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DÉTourNEMENT

INDEPENDENT & PERIODIC WEBZINE // FREE ETC. // N.O1 OCTOBER TWOHOUSandNINE

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… in progress: DÉTOURNEMENT è un DIFFUSORE COLLATERALE, in formato WEBZINE, ORIENTATO AD ESSERE VETRINA DI RICERCA
NELLE NUOVE POLITICHE SOCIALI, IL CUI NETWORK, APERTO ALLA PROMOZIONE DI ogni EMERGERE CULTURALE, ATTRAVERSA UNA
PIATTAFORMA D’UTENZA INCLINE ALL’USO DEI New Media Work, in una LOGICA POST-ARTISTICA o MEGLIO ATTA alla DEVALORIZZAZIONE
DELL’Arte ALTA. CONTRO IL FASCIO dei SAPERI STABILITI, CONTRO L’INQUINAMENTO CULTURALE: X una RICCHEZZA CRITICA, RADICALE
e LIBERTARIA decentrata dal COATTISMO DI MASSA, L’OBIETTIVO è: RIAPPROPRIARSI DEL PROPRIO MEDIA-SYSTEM MENTALE, CON
L’AUSILIO di un USO ECQUOresponsabile DEL TERMINE ‘FREE’, PREPOSTO AD ESSERE PRATICA DEL FARE OPINIONE o meglio x
LIBERARE IL FARE CRITICO DA qualsivoglia GENERE OBBLIGAZIONALE. INDIPENDENTE E DEMOCRATICO, NEL FARE DELL’ATTIVISMO LA
PROPRIA FEDE COLLATERALE, IL WEBZINE È MEZZO COOPERATIVO X E DI TUTTI, IN CERCA DI 1 CONTINUA FREE COLLABORATION!
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SOMMARIo

FREE X Ho Jin Jung è .. 02

LA BIENNALE NON E’ MALE (2nd part) 03

LA GRANDE SETE 04

FREE: CONTRO LA DITTATURA DEL VERTICALISMO 06

CULTURA!?! 08

CONTRO NATURA 09

.ECO 10

In copertina: Ho Jin Jung, Libreria, Woodshavings, sewing thread, 60x25x120 cm, 2009 ► courtesy of the artist

EDITOR in chief ⋆ Gabriele Perretta


MANAGING editor ⋆ gr.gr.
Art DIRECTOR ⋆ gr.gr.
EDITORs ⋆ gr.gr. ⋆ Matteo Bergamini
CONTACT ⋆ detournementwebzine@gmail.com
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FREE X Ho Jin Jung è .. e' un albero e non un bonsai.

www.hojin00.net + hojinjung.blogspot.com
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L A B I E N N A L E
(2nd N O N E’ M A L E part)
VICINI DI CASA A CONFRONTO BY Matteo Bergamini

L’Italia esce da questa ultima Biennale d’Arte non martoriata né denigrata, semplicemente non ne esce viva! Perché non esiste!
La nazione ha ampliato il suo padiglione ufficiale all’Arsenale ed ha chiuso, secondo le parole del ministro Sandro Bondi, con egemonie
culturali appartenenti a fazioni politiche e, in questo caso si aggiunge, che ha chiuso con l’arte.
Qualcosa fa vergognare, i “collaudi” sembrano realizzati appositamente per un allestimento di un salone borghese piccolo piccolo, come
nella miglior tradizione dei film di Alberto Sordi, l’incarnazione cinematografica di quell’uomo medio, qualunquista, schiavista e razzista
tanto detestato quanto raccontato da Pier Paolo Pasolini.
Qui l’arte non è né media né piccola, ribadiamolo ancora una volta: non esiste!
La percezione più scomoda però è entrare nel padiglione del belpaese alle Tese delle Vergini e trovarsi avvolti da un’atmosfera in odore
di divertissement, con piacevolezze e frivolezze varie; sculture di luci ottime per ristoranti o come junk art da strada, microfoni e aste
tempestati di swarovski e distinti paesaggi montani o sguardi liquefatti su rioni popolari delle città del mezzogiorno … ma cosa stiamo
raccontando?
Qual è l’omaggio a Filippo Tommaso Marinetti? Quale chiaro di luna si può uccidere mettendo in scena un assembramento di
consolidate ovvietà? Che museo o che maledetta “Venezia” si fa saltare in aria con un ritorno ad un passatismo talmente scontato da
apparire piacevolmente ad appannaggio di tutti i palati più grevi?
Eppure è simpatico il padiglione italiano, esattamente come le battute del nostro presidente del Consiglio snocciolate in varie occasioni
ufficiali ed ovviamente, smentite.
Quello che si dovrebbe auspicare avvenisse anche in rapporto a questa mostra: che qualcuno ritratti e metta agli atti una partecipazione
dell’Italia alla Biennale 2009 con un padiglione completamente vuoto! Specchio ideale della condizione socio-culturale che aleggia sulla
penisola!
La situazione in quello che dovrebbe essere il contro-padiglione italiano a Cà Pesaro, messo in piedi in pochissimo tempo e in maniera
non originale dal team dell’archivio di ViaFarini di Milano, non è delle più consolanti: in potenza sarebbe potuta uscire un’ottima mostra
di rottura, con nomi assolutamente di rispetto tra cui Liliana Moro e Flavio Favelli … ma il risultato è un amalgama senza mordente che
viaggia parallela sulle opere di un passato minore mettendo in scena quelle che appaiono come i modelli di un “minore”
contemporaneo.
Vogliamo dunque sollevare tutto questo smisurato fardello di terrore con un’unica affermazione e con il ricordo di un’opera e un’artista
geniale? Mi riferisco ad Alighiero Boetti e al suo meraviglioso Nulla da vedere, nulla da nascondere.
Chi resiste invece, nel marasma delle partecipazioni nazionali, è la nazione che in assoluto incarna l’eterna rivalità campanilistica con la
penisola, ovvero la nostra vicina Francia, con Le Grand Soir di Claude Léveque.
Un’installazione dell’inquietudine, un’immensa gabbia illuminata alle cui estremità capeggiano tre varchi bui e sbarrati dai quali arrivano
rumori sordi ed echi di spari. Davanti ad ogni uscita una bandiera nera che sventola nelle tenebre.
Sfogliando il catalogo si scopre che la “Grande Sera” è un concetto francese che non ha una vera e propria traduzione nelle altre lingue
ma che sta a significare la speranza di un ideale, il desiderio di una rivoluzione, di un radicale cambiamento della società.
Quale migliore monito per la nostra epoca incerta quando, mentre la maggioranza della massa resta apatica e abulica di fronte agli
avvenimenti, qualcuno sogna di insorgere e di gettare al vento le proprie costrizioni sociali e le nefandezze di una politica stantia, logora
di vecchiume e corruzione, di idee tristemente involute della peggior specie morale?
“La notte cristallizza le speranze; la Grande Sera è l’istante di oscillazione di una società immersa nell’oscurità, che spera che l’alba
porti con sé un mondo nuovo”.
Nella grande sera siamo immersi, ognuno intrappolato in quella gabbia argentata che illusoriamente ci protegge, mentre fuori il mondo
collassa su se stesso: nessuna indulgenza, il padiglione veneziano della Francia non lascia spazio a buonismi di sorta, a messaggi lievi
e corretti, ma mette al corrente di una situazione e a tratti, forse, spaventa: il messaggio più forte e più significativo che l’arte può
donare ai propri giorni.
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LA GRANDE SEtE
FERNANDA PIVANO E LE LIBERTÀ CONDANNATE BY Matteo Bergamini

