato alla conclusione che quasi
sempre gli altri paesi sono delle fantasie. Non vediamo mai
la realtà di un paese, proiettiamo una certa nostra fantasia,
per cui l’Italia per molti americani rappresenta una certa
fantasia, da una parte – come dicevo prima – è un paese do-
ve tutto è gestito male, un paese di mafia e corruzione, per-
ché quest’immagine ci fa sentire meglio, oppure è un posto
dove tutto è bello, elegante, meraviglioso perché è quello
che ci piace pensare. Allo stesso tempo gli Stati Uniti ri-
spondono a esigenze interne italiane: l’America è un paese
orribile, l’Amerika con la k, è un paese conformista, un pae-
se di destra, oppure rappresenta la fantasia del Kerouac di
On the Road, Beat generation, libertà al massimo, valori
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

democratici… Naturalmente la realtà di ogni paese è parec-


chio più complicata, come l’Italia, anche questo paese pieno
di contraddizioni non si presta a facili interpretazioni. Gli
Stati Uniti sono un paese grande come un continente, con
mille realtà diverse, ma anche agli italiani hanno idee che
necessitano di conferme, e spesso le trovano proprio nel
modo in cui l’America viene racconta dalla stampa.

Fra tutte l’idea dell’American dream, che anche l’elezione di


Obama sembra incarnare. Ma l’Italian dream, invece, è ancora
possibile?
Bisogna essere ottimisti.

Lo dice anche Berlusconi…


Per fortuna Berlusconi non possiede anche il monopolio
dell’ottimismo.
«Quelli che da lontano sembrano mosche»

Vergogna, 2000, oggetto in legno. Foto Ezio Gosti.

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Giovani senza lavoro


con strani portafogli
in cui infilare denaro
che non è guadagnato.

Padri nascosti allevano


quella sostanza magica
leggera e avvelenata
per le vostre birrette.
Giovani senza lavoro

Condannati ad accettare
un regalo fatato
sprofondate nel sonno
mortale dell’età,

la vostra giovinezza,
la Bella Addormentata,
langue nel sortilegio
di una vita a metà.

II

Giovani senza lavoro


chiacchierano nei bar
in un eterno presente
che non li lascia andar.

Sono convalescenti
curano questo gran male
che li fa stare svegli
senza mai lavorare.
Giovani senza lavoro

Di notte sono normali,


dormono come tutti gli altri
anche se i sogni sono vuoti
anche se i sogni sono falsi.

Falsa è la loro vita,


finta, una pantomima
fatta da controfigure
interrotta da prima.

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Fenomenologia di Magic Italy

Fenomenologia di Magic
Italy
7 luglio 2010

Daniele Salerno

I
l 7 luglio 2010 i terremotati dell’Aquila protestano a Ro-
ma contro il governo per i ritardi della ricostruzione. I
manifestanti vengono caricati dalle forze dell’ordine e
alcuni vengono feriti. È passato quasi un anno dal G8
dell’Aquila, l’evento che, proponendo un epilogo mitico alla
narrazione della catastrofe, segna la fase discendente della
parabola narrativa e mediatica del terremoto abruzzese.
Il 7 luglio 2010 il ministro del Turismo e la Presidenza del
Consiglio diffondono, a poche ore dalla manifestazione
Fenomenologia di Magic Italy

degli aquilani, un video di trenta secondi che invita gli ita-


liani, attraverso la voce di Silvio Berlusconi, a passare le va-
canze in Italia. Si tratta di Magic Italy.
Il 7 luglio 2010 in poche ore assistiamo al confronto (e al-
lo scontro) tra la macchina mitopoietica del Presidente del
Consiglio e l’improvviso ritorno di una realtà, almeno me-
diaticamente, rimossa.
Il mito – perché questo è il linguaggio di Magic Italy, azio-
ne di propaganda camuffata in operazione di marketing tu-
ristico – è una delle risorse culturali attraverso cui singoli e
collettività danno senso ai fatti del mondo e indirizzano le
azioni di ricostruzione sociale in seguito a fatti devastanti.
In Magic Italy troviamo il tentativo di sciogliere in chiave
mitica le tensioni causate da almeno due eventi: una dram-
matica crisi economica e il riemergere degli effetti di una
catastrofe naturale.
Dal cielo, luogo che l’immaginario popolare e il mito as-
segnano alle figure del soprannaturale, il capo indica i sim-
boli stessi della magica Italia: «Questa che vedi è la tua Ita-
lia», esordisce Berlusconi. La voce sorvola le città e il mare,
sfoglia le meraviglie italiane, si sofferma a mezz’aria sui ca-
polavori dell’arte. È dotata del potere di fare, e di far appari-
re, attraverso il solo dire: qualità dell’abracadabra del mago
o del fiat divino.
Fenomenologia di Magic Italy

Un tema, quello della creazione, che s’impone in crescen-


do: la voce aleggia sui canali di Venezia; poi stacca sul pano-
rama romano; penetra nella Basilica vaticana; nella Cappel-
la Sistina si sofferma sulla creazione di Adamo e sul contat-
to del dito di Dio con quello dell’Uomo. Ed ecco il brand tu-
ristico delle nostre vacanze: Magic Italy.
Magic Italy è perfettamente coerente con una narrazione
identitaria alimentata da secoli di retorica nazionale.

L'
Italia è la terra dei poeti, dei santi e dei navigatori,
tre categorie collocate, in un’ideale topologia cul-
turale, ai limiti o oltre l’umano e che del miracolo
o della fortuna fanno professione. E gli italiani negli ultimi
sessant’anni si sono appunto resi protagonisti di gesta ma-
giche o miracolose, a conferma della loro natura e di quella
della loro terra. A cominciare dalla retorica del «miracolo
italiano» del dopoguerra che puntella quella del «nuovo mi-
racolo italiano» negli anni della «discesa in campo».
La narrazione berlusconiana è dunque solo l’ultima va-
riazione sul tema rispetto a un complesso narrativo affatto
innocuo. Infatti le modalità in cui si narrano le identità na-
zionali e i problemi sociali aprono o restringono le linee di
iniziativa e di intervento percorribili nel contesto più gene-
rale dell’agire sociale.
Fenomenologia di Magic Italy

In un’analisi del caso di Sarno, Hayden White rilevava la


presenza di tre possibili esiti nella narrazione di una cata-
strofe: può prevalere un approccio razionalizzante al disa-
stro, che lega gli eventi all’analisi di fatti e comportamenti;
può affermarsi un approccio mitologizzante che risolve
l’evento introducendovi una entità superiore (dio, destino o
una figura del potere); infine può fallire qualsiasi forma di
elaborazione del trauma collettivo, determinando una frat-
tura e una riconfigurazione dell’identità della comunità.
Secondo White il prevalere dell’approccio mitologizzante
ha prodotto una mancata risoluzione del problema del dis-
sesto idrogeologico della zona di Sarno con una successiva
caduta nell’oblio di quella tragedia.
Non è difficile cogliere nei recenti sviluppi della tragedia
abruzzese il profilo narrativo rilevato nel caso di Sarno.
Il 25 aprile del 2009, a pochi giorni dal terremoto,
l’Abruzzo diviene il terreno su cui ricostruire l’unità nazio-
nale. Tra l’8 e il 10 luglio dello stesso anno all’Aquila si cele-
bra un G8 che diviene rappresentazione mitica di un nuovo
miracolo italiano.

B
erlusconi porta i potenti della Terra – e per delega i
popoli del mondo – nell’epicentro della catastrofe e li
rende testimoni della ricostruzione: un nuovo mira-
colo italiano si realizza davanti a una platea mondiale. La
Fenomenologia di Magic Italy

realtà e la verità della ricostruzione, attestata dai potenti


della Terra, non accetta contestazioni.
Dalla messa in scena del G8, scioglimento mitico della
tragedia abruzzese, i fatti dell’Aquila cadranno lentamente
nell’oblio e la copertura mediatica del dopo terremoto assu-
merà una drammatica fase discendente.
Fino al 7 luglio 2010 quando a quasi un anno esatto dal G8
aquilano gli abitanti di quella città vengono manganellati in
una manifestazione di protesta a Roma.
A mezzogiorno SkyTg24 mostra gli aquilani a Roma feriti
e caricati dalla polizia: «L’Aquila è cratere […] non c’è stato
miracolo all’Aquila», dice uno dei manifestanti.
Alle 15.00 la presidenza del Consiglio e il ministro del Tu-
rismo diffondono Magic Italy, messo on-line dall’Ansa alle
15:37.
Berlusconi così riutilizza il mito per sostenere la sua ver-
sione dei fatti. Se al G8 le macerie erano finite sotto il red
carpet srotolato per i potenti, ora con Magic Italy queste
spariscono nell’abbaglio e nel rumore mediatico prodotto
da uno spot che restituisce l’immagine di un «paese fatto di
cielo, di sole, di mare».
A questa versione dei fatti risponderanno lo stesso gior-
no su YouTube gli aquilani, montando dei video in cui
sull’audio di Magic Italy scorrono le immagini dell’Aquila
distrutta.
Fenomenologia di Magic Italy

Nell’estate caratterizzata dagli scontri politici l’Aquila è


uscita di scena, e c’è ritornata soltanto per il recente verifi-
carsi di nuove scosse sismiche.
Non sappiamo invece se lo spot berlusconiano sia riuscito
a convincere gli italiani a «impiegare» le vacanze in Italia.
Di certo chi si è trattenuto all’interno dei confini patri
l’avrà fatto per il persuasivo invito del Capo, e non perché
colpito dalla più dura crisi economica dal 1929 a questa
parte.
Sappiamo invece che il ministro del Turismo, committen-
te dello spot, ha passato le sue vacanze nei dintorni di Niz-
za. Città che proprio quest’anno ha ricordato degnamente i
centocinquant’anni dall’annessione alla Francia.

Laboratorio αβ Bologna
Fenomenologia di Magic Italy

Fliegende Blätter, 1983, disegno a china e smalti su cartone Scholler, cm 50 x


35. Foto Claudio Abate.

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The roaring x-ties:


misteri decennali di rivolte, cravatte
e cravattai

Antonio Loreto

4
0 anni esatti sono passati da Lotte in Italia, film realiz-
zato dal gruppo Dziga Vertov (Godard nel suo periodo
cinese con Gorin) su commissione, all’ultimo ritirata,
del Servizio sperimentale della Rai: vengono ripetutamente
e a lungo inquadrate una studentessa della borghesia tori-
nese (Paola Taviani) e l’attrice sua interprete (Cristiana Tul-
lio Altan) mentre si misurano con il potere (l’università, la
famiglia, la televisione, la fabbrica – «accordo per i metal-
meccanici, si spera ora un inverno temperato», legge Paola
The roaring x-ties:

sul «Messaggero»). È il 1970: il Parlamento approva lo Sta-


tuto dei Lavoratori e il governo riconosce la Repubblica po-
polare cinese. J.V. Borghese, già comandante della X Mas, è
sul punto di sequestrare con la Propaganda2 Saragat, di as-
sassinare con la mafia il capo della polizia e di occupare con
la Forestale la Rai: la corte del processo d’appello ai respon-
sabili del fallito golpe minimizza, e «ritiene che i clamorosi
eventi della notte in argomento si siano concretati nel con-
ciliabolo di quattro o cinque sessantenni».
30 anni tondi sono passati dalla marcia dei quarantamila,
e se anche coloro – in maggioranza gli impiegati e i quadri, i
colletti bianchi (con tanto di cravatta) – che nell’ottobre del
1980 passeggiano per le strade di Torino non sono davvero
quarantamila, la tempestiva denominazione fornita da
qualche giornale conservatore non concede contro-conteg-
gi. Rino Gaetano, che aveva esordito dedicando L’operaio del-
la Fiat (La 1100) al benessere fittizio e crudelmente ironico
rincorso dall’operaio inquadrato o integrato (almeno finché
non diventa cassa-integrato), pubblica il suo ultimo disco
riconsiderando come dieci autunni prima il concerto all’iso-
la di Wight fosse seguito dalla Forestale che come si diceva
tenta il golpe alla Rai.
70 anni circa (esattezza flessibile dei calcoli pancreatici
delle questure, se il contro-conteggio è prescritto) sono
passati da quando appare sui giornali un salutare inserto di
The roaring x-ties:

propaganda commerciale autorizzato, o commissionato, dai


funzionari fascisti addetti alla stampa: «Non si interrompe
il lavoro – mentre la Magnesia S. Pellegrino agisce benefica-
mente senza arrecare noie né disturbi».
Insomma questi sono i dati del problema, che cifre alla
mano non si risolve facile come bere un bicchier d’acqua,
con un cucchiaio per digerire e un po’ di più per dare una
mano eccetera. L’interruzione del lavoro vale una cagata
(pazzesca, direbbe il Fantozzi esegeta dell’antagonista Ej-
zenstejn) e l’astensione dal lavoro (lo sciopero, direbbe l’an-
tagonista Ejzenstejn) vale la minaccia dell’inedia. Le disdet-
te dei contratti nazionali sono da ingoiare senza rutti chili-
ficanti e il livido colpo di Stato televisivo è l’azzurro dome-
stico dei nostri asciutti dopocena.
Intanto i quattro sessantenni del 1970 rinascono nelle
spoglie dei quattro sfigati (ma pingui) pensionati del 2010,
mentre tutti gli altri aspettano da qualche estinto i numeri
al lotto, addestrati alla redistribuzione del reddito, e sogna-
no cose, oro, mascalzoni, storie, Egitto, Palestina, Odessa, la
Grecia come Inferno, Napoli, Barcellona, parole, animali,
bambini, leggende (scherzavo: questo è Godard ottanten-
ne). E sullo sfondo di un panorama agostano Antonio Scura-
ti non vuole (ma come, così giovane) morir cinese. Davvero
preferisce morire – mangiare d’accordo, vestire d’accordo,
The roaring x-ties:

ma morire, morire! – italiano? Il pezzo di Novaro e Mameli


è davvero tuttora in voga, davvero non è ancora démodé?
A proposito: perché Marchionne non usa la cravatta? E
perché Bonanni e gli altri hanno buttato le loro?

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La pazienza degli italiani

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Fenomenologia di Magic Italy
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La pazienza degli italiani

La pazienza degli italiani

Enrico Donaggio

I
l treno da Milano a Torino, seconda classe in una sera
qualsiasi d’inizio autunno. Individui a fine turno – uffi-
cio, fabbrica, università, negozio, shopping – rientrano
alla base, con l’ultimo caldo che appiccica volti, pensieri e
telefonini. In piedi, stipati, caracollano a millimetrica di-
stanza da pareti luride e corpi altrui. Non si alza un ciglio
né una voce, toccante compostezza di una moltitudine di
fachiri. In un paese che ha privatizzato da tempo la cogni-
zione del dolore sociale, tutti scandiscono il mantra che la
protesta comune non paga e avvelena il sangue. Ci si salva
da soli, offrendo al mondo la superficie minima: squali tra-
vestiti da pesci in barile. Provo a liquidare così, con malin-
conia, quelle solitudini pazienti, un sintomo dello stato
La pazienza degli italiani

psicopolitico di una nazione, un possibile emblema


dell’anomalia italiana.
Nella memoria, quasi un contravveleno, affiora una frase:
«Non me ne faccio nulla di una compassione che si volga
soltanto in solidarietà, e non anche in rabbia». Contempo-
raneamente, al mio fianco, due ragazzi discutono torvi. Col-
go qualche parola: «Ma perché nessuno ci prova? Sai, non
mi basterebbe però che lo ammazzassero… Vorrei proprio
che soffrisse. Una malattia brutta e lenta, di quelle che ti
devastano la vecchiaia». Nemmeno un dubbio sull’oggetto
di tante cure: l’uomo pubblico più amato e odiato, il presun-
to responsabile dei destini generali di questo paese, viaggio
avvilente incluso.
Per un attimo fantastico che anche loro abbiano pensato
alla sentenza di Brecht, traducendola in linea di condotta,
in elementare progetto politico. Un’assurda eventualità di
cui faccio un’ipotesi di lavoro: al cuore dell’anomalia italia-
na si annida una straordinaria capacità di pazientare, men-
tre ogni brandello di vita e società implora una reazione
stizzita e speranzosa. Imbastisco un primo tentativo di ana-
lisi, cominciando a separare gli elementi di questa sindro-
me: violenza, rabbia e felicità.
Dei mostri concettuali che assillano chi s’impegna e pati-
sce, la violenza politica è il più feroce. Perverte le migliori
intenzioni, riducendole presto o tardi a ragione criminale,
La pazienza degli italiani

riflesso mimetico o pavloviano del male che intende estir-


pare. Indomabile, anche quando sembra assente o inopero-
sa. Spesso inavvertibile perché – lo ricorda ancora Brecht –
c’è una violenza che colpisce e una che impedisce i movi-
menti: non distrugge solo corpi, ma spazi di manovra e pen-
siero entro i quali potrebbero prendere forma nuovi modi
di sentire e affrontare la violenza che già c’è. Quella am-
mantata di ovvietà, che non indigna ma schianta.
La violenza politica si lega sempre a una promessa di feli-
cità, a un punto di fuga che giustifica il prezzo da pagare;
mette a repentaglio quel che si ha da perdere, in vista di
qualcosa di meglio. Erompe da una rabbia che si vorrebbe
legittima, perfino sacrosanta, e si placa con un rimedio. In-
fligge sofferenza a chi lo merita, all’autentico colpevole, af-
finché molti smettano di soffrire ingiustamente. Stanca di
compatire, scalza la pazienza, che è un amalgama di dolore
e speranza diluiti nel tempo: tenere duro, senza perdere il
gusto di vivere e la capacità di reagire al torto.
La violenza sembra scomparsa dall’orizzonte politico, in-
dividuale e collettivo, degli italiani. Rimossa, anche per otti-
me ragioni. Non esiste motivo intorno al quale si addensino
oggi un silenzio e un imbarazzo più fitti. Già evocare l’argo-
mento – non come prospettiva, ma come problema – pone
in luce sospetta nei più disparati consessi. Si possono colle-
gare tra loro, in un rompicapo a buon mercato, gli eventi
La pazienza degli italiani

nodali dell’itinerario che ha condotto a questo esito. Colpe,


errori e lezioni senza appello, terribili saldi di fine o inizio
stagione sparsi per decenni: un cadavere abbandonato den-
tro a un’auto in una strada nel centro di Roma, la sala
d’aspetto della stazione di Bologna in un sabato d’inizio
agosto, un ragazzo sparato in una piazza di Genova. Ma for-
se non basta.
La rabbia impregna e intossica i giorni degli italiani. La
dignità lesa – da un’istanza anonima, da uno stato di cose
prima che da un individuo con nome e cognome – sente il
bisogno di reagire; l’energia ferita scatta alla ricerca del re-
sponsabile. Se il colpo modifica la situazione che ha genera-
to l’ira, si dissoda il terreno su cui può crescere speranza so-
ciale. Se nulla muta, restano unicamente pazienza o ranco-
re. Un sopportare frustrato che, malgrado l’ufficiale messa
al bando della violenza, trova uno sfogo farabutto sul fronte
destro del paesaggio politico. Qui si indica senza esitazione
la carne da colpire, lo straniero di turno, secondo un copio-
ne redditizio in termine di voti e capitali.

A
sinistra, invece, un silenzio per bene, elegantemente
allineato al senso comune di un ceto sempre più re-
siduale. Che lascia soli, nel senso più letterale del
termine. Incapace di mettere a fuoco pratiche, concetti,
racconti che consentano di sciogliere un risentimento che
La pazienza degli italiani

si aggira al fondo di un vicolo cieco. Di non farlo pietrifica-


re, associandolo a quello dei più, entro un orizzonte di
esperienza condivisa. Nessuna passione spenta, dunque. E
nessuna violenza estinta. Solo la pigra scelta di una parte
precisa, che non riconosce lo spregio, né cerca un destino
alternativo all’umiliazione.
La felicità assilla e invade la vita degli italiani. Ogni inda-
gine sul tema perlustra il bordo di un’anomalia. Si dichiara-
no felici, in massa, anche se non dovrebbero esserlo, data la
vita e la politica del paese in cui vivono. Gli esperti di mar-
keting e dei sondaggi registrano il dato con stupore; i socio-
logi e i filosofi lo decifrano, evidenziando il baratro tra la
percezione della propria felicità e uno scontento che si at-
tribuisce in blocco a tutti gli altri connazionali. Volgari,
inerti, corrotti, e dunque meritatamente tristi.
La quadratura del cerchio si affida a uno slogan: «Felici,
malgrado tutto». A renderlo sensato, un modello di appaga-
mento condominiale: a casa o in famiglia – nel sonno, nei fi-
gli e nel cibo – bruciano lampi di eudaimonia indifferenti o
insensibili a quanto devasta menti e corpi intorno a fortez-
ze semivuote. Prove generali di utopia in una gated commu-
nity. Da cui, per di più, ci si può prendere ogni tanto una va-
canza a basso costo. Non solo una grettezza blindata a mi-
sura di ombelico, come potrebbe denigrare uno sguardo
snob. Semmai qualcosa da perdere, la candela che giustifica
La pazienza degli italiani

una rinuncia preventiva al gioco comune. E consegna l’ulti-


ma ambivalente parola alla pazienza.
Virtù più che divina e quasi minerale. Da un lato, come
insegnano l’etimo e le Scritture, la pazienza è rabbia tratte-
nuta. Dall’altro, come insegnano ancora i volti di alcuni ita-
liani, speranza procrastinata. Sopportare e patire in attesa
di qualcosa di meglio. Ritagliarsi con saggezza ambiti di ira
e sogno padroneggiabili, con un realismo capace di equili-
brismi cinici o sapienziali. Una passione grigia, agglutinata
in un’indifferenza sui generis. Frutto non di un’assenza di
coinvolgimento, ma di una felicità degna di Robinson Cru-
soe e di un disgusto che ha rinunciato a concedere al mon-
do persino l’onore della rabbia.
Non l’effetto di un vuoto o l’assenza di desideri, ma il
frutto di un dispendio emotivo intenso. Necessario per
schermare il dolore verso una vita sociale incapace di forni-
re occasioni e lotte di una qualche grandezza. Una capacità
di sopportare, non rinunciando, en attendant, a scavarsi un
rifugio, una nicchia di vivibilità e soddisfazione che consen-
ta anche di amare il mondo, non soltanto di adattarsi a esso
o di rifiutarlo. Ammazzando il tempo, piuttosto che un es-
sere umano. Fosse anche il leader maximo, infantilmente
eletto a uomo più amato e odiato, causa prima del bene e
del male di tutti gli italiani.
La pazienza degli italiani

Laboratorio αβ Torino

Comment sauver l’honneur de penser, 1983, disegno a china e smalti su cartone


Scholler, cm 50 x 35. Foto Claudio Abate.
La pazienza degli italiani

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Il male maggiore

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«Quelli che da lontano sembrano mosche»

Valerio Magrelli
Giovani senza lavoro

Daniele Salerno
Fenomenologia di Magic Italy

Antonio Loreto
The roaring x-ties

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Israele-Palestina, uno Stato unico

Israele-Palestina, uno Stato


unico

Ghada Karmi

V
iviamo in un’epoca curiosa, come recita il detto ci-
nese. Come altro descrivereste il paradosso di un
processo di pace israelo-palestinese che non porte-
rà pace alcuna? I colloqui iniziati a Washington il 2 settem-
bre sono l’ultimo capitolo di una lunga storia che va avanti
da così tanto tempo che la maggior parte della gente ha di-
menticato di cosa si tratta. Il «processo di pace» è diventato
parte del paesaggio politico, un tratto familiare del
conflitto israelo-palestinese, perseguito come un fine in se
stesso. Fino a quando le due parti «dialogavano», sebbene
senza risultato, questo ha sollevato gli uomini politici dalla
Israele-Palestina, uno Stato unico

responsabilità di un’azione concreta. Un nuovo Presidente


degli Usa, consapevole del fallimento di tutti i precedenti
tentativi di raggiungere un accordo, sembra determinato a
impegnarsi sulla questione.
Il «processo di pace», come viene definito, ha avuto ini-
zio nel 1991 con la conferenza di Madrid, che ha portato,
nel 1993, agli accordi di Oslo tra Israele e i palestinesi. Si
pensava che si sarebbero risolti in un accordo definitivo,
cinque anni più tardi. Non è mai avvenuto, e da allora una
serie di piani per la pace tra occidentali e arabi è ugualmen-
te fallita. Oggi siamo testimoni dell’ennesimo vano tentati-
vo di affrontare questo vecchio problema.
La ragione di tali fallimenti risiede in una scorretta inter-
pretazione del conflitto e in una soluzione altrettanto scor-
retta. Gli attori sono gli stessi, anche se i loro nomi cambia-
no: una parte israeliana forte che può dettare le condizioni,
una parte palestinese debole che non può farlo, e un arbitro
statunitense legato a Israele. Inoltre, e nonostante l’adesio-
ne formale accordata alla questione dei rifugiati, il conflitto
è stato interpretato come se riguardasse soltanto la parte
della Palestina post 1967. La risoluzione 242 dell’Onu, for-
mulata dopo la guerra fra arabi e israeliani del 1967, ha get-
tato le basi per questa visione. Essa ha seppellito tutti i pre-
cedenti diritti dei palestinesi sulla loro terra originaria e ha
condannato i rifugiati a quello che definiva genericamente
Israele-Palestina, uno Stato unico

«un accordo equo». Da allora, il dibattito è stato incentrato


sempre sul destino della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusa-
lemme Est. E la soluzione è stata mettere in piedi uno Stato
palestinese in quei territori, di fianco a Israele. È questa la
cosiddetta soluzione dei due Stati, che la comunità interna-
zionale ha sposato. Come ha detto il segretario britannico
per gli Affari esteri il 21 agosto, «Una soluzione a due Stati è
l’unica speranza per garantire una pace e una sicurezza du-
rature». Il Presidente Obama non vede altra possibilità, e le
potenze del Quartetto – Ue, Onu, Usa e Russia – lo appoggia-
no pienamente.
Perché la pensano così dopo più di vent’anni di tentativi
falliti nell’applicare quel modello? È palesemente ingiusto,
divide la terra in maniera iniqua con quello che, volendo es-
sere ottimisti, è un 78% per Israele e un 22% per la Palesti-
na. Nega alla maggior parte dei rifugiati palestinesi il diritto
di ritornare, e legittima e perpetua un regime sionista raz-
zista che costituisce la radice originaria del conflitto. Inol-
tre, non è neppure attuabile dal punto di vista logistico. Og-
gi le terre rivendicate dai coloni israeliani sono più del 50%
della Cisgiordania. Soltanto il 13% di Gerusalemme Est è in
mano ai palestinesi, mentre il resto sono colonie. Israele
non rinuncerà alla Valle del Giordano, un terzo dell’area
della Cisgiordania, e vuole Gerusalemme come propria, «in-
divisa» capitale. Manterrà in qualsiasi accordo i blocchi di
Israele-Palestina, uno Stato unico

insediamenti in Cisgiordania. Gaza è tagliata fuori e il suo


futuro è un’incognita.

I
n questi ridicoli scampoli di Palestina, dov’è lo spazio
per uno Stato? La soluzione dei due Stati in questo con-
testo può realizzarsi solo a spese dei palestinesi. Ciò non
può che significare uno Stato composto da enclave in Ci-
sgiordania collegate da ponti e tunnel per garantire la
«contiguità», dipendenti da Israele e dalla Giordania per la
sopravvivenza, mentre Gaza, che non è collegata, dipende-
rebbe dall’Egitto. Un’intesa per cedere ai palestinesi piccole
porzioni di Gerusalemme è possibile, ma non ci sarà diritto
di ritorno per i rifugiati, alcuni dei quali saranno probabil-
mente assorbiti con difficoltà nelle enclave in Cisgiordania.
La negoziazione su questo inutile accordo è solo all’inizio
e sarà interminabile. Si ricorrerà a piccole concessioni e mi-
nacce per spingere i due schieramenti a una soluzione en-
tro questi schemi viziati, che non potrà mai realizzarsi. Ep-
pure la soluzione appropriata è sotto gli occhi di tutti. Uno
Stato unitario in Israele-Palestina non richiederebbe alcuna
divisione della terra, alcuna ingiusta ripartizione delle ri-
sorse, alcuno sfratto di una delle due parti dalle proprie abi-
tazioni, e consentirebbe un ritorno dei rifugiati e dei loro
discendenti. Soprattutto, significherebbe mettere fine al
sionismo, un’ideologia superata basata sull’esclusivismo
Israele-Palestina, uno Stato unico

suprematista che ha portato profonda instabilità nel Medio


Oriente e non solo.
Uno Stato laico democratico nel territorio dell’antica Pa-
lestina è l’unica soluzione equa e umana a un conflitto
aspro che ha avuto origine con l’espropriazione ai danni dei
palestinesi indigeni. Porvi rimedio è il solo modo per mette-
re fine al conflitto. L’Occidente, che ha creato Israele, non
riesce ad accettare che l’esperimento sia stato un errore e
che lo si debba concludere. Questo rifiuto è il motivo reale
per cui gli Stati occidentali, a dispetto di ogni evidenza,
continuano ad appoggiare la soluzione dei due Stati.

Traduzione dall’inglese di Giulia Antioco

Ghada Karmi, palestinese, è medico, scrittrice e docente universi-


taria. Dei suoi diversi saggi Sposata a un altro uomo (DeriveAp-
prodi 2010) è il primo in traduzione italiana).

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L’occupante e l’invasore
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«Per la mia gente parlerà lo spirito»

Paolo Do
Arricchirsi è glorioso!

Fabrizio Tonello
Cronaca di una sconfitta annunciata

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L’occupante e l’invasore

L’occupante e l’invasore

Ilan Pappé

I
l sionismo ha avuto origine da due spinte sinergiche lo-
giche e giustificate. La prima è stata il desiderio di tro-
vare un porto sicuro per gli ebrei dell’Europa orientale e
centrale, dopo decenni di persecuzioni antisemite – e vero-
similmente anche il presentimento che il peggio dovesse
ancora venire. La seconda spinta è stata la ridefinizione del-
la religione ebraica come movimento nazionale, sotto l’in-
fluenza della «Primavera dei popoli» alla metà del XIX
secolo.
Quando i leader del movimento decisero, per ragioni che
qui non si possono spiegare nel dettaglio, che l’unico terri-
torio in cui queste due spinte potevano trovare risposta era
L’occupante e l’invasore

la Palestina – dove viveva già quasi un milione di persone –


quel movimento si trasformò in un progetto coloniale.
Questo progetto si definì dopo la Prima guerra mondiale.
Nonostante avesse ricevuto una larga protezione da parte
dell’impero inglese – nella forma del mandato britannico –
come progetto coloniale non fu un successo. I coloni riusci-
rono a conquistare un magro 6% della madrepatria palesti-
nese, e a costituire solo un terzo della popolazione del
paese.
La tragedia della popolazione palestinese indigena è stata
non solo il fatto di essere vittima di un movimento colonia-
le – ma nello specifico di essere vittima di un movimento
coloniale che cercava di dar vita a un progetto di stampo
democratico. Di fronte alla chiara predominanza demogra-
fica palestinese, nel marzo del 1948 undici leader del sioni-
smo non esitarono a ricorrere alla pulizia etnica, come stru-
mento migliore – considerati i fallimenti del colonialismo
sionista – per creare una democrazia ebraica etnicamente
pura nella maggior parte del territorio della Palestina.
A meno di un anno di distanza da quella decisione epoca-
le, la pulizia etnica fu messa in atto – cosa che al giorno
d’oggi la comunità internazionale non avrebbe esitato a de-
finire un crimine contro l’umanità. Le forze ebraiche passa-
rono sistematicamente di villaggio in villaggio e di città in
città ed epurarono il paese dalla popolazione indigena. Si
L’occupante e l’invasore

lasciarono alle spalle una scia di distruzione e rovina: più di


cinquecento villaggi e undici città devastati. Metà delle cit-
tà e dei villaggi della Palestina furono sgomberati a forza e
metà della popolazione del paese (l’80% della popolazione
del futuro Stato ebraico) fu strappata alle proprie abitazio-
ni, ai campi e alle proprie occupazioni. Questo comporta-
mento criminale è stato accettato ex post dalla comunità
internazionale ed è rimasto uno strumento legittimato nel-
le mani dello Stato ebraico, allora come ora, per garantire
l’esistenza di una democrazia ebraica nel paese. Il consegui-
mento e il mantenimento di una maggioranza demografica
sono diventati un obiettivo sacrosanto, nonché il fonda-
mento per la soluzione dei due Stati. La comunità interna-
zionale, così come l’ala pacifista israeliana, hanno cercato
di circoscrivere il territorio in cui la pulizia etnica e la pu-
rezza ebraica avrebbero prevalso. Il minotauro sionista ha
chiesto – e ottenuto, con la forza – l’80% netto della Palesti-
na. Ma questo non è bastato: nel 1967, quando si è presenta-
ta l’occasione propizia per soddisfare non solo la fame di
espansione demografica ma anche l’avidità territoriale, ha
inghiottito per intero la terra di Palestina.
A ogni modo, anche dopo aver inghiottito l’intero paese,
il governo israeliano ha tentato di preservare ugualmente
l’idea di una democrazia sionista. È così che sono nate for-
mule come: «Territori in cambio di pace» e «Due Stati per
L’occupante e l’invasore

due popoli». Queste non erano ricette di pace o giustizia per


i due popoli, ma tentativi di arginare un movimento espan-
sionistico che cercava di ottenere più territori a prescinde-
re dalla popolazione araba che li abitava.

C’
è chi, dal 1967 e ancora adesso, continua a credere
che sia possibile soddisfare questa smania di colo-
nizzare e creare insediamenti, di espropriare e go-
vernare e restare democratici con la creazione di uno Stato
palestinese nel 20% del territorio. Per un breve momento
storico, nei primi anni dell’occupazione, forse sarebbe stato
possibile. Ma già negli anni Settanta, la situazione è diven-
tata più complessa e sono sorti di fatto insediamenti ebraici
che non hanno reso praticabile il contenimento auspicato.
Un decennio più tardi, negli anni Ottanta, il mantra dei
due Stati ha subìto anch’esso una metamorfosi dinnanzi al
mutamento della realtà. L’ala pacifista sionista ha cercato di
aumentare il numero di sostenitori dell’idea del conteni-
mento e contemporaneamente di assimilare gli insedia-
menti che di fatto erano sorti, e dunque ha deliberatamente
ridotto il territorio dello Stato destinato ai palestinesi. Più il
territorio si restringeva, più andava scomparendo il nesso
tra la formula dei due Stati e l’idea di una soluzione equa,
piena e sostenibile del conflitto. Nel secolo attuale, più la
soluzione dei due Stati è diventata una moneta di scambio
L’occupante e l’invasore

comune e il numero dei suoi sostenitori è aumentato – fino


a comprendere anche Ariel Sharon, Benjamin Netanyahu,
George W. Bush e altri – più il contenimento si è trasforma-
to in occupazione. Quando l’intera comunità internazionale
ha adottato la soluzione dei due Stati il sistema dell’occupa-
zione ha ricavato dalla nuova realtà un doppio vantaggio.
Per un verso, sotto lo scudo del «processo di pace» l’inse-
diamento si è accresciuto e intensificato, la tirannia e l’op-
pressione si sono acuite – senza alcuna critica o sanzione
internazionale. Per l’altro, la creazione di «insediamenti di
fatto» ha ulteriormente rimpicciolito il territorio che si
considerava escluso dalla fame del minotauro sionista. Con
l’idea dei due Stati come formula diplomatica internaziona-
le, è diventata opinione condivisa che la fame sionista per
almeno metà della Cisgiordania dovesse essere soddisfatta.
Più tardi, col sostegno di tutta l’ala pacifista israeliana, ine-
vitabilmente la formula dei due Stati ha condotto la comu-
nità internazionale ad avallare la riduzione dell’intera stri-
scia di Gaza a un moderno campo di concentramento.
Lo status di esclusività attribuito alla formula dei due
Stati, dentro e fuori del paese, da un lato ha reso possibile
per Israele trasformare una forma di occupazione in un’al-
tra per zittire le possibili critiche sui suoi crimini di guerra
– e dall’altro, ha reso possibile per il sistema di occupazione
L’occupante e l’invasore

israeliano creare dati di fatto che hanno trasformato l’idea


di uno Stato palestinese in un’utopia.
Guardatela dall’angolazione che preferite. Se la giustizia
è il principio in base al quale suddividere il paese, non esi-
ste formula più cinica di quella dei due Stati: per l’occupan-
te e invasore l’80%; per l’espropriato il 20% nel migliore e
più utopistico dei casi, ma più verosimilmente un 10%, di
territori divisi e isolati. Inoltre: dove avverrà il ritorno dei
rifugiati, se sarà attuato? In nome della giustizia, i rifugiati
hanno diritto a decidere se possono ritornare, e hanno di-
ritto a partecipare alla definizione del futuro dell’intero
paese, non solo del 20%.
D’altra parte, se il pragmatismo e la realpolitik sono i
princìpi guida, e tutto ciò che si desidera è soddisfare la fa-
me di terra e preponderanza demografica dello Stato sioni-
sta, allora trasferiamo Wadi Ara in Cisgiordania e Hebron in
Israele, affidiamoci all’equilibrio regionale e globale delle
forze e concediamo ai palestinesi non più di un minuscolo
pezzetto di terra, chiusa ermeticamente con steccati, muri
e barriere.
Sì, a Nazareth e Ramallah ci sono palestinesi disposti ad
accettare persino questo, e meritano di avere voce in capi-
tolo. Ma ciò non basta, non possiamo zittire le voci della
maggioranza palestinese nei campi profughi, tra i dispersi e
gli esiliati, tra gli sfollati e nei Territori Occupati, che
L’occupante e l’invasore

vogliono essere parte del futuro del paese che un tempo gli
apparteneva. Non ci sarà alcuna riconciliazione, né giustizia
qui, se questi palestinesi non parteciperanno alla definizio-
ne della sovranità, dell’identità e del futuro dell’intero pae-
se. La riconciliazione sarà estesa riconoscendo anche agli
ebrei che si sono insediati qui con la forza il diritto di parte-
cipare ugualmente alla definizione del futuro.
Diamo ai rifugiati la loro parte e rispettiamo le loro aspi-
razioni a essere parte insieme a noi di un unico Stato. Veri-
fichiamo la praticabilità di questa idea e del percorso per la
sua realizzazione – perché abbiamo già sperimentato per
sessant’anni l’idea dei due Stati e il risultato è chiaro: per-
petuazione dell’esilio, dell’occupazione, della discrimina-
zione e dell’espropriazione.
È sbagliato proporre costituzioni democratiche per Beit
Safafa ovest, per Bak’ah Al-Garbiya e per la parte Est di Ara-
beh, e allo stesso tempo scrollarsi di dosso ogni responsabi-
lità per Beit Safafa Est, per Bak’ah Al-Sharkiya e per la parte
Ovest di Arabeh, e dire: resteranno lì, dietro il Muro, op-
pressi, senza accesso alla terra, senza diritti né risorse. Co-
me cittadini ebrei e palestinesi in questo Stato abbiamo le-
gami di sangue, di comune destino e comune sventura che
non possono essere «spartiti». Una simile divisione non è
né onesta né sensata.
L’occupante e l’invasore

Le nostre élite politiche sono incompetenti nella migliore


delle ipotesi e corrotte nella peggiore, per tutto ciò che ri-
guarda il conflitto in questo paese. Quelli che le sostengono
nei paesi vicini e nel mondo sono altrettanto mediocri.
Quando queste élite si mascherano da società civile e pro-
pongono la chimera dell’accordo di Ginevra, la situazione
diventa solo peggiore e le prospettive di pace si allontana-
no. Proponiamo un dialogo alternativo che includa i vecchi
e i nuovi insediati – anche quelli che sono arrivati il giorno
prima – gli espulsi – di tutte le generazioni – e i dimenticati.
Domandiamoci quale modello politico ci si addice – uno che
chiami in causa e includa i princìpi della giustizia, della ri-
conciliazione e della coesistenza. Offriamo loro almeno
un’altro modello oltre quello che è fallito. A Bil’in abbiamo
lottato fianco a fianco contro l’occupazione – possiamo an-
che vivere insieme. Chi preferiremmo avere come vicini, i
coloni di Mattityahu Mizrah o gli abitanti del villaggio di
Na’alin?
E affinché questo dialogo si avvii e cresca, ammettiamo
che nonostante i nostri sforzi significativi, noi qui con le
nostre sole forze non possiamo fermare la vertiginosa cre-
scita dell’occupazione. Perché l’occupazione deriva dalla
stessa impalcatura ideologica su cui è stata eretta la pulizia
etnica del 1948, a causa della quale l’esercito massacrò gli
abitanti di Kufr Qassem, per cui le terre della Galilea, della
L’occupante e l’invasore

Cisgiordania e della striscia di Gaza furono confiscate, e nel


cui nome hanno luogo ogni giorno detenzioni e uccisioni
senza processo. La più micidiale manifestazione di questa
ideologia si verifica oggi nei Territori. Dovrebbe e deve es-
sere fermata al più presto. Per questo, nessun espediente
che non sia già stato tentato dovrebbe essere scartato. L’ap-
pello della società civile palestinese per l’imposizione di
boicottaggi e sanzioni dovrebbe essere ascoltato. Dovrebbe
essere riconosciuta la sincerità della pressione morale eser-
citata dalle associazioni di giornalisti, accademici, e medici
di tutto il mondo che chiedono di interrompere le relazioni
con Israele e i suoi rappresentanti, finché i crimini conti-
nuano. Diamo la possibilità a questo percorso non violento
di mettere fine all’occupazione. Dall’una e dall’altra parte,
chiederemo insieme a gran voce la condanna di un governo
e di uno Stato che continuano a perpetrare crimini come
questi, ebrei e non ebrei, saremo immuni dalla macchia
dell’antisemitismo, ingiustamente attribuitaci. Da qualsiasi
punto di vista – socialista, liberale, ebraico o buddista – una
persona ragionevole non può non chiedere il boicottaggio
di un regime e di un governo che già da quarant’anni mal-
trattano la popolazione civile solo perché è araba. E le per-
sone ebree ragionevoli devono far sì che le loro voci si levi-
no ancora più alte di quelle degli altri invitando all’azione e
a uno sforzo comune.
L’occupante e l’invasore

Che sia o no l’esperienza sudafricana il modello e l’ispira-


zione per la soluzione di uno Stato unico e per un boicot-
taggio internazionale giustificato e morale, è inaccettabile
che questa via e questa prospettiva restino senza un appro-
fondito esame, solo a causa della costante adesione a una
formula fallimentare che è diventata da tempo la ricetta
per il disastro.

Traduzione dall’inglese di Giulia Antioco

Ilan Pappé, storico israeliano, è docente universitario al Diparti-


mento di Storia dell’Università di Exeter (Regno Unito). Tra i suoi
libri in traduzione italiana: La pulizia etnica della Palestina
(Fazi 2008) e Storia della Palestina moderna. Una terra, due
popoli (Einaudi 2005).
L’occupante e l’invasore

Giftpflanzen, Gefahr! (Piante velenose, Pericolo!), 2009, installazione, Galleria


Michael Janssen, Berlino, m 15 x 7 (in due parti). Foto Valeria Giampietro.

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«Per la mia gente parlerà lo spirito»

«Per la mia gente parlerà lo


spirito»
Una cronaca messicana

Alessandro Raveggi

P
rendo spunto dal lemma che campeggia nell’emble-
ma dell’università dove adesso lavoro, l’Università
nazionale Autonoma del Messico, isola intellettuale
pulsante di un paese affaticato, trivellato dai colpi del nar-
cotraffico e dai buchi dell’economia, ombra spenta di quella
dei gringos. Il lemma in questione recita stentoreamente:
«Por mi raza hablará el espíritu». «Per la mia razza parlerà
lo spirito», dictum di José Vasconcelos, intellettuale umani-
sta, filantropo e rettore dell’Università, fondatore e
«Per la mia gente parlerà lo spirito»

ministro della Sep, la Secretaria de Educación Publica mes-


sicana, omologa del nostro Ministero, nata nel 1921.
Di primo acchito, c’è da rimanere allibiti: i termini
«razza» e «spirito» stridono in testa a un italiano abituato
suo malgrado alla pacchiana professione di razza italica del
fascismo e all’incensamento degli spiriti figli del Concorda-
to perenne tra Stato e Vaticano, che tutt’oggi pullulano ar-
zilli nel loro subdolo stringersi le mani bipartisan.
Cosa invece intendesse il pensatore messicano sarebbe
forse troppo lungo da spiegare, nonostante la brevità dello
scritto che sostiene il lemma: La Raza Cósmica. Lo scritto
utopistico, pubblicato alla fine degli anni Venti (in un pe-
riodo in cui di «razze» si cominciava a parlare troppo, e tra-
gicamente), annunciava l’avvento, in un futuro scenario
globale denominato Universópolis(sic), di una quinta razza
sulla terra: quella meticcia, crogiolo nel quale il messicano
sta al centro, di diritto, come antesignano storico. La rea-
zione sgomenta che puoi avere ad ascoltare certe parole, da
italiano che né di razze né di spiriti vuole sentir parlare, e
che forse si richiama alla mente la versione gentiliana del
ministro Vasconcelos, viene così subito mitigata dalla lettu-
ra del libro, da poco ristampato, nella sua versione origina-
ria di ciclo di conferenze negli Stati Uniti, per un’innovativa
casa editrice di Oaxaca, Almadía.
«Per la mia gente parlerà lo spirito»

Evitando l’esotismo razzista – «guarda te, come erano in-


dietro questi messicani!», esclamerebbe qualche intellet-
tuale salottiero, non ricordando che lo spiritualismo euro-
peo era solo da poco nato, come reazione al positivismo, e
che lo scritto, per l’epoca, era tutt’altro che arretrato! – la
parola raza, nonostante il suo fondamento materiale come
risultato del meticciato, potrebbe essere tradotta con la pa-
rola italiana gente, il We, the people affermativo della Costitu-
zione americana, il Volk di Herder; e la parola espíritu con
educazione, Bildung direbbero sempre i filosofi tedeschi,
formazione intellettuale. Come se Vasconcelos volesse dir-
ci: visto che al messicano non è toccata la «civilizzazione»,
se non come marchio a ferro, fuoco e Sacre Scritture, affer-
miamolo come popolo cosmico con la formazione, lo studio
della cultura, e che questa sia più libera possibile.
«Per la mia gente parlerà la cultura, lo studio», il che si-
gnifica voler affidare all’educazione e alle scienze umanisti-
che un valore non solo formativo, ma ricognitivo. Nella
possibilità di ripercorre all’indietro la propria storia identi-
taria, grazie alla reversibilità narrativa del tempo racconta-
to, rimarginazione in corso di una ferita traumatica. Indie-
tro, su su, fino ai codici preispanici, giardini di delizie e mo-
struosità, tappeti preziosi di glifi ed enigmi, labirinti del co-
smo nei quali, a noi occidentali del dopo crollo del sogno
statunitense, sarebbe mancato l’ossigeno. Ma, senza i quali,
«Per la mia gente parlerà lo spirito»

la visionarietà, e forse certo barocchismo, della cultura


messicana sarebbero impensabili. La voce della mia raza sa-
rà il suo spirito, e il suo spirito parlerà in divenire come la
cultura, combinando riccamente una parola dopo l’altra, un
divenire che tuttavia ci permette di comprendere l’origine
della raza, origine drammatica, di scontro netto e dilanian-
te di civiltà: quella spagnola e quella americana, la terra de-
gli altipiani e delle valli edeniche del Messico.

D
i fronte ai cliché del violento e fraudolento messica-
no, dell’inspiegabile malvagità immotivata alla Quién
sabe? – sul quale mi sono trovato a riflettere ultima-
mente con un sorpreso Moresco ospite a Città del Messico –
o del messicano Joaquín Murieta alter ego del maestro
Aspri in Corporale di Volponi, quanto di più liberatorio, che
un richiamo ai libri e alla cultura! Non c’è da immaginarsi,
ciononostante, che il messicano possa essere rappresentato
da Carlos Monsiváis, come prototipo della raza. Né che il
messaggio di Vasconcelos non sia stato inquinato in origine
da un tipo di retorica postrivoluzionaria che ha spesso le-
gittimato, anche per via «intellettuale», lo status quo. Seb-
bene il Messico sia terra di eccellenti scrittori e artisti, e di
grande fascino per chi scrive – fra molti esempi: il quasi-ac-
quisito Bolaño e i suoi due colossi, Los detectives selvajes e
2666, ambientati in Messico, oppure l’incoronamento della
«Per la mia gente parlerà lo spirito»

sua terra come patria surrealista, secondo Breton – e nono-


stante lo sforzo specialmente dell’Università Autonoma
(gratuita, tra le migliori università pubbliche del mondo),
l’analfabetismo è a livelli molto alti, e la raza messicana,
specie quella dal bianco sguardo profondo perso in quella
pelle eburnea, cicatrizzata nei tratti da un sole azteco affie-
volito dai neon statunitensi, è ancora aggrappata, con le sue
tortillas di mais, a quella bestemmia chiamata sottosviluppo.
Categoria rozzamente economica, e già stantia sul nascere,
che non considera altri fattori, determinanti oggi per la de-
finizione di una qualità della vita, che sia sostenibile con la
qualità dell’ambiente globale.

