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Studi Internazionali

LuigiBonanate
A cura di
Scritti di Luigi Bonanate, Universit di Torino Antonio Cassese, Universit di Firenze Ennio Di Nolfo, Universit di Firenze Roberto Panizza, Universit di Torino

Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli

Studi internazionali / a cura di Luigi Bonanate; scritti di Luigi Bonanate, Ennio Di Nolfo, Roberto Panizza... Let Torino, Fondazione Agnelli, 1990. - XII, 479 p. : 21 cm - (Guide agli studi di scienze sociali). 1. Politica. Studi 2. Relazioni internazionali I. Luigi Bonanate II. Ennio Di Nolfo

Copyright 1990 by Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli Via Giacosa 38, 10125 Torino tel. (011) 6500500, fax: (011) 6502777 e-mail: staff@fga.it, Internet: http://www.fga.it ISBN 88-7860-034-2 La cura redazionale di Sandro Ortona

Indice

Premessa
1. 2.

p. 3 3 4

La cultura internazionalistica italiana Sulla delimitazione degli studi internazionali

Capitolo primo Relazioni internazionali Luigi Bonanate


1. 2. 3.

Le risorse della ricerca internazionalistica in Italia Le relazioni internazionali nella cultura italiana La via italiana alle relazioni internazionali
3.1 La prima fase (1969-1976) 3.2. Il 1976 3.3. 1976-1987

4. 5.

Alla ricerca dei criteri di rilevanza degli studi internazionalistici Metodologia e teorie generali
5.1. Metodologia 5.2. Teoria e teorie

9 14 19 20 23 25 30 33 34 38 46 53 59 65 68

6. 7. 8. 9.

Studi e ricerche sulla politica estera Tra guerra e pace Laffannosa ricerca strategica della sicurezza Conclusioni: un bilancio che guarda al futuro Riferimenti bibliografici

VIII

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Capitolo secondo Storia delle relazioni internazionali Ennio Di Nolfo


1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.

p. 71 71 74 80 81 89 96 104 108 111 113 113 114 116 116 118 124

Dati istituzionali sullinsegnamento e sulla ricerca Un bilancio degli studi di storia delle relazioni internazionali Le fonti Le tematiche Studi sulla politica estera fascista Studi sulla seconda guerra mondiale e sul dopoguerra Nuove aree geografiche Studi sullemigrazione Riferimenti bibliografici

Capitolo terzo Diritto internazionale Antonio Cassese


1. 2. 3.

Premessa La situazione dellinsegnamento e della ricerca Levoluzione della dottrina dopo il secondo dopoguerra
3.1. Le trasformazioni della comunit internazionale e del clima generale italiano 3.2. Caratteri generali della dottrina

4.

Le nuove tendenze che emergono tra la fine degli anni Sessanta ed oggi

4.1. I fatti nuovi sulla scena italiana 124 4.2. I fatti nuovi sulla scena internazionale 125 4.3. Le nuove tendenze del positivismo 127 4.4. I principali orientamenti della scienza internazionalistica contemporanea 136 4.5. Gli internazionalisti e il mondo esterno 142 5.

Osservazioni conclusive

5.1 La scienza internazionalistica italiana pu essere accusata di essere astratta e formalistica? 145 5.2 Cosa vivo e cosa morto nella dottrina italiana 147

145

Riferimenti bibliografici

149

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Capitolo quarto Economia internazionale p. 159 Roberto Panizza 1. Origine e contenuti dei primi studi di economia internazionale in Italia 159 2. Le risorse pubbliche: cattedre e centri di ricerca sulleconomia internazionale 161 3. Le risorse private: centri di ricerca sulleconomia internazionale 168 4. I tradizionali filoni di ricerca delleconomia internazionale 172 5. La crisi degli anni Settanta: unanalisi descrittiva 175 6. Flussi commerciali dellItalia e delle principali aree economiche mondiali 181 7. Processi di internazionalizzazione, di integrazione monetaria e di globalizzazione dei mercati: unanalisi interpretativa 189 8. Contributi alla teoria pura del commercio internazionale 197 9. Contributi alla teoria monetaria dello scambio internazionale 204 Riferimenti bibliografici 212
APPENDICE BIBLIOGRAFICA

Premessa 1. Relazioni internazionali (Fabio Armao e Walter Coralluzzo)


1.1. Teoria e metodologia delle relazioni internazionali 1.2. Politica estera 1.3. Pacifismo e bellicosit nel sistema internazionale 1.4. Problemi strategici, sociologia e storia militare 2.

215 217 217 225 238 247 259 259 263 268 280 307 337 354

Storia delle relazioni internazionali e storia internazionale (Ennio Di Nolfo)


2.1. Fino al 1815 2.2. Dal 1815 al 1870 2.3. Dal 1870 al 1914 2.4. Dal 1914 al 1943 2.5. Dal 1943 a oggi 2.6. Nuove aree geografiche, emigrazione e opere varie 2.7. Fonti

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3.

Diritto internazionale (Antonio Cassese) p. 363 3.1.1. Manuali 363 3.2.1. Storia del diritto internazionale 364 3.3.1. Diritto dei trattati 365 3.3.2. Successione di stati e trattati 367 3.3.3. Consuetudine 368 3.4.1. Stati e altri soggetti di diritto internazionale 369 3.4.2. Insorti 370 3.4.3. Autodeterminazione dei popoli 370 3.4.4. Individui 371 3.4.5. Stranieri 372 3.5.1. Organizzazioni internazionali 372 3.5.2. Nazioni Unite 374 3.5.3. Istituzioni specializzate 375 3.5.4. Altre organizzazioni governative 377 3.5.5. Organizzazioni non governative 377 3.5.6. Comunit europee 378 3.6.1. Territorio 386 3.6.2 Mare 387 3.6.3 Trasporti marittimi 393 3.6.4. Fiumi 393 3.6.5. Tutela dellambiente 393 3.6.6. Spazio aereo 396 3.6.7. Cattura illecita di aeromobili 396 3.6.8. Spazio extratmosferico 397 3.7.1. Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale 397 3.7.2. Immunit giurisdizionale degli stati 405 3.7.3. Organi di stati 406 3.8.1. Diritti umani 406 3.8.2. Scritti relativi alla Convenzione europea dei diritti delluomo 410 3.8.3. Diritto penale internazionale 415 3.9.1. Cooperazione politica 417 3.9.2. Cooperazione economica e sociale 417 3.9.3. Cooperazione in campo giudiziario, civile e penale 419 3.9.4. Cooperazione in altri settori 420 3.10.1.Tutela degli investimenti allestero 420 3.11.1.Responsabilit internazionale 422

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4.

3.12.1.Soluzione delle controversie 3.12.2.Mezzi di impiego della forza diversi dalla guerra 3.12.3.Guerra e neutralit 3.12.4.Armi Economia internazionale (Roberto Panizza)

p. 423

427 427 431 433 461

Indice dei nomi

STUDI INTERNAZIONALI

Premessa

1. La cultura internazionalistica italiana Per secoli, lunico fatto internazionalmente rilevante e generalmente percepito come tale stata la guerra: e tante se ne sono combattute (118 nel solo periodo 1816-1980, secondo i sacri testi) che alla riflessione su questo evento, e poi sulla sua principale antitesi, il diritto, e sulle modalit di ciascuna di quelle, la storia, ha dovuto esser concesso un grande spazio dalla comunit scientifica in tutti i paesi del mondo. Almeno in parte diversamente si evoluta la cultura accademica per quanto riguarda altre due discipline, sempre a carattere internazionalistico, che addirittura si presentavano rivendicando una sorta di primogenitura intellettuale e non cronologica nei confronti degli studi internazionali. La disciplina delle relazioni internazionali (cio: la scienza politica applicata ai problemi extra-statuali) e leconomia internazionale pretendevano infatti di possedere una maggior specificit di approccio, unesclusivit di attenzione per le dinamiche degli eventi internazionali, tali da chiedere che i risultati delle loro riflessioni si imponessero su qualsiasi altra analisi si volesse compiere dei fenomeni internazionali. Nulla di nuovo ci sarebbe in questa storia, n alcun particolare interesse nel riferirla, se non fosse che il mondo contemporaneo ha conosciuto un cos impetuoso e dirompente sviluppo nellinternazionalizzazione della realt da riproporre e con ben altra ponderazione il problema dellapproccio agli studi internazionali nella loro generalit. Si potrebbe addirittura suggerire che dopo essere stata una dimensione la cui importanza cresciuta per anni linternazionalit si sia oggi trasformata in una sorta di vera e propria costante che accompagna i pi svariati fenomeni che superano i confini dello stato. Cos stando le cose, e restando anche pi di un rebus da sciogliere per quanto riguarda la storia delle discipline coinvoltevi, e in particolare quella dei loro reciproci rapporti, il progetto della Fondazione Agnelli di dedicare una delle sue guide agli studi internazionali si rivelato al

Premessa

di l del risultato del nostro lavoro, che il lettore valuter unoccasione eccezionalmente suggestiva per affrontare, per la prima volta in Italia (ma lavori di questo genere non sono certo diffusi nel mondo), il nodo rappresentato dallo scarso interesse (almeno comparativamente, rispetto ad altri settori di studio) mostrato dalla comunit scientifica italiana per gli studi internazionali (va aggiunta la considerazione che questa guida unica anche nel senso che non si sovrappone a una disciplina, accademicamente costituita, ma affronta una problematica, tra laltro vastissima). Come ogni generalizzazione, anche questa contiene qualche imprecisione: il diritto internazionale e la storia delle relazioni internazionali (o, come la si chiamava una volta, la storia dei trattati) hanno sempre goduto nella comunit accademica italiana di fiducia e rispetto: oggi i titolari di corsi universitari nella prima disciplina sono 106, quelli della seconda 42. Stupisce semmai e in ogni caso, di pi che i titolari di economia internazionale siano soltanto 31 e quelli di relazioni internazionali addirittura solo 5; ma qui le considerazioni dovrebbero essere pi amare: nessuno dei paesi sviluppati del mondo anche molto dietro il quarto o il quinto pi industrializzato! conosce una situazione di tale arretratezza (la quale, chiaro, deve pur nascondere qualche responsabilit, e qualche colpa). Non tocca a questa premessa giustificare i diversi aspetti che saranno invece discussi approfonditamente nei quattro capitoli della guida. utile invece soffermarsi ora sulla definizione stessa di quegli studi che abbiamo per la prima volta accostato, non pretendendo di scoprire una qualche artificiosa o inesistente omogeneit tra discipline non solo per storia, ma per metodologie, cultura, tradizioni notevolmente diverse tra loro, ma per individuare un campo problematico, che pu utilissimamente giovarsi dellapporto pluralistico di esperienze e specializzazioni varie. 2. Sulla delimitazione degli studi internazionali Se linternazionalit non fosse concepibile altrimenti che come una dimensione delle molteplici e incomunicanti realt politica, economica, sociale, giuridica, culturale, ecc. tipiche della vita interna ai singoli stati, allora sarebbe sufficiente operare una proiezione speculare di queste ultime sulla scena esterna per ottenerne la definizione stessa dellinternazionalit. Se invece si tende a una concettualizzazione autonoma e specifica dellinternazionalit come categoria a s stante, diventa necessario affrontare un diverso cammino, che ci permetta di caratterizzare pi intensamente tale ricerca.

Premessa

Una prima possibilit per muovere in direzione dellindividuazione dellarea degli studi internazionali rappresentata dalla semplice giustapposizione di diversi approcci disciplinari, come ad esempio si limita a recitare la dichiarazione di intenti della British International Studies Association, nella quarta di copertina della Review of International Studies, la quale intende rivolgersi a studiosi interessati a politica, diritto, storia, tecnologia e a tutte quelle altre aree della scienza sociale che rivestono un interesse nello studio accademico dellarena internazionale. Non pi incisiva la presentazione dellInternational Studies Association, quando si riferisce ai vari fattori politici, economici, sociali o culturali che coinvolgono pi di una societ. Ma la via dellelencazione per quanto sia la pi semplice e approssimativamente accettabile non libera tuttavia dal dubbio se linternazionalit possa davvero costituirsi in oggetto di studio autonomo, dunque non come semplice multi- disciplina (ancora qualcosa meno dellinterdisciplinarit?), bens come problematica complessa e perch no? complicata, dia poi o no essa vita anche a una vera e propria disciplina. La vita internazionale piuttosto un immenso campo problematico, suscettibile di venir analizzato da diverse prospettive e con diverse competenze n pi n meno di come succede per lo stato o per un sistema sociale. Ma a ben vedere, si potrebbe addirittura argomentare che in astratto, almeno linternazionalit sia ben pi che lambiente nel quale gli stati agiscono, dato che questi ultimi sono divisi luno dallaltro e autonomi soltanto in quanto sottrazioni rispetto allunit originaria e sconfinata del globo. Gli stati, in altre parole, non esistono in natura, ma come artificiali suddivisioni rispetto allidea cosmopolitica di umanit, oppure di impero universale, di Sacro romano impero, e cos via (lenorme eterogeneit che differenzia poi gli stati per dimensioni, risorse, popolazione, regime politico, ecc. rende estremamente difficile abbracciarli tutti in un solo e stesso sguardo). In termini pi propositivi, si potr sostenere dunque che linternazionalit di per s coessenziale agli stati stessi (un buon esempio, in questa direzione, anche se non intendo qui riferirmi a ci che esso implica, rappresentato dallidea kelseniana del primato gerarchico-sistematico del diritto internazionale rispetto a quelli statuali), cosicch lelemento distintivo dellinternazionalit non andr pi cercato soltanto o esclusivamente nel coinvolgimento aritmetico di pi stati che una condizione necessaria ma non sufficiente per elevare a problematica autonoma linternazionalit bens nellautonomia e nella specificit della processualit degli eventi internazionali, i quali si svolgono secondo regole e condizioni indipendenti da quelle che contraddistinguono lo svol-

Premessa

gimento di eventi della stessa natura (politica, economica, giuridica, storica) allinterno di uno o pi distinti stati. Leconomia internazionale non la somma delle economie nazionali, cos come non lo la politica internazionale rispetto a quelle interne, e cos via. Se da un punto di vista descrittivo-materiale rientra nella vita internazionale tutto ci che coinvolge pi di uno stato, ci che per giustifica la problematicit (lautonomia, almeno relativa) degli studi internazionali la specificit delle spiegazioni che al suo livello si richiedono per comprenderne la spontanea, inevitabile e intrinseca complessit. La simmetria tra guerra civile e guerra internazionale molto pi apparente ed elegante che sostanziale e effettiva (in termini interpretativi); la problematica strategica, a sua volta, non esiste invece se non a partire dalla sua connotazione internazionale (anche se lindustria militare di un paese, o uneconomia di guerra, hanno poi tanto risvolti internazionali quanto interni). La rilevanza attuale (cio proprio tipica del nostro tempo) degli studi internazionali sta dunque nelloriginalit di problematiche le quali devono affrontare la specificit di fenomeni che si svolgono su una scala tanto ampia e contraddistinta da tanti collegamenti da richiedere una specializzazione notevole per affrontarli; specializzazione che deve inoltre muovere dal presupposto certo di per s non molto incoraggiante, se non come sfida intellettuale che caratteristica dei problemi internazionali sia, per la loro natura, la difficolt, determinata non soltanto dalla vastit della loro scala, ma piuttosto e prevalentemente dalla necessit di affrontare lanalisi di dinamiche che appaiono il pi delle volte prive di strumenti di governo, e dunque sprovviste di immediata spiegazione. Un campo disciplinare siffatto contraddistinto da tanta intensit tematica non esiste nel panorama culturale mondiale, n probabilmente esister mai. La sua costituzione non rientra neppure nelle intenzioni tacite di questa guida, la quale tuttavia mira pur sempre a qualcosa di pi di una semplice fotografia di gruppo raffigurante storici, giuristi, economisti e politologi finalmente accomunati dallunit del loro oggetto (se non dallinteresse per i reciproci lavori cosa che certo non frequentissima nelle comunit accademiche). Questo lavoro ha obiettivi ad un tempo molto meno, e anche un po pi, ambiziosi. Molto meno: esibire correttamente limmenso lavoro infinitamente pi ricco, vario e approfondito di quanto ciascuno dei responsabili delle diverse sezioni si immaginasse allinizio compiuto nellambito delle quattro discipline (o loro gruppi: non abbiamo fatto distinzioni, ad esempio, tra studiosi di diritto internazionale pubblico e studiosi di organizzazione internazionale, e cos via; abbiamo fatto riferimento a grandi famiglie discipli-

Premessa

nari): storia delle relazioni internazionali, diritto internazionale, economia internazionale, relazioni internazionali. Valutare criticamente come ciascuno dei quattro responsabili ha fatto, anche senza rifuggire, quando ne il caso, dalle polemiche la produzione italiana, anche tenendo conto del grande divario che pu essersi verificato nellattenzione prestata ai diversi argomenti (raramente ci avviene in modo casuale). Costruire in sostanza uno strumento di informazione e di consolidamento di conoscenze finora estremamente frammentate e frammentarie (anche tra gli specialisti dei diversi campi: ciascuno di noi, nel corso del suo lavoro, ha fatto delle scoperte!), che possa offrire (per la sua parte) la base per un pi generale bilancio della ricerca scientifica svoltasi negli ultimi decenni nel nostro paese. Ciascuna delle quattro sezioni comprende, inoltre, una vera e propria storia della disciplina mai tentata prima dora avendo per base un paio di decenni, ma senza rifuggire quandera il caso anche dalla preistoria. Ci che ha invece questo lavoro di pi ambizioso il desiderio di imporre lidea che la riflessione sugli eventi internazionali, la capacit di collocarne le componenti al centro di analisi anche apparentemente lontane da quelli, la creazione, in una parola, di una nuova e diversa sensibilit per questa oggi fondamentale dimensione della realt sia un passo decisivo nella crescita culturale di una societ.