In un’intervista rilasciata a “La Repubblica” qualche anno fa, Fernanda Pivano affermava perentoria: “Non mi interessano le poesie che
dicono che d’autunno le foglie si seccano e noi siamo come le foglie”: fuoco su Ungaretti & Co.
Le interessava piuttosto la poesia della vita, di quel mondo quotidiano e bellissimo fatto di mari e barche a vela, intriso della vera natura
dell’esistenza e contro l’abominio dei governi totalitari, dei meccanismi di potere che impongono “le cose sull’anima della gente”.
Non ho mai “conosciuto” approfonditamente Fernanda Pivano, e nonostante il suo essere un birillo televisivo, come lei stessa si
definiva, presenza continua divisa tra premi e trasmissioni, mi è capitato raramente di incrociarla sul piccolo schermo.
La sua poesia preferita, scopro dalle sue citazioni, era un pezzo di Francis Turner contenuto nell’Antologia di Spoon River (il primo
volume da lei tradotto su insistenza di Cesare Pavese nel 1948) che recita: “Io non potevo né correre né giocare/ quando ero ragazzo./
Quando fui uomo potei solo sorseggiare dalla coppa,/ non bere/ perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato./ Eppure giaccio
qui/ consolato da un segreto che solo Mary conosce:/ c’è un giardino di acacie, /di catalpe, e di pergole dolci di viti/ là in quel pomeriggio
di giugno/ al fianco di Mary/ mentre la baciavo con l’anima sulle labbra / l’anima d’improvviso mi fuggì via”. Gli ultimi due versi, in ogni
spezzone che recupero, sono recitati con gli occhi lucidi, con l’anima ammaliata dallo stesso amore originario.
Tra i suoi amici Kerouac, Ginsberg e Corso il mio preferito è Bukowski, con il quale aveva realizzato un libro-intervista intitolato Quello
che mi importa è grattarmi sotto le ascelle, editato nel 1982; lo scrittore, che non si identificava con la corrente Beat, veniva dipinto dalla
Pivano come un uomo “gentile e delicato; tutto il resto fu una montatura dei media per vendere".
Una vita spesa a favore della difesa del termine “libertà”, oggi come sessant’anni fa scavato e depauperato dai castranti governi
occidentali.
Il concetto di libertà per Fernanda Pivano era una sorta di assemblaggio di consapevolezze, di eversioni da uno stato sociale
sonnolento, gerarchizzato … e i suoi amici scrittori, come sempre ricordava, erano stati i più grandi cantori del desiderio più profondo ed
inesauribile dell’uomo.
Non mi è mai piaciuto scrivere in forma passata dell’arte o dei grandi scomparsi perché penso che le opere, di qualsiasi natura siano,
attraversino idealmente il tempo, vivendo sempre nel presente, ma stavolta è la stessa Pivano che impone un’altra declinazione: in
un’intervista rilasciata nell’estate del 1999 ad Anna Simm, che le domanda se esista ancora una minima speranza per portare avanti un
sogno pacifista, libero e comune la grande traduttrice risponde negativamente: “No, non c’è più nessuna speranza. Ci vorrebbero forse
dei geni come loro, i miei amici”. I suoi amici beati e battuti, derisi e sepolti dall’ignoranza sotto una coltre di termini in vena di disprezzo:
omosessuali drogati, quando in realtà si trattava di protestare contro l’avanzata sempre più forte di un capitalismo neo-fascista che
avrebbe invaso tutti gli Stati Uniti e le sue “colonie” nel mondo: “Si discuteva dell’Amazzonia e dei popoli sommersi come gli indiani
d’America. Si dibatteva per la liberazione sessuale dei gay (a Stonewall -lo storico locale newyorkese dal quale partì la “rivoluzione” nel
giugno 1969- Ginsberg fu in prima linea), si predicava la tolleranza e mescolanza di tutte le religioni (Ginsberg era ebreo, Kerouac
cattolico, Burroughs protestante, Corso non sapeva cosa fosse la religione eppure non litigavano mai). Si parlava di liberalizzazione
della droga. Si fece ad esempio una grande battaglia per salvare l’unica isola di corallo azzurro rimasta sul pianeta, in Giappone, sopra
la quale volevano costruire un aeroporto. Ginsberg scrisse una valanga di lettere per salvare quel corallo, inutilmente perché l’aeroporto
fu fatto".
Un’America, anzi, gli States che a metà del secolo scorso annoveravano tra le fila dell’Avanguardia voci come Action Painting il cui
massimo artefice, Jackson Pollock, rivoluzionò i metodi della pittura tradizionale, disponendo la tela per la prima volta a terra e usandola
in ogni direzione, entrandovi letteralmente all’interno, camminandovi sopra e sgocciolando il colore –dripping- recitando mantra orientali
e dando l’inizio simbolico, e morale, alle successive pratiche dell’happening, della performance.
Il Living Theatre dalla sua formazione nel 1947 e fino al 1960 operò a Broadway coniugando il teatro con l’impegno politico e civile,
sperimentando poetiche interpretative che idealmente richiamavano la rottura con il passato iniziata dalle Avanguardie storiche dei primi
decenni del novecento … e Judith Malina, fondatrice della compagnia-movimento, fu una storica amica della Pivano. Qualche anno