U
na raza, per quanto cosmica (se ti trovi di fronte uno
dei manoscritti preispanici, ti figuri il concetto) an-
cora travagliata, dunque, quella messicana, che si
trascina pesantemente dietro un cordone ombelicale mezzo
spezzato dalla conquista. Per questo, una raza in perenne
sviluppo, ma allo stesso tempo immobile, che cerca nella
sua cultura una ragione di sviluppo. La società messicana
coi suoi sforzi immani per diffondere la cultura, la passione
per il libro e per la ricerca, fa così quel che può di fronte a
una granitica immobilità egizia, come la definì Samuel Ra-
mos. Ovvero lotta contro l’immobilità di se stessa.
«Per la mia gente parlerà lo spirito»

C’è anche da chiedersi, riguardo al presunto sottosviluppo:


una volta distribuita la ricchezza, come uno dei fattori che
distinguerebbe paesi sottosviluppati e sviluppati, e distri-
buita così malamente, cioè spartita tra narcos e politici, tra
mafia e poteri forti, che abitano e frequentano qui gli stessi
luoghi di villeggiatura dei turisti gringos ed europei più fa-
coltosi, non sono proprio il libro, la cultura e l’educazione,
dei fattori che potrebbero nutrire ancora, alla libertà, il po-
polo messicano? Vasconcelos, d’altronde, non fu solo uno
spiritualista, e conosceva bene il limiti materiali della raza,
appena uscita dal calderone informe della revolución. Forse
si immaginava uno sviluppo diverso, non solamente econo-
mico, non esclusivamente dettato dalle regole del mercato
Usa, dagli investimenti e dalla speculazione edilizia. Uno
sviluppo culturale in cui la parola sottosviluppato (o il suo
recente contentino: in-via-di-sviluppo) fosse una blasfemia
da becero evoluzionismo economico.
Soffermandoci così su questo altrove quotidiano, molte
domande vanno alla fine a ritornare allo spirito e alla raza
che qui rappresento, una genia e una cultura che ogni volta
ti trovi a far scivolare d’attrito su quella messicana. Quella
italiana: una cultura sovrasviluppata. Ciò che mi sorprende,
di fronte alle frequenti campagne messicane di invito alla
lettura, o alle edizioni economiche per la classe medio-bas-
sa, è il rendermi conto, volgendomi alle mie spalle, che il
«Per la mia gente parlerà lo spirito»

panorama, dal porto dal quale la mia piccola barca è partita,


è dominato da un’arroganza di tasso pari al tasso di utopi-
smo di Vasconcelos: una raza italica che pare vagare senza
più spirito, che non crede più nei libri e anzi volentieri li di-
leggia (anche dall’interno, dal mondo ormai anticulturale
dell’editoria, che non vede nella narrazione una cura, ma
un placebo), e un espíritu boicottato da una raza imbarbari-
ta, che proprio per questo ha perso il cordone ombelicale
con il suo senso identitario e si rotola indistinta verso la
barbarie. Che ha abbandonato la ricerca, non solo quella
con la R maiuscola del Miur, ormai dissanguata dai tagli go-
vernativi, ma anche quella ricerca di cui sopra: la capacità
di rendere reversibile il tempo della raza, di rompere le
condizioni materiali per farle «reagire» chimicamente, farle
scivolare, sul tempo dello spirito, di pensare la comunità lo-
cale in rapporto a una cosmologia culturale mondiale, di
riuscire a pensare entrambe, al di là del grezzo gioco
economico-evoluzionistico.
Se oggi, a Vasconcelos, si dedica una biblioteca nella Città
del Messico, al centro della quale sta sospeso lo scheletro
reale di una gigantesca balena, leggermente modificato dal-
la manodopera del noto artista messicano Gabriel Orozco –
e simbolo di una cultura naturale che, nonostante provenga
da lontano, si libra leggera e dinamica sulla pesantezza
drammatica della terra messicana – mi chiedo: che tipo di
«Per la mia gente parlerà lo spirito»

animale riposa nelle nostre biblioteche italiane? Uno sche-


letro leggero e imponente o un cadavere pesante e putre-
fatto? E, soprattutto, con chi ha a che fare? Si apra il
bestiario.

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L’occupante e l’invasore
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La lunga vita del replicante

La lunga vita del replicante

Daniela Tagliafico

«
Non sa di esserlo?», chiede il cacciatore di replicanti
Deckard allo scienziato Tyrell dopo aver sottoposto
Rachael al test di Voight-Kampff, che consente di di-
stinguere un umano da un replicante in base alle sue rispo-
ste emotive. Rachael in effetti non sa di essere una replican-
te: proprio come gli esseri umani, anche lei ricorda di avere
avuto un’infanzia e ne mostra orgogliosamente la prova –
una foto – a Deckard: come potrebbe essere «nata» soltanto
un paio di anni prima? In realtà, ai replicanti, programmati
per vivere solo quattro anni, sono stati impiantati nel cer-
vello i ricordi di altre persone, così da renderli molto simili
a esseri umani, a tal punto che essi stessi non sono in grado
di riconoscere la loro vera natura. Questa ignoranza, d’altra
La lunga vita del replicante

parte, è ciò che rende vivibile la loro vita: venire a sapere di


essere un replicante, infatti, e conoscere il giorno della pro-
pria immissione nel mondo sarebbe come ricevere una con-
danna a morte, con tanto di data di esecuzione già fissata.
Le riflessioni sul significato del racconto di Philip Dick e
del film di Ridley Scott si susseguono ormai da decenni. Stu-
pisce, tuttavia, come poco si sia riflettuto sulle conseguenze
di una delle più originali invenzioni narrative di Dick: l’im-
pianto di memoria. A partire da quest’idea, si può svolgere
infatti un interessante esperimento mentale. La questione è
la seguente: se i replicanti possiedono una memoria auto-
biografica, se quei ricordi sono sentiti come soggettivi – se,
insomma, un androide ricorda il primo giorno di scuola nel-
lo stesso modo in cui lo ricorda ognuno di noi – possiamo
allora affermare davvero che la vita di un replicante è di so-
li quattro anni?
Naturalmente sì, verrebbe da rispondere: la data di im-
missione di Roy Batty, per esempio, è l’8 gennaio 2016 e
questo significa che la sua vita terminerà al più tardi entro
quattro anni da quel giorno. E tuttavia, appena si provi a
immaginare di essere un replicante, si ottiene un’intuizione
contraria alla prima: se davvero un replicante si trova nella
mia stessa situazione, se quei ricordi, di esperienze che pu-
re non ha mai vissuto, sono proprio come i miei, allora avrà
almeno l’impressione di averli vissuti e la sua «impressione
La lunga vita del replicante

di vita» sarà decisamente diversa dal tempo realmente tra-


scorso dalla sua immissione nel mondo.
Certo, l’obiezione che non conta quanto si è vissuto ma
quanto si ricorda di aver vissuto, non sarebbe valsa a salva-
re Tyrell dall’ira delle sue creature, spaventate non tanto
dalla brevità del loro passato quanto da quella del loro futu-
ro. Tuttavia la tesi che la memoria allunga la vita non è poi
così peregrina. Il ricordo, infatti, è più di un’impressione. Il
ricordo, per come viene definito in filosofia della mente, ri-
chiede la coincidenza del soggetto del ricordo con il sogget-
to dell’esperienza ricordata. Dunque, una tecnologia che
riuscisse veramente a creare ricordi creerebbe anche espe-
rienze, sconfinando dalla fenomenologia all’ontologia, dal
vissuto all’accaduto.
Nel caso in cui la tecnologia immaginata da Dick fosse
davvero disponibile, ci sarebbe da chiedersi, allora, se sa-
remmo ancora impegnati soltanto nel tentare di allungarci
la vita o se non saremmo occupati, piuttosto, a selezionare i
ricordi di ciò che è stato, o addirittura, a sostituirli con
qualcosa di meglio. Non riuscendo ad assicurare il futuro,
insomma, non sarebbe forse più conveniente comprarci del
passato-extra, possibilmente di ottima qualità? A ben pen-
sarci, la nuova frontiera verso la conquista dell’immortalità
potrebbe essere il fotoritocco cerebrale, l’upgrade version di
quello che oggi alcuni già fanno con l’aiuto di Photoshop.
La lunga vita del replicante

Laboratorio αβ Torino

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Il corpo degli uomini

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Bioetica e biopolitica

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Il fascismo e i silenzi di Moravia

Il fascismo e i silenzi di
Moravia

Angelo Guglielmi

I
l giudizio storico politico sui comportamenti di Moravia
nei confronti del fascismo e soprattutto della famiglia
Rosselli al tempo dell’uccisione dei cugini Nello e Carlo
è tema in cui altri più propriamente si cimenteranno: io
quel tema mi sforzerò di scrutare per i riflessi diretti e indi-
retti che vi si scorgono nella narrativa di Moravia che forse
se non la giustificazione possono offrire qualche ragione del
colpevole silenzio con cui il cugino Alberto assistette al de-
litto di Bagnoles-de-l’Orne. Occasione di questa mia rifles-
sione è il volume Alberto Moravia. Lettere ad Amelia Rosselli
appena pubblicato da Bompiani a cura di Simone Casini.
Il fascismo e i silenzi di Moravia

Diciamo subito che questo libro non appartiene alla biblio-


grafia revisionistica, oggi di moda, che cerca lo scandalo
pubblicando una lettera di Bobbio a Mussolini o informan-
doci che anche Vittorini percepiva dal fascismo un non pic-
colissimo contributo in denaro: il libro di Simone Casini è
per intero centrato a indagare, attraverso un corpo di pre-
ziose lettere del giovanissimo Moravia (trovate nell’archi-
vio Rosselli), sui rapporti intensi e decisivi che legavano il
giovanissimo Alberto alla zia Amelia, sorella del padre (e
poi sposa Rosselli).
La zia Amelia era una donna di grande cultura e intelli-
genza moderna, lei stessa scrittrice intuisce nell’adolescen-
te Alberto, quasi ancora bambino e poi appena giovane, doti
straordinarie di sensibilità e di giudizio e sembra intravede-
re per lui la certezza di un destino non comune. È ovvia-
mente il suo nipote preferito con il quale intrattiene uno
scambio di lettere che vanno al di là della testimonianza af-
fettiva e rappresentano per il ragazzo Alberto – steso su un
letto dove vi rimarrà per circa dieci anni – il vero e grande
aiuto che chiedeva e di cui aveva bisogno. È alla zia Amelia
che Alberto confida le sue malinconie di malato (peraltro
sempre composte e controllate), le letture che va facendo, i
pensieri e la forte interiorità che lo possiede tanto da indur-
lo, insieme alla noia che gli viene dall’immobilità obbligata,
a occupare buona parte della giornata a scrivere (e scrive di
Il fascismo e i silenzi di Moravia

tutto: novelle, poesie, addirittura romanzi che manda alla


zia con richieste di giudizio). E non abbiamo bisogno delle
lettere della zia, che sono andate perdute (ci bastano quelle
del nipote Alberto), per sapere con quanta affettuosa com-
plicità la zia Amelia lo abbia assistito condividendone o
contrastando opinioni e pensieri, indicandogli e facendogli
pervenire libri da leggere, sollevandolo nei momenti di de-
pressione. E non andiamo molto al di là della realtà ricono-
scendo, come il libro di Simone Casini non trascura di fare,
alla zia un ruolo essenziale (assolutamente mancante da
parte dei parenti più prossimi, soprattutto madre e madre)
nella maturazione intellettuale (e perfino la guarigione fisi-
ca) del giovanissimo Alberto, che la zia segue e accompagna
per quasi un decennio (la prima lettera di Alberto è del di-
cembre 1920) con caldi suggerimenti, critiche, riconosci-
menti, consigli e incoraggiamenti per circa un decennio fi-
no al 1929 anno della pubblicazione degli Indifferenti che se-
gnano il punto alto della maturazione e della guarigione di
Alberto ormai Alberto Moravia. L’ultima lettera di Alberto
alla zia Amelia è del dicembre 1928. Con questa e la relativa
risposta (di cui non abbiamo la data ma prevedibilmente
timbrata gennaio 1929) si interrompe (e non per caso) il fit-
to scambio epistolare tra Alberto e la zia Amelia: da allora
da parte di Alberto rimane per la zia Amelia l’affetto e la ri-
conoscenza ma viene meno, quasi per scadenza raggiunta,
Il fascismo e i silenzi di Moravia

la devozione o forse dipendenza intellettuale da cui Alberto


aveva tratto fino ad allora buona parte dei nutrimenti
essenziali.

L
a zia Amelia è anche la madre di Carlo e Nello Rosselli,
un po’ più grandi d’età del cugino Alberto, che tutta-
via anche con loro intrattiene un buon rapporto epi-
stolare (se pur più episodico) che si risolve essenzialmente
in uno scambio di sinceri (e parentali) affetti. Carlo e Nello
sono due giovani intelligenti e brillanti più portati all’azio-
ne che alla meditazione, o comunque convinti che pensiero
e azione, come nota nell’introduzione Simone Casini, rap-
presentino un binomio inscindibile, si applicano con grande
dedizione agli studi storico-politici, ricavandone risultati e
successi ancor oggi degni di attenzione, ma non rinunciano,
anzi ne fanno il cuore della loro attività, all’azione, diven-
tando militanti coraggiosi e creativi contro il fascismo or-
mai dilagante. Il cugino Alberto ha affetto per loro, li ammi-
ra ma possiamo dire che non li ama? Non ancora per ora;
possiamo dire che non ne condivide le scelte, gli entusiasmi
patriottici che gli paiono superati, di matrice ancora
risorgimentale.
Il fascismo e i silenzi di Moravia

C
omunque ne apprezza gli straordinari risultati, il
gran filo da torcere che danno ai fascisti, la buona
riuscita della fuga da Lipari, la partecipazione alla Ri-
voluzione liberale di Gobetti (cui a un certo punto anche Mo-
ravia collaborerà), l’idea e la pubblicazione di Non mollare,
gli arresti e i saccheggi patiti, la fondazione a Parigi di Giu-
stizia e Libertà in contrapposizione alla concentrazione dei
democratici liberali in esilio nella capitale francese. Li ap-
prezza perché sono al momento dei vincenti e partecipa al
loro orgoglio soddisfatto: ciò basta al cugino Alberto per so-
lidarizzare con loro e accantonare per il momento il giudi-
zio (di non condivisione) sulla loro attività. E vincente è an-
che lui: è appena uscito Gli indifferenti e la risposta di succes-
so e di ammirazione diventa sempre più incontenibile.
In realtà il successo di Alberto e di Carlo e Nello, pur con-
quistato in campi assolutamente diversi (l’uno nel lavoro
letterario, gli altri nell’azione politica) presentano caratte-
ristiche che hanno qualche punto in comune: sono entram-
be azioni e opere di rottura nei riguardi della tradizione.
Carlo e Nello, dando vita a Giustizia e libertà inaugurano,
come scrive Simone Casini ripetendo un’affermazione dello
storico Nicola Tranfaglia, modalità di lotta politica del tutto
originali rispetto a quelle in atto nell’Italia prefascista cui
socialisti e repubblicani si richiamavano e «di netto contra-
sto con il bolscevismo leninista e poi staliniano che era alla
Il fascismo e i silenzi di Moravia

base della linea comunista»; Gli indifferenti insieme alla Co-


scienza di Zeno, in uscita appena qualche anno prima, e al
teatro di Pirandello rinnovano radicalmente il panorama
della letteratura italiana allineandola alle esperienze più
autenticamente nuove presenti all’estero (sto parlando di
Kafka, Proust, Joyce).
Alberto Moravia con Gli Indifferenti, conquistato dalla let-
tura di Dostoevskij e seguendone gli insegnamenti, sbriciola
il personaggio del romanzo ottocentesco, spostando, come
egli stesso scriverà qualche tempo dopo nella prefazione a
Memorie dal sottosuolo, «l’attenzione realistica dal sociale allo
spirituale» e così creando «un personaggio nuovo… il perso-
naggio dell’antieroe nel quale è privilegiata non la vita so-
ciale ma la vita interiore». Nasce dunque con il Michele de-
gli Indifferenti appunto un nuovo personaggio che potremo
chiamare esistenziale che già era apparso e avevamo cono-
sciuto nel Processo di Kafka e nell’Ulisse di Joyce. E come Kaf-
ka e Joyce Alberto Moravia nella sua opera di esordio è
scrittore assolutamente rivoluzionario.

M
a Alberto Moravia aveva veramente letto, come
sembrerebbe possibile, l’Ulisse e Il processo? È da
loro che aveva ricavato la rivoluzionaria novità
che Gli indifferenti impertinentemente esibiscono? O quella
novità, quella distanza dal realismo sociale (che era stata la
Il fascismo e i silenzi di Moravia

caratteristica del romanzo ottocentesco) l’aveva intuita per


proprio conto con l’aiuto della sua genialità e stimolato dal
suo pessimismo profondo che gli rendeva insopportabile la
realtà che aveva intorno, di cui lo disgustava la corruzione
e la volgarità? Ho la sensazione, anzi il convincimento, che
quella novità che con Gli Indifferenti Alberto Moravia aveva
colto e realizzato con bravura – si trattava di una novità
strutturale e di impianto omologa e in sintonia con la cultu-
ra del tempo messa in subbuglio e rivoltata dalle scoperte di
Freud e prima ancora annunciata dalla narrativa del sotto-
suolo cara a Dostoevskij – non fosse vissuta e elaborata da
Moravia in tutta la sua irriducibilità che non consentiva
tentennamenti e ritorni indietro mentre il suo pessimismo,
armato da una razionalità invincibile, esaltava la sua insop-
portabilità per l’inettitudine, la mediocrità e l’immoralità
della società (anzi della nuova classe emergente – la bor-
ghesia) in cui si trovava a vivere e quel pessimismo prende
tutta la sua attenzione e passione e fa di lui per tutte le sue
opere successive lo scrittore furioso contro la miseria e la
vergogna del mondo borghese di cui appunto a partire dalle
Ambizioni sbagliate si fa acuto critico e castigatore.
E Moravia abbandona il romanzo esistenziale e torna al
romanzo sociale, o meglio cerca di conciliare i due modelli
(il modello sociale e quello esistenziale) rischiando il falli-
mento dell’operazione trattandosi di modelli
Il fascismo e i silenzi di Moravia

strutturalmente opposti (e dunque inconciliabili). Vince il


romanzo sociale tanto che, all’opposto dei personaggi di
Musil o di Kafka che ci appaiono incolpevolmente feriti e
drammaticamente inquietanti, i personaggi della narrativa
di Moravia post Indifferenti appartengono perlopiù alla cate-
goria dei brutti e cattivi. In più la sua indomabile concretez-
za, frettolosità e impazienza se non gli nascondeva la novità
dell’Ulisse e del Processo e l’eccellenza e il tratto rivoluziona-
rio di scrittori come Kafka e Joyce tuttavia di quei grandi ro-
manzi mal tollerava la prevalenza di idee e concetti su fatti
e azioni riducendoli a trame astratte tendenzialmente noio-
se rivendicando e puntando per sé a un equilibrio, come an-
cora scrive Simone Casini, tra pensiero e azione, tra fragili-
tà psicologica dei personaggi e linearità dell’intreccio.
E qui torniamo a Carlo e Nello e alla loro uccisione e al si-
lenzio davvero sconcertante del cugino Alberto.
Recuperata per intero una certezza di vita e appoggian-
dosi e facendo valere la sua concretezza – intanto sul piano
del lavoro narrativo dove immagina troppo precipitosa-
mente una conciliazione anzi una sorta di intrinseca unita-
rietà, come dell’uno che condiziona l’altro, tra malattia psi-
cologica dei personaggi e loro condizionamento sociale (fi-
nendo per togliere autorità a entrambi) – Alberto Moravia
sull’altro piano, quello della pratica di vita, di fronte alla
negazione che il fascismo oppone alla pubblicazione del suo
Il fascismo e i silenzi di Moravia

secondo romanzo, anche qui cerca una conciliazione e pur


evitando ogni reale cedimento e rinuncia ai suoi convinci-
menti di narratore trova un compromesso che gli consente
di continuare a scrivere e se pur con difficoltà a pubblicare.
Il prezzo di questo compromesso è il silenzio di fronte
all’orrendo delitto di cui sono stati vittime i due cugini, si-
lenzio peraltro per il quale, pur senza dirselo trova una ra-
gione che annega nella sua coscienza di colpevole, nel fatto
che lui Carlo e Nello forse li ha ammirati ma mai amati rite-
nendoli, nella loro euforia sbadata e ingenuamente vec-
chiotta, degli impotenti in realtà dei perdenti. E un uomo di
dura concretezza e di lucidità vincente come è stato Mora-
via non ama e può amare i perdenti.

P
oi molti anni dopo, a tragedia conclusa e guerra fini-
ta, Moravia decide di elaborare il lutto, il senso di col-
pa ancora presente in lui e scrive Il conformista che la
sola e straordinaria zia Amelia (con la quale non comunica-
va da oltre vent’anni) riconosce essere, contrariamente
all’interpretazione autogiustificazionista e moralmente so-
spetta della più parte dei critici (e forse dei lettori), come
un omaggio certo amaro a Carlo e Nello.
Moravia con Il conformista non cerca una giustificazione
al suo silenzio, obiettivamente inaccettabile, ma elabora la
sua colpa tuttavia privandola della commozione – da
Il fascismo e i silenzi di Moravia

sempre estranea a uno scrittore antiretorico come Moravia


– che l’attesa del buon senso sempre collega al manifestarsi
di una colpa. Moravia nel Conformista non si confessa piutto-
sto soffre, e spia di quella sofferenza è la chiusura ermetica
del racconto che evita ogni digressione e quasi si impicca
alle parole che pronuncia.
Il conformista è il romanzo più duro di Moravia e il meno
conversevole, come di chi sa che il commento e le parole in
più sono il modo di annebbiare (di togliere forza) al dovere
di dire.
Il fascismo e i silenzi di Moravia

Nécessaire per l’oltretomba, 1962, assemblaggio, cm 35x35x14cm.


Foto Claudio Abate
Il fascismo e i silenzi di Moravia

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Diritto di parola

Diritto di parola

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C’
è chi gode di una costante, permanente possibilità
di parola, e chi a questa possibilità inutilmente
aspira. Non è soltanto dalla ricchezza materiale
che sono tenuti lontani molti cittadini. Non è soltanto il li-
bero e pieno esercizio dei diritti che si cerca di sottrarre
agli operai. È anche la libertà, la ricchezza della parola che a
loro viene negata. I potenti sanno da sempre che la parola
è, o può essere, un potere, una forza liberatrice efficacissi-
ma. Per questo ne hanno espropriato quelli che potenti non
sono. Li hanno ridotti al silenzio, ammutoliti. Se tacciono,
resteranno ai margini, non intralceranno il potere dei po-
chi. Che è anche, se non soprattutto, potere di disporre
Diritto di parola

della parola, di negare la parola per mezzo della parola, di


opprimere e di sfruttare usando la parola.
Chi parla per chi non ha la parola? Non vantate la «rap-
presentanza». I rappresentati sono un’aristocrazia, o una
minoranza. Chi rappresenta gli ultimi, i dimenticati, i più
umiliati? Chi parla per loro? Ma badate. Anche la parola ha
una «rappresentanza». Quanto più la si conculca e la si vie-
ta, tanto più finisce per nascere qualcosa che la rappresenti,
che ne prenda il posto, che ne manifesti la forza compressa.
I padroni della parola accusano subito: «È violenza, terrori-
smo». Violenza i fischi a chi ha trasformato la parola in
strumento di dominio? Terrorismo perché per pochi istanti
si costringe a tacere chi non tace mai, chi esercita la parola
quando e come gli piace, nelle sedi che più gli piacciono, sui
giornali, alla televisione, alla radio e la esercita per concul-
care, per reprimere, per impedire che prenda la parola chi
non l’ha mai avuta?
Non parlate di democrazia. La vostra non è una democra-
zia. È un’oligarchia. Peggio, è un dominio. Voi avete paura
del démos, lo sentite estraneo, non lo rappresentate, non
potete rappresentarlo. Temete che se un giorno arrivasse a
prendere e a esercitare liberamente la parola, per voi sareb-
be la fine. Siete nel vero. Quando voi temete, siete nel vero.
La vostra paura è, con la vostra arroganza, l’unica verità
che la lotta di classe vi consente di esprimere. Perché è
Diritto di parola

nella lotta di classe che si manifesta la verità. Una verità


lampante, inconculcabile, irreprimibile. Qualcuno un gior-
no ha parlato di un «fantasma». Quel «fantasma», a distan-
za di tanti anni, continua ad atterrirvi, a perseguitarvi. Dal
despota sanguinario Pinochet al «riformista» bellicista To-
ny Blair, in modi diversi, avete fatto di tutto per salvarvene.
Fino a oggi ci siete riusciti. Però non vi sentite tranquilli.
Tanto più che il vostro dominio non vi basta. Ne volete uno
più ampio, più ferreo. Per questo date la caccia alla libertà
del linguaggio. La perseguite nella televisione, nel cinema,
nei giornali, mettendo alla fame quelli che per voi sono
«scomodi» o premendo su certi giornalisti perché siano
«prudenti». Ma la vostra prudenza è viltà. È connivenza. Ed
è soprattutto nella scuola che cercate di agire. E poiché la
scuola è per eccellenza il luogo del linguaggio e non può,
quindi, tollerare la mancanza della parola, cercate di con-
culcare l’educazione al linguaggio, l’esercizio della libera
comunicazione, sforzandovi di sostituire al linguaggio di
tutti il vostro linguaggio «privato», menzognero.
State lontani da «alfabeta2». Questa non è terra di con-
quista. Non è pane per i vostri denti. Siamo nati per essere
scomodi, in primo luogo a noi stessi. Siamo diversi, ma ab-
biamo in comune un’irreprimibile vocazione alla libertà.
Questo è un luogo di libero linguaggio. Se non potremo sep-
pellirvi con le nostre mani, anche per non insudiciarle, vi
Diritto di parola

seppelliremo con le nostre parole. Non illudetevi che la let-


teratura sia inoffensiva. Come ha detto uno di noi, la poesia
fa male. Non uccide, non può uccidere, non vuole uccidere.
Ma fa male. Fa male a gente come voi. Che, non bastassero
la vostra prepotenza e il vostro odio della libertà, siete il
contrario della poesia.
Forse i migliori fra voi, ammesso che ce ne siano, forse i
meno ferini fra voi meritano parole più mansuete. Bene.
Date non metaforicamente la parola alla violenza e cesserà
di essere violenza. Date la parola a un emarginato, a uno
sfruttato, e saranno un po’ meno emarginati, un po’ meno
sfruttati. Perché avranno la parola. E la eserciteranno civil-
mente. Siete tanto consapevoli da capire che non è giusto
dare, concedere? Consentite allora che si creino le condizio-
ni perché se la possano conquistare. La parola non è soltan-
to potere. È anche dignità. Se non lo sapevate, imparatelo
adesso. Imparatelo non da noi, ma da chi, patendo la vostra
arroganza, si è battuto e si batte per la dignità della parola.
Diritto di parola

Accès dangereux, 1982, fotografia, cm 35 x 25.

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Postcritica

Postcritica

Achille Bonito Oliva

L’
arte e la critica partecipano alla produzione mate-
riale del pensiero. L’arte mediante una sua messa
in opera, visiva quanto lampante, la critica attra-
verso la traduzione in pensiero riflesso, mediato dalla scrit-
tura. Ma sia l’arte sia la critica elaborano una visione che
non punta più sulla totalità, bensì sul frammento e sulla de-
riva. Consapevoli che ogni totalità, ogni aspirazione di co-
noscenza totale significa pur sempre fondazione di un siste-
ma totalitario del pensiero che esclude l’irruzione della
realtà, che spesso non si lascia guardare ma ci assale e ci sa-
le da dietro le spalle. L’arte e la critica si precludono ormai
la possibilità di una bella frontalità. Ci invitano piuttosto al
Postcritica

colpo d’occhio, al pensiero che ci coglie di sorpresa, alla pa-


rola che si arrotola sotto il palato.
Ma che cosa forma la cesura tra la produzione orizzonta-
le del quotidiano e quella verticale dell’arte e della riflessio-
ne critica? Che cosa separa e ci separa dai fantasmi dome-
stici della convenzione sociale? Il confine che segnala la bi-
forcazione è la pratica di una doppia possibilità: la tolleran-
za e l’intolleranza.
Sicuramente la realtà si muove sotto il segno belligerante
dell’intolleranza, dell’esclusione e della sopraffazione. Il
reale non tollera inciampo, si muove fingendo casualità e
diversità, ma sviluppa sempre un percorso legato a un pro-
getto che elabora catture e cadute.
La cultura (l’arte, la critica) si muove invece lungo derive
e scarti, lungo vie che non sono mai maestre ma sempre
sentieri interrotti della polverizzazione e della curva a go-
mito. Qui non esistono percorsi privilegiati, non esistono
punti di arrivo o il conforto della sosta. Finalmente l’arte ha
smesso il travestimento dell’eterna novità, per indossare
graziosamente la propria nudità.
Ora sono gli artisti stessi a esclamare che il re è nudo!
Allora alla critica non spetta più il ruolo controllato
dell’esclamazione, di chi partecipa vestito alla scampagna-
ta, bensì quello che fonda il momento della tolleranza, della
possibilità dell’incrocio e della diversa coesistenza. Questo è
Postcritica

possibile soltanto se lo sguardo abbandona la torre di con-


trollo e si abitua alla precarietà del colpo d’occhio.
La tolleranza introduce la possibilità di impedire ogni
esclusione, di scambiare congiunzione, di barattare più cose
contro una sola. L’intolleranza invece pratica le sue sopraf-
fazioni e i suoi soprusi per ridurre il mondo a pura
impossibilità.
La tolleranza nasce dalla consapevolezza di chi ha abban-
donato la torre, il controllo e ogni precauzione, perché or-
mai l’espropriazione è avvenuta, ora si tratta di continuare,
di infierire sulla propria derealizzazione, di piantare il pro-
prio osservatorio all’altezza del piede. Apollinaire involon-
tariamente introduce in un racconto, dal titolo falsamente
evidente, Guide, il confine fra intolleranza e tolleranza. Lo
scrittore racconta dell’incontro con un suo amico di scuola,
il nobile Ignace d’Ormesan, che per guadagnarsi da vivere
fa la guida, portando per Parigi gruppi di turisti. Ma egli si
professa artista, e per darne prova invita l’amico Apollinai-
re a partecipare a una sua visita guidata.
Generalmente un giro turistico è l’introduzione nel luogo
comune, nella citazione di notizie, in cui la storia è sempli-
ce ricognizione dello statistico.
Qui invece Ormesan opera uno spostamento, un’altera-
zione della storia, introducendo variazioni fantastiche al
posto di una descrizione filologica e fedele alla
Postcritica

toponomastica dei posti. Così nella visita fa incursione la ri-


visitazione, interamente abitata dall’immaginario. Ormesan
denomina tale attività amphonie, dal nome di una ninfa che
aveva il potere di trasformare le pietre dure dei palazzi in
pietre molli. Così egli, con i suoi racconti fantastici, trasfor-
ma i monumenti di Parigi a somiglianza del suo
immaginario.
Apollinaire assiste a una amphonie, denominata «propa-
tria», in cui il palazzo del ministero degli esteri diventa nel-
la descrizione la Bastiglia. La tolleranza dell’arte, del rac-
conto orale, permette la possibilità del coesistere della Ba-
stiglia fantastica con il Quai d’Orsai. L’arte non gioca
all’esclusione, alla sopraffazione, bensì all’intensa irrespon-
sabilità dell’incompetenza.
In questo caso l’incompetenza consiste nel diritto dell’ar-
te a parlare una nominazione che differisce il reale e lo in-
clude nella vita graziosa del linguaggio, dimostrando che le
cose volano.
In seguito Apollinaire riceve una lettera dal carcere, in
cui Ormesan gli chiede aiuto, un intervento presso il tribu-
nale per spiegare ai giudici che egli è un artista e che il suo
arresto è la censura di un intervento artistico. Infatti l’arre-
sto era avvenuto durante una amphonie, denominata toison
d’or, dal mito degli Argonauti. Egli aveva portato i suoi turi-
sti davanti a una gioielleria e aveva effettuato una spaccata
Postcritica

di una vetrina, impossessandosi dei gioielli, oggetto sostitu-


tivo del vello d’oro.
Qui la tolleranza dell’arte viene brutalmente attraversata
dall’intolleranza della realtà, che sopporta dall’arte soltanto
una produzione di metafore, ma non la responsabilità di
una diversa nominazione e di una sua manomissione. La
competenza dell’esproprio spetta interamente al sistema
sociale e non a chi se ne fa soggetto. L’intolleranza scatta
nel momento in cui l’artista investe la realtà di una forte
carica simbolica: la realtà non si lascia arricchire, vuole re-
stare ancorata all’economia dell’apparire.
Davanti a tale constatazione, Apollinaire non risponde al-
la richiesta di aiuto dell’amico artista, egli che avrebbe po-
tuto segnalare il confine tra l’arte e la realtà.
Perché la critica partecipa al sistema della tolleranza, fi-
no al punto di non poter mai intervenire durante il proces-
so creativo ma sempre dopo, quando la catastrofe dell’ope-
ra è già avvenuta e non si può più evitarla. Ormai Ormesan
ha compiuto la sua opera di effrazione, il gesto catastrofico
è giunto a compimento.

L
a tolleranza della critica consiste nel socializzare la
rottura dell’equilibrio tettonico perpetrato dal lin-
guaggio dell’arte, nell’assicurare all’artista una inco-
lumità morale che nasce dalla pratica della tolleranza. Ma
Postcritica

puntualmente la realtà, armata del suo senso di esclusività,


non accetta il ruolo fariseo del critico, non raccoglie l’invito
a aprire dei varchi.
Così la critica, come istituto, deve affrontare il proprio
vuoto ideologico, la caduta dell’angelo, della bella motiva-
zione che le riconosceva funzione e statuto. Finalmente il
critico d’arte deve partire da un nuovo assunto, quello della
realtà che lo deresponsabilizza e lo dimette dal suo ruolo di
spegnitore di incendi. Gli restano il ruolo del notaio che te-
stimonia a memoria futura, che moralisticamente pensa di
svolgere un lavoro edificante, oppure quello di chi accetta
la leggerezza del proprio compito, l’inutilità del proprio
sguardo.
La postcritica comincia a operare proprio da questa con-
dizione, senza farsi allarmare dalla mancanza della tradizio-
nale funzione. Anzi, partendo da una sterilità di partenza,
nel senso che non porta in nessun luogo, la critica diventa
attività che adopera il lavoro dell’artista come felice in-
ciampo, sempre accettando l’idea di piantare il punto di os-
servazione all’altezza del piede. Perché chi guarda in alto,
all’altezza dell’arte, non vede dove mette il piede.
II critico cammina su un solo piede, abituato com’è a
esercitare un senso solamente, il vedere. Ora le esperienze
dell’arte ci portano finalmente a vagare fuori dall’idea re-
pressiva che chi immagina (l’artista) parla e chi guarda (il
Postcritica

critico) scrive. Ora è saltata la docilità delle distanze, l’arti-


sta caccia il critico dal Tempio e si chiude anch’egli fuori
dalla porta.
Allora il critico deve approfittare della propria diaspora e
della propria debolezza rifiutando il ruolo di chi ha sempre
occhi per vedere.
Impugnando il mito della funzione, egli amplia lo spazio
della tolleranza, dilata l’angusto luogo della schiavitù anali-
tica. Se siamo già all’altezza del piede, non è possibile scen-
dere più in basso, per cui la critica non può far altro che ac-
cavallare le gambe, e non è detto che sia per la società un
gesto edificante!
D’altronde il critico ha sempre ritardato il suo arrivo sul
luogo della catastrofe, in maniera filistea ha sempre rim-
pianto di non avere la casa che affacci direttamente sui
giardini silenziosi dell’arte.
È ora di impiegare meglio questo ritardo, di approfittare
del fatto di non partecipare ai dissesti del giardino di deli-
zia, stringendo ancor più le gambe accavallate per non cor-
rere il rischio di arrivare in tempo e non incorrere in tenta-
zione! Il postcritico gioca la propria peripezia da fermo, non
rimpiange di non poter accorrere, né correre.
Non gli resta che togliersi gli occhiali che si era fatto cre-
scere, appendere gli occhi al chiodo e mettersi anche lui a
ridere. Tornato pure lui nudo, il critico d’arte incrocia gli
Postcritica

artisti che gli portano le loro amphonies, le pietre molli di un


nuovo tempio che si trasforma quando nessuno lo guarda.
Ora si richiede al critico di togliersi gli occhiali e di mante-
nere il riserbo delle gambe incrociate.
Io credo che soltanto le opere possano essere fatte ad ar-
te. I templi possono essere fatti a regola d’arte, secondo una
perizia culturale e organizzativa. La perizia culturale non
può non coincidere con la capacità del critico di entrare in
sincronia con l’intensità dell’opera che gli permette di pas-
sare dal momento cinico dello sguardo a quello necessaria-
mente patetico dell’incontro con l’arte.
Insomma il critico vede la Madonna, deve avere le sue
apparizioni, cadere da cavallo sulla via di Damasco. In un
momento in cui la critica viaggia squallidamente, tenendo
la testa attaccata ai piedi, attenta a non inciampare, a resta-
re con il suo logos in mano, come una ventiquattrore, io cre-
do invece importante risalire la montagna alla ricerca di
quegli artisti, come scrissi anni fa, che fanno dell’arte un re-
spiro primario. In un momento in cui ci sono degli imbecilli
che ancora ci chiedono di scegliere tra Van Gogh e Cézanne,
io dico che l’arte è un tessuto unitario che ogni artista ha
diritto di lacerare, proprio per correre quell’avventura,
quell’esemplare deriva che è alla base dell’arte.
Postcritica

A
me sembra che gli artisti che fanno delle opere ad
arte siano tra quelli che hanno scelto l’avventura
creativa invece dei giochi di corridoio, le strategie
da tavolino, le domestiche maledizioni notturne del bar. Il
tempio è fatto a regola d’arte quando riesce a sintonizzarsi
su questa lunghezza d’onda, quando riesce a rendere parte-
cipi quegli artisti che credono l’opera la parola attraverso
cui parlare e il tempio il luogo esemplare per ogni confron-
to e ogni rapporto.
Non bisogna avere pregiudizi idealistici e pensare all’arte
come a una realtà intoccabile da lasciare incontaminata, pe-
na la sua caduta a merce culturale ed economica. La critica
oggi non deve mediare un bel niente, deve (se vi riesce) la-
sciarsi andare e lasciarsi trafiggere dalle frecce dell’arte co-
me san Sebastiano. La velocità non ha nulla di opportunisti-
co ma nasce direttamente da un’attitudine, quella di sapere
inciampare, sbattere la faccia sopra le improvvise appari-
zioni dell’arte, che notoriamente non sono molte.
Quindi la velocità non è furto con destrezza dei tesori
dell’arte, ma al contrario capacità di sapersi spogliare dello
sguardo per indossare una vista più lunga e roteante, che
non guarda soltanto in avanti, ai fasti dell’attualità, ma an-
che alle rovine del passato, alla storia dell’arte senza un
particolare diritto di prelazione ma con il diritto di un sac-
cheggio che non si ferma davanti a nulla.
Postcritica

L’artista oggi deve riportare una moralità nel proprio la-


voro, una tensione riscontrabile nell’arte medievale, per ri-
fondare una centralità dell’esperienza artistica. Quindi non
si tratta per il critico di praticare una velocità fagocitante,
tanto non è possibile assorbire l’arte. Bensì di abbandonarsi
al flusso di una materia, quella della pittura, da cui si levano
mille miasmi e mille tensioni, che non tutti i critici riescono
a sopportare. Perché si sa la critica è sempre portata soltan-
to per i buoni odori e per i profumini dell’intelligenza. Il fe-
nomeno dunque non è inquietante anche perché corrispon-
de alla natura del lavoro attuale, quello della transavan-
guardia, fatto di un’arte al positivo, che ha perso il morali-
smo repressivo a favore di un’apertura allo scambio felice,
alla comunicazione intersoggettiva, a un movimento d’in-
contro con il sociale.
Postcritica

Partout le silence sous le mouvement, 1962, assemblaggio, cm 30,5 x 21,5 x 28.


Postcritica

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Torino, stati generali delle Facoltà
umanistiche

Maurizio Ferraris

L’
autocoscienza è alla nostra portata, è a costo zero
come certi corsi di laurea di qualche anno fa, ma
diversamente da quelli non è inutile. Perché a mio
avviso il punto è proprio questo. Al di là della contingenza
attuale, l’università ha sofferto negli ultimi quindici anni
per un grave errore culturale: l’idea che le Facoltà umani-
stiche dovessero essere professionalizzanti, e che dovessero
riferirsi immediatamente al presente. Ma il senso della cul-
tura umanistica, quello che la rende importante, e
Università: fare passato

apprezzata anche sul mercato del lavoro, sta proprio nel


non essere immediatamente professionalizzante (ciò che
del resto è di dubbia utilità quando molte professioni cam-
biano continuamente), e nel saper gettare un ponte tra il
passato e il presente. Chi è familiare con Socrate, Platone,
Aristotele potrà fare cose intelligenti anche con Pippo, Plu-
to e Paperino, ma l’inverso non si dà.
Il compito delle Facoltà umanistiche (d’accordo con la lo-
ro storia), consiste dunque nel creare intellettuali, invece
che addetti ai call center. E creare intellettuali significa an-
zitutto «fare passato», un bene pregiato la cui mancanza,
per esempio nell’attuale classe politica di destra e di sini-
stra, sta provocando danni che sono sotto gli occhi di tutti.
Per ciò che ci tocca più da vicino, sono i tagli all’università e
alla ricerca, naturalissimi da parte di chi non ha la più palli-
da idea di cosa siano la cultura e la ricerca in ambito umani-
stico. Per non parlare dei danni più generali che possono
venire da una classe politica incolta anche semplicemente
per gli standard delle Iene.
Il dibattito attuale sui «nuovi barbari», gli «imbarbariti»
e tutte le altre forme di barbarie ha luogo non a caso in Ita-
lia, dove una circostanza infelice ha fatto sì che la riforma
populistica dell’università, voluta dalla sinistra, converges-
se con la riforma populistica della società, voluta dalla de-
stra. In effetti, la barbarie, come tutte le nozioni di filosofia
Università: fare passato

della storia, non è una nebbiolina che vaga per l’aria e si in-
trufola nelle case e nella testa delle persone. Per creare la
barbarie basta una legge o una riforma, come è avvenuto da
noi quindici anni fa. Se è così, però, possiamo in qualunque
momento lasciar spazio alla barbarie, e in ogni momento
(questa è la buona notizia) possiamo cercare di reagire. Fe-
dele al tema del «fare passato», faccio un esempio sui bar-
bari veri, i barbari storici, e poi torno a noi.
Dunque, i barbari veri. I cosiddetti «secoli bui», quelli in
cui l’Europa regredisce all’analfabetismo, non sono opera
diretta dei barbari, di un’irruzione che viene dal di fuori. È
solo a un certo punto che, nei regni romano-barbarici, le
grandi famiglie decidono che non vale più la pena affronta-
re i costi di un’educazione letterata e letteraria per i figli,
che tutto sommato possono anche piazzarsi come soldati.
Primo e insigne esempio, se vogliamo, di scelta professiona-
lizzante, e anche in questo caso una scelta che è stata fatta
dai colti, che hanno deciso di non esserlo più, per mille mo-
tivi, magari soggettivamente comprensibili, ma oggettiva-
mente distruttivi. Reciprocamente, quando, un paio di seco-
li dopo, i barbari hanno deciso che servivano delle cancelle-
rie, c’è stata la rinascenza carolingia. In breve, la barbarie si
crea e si distrugge con semplici decisioni, non c’è una cupa
filosofia della storia che obblighi al peggio.
Università: fare passato

E veniamo ai barbari finti, cioè a noi. Dei professori, non


dei politici o degli industriali, hanno pensato che la cosa
giusta per l’università fosse far sì che non producesse intel-
lettuali ma lumpen. Bene, con poche norme di legge, dall’in-
troduzione dei crediti alla moltiplicazione delle ore di inse-
gnamento, dall’inserimento di materie irrilevanti all’aper-
tura di corsi di laurea fantasiosi si è ottenuto quello che ser-
viva. Proprio per questo motivo, poche altre norme di legge
possono invertire la tendenza. E questo non attraverso l’ap-
pello futile a creare eccellenza (che poi è il nome con cui Pi-
nocchio si rivolge a Mangiafuoco), a dar vita al Mit italiano
(di cui si sono perse le tracce), a eleggersi migliori degli al-
tri ritrovandosi come quattro amici al bar, ma semplice-
mente ripristinando lo spirito e la lettera della cultura uma-
nistica. Ricordandosi che senza lettera non c’è spirito, e
proprio per questo le lettere sono importanti.
Venendo per chiudere al «che fare?», mi limito a tre
proposte.

La didattica
Come ricordavo un momento fa, si è parlato molto di eccel-
lenza, riferendosi ai professori e magari alle istituzioni, ma
si è dimenticato che il vero punto è l’eccellenza degli stu-
denti, mortificata dall’insistenza sulla didattica, che è umi-
liante e che li tratta da poveri di spirito. Da questo punto di
Università: fare passato

vista, mi sembra prioritaria l’abolizione (o il ridimensiona-


mento) dei crediti. Deve risultare chiaro che una laurea non
la si nega a nessuno, ma che chi supera un esame con 18, e
prende 5 crediti, ha fatto qualcosa di radicalmente diverso
da chi lo supera con 30 e lode. Il meccanismo dei crediti è
stato inventato per nascondere il merito e sgominare il Ce-
pu, è riuscito nel primo obiettivo ed è fallito nel secondo,
perché il Cepu intanto è diventato un’università.

La ricerca
Se uno scrive po’ con l’accento, un uomo con l’apostrofo, se
crede che il sole giri intorno alla terra e ignora la sintassi,
non è compito dell’università porvi rimedio. Non ci riusci-
rebbe, e toglierebbe tempo e cultura ai capaci e ai meritevo-
li. Non servono centinaia di ore di lezioni frontali ripetitive
per studenti-massa, a cui viene tolto il gusto della lettura e
della cultura come conquista individuale. Occorrono corsi
creativi e di livello, di docenti che hanno tempo per la ri-
cerca (e ovviamente sono in grado di dimostrare di farla, at-
traverso pubblicazioni), e seminari concepiti come avvia-
mento alla ricerca e educazione alla dialettica scientifica.

La cultura
La triade inglese, internet e impresa, o il richiamo al servi-
zio del lavoro, del sapere e delle armi del discorso di
Università: fare passato

rettorato del nazista Heidegger hanno molto in comune. Ed


è l’idea che il sapere debba servire la società, la patria,
l’azienda. Ma il sapere, soprattutto umanistico, è un bene
disinteressato, ed è utile solo nella misura in cui non si po-
ne obiettivi immediati: è quello che vediamo nelle enciclo-
pedie Wiki, o nelle folle che assistono ai festival, e che stra-
namente non si vedono all’università, dove tutto deve esse-
re utile. Dopo l’evidente fallimento del progetto culturale
della riforma Berlinguer occorre rilanciare con forza l’idea
di un patrimonio umanistico alto, che non abbia paura di
essere élitario (perché solo in questo modo potrà non esse-
re classista), e che ristabilisca il contatto con il patrimonio
culturale del passato, non con i trucioli del presente.
Università: fare passato

Il giardino di Ludwig,1983, disegno a china e smalti su cartone Scholler, cm 50 x


35. Foto Claudio Abate.

Approfondimenti in rete:
Collegati a www.alfabeta2.it
Università: fare passato

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Claudia Bernardi
Riprendiamoci il futuro!

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Riprendiamoci il futuro!

Riprendiamoci il futuro!

Claudia Bernardi

D
i fronte ai tagli che il mondo della formazione sta
subendo ormai da anni, le misure di austerità piani-
ficate dall’Unione europea durante l’Ecofin di fine
settembre non costituiscono il segnale di un’eccezione o, al
meglio, un momentaneo e negativo cambio di rotta. Do-
vremmo piuttosto chiederci in quale contesto si collocano i
tagli alla formazione e qual è la rotta tracciata dalle mobili-
tazioni che divampano in Europa.
Le misure di austerità sono state giustificate dai vari go-
verni europei come una politica economica necessaria per
frenare la crisi globale o, secondo altri, sono state una rea-
zione dovuta per porre rimedio agli errori della finanza glo-
bale. Senz’altro quest’ultima non è scevra da responsabilità,
Riprendiamoci il futuro!

ma al contempo è necessario collocare queste «eccezioni»


all’interno di quel laboratorio di misure anticrisi che hanno
una storia ben più lunga, mentre la perdita di ogni misura
nel rapporto capitale-lavoro permette al sistema capitalisti-
co di poter agire attraverso il comando in modo indisturba-
to[1] .
La distruzione del pubblico è il primo effetto politico di
questa dismisura: lo smantellamento di ogni forma di finan-
ziamento e welfare, dalla formazione alla sanità, si avvia or-
mai allo stadio terminale, sebbene «terapie del dolore» con-
tinuino a esser sbandierate come riforme che trasformereb-
bero finalmente la nostra arretratezza in una modernità
all’altezza degli standard europei. E a ben guardare è pro-
prio l’Europa che attira continuamente la nostra attenzio-
ne, come europeo è il trend di distruzione del pubblico:
welfare state, pensioni, reddito e finanziamenti sono riven-
dicazioni al centro di aspri conflitti che da mesi fanno dor-
mire sonni poco tranquilli alle lobby dell’Unione.
Al contempo, sulla scena italiana abbiamo visto irrompe-
re i lavoratori cognitivi, cui anche «alfabeta2» ha dato am-
pio spazio nei precedenti numeri. Per la prima volta i ricer-
catori hanno rifiutato il lavoro gratuito a cui per anni sono
stati costretti, costituendosi in una rete nazionale e rifiu-
tando le briciole che i rettori cercano di elemosinare dal go-
verno prima che il taglio di un miliardo e 350 milioni di
Riprendiamoci il futuro!

euro del 2011 getti le università in un buco nero, senza al-


cuna possibilità di ritorno. Lavoro gratuito che – neanche a
dirlo – non rispetta le condizioni di lavoro per cui sono stati
assunti: ricerca e non didattica!
Il problema dell’Università resta proprio dov’è, sebbene
alcuni pensino ancora che il merito possa funzionare come
chiave di volta e risolvere la perdurante questione della for-
mazione in Italia. Il «merito» sembra essere una parolina
magica, soluzione per studenti, ricercatori e retorica gover-
nativa. Ma si tratta di retorica, appunto, quanto lo è l’allu-
sione all’invidiato sistema educativo anglosassone. A ben
guardare quello stesso modello mostra tutte le sue crepe in
disarmanti fallimenti che i media, quanto il governo e l’ac-
cademia, continuano a evitare. La bancarotta di università
di fama mondiale, come quelle californiane, è sotto gli occhi
di tutti, mentre il famoso Dipartimento di filosofia dell’in-
glese Middlesex University, uno dei luoghi più vivaci del
pensiero critico inglese contemporaneo, è costretto a chiu-
dere nonostante sia ben quotato nei ranking specializzati.
Come dire, il merito non paga[2] !