Capitolo primo Relazioni internazionali Luigi Bonanate

1. Le risorse della ricerca internazionalistica in Italia Se non possibile datare precisamente il momento in cui un genuino e specialistico interesse per i rapporti internazionali si sviluppato in Italia, in ogni caso possibile limitare il periodo storico oggetto di questa ricostruzione a partire dalla met degli anni Sessanta anche in considerazione del fatto che in quel periodo cadono due avvenimenti significativi ai fini del censimento delle risorse del campo: nel 1968 viene varata la riforma universitaria che ammette a pieno titolo la disciplina delle relazioni internazionali nei curricula universitari; nel 1965 viene fondato lIstituto Affari Internazionali, un centro privato destinato ad avere un ruolo rilevante nella promozione degli studi internazionali (come si vedr pi avanti). Assumendo questi due avvenimenti come emblematici, si tenuto conto altres della circostanza che essi sono anche indicativi delle due forme principali secondo cui si aggregheranno successivamente le risorse: ricerca universitaria e centri di ricerca privati. Incominciamo dalla prima. Preceduta dallinsegnamento impartito da professori di diritto internazionale oppure di storia dei trattati (cos succede a Torino, ad esempio, dove G. Cansacchi incaricato, secondo la formula di allora, di relazioni internazionali fino allanno accademico 1971-72, o a Cagliari dove G. Andr insegna nientemeno che teoria delle relazioni internazionali, sempre per incarico), la disciplina delle relazioni internazionali vede entrare successivamente in campo Umberto Gori, Antonio Papisca e Luigi Bonanate (Ennio Di Nolfo impartir per alcuni anni corsi di relazioni internazionali, ma con programmi piuttosto storiografici). Essi diventano professori di ruolo (vanno in cattedra, come si dice nel gergo accademico) nel 1975. A quei primi tre titolari si associano (proprio nel senso giuridico della figura del professore associato) nel 1980 Fulvio Attin (che era gi incaricato da alcuni anni) e Carlo M. Santoro. Nel 1985 si associa nella stessa disciplina Franco A. Casadio, purtroppo scomparso nellestate 1989. Fino a tutto il 1989

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esistono tre ricercatori di relazioni internazionali, di cui due confermati Giovanni Bressi e Giorgio Carnevali, pi uno non ancora confermato, Luciano Bozzo. Otto persone dunque! Anche escludendo che sia il numero a fare la forza, certo questo cos esiguo che non si stenta a percepire quanto ridotto sia stato finora il reclutamento accademico in questo settore ridotto e non ristretto, perch va onestamente riconosciuto che a tuttoggi hanno avuto riconosciuto uno status accademico tutti gli studiosi che lhanno desiderato: come a dire che il mercato non ha prodotto pi di tanto! A tale sconfortante bilancio va contrapposta una sola nota positiva, derivante dallintroduzione nelluniversit italiana del cosiddetto dottorato di ricerca, il quale svolger proprio una delle due funzioni naturali e principali delluniversit (nella sua anima di promozione scientifica): la formazione di nuovi studiosi nei diversi settori. Due dottorati hanno rilevanza per la nostra disciplina: quello svolto presso lUniversit di Padova (coordinato da A. Papista), dotato di tre posti per un corso triennale formalmente intitolato alle relazioni internazionali, e quello svolto a Firenze (sede amministrativa, coordinatore Alberto Spreafico), dedicato alla scienza politica (composto dai tre curricula di scienza politica, scienza dellamministrazione, relazioni internazionali), dotato dapprima di 7 posti e poi di 6. Con la fine del 1987 sono stati licenziati due dottori di ricerca in relazioni internazionali (pi uno ammessovi in quanto concorrente esterno), e dei sette del primo ciclo di scienza politica, uno (lunico che avesse seguito il profilo internazionalistico). Altri due cicli di dottorato sono attualmente in svolgimento, e si pu ipotizzare un tasso di sviluppo allincirca costante: non pi di cinque giovani studiosi allanno, dunque per i quali, va subito aggiunto, non esiste, ora come ora, alcuno sbocco accademico. Questo per quanto riguarda le forze intellettuali. Poco pi brillante il bilancio in rapporto allaccesso a risorse e finanziamenti in ambito universitario. Fino allentrata in vigore della riforma universitaria del 1980 (il D.P.R. n. 382) lunico canale di finanziamento per la ricerca era rappresentato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, negli organi di consulenza del quale tuttavia non sedeva n un politologo n un internazionalista (il che non significa che fosse impossibile, ma certo non facilissimo, ottenere finanziamenti). A partire dal 1980, e cio dallistituzione dei fondi per la ricerca (pi noti nel linguaggio accademico come i fondi 40% e 60%, cos denominati in riferimento alla proporzione in cui lammontare totale destinato alla ricerca scientifica viene ripartito tra progetti a carattere nazionale interuniversitario e progetti a carattere locale), laccesso ai fondi per la ricerca nettamente migliorato: mentre

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in pratica ogni titolare anno per armo ottiene finanziamenti locali (che finiscono per venir principalmente destinati ad acquisto di pubblicazioni scientifiche), a partire dal 1984 una prima ricerca nazionale stata impostata sul Sistema della politica estera italiana (coordinata da L. Bonanate, coinvolgeva le universit di Torino, Firenze, Bologna e Catania); unaltra intestata a Sicurezza nazionale e sistema politico italiano (coordinata da C. M. Santoro, con le universit di Bologna, Milano e Torino) iniziata nel 1986. Entrambe le ricerche hanno avuto accanto, ovviamente, al loro obbiettivi scientifici anche la tuttaltro che disprezzabile funzione di costruire una comunit scientifica integrata e collaborativa. Ma con queste considerazioni si conclude gi la rassegna dei centri di elaborazione internazionalistica accademica. Va aggiunto infine che almeno nelle sedi universitarie che per prime hanno introdotto linsegnamento di relazioni internazionali lo stato delle infrastrutture (in sostanza libri e periodici scientifici) pi che accettabile, consentendo a chiunque di disporre in sostanza delle stesse pubblicazioni con cui lavora, ad esempio, uno studioso statunitense. A fronte della rigidit e anche delle ristrettezze ben note del panorama accademico, possibile tracciare un profilo, almeno a prima vista, ben pi ricco per quanto riguarda i centri di elaborazione privati, ivi comprendendo anche le iniziative di tipo editoriale. Qualche cautela va tuttavia subito espressa: se vero come si vedr che centri studi e periodici non mancano (anzi, sono pi di quanto non ci si sarebbe aspettato), d non significa automaticamente che a tutti competa uno stesso livello scientifico o pi genericamente culturale. Incominciamo dai centri. Essi vanno in primo luogo distinti a seconda che emanino da istituzioni universitarie oppure che siano a pieno titolo privati. I primi sono ovviamente pochissimi: valgono per questi le considerazioni svolte per la ricerca universitaria in genere, e sono spessissimo legati allintraprendenza del singolo studioso. Il finanziamento dei centri privati dipende sostanzialmente dal mecenatismo proveniente da istituti di credito, imprese pubbliche, grandi imprese private. I vari centri possono poi esser classificati per sfera di interessi: accanto ad alcune istituzioni che intendono affrontare in generale i problemi internazionali, altre sono invece specificamente rivolte alla politica estera italiana, allanalisi strategica, oppure alla peace research, o ancora a tematiche regionali o settoriali. In alcuni casi sarebbe possibile anche stabilire larea di inclinazione politica sovente nel nostro paese i centri studi hanno funzioni non del tutto disinteressate ma si potrebbero rischiare identificazioni frettolose, e sar meglio trascurare questo dato (va anche ammesso che non

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di tutte possibile dare notizie esaurienti: e questo pu rappresentare un valido, per quanto malizioso, indicatore!). 1) Archivio disarmo: centro di documentazione sulla pace e sul controllo degli armamenti, costituitosi a Roma nel 1982. Dal 1984 pubblica ledizione italiana del World Armaments ami Disarmament Sipri Yearbook, presso leditore Dedalo di Bari. 2) Associazione italiana studi di politica estera (Roma): pubblica il periodico Affari esteri, dal 1969. 3) Centro di ricerca per la pace nel Mediterraneo (Catania): promosso dal Dipartimento di analisi dei processi politici, sociali e istituzionali dellUniversit di Catania; si vale di contributi degli enti locali. Fondato nel 1987. 4) Centro di studi europei: presso lUniversit di Padova. 5) Centro studi e documentazioni internazionali (CESDI): opera a Torino, fornisce documentazioni e analisi, a livello professionale, per operatori nei campi dellinformazione, dellindustria, delleconomia. 6) Centro di studi e formazione sui diritti delluomo e dei popoli: presso lUniversit di Padova. Pubblica, dal 1987, il periodico Pace-diritti delluomo-diritti dei popoli. 7) Centro studi Manlio Brosio: opera a Torino e ha pubblicato dal 1984 al 1986 la Rivista italiana di strategia globale. 8) Centro per gli studi di politica estera e opinione pubblica: istituito a Milano nel 1980 grazie a una convenzione tra Universit e Comune di Milano. Pubblica dei Quaderni, che sono veri e propri volumi, e una collana di Saggi italiani. 9) Centro di studi strategici: presso la Libera universit internazionale degli studi sociali di Roma. Pubblica degli Occasionai Papers. 10) Centro di studi sulle comunit europee: presso lUniversit di Padova. 11) Centro studi di politica internazionale (CESPI): ha sede a Roma, ed promosso dal Partito Comunista Italiano. 12) Forum per i problemi della pace e della guerra: promosso dallUniversit di Firenze in collaborazione con gli enti locali. Pubblica una collana presso La Nuova Italia Scientifica, i Quaderni Forum (dedicati a rapporti di ricerca) e Forum informazioni. Promuove ricerche, convegni, seminari. Opera dal 1986. 13) Istituto Affari Internazionali: fondato nel 1965. Pubblica, dal 1969, prima i Quaderni e poi la Collana dello spettatore internazionale presso leditore II Mulino di Bologna, fino al 1980. Dal 1973 pubblica lannuario LItalia nella politica internazionale, fino al 1985 presso le Edizioni di Comunit, e quindi presso leditore Franco Angeli. Dal 1966

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pubblica il bimestrale Lo spettatore internazionale, poi sospeso e ripreso nel 1984 in lingua inglese e con cadenza quadrimestrale (The International Spectator). Diffonde tra i soci degli Occasionai Papers. Opera prevalentemente come centro di promozione di ricerche. 14) Istituto per la cooperazione politica, economica e culturale internazionale (ICIPEC): Roma. 15) Istituto per le relazioni tra lItalia e i paesi dellAfrica, America Latina e Medio Oriente (IPALMO): ha sede a Roma, e pubblica dal 1972 il mensile Politica internazionale. 16) Istituto di sociologia internazionale di Gorizia (ISIG): sviluppa, tra gli altri, temi legati al controllo degli armamenti, nellambito di un Programma di politica e relazioni internazionali. Pubblica dei Quaderni, a circolazione limitata. 17) Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI). Fondato a Milano nel 1933. Ha pubblicato dal 1936 fino al 1983 il settimanale Relazioni internazionali e lAnnuario di politica internazionale dal 1951 al 1973. Si tratta della prima, e pi prestigiosa, istituzione italiana del settore. Dalla met degli anni Settanta incominci a declinare, fino alla pratica totale sospensione delle sue attivit allinizio degli anni Ottanta. Nel 1987, anche sotto legida del Ministero degli Affari Esteri, ha ripreso la sua attivit, organizzando seminari e convegni. Dal 1988 ha ripreso la pubblicazione di Relazioni internazionali, con cadenza trimestrale. 18) Istituto studi e ricerche difesa (ISTRID): Roma. Pubblica quindicinalmente, come agenzia di stampa, Informazioni parlamentari difesa. 19) Istituto universitario europeo: retto dalla collaborazione tra Universit di Torino ed enti locali, svolge principalmente corsi di aggiornamento. 20) Scuola di perfezionamento sui diritti delluomo e dei popoli: presso lUniversit di Padova, lunico corso di perfezionamento del genere esistente in Italia. 21) Societ italiana per lorganizzazione internazionale (SIOI): fondata nel 1944, si vale del patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, dal 1945 pubblica il trimestrale La comunit internazionale; una collana di volumi diffusa dalla casa editrice CEDAM di Padova. 22) Universit per la pace: un centro interdipartimentale di studi e ricerche, costituito presso il Dipartimento di discipline storiche dellUniversit di Bologna. 23) Unione degli scienziati per il disarmo (USPID): raccoglie scienziati appartenenti ai dipartimenti di Fisica di varie universit italiane.

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Lunica altra sede di dibattito internazionalistico rappresentata da quei periodici che non sono direttamente legati alle istituzioni prima elencate: la Rivista di studi politici internazionali, diretta da G. Vedovato; Progetto pace, diretta da U. Gori; Giano, diretta da L. Cortesi ne sono tre esempi. Esistono poi testate a diverso titolo riferibili alle istituzioni militari del paese, come la Rivista militare, la Rivista marittima, Difesa oggi, le quali tuttavia non rientrano nellambito della circolazione del dibattito culturale, ma sviluppano problematiche specifiche delle diverse armi. Da alcuni anni a questa parte, infine, sempre pi frequente che scritti di relazioni internazionali vengano ospitati su periodici scientifici come Il Politico ,la Rivista italiana di scienza politica, Teoria politica, oppure su testate di cultura in generale, come Comunit, , Il Mulino, Bozze, Critica marxista, Democrazia e diritto, I problemi di Ulisse, testimoniando il riconoscimento ottenuto dalla problematica internazionalistica. Un ultimo cenno va riferito a una delle forme di diffusione culturale oggi pi sviluppate in Italia: lattivit convegnistica, nellambito della quale uno spazio sempre pi rilevante viene aperto alle tematiche internazionalistiche, con speciale riferimento alle grandi questioni strategiche o allo sviluppo dellideale federalistico (non si citata tra le istituzioni attive nel settore il Movimento federalista europeo, con il suo periodico Il federalista, per il connotato politico nel senso nobile della parola che possiede). Molto sovente lattivit convegnistica di questo tipo organizzata sotto legida degli enti locali. Ma la mappa delle risorse rivolte a vario titolo nel nostro paese ai problemi internazionali non pu andare disgiunta dalla non facile storia a cui ora ci si rivolger della formazione di una sensibilit internazionalistica. 2. Le relazioni internazionali nella cultura italiana Le relazioni internazionali intese come quel settore della scienza politica che si rivolge ai rapporti politici che gli stati (e alcuni altri attori) intrattengono tra loro sono apparse sulla scena accademica italiana prima ancora che nella cultura italiana si fosse sviluppata una qualche consapevolezza dellutilit di una tale prospettiva ai fini della comprensione della realt politica internazionale, contemporanea o del passato. Ancora oggi, a ventanni dellinaugurazione del primo corso universitario di relazioni internazionali avvenuta a Firenze, presso la Facolt di Scienze politiche Cesare Alfieri, nellanno accademico 1968-69 (ma effettivamente il corso fu impartito da Umberto Gori a partire dal febbraio 1969) non sempre facile per tutti comprendere quali diffe-

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renze intercorrano tra uno studioso di relazioni internazionali, appunto, da un lato e un politologo dallaltro, o pi ancora uno studioso di diritto internazionale o di storia diplomatica o dei trattati. Se ci pu seppure a malincuore esser considerato come una mera conseguenza di certo provincialismo italiano, le cose non stanno in modo tanto differente anche allinterno del mondo universitario, nel quale ancora sovente si verificano le stesse confusioni tanto che ci si dovrebbe forse chiedere se davvero esistano consistenza e indipendenza per una prospettiva disciplinare genuinamente internazionalistica. Una prima prova, a favore, e per quanto estrinseca, si deduce dallenorme diffusione che le relazioni internazionali hanno negli Stati Uniti (il paese che conosce il maggior sviluppo di tutte le discipline politologiche): la International Studies Association ha migliaia di soci individuali, e i corsi di relazioni internazionali impartiti ogni anno in quel paese sono diverse centinaia! Una seconda prova ben pi importante rappresentata dalla crescente centralit dei fatti politici internazionali, il che ha progressivamente, per quanto lentamente, sviluppato una qualche attenzione verso il lavoro degli specialisti delle relazioni internazionali ai quali finalmente si potr ricorrere per aver lumi sulle complesse vicende della politica internazionale. Con tutto ci, a tuttoggi non si pu n considerare conclusa la fase pionieristica della disciplina n verificare il suo consolidamento attraverso linstaurazione di un meccanismo di riproduzione disciplinare. Infatti si deve giungere al 1973 perch si contino quattro O) insegnamenti di relazioni internazionali e al 1975 perch tre di quei primi quattro corsi (impartiti per incarico annuale) vengano ammessi a pieno titolo nella comunit accademica con lassegnazione di tre cattedre (ai tre stessi incaricati: Gori a Firenze, Papisca a Catania, Bonanate a Torino). Ma se si guarda ad oggi, la situazione ben poco mutata, anche se quantitativamente si era giunti ad un raddoppiamento con lingresso nella disciplina di Fulvio Attin, di Carlo M. Santoro (Bologna e, dal 1987, supplente nella stessa materia a Milano), e di Franco Casadio (Salerno) . Quel che poi necessario mettere in rilievo che di questi titolari, la stragrande maggioranza (quattro) non ha potuto seguire per lovvio motivo che non esistevano corsi di relazioni internazionali studi specialistici n laurearsi in una disciplina politologica (ci che hanno avuto finora lopportunit di fare i soli Bonanate e Attin). Dunque, chi nel corso del passato ventennio era interessato alla problematica politica internazionale era costretto a rifugiarsi, per via di mera vicinanza, nel diritto internazionale o nellorganizzazione internazionale.

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Non solo: a tuttoggi non esiste ancora un solo laureato in relazioni internazionali (e ormai sono decine e decine) che sia entrato formalmente nel mondo universitario! Poich uno soltanto dei pochi ricercatori universitari laureato in relazioni internazionali, non ci si pu stupire che la comunit accademica e culturale nazionale non abbia ancora a pieno titolo accolto nel suo seno questa disciplina, alla luce del criterio, ragionevole, dellattuale assenza di una catena di riproduzione culturale. difficile accertarsene definitivamente (data la foresta immensa costituita dai titoli delle discipline insegnate nelluniversit italiana), ma non si certo lontani dal vero quando si osserva che le relazioni internazionali sono una delle discipline pi piccole di tutto luniverso accademico italiano. Non sarebbe tuttavia corretto concludere da ci che dunque il panorama scientifico degli studi di relazioni internazionali compiuti in Italia sia fallimentare. Per quanto imbarazzante sia parlare di una storia di cui pur si fa parte, onesto come si cercher di illustrare nelle pagine seguenti dichiarare che, pur nellesiguit materiale di una produzione scientifica affidata a cos poche mani, lo standard italiano nel campo delle relazioni internazionali pu essere certamente affiancato almeno a quello degli altri paesi europei1. Quali le cause storiche di tutto ci? Sono molte e ragionevoli. La prima, sia in termini genetici sia concettuali, sta nella natura stessa della cosa, cio di una disciplina che oggettivamente particolarmente complessa e di difficile accesso: la specializzazione in questo campo comporta (sia ben chiaro che con ci non si vuoi cercare alcuna patente di nobilt) lapprofondimento di un ambito disciplinare che , per un verso, amplissimo se non sconfinato essendo ovviamente molto difficile affrontare un qualsiasi argomento internazionalistico senza saperne dominare gli inestricabili aspetti economici, politici, giuridici, strategici, ecc. ; e dallaltro estremamente sofisticato per quanto riguarda le tecniche di analisi e i livelli di concettualizzazione scientifica. La inevitabilmente pi scarsa abitudine ad affrontare tematiche politicointernazionali rispetto a quella che tutti abbiamo ad affrontare la realt politica dello stato in cui viviamo inoltre diminuisce la sensibilit e la predisposizione verso le prime, venendo a favorire o privilegiare grandi schematizzazioni che, per rendersi comprensibili e divulgabili, rischiano sovente di sconfinare nellovvio se non nellideologico. Ancora pi deli1 Cfr. ad esempio Lyons, 1982; Grader, 1988, per quanto riguarda i casi di francese e britannico.

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cato poi sempre su questo piano il rapporto che si instaura tra informazione quotidiana e riflessione scientifica, tra analisi dellattualit e produzione di modelli di analisi. Gli eventi internazionalmente rilevanti tendono a essere oggetto di grandi titoli sui quotidiani, cosicch la loro evidenziazione ne consuma immediatamente la portata e la cascata di conseguenze che spesso ricchissima, ma certo meno clamorosa e suggestiva per lopinione pubblica. Ne risulta una ricerca di semplicit che sconfina sovente nelleccesso di semplificazione, a tutto scapito dellapprofondimento e del disvelamento del significato dei singoli avvenimenti. Il secondo ordine di impedimenti allo sviluppo pi in Italia che negli altri paesi rappresentato dalla preponderanza di tradizioni culturali che hanno sia pur involontariamente (ma forse non sempre) schiacciato lo sviluppo autonomo delle relazioni internazionali. Diritto internazionale e storia diplomatica (o, come pi tradizionalmente si dice, o si diceva, storia dei trattati) appartengono a famiglie culturali e accademiche ben pi affermate e solide che comprendendo al loro interno lanalisi di elementi di internazionalit hanno a lungo dominato lambito degli studi e lo sviluppo delle loro direzioni a favore delle prospettive storiografica e giuridica, il che naturalmente corretto e comprensibile, ma non poteva tuttavia non andare a discapito dello sviluppo di un approccio politologico alla stessa realt. Cos essendo da un lato lo storicismo crociano e dallaltro la scuola giuridica italiana cos seguite e diffuse nel paese lemergenza delle relazioni internazionali ha finito per essere il risultato di una specie di guerra di lunga durata o di guerra di indipendenza disciplinare combattuta (sia pure senza spargimento di sangue!) tra storici e giuristi da una parte e internazionalisti dallaltra. Un terzo ordine di problemi andr infine individuato nella difficolt incontrata anche allinterno del raggruppamento politologico per ottenerne un riconoscimento di legittimit: bench in astratto nessuno contesti che le tre ripartizioni classiche della disciplina siano la scienza politica (strettamente intesa: cio in quanto analisi della politica interna), la scienza dellamministrazione e le relazioni internazionali2, la pi
2 E una prova per quanto estrinseca di ci diedero le Edizioni del Mulino di Bologna quando, inaugurando la sezione intestata ai Fondamenti della scienza politica della collana La nuova scienza, dedicarono i primi volumi alla Introduzione alla scienza politica di R. Dahl (1967), a La pubblica amministrazione di F. Heady (1968), e a Le relazioni internazionali di K.W. Deutsch (1970). Considerazioni in gran parte analoghe a quelle qui svolte, ma pi polemiche, faceva Papisca (1984) nel motivare le cause dellarretratezza italiana, anche se con particolare riguardo al settore dellintegrazione europea.