dopo arrivò il New American Cinema e il Neo-Dada con Robert Rauschemberg e Allan Kaprow , John Cage e Jasper Johns con i loro
oggetti rubati alla vita e alla metropoli ed entrati nell’opera e nella vita stessa che veniva fusa con l’arte, in un basso continuo di azioni,
coinvolgimenti, sconfinamenti, incontri e collaborazioni. Un paese di stelle effervescenti piene di una speranza che culminerà con
l’elezione del presidente John Fitzgerald Kennedy nel 1961 dopo l’ondata fascista, terminata qualche anno prima, fomentata dal
senatore Joseph McCarthy; una situazione che si ribalterà pochi mesi dopo con l’omicidio del capo di stato più discusso della storia
mondiale. Fernanda Pivano si reca negli Stati Uniti per la prima volta nel 1956, innamorata degli ideali underground residenti al di là
dell’Atlantico, per conoscerli e viverli “in presa diretta” con i suoi protagonisti. Una situazione elettrizzante che ha conosciuto ben pochi
eguali nel mondo; eppure Fernanda Pivano non aveva minimamente l’aria di vivere nel passato, di gloriarsi delle sue “scoperte” anzi,
pur ricordando l’accaduto e le meraviglie incontrate traspariva dalla sua voce la volontà di promuovere ancora e ancora e ancora gli
ideali di una ribellione senza armi, senza distruzione, arrabbiata e scomoda sì, ma anche poetica.
L’amato Jack Kerouac aveva messo nero su bianco con On the Road, pubblicato nel 1957, tutta la sete di libertà di una parte giovane e
irrequieta del paese, alla continua ricerca di un senso della vita lontano dai canoni chiusi, dalle gerarchie imposte di una società
puritana e spesso ignorante: “Stavano sempre seduti là intorno sui loro sederi; erano orgogliosi del loro lavoro. Maneggiavano le loro
pistole e discutevano in proposito. Morivano dalla voglia di sparare a qualcuno. A Remi e a me”. La faccia dell’America siderale
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raccontata quarant’anni prima di Jean Baudrillard e delle sue indagini sociologiche su abitudini del Mid-West, oggi naturalizzate, facenti
capo ad un’involuzione del pensiero, della volontà; gli Stati Uniti dei piccoli racconti di provincia, delle automobili da lustrare il sabato
pomeriggio prima dei caroselli serali, vigilia del giorno dell’ozio totale, la domenica. Usi e costumi che si sono riversati in tutte le
appendici occidentali della provincia americana europea ed ora anche asiatica, supportati dai meccanismi di controllo e di potere:
lasciare un briciolo di libertà al popolo per ottenere tutta la sovranità possibile al vertice.
Un fenomeno di cui è stato allo stesso tempo creatore e vittima tutto il mondo occidentale e che negli ultimi vent’anni ha portato l’Italia
ad essere un paese in continua retrocessione morale e culturale. Ancora il “genio” Kerouac, come lo definiva sempre la Pivano, nello
stesso romanzo, aveva infilato un paio di righe che lette a cinquant’anni di distanza risuonano terribilmente sconcertanti: nel viaggio di
ritorno dalla Virgina a New York, durante le feste natalizie del 1948, Dean (alias Neal Cassady) al volante della Hudson pagata a rate, in
preda a una giovanile follia, alla vista della metropoli in lontananza, definì sé stesso e la compagnia di amici come una banda di arabi
venuti a far saltare in aria la città.
Bill Bryson, uno dei più noti autori viventi statunitensi, con i suoi racconti alla ricerca del proprio passato su e giù per le strade del Nord
America, se confrontato con la potenza di Kerouac, Bukowski o Ginsberg appare come un ragazzino spaventato dalla vita, un viso
pallido e pavido che si aggira per New York terrorizzato dall’ipotesi di essere rapinato o addirittura ammazzato, che scrive: “nutrivo una
profonda gratitudine nei confronti di chi non mi abbordasse”. Il sogno di una vecchia poesia di uguaglianza e di non-diffidenza sfuma;
resta probabilmente solo tra le pieghe di un’arte ancora vicina alla vita.
Non a caso dopo i poeti americani arrivarono i giovani poeti contemporanei, i cantautori, De Andrè in primis, definito dai media il Bob
Dylan italiano: la Pivano in occasione della consegna di un premio all’artista genovese dichiarò: “Sarebbe ora che si cominciasse a dire
che Dylan è il Fabrizio De Andrè americano”. Dopo De Andrè vennero Vasco Rossi, Luciano Ligabue, Jovanotti … sui quali ammetto, a
parte qualche meraviglioso pezzo del primo, ho qualche rimostranza.
Non ho la più pallida idea quali versi privilegiasse la Pivano degli autori sopraccitati: quello che la colpiva, asseriva, era la semplicità
delle parole, il raggiungere concetti tramite un uso speciale di lemmi comuni. Eppure le voci spezzate dalla rabbia e dal bisogno di
libertà, quelle tradotte ormai tanti anni fa, risuonano ancora nell’aria, in barba alla pericolosa e fittizia “bontà e giustizia” che si respira in
ogni canale. Ed è soprattutto per questo che a Fernanda Pivano deve andare, ancora e per sempre, tutta la nostra stima.
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FREE: C ONTRO LA DITTATURA DEL VERTICALISMO