S
enza fondi non c’è possibilità di riforma, e questo è
ormai evidente a tutti, ma che attraverso i finanzia-
menti ci sia libertà di ricerca è ancora un punto su cui
le figure della formazione interne alle università devono
Riprendiamoci il futuro!

confrontarsi per potersi districare dalle maglie della gover-


nance che sempre più utilizza il comando per dispiegarsi
negli atenei. La battaglia contro il Ddl Gelmini e le misure
anticrisi sono un primo passo che necessariamente dovrà
poi confrontarsi con le ambivalenze del sistema formativo
nel suo complesso e con una cultura politica che ha dichia-
rato letteralmente guerra all’intelligenza. Ignoranti, disci-
plinati e gratuiti sono i tratti caratteristici che dovrebbero
assumere studenti e ricercatori: frammentati e competitivi
all’interno dei loro ambiti lavorativi, grazie anche al 3+2 e
alla moltiplicazione dei contratti, e non riconosciuti nella
loro attività di ricerca e produzione di sapere.
Non è stato per nulla semplice spiegare cosa stesse acca-
dendo agli studenti della Facoltà di Lettere della Sapienza di
Roma quando, a luglio e in piena sessione estiva, i docenti
hanno deciso di bloccare gli esami come forma di protesta
contro il Ddl Gelmini. Nella fabbrica della conoscenza il ge-
sto dei docenti è sembrato a molti niente più che un blocco
del servizio di cui gli utenti-studenti si sentivano privati.
Questa prima forma di protesta aveva senz’altro i tratti am-
bivalenti e pericolosi del corporativismo o, per farla breve,
di una lobby senza denaro. I ricercatori hanno invece cam-
biato di segno queste rivendicazioni, producendo uno scar-
to sia qualitativo che quantitativo. L’indisponibilità è stata
la chiave di volta che, da un lato, ha prodotto un’emersione
Riprendiamoci il futuro!

dei lavoratori non retribuiti, dall’altro, ha obbligato il go-


verno a rimandare l’approvazione del provvedimento legi-
slativo, ormai sotto la scure del ministero dell’Economia
che, di fatto, aveva reso possibile il suo stesso iter
parlamentare.

S
embra ormai esserci una differente temporalità dei
conflitti nel mondo della formazione, non solo legati
alla contingenza della legiferazione, ma piuttosto
connessi maggiormente a quei processi di soggettivazione
che c’hanno mostrato una composizione più matura e con-
sapevole della posta in palio, ricercatori meno vincolati ai
loro interessi corporativi e più inclini a costruire alleanze
differenziate con quegli studenti che, durante l’Onda, ave-
vano troppo spesso snobbato. Prima ancora di uno sciopero
generale si sta dando una condivisione di pratiche e obietti-
vi comuni, sembra tratteggiarsi la necessità di rispondere in
modo collettivo all’attacco feroce sferrato contro la libertà
di ricerca e il sapere, laddove la parola sciopero va oltre le
vertenze specifiche di ogni singola figura lavorativa. In que-
sto tentativo di reinventare le forme di lotta, le indisponibi-
lità sono state minacciate di sostituzione attraverso la lun-
ga fila dei precari in attesa: disertare i bandi di concorso e
non accettare i corsi lasciati vuoti dagli indisponibili costi-
tuisce un primo banco di prova per comprendere la tenuta
Riprendiamoci il futuro!

di una mobilitazione che sembra assumere i tratti di un mo-


vimento generalizzato. A cosa allude questa nuova prefigu-
razione di ricomposizione?
«Indisponibilità contro gratuità», «futuro contro le ma-
cerie», recitano alcuni slogan, vale a dire che welfare e fi-
nanziamenti sono assunti come binomio imprescindibile
per disegnarsi un futuro contro le politiche di austerità del-
le vecchie lobby. Un futuro che passa necessariamente per
una nuova intensità di relazioni tra lavoratori dei diversi
settori produttivi, dagli operai ai lavoratori del terziario,
dai ricercatori agli studenti: una rotta che mira a pratiche e
spazio comune di confronto e ricomposizione.

A
l contempo, dentro l’Università, continua il paziente
sforzo per costruire un processo comune, avviare un
percorso di «autoriforma» per utilizzare le parole
dal movimento universitario dell’Onda: esso descrive un
progetto ampio, il disegno di un paesaggio a venire che non
si arrende alla solitudine della frammentazione e all’impos-
sibilità del cambiamento. Un congegno che apre spazi col-
lettivi di ricerca spiazzando le gerarchie interne, contro le
forme di privatizzazione del sapere che troppo spesso ci im-
pediscono di parlare nuovi linguaggi e affrontare temi
inesplorati.
Riprendiamoci il futuro!

Senza dubbio una sfida aperta, in cui molto si deve anco-


ra sperimentare, che ci offre una dimensione comune per
afferrare il paesaggio della nostra vita presente, in breve,
riprenderci il futuro!

[1] Sulle diverse letture che sono state date a riguardo, gli
articoli della sezione Sullo sfondo della rivista «Common»
analizzano la gestione del ciclo lungo della crisi nei termini
di una transizione al capitalismo cognitivo come processo
in torsione continua all’interno del quale si definiscono va-
rie controtendenze. Alcune di esse sono centrali per com-
prendere le mobilitazioni e la conflittualità diffusa che si
sta dando oggi in Italia. «Common. Resistenza, Indipenden-
za, Esodo», n. 0, settembre 2010, Roma.
[2] Cfr. l’articolo di Isabella Pinto e Tania Rispoli, Chi valu-
ta chi? Merito e innovazione cooperative, in www.alfabeta2.it.
Riprendiamoci il futuro!

Profilassi della rabbia, 1962, assemblaggio su tavola di legno, cm 70 x 35.


Riprendiamoci il futuro!

Altri percorsi di lettura:

Maurizio Ferraris
Università: fare passato

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Arricchirsi è glorioso!

Arricchirsi è glorioso!

Paolo Do

I
l prestigioso magazine statunitense «Time» ha conferi-
to, lo scorso dicembre, il titolo di persona dell’anno
all’anonimo lavoratore cinese. Accanto a figure influen-
ti come Nancy Pelosi e l’atleta olimpico Usain Bolt è com-
parso anche quell’infaticabile lavoratore che starebbe fa-
cendo uscire dalla crisi gli indebitati Usa e la vecchia Euro-
pa. La crescita impetuosa della «fabbrica del mondo», come
viene ormai identificato questo paese, è infatti interamente
sostenuta da una vera e propria moltitudine di lavoratori
migranti che in Cina si chiamano liudong renkou, ovvero po-
polazione fluttuante. Sono decine di milioni coloro che dal-
le zone remote delle campagne saltano sul primo treno per
mettersi in viaggio. Se fluttuare può richiamare alla mente
Arricchirsi è glorioso!

un movimento senza meta, tuttavia l’intraprendenza di co-


loro che partono dalle zone rurali porta direttamente ai
cancelli di fabbrica delle numerose zone economiche spe-
ciali. Questo esercito di forza lavoro migrante, strumento
con cui si è avviato lo sviluppo economico delle zone urba-
ne e produttive nella costa del Pacifico, ha dato vita, a parti-
re da quest’estate, a un’ondata di scioperi che rivendica fi-
no al 40%, 50% o addirittura all’80% in più del salario.
Queste lotte, scoppiate con un’intensità e una frequenza
singolare in molti comparti della manifattura, hanno otte-
nuto in meno di un anno un aumento medio della paga di
circa il 20%, senza contare quello del salario minimo legale
di molte regioni bloccato da oltre due anni. Questi scioperi
vincenti, iniziati in vari stabilimenti Honda del Guangdong,
hanno rivelato una strana composizione operaia. Coloro
che si sono scontrati con i sindacati, facendo perdere milio-
ni di yuan ai padroni con i loro picchetti, sono per la mag-
gior parte stagisti che provengono dalle scuole
professionali.
La Cina e le multinazionali straniere hanno infatti sco-
perto gli stagisti, un esercito «interno» di riserva composto
da giovani e giovanissimi: è l’esplosione della formazione:
formazione da manodopera, formazione estensiva, forma-
zione di montaggio, formazione professionale che guida e
Arricchirsi è glorioso!

sta costruendo il nuovo bacino della forza lavoro qualificata


e a basso costo della fabbrica del mondo[1].
La possibilità di avere a disposizione un ampio bacino di
stagisti è diventato il richiamo con cui molte regioni cinesi,
economicamente povere ma ricche in termini di popolazio-
ne, tentano oggi di attirare le multinazionali a insediare i
loro nuovi impianti produttivi.
È proprio su questa strada che il rapporto tra imprese
straniere e scuole professionali locali sta diventando più
profondo, laddove aumentano quegli istituti scolastici fi-
nanziati da multinazionali speranzose di potersi garantire
un regolare afflusso di forza lavoro con cui riempire i posti
disponibili alla propria catena di montaggio.

G
li studenti cinesi spendono in fabbrica sempre più
tempo del loro percorso formativo, lavorando a tem-
po pieno ma pagati come stagisti. I programmi di
stage, infatti, non sono regolati dalla recente legge naziona-
le sul lavoro (entrata in vigore nel 2008), ma attraverso un
complesso insieme di disposizioni locali e nazionali tra loro
separate e molto vaghe. Questo «cono d’ombra», terreno
non regolamentato nemmeno dal ministero
dell’Educazione, rende di fatto lo stagista la nuova figura
dello sfruttamento, senza alcuna garanzia. Assumere stagi-
sti è diventato, nell’Impero Celeste, quel sistema che
Arricchirsi è glorioso!

permette di pagare il lavoro deliberatamente sotto il livello


imposto per legge.
Le forme di sfruttamento come lo stage, vero e proprio
lavoro non retribuito e mascherato come formazione pro-
fessionale sul luogo di lavoro, si stanno generalizzando an-
che in Asia, laddove la retorica della life long learning si rive-
la essere nient’altro che una prestazione di lavoro, nella
maggior parte delle volte addirittura gratuita. Da questo
punto di vista la crisi globale in corso sta segnando un vero
e proprio spartiacque nella gestione della forza lavoro di
questa regione, che da sola raccoglie più della metà dell’in-
tera forza lavoro mondiale. Lo stage è stato introdotto a
Hong Kong e Taiwan proprio attraverso la crisi globale dei
subprime, con l’intenzione di moltiplicare le opportunità di
lavoro e migliorare le statistiche sulla disoccupazione. Per
non parlare della Cina! Qui gli studenti lavorano alla catena
di montaggio a tempo pieno per ottenere… il proprio diplo-
ma! Aspiranti tecnici di neanche vent’anni, «studiano» let-
teralmente in fabbrica e garantiscono il basso costo della
manodopera.
Durante i giorni di protesta agli impianti Honda molti de-
gli studenti, pardon, lavoratori, sono stati doppiamente mi-
nacciati: da un lato i delegati sindacali hanno provato a di-
sincentivare i nuovi «ribelli», dall’altro le intimidazioni
Arricchirsi è glorioso!

provenivano dai loro stessi professori che agitavano lo


spauracchio della bocciatura.

A
nche la stessa produzione di automobili in Cina non
solo è connessa alla ricerca sulle energie rinnovabili,
ma è un settore che sempre più occupa forza lavoro
con alto e medio skill: tecnici professionali, manodopera di
«alta qualità», gao suzhi. Se quindi da un lato la formazione
è usata per abbassare il costo del lavoro, allo stesso tempo
essa ci indica come la produzione sia basata su una mano-
dopera non più generica, ma sempre più specializzata.
In questa sorta di upgrade generale della «fabbrica del
mondo», gli studenti si combinano alla classica figura del
lavoratore migrante, modificandone profondamente attitu-
dini e comportamenti. Questi scioperi ne sono stati un chia-
ro esempio: rivendicazioni fino all’80% in più di salario,
un’ottima ed efficiente organizzazione tanto dei picchetti
che della contrattazione (molto differente dalle caotiche
proteste degli ultimi anni), richieste di rappresentanza sin-
dacale autonoma e democratica sono solo alcune delle ca-
ratteristiche di questa originale soggettività in divenire,
nuova generazione di migranti, descritta da alcuni media
come i nuovi «pionieri» dello sciopero. Questi si trasferisco-
no nelle regioni costiere più ricche laddove sfida e deside-
rio di vita metropolitana spingono milioni di giovani a
Arricchirsi è glorioso!

lasciare la famiglia e i piccoli villaggi. Rispetto alla genera-


zione precedente che ha lasciato le campagne costretta dal-
la disperazione della povertà, i nuovi migranti in molti casi
partono in cerca di opportunità professionali, spesso inco-
raggiati e aiutati economicamente dai loro genitori. Se que-
sti ultimi lavoravano in condizioni decisamente peggiori di
quelle attuali ma non scioperavano, a protestare sono inve-
ce i loro figli nati dopo gli anni Ottanta, che vivono econo-
micamente con maggiori garanzie, hanno frequentato le
scuole professionali e nutrono ambiziose aspettative.

S
e il sogno della prima generazione era quello di anda-
re in città per arricchirsi e tornare in campagna, oggi
la generazione nata con i tragici fatti di Tienanmen è
costituita da veri e propri «animali metropolitani» che vo-
gliono arricchirsi sì, ma per comprarsi un appartamento in
città.
«Arricchirsi è glorioso!». Forse una delle più famose frasi
pronunciata da Deng Xiaoping, indirizzata contro quelle
lotte sociali che sono divampate mentre le sue riforme tra-
volgevano il settore delle industrie di Stato facendone chiu-
dere molte (perché non competitive sul mercato), questa
frase è oggi sulla bocca degli operai in lotta.
Questo motto sembra infatti essere diventato la parola
d’ordine di una moltitudine che, praticando conflitti e
Arricchirsi è glorioso!

sostenendo originali rapporti di forza, richiede aumenti sa-


lariali. Nei picchetti, nei serrati faccia a faccia con i padroni
e contro i dirigenti dei sindacati di partito si intravede una
nuova e formidabile opportunità per le lotte: è la tempesta
in cui bisogna addentrarsi. La Cina non è solo la fabbrica del
mondo ma il nuovo epicentro delle lotte sul salario: come
ciò che sta vivendo questo paese trasformerà i conflitti sul
lavoro a livello globale nella crisi attuale? Nel Regno di
Mezzo ogni trasformazione quantitativa è anche qualitativa
e i conflitti fra capitale globale e mondo del lavoro porte-
ranno forse a un nuovo dispositivo politico e sociale delle
lotte. Un percorso e un possibile evento necessariamente di
dimensioni globali.

Paolo Do, Il tallone del drago. Lavoro cognitivo, capitale glo-


balizzato e conflitti in Cina, DeriveApprodi, Roma 2010.

[1] Si stima che la Cina abbia oggi circa quindicimila


scuole professionali per un totale di oltre venti milioni di
studenti l’anno. Circa dieci milioni di studenti annualmente
provano il gaokao, ovvero il selettivo esame per poter acce-
dere alla formazione universitaria. Di questi, circa il 65% so-
no coloro che falliscono l’ingresso e che ci si aspetta
Arricchirsi è glorioso!

entreranno nelle scuole professionali. La popolazione degli


studenti complessiva tra i 15 e i 24 anni si dovrebbe aggira-
re tra i 200 e i 225 milioni da qua ai prossimi vent’anni.
Arricchirsi è glorioso!

Incerto prima del certo, 1960, assemblaggio, cm 58 x 220 x 20.


Foto Claudio Abate.
Arricchirsi è glorioso!

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Gianfranco Baruchello

Gianfranco Baruchello
Una creatività di confine

Dialogo con Beppe Sebaste

Lo studio di Gianfranco Baruchello è pervaso di quadri, disegni,


carte, cartelle, libri e soprattutto oggetti, tutti pertinenti al suo la-
voro di artista che definirò «enciclopedico». Il suo nomadismo,
estensivo e intensivo, è come la sua conversazione: un’esperienza
di «semiosi illimitata», come trovarsi in uno dei suoi grandi spazi
costellati di «geroglifici», segni, «punti cosmogonici», «accidenti in
un perimetro», punti di riferimento e di crisi insieme precisi e am-
bigui, rigorosi e (quasi) indecifrabili, dove perdersi e trovarsi sono
alla fine sinonimi. Il fatto che tutto c’entri con tutto, in una conca-
tenazione virtualmente infinita, è la posizione filosofico-estetica
comune: l’unica cosa che «non c’entra», mi dice Baruchello, l’unica
Gianfranco Baruchello

frase e domanda da bandire, è proprio: «Cosa c’entra questi con


quello?». Il rigore di Baruchello è nel disegno; il mio, dice lui, è nel-
le parole, e nell’uso della mia fragilità, o apertura. Provo con lui la
stessa sensazione che ebbi nello studio di Bruno Munari: non esi-
stono materiali sterili, si può adoperare tutto, anche l’assenza. Ma
l’opera di Baruchello è, in più, venata di una consapevolezza poli-
tica (come la ricorrenza del concetto di valore d’uso di Marx), e la
sua poetica mi coinvolge strettamente: amiamo entrambi gli ar-
chivi, gli elenchi, gli oggetti trovati e smarriti, la filosofia, perfino
l’I Ching. La sua «creatività di confine» conforta il mio essere bor-
derline nello scrivere. «Vuol dire non essere negli elenchi, essere
fuori dai canoni», mi dice. Più metodico di me, ha segnato sull’ulti-
ma pagina bianca di un paio di miei libri, con la sua calligrafia mi-
nuta («baruglifica», direbbe Paolo Fabbri) una mappa di parole-
citazioni che lo hanno interessato, col numero di pagina. Alla sua
unica vera domanda a me – come io gestisca il problema della me-
tafisica, quale sia il mio «meccanismo del pensiero», detto con le
parole di De Chirico sulla pittura, appunto, «metafisica» – rispon-
do gestendo questo dialogo. Guardiamo al computer una serie di
immagini di suoi lavori, e scorrono a salti un’opera e una vita in-
tensissime: Baruchello ha fatto tutto, e prima degli altri. Dalla Co-
scienza del presente (awareness), esposto la prima volta alla
mostra che lanciò la Pop Art (la mostra New Realists, da Sydney
Janis, a New York, nel 1962), poi la stele con i libri incollati e sepolti
nel bianco, Partout le silence sous le mouvement (nello stesso
Gianfranco Baruchello

anno), esposta a Parigi con i collage in una mostra (Collage et ob-


jets) in cui c’erano tutti, da Picasso a Man Ray, a Max Ernst e a
Rauschenberg; al grande quadro sul Capitale di Marx e gli altri di
corredo (accumulatori di energia, con riferimenti a Duchamp), ai
numerosi libri, al film ormai storico con Alberto Grifi (Verifica in-
certa, nel 1964) e quelli – una settantina – da solo. Fino al lavoro
agricolo-ecologico a Santa Cornelia, nella campagna intorno alla
sua casa oggi non più casa ma Fondazione. Sullo schermo appare
un’immagine in bianco e nero di quella terra arata:

Ecco, qui l’opera è il confronto fra l’agricoltura e l’arte, tra


valore di scambio e valore d’uso del prodotto agricolo e
quelli del prodotto artistico. Il contadino vende la sua cosa,
però la mangia anche lui, l’artista vende la cosa e non la
mangia, anzi non può proprio vivere se non fa l’arte: ecco le
differenze di valore. Su questo concetto ho lavorato e fatto
libri, come Agricola Cornelia s.p.a. e poi Io sono un albero. Que-
sto, invece (guardiamo l’immagine di un filone di pane in
una cassa piena di terra) è una parte di Nascita e morte del
pane, azione in cui il pane nasceva dalla terra, poi veniva
martoriato, legato, incatenato, imbottito di giornali, taglia-
to a metà, e a un certo momento moriva, scompariva nella
terra.

L’hai seppellito?
Gianfranco Baruchello

Sì, alla fine scompare nella terra. In altre azioni ho lavorato


sui miti agresti, dal sacrificio del maiale dentro i solchi di
Demetra al contagio di malattie veneree attraverso il fallo
agreste. Questa (sullo schermo appare una pannocchia) è De
senectute, pannocchie riscoperte in un cassetto dopo
vent’anni, metà tarlate, che ho poi piantate nella terra: pan-
nocchie vecchie che hanno generato nuove pannocchie. La
vecchiaia rispetta il seme, mentre colpisce tutto il resto. Il
mio primo film, Il grado zero del paesaggio, è del 1963; pochi
giorni fa ho fatto un video per una mostra a Bruxelles che si
chiama Le lieu: alla Fondazione, ho ripreso con la telecame-
ra l’aratura di un pezzo di terra zoommando l’interno dei
solchi, per fare un discorso sulla zolla…

A me interessa molto approfondire con te l’uso di concetti come


capitale e valore, valore di scambio e valore d’uso, a proposito di
arte. Inoltre, possiamo parlare anche del tabù del denaro? Oltre al
cliché cattolico che lo vuole sterco del diavolo – una delle più
astute leggende messe in giro dai ricchi per dissuadere i poveri dal
diventare come loro.
È un’interpretazione che sottoscrivo. Vengo da una famiglia
col culto degli industriali: mio padre era un uomo onesto
della Confindustria, poi precipitato nel nulla insieme al fa-
scismo. Dovevo assolutamente laurearmi, non fare lo stupi-
do o l’artista, ho fatto diciotto esami e la laurea in un anno,
Gianfranco Baruchello

tesi sugli Accordi monetari di Bretton Woods! Il denaro mi


dà un enorme fastidio, ma bisogna avercelo, altrimenti sei
perduto.

Per Marx il denaro era agente di emancipazione, liberazione.


Se ne deve parlare, infatti. Ma gli approcci sono talmente
lontani, lui partiva dalla fine invece di partire dall’inizio. Tu
sei qui con le mani e fai un lavoro: questo lavoro è denaro e
questo denaro ti viene riconosciuto, a differenza del discor-
so della ricchezza fine a se stessa lontano da un’etica socia-
le. Ho fatto un film di recente, Sette minuti, due euro, ripren-
dendo dalla mia finestra due muratori rumeni che facevano
un lavoro (in nero) tutto a base di muscoli e pala senza al-
cun apporto meccanico o tecnico. Lì davvero vedi il valore,
centesimo per centesimo, minuto per minuto del loro lavo-
ro. Quanto alla sollecitazione precedente, termini un po’
fuori corso come «valore d’uso e valore di scambio» mi so-
no sempre sembrati adatti a spiegare cosa cercavo di fare
nel mio lavoro di artista al tempo dell’operazione Agricola
Cornelia (1973). I prodotti della terra e della zootecnia han-
no un valore (dunque un prezzo, un’utilità) legato allo
scambio, ma anche un immediato e diretto valore d’uso per
essere elementi dell’alimentazione, e dunque della soprav-
vivenza fisica dei produttori stessi. I prodotti, chiamiamoli
così, dell’arte, tentando una strumentale semplificazione, a
Gianfranco Baruchello

seconda della loro natura, hanno anche loro, un cospicuo o


misero prezzo, insomma, un riconoscimento economico da
quello che si definisce il mercato. Ma in questo caso il «va-
lore d’uso» è secondo me la capacità e la necessità di per-
correre in solitudine lo spazio che precede la produzione
del fare arte, cioè far vivere e funzionare il proprio
«talento-mente» – pensare, percepire, immaginare ed
esprimere. Il prodotto finale di per sé non esisterebbe senza
questo presupposto, e l’artista non sarebbe tale se non
traesse questo «valore d’uso» non già dal mercato, ma dal
fatto di essere capace e partecipe della «soddisfazione
dell’essere» connessa col proprio lavoro.

E questa mano che trattiene una specie di grosso orologio?


Non è un orologio, è un contasecondi, tratto dal film Rétard,
un termine duchampiano usato in altro modo. La parola ré-
tard l’ho applicata al concetto di tempo che è uno dei temi
base del mio lavoro. Esiste la possibilità di controllare il
tempo e visivamente un oggetto qualsiasi – un albero, un
cespuglio, un prato: prima guardi, poi scatti due secondi, e
vedi di nuovo il prato, ad esempio, identico a prima, però
sono passati due secondi. Quei due secondi hanno cambiato
la struttura della materia, hanno cambiato te stesso, hanno
cambiato tutto. Ho chiamato queste visioni rétard, parola
inventata da Duchamp, mio amico-padre affettuoso che ha
Gianfranco Baruchello

inciso la mia vita in maniera travolgente. Non è una sospen-


sione, è un prolungamento fra due sguardi.

Hai raccontato spesso di avere iniziato con la poesia, la fascinazio-


ne della parola. Poi sei passato all’immagine, «l’immagine senza
patria, senza grammatica e sintassi, immagine senza confini o pre-
levata dal sogno», «strumento liberatorio e ambiguo» che segna
una libertà dalla logica e dal senso. Pensi lo si possa ancora dire?
Come no, l’immagine è orfana: Joyce, Pound, Céline. Le loro
parole sono in qualche modo un sentiero, una specie di per-
corso del passato, che io rivedo in forma di immagine per-
ché non le vedo più come parole.

È ancora possibile un’immagine orfana?


Oggi hanno troppi genitori. Io ho lavorato molto sul sogno,
ho dieci volumi di sogni descritti e disegnati e su quei grup-
pi di immagini tratte da sogni non ho più voglia di tornare.
Ho fatto un sogno l’altra notte, parlavo con sei persone e di
ognuna vedevo la faccia molto precisa; poi mi sono sveglia-
to e mi sono chiesto come sia possibile che veda una facce
così precise e diverse di qualcuno che non so chi sia. Molti
personaggi hanno una faccia così, un’immagine che non sai
da dove viene.
Gianfranco Baruchello

Lyotard parlava della «libertà degli orfani», e spiegava che il Su-


blime è l’irrappresentabile, categoria che descrive per lui l’arte
contemporanea.
Lui ha detto anche che è un sentimento potente.

Anche Kant.
Sì, quando sono andato a trovare Lyotard a Fillerval, in una
campagna vicino Parigi stava leggendo Kant: aveva davanti
un unico libro aperto su uno spesso tavolo di vetro traspa-
rente nel gelo di una soffitta; c’erano soltanto lui, il libro e il
freddo. Era il suo modo di leggere Kant.

Il sentimento del Sublime potrebbe descrivere il tuo lavoro? Nel


senso appunto dell’irrappresentabile, come l’arte concettuale, o
come l’infinito?
Sì, ma come fine. Però non è facile dire «faccio una cosa
pensando al Sublime». L’infinito mi funziona benissimo, nel
senso del «naufragar m’è dolce», anzi se non naufrago, sto
male.

Pensando al tuo biografico «zigzagare», mi appari a volte come un


Bouvard-Pécuchet (i miei eroi epistemologici) condannato a riu-
scire, a non fallire. Anche questa è un’epica dell’elenco.
Bada però che negli gli elenchi ho sempre messo una ragio-
ne – diciamo – di nonsense: sono un sacerdote rigoroso del
Gianfranco Baruchello

nonsense, o mi diverte molto far finta di esserlo. Ho scritto


un libro (inedito, non so se lo pubblicherò mai), I consigli del
tricheco, un personaggio di Lewis Carroll che dice: «È venuto
il tempo di parlare di molte cose, di navi e scarpe, di cera-
lacca, di cavoli e di re». Il fiabesco è un modo di elencare,
non importa che cosa, con la scusa della fiaba; la poesia è il
modo di mettere insieme «ships and shoes», irresponsabil-
mente. Se non è irresponsabile non è poesia; se c’è troppo
senso non funziona.

Piloti incerti sulla natura del guasto, 2009, cm 25 x 10 x 6. Foto Ezio Gosti
Gianfranco Baruchello

Come in letteratura: non è la storia che conta, ma il narrare, non il


soggetto, né comunicare qualcosa, ma il tono.
Non è né il soggetto né ciò che l’utente capisce. Certo, se ca-
pisce sono contento, ma non sono legato all’idea del comu-
nicare qualcosa. Un giovane artista faceva un bollettino che
si chiamava Comunicare fa male. Non arrivo a questo, bisogna
anche comunicare, ma che cosa? Nella comunicazione oggi
c’è l’intersezione del potere, che impone un uso distorto
della parola: popolo, libertà, futuro, ecc. È stato fatto uno
stupro nell’uso della parola sui giornali.

L’universo delle parole e della comunicazione è oggi ridotto a slo-


gan o comando, parole vacue e senza referente (anche la «sinistra»
sembra a traino di questa retorica).
Ho amato Ingrao, una delle poche teste politiche che si sal-
vano della mia generazione. C’è anche Napolitano, che sa
cosa dire, un uomo che non per nulla amava il cinema. Ora,
dove sta la mente della sinistra, dove sono gli Sciascia?

Nel tuo zig-zag enciclopedico mi colpisce che la tua biografia sia


puntuata e scandita da un confronto con Paul Klee, un ciclico ri-
torno a Klee. Che cos’è Klee per te?
Klee è il centro del vortice: io ho lavorato molto sul concet-
to di «piega», che come sai non è di Klee ma di Leibniz. Poi
naturalmente Gilles Deleuze ha lavorato su questo. Ora nel
Gianfranco Baruchello

concetto di piega, nell’arte, sopravviene quest’altra piega: è


questa la storia dell’arte, piega di piega di piega. La piega
cos’è? Klee parla del punto cosmogonico e tutto parte da
questo punto – Klee è un gigante di fronte a Kandinskij, è
una mia idea, anche se Kandinskij rimane un grandissimo
pittore perché fa delle immagini travolgenti. Alla Klee Stif-
tung di Zurigo vidi un disegno, alcune ruote e linee interse-
cate con una data, 1939, in piena guerra, a matita su fondo
bianco: il titolo era Presto cammineremo di nuovo. Quest’opera
di Klee secondo me vale tutti i collage, le pennellate, i colori
possibili: un titolo, una parola premonitrice, che designa
uno schema, bianco e nero, la fine dei campi di sterminio e
il ritorno alla vita. Ecco perché Klee è così importante. Non
è un discorso della forma. Della storia, forse. Klee è un an-
gelo, quest’angelo brilla come certi personaggi mancati, lui
invece ha vissuto anche se poi si è ammalato e non ci stava
più con la testa.

Penso alla tua definizione dell’arte come opposizione, come phar-


makon: è ancora possibile?
Certo, è possibile: quando il mondo aspira ad altre cose che
non la saggezza l’arte può essere il pharmakon. È importante
provare a vivere come se si fosse artisti: è il discorso dei Con-
sigli del tricheco, il «vivi come se» è importantissimo. L’espe-
rienza non è mai triste, è sempre un arricchimento e può
Gianfranco Baruchello

essere una sorta di opera d’arte, non nel senso di qualcosa


di estetico, ma di raccontabile. L’esperienza è come il coito,
si vive il piacere e successivamente non si è affatto tristi, ci
si sente più ricchi.

Il tuo lavoro eccede i generi, e insegna che si può usare, fecondare


qualunque materiale: un metodo che è anche un’etica…
Il mio genere è lo spreco, e lo spreco è tutta la mia vita. Nel
film Ars memoriae ricompongo la mia vita e le persone che
ho incontrato, frugo nel mio passato. Ho fatto un archivio
di sessantadue schede in cui ci sono personaggi ed espe-
rienze con cui ho creato il film, suddiviso in quattro parti.
In una ci sono io che spiego post factum l’operazione. Alla fi-
ne, ho optato per l’oblio e mi sono ripreso mentre, una a
una, bruciavo le schede dell’intero archivio. Ricordare è in-
fatti un dramma perché riporta in vita i fallimenti e gli er-
rori commessi. Ancora oggi io continuo a sprecare la mia vi-
ta senza però farne un dramma.

Recentemente sei tornato al tema della terra, svolta ecologico-eco-


nomica, ma anche riepilogo di tutte la tua opera. Cosa è la terra, e
cosa «il luogo»?
Le tappe del mio tragitto sono l’oggetto, la natura, la mate-
ria. La terra come radice di un luogo, l’essere, e poi la mate-
ria. “Ave, materia!”, diceva Teilhard de Chardin, ora
Gianfranco Baruchello

dimenticato. Ho fatto quattro disegni sulla zolla, sezioni di


terreno, sezioni del bosco, l’aratura, avevo anche pensato di
portare una zolla alla mostra di Bruxelles. Queste operazio-
ni e questi disegni rispecchiano il mio modo di pensare.
Mentre facevo il film per Bruxelles (da Greta Meert), Le lieu,
ho girato parecchie inquadrature al cimitero di Prima Por-
ta. Sono andato a guardare le sepolture dei senza tomba:
quella terra serve a squagliare i corpi sepolti. Ci sono muc-
chi di terra già usata pervasi di morte, spinti in un angolo
speciale del cimitero dai bulldozer. Questa parte, tra il reto-
rico e il funebre (una retorica del funebre) nel film non c’è,
non l’ho montata. L’idea è che comunque la terra non muo-
re mai, anche se è pervasa di morte; accetta il seme e lo fa
nascere.
«Il luogo» è tappa di una mia riflessione sull’essere e sul
sublime nel senso che gli Lyotard (lettore di Kant): «Ni uni-
versalité morale ni universalitation esthétique, mais plutôt
la destruction de l’une par l’autre dans la violence de leur
différend, qui est le sentiment sublime». Mi approprio di
immagini filosofiche, le concateno e le uso per cercare co-
me sempre di fare apparire con le immagini l’inesistente
ma possibile: «Le lieu et la formule», diceva Rimbaud. L’arte
è strumento per un tentativo di capire il mio rapporto per-
sonale con l’essere, e il fine ultimo è l’étonnement d’etre, anzi
Gianfranco Baruchello

una satisfaction d’etre, come dicevamo all’inizio, il piacere.


Parametro che in me sostituisce il «successo».

C’è qualcosa che vuoi aggiungere alla fine (provvisoria) di questo


dialogo?
Nel momento in cui le immagini del mio lavoro appaiono in
molte delle pagine di questo «alfabeta 2», vorrei dire che
questa presenza io la vivo come contributo personale al di-
battito che questo numero propone nelle diverse articola-
zioni culturali e politiche. Anche se da un artista visivo non
ci aspettano parole, queste immagini sono da «leggere» co-
me testi che negli anni hanno espresso posizioni e inter-
venti coerenti con la mia idea che l’arte può essere uno
strumento per capire, commentare e, anche, resistere.
Gianfranco Baruchello

One man billboard, 1968, azione, Roma, Bologna, Milano. (Affissione, da parte
dei servizi comunali, di manifesti in carta che riproducono un’opera di Baru-
chello realizzata per questo evento)

Altri percorsi di lettura:

Gilbert Lascault
Baruchello ovvero del divenire nomadi
Gianfranco Baruchello

Angelo Pasquini
Cinerimozione

Intervista a Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, a


cura di Rinaldo Censi
«Secolo-Cane-Lupo»

Ilaria De Pascalis
Televisione italiana e produzione culturale

Mario Gamba
Tvfobia

Achille Bonito Oliva


Postcritica

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Baruchello ovvero del divenire nomadi

Baruchello ovvero del


divenire nomadi

Gilbert Lascault

Beduini
Certuni al giorno d’oggi non sopportano i modi in cui la no-
stra società vuole organizzarli, inquadrarli, determinarli. E
fuggono. Scelgono gli smarrimenti del cuore e dello spirito.
Rifiutano caserme e autostrade e preferiscono i cammini
che prepongono direzioni alternative, i sentieri che biforca-
no, i lieti errori. In modo almeno provvisorio hanno cessato
di coltivare, di costruire, d’abitare. Lottano contro ogni in-
stallazione, contro tutte le istituzioni. Errano, vagabondi in-
solenti, stregoni avidi. Baruchello, (nel suo lavoro d’arte) è
loro fratello. […]
Baruchello ovvero del divenire nomadi

Talvolta possiamo trattare con ironia questo nomade,


senza prenderci troppo sul serio: il vagabondare non è sem-
pre tragico. Scriveva Guillaume Apollinaire: “«Coi suoi quat-
tro dromedari / il Don Pedro d’Affaroubeira / Corse il mondo e
l’ammirò / Fece quel che vorrei fare / Se n’avessi, dromedari»”.

Quattro dromedari
Ciascuna delle opere di Baruchello ci offre i quattro drome-
dari di Don Pedro. A meno che non si preferiscano degli al-
tri mezzi di trasporto, perché Baruchello è (tra le altre cose)
un fanatico dei trasporti e delle comunicazioni. Vi troviamo
vetture (After the Witdrawal of the Imperial Guard at Waterloo,
1968), siringhe-missili (Non si passa, ostacolo, fermatevi, 1968),
cavalli (Cavalli marini che guardano altrove, 1974), barche (The
Walrus and the Carpenter, 1974), aerei, a volte protetti da gar-
ze (Jacques Lacan International-Inter-personal Airport, 1974), a
volte fatti a pezzi (Campo base della spedizione aerea Duchamp
alle sorgenti del Nilo, 1974). E innumerevoli altri veicoli, ben
più sorprendenti, ci si offrono: cappelli che volano, delle
specie di sandwiches a reazione… Le frecce si moltiplicano
negli spazi creati dall’artista. Vi si preparano Odissee. Ci so-
no, proposte avventure dell’occhio e della sensibilità. Il va-
gabondaggio è privilegiato. Ciascun opera diviene l’occasio-
ne per un apprendistato dell’esser nomadi. Non v’è un cen-
tro, non vi sono dei margini, né una strada maestra.
Baruchello ovvero del divenire nomadi

Ciascuno vi si perde e vi si ritrova. Ciascuno traccia il suo


itinerario. E se osserva due volte lo stesso disegno, traccia
due diversi cammini. Vi si improvvisano percorsi. Lenta-
mente vi si tentano esplorazioni progressive. […] Labirinti
tanto più strani, in quanto privi di un centro, senza via
d’uscita, da percorrere senza privilegiarvi alcunché.

Politeismo
Oggetti, personaggi si moltiplicano senza che si provi il de-
siderio di disporli in un ordine, secondo una gerarchia. Non
c’è lotta per il potere negli spazi inventati da Baruchello.
Poiché tutto vi è disperso, instabile. Fuori d’ogni gerarchia.
Vi si narrano fiabe che è possibile interpretare in ogni sen-
so, al dritto, al rovescio, a chiocciola, in diagonale. Cappuc-
cetto Rosso incontra Marcel Duchamp. Little Orphan Anphetamine
s’invola nell’aria in compagnia di Charles – Lutwig Dodgson
(che nasconde lo pseudonimo di Lewis Carroll). Uno strano
complotto raggruppa Capitan Sirloin, Monsieur Teste, Jac-
ques Lacan e Loplop il Superiore degli uccelli.
Ci accorgiamo allora che uno dei modi più sicuri di essere
atei consiste nell’accettare il politeismo, nel moltiplicare le
divinità senza gerarchizzarle.
Sono divinità sovversive. Come ha scritto Baruchello nel
1975: «Nuove fiabe sono state sul punto di nascere nel
’68-’69, stavano per essere tessute e ritessute nella trama
Baruchello ovvero del divenire nomadi

delle lotte, dei nuovi prigionieri, dei morti e dei sopravvis-


suti. Tentiamo ancora, di nuovo». Allora rinasce l’antico po-
liteismo. Una moltitudine di divinità viene a animare gli ar-
nesi, gli abiti, i cibi. Si mischiano ai gesti dell’amore, a quelli
della rivolta.
«Aveva detto Eraclito a degli stranieri che erano andati a
visitarlo, ma esitavano, timorosi vedendolo che si riscalda-
va a un forno: Entrate con fiducia, giacché anche qui sono
gli dei». Nelle opere di Baruchello vi sono molti, molti dei.
Sono dappertutto, e innanzitutto nelle cucine, dentro i letti,
sulle barricate, nelle fabbriche in sciopero.

Il canto degli uccelli


E in questo strano e amichevole universo, quel che forse si
sente meglio è il canto degli uccelli: c’è Loplop, il Superiore
degli uccelli (caro a Max Ernst e a Baruchello). E ci sono gli
uccelli-aereo, un «uccello-direttore». Noi prestiamo atten-
zione curiosi a questi piccoli nomadi del cielo. Stiamo in
ascolto dei loro gridi cui già Aristofane, «Toro toro torotix!
Kikkanoù! Kikkano O! Toro toro toto lililix», dava segno
grafico.

1977
Baruchello ovvero del divenire nomadi

Altri percorsi di lettura:

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Intervista a Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, a


cura di Rinaldo Censi
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Mario Gamba
Tvfobia

Achille Bonito Oliva


Postcritica
Baruchello ovvero del divenire nomadi

Dialogo con Beppe Sebaste


Gianfranco Baruchello

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Un paese che fugge

Un paese che fugge

Furio Colombo

L’
amore in 41 modi, l’ultima rivoluzione del sesso in Ame-
rica è il titolo di un giornale («la Repubblica» del 5
ottobre) che attrae l’attenzione in modo rovesciato
rispetto a un passato non tanto lontano. Non parlo
dell’amore, parlo dell’America. La seconda parte del titolo
(rivoluzione… in America) non conta. Ricordate il rapporto
Kinsey che dall’America esplose sul mondo al punto da
cambiarne usi e costumi? In quel tempo l’America era la va-
sta astronave che avanzava nello spazio molto più avanti di
noi, di tutti, e dove molte cose accadevano prima. Si poteva
andare a vederle là, ma non farle accadere altrove.
Ripensate a quel titolo cambiato nel modo seguente
L’amore in 41 modi. L’ultima rivoluzione del sesso in Danimarca.
Un paese che fugge

La parte pesante della notizia è comunque nei 41 modi. Il


luogo in cui la rivoluzione si compie conta poco, tanto è
tutto in rete. Il punto è «l’America non conta». Ed è sensa-
zionale. Certo non tutti hanno passato la vita a studiare,
scrivere, narrare la vita americana come se fosse il luogo da
cui tutto dipende e discende. Ma è vero. Basta pensare al fu-
rore implacabile dell’antiamericanismo. Giudicava l’Ameri-
ca colpevole, o almeno responsabile di tutto. Adesso quanti
di noi scrivono della guerra in Afghanistan come di una ma-
lattia che finirà da sola, come tante altre malattie? A un cer-
to punto tutti i campi saranno smantellati, tutti gli eserciti
torneranno a casa, resteranno diari e memorie in molte lin-
gue, e tanti ex bambini racconteranno le loro storie di
guerra.
Trovo nel libro del sindacalista Cremaschi, Il regime dei
padroni (Bollati Boringhieri 2010), questo passaggio: «Oggi
la presidente della Confindustria può dichiarare senza ti-
mori o ipocrisie che il successo imprenditoriale si misura
con il danaro. Questo è un salto rispetto alla cultura cattoli-
ca dell’Italia e segna il successo della morale anglosassone
su quella tradizionale del paese».
«Anglosassone» sta, naturalmente, per «americano». Ma
è necessario il termine attutito perché l’America, adesso, ha
come Presidente il personaggio politico più a sinistra fra
Un paese che fugge

tutti i leader del mondo, e perciò il più controverso e il più


ignorato dai media.
Ma il 6 ottobre 2010 leggo quest’altro paragrafo in un ar-
ticolo di Franco Cordelli sul «Corriere della Sera»: «C’è un
luogo comune che Luciana Castellina respinge: “Sono aller-
gica all’introduzione di termini inglesi in politica. I care,
mission. La storpiatura dell’italiano in nome di un’anglofo-
nia corrisponde a un’americanizzazione culturale e
politica”».
I due paragrafi svelano epoche diverse. Castellina pensa
nel passato. Nessuna «americanizzazione culturale e politi-
ca» è in corso. Al massimo tracce di pragmatismo «anglo-
sassone», come scrive Cremaschi nel testo appena citato.
Oppure Lucio Caracciolo: «I nazionalisti del bestseller Cina
infelice sostengono che la Cina di oggi debba reagire colpo
su colpo, anche militarmente, come l’America, o meglio co-
me l’America di un tempo», («la Repubblica», 9 ottobre
2010). Ecco il punto: «Come l’America di un tempo».
Il film L’Americano (stessi giorni, in alcuni cinema italia-
ni), interprete George Clooney e regista Anton Corbijn, è il
primo film di una nuova epoca. Il personaggio giunge in
qualche luogo roccioso, pittoresco e difficile dell’Abruzzo,
non è noto né clandestino, è uno straniero riservato che
non cerca contatti, esegue una missione, non si sa che mis-
sione, mandato da qualcuno che non si rivela, con un solo
Un paese che fugge

punto di riferimento visibile, un enigmatico amico-nemico,


e un periodo di attesa (il film) in cui si toccano armi, si sfio-
rano donne (una donna amica, una nemica) si eseguono
prove e ispezioni senza impegno, in apparenza senza ordini
precisi fino alla fine.
La fine è quando l’uomo, invece di colpire, è colpito e
l’azione, qualunque sia il fine o la missione o il mandato, si
interrompe e si capisce che non c’è un dopo. Se c’è, è come
la storia del film: qualcuno arriva, resta, aspetta, qualche
volta agisce, e poi finisce. È la storia di un personaggio che
non è né forte né debole, né cattivo né buono, né passivo né
attivo. È abile, efficiente, obbediente, in guardia e segnato
da una scadenza. A un certo punto non serve più e lo tolgo-
no dalla scena.
Niente suggerisce in questa storia che quella fine sia un
simbolo o un segno. Non finisce l’impero. Ma l’idea è che
tanti sono uguali, altrettanto bravi, altrettanto ambigui, al-
trettanto sostituibili.
La storia resta in sospeso e la sua ambiguità è questa: è
una storia o è la storia? E questo personaggio che aspetta in
forma, efficiente, pronto il suo fine carriera, è un america-
no o l’americano? C’entra l’Afghanistan con questo film, vi-
sto che tutto è bello, pauroso e la natura è sproporzionata-
mente grande, dunque non controllabile e le strade sembra-
no arrampicarsi all’infinto?
Un paese che fugge

Certo il film contiene una rivelazione implicita e detta


quasi in silenzio. Non c’è più l’America. Non come luogo al-
tro e parte in cui avviene prima, e di più, ciò che altrove è
appena pensabile. Ci voltiamo e all’improvviso ci troviamo
accanto un’area molto grande ma non segnata da un disli-
vello unico di novità e di potenza. Il vasto altopiano del
mondo, reso uguale e altrettanto accessibile nella rete, ha
sempre meno ostacoli e confini e dislivelli nel senso antico
e politico della parola.