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scarsa propensione per la ricerca empirica che contraddistingue queste ultime ha finito per collocarle sovente ai margini della comunit politologica, quasi sospingendole verso i lidi della filosofia politica oppure nella piccola per quanto abitata da pi coinquilini isola della teoria politica, altro ambito problematico in Italia scarsamente coltivato in quanto tale (tant vero che non esiste alcun titolare di una cattedra con tale nome in Italia, cosa che invece frequentemente si verifica allestero). Un ulteriore elemento va aggiunto al quadro: linevitabile periodo di acritica accettazione del primato statunitense nella teoria delle relazioni internazionali ovviamente non ha che aumentato la lentezza della creazione non tanto di unidentit nazionale (il che sarebbe fin ridicolo in una disciplina internazionalistica!) quanto piuttosto di una tematica originalmente prodotta a partire delle esigenze conoscitive specifiche di chi opera nel nostro paese. Se la centralit statunitense nella politica mondiale maturata in particolare dopo il secondo conflitto mondiale era naturalmente la base a partire dalla quale gli studi internazionalistici ottennero in quel paese finanziamenti, risorse e interesse, lo stesso e con segno contrario si potrebbe forse dire dellItalia che, a causa della sua assoluta marginalit internazionale (o della sua politica estera di basso profilo3) incontrerebbe cos grandi difficolt nello sviluppo della disciplina scientifica che di quella dovrebbe occuparsi. Per dirla con le parole di uno dei politologi italiani che hanno sempre mostrato grande interesse e sensibilit per le relazioni internazionali, tanto pi dinamica la politica estera di uno stato, tanto pi ampia sar probabilmente la domanda di studiosi e di operatori internazionali e di conseguenza tanto pi grande tender a essere anche lofferta (Pasquino, 1977, p. 27). Pu anche darsi che questa specie di legge economica sia sufficiente a giustificare larretratezza italiana in questi studi; ma la sua applicazione comparativa lascia qualche perplessit: la Gran Bretagna a lungo massima potenza mondiale o la Francia che ha avuto a sua volta una tradizione imperiale di tutto rispetto dovrebbero allora sopravanzare di gran lunga il livello scientifico italiano, mentre le cose non stanno cos. Entrambi i paesi hanno avuto e hanno cultori di grande livello, ma non incomparabili a quelli italiani o tedeschi (per ricordare un altro paese a lungo senza politica estera). La ragione di tutto ci va quindi piuttosto ricercata in aspetti culturali profondi e nazionali come si vede se si cerca di applicare la legge di Pasquino in modo analogo, allanalisi della politica interna: lo sviluppo degli studi polito3 Per l'uso di questo formula, del resto estremamente frequente nell'analisi della politica estera italiana, si veda il paragrafo 6, pi avanti.

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logici italiani certo ben pi tardo e lento che quello statunitense, ma non si potrebbe certo da ci dedurre che la vita politica italiana meno intensa o meno ricca che quella statunitense (anzi!). 3. La via italiana alle relazioni internazionali Se da un lato si deve riconoscere la lentezza con cui una cultura internazionalistica si fatta strada nei paesi europei, dallaltra non si pu disconoscere che in tutti questi la situazione si progressivamente e sensibilmente modificata anche se va tenuto sempre ben presente che ogni studioso europeo continua a considerarsi interlocutore del collega statunitense e non degli altri europei (il che equivale quindi a ribadire il primato scientifico della ricerca americana). Per quanto riguarda specificamente il caso italiano non difficile distinguere, nella sua pur breve storia, il succedersi fondamentalmente di due fasi: la prima, durata dal 1969 alla fine degli anni Settanta (a voler essere precisi, si potrebbe datare la fine di questa prima fase al 1976, per il motivo che tra poco si dir); la seconda, che giunge fino al 1987, anno che andr considerato non esclusivamente il punto darrivo cronologico, ma anche quello dellavvio di una terza, nascente, fase. Ma come in tutte le storie che si rispettano anche questa ha un antefatto, o una preistoria, a cui ora necessario far posto. La prova, infatti, della dipendenza generale degli studi internazionalistici italiani rispetto a quelli statunitensi si trova addirittura in anni precedenti a quelli ricordati: infatti gi nel 1962 che la casa editrice Il Mulino inizia a pubblicare la traduzione di una serie di volumi (di grande interesse) dedicati ai problemi degli armamenti, o pi correttamente alla fondazione degli studi strategici in quanto scienza politica. Escono cos il libro di Schelling e Halperin, Strategia e controllo degli armamenti, quello di H. Bull, Controllo e disarmo nellet dei missili, e quello curato da Brennan, Controllo degli armamenti, disarmo e sicurezza nazionale (ancora un altro seguir lanno successivo: La riduzione degli armamenti di D. Frisch), ai quali tocca il compito di impostare e orientare i termini del dibattito destinato a un grandissimo sviluppo, sia in Italia sia altrove sul ruolo che gli armamenti (specie nella loro variet nucleare) sono chiamati a giocare nella vita politica internazionale, e dunque anche nella teoria delle relazioni internazionali4.
4 appena il caso di ricordare limportanza che tale dibattito assume periodica. mente - specie in riferimento alla sicurezza europea - come mostra anche laccordo raggiunto 18 dicembre 1987 tra Stati Uniti e Unione Sovietica per leliminazione dei missili intermedi (gli euromissili).

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E la verifica che quella scelta editoriale non poteva non influire sui primi passi della disciplina italiana rappresentata proprio dal fatto che uno dei primissimi lavori di teoria delle relazioni internazionali pubblicati in Italia dedicato in larga misura al posto che gli armamenti (e in particolare la bomba atomica, con la sua minaccia) occupano nella politica internazionale (Bonanate, 1971). 3.1. La prima fase (1969-1976) Il tratto che contraddistingue i primissimi lavori di Umberto Gori e Antonio Papisca, i due senior researcbers italiani, indubbiamente quello lasciato dalla loro provenienza da studi giuridici orientati verso i problemi dellorganizzazione internazionale (cfr. Gori, 1968; Papisca, 1969). Non a caso essi dedicano i loro primi scritti di ampio respiro (il saggio di Gori di 85 pagine e quello di Papisca un libro) allevoluzione dellorganizzazione internazionale dalla Societ delle Nazioni allONU, il primo, e al ruolo dellONU nelle consultazioni popolari, il secondo. Ma accanto a questi primi scritti (pre-politologici!), Gori incomincia a pubblicare su Futuribili (un periodico che si rif allimpostazione proposta da Bertrand de Jouvenel) una serie di brevi articoli che possono a buon diritto essere considerati come le prime prove italiane nel territorio delle relazioni internazionali strettamente intese: vi si parla di previsione, di teoria dei sistemi, di modelli (Gori, 1969b; 1969c; 1970a), tre tematiche destinate ad andare incontro a fecondissimi sviluppi. Essi offrono anche lindicazione di quella che sar, almeno in questo primo periodo, la problematica particolarmente sviluppata da Gori: quella della metodologia generale delle relazioni internazionali, alla ricerca del loro fondamento epistemologico, del procedimento per la costruzione delle teorie (empiriche, derivate cio dai fatti e sui fatti controllabili; Gori, 1973b, p. 37), della tecnica per lanalisi della politica estera (Gori, 1973a). Come gli sviluppi ulteriori della produzione di Gori mostreranno, sar proprio ancora sulle stesse linee a cui andr ad aggiungersi il filone di ricerca sulla pace che egli orienter le sue ricerche maggiori. Ma una volta ricordato che sempre nel 1969 esce un altro dei primi articoli di relazioni internazionali, quello del laico Gianfranco Pasquino (Pasquino, 1969), che tuttavia prevalentemente dedicato a illustrare i termini di una grande disputa metodologica sviluppatasi negli Stati Uniti e che in Italia non ha ancora materia prima perch vi si

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trapianti5 bisogna concentrarsi sullanno 1973, il quale pu a buon diritto esser considerato quello della nascita ufficiale delle relazioni internazionali in Italia. Per coincidenza sono pubblicati infatti in quellanno quelli che possono esser giudicati (anche per il loro respiro) i primi tre libri a pieno titolo internazionalistici. Tutti e tre sono ciascuno a modo suo introduttivi; analoghi dunque, ma tanto diversi da potersi integrare reciprocamente invece che sovrapporre (Bonanate, 1973c; Gori 1973a; 1973b; Papisca, 1973). LIntroduzione allo studio delle relazioni internazionali di Antonio Papisca (che sistematizza le dispense dei corsi gi impartiti presso lUniversit di Catania a partire dallanno accademico 1970-71) appare, almeno per la variet dei temi trattati, quello di pi ampio respiro. Nella sua prima met affronta problemi metodologici, quali la delimitazione del campo dindagine della disciplina, la giustificazione della sua scientificit e quindi neutralit, gli approcci e le tecniche di ricerca disponibili. La seconda parte verte sul sistema internazionale, di per s assunto come campo specifico dellanalisi, allinterno del quale cio opereranno gli attori internazionali pi diversi (dai singoli stati alle multinazionali, ai sindacati, agli organismi sovra-nazionali, ecc.), i quali obbediscono a un insieme di condizioni strutturali, riassunte attraverso la logica dei modelli di sistema (mutuata prevalentemente dallimpostazione classica di Kaplan, 1957). I due principali contributi di Gori al volume Relazioni internazionali. Metodi e tecniche di analisi (in parte proveniente, come ricordato nella Premessa di Giovanni Sartori, da un seminario svolto in collaborazione con lIstituto diplomatico e con la Societ italiana per lorganizzazione internazionale) sono meno sistematici, ma si pongono a un livello di elaborazione gi pi maturo o consapevole delle capacit della nuova disciplina: nel capitolo dedicato ai recenti sviluppi nello studio delle relazioni internazionali (Gori, 1973b), si accostano ai riferimenti canonici sulle questioni epistemologiche indicazioni sul procedimento rivolto alla costruzione delle teorie, sulle potenzialit racchiuse nellappena sviluppatasi analisi quantitativa, sulla querelle metodologica che in conseguenza dei recenti sviluppi disciplinari contrappone metodo classico e metodo scientifico quasi che il pubblico al quale Gori intende rivolgersi sia quello della nascente comunit scientifica italiana piuttosto che degli studenti dei primi corsi di relazioni internazionali. Considerazioni analoghe
Si trattava della polemica aperta dal saggio di H. Bull (1966), in cui si mettevano in discussione i meriti dellallora trionfante approccio scientifico-quantitativo nellanalisi internazionalistica.

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valgono per laltro capitolo contenuto nello stesso volume (Gori, 1973a), nel quale il riferimento invece ai policy-makers italiani che egli cerca di indirizzare verso unelaborazione della politica estera nazionale tecnicamente pi sofisticata. LIntroduzione allanalisi politica internazionale di Luigi Bonanate di nuovo rivolta agli studenti pi che agli studiosi, ma obbedisce a un progetto certo pi ambizioso (altra cosa valutare se i risultati corrispondano alle intenzioni): la fondazione originale di una metodologia della disciplina che, pur rientrando fondamentalmente nel solco della tradizione statunitense, la integri con la consapevolezza dellinscindibilit delle relazioni internazionali dal pi ampio mondo della politica tout court, lo studio della quale richiede a sua volta il riferimento non esclusivamente a problemi empirici bens anche teoretici e filosofici. A differenza degli altri due lavori, questultimo si chiude con la proposta di un modello di analisi che, pur senza rinunciare alla neutralit scientifica, mira a sviluppare unipotesi interpretativa, che non pu per natura che esser considerata soltanto come una spiegazione possibile, e non il risultato di una continua accumulazione di dati. Anche in questo caso come in quello di Papisca la scelta operativa cade sulla teorica del sistema internazionale, del quale si propone di individuare il sistema di ipotesi (ne vengono indicate cinque, che sono tra loro gerarchicamente collegate) che ne regge il funzionamento e che quindi mira a spiegarlo. Se con le note precedenti si dato conto di quello che potrebbe esser considerato il corpus ufficiale che d vita alla disciplina delle relazioni internazionali, non si dovr da ci concludere che nessun altro prima o nello stesso periodo si sia occupato in Italia di tematiche internazionalistiche. Va cos ricordato almeno a titolo di esempio che studiosi provenienti dal diritto internazionale o dalla storia delle relazioni internazionali pubblicarono tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta corsi universitari esplicitamente intestati alle relazioni internazionali. Giorgio Cansacchi ripubblica nel 1972, con il titolo I principi informatori delle relazioni internazionali, le lezioni prima note come Storia dei trattati e politica internazionale, alle quali nella nuova versione premette alcune pagine introduttive dedicate alla nuova disciplina (che egli considera alquanto generica sia per quanto attiene allindirizzo generale di ricerca sia per quanto riguarda le dubbiosit che si profilano in ordine ai metodi di indagine )6. Di tuttaltro respiro specie per quanto riguarda la valutazione sulla legittimit dellapproccio politolo6 I due testi (Cansacchi, 1965; 1972) si scambiano titolo e sottotitolo. Il contenuto sostanzialmente invariato. I riferimenti testuali sono a p. 3 e a p. 4 di Cansacchi, 1972.

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gico alle relazioni internazionali sono le dispense dei corsi tenuti allUniversit di Padova da Ennio Di Nolfo tra il 1970 e il 1976 (nel 1977 egli sar titolare di relazioni internazionali presso la Libera universit internazionale degli studi sociali) significativamente intitolate Per una teoria empirica delle relazioni internazionali. Se per quanto ciascuno dal suo punto di vista professionale e culturale Cansacchi e Di Nolfo accentuano ben pi di quanto non farebbe un politologo la funzione esplicativa dellanalisi storiografica, molti altri interventi sul terreno internazionalistico si verificano nello stesso periodo anche in ambito non accademico specialmente nel settore degli studi strategici, o pi in generale della sicurezza internazionale. Questi si vedano ad esempio i lavori di Aliboni, Calogero, Devoto, Merlini, Silvestri si pongono a un livello intermedio tra nformazone e analisi, e hanno il merito di discutere la politica ufficiale del nostro paese in questa materia centrando le loro analisi sul prodotto di ricerche invece che di valutazioni partitiche (significativamente lIstituto Affari Internazionali il primo centro di ricerca non universitario fondato in Italia su temi internazionali che assomigli ad analoghe e ben pi annose istituzioni anglosassoni inaugura la sua attivit nel 1965). 3.2. Il 1976 La ragione che pu consigliare di segnalare il 1976 come svolta negli studi internazionalistici italiani dipende in primo luogo dallavvenuto consolidamento accademico delle relazioni internazionali, in seguito allassegnazione delle prime tre cattedre nellambito del concorso per professori di ruolo nel settore della scienza politica conclusosi nellautunno 1975 (i tre vincitori sono Gori, Papisca e Bonanate). Accanto a ci va ricordato che nel 1976 viene pubblicata in Italia la prima antologia intesa a presentare al pubblico italiano limpostazione della ricerca internazionalistica di matrice statunitense, la quale resta in ogni caso il punto di riferimento culturale. Ne Il sistema delle relazioni internazionali (1976, a cura di L. Bonanate) sono tradotti nove saggi giudicati particolarmente rappresentativi ed emblematici delle diverse direzioni di ricerca dal problema dei livelli analitici a quello della definizione del concetto di sistema; dai modelli sulla logica polaristica alle cause dellarretratezza della politica internazionale rispetto a quella interna; dal rapporto tra politica e diritto allimpostazione dellanalisi dei collegamenti tra interno ed esterno. In tutti i saggi prevale lelemento metodologico, lattenzione per il quale giudicata per quanto con diverse conside-

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razioni critiche fondamentale nella nascente riflessione italiana. Va messo in evidenza specie a titolo di promemoria rispetto alle osservazioni che si svolgeranno pi avanti il carattere del tutto teorico dei nove scritti scelti, quasi che la politica internazionale sia una materia astratta e del tutto priva di contatti con la realt, ci che in effetti sarebbe ovviamente falso. Quel che con tale scelta piuttosto si mirava ad argomentare era la natura effettivamente teoretica delle relazioni internazionali in quanto disciplina, rivolte cio alla costruzione di modelli interpretativi che prima ancora che adatti alla sperimentazione, in corpore vili, nellattualit politica internazionale siano dotati delle credenziali scientifiche che vengono pi facilmente riconosciute ai programmi di ricerca contraddistinti da un autonomo e originale apparato metodologico e teorico. Sempre nello stesso anno si manifesta il primo segno della continuit professionale, con la pubblicazione del primo libro di un allievo. Si tratta de I conflitti internazionali (Attin, 1976), che un tentativo di presentare alla cultura italiana gli interessanti e fecondi risultati di uno dei settori di ricerca pi attivi e vivaci negli Stati Uniti: la ricerca quantitativa, che ha alla sua base i pionieristici lavori di Q. Wright, L. Richardson, D. Singer. Va segnalato a questo proposito che il libro viene pubblicato in quella che era allora la prima (ed rimasta tuttora lunica) collana editoriale dedicata espressamente alle relazioni internazionali7. Contraddistingue ancora il 1976 il fatto che nella primavera di quellanno viene organizzata a cura dellIstituto di studi nordamericani di Bologna una tavola rotonda dal titolo Linsegnamento e la teoria delle relazioni internazionali negli Stati Uniti e in Italia (AA.VV., 1977), che rappresenta la prima occasione in assoluto in cui in Italia un gruppo di studiosi discute sui primi passi della neonata disciplina. Il seminario comprendeva le relazioni di E. Krippendorff, E. Di Nolfo, G. Pasquino, L. Bonanate, A. Papisca, R. Strassoldo, F. Attin (parteciparono al dibattito anche G. Calchi Novati, P. Calzini, A. Gentili, U. Gori, G. Kaufmann, A. Panebianco, J. Petersen, S. Pistone). Il taglio degli interventi fondazionale: si va cos dalla ricostruzione storica della disciplina ai dubbi sulla consistenza della politica estera italiana, dallutilit della disciplina ai fini della comprensione della realt internazionale ai problemi di impianto che essa deve affrontare, dalla individuazione di una so7 Si tratta della collana Scienza politica e relazioni internazionali, diretta da U. Gori, per leditore Franco Angeli di Milano. F. Attin aveva gi pubblicato diversi saggi, di minor respiro, negli anni precedenti, alcuni dei quali ancora in collaborazione con Gori. Cfr. Attin, 1973a; 1973b.