CAMPIONI DI CONTROINFORMAZIONE LIBERA BY gr.gr.

Free Art, Free Culture, Free … Lawrence Lessig: il così soprannominato ‘cultore ambientalista’ pubblica nel 2002 Free Culture, con il
chiaro intento di denunziare i grandi monopolisti culturali carnefici del Pubblico dominio di idee.
Esemplari i monopoli alimentari e farmaceutici, dove potenti multinazionali hanno acquistato dai cosiddetti info-poveri, ovvero da
popolazioni relativamente povere i codici di diverse sostanze, commercializzate poi per invenzioni come: l’apelawa, un tipo di grano
andino o l’ayahuasca, una sostanza utilizzata per le cerimonie religiose in Amazzonia. All’oggi i brevetti di tali sostanze sono validi: solo
in America o meglio negli stati in cui sono state registrate e non nei paesi d’origine; ma il rischio che in futuro il copyright possa
diventare valido anche all’infuori dei confini nazionali, con l’inaccettabile risultato che le popolazioni che ancor oggi sono libere di
utilizzarle, siano obbligate a pagarne i diritti d’autore, beh ciò non ha etica! Il biocopyright viene oggi utilizzato indiscriminatamente da
multinazionali alimentari, chimiche e farmaceutiche, difatti nel novembre 2007 la Deutsche Telekom ha registrato e comprato il color
magenta, mentre la Red Bull lo ha fatto con il blue silver. Tutto è materiale brevettabile! Anche l’umana specie! Ma poi si scopre che
delle 25 varietà di cocomero italiane ne resta solo una, che abbiamo 50 tipi di fagioli, mentre nei supermercati esistono borlotti e
cannellini, che avevamo circa mille varietà di mele sostituite dalle 4/5 principali varietà commerciali, che sono scomparse 33 varietà di
broccoli, che restano solo un centinaio delle 400 varietà di frumento, che ben 5 razze bovine si sono estinte negli ultimi 40 anni... e
molto altro. Stiamo perdendo quella biodiversità, fonte d’Evoluzione certa, alche qual è il criterio per cui una multinazionale può essere
padrona di un tipo di grano, di un fiore o di un colore? Comprati, venduti ed affittati anche Noi umani a breve lo saremo, in un mercato
tutt’altro che libero, dove il coattismo dell’élite economica ha: mano libera! Il Verticalismo è pratica certa di Potere: un’Istituzione storica,
storica tanto quanto l’umano opporsi alla pubblica dis-Informazione acritica, ovvero contro la "magia della tecnica", come i Critical Art
Ensemble affermano nel più mirato obbiettivo di demistificazione della ‘Scienza’ in Free Range Grain.
A tal proposito la lezione situazionista è stata in buona parte alla base di un certo attivismo nato negli anni '80 con le prime
contestazioni popolari contro le multinazionali, un attivismo che ha segnato tutti gli anni '90 e che è ancor oggi ben presente. Tra gli
esempi più esemplari di questo tipo di attivismo vi è la rivista Adbusters, nata nel 1989, da un vasto gruppo di sabotatori culturali, che
tramite tecniche situazioniste, quali straniamento e détournement, hanno rielaborato il mediascape comune in contestazioni critiche.
L’autoproduzione divenire - così - aspetto fondamentale delle pratiche di mediattivismo, principalmente per una ragione molto semplice:
non vi sono aziende disposte a pagare per far parlare male di sé. Ma se i situazionisti avevano a propria disposizione solo ciclostili e
collage, oggi i culture jammers possono contare su tecnologie a basso costo, che facilitato l’integrazione di persone con background
geo: culturali, politici, economici diversi, in progetti comuni basati sul volontariato e sulla co-partecipazione, con l'obiettivo di:
riappropriarsi del controllo del Proprio media-system.
Le tecniche che i jammers propongono per contestare lo status quo sono molte e non si limitano al détournement o all'ironia insita in
esso, in Italia un importante esempio di mediattivisti è il gruppo Guerrillamarketing, i quali propongono una serie di tecniche jamming,
che chiunque può adottare e mettere in pratica, si va dallo stickering ai graffiti; dallo squattering ai media hoax, o meglio dai finti siti
internet che imitano i siti delle aziende da colpire, ma che forniscono dati diversi da quelli ufficiali, alla realizzazione di eventi e
performance pubbliche appositamente studiati per superare il filtro dei media di massa. Altro esempio all’italiana è CandidaTV (1999),
un'esperienza comunitaria di televisione elettrodomestica, il cui scopo - chiaramente haker - è superare la separazione tra produttore e
consumatore, per dubitare l'Autorità e promuovere il decentramento dell’Informazione, proprio come Orfeo TV (2002) la battaglia da loro
intrapresa è: liberalizzare un mezzo, quale è l’etere, affinché non sia privilegio di ceto.
Diversi altri progetti hanno come scopo la promozione della libera diffusione della cultura, tra cui i progetti: Libera Cultura, Manuzio,
Mutopia .. e Gutenberg (1994), il primo produttore al mondo di libri elettronici gratuiti, come: l’Orlando Furioso, la Divina Commedia etc.
etc.: opere per lo più cadute nel pubblico dominio o senza copyright. Ed ancora nel 2003 nasce Wikimedia Inc., un’organizzazione no-
profit, che in breve dà il via ad una serie di progetti fondati sulla libera e gratuita circolazione dei saperi ed il modello open source in
generale (un ipertesto nel quale i fruitori possono liberamente aggiungere e modificare informazioni).
Grazie anche alle azioni concrete di soggetti promotori di una nuova visione della proprietà intellettuale, nonché dell’accesso libero e
gratuito alla cultura, il panorama della scrittura collettiva online ha raggiunto livelli di sviluppo notevoli, da qui i primi ad utilizzare un
sistema alternativo al copyright in campo ‘artistico’ furono i Situazionisti, le cui opere - già nel 1957 - recavano una dicitura che invitava
a fotocopiare e re-distribuire l’opera stessa, purché senza fini commerciali. Ed è proprio grazie alle idee dei Situazionisti, di Guy Debord
e della Scuola di Francoforte che negli anni Sessanta si sviluppa un modo di fare arte prima inesistente. Di fronte alla nuova
mercificazione dell’arte iniziata con la Pop Art e alla crescente diffusione di un pensiero artistico unico, negli anni Sessanta - all’interno
del fermento politico e sociale in atto a livello mondiale - nascono nuove pratiche che hanno come scopo la riappropriazione del gesto di
libertà nel campo dell’arte. Uno dei sintomi di questo fermento si trova nella nascita dell’UPS, Underground Press Syndacate,
