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1 Provincia del Sacro Costato di Gesù IL PROVINCIALE PAC II/0011/09 IX LETTERA CIRCOLARE Carissimi fratelli,

Provincia del Sacro Costato di Gesù

IL PROVINCIALE

PAC II/0011/09 IX LETTERA CIRCOLARE

Carissimi fratelli,

Manduria, 14 settembre 2009 Esaltazione della S. Croce

certamente abbiamo avuto modo di leggere in comunità o in privato la bella lettera di Indizione dell’anno Sacerdotale che il S. Padre Benedetto XVI ha inviato a tutti noi per l’apertura dell’Anno sacerdotale in occasione del 150° anniversario del “Dies natalis” di Giovanni Maria Vianney.

Leggendola e meditandola ho fatto le seguenti riflessioni che ho pensato bene di parteciparvi perché

vi ho trovato delle indicazioni molto interessanti che ci possono aiutare a vivere meglio con più

generosità, gioia, entusiasmo ed abbandono alla volontà di Dio, la nostra consacrazione religiosa e sacerdotale, la vita comunitaria passionista nel momento presente, nelle diverse stagioni della nostra

vita, ma in modo particolare nell’età avanzata.

Il titolo che voglio dare a questa lettera circolare è: “Il dono del tempo vissuto e da vivere al

servizio di Dio e dei fratelli.

Scrive il Santo Padre Benedetto XVI “Nel mondo di oggi, come nei difficili tempi del Curato d’Ars, occorre che i presbiteri nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica. Ha giustamente osservato Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”(EN, 41)

Come ho avuto modo di ripetere nelle due precedenti Lettere circolari, l’elemento fondamentale su cui si gioca tutto nella nostra vita consacrata è la vita spirituale. Il vangelo che ci impegniamo a vivere ci rimanda alla nostra vera identità che è teologica e spirituale ed in questa prospettiva, che è poi quella che più conta, la vera sfida per la vita religiosa oggi è il vangelo da vivere e da testimoniare con la vita, e mi piace aggiungere nelle “diverse stagioni della vita”.

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A tutti i Religiosi della Provincia LAT

loro sedi

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Abbiamo sempre bisogno di preghiera silenziosa, di ascolto, con una profonda relazione di intimità con Lui, e di grande amore e compassione verso l’altro, attenta ai fatti quotidiani nei quali si manifesta la Sua volontà per noi.

Continua il S. Padre nella sua lettera: “Perché non nasca un vuoto esistenziale in noi e non sia compromessa l’efficacia del nostro ministero, occorre che ci interroghiamo sempre di nuovo:

“Siamo veramente pervasi dalla Parola di Dio? È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa Parola al punto che essa realmente dia un’impronta alla nostra vita e formi il nostro pensiero?”(Benedetto XVI, Omelia nella Messa del S. Crisma, 9 aprile 2009).

Come Gesù chiamò i Dodici perché stessero con Lui (Mc 3,14) e solo dopo li mandò a predicare, così anche ai giorni nostri noi sacerdoti sono chiamati ad assimilare quel “nuovo stile di vita” che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli.”. (Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea plenaria della Congregazione del Clero, 16.3.2009.

La Chiesa ci chiama sempre ad impegnare le risorse personali e istituzionali di cui siamo depositari in progetti di vita evangelica e comunitaria che siano veramente fecondi e rispondenti alle sfide ed esigenze dei nostri tempi vincendo una certa pigrizia spirituale che, con il tempo, potrebbe essere entrata in noi. E’ vero che ognuno ha il diritto di servire il Signore secondo le proprie possibilità e che, chi non se la sente, non deve essere inquietato, ma è anche vero che, chi si ritrova nelle cose di sempre, non può pretendere che pure gli altri facciano altrettanto. Solo una profonda conoscenza delle cose interiori può assicurarci un futuro felice.

Sentiamo spesso dire che dobbiamo ritrovare con chiarezza la nostra identità. Non è sufficiente capire chi siamo, ma ci è necessario anche capire come dobbiamo procedere per diventare ciò che siamo. Si tratta di rileggere con sapienza spirituale e, rimanendo fedeli al nostro passato, dare corpo ad un modo di vivere che sia oggi espressione viva e credibile di tutto ciò che abbiamo capito e vogliamo vivere insieme come comunità. Siamo sempre chiamati a “maturare” cioè a non subire soltanto la nostra storia, ma ad accoglierla e dominarla interiormente, capaci di costruirci a partire da essa (VC 70).