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ciologia delle relazioni internazionali al bilancio dellesperienza accademica maturata in quei primissimi anni. Nel 1976 infine viene pubblicato un importante Dizionario di politica (Bobbio e Matteucci, 1976), il quale svolge nei confronti della scienza politica e a un livello ovviamente pi elevato, dato il ben maggiore sviluppo di quegli studi in Italia una funzione di consolidamento disciplinare grazie al tentativo di offrire al pubblico italiano uno strumento di riferimento inteso a costruire e poi divulgare un linguaggio comune e chiaro per discutere di politica. A noi interessa in questo quadro il fatto che molte voci vennero dedicate ad argomenti internazionalistici, e che a redarle furono chiamati diversi cultori di relazioni internazionali, ma non esclusivamente: tanto che la voce Politica internazionale fu affidata a S. Pistone8 e che soltanto nella seconda edizione dellopera (1983) compare il lemma Relazioni internazionali, ancora a cura di Pistone. Grazie alla grande accelerazione impressa alla disciplina dalla svolta del 1976, la ricostruzione del periodo successivo non pu pi svolgersi unitariamente, ma richiede lindividuazione dei principali settori di interesse, ciascuno dei quali sar caratterizzato da vicende e caratteristiche specifiche. 3.3. 1976-1987 Facilita lindividuazione dei principali filoni di ricerca che si vanno sviluppando a partire da questa seconda fase la storia stessa dei primi internazionalisti italiani, dei quali ora per lultima volta (ecco un altro segno del tempo) si potr parlare come di protagonisti indisturbati. Infatti Gori, Papisca e Bonanate proprio come in un mercato spontaneamente autoregolantesi sviluppano il loro lavoro in tre direzioni diverse che soltanto raramente finiranno per incontrarsi (val la pena sottolineare a titolo di testimonianza che ci non risult n da accordi n da divergenze: si trattava effettivamente del soggettivo perseguimento di autonomi programmi di ricerca). Cos. Gori affront da allora prevalentemente le tematiche della politica estera (sia alla ricerca di un fondamento scientifico per la sua analisi, sia nella ricerca empirica su quella italiana) e della pace; Papisca svilupp sempre maggiormente la tematica istituzionalistica, dapprima approfondendo specialmente con riferimento al movimento che port i governi dellEuropa comunitaria a
8 Allora professore di storia del pensiero politico contemporaneo, e ora di storia dell'integrazione europea

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decidere di darsi un parlamento elettivo i problemi dellintegrazione europea, e poi inaugurando un sotto-settore del tutto nuovo nella nostra cultura, quello dellintegrazione non governativa, con riferimento cio a tutti quei fenomeni transnazionali sociali che potrebbero favorire la democratizzazione della vita politica internazionale. Bonanate infine sembr da allora accantonare il prevalente interesse per lanalisi strategica della guerra (bench continuasse a scrivere anche di ci)9 a favore di quella rivolta alla natura dellambiente (il sistema internazionale) del quale la guerra continua a essere la regina, affidando a ci spinto dagli sviluppi dellattualit il proseguimento della sua ricerca sulla violenza alla dimensione del terrorismo internazionale. Anche se le risorse personali e intellettuali entrate nel campo internazionalistico dopo il 1976 non modificano drasticamente la situazione, indubbio che dopo questa data il ventaglio di interessi si allarga tanto da portare la ricerca italiana su standard pi simili a quelli statunitensi, a riprova di un generale svecchiamento o di un recupero della cultura italiana nei confronti dei grandi temi dibattuti nel mondo. Lo testimonia il fatto che gli ambiti che incontrano laccelerazione maggiore sono quelli dellanalisi della politica estera forse in corrispondenza di una nuova (o ritrovata?) intraprendenza italiana sulla scena internazionale e della riflessione sui problemi della sicurezza, che toccano da vicino anche il nostro paese, tanto pi dopo che la famosa decisione sullinstallazione dei cosiddetti euromissili presa nel dicembre 1979 comport la loro localizzazione (per quanto riguardava lItalia) nella base di Comiso. Ma anche un altro elemento pu esser considerato come un segno di avvenuta integrazione della nostra cultura nel dibattito internazionale: la ripresa della discussione sulle dimensioni etiche dei problemi internazionali, che era stata fino ad allora oggetto quasi esclusivo della riflessione di Norberto Bobbio (Bobbio, 1962; 1965; 1966). Ed ecco cosi attirati sul terreno della responsabilit etico-civile di fronte allo sviluppo delle armi di distruzione totale romanzieri come Carlo Cassola (Cassola, 1976a; 1976b; 1978); storici come Luigi Cortesi (Cortesi, 1984; 1985a; 1985b); filosofi come Carlo A. Viano (Viano, in Baroncelli e Pasini, 1987)10. Asemblematiche di una ben pi vasta attenzione. Cos, si ricorder - sempre soltanto come esempio - che anche Elsa Morante si interrog sui Pro e contro la bomba atomica, in una conferenza del 1965, pubblicata nel 1987; e che in tuttaltro ambito una rivista come Problemi del socialismo dedica nei 1984 due interi fascicoli ai problemi della guerra e della pace, contribuendo cos a colmare una lacuna tradizionale della sinistra italiana, la troppo sovente scarsa attenzione ai problemi internazionali.
9 Cfr. ad esempio Bonanate, 1979a. 10 Queste indicazioni non sono che

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sume addirittura le vesti di un vero e proprio movimento dopinione lo sviluppo del dibattito che si apre sulla responsabilit morale degli scienziati e che dar vita anche allUnione degli scienziati per il disarmo (USPID), la quale ha la benemerenza di aver avviato (in collaborazione con lArchivio disarmo) la pubblicazione italiana del pi importante annuario internazionale sulla situazione degli armamenti nel mondo11. Il decennio che va dal 1977 ai 1987 pu in sostanza esser definito come lepoca della presa di coscienza della problematica internazionalistica e pi ancora dello sviluppo di un pluralismo che tanto scientifico quanto civile, che spinge al dialogo e allinterscambio studiosi e movimenti di opinione, sia a carattere politico sia a carattere etico. Alla scarsa informazione fino ad allora disponibile specialmente per quanto riguarda la realt degli armamenti e la dimensione della valutazione etica (specialmente da parte dei gruppi cristiani) si sostituisce un massiccio intervento editoriale che colma il divario di conoscenze patito dalla pubblica opinione italiana fino ad allora, anche in conseguenza di un lento e tardivo riconoscimento da parte dei partiti politici italiani dellimportanza di tali problematiche. Si sviluppa cos anche in questo settore il fenomeno tipico del nostro paese del chierico vagante che viene chiamato a tenere conferenze, seminari, dibattiti in ogni parte del paese e per ogni tipo di pubblico sui temi della pace, della sicurezza, del disarmo. Come reagisce la professione internazionalistica a questa ventata nuova? In primo luogo, con un sia pur minimo allargamento del suo reclutamento: accanto a Fulvio Attin (associato di relazioni internazionali a Catania) entra nel settore Carlo M. Santoro (che si associa nella stessa materia allUniversit di Bologna) il quale, provenendo dalla carriera diplomatica e da precedenti interessi concentrati piuttosto sulla dimensione delleconomia internazionale converge verso la tematica politologica, sia presentando in Italia una raccolta di studi statunitensi sui diversi aspetti della politica estera della massima potenza mondiale, sia presentando la traduzione di un importante volume di S. Hoffmann, ancora dedicato a un bilancio critico della politica estera statunitense12. Attin, a sua volta, si propone specialmente con La politica internazionale contemporanea (Attin, 1982a) di offrire un panorama generale della storia internazionale del nostro tempo interpretandola alla luce degli strumenti di analisi politologici. Su una linea che non si discosta
11 Si tratta del World Armaments and Disarmament Sipri Yearbook, nato nel 1968, che dal 1984 pubblicato anche in edizione italiana da Dedalo, Bari. 12 Si tratta di Santoro (1978a) e di S. Hoffmann, 1979. Si pu osservare fin dora che la politica statunitense rester linteresse prevalente di Santoro: cfr. Santoro, 1984a; 1986b.

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molto da queste si muove, almeno ai suoi inizi, lunico ricercatore di ruolo effettivamente operante nelle relazioni internazionali, Giorgio Carnevali, con la sua analisi della categoria di interdipendenza (Carnevali, 1982a) e con uno dei primi approcci allanalisi della politica estera dei partiti politici (Carnevali, 1982b). Un ulteriore cenno, a questo proposito, richiede linaugurazione a partire dal 1983, di un corso di dottorato in relazioni internazionali (coordinato allUniversit di Padova da Papisca) e di uno di scienza politica (coordinato a Firenze da Alberto Spreafico), ai quali affidato il reclutamento di nuovi studiosi. La maggior ricchezza di forze intellettuali e di pubblicazioni cos accumulata si presta a una qualche sistematizzazione per correnti, scuole, valutazioni, cos come per la ben pi solida professione statunitense si provarono a fare, alcuni anni fa, Alker e Biersteker (1984)? Individuando principalmente tre approcci allanalisi internazionale, essi vi raccolsero intorno i nomi dei principali rappresentanti di ogni indirizzo, realizzando quella specie di archeologia delle relazioni internazionali che evocano nel loro titolo. I tre approcci sono: 1) quello tradizionale, che raccoglie al suo interno il pensiero realistico come quello idealistico; 2) quello comportamentistico, che fa spazio sia ai neo-realisti sia allinternazionalismo liberale; 3) quello dialettico, che si rivolge tanto ai problemi della dependencia quanto agli sviluppi dellinternazionalismo proletario (Alker e Biersteker, 1984, p. 130). Proiettando questa tripartizione sul caso italiano una prima constatazione si impone: difficilissimo stabilire perentoriamente laffiliazione degli studiosi italiani alle diverse scuole (il che potrebbe in prima battuta essere spiegato nei termini di un loro eventuale eclettismo, tuttaltro che incomprensibile o ingiustificabile data larretratezza italiana nella disciplina). Ma sarebbe forse pi preciso argomentare che i criteri distintivi che pur ci sono potrebbero esser pi perspicuamente ritrovati se ci si muovesse nella direzione che va dalle tematiche scelte alla ricerca dellapproccio con cui sono state affrontate, piuttosto che al contrario (come invece sembra facciano Alker e Biersteker). Potremo cos, in prima approssimazione, individuare alcuni grandi campi di ricerca, lasciando da parte ora ogni riferimento a tematiche di tipo metodologico, le quali ovviamente serviranno appunto per cogliere gli approcci caratteristici di ciascuno. Il primo almeno per le dimensioni rappresentato dal sistema internazionale, considerato non tanto come il pi ampio dei cerchi concentrici che contengono la realt politica, quanto come arena ideale della politica internazionale: gli altri sono la politica estera, sia del singolo stato sia nel suo intreccio con quella degli altri stati; lintegrazione, in quanto fattore di pace, in primo luogo, e come movimento capace

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di incidere sulla natura stessa della vita internazionale; la sicurezza internazionale, comprensiva della problematica strategica pura nonch dei problemi empirici cui la ricerca di sicurezza (o la sua perdita) d vita. Come si distribuiscono i contributi italiani allo studio di questi problemi, nelle quattro sezioni individuate? Se il primo dei criteri di Alker e Biersteker che risente delle polemiche, ormai un po superate, di una fase iniziale della disciplina viene corretto con quello che si pu definire un approccio teoretico, inteso come riferimento costante a un sistema interpretativo generale (rientri poi esso nel modo di procedere tipico dellidealista o del realista una questione successiva), ecco che la loro proposta pu essere applicata anche al nostro caso. Vedremo cos che la problematica del sistema internazionale affrontata da Bonanate in modo prevalentemente teoretico, da Attin in modo comportamentistico e da Carnevali in modo dialettico. Il livello della politica estera sar oggetto principalmente di analisi comportamentistiche compiute da Gori e da Santoro. La problematica dellintegrazione sar affrontata da Gori in termini teoretici, da Papisca sia in termini teoretici sia in termini comportamentistici e da Carnevali ancora in modo comportamentistico. La sicurezza internazionale infine sar oggetto teoretico per Bonanate, comportamentistico per Santoro e per la maggior parte degli studiosi non accademici (dei quali si parler pi avanti); a questa problematica si accosteranno infine in termini dialettici i lavori che emanano in qualche modo dalle attivit dei movimenti culturali impegnati nella trasformazione della societ. Pur non potendosi sopravvalutare il valore essenzialmente impressionistico di questa catalogazione, non di meno emerge in modo abbastanza chiaro la prevalenza dei primi due approcci rispetto al terzo, la superiorit (quantitativa) del secondo sul primo, lincapacit attuale di coprire esaurientemente tutte e dodici le combinazioni possibili (quattro restano del tutto scoperte). Essa consente comunque di scattare una fotografia di gruppo sufficientemente approssimata allo stato della ricerca internazionalistica fino agli anni pi vicini a noi, anche se altri giovani studiosi pi recentemente stanno facendo il loro ingresso sulla scena (come Luciano Bozzo ricercatore a Firenze in relazioni internazionali, Gabriele Patrizio, Susanna Bacci, Marco Cesa e Walter Coralluzzo, dottori di ricerca, e Pierangelo Isernia e Fabio Armao dottorandi). Svolge, ancora una volta, la funzione di cerniera una nuova antologia, Teoria e analisi nelle relazioni internazionali, curata da Bonanate e Santoro (1986), la quale si segnala, in primo luogo, per lallargamento della prospettiva: non pi soltanto la presentazione di lavori di impostazione generale, ma anche introduzioni allanalisi empirica (come mo-

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stra la scansione tra una parte dedicata alla teoria contemporanea e una seconda rivolta ai modelli interpretativi e alle teorie strategiche); e poi per limmagine di consolidamento disciplinare che propone, con unintroduzione alla prima parte che delinea una storia mondiale della disciplina fin dalle sue origini, e lintroduzione alla seconda che mostra loperazionalizzabilit dei concetti ai fini della ricerca empirica. In alcuni casi, inoltre, la scelta dei saggi ha ovviamente un chiaro scopo propositivo, come nel caso del saggio di S. Krasner sul concetto attualmente al centro di un vivacissimo dibattito negli Stati Uniti di regime internazionale, o come di quelli di Snyder sul dilemma della sicurezza e di Levy sulla categoria di guerra mondiale. Non da trascurare infine la notazione per quanto estrinseca che questa venga ospitata, finalmente, in una collana editoriale esplicitamente rivolta al pubblico studentesco, pubblicata da una delle case editrici pi impegnate nel settore, Il Mulino, quasi consacrando il riconoscimento accademico della disciplina delle relazioni internazionali, ribadito poi anche dalla pubblicazione, sempre presso lo stesso editare, della traduzione di una delle pi importanti opere di teoria generale delle relazioni internazionali degli ultimi 25 anni, la Teoria della politica internazionale di K.N. Waltz (dunque pi fortunata dellancora pi famoso Politics among Nations di H.J. Morgenthau, mai tradotto in italiano). 4. Alla ricerca dei criteri di rilevanza degli studi internazionalistici Se costruita con le maglie straordinariamente strette e fitte della mera appartenenza professionale-accademica, la rete che ci dovr servire a selezionare gli studi che compongono il pensiero italiano sulla vita internazionale non raccoglierebbe che pochissimi lavori di altrettanto pochi studiosi poche migliaia di pagine. Ma se le maglie si allargassero tanto da includere tutti quegli scritti che hanno tematiche internazionalistiche per oggetto, ci troveremmo di fronte a una mole di scritti impossibile da dominare e da ricondurre a un qualche principio sistematico. cos necessario dopo aver individuato gli approcci prevalenti e prima di averne analizzato la fecondit in relazione alla diverse aree tematiche dotarsi di un qualche criterio selettivo che si sforzi di essere quanto pi neutrale possibile: compito tanto necessario quanto delicato, se non ci si vuoi ergere arrogantemente a giudici del lavoro altrui, a depositari dei principi di inclusione ed esclusione di una comunit scientifica. A prima vista, il criterio di base sembra discendere proprio da questultima parola: la scientificit. Ma che cosa distingue unanalisi scien-

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tifica della politica, estera italiana, ad esempio, da una che tale non ? Soltanto lassenza o la presenza di un esplicito ricorso a giudizi di valore, o ideologici, la volont interpretativa della prima contro la mera descrittivit della seconda? Ma forse che unanalisi descrittiva vale meno che una interpretativa, la quale a sua volta proprio per questo suo intento pu rivelarsi meno utile o accettabile? La portata di queste domande va ben al di l ovvio del nostro attuale problema, riguardando in effetti qualsiasi settore di ricerca. Ma almeno ai fini operativi che ci siamo proposti come selezionare la letteratura rilevante nel nostro settore possibile proporre qualche distinzione, individuando innanzi tutto i livelli di impegno a cui i diversi lavori possono esser classificati. La cosiddetta ricerca scientifica pu, a sua volta e in primo luogo, esser assoggettata a una distinzione interna tra lavori scientifici teorici, e lavori scientifici ma applicativi: saranno del primo tipo le ricerche totalmente astratte e prive di riferimenti specifici alla realt; rientreranno nel secondo i programmi di ricerca che si propongono di applicare una teoria o un modello interpretativo. Accanto a questa prima coppia ne esiste una seconda programmaticamente non scientifica la quale si organizza intorno a intenti descrittivo-informativi, da un lato, e allintervento o allinfluenza politica, dallaltro (casi come vedremo pi avanti. molto frequenti). Non si pu escludere inoltre che ciascuna delle quattro intenzionalit messe ora in evidenza obbedisca poi a qualche fine operativo-propositivo, come quando in uno scritto in cui si espongono le potenzialit dellarsenale nucleare si giunga a proporre che il proprio paese lo sviluppi, oppure e al contrario si perori labolizione di tutti i tipi di armamento13. Va da s che, in generale, qualsiasi studio, nel momento in cui lascia spazio alla valutazione politica, cessa di essere scientifico (il che non vuol dire che debba anche risultare meno interessante!); analogamente il lavoro di un giornalista pu offrire sia allopinione pubblica sia anche allo studioso occasioni di riflessione di estremo interesse. Non essendo dunque giusto negare ad alcuna di queste quattro possibilit di venir esercitata, la distinzione fondamentale che dovremo porre alla base della nostra selezione discender dal rapporto in cui il singolo lavoro si colloca rispetto alla teoria: considereremo scientifici (almeno fino a prova contraria) quei lavori che conducono a formulazioni teoriche o
13 Come osservava Papisca (1974a), in unopera dedicata alle istituzioni europee, ci che vien fatto passare per scienza politica in realt opera di saggistica, intesa a volgarizzare e diffondere (...). Il suo scopo non fare teoria, ma informare e sensibilizzare lopinione pubblica (p. 31).

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che da queste discendono, che producono deduttivamente teoria o che induttivamente la applicano (potendosi far rientrare in questo ambito anche tutto il lavoro di chiarificazione concettuale, che sovente descrittivo, ma non per questo meno fecondo); saranno esclusi dalla nostra sfera di interesse tutti quei lavori oltre ovviamente a quelli che hanno espliciti fini operativi o propagandistici che si limitano alla mera cronaca, che non favoriscono neppure una qualche forma di accumulazione di dati (il che non sempre comporta che siano anche inutili). Nei termini ricognitivi che ci interessano e che hanno presieduto quindi alla selezione bibliografica che correda questa sezione ci comporta che nella nostra bibliografia dovrebbero ritrovarsi tutti gli scritti (salvo eccezionalmente scritti brevissimi non sempre originali) scientifici il che consente anche, in un caso come il nostro (che non caratterizzato n da troppi cultori n da troppi scritti) di offrire uninformazione completa pi tutti quelli (ma con maggior rigore selettivo) che pur senza apportare novit scientifiche nel settore delle relazioni internazionali ne coltivano con neutralit di analisi le tematiche prevalenti. Va da s naturalmente che questi criteri verranno utilizzati in modo vieppi restrittivo man mano che ci si allontaner dai lavori di pi ampio respiro e si entrer in quelli di tipo giornalistico. Non resta dunque che indicare a quali capitoli ideali di un ancora mai scritto trattato italiano di relazioni internazionali i presupposti appena illustrati dovranno applicarsi. Non esiste tuttora nel mondo che un solo esempio di presentazione generale della problematica delle relazioni internazionali, quella contenuta nel volume VIII dellHandbook of Political Science (Greenstein e Polsby, 1975), i cui sei capitoli erano dedicati alla teoria delle relazioni internazionali (Waltz), alla ricerca empiricoquantitativa (Zinnes), al sistema politico mondiale (Quester), alla sicurezza nazionale (Smoke), allinterdipendenza e integrazione (Keohane) e al diritto internazionale (Lipson); il tutto in meno di 500 pagine. Essendo questa scansione ancora estremamente sintetica, pu esser il caso almeno come ipotesi di lavoro su cui ritornare una volta che si sar consolidata la disciplina di osservare che unimpostazione sistematica dellanalisi politica internazionale dovrebbe distinguere innanzi tutto due grandi sezioni: una dedicata ai fondamenti della disciplina e unaltra riservata ai principi di analisi. Nella prima parte si distingueranno poi tre capitoli dedicati: 1) alla natura della vita internazionale, affrontata a partire dal concetto di stato e dalla sua evoluzione storica, nei suoi diversi aspetti politico, economico, sociale, giuridico; 2) alla metodologia, la quale da un lato dovr occuparsi delle questioni epistemologiche, dei problemi di confine con altre discipline, dei rapporti