M
entre seguiamo sullo schermo la lunga attesa
dell’Americano George Clooney, non si può non
pensare che in questo momento l’America ha il
più grande Presidente della sua storia che però appare im-
mobile. È come se nella formula che compone un paese, la
sua gente, il suo governo, la sua missione, fossero cambiate
le parti. O si fosse alterata la proporzione fra le parti, senza
che il fatto sia stato notato. Se la vicenda fosse la linea sinu-
soide che registra i battiti vitali su un monitor, si vedrebbe
una linea alterata (più veloce? più lenta?) ma regolare, nel
senso che tutto è routine, come era routine Abu Grahib, co-
me è routine Guantanamo, e tutto si svolge in un’anormali-
tà normale in cui sfugge, a chi osserva la sequenza, il punto
di inizio e di arrivo, dunque la ragione di tutto. Ma il film, a
suo modo, è una metafora. La guerra in Afghanistan,
Un paese che fugge

pesante, immensa routine di una «nuova America» onesta-


mente guidata da chi questa guerra non l’ha fatta e vorreb-
be fermarla, è la vera storia. O meglio, il frammento esem-
plare della vera storia.
Ecco che cosa sembra accadere. Barack Obama, Presiden-
te eletto per finire la guerra e le guerre, e dotato di un cla-
moroso premio Nobel per la pace per dare forza e autorità
mondiale all’impegno, tocca freneticamente la poderosa
macchina da guerra dell’Afghanistan e non trova i fili. Il
manometro gira vorticosamente facendo scattare numeri di
pericolo sempre più alti (morti militari, morti civili, distru-
zione continua, costi spaventosi che colpiscono l’America
ma non la guerra, che si nutre di oppio). E il Presidente, co-
mandante di un potente esercito e Nobel per la pace, sem-
bra non sapere quale filo tagliare. Se non lo taglia non co-
manda nulla, a cominciare dai suoi soldati, che continuano
a combattere dentro un ordine autonomo di gerarchia mili-
tare. Se trova i fili, li taglia e interrompe il massacro, non
comanda nulla perché il mondo – pacifisti inclusi – conosce
solo la gerarchia della guerra. C’è chi la venera e chi la re-
spinge, ma solo per rifugiarsi altrove, con un’appassionata
denigrazione del potere che è un’altra forma di riconosci-
mento della guerra.
L’Americano è giunto a un punto in cui il rischio di ricono-
scere il senso della routine, di capire che senso hanno
Un paese che fugge

azioni, missioni e colpi, mette la vicenda fuori dal potere e


dentro l’area di scontro senza confini, di instabilità, di peri-
colo continuo.
Il film ci parla di un soldato che paga con la vita non per-
ché la sua missione è fallita, ma – al contrario – perché è fi-
nita, e la sua attività è conclusa. Ma conclusa da chi?
L’americano del film, mentre corre sui rapidi gradini di
un antico villaggio italiano che gli è totalmente estraneo, in
mezzo a pareti di montagna liscia e ripida che non conosce,
è «fuori sede» o «al suo posto»?
Proprio quando la tipica, tradizionale critica
antiamericana, anti-imperialista, antipotere sul mondo, è
indotta a vedere – come sempre – presenza, invasione, pre-
sidio di chi ha i mezzi e il progetto di controllare qualunque
destino, avviene il fatto inaspettato e clamoroso di questo
film non notato. L’Americano non insegue, è inseguito. Non
risponde a un progetto, cerca di fuggire. Non è l’agente di
avanguardia o di retroguardia della più grande potenza del
mondo. È fuori. Fuori da cosa? L’ha liquidato la potenza che
lui stava servendo, oppure ha perso il suo terminale perché
qualcosa di molto grande è cambiato senza preavviso e sen-
za annuncio?
Se è così, chi sono i nuovi proprietari del grande gioco?
L’Americano rappresenta qualcuno a cui spezzano il filo nel
corso di una sequenza di successione fra un responsabile e
Un paese che fugge

un altro (il riferimento fatale sarebbe al passaggio di conse-


gne fra George W. Bush e Barack Obama) oppure il territo-
rio e il senso del gioco sono stati bruscamente spostati al-
trove, abbandonando sull’iceberg isolato sia il Presidente
degli Stati Uniti a Washington che i suoi soldati in Afghani-
stan? Forse ci vuole dire qualcosa Barack Obama quando
cambia continuamente i suoi consiglieri, quando tiene fer-
mi i suoi ambasciatori, che non escono dal presidio–amba-
sciata perché non sanno chi andrebbero a incontrare e per-
ché. Forse, per questo, Obama si sforza di dare un senso tec-
nico, quasi bancario ai suoi viaggi nel mondo (che però or-
mai sono pochi). Per non affrontare alcune domande politi-
che senza risposta. Tipo: chi comanda?
Si dirà che tutto avviene, come sempre e come prima, in
quegli Stati Uniti così ricchi di spunti drammatici, avventu-
rosi e comici che stabiliscono, prima ancora della politica,
usi e costumi dl mondo.
Però i Tea Party, così rigorosamente orientati contro il
Presidente americano, con un carico di volgarità e di ag-
gressività inedita nel costume politico di quel paese, asso-
migliano stranamente al peggio della vita politica europea
di ultima generazione, eventi con una forte impronta ideo-
logica estranea, fino a poco fa, alla vita pubblica americana.
Però il caso – non isolato – del candidato repubblicano
Rich Iott (Ohio) che si presenta con l’uniforme della
Un paese che fugge

divisione SS Wiking e si difende ricordando che la divisione


Wiking ha sempre combattuto il bolscevismo sul fronte rus-
so e non contro le truppe occidentali di liberazione, non ri-
corda tristi eventi del pericoloso e misterioso disordine che
agita le destre in Europa?
Nel punto in cui l’americano del film finisce la routine
della sua missione, e della sua vita, sia pure nella dolcezza
del paesaggio italiano (e chissà se il luogo vuole dirci che
americano non è più il cittadino di un luogo ma un tipo di
professionista, come Agliano e Quattrocchi in Iraq) in quel
momento sta venendo avanti, sulla scena americana, Sarah
Palin, una donna bella, volgare, incolta che si spaccia per la
prossima candidata alla presidenza degli Stati Uniti. Ha tra-
dito, bluffato, fallito, mentito quasi sempre, quasi in tutto
nella sua vita, ma si vede bene che è una creatura artificiale,
fin da quando era stata piazzata al fianco del candidato re-
pubblicano McCain, come candidato vicepresidente, duran-
te le ultime elezioni presidenziali.
Sul momento sembrava estranea, stonata, stupida. Sia
perché era stata messa accanto alla figura reale e pesante di
un ex prigioniero di guerra. Sia perché la figura di cartone
della Palin appariva vistosamente artificiale. Appariva come
la tipica invenzione di un’audace agenzia di pubblicità. Dob-
biamo prestare attenzione a questo fatto: Sara Palin è cadu-
ta su un mondo di cui non sa nulla. Il progetto è stato ben
Un paese che fugge

studiato. Da un lato la rivolta furiosa dei Tea Party, una ri-


volta così collegata con il resto della destra del mondo che
ha cambiato quasi di colpo orientamento e schieramento di
due dei tre maggiori sindacati italiani. Dall’altro ha acceso i
fuochi di tutte le estreme destre latenti in Europa. La Palin,
da sola, attrae grandi folle, raccoglie somme immense, do-
mina la scena dal livello di un modesto quoziente intellet-
tuale mostrando spezzoni di progetti e di discorsi che qual-
cuno sta scrivendo per lei. Una nuova potente destra, carica
di torve promesse, un nuovo mondo di cui non conosciamo
il volto, sta liquidando, nel bene e nel male, ciò che crede-
vamo l’America? Certo si muove alle spalle del target (il
paese che ha eletto Barack Obama) che per adesso sfugge.
Come nel film The American.
Un paese che fugge

Palle e spilli, 1960, assemblaggio (sperimentazione di oggetti in rima), cm 40 x


30. Foto Claudio Abate.

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sta d’America?

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Poesia

Kenneth Fearing
Poesia
Un paese che fugge

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Il contrasto Usa-Cina

Il contrasto Usa-Cina

Chu Zhaogen

N
on molto tempo fa, il segretario di Stato americano
Hilary Clinton al summit Asean in Vietnam, ha af-
fermato che risolvere le controversie circa la sovra-
nità nel Sud-Est asiatico è la chiave per assicurare la stabili-
tà di tutta l’area, dichiarando che la questione «per l’Ameri-
ca è di interesse nazionale» e ha consigliato alla Cina di non
trattare unilateralmente il problema della sovranità sul Mar
Cinese meridionale. Dopo quindici giorni, l’8 agosto, in oc-
casione della prima visita dopo i trentacinque anni dalla fi-
ne della guerra in Vietnam, l’America ha consegnato al
Vietnam un aeromobile nucleare Washington; i due paesi
hanno poi condotto esercitazioni proprio sul Mar Cinese. Le
relazioni tra America e Vietnam stanno rapidamente
Il contrasto Usa-Cina

migliorando, condizionando anche i comportamenti della


Cina nell’area. In un solo momento, la Cina si trova ad af-
frontare offensive da Nord e da Sud, perché gli Stati Uniti
non si sono certo fermati al Vietnam. Dal ministero della
Difesa giapponese è arrivato l’annuncio di un’esercitazione
militare, con l’obiettivo simbolico di «riprendere le isole re-
mote», sotto la coordinazione della VII flotta americana: è
la prima azione su larga scala che prevede l’impiego di for-
ze di terra, di aria e di mare. I media giapponesi hanno di-
chiarato che dalla Seconda guerra mondiale, questa è la pri-
ma esercitazione militare reale in cui il nemico immagina-
rio sarà la Cina. Il «Japan Economic News» il 21 settembre
ha riportato che il governo giapponese registrerà come
«proprietà dello Stato» le venticinque isole remote[1].
Il 24 settembre gli Stati Uniti hanno annunciato la vendi-
ta di armi a Taiwan, che saranno usate nello sviluppo del
radar per gli aerei da guerra. Attualmente, il contrasto tra
Cina e America è già in una nebulosa della quale non si vede
la fine. Secondo la rivista americana «The Nation» la con-
dotta americana «mira solo a costruire una Grande Mura-
glia che circondi la Cina».

Alcuni punti su cui riflettere


Obama è venuto in Cina in visita ufficiale durante il primo
anno del suo incarico ed è stato definito il Presidente
Il contrasto Usa-Cina

americano «più amichevole verso la Cina». La domanda al-


lora è: come si è arrivati a sfiorare una nuova Guerra Fredda
in sei mesi? Non dovremmo approfondire e riflettere più at-
tentamente anche sulle politiche cinesi?

1. Il primo punto su cui riflettere è come la Cina affronta la


questione della responsabilità internazionale. Dopo
trent’anni di riforme la Cina è entrata con successo nel si-
stema internazionale guidato dall’Occidente di cui gli Stati
Uniti sono leader e ne è stata il principale beneficiario.
Mantenere tale sistema ha un costo. Possiamo dire che i
fatti dell’11 settembre sono stati per l’America l’atroce
prezzo da pagare ma come si sa, in generale, non ci sono
pasti gratuiti per nessuno. Dopo che la Cina è arrivata al se-
condo posto nell’economia mondiale superando il Giappo-
ne, non è possibile pensare di poter continuare a godere
gratuitamente dei frutti della pace. Si tratta di una questio-
ne precisa, circa l’assunzione di responsabilità internazio-
nale o meno: è questo che condiziona le gravi divergenze
tra Cina e Usa. Inutile ripetere la necessità per il mondo in-
tero di affrontare insieme problemi quali il surriscaldamen-
to o le finite risorse energetiche. Infatti la Cina soffre già se-
riamente di una pessima qualità dell’aria e di catastrofi na-
turali. Pertanto, se la Cina continua a rimanere incollata ai
suoi metodi tradizionali per risolvere i problemi reali che
Il contrasto Usa-Cina

ha davanti, un irrigidimento delle relazioni con l’America


sarà inevitabile.

2. Un secondo punto di riflessione è la priorità data alle re-


lazioni con gli Stati Uniti: è ancora una priorità assoluta? In
passato lo era: se il rapporto con l’America è buono, le rela-
zioni con gli altri paesi saranno più fluide, si diceva. Sebbe-
ne la Cina abbia ottenuto il suo secondo posto nell’econo-
mia mondiale, sebbene sia il maggiore creditore dell’Ameri-
ca, al momento sembra che la situazione rimarrà così, an-
che dopo gli ultimi cambiamenti. Se la Cina vuole contra-
stare con efficacia la stretta dell’America, fondamentalmen-
te deve avere buone relazioni con Washington senza privi-
legiare sempre scelte politiche opposte a quelle gradite da-
gli Usa. Solo così la Cina ne potrà trarre beneficio.

3. Il terzo punto di riflessione è capire se la Cina ha sprecato


o meno l’occasione di guadagnarsi il favore degli Stati Uniti.
La Cina non ha fatto buon uso del miglioramento nelle rela-
zioni dovuto a una maggiore disposizione del governo Oba-
ma, né tanto meno ha approfittato di tutto quello che ciò
avrebbe potuto significare a livello di relazioni diplomati-
che più in generale. Nel gestire le relazioni con gli Stati
Uniti, la Cina ha creduto che soddisfare l’appetito del com-
mensale in campo economico bastasse come in passato; così
Il contrasto Usa-Cina

non è stato e oggi, dato che l’America ha raffreddato un po’


i toni, non è facile fare un’analisi reale di come stanno le co-
se: in particolare, la Cina è mancata di iniziativa, flessibilità
e dinamicità nella propria strategia.
Al contrario, i russi sono attivi e le loro relazioni con
l’America continuano a migliorare sotto molti punti di vi-
sta. Mentre in Cina c’è ancora qualcuno che si permette la
stravaganza di parlare di un’alleanza con la Russia e di un
controllo sull’America, il che è come fare sogni di giorno
come Don Chisciotte!

[1] Più conosciute come Diàoyútái Qúndǎo in cinese (nome


che compare in un libro del 1400) e Senkaku Shotō in giappo-
nese (nome dato nel 1800 sulla base di quello originale in-
glese Pinnacle Islands), su queste isole c’è un’antica disputa
per la sovranità tra Cina e Giappone, e sulle stesse reclama i
propri diritti anche Taiwan, in quanto «Stato» indipenden-
te, visto che è il più vicino. Il Giappone le ha controllate fi-
no alla Seconda guerra mondiale, poi l’America le ha ammi-
nistrate fino al 1972 come parte del governo americano di
Okinawa. Le isole sono una delle maggiori questioni nelle
relazioni tra il Giappone e Taiwan e Prc che, riconoscendole
come parte della più grande isola di Taiwan, le considera
anche parte della grande Cina. Proprio in quest’area è
Il contrasto Usa-Cina

avvenuto il controverso incidente con seguente arresto dei


pescatori cinesi lo scorso mese.

Verifica incerta, 1964, film (un fotogramma), 35’.


(In collaborazione con Alberto Grifi)
Il contrasto Usa-Cina

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Una voce da Pechino

Danilo Zolo
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

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Il contrasto Usa-Cina

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Furio Colombo
Un paese che fugge

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Una voce da Pechino

Una voce da Pechino

Simone Pieranni, Tania Di Muzio

Il 30 dicembre 2009 gli Stati Uniti annunciano la


decisione di imporre 2.7 miliardi di dollari di dazi
sul petrolio cinese, il 21 gennaio il dipartimento
di Stato Usa strumentalizza l’incidente di Google
per criticare la mancanza della libertà di informa-
zione in Cina, il 29 gennaio il governo Obama co-
munica al Parlamento la decisione di vendere a
Taiwan 6.4 miliardi di dollari in armi ad alte pre-
stazioni inclusi i missili Patriot III, il 18 febbraio
Obama incontra per la prima volta il Dalai Lama, il
15 aprile la Cina è classificata dal ministero delle
Finanze come «manipolatore di valuta». Usando
Una voce da Pechino

le parole del «Washington Post», «una pericolosa


tempesta si sta abbattendo sul Pacifico».

È una parte dell’incipit di un articolo pubblicato da Chu


Zhaogen, un giornalista-blogger specializzato in politica
estera americana e analisi di politica internazionale cinese,
le cui riflessioni circa i rapporti tra Usa e Cina hanno scate-
nato un grande dibattito, con accuse di tradimento da parte
di molti lettori nei confronti del giornalista. Critiche che ar-
rivano in un momento in cui tra Cina e Stati Uniti le batta-
glie si svolgono nei sentieri sotterranei delle tempeste valu-
tarie e che eventi internazionali, come il premio Nobel al
dissidente cinese Liu Xiaobo, portano in superficie, scate-
nando reazioni mediatiche che sanno di balletti dialettici da
nuova Guerra Fredda. Confermando per altro la sensazione
che le gogne mediatiche internazionali cui è sottoposta la
Cina, non lavorano a favore dei pochi – cinesi – che cercano
di cambiare il sistema cinese. Per gli abitanti del Celeste Im-
pero, gli Stati Uniti sono Meˇi Guó, il Bel paese, nome che
racchiude lo strano rapporto tra cinesi e l’ex padrone del
mondo: un misto di venerazione e molta competitività. I ci-
nesi, oggi più che mai nazionalisti, guardano agli Usa come
un modello forse superato, non più da imitare, come invece
poteva accadere solo dieci anni fa. Lo stesso Xi Jinping,
Una voce da Pechino

probabile successore dell’attuale Presidente Hu Jintao alla


guida del paese, ha avuto modo di bacchettare gli Usa, ri-
cordando la necessità per la Cina di tornare alle origini
marxiste della Repubblica popolare. Anche la stessa Taiwan,
cui fa riferimento Chu nel suo articolo, nonostante la vici-
nanza con gli Usa per quanto riguarda armamenti e difesa,
ha recentemente sottoscritto un accordo economico con la
Cina, finendo per legare i propri destini economici a doppio
filo con quelli cinesi. La risposta americana al riguardo è
stata piuttosto tiepida.
Nell’articolo che proponiamo [leggi] l’autore analizza le
strategie statunitensi nell’area asiatica, ponendo però at-
tenzione sulle necessarie azioni che la Cina, secondo la sua
opinione, dovrebbe intraprendere. L’articolo è stato anche
pubblicato da «Nanfengchuang» (un settimanale che ospita
autori indipendenti nelle loro analisi), sul numero 21, del 9
ottobre 2010.
Una voce da Pechino

Verifica incerta, 1964, film (un fotogramma), 35’.


(In collaborazione con Alberto Grifi)

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Un paese che fugge

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Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

Dalla guerra moderna alla


guerra terroristica globale

Danilo Zolo

O
ggi più che mai l’insicurezza e la paura sono il pane
quotidiano della grande maggioranza degli uomini,
non solo di quelli che penosamente sopravvivono
nelle aree più povere del mondo, e non solo di quelli che
premono alle frontiere dei paesi ricchi alla ricerca di una
vita migliore e che molto spesso trovano il disprezzo, la
schiavitù, la morte. Anche nelle democrazie del benessere
oggi regnano per molti – non certo per tutti – l’insicurezza
e la paura. Anche in Occidente la globalizzazione erode le
strutture della protezione e della solidarietà sociale, espo-
nendo la vita dei soggetti più deboli ai rischi di un mondo
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

dominato dalla competizione spietata, dalla repressione po-


liziesca, dalla tortura, dall’emarginazione razzista dei «di-
versi», dalla violazione dei diritti umani. Da una marea cre-
scente di solitudine e frustrazione emerge una crescente ri-
chiesta di protezione e una febbrile esigenza di sicurezza e
incolumità che investe i cittadini e le cittadine prescinden-
do dalla loro posizione sociale, dal loro livello culturale e
dalle loro credenze religiose.
Su questo mondo impaurito, l’attentato terroristico
dell’11 settembre e le prigioni di Guantánamo proiettano
ancora oggi un unico, opprimente cono d’ombra. È l’ombra
terroristica delle guerre di aggressione volute dalle grandi
potenze occidentali, in primis dagli Stati Uniti e dalla Gran
Bretagna, in nome della promozione dei diritti umani e del-
la pace, in realtà per obiettivi economico-strategici di rilie-
vo globale. Ed è l’ombra altrettanto sanguinaria e nichilista
della replica disperata del global terrorism le cui radici sono,
per ragioni obiettive, prevalentemente arabo-islamiche[1].
Cercare di orientarsi criticamente di fronte a questo pano-
rama così complesso, turbolento e rischioso è il primo passo
– probabilmente il solo che in questo momento ci sia con-
sentito – per recuperare lucidità intellettuale, fermare il
termometro della sfiducia e della paura e, forse, ritrovare
una volontà di rivolta.
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

Per quanto riguarda la pace, essa non è mai stata così


apertamente violata, in trasgressione non solo delle pre-
scrizioni delle istituzioni internazionali, ma dell’intero di-
ritto internazionale consuetudinario. La guerra di aggres-
sione è stata «normalizzata», legalizzata e presentata dalle
grandi potenze occidentali come uno strumento decisivo
per tutelare i diritti umani, per diffondere la democrazia e
per garantire la pace grazie alla war on terrorism estesa in
ogni angolo del pianeta. Le istituzioni internazionali, anzi-
tutto le Nazioni unite e le Corti penali internazionali, hanno
sinora servilmente assecondato la giustizia dei vincitori.
La vita umana è ferocemente violata sia dalle armi di di-
struzione di massa, sia dalla logica sanguinaria del «terrori-
smo». L’uccisione di persone innocenti sembra accettata e
normalizzata: si pensi al cinismo degli «effetti collaterali»
inaugurato nel 1999 dalla Nato nella guerra di aggressione
contro la Repubblica federale Jugoslava. Il disprezzo della
vita è nei fatti e lo è, ancor più, nell’indiscutibile legittimità
che le grandi potenze occidentali accordano allo spargi-
mento del sangue di persone che ritengono nemiche. Mai
come oggi il potere delle grandi potenze è stato legibus
solutus.
La pace non è stata mai così lontana. La produzione e il
traffico delle armi da guerra oggi è fuori dal controllo della
cosiddetta «comunità internazionale» e delle sue
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

istituzioni. E l’uso delle armi dipende dalla «decisione di uc-


cidere» che attori statali e non statali prendono secondo le
proprie convenienze. Sentenze di morte collettiva vengono
emesse al di fuori di qualsiasi procedura legale, contro mi-
gliaia di persone non responsabili di alcun illecito, né di al-
cuna colpa. La morte, la mutilazione dei corpi, la tortura, il
terrore, fanno parte di una cerimonia letale che non sembra
più suscitare alcuna emozione. Il patibolo globale offre uno
spettacolo quotidiano così monotono da essere ormai tedio-
so per le grandi masse televisive.
Nonostante il generoso ma sterile attivismo dei fautori
dei diritti dell’uomo e la retorica umanitaria con la quale gli
Stati Uniti hanno in più occasioni giustificato il loro illegale
ricorso all’uso della forza – si pensi anzitutto alla guerra per
il Kosovo del 1999, all’aggressione all’Afghanistan del 2001 e
a quella all’Iraq del 2003 –, nel mondo globalizzato un nu-
mero crescente di persone vengono assassinate, imprigio-
nate, torturate, rapite o ridotte in schiavitù. Le stragi sono
favorite dallo sviluppo planetario di tecnologie di controllo
e spionaggio elettronico e dalla produzione di armi di di-
struzione di massa sempre più sofisticate e micidiali. E un
contributo significativo viene offerto dai contractors, le mili-
zie mercenarie che integrano le truppe regolari nelle ope-
razioni terrestri e finiscono per costituire delle vere e pro-
prie forze armate ausiliarie, la cui entità è più che
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

raddoppiata in meno di vent’anni. In Afghanistan il numero


dei contractors ha addirittura superato quello delle truppe
statunitensi[2].
Il fallimento del pacifismo autocratico delle Nazioni unite
e dei Tribunali penali internazionali ad hoc, che il Consiglio
di Sicurezza ha creato dal nulla per volontà degli Stati Uni-
ti, è sotto gli occhi di tutti. È sufficiente, per provarlo, una
rapida rassegna delle guerre di aggressione scatenate dalle
potenze occidentali – soprattutto dagli Stati Uniti e dalla
Gran Bretagna – a partire dai primi anni Novanta e sino alla
guerra in Afghanistan, tuttora in atto per volontà del nuovo
Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Si tratta di guer-
re di aggressione che possono essere definite esse stesse
«terroristiche», sia per la violenza sanguinaria con cui sono
state condotte e vengono tuttora condotte dalle potenze
occidentali, sia perché esse stesse sono responsabili della
replica terroristica da parte dei paesi aggrediti, martoriati,
militarmente occupati, in particolare i paesi islamici del
Medio Oriente e dell’Asia Sud-occidentale.

N
egli ultimi due decenni gli eccidi hanno colpito qua-
si esclusivamente civili indifesi. Si è trattato di
guerre di aggressione «ineguali»[3], nelle quali l’uso
di armi di distruzione di massa ha reso irresistibile il potere
degli aggressori e senza speranza la difesa degli aggrediti.
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

Le aggressioni hanno comportato la devastazione terroristi-


ca della vita e dei beni di un numero elevatissimo di perso-
ne, mentre gli aggressori hanno subìto perdite molto limi-
tate. Il terrorismo degli aggressori si è autogiustificato in
nome dell’ordine globale, della guerra contro il global terro-
rism e soprattutto della difesa dei diritti umani. In realtà, la
tutela dei diritti umani è stata mistificata e tradita dalla vio-
lenza omicida degli aggressori, ai quali è stata garantita una
impunità assoluta.
La guerra del Golfo del 1991 e le guerre successive scate-
nate contro la Repubblica federale jugoslava, l’Afghanistan,
l’Iraq, il Libano, la Palestina, possono essere assunte come
l’archetipo della guerra di aggressione terroristica, abil-
mente coperta sotto le vesti della guerra umanitaria. Huma-
nitarian intervention è stata l’etichetta usata dagli Stati Uniti
e dalla Nato nella guerra di aggressione del 1999 contro la
Repubblica federale jugoslava: una guerra motivata dal do-
vere etico di liberare la minoranza kosovaro-albanese dal
presunto genocidio ordito in Kosovo dalla Serbia e dal suo
leader Slobodan Milošević. Prescindendo da qualsiasi auto-
rizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite, la
guerra della Nato è continuata senza interruzioni per set-
tantotto giorni causando migliaia di vittime serbe. A con-
clusione dell’intervento gli Stati Uniti hanno costruito nel
cuore del Kosovo la base militare di Camp Bondsteel, una
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

base che oggi ospita circa settemila uomini ed è quasi certa-


mente dotata di armi nucleari[4].

Costruire torri, azione, 1983, legno, cm 10 x 10 x 40, (realizzazione di una torre


ogni giorno con materiali diversi: legno, ghiaia, pezzi di mattone, pezzi di pane
secco, ecc.). Foto Claudio Abate.
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

A
d analoghe motivazioni sono ricorsi gli Stati Uniti e i
loro più stretti alleati per giustificare una serie di in-
terventi militari «preventivi», non autorizzati dal
Consiglio di Sicurezza: fra questi la guerra contro l’Afghani-
stan del 2001 e la guerra contro l’Iraq del 2003. Si è trattato
anche in questi casi di conflitti asimmetrici, nei quali gli
strumenti di distruzione di massa sono stati usati dalle po-
tenze occidentali per fare strage di civili inermi, per diffon-
dere il terrore, per distruggere le strutture civili e indu-
striali di intere città e di interi paesi.
Per quanto riguarda la guerra contro l’Afghanistan è do-
veroso ricordare che l’effetto terroristico a carico della po-
polazione civile è stato ottenuto dagli aggressori grazie
all’uso di armi potentissime: le devastanti cluster bomb, le
bombe «taglia-margherite» (daisy-cutter) di sette tonnellate
di peso e il micidiale Predator, drone fornito di missili Hell-
fire. E occorre ricordare che il territorio afghano è tuttora
infestato da circa otto milioni di mine antiuomo, in parte di
produzione italiana.
A proposito della guerra «preventiva» scatenata dagli
Stati Uniti e dalla Gran Bretagna contro l’Iraq nel 2003 non
si possono non ricordare le falsificazioni che l’hanno moti-
vata, l’uso massiccio di mezzi di distruzione di massa, le
stragi di decine di migliaia di militari e di civili, il saccheg-
gio delle risorse energetiche, la frammentazione del
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

territorio, l’inaudita vergogna del carcere di Abu Ghraib,


l’ignobile processo penale che ha portato all’impiccagione
del dittatore Saddam Hussein, lo sterminio di civili realizza-
to nel novembre 2004 con l’uso del napalm e del fosforo
bianco nella città di Fallujah.
La «guerra moderna» prevedeva le dichiarazioni di guer-
ra e i trattati di pace, definiva regole e procedure formali
per la disciplina delle condotte belliche, sanciva il diritto al-
la neutralità degli Stati terzi, e quindi alla loro inviolabilità.
Numerosi trattati bilaterali e multilaterali – sino alle Con-
venzioni di Ginevra del 1949 e ai successivi protocolli – ave-
vano il fine di proteggere le vittime della guerra e in parti-
colare i civili non combattenti e di vietare l’uso di armi inu-
tilmente distruttive e pericolose. Nel corso del Novecento il
problema del numero crescente delle vittime civili della
guerra – e quello della sproporzione fra gli obiettivi militari
e l’ampiezza delle stragi e delle distruzioni – si è fatto sem-
pre più rilevante. Le conseguenze umane e sociali della
guerra si sono prolungate ben oltre il conflitto armato: mu-
tilazioni permanenti, scomposizione della vita familiare,
miseria, corruzione, violenza, odio, prostituzione, devasta-
zioni ambientali, inquinamento sono state le sempre più
gravi conseguenze.
Il vecchio modello della guerra terrestre fra eserciti che
si affrontavano sui campi di battaglia – ancora operante
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

nella Prima e nella Seconda guerra mondiale – è stato del


tutto superato. Le vecchie norme dello jus in bello che impo-
nevano la discriminazione fra civili e combattenti (e la pro-
porzione fra i vantaggi e le devastazioni della guerra) sono
state sempre meno applicate sino a diventare del tutto inu-
tili e inapplicabili. Le guerre sono diventate sempre più
asimmetriche e non territoriali: finalizzate alla distruzione
terroristica di un nemico incapace di difendersi e, nello
stesso, orientate non alla espansione territoriale del paese
vincitore ma al controllo globale delle relazioni politico-mi-
litari ed economiche. I primi attori di questo nuovo tipo di
guerra – aggressiva, asimmetrica, terroristica, senza limiti
di tempo – sono stati ovviamente gli Stati Uniti, orientati a
dominare il mondo intero, grazie alle centinaia di basi mili-
tari di cui dispongono in tutti i continenti e alla loro insu-
perabile potenza nucleare.
In questi ultimi decenni, in altre parole, si è sviluppato
un processo di transizione dalla «guerra moderna» alla
«guerra terroristica globale», con al centro il ricorso da
parte delle potenze occidentali alle nozioni di «guerra uma-
nitaria» e di «guerra preventiva», concepite e praticate, in
particolare dagli Stati Uniti, contro i cosiddetti rogue states e
le organizzazioni del global terrorism. Il recupero dell’ideolo-
gia della «guerra giusta» come una guerra del bene contro
l’«asse del male», secondo la visione provvidenzialistica
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

ereditata dal puritanesimo e dal calvinismo, ha consentito


agli Stati Uniti di motivare le stragi di persone innocenti
non sulla base di interessi di parte, ma da un punto di vista
superiore e imparziale, in nome di valori come la libertà, la
democrazia, i diritti umani, l’economia di mercato.
Questa transizione alla guerra terroristica globale non ha
riguardato soltanto la morfologia bellica, e cioè la sua
estensione strategica e la sua potenzialità distruttiva, che
hanno assunto entrambe dimensioni planetarie. Stretta-
mente connessa è stata una vera e propria eversione del di-
ritto internazionale vigente, dovuta all’incompatibilità del-
la Carta delle Nazioni unite e del diritto internazionale ge-
nerale con le guerre di aggressione e con il terrorismo. Di
fronte al costante espandersi del fenomeno bellico nelle sue
forme terroristiche le Nazioni unite sono state costrette a
pure funzioni adattive e di supina legittimazione a poste-
riori dello status quo imposto dalle grandi potenze attra-
verso l’uso della forza.
Rebus sic stantibus non è esagerato parlare di un fallimen-
to di quel «pacifismo giuridico» che da Kant a Kelsen, a
Bobbio, ad Habermas ha indicato nel diritto e nelle istitu-
zioni internazionali gli strumenti principali – se non addi-
rittura esclusivi – per la realizzazione della pace e per la tu-
tela dei diritti fondamentali. Mai come oggi la formula kel-
seniana – peace through law – è apparsa un’illusione
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

illuministica, con il suo ottimismo normativo e il suo inge-


nuo universalismo cosmopolitico[5].
Dalla fine del bipolarismo a oggi le potenze occidentali
non solo hanno usato arbitrariamente la forza militare, ma
hanno esplicitamente contestato l’ordinamento giuridico
internazionale in nome di un loro incondizionato jus ad bel-
lum. Ne è una prova lampante la feroce discriminazione
praticata del tutto illegalmente dagli Stati Uniti nei con-
fronti di nemici fatti prigionieri nel corso di guerre «umani-
tarie» o preventive. Essi non sono stati riconosciuti neppu-
re quali «prigionieri di guerra» secondo le prescrizioni delle
Convenzioni di Ginevra del 1949 e sono stati sottoposti agli
orrori delle prigioni di Guantánamo, di Abu Ghraib, di Ba-
gram, oltre che all’uso diretto della tortura nel corso delle
extraordinary renditions praticate dalla Cia.
A questo bilancio fallimentare non si è sottratto il revival
della giurisdizione penale internazionale, concepita ad hoc
negli anni Novanta secondo il «modello di Norimberga» e
cioè secondo la logica della degradazione morale del nemi-
co sconfitto e dell’esaltazione propagandistica dell’eccellen-
za morale dei vincitori[6]. Esemplare è stato il caso del Tri-
bunale penale internazionale dell’Aja per la ex Jugoslavia,
voluto, finanziato e militarmente assistito dagli Stati Uniti,
che ha operato e opera tuttora come una servile longa ma-
nus giudiziaria delle autorità politiche e militari della Nato.
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

D’altra parte, in presenza di una concentrazione crescente


del potere internazionale che sta portando a qualcosa di
molto simile a una piramide imperiale del mondo, una corte
penale internazionale non può che essere uno strumento
partigiano nelle mani della grande potenza americana. Non
può che esercitare la «giustizia dei vincitori» per la quale,
secondo la celebre formula di Radhabinod Pal «solo la guer-
ra persa è un crimine internazionale»[7].
Come ho accennato, si sta sempre più profilando una
nuova dimensione della «guerra terroristica globale» ed è la
guerra nello spazio extraterrestre. È noto che gli Stati Uniti
sono sempre più impegnati nella conquista militare dello
spazio. Il documento programmatico U.S. National Space Poli-
cy, sottoscritto nell’agosto 2006 dal Presidente George Bush
Junior, illustra quale sarà la strategia degli Stati Uniti in
materia di difesa bellica spaziale: non faranno altro che im-
pedire l’accesso allo spazio a chiunque «sia ostile agli inte-
ressi degli Stati Uniti»[8]. Il proposito è di rafforzare la lea-
dership statunitense anche nello spazio extraterrestre e as-
sicurarsi una piena disponibilità della dimensione ultrater-
restre per perseguire obiettivi di sicurezza economica, na-
zionale e internazionale. A questo fine gli Stati Uniti si ri-
servano il diritto di impedire, dissuadere o negare l’uso del-
lo spazio a chiunque essi giudichino un avversario che non
asseconda i loro interessi.
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

È
altrettanto noto che i possibili avversari al quale il
documento programmatico fa implicito riferimento
sono sia la Russia sia, e soprattutto, la Cina, la grande
potenza emergente che ha dato prova di essere in grado di
individuare e distruggere le centinaia di satelliti statuniten-
si, dai quali dipende gran parte della forza militare degli
Stati Uniti, dalla navigazione in mare a quella aerea, dal
puntamento delle artiglierie alle comunicazioni fra unità
combattenti e alla guida a lunghissima distanza dei droni,
aerei senza piloti provvisti di missili. La stessa aviazione
militare lavora da tempo alla costruzione di centinaia di
«minisatelliti killer», oltre che di un aereo ipersonico – il
progetto Falcon – capace di liberarsi dall’attrazione terre-
stre, di orbitare e di piombare sull’obiettivo in un’ora di vo-
lo partendo da qualsiasi punto della terra. E nello spazio ci
sarebbe posto anche per veicoli senza uomini a bordo, de-
stinati a orbitare a lungo sopra obiettivi e zone di operazio-
ne. Si tratta insomma di una vera e propria «guerra spazia-
le» che l’impero statunitense si prepara a vincere cosi come
l’impero romano si era preparato a vincere la guerra sul
mare.
Un progetto di pacificazione del mondo richiederebbe la
costruzione di un regionalismo policentrico e multipolare e
un rilancio della negoziazione multilaterale fra gli Stati co-
me fonte normativa e legittimazione dei processi di
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

integrazione regionale. E tutto questo richiederebbe un’im-


pietosa riflessione autocritica sulle radici dell’orrore che
l’Europa e l’Occidente si sono rivelati capaci di produrre in
un recente passato – dalle guerre coloniali ai lager nazisti e
all’Olocausto, a Hiroshima e Nagasaki – e si mostrano anco-
ra oggi capaci di produrre. E occorrerebbe una cultura poli-
tica europea orientata a un dialogo paritetico con le altre
civiltà, a cominciare dal mondo arabo-islamico, in modo da
fare del Mediterraneo, oggi epicentro incandescente del
conflitto mondiale, un crocevia della pace. Ma aspettarsi
tutto questo come possibile in un prossimo futuro non è
che «vile ottimismo», come prova la supina dipendenza
dell’Europa dagli Stati Uniti e come dimostra ormai da due
decenni la volontà di dominio della superpotenza america-
na e la strategia terroristica che essa ha concepito e prati-
cato e sta tuttora praticando in Afghanistan, l’area del mon-
do che il Presidente Barack Obama ha individuato come la
culla del terrorismo islamico. È probabile che questa strate-
gia bellica di natura terroristica stia raggiungendo il suo
culmine in Afghanistan proprio con l’operazione militare
Strike of the Sword, decisa da Obama ai primi di luglio del
2009. Si è trattato della più imponente operazione di invio
di truppe avio-trasportate dai tempi del Vietnam. Le nuove
truppe, che si sono aggiunte ai circa novemila soldati statu-
nitensi appena inviati – in totale è previsto il
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

dispiegamento di trentamila rinforzi da aggiungere ai cen-


totremila uomini delle forze Isaf-Nato già impegnate nella
guerra – è destinata a fare strage dei taliban (in realtà
dell’etnia Pashtun) nel profondo Sud-Ovest
dell’Afghanistan.
La politica estera del nuovo Presidente sembra perfetta-
mente coincidere con quella del suo predecessore, George
Bush. Sopravvive l’ideologia del monoteismo imperiale, so-
stenuta dal classico assunto cosmopolitico del necessario
declino delle sovranità nazionali e dell’emergere di un
mondo globalizzato sotto la responsabilità e la guida di una
sola superpotenza. Si pensi che, nonostante gli sia stato at-
tribuito il premo Nobel per la Pace, il Presidente Obama si è
rifiutato di sottoscrivere il trattato che impegna gli Stati
aderenti a non produrre e a non usare mine antiuomo. E
Obama è corresponsabile anche dei gravissimi crimini di
guerra costantemente compiuti dalle armate occidentali in-
viate nel Sud dell’Afghanistan[9].

N
onostante lo stile accattivante del nuovo Presidente
e l’autentico entusiasmo che la sua apertura al
mondo islamico aveva suscitato – il suo discorso te-
nuto al Cairo nel giugno dello scorso anno aveva infiamma-
to mezzo mondo – resta il fatto che egli continua a dichia-
rarsi convinto che sarà una vittoria militare a restituire la
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

pace al popolo afghano e all’intera area mediorientale, in-


clusa la Palestina[10].
È legittimo temere che la strada imboccata dal Presidente
Obama e dal segretario di Stato Hillary Clinton sia destinata
a portarci verso nuovi, pericolosissimi conflitti, coinvolgen-
do sia le potenze regionali emergenti nel continente asiati-
co, sia lo Stato di Israele e i paesi islamici. Stiamo andando
sempre più nettamente dalla guerra moderna alla guerra
terroristica globale. Il pessimismo sembra senza
alternative.

[1] Mi permetto di rinviare al mio Terrorismo umanitario.


Dalla guerra del Golfo alla strage di Gaza, Diabasis, Reggio Emi-
lia 2009.
[2] Cfr. A. Dal Lago, Le nostre guerre, manifestolibri, Roma
2010, pp. 150-151.
[3] Si veda A. Colombo, La guerra ineguale. Pace e violenza
nel tramonto della società internazionale, il Mulino, Bologna
2006.
[4] Sul tema mi permetto di rinviare alla mia monografia
Invoking Humanity. War, Law and Global Order, Continuum,
London-New York 2002, pp. 136-141.
[5] Si veda H. Kelsen, Peace through Law, The University of
North Carolina Press, Chapel Hill 1944 (poi Garland
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

Publishing Inc., New York & London 1973), [trad. it. La pace
attraverso il diritto, a cura di L. Ciaurro, Giappichelli, Torino
1990].
[6] Rinvio a D. Zolo, La giustizia dei vincitori, Laterza,
Roma-Bari 2006, pp. 140-67.
[7] Cfr. R.B. Pal, «The Dissenting Opinion of the Member
for India», in The Tokyo War Crimes Trial: The Comprehensive
Index and Guide to the Proceedings of the International Military
Tribunal for the Far East, R.J. Pritchard, S. Magbanua Zaide, a
cura di, Garlard Publishing Inc., New York & London 1987,
XXI, p. 128.
[8] Si veda U.S. National Space Policy, in National Security
Presidential Directives, http://www.fas.org/irp/offdocs/
nspd/ space.html.
[9] G. Strada, Crimini di guerra in Afghanistan, in http://
it.peacereporter.net/stampa/20563, del 03/03/2010.
[10] Per una severa critica della sostanziale inerzia del
Presidente Obama di fronte alla tragedia palestinese si veda
l’intervento di G. Levy, L’America di Obama non mantiene le
promesse, in http://www.haaretz.com/print-edition/
opinion/obama-s-america-is-not-delivering-the-good-
s-1.282017.
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

Piccolo chimico, azione in 10 giorni documentata fotograficamente dall’autore,


cm 106 x 21,8. Foto dell’opera Ezio Gosti.

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«Eat what you kill»

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Una voce da Pechino

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«Eat what you kill»

«Eat what you kill»


Storia e storie di Jean Toche

Manuela Gandini

A
lla fine degli anni Cinquanta, Virginia ballava nel De
Basil Baletts Russes a Le Folies Bergères a Parigi.
Jean, ribelle, discuteva d’arte e di politica col suo
amico Marcel Broodthaers. La mattina Jean e Virginia face-
vano colazione con champagne e marmellata. La domanda
che girava nelle loro bocche era sempre la stessa: che ruolo
potessero più avere l’arte e l’artista in un mondo stritolato
dalle istanze di potere e come opporvisi? Le risposte fluiva-
no e si trasformavano col sapore del vino e della zuppa di
cipolle.
«Eat what you kill»

Un giorno Jean ottiene un appuntamento con Michael


Sonnabend, il marito di Ileana Sonnabend, la donna che,
con la sua galleria parigina, aveva portato la Pop Art in Eu-
ropa ed era già contemporaneamente un mito e un nemico
per molti. Michael non ha alcun dubbio nel consigliare
all’artista belga di partire per gli States. «Quello è il paese
per te».
Virgina Poe e Jean Toche preparano i bagagli per New
York dove sbarcano il 5 luglio 1965. Entrambi entrano nel
circuito degli artisti della Distruction Art, un metodo di pra-
tiche che enfatizza le questioni di sopravvivenza dopo la
Seconda guerra mondiale, a fronte della Guerra Fredda e
dell’era nucleare. I Accuse s’intitola il primo happening
newyorkese di Toche al Judson Memorial Church, spazio di
environment e performance Fluxus gestito da Jon Hen-
dricks. L’artista accusa gli astanti e se stesso di prostituirsi a
una cultura triviale.
Il 5 ottobre 1969, con Poppy Johnson e Jon Hendricks,
fonda il Gaag (Guerilla Action Art Group), un gruppo di di-
sturbo all’interno del mondo dell’arte. I tre vogliono sbu-
giardare il sistema economico che regge i musei americani
finanziati da potenti lobby, ridicolizzando o boicottando
inaugurazioni e ricevimenti ufficiali. Una sera, di fronte al
Metropolitan Museum, all’opening di una mostra curata da
Henry Geldzahler, ci sono Toche e Hendricks. Il primo è
«Eat what you kill»

«travestito» d’artista e il secondo, in giacca e cravatta, im-


persona il critico. I due inscenano una turbolenta perfor-
mance, con uova, latte e champagne rovesciati sulla testa
dell’artista. All’intimazione di sgombero e alla minaccia di
arresto, da parte delle forze dell’ordine, i due chiedono di
poter recapitare l’opera – cioè Toche seduto in un baule,
sporco e svestito – nelle mani del curatore Geldzahler,
all’interno del Metropolitan. Della performance rimane un
documento e la foto di cinque poliziotti che fanno barriera
umana per nascondere Jean che esce nudo dal baule.
Gli happening continuano fino a quando nel 1974 viene
arrestato «per aver presumibilmente spedito a vari musei, a
giornali e individui, sessanta volantini che criticano pesan-
temente la polizia dei musei americani e specificatamente
del MoMA». Oltre una petizione per la sua liberazione.
Toche viene sottoposto a perizie psichiatriche per dia-
gnosticarne la pazzia, ma il dottor Teich lo riconosce per-
fettamente in grado di intendere e di volere. La ragione per
la quale lo si vuole internare come malato mentale è legata
a un altro happening. Una sera, poco tempo prima, Jean si
presenta con un altro artista al Metropolitan dove è in cor-
so un banchetto con i facoltosi soci del museo. Nella distra-
zione generale, il membro del Gaag libera alcuni scarafaggi
sulla tavola imbandita, generando panico e urla. La serata si
chiude con un pestaggio e l’arresto di Toche. Da quel
«Eat what you kill»

momento gli viene interdetto a vita l’ingresso a tutti i mu-


sei americani. Pian piano, l’artista, diventa gradualmente e
volontariamente invisibile, anche se i suoi happening priva-
ti non cesseranno mai.
Nel 1970, Virginia e Jean avevano acquistato una casa a
Staten Island, una villa dei primi del Novecento. Anche qui,
nel quartiere, Toche è elemento di disturbo. Nel 1973 entra
a far parte del Naacp (National Association of Advancement
of Coloured People). Come leader del movimento per i dirit-
ti civili riesce a far processare, dal governo federale, due
poliziotti e un agente immobiliare che avevano bruciato la
casa di una famiglia nera nel quartiere di Concord, a Staten
Island. Staten Island era ed è il cuore nero degli «ultra-whi-
te» e, nel 1979, dopo aver subìto continue minacce di omici-
dio e di incendio, Jean è costretto a erigere una grande re-
cinzione, assoldare una guardia del corpo e barricarsi in ca-
sa con allarmi costantemente inseriti. Un giorno, davanti al
cancello si presentano quaranta automobili e un centinaio
di manifestanti anti-Toche con striscioni e cartelli che gli
intimano di sparire immediatamente: «Toche go home!». Le
persecuzioni arrivano da più fronti. Sorvegliato speciale del
governo americano, oltre che dei «buoni» vicini, Jean non
lascia gli Stati Uniti per paura di non poter rientrare, «la
mia battaglia è qui», dice. Nel 2000 muore Virginia.
«Eat what you kill»

C
on l’11 settembre, l’artista torna sulle barricate, co-
mincia un martellante lavoro di mail art. Scrive una
cinquantina di cartoline ogni giorno agli amici arti-
sti, scrittori, teorici sparsi in tutto il mondo. Per anni spedi-
rà immagini di sé in tutte le pose con commenti sulla politi-
ca imperialista americana, intersecando così la propria vita,
minuscola e domestica, con i grandi eventi internazionali. Il
titolo di ogni opera è la data nella quale viene editata.
Barba bianca e sorriso mite, si fotografa imbavagliato, so-
litario, in simbiosi col gatto, sulla tazza del cesso, smateria-
lizzato, in giardino, col viso allungato rosso o metallizzato
oppure mentre, parafrasando Duchamp, scende le scale nu-
do. Le cartoline portano pesanti e lucide osservazioni
sull’incongruenza della guerra in Iraq, in Afganistan, sulla
pelosa retorica catto-busciana, sulle violenze e le torture di
Abu Ghraib, su Guantanamo, l’omofobia, i talebani, Dick
Cheney, Tony Blear, Donald Rumsfeld. Ogni notizia di rilie-
vo, riportata dagli organi di stampa americani, veniva (e
viene) letta, filtrata, interpretata e ri-raccontata da Toche,
il quale, in poche righe, sintetizza il senso dell’accaduto.
Tutto ciò si svolge nella totale gratuità, poiché l’artista non
espone mai in gallerie private e non vende i propri pezzi
ma li regala.
«Jean Toche» – ha scritto Achille Bonito Oliva – «con la
sua opera traccia un affresco a episodi che attraversa la
«Eat what you kill»

storia recente e descrive l’ambivalenza tra tolleranza e in-


tolleranza, il rifiuto di ogni coesistenza riguardante il so-
pruso della religione, della politica e della forza militare».
Questo affresco sociale, retto dall’incrollabile volontà di ve-
rità, ha reso l’artista sempre più solo e coriaceo. Le sue car-
toline, nel corso degli anni, si sono ingigantite, occupano
intere pareti. I cinquanta destinatari originari si sono ridot-
ti a uno, forse due, nel mondo. Le sue opere antispettacolari
sono una forma di evoluzione dello spirito Fluxus e Situa-
zionista. Sono continue e ossessive, costituiscono una sorta
di rassegna stampa a colori, un racconto illustrato a punta-
te con un unico protagonista: il potere; e un unico perso-
naggio: l’artista. Si tratta di un diario minimo, una biografia
pubblica e privata fatta con l’autoscatto e Photoshop all’età
di ottant’anni.
Toche, solo contro tutti, è una fertile macchina celibe.
Attento all’evoluzione del linguaggio, mantiene sempre uno
spirito di non-rassegnazione. Il suo corpo è l’opera, un cor-
po non giovane, non bello, con la pancia pelosa e, a volte, i
genitali in primissimo piano. La materia organica è con-
trapposta all’astrazione dei pensieri e delle strategie di po-
tere. In una lettera scritta nel 1971 al Presidente degli Usa,
Richard Nixon, sulla macelleria cannibale della guerra in
Vietnam, lui e Hendricks, concludevano dicendo: «Eat what
you kill», mangia ciò che uccidi. Nell’era Obama, i wasp del
«Eat what you kill»

quartiere di Toche sono diventati più feroci, xenofobi e in-


sidiosi. Lo controllano e lo minacciano telefonicamente fa-
cendogli sentire spari di pistola, gli intimano di andarsene,
lo chiamano lurido musulmano. «Ma io non me ne vado!»,
intanto le opere sono sempre più caustiche, gustose e dure.

Attribuzione casuale del vessillo, 1965, media diversi su strati di plexiglass, cm


37 x 30. Foto Claudio Abate.
«Eat what you kill»

Approfondimenti in rete:
Immagini su www.alfabeta2.it

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Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robu-
sta d’America?

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«Eat what you kill»

Chu Zhaogen
Il contrasto Usa-Cina

Simone Pieranni, Tania Di Muzio


Una voce da Pechino

Danilo Zolo
Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

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Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

Si scrive a Chicago e nel


Midwest la poesia più
robusta d’America?

