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Serge Latouche Giustizia senza limiti. La sfida delletica in uneconomia mondializzata Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pp.

281, E 22,00 Questo libro deve il suo titolo a George W. Bush e alla formula - Enduring Justice - con la quale egli design in un primo tempo la reazione americana agli attentati dell11 settembre 2001. noto che il motto fu subito cambiato dai consiglieri religiosi del Presidente USA, i quali fecero notare allinquilino della Casa Bianca che solo Dio infinitamente giusto. La frase di Bush stata riutilizzata da Latouche per sostenere la profonda ingiustizia delleconomia globale, e pi in generale la mancanza di ogni morale nelleconomia di mercato. Latouche sostiene inoltre che si giunti alla fine di ogni concezione economicista: (...) in quanto la crisi ecologica pone, per la prima volta e in modo drammatico per lumanit, il problema di una ripartizione equa delle quote di natura tra i viventi e tra la nostra generazione e quelle future. La contraddizione tra economia di mercato e la natura cos grave che bisogna pensare a una societ della decrescita: un vero rovesciamento di tutti i discorsi di sviluppo dei filo-globalisti, ma anche di sviluppo compatibile degli anti-globalisti. Sappiamo che Latouche tra i pi autorevoli critici del concetto stesso di sviluppo industriale e della sua diffusione planetaria. Un dono avvelenato per le identit culturali e sociali altre, ove lintervento pietistico degli occidentali ha distrutto anche gli equilibri demografici: attraverso la medicalizzazione diminuita la mortalit infantile e si prolungata let media. Ma il guaio maggiore provocato dalla civilizzazione occidentale stato quello di sradicare le popolazioni dai territori di sussistenza, spingendole ad ammassarsi nelle bidonvilles e nelle favelas, nella speranza di poter attingere al benessere che leconomia globale dovrebbe produrre. Ma, per lappunto, che cosa significa fare giustizia in una economia globalizzata? Chi pu dirsi vittima di una ingiustizia? Come portare rimedio allingiustizia globale? Sono le domande alle quali lautore di Loccidentalizzazione del mondo cerca di dare delle risposte per un verso denunciando limpostura delletica economica e per laltro cercando di prevedere quella che potrebbe essere una economia giusta in un mondo globalizzato. Quando si parla di globalizzazione e dei possibili rimedi pratici per contrastarne gli effetti pi deleteri, vengono in mente espressioni del tipo banca etica, commercio equo e solidale. Al di l del fatto di sembrare dei paradossi se non dei veri e propri ossimori (come possibile che attivit volte al profitto possano essere etiche oppure eque e solidali?), tali espressioni, dato che contengono parole legate alla morale, pongono inequivocabilmente laccento sul legame tra etica ed economia. Un legame che esistito per secoli e che ha visto prevalere spesso, in passato, nelle societ solistiche per dirla con Dumont, le ragioni e gli interdetti morali sulle attivit economiche. Basti pensare alle posizioni espresse nelle societ preindustriali e, fino a non molto tempo fa, anche dalla chiesa cattolica, nei confronti del commercio e, soprattutto, del prestito ad interesse, dellusura. Del resto gi Aristotele condannava la crematistica, cio la ricerca del profitto per mezzo dei rapporti mercantili. Secondo lo Stagirita il rapporto di scambio naturale si corrompe nellattivit mercantile, in cui si acquistano le merci al minor prezzo possibile per rivenderle, poi, ad un prezzo pi alto. In questo modo non si persegue pi il bene comune e, ingannando il fornitore e i clienti sul valore dei beni e approfittando dei loro bisogni e delle loro debolezze, si agisce contro la philia (lamicizia politica che deve instaurarsi tra i cittadini), lisonomia (leguaglianza nel riconoscimento dei meriti) e la giustizia. Nelle prime due parti del libro Serge Latouche mette a confronto lapologetica della societ di mercato realizzata dalla scienza economica con lingiustizia del mondo che evidentemente svuota di contenuto ogni pretesa morale delleconomia. Poich condividono il medesimo immaginario economico liberalismo e marxismo sono oggetto della stessa critica radicale, che si estende alla degenerazione dello Stato sociale di matrice socialdemocratica. Lillustrazione della banalit economica del male che si riassume secondo lautore nellimpostura dello sviluppo, ripropone evidentemente la necessit di fare giustizia. Ancora una volta, leconomista francese utilizza limmagine della megamacchina tecnoeconomica per descrivere il processo di globalizzazione in atto. Una megamacchina di dimensioni planetarie, al cui interno tecniche sociali e politiche (), tecniche economiche e produttive (...) si scambiano, si fondono, si completano, si articolano in una vasta rete mondiale messa in opera da ditte transnazionali gigantesche (...) mettendo al loro servizio Stati, partiti, sette, sindacati, Ong ecc. Questa macchina-universo non ha altro fine che se stessa ed arriva ad utilizzare gli uomini come materia prima, mutandoli in ingranaggi per fabbricare ingranaggi. La sua marcia trionfale si identifica con il progresso, lefficienza, lo sviluppo assumendo un ruolo strutturante allinterno dellimmaginario moderno. Cos, quasi insensibilmente, letica si trasforma e lutile diventa il criterio per eccellenza del buono, il bene-avere misurabile identificato con il bene-essere. Eppure basterebbe osservare i fatti per comprendere come la mondializzazione generi necessariamente diseguaglianze ed ingiustizie: il divario che separa il Nord e il Sud del mondo passato da un rapporto di 1 a 6 negli anni Cinquanta a 1 a 63 allinizio del XXI secolo; le tre persone pi ricche del mondo vantano un patrimonio superiore al Pil totale dei 48 paesi pi poveri; gli averi dei quindici individui pi ricchi superano il Pil di tutta lAfrica subsahariana; quelli delle 84 persone pi ricche sono pi consistenti del Pil della Cina, con il suo miliardo