un’associazione che riuniva tutte le riviste underground americane del periodo e raccoglieva il materiale prodotto per rilasciarlo sotto
una non-licenza. Grazie all’UPS, gli artisti dei decenni successivi hanno usufruito di una quantità immensa di scritti, foto, disegni e
collage, liberamente modificabili. Gli anni Sessanta partecipano anche agli happenings, atti che prevedevano la collaborazione del
pubblico per la creazione di un gesto visto come opera d’arte, ma volutamente e rigorosamente fuori dalle gallerie d’arte, ma è negli
anni Settanta che gli happenings iniziano a diventare telematici e nel corso degli anni Ottanta e Novanta diventano veri e propri
momenti di rottura artistica in rete, attraverso fanzine online, gruppi di discussione, BBS, chat etc., offrendo così una maggiore
possibilità di collaborazione tra collettivi, artisti ed attivisti. L’arte diviene libera condivisione, sempre esplicitamente o implicitamente
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connessa agli ambienti della CONTROInformazione, perché CONTRO l’idea di una comunicazione di tipo Verticale come l’autore unico
o il concetto di copyright. Internet, personal computer, televisioni, radio etc.: libere divengono strumenti di auto-appropriazione, per
riaffermare il proprio diritto - e dovere - alla libertà di espressione, di parola ..: di fare.
Queste pratiche porteranno ai NetStrike e alle proteste sociali attuate attraverso la rete, nonché alla nascita di nuovi nomi collettivi,
pseudonimi utilizzabili da chiunque per la creazione e divulgazione di opere artistiche o meno, che stravolgeranno il classico concetto di
diritto d’autore, in quanto l’autore unico non vi è più. Ed ancora: MailArt, Post-situazionismo, Neoismo e la quasi totalità della musica
sperimentale degli Anni Ottanta, riaffermerà la libertà dell’individuo nel suo praticare una politica del Nome Comune, anche se proprio
come per: Monty Cantsin, Wu Ming o Luther Blissett (1999), il quale ha: prodotto libri di grandissimo successo, redatto decine di articoli
di controinformazione, burlato per mesi quotidiani locali e nazionali, trasmissioni televisive come Chi l’ha visto? e .. addirittura l’ANSA, in
un continuo depistaggio dei mezzi di comunicazione tradizionali, il tutto per dimostrare l’effettiva fallibilità del sistema: Informazione. Nel
1985 nasce Karen Eliot, in risposta ad un movimento ancora capitanato da nomi multipli maschili, con un sito, un blog, un’associazione
culturale e diversi account collettivi su Flickr, Myspace, Splinder per la pubblicazione di foto, musica ed articoli - che chiunque può
utilizzare - e la promozione di eventi culturali, artistici e sociali. Qui, come negli esempi sopraccitati, l’autore unico non esiste più e la
grande rete nell’Era Digitale smette di essere un mero supporto di comunicazione, per divenire una delle più grandi opere collettive mai
viste. Per tal causa durante il festival austriaco d’arte digitale Ars Electronica (2004), il premio per Digital Communities è stato attribuito
alla più vasta enciclopedia online, alla quale chiunque possa partecipare: Wikipedia.
Dato ciò cosa impedisce un’ibridazione con i servizi internet più comuni, come i portali gratuiti di buddy chat o e-mail? Di nuovo - ed
oggi più che mai - il definirsi Cultura Alta determina il proprio status da subalterni ai più comuni portali, causa l’assenza di quei servizi
generalmente offerti all’oramai quotidiana richiesta. Da qui l’improbabilità di un accesso quotidiano ad un tale prodotto, tutt’altro è
dall’essere, così come lo definisce Andy Deck: un Free Art Portal o meglio un attivo Open Search.
Ma un Free Work, necessita di un intorno economico - realmente - sostenibile, che dia di che vivere. All’oggi esistono già una serie di
servizi legati al Free Software, fonte d’ingressi economici per i programmatori, primo fra tutti: l’assistenza, ovvero un programmatore
crea e distribuisce un software gratuitamente, dopo di che resta a disposizione come consulente, per la risoluzione di problemi di tipo
tecnico e quant’altro. Ecco così divenire gratuita la vendita (merce) e retribuita la post-vendita (servizio connesso a tale merce).
Ora urge capire se questa realtà sia futuribile o destinata a soffocare sotto il potere delle grandi multinazionali e delle leggi oppressive,
che ancor oggi presenziano il Mercato. Un proficuo aiuto giungerebbe da una ridistribuzione delle risorse: un'utopia lontana ma pur
sempre possibile! Nel frattempo vanno by-passati intermediari oramai inutili, nell’intento di cambiare quei sistemi di distribuzione troppo
costosi e di difficile impiego, dando così un più ampio spazio al potere decisionale di ognuno di Noi. Perché ciò avvenga è necessario
che la cultura, circoli fin tanto quando si giunga ad un punto per cui quest’ultima non si possegga, ma ad essa si acceda, perché la
cultura non si ha, si pratica.
Per tal motivo necessitiamo di sistemi alternativi tutt’altro che élitari, ma idonei ad un pubblico esercizio del fare della pratica: una
pratica orizzontale. Ma da qui eccoci al paradosso di ciò che si definisce conseguenza scomoda dell’’Arte’: un Potere Rivalutativo tale
da comportare l’esclusione dei suoi componenti attivi e divenire luogo di un’influente economy élite. Eccoci qui di fronte al D.u.m.b.o.
Arts Center di New York, il cui recente festival del settembre 2009 (FREE 13th D.U.M.B.O. Art Under the Bridge Festival) segnerà -
probabilmente - la sua ultima edizione! Sì perché a D.u.m.b.o. accadrà quello che - prima o poi - accade a tali realtà rimesse a nuovo
dagli artisti. Quando la zona diventa di moda, pittori, musicisti e danzatori vengono cacciati dagli impraticabili affitti di uno oramai non
più quartiere malfamato, ma di un élite tutt’altro che intellettuale, bensì dot-com, ovvero: ricca.
I creativi che hanno ridato vita a Dumbo oggi vivono in altre parti di Brooklyn come: Williamsburg, Red Hook e Carrol Gardens, luoghi
ancora off-limit o meglio dalle quotazioni, ancora accessibili. Un potere di miglioria sociale, di bonifica i cui agitatori: i creativi, non
possono non praticare, causa il loro progetto d’intenti incline a ciò che Noi si definisce: il Meglio, diviene controindicazione per gli stessi.
Un vero e proprio paradosso orizzontale!
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CULTURA !?!
RIVENDICARE LA ‘PROPRIA’ LIBERTÀ CULTURALE NELL’ERA DELLA MANIPOLAZIONE BY gr.gr.