Luigi Ballerini

N
el 1961 Nelson Algren, l’autore del romanzo L’uomo
dal braccio d’oro (da cui Otto Preminger trasse un
buon film, contribuendo a sfatare la leggenda che i
buoni film sono sempre adattamenti di brutti libri), pubbli-
cò presso un editore indipendente (Contact Editions 1961)
Chicago: City on the make (Città che si dà da fare, ma anche, e
soprattutto, città che approfitta di ogni occasione per farsi
avanti, a umma umma, città col pelo sullo stomaco eccetera)
un lungo poema in prosa, oggi ignorato, o ripubblicato
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

privo della lunga introduzione – The People of These Parts: A


Survey of Modern Mid-American Letters – scritta apposta da Al-
gren perché servisse da chiave di lettura.
Si trova, quasi all’inizio di detta introduzione, una frase
provocatoria, quantomeno a prima vista (ma il libro è pieno
di frasi sconvolgenti). «A mio modo di vedere si può parlare
di letteratura ogni volta che una coscienza non ignara della
propria umanità sfida (la mentalità) della macchina legale».
Non del diritto, dunque, ma dell’ingranaggio in cui il diritto
viene quotidianamente snaturato. E verrebbe voglia di ri-
cordare la frase attribuita a Cristo dagli evangelisti, e cioè
che non l’uomo è stato creato per la legge, ma la legge per
l’uomo.
Cosa poi intenda, specificamente per letteratura, Nelson
Algren, si desume abbastanza facilmente dagli autori di cui
tesse l’elogio e dei quali Chicago sembra però volersi di-
menticare il più rapidamente possibile: «Questa era la città
insonne scoperta da Dreiser e da Sherwood Anderson, la
città in cui nacque (James T.) Farrell, quella dove andò a fi-
nire Richard Wright perché non aveva altro posto dove an-
dare». Si tratta, come ognuno vede, di narratori, ma la loro
eredità spirituale è consanguinea a quella del poeta Carl
Sandburg (non poteva mancare) e affine a quella di Villon e
dello Shakespeare di Re Lear, citati da Algren come esempi
di trasparenza morale, cioè di un pensiero che sgorga da
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

una ragione e da un desiderio di giustizia uguale per tutti, e


non di giustizia come protezione legale di soprusi social-
mente metabolizzati.
Questa letteratura, questa poesia dell’onestà, è avvilita,
quando non del tutto neutralizzata, da nemici potenti e as-
sai precisi: oltre che l’ingranaggio legalistico e quello ammi-
nistrativo, il marcio, è ovvio, dilaga in quello dei mezzi di
comunicazione che ai tempi di Algren voleva dire quasi
esclusivamente la stampa, i giornali. È uno stato di cose che
oggi sta davanti agli occhi di tutti quelli che vogliono accor-
gersene, e che trovano ripugnante la supina accettazione
dello status quo, da parte di chi, anestetizzato dal chiasso
mediatico, non si pone neppure più il problema del vero,
del falso e del mentire.
Ma negli anni Sessanta l’asse della volgarità non include-
va giornalisti e avvocati che passavano anzi, perlopiù, come
categorie di uomini non meno accettabili di tante altre, alla
stessa stregua degli artigiani e degli operai e, nella decade
precedente, ce n’erano stati addirittura di eroici (nella bat-
taglia contro il maccarthismo, per esempio). Algren mette il
dito in una piaga controversa e sostiene che già allora,
prim’ancora che la giustizia diventasse spettacolo, erano
pochissimi quelli che non agivano meccanicamente, al ser-
vizio dell’interesse di chi aveva tutto l’agio di manovrare i
loro non pochi servizievoli sostenitori, i quali, mai
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

dubitando delle proprie premesse, finivano (e finiscono)


con l’appiattire, cioè banalizzare, razionalizzando, conclu-
sioni e verdetti.

C
uriosamente, contro una triade di questo genere, dei
nemici della letteratura e della poesia in particolare,
cioè di quel complesso di attività in cui il linguaggio
(in tutti i suoi aspetti e ingredienti) è usato con il massimo
di consapevolezza, si era scagliato, negli anni Venti anche
Ezra Pound, nel XIV e nel XV degli Hell Cantos, cosiddetti
perché, a monte della loro redazione, ci sono brani e strate-
gie tipiche dell’Inferno di Dante. In Pound, per dire meglio,
una triade si profila con particolare evidenza, all’interno di
una più vasta compagnia di traditori, di pervertitori del lin-
guaggio, ed è formata dai politician, dagli ecclesiastici e, ap-
punto, dalla press gang, usurai della mente, laudatores tempo-
ris acti che «oscurano il testo con la filologia», che «strillano
come galline in tipografia», condannati tutti insieme nella
bolgia dei perfidi, degli insopportabili, dei noiosi, dei mora-
listi da strapazzo, insomma di tutti coloro che, parafrasan-
do lo stesso Pound, antepongono la lussuria del guadagno
alla conoscenza sensuosa del mondo e dell’umanità.
Le indicazioni estraibili dall’opuscolo di Algren e dalle in-
vettive poundiane ricche, in entrambi i casi, di una forte
dose di sarcasmo – sarcasmo che proporrei di chiamare
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

propositivo, e cioè responsabilmente stemperato nello stile,


nonché vivacemente esibito nel comportamento esistenzia-
le, come atto di resistenza ai risultati della logica funzionale
o di tipo statistico, insomma del discorso di quella divulga-
zione scientifica che spiega tutto, ancora, in termini neopo-
sitivisti, e che con la scienza ha ben poco a che fare – punta-
no nella direzione di una poesia impavida davanti alle sedu-
zioni della prosa, ma capace, all’occasione, di inglobarla;
una poesia che, faute de mieux, chiameremo poesia realista,
anche a costo che qualcuno la confonda con le espressioni
di quel naturalismo artefatto a cui questa etichetta di reali-
smo è, troppo spesso, ugualmente appiccicata, e di cui pos-
siamo citare come esempio supremo i drammi di Arthur
Miller. Una poesia coi piedi ben piantati nella storia e in cui
poco interferiscono i sentimenti dell’autore, ricavabili, al
massimo, a posteriori, dal testo che il linguaggio (da lui o da
lei ascoltato) «decide» di scrivere.
Nel realismo dei «seguaci», insomma di coloro che non
sono rimasti insensibili al grido di dolore predicato dal van-
gelo di Algren, e dall’euforia neoepica di quello predicato da
Pound (la cui influenza nella poesia americana resta di fon-
damentale importanza, tranne forse che nella zona di New
York, dove dominano ancora gli strascichi della New School
e dove dunque, come nume tutelare si preferisce ancora il
buonista, folklorico e «liberal» William Carlos Williams) c’è
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

tanto uno sguardo alle cose e ai fatti della realtà materiale


percepibile ai sensi e alla ragione che la inquadra, quanto i
segni di una lotta per dare corpo linguistico all’impalpabili-
tà di tutto ciò che esiste come domanda, un reale la cui esi-
stenza si svolge tutta all’interno della sua imprendibilità,
un sapere incerto di cui non si possono dare che testimo-
nianze inette, plausibili e costantemente rinvianti ad altro.
Esemplare, in questo senso, quel che a proposito di uno
dei capostipiti di questa poesia realista, Kenneth Fearing,
scrive Robert M. Ryley nel suo saggio La carriera di Fleming,
oggi disponibile anche in rete, e che ha come incipit un
aneddoto ripreso, vai a pescarle tutte, da un numero del
settimanale «Newsweek» del 1951:

Venuto da poco a New York, da Oak Park


(Illinois), Fearing stava passeggiando lungo Bank
Street, cercando di sistemare mentalmente gli ul-
timi due versi di un sonetto su Cesare e i suoi cen-
turioni, quando sentì quasi sopra la propria testa
il fracasso di un convoglio della metropolitana (la
celebre Elevated) che corre lungo la nona Avenue.
Quest’improvvisa intrusione della realtà contem-
poranea lo convinse ad abbandonare ogni
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

formalismo e a lavorare con mezzi più consoni al-


la vita che gli stava intorno.

L’aneddoto è probabilmente apocrifo, avverte Ryley, ma la


conversione è sicura, a tal punto che la carriera di Fearing
può distinguersi in due tempi, prima e dopo il 1927. E quali
fossero i «mezzi più consoni» lo si deduce non solo dal suo
ricacciarsi nel solco tracciato da Whitman e da Sandburg,
ma anche dal fatto che, al contrario di questi, e di Sandburg
in particolare, Fearing, che scrive sotto l’influsso dell’inci-
piente canone modernista, è «impersonale, pessimista, e ci-
nico […] assai più sperimentale di Sandburg, più audace nel
violare i nessi della logica consequenziale e nell’infrangere
le regole del buon gusto». A questo si dovrà aggiungere un
uso frequente e non sempre ironico di un lessico pedestre,
una non infrequente negligenza grammaticale e spesso an-
che un trattamento scanzonato, e mi permetto di aggiunge-
re, sarcastico, nel senso suddetto, di temi che risulterebbe-
ro altrimenti triti e ritriti. Insomma: un’operazione pop an-
te litteram, come ha messo bene in evidenza Louis Unter-
meyer, sulla benemerita «Saturday Review of Literature» a
proposito di Dead Reckoning, pubblicato da Fearing nel 1938:
«La disinvoltura con cui l’autore mette a profitto titoli di
giornale, slogan pubblicitari, annunci radiofonici e
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

telegrafici è non solo appropriata, è convincente». E a con-


ferma, quasi sessant’anni dopo, in occasione della pubblica-
zione dei suoi Complete Poems (1994) Carl Rakosi avrebbe ri-
badito: «Il linguaggio di Fearing è quello che si sarebbe po-
tuto ascoltare nella redazione di un giornale nel Midwest
degli anni Trenta: parole semplici, ordinarie, ma con una
cadenza, una musica tutta loro, distintamente americana, e
non certo presa in prestito da qualche modello letterario
inglese o francese. […] Mi dispiace solo che Fearing non sia
qui con noi a godersi l’influsso ininterrotto che continua a
esercitare».
Non è un caso che questa poesia realista, sgorgata massi-
mamente per le strade di Chicago, ma anche nelle grandi
deiezioni e depressioni del Midwest (grandi città nate sulle
sponde dell’Old Man River, o non troppo discoste da esse)
tragga anche vigore da un’ulteriore matrice, ricavata da un
particolare genere di scrittura narrativa, il cosiddetto gene-
re poliziesco (oggi, con finezza da macellaio, il noir) che,
rintracciabile un po’ dappertutto in America, e ora, come
moda, forse in tutto il mondo, e certamente in Italia, acqui-
sta, alle latitudini suddette, fisiche e morali, una pregnanza
del tutto particolare.
Questa matrice ulteriore, per carità, è cospicua anche
nella poesia che si scrive a Los Angeles e a San Francisco,
ma lì sono diverse le altre componenti (l’utopia di una
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

società che si vuole quello che potrebbe essere, per San


Francisco e per Los Angeles, lo sforzo inaudito e tragico di
tenere in vita con ogni mezzo illusorio il sogno non ulte-
riormente spostabile a Ovest dell’America Felix).

C
he la scrittura del romanzo poliziesco si amalgami fe-
licemente con le componenti delle tematiche urbani-
stiche, dell’invettiva, dell’epica frammentaria e
dell’assemblage di espressioni corrive nonché di proverbi
stravolti con maliziose paronomasie, è sicuramente merito
di autori per i quali scrivere un romanzo, narrare, significa-
va prima di tutto indagare nei recessi di una società di
sconfitti. Scoprire chi è l’assassino è solo l’occasione (sicu-
ramente appetitosa) per mostrare l’aspetto feroce di ogni
menzogna razionalizzata. Sam Spade, l’investigatore priva-
to del Falcone maltese che non si lascia gabbare da nessuno,
si serve delle proprie attitudini «decostruttiviste» non per
accumulare potere o denaro, o per fare bella figura, ma solo
per andare fino in fondo al caso, e assicurare alla giustizia,
non un (una, nel nostro caso) colpevole qualsiasi, non una
vittima sociale, ma chi ha consapevolmente tradito, e finto,
nell’interlocuzione tra essere umani. Gli ipertrofici ed ec-
centrici manigoldi che lo avevano assoldato, avventurieri
pronti a sacrificare anche vite umane, pur di ritrovare il lo-
ro presunto oggetto di desiderio, restano invece liberi, alla
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

fine del romanzo, di continuare a scorazzare per il mondo.


Cosa, di questa giustizia, faranno gli avvocati nel libro non è
scritto.
Non è dunque un caso che Algren (sì, ancora nell’intro-
duzione di cui sopra), ricordi che un poeta americano non
identificato seppe cogliere la verità meglio di qualsiasi giu-
dice quando, a proposito della sentenza capitale emessa
contro gli anarchici Sacco e Vanzetti, scrisse: «Quegli uomi-
ni li avete messi a morte perché vi innervosivano». Oggi il
genere poliziesco non innervosisce più nessuno, anzi è un
genere di conforto, ma la poesia che si è appropriata dello
spirito di un Dashiell Hammet, e un po’ anche di Chandler, e
di pochissimi altri, tra cui lo stesso Kenneth Fearing, autore
di un romanzo poliziesco intitolato The Big Clock, può trova-
re il senso della propria funzione, esimendosi certo dall’esi-
bire le proprie bravure (i poeti contemporanei sono tutti,
come minimo, bravissimi) e magari mettendo in piazza, se
necessario, la propria rozzezza, la propria logica sempre
obliqua, e assumendosi dunque la responsabilità dei propri
desideri (che vanno prima di tutto cercati e riconosciuti), in
cima alla lista dei quali metterei, appunto, quello indicato
da Algren: innervosire.
Innervosire chi, oggi? Non certo i televedenti rimbambi-
ti, i consumatori di linguaggi pre-confezionati, che a smuo-
vere quelli non basterebbero né Baudelaire né il Marchese
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

De Sade, né il Pasolini di Salò messi insieme, ma direi pro-


prio quei lettori che tuttavia porgono mestamente il collo al
giogo dei linguaggi colonizzati con cui si fabbrica oggi tanta
poesia (per non parlare di quelli che quella poesia la scrivo-
no), ma in fondo all’animo dei quali resta un bel po’ di in-
soddisfazione. Sì perché il nemico è ormai in casa, come
proclamava il poeta Jack Spicer a, e contro, il poeta laureato
Lawrence Ferlinghetti. Non saprei dire se questo innervosi-
mento risolverà, o ritarderà soltanto, la catastrofe descritta
da Dalton Trumbo: «Noi non abitiamo più in America, non
l’amiamo più. La occupiamo soltanto» o, a contrassegno, ma
non tanto, da Saul Bellow: «Questa terribile situazione (in
cui ci troviamo) va stranamente a genio all’America degli
affari e della tecnologia. Il paese va fiero dei suoi poeti. Trae
un’enorme soddisfazione dalla loro testimonianza che
l’America è troppo dura, troppo grande, troppo ruvida,
troppo di tutto, che la realtà americana non lascia scampo.
È per questo che l’America ama i poeti e che i poeti in Ame-
rica non ce la faranno mai».
Si scrive a Chicago e nel Midwest la poesia più robusta d’America?

Il montaggio, 1974-76, assemblaggio di fotografie e scrittura su cartoncino, (due


pagine, cm 90 x 180, di un libro in legno formato da 10 pagine doppie). Foto
Claudio Abate.

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Kenneth Irby

Kenneth Irby
Sapore di morte o sapore televisivo di morte
intorno a non di o dentro sentire facendo qualcos’altro
quella trasmissione che è meglio scordarsela notte e giorno tutti e
due
dovunque si vada
e anni addietro si andava a casa di chi possedeva un apparecchio
quando c’era
in programma qualcosa di speciale, una partita, uno show, qua-
lunque cosa un’abitudine,
regolarmente, e se a casa invece dei padroni c’erano i loro ospiti
venuti da fuori bisognava spiegarglielo a questa gente non proprio
contenta di vederci che si nutre di vari e velati
antagonismi e irritazioni, o anche soltanto del fatto che il po-
sto adesso l’avevano loro
perso lo spettacolo con la tv accesa ma non è possibile seguire, an-
che se il cane si mostra
contento di vederci
Kenneth Irby

è cosi che succede: morte tutt’intorno a un luogo non occupato


e quando tornano i padroni, e li si riconosce subito per tutte le vol-
te precedenti anche se
né a lui né a sua moglie né a sua figlia sembra che gliene importi
nulla o che si ricordino
e con tutti quei soldi, tutti i soldi di questo mondo, perché
dovrebbero
diventa tutto un’unica festa dopo tutto, di solito
e reciproci girotondi e a tutti gira attorno
la temporanea e tutto sommato transitoria ricchezza della vita
quando è il dolore ciò che ti preme e ti ha portato qui
volevi vedere qualcosa della parte del mondo rifatto, la parte che
inghiotte
per contrapporla a e lasciare che per un po’ che la dimenticanza
dimentichi se stessa
ma non è mai senza ostacoli

Tratto da Ridge to Ridge

Traduzione dall’inglese di Luigi Ballerini


Kenneth Irby

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Dalla guerra moderna alla guerra terroristica globale

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Kenneth Fearing

Kenneth Fearing


La fila per il pane
La salvezza davanti a un caffè e a una michetta.
«Ieri sera, molti di lor signori, hanno mangiato all’impazzata
per precipitare alla missione qui accanto e agguantare
un’altra fetta di pane».
Che gratitudine è mai questa? Che modo di fare? Rogna ga-
rantita? Morte di fame
per tutti, o è meglio la Tbc?

Quel genio, quel gran letterato di Theodore True,


Quel giovanotto di St. Louis 1 che ha fatto carriera passando
in teoria da inglese, quel
prete da vaudeville, quello zero in politica,
Kenneth Fearing

Persona non grata, a stragrande maggioranza, in nessuna


società.
Quotazioni in chiusura: È questa, veramente, l’età del com-
mercio? – 100. Quell’anima
angosciata di Marcel Proust – 150. Libertà o pericolosa
affrancazione, quale delle due? – 210. Quel cadavere
ignoto, patriottico, ligio alla legge – 305

Vi presentiamo la diva del cinema, e un film d’eccezione:


«O America, sposerà la figlia dell’umile magnate frequenta-
tore di case squillo, il nobile tirapiedi?

E i gemelli Blumberg (Ike magistrato, Mike guardia del cor-


po) a colloquio
Con quella bionda, quell’evangelista bionda.
Il senatore di nuovo al microfono. Quelle sibille zitelle, di nuovo
sui rotocalchi. Il proprietario della rivoluzione, l’oracolo
Steve.

L’ho uccisa perché aveva uno sguardo malefico.» Adesso, è


chiaro,
Kenneth Fearing

non stiamo pensando a quanto guadagneremo». «Niente


al mondo ci potrà mai privare di questa notte». «Lasciami in pace
fottuto topo di fogna». «Due Rickey» 2. «In contanti».
...

Tratto da American Rapsody (1)

Traduzione dall’inglese di Luigi Ballerini

[1] Città natale di T.S. Eliot.


[2] Cocktail a base di Bourbon.

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La politica nella società del gossip

La politica nella società del


gossip

Giovanni Curtis

A
ppaiono lontani i tempi in cui i vecchi leader demo-
cristiani e comunisti tenevano ben separate le que-
stioni private da quelle pubbliche. E se gli odierni
esponenti di destra si muovono fin troppo a loro agio tra i
cambiamenti occorsi nella comunicazione politica, la sini-
stra ha rappresentato malgrado tutto un importante indica-
tore di tali tendenze. Si pensi ai mutamenti comunicativi –
accompagnati da quelli politici – che hanno portato il se-
gretario della transizione dal Pci al Pds, Occhetto, a farsi fo-
tografare nel 1988 mentre bacia la moglie Aureliana, bacio
che, a detta di Indro Montanelli, muta definitivamente il
La politica nella società del gossip

costume della religione laica comunista. E i successori non


si fermano qui. Nel 2005 Fassino, allora segretario dei Ds,
decide di rincontrare nella trasmissione C’è posta per te una
vecchia tata di famiglia, mentre l’attuale leader del Pd Ber-
sani, presenzia e interviene all’ultimo festival di Sanremo.
La comunicazione «leggera» connota diversamente i leader
politici, una tendenza che appare sempre più italiana, ma
che talvolta ritroviamo anche fuori dal nostro paese, come
nell’esempio francese, dove Carlà e le sue vicende personali
sembrano oscurare il marito Presidente.
Nulla di più semplice per dei media che preferiscono ope-
rare sulla rivelazione di fatti in grado di solleticare le sug-
gestioni del fruitore, sull’infomotion, l’informazione che
punta, attraverso le storie individuali e dei fatti privati, a
stimolare l’emotività dei telespettatori e la loro morbosità.
Da qui l’idea, da più parti esposta, che il gossip stia divenen-
do culturalmente egemone tra le masse. Fatto sta che que-
sta strana coppia del gossip e della politica, impensabile fi-
no a qualche anno fa, vive ora un rapporto strettissimo. Si
finisce così per solleticare i bassi istinti dei lettori anche
quando si discute delle questioni complesse: si pensi al caso
che recentemente chiama in causa, coinvolgendone la fami-
glia, il presidente della Camera Fini, entrando così nelle fac-
cende private dei politici, le case, le cucine, gli ex, le vacan-
ze e i parenti prossimi. Qualsiasi vicenda polemica che
La politica nella società del gossip

riguardi i protagonisti della politica induce i media del gos-


sip a interessarsi, in maniera più o meno pretestuosa, alla
loro vita privata.
I media in tutto questo svolgono un ruolo fondamentale,
utile a usurare l’avversario di turno, a rilanciare all’infinito
e su diversi piani comunicativi – e quindi sulla scelta del
pubblico da raggiungere – una notizia che viceversa sareb-
be limitata a poche testate giornalistiche e neppure partico-
larmente credibili. È il pettegolezzo che così alimenta la cu-
riosità dei lettori meno avvertiti. Da qui a interrogarsi, co-
me spesso in questo periodo in Italia, sulla figura e, soprat-
tutto, sulla funzione dell’intellettuale, il passo e breve. È la
domanda di fondo del testo di Massimiliano Panarari (L’ege-
monia sottoculturale, Einaudi 2010) ed è tutto sommato alla
base della risposta che ne dà Giuseppe Caliceti nell’inter-
vento sull’ «Unità» dello scorso 20 agosto e in quello on-line
successivo e più articolato su www.alfabeta2.it [leggi in
rete].
Nel libro di Panarari si ricostruisce il percorso che porta
dall’idea di Gramsci di egemonia culturale, alla sua applica-
zione, davvero nazionalpopolare, degli odierni programmi
di tendenza che fanno della notizia un randello. L’autore a
tal proposito parla addirittura di un’«egemonia sottocultu-
rale» mentre Caliceti, nel suo ulteriore contributo al tema,
La politica nella società del gossip

riporta le questioni legate a tale egemonia al discorso sul


controllo dei mezzi di comunicazione.
Tutto questo in una nazione in cui ci si compiace di com-
parire in quell’ambiguo seppure interessante fenomeno
mediatico che è dagospia.it (che si definisce – speriamo con
autoironia – «risorsa informativa on-line a contenuto gene-
ralista che si occupa di retroscena»). Allo stesso modo ci so-
no dei siti – come blitzquotidiano.it – che sembrano utiliz-
zare, soprattutto nei titoli, una terminologia che ricorda
quella dei settimanali popolari. Le tematiche politiche sono
trattate alla stregua di una notizia di gossip e Dagospia è
esemplare di questo modo di mischiare le carte con un lin-
guaggio ironico e informale, riuscendo a disquisire in modo
puntuale e informato di questioni finanziarie e politiche.
Dagospia non manca però di un certo populismo che trae
linfa proprio dal linguaggio spurio, a metà strada tra il gos-
sip e il politichese, e dai contenuti scelti da qualcuno che
pone tutti i politici sullo stesso piano e ne compie la dissa-
crazione con pose e commenti irriverenti, che potrebbero
essere talvolta giudicati come character assassination, al fine
di macchiare la reputazione delle persone.
Anche trasmissioni come Striscia la notizia e Le iene mo-
strano spesso dei politici più ignoranti dei loro stessi eletto-
ri. Un effetto che pare declinato sull’assunto hegeliano se-
condo cui “nessun uomo è un eroe per il proprio cameriere”, per
La politica nella società del gossip

cui assistiamo al tramonto del politico come modello e al


trionfo dell’antipolitica. La politica in televisione si alimen-
ta anche attraverso la cronaca rosa, e questo mondo è ap-
pannaggio di chi entra nelle grazie dei «capi» del gossip e
dunque dei Mora, Corona o Signorini che si ergono, come
nota Panarari, a personaggi di un certo peso politico.

P
erfino la valorizzazione e la riabilitazione di un per-
sonaggio inquisito può passare per la cronaca rosa
della tv e ciò si evince nel momento stesso in cui leg-
giamo, poco dopo il terremoto tangenti di alcuni mesi fa,
che la conduttrice Simona Ventura afferma: «Anemone? Lo
porterei sull’Isola dei famosi». Del resto il settimanale «Chi»
della Mondadori di alcune settimane fa ha proposto ai suoi
lettori un servizio riguardante la vita quotidiana del co-
struttore inquisito, trattato al pari di un qualsiasi personag-
gio di reality show. Si è dunque perfettamente in linea con
quanto dichiarato da Carlo Freccero sul «Fatto Quotidiano»
del 5 marzo 2010, «le intercettazioni hanno trasformato i
corrotti nei personaggi di un reality». Figure che sfruttano
l’ipertestualità di questi mezzi e che divengono essi stessi
ipertesti, costruzioni complesse. Il gossip dei settimanali si
può leggere infatti anche come l’evoluzione del fotoroman-
zo, in quanto i nomi e cognomi dei personaggi sono veri e le
storie più o meno verosimili. Tutto questo in una nazione in
La politica nella società del gossip

cui l’alternativa e il dilemma che si pone davanti a figure


come Noemi Letizia – l’ex minorenne della querelle berlu-
sconiana – è quella se divenire soubrette televisiva o fare
politica.
Il gossip pone così sullo stesso piano il personaggio pub-
blico e quello venuto su dal nulla e del resto il prototipo
dell’antipolitico berlusconiano, apparentemente antinomi-
co rispetto al politico di professione, fa pensare che un can-
didato, come un qualsiasi concorrente del Grande Fratello,
tutto sommato possa anche non possedere qualità partico-
lari. I frammenti di vita degli individui sono ricostruiti in
maniera postmoderna, per creare un’illusoria organicità, a
cui tuttavia queste figure sfuggono, in quanto fatta di espe-
rienze fasulle che possono restituire solo un simulacro di
realtà, in linea con la filosofia del reality. Tutto questo ren-
de la politica quasi una sottocultura del gossip, una distra-
zione continua per il cittadino, da cui la conferma dell’idea
che non sia assurdo considerare attività complementare
quella del parlamentare e della velina.

N
aturalmente tutto ciò riguarda anche il tema della
sessualità e del potere. E in particolare l’identità
femminile filtrata attraverso gli occhi del potere, la
videocrazia (per evocare il documentario di Erik Gandini)
che passa attraverso il corpo femminile. Così come non si
La politica nella società del gossip

può evitare l’accenno all’esibizione del corpo politico: dal


«celodurismo» leghista alle autoreggenti della Brambilla. Si
conferma come il sesso sia un discorso politico. Il gossip e la
sessualità, che ne è condimento principale, sono divenuti
nel tempo fattori importanti per mezzo dei quali la politica
instaura e presenta i rapporti gerarchici. E la lezione di Pa-
solini, richiamata opportunamente a luglio sempre su que-
sta rivista da Andrea Cortellessa, è utile per sottolineare an-
cora una volta il corpo come espressione d’identità politica,
canale attraverso cui attribuire dei sensi al mondo per la
sua qualità di veicolo di messaggi, soprattutto di quelli
politici.

L
a sessualità è dunque ormai, in linea con quanto affer-
mato da Foucault, tutt’altro che una forza ribelle in
ragione della sua natura difficile da controllare anche
da parte del potere. Sembra invece che si sia istituita una
nuova scientia, ma oltre che sexualis anche sentimentale,
grazie a mezzi come il gossip tout court. È il caso di pro-
grammi tv quali Grande Fratello e Uomini e donne, che vanno
di pari passo con un nuovo concetto del fare politica. Si
pensi alla sessualità e alla sensualità espressa da una molti-
tudine di personaggi, quasi esclusivamente femminili, al
confine tra spettacolo e politica, come le ministre Brambilla
e Carfagna o da figure politiche «minori», come Luxuria e la
La politica nella società del gossip

Santanchè. Ma anche gli esempi maschili non mancano e un


personaggio come Emanuele Filiberto di Savoia – candidato,
anche se con scarsi risultati, alle elezioni europee nella
circoscrizione Nord-Ovest – si colloca anch’esso sul confuso
limine tra politica, spettacolo e gossip. Persino le voci mes-
se in giro ad arte sul recente candidato regionale campano
alla presidenza Stefano Caldoro da parte dei suoi rivali poli-
tici sono la dimostrazione di quanto il vento della calunnia
su base sessuale possa essere più distruttivo di qualsiasi al-
tra ragione politica o legale.
Ci si trova ormai di fronte a una circolarità di temi e slit-
tamenti di significato che può fare di un episodio di cronaca
nera un argomento di gossip e politica insieme. Le debolez-
ze dell’avversario – come nel caso del portavoce del pre-
mier Prodi, Silvio Sircana – vengono puntualmente regi-
strate e non diversamente dal senso foucaultiano, «sorve-
gliate e punite». Ma l’iter può essere anche diverso, e una
questione strettamente giudiziaria diventare, se rilanciata
dal gossip, un fatto pubblico e politico. Si pensi per esempio
al delitto di Cogne e a come in un breve lasso di tempo, e
grazie soprattutto all’infotainment operato dalla stampa e
dalla televisione, abbia alimentato forti battibecchi tra opi-
nionisti dello spettacolo, con implicazioni politiche di un
certo peso. Una vicenda che è stata usata per attaccare le
tesi colpevoliste della pubblica accusa (e dunque dei
La politica nella società del gossip

magistrati) o che ha addirittura alimentato la leggenda, ri-


lanciata dalla tv, che voleva la Franzoni parente dell’omoni-
ma moglie di Prodi.
Allora via con le immagini rubate, con le supposizioni
malevole e le rivelazioni e testimonianze più o meno taroc-
che (per usare un termine abusato in tv). Fenomeni che non
risparmiano d’intervenire sull’uso della lingua e sulla ter-
minologia e in cui il frasario della politica si mescola con
quello della televisione e, in particolare, del gossip. Termini
di nuovo conio che riportano alla natura politica e sociale
di una nazione come gossipopolare oppure, nel neologismo
creato da Panarari, alla gossipcrazia. Lemmi in grado di fon-
dere politica e media se già nel giugno del 2009 Antonio Di
Pietro apostrofava il direttore del Tg1 Minzolini con un ter-
mine, «gossipparo», che entra nello stesso anno, insieme ad
altre due parole eloquenti quali «tronista» e «paparazzare»,
nello Zingarelli.
Così neologismi come «famosità» sono usati tanto per i
politici quanto per le soubrette, tutti accomunati dal tenta-
tivo di sfuggire al quarto d’ora di non notorietà, a conferma
che gossip e politica hanno un elemento fondamentale che
le accomuna: decretare a ogni costo la popolarità. E l’assun-
to andreottiano, ma tipicamente italiano, del “non importa
come se ne parli, l’importante è che se ne parli” ha ormai trovato
nella società del gossip la sua massima realizzazione.
La politica nella società del gossip

Laboratorio αβ Roma

Jungkapital, Gesellenkapital, Machinenkapital, 1975,


media diversi su alluminio, cm 150 x 150.
La politica nella società del gossip

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Cinerimozione

Cinerimozione
Censura e autocensura nel cinema
italiano di oggi

Angelo Pasquini

R
ivedendo vecchi film degli anni Sessanta o Settanta,
si resta colpiti da come gli autori avessero una visio-
ne satirica della realtà italiana. Le istituzioni, la poli-
tica, la gerarchia ecclesiastica, il mondo dell’imprenditoria
e della finanza, il perbenismo imperante nella famiglia e
nella scuola, la corruzione, la mafia, il mondo della cultura
e della televisione, magistrati, poliziotti e carabinieri, erano
tutti indistintamente bersagli di una satira feroce. L’Italia e
Cinerimozione

il carattere italiano venivano impietosamente messi a nudo.


Era una satira straordinariamente libera ed efficace.
E invece, dagli anni Novanta a oggi, solo tre film hanno
affrontato direttamente con taglio satirico il tema della po-
litica italiana. Sono Il portaborse di Daniele Luchetti (del qua-
le scrissi vent’anni fa il soggetto con Franco Bernini), Il cai-
mano di Nanni Moretti e recentemente Il divo di Paolo Sor-
rentino. Nessuno di questi film ha avuto il sostegno finan-
ziario di una grande distribuzione nazionale, né della tele-
visione. Tutti hanno dovuto ricorrere a capitali stranieri.
Tutti hanno avuto un grande successo in Italia e all’estero.
È evidente che il duopolio televisivo, che controlla gran
parte della nostra cinematografia, non sopporta che il cine-
ma si occupi dell’attualità politica italiana, nonostante l’in-
teresse del pubblico nazionale e internazionale. E a tutt’og-
gi il film di Nanni Moretti è l’unico che abbia affrontato il
fenomeno politico del berlusconismo.
In pratica ci è venuto a mancare il racconto cinematogra-
fico degli ultimi venti anni di storia italiana, dalla caduta
del Muro di Berlino a oggi. Tangentopoli e la fine della Pri-
ma Repubblica, la nascita di un nuovo partito che in pochi
mesi diventa il primo partito politico italiano, la Lega, la fi-
ne del Partito comunista, l’intreccio tra televisione e politi-
ca. Tutto quello che ha riempito per anni le pagine dei no-
stri giornali, che ha diviso e fatto discutere gli italiani, non
Cinerimozione

è stato ritenuto da chi investe nel cinema argomento abba-


stanza interessante per farne dei film.
Se, nel ventennio che comprende gli anni Sessanta e Set-
tanta, i nostri autori, produttori, distributori, avessero avu-
to lo stesso tabù, perchè di questo si tratta, mancherebbe
all’appello una fetta importante della nostra storia del cine-
ma. E diversi capolavori.
E, se alla generazione precedente un giovane Nanni Mo-
retti rimproverava come una colpa quella di essersi merita-
to Alberto Sordi, quel giudizio impietoso non andrebbe cor-
retto alla luce di quanto avviene oggi? Perché le maschere
della «commedia all’italiana» hanno comunque rappresen-
tato per quasi un trentennio, con straordinaria efficacia agli
inizi e via via sempre più stancamente, attraverso lo spec-
chio deformante della satira, l’immagine dell’italiano me-
dio. Nelle sale cinematografiche si svolgeva una sorta di rito
collettivo, di grottesca confessione pubblica e la risata non
era sempre consolante né del tutto liberatoria. Mentre oggi,
nel silenzio attuale della nostra commedia, i «nuovi mo-
stri», i campioni del carattere nazionale, si pavoneggiano
sui media, senza trovare sulla loro strada un Flaiano o un
Sonego, un Risi o un Monicelli, un Sordi o un Tognazzi, che,
attraverso la lente della satira, li riducano alla giusta di-
mensione del ridicolo.
Cinerimozione

D’altronde, è difficile rappresentare satiricamente il


mondo politico quando è esso stesso a mettersi in scena in
forma clownesca. È inutile gridare «Il re è nudo!» quando è
il re a tessere le lodi dei propri genitali in pubblico. La satira
ha paradossalmente bisogno di uno stabile sistema di valori
per poterli criticare. Mentre nel nostro mercato dei valori
regna l’incertezza. Oscilla la comune distinzione tra bene e
male, legale o illegale, costituzionale o incostituzionale.
Sembra più importante distinguere tra popolare e impopo-
lare, dilettevole o meno, tranquillizzante o inquietante. La
politica fa leva sulla sempre maggior rilevanza che ha la
parte «virtuale» della vita della gente rispetto a quella rea-
le, e si impone essa stessa come protagonista dello spetta-
colo, anzi tende a essere sostanzialmente spettacolo. Non a
caso, una parte del nuovo ceto politico proviene dalla pub-
blicità, dal marketing, o direttamente dalla televisione, e si
avvale di esperti che fanno un uso spregiudicato di tecniche
comunicative sperimentate in quei settori. Il paradosso, il
détournement, la parodia, la provocazione irriverente, il
linguaggio basso e la gestualità scurrile, gli strumenti reto-
rici della commedia e della satira, sono entrati a far parte
dell’armamentario della propaganda politica, servono a bu-
care lo schermo, a fare notizia, a incassare un risultato
d’ascolto. Insomma, quando la realtà politica si presenta in
Cinerimozione

forma autoparodistica, è essa stessa a spiazzare la satira,


piuttosto che il contrario.
Per parlare di censura e autocensura nel cinema italiano
bisogna in ogni caso partire dalla televisione, che ne è pur
sempre il principale finanziatore. La televisione generalista
ama sempre meno il cinema, da quando ha sperimentato
che la fiction confezionata appositamente si adatta meglio a
essere intervallata dagli spazi pubblicitari. Dunque produce
film, ma li usa e li sfrutta assai poco nella programmazione
di maggior valore commerciale. Il cinema insomma finisce
per essere il figliastro di un’industria che ha altrove il suo
core-business. Siamo agli antipodi di quella felice stagione
nella quale una Rai ancora vitale faceva esordire giovani ci-
neasti come Gianni Amelio.
Questa concentrazione oligopolistica e contro natura di
industria televisiva (generalista) e cinematografica è l’en-
nesima anomalia italiana consolidatasi negli ultimi quindici
anni, con la scomparsa pressoché assoluta dei grandi pro-
duttori e distributori «puri», in grado cioè di sviluppare
progetti cinematografici in autonomia, usando il contributo
delle televisioni come risorsa accessoria. Autonomia e indi-
pendenza, che per il cinema sono requisiti essenziali, non
pare proprio siano a cuore dell’attuale governo, sia per evi-
denti conflitti di interesse, che per l’ostilità politica dei
Cinerimozione

nordisti fobici verso questa industria dello spettacolo, col-


pevole di essere irrimediabilmente «romana».
Questa eterodirezione del cinema, la sua dipendenza da
centri di decisione legati alla politica, spiega in parte la
mancanza di coraggio e di incisività, il disinteresse verso la
sperimentazione, e al contrario l’omologazione verso il bas-
so del prodotto medio.

N
on solo la politica, ma anche il sesso è poco fre-
quentato dal nostro cinema. Eppure abbiamo alle
spalle una tradizione consolidata sull’argomento: il
cinema italiano, sia d’autore che di genere, almeno fino agli
anni Ottanta, era universalmente noto anche per la tra-
sgressività delle sue storie e la disinibizione delle sue messe
in scena. Un cinema poco politico e poco sensuale, troppo
timido e sorvegliato, non seduce e non conquista, non col-
pisce al cuore e non scandalizza. «L’amore – scriveva Truf-
faut – è il soggetto dei soggetti, particolarmente al cinema,
dove l’aspetto carnale è indissociabile dai sentimenti».
Anche se le cifre riferite agli incassi e al numero degli
spettatori del cinema italiano sono abbastanza confortanti,
la stagione produttiva che si apre vede una drastica riduzio-
ne dei film in lavorazione. La scelta del governo di far paga-
re al cinema, oltre che alle altre forme di spettacolo e di
cultura, il peso della crisi finanziaria si rispecchia
Cinerimozione

nell’acquiescenza di una parte dell’opinione pubblica, che


vede il cinema italiano come una sorta di industria residua-
le. Si percepisce a livello della gente comune una mancanza
di senso di appartenenza, di orgoglio, di amore per il cine-
ma nazionale. E forse questo sentimento è ricambiato alme-
no in parte da chi il cinema lo fa.
Al contrario, la fiction televisiva gode, per dirla con il
marketing, di una fidelizzazione massiccia, consolidatasi in
un tempo relativamente breve, che le ha permesso di occu-
pare il posto del cinema popolare di un tempo, sussumendo
tutti i generi, dalla commedia al poliziesco, nell’unico su-
pergenere della «melassa melò», spalmata uniformemente
negli orari di punta.
Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi (televisivi)!
Da tempo in Italia il pubblico popolare ha smesso di identi-
ficarsi con gli eroi e le eroine del nostro cinema (anche se il
nostro non è mai stato davvero un cinema di «eroi»). Si
identifica invece con gli eroi delle fiction, dei reality, dei
quiz, e della pubblicità televisiva, come il Presidente del
Consiglio. Gli autori cinematografici ricambiano spesso
questa indifferenza accentuando una presa di distanza dalla
realtà. C’è qualcosa che li angoscia nell’Italia che non rie-
scono a ritrarre e a raccontare. Scelgono nel passato le loro
storie e i loro personaggi, come testimoniano molti film di
successo della passata stagione. Forse c’è da parte del
Cinerimozione

cinema poca attrazione verso l’Italia presente, verso gli ita-


liani di oggi. Quel paese che per decenni è stato uno straor-
dinario set cinematografico, popolato come nessun altro da
milioni di comparse naturali che facevano brillare di orgo-
glio e di soddisfazione gli occhi dei fortunati aiuto-registi
dell’epoca, sembra non affascinare più la macchina da pre-
sa. Come se quello di oggi non fosse più un paese reale ma
una sua smaccata imitazione e la vita che vi scorre la regi-
strazione di un angoscioso e interminabile Truman show.

C
erto, non è solo né tanto questione di contenuti. Il ci-
nema è punto di vista, è sguardo, a patto che sia l’au-
tore a scegliere la porzione di mondo, di luce, di cor-
pi, che finiscono nell’inquadratura. Però certi vuoti di me-
moria vanno riempiti, certi fili vanno riannodati, altrimenti
si rischia la decrepitezza, l’Alzheimer del nostro cinema. In-
somma, se non vogliamo finire per ambientare le nostre
storie in un’Ungheria immaginaria, come succedeva per il
film dei Telefoni bianchi, in epoca fascista, dobbiamo conqui-
starci, noi tutti, autori, produttori, attori, la libertà di pun-
tare di nuovo la macchina da presa nel cuore della realtà di
oggi, in quella «zona rossa» dove il cinema italiano non ha
più l’autorizzazione a entrare (e per alcuni forse neanche
l’autorevolezza).
Cinerimozione

In questo senso si pone certamente un problema di lin-


guaggio, di ricerca e di sperimentazione, una strada nella
quale il cinema americano, forte della sua capacità conti-
nua, inarrestabile, di inventare e reinventarsi, si è già in-
camminato. Basti pensare alla libertà «romanzesca», so-
prattutto nella sceneggiatura e nel montaggio, di autori co-
me Quentin Tarantino, Paul Haggis, Alejandro Inarritu. Per
tornare al cinema italiano, anche l’Andreotti di Paolo Sor-
rentino viene raccontato con grande libertà e efficacia fuori
delle regole del realismo, per cui nel Divo si crea «un circui-
to in cui reale e immaginario, attuale e virtuale, si rincorro-
no l’un l’altro, si scambiano di ruolo e diventano indiscerni-
bili» (Gilles Deleuze, L’immagine-tempo).
Sembra che solo con una lente deformante l’Italia di oggi
torni a essere leggibile, e la finzione cinematografica riesca
ad aprirsi la strada attraverso la realtà parallela del kitsch,
dove vige la narrazione falsificante ed egemone dei mass-
media.
Cinerimozione

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cura di Rinaldo Censi
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Politiche culturali

Lello Voce

D
opo cinque anni, Absolute Poetry, il festival di poesia e
musica che dirigo a Monfalcone, chiude. Se ne parlo,
però, è soltanto perché credo che nella storia di que-
sta sua fine ci sia qualcosa di paradigmatico, che è comune
alla sorte che tanti eventi simili stanno subendo in questa
Ytaglia della crisi e che a partire dalla sua storia sia possibile
sviluppare alcune riflessioni di ordine generale.
Il Festival chiude non solo perché i tagli di budget dovuti
alla celeberrima «crisi» sono stati insostenibili, ma anche
perché intorno gli è stato fatto il vuoto: la regione Friuli-
Venezia Giulia e la sua maggioranza di centro-destra hanno
decurtato di circa l’80% i già scarsi fondi, ma anche parte
della giunta di centro-sinistra che governa la città ha
Politiche culturali

attaccato l’evento, che pure sosteneva, mentre era in corso,


chiudendo definitivamente la partita.
Come mai? Com’è possibile che Destra e Sinistra vadano
improvvisamente d’accordo quando si tratta di chiudere
spazi di cultura diversa da quella del totalmente condiviso
mainstream?
Una ragione sta probabilmente in quelle che potremmo
definire le «politiche culturali», che ormai si identificano,
per tutti, in maniera pressoché totale con le strategie di co-
municazione politica. Al di là dell’obiettivo valore artistico
e culturale di un evento, ciò che è decisivo è la sua comuni-
cabilità, la capacità che esso ha, in qualsiasi modo e a prez-
zo di qualsiasi compromesso, di attirare «consenso» e pub-
blico, un pubblico che fa gola in quanto mandria votante da
sottrarre altrui, non perché comunità critica, protagonista
di dialogo e scoperta. A seguir la metafora, insomma, lo sco-
po principale è comunque l’abigeato elettorale: l’arte e i
luoghi del suo manifestarsi si trasformano così in spot che
devono veicolare l’immagine di una certa linea politica,
renderla appetibile, guadagnarle il consenso di chi poi la ac-
quisterà al seggio.
In vista di elezioni comunali, basta una serata nella quale
in teatro ci siano duecento paganti invece di quattrocento
per rendere quell’evento un peso, a cui preferire piuttosto
dieci appuntamenti con autori locali, magari schiettamente
Politiche culturali

mediocri, ma con tanti amici tutti residenti e votanti. D’al-


tra parte, nella prospettiva di un governo regionale, le cifre
che un evento di poesia e musica di ricerca può mettere sul
tavolo sono comunque poca cosa, rispetto a quanto può of-
frire una sarabanda di volti televisivi variamente assortita.
Il risultato è che nella cultura avviene ciò che da sempre
avviene alle economie in crisi: si formano trust, cartelli, le
«intraprese» (T. Liska) culturali piccole e medie spariscono,
mentre prosperano quelle grandi ed enormi: la regione
Friuli-Venezia Giulia uccide Absolute Poetry, ma si affretta a
coprire buchi di centinaia di migliaia di euro di un certo
mega festival e a rifinanziarlo.
Che logica c’è? Quella del supermarket, ovviamente, la
stessa che sostituisce le librerie con le grandi catene in cui a
scegliere che libri offrire è un unico vertice. Dove tutto è
sotto controllo. Ma se esisteva una sola possibilità che
quanto di nuovo avviene nell’arte e nella cultura trovasse
ancora la via per farsi notare questa era nella sopravviven-
za di eventi di dimensione media e piccola, come Absolute
Poetry, che hanno l’elasticità e la libertà di rischiare il nuo-
vo, di dare spazio ai giovani. Uccisi loro, non resta che
l’ipermercato delle arti…

www.absolutepoetry.org
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«Secolo-Cane-Lupo»

«Secolo-Cane-Lupo»
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Intervista a Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, a cura


di Rinaldo Censi

Il nostro è uno sguardo nuovo o diverso della storia – mi dicono


Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian. È la storia di chi la subi-
sce senza farla: civili, donne, bambini, gli orfani eccetera. Ci inte-
ressa soprattutto la lettura dei volti dei protagonisti e dei volti
anonimi della storia. E per fare questo, decodifichiamo gli archivi
su cui da sempre lavoriamo.
All’estero, le retrospettive sul loro lavoro ormai non si contano più:
il Jeu de Paume a Parigi, il MoMA di New York. Sono pionieri
nell’uso dell’archivio. Il passato per parlare del presente. Sono iso-
lati? Delle cassandre? Li incontro nel loro appartamento di Milano,
«Secolo-Cane-Lupo»

città in cui vivono ormai considerandosi degli «stranieri». Quando


accendo il registratore mi raccontano un episodio esemplare, lega-
to al film sul fascismo che stanno per realizzare.

Angela Ricci Lucchi: L’anno scorso, nel 2009, siamo stati


invitati ad Harvard per un convegno sul futurismo. C’erano
tutti questi italianisti… molti curatori. È stata un’esperienza
molto forte. Abbiamo ascoltato tutte queste conferenze
molto colte. Ma nessuno metteva in relazione Futurismo e
fascismo. C’era proprio questa cosa scorporata. Io ero molto
scandalizzata. C’era una rilettura mirata. Ho parlato di Al-
ceo Folicaldi, questo poeta futurista di Lugo, molto legato a
Marinetti… era uno degli autori che c’ha creduto, nel
Futurismo.
Yervant Gianikian: Ma era anche un fascista.
Lucchi: Appunto, è quello che stavo dicendo: i futuristi era-
no legati al fascismo. C’è poco da dire. E c’era questo che era
un poeta, girava con una carrozzella. Infatti, seguendo e
prendendo alla lettera le guerre futuriste aveva perso le
gambe. Il Futurismo c’ha regalato due Guerre mondiali, le
guerre coloniali, la persecuzione degli ebrei, le leggi razzia-
li… Marinetti è morto facendo un poema alla Decima Mas
sul lago di Como, vicino a Bellagio, dove c’era la sede
dell’Ambasciata giapponese; dico: cosa devo pensare?
«Secolo-Cane-Lupo»

Gianikian: Spesso non si parla affatto della relazione con il


fascismo. Questo per dire che il Futurismo rientra ampia-
mente nel nostro lavoro. Come rilettura.

Il fatto è che osservando la vostra filmografia risulta chiaro quan-


to sia disseminata di questioni legate al fascismo.
Lucchi: Infatti questo aspetto emerge già in molti nostri la-
vori. Anche nel Dal Polo all’Equatore. Anche il film su Lom-
broso alla fine parla di questo. Sono temi che ci accompa-
gnano da sempre. Legato al fascismo c’è il Futurismo, oppu-
re l’esotismo in senso critico, l’«orientalismo» di cui parlava
Said, il razzismo. Pensa a quello che ancora oggi accade ai
rom, a cui noi abbiamo dedicato un film: Rom:Uomini.
Gianikian: Images d’Orient – Tourisme Vandale mostra per
esempio l’aristocrazia italiana degli anni Trenta in India e
nel film c’è la figlia di Mussolini.
Lucchi: Il nostro Archivi Italiani contiene tutte quelle cita-
zioni tra d’Annunzio e Marinetti…
Gianikian: Nel 1936 nel poema Télégramme de Dakar Henri
Michaux scriveva dei Baobab, elogiava l’Africa, le sue donne
e nello stesso anno Marinetti scriveva Poema africano, che è
un libro ormai scomparso. E scriveva: «Aprire fiori di san-
gue nei ventri dei neri con le mitragliatrici». Pound era os-
sessionato dall’invasione di questi mostri che risalivano
l’Italia dal Marocco. Il nostro Visioni del deserto si chiude sul
«Secolo-Cane-Lupo»

volto di una donna velata, con questa didascalia: Africa paese


senza difese. Non è un caso che alcuni anni dopo William
Burroughs scriva in Ragazzi selvaggi: «I ragazzi selvaggi da lì
partiranno armati di mitra».