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tra la politica negli stati e tra gli stati; e dallaltro delle tecniche di ricerca, qualitative e quantitative; 3) alle teorie, che offrono grandi strumenti di analisi, come lequilibrio di potenza, lutilizzo della teorica del sistema internazionale, linterpretazione alla luce del concetto di imperialismo. La seconda parte dovr sviluppare lanalisi delle vicende internazionali, in relazione, 4) alla politica estera, sia in termini soggettivi sia nellintreccio che ciascuna determina con altre, dando vita a configurazioni come sistemi di alleanze, modelli di integrazione, ecc.; 5) alla guerra e alla pace, con riferimento alla nozione di violenza da un lato e di ordine dallaltro (questo sar certamente il capitolo pi lungo; 6) alla sicurezza, categoria specifica, ma centrale nella vita degli stati, sia per quanto riguarda lesigenza di perseguirla, sia per quanto riguarda le sue condizioni internazionali e, infine, 7) allordine internazionale, inteso come quel progressivo programma di fuoriuscita dallanarchia che sempre pi insistentemente si va precisando (anche grazie alla caduta di quasi tutti i simboli della guerra fredda, muro di Berlino compreso) e concretizzando in forme integrative di straordinario interesse. Indubbiamente nella nostra cultura scientifica le risorse, intellettuali e umane, per realizzare un cos ambizioso progetto non sono ancora disponibili: basta constatare, sia detto senza sfiducia nellopera di alcuno, che esempi come quello del Politics among Nations di Morgenthau (1948) o di Paix et guerre entre les nations di Aron (1962) sono tuttora improponibili, nella loro capacit di dominare il complesso della realt internazionale alla luce di una teoria e basandosi su una tecnica di analisi. Ma si entra cos ormai nella fase della valutazione specifica della produzione internazionalistica e quindi avvertito infine che saranno soltanto quattro le sezioni in cui ora verr organizzata lanalisi, per non spezzettarla troppo di fronte allesiguit che alcuni capitoli tuttora esibirebbero si passer nelle pagine seguenti a questo bilancio, concentrando in un solo paragrafo i primi tre punti sopra esposti, e conservando invece lautonomia dei tre successivi. 5. Metodologia e teorie generali Ribadito che quanto verr ora discusso non potr non ispirarsi alle osservazioni gi svolte a proposito della via italiana alle relazioni internazionali (si veda il paragrafo 3), scontatane dunque la natura primitiva e fondazionale in assenza di una tradizione condivisa e quindi di punti di riferimento consolidati si dovr preliminarmente avvertire che in generale lapporto italiano allanalisi delle relazioni interna-

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zionali si mantiene, nella stragrande maggioranza dei casi, a livello propositivo piuttosto che applicativo, si rivolge al come e al perch fare, piuttosto che direttamente al fare come inevitabilmente succede alle culture povere o quando sono nella loro fase iniziale, in cui le risorse per la ricerca empirica sono molto pi difficili da rinvenire che non quelle per la riflessione di carattere generale (va aggiunto inoltre, non a scopo autodenigratorio, bens autocritico e consapevole, che anche nei diversi ambiti nei quali la ricerca si potuta sviluppare ci successo sovente in modo rapsodico e non sistematico ancora e sempre a causa della limitatezza delle risorse, pi che altro umane e intellettuali). 5.1. Metodologia Non un caso che il primo importante volume curato da Gori (Bruschi, Gori e Attin, 1973) si aprisse imprevedibilmente con un capitolo non-internazionalistico di un non-internazionalista (Bruschi), dedicato a Scienza, tecnica e senso comune, nel quale in sostanza ci si proponeva di offrire agli internazionalisti futuri un background preliminare di conoscenze epistemologiche (differenza tra senso comune e scienza, la scoperta e la validazione, le propriet del discorso scientifico, ecc.) che offrissero una base condivisa alla ricerca ormai nascente, corrispondendo cos (probabilmente) al timore da Gori sovente (giustamente) manifestato che la giovane disciplina cadesse immediatamente preda del discorso comune, che si accontentasse di descrizioni cronistiche, e non si attrezzasse con strumenti di autocontrollo. Il secondo capitolo di quel libro, del resto, scritto appunto da Umberto Gori, sviluppava quellintenzionalit applicandola ufficialmente alle relazioni internazionali: cos, dopo aver stabilito che la distinzione tra approcci storico-ricostruttivi e giuridici da una parte e quello politologico dallaltra consiste nella natura nomotetica di questultimo, di contro alla natura idiografica dei primi, si discuteva della costruzione della teoria nelle relazioni internazionali e della necessit che esse in ossequio allo spirito prevalentemente empirico-generalizzante della scienza politica si sforzassero di operazionalizzare i loro concetti, specialmente attraverso il ricorso a tecniche di analisi quantitative. Scontava inevitabilmente questo primo programma un interessante tentativo di procedere nel solco del quale era I conflitti internazionali di F. Attin (1976c), che significativamente nel sottotitolo recitava Analisi e misurazione una sorta di dipendenza dai risultati metodologici raggiunti dalla ricerca statunitense, per certi versi troppo astratta

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e tecnologica per il livello degli studi italiani. Il tentativo di colmare il divario tra quella cultura e quella (pi umanistica?) locale era invece al centro del programma di ricerca contenuto nellIntroduzione allanalisi politica internazionale di L. Bonanate (1973c), scritta esplicitamente a fini didattici e intesa proprio a integrare la prospettiva internazionalistica tra le scienze delluomo, senza trascurare tra queste ultime la filosofia politica, alla quale veniva specificamente affidato il compito di sollevare i problemi teorici principali quali lessenza della politica tra gli stati, la discussione sulla natura dellanarchia internazionale, la causa delle guerre, e cos via ai quali cercare per una risposta empiricamente fondata e controllata. Si proponeva cos in quel libro un percorso che portasse dopo aver chiarito la necessit di stabilire il punto di vista autonomo delle relazioni internazionali (risolvendo il cosiddetto problema dei livelli analitici, impostato da D. Singer in un notissimo saggio del 196114) alla determinazione dello strumento di analisi fondamentale della realt internazionale: il sistema internazionale, attorno al quale si intrecciano momento metodologico e proposta teorica. Riconoscere nel sistema internazionale il principale concetto internazionalistico non significa infatti esclusivamente farne il sinonimo esterno del sistema politico interno, o il corrispettivo materiale di quel che lo stato significa per i singoli cittadini che vi appartengono il sistema internazionale, in altre parole, non semplicemente lambiente allinterno del quale gli stati interagiscono bens considerarlo lelemento basilare attorno al quale ruotano i singoli comportamenti, muovendo dal presupposto che lo stato esista, in un certo senso, esclusivamente in funzione del sistema stesso, non perch ne faccia materialmente parte, ma perch a questultimo tocca spiegare le ragioni del suo soggettivo comportamento. Il sistema internazionale rappresentava dunque in quellimpostazione uno strumento per fare ordine concettuale nellenorme massa di dati osservativi che sono disponibili, pi ancora (o prima che) uno strumento di spiegazione. La portata metodologica di questa scelta non era senza conseguenze, impegnando il ricercatore che la accettasse a muoversi secondo regole ipotetico-deduttive piuttosto che empirico-induttive, in ci discostandosi non poco dalla impostazione prevalentemente condivisa nella letteratura statunitense, molto pi interessata alla scoperta di correlazioni empiriche, provenienti direttamente da dati osservativi, che non alla formulazione di ipotesi che inevitabilmente hanno un contenuto teorico,
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Compreso anche in Bonanate (1976f).

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il che dunque trasferisce il dibattito sul piano astratto dalla concorrenza tra ipotesi 15. Specialmente se riportata ai termini generali in cui tale questione fu al centro di un vivacissimo dibattito sviluppatosi nel mondo anglosassone16, essa mostra quanto difficile se non astratto, e quindi inutile sia affrontare temi metodologici senza che si abbia in vista un qualche problema concreto, empirico o teorico che poi esso sia. E quanto del resto emerge da quella che pu esser considerato lunica discussione di tipo metodologico finora svoltasi in Italia nel 1973 fra A. Panebianco e L. Bonanate. Riassumendo i termini della questione tradizionescienza nelle relazioni internazionali se cio debba continuare a esser prediletto il metodo intuitivo che si fonda sulle conoscenze storicofilosofico-giuridiche, oppure se sia necessario affidarsi a pi moderne e sofisticate tecniche di indagine che si appoggino su ricche e inequivocabili raccolte di dati empirici Panebianco finiva per sconfinare nellaltra questione metodologica (pi arretrata, una sorta di battaglia di retroguardia) che rappresentata dalla discussione se le relazioni internazionali non siano altro che un settore della scienza politica oppure se debbano esser considerate una disciplina autonoma. La sua risposta se esse vengono giudicate indipendenti luna dallaltra le connessioni e i legami tra luno e laltro livello vengono logicamente a trovarsi relegati in una sorta di terra di nessuno ove, teoricamente almeno, n lo scienziato politico n il cultore di relazioni internazionali sono in grado di muoversi con competenza (Panebianco, 1973, p. 135) veniva perentoriamente respinta da Bonanate, secondo il quale non soltanto la temuta terra di nessuno non esisteva, ma anzi essa rappresentava proprio il territorio conquistando il quale linternazionalista poteva mostrare la sua autonomia problematica, e dunque il suo buon diritto a dotarsi di strumenti metodologici specialistici. Il problema, in altri termini, non era: chi dovesse occuparsi di che cosa; bens: quali sono i rapporti che intercorrono tra interno ed esterno, tra politica interna e politica internazionale17? Ai dubbi confinari Bonanate opponeva quindi la portata euristica dellapparato concettuale offerto dal sistema internazionale, a patto che esso venisse utilizzato non nella sua versione empirico15 Si veda con quanta acrimonia Singer (Singer e Jones, 1972) diffidasse gli internazionalisti dallo sconfinare dal procedimento induttivo in quello deduttivo pena la caduta nel folklore o nellastrologia (p. 3)! 16 Si veda la nota 5. 17 Questo stesso problema in una prospettiva pi ampia sar reimpostato in Bonanate (1984a). Panebianco a sua volta ribadir la sua posizione a favore della (con-?) fusione delle due prospettive in Panebianco, 1986.

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descrittiva, ma in quella teorico-ipotetica. Solo attraverso questa impostazione anche i limiti disciplinari che Panebianco intravvedeva nella concezione delle relazioni internazionali di studiosi come Aron o Hoffmann il primo dei quali enfatizzava la centralit analitica della guerra, e il secondo lassenza di qualsiasi principio di ordine, a differenza del caso della politica interna (Panebianco, 1973, p. 132) venivano superati grazie alla capacit del concetto di sistema di mostrare, in primo luogo, che la sommatoria delle politiche estere non conduceva allanalisi politica internazionale, e in secondo che lo strumento del sistema aveva la duplice funzione di mettere ordine nelle conoscenze e poi di offrirne un principio interpretativo (Bonanate, 1973b, p. 773), costruendo la base a partire dalla quale soltanto le divergenze metodiche (metodo empirico-quantitativo oppure ipotetico-deduttivo) potevano venir ricondotte alla loro corretta natura di proposte alternative e concorrenziali, fugando cos anche il timore che dietro il dibattito metodologico potessero nascondersi inesistenti (o ingiustificabili) insofferenze inter-disciplinari. Nei suoi termini generali, il dibattito metodologico non ha altro da dire; anche se ovviamente ciascuno degli studiosi italiani aderisce a una delle scuole esistenti nel mondo (anglosassone) e, nella sua pratica di ricerca, si mostra sempre consapevole della necessit di rispettarne le regole. Cos, la linea perseguita da Gori si caratterizza e si distingue per lappello alla scientificit (prevalentemente garantita dai riferimenti quantitativi), in ci seguito ad esempio da F. Attin, il quale offriva, nel 1976 (Attin, 1976c), uninteressante presentazione dello stato della ricerca quantitativa, promuovendone dunque lutilizzazione (ma senza poi tenerne egli stesso sufficientemente conto). Cos Papisca, la maggior parte degli studi del quale saranno dedicati a tematiche definibili (per ora, e sinteticamente) integrazionistiche, si terr sempre nel solco della pi sofisticata e attenta metodologia elaborata nel settore; cos C. M. Santoro il quale, come vedremo, rivolger parte dei suoi studi pi originali allanalisi della politica estera e ai problemi della sicurezza svilupper su quei temi non esclusivamente un approccio empiricoricostruttivo, ma ne affronter anche i risvolti metodologici discutendo la modellistica prodotta al riguardo (cfr. ad esempio Santoro, 1987). Va aggiunto inoltre che mentre tale situazione contraddistingue gli studiosi accademici delle relazioni internazionali, qualche osservazione di diverso tenore richiederebbe la produzione non scientifica (nel senso precisato nel paragrafo 4), il rigore che manca alla quale effettivamente non pu che esser dovuto allassenza di un solido apparato metodologico.

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5 .2. Teoria e teorie Considerando che in pratica scrivere d teoria (nel senso generale della parola) o proporre (o applicare) una teoria sono due cose nettamente distinte (cos com diverso riferirsi alla teoria economica in generale, ad esempio, dallevocare la teoria keynesiana della moneta), dovremo affrontare, separatamente, questi due livelli estremamente rarefatto il primo, un po pi consistente il secondo. Al primo livello quello della teoria generale, ovvero dellindagine teorico-definitoria del concetti sono state affrontate essenzialmente due problematiche, quella del sistema internazionale e quella dellintegrazione sovranazionale: la prima da Bonanate, la seconda da Papisca. Entrambi faranno discendere come si vedr dalla loro impostazione generale delle specifiche proposte di analisi, cio delle teorie nel secondo dei due sensi prima ricordati, collegando, nel primo caso, al concetto di sistema internazionale una teoria dellordine internazionale; e nel secondo allintegrazione una teoria della dernocratizzazione della vita internazionale. Lintroduzione del concetto di sistema nella scienza politica, cos come nelle relazioni internazionali, appare ancora, dopo quasi 40 anni, uno dei grandi momenti di svolta: The Political System di David Easton inaugur quella che sarebbe poi stata definita la rivoluzione comportamentista, alla quale tocc di imprimere unenorme accelerazione allo sviluppo e alla specializzazione nello studio della politica (interna o internazionale che poi essa fosse)18. Dal 1957 poi (cio quando M. Kaplan propose la prima estensione del concetto di sistema alle relazioni internazionali con System and Process in International Politics) il sistema internazionale diventato loggetto principale delle riflessioni teoriche degli internazionalisti, sia per la sua natura onnicomprensiva del comportamento soggettivo degli stati, delle ricostruzioni tipologiche e polaristiche che consente, dellapplicabilit a una pluralit di soggetti anche non-stati, come le multinazionali, gli organismi sovranazionali, le internazionali partitiche, ecc. sia per la sua fecondit, avendo finito per ispirare la prima grande alternativa teorica a quello che fino ad allora era stato il solo vero modello di spiegazione elaborato per la vita internazionale: lanarchia19.
Per un bilancio storico-teorico di questa vicenda, cfr. Easton, 1985. Anche se il primo tentativo di introdurre ii concetto di sistema nella teoria delle relazioni internazionali fin per rivelarsi piuttosto contraddittorio, dato che K. Waltz (1959) defin lanarchia internazionale come il segno distintivo del sistema internazionale! Cfr. a questo riguardo lIntroduzione (Bonanate, 1987a) a Waltz (1987).
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Nei suoi termini generali, il concetto di sistema internazionale studiato e discusso da Bonanate in due saggi (1979b; 1981b) destinati a due diversi volumi de Il mondo contemporaneo diretto da Nicola Tran- faglia. Nel primo vengono presentati con particolare attenzione per la ricostruzione del dibattito internazionale gli aspetti generali dellutilizzazione di questo concetto, proponendo una serie di indicatori rivolti alla sua traduzione empirica e ai criteri per linclusione dei diversi attori nella problematica del sistema, mostrando la capacit di questultima di fondare un modo originale per affrontare la storia della politica internazionale, applicandolo infine alla ricostruzione della struttura del sistema internazionale contemporaneo. Ma era affidato piuttosto al saggio successivo il compito di discutere il fondamento teorico del sistema internazionale, mettendone in primo luogo in evidenza la portata teoretica, non trattandosi di uno strumento inteso a descrivere i rapporti tra gli stati come invece in molti casi successo ma invece a studiarla, fondandosi sullipotesi, tuttaltro che ovvia o consensuale, che soltanto considerando la politica internazionale come se fosse un sistema (ci che materialmente non !) sia possibile giungere a comprenderne la natura e le caratteristiche. La teoria del sistema internazionale diviene cos non la via maestra lungo la quale ciascuno potr scegliere dove soffermarsi, ma al contrario una via concorrenziale rispetto ad altre, una proposta per sua natura unilaterale, in quanto caratterizzata, inevitabilmente, da un principio di selezione dei dati informativi giudicati rilevanti. Per non fare che un esempio, in quel saggio si sosteneva che la sviluppatissima letteratura sui sistemi bi- o multi- polari non fosse in grado di insegnarci alcunch sulle ragioni dei comportamenti degli stati (data la loro matrice esclusivamente descrittiva), mentre il sistema internazionale realizza la sua natura teorica quando propone una serie di principi che, pur con grande attenzione nei confronti della realt empirica, collochino la realt stessa al suo interno, in modo coerente e complessivo, anche se probabilmente mai esaustivo (Bonanate 1981b, p. 344)20. Anche per verificare la centralit che lintegrazione ha nel pensiero di Papisca, una coppia di saggi pu esser utilizzata ai nostri fini. Nel primo di essi, egli compie una amplissima ricognizione nel campo degli studi sullintegrazione intesa come categoria analitica, rivendicando la necessit di superare limpasse che sembra essersi verificata in quel settore (che egli valuta come un intero campo teoretico; Papisca, 1981a, p. 95) se non si vuol perdere loccasione di dominare uno dei fenomeni
20 Come si vedr tra poco, questa impostazione . finalizzata alla costruzione di una teoria dellordine politico internazionale.

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pi vistosi e per quanto lenti significativi della vita internazionale contemporanea: lo sviluppo appunto di forme di integrazione regionale, la pi importante delle quali da lui individuata nella Comunit europea. La portata metodologico-teorica di questa constatazione tale da portare lautore a mettere in discussione, in primo luogo, lesclusivit, o quanto meno la prevalenza, dellattore-stato nel sistema internazionale, e poi a proporre innovazioni in termini analitici, relative alla necessit di studiare la nuova categoria di collaborazione politica a livello regionale, al modello parlamentaristico europeo con la conseguente originale sfera del comportamento elettorale su tale scala, alla prefigurazione di elementi originali e forieri di democratizzazione che vengono attivati dai successi dellistanza integrativa. Nel secondo saggio, Papisca affronta lanalisi delle ragioni che impediscono che il modello teorico integrazionistico trovi cultori e, perch no?, sostenitori. Dopo aver inizialmente osservato che nel caso degli studi sullintegrazione (europea, in particolare) non valgono le tradizionali ragioni di arretratezza affacciate per le relazioni internazionali dato che il campo dellintegrazione , per natura, tanto internazionale quanto interno egli ne individua di pi specifiche, ambientali le une (come larretratezza della cultura politico-internazionalistica dei partiti politici italiani, lo scarso interesse per il tema e la disinformazione sovente fornita dai mass-media, limprecisa identit e la scarsa vitalit dei vari centri e scuole di studi europei; Papisca, 1984 a, p. 79) e disciplinari le altre (lottica pervicacemente stato-centrica della scienza politica, con speciale riferimento a quanto nel settore gli statunitensi hanno saputo fare di pi e meglio che gli europei , latteggiamento anti-europeistico e il disimpegno di gran parte della cultura politica, le ambiguit del pensiero europeistico militante)21. La seconda parte ricostruttiva, dopo quella critica del saggio (nella quale Papisca si sforza, coniando nuove parole, come europologia, e espressioni come il federatore reale, di far percepire il senso di novit che caratterizza la sua problematica) dedicata ai diversi e successivi approcci analitici: quello funzionalistico (o normativo), secondo il quale lo sviluppo della collaborazione economica precede quella politica e la innesta; quello neo-funzionalistico, nel quale molta maggior attenzione rivolta alle componenti politiche del processo integrativo; quello eclettico, che osserva con ugual attenzione diversi gruppi di variabili indipendenti (Papisca, 1984 a, pp. 87-89). Le
21 Particolare asprezza (e certo passione) mette Papisca nel criticare questultimo, che vede formato da un gruppo di vestali che elevano preghiere e lanciano invocazioni dallinterno del tempio, ma non si peritano di uscire sulla piazza (Papisca, 1984a, p. 85).