e duecento milioni circa di abitanti. Non solo: noto che se tutti consumassero come gli occidentali le risorse fisiche del pianeta sarebbero rapidamente dissipate. Per lo studioso francese, allinterno del rapporto economico di tipo mercantile attualmente dominante, se la natura diviene soltanto materia prima o carburante, luomo - giacch salariato, utente, consumatore - ridotto a semplice strumento, merce, ingranaggio, con linevitabile messa tra parentesi della sua cittadinanza e della sua umanit. Ma questo processo di strumentalizzazione delluomo, rileva Latouche, corrisponde in pieno a quella nichilistica banalit del male messa in luce da Hanna Arendt: nella logica delleconomia che si situa ormai la fonte prima del male banalizzato. Non dunque nelle perversioni totalitarie della modernit che consiste il nucleo duro della banalit del male, ma nel cuore stesso del suo funzionamento normale. I sistemi totalitari non fanno altro che esibire in modo caricaturale lingiustizia fondamentale della societ che ha dato loro nascita. Tutto questo non corrisponde allestinzione di ogni etica. Regna anzi una etica molto pregnante, ma una etica di secondo rango, una etica tecnica. Essa riguarda i mezzi e non i fini: il perfezionismo, la ricerca dellefficienza per lefficienza. Questa etica addirittura essenziale perch la banalit del male funzioni bene. La coscienza non deve scomparire, deve diventare completamente professionale. Per contrastare questo stato di cose, Latouche sostiene che occorre, innanzi tutto una vera e propria decolonizzazione del nostro immaginario. Non si tratta, infatti, di moralizzare leconomia o di infondere frammenti di etica nel mondo degli affari, ma di reintrodurre la considerazione della giustizia nel rapporto sociale e nello scambio in societ. Il discorso, dunque, va spostato dal piano economico a quello sociale, reintroducendo leconomia allinterno della societ, abbattendone il dominio assoluto su ogni aspetto della vita. Lobiettivo, in questo modo, non uneconomia giusta, ma una societ giusta. In questottica sono analizzati, e criticati, i diversi tentativi - da molte Ong a diverse altre forme di associazionismo - di moralizzare leconomia senza metterla radicalmente sotto processo: sono destinati in gran parte al fallimento, nonostante alcuni successi parziali ed al di l dei nobili ideali che possono muoverli. Non soltanto per il deficit di vera vita democratica nel loro funzionamento e la modestia del loro impatto sulla vita degli affari, ma soprattutto perch non incidono in profondit sul vero problema, il problema della giustizia. Come afferma esplicitamente lo stesso Latouche: Le vittime dellordine mondiale non sanno che farsene della carit, hanno sete di giustizia. Nella terza parte del libro Latouche abbozza i tratti di quel che potrebbe significare una societ giusta nel contesto di un mondo devastato dalleconomia, insieme unificato e diviso dal mercato: definire il contenuto di una eguaglianza nello scambio e i ruoli possibili dei mercati e di una moneta di cui ci si sia riappropriati, in un mondo non limitato alleconomia. Una serie di strategie e di strumenti pratici, sottolineandone anche il carattere utopico, per potersi confrontare pienamente con lo strapotere in ogni settore delleconomico. E cita, ad esempio, i Lets (Local exchange trade systems) o Sel (Systmes dchange local), associazioni i cui membri scambiano fuori mercato mediante una moneta da loro creata e valida nellambito del gruppo, beni e servizi dogni sorta, analizzandone il funzionamento e prendendo posizione sui diversi problemi connessi, primo fra tutti quello della determinazione del prezzo dei servizi e dei beni scambiati. , naturalmente, a favore di un consumo consapevole incarnato dal cosiddetto consumatore, visto come un elemento chiave allinterno di unarticolazione pi vasta che veda insieme Sel, produttori alternativi, neorurali, movimenti associativi, tutti impegnati a fare societ. Inoltre, partendo dalle esperienze della societ vernacolare africana nel campo del microcredito di base, Latouche propone una riappropriazione creativa del denaro, spogliato del suo essere merce, mezzo per ulteriori guadagni. E, sempre sulla scorta delle forme organizzative dellAfrica, contrappone i mercati, luoghi di scambio e di incontro, dove anche la dimensione del dono incorporata nel commercio, al mercato e al suo immaginario, la cui abolizione una condizione del ritorno della giustizia al cuore della vita in societ. Serge Latouche oramai entrato nella maturit della sua riflessione in una prospettiva di critica genealogica al concetto stesso di civilizzazione. dal Social forum di Parigi del novembre 2003, che dichiara il mondo entrato nella quinta estinzione della specie, nel corso della quale proprio luomo sar la vittima designata. A meno che non si riesca ad abbandonare repentinamente la strada senza uscita della crescita. La decrescita sostenibile deve essere una cosa reale, un passaggio epocale dalla societ dello sviluppo a quella del post-sviluppo. Si tratta di fare di necessit virt: da una parte frenare lo sviluppo per evidenti motivi ecologici, dallaltra creare una realt in cui cresca la qualit della vita, una societ in cui, gli uomini lavorino solo il necessario. Una societ in cui la reciprocit metabolizzi lindividualismo e laccumulo, ma questo richiede una rivoluzione culturale, una decolonizzazione economica delle nostre menti.