Del fascismo e di Mussolini parlate già nello Specchio di Diana.


Lucchi: In quel film, quando Mussolini sfila in parata, tutti
cercano di toccagli le mani. Queste donne tutte imbelletta-
te… Se ci pensi è l’idea del consenso. Il consenso che c’era e
che c’è anche oggi, per certi versi. Questo progetto di film
sul fascismo nasce dall’idea di continuare la nostra rilettura
della storia. C’è la Trilogia della guerra (Prigionieri della Guerra,
Su tutte le vette è pace, Oh uomo, N.d.R.). E tutto questo sfocia
lì, porta a quello: al fascismo. E poi perché oggi la situazione
non è cambiata. Volevamo proseguire l’idea che emerge già
nella Trilogia.

Da quanto tempo state lavorando a questo progetto?


Gianikian: Da sempre. I materiali d’archivio che vi entre-
ranno saranno molteplici. Vi entreranno l’iconografia fasci-
sta, i suoi simboli, le masse, i ritratti di Mussolini: il Musso-
lini ministro e quello militare. Ci sono immagini che non so-
no entrate nello Specchio di Diana, per esempio. Pensa che
l’inaugurazione del museo è avvenuta il giorno in cui Hitler
invade Zagabria. Il lago prosciugato. Le navi di Nemi
«Secolo-Cane-Lupo»

esposte, poi bruciate nel 1944 dopo la battaglia di Anzio da


due tedeschi in fuga. Il film sul fascismo è la naturale conti-
nuazione di Oh Uomo. In quel film l’introduzione, come il
treno in Dal Polo all’Equatore, mostra il ritorno ai campi di
battaglia. È l’idea dell’uomo nuovo insomma. Qualcuno che
vuole vendetta. Vuole di più. Volevano l’Africa per esempio.
Era qualcosa di annunciato. E noi avevamo questo progetto,
ma i tempi erano cambiati.
Lucchi: Più che i tempi, la politica.
Gianikian: I tempi politici erano cambiati. Ma è sempre sta-
to un po’ così. Anche per Dal Polo all’Equatore. E non è un ca-
so che parli di quel film dato che è stato compilato in epoca
fascista. L’originale contiene queste terribili didascalie: «Il
fiore della razza», «La santità dei confini», «Bandiera glo-
riosa», «Anima di fuoco», «Campo dell’onore», «Cuore sal-
do», «Perfezione fisica», «Giovinezza eterna», «Maternità
sublime» e la religione ovviamente… se ci pensi, è nazismo.

In fondo, Luca Comerio col film cercava di accreditarsi alla corte di


Mussolini.
Gianikian: Certo, e un altro aspetto importante legato al
«progetto fascismo» è un’installazione sulla Prima guerra
mondiale che abbiamo fatto a Rovereto, al Museo della
Guerra, legata all’aviazione. È il rivedere i luoghi della guer-
ra dall’alto. L’aereo era importante per i futuristi, e per
«Secolo-Cane-Lupo»

D’Annunzio. Per il fascismo l’aviazione era l’arma impor-


tante, e l’anello debole da rinforzare.
Ci interessava questo aspetto della lettura del paesaggio,
decifrare il suo quadro fisico, ritrovare le tracce successive
dell’occupazione umana. Il territorio così osservato mostra
una storia differente rispetto a quella finora appresa. Si
tratta di leggere, ma guardando la diversità del paesaggio,
del territorio, durante e dopo la Prima guerra mondiale.
Questi segni noi li abbiamo sempre cercati, anche in Dal Polo
all’Equatore. Però adesso la ricerca si è più precisata sul fa-
scismo. Cos’è diventato quell’uomo. Quel soldato. Ed è la
stessa cosa che accade oggi.

Mi interessa il titolo che avete dato al progetto: Secolo-Cane-


Lupo.
Lucchi: Viene da Mandel’štam. Viene dalle sue poesie. Sono
i nostri capisaldi.
Gianikian: Mandel’štam introduce un progetto che è stret-
tamente legato a quello sul fascismo: quello sulla Russia,
sull’avanguardia russa degli anni Venti. I due progetti sono
intrecciati. Non c’è solo il fascismo italiano. Ci sono i fasci-
smi in Europa. Nel film che faremo ci saranno riferimenti
alla guerra di Spagna, a Vichy. È una ricerca molto allarga-
ta. Alla fine dovrebbe essere un unico lavoro. E dovrebbe
essere anche un lavoro sulla Russia sovietica, sull’Unione
«Secolo-Cane-Lupo»

Sovietica… È da tempo che lavoriamo a questo Voyage en


Russie. Nessuno pareva interessato a tutto questo. Noi ab-
biamo sempre continuato a cercare. Pensa che tutte le in-
terviste non ci erano state tradotte correttamente. Così due
anni fa abbiamo cominciato a farle ritradurre ed è uscita
questa cosa incredibile. Le storie di Anna Achmatova, per
esempio. Storie sconosciute che i russi non conoscono. Co-
me quella di Anna Achmatova che era sposata con Gumilév,
un poeta che è stato fucilato nell’agosto del 1921. Lui teneva
un circolo che era La conchiglia sonora e si riunivano in casa
di Ida Nappelbaum. Lei era molto giovane ed era molto gio-
vane anche Nina Berberova. Le abbiamo filmate entrambe.
Abbiamo fatto il loro ritratto. Insomma, la Berberova ricor-
da i lunedì da Ida con Gumilév che leggeva le sue poesie… In
questo ritratto lei descrive la mattina in cui Gumilév è stato
fucilato. Ida Nappelbaum era stata l’ultima a vederlo vivo in
prigione.
Gianikian: Capisci, tutte queste cose si incastrano. Ci venia-
mo a trovare con queste due cose vicine. Sono i totalitari-
smi, anche se sono diversi l’uno dall’altro. Non ci interessa
fare teorie. Facciamo vedere degli elementi.
Lucchi: Sono le storie del Novecento. Accadevano in paral-
lelo un po’ ovunque.
«Secolo-Cane-Lupo»

Dunque il passaggio è chiaro: cosa diventa l’uomo che esce dalla


Trilogia della guerra. Ed è inevitabile che si arrivi dunque al
fascismo.
Lucchi: Il film – se si farà – sarà grazie alla Francia, grazie
all’interessamento di un produttore, che ha lavorato anche
con Robert Kramer, Serge Lalou. La casa di produzione si
chiama Les Films d’Ici. Dobbiamo sempre ringraziare qual-
cuno al di fuori dell’Italia, fatta eccezione per Fuori Orario e
Rai Tre. E il Museo Storico di Trento, il Museo della Guerra
di Rovereto che, non abbiamo capito perché, o forse l’abbia-
mo capito, all’ultimo momento si sono tirati fuori dal pro-
getto, insieme alla provincia e al comune. Per Dal Polo
all’Equatore c’ha soccorso la televisione tedesca, la Zdf. Due
anni fa abbiamo lanciato un appello alla Cinémathèque Fra-
nçaise. Erano presenti Antonio Tabucchi, Costa Gavras.
Qualcosa si è mosso.

Ci sono ancora nervi scoperti che i vostri film toccano. Forse è an-
che per questo che qui nessuno si è dimostrato interessato a finan-
ziare il vostro film sul fascismo. È un argomento tabù.
Gianikian: In Francia invece l’hanno considerato un film
necessario e assolutamente da fare. Dentro ci sono gli zin-
gari fatti sparire nei campi di sterminio nazisti. Come ti di-
cevo c’è la Guerra civile spagnola. C’è la Germania. È la sto-
ria dell’Europa in questa crisi dell’euro. Un’Europa che sta
«Secolo-Cane-Lupo»

per esplodere. Sarà il ritratto di un’Europa che entra nella


Seconda guerra mondiale. C’è il colonialismo, la Seconda
guerra mondiale, e poi questa animalità, questa gioia be-
stiale legata alla fine della guerra e poi l’americanizzazione,
cioè l’arrivo di un altro mondo.
Lucchi: È l’arrivo dell’impero.
Gianikian: Ma è un film legato soprattutto all’oggi a questo
stato di guerre infinito. In fondo è il ruolo di un artista: per
noi significa occuparsi del proprio tempo, stigmatizzarlo.
È qualcosa che abbiamo affrontato anche con Inventario Bal-
canico, un film che abbiamo finito prima dei bombardamen-
ti di Belgrado. Vedi, ci sono sempre reazioni impreviste da-
vanti ai nostri film. Con Prigionieri della Guerra è accaduto
con dei serbi che l’hanno visto a Cambridge. Si sono avvici-
nati per parlarci della parte che mostra un gruppo di zinga-
ri che sta per essere fucilato, seguiti dai preti. Ma loro ci
hanno detto che quelli non erano zingari, ma serbi. E la
stessa cosa l’hanno detta a Belgrado. Ci sono dei lampi che
viaggiano tra le persone. Ci sono queste cose diaboliche... è
adesso, è ciò che accade ora. I nostri generali vittoriosi era il
titolo che volevamo per quel film. Viene da Karl Krauss.
Lucchi: Si ritorna oggi a quello che avveniva in Spagna, alla
famosa epoca della «limpidezza» del sangue. Devi certifica-
re la tua razza.
«Secolo-Cane-Lupo»

Gianikian: È l’idea della pulizia etnica, dello smembramen-


to del continente. Non sono bastate le guerre civili. Proprio
lì, nei Balcani, nel 1996 c’hanno detto: guardate che la Guer-
ra civile può tornare anche da voi. Per questo il film è ne-
cessario. La guerra civile può tornare in questo paese. Può
dividere il paese in due, o in tre. Crediamo sia importante
un film sul fascismo, sui «fascismi», anche se la parola fasci-
smo non ci piace, non la vogliamo più usare. Quando c’è sta-
ta la crisi dell’euro in Grecia abbiamo sentito che questo
film dovevamo farlo. È qualcosa che dobbiamo portare a
termine. Non puoi cambiare le cose, ma devi agire con la so-
la forza che hai: il tuo lavoro.
«Secolo-Cane-Lupo»

Casa in fil di ferro, 1979-1982, installazione, m 6 x 2 x 2.

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Televisione italiana e produzione culturale

Televisione italiana e
produzione culturale
Conversazione con Pino Corrias, Re-
nato Parascandolo e Angelo
Guglielmi

Ilaria De Pascalis

L
a questione della «televisione di qualità» viene posta
con una certa regolarità fin dalla nascita del medium,
ormai molti anni fa. Il problema nasce dalla tecnolo-
gia stessa dell’apparecchio televisivo, che, veicolando pro-
grammi proposti come autorevoli in un flusso costante e in
un ambiente sempre più privato e familiare, rischia di
Televisione italiana e produzione culturale

essere l’unica o la principale forma di lettura del mondo per


milioni di persone.
Per quanto a volte la questione abbia assunto toni apoca-
littici, per cui la televisione è stata accusata di diffondere
tutti i mali del mondo, e per quanto sia ormai estremamen-
te raro incontrare la domestica di Umberto Eco convinta
che Mike Bongiorno guardasse proprio lei, tuttavia i pro-
grammi televisivi restano potenti artefatti culturali[1] che
da un lato rispecchiano la realtà in cui sono prodotti e fruiti
e dall’altro la modellano. Per questo motivo Pino Corrias,
dirigente di Rai Fiction, ha sottolineato quanto sia tuttora
problematico per gli spettatori culturalmente più disarmati
fronteggiare un flusso seduttivo e costante, in particolare
nel caso del gran numero di trasmissioni che spesso fanno
da volano ai «cattivi sentimenti» (rancore, paura, il rifiuto
per ogni alterità) e ai «cattivi sogni» (il successo al di là di
impegno e talento, l’esibizionismo privo di pudore).
In questo senso, tuttora poco diffusi sembrano essere per
Corrias i meccanismi di decodifica del discorso televisivo
delineati negli anni Ottanta da Stuart Hall, ovvero quegli
strumenti di interpretazione del discorso alla base
dell’evento comunicativo. A causa della «performatività»
delle regole tramite cui si attua la comunicazione, la costru-
zione di reciprocità fra l’operazione di codifica e quella di
decodifica prevede almeno tre possibili posizionamenti per
Televisione italiana e produzione culturale

lo spettatore, ovvero quello «codice egemonico-dominan-


te», in cui i sistemi di significato corrispondono perfetta-
mente, e a cui mira qualunque discorso (non solo televisi-
vo); quello del «codice negoziato», ovvero la posizione che
Hall ritiene in realtà più comune, che opera attraverso la lo-
gica situata che si pone in una posizione differenziale ri-
spetto a quella del potere; e quello del «codice oppositivo»,
in cui lo spettatore «decostruisce il messaggio codificato se-
condo i parametri dominanti per ricostruirlo all’interno di
una qualche cornice alternativa di riferimento».
Considerando le posizioni di fruizione comprese nel rag-
gio di questi tre codici principali, si può notare come le ti-
pologie di spettatorialità possibili non solo non siano deter-
minate esclusivamente dalla tecnologia né dalla forma as-
sunta dal prodotto televisivo, ma soprattutto non siano mai
statiche, inderogabili e assunte una volta per tutte; al con-
trario, le forme di decodifica di un discorso prevedono lo
scivolamento continuo dello spettatore da una prospettiva
all’altra, perché più un discorso è costruito in modo com-
plesso ed elaborato, maggiori sono i possibili significati di
cui si fa portatore. In questo senso, la «vera» qualità di un
discorso potrebbe risiedere proprio nella sua molteplice in-
terpretabilità, in cui ogni significato che può essere rag-
giunto rimanda a ulteriori discorsi.
Televisione italiana e produzione culturale

I
l problema nel caso della produzione televisiva italiana
nasce dal fatto che, come ha sottolineato sempre Cor-
rias, è in atto una sorta di processo di dissoluzione cul-
turale, «un diffuso spavento per il racconto delle cose rea-
li», per cui i programmi televisivi (e in particolare la fic-
tion) non cercano più di essere un luogo problematico e
«stimolare un racconto inaspettato». Nonostante in Italia la
narrazione televisiva sia stata talvolta un mezzo per creare
un racconto condiviso che non fosse rassicurante e consola-
torio (sia Corrias che l’ex direttore di Rai Tre Angelo Gu-
glielmi hanno fatto in questo senso riferimento alla Piovra,
la famosa serie andata in onda dal 1984 al 2001), la produ-
zione attuale mostra una «totale assenza di coraggio
narrativo».
Guglielmi, riprendendo le idee espresse in una recente
intervista televisiva, ha quindi sottolineato come «il disfaci-
mento culturale sia tale che per porre un argine è necessa-
rio usare le armi più elementari, il discorso dichiarativo,
per recuperare quel minimo di solidità culturale da cui par-
tire per avventurarsi solo in seguito in terreni più speri-
mentali». In questo senso, è ancora valido il discorso di Eco
per cui nonostante il «paternalismo» insito nella società
dell’immagine è ancora possibile produrre e diffondere una
forma profondamente democratica di cultura. Questo non
vuol dire ovviamente che una «televisione di qualità» sia
Televisione italiana e produzione culturale

formata da una serie di programmi pedagogici e «istruttivi»


(che peraltro con l’arrivo della televisione commerciale so-
no divenuti poco appetibili e quindi ridotti in minuscole ri-
serve), ma si tratta, come ha detto Renato Parascandolo (ex
direttore di Rai Educational e attuale presidente di Rai Tra-
de), di favorire la crescita di una coscienza critica e la diffu-
sione di informazioni che non siano mera divulgazione ma
si facciano portatrici della cultura, intesa come «buon gu-
sto, avventura dell’intelletto, ironia, approfondimento».

S
econdo Parascandolo, infatti, radio e televisione, in
quanto mezzi di diffusione da uno a molti, si prestano
bene per l’informazione diretta e per l’intrattenimen-
to, mentre sono molto meno efficaci nel momento in cui
volessero istruire, diffondere saperi e conoscenze; ciò non
toglie che siano mezzi fondamentali per l’educazione, dal
momento che configurano gli stili di vita dominanti in for-
me sempre diverse e contemporaneamente li diffondono in
modo capillare. Parascandolo ritiene quindi che sia possibi-
le sul piano teorico instaurare con il pubblico un rapporto
che vada al di là del servizio dell’informazione immediata e
dell’intrattenimento più spensierato. In particolare, è possi-
bile unire il potenziale di interazione, approfondimento e
diffusione del sapere del web con la popolarità della televi-
sione, attuando forme di intermedialità attraverso la
Televisione italiana e produzione culturale

modifica sostanziale sia del processo produttivo che di


quello di catalogazione dei materiali.
In questo senso, però, in Italia per Parascandolo non esi-
stono aziende davvero multimediali, che abbiano messo in
pratica questa rivoluzione nell’ideazione, produzione e ar-
chiviazione dell’opera multimediale; al contrario, tutte le
aziende perseverano nell’essere organizzate per media (ra-
dio, televisione, satellite, cinema, internet eccetera), dando
vita a «una giustapposizione di monomedialità» tramite
«un’attenzione spropositata al mezzo di diffusione prima
che al suo contenuto». Riprendendo una sua proposta di
qualche anno fa, ha sottolineato quanto sarebbe importante
riorganizzare un’azienda come la Rai in funzione di «dire-
zioni definite sulla base di macrogeneri (fiction, informa-
zione, intrattenimento eccetera)», in modo da evitare la so-
vrapposizione dei contenuti e soprattutto da permettere
l’interazione sia fra i prodotti che fra i mezzi di
comunicazione.
Questa proposta rivela due delle caratteristiche fonda-
mentali per una produzione televisiva «di qualità», intesa
come si è detto nel senso di programmi che si prestino a
molteplici interpretazioni, riflettendo in modo problemati-
co sul contesto culturale in cui sono prodotti. Innanzitutto,
la necessità, tutta italiana (e sottolineata da Guglielmi, Pa-
rascandolo e Corrias nel corso delle conversazioni), di
Televisione italiana e produzione culturale

riportare la competenza dirigenziale all’interno della Rai,


sganciandola dal rapporto diretto con i partiti politici a fa-
vore di quelli che Guglielmi ha chiamato «saggi competen-
ti», che siano in grado di «guidare l’azienda senza approfit-
tare dello strumento che viene loro affidato»; in questo mo-
do, sarebbe possibile un cambiamento radicale a favore di
un’azienda che potrebbe generare coscienza critica e consa-
pevolezza anziché «produrre solo spettatori da vendere alle
agenzie pubblicitarie», secondo il meccanismo della televi-
sione commerciale ben delineato da Parascandolo. In se-
condo luogo, l’idea di quest’ultimo si avvicina alle recenti
proposte teoriche sui media, che sottolineano l’importanza
delle nuove forme di «rimediazione» (termine ormai prefe-
rito a «intermedialità»), ovvero forme di ibridazione fra i
media e contemporaneamente «forme del rimedio», della
cura, dell’aumento delle potenzialità e della molteplicità
delle letture e delle produzioni dei discorsi.

U
n’azienda che voglia davvero mettere in pratica le
forme della rimediazione, e che quindi sia più inte-
ressata a produrre opere complesse, problematiche,
in grado di affrontare la molteplicità del mondo contempo-
raneo in tutte le sue sfaccettature, deve anche rinunciare,
come hanno sottolineato soprattutto Corrias e Guglielmi,
allo sfruttamento indiscriminato dei format. Infatti, per
Televisione italiana e produzione culturale

quanto alcuni programmi televisivi interessanti e attuali


nascano proprio da un format, il fatto che essi siano una
struttura formale pensata per adattarsi solo in seconda
istanza a una realtà culturale specifica porta spesso a «un
racconto semplificato e omologato che sia fruibile da tipi di
pubblico molto diversi»; di conseguenza, è necessario prati-
care anche nel campo mediatico, al livello della produzione
prima ancora che della fruizione, quelle forme di «glocaliz-
zazione»[2] tanto importanti per il pensiero
contemporaneo.
In questo senso, a proporre in Italia una produzione dav-
vero molteplice, variegata e capace di dare vita a voci criti-
che e consapevoli è, secondo Corrias e Guglielmi, la televi-
sione a pagamento di Sky, che con la sua offerta molteplice
è la vera antagonista della televisione generalista a cui an-
cora fanno riferimento le altre aziende. D’altra parte, è no-
tizia recente che sul mercato europeo i ricavi della Pay Tv
hanno superato quelli pubblicitari, confermando l’opinione
di Corrias per cui «il pubblico si stanca facilmente di pro-
grammi esclusivamente rassicuranti, conformisti e consola-
tori, essendo portato di conseguenza a cambiare canale».
Una produzione coraggiosa, che sia in grado di affrontare
in modo critico e consapevole le complessità del reale (sen-
za per questo essere necessariamente «realista» né «peda-
gogica») tramite discorsi immediati ma problematici,
Televisione italiana e produzione culturale

porterebbe prestigio culturale ed economico alle aziende,


come in parte sta già facendo con Sky; ma, soprattutto, in-
staurerebbe un circolo virtuoso con le forme di cittadinan-
za consapevole necessarie per far fronte alla contempora-
neità. Il contemporaneo sistema della «mediazione»[3] di
massa sottolinea come i media divengano campi di battaglia
per gli immaginarî individuali e collettivi, dominanti e mi-
noritari; in questo senso, la distinzione tradizionale fra me-
dia basati sulla tecnologia di flusso push, come la televisione
generalista, che cerca di imporsi allo spettatore passivo e
distratto, e quelli basati sulla tecnologia pull, come la televi-
sione a pagamento o fruita tramite il web, scelta consape-
volmente da uno spettatore attento e potenzialmente inte-
rattivo, si fa sempre più sfumata.
Nella loro forma digitale, i media interagiscono in modo
del tutto nuovo, contribuendo in modo radicale a quelle che
Saskia Sassen ha definito «sfere pubbliche transfrontalie-
re», con riferimento al rapporto complesso fra un locale
«che sappia tener conto di una serie di realtà divergenti da-
gli schemi dominanti» e «la globalizzazione e/o globalità in
quanto costitutive […] di immaginari potenti che alimenta-
no aspirazioni a una pratica politica transconfinaria anche
quando gli attori coinvolti siano immobili». Di conseguenza,
la televisione di qualità non è quella che traspare ancora
nell’articolo polemico di Alessandro Baricco di un anno fa,
Televisione italiana e produzione culturale

fatta di programmi culturali – ovviamente di cultura «alta»,


istituzionale, riconosciuta – pedagogici o genericamente
istruttivi, o da inchieste e interviste d’attualità che insegna-
no come va il mondo; ma non è neppure il suo «opposto»,
come proponeva in modo in parte provocatorio Geoffrey
Nowell-Smith parlando di qualità come mera «soddisfazio-
ne del cliente». Al contrario, potrebbe essere una televisio-
ne che espone le forme di costruzione dei discorsi e con-
temporaneamente propone diversi discorsi possibili, grazie
a un rapporto problematico – perché consapevole – con gli
altri mass media, e in primo luogo il web.

[1] «Gli artefatti culturali sono […] terreni di scontro,


complessi artefatti ideologici che dipendono da strategie,
lotte, priorità e linee politiche, la cui interpretazione ri-
chiede articolate metodologie critiche in grado di cogliere il
loro radicamento nel complesso delle relazioni economi-
che, politiche e sociali dentro cui queste si formano e circo-
lano»; G. Patella, Estetica culturale. Oltre il multiculturalismo,
Meltemi, Roma 2005, p. 43.
[2] Per «glocalizzazione» intendo con Marramao la «pro-
duzione globale di localizzazione […] come pratica sociale
dell’immaginazione»; G. Marramao, Passaggio a Occidente.
Televisione italiana e produzione culturale

Filosofia e globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p.


47.
[3]Dove «mediazione» sta per «comunicazione mediati-
ca»: cfr. A. Appadurai, Modernità in polvere. Dimensioni cultu-
rali della globalizzazione, Meltemi, Roma 2001, p. 16.

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Tvfobia

Tvfobia

Mario Gamba

I
l morbo si diffonde con rapidità. Siamo alla fase dei casi
numerosi, si teme il passaggio all’epidemia. È una ma-
lattia arcaica. Come altre che tornano a manifestarsi per
varie cause (il rachitismo per colpa di Facebook, la sifilide
per colpa dei migranti clandestini, la tbc per concorso di
colpa tra clandestini stranieri e Facebook fin troppo dome-
stica, ma sarà tutto vero?), la tvfobia riappare e colpisce i
gruppi sociali già colpiti in passato: i clan della sinistra.
Soggetti con i tratti psicologici che concorrono a delineare
la tipologia detta «dell’apocalittico», contrapposta a quella
detta «dell’integrato», secondo una fortunata classificazio-
ne che risale all’anno 1964, esibiscono i loro sintomi con
sempre maggiore acutezza. Non soffrono, apparentemente.
Tvfobia

Anzi. Il fatto è che questa malattia ha la caratteristica di


rendere fieri coloro che la contraggono. Quindi, al secondo
ciclo di ampia diffusione, la cura si presenta nuovamente
problematica.
A Fahrenheit ho sentito uno scrittore, o era un sociologo?,
ovviamente progressista, affermare: «Siamo schiavi di un
parallelepipedo che occupa il nostro spazio e non ci per-
mette di pensare». Convinto di dire una frase originale. Una
compagna deliziosa di un centro sociale confida: «Non ho la
tv a casa, per questo mi mantengo giovane». Se funziona,
perché no. Come lei, tanti del giro. Aumentano ogni giorno.
Su Facebook appare un post che suona più o meno così:
«Dopo il duetto d’amore Fassino-La Russa sull’Afghanistan
(elogio della bomba) al programma In mezz’ora, abbiamo il
duetto d’amore Veltroni-Maroni sugli immigrati (schedatu-
ra e ingresso a punti) a Porta a porta». Risponde un gruppo
di «amici» dell’area dell’ultrasinistra con frasi come: «Non
guardo queste schifezze», «Io guardo al massimo il calcio,
nient’altro», «Meglio un buon libro», «La tv ignora la creati-
vità diffusa». Ma il punto non era la barbarie democrat di
Fassino e Veltroni? Lo sdegno di questi intelligenti com-
mentatori non è sollecitato dalla deriva della sinistra mode-
rata ma dal mezzo che l’ha resa di pubblico dominio. Che
orrore la tv, non che orrore il pensiero di destra di uomini
importanti schierati a sinistra. Tv, vade retro! Tv, non farci
Tvfobia

vedere l’orrore. È vero che il mezzo è il messaggio, in parte


è vero, magari Fassino e Veltroni danno il peggio di sé in tv.
Ma qui si esagera. C’è uno scambio patologico di figure della
riprovazione. Sintomo tipico della malattia la battuta «me-
glio un buon libro». Ai libri toccano tutte le disgrazie, com-
presa quella della supplenza alla «spazzatura» nel mercato
culturale.
Come in tutte le malattie psicologiche, in questa che è
dovuta alla reazione verso sostanze comunicative di diffici-
le assimilazione trasmesse per via televisiva, i rimedi, l’ab-
biamo detto, non sono facili da trovare. Distruzione della tv,
grandi roghi di Sony e Philips digitali o muniti di decoder:
non se ne parla nella letteratura scientifica, ma pare che
siano attivi parecchi simpatizzanti che forse organizzeran-
no dei Tea party terapeutici di sinistra. In ribasso anche le
cure riformiste educative-paternaliste all’insegna della cul-
tura «alta». La tvfobia guarirebbe, secondo gli esponenti di
questa scuola, con concerti di musica classica in prima sera-
ta. Ma, attenzione! Esclusi i secoli XX e XXI, privilegiato il
periodo romantico, poche cose di quel palloso di Bach, alla
larga di un madrigalista maledetto e irregolare (nella con-
dotta criminale e nella costruzione delle melodie) come Ge-
sualdo da Venosa. Alternate ai concerti, preferibilmente
sinfonici, perché la tv buona che guarisce l’odio per la tv
non dev’essere elitaria, e la musica da camera lo è, repliche
Tvfobia

à gogo di Bohème, Tosca, Aida. Poco o nullo credito a questa


cura, a parte i soliti terapeuti residuali che trovano spazi a
sorpresa sui giornali. I più accreditati metodi suggeriscono
lo sciopero, l’esodo dal pianeta televisivo patogeno.
E se proprio non ce la fanno gli idiosincratici gravi a de-
streggiarsi tra una Sciarelli virtuosa della cronaca nera, Le
amiche di Antonioni alle 23.00, un Vespa disgustoso ma abile
nel misurare (e provocare, talvolta) la febbre reazionaria
del paese, se non ce la fanno, saltando dal meglio all’orribile
utilizzabile, se non riescono a vedere con euforica lucidità
dentro la scatola, per loro non c’è altra cura. Un po’ inte-
gralista il «movimento» di ex tvfobici che nascerà, ma non
fuori moda, in questi giorni.

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Il corpo degli uomini

Il corpo degli uomini

Giovanna Cosenza

I
l documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo e
Marco Malfi Chindemi ha stimolato, da quando è uscito
nella primavera del 2009, un numero crescente di dibat-
titi televisivi, conferenze pubbliche, lezioni nelle scuole e
università, commenti nei social network. Grazie a questa
diffusione, oggi siamo tutti più consapevoli – in Italia e in
Europa, visto che il documentario è stato tradotto in cinque
lingue – di quanto la televisione nostrana stia abusando, da
vent’anni a questa parte, del corpo femminile. A fianco di
uomini vestiti di tutto punto, spesso attempati e fisicamen-
te bruttini o comunque ordinari, ma soprattutto valorizzati
per ciò che dicono e sanno e non per il loro corpo, la televi-
sione italiana propone una massa indifferenziata di veline,
Il corpo degli uomini

letterine, vallettine: tutte giovanissime, spogliatissime e


bellissime, tutte scelte non per ciò che dicono e sanno, visto
che restano perlopiù zitte, ma per la bellezza omologata
che incarnano.
Un documentario analogo si potrebbe fare per la pubbli-
cità: donne sempre più perfette, lucide, plastificate grazie a
numerosi interventi di cosmesi, chirurgia e fotoritocco digi-
tale, donne che non hanno quasi più niente in comune con
quelle reali. La tendenza è ormai così consolidata che la
pubblicità si è permessa pure di esplicitarla e di autocele-
brarsi per averlo fatto, senza che ciò abbia minimamente ri-
dotto il fenomeno. Nel 2005 il marchio Dove di creme e sa-
poni per il corpo mostrò nello spot «Evolution» come un vi-
so normale può diventare un volto da cartellone grazie al
trucco e Photoshop. Nel 2007 lo spot ottenne a Cannes il
Gran Prix nella categoria Film, che è il massimo riconosci-
mento possibile; ciò nonostante, la pubblicità successiva,
inclusa quella di Dove, ha continuato imperterrita a presen-
tare corpi femminili ampiamente ritoccati.
La riflessione sul corpo delle donne ha giocato un ruolo
cruciale nel dibattito cosiddetto «neofemminista» che da
un paio d’anni – sulla scia dei numerosi scandali sessuali
che hanno coinvolto la vita politica italiana – ha evidenzia-
to l’arretratezza del nostro paese in fatto di parità fra i sessi
sul lavoro, in famiglia, in società. Non altrettanta
Il corpo degli uomini

attenzione si è applicata all’immagine del corpo maschile


sui media.
Dal mio punto di vista, invece, questa attenzione è im-
prescindibile. Intanto per una ragione concettuale: il campo
semantico dei generi sessuali è fatto di unità (maschi, fem-
mine, gay, lesbiche, transgender, bisex eccetera) che non
stanno isolate, ma sono in stretta interdipendenza recipro-
ca. In altre parole, poiché i concetti di femminilità, mascoli-
nità eccetera fanno sistema, e poiché il cambiamento di uno
incide su tutti gli altri, non ha senso parlare di donne senza
prendere in considerazione, come minimo, anche gli uomi-
ni. La seconda ragione è storica. Non vorrei mai vedere re-
plicato, oggi, quello che considero un grave errore del fem-
minismo storico, con una particolare accentuazione tutta
italiana: l’aver permesso che il discorso sulle donne restasse
confinato alle sole donne, mentre gli uomini (e gli altri ge-
neri sessuali) se ne sono sempre disinteressati. Il che ha
contribuito a diffondere in Italia l’idea che la parità fra i ge-
neri riguardi solo chi è di volta in volta discriminato
(donne, gay, lesbiche), mentre invece riguarda tutti – anche
gli uomini – perché è fondamentale per la vita economica,
sociale e politica del paese.
Sulla base di queste premesse, ho fatto una ricognizione
sui modelli di rappresentazione del corpo maschile preva-
lenti in pubblicità, usando diversi archivi internazionali.
Il corpo degli uomini

Nella mole di campagne esaminate, mi soffermerò su tre ti-


pi d’uomo ricorrenti: l’uomo bellissimo ma irraggiungibile,
l’uomo fisicamente potentissimo, l’uomo che fa ridere. Na-
turalmente ce ne sono diversi altri, ma una riflessione su
questi tre, sulle loro implicazioni e sulle campagne che me-
glio li esemplificano, è rilevante, a mio avviso, anche per un
discorso sul femminile.

Bello e impossibile
Dal 2007 appare in estate la campagna del profumo maschi-
le D&G Light Blue. Lo spot è ambientato su un gommone nel
mare di Capri: sole a picco e mare blu per un bellissimo lui
che si china a baciare una bellissima lei, sulle note di Parla-
mi d’amore Mariù. Lui è il modello David Gandy: moro, mu-
scoloso, depilato, ha persino «il sapor mediorientale» della
canzone di Gianna Nannini. Troppo bello per essere vero, e
infatti non lo è: all’improvviso la scena si interrompe e il
ciak rende esplicito che siamo in uno spot. Se poi conside-
riamo che l’annuncio stampa mette in primo piano gli attri-
buti sessuali di David Gandy, ne abbiamo abbastanza per di-
re che a questo corpo tocca la stessa sorte di quelli femmi-
nili del documentario di Zanardo: ipersessualizzazione, pla-
stificazione, atrofia cerebrale. Con un esplicito ammicca-
mento al mondo gay, come accade a tutti i corpi maschili
Il corpo degli uomini

fotografati da Dolce e Gabbana, che della loro omosessualità


hanno fatto un marchio di fabbrica.
Questo tipo d’uomo è ricorrente nel settore della moda,
dove un po’ tutti, da Calvin Klein ad Armani, da Versace a
Dirk Bikkembergs, strizzano l’occhio almeno a tre generi
sessuali: maschi etero, gay e donne etero. Bello e impossibi-
le per tutti, dunque, ma per ragioni diverse: le donne etero
e gli uomini gay vorrebbero stare con lui, gli uomini etero
vorrebbero essere come lui. Ancora una volta, poi, la pubbli-
cità è così consapevole del gioco, da farci dell’ironia. A fine
2009 il portale danese di e-commerce Fleggaard (per uomini
e donne) sbeffeggiava questa tendenza con uno spot che
metteva in scena una manciata di belloni unti e palestrati, li
rivolgeva alle donne, ma li presentava nei ruoli tipici
dell’immaginario gay – dal pompiere all’ufficiale in divisa –
in un crescendo trash che culminava fingendo di pubbliciz-
zare un detersivo, non a caso chiamato Omo.
A suggellare la tendenza, quest’anno è arrivato il Gran
Prix di Cannes, assegnato per la categoria Film a una cam-
pagna di Old Spice, linea americana di prodotti maschili per
il bagno. Lo spot mostra un macho esotico, glabro e musco-
loso, che si rivolge alle donne fuori dallo schermo dicendo
che, se vogliono che il loro uomo diventi non solo bello co-
me lui ma anche ricco (e magicamente gli spuntano dia-
manti in mano) e dotato di cavallo bianco (e appare il
Il corpo degli uomini

cavallo), devono comprargli Old Spice. La campagna ironiz-


za, da un lato, sulle pubblicità che presentano il prodotto
come un mezzo magico, dall’altro sugli stereotipi per cui le
donne sarebbero solo orientate a trovare un principe bello,
ricco. E impossibile, appunto.

Superman
Per rappresentare quest’uomo prendiamo la recente cam-
pagna di L’Oréal per la linea di cosmetici «Men Expert».
L’uomo L’Oréal è «expert» in un senso che toglie il sonno:
sempre al massimo delle prestazioni fisiche, combatte a tut-
te le ore la fatica e il tempo che passa. Ai più giovani L’Oréal
propone come testimonial il campione mondiale di skate
Taïg Khris, perché – dice lo spot – ha uno stile «indistrutti-
bile»: ne fa di tutti i colori, ma i suoi capelli sono sempre a
posto. Ai quarantenni spetta l’attore Matthew Fox (il Dr.
Jack Shephard della serie televisiva Lost); nello spot dice di
amare il suo lavoro, il movimento e le feste, ma in ogni caso
ha un unico obiettivo: vincere la stanchezza. Ai signori più
maturi tocca Pierce Brosnan (noto per le interpretazioni di
James Bond), che è categorico: «Lasciarsi andare è fuori di-
scussione» dice, il che vale non solo al lavoro, ma nel relax
con gli amici. Unico conforto per tutti: la solidarietà con
una squadra d’uomini che aspirino a essere tutti instancabi-
li, come nell’ultimo spot italiano, in cui apparivano i
Il corpo degli uomini

calciatori della Juventus Buffon, Camoranesi, Legrottaglie e


Sissoko.
Il caso del detersivo per bucato Bio Presto ci aiuta a met-
tere le cose in prospettiva diacronica. Nel maggio 2009 la
Henkel decise di riprendere la celebre campagna dell’«Uo-
mo in ammollo» per festeggiare i 40 anni del detersivo. La
differenza fra la campagna originale e la rivisitazione è illu-
minante. Negli anni Settanta l’uomo in ammollo era il chi-
tarrista jazz Franco Cerri: autoironico, casalingo e rassicu-
rante, Cerri se ne stava beatamente immerso in acqua, con
tanto di camicia e cravatta, spiegando che Bio Presto avreb-
be cancellato le orribili macchie che aveva sulla camicia.
«Sporco impossibile? Nooo, non esiste sporco impossibile
per Bio Presto» era il tormentone della campagna, che durò
quindici anni e continuò negli anni Ottanta a mostrarci Cer-
ri che, oltre a stare in acqua, girava per case e supermerca-
ti, sempre occupandosi di detersivi e panni sporchi.
A segnare il cambiamento dei tempi, oggi Henkel ha scel-
to come testimonial il campione mondiale di apnea Umber-
to Pelizzari e come slogan «Un pulito da record». La diffe-
renza è significativa: negli anni Settanta-Ottanta Bio Presto
proponeva un uomo piacente ma normale, pronto a mette-
re da parte le abilità da chitarrista per badare al bucato; og-
gi ci annichilisce con un recordman dal fisico eccezionale, e
per giunta senza rughe grazie al fotoritocco, cosa
Il corpo degli uomini

inverosimile per uno che sta sempre in mare. L’ennesimo


bello e impossibile, insomma. Con un fisico da Superman.

L’uomo che fa ridere


Per fortuna la pubblicità lascia agli uomini non bellissimi e
non supereroi una scappatoia: far ridere (o almeno sorride-
re). Per quanto riguarda il mercato italiano vengono in
mente Aldo, Giovanni e Giacomo per Wind, Fiorello per In-
fostrada e per Sky, Claudio Bisio per Pronto Pagine Gialle e
persino John Travolta, che da giovane era un sex symbol ma
oggi, essendo imbolsito, è usato da Telecom per indurre il
sorriso.
Le donne italiane beneficiano di questa possibilità molto
più di rado. Ricordiamo lo humour che Luciana Littizzetto
ha portato ai marchi Tre e Coop; aggiungiamo, da quest’an-
no, quello di Geppi Cucciari, che affianca Alessia Marcuzzi
nella campagna dello yogurt Activia Danone.
E così torniamo al punto di partenza: la necessità di trat-
tare in modo sistemico i generi sessuali per affrontare la
questione femminile senza rifare gli errori del passato. E
per farsi venire idee nuove, magari. È infatti proprio con-
frontando l’immagine mediatica dei corpi maschili e fem-
minili che si vede con più nettezza quanto ormai anche gli
uomini abbiano imboccato una strada di omologazione si-
mile a quella femminile. Il che, lungi dal confortare le
Il corpo degli uomini

donne, deve invece preoccuparci tutti, uomini e donne.


Rappresentare gli esseri umani, di qualunque genere ses-
suale siano, come corpi belli ma privi di pensieri, emozioni,
storie individuali, e per giunta allontanare questi corpi dal-
la realtà, ritoccandoli all’inverosimile, comporta infatti un
grado troppo alto di svalutazione della complessità e varie-
tà umana per non dovercene preoccupare.
D’altra parte, è anche guardando alle scappatoie concesse
agli uomini – l’ironia, la moltiplicazione dei ruoli, la valoriz-
zazione delle differenze individuali e delle competenze –
che le donne possono cercare una via di fuga alla condanna
dei corpi di plastica. Il che potrebbe diventare una regola,
invece di restare un’eccezione. Per donne e uomini.

Laboratorio αβ Bologna

Approfondimenti in rete:
Il corpo degli uomini su www.alfabeta2.it
Il corpo degli uomini

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Francesco Galofaro
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Daniela Tagliafico
La lunga vita del replicante

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Bioetica e biopolitica
Una riflessione sul testamento biolo-
gico e sul dolore cronico

Francesco Galofaro

N
egli ultimi dieci anni in Italia il dibattito bioetico è
stato centrale. Si è concentrato su casi come quello
di Luca Coscioni, Piergiorgio Welby, Eluana Englaro;
ciclicamente è divenuto politico, come nel caso della legge
sulla fecondazione assistita, del referendum che l’ha seguita
e delle sentenze giuridiche che ne hanno smontato l’im-
pianto attuativo. È d’attualità la battaglia sul testamento
biologico: solo le contraddizioni della maggioranza di go-
verno hanno finora impedito che divenisse legge una
Bioetica e biopolitica

proposta criticata dalle organizzazioni dei medici, da quelle


per i diritti civili, e da un fronte molto ampio e variegato di
partiti che si riconoscono nel campo «laico».
In questi mesi dagli enti locali e dai cittadini è partita una
battaglia per l’istituzione dei registri informatici delle di-
chiarazioni anticipate di fine vita. Anticipando la legge na-
zionale, si vuol permettere al cittadino di depositare il pro-
prio biotestamento direttamente all’anagrafe del proprio
comune, esplicitando quali trattamenti medici desidera che
siano attuati o evitati nel caso di una perdita di coscienza e
della possibilità di avvalersi del diritto, costituzionalmente
garantito, di rifiutare le cure mediche. Si tratta di una bat-
taglia pericolosa per il Palazzo, e lo dimostra il caso di Bolo-
gna, dove il commissario prefettizio che – è bene ricordarlo
– risponde del proprio operato al ministero dell’Interno e
non ai cittadini, si è rifiutato di attuare la delibera di inizia-
tiva popolare sui biotestamenti organizzata da Rete laica,
con l’appoggio di un fronte molto ampio – Radicali, Sel, co-
munisti, organizzazioni laiche, protestanti e cattoliche di
base.
La prevedibile ripresa di questi conflitti richiede una ri-
flessione sul legame tra etica e politica, o per meglio dire
tra bioetica e biopolitica. Questa esigenza nasce non appena
ci si soffermi su una questione evidente: non tutti i proble-
mi bioetici si traducono in un dibattito e in uno scontro
Bioetica e biopolitica

politico; alcune questioni su cui c’è ampia condivisione ri-


mangono in disparte, e non si traducono in politiche ade-
guate. Un esempio, lampante, riguarda la medicina palliati-
va e gli hospice: laici e cattolici concordano sulla liceità di
interventi che leniscano il dolore nella fase terminale della
vita, anche quando la conseguenza è di abbreviare la vita
stessa. Occorrerebbe dunque creare o potenziare strutture
in cui la persona possa essere accompagnata serenamente
al termine della propria vicenda terrena, mantenendo la
propria dignità; né i governi di destra né quelli di sinistra
hanno investito in questa direzione.
Altro caso in cui bioetica e biopolitiche non coincidono è
quello del dolore cronico. Le sue cause sono tante: traumi,
operazioni, altri rimedi medici come la chemioterapia; tal-
volta senza una causa nota. Secondo i dati Istat, in Italia
questo problema riguarda dodici milioni di persone, in par-
ticolare donne. Purtroppo, la ricerca scientifica incontra
molte difficoltà: dalla fibromialgia alle malattie autoimmu-
ni, dall’emicrania al fuoco di sant’Antonio, le sindromi sono
molteplici e chi soffre si rivolge a specialisti diversi a secon-
da dell’origine e della sede del male.
È un problema politico: secondo il Manifesto contro il dolore
promosso dalla fondazione Isal, oggi il dolore cronico costa
al nostro paese tre milioni di euro in farmaci e prestazioni,
e tre milioni di ore lavorative. L’esistenza di chi ne è colpito
Bioetica e biopolitica

è fortemente pregiudicata, minata la qualità del lavoro e dei


rapporti familiari e sociali. Chi soffre di questa patologia
lotta contro la mancanza di senso: il dolore insorge subdo-
lamente; la diagnosi è difficoltosa; spesso la sanità mentale
di chi riferisce questo problema è messa in dubbio; infine,
quando la medicina riesce a dare un nome al disagio, divie-
ne evidente che non v’è alcuna cura risolutiva. È la natura
di segno del dolore a essere negata: non è più un sintomo, è
piuttosto l’incarnazione dell’impossibilità del fare del pa-
ziente. È difficile per queste persone perfino raccontare la
propria esperienza, la reiterata lotta quotidiana contro il
male, fatta di tattiche, di memoria e di speranza; difficile
darsi un nuovo progetto strategico che ridia forma e signifi-
cato all’esistenza. Moderni fuori-casta, ciò che li rende me-
no che uomini non è tanto il loro male, quanto il fatto che
esso non ha un riconoscimento sociale: il Palazzo non se ne
cura.

C
ome vedremo, l’esclusione di fasce della popolazione
dal novero dei tutelati è una caratteristica struttura-
le della moderna biopolitica. Nel caso delle persone
che soffrono di dolore cronico, l’esclusione deriva da un
complesso di cause: occorre scoprire l’origine del dolore e
cure efficaci, ma si taglia la ricerca; occorre formare i medi-
ci sul dolore cronico ed esentare dai farmaci questi malati,
Bioetica e biopolitica

ma si taglia il sistema sanitario; si promette la caccia ai falsi


invalidi, ma non si riconosce per converso una invalidità a
queste sindromi. Perfino le politiche securitarie delle no-
stre amministrazioni locali sono un danno ulteriore: le pan-
chine vengono rimosse per paura che i crocicchi di migran-
ti si trasformino in chissà quale adunata sediziosa, ma una
panchina è indispensabile a chi soffre, per fare la spesa o
anche solo una passeggiata. Il diritto di queste persone alla
cura è negato nella sostanza.
Il dolore cronico è solo uno dei casi in cui a un problema
bioetico che non causa conflitti nella sfera politica non co-
nosce interventi efficaci. Perciò aiuta a riflettere sulla diffe-
renza tra bioetica e biopolitica.
Non c’è a oggi una definizione condivisa di bioetica: En-
gelhardt suggerisce di utilizzare il termine al plurale. Gli
approcci filosofici sono svariati: è fuorviante contrapporre
un campo laico e uno cattolico, come si fa in Italia. Anche
da un punto di vista metodologico si possono contrapporre
approcci empiristi, che discutono «casi» critici, e approcci
deduttivi a partire da princìpi generali. Sicuramente quel
che accomuna scienziati, filosofi, giuristi che si occupano di
bioetica è un campo di problemi quali il principio e fine del-
la vita (aborto, fecondazione assistita, testamento biologico,
eutanasia); principio di autodeterminazione e suoi limiti
(rapporto medico-paziente, consenso informato); diritto
Bioetica e biopolitica

alla cura (accesso e costi del servizio sanitario); relazione


tra malattia, società e cultura (esclusione sociale del mala-
to, stigmatizzazione del disagio mentale). Al centro di que-
ste riflessioni, l’impatto del progresso tecnico sulla vita
umana e la preoccupazione per la sua dignità. Un secondo
problema, da approfondire, è il ruolo del linguaggio come
terreno di scontro diretto tra le forze in campo, quando si
dibatte su termini come «terapia», «vita», «dignità»,
«persona».
Ma cosa si intende allora per biopolitica? Essa è un aspet-
to del Potere, in particolare della sua tendenza a imporre il
proprio ordine alla vita stessa. Non si tratta – come scrive
Foucault – di un fenomeno recente: per esempio, i re me-
dioevali avevano diritto di far grazia della vita a coloro che
si erano macchiati di reati. La categoria di «biopolitico» è
molto generale; proprio come le grandi questioni bioetiche,
essa non dipende certamente dalla presenza entro la cultu-
ra di un’opposizione come laico contro cattolico.
Vorrei entrare nel merito di un aspetto della biopolitica
tipico della modernità. Durante il colonialismo assistiamo
alla tendenza a suddivisione la vita umana in due caste: i
«normali», cui il liberalismo garantisce per natura una serie
di diritti in egual misura, e i paria, esclusi per un verso o per
l’altro da questo insieme. Si tratta di intere classi sociali (il
proletariato, ma anche girovaghi, accattoni, folli) ma anche
Bioetica e biopolitica

di razze e popoli interi (gli schiavi, gli indigeni delle colo-


nie). Si crea così quella che Pierre Van den Berghe e in Italia
Domenico Losurdo chiamano Herrenfolk democracy, una «de-
mocrazia del popolo dominante», che ordina l’umanità in
persone e non – persone: solo il primo gruppo ha accesso,
in maniera tendenzialmente egualitaria, ai diritti e alle
risorse.
È un fenomeno attuale: anche oggi le grandi ristruttura-
zioni economiche escludono quotidianamente milioni di
persone dall’accesso a beni preziosi come l’acqua, il cibo, le
materie prime, i farmaci: questo, direi con Žižek, è il «reale»
che le forze politiche preferiscono rimuovere per incapaci-
tà di guardare all’abisso tra i valori ideali di democrazia e le
pratiche di esclusione che essa tollera, addirittura
incoraggia.