Il Sinodo dei Vescovi dell’Europa nell’ottobre del ’99 affermava che “il vero problema della Chiesa in Europa è come aiutare i battezzati a diventare cristiani”. Parafrasando questa affermazione oserei dire che il problema della vita consacrata oggi è come aiutare noi a diventare religiosi adulti, che poi in fondo è il desiderio che ci portiamo nel cuore anche per le situazioni che viviamo, per il venire meno di tante sicurezze, anche istituzionali, del passato e non ultimo delle nostre forze anche fisiche.

La vita consacrata conserva il suo significato profondo e il suo valore teologico in tutte le situazioni perché è un mistero di alleanza tra Dio e la persona che, in tutte le stagioni della sua vita, continua ad evangelizzare col servizio, con la preghiera, con la testimonianza.

Non è sufficiente per noi aver scelto di seguire tanti anni fa, secondo la Regola di S. Paolo della Croce, il Cristo crocifisso, ma si tratta di ripetergli il nostro sì ancora oggi, di deciderci per Lui, di consegnarci a Lui senza ambiguità e reticenze perché, in tanti anni di vita sacerdotale e religiosa

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abbiamo compreso di essere stati amati senza misura e desideriamo ancora oggi rispondere con rettitudine e autenticità a questo amore.

Siamo sempre chiamati a cercare di inquadrare i problemi della visione cristiana e religiosa della vita perché, se la vita è illuminata dalla verità del vangelo, allora non c’è situazione o sofferenza che non può trovare significato o soluzione.

Certamente, come la psicologia moderna ed in particolare quella dell’anziano suggerisce, abbiamo sempre bisogno di adattabilità non solo nel senso di sopportazione, rassegnazione, sottomissione agli eventi, ma anche in modo positivo ed attivo abbiamo bisogno di aggiustamento, di modificazione di programmi, di adeguamento alle nuove condizioni. Siamo chiamati, in altre parole, ad “adattarci, cambiando, al cambiamento”, sempre , anche a situazioni difficili che il tempo rende accettabili in modo che il coraggio di vivere diventa, si trasforma, in gioia di vivere.

Ci dobbiamo impegnare ad essere creativi nella ricerca di valori nuovi e stimolanti che rendano positivo il nostro stile di vita, per essere in grado di superare lo scoraggiamento e la depressione, tipici della vecchiaia, espressi sempre con la frase tipica “non servo più a nulla”. In questo modo saremo capaci di saper riscoprire e vivere il nostro ruolo di persone che continuano a dare e riceve sicurezza affettiva, disponibilità di tempo e di ascolto, testimonianza di sapienza, di prudenza, legate alla esperienza della vita vissuta, legate a tanta cordialità, buon senso e senso dell’humor.

Tutte queste cose, legate ad una sana attenzione per la propria salute fisica, all’incontro con l’altro, favoriranno una riscoperta ed un ulteriore approfondimento dei valori dello spirito e trasformeranno il tempo che viviamo in una opportunità preziosa ed irripetibile.

Chi dovesse essere solamente occupato e preoccupato di sé, delle proprie malattie e malanni, non ha mai tempo di occuparsi degli altri e vive una esistenza grama ed impregnata di tanto egoismo, mentre chi sa occuparsi degli altri in modo semplice e con spirito di servizio, riscopre un nuovo senso della propria vita, della speranza e della crescita della propria persona, sa essere più paziente, più stabile d’umore, più dolce e comprensivo, più tollerante.

Giovanni Paolo II , commentando i versetti del Deuteronomio “E’ Lui la tua vita e la tua longevità (30,20) scriveva: “Giungere all’età matura, nella visione biblica, è segno di benedicente benevolenza dell’Altissimo…può diventare occasione preziosa per meglio comprendere il mistero della croce, che dà pieno senso all’umana esistenza… per concentrarsi su quanto è essenziale, dando importanza a quello che l’usura degli anni non distrugge” (Giov. Paolo II, Messaggio per la Quaresima 2005)

Il vangelo ci indica la via da seguire che è quella dell’amore, del sacrificio di sé per gli altri, della fiducia, della speranza. Se la nostra vita di consacrati, anche anziani ed avanti negli anni, continuerà ad alimentarsi a queste realtà crescerà in noi l’esperienza della gioia e dell’allegria, dell’ottimismo, consapevoli che fuori di Dio tutto è relativo. “Nulla ti turbi nulla ti spaventi, Dio solo basta” continua a ripeterci S. Teresa d’Avila.