Il mondo della comunicazione concepito come una possibilità di progresso culturale e democratico a livello mondiale, è divenuto un
enorme contenitore dove l’informazione mira ad un proprio surplus, tutt’altro che necessario, fino ad un’anomala attuazione di potere,
strettamente riconducibile ad una pratica di controllo.
Con la rivoluzione digitale il livello di trasparenza cresce esponenzialmente - quasi di colpo - coinvolgendo tutti i settori della vita sociale.
Alche ha ancora senso parlare di privacy? Già alla fine degli anni '90 Scott mc Nealy, chef executive officer del colosso dell'industria
d’informatica Sun Microsystems, avrebbe detto: ‘Privacy? You have zero privacy!’.
La messa in rete di milioni di persone che immettono nel gigantesco archivio globale quale è internet le loro informazioni personali,
generano un proprio doppio: un corpo elettronico, che contiene tutti quei dati che permettono di ricostruire il profilo biografico di ogni
utente: un mostruoso schedario costruito autonomamente dalle stesse persone, che rivendicano la libertà alla propria privacy! Come
diceva Andy Warhol: ‘Un giorno tutti avranno cinque minuti di celebrità’. Ecco come quello che prima era spettatore ora è protagonista,
ma come affermava Proust: ‘Gli interessi interiori dell'uomo non hanno già per natura questo carattere irrimediabilmente privato...’.
Il cittadino s’aspetta che le Istituzioni garantiscano la massima trasparenza, particolarmente nei processi decisionali, rivendicando il
diritto alla privacy: garanzia di libertà.
Nello stato odierno i politici hanno un ruolo che ha sempre meno a che fare con la politica tradizionale, poiché rispecchia i desideri del
mercato. Si conducono campagne elettorali che poggiano sul Racconto della propria visione del futuro, dove il coinvolgimento dei
Famosi nella politica mondiale è motivato da una tipologia di Status, non dalla preparazione o dalla conoscenza di determinati fenomeni
socio-politici. A riguardo la globalizzazione ha gonfiato a dismisura tale status, facilitando così la transizione da stato-nazione a stato-
mercato.
Le celibrities - che fanno parte di questo establishment - devono fama e ricchezza alla commercializzazione della loro immagine, indi la
loro esistenza e il loro successo dipendono dal Mercato. La politica ha quindi l’esigenza di trasformarsi in un ring, terreno di scontro di
reali strategie di marketing per sondaggisti. Si può dunque affermare che se dal mercato dipende il consenso e quindi l’esistenza stessa
dei politici, lo stato-mercato è: il regno dei grandi illusionisti, che alimentano una cultura impregnata di mitologia e di paura, è la nuova
versione di un vecchio mito: il Super-politico.
Le illusioni sono l'anima della propaganda nello stato-mercato, i politici le fabbricano ed i media le diffondono. Alche se l'ossessione
post-moderna della trasparenza porta alla messa in vetrina dei propri momenti di vita, la trasparenza è: cosa buona e giusta! Ma di
certo non tutela il rapporto illusorio tra governante e governati.
Tenendo presente il concetto di Hegel: ‘Solo nella luce determinata (e la luce è determinata dall’oscurità), quindi solo nella luce
intorbidata, come solo nell’oscurità determinata (e l’oscurità è determinata dalla luce), quindi solo nell’oscurità rischiarata, si può
distinguere qualcosa, perché solo la luce intorbidata e l’oscurità rischiarata hanno in se stesse la differenza e sono perciò un essere
determinata, un esserci’, possiamo quindi affermare che la trasparenza è un tentativo di pura luce accecante che non permette di
distinguere la realtà: un altro tipo di manipolazione o meglio il presupposto di una violazione sempre più considerevole della privazione
del privato.
Chiunque ha uno pseudo-podio, chiunque è credibile nel creare verità parallele, da qui un sovraccarico di informazioni di proporzioni
globali. Per cui se è vero che l’uomo è sempre stato affamato d’informazione, lo scritto del poeta Mattio Franzesi del 1550 ca. dà una
chiara idea di cosa già allora significasse il desiderio d’Informazione: ‘La febbre dell’informazione era tale da contagiare chiunque,
persino ogni goffo babuasso / si pasce er si trattien con queste ciancie, / ne sguazza, ne trionfa e si fa grasso. / Capitava così che
uomini d’ogni ceto discorressero di «turchi, Italie, e Spagne e Francie, / armate, libertà, guerre, unioni / et pesan tutto con le or bilancie’.
Figlia di una pratica ossessiva dell’informazione: la disinformazione da surplus è oggi: cultura! Pratichiamo un’ignoranza per eccesso.
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nement