I
l concetto di biopolitica che si incarna nella herrenfolk
democracy aiuta a riflettere sull’attualità e sull’immedia-
to futuro. Il progresso della tecnica è stato e continua a
essere socialmente destabilizzante: esso minaccia l’ordine
imposto dal Potere sul corpo dell’individuo, ma costituisce
anche un’occasione per rinsaldarlo o per imporne uno nuo-
vo. Così possiamo interpretare la battaglia sull’aborto, o
sulla fecondazione assistita, o per il diritto a morire con di-
gnità; ritornando al testamento biologico, il conflitto si
Bioetica e biopolitica

articola verticalmente: lo Stato centrale cerca di limitare il


diritto dell’individuo alla libertà di cura garantito dall’arti-
colo 32 della Costituzione e dalla convenzione europea di
Oviedo, che l’Italia ha sottoscritto, ma ha «dimenticato» di
recepire; la lotta per l’anagrafe del biotestamento è sorta
dal basso, dai cittadini, dagli enti locali, nel tentativo di ar-
ginare questa imposizione. Certamente questo dà una pro-
spettiva e una speranza alla lotta contro l’ordine attuale: se
la lotta contro il Potere in astratto sembra una romantiche-
ria priva di sbocchi effettivi, è sempre possibile combattere
una manifestazione storica concreta del Potere stesso, co-
me quella che si realizza nell’attuale fase dell’ordinamento
capitalistico.
Ora, il dolore cronico manifesta tutta una serie di limiti
delle biopolitiche dei governi che si sono succeduti negli ul-
timi decenni. Innanzitutto, rende evidenti i limiti ideologici
di un dibattito bioetico che in Italia sembra un derby tra lai-
ci e cattolici – in genere i problemi bioetici esistono anche
in paesi in cui questa frattura culturale non c’è. Purtroppo,
il tema del dolore cronico non richiede una scelta di campo,
e dunque non può essere strumentalizzato al fine di ricom-
pattare la propria fazione politica: qui è in questione la
struttura stessa del potere, che si nutre di controversie e di
scandali. Forse proprio per questo uomini politici che si
Bioetica e biopolitica

presentano come pii e osservanti si dimostrano incapaci di


andare oltre le buone intenzioni e fornire risposte.

M
a non è solo una questione di scarsa utilità: il Po-
tere ordina la vita ponendo una opposizione tra
ciò che è «naturale» e ciò che non lo è, e classifi-
cando i comportamenti di conseguenza; così facendo, il Po-
tere sancisce surrettiziamente la propria «naturalità» e si
autoidentifica con l’ordine necessario e legittimo delle cose.
Ma il dolore cronico sfugge e si sottrae a ogni buon ordina-
mento per la propria pervasività e molteplicità di manife-
stazione. Così finisce per dimostrare che non c’è niente di
naturale in queste classificazioni sociopolitiche. Dal punto
di vista del potere, il dolore cronico è una bestemmia: non
perché nega un punto di vista religioso sulla vita – anzi,
molti pazienti trovano nella religiosità la forza per affron-
tare il male – ma perché dimostra l’assoluta alterità di quel
divino che l’ordine del Potere vorrebbe incarnare. Costitui-
sce così il segno del fallimento del Potere stesso nel creare e
garantire la società perfetta e ideale. Ecco perché il potere
ignora questa tematica: nasconde sotto lo zerbino la polve-
re della propria evidente imperfezione.
Bioetica e biopolitica

Impudique Venus, 1979, media diversi su strati di plexiglass, cm 40 x 40.


Foto Claudio Abate.
Bioetica e biopolitica

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Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

Il Papa, gli zuavi e


l’epidemia nera
Lo scandalo Besson e la questione
odierna della pedofilia nella Chiesa
cattolica

Pier Luigi Ferro

U
n articolo di Vania Lucia Gaito apparso su «Micro-
mega» dell’aprile scorso si apriva constatando co-
me l’Italia sia stata apparentemente solo sfiorata
dal fenomeno dell’abuso su minorenni in ambito clericale
che così grande spazio ha ricevuto sui mass media
internazionali.
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

È generalmente riconosciuto che lo scandalo all’interno


della Chiesa tragga origine nel 1983 dalla vicenda di Gilbert
Gauthe; ma solo dal 1987 la gerarchia cattolica statunitense
cominciò ad affrontare il problema in maniera più diretta.
Alcuni vescovi riconobbero la gravità della situazione, altri
preferirono mantenersi sulla difensiva, cercando in tutti i
modi di arginare la portata e la gravità della stessa, defla-
grata sui mass media americani solo nel 2002, quando ven-
nero alla luce gli abusi seriali su circa centotrenta minori
commessi dal prete John Geoghan, che di lì a un anno verrà
strangolato in carcere da un suo compagno di cella. Tali mi-
sfatti furono occultati coi noti metodi, ossia mantenendo la
massima riservatezza e limitandosi a trasferire da una par-
rocchia all’altra il reo, quasi sempre inserito nelle strutture
ecclesiali che si occupano dell’educazione dei minori. Il
«problema americano» della Chiesa, rivelatosi non circo-
scrivibile in quel solo ambito, con i suoi pesantissimi risvol-
ti economici, da allora venne preso in carico dai massimi
vertici, fino alle recenti prese di posizione da parte di Papa
Ratzinger. Tuttavia quando, come notava la Gaito, nel 2007
cominciarono ad arrivare anche da noi le notizie dell’entità
dei risarcimenti che le diocesi americane erano state co-
strette a esborsare, si fece di tutto per ridimensionare agli
occhi dell’opinione pubblica italiana la drammatica gravità
del caso.
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

Prima della svolta voluta da Ratzinger, che comunque ha


fatto sentire i suoi effetti, per quanto è dato vedere, soprat-
tutto fuori dai patri confini, se la vittima di abusi o i suoi fa-
miliari mostravano di non accontentarsi degli esiti del loro
appello all’autorità religiosa, se si ostinavano a propalare i
fatti in cui erano coinvolti come vittime, non era infrequen-
te l’accusa nei loro confronti di voler infangare la Chiesa.
Quando poi il prete non ammettesse la propria colpa al ve-
scovo o ai suoi superiori e la notizia dei fatti fosse ormai
giunta davanti alla magistratura, si poteva arrivare ad ag-
gredire la credibilità psichica e morale dei denuncianti atti-
vando la comunità locale, pronta a difendere il proprio sa-
cerdote, spesso una persona non priva di carisma e autori-
tà, con manifestazioni pubbliche, gruppi di preghiera o, co-
me recentemente avvenuto ad Alassio, usando i social net-
work. Tutto questo, magari, mentre le indagini sul crimine
erano in pieno svolgimento, e in alcuni casi con accompa-
gnamento di alti lai per denunciare pubblicamente atteg-
giamenti persecutori da parte della magistratura, argomen-
to che nel nostro paese, com’è noto, ha ottenuto da tempo
vaste consonanze e modulazioni politiche, oppure, in alter-
nativa, spiegando il fenomeno quale frutto di congiure (per-
lopiù definite massoniche) contro la Chiesa e il Papa.
Che in Italia si respiri un’aria tutta particolare lo dimo-
stra, se non altro, il fatto che il tema cospiratorio, rifiutato
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

dal Vaticano stesso, possa ancor oggi essere tranquillamen-


te evocato da politici come il ministro Calderoli – passato,
nel corso di questi anni, dalla celebrazione delle nozze in ri-
to celtico, officiate dal druido meneghino, alle fila degli
zuavi pontifici – in un’intervista rilasciata a SkyTg24 l’apri-
le scorso, un mese che ha visto le dimissioni di sette vescovi
cattolici accusati di aver praticato la pedofilia o di aver co-
perto le responsabilità in tal senso dei propri preti. In que-
gli stessi giorni il sito cattolico Pontifex attribuiva al vescovo
(emerito) di Grosseto Babini una dichiarazione dove addi-
rittura, rispolverando i fasti dell’oratoria nazifascista, si de-
nunciava una cospirazione sionista contro il Papa. Mesi do-
po, in occasione della perquisizione della polizia belga nella
cattedrale e nell’arcivescovado di Malines-Bruxelles, un al-
tro esponente, di analoga levatura, della compagine gover-
nativa, Maurizio Gasparri, parlava più generalmente di as-
salto internazionale contro la Chiesa, invitando tutti i cat-
tolici alla riscossa.

N
egli Stati Uniti, in Irlanda, nelle altre nazioni coin-
volte nessun esponente governativo ha preso le di-
fese della Chiesa agitando il fantasma di oscure mi-
nacce alla cristianità, ma il Presidente del Consiglio italiano,
un mese dopo le manganellate del caso Boffo, in occasione
della lettera pastorale ai cattolici irlandesi, si è premurato
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

di inviare una lettera al pontefice in cui ha definito eufemi-


sticamente il fenomeno degli abusi e della loro copertura
«situazioni difficili, che diventano motivo di attacco alla
Chiesa e perfino alla sostanza stessa della religione cristia-
na». Parole che di lì a poco c’hanno consegnato l’immagine
televisiva di un Berlusconi divorziato e divorziante, per le
note ragioni, ricevere la comunione ai funerali di Vianello,
nonostante la Chiesa cattolica in molti suoi atti e documenti
ufficiali abbia espressamente negato l’accesso a tale sacra-
mento a chi avesse sciolto il sacro vincolo. La stessa Chiesa
che si era mostrata assai meno tollerante nei confronti di
Piergiorgio Welby, sostenitore del diritto a una morte di-
gnitosa, cui non vennero concessi i funerali religiosi quat-
tro anni fa.
Passando dal piano della mera politica a quello delle teste
pensanti, in alcuni scritti recenti Massimo Introvigne, intel-
lettuale di spicco di «Alleanza Cattolica», un tempo mem-
bro dell’Udc di Casini, oggi vicino a Berlusconi e attivo so-
stenitore di Roberto Cota nelle recenti e discusse elezioni
amministrative piemontesi, con argomentazioni più artico-
late, occorre ammetterlo, di quelle di Calderoli e Gasparri –
attinte però a piene mani dagli scritti di Philip Jenkins, un
oscuro storico assunto al rango di improbable star dei cat-
tolici reazionari a partire dal 1996, come notava «The New
York Review of Books» – ha ricondotto gli echi mediatici
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

sulla pedofilia nel clero cattolico alle forme di un «panico


morale», ossia di una «ipercostruzione sociale» che, parten-
do da una dilatazione sistematica di dati reali, riferite a fe-
nomeni sociali endemici e noti da tempo, di non significati-
ve proporzioni, ha dato luogo a narrative mediatiche e poli-
tiche finalizzate a far percepire un tragica incidenza attuale
del fenomeno, nei fatti inesistente. Su queste basi, a dar
conto della spregiudicatezza con cui s’è attaccata la Chiesa,
lo studioso argomenta che la maggior parte degli abusi era
compiuta nei confronti di minorenni che avevano passato
la fase prepuberale, come dire ragazzi e ragazze che aveva-
no superato ormai i 13-14 anni per sfiorare magari l’età del-
la bella Noemi al tempo dei suoi fasti, e che dunque tecnica-
mente non di pedofilia perlopiù si trattava. Aggiunge che il
numero dei preti pedofili tra i pastori protestanti in Austra-
lia è, con qualche sensibile approssimazione, da due a dieci
volte quello del clero cattolico, e non manca di notare che il
numero di «professori di ginnastica e allenatori di squadre
sportive giovanili» americane condannati per abusi sessuali
su minori, nel medesimo periodo, era quasi sessanta volte
quello dei preti cattolici. Tutto questo per chiudere all’om-
bra nerissima e autorevole del conte Emiliano Avogadro
della Motta – stagionato campione del cattolicesimo codino,
sostenitore del dogma dell’Immacolata Concezione, e qui ci
collochiamo davvero su risvolti antifrastici delle poco
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

devote pratiche di cui si discorre, e fautore del Sillabo di Pio


IX – che «profetizzò», in pieno Ottocento, come agli effetti
perniciosi del laicismo avrebbe fatto seguito un’autentica e
nefasta demonolatria volta a distruggere la famiglia e la
«vera nozione del matrimonio», che è, ovviamente, solo
quella cattolica.

L
a posizione della Chiesa sul tema della famiglia,
dell’eutanasia, della pillola RU486, delle unioni omo-
sessuali sarebbe quindi all’origine dello scandalo or-
chestrato «da lobby più o meno massoniche» – rieccole –
che «manifestano il sinistro potere della tecnocrazia». Va
da sé che il tema massonico e tecnocratico appaia al dottor
Introvigne di minor momento quando si riferisca invece a
Silvio Berlusconi, promotore della Fondazione Res publica
del cui comitato scientifico, presieduto di Giulio Tremonti,
egli è membro. Egli pure non ci rivela se i gym teachers, che
hanno tra l’altro il difetto di non arrogarsi uno status simile
a quello dei sacerdoti cattolici – non amministrano sacra-
menti, non svolgono alcuna funzione di mediazione tra il
piano umano e quello divino – e che possiamo pure consi-
derare, a questo punto, un’autentica bomba sociale fino a
oggi ingiustamente trascurata, siano riusciti a mantenere
nell’ombra le loro nefandezze grazie all’influenza delle or-
ganizzazioni di categoria che li rappresentano, capaci di
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

intralciare il percorso della giustizia e di agire per nascon-


dere la responsabilità dei propri iscritti. Dal momento che
può parere irriverente l’accostamento, anche se scaturito
da cerebro cattolico, ci chiediamo: si sono comportate in
maniera analoga le diverse Chiese protestanti che hanno la
sfortuna di non godere del potere e dei privilegi che ha la
Chiesa romana, soprattutto nei paesi concordatari?
Su una cosa il dottor Introvigne ha tuttavia ragione: il
problema non è nuovo, e nuovo non è nemmeno lo scanda-
lo che il comportamento del clero cattolico in quest’ambito
ha suscitato, anche in epoca precedente ai nefasti anni del
Concilio Vaticano II e della rivoluzione sessuale che, questa
è l’ardita tesi di alcuni, penetrata nelle linde e austere celle
dei seminari, sarebbe all’origine della degenerazione mora-
le di parte del clero formatosi in quegli anni; a differenza di
oggi ha anzi già investito con forza la nostra penisola in
un’epoca in cui stava prendendo forma la società di massa.
Ma preferiamo partire da questa semplice constatazione
non per sminuire la portata attuale del fenomeno e dei suoi
risvolti, quanto piuttosto per chiederci come mai in Italia
esso sia stato poi sostanzialmente coperto e ricavare qual-
che spunto sul perché esponenti politici italiani di rilievo,
intellettuali e giornalisti di destra si diano tanto da fare per
sedare preventivamente l’indignazione su questo tema. Del-
le risposte si possono trovare ripercorrendo le vicende
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

legate allo scandalo Besson, di cui mi sono occupato in un


recente saggio pubblicato dalla Utet [leggi approfondimen-
to], e riportandoci nell’età giolittiana, in cui si creano le
premesse per il passaggio da una concezione laica dello Sta-
to, quale quella uscita dal Risorgimento, all’Italia
concordataria.
Siamo nel 1907, in un momento in cui ha preso corpo an-
che in Italia, ancora solo a livello amministrativo e
sull’esempio dei bloc des gauches francesi, un’esperienza po-
litica, sostenuta dal Grande Oriente di Ettore Ferrari, che
vede unite le forze dell’Estrema a frange progressiste libe-
rali e alla parte più moderata dei socialisti e che ha nel suo
programma il progetto di creare e finanziare una scuola
pubblica e laica, da tempo istituita ma ancora claudicante e
osteggiata dai cattolici. Vengono prepotentemente alla ri-
balta diversi casi di nefandezze compiuti all’interno di isti-
tuti religiosi e le pagine dei quotidiani si riempiono di parti-
colari scabrosi su Don Riva, Suor Fumagalli e l’asilo della
Consolata nonché sul famigerato diario Besson, ove si narra
in maniera assai fantasiosa di messe nere e di «turpitudini»
commesse nel collegio salesiano di Varazze. Le pagine allu-
cinanti dello scritto di Alessandro Besson hanno però il me-
rito di far partire un’indagine che mette in luce come effet-
tivamente in quella scuola fossero stati compiuti ripetuti
abusi, nascosti con metodi del tutto simili a quelli attuali.
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

Un prete verrà condannato in contumacia a trent’anni di


reclusione, che non sconterà mai, perché la sua fuga fu fa-
vorita e coperta; altri tre membri del personale della scuola
riusciranno a sfuggire al processo grazie alle maglie larghe,
in tema di abusi su minori, del codice Zanardelli. Il clima
politico favoriva una maggiore attenzione e sensibilità criti-
ca sul tema dell’attività delle congregazioni religiose che
esercitavano ancora quasi il monopolio su settori quali l’as-
sistenza agli orfani e l’istruzione, per cui, accanto a questi
due fatti principali, dilagò sui giornali il racconto di una mi-
riade di episodi consimili e la nazione sembrò preda di una
«epidemia nera», come venne chiamata allora, che provocò
una grande agitazione collettiva e disordini di piazza. Un
morto, chiese bruciate: di tutto ciò si occuparono anche i
maggiori quotidiani stranieri, come il «New York Times».

L
a classe dirigente liberale formatasi in età risorgimen-
tale, i cui membri erano in non trascurabile parte affi-
liati alla massoneria, nutriva sentimenti di diffidenza,
quando non di ostilità, ampiamente ricambiati, nei confron-
ti del Vaticano. Si presentava tuttavia a essa, sempre più
pressante, il problema del confronto con il socialismo in
ascesa e col mondo cattolico, ancora trattenuto dal non ex-
pedit in parte consistente nell’area dell’astensionismo, nella
prospettiva anche di un allargamento del suffragio
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

maschile: un tema, quest’ultimo, strettamente collegato al


problema dell’alfabetizzazione e all’istruzione di massa nel-
la nascente società industriale.
Lo scandalo Besson venne lanciato da un giornale giolit-
tiano dopo che il testo del diario era giunto, grazie anche ai
buoni uffici della massoneria, direttamente nei palazzi go-
vernativi, da cui partì l’ordine di avviare un’inchiesta, di cui
si fece carico il sottoprefetto competente e che ebbe tra le
sue conseguenze la chiusura della scuola. In pochi giorni si
assistette però a uno straordinario giro di walzer. Il quoti-
diano che aveva lanciato lo scandalo si spostò su una posi-
zione difensivista, il sottoprefetto subì una violenta aggres-
sione mediatica e venne trasferito d’ufficio in Maremma,
mentre l’indagine era ancora in corso, accontentando i cle-
ricali che avevano chiesto da subito la sua testa, insieme a
quella dei funzionari coinvolti nelle indagini. I giornali mo-
derati nazionali trattarono le notizie sul caso in maniera
chiaramente vicina agli interessi salesiani, limitandosi a
parlare delle «messe nere» e delle altre stranezze del diario
e passando in sordina i dettagli sui veri abusi compiuti nella
scuola. I fogli dell’opposizione rimasero gli unici a denun-
ciare lo scandalo, mentre il deputato locale, un giolittiano a
cui faceva riferimento il quotidiano che aveva rivelato per
primo le «turpitudini» del collegio, diventò il più attivo di-
fensore e patrono politico dei salesiani. Dopo il bastone,
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

insomma, la fazione ministeriale mostrava ai clericali di sa-


perli difendere, all’occorrenza, e così poneva le condizioni
perché la sospensione del non expedit nelle prossime elezio-
ni del 1909 le consentisse di mantenersi in sella e di argina-
re l’avanzata socialista. Anche il deputato, sospettato di es-
sere un massone, riceverà dai cattolici quelle poche centi-
naia di voti necessarie per battere il rivale socialista.

Q
esta vecchia storia italiana di scandali e clamori le-
gati al tema della pedofilia clericale presenta, fatta
la tara, tutte le componenti che hanno definito simi-
li casi ai giorni nostri: tentativo di coprire l’abuso, prima
che la denuncia arrivi a un giudice, trasferendo il prete col-
pevole e occultandolo alla giustizia civile; aggressione alla
credibilità di chi denuncia il sacerdote – quando si scoprì
che Alessandro era un trovatello i fogli cattolici lo definiro-
no un «bastardo isterico», ma non si mancò di insinuare
che la famiglia adottiva avesse origini ebraiche e che la ma-
dre fosse una «mopsa», un’affiliata alla massoneria –; mobi-
litazione della comunità locale, che arrivò ai limiti del lin-
ciaggio; spregiudicatezza di politici inclini a una doppia
morale: quella che di giorno gli fa difendere l’etica cristiana
e di notte li porta in partibus infidelium.
Tutto ciò dimostra come da noi certe pratiche, cui Ra-
tzinger assicura oggi di porre rimedio, si fossero assai per
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

tempo manifestate, ma che si è preferito mantenerle


nell’ombra per l’arco di tempo passato dall’Italia giolittiana
a quella concordataria consegnataci da Mussolini e giunta
indenne fino a noi, dopo che si riuscì, allora, a sopire defini-
tivamente lo scandalo, nonostante il coraggioso tentativo di
un poeta come Gian Pietro Lucini nel cercare di tener desta
la coscienza collettiva sul problema.
Partendo da queste premesse e osservando oggi i modi di
alcuni esponenti del Governo, le argomentazioni degli in-
tellettuali della destra cattolica nonché gli atti reali di parte
della gerarchia ecclesiastica italiana, si ricava davvero l’im-
pressione che all’Italia sia riservato, diciamo così, un tratta-
mento diverso da quello dei paesi più capaci di difendere
dignitosamente, in molti casi con vantaggi anche per il pub-
blico erario, le prerogative e gli interessi dello Stato dalle
ingerenze e dai compromessi con gli interessi del clero. Il
successo di tale operazione e il silenzio ancora vigente è ga-
rantito non solo dalle modeste qualità degli uomini rappre-
sentativi, ma anche dall’indifferenza di una opinione pub-
blica ormai narcotizzata, di un paese abituato a ingoiare e
metabolizzare qualsiasi schifezza.
Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

Left-overs, 1975, azione ( materiali residui quotidiani di opere d’arte raccolti in


scatole di plastica trasparente). Foto Claudio Abate.

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Messe nere sulla Riviera

Messe nere sulla Riviera

Manuela Manfredini

U
n prete condannato in contumacia a trent’anni di
reclusione per abusi su minori, un quattordicenne e
la madre denigrati dalla stampa filoclericale, deliri
di messe nere e agghiaccianti descrizioni giudiziarie di abu-
si consumati su giovinetti accompagnati sulla spiaggia: que-
sti in estrema sintesi i contenuti dello scandalo Besson,
scoppiato gli ultimi giorni di luglio del 1907 in una delle più
belle cittadine della riviera ligure di Ponente e rimbalzato
fino a Roma, nelle stanze dei ministeri, dopo aver acceso
violente manifestazioni di piazza e tumulti in tutta la
penisola.
Teatro dello scandalo è la Varazze dei primi del Novecen-
to, in piena trasformazione da fiorente borgo piscatorio a
Messe nere sulla Riviera

rinomato centro turistico, modernamente attraversata da-


gli stessi fervori che animavano i dibattiti nazionali (la que-
stione della laicità dello Stato, dell’istruzione pubblica, l’in-
vocata oppure osteggiata partecipazione dei cattolici al vo-
to e alla vita politica) e al tempo stesso singolarmente sor-
da, nonostante la presenza di un’operosa industria dei can-
tieri navali, al rumore delle lotte sindacali a causa – ne era
convinta la stampa socialista – della forte e radicata presen-
za clericale sul territorio (chiese, oratori, conventi) e nella
vita della cittadina (un collegio salesiano col monopolio
dell’istruzione obbligatoria).
Nonostante il grande clamore suscitato allora dall’affaire
Besson, solo oggi, con la recente pubblicazione del libro di
Pier Luigi Ferro, Messe nere sulla Riviera. Gian Pietro Lucini e lo
scandalo Besson (Utet 2010) con prefazione di Edoardo San-
guineti, si può leggere finalmente e per la prima volta
un’accurata ricostruzione su base documentaria di quei tor-
bidi avvenimenti, che si avvale di una straordinaria quanti-
tà di elementi inattesi e in larghissima parte sconosciuti, re-
periti dall’autore sia attraverso fonti giudiziarie, con la ri-
cerca e trascrizione delle sentenze relative ai reati conte-
stati ai religiosi, sia attraverso fonti giornalistiche, con un
lungo lavoro di spoglio e schedatura di almeno quattrocen-
to articoli apparsi su periodici locali e nazionali.
Messe nere sulla Riviera

Tutto ebbe origine dalla segnalazione alle autorità fatta


da Carlo Ferrari, medico di Varazze e massone, del diario
tenuto dal giovane Alessandro Besson in cui venivano nar-
rati messe nere e atti di pederastia compiuti nel collegio sa-
lesiano, risalenti all’inverno e alla primavera del 1907. La
prima conseguenza fu la chiusura del collegio in attesa che
le indagini, divise in due tronconi, gli abusi e le messe nere,
facessero il loro corso. Nel frattempo, la stampa clericale e i
loro fiancheggiatori iniziarono una pesante campagna deni-
gratoria, ai limiti del dossieraggio, nei confronti del ragazzo
e della madre, una vedova piuttosto anziana dal passato po-
co chiaro: di Alessandro si rivelò, per esempio, che era un
orfano e della donna si disse che avesse costumi quanto me-
no riprovevoli, si favoleggiò sulla morbosità del suo rappor-
to col figlio, se ne insultò l’aspetto fisico. Inevitabile, per i
lettori di allora, pensare di trovarsi di fronte a due pericolo-
si mitomani istigati dalla massoneria, additata come la vera
grande ispiratrice delle denunce.
Non così però la pensava il poeta anarchico-repubblicano
e anticlericale Gian Pietro Lucini che, trovandosi a Varazze
per sfuggire ai rigori dell’inverno milanese nocivi alla sua
malferma salute, nell’autunno del 1907, fece una copia del
diario Besson tratta da quella del Ferrari con l’intenzione di
preparare un pamphlet anticlericale che avrebbe dovuto ri-
calcare il successo di vendita del Maiale nero di Notari. Così,
Messe nere sulla Riviera

per «rinfocolare lo scandalo», Lucini chiamò in causa il


Lombroso e altri illustri psichiatri dell’epoca, scrisse causti-
ci articoli sulla repubblicana «Ragione» ma, nonostante i
suoi sforzi, l’attenzione intorno al caso venne scemando,
con il risultato che le annunciate Glosse al Diario Besson rima-
sero allo stato di abbozzo, così come rimase inedito il testo
del diario, ora trascritto da Ferro nel suo volume, dopo
averlo ritrovato presso l’Archivio lariano dello scrittore.
Per districare un tale groviglio di fatti, voci e documenti,
Ferro procede a un disvelamento progressivo della vicenda,
alternando campi lunghi a primi piani, salti all’indietro ad
anticipazioni, che consentono di abbracciare la fitta rete di
relazioni tra i fatti, le notizie e i personaggi coinvolti. Tas-
sello dopo tassello, il lettore, guidato da una scrittura affa-
bile e sorniona, ricompone insieme all’autore il puzzle degli
eventi, trovandosi alla fine davanti a un’immagine comples-
siva in cui, sebbene qua e là alcuni frammenti siano andati
definitivamente perduti, si delineano chiaramente i profili
distinti della verità mediatica, con tutta la sua potenza mi-
stificatrice nell’orientare l’opinione pubblica, e della verità
giudiziaria, con i suoi tempi e limiti procedurali. E l’Italia
che emerge dalla vicenda Besson è un paese vivacemente
fazioso e battagliero, con un popolo ancora arretrato, in cui
lo Stato e la Chiesa, nemici acerrimi per eredità risorgimen-
tale e per strascichi massonici, stanno per deporre le armi e
Messe nere sulla Riviera

accingersi a trovare accordi per contrastare l’avanzata so-


cialista. Il clericalismo delle classi dirigenti italiane è ancora
storia recente.

Altri percorsi di lettura:

Pippo Delbono
Una ferita profonda e un bisogno di verità

Franco Buffoni
La lobby vaticana

Pier Luigi Ferro


Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

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Una ferita profonda e un bisogno di verità

Una ferita profonda e un


bisogno di verità

Pippo Delbono

«V
arazze: un piccolo e incantevole angolo del
mondo dove la natura ha voluto riunire gran
parte delle sue bellezze…». Così ricordo la
presentazione della mia cittadina nell’opuscolo dell’Azien-
da autonoma di soggiorno. Io sono cresciuto lì, all’ultimo
piano di un palazzo circondato dal lato sinistro dalla par-
rocchia di Sant’Ambrogio, dove facevo il chierichetto, con
vicino l’oratorio di San Giuseppe; poi, risalendo in senso
orario, in ordine: il collegio delle suore, dove ho fatto asilo,
catechismo ed elementari; la canonica e il suo campo di
football dove si giocava a calcio con i preti, con annesso il
Una ferita profonda e un bisogno di verità

luogo dove ci si vestiva per andare alla processione e al cor-


teo storico di Santa Caterina da Siena, la festa simbolo di
Varazze; e più in là poi, proseguendo ancora in senso ora-
rio, ecco l’oratorio dell’Assunta.
E su tutto, in alto, sovrastante, il collegio dei Salesiani. Lì,
oltre a passare le ore di svago e le riunioni dei boyscout,
c’era sopratutto la scuola media. È di quel collegio che parla
l’affascinante libro di Pier Luigi Ferro, Messe nere sulla Rivie-
ra. Di quel collegio che è ancora lì, imponente, immutato.
È la storia di uno scandalo nel mondo religioso agli inizi
di questo secolo. Uno scandalo poi affossato, dimenticato
come tanti altri nostri scandali. Un libro saggio dove i rac-
conti visionari del giovane sui rituali orgiastici nel collegio
si mischiano con i rigorosi dati di una probabile, inquietan-
te verità.
L’ho letto mentre ero in giro, in tournée con i miei spet-
tacoli, dove mi sono trovato a visitare luoghi sacri magnifi-
ci, le cattedrali di Strasburgo, di Amiens, i simboli della no-
stra cristianità; l’arte, i crocifissi, i fedeli con rosari, l’odore
di incenso, i tanti pupetti dal culetto nudo… Tutto si mi-
schiava: i racconti del giovane Besson sulle feste orgiastiche
nel collegio, i miei propri ricordi di infanzia dove la fanta-
sia, il peccato, la paura del peccato, il desiderio del peccato,
l’odore di quel peccato si confondono ancora nella memo-
ria, e poi ecco sopraggiungere il ricordo di quel prete che
Una ferita profonda e un bisogno di verità

con le mani grassottelle accarezzava le parti intime di me


giovane e zelante boy scout. L’odore penetrante dei nougat
che mi offriva per cercare di alleggerire la mia tensione per
quei gesti così pieni di viscida tenerezza.
Mi ha divertito, ma anche fatto male, la lettura del libro
di Pier Luigi Ferro. Perché ha rinvangato una memoria mia,
ma che è di tutti noi ormai abituati e sottomessi a quel po-
tere religioso, a quel malato senso del sacro. Perché questo
intrigante libro parla a tutti di una menzogna, di una ferita
profonda che ci appartiene. Ma anche di un bisogno di
verità.
Così scrive a un certo punto il poeta Gian Pietro Lucini,
protagonista luminoso di questa vicenda:

Scienza e amore, libertà ed equità sono i cardini


su cui si deve poggiare e svolgersi la civiltà che
desideriamo instaurare… È nel raccoglimento,
nello studio, nelle indagini specifiche, non lustre
e paraventi nominali e ambigui, che la verità sor-
ge raggiante, giovane, eterna, bellissima,
irresistibile.
Una ferita profonda e un bisogno di verità

Altri percorsi di lettura:

Franco Buffoni
La lobby vaticana

Pier Luigi Ferro


Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera

Manuela Manfredini
Messe nere sulla Riviera

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La palude dei populismi

La palude dei populismi

Aldo Bonomi

D
alla crisi irrisolta delle forme politico-istituzionali
del Novecento consumatasi nel ventennio a cavallo
del nuovo secolo, territorio e comunità, ciò che resta
sotto la pelle dello Stato, sono emerse come base per una
nuova fenomenologia politica fatta di rancore, rinserra-
mento nello spazio di posizione territoriale, comunitarismo
di chi abita in contrapposizione a chi appare straniero. Il
tutto saldato alle logiche liberiste dell’individualismo pro-
prietario. Così in Italia sono nati e si sono saldati in un bloc-
co sociale il leghismo e il berlusconismo. Il libro che ho
scritto è anche un po’ un tentativo di andare oltre la palude
ammorbante dei populismi, cercando il delinearsi di forme
della politica che vanno oltre. Segnali deboli, che messi
La palude dei populismi

assieme a ciò che resta sotto la pelle dello Stato, sono tracce
di speranza per continuare a cercare. Per farlo occorre pri-
ma entrare dentro la palude, capirne i contorni, cercarne le
vie d’uscita.
Molto spesso noi studiamo, teorizziamo, raccontiamo ciò
che prende corpo nella società, poi quando vediamo il rac-
conto sociale quotato al mercato della politica, ci rifiutiamo
di riconoscerlo. A ben vedere è andata così anche per quello
che oggi tutti citano come il nuovo fantasma che si aggira
per l’Europa ad agitare i sonni delle élite e delle opinioni
pubbliche liberali: il populismo. Di cui in Italia sembra im-
perare l’egemonia rispetto alle culture politiche ereditate
dal Novecento; o meglio rispetto a ciò che ne resta. Oggi il
populismo è cosa diversa da ciò a cui eravamo abituati nel
secolo scorso. Non è più soltanto l’indicatore di una fami-
glia politica o di un gruppo di partiti o leader, ma esprime
la trasformazione del politico in generale. Dentro la crisi
della rappresentanza il populismo è forma di una nuova vo-
lontà generale che non è più il monolite rousseiano, ma mo-
saico di soggetti e figure scomposte dalla modernizzazione
che tali rimangono anche quando ricostruiscano un qual-
che tipo di connessione sentimentale con l’imprenditore
politico di turno. E come tale il populismo è fenomeno in-
trinsecamente plurale, trasversale alla geometria politica a
cui eravamo abituati. L’Italia, nel bene e nel male, è oggi
La palude dei populismi

uno dei laboratori più avanzati di questa trasformazione.


Sono convinto che siano ormai maturi i tempi in cui inter-
rogarci sul populismo, non solo come patologia delle demo-
crazie o sopravvivenza di un passato che non passa, ma co-
me forma generale della politica adeguata al dispiegarsi
della moltitudine come modalità del vivere sociale e del
postfordismo come forma del produrre. Dobbiamo sforzarci
di cogliere le tracce di un’innovazione che non ha solo i
tratti inquietanti della comunità maledetta. Questo non per
un’astratta petizione di principio, per illuderci prima che
l’onda ci travolga; è guardando al legame tra mutamento
della composizione sociale e fenomeni politici che sono
convinto emergano tracce del nuovo. So che spesso è ecces-
sivo tirare linee rette tra mutamento sociale e politica. Ma
devo dire che preferisco correre questo rischio piuttosto
che assumere posizioni elitarie spesso adottate da chi parla
di un’«Italietta» sempre uguale a se stessa, magari per giu-
stificare la loro perdita del legame con la composizione so-
ciale del paese.
Dunque ciò che sostengo è che se oggi il populismo è for-
ma generale della politica questo è perché in esso sta lenta-
mente acquisendo rappresentanza non solo la radice neoet-
nica ma anche la radice legata al démos sovrano e ai suoi di-
ritti, oggi della moltitudine e dei suoi bisogni. E che un pez-
zo importante della base sociale di questa insorgenza
La palude dei populismi

populista sta in quei ceti medi riflessivi il cui rapporto con


la politica è la grande incognita di questo paese. Certo è una
cultura populista che oggi si presenta nelle forme del giu-
stizialismo, parte di un centro-sinistra che non coglie nulla
del rapporto tra flussi e luoghi nel territorio. E tuttavia mi
sembra chiaro che questo passaggio segni una differenza di
fondo tra un prima e un dopo. Se questo è vero, allora oggi
io vedo operanti nel paese almeno quattro tipologie di cul-
ture populiste, le quali solo in parte e con grande difficoltà
possono essere ricondotte schematicamente a un partito
particolare. Vediamole.

Il populismo del rinserramento


Quando alla fine degli anni Ottanta iniziai a occuparmi
dell’allora emergente leghismo, parole come comunità e
territorio erano ancora categorie declassate dalla forza del-
le grandi culture politiche del Novecento. Al più servivano
per connotare ciò che di arretrato pervicacemente soprav-
viveva tra le pieghe di una nazione ancora refrattaria alla
modernità. Oggi comunità e territorio sono le parole chiave
per capire ciò che avanza. Dentro la crisi il populismo del rin-
serramento, quello dell’«ognuno padrone a casa sua», sem-
bra aver trovato la chiave per sancire la sua egemonia nel
Nord. E tuttavia in Italia sarebbe sbagliato fermarsi a
un’istantanea da anni Novanta. Non si può non accorgersi
La palude dei populismi

che il leghismo attuale ha percorso una lunga marcia ed è


diverso dal leghismo delle origini.
Una lunga marcia partita anzitutto dalla rappresentanza
di tre soggettività che la globalizzazione emergente, al pas-
saggio tra anni Ottanta e Novanta, aveva iniziato a terremo-
tare: gli spaesati di vallate alpine il cui tessuto comunitario
proprio in quella fase iniziava a essere eroso dai flussi della
turistizzazione; gli artigiani e i piccoli imprenditori stressati
che nella fabbrica diffusa delle tante pedemontane
lombardo-venete iniziavano a scontrarsi con l’arrivo delle
prime merci cinesi; gli orfani del fordismo che nella chiusura
delle grandi fabbriche delle cinture metropolitane non per-
devano soltanto il lavoro ma la coscienza di essere classe.
Allora il leghismo a quelle centinaia di migliaia di capitalisti
molecolari e personali sotto stress nelle filiere di subforni-
tura, a volte veri e propri proletaroidi più che padroncini,
agli spaesati senza più il paese e agli orfani della fabbrica
offriva un futuro dicendo: «Vi do io quello che manca,
l’identità. E il vostro riscatto inizierà sottolineando che sie-
te lombardi», fino ad arrivare alla famosa ampolla e al dio
Po.
Oggi come allora il combustibile principale del consenso
leghista è la comunità del rancore. Ma non è più la comuni-
tà originaria, quella non esiste più, nemmeno nella reinven-
zione neotradizionalista che ne fa la Lega. La comunità del
La palude dei populismi

rancore è anzitutto una comunità del rinserramento del tut-


to artificiale costruita sapientemente attraverso almeno
due operazioni: la prima è lo svuotamento della cittadinan-
za del suo carattere universalistico e la creazione del citta-
dino territorializzato con il territorio come spazio in cui far
valere come unica cifra spazio-temporale dell’identità il
tempo presente (e quindi l’esigenza di difesa) e la paura del
futuro, vero e proprio caterpillar culturale che riduce al qui
e subito ogni progetto per il futuro. Non è una concezione
nata con la crisi: la precede.
La seconda operazione è l’individuazione del nemico at-
traverso il quale ricostruire l’unità della comunità perduta
come comunità maledetta. Quella che abbiamo ritrovato a
Opera nel dicembre 2006 dove il paese si è ritrovato attorno
ai fuochi accesi per espellere i rom. Quella di chi per ritro-
vare se stesso è ripartito dall’esclusione dell’altro da sé. Con
il prevalere di una concezione del territorio come spazio
del rinserramento, sfera di un’ideologia localistica che del
ritorno alle reti corte del campanile e della famiglia fa il
perno dell’uscita dalla crisi.
È una tentazione, d’altronde, che ho visto diffondersi co-
me un virus nelle piattaforme produttive del lombardo-ve-
neto messe sotto stress dalla crisi globale. Ci si rinchiude
nel proprio capannone, si chiedono dazi e protezione chie-
dendo a Bossi e Tremonti la difesa del territorio. E proprio
La palude dei populismi

quest’ultimo, da potente ministro dell’Economia, quello che


più conseguentemente estendendola all’Europa ha elabora-
to l’idea del rinserramento di fronte alla crisi, rispolveran-
do l’idea di uno Stato forte come regolatore e soggetto di
intervento nell’economia rispetto alle élite dei flussi globa-
li. Mettendo insieme l’attenzione per la classe, per la nazio-
ne e il ruolo dello Stato con l’antico motto «Dio, patria e fa-
miglia» a fronte dell’invasione multiculturale di persone e
di merci che la globalizzazione c’ha regalato. Evocando
un’idea di comunità rinserrata in cui, anche lì, si sapeva co-
me e da chi si nasceva, il lavoro era spesso tramandato con
ordine da padre in figlio, ed erano certi il vicinato e la pros-
simità non disturbati dalla moltitudine del moderno. Anche
il risiko che si sta giocando sul fronte bancario è soltanto
una delle manifestazioni ai piani alti delle élite. Per molti
versi un’evoluzione da Csu bavarese più che indipendenti-
smo neoetnico; un’evoluzione fondata sullo sviluppo di un
sindacalismo di territorio che la recente conquista di ben due
presidenze regionali, Veneto e Piemonte, dota di risorse e
rappresentazioni istituzionali che prima mancavano, e su
un progetto federalista che nella sua sostanza di moderniz-
zazione efficientista della macchina pubblica da un lato e di
territorializzazione delle risorse e delle politiche dall’altro,
rappresenta non solo il trofeo da esibire al proprio elettora-
to per dimostrare l’efficacia del proprio ruolo romano, ma
La palude dei populismi

soprattutto il ponte per un accordo con un ceto imprendi-


toriale che almeno nella sua parte più solida ha fatto espe-
rienza della globalizzazione.

Il populismo dell’individualismo proprietario


Il populismo fondato sul codice di quello che Pietro Barcel-
lona chiama individualismo proprietario, di cui il berlusconi-
smo è stato ed è tuttora l’interprete più conseguente, si ali-
menta dal mix tra mutamento della composizione sociale,
mitologie della società civile come luogo della purezza mo-
rale da contrapporsi alla corruzione della sfera politica e
dal vuoto-panico prodottosi all’indomani di Tangentopoli
nel campo dell’opinione pubblica moderata. Ho sempre cre-
duto e tuttora credo che il fenomeno Berlusconi prescinda
dal possesso delle televisioni e dall’essere esclusivamente
un fenomeno di marketing mediatico. La questione mi è
sempre sembrata un po’ più complicata rimandando sia
all’«Italietta» e alle sue passioni e identità produttive che
alla grande transizione che a partire dagli anni Ottanta ha
cambiato il paese. Ci sono almeno due questioni da fissare
per capire cosa è oggi il berlusconismo come espressione di
un populismo dell’individuo proprietario. Primo, da dove
Berlusconi è partito. Le radici, come il bacino di consenso
sociale, sono sempre state anche se solo in parte le medesi-
me del populismo leghista. Stanno in un’antropologia figlia
La palude dei populismi

dell’emergere prepotente del capitalismo molecolare come


forma del capitalismo che ha avuto il suo epicentro e spazio
di rappresentazione simbolico nella città infinita pedemon-
tana estesa da Varese a Orio al Serio con la Villa di Arcore
simbolicamente nel cuore della Brianza. Quella che potrem-
mo chiamare, buttandola sullo storico, una «democratizza-
zione orleanista» del capitalismo e della società italiana fat-
ta di una neoborghesia dai tratti marcatamente acquisitivi
in formazione e in ascesa e desiderosa di trovare rappresen-
tanza, insofferente di ogni vincolo di natura politica, ma al-
lo stesso tempo di quel salotto buono delle famiglie dell’alta
borghesia verso cui cresceva l’ostilità del piccolo produtto-
re verso il grande. Quotando al mercato della politica un
sentire fatto di piccole e fredde passioni di individui ato-
mizzati e orientati al calcolo radicale del rapporto costi/be-
nefici. Ecco la sua anima profonda. Non averlo capito signi-
fica aver ignorato le radici profonde del fenomeno nell’at-
tuale composizione sociale del sistema-paese.
Ma soprattutto Berlusconi si è sempre caratterizzato per
il suo tratto, che condivide con Sarkozy o più recentemente
con Obama, di essere «Presidente del chiunque della molti-
tudine». La forza di Berlusconi, il suo messaggio, si è sem-
pre basato sul potere del chiunque che dà identità al molte-
plice. Berlusconi, partendo dalla figura dell’individuo-pro-
prietario, ha costruito una narrazione che ha creato il
La palude dei populismi

«suo» popolo. Ci ricordiamo quanto si è sorriso del «sogno»


del milione di posti di lavoro nel 1994 o del Berlusconi-ope-
raio nella primavera del 2001?
Ma a ben guardare Berlusconi, dicendo «Io sono un ope-
raio, un artigiano, un commerciante, un imprenditore, una
massaia, una giovane partita Iva…», ha fatto scattare un
meccanismo di comunicazione diretta, uno spazio di identi-
ficazione possibile tra il suo messaggio politico e la fram-
mentazione delle tante figure scomposte nella moltitudine
sociale ove non è più egemone la categoria delle classi come
unico collante identitario.
Quanto questa forza produca ancora egemonia è nodo
più difficile da sciogliere. Come ho già detto sono convinto
che la sottocultura dell’individuo-proprietario per quanto
egemone abbia mostrato nel corso dell’impatto con la nuo-
va fase della globalizzazione, più hard, crepe non da poco.
Difficile continuare nell’ideologia da capitalismo proliferan-
te «anni Novanta» di fronte a una crisi che stabilmente da
qui in poi farà selezione e alzerà sempre più l’asticella
dell’entrata nella dimensione del mercato. Penso che le dif-
ficoltà che il partito del «predellino» sta incontrando e la
capacità leghista di sottrargli consensi stia più che in que-
stioni solamente politiche nella maggiore sintonia che il co-
dice del rinserramento riesce a esercitare su una
La palude dei populismi

composizione sociale spaventata dall’impatto con la


globalizzazione.

Il populismo dell’invidia sociale (che sostituisce la lotta


di classe)
Nello sconquasso politico degli anni Novanta, accanto alla
cultura del rinserramento territoriale e dell’individualismo
proprietario, cresce progressivamente anche una corrente
prima sotterranea e poi organizzata di populismo che defi-
nisco giustizialista. È una corrente culturale e politica che
per alcuni aspetti – almeno all’inizio – condivide alcuni
punti in comune con il fenomeno populista berlusconiano e
leghista, soprattutto per quanto riguarda l’appoggio alla
macchina giudiziaria che fa scoppiare Tangentopoli. Il giu-
stizialismo emerge nei primi anni Novanta come segmento
progressista dell’antipolitica e della mitologia della società
civile promosso dalla nascita della «piazza virtuale» nel du-
plice senso di canale di rappresentazione immediata della
crisi sociale e di processo pubblico-mediatico alle élite. In
quella temperie costituisce una prima risposta a una do-
manda di senso e di ruolo da parte di una società in trasfor-
mazione; una risposta fatta di «via giudiziaria» ai diritti e di
spettacolarizzazione del dolore (sociale oltre che persona-
le). Nutrendosi anche di una pulsione egalitaria e di moder-
nizzazione; ma restando del tutto esterna a ogni riflessione
La palude dei populismi

sul nesso tra territorio e diritti. Il nuovo decennio vede la


trasformazione del giustizialismo da corrente d’opinione e
comunicazione mediatica in campo politico giunto a eserci-
tare un’egemonia culturale inedita nell’area del centro-sini-
stra. Con la crescita dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pie-
tro che, nell’evanescenza della sinistra radicale, si muove
per occuparne lo spazio politico, il girotondismo inaugura-
to da Nanni Moretti e ultimamente con il movimento di
Grillo con la sua feroce polemica antipartito, il giustiziali-
smo è diventato un attore che ha messo alle corde il Pd. Un
magma in cui più recentemente è confluita anche una cor-
rente che nella crisi del capitalismo dei flussi ha guadagna-
to un certo rilievo mediatico, come l’idea della decrescita,
trade-union ideologico tra protezionismi localisti ed ecolo-
gismo radicale.
Personalmente ho sempre considerato il giustizialismo
una strada senza sbocco soprattutto per la sinistra. Perché
figlio di un’illusione: che scontata in qualche modo l’inca-
pacità di essere dentro le nuove forme del conflitto date
dall’incertezza dei fini etici o dall’incertezza delle forme di
convivenza, si è pensato che a regolamentare il tutto, più
che il lento lavoro del mutamento sociale, fosse sufficiente
l’alleanza con il potere forte della magistratura. Creando
così accanto al «gentismo» e al «nuovismo» dei primi anni
Novanta anche il «regolismo». E tuttavia quello che di
La palude dei populismi

ambiguo c’è per definizione in una cultura populista come


quella giustizialista ne è anche l’aspetto che ne mostra suo
malgrado un lato di innovazione. Perché essa rappresenta
l’espressione di una ricerca di ruolo pubblico da parte di
quei ceti professionali e della conoscenza sul cui orienta-
mento politico e culturale si continua a sapere poco. Ma che
nondimeno costituiscono un pezzo di composizione sociale
fondamentale. E che attraverso il rilievo dato proprio dai
protagonisti del populismo giustizialista al tema dei giova-
ni, della ricerca, della meritocrazia, accanto all’ossessione
per il «tintinnar di manette», ha acquisito una visibilità dei
temi della modernizzazione prima inedita.