Per ogni cristiano la vita è un esodo, un pellegrinaggio verso la Pasqua del cielo, verso la città del Dio vivente, un esodo dalle nostre pretese, dalle nostre sicurezze, e dalla nostra ricerca di comodità, per accettare le prove dell’esistenza, compresa anche l’amarezza, la solitudine, la malattia.

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Come ogni buon genitore che ha creato la fortuna del figlio ad un certo momento lascia tutto nelle mani di questi e sa tirarsi da parte, credo che anche per noi sia necessario saperci ritirare come insegna l’antica sapienza indiana “nel bosco”, cioé “nel silenzio” quando giungiamo ad una tappa avanzata. Da che mondo è mondo è regola dell’uomo prudente ed avveduto abbandonare le cose che lo abbandonano, cioè non aspettare di essere un astro al tramonto.

Leggevo recentemente su un articolo di Avvenire del 30 agosto u.s. la citazione di Baltasar Graciàn, letterato gesuita spagnolo che, nel 1647 scriveva:“è saggio abbandonare prima che essere abbandonati”.

E’ chiaro che il nostro progressivo ritiro dalla vita apostolica non significa il nostro scomparire nel

nulla, ma un continuare a lasciarci plasmare dall’esperienza pasquale(PI , n.70).

Per noi consacrati, questo spirito dell’Esodo matura e cresce ancor di più con il passare degli anni nel mistero pasquale del Cristo: la vita continua ad essere passaggio dall’egocentrismo alla vita nuova nel Cristo crocifisso-risorto, contemplato, amato, servito, che ci fa sperimentare e vivere con serenità la nostra vita terrena che si sviluppa in un dinamismo di morte-resurrezione, come la sua.

Come cristiani e come religiosi passionisti sperimentiamo ancora di più, sulla nostra pelle, come la croce faccia parte del processo vitale e condizionato della nostra esperienza terrena, che Cristo ci dà

la possibilità di trasformare questa croce in atto di oblazione a Dio e di amore redentivo per noi

stessi e per i fratelli, perché “chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà

(Mc 8,35).

Per noi che ci siamo posti alla sequela del Cristo, la malattia, l’anzianità o la terza età non dovrà certamente essere il momento dei rimpianti, delle occasioni perdute, delle scelte sbagliate, il momento dell’amarezza, della frustrazione, del rancore o della disperazione, ma occasione di lode e

di ringraziamento al Signore per tutto quello che ci ha dato di vivere, di crescita nella speranza e

nell’amore, occasione di serenità per contemplare e meditare, mentre si concretizza nella nostra vita personale la vittoria di Cristo sulla sofferenza e sulla morte: “Laudato sii, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale”. (Cantico delle creature di S. Francesco d’Assisi”.

La nostra vita comunitaria, la nostra preghiera personale e comunitaria, il nostro fare “Memoria

Passionis” anche da anziani continuerà ad evangelizzare il mondo, e la nostra sarà testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù perché, come ebbe ad affermare Giovanni Paolo II: “Chi lavora

per il regno di Dio fa tanto, chi prega per il Regno di Dio, fa più; chi soffre per il Regno

di Dio fa tutto” (Giov. Paolo II. Osserv. Romano, 8 marzo 1985).

Così accompagneremo, da passionisti, il Cristo nel suo camminino verso la Croce e la Pasqua di resurrezione.

Mi piace richiamare al riguardo quanto detto nell’Esortazione Apostolica Vita Consecrata: “Il ritiro

progressivo dall’azione, in taluni casi la malattia e la forzata inattività, costituiscono un’esperienza che può divenire altamente formativa … configurandosi a Cristo crocifisso che compie in tutto la volontà del Padre e s’abbandona nelle sue mani fino a rendergli lo spirito. Tale

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configurazione è un modo nuovo di vivere la consacrazione che non è legata all’efficienza di un compito di governo o di un lavoro apostolico” (VC 70, e).

Non solo, ma il nostro continuare ad offrire ai nostri fratelli di comunità il frutto della nostra esperienza umana, cristiana, religiosa, sacerdotale e pastorale, sarà espressione di carità evangelica autentica mentre continueremo ad accogliere le nuove chiamate da parte di Dio con crescente capacità di donazione a Lui ed ai fratelli.

Termino la presente invocando su tutti il dono dello Spirito causa e fonte della nostra gioia sempre, in ogni momento della giornata e della vita, perché trasformi i nostri cuori e le nostre intelligenze rendendole sempre più capaci di scoprire la vera novità, bellezza, forza e valore della nostra consacrazione religiosa e sacerdotale.

P. Giuseppe Barbieri, C.P. Segretario Provinciale

P. Antonio Curto, C.P. Superiore Provinciale

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