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conclusioni vertono sulla possibilit che la politologia europeistica abbia un importante ruolo nel processo di rifondazione epistemologica della scienza politica in generale, grazie alla convergenza di attenzioni che vengono tanto dallinterno quanto dallesterno verso la tematica della political economy che sembra capace, cos come di rompere i tradizionali confini tra analisi politica e analisi economica, di infrangere anche la separatezza tra analisi della politica interna, analisi della politica europea, analisi della politica internazionale22. Possiamo cos passare ora al settore delle teorie, ai sistemi esplicativi di fondo cui diversi autori italiani hanno fatto riferimento nella loro ricostruzione della logica della politica internazionale. In un recente saggio dedicato agli approcci italiani allanalisi politica internazionale, preparato per un periodico inglese, F. Attin enuclea tre principali settori cui gli studiosi italiani si sarebbero dedicati prevalentemente lanalisi teorica del sistema internazionale, la politica estera, lintegrazione europea (Attin, 1987b, p. 326) e i tre (dei quattro esistenti) paradigmi ai quali nelle loro ricerche essi fanno riferimento: quello anarchicohobbesiano, quello comunitario-groziano, quello transnazionale-pluralistico (il quarto essendo quello economico-marxiano) (Ibid., p. 324). Settori e paradigmi si corrisponderebbero almeno in parte, nello stesso ordine in cui sono stati ora ricordati: cos Io studio del sistema internazionale si rifarebbe prevalentemente ad impostazioni anarchiche, quello della politica estera (anche nella sua versione plurima, dellincrocio tra politiche che d vita alla politica internazionale) al modello comunitario, quello dellintegrazione al filone pluralistico. La prima coppia , delle tre, quella che certamente pretende la maggior attenzione, non fosse altro perch racchiude limpostazione anarchica che universalmente e secolarmente la pi diffusa. Neppure la pur scarna storia italiana della riflessione internazionalistica fa eccezione, specie se si considera che uno dei pi genuini e autonomi pensieri politici quello federalistico che lItalia abbia conosciuto, tra il XIX e il XX secolo (andando da Cattaneo a Bobbio, per intenderci) pone al centro della giustificazione dello stato federale proprio la necessit di superare la altrimenti incoercibile situazione di anarchia internazionale23. Ma lo studioso che con pi continuit e coerenza ha applicato allanalisi internazionalistica le categorie federalistiche un
22 Va ricordato infine che alla fondazione della problematica europeistica in chiave politologica Papisca aveva gi dedicato diversi anni prima come si detto un intero volume (Papisca, 1974a). 23 Per la ricostruzione del percorso federalistico di Bobbio, cfr. Bonanate (in Bonanate e Bovero, 1986), specialmente pp. 21-28.

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laico, Sergio Pistone, storico del pensiero politico e in particolare dellintegrazione europea, il quale fin dal 1973 introduceva in Italia i classici sia di scuola tedesca, come Ranke, Hintze, Dehio; sia di scuola anglosassone, come Lothian e Robbins sui quali appoggiava la sua interpretazione, ispirata al concetto di politica di potenza, della natura della politica internazionale (cfr. Pistone, 1973). Nella voce Relazioni internazionali redatta per la seconda edizione del Dizionario di politica (Bobbio, Matteucci e Pasquino, 1983), pur sforzandosi di recepire almeno in parte i risultati delle ricerche politologiche, che collocando al centro del loro lavoro il concetto di sistema internazionale mettono in evidenza gli aspetti conservatori e razionalizzatori dei rapporti internazionali, egli ribadisce che fin tanto che esister la sovranit non si potr negare lesistenza di una situazione anarchica (Pistone, 1983, p. 974). Se questa utilizzazione del concetto di anarchia internazionale si innesta in una tradizione di pensiero internazionalmente diffusa e condivisa, non tuttavia quella a cui si riferiva Attin nel saggio citato, nel quale invece ricorda come Bonanate abbia cercato di raggiungere muovendo pur sempre dallidea dellanarchia risultati del tutto opposti a quelli espressi dal pensiero federalistico. Il programma di fondare una teoria dellordine internazionale incardinato da Bonanate su una lettura analogica del pensiero hobbesiano: cos come, secondo Hobbes, gli individui per uscire dallo stato di natura si rassegnano a conferire la loro quota-parte di sovranit naturale al Leviatano, cos (analogicamente) si pu pensare che gli stati anche per essi una situazione di anarchia assoluta sarebbe insostenibile si vengano a trovare in rapporti di tale disuguaglianza reciproca che non possano pi esser considerati tutti ugualmente (qualitativamente e quantitativamente) sovrani. Ma questa configurazione non sarebbe il risultato del caso o della natura, bens dellesito di particolari guerre definite costituenti alle quali, per la portata delle loro conseguenze, toccherebbe di disegnare la struttura dei rapporti gerarchici pacifici che si instaurano tra gli stati alla fine di una grande guerra (Bonanate, 1976c). Alla luce di questa ipotesi presentata non alla stregua di un dato di fatto, non come frutto di una generalizzazione empirica, bens in quanto proposta teorica il cui scopo di spiegare pi e meglio di quanto non facciano le altre teorie, anche se non tutto la maggior parte degli scritti teorici successivi di Bonanate (1980b; 1981c; 1984a; 1984b; 1985b; 1986a; 1986d) saranno dedicati al rafforzamento di questa impostazione al culmine della quale egli intravvede nel concetto di regime internazionale lo strumento concettuale capace di mostrare nei fatti lo sviluppo di forme di ordine nei rapporti internazionali (Bonanate, 1986b; Bonanate e San-

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toro, 1986)24. In un altro suo saggio Attin riassume il modello di Bonanate: lordine viene imposto a ogni sistema internazionale dallesito di una guerra e lo stato o gli stati vincitori sono i soggetti costituenti del sistema e del suo ordine (Attin, 1987a, p. 116), di cui mette tuttavia in evidenza leccessiva staticit nonch la difficolt che incontra a sistematizzare al suo interno la ricchezza e letrerogeneit delle variabili non esclusivamente politico-militari (Attin, 1987b, p. 327). Precisato che, per quanto riguarda la posizione di Bonanate, un elemento centrale della sua analisi rappresentato dalla critica che svolge del principio di equilibrio, che secondo la maggior parte degli studiosi la chiave di volta di ogni assetto (o sistema) internazionale critica ovviamente impostagli dal tentativo di sostituire lordine alluguaglianza internazionale (Bonanate, 1974b; 1984a), potremo affrontare il secondo dei tre modelli evidenziati da Attin, quello groziano, una premessa per il passaggio al quale rappresentato dalla posizione di Santoro, che accetta la posizione di Bonanate quanto al superamento dellanarchia, ma insiste pi di quello sulla presenza di forme di organizzazione orizzontale tra gli stati, dovute pi che a volont pacifica, allincapacit degli stati dominanti di impedire che si verifichino forme di diffusione di potenza (Santoro, 1981c), cio di tentativi di stati di media levatura o minori e insofferenti di liberarsi del dominio esercitato da quelli. Si delinea cos unimmagine meno rigida delle regole del gioco internazionale, che d vita a un principio organizzativo fondato su convenzioni e istituzioni che guidano ogni stato nella sua azione, consentendo di analizzare la politica internazionale come un continuum teorico nel quale lorganizzazione del sistema passa da una forma di pura democrazia orizzontale, nella quale convenzioni e istituzioni rispettano compiutamente la parit degli stati, a una forma imperiale assoluta o verticale, nella quale convenzioni e istituzioni favoriscono la sottomissione di tutti gli stati alla volont di uno solo (Attin, 1987b, p. 328). Lultimo dei paradigmi che secondo Attin hanno avuto successo in Italia quello transnazional-pluralista, che guarda al di l degli stati nazionali (anzi ne critica la prepotenza) per segnalare lo sviluppo e il consolidarsi di unaltra forma di soggettivit internazionale, quella rappresentata dai soggetti non-stati, in primo luogo individui e masse che hanno raggiunto la consapevolezza di essere soggetti internazionali primari in quanto destinatari di diritti civili, politici, economici, sociali e cultu24 La letteratura sui regimi internazionali oggi in pieno sviluppo. Cfr. Krasner, 1982 (Ia traduzione del suo saggio introduttivo compresa in Bonanate e Santoro, 1986). Per una rassegna, cfr. Caffarena, 1987.

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rali (Ibid., p. 330). A questo filone pu essere ricondotto innanzitutto il pensiero di U. Gori ancora una volta il primo ad affrontare la tematica della cosiddetta diplomazia culturale (Gori, I969a; 1970c; 1974b) nonch quello di A. Papisca, il quale, come si gi visto, ha rivolto sempre maggior attenzione ai temi di quello che potrebbe esser considerato il sistema sociale internazionale, guardando al quale nellottica della teoria dellintegrazione (come anche Gori, 1974a) egli approder negli anni pi recenti allanalisi di quegli interstizi che lorganizzazione internazionale a raggio globale riesce a creare nella struttura dellordine mondiale, grazie allinnesco di processi di partecipazione politica (Papisca, 1987a, pp. 49, 57), destinati a introdurre per la prima volta nella vita internazionale forme di vera e propria democrazia (per tuttaltra via, e in base a tuttaltro tipo di osservazioni empiriche anche Bonanate {1986a, 1987b] affronter il tema dellapplicabilit del concetto di democrazia alla vita internazionale). Seguendo una logica che esula dalla ricostruzione sintetica proposta da Attin, possibile indicare ancora un altro filone teorico estremamente attuale che anche in Italia ha incontrato qualche attenzione: si tratta del tentativo di coniugare teoria e storia proponendo una lettura della storia internazionale che si pieghi a un modello interpretativo di natura teorica. Questo approccio che ha in I. Wallerstein il suo sostenitore pi recente, mentre risalendo nel tempo ci si potrebbe rifare a studiosi come Q. Wright (1942) o A. Toynbee (1954) mira a cogliere (come direbbe G. Modelski, lo studioso oggi pi attivo in questo settore) i cicli lunghi della storia sforzandosi di scoprire addirittura delle periodizzazioni sulla base delle quali sarebbe possibile determinare la loro cadenza e dunque affrontare anche il miraggio della previsione (cfr. Modelski, 1987a; 1987b). Possono esser ricondotti a tale impostazione alcuni lavori di Attin (1983b; 1986a), tra i quali va segnalato il tentativo di costruire anche un approccio originale (definito lapproccio delle aggregazioni) inteso a interpretare la storia della politica internazionale contemporanea tenendo conto del comportamento dei governi di fronte allinterdipendenza, al planetarismo, alla politicizzazione diffusa e alla svalutazione della forza fisica (Attin, 1982a, p. 385); il volume di M. Cesa (1987) dedicato allanalisi storico-teorica del concetto di equilibrio di potenza, che dovrebbe esser capace di offrire un principio esplicativo alla politica internazionale di ogni tempo; un saggio di Bonanate, nel quale pur limitando lambito dellanalisi al periodo 1919-1985 ci si propone di analizzare diversi modelli di periodizzazione (quello della continuit, quello del ciclo e quello della rottura) che vengono applicati alla storia della politica internazionale per

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capire se i diversi sistemi internazionali che si sono succeduti nella storia si siano semplicemente innestati luno sullaltro secondo una logica incrementalistica, oppure se sia dato di scoprirvi una legge ciclica, o se infine e questa la posizione sostenuta dallautore ciascun sistema internazionale debba esser considerato come il prodotto del crollo del sistema precedente e dunque analizzato nella sua specificit e unicit (Bonanate, 1986d). Questo programma di ricerca meriterebbe maggior attenzione: basti pensare ai problemi teorici e storiografici che uninnovazione come lapparizione della bomba atomica crea sia alle logiche cicliche sia a quelle dellunicit: possibile in altri termini una transizione pacifica da un sistema a un altro? O al contrario: uninnovazione tecnologica (sia pure di tanta portata) pu sconvolgere le regole della vita internazionale? Quanto, ancora, la politica degli armamenti dirige la politica internazionale? o ne diretta? Si tratta di una serie di interrogativi che con ogni probabilit susciteranno nel futuro prossimo crescente attenzione da parte dei teorici delle relazioni internazionali, non soltanto nella comunit scientifica mondiale in generale, ma con ogni probabilit anche in Italia. Non va scordato, del resto, che lapplicazione della teoria al materiale empirico della storia offre agli internazionalisti una delle poche (ma anche pi suggestive) occasioni di ricerca empirica. Unultima osservazione, prima di chiudere lanalisi di questo capitolo iniziale della ricerca internazionalistica italiana: come mai una cultura cos sensibile allapproccio marxista allanalisi della politica non ha prodotto alcuna sua estensione alle relazioni internazionali? Effettivamente come osserva Attin (1987b) il filone di analisi dellimperialismo non conosce sostanzialmente cultori italiani, fatte salve le analisi specificamente economiche o le ricostruzioni storiografiche (come quelle di Monteleone, 1974; 1979). Un solo saggio esplicitamente dedicato allanalisi marxista delle relazioni internazionali, ed di un filosofo, Norberto Bobbio (1981), il quale del resto si propone di mostrare linutilizzabilit di tale approccio ai fini della spiegazione di quel momento fondamentale della vita internazionale che la guerra. Tutte le diverse teorie dellimperialismo devono essere considerate come teorie che non offrono strumenti adeguati per comprendere il fenomeno della guerra (...), quel fenomeno che caratterizza da sempre i rapporti internazionali, verso il quale costantemente orientata la politica degli stati rivolta agli altri stati e in base al quale si giudica la compiutezza o meno di una teoria dei rapporti internazionali (Bobbio, 1981, p. 312). La centralit della guerra resta dunque inspiegata nella logica marxista, incapace di trasferire correttamente sul piano internazionale il suo modello di analisi delle

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classi allinterno dello stato lantitesi tra sfruttatori e sfruttati (Ibid., p. 309). A chi intravvedesse in questa critica unapplicazione dellopposizione mostrata dal pensiero federalistico nei confronti del marxismo a cui affine per quanto riguarda la necessit di superare la fase del dominio dello stato: ma nel caso del federalismo si tratter di erigere un super-stato, in quello del marxismo di abolire ogni stato risulter cos del tutto ovvio che forse il solo altro tentativo di applicare il pensiero marxista alle relazioni internazionali sia quello compiuto da S. Pistone il quale (sempre nellottica federalistica) finir per annullare il concetto di imperialismo facendone nullaltro che una delle forme di analisi che la teoria della ragion di stato adotta per giustificare lesistenza della cosiddetta anarchia internazionale (Pistone, 1983, lemma Imperialismo). La questione di portata tale da non poter essere risolta qui: va osservato ad ogni modo in primo luogo che certo mancato (e non soltanto in Italia) uno sforzo serio e sistematico di aggiornare e ampliare la dottrina leninista dellimperialismo di fronte alle moltissime innovazioni incontrate dalla politica internazionale negli ultimi. settantanni (Bonanate, 1987c, p. 69); e, in secondo luogo, che un pi sistematico e paziente sforzo di applicazione alla realt internazionale potrebbe consentire al marxismo di costruire strumenti di analisi forse meglio di altri capaci di render conto della portata delle disuguaglianze tra gli stati, in particolare per quanto riguarda il divario tra paesi sviluppati e sottosviluppati, tra centro e periferia delleconomia internazionale (un esempio politologico di ci rappresentato dalla teoria della dependencia, molto sviluppata negli Stati Uniti, una prova della quale il saggio di Caporaso tradotto in Pasquino, 1981). 6. Studi e ricerche sulla politica estera sufficiente soffermarsi a considerare il fatto che molti giornali stampati o televisivi intestino normalmente la loro sezione dedicata alla politica internazionale con la formula politica estera (o simili), per comprendere immediatamente quanto poco chiara sia la differenza che passa tra la politica internazionale e la politica estera (per paradossale che ci possa apparire). Da un punto di vista logico-sistematico, non c dubbio che linsieme delle politiche (se le si potesse sommare) verrebbe a costituire il tessuto connettivo di quella che chiamiamo politica internazionale, cosicch nel caso della sommatoria esse verrebbero addirittura a coincidere. Potremmo in altri termini dire che la politica estera il versante soggettivo (dal punto di vista del singolo stato) della poli-

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tica internazionale. Ma quel che conta in particolare mettere in evidenza che la politica estera in quanto tale sta sempre ad indicare un qualche cosa che muove dallinterno di uno stato e si rivolge a uno o pi altri stati25. Ne consegue che quando in una delle pagine intestate politica estera si riferisce del summit Reagan-Gorbaciov del dicembre 1987 si commette un vero e proprio errore terminologico; se invece vi si parla della visita del premier israeliano Shamir a Roma, allora la collocazione sar esatta. Sarebbe pura pignoleria precisare aspetti cos ovvi della realt se non fosse che a sua volta anche la politica estera pu rappresentare un importantissimo settore dellanalisi politologica (sia dal punto di vista della politica interna, sia da quello della politica internazionale). La collocazione della politica estera a met tra questi due ambiti ne fa emergere immediatamente la complessit analitica: andr privilegiato il punto di vista dellinterno o quello dellesterno? Si dovr analizzare soltanto ci che prodotto della volont politica interna, oppure vedere la politica estera come un qualcosa di naturalmente reattivo nei confronti dellambiente circostante? La difficolt di questi e di altri pi sofisticati problemi ha fatto del settore degli studi sulla politica estera una specie di sotto-disciplina (se non addirittura di sottoprodotto) rispetto alle relazioni internazionali, come se in esso ci fosse meno da scoprire che non nella disciplina generale. Pu esser vero che lanalisi della politica estera nasconda una minor quantit di problemi concettuali, ma certo non lo che essa non presenti problemi di metodo (tuttaltro che indifferenti), prospettive estremamente interessanti dal punto di vista dellanalisi del funzionamento degli apparati predisposti alla sua elaborazione ( presumibile che la tecnica di formazione delle decisioni sia analoga in tutti i ministeri degli esteri), occasioni di analisi empiriche, fondamentali anche ai fini della comprensione del ruolo tenuto dal singolo stato nel quadro generale della struttura di un sistema internazionale. Alla luce dello stato degli studi internazionali in Italia, non ci sarebbe da stupirsi se anche di fronte al settore degli studi di politica estera le osservazioni fossero ancora le stesse. Ma in questo caso la situazione soltanto in parte cos lamentevole. E pur vero che mancano solidi lavori di impostazione teoretica della problematica della politica estera, ma accanto a ci va immediatamente segnalato che lattenzione verso questultima eccezionalmente alta e ci nonostante la rituale dichiarazione che tutti gli specialisti almeno una volta hanno fatto, essere la politica estera italiana irrilevante, inesistente, poco interessante. Come
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Sicch, se in Italia si parla di politica estera, ebbene questa appunto italiana!

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vedremo ora, le cose stanno almeno in parte notevole in tuttaltro modo. Non sarebbe certo sufficiente appellarsi alla grande quantit di scritti sulla politica estera italiana, per convalidare tale affermazione; ma essa intanto un punto di partenza non del tutto irrilevante. Ma se a tale constatazione se ne aggiunge poi una seconda (relativa allultimo dei capitoli prima elencati e di cui dobbiamo quindi ancora occuparci, quello della problematica della sicurezza) dalla quale risulta che anche questaltro tra i settori di ricerca privilegiati dagli studiosi italiani, si potr agevolmente concludere che i temi pi facilmente suscettibili di analisi empirica o descrittiva sono evidentemente anche i pi attraenti e frequentati. Si potrebbe aggiungere a ci la considerazione che i temi della politica estera e della sicurezza si prestano pi di altri anche ad un trattamento di tipo storiografico, il che quindi consente lapporto proveniente da una disciplina molto pi ricca (in fatto di risorse umane) che non le relazioni internazionali, tant vero che non sar sempre facile distinguere quali lavori dovranno esser attribuiti a unimpostazione politologica e quali a una storiografica. La fenomenologia che pu essere ricondotta alla dimensione della politica estera in secondo luogo estremamente ampia, andando dalla emanazione ufficiale della politica di uno stato al comportamento di singoli uomini politici (che sovente traggono dal successo in politica estera occasioni per consolidare la loro posizione allinterno), dalla politica svolta da grandi complessi industriali o finanziari, dei quali sovente si finisce per giudicare che abbiano una politica estera ben pi coerente e lungimirante di quella di molti stati (se non si pensa addirittura che siano in grado di determinarla!) alla politica estera di internazionali partitiche oppure di organismi sovranazionali (si pensi alle vicende dellUNESCO!), dalla ricostruzione delle costanti che caratterizzano nel tempo la linea di un paese ai giri di valzer che altri invece amano tentare. A tutto ci dovr naturalmente essere premessa una griglia concettuale che consenta di sistematizzare correttamente i dati informativi, e di giungere alla proposta di teorie per lanalisi della politica estera: ne risulter dunque un campo estremamente vasto e differenziato, rispetto al quale gli studi italiani hanno mostrato notevole sensibilit e vivacissima attenzione. Cos disponiamo di studi metodologici e teorici, di infiniti lavori riassuntivi sulla politica estera italiana, di analisi che collegano questultima ai grandi problemi dellet contemporanea (dalla politica nucleare alla decolonizzazione), di ricerche settoriali sugli specifici rapporti intercorrenti tra il nostro paese e il suo principale alleato (gli Stati Uniti) o gli altri alleati europei (con particolare attenzione allora ai problemi dellintegrazione europea fino allanalisi della cosiddetta politica estera

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europea), di analisi geo-politiche connesse a determinate situazioni locali (come il Mediterraneo, la questione medio-orientale, la dislocazione degli euromissili, ecc.) . Salvo errore, non soltanto le analisi empirico-descrittive sovrastano quelle teorico-interpretative in termini quantitativi, ma le precedono anche in termini cronologici come se a lungo si fosse giudicata questarea non suscettibile di riflessione teorica. Addirittura, si pu constatare che linteresse per la politica estera in Italia stato coltivato e sviluppato inizialmente e prevalentemente in ambiti di ricerca non accademici, in organismi come lIstituto Affari Internazionali, o come lIPALMO, intorno a gruppi di ricercatori legati insomma pi sovente a centri-studi che non a cattedre universitarie. In ambito accademico si studia invece dapprima la metodologia della ricerca (Gori, 1973a; ma ricordo anche nello stesso anno unincursione nel tema da parte nientemeno che di G. Sartori), e poi il tema destinato a infinite riprese e/o dibattiti della povert (se non addirittura dellinesistenza) della politica estera italiana (Pasquino, 1974; 1977; 1982; Levi, 1974; Panebianco 1977; 1982; Santoro 1985)26. La questione non n semplice n di scarsa rilevanza, investendo in quanto tale il pi ampio problema della collocazione italiana nel sistema internazionale formatosi alla fine della seconda guerra mondiale. Cos il dibattito apertosi sullinconsistenza o lindeterminatezza della posizione internazionale dellItalia non che un oggetto polemico (di dibattito politico interno, dunque!) fin tanto che non si sia riconosciuto o ammesso che la fonte di quella collocazione risiede nella struttura di un sistema internazionale il quale una volta costruitosi intorno a determinati principi non consente in pratica a nessuno dei suoi attori di modificare il suo atteggiamento, o meglio di mutare il suo sistema di alleanze. La necessit di analizzare il momento nascente del sistema internazionale contemporaneo e il modo nel quale lItalia entr a farne parte erano quindi al centro del provocatorio lavoro di L. Bonanate (1973c), secondo il quale i margini di libert lasciati al singolo stato (tanto pi se sconfitto) al termine di una guerra da parte dei suoi vincitori sono talmente ridotti da non consentire in pratica alcuna possibilit di scelta autonoma. Questa tesi, apparentemente irrispettosa della autonomia e delle prerogative dello stato, ma strettamente coerente alla teoria proposta del sistema internazionale, non poteva non cozzare contro la prevalente tradizione storiografica che argomentava invece che essendo
26 Per una presentazione di ampio respiro essenzialmente storiografica dei problemi della politica estera dellItalia repubblicana, cfr. Di Nolfo, 19S1.

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il sistema internazionale, alla fine della guerra, in fieri ogni stato poteva ritagliarsi la posizione che preferiva (Gallerano, 1975; Di Nolfo, 1979). Quale che sia il punto di vista pi corretto, resta in ogni caso evidente che lallineamento italiano alla posizione statunitense negli anni della guerra fredda aveva le sue origini nellesito della guerra calda precedente, e che la passivit della politica estera italiana poteva esser interpretata sia come consapevole (e forse cinica) valutazione dei propri limiti, sia come passiva e interessata acquiescenza al partito americano (sia interno, sia italo-americano). La svolta del centro-sinistra in Italia appare un po come la sigla della fine del dopoguerra; la passivit nazionale non pu pi affondare le radici in un passato ormai lontano, e il dibattito internazionalistico si sposta appunto sul basso profilo, sullindeterminatezza, sullinconsistenza di una posizione che specie tenuto conto della collocazione geografica meriterebbe ben altra attenzione e riflessioni di pi ampia portata. Il 1967 lanno della svolta negli studi sulla politica estera, grazie alla pubblicazione degli atti di un importante convegno organizzato dal neo-nato Istituto Affari Internazionali, in tre sostanziosi volumi (Bonanni, 1967). Va sottolineato a questo proposito che, se da una parte in quel periodo si badava ai nuovi spazi che si andavano aprendo allintraprendenza italiana, dallaltra ci veniva riferito proprio al mutamento delle condizioni generali del sistema internazionale, a quel processo di distensione al quale si doveva lallargamento delle maglie del controllo da parte dei pi potenti alleati. Ma non si riconosceva cos il primato delle condizioni generali del sistema internazionale sulla libert dazione del singolo stato insomma, proprio allo stesso modo in cui le cose erano andate (anche se dispiaceva ammetterlo) ventanni prima? Lo stesso Altiero Spinelli nel suo discorso dapertura, non si faceva eccessive illusioni: Nessuna persona ragionevole pu pretendere che lItalia assuma ruoli originali o esemplari nella politica internazionale (in Bonanni, 1967, p. 47). Quel che metteva conto discutere era allora non tanto la scelta di fondo quanto il modo in cui, avendola fatta, [i nostri statisti] hanno poi agito nellambito di essa (Ibid.). Dieci anni dopo, proprio per festeggiare il decennale dellIstituto Affari Internazionali, un nuovo convegno fu dedicato alla politica estera italiana (Ronzitti, 1977b); ma anche in questo caso, come nel precedente, accanto ad analisi storiografiche, economiche, strategiche, culturali, lo spazio lasciato alla riflessione di tipo politologico era nullo o quasi (al solo G. Galli era stata affidata una relazione su Il sistema politico italiano e la politica estera; Galli, 1977). La realt non pu essere artificialmente spezzettata e quel che conta che finalmente la politica estera

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riacquistasse il suo buon diritto a essere oggetto di attento interesse non importa poi tanto da parte di chi. Ma in realt ormai anche i politologi italiani incominciavano a rivolgersi alla stessa problematica, proponendosi ovviamente non tanto di ricostruire la storia della nostra politica estera, quanto dapprima come si detto di valutarne larretratezza e la subalternit, e poi di esaminarne le caratteristiche attraverso il ricorso a strumenti di analisi adeguati. Cos, dopo che Panebianco (1977) aveva inaugurato lanalisi politologica, Santoro sviluppava, a pi riprese, la sua ipotesi che la categoria di politica estera dovesse esser inserita nel pi ampio contesto dellinterdipendenza, assunto a cardine concettuale della politica estera (cos in 1984a, ma vedi anche Santoro, 1980a; 1982a; 1982b) per giungere infine, nel suo pi recente scritto su tale problematica (Santoro, 1987), alla suggestiva proposta di verificare i modelli di sistemi di partito proposti per lItalia anche di fronte alla politica estera, in quelli tradizionalmente trascurata, mettendone giustamente in evidenza lacune e insufficienti approfondimenti (va aggiunto che anche in questo caso come in quello del rapporto tra sistema internazionale e sistemi politici interni dallapporto degli internazionalisti la scienza politica interna potrebbe trarre molti e significativi stimoli). Attin, a sua volta, dopo aver pubblicato un primo lavoro introduttivo (e un po generico) sulla politica estera (Attin, 1970a), affrontava in termini politologicamente pi centrati il rapporto tra la formazione della politica estera e il sistema politico al cui interno quella elaborata (Attin, Cutuli e Scorciapino, 1982; Attin, 1983c; 1983d). Val la pena osservare subito anche se di passaggio che sviluppando questa linea dellapprofondimento del radicamento interno delle politiche estere, Attin passer negli anni successivi ad applicare il suo modello anche ai partiti europei (Attin 1986c) e ancora pi in generale al parlamento europeo (Attin 1986b). Veniva poi infine affrontato (e non a caso in quel momento) da U. Gori il problema della struttura del Ministero degli Esteri (Gori, 1982; ma sui rapporti tra politica interna e politica estera vedi, ancora precedentemente, Gori, 1978), che non era altro che la prova dellinteresse per i risvolti operativi di quella che si stava profilando come una possibile svolta nella politica estera italiana dovuta, in generale, alle mutate condizioni del sistema internazionale e, in particolare, alle conseguenze della diffusione di potenza (cio la fine delloppressivo dominio delle superpotenze) nonch alla crescente centralit (in quanto bacino di crisi) del Mediterraneo. Il convergere di queste circostanze spinge a ripensare la possibilit di una politica estera autonoma dellItalia, quanto meno nellambito del suo sistema di alleanze, una politica da media potenza (Santoro, 1986c; 1986e).

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Si ispira certamente ad analoghe valutazioni di ordine generale limponente lavoro che, parallelamente a quello compiuto in sede accademica, conduce lIstituto Affari Internazionali che sviluppa, accanto alla vocazione europeistica, lanalisi delle tematiche mediterranee, nellambito delle quali ovviamente toccher anche allItalia un ruolo tuttaltro che marginale (si vedano i volumi curati da Silvestri, 1969; 1976; 1977; quello curato da Zevi, 1975; e ancora Conflitti e sviluppo nel Mediterraneo, 1970, e Cooperazione nel Mediterraneo occidentale, 1972; tutti pubblicati sotto gli auspici dellIAI. In buona parte anche annuario LItalia nella politica internazionale, pubblicato sempre dallo stesso Istituto a partire dal 1973 dedicato allinformazione relativa alla stessa tematica). Ma lIAI riprendeva anche la lezione europeistica di Altiero Spinelli, e allEuropa venivano dedicati moltissimi volumi della collana dello Spettatore internazionale (nome che dal 1965 era stato dato al periodico dellIstituto e che da alcuni anni, in versione inglese, caratterizza la stessa rivista; vedi, tra i tanti, Per lEuropa, 1966; Bonvicini e Merlini, 1972; Merlini e Panico, 1974; Agostini, 1976; Walker, 1976; Bonvicini e Solari, 1979; Bonvicini, 1980). Non si dimentichi inoltre che alla domanda che a tutti i fautori delleuropeismo sta a cuore (come certezza, dubbio, timore) lIAI aveva nel 1973 dedicato la traduzione di un volume di Kohnstamm e Hager, a cui era stato significativamente dato il titolo Europa potenza?. Molto frequentati e in alcuni casi con risultati scientifici significativi, specie in termini di originalit sono stati in Italia i temi legati alla politica estera di altri paesi, e primo fra tutti, ovviamente, gli Stati Uniti, in quanto tali (come nei lavori di Santoro, 1984a; 1987) o nei loro rapporti con lEuropa (Mammarella 1973); e poi quelli mediorientali (questo ha rappresentato il settore di lavoro pi costantemente perseguito dallIPALMO e dal suo periodico mensile Politica internazionale, diretto da G. Calchi Novati. Vedi tra gli altri i volumi PALMO, 1982; 1983; 1985, dedicati rispettivamente alla cooperazione allo sviluppo, al ruolo italiano nella crisi del golfo Persico, alla partecipazione italiana alla forza multinazionale nella guerra in Libano). Contraddistingue tuttavia gran parte di questi ultimi scritti ma ci non venga considerato un giudizio di valore un orientamento allintervento nel dibattito politico culturale nazionale, trascendendo cos almeno in parte lanalisi neutrale del politologo. Storia, informazione, dibattito e polemica si intrecciano, forse di fronte allassenza di consolidati modelli di analisi che consentano una pi sistematica accumulazione e sistemazione dei dati: si tratta per di pi di problematiche nelle quali limpegno politico personale non sempre assente (e non senza giustificazione).

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Questo principalmente il caso delleuropeismo, che in Italia come negli altri paesi europei ha visto svilupparsi un dibattito vivacissimo tra fautori e oppositori, anche se i termini della polemica non riguardano quasi mai il lato ideale della questione, bens la sua praticabilit o la sua opportunit27. La cultura italiana si distingue del resto per la costanza di una venatura federalistica per non risalire troppo allindietro basta pensare al Manifesto di Ventotene (1941, ora in Spinelli e Rossi, 1982) e per limpegno attivo di alcuni suoi statisti a favore della costruzione di unEuropa unita (da Einaudi a De Gasperi, da U. La Malfa a Spinelli). Ma anche sul piano scientifico e/o dellanalisi degli sviluppi o degli arretramenti dellideale europeistico si avuto un intensissimo dibattito in Italia, caratterizzato, se cos si pu dire, da una sorta di equilibrato estremismo: fautori e oppositori hanno raramente tenuto conto delle ragioni dellantagonista, preferendo ribadire piuttosto la validit della propria idea, il che ha naturalmente finito per allontanare, in pi dunoccasione, i loro scritti dallarena scientificoaccademica per farli entrare in quella della lotta politica (le pi utili fonti di informazione su tale vicenda sono, oltre la bibliografia curata da Marena, Butteri e Console, 1987, gli scritti di L. Levi, 1979; Levi e Pistone, 1973; Pistone, 1982). 7. Tra guerra e pace Se si guardasse alle relazioni internazionali in unottica tradizionale, i temi della guerra e della pace sarebbero i primi, se non gli unici, a dover essere presi in considerazione. Ancora oggi, del resto, cercando una definizione sintetica del nostro campo potremmo ben dire che esso ha al suo centro lo studio della guerra e dunque del suo contrario, la pace: tutto il resto potrebbe anche esser giudicato accessorio. E si pu ancora a ragione argomentare che la riflessione sulla guerra continua in ogni caso ad essere il momento centrale fondante rispetto agli altri temi dellanalisi politica internazionale: spiegare il perch delle guerre, come mai esistano, se e come si possano evitare, quali conseguenze producano vorrebbe dire, in altri termini, risolvere i problemi fondamentali della disciplina. Lo studio della guerra (pi ancora che quello della pace) offre un campo di convergenze interdisciplinari tra i pi ampi e complessi che possano esistere; di pochi altri fenomeni si pu propor27 Non si riprende qui l'analisi dell'apporto di A. Papisca alla tematica europeistica, di cui si gi detto nel paragrafo 5.

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re un approccio che sia: storico, sociologico, psicologico, psicoanalitico, antropologico, giuridico, strategico-militare, etico-filosofico, fisico-matematico, oltre naturalmente che politologico. Non soltanto ciascuno di questi approcci in grado di affrontare aspetti centrali della problematica bellica, ma sovente i loro intrecci (si pensi ad esempio a quello tra etica, psicanalisi e antropologia) impongono di dominare problematiche di per s gi estremamente vaste e complesse. Daltra parte, queste stesse ragioni possono ritrovarsi alla radice delleclettismo, per non dire la superficialit, di molte ricerche sulla guerra, la quale non dimentichiamolo resta uno dei fenomeni di maggiore portata (in tutti sensi quasi sempre negativi) che lumanit si sia mai trovata ad affrontare o si possa in futuro trovare ad affrontare e quindi pi di altri capace di mobilitare valori, affetti, emozioni. Per queste ragioni non semplice il compito di chi si proponga una ricognizione degli studi su tutto ci, anche se con il limite geografico di un solo stato. Altre osservazioni di carattere preliminare vanno ora svolte. La prima riguarda la quasi totale assenza dellapporto di una disciplina altrimenti sviluppatissima in Italia: la storia, la quale si poco interessata alle guerre in quanto tali sia in passato sia attualmente: non mancano singole ricerche su singoli conflitti, ma sempre mancata lattenzione allevoluzione storica della guerra nelle sue diverse forme, allinterno di una dimensione diacronica, affrontata invece frequentemente nel mondo anglosassone (Hale, 1987; Kiernan, 1985; Mallett, 1983; McNeill, 1984; Montross, 1960), ma anche francese (Garlan, 1985), per non dire della tradizione tedesca (basta ricordare Ritter, 1967-1973)28. Osservazioni in gran parte analoghe ma con qualche eccezione valgono per quanto riguarda lapproccio filosofico alla guerra: se gi nel 1911 Giorgio Del Vecchio affrontava Il fenomeno della guerra e lidea della pace, bisogna fare un salto di mezzo secolo per vedere nuovamente e alla luce dellinnovazione nucleare discussa la stessa tematica dal punto di vista filosofico, con gli scritti di N. Bobbio (1962; 1965; 1966). In parte diverso anche se dallattuale punto di vista forse marginale il caso degli studi sulla nonviolenza, che nel nostro paese vantano una tradizione di grande valore, andando da A. Capitivi a don Milani, che ne assunsero anche le valenze pedagogiche, da Bobbio ancora (Bobbio, 1975; 1984b) a Pontara (1969; 1984), a E. Balducci (1984; Balducci e Grassi, 1986), fino ai movimenti impegnati nella lotta politica anti-militaristica e pacifistica (su cui vedi Barrera e Pianta,
28 L'unico esempio italiano che valga la pena citare quello di Piero Pieri, del quale si veda almeno Pieri, 1955.

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1984; DOrsi, 1977; Isernia, 1983; IPRI, 1986). Una citazione a parte, non fosse altro per la singolarit del percorso soggettivo (per quanto trascurato o accantonato dalla cultura ufficiale) meritano gli interventi del romanziere Carlo Cassola, i cui scritti contro la cultura di guerra sono raccolti in alcuni volumi (Cassola, 1976a; 1976b; 1978)29. Se esistono poi ricerche psicanalitiche, come quelle di Pornari (1964; 1970a; 1970b), interventi saggistici o moralistici come quello di Elsa Morante (in occasione di una conferenza del 1965, ora in Morante, 1987), si tratta sempre soltanto di interventi sporadici non riconducibili ad alcun programma di ricerca sistematico e dunque capace di superare il pur apprezzabile e importantissimo livello dellimpegno etico (individuale o di gruppo). Cos, stentano ancora in Italia ad affermarsi quei tipi di ricerca che in moltissimi paesi si sono proposti proprio per finalizzare la passione civile alla ricerca scientifica: si tratta delle cosiddette peace researches che hanno a loro volta dato vita a uninfinit di istituzioni di ricerca; il primo grande organizzatore in questo campo stato J. Galtung, del quale va ricordato il successo nel fondare il primo istituto del genere, il Peace Research Institute di Oslo nel 1959 e insieme il Journal of Peace Research, e poi i moltissimi scritti, diversi dei quali tradotti in Italia a cura di un movimento pacifista, le edizioni del Gruppo Abele di Torino (vedi Galtung, 1984; 1986). Ma il piano del dibattito rimasto in Italia se non scarsamente frequentato per lo pi confinato allintervento politico-culturale, come ad esempio mostrano gli interessanti lavori raccolti ne il problema degli armamenti (AA.VV., 1980a), oppure i convegni annuali organizzati dalla rivista Testimonianze (che ne pubblica poi gli atti), o il dibattito frequentemente ripreso su Bozze (un altro periodico cattolico di grande vivacit e apertura intellettuale). Una ricerca sistematica e metodica sulla guerra dunque non esiste ancora, nonostante che linteresse per questo fenomeno sia proprio il cuore del programma teorico di uno dei politologi italiani, L. Bananate, il quale fin dal primo libro del 1971 mostrava gi nel sottotitolo (La guerra nella politica mondiale) quale fosse il suo problema dominante. In effetti, in quel primo lavoro, alla guerra veniva affidato il ruolo di elemento strutturante la logica stessa dei rapporti internazionali: la natura esterna dello stato veniva identificata come un esser-per-la-guerra. In un saggio successivo (Bonanate, 1973a) il punto veniva precisato attraverso lindividuazione di tipi particolari di guerre quelle che ve29 Va precisato tuttavia che nella maggior parte di questi casi la prospettiva esclusivamente atropologica e non comprende alcun allargamento (o sensibilit) verso la componente internazionalistica della problematica.

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nivano definite costituenti (cio quelle che, avendo impegnato tutte le grandi potenze di unepoca, producono degli avvicendamenti ai massimi livelli di potere internazionale) allesito delle quali veniva attribuito il compito d fondare la teoria stessa delle relazioni internazionali: lesser lesito di tali guerre addirittura la fonte dellordine internazionale esistente (destinato a durare fino alla guerra costituente successiva). Il supporto empirico a tale proposta era offerto da una ricerca dedicata alla formazione del sistema internazionale successivo alla seconda guerra mondiale (Bonanate, 1973d), in cui si cercava di mostrare di quali strumenti di governo gli stati (effettivamente) vincitori della guerra venivano a dotarsi il pi sofisticato dei quali era proprio quella politica della dissuasione (Bonanate, 1971) da cui lo stesso aveva preso inizialmente le mosse. Tuttavia, se tale concezione della guerra rappresenta lo sfondo teorico su cui la maggior parte degli scritti internazionalistici di Bonanate viene a proiettarsi, soltanto episodicamente egli stesso ha affrontato ancora il tema, come in un saggio dedicato a presentare i risultati (effettivi o mancati) dellimmenso lavoro empirico-statistico organizzato da D. Singer nel Correlates of War Project (Bonanate, 1984d), oppure con maggior respiro in un capitolo de La storia (Bonanate, 1986e), caratterizzato dal tentativo di illustrare sia i risultati della ricerca politologica internazionale sulle guerre del XX secolo, sia il rapporto tra guerra e stato, sia Io sviluppo delle diverse forme di guerra, sia infine il significato della sua minaccia nellet nucleare. Nella constatata impossibilit di ricostruire un quadro sistematico delle ricerche sulla guerra carenza che non si pu non individuare come uno degli aspetti pi negativi della produzione internazionalistica italiana non si potr ora che offrire una panoramica, inevitabilmente frammentaria, dei principali filoni di interesse affrontati. Al primo posto pi per la rilevanza degli studi in questione che per la loro quantit va posto senza dubbio lintervento etico-filosofico di N. Bobbio al quale spetta il merito di aver introdotto in Italia la tematica del giudizio sulla natura delle armi nucleari dibattito che in diversi paesi europei fin dagli anni Cinquanta era gi stato vivacissimo (si pensi agli interventi di personalit come B. Russell, K. Jaspers, G. Anders) e di averlo anche allargato allanalisi dellinfluenza che tali armamenti esercitano sulle relazioni internazionali del nostro tempo: cos dopo gli scritti (gi prima ricordati) sullingiustificabilit della guerra atomica (Bobbio, 1962) e il fondamentale Il problema della guerra e le vie della pace (Bobbio, 1966 con Io stesso titolo quel saggio, insieme ad altri, andr a comporre un volume pubblicato nel 1979 e ristampato ancora nel 1984), va ricordato il saggio su Lequilibrio del terrore (Bobbio, 1984a) che in

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sostanza dedicato alla demistificazione del sogno pacifistico della dissuasione reciproca, la quale non che donare al mondo la pace in realt non fa che esasperare (ed sempre da temere lazione di chi in tale situazione) la pericolosit dellet atomica e proiettare ombre funeste sul futuro dellumanit. Se certo sarebbe ingeneroso sostenere che nessun altro in Italia abbia seguito Bobbio su questa strada, va anche ammesso che difficilmente vi si troverebbero interventi altrettanto scientifici che siano capaci di superare il mero livello della polemica ideologica, se non addirittura quello della propaganda (certo in Italia una vera e propria cultura bellicistica non esiste30, per fortuna, ma molti pretesi studi tecnici sulla dissuasione o sugli armamenti finiscono per cadere nei connotati appena detti, se non altro per lincapacit di superare il livello del mero dettaglio tecnico a favore di uninterpretazione di ampio respiro). Il riferimento a uno dei pochissimi lavori che si siano proposti di andare al di l di tali limiti ci consente di passare a un secondo settore di analisi. Infatti il libro di L. Cortesi, Storia e catastrofe (1984) si sforza di criticare, in una prospettiva ad un tempo storiografica (sia dei fatti sia delle idee) ed eticamente impegnata, limpostazione riduttiva di chi pone le armi al primo posto come se la loro esistenza fosse, invece che la conseguenza di una volont politica, il suo stesso movente. Alla luce di questo impegno Cortesi ha promosso poi un seminario i cu atti sono pubblicati in un volume (Cortesi, 1985b), che affronta il problema della guerra in prospettive disciplinari e culturali molto diverse, che comprendono analisi storiografiche (come quelle di Santarelli, Procacci, lo stesso Cortesi), tecnico-militari (Battistelli, Silvestrini, Pivetti), politologiche (Bonanate), psicoanalitiche (Sassanelli) ed etico-religiose (Drago, per un verso, Chiavacci per un altro). Obbedisce a unispirazione sostanzialmente affine la raccolta Oltre la pace (Magni e Vaccaro, 1987), nella quale un po eterogeneamente sono raccolte diverse analisi fortemente critiche dellestablishment politico-culturale mondiale che continua a valersi del rischio atomico sia per interesse (economico) sia per mal riposta fiducia. Di maggior respiro appare (o tale vorrebbe essere) unaltra raccolta la vasta presenza delle quali non pu non avvalorare limmagine di frammentariet che prima si ricordava curata da C. Jean (1987), nella quale si trovano riuniti contributi provenienti dai pi disparati ambiti culturali (filosofi e generali, politologi e storici delle dottrine politiche, economisti e moralisti). Considerazioni analoghe valgono infine per unaltra
30 Per qualche informazione, purtroppo priva di ogni sforzo sistematico, cfr. Ceola, 1987, su un argomento che meriterebbe certo maggior approfondimento.

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raccolta (Curi, 1982) ancora contraddistinta dalleterogeneit dei pur individualmente interessanti contributi, dai quali per come anche negli altri esempi ricordati emerge prevalentemente la sensazione dellinesistenza di uno sforzo collettivo e cumulativo nei confronti dellimmensit della tematica appena sfiorata, invece che dominata. Maggior fortuna sembra aver avuto in Italia la riflessione sulle alternative alla guerra forse a causa delle (purtroppo) pi ridotte dimensioni della problematica della pace! Appena citata per completezza la riflessione sullapparizione di un fenomeno che a sua volta pure stato giudicato come unalternativa (ma tuttaltro che pacifica) alla guerra tecnicamente intesa, il terrorismo (su cui vedi Bonanate 1979d; 1979e; 1981d; 1986f; 1986g; 1987i), si potr ricordare che anche nelle ricerche sulla pace un ruolo da antesignano toccato a U. Gori, il quale fin dal 1970 (Gori, 1970) aveva introdotto nella cultura italiana quella tematica mostrando in quale modo il lavoro avrebbe dovuto venir organizzato, curando poi (Gori, 1979b), e contribuendovi con due saggi introduttivi, lunico libro italiano che si sforzasse di offrire un panorama finalmente sistematico sul problema (ospitando questa volta obbedendo a un progetto contributi di politologi, filosofi, giuristi, strateghi). Nella stessa ottica ma con unimpostazione esclusivamente politologica si muoveva Bonanate con tre saggi (poi accostati nella parte terza, intitolata Verso una teoria della pace giusta, di N guerra n pace, Bonanate 1987h), nel primo dei quali (Bonanate 1981c) svolgeva una ricognizione descrittiva della quantit di pace affermatasi nella storia contemporanea, mettendone tuttavia in discussione la qualit; per poi rivolgersi, nel secondo, allanalisi tipologica e alla giustificabilit storica della pace che effettivamente si realizza (Bonanate 1987e); infine argomentando, nel terzo, che, pur con tutti i suoi limiti, la pace effettiva che il sistema internazionale contemporaneo conosce potrebbe forse rappresentare quanto meno la pre-condizione necessaria al passaggio a una forma di pace (con democrazia) pi accettabile e condivisibile (Bonanate, 1986e; unappendice a questa argomentazione rappresentata da Bonanate 1987b). Ancora al rapporto tra pace e democrazia rivolge la sua attenzione A. Papisca (1987a), intravvedendovi la possibilit che lo spirito pacifico (democratico) delle organizzazioni non governative possa avere un ruolo trainante anche nei confronti delle pi rigide strutture statuali. La maggior parte della restante produzione sulla guerra e sulla pace rimane costretta ma ci non suoni a giudizio critico nei confronti dei singoli lavori fin tanto che accettino i limiti che si sono dati in una dimensione prevalentemente saggistica, la quale se esercita unimpor-

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tantissima funzione di diffusione della rilevanza di questi temi (vedi ad esempio il volume di Gambino, 1986 o quello di Gaja, 1986b), non pu tuttavia contribuire in modo sostanziale alla costruzione di un patrimonio di conoscenze cumulative e sistematiche31. 8. Laffannosa ricerca strategica della sicurezza Va subito precisato che le considerazioni appena svolte riguardo agli studi sulla guerra e la pace non possono non estendersi anche allultimo dei settori di analisi a qualche titolo internazionalistica della nostra rassegna, quello della strategia applicata alla ricerca, se non pi della vittoria, della sicurezza: la pace attraverso il pericolo della guerra. La particolare arretratezza come si cercher di evidenziare di questo settore (sviluppatissimo in altri paesi, primo fra tutti, come al solito, gli Stati Uniti, ma anche le ricerche britanniche e francesi vanno segnalate) potrebbe in prima approssimazione venire ancora una volta riferita allinesistenza di un ruolo attivo dellItalia (di ci si gi detto nel paragrafo 6, dedicato alla politica estera italiana), il che costringerebbe per ad ammettere il presupposto (tuttaltro che incontrovertibile) che ogni stato, indipendentemente dalla valutazione della sua collocazione nella vita internazionale, debba essere in grado di porsi nei suoi rapporti esterni come potenza non tenendo, in altri termini, in alcun conto levoluzione intervenuta nel mondo a seguito della comparsa delle armi nucleari. Per circa un ventennio (anni Sessanta e buona parte di quelli Settanta), il crescente successo degli studi strategici nel mondo stato principalmente dovuto al compito che viene loro affidato di razionalizzare il paradosso dellequilibrio del terrore, che garantisce tanto meglio la pace quanto pi minaccia di sconvolgerla. Il mondo si muove sullorlo del baratro nucleare al confine della psicopatologia della politica e la teoria generale della dissuasione attira su di s linteresse di psicologi (come E. Fromm), di economisti (come Th. Schelling), di matematici (come A. Rapoport), di politologi (come D. Singer), di strateghi infine (come A. Beaufre), per non parlar dei filosofi (da B. Russell a K. Jaspers, da G. Anders a N. Bobbio). Nulla di analogo si verifica nello stesso
31 Un esempio di ci rappresentato dalla curiosa fortuna di Clausewitz in Italia, molto pi sovente occasione per stucchevoli riflessioni sul rapporto tra guerra e politica che non di seria e approfondita analisi esegetico-storiografica (quasi unica eccezione Mori, 1984).

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periodo in Italia, tant vero che quello spazio esclusivamente occupato (come gi si segnalato nel paragrafo 3) da qualche traduzione, specie nel settore del controllo degli armamenti, senza che qualche studioso imposti (o almeno importi) la problematica strategica riferendola alle caratteristiche della collocazione italiana nel quadro strategico mondiale (lunico segno innovativo rappresentato, a partire dalla met degli anni Sessanta, dallattivit dellIstituto Affari Internazionali, che per ben presto si concentrer su aspetti tecnici e settoriali pi che sui quadri generali). Bisogna giungere al giro degli anni Ottanta per constatare un improvviso e vivace risveglio dellattenzione italiana per le questioni strategiche e della sicurezza: le ragioni di ci possono essere intraviste pi che altro nelle mutate, e fin anche peggiorate, condizioni del gioco strategico internazionale dopo la distensione dominante dal 1962 (crisi di Cuba) fino alla met degli anni Settanta, quando il pendolo oscilla nuovamente verso la guerra fredda (euromissili, Afghanistan, ecc.), oppure nellalmeno apparente attenuazione del sistema di vincoli imposto dagli Stati Uniti ai suoi alleati nonch in termini pi generali nel fenomeno della perdita di controllo da parte di entrambe le superpotenze su tutto ci che succede nel mondo. Pu cos verificarsi una sorta di riappropriazione di interessi e di funzioni da cui gli stati (specialmente quelli europei) si erano sentiti espropriati dallimmensit del pericolo nucleare, risvegliando conseguentemente una propensione per lanalisi stato- centrica della strategia, e pi in generale, delle condizioni a cui ogni stato potr garantire in futuro la propria sicurezza. Il contributo italiano alla riflessione su questa tematica si organizzato lungo due successive linee, parallele e incomunicanti ci che ha reso del tutto inesistente il dibattito e lintegrazione tra le due prospettive, che possono esser definite come quelle della teoria pura e delloperativit assoluta. Il contenuto della prima pu essere riassunto in pochi cenni: riguardano in sostanza soltanto una parte degli interessi perseguiti da Bonanate, il cui primo libro (Bonanate, 1971) avrebbe potuto essere il primo (se non fosse rimasto praticamente lunico) tentativo italiano di affrontare lanalisi strategica di per se stessa, al di fuori di qualsiasi considerazione di carattere militare od operativo secondo un indirizzo che gi da diversi anni era andato affermandosi negli Stati Uniti, ma che aveva avuto i suoi esempi pi raffinati in alcuni capitoli di Paix et guerre entre les nations (Aron, 1962, trad. it. 1970) e ne Le grand dbat (Aron, 1963, trad. it. 1965). Quella linea era sviluppata ancora in alcuni altri, meno sistematici, lavori (come Bonanate, 1976a; 1979b), tra i quali va segnalato tuttavia il programma di ricerca esposto nel capitolo

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Strategia (compreso in Bonanate, 1979b), che mirava a una ricostruzione del campo teorico della dimensione strategica dellanalisi internazionalistica, muovendo dalla storia della sua concettualizzazione (da prima di Clausewitz fino al neo-clausewitzianesimo attuale), per poi affrontare il rapporto tra strategia e lotta politica (specie nella sua componente ideologica) e concludere affrontando linnovazione culturale (un altro dei tanti prodotti dellera atomica) rappresentata dallavvento della strategia in quanto scienza sociale, dovuto al ribaltamento della sua accezione tradizionale, che da tecnica rivolta alla vittoria in guerra la trasformava in scienza intesa a evitarla senza impedire tuttavia che continuasse a essere possibile il raggiungimento di quegli obiettivi politici che prima erano affidati, appunto, alla guerra. Analisi politologico-internazionalistica e analisi strategica si trovano cos strettamente intrecciate da costringere il politologo a farsi anche stratega, e viceversa da imporre ai militari una cultura anche politologica. Ma se il lavoro di Bonanate non pare aver avuto seguito (neppure negli scritti successivi dello stesso), tra gli studiosi italiani lansia nei confronti dellinstabilit (forse pi apparente che reale) dellequilibrio strategico internazionale offre loccasione per lo sviluppo di studi, la cui impostazione succube del momento storico e dunque pi sensibile ai profili operativi che non a quelli teorici. La mancata costruzione di un metodico e sistematico programma di ricerca (che fondasse le sue radici nella teoria strategica, cos come essa si ormai consolidata nel mondo) ha finito cos per lasciar libero spazio a una sorta di ossessione operativa, semplicemente intesa a incorporare la componente nucleare della problematica strategica, insistendo sullanalisi del ruolo che anche lItalia potrebbe crearsi nel nuovo gioco internazionale visto che non pu dotarsi di armi nucleari, almeno che diventi una potenza regionale! Alcuni lavori di C.M. Santoro sono emblematici della tendenza che pur muovendo correttamente dalla teoria strategica ha finito per prevalere negli studi italiani, alla continua ricerca del risvolto operativo. In La guerra possibile (Santoro, 1982d), egli si proponeva infatti proprio di mostrare come la struttura del sistema internazionale fosse plasmata dalla possibilit della guerra (evidenziando dunque il contatto tra politica e strategia); ne Il sistema di guerra (Santoro, 1984c; ma vedi anche Santoro 1982c), la prospettiva si allargava ancora applicando al sistema bipolare contemporaneo i risultati dellanalisi strategica pi sofisticata e aggiornata (come specificava fin dalla prima pagina, la componente strategica si rivelata essenziale sia nella determinazione delle strutture concettuali e operative del sistema internazionale inteso come sistema politico, sia nella condotta e negli

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atti dei principali attori che ne costituiscono le unit organizzate) (Santoro, 1984c, p. 622). Ma curiosamente i successivi lavori di Santoro approdano proprio allanalisi dei problemi strategici italiani nellottica operativa e propositiva. E emblematico di questo indirizzo il lungo saggio compreso in Obiettivo difesa (Caligaris e Santoro, 1986), nella prima parte del quale Santoro illustra in modo sistematico e coerente in qual modo debba procedere nella sua analisi chi alla luce della logica politica internazionale data voglia affrontare la tematica del molo strategico dellItalia (Santoro, 1986b, p. 10). Attraverso limmagine dei cerchi concentrici, ciascuno dei quali contiene uno dei passaggi che vanno dal generale al particolare, Santoro giunge ad analizzare lItalia come media potenza e si chiede quale debba essere il modello di difesa di una siffatta potenza. Pur lasciando impregiudicata la valutazione del livello a cui lItalia possa collocarsi, lattenzione viene piuttosto richiamata su quelli che vengono identificati come i problemi e/o i compiti (essenzialmente regionali) che questa media potenza dovrebbe fronteggiare; cos si giudica che lItalia dovrebbe impedire legemonia sul bacino [mediterraneo] sia da parte delle potenze rivierasche, sia (...) da parte delle Superpotenze (Ibid., p. 33). Dopo aver catalogato i compiti funzionali dellItalia in ordine al mantenimento della deterrenza, al controllo delle aree di interesse, ai piani adatti a rendere pi flessibile e mobile la capacit operativa delle forze assegnate a compiti speciali di intervento (Ibid., p. 36) il che impone di sviluppare un pacchetto, di obiettivi strategici nazionali (Ibid., p. 48) Santoro si dedica definitivamente allanalisi delle diverse missioni in cui lItalia potrebbe impegnarsi, da sola o nellottica di una integrata difesa europea. Nessun dubbio che la ragione di questo scivolamento operativo sia imposta dai fatti pi che da qualche improbabile sogno di rinascita nazionale: che il Mediterraneo si sia progressivamente segnalato come una delle zone pi complesse per la politica internazionale contemporanea fuori di dubbio; se a ci si aggiungono le vicende della presenza di truppe italiane in Libano, i nostri difficili rapporti con la Libia e poi la crisi dellAchille Lauro (Cassese, 1987) (con la successiva questione di Sigonella e dellintervento statunitense), appare tuttaltro che ingiustificato il convergere dellinteresse degli studiosi su questarea. Un attento e sistematico scorcio sulle trasformazioni politico-militari intervenute negli ultimi anni nellarea mediterranea cos al centro del lavoro di Cremasco (Cremasco, 1986a), uno degli studiosi che hanno seguito con maggior costanza e continuit le dimensioni strategico-militari sia della politica estera italiana sia dei paesi europei, sempre con particolare riguardo per la regione mediterranea (cfr. Cremasco, 1978; Cremasco

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e Silvestri, 1980; Cremasco, 1982; 1983a; 1983b; 1983c; 1985a; 1985b; 1986b. Considerazioni analoghe valgono per molti dei lavori di S. Silvestri, del resto anchegli uno dei fondatori e pi attivi collaboratori dellIstituto Affari Internazionali). Ma che non siano esclusivamente ragioni contingenti ed estrinseche ad aver determinato una ripresa degli studi strategici italiani dimostrato dal tono e dallintensit assunti dal dibattito negli anni pi recenti. Emblematici di ci sono gli scritti di Luigi Caligaris (generale a riposo e oggi commentatore di politica militare per diverse e importanti testate nazionali), il cui saggio Gli studi strategici in Italia (Caligaris, 1984) pu in un certo senso essere assunto a manifesto programmatico del tentativo di imporre lanalisi strategico-militare allattenzione della classe politica, alla luce di unaccezione, estremamente estensiva, del concetto di sicurezza (in un saggio pi recente definita come la politica delle politiche; Caligaris, 1986c, p. 163). Nel suo bilancio sullo stato degli studi strategici, Caligaris muove da un esplicito giudizio di valore, cio che i rischi di una dissociazione fra politica e strategia sono assai pi gravi, dato che la soglia fra pace e guerra assai meno chiara e determinata che non in passato (Caligaris, 1984, p. 343)32. Dopo aver criticato lOccidente per essere un osservatore distratto dai propri problemi esistenziali immediati (Ibid., p. 344), e quei paesi (come lItalia) che, privi di una grande strategia, si adattano alla situazione del momento (Ibid., p. 347), Caligaris espone la sua concezione della strategia la quale lungi dallessere un puro esercizio concettuale si deve intrattenere, invece, con continuit con lazione e la preparazione per lazione (Ibid., p. 352), se vuol essere allaltezza di