Il populismo dolce
Nella transizione in senso populista della sinistra non sono
cresciuti soltanto giustizialismo o ideologie della decrescita
più o meno felice. Esiste un’altra corrente, o meglio espe-
rienza politica, che definisco di populismo dolce che credo
prefiguri una possibile via d’uscita della sinistra dal cupio
dissolvi in cui sembra essersi infilata ormai da tempo. Come
ebbi modo di discutere in un dialogo di qualche anno fa con
Fausto Bertinotti riguardo all’opportunità per la sinistra di
«ricordare il proprio futuro» guardando alle esperienze co-
munitariste e territoriali che l’avevano caratterizzata prima
che il modello leninista e il fordismo ne schiacciassero
La palude dei populismi

l’identità sullo Stato e sulla grande fabbrica, penso che il fu-


turo per la sinistra stia in una sua ri-territorializzazione.
Nell’assumere cioè fino in fondo l’avvenuto passaggio dal
paradigma capitale/lavoro al paradigma flussi/luoghi. Il po-
pulismo dolce può costituire una strada perché fondato su
un’idea di territorializzazione dei diritti. È un tipo di ideolo-
gia, io la chiamo così, che mi pare si fondi su tre capisaldi.
In primo luogo è un’ideologia che può essere definita come
populista dolce in quanto portatrice di un’idea del codice
moltitudine-élite come presa diretta plebiscitaria tra rap-
presentante e rappresentato; ma senza la verticalità leade-
rista del populismo della destra e invece creando una con-
nessione sentimentale tra popolo e leadership più orizzon-
tale. Fatte le dovute proporzioni è in gran parte ciò che è
avvenuto nel caso della vittoria di Obama negli Stati Uniti.
In secondo luogo al centro di questa ideologia emergente è
il ritorno del valore della «fraternità» come valore primario
che precede libertà e uguaglianza. Una primazia che carsi-
camente attraversa l’intera storia della sinistra e del movi-
mento operaio italiano. In terzo luogo, al centro del populi-
smo dolce sta la ripresa del rapporto tra sinistra e il mito
culturale della modernità; processo che vede al centro co-
me spazio fondamentale di questa ripresa di controllo il
territorio. Nel corso del Novecento la rappresentanza socia-
le e politica della sinistra era espressione di una società dai
La palude dei populismi

fini certi che incorporavano una visione del moderno e del


progresso. Potevano essere il Sol dell’Avvenire o il Palazzo
d’Inverno, ma l’idea di rappresentare l’avanguardia orga-
nizzata di un movimento storico incessantemente proietta-
to a costruire il futuro, incardinavano l’idea stessa di sini-
stra dentro quella di moderno. Se ai piani alti dell’elabora-
zione intellettuale e dei gruppi dirigenti l’analisi era più
raffinata e meno determinista, ai piani bassi della massa
l’idea di volare sulle ali della storia era il cemento culturale.
Per tutto l’ultimo ventennio della transizione postfordista il
campo su cui la sinistra, soprattutto quella radicale, si è
esercitata sul piano economico e sociale è stato l’opposizio-
ne di marca «luddista» a un moderno percepito come un
campo totalmente occupato dall’impresa e dalle sue logi-
che. La sinistra si è opposta alla mercificazione dei beni co-
muni ereditati dalla tradizione o dalla natura, ma non è riu-
scita a progettare nuovi beni comuni (infrastrutture, diritti
eccetera) che parlino di un progetto di ordine economico e
sociale alternativo. Rifugiandosi invece in una sfera dei di-
ritti etici e civili giocata spesso come sostituto funzionale
dell’incapacità di rimettere a tema la questione sociale (da
qui un’infatuazione per lo «zapaterismo»). Una linea che
però ha finito per suscitare reazioni conservatrici proprio
nella base popolare tradizionale della sinistra, in certo qual
modo incrementando il circolo vizioso dello sradicamento.
La palude dei populismi

Nel populismo dolce mi pare invece di scorgere una prospet-


tiva in cui la sinistra torni ad assumere la modernizzazione
(culturale, delle reti, dell’economia, delle élite, della politica
eccetera) come lo spazio culturale entro cui muoversi a par-
tire però dall’emergere di una nuova coscienza di luogo e
del territorio come piattaforma da cui andare nel globale.

Per gentile concessione dell'editore Feltrinelli pubblichiamo un


estratto del libro di Aldo Bonomi, Sotto la pelle dello Stato, da
novembre in libreria.

Sulle diverse radici del fenomeno populista italiano si veda il libro


di M. Tarchi, L’Italia populista. Dal qualunquismo ai giroton-
di, il Mulino, Bologna 2002.
La palude dei populismi

From aretè to dikaiosune, 1964, cm 36 x 28, media diversi su strati di plexiglass.


Foto Ezio Gosti.

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Un’insostenibile distonia

Un’insostenibile distonia

Lapo Berti

I
l percorso di ricerca di Sotto la pelle dello Stato racconta il
disfacimento di un mondo di cui la terra padana è stato
il principale teatro ed è oggi il principale attore. È cam-
biato il modo di produrre e sono cambiati, quindi, i produt-
tori, i loro comportamenti, i loro skill. La società e le cultu-
re che in essa circolano non hanno saputo venirne a capo.
Ci sono state lacerazioni. Il grande capitalismo che, pur nel-
la sua fragilità italica produceva grandi aggregazioni, ha ce-
duto il passo a un capitalismo che «ha fatto coriandoli della
classe operaia».
C’è un capitalismo che vince nell’economia ma non sa
vincere nella società, la quale lasciata a se stessa dal deperi-
mento delle nervature economiche cerca la sua salvezza
Un’insostenibile distonia

impossibile nella negazione del sociale. La sconfitta di quel


po’ di grande capitalismo di cui si alimentava quel po’ di
borghesia autentica, colta, cosmopolita, che il nostro paese
era riuscito a produrre, ha lasciato un vuoto che si è rapida-
mente trasformato in un buco nero, in cui precipitano le in-
culture di massa, le paure, le rivendicazioni impossibili del-
la moltitudine inquieta. Questo ha coinciso con la mancata
modernizzazione, di cui oggi, per lo più senza che la politi-
ca se ne renda conto, viviamo tutti gli effetti implosivi. Il
territorio, che è la nuova evidenza del capitalismo moleco-
lare, è un brulichio di desideri, di sentimenti, di paure, che
hanno smarrito l’enzima della socievolezza. Appare spesso
semplicemente come il deserto in cui si combattono le
guerre astratte della globalizzazione che, forse, è il deus ex
machina che ha chiamato in vita il territorio di cui prima
mai ci eravamo accorti, finché ci limitavamo a viverci.
Credo che una società funziona in maniera accettabile,
vale a dire offre al maggior numero dei suoi membri un set
accettabile di opportunità, quando tutto si tiene quando la
politica – ovvero la classe dirigente, la società, ovvero le re-
lazioni tra le persone e l’economia ovvero le grandi catene
del produrre – sono in sintonia fra di loro. Nella dissoluzio-
ne che abbiamo vissuto è venuta meno via via questa sinto-
nia fino a trasformarsi in un’insostenibile distonia che di-
strugge il tessuto sociale, divora valori, consuetudini,
Un’insostenibile distonia

tradizioni e non vi sostituisce nulla se non l’effimero e de-


vastante immaginario televisivo.
Abbiamo bisogno come non mai di ripensare i modelli del
vivere e del produrre, abbiamo bisogno di un riformismo
radicale che sappia ripartire dal pensare e dire i fondamenti
del vivere in società. So che sono parole destinate a cadere
nel vuoto ma forse, da qualche parte, qualcuno che abbia
voglia di accettare la sfida c’è.

Nascita e morte del pane, 1973-81, istallazione, (serie di scatole di alluminio


contenenti terra e pani con oggetti diversamente assemblati).
Un’insostenibile distonia

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La palude dei populismi

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Eros ed elaborazione delle informazioni

Eros ed elaborazione delle


informazioni

Gherardo Bortolotti

U
no dei tratti caratteristici della fantascienza cosid-
detta cyberpunk, e uno dei motori del suo fascino,
almeno per quel che mi riguarda, sembra essere la
sovrapposizione ricorrente di eros ed elaborazione delle in-
formazioni. In William Gibson, per esempio, il cyberspazio
diventa il luogo di malinconici fantasmi amorosi; allo stesso
modo, un oggetto virtuale come l’aidoru diventa passibile di
nozze. Neal Stephenson, nella figura dei tamburini dell’Era
del diamante, esplicita la cosa al punto da mettere in gioco la
nanotecnologia per permettere al coito di diventare elabo-
razione di dati tout court. In Fairyland, Paul J. McAuley
Eros ed elaborazione delle informazioni

sposta la figura dell’hacker dall’informatica alla genetica e


finisce per applicarne l’opera ai corpi perversi e, soprattut-
to, polimorfi delle «bambole», prostitute semicoscienti pro-
gettate e generate in laboratorio.
In qualche modo, sembrerebbe che la somma astronomi-
ca delle informazioni, il loro attraversamento, la loro mani-
polazione e l’accesso alle loro sedi diventino le articolazioni
di una specifica dimensione del piacere, che ricorda quella
già individuata da J.G. Ballard. Lo scrittore inglese, non per
nulla considerato uno dei padri spirituali del cyberpunk, te-
matizza ripetutamente, nella Mostra delle atrocità e in Crash
per esempio, questa sua fascinazione per l’inorganico, per il
pre- o il postumano, una fascinazione che condivide, con
quella cyberpunk, una specie di pulsione negativa, verso la
dissoluzione schizofrenica del soggetto nello spazio di ciò
che è inerte.
Non si hanno molte difficoltà a vedere, anche nella rete,
questa stessa sovrapposizione tra eros e informazione. Da
una parte, notando la convivenza orizzontale, in essa, di
pornografia e cognizione collettiva, entrambe presenti in
quantità imponente. Dall’altra, accorgendosi del carattere
essenzialmente di godimento che ha la fruizione on-line.
Qualunque esperienza prolungata di navigazione in rete, in-
fatti, si basa sul desiderio di sapere, sul piacere del
Eros ed elaborazione delle informazioni

significato, sulla consumazione del dato, sulla tensione del-


la scoperta, sul capriccio della curiosità.
Non cito, perché la digressione prenderebbe una piega
sociologica che qui non interessa, la dimensione social del
cosiddetto web 2.0 (ma già di quello «originale», in effetti) e
le implicazioni erotiche che spesso rivela questo suo carat-
tere di relazione sociale. Ritorno invece a Ballard, ricordan-
do come la relazione con il senso, che si instaura in rete, è
analoga a quella che si intrattiene in tutti i media elettrici
ed è la fascinazione quasi ipnotica verso l’inorganico, ap-
punto, verso il minerale, l’acquatico, l’iconico.
A partire da questo tipo particolare di piacere, mi sembra
si possa comprendere meglio anche la natura della produ-
zione letteraria on-line. Una produzione che, al di là delle
intenzioni più o meno esplicite di chi la porta avanti, ha
nell’accumulo dei contenuti il suo motore essenziale e nella
validazione semiautomatica degli stessi, proprio in forza del
loro status di contenuto, la sua «carica estetica» più
peculiare.
In effetti, è una questione ricorrente quella della qualità
della produzione letteraria in rete, di come vi si pubblichi-
no testi all’insegna dello spontaneismo più incontrollato,
dell’uscita completa dal canone e dai meccanismi di selezio-
ne, di giudizio, di stile. Ovviamente, la quasi totalità del
flusso di scrittura che riempie il web non nasce da strategie
Eros ed elaborazione delle informazioni

coscienti che tengano conto delle condizioni specifiche del


contesto in cui la produzione in questione verrà a trovarsi;
né, tantomeno, è il frutto di espliciti programmi avanguar-
distici diretti alla dissoluzione delle categorie estetiche vi-
genti e, certo, si tratta in buona sostanza di un aspetto, tra i
tanti, di un fenomeno molto più vasto di partecipazione a
una soggettività espansa, allo stesso tempo pubblica e pri-
vata, che nella rete si sviluppa.
Eppure, a fronte di quella dimensione erotica dell’infor-
mazione da cui siamo partiti, è anche comprensibile come
quest’ingente produzione di testi che si dichiarano lettera-
ri, accanto a quella di video, immagini, commenti, grafica e
quant’altro, sia il lato attivo della fruizione massiva, labirin-
tica, casuale, discontinua e ipnotica della rete. Una produ-
zione che sviluppa, in forza della logica a cui partecipa, una
propria dimensione estetica di accumulo anodino e conti-
nuo e una validità autonoma, ovvero basata sulla sola pre-
senza e sulla singolarità del proprio contributo. Una validi-
tà debole, sotto molti punti di vista, e tuttavia irriducibile, e
cogente ai fini del piacere del senso, allo stesso modo in cui
è amorfo, acefalo e farraginoso il discorso a cui partecipa
ma, ciononostante, persistente, affascinante.

Cronache da www.alfabeta2.it
Eros ed elaborazione delle informazioni

Artiflex, (Finanziaria- vendita di denaro: monete da L. 5 a L. 10 e monete da L.


10 a L. 5 ), azione, Galleria La Tartaruga, 1968.
Eros ed elaborazione delle informazioni

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Inseguimenti e forme

Inseguimenti e forme
«alfabeta», n. 84, maggio 1986

Antonio Porta

H
o scelto di parlare dell’ultimo libro, che è scritto so-
pratutti gli altri miei di poesia, con una sezione di
inediti sottolineati come tappa fondamentale del
mio lavoro: non un suggello o il bacio dell’addio ma un rag-
giunto «punto di vista» in grado, forse, di dare unità all’af-
fresco, se qualcuno ne sentisse il bisogno. Oppure: a dimo-
strazione che un’unità è impossibile. Gli inediti di Essenze
segnano comunque un passaggio della mia ricerca dentro le
possibilità del linguaggio poetico immerso nella lingua di
tutti.
Inseguimenti e forme

Non è il caso qui di ritornare sulle paginette iniziali del


Nel fare poesia, sono lì a disposizione, mi pare invece oppor-
tuno e, immagino, utile, esporre il metodo seguito per que-
sto lavoro. Occorreva, prima di tutto, scegliere alcune poe-
sie e sacrificarne altre. Mi ero rifiutato in passato di autoan-
tologizzarmi e avevo trovato un editore consenziente che
ha pubblicato tutte le mie poesie, in ordine cronologico, dal
1958 al 1975. (Quanto ho da dirvi, Milano 1977). Ma in questo
caso non v’era altra scelta: il numero delle pagine era pre-
stabilito dalla collana. Il primo problema che mi sono posto
è stato il criterio di selezione, com’è ovvio. Ho deciso rapi-
damente di dare almeno un esempio di tutti i modi e le for-
me esplorati nell’arco di ventott’anni, facilitato dal fatto
che ho sempre ricominciato daccapo. Una volta esplorata
una forma e tentata in tutti i suoi possibili livelli espressivi,
l’ho sempre azzerata, dimenticata, così come accade per un
tema musicale.
Ricominciare sempre daccapo può essere una definizione di
«ricerca» in letteratura. Ossessionato da un tema o sedotto
da una forma (i due possibili punti di partenza di un’opera)
sono partito in caccia di una soluzione dimenticando tutte
le precedenti, mie e di altri, sbarrando così la strada al ri-
torno di una possibile tradizione.
Ho cercato allora di ricostruire l’officina propria di ogni
direzione di inseguimento delle forme: dall’individuazione
Inseguimenti e forme

dell’enigma che mi ha spinto a scrivere fino al metodo di la-


voro seguito, accorgendomi ben presto che temi attigui o
stati d’animo apparentemente simili hanno prodotto opere
diverse. Che cosa è successo e perché?
Entriamo per questa via nel cuore della ricerca letteraria,
nel punto nevralgico del corpo a corpo del poeta col lin-
guaggio. Se si parte da un’intuizione di forma l’avventura di
quella poesia trova il suo contenuto nello sviluppo di una for-
ma iniziale, e si capisce dopo che il bersaglio si stava miran-
do. Un po’ come quel cavaliere Itzig, citato da Freud in una
lettera a Fliess, che alla domanda: «Itzig, dove vai?», rispon-
de: «Non chiederlo a me, chiedilo al cavallo!».
Se si parte da un’ossessione o da qualcosa che si sente
esistere e pesare prima della forma e si tenta di individuarlo
trovando una forma a questo grumo prenatale, allora la sto-
ria di quella forma sarà un progressivo svelamento
dell’enigma, un progressivo disegnarne i contorni, i profili,
se la parola «svelamento» può sembrare eccessiva (e a me
pare tale).
Nel primo caso la ricerca sarà piuttosto uno sviluppo, nel
secondo la storia della forma sarà molto più tormentata e
perfino dolorosa, segnata dalla difficoltà di scendere fino in
fondo al pozzo (ammesso che il pozzo non sia vuoto). Nel
primo caso la ricerca è come un viaggio, una navigazione
felice, una circumnavigazione, per dir meglio, nella
Inseguimenti e forme

certezza dello strumento intuito fin dall’inizio. Nel secondo


caso la ricerca è aprirsi un passaggio nella foresta tropicale,
infinita, una sorta di quel travailler sans raisonner che espri-
me bene la testardaggine e l’idiozia dell’operazione poetica,
la follia della ricerca medesima.
Torno ancora a Freud, a un episodio dei suoi rapporti con
Charcot, che gli ebbe a dire durante una lezione alla Salpê-
trière: «La thèorie c’est bon, mais ça n’empeche pas d’exi-
ster»; fulminante sottolineatura delle forze dell’esistenza
rispetto alle cornici dell’epistemologia. Vale anche per il fa-
re poesia: i passaggi, le mutazioni dell’esistente costringono
il linguaggio a rimodellarsi in continuazione, onda che se-
gnala le oscillazioni del suono. Di qui l’impossibilità di una
sosta e l’impraticabilità della tradizione, a meno di non
fraintenderla volontariamente, cioè di deformarla nel no-
stro unico possibile momento di passaggio, per restituirla a
una forma altra di cui può essere solo una premessa, una
base di partenza.
Inseguimenti e forme

Destinato a sputare negli occhi del sultano turco in persona, 1974, assemblaggio
in scatola di plexiglass, cm 31,5 x 22 x 20. Foto Claudio Abate.

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La vitalità che continua ad accadere

La vitalità che continua ad


accadere

Niva Lorenzini

L
a figura di Antonio Porta resta per me legata in un bi-
nomio indissolubile alla rivista «alfabeta», di cui il
poeta è stato fin dal primo numero (maggio 1979)
membro del comitato di redazione e poi direttore. Se penso
a lui, lo rivedo nei locali milanesi della Cooperativa Intra-
presa di via Caposile, tra la sua scrivania colma di fogli, li-
bri, appunti, e le stanzette attigue in cui Carlo Formenti e
Maurizio Ferraris svolgevano tra gli altri, nei primi anni Ot-
tanta, la loro attività di redattori. Antonio/Leo portava la
sua carica vitale nell’organizzazione della rivista, credendo
in un progetto che gli consentiva di immergere la parola,
La vitalità che continua ad accadere

anzi, più specificamente, le «possibilità del linguaggio poe-


tico» per citare quanto scrive nelle righe sopra riportate,
nella «lingua di tutti», di stabilire insomma un contatto, at-
tivare un rapporto. La poesia, per lui, era del resto sempre
stata concepita – lo ribadirà proprio su «alfabeta» parteci-
pando a un dibattito a più voci sul numero 112 (settembre
1988), intorno a Sguardo e destino di Aldo Gargani – «come
accadimento dentro il linguaggio di tutti i giorni, dentro
tutti i linguaggi che attraversiamo e che ci attraversano».
La vita della rivista è punteggiata di suoi interventi, di
cui i 114 numeri recano in larga misura testimonianza, sia
che si tratti di scritti di grande impegno critico, come l’ana-
lisi del Pasolini scrittore di teatro apparsa nel numero 70
(marzo 1985) o la pagina fortemente polemica dedicata a
Moravia sul numero 35 (aprile 1982), sia che il poeta indossi
i panni dell’annotatore di costume, discutendo di calcio o di
fenomeni di attualità, o recensisca libri in uscita, facendosi
spesso promotore di autori al debutto, destinati in molti ca-
si a dare negli anni piena conferma di sé, o partecipi ai viva-
ci e articolati dibattiti a più voci promossi dalla rivista, o dia
il proprio contributo alla promozione di Convegni sul senso
della letteratura e della ricerca letteraria.
E tuttavia la mia attenzione, nel ripercorrere di fascicolo
in fascicolo tutti i suoi scritti, si è lasciata catturare dal bre-
ve testo che viene qui proposto in lettura, e vorrei cercarne
La vitalità che continua ad accadere

le ragioni. Invitato a parlare della propria scrittura, in occa-


sione di un pubblico incontro tenutosi a Roma nel dicembre
1985 tra Villa Medici e il Centro culturale francese («Io par-
lo di un certo mio libro» era il tema proposto, con l’invito a
tenersi tra le due e le quattro cartelle), Antonio Porta deci-
de di esporre, nei quindici minuti consentiti, il metodo se-
guito nel suo autoantologizzarsi nel volumetto Nel fare poe-
sia (1958-1985), uscito presso Sansoni nel 1985. Con stile
asciutto, aderente alle scelte di una poetica che ha sempre
concepito il linguaggio come azione verbale e modo di «ac-
cadere» nella realtà del proprio tempo, interagendo con le
circostanze, Antonio Porta illustra dunque, in sintesi, il per-
corso seguito nel selezionare in poche pagine ventott’anni
di scrittura creativa. Accenna al bisogno di esemplificare un
po’ tutte le forme esplorate ed esclude che la sua possa in
alcun caso proporsi come auto interpretazione, ma poi, co-
me per slittamenti graduali, l’accento si posiziona su altro.
Dalla descrizione di superficie ci si sposta sempre più, di
passaggio in passaggio, verso la verticalità, l’inabissarsi del
senso e della parola nei territori dell’inconscio, tra pulsioni
di impervia decifrazione. Occorre attenzione ferma per cap-
tare i segnali che il poeta «palombaro» invia e che dappri-
ma increspano solo lievemente la superficie di un discorre-
re piano, esemplificativo. Afferma dunque, Porta, di essersi
sentito facilitato nella selezione dei suoi testi dal fatto di
La vitalità che continua ad accadere

avere sempre, ogni volta, a ogni tappa della sua scrittura,


«ricominciato daccapo». Nulla di sconvolgente, a prima vi-
sta, se non seguisse la precisazione: «Una volta esplorata
una forma e tentata in tutti i suoi possibili livelli espressivi,
l’ho sempre azzerata». Scrive proprio così: e non importa se
poi attenua l’impatto della parola facendo seguire, quasi si
trattasse di pura sinonimia, quel «dimenticata». No, per
Porta azzerare è termine fortemente indiziato, semantica-
mente irriducibile a dimenticanza. Per l’autore del Grado ze-
ro della poesia, uscito sulla rivista «Marcatrè» nel secondo
numero del 1964, azzerare significava riportare la parola
proprio a quel grado zero «da cui è lecito attendersi tutte le
soluzioni»; di più, voleva dire ritornare a una condizione
«paragonabile a quella di assenza di gravità», e trovarsi «li-
brato in movimenti o in tentativi di movimento». Quasi la
conquista progressiva – avrebbe detto più tardi Adriano
Spatola che di Zeroglifici si intendeva, recensendo Porta sul
n. 38 del «Verri» (1972) – di un materiale ricondotto a una
«scarna e amorfa evidenza», e disponibile a ogni riuso. Ma
anche – lo si avverte in pieno risalto – immersione in una
condizione prenatale, nel liquido amniotico che precede il
venire alla luce e che fa pensare ai versi del poemetto po-
stumo, La posizione fetale.
Non mi spingerei a questi paragoni se non fosse Porta a
suggerirli e quasi a imporli, coi tanti testi di poesia che a
La vitalità che continua ad accadere

quella soglia si richiamano di continuo, dai Rapporti in poi.


Ma per tornare ora a Inseguimenti e forme, si può osservare
che anche qui è anomalo il lessico usato: per interpretare
un proprio testo il poeta ne elabora uno nuovo, «inabissan-
do» – scrive proprio Porta – quanto lo precede. E aggiunge,
parlando del «corpo a corpo del poeta con il linguaggio»,
che ci sono due livelli per giungere a toccare il punto ne-
vralgico del problema: muovere dall’intuizione della forma
o muovere, come è normale, dal contenuto. Soltanto che
per lui contenuto coincide con l’investigazione di un’«os-
sessione», un «grumo prenatale», e la forma diventa pro-
gressivo svelamento di quell’enigma, tentativo di scendere
«fino in fondo al pozzo» (la castrazione, la lacerazione sono
tra le ossessioni sadiche ed erotiche, come le pulsioni dico-
tomiche conflittuali, tra vita e morte, dentro e fuori, libera-
zione e asfissia, nascita e ritorno al guscio).
I quindici minuti consentiti al poeta forse stavano per
scadere, e Porta passa il testimone a noi, lascia a noi, con
questa sua breve nota molto ellittica, molto criptica, il com-
pito di interrogarci sulla testardaggine e l’idiozia dell’ope-
razione poetica. Una follia, di certo, quel travailler sans rai-
sonner che le si accompagna, e che aiuta il linguaggio a re-
plicare, dopo ogni piccola morte che sigla la fine di un testo,
la «vitalità che continua ad accadere», scriveva Porta su
«alfabeta» a commento di Sguardo e destino: perché la poesia
La vitalità che continua ad accadere

non dà risposte, aggiungeva, ma pone domande. A partire


da quella, radicale, sull’enigma che spinge a scrivere e an-
che, poiché il linguaggio non è cosa diversa dalla vita, secondo
il titolo che corredava quello stesso dibattito, a interrogarsi
di tema in tema, di forma in forma, sulla sfida che la parola
materica e corporea, intricata nelle cose, mutevole e con-
cretissima, affronta ogni volta contro l’annichilimento, nel
qui e nell’ora del suo darsi.

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Libri/Le classifiche di qualità

Libri/Le classifiche di
qualità
Pordenonelegge-Stephen Dedalus: i
risultati di ottobre 2010
Narrativa Punti
1. Helena Janeczek,
Le rondini di Montecassino, Guanda 83
2. Michele Mari,
Rosso Floyd, Einaudi 52
3. Franco Cordelli,
La marea umana, Rizzoli 49
4. Paolo Zanotti,
Bambini bonsai, Ponte alle Grazie 36
5. Emanuele Trevi,
Libri/Le classifiche di qualità

Il libro della gioia perpetua, Rizzoli 33


6. Carlo D’Amicis,
La battuta perfetta, minimum fax 24
7. Gabriele Frasca,
Dai cancelli d’acciaio, Luca Sossella Editore 21
7. Gilda Policastro,
Il farmaco, Fandango 21
9. Antonio Moresco,
Gli incendiati, Mondadori 19
10. Davide Longo,
L’uomo verticale, Fandango 18

Poesia Punti
1. Fabio Pusterla,
Corpo stellare, Marcos y Marcos 85
2. Mariangela Gualtieri,
Bestia di gioia, Einaudi 71
3. Gian Maria Annovi,
Kamikaze (e altre persone), Transeuropa 41
4. Mario Benedetti,
Materiali di un’identità, Transeuropa 33
5. Maria Grazia Calandrone,
Libri/Le classifiche di qualità

Sulla bocca di tutti, Crocetti 29


6. Carlo Bordini,
I costruttori di vulcani, Luca Sossella Editore 28
7. Vito Bonito,
Fioritura del sangue, Giulio Perrone Editore 27
8. Nanni Balestrini,
Caosmogonia, Mondadori 22
8. Marco Giovenale,
Shelter, Donzelli 22
10. Francesco Scarabicchi,
L’ora felice, Donzelli 21

Saggi Punti
1. Marco Belpoliti,
Senza vergogna, Guanda 64
2. Valerio Magrelli,
Nero sonetto solubile, Laterza 42
2. Antonio Tricomi,
La repubblica delle lettere, Quodlibet 42
4. Giorgio Agamben,
Categorie italiane, Laterza 29
4. Domenico Scarpa,
Libri/Le classifiche di qualità

Storie avventurose di libri necessari, Gaffi 29


6. Giancarlo Alfano,
Paesaggi, mappe, scritture, Liguori 22
7. Girolamo De Michele,
La scuola è di tutti, minimum fax 21
8. Giulio Ferroni,
Scritture a perdere, Laterza 20
9. Stefano Bartezzaghi,
Scrittori giocatori, Einaudi 17
10. Gino Roncaglia,
La quarta rivoluzione, Laterza 15

Altre scritture Punti


1. Lorenzo Pavolini,
Accanto alla tigre, Fandango 90
2. Antonio Franchini,
Signore delle lacrime, Marsilio 67
3. Giorgio Vasta,
Spaesamento, Laterza 55
4. Gianni Celati,
Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna,
Feltrinelli 52
Libri/Le classifiche di qualità

5. Vitaliano Trevisan,
Tristissimi giardini, Laterza 33
6. Valerio Magrelli,
Il violino di Frankenstein, Le Lettere 29
7. Antonio Pascale,
Questo è il paese che non amo, minimum fax 20
8. Valerio Magrelli,
Addio al calcio, Einaudi 19
9. Francesco Cataluccio,
Vado a vedere se di là è meglio, Sellerio 18
10. Lietta Manganelli,
Album fotografico di Giorgio Manganelli, Quodlibet 15
10. Claudio Giunta,
Il paese più stupido del mondo, il Mulino 15
Libri/Le classifiche di qualità

Agricola Cornelia/ Raccolto di barbabietole, 1973 (le azioni di Agricola Cornelia


nelle forme di coltivazioni, anche in serra, e zootecnia, furono realizzate dal
1973 al 1981).

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Cronaca di una sconfitta annunciata

Cronaca di una sconfitta


annunciata

Fabrizio Tonello

L’
inettitudine ha un prezzo e quello pagato dal Parti-
to democratico il 2 novembre scorso è stato altissi-
mo. Il partito di Barack Obama, che dal 2008 in poi
controllava la presidenza, la Camera e il Senato, ha subìto
una secca sconfitta, perdendo oltre sessanta seggi alla Ca-
mera, che sarà quindi a maggioranza repubblicana, e otto
seggi al Senato, che rimane controllato dai democratici ma
con una maggioranza ristretta, che dipende da due senato-
ri, Ben Nelson e Joseph Lieberman che potrebbero passare
ai repubblicani (mentre scriviamo, i risultati di venti seggi
alla Camera e due al Senato dove sono in corso nuovi
Cronaca di una sconfitta annunciata

conteggi non sono ancora noti). Si possono elencare moltis-


sime buone ragioni per la sconfitta del Partito democratico
ma la spiegazione più semplice è probabilmente quella giu-
sta: al contrario di Franklin Roosevelt, Obama non ha sapu-
to rispondere alle speranze, alle richieste, alle urgenze degli
americani che lo avevano eletto. Come ha scritto Frank Rich
sul «New York Times» del 23 ottobre, la ragione principale
della delusione è «la sensazione fatalistica che il distorto
ordine economico che c’ha dato la Grande Recessione non
solo rimane al suo posto ma è più inamovibile e potente che
mai».
Facciamo un passo indietro. Il 6 novembre 1934 si votò
per il Congresso in tutti gli Stati Uniti. I democratici, che
avevano cinquantanove seggi al Senato e trecentotredici al-
la Camera, si aspettavano una perdita di una cinquantina di
seggi, normale per il partito del Presidente nelle elezioni
che avvengono a metà mandato. Quando si aprirono le urne
si scoprì che il partito di Roosevelt aveva guadagnato nove
seggi alla Camera, mentre gli alleati progressisti ne avevano
conquistato altri cinque. Al Senato, i democratici conquista-
rono altri dieci seggi, passando a sessantanove, mentre gli
alleati progressisti ne ottennero due, portando la coalizione
che sosteneva il New Deal a settantuno seggi su novantasei.
I democratici elessero un senatore in Pennsylvania, dove
non avevano avuto successo dopo il 1875, conquistarono
Cronaca di una sconfitta annunciata

l’Ohio, il New Jersey e altri Stati tradizionalmente


repubblicani.
Obama ha ereditato dai disastrosi anni di Bush non solo il
peggior terremoto che avesse devastato l’economia ameri-
cana dagli anni Trenta ma anche due guerre senza prospet-
tive di vittoria, che dissanguano il paese e sono invisi
all’opinione pubblica. Il compito di affrontare queste tre
emergenze avrebbe fatto imbiancare i capelli di chiunque
ma Obama non è un leader politico qualsiasi: ha suscitato
immense speranze, mostrato cultura e sensibilità fuori dal
comune, ricevuto il premio Nobel per la pace: perché ha
fallito?
Robert Kuttner risponde che ci sono ragioni strutturali e
ragioni personali in questo risultato. «Una [ragione] è il suo
carattere conciliante, di costruttore di consenso. Una se-
conda [ragione] è che l’economia non è mai stata il suo for-
te. Una terza è il residuo potere di Wall Street; senza un
Presidente impegnato personalmente in un cambiamento
simile a quello attuato da Roosevelt, nemmeno un collasso
finanziario è stato sufficiente a scuotere l’egemonia della fi-
nanza. E una quarta ragione è che i movimenti sociali che
erano così forti in altre epoche di crisi e di grande leader-
ship presidenziale sono oggi assenti» (A Presidency in Peril,
2010).
Cronaca di una sconfitta annunciata

Obama ha scelto di essere un leader «normale», un Presi-


dente che gioca con le carte che ha in mano, un outsider
che deve farsi accettare dai power brokers di Washington. La
situazione esigeva invece un leader «trasformatore», capa-
ce di cambiare le regole del gioco, di fare appello al popolo,
di mettere da parte i poteri forti della capitale o, quanto
meno, costringerli ad accettare i mutamenti. Obama ha
tamponato la situazione, impedito il collasso del sistema
economico, cercato di avviare la exit strategy sia dall’Iraq
che dall’Afghanistan ma ha accettato passivamente il ricat-
to dell’ostruzionismo dei repubblicani in Senato e le pres-
sioni delle lobby bancarie. Obama è un Romano Prodi ame-
ricano: un leader sincero, con un forte senso del dovere
verso il suo paese, ma disperatamente ignaro della profon-
dità della crisi e della ferocia del capitalismo contempora-
neo: di qui il suo fallimento, come quello di Prodi tra il 2006
e il 2008.
Tutto si è giocato, in realtà, ancor prima del suo ingresso
in carica, quando Obama scelse il gruppo di collaboratori
che doveva gestire l’economia. La scelta cadde su Larry
Summers (segretario al Tesoro dopo Robert Rubin) e Tim
Geithner (presidente della Federal Reserve di New York). La
scelta di Summers e Geithner significava essenzialmente
tornare alla politica economica di Clinton che era stata una
politica di deregulation durante la quale si erano poste le
Cronaca di una sconfitta annunciata

basi per la crisi del 2008, in particolare con la cancellazione


del Glass-Steagall Act che era il provvedimento del 1933 che
separava le banche d’affari dalle banche di deposito (l’abro-
gazione del Glass-Steagal avvenne nel 1999 con l’approva-
zione del Financial Services Modernization Act, approvato dal
Congresso a maggioranza repubblicana e promulgato da Bill
Clinton).
Sulle conseguenze di questa scelta, è interessante leggere
cosa scrive sul suo sito web Nassim Nicholas Taleb, il mate-
matico allievo di Benoît Mandelbrot e autore del bestseller
Cigno nero: «La globalizzazione crea una mutua fragilità [fra
i paesi] mentre riduce la volatilità e offre, in apparenza, sta-
bilità. In altre parole, essa crea pericolosissimi cigni neri
(eventi rarissimi ma possibili, che sconvolgono tutte le pre-
visioni). Non eravamo mai vissuti fino a ora con la minaccia
di un collasso globale. […]. Oggi le banche si assomigliano
tutte: è vero, abbiamo meno fallimenti, ma quando questi
accadono… tremo al solo pensarci».
Come si sa, le banche americane sono state salvate da
una massiccia iniezione di fondi pubblici iniziata già con
l’amministrazione Bush attraverso un programma dell’au-
tunno 2008 chiamato Tarp. Questo programma è stato poi
applicato dall’amministrazione Obama senza fare le scelte
drastiche che la situazione imponeva ma fingendo invece di
credere che le banche potessero risollevarsi e tappare i
Cronaca di una sconfitta annunciata

buchi di bilancio creati dai famosi «titoli tossici» semplice-


mente permettendo loro di tornare a fare profitti.
Risultato: le banche-zombi sono tornate a funzionare, ma
a scartamento ridotto: i tempi del credito facile sono ovvia-
mente finiti. Questo significa che l’enorme quantità di liqui-
dità creata dalla Federal Reserve non riattiva l’economia ma
serve invece alla speculazione, com’è del resto ovvio in una
situazione in cui le imprese preferiscono accumulare riser-
ve liquide invece che investire o assumere perché sono
scettiche sulla durata e la forza della ripresa (un rapporto
Moody’s citato da «Bloomberg» parla di 1.000 miliardi di
dollari messi da parte dalle imprese americane come riser-
ve di contante invece di investire. Anche le speculazioni
sulle materie prime, con molti metalli e risorse alimentari
ai massimi storici, sono parte di questo fenomeno, alimen-
tato dall’abbondanza di liquidità). Questa è la ragione della
cosiddetta «crescita senza assunzioni» di cui si parla in que-
sti mesi.
Un’alternativa a questa linea c’era: nazionalizzare le ban-
che o farle entrare in amministrazione controllata. Sotto la
sorveglianza di un giudice e con la garanzia del governo si
sarebbe potuto ripulire i bilanci, licenziare i manager inca-
paci e rimettere sul mercato banche sane, ridando fiducia a
tutti gli operatori economici. Il non averlo fatto prolunghe-
rà la crisi, esattamente com’è avvenuto in Giappone per
Cronaca di una sconfitta annunciata

tutti gli anni Novanta, dopo lo scoppio della bolla immobi-


liare degli anni Ottanta.
L’altro fronte su cui Obama ha deluso i suoi elettori e fat-
to scelte che ugualmente prolungheranno la crisi è quello
dei mutui. Come si sa, la scintilla che ha fatto esplodere la
polveriera su cui stavano sedute le banche americane, di-
sintegrando Lehman Brothers, è stata quella dei mutui sub-
prime, cioè concessi ad acquirenti di case che non avevano i
necessari requisiti.
Una parte di questi mutui (poi trasformati in garanzie
per obbligazioni rivendute sul mercato) era chiaramente di
origine fraudolenta e il dipartimento della Giustizia avreb-
be dovuto indagare energicamente sulle pratiche bancarie
che li avevano originate, come ora stanno facendo gli Attor-
ney General di molti stati. La parte di mutui che invece era
semplicemente insostenibile a causa della recessione richie-
deva un intervento per evitare che le morosità si trasfor-
massero in sequestri e quindi nell’offerta, da parte delle
banche, di enormi quantità di abitazioni su un mercato im-
mobiliare già depresso, facendo scendere ulteriormente i
prezzi. e gettando sette milioni di famiglie americane sulla
strada.
Anche in questo caso, l’amministrazione Obama non ha
osato scegliere una linea decisa nei confronti delle banche,
costringendole ad accettare delle modifiche alle condizioni
Cronaca di una sconfitta annunciata

dei contratti (riduzione dei tassi e allungamento della dura-


ta dei mutui) che avrebbero permesso di mantenere nelle
loro case alcune centinaia di migliaia famiglie, arrestando la
spirale recessiva sul mercato immobiliare. Si è preferito far
ricorso a «incentivi» per le banche, che gli istituti di credito
si sono ben guardati dall’utilizzare, preferendo impadronir-
si delle case, spesso illegalmente (su questo punto si veda
l’analisi di «Bloomberg»: www.bloomberg.com/news/
2010-11-02/mortgage-modifications-meant-to-save-u-s-
homes-push-them-into-foreclosure.html).
Un programma aggressivo, simile a quello del New Deal,
che mettesse al primo posto l’esigenza di mantenere le fa-
miglie nelle loro case avrebbe non solo dato ai lavoratori in
difficoltà un segnale politico che la Casa Bianca era dalla lo-
ro parte ma anche stabilizzato il mercato e permesso una
più rapida ripresa. Al contrario, l’amministrazione ha pun-
tato tutto sulla discesa dei tassi, che non era una soluzione
per chi aveva perso il lavoro e aveva bisogno di un sostegno
diretto prima di perdere anche la casa.
Infine: Obama ha deluso la sua base elettorale rinuncian-
do a quei programmi di opere pubbliche (strade, ponti, fer-
rovie) che, oltre a ricostruire un’America a pezzi, avrebbero
anche accelerato la crescita dell’occupazione.
Mostrando di non essere in grado di rompere la dipen-
denza della politica dalla finanza, Obama ha spinto molti
Cronaca di una sconfitta annunciata

elettori democratici ad astenersi o addirittura li ha gettati


nelle braccia di movimenti populisti di destra che si presen-
tano come gli unici difensori dell’americano medio dagli
squali di Wall Street. Purtroppo, quando i democratici di-
menticano la loro vocazione di partito che difende gli inte-
ressi delle classi lavoratrici, le esigenze dei cittadini econo-
micamente in difficoltà vengono sfruttate da demagoghi
con piattaforme politiche fascistoidi come quelli che sono
stati eletti in gran numero lo scorso 2 novembre.

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www.alfabeta2.it

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Alfabeta2 è anche un sito, in quanto ci pare difficile, oggi,
concepire un laboratorio d’idee, analisi e scritture in forma
puramente cartacea, senza godere dell’orizzontalità, della
velocità e dell’apertura consentite dalla rete. Il sito di Alfa-
beta2 non è la semplice replica elettronica degli articoli del-
la rivista, ma costituisce un polo complementare di discus-
sione, ricerca e condivisione, ambendo a porsi come uno
spazio di raccordo tra diverse esperienze e soggettività.
Sono consultabili articoli della rivista e loro materiali ag-
giuntivi (testi, immagini, link, documenti audio e video), ma
anche rubriche e testi destinati esclusivamente al sito. Se la
rete, in quanto universo debolmente istituzionalizzato, per-
mette la circolazione di energie vive e spregiudicate, allora
una rivista a vocazione critica non può non confrontarsi
con essa. Per questo motivo Alfabeta2 assume fin da subito
una duplice prospettiva: quella sintetica e formalizzante
della rivista mensile, capace di focalizzare l’attenzione su
www.alfabeta2.it

aspetti cruciali della realtà contemporanea, e quella aperta,


grandangolare e rizomatica del sito, che si pone come cro-
cevia di esperienze sociali ed esperimenti cognitivi.

Durante il mese di ottobre, il sito ha ospitato tre inter-


venti sull’università, a integrare il già folto dossier del nu-
mero tre. Un testo a firma della Rete dei Ricercatori precari
di Bologna ricorda la condizione dei lavoratori non garanti-
ti e sfruttati all’interno degli atenei italiani. Condizione non
certo recente, che precede di molto l’odierna riforma, ma
che sarà da questa aggravata. La voce dei precari, nel com-
patto coro di critica alla riforma che nasce all’interno
dell’istituzione universitaria, presenta un elemento partico-
larmente scomodo. Se da un lato solo in tempi recenti pare
aver trovato una propria legittimazione, essa ricorda a tutti
quanti, e di qualsivoglia appartenenza politica, che non c’è
comunque alcun motivo di rimpianto e nostalgia. Troppi
sono i lavoratori-fantasma che, in questi ultimi decenni,
hanno fatto funzionare l’università. «Quanti e quali sono i
precari della ricerca e dell’università oggi in Italia, quindi?
Molti, migliaia, forse decine di migliaia. Decine di migliaia
di storie differenti, di un’età indefinibile, dalla prima giovi-
nezza alla prepensione, ma accomunati da una condizione
di continua ricattabilità, di perenne incertezza sul futuro, di
costante necessità di adempiere a doveri per diritti
www.alfabeta2.it

continuamente rinviati, dilazionati nel loro godimento»


(http://www.alfabeta2.it/2010/10/16/spettri-di-universita-
chi-sono-i-precari-della-ricerca/).

Isabella Pinto e Tania Rispoli in Chi valuta chi? Merito e in-


novazione cooperativa svolgono un’approfondita analisi del
sogno meritocratico, che questa riforma contribuisce ad ali-
mentare. Sogno mai sopito, in un paese che sembra sconta-
re un perenne ritardo rispetto alla modernità liberale. Al-
trove, però, questo sogno ha già fatto prova di sé, e in ma-
niera disastrosa: «Sulla base di una scala gerarchica che non
tiene conto della disparità delle condizioni di partenza e di
welfare, in assenza di sostegno diretto allo studente, la mi-
stificazione agisce delegando al singolo ogni responsabilità.
Il disinvestimento nel settore della pubblica istruzione raf-
forza le pratiche clientelari, blocca la mobilità sociale e sug-
gerisce espedienti ancor peggiori, quali il debito d’onore
che nel mondo anglosassone ha contribuito, insieme alla
bolla immobiliare e delle carte di credito, allo scatenamento
della crisi finanziaria» (http://www.alfabeta2.it/2010/10/
16/chi-valuta-chi-merito-e-innovazione-cooperativa/).

Nell’intervista condotta da Giansandro Merli, Giulio Fer-


roni ha il merito di non minimizzare debolezze ed errori
della corporazione accademica. E questo non solo riguardo
www.alfabeta2.it

alle questioni «interne» all’università: «L’avvento di Berlu-


sconi con tutto quello che ha significato ha creato, certo,
malumori e scontentezze in quasi tutti, ma non è poi stato
interrogato socialmente e collettivamente dall’ambiente
universitario come un evento che veniva da una modifica-
zione grave dell’orizzonte politico-culturale e sociale nazio-
nale» (http://www.alfabeta2.it/2010/10/17/cosa-accadra-
dialogo-tra-il-prof-giulio-ferroni-e-giansandro-merli/).

Anche il lavoro di memoria dedicato sul numero tre a


Giovanni Arrighi, autore di importanti studi sulla storia e la
struttura del capitalismo, è continuato sul sito. Abbiamo
pubblicato l’ottima introduzione di Giorgio Cesarale a una
raccolta di saggi di Arrighi intitolata Capitalismo e (Dis)Ordine
Mondiale da poco pubblicata dalla manifestolibri. Il testo di
Cesarale ha la virtù di essere chiaro e di render conto della
complessità non solo del pensiero di Arrighi, ma anche del-
la frontiera più recente degli studi sistemici sul capitalismo.
Se si vuole infatti uscire dalla vulgata anticapitalista, incen-
trata su una generica condanna del neoliberismo, bisognerà
cominciare a familiarizzarsi con alcuni degli strumenti con-
cettuali e della analisi più approfondite sulla questione. Un
punto che Cesarale enfatizza del pensiero di Arrighi è l’at-
tenzione alla stretta relazione tra capitale finanziario e Sta-
to, che rovescia l’opinione comune, passata ovunque negli
www.alfabeta2.it

ambienti politici e finanziari, secondo cui le grandi crisi at-


tuali del capitalismo sono frutto di semplice deregulation
delle istituzioni finanziarie, ossia di un’assenza di controlli
da parte dello Stato. Per Arrighi, le cose stanno ben diversa-
mente, «poiché l’espansione, materiale e finanziaria, del ca-
pitalismo è inscindibilmente legata allo Stato, a ricoprire il
ruolo di soggetto del ciclo è un blocco organico e articolato
di agenzie governative e imprenditoriali»
(http://www.alfabeta2.it/2010/10/25/le-lezioni-di-
giovanni-arrighi/).

Sotto la rubrica Crocevia abbiamo dato notizia di due im-


portanti avvenimenti riguardanti la rete. Il blog Made in Chi-
na (http://daily.wired.it/blog/made_in_china) si propone
di aprire una finestra cinese a cura di Simone Pieranni:
«Con licenza Creative Commons, particolare decisamente
importante nel panorama dell’informazione italiana, cer-
cheremo di raccontare storie cinesi, con un occhio al web,
alla tecnologia, all’ambiente, cercando di scrutare laddove è
possibile segnali particolari, inusuali, coperti spesso da
un’informazione a senso unico, in bianco e nero sul gigante
asiatico». A cura, invece, di Pino Tripodi nasce il sito
www.prezzosorgente.com (il Mercato senza mercanti). Tripo-
di, protagonista assieme a Luigi Veronelli del movimento
Terra e libertà/Critical wine, propone un luogo di scambio
www.alfabeta2.it

basato sulla totale assenza della catena commerciale nella


compravendita delle merci, dei prodotti, delle opere, dei
servizi e del lavoro; un sito che favorisca la cooperazione e
l’autonomia dei produttori. Benché la proposta abbia una
portata rivoluzionaria, essa può essere difesa in termini
concreti attraverso una campagna per il prezzo sorgente, li-
mitando, in contesti inizialmente circoscritti, l’intermedia-
zione tra produttore e consumatore.

a. i.

Collegati ad Alfabeta2, il sito


alfabeta2

alfabeta2
mensile di intervento culturale
Comitato storico: Omar Calabrese, Umberto Eco, Maurizio Ferraris, Carlo
Formenti, Pier Aldo Rovatti
Redazione: Nanni Balestrini, Ilaria Bussoni, Andrea Cortellessa, Andrea
Inglese
Segreteria: Erica Lese
Coordinamento editoriale: Sergio Bianchi
Progetto grafico: Fayçal Zaouali
Indirizzo redazione: piazza Regina Margherita 27 – 00198 Roma - in-
fo@alfabeta2.it
Editore: Edizioni Mudima, Via Tadino 26, 20124 Milano
Distribuzione: Messaggerie Periodici s.p.a. Via Giulio Carcano 32, 20141
Milano
Tipografia: Grafiche Aurora s.r.l. Via della Scienza 21, 37139 Verona
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Autorizzazione del Tribunale di Milano n. 446 del 21 settembre 2010
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Progetto e realizzazione: Quintadicopertina
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ISSN: 2038-663X

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Redazione: Andrea Inglese


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