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Nuovo Corriere Senese 25 gennaio 1975

Il lavoro dello storico


Ricordo di Bandinelli Ranuccio Bianchi

Diceva che non gli era riuscito di fare il mestiere che avrebe voluto, lo storico dellarte antica, e se ne rammaricava. Ma cera in quel dire tutta la modestia e lintelligente ironia delluomo. In realt con la scomparsa di Ranuccio Bianchi Bandinelli la cultura italiana non ha perduto soltanto un archeologo di fama internazionale, uno studioso di vasta dottrina e di profonda competenza specialistica, ma il pi grande e forse lunico storico dellarte classica. Questa specie non ha mai allignato nel nostro paese e se oggi, grazie proprio alla grande lezione metodologica che da lui venne, qualche frutto incoraggiante va maturando dalle giovani generazioni che lo ebbero maestro, agli inizi degli anni trenta (quando datano i primi suoi scritti pi significativi) era il deserto. Sedeva infatti in cattedra una consorteria di eruditi che rimasticava con puntigliosa ossequienza il verbo che veniva doltralpe, dai luminari della grande filologia tedesca, indiscussa e indiscutibile, che nemmeno l eresia della Scuola di Vienna aveva turbato in profondit. Pur senza disprezzare lantiquaria dei nostri vecchi e assimilando anzi perfettamente il rigore scientifico del metodo filologico, il giovane Bianchi Bandinelli sentiva per lesigenza di uscire dalla botanica degli stili per comprendere il fenomeno artistico nella sua dimensione storica e nel suo significato culturale pi autentico. Di qui linsofferenza per il gretto positivismo ma anche il fastidio per certa critica retoricheggiante, capace solo di ammirare attonita il miracolo greco e di inchinarsi reverente al genio romano e che, quando non scivolava nello psicologismo intuizionistico, rimaneva, nei confronti dell'opera darte, vacuamente ecfrastica. Si volse allora allestetica crociana, e mentre ancora il nome del filosofo veniva mormorato con circospetta diffidenza nei corridoi degli istituti universitari di archeologia, and scrivendo dal '31 al '42 quei saggi che comparvero poi in volume nel 1943 con il titolo di Storicit dellArte Classica. In essi egli seppe guardarsi dal pencolo di giudicare fra arte e non -arte, di distinguere, cio, e di isolare le grandi peronalit artistiche, ma diede un esempio concreto di come lopera d'arte si faccia comprendere solo se inserita nel tessuto connettivo di unintera societ e di come i grandi maestri si possano considerare tali solo in rapporto alla cultura del loro tempo, alla tradizione di cui sono eredi e ai problemi che superano innovando in maniera originale. Questa tematica doveva essere poi approfondita ulteriormente nella serie d saggi della raccolta Archeologia e Cultura del 1961. Qui le posizioni crociane appaiono superate, nella scia di quel profondo ripensamento che alla luce del materialismo storico Antonio Gramsci ne aveva iniziato in ogni campo della cultura italiana. I bramini accademici, che non gli avevano perdonato e non gli perdonarono fino agli ultimi giorni di aver tradito la casta alla quale di diritto apparteneva altro suo ge-

sto scandaloso fu il volontario abbandono, qualche anno dopo della Cattedra di Roma parlarono di vecchie pietanze condite in salsa marxista, ma Ranuccio Bianchi Bandinelli distinse sempre fra limpegno politico del militante comunista e il metodo scientifico, e riafferm in ogni occasione che il voler meccanicamente trovare corrispondenze tra le categorie estetiche e quelle economiche e sociali non rappresenta affatto unapplicazione dei principi metodologici del marxismo. Egli era per convinto che bisognasse porre il rapporto di produzione a base dellindagine sulla civilt artistica e ci mostr che nello studio della produzione fondamentalmente artigianale delle officine artistiche dellantichit ci che innanzitutto andava chiarito era il nesso dialettico artistacommittente, ossia il rapporto fra l a personalit creatrice e la cultura dei ceti socialmente attivi (non necessariamente dominanti ) nei vari momenti della storia. Una mirabile esemplificazione della sua organica impostazione teorica, della sua finezza interpretativa e insieme del fascino della sua scrittura sono i due volumi Roma, larte romana nel centro del potere (1989) e Roma, la fine dellarte antica (1970), seguiti da Etruschi e italici prima del dominio di Roma (1973) scritto in collaborazione con A. Giuliano. Queste opere sono di gran lunga quanto di meglio sia stato scritto nel campo della divulgazione dellarte antica, ma sono anche qualcosa di pi; c' in essi tutta la nobile tensione ideale e morale di un uomo che ha scritto: non dimentichiamolo mai, noi che abbiamo il privilegio di svolgere il nostro lavoro nel campo dellintelletto: che il nostro lavoro possibile in quanto che nelle officine nei campi e nelle miniere esistono milioni di uomini che lavorano e che producono quella ricchezza sociale che permette a noi di avere i nostri libri, i nostri istituti (...). Alloperaio... il mondo dellarte, dal quale la sua vita abitualmente lo tiene escluso, apparir misterioso. Ma non si creda che esso non possa essergli reso accessibile. Con questo stesso energico im pegno civile si batt in ogni momento per la tutela dei nostri beni culturali. La raccolta dei suoi interventi in questo settore, edita recentissimamente con il titolo intenzionalmente crittofrafico AA.BB. AA e B.C. (le sigle burocratiche che indicano le Antichit e Belle Arti e i Beni Culturali), quasi a sottolineare lalienazione della nostra societ nei riguardi del nostro patrimonio storico e artistico, costituisce una testimonianza di grande valore e coerenza. In particolare egli fu sempre vicino ai problemi della sua regione, la Toscana, cos come in passato si era sempre occupato di Siena e del suo territorio (la sua prima grossa monografia riguardava Chiusi). Oggi, insieme agli amministratori comunali, provinciali e regionali che ne sperimentarono le dedizione e ne ebbero in ogni occasione valido consiglio, lo rimpiangono i colleghi dellIstituto di Antichit della Facolt di Lettere di Siena, fra i quali molti possono dirsi orgogliosi di essergli stati amici ed allievi.
Giuseppe Pucci