CONTRO NATURA
RESPONSO ECOLOGICO DAL PIANETA TERRA BY gr.gr.

L’elemento tecnico è il mezzo attraverso cui l’uomo estende il suo dominio sul mondo e sulle cose. La capacità creativa coinvolge ogni
elemento artistico, creando uno stretto legame tra arte e tecnica. L’impronta umana sugli ecosistemi terrestri è quantitativamente
misurabile: il 30% e il 40% delle terre emerse sono state trasformate dall’attività umana; la concentrazione di biossido di carbonio
nell’atmosfera è cresciuta di circa il 30% dall’inizio della Rivoluzione industriale; le riserve d’acqua del pianeta sono per metà utilizzate
dall’uomo; dall’inizio del XX secolo a oggi, l’attività umana ha causato un raddoppio di anno in anno della quantità di azoto fissato;un
quarto delle specie di uccelli è stato portato all’estinzione e due terzi delle specie ittiche sono sfruttate al massimo delle loro capacità.
La Natura come la conoscenza è un bene pubblico e come tale va salvaguardato, essa non può più essere considerata come il quadro
immutabile in cui si svolge l’esistenza e l’attività umana, dal momento che è diventata essa stessa il soggetto determinante e vincolante
per la nostra evoluzione. L’uomo attraverso l’uso di risorse intellettuali, al fine di soddisfare le proprie esigenze ed aumentare il proprio
benessere, mette in atto una vera e propria violenza sulla natura, al cui troppo veloce consumo delle risorse naturali, sussegue
un’imbarazzante lentezza d’investimenti nelle nuove tecnologie ambientali ed energetiche. Dobbiamo temerla o meglio dobbiamo
riproporre un dialogo tra Natura ed Umana specie, il cui cammino antropologico iniziato da 200.000 anni ca. (comparsa dell’Homo
sapiens) ed intensificatosi da 10.000 anni (passaggio dell’umanità alle società agricole), non ha mai smesso di sollecitare la propria
volontà di dominio sulla Natura. Ma nel precedente millennio tale rapporto di forza sembra essersi spezzato, difatti negli anni Settanta si
inserisce nel dibattito pubblico la preoccupazione per la vulnerabilità della Natura e si sente la necessità di un’azione internazionale
mirata a preservare le risorse naturali, viene così istituita nel 1972 la Convenzione delle Nazioni Unite per l’ambiente umano.
La lentezza delle risposte politiche e le resistenze di vario genere ritardano il necessario mutamento dei modi di produzione e consumo,
portando all’ormai post-urgenza ecologica dell’attuale.
La catastrofe finanziaria statunitense nasce da una crisi delle ineguaglianze, in una situazione in cui la stagnazione dei salari ha
comportato un indebitamento dei nuclei familiari sempre più insostenibile, le ineguaglianze di reddito nei paesi ricchi, hanno provocato
una sovraccrescita, divenuta necessaria per compensare l’ingiusta ridistribuzione del reddito nazionale, rivelatasi nefasta per gli equilibri
ecologici. Nel contempo nei paesi poveri ed emergenti le ineguaglianze e la povertà, hanno condotto ad un aumento del degrado
ambientale, poiché in mancanza d’accesso al capitale fisico o umano, tali società sono costrette - per sopravvivere - ad abusare del
capitale naturale che li ospita, senza possibilità di rimedio alcuno e con: comprovate catastrofi non solo ambientali, bensì umane.
I sei miliardi di esseri umani che vivono oggi sulla Terra si suddividono in tre categorie: la prima è costituita da un miliardo di - molto -
ricchi, che abitano per lo più in Occidente (Stati Uniti, Canada ed Europa), oltre che in Giappone e in Australia; la seconda da coloro
(quattro miliardi) che stanno diventando ricchi e per finire l’ultima è rappresentata dai molto poveri, di cui il 70% dei 980 milioni ca. totali,
abita nel continente africano. La povertà estrema si sta si riducendo, ma mentre il benessere materiale si diffonde sulla superficie del
pianeta ad una velocità senza precedenti, la Terra non riesce più ad accogliere ciò che nasce da un indiscriminato sfruttamento delle
risorse naturali. Ineguaglianze, crisi economiche ed ecologiche vanno di pari passo, alche urge accelerare il mutamento strutturale del
nostro Mercato, in una direzione di crescita sostenibile, quindi rispettosa degli ecosistemi esistenti. Bisogna necessariamente prendere
coscienza che lo scambio tra economia ed ambiente non è univoco, bensì doppio, per cui l’economia può essere messa in campo per
servire l’ecologia, ma la questione ecologica è essa stessa al centro del mondo economico ed entrambi non sono altro che sottoinsiemi
di una più ampia giustizia sociale: la Democrazia.
Ripeto: per conciliare ecologia e progresso, bisogna assolutamente comprendere che dietro la questione ecologica si pone un equa
giustizia sociale. A tal proposito la crisi alimentare ed energetica a livello mondiale ci ricorda che: lo sviluppo umano non potrà mai
esserci se ad ognuno di noi non si assicurerà il diritto di sussistere.
Pertanto la recessione finanziaria del corrente anno scaturisce da una crisi dell’intelligenza collettiva, nient’affatto estranea alla crisi
ecologica. A questo punto bisogna prenderne atto e porvi rimedio, ma come? Attenuando la crisi proprio come nell’edilizia e nei trasporti
sostenibili, i due ambiti più dinamici del cambiamento climatico, oltre che procedere seriamente alla tassazione del carbonio, stabilendo
una verità ecologica riguardo i prezzi dei prodotti che lo utilizzano.
Il benessere delle generazioni presenti aumenta a discapito di quelle future, va quindi affrontata la necessità di riequilibrare il nostro
ecosistema fin tanto quando non saremo in grado di rifornirci su di altri pianeti. Dobbiamo quindi investire nella Ricerca, proprio come
l’esperienza di Samsø, un’isola della Danimarca ad energia rinnovabile, divenuta laboratorio di sostenibilità e dimostrazione che in soli
10 anni si possano cambiare abitudini energetiche e stili di vita. Alche se la volontà politica unita allo sforzo dei singoli porta a tali
risultati: Cosa aspettiamo?
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nement

.ECO I NUOVI TOP LEVEL DOMAIN BY gr.gr.

Prendendo come dato di fatto che una parte significativa del cambiamento climatico è dovuto alle attività umane, nostro dovere è
mutare il nostro sistema socioeconomico, al fine di proteggere e preservare la salute del pianeta e di noi stessi. Le cause e gli effetti
della crisi climatica sono in tutto il mondo, sono perciò necessarie soluzioni complete e complesse, coinvolgenti sia la scienza che la
volontà politica spesso rallentata nel suo agire da ragioni economiche e ideologiche. Il singolo cittadino può fare la differenza nella lotta
contro il cambiamento climatico, ma il volontariato da solo è semplicemente insufficiente, vista la critica natura del problema.
Tenendo conto di queste premesse oltre ai domini tradizionali (.com, .ch, .org etc.) farà la sua comparsa anche il nuovo top level
domain: .eco e per la prima volta dal 2003, l'organismo che regola gli indirizzi Internet amplierà - l'anno prossimo - i suffissi di dominio
disponibile (come denominazioni dot-com, dot-org, o più recentemente dot-tv). Centinaia di nuovi nomi di dominio saranno a
disposizione di tutti, compresi i suffissi come Gay, NYC e GOP, ma nessuno finora ha generato lo stesso livello di dibattito pubblico
come il suffisso .eco.
Tra gli elementi che contribuiscono a determinare l’etica performance del sistema offerta, da Noi richiesto, vi è la sempre più rilevante
importanza della sostenibilità ambientale, da qui la necessità umana di rinominare una realtà in progress: introducendo il suffisso di
dominio .eco.
C’è battaglia! Due società sono in competizione per il controllo del nuovo suffisso di dominio, la prima è Dot Eco LLC, che ha sede in
California ed ha l'appoggio di Al Gore e il suo Alliance for Climate Protection, il Sierra Club e la Fondazione Surfrider.Il, gruppo che si
propone di utilizzare il controllo d i tale dominio, per generare fondi per il movimento ambientalista attraverso la donazione di un minimo
del 50 % degli utili dal Registro di sistema per le cause ambientali.
La seconda società la Big Room, è invece canadese ed ha iniziato la lotta per il controllo di .eco, con il sostegno di organizzazioni
ambientaliste come il WWF International, Green Cross International (fondato dall'ex presidente sovietico Mikhail Gorbachev) e il David
Suzuki Foundation. Anche questa società si è impegnata a donare una parte delle entrate del Registro di sistema per finanziare le
cause ambientali, assicurando inoltre che sotto la sua gestione, le società e i gruppi che si applicano per l'uso del dominio, saranno
tenute a fornire informazioni complete sugli aspetti ecologici delle loro operazioni. Il richiedente vincente per il controllo del suffisso .eco,
sta per guadagnare milioni in tasse d’iscrizione annuali, affari da capo dominio.
Alche di fronte all’impossibilità delle generazioni future di far valere la propria voce all’oggi, emerge un nuovo imperativo auspicabile ad
iniziative compatibili al sovraccitato .eco, che responsabilizzino una più autentica permanenza umana del Rispetto: una pratica - ci
auguriamo - di futuro pubblico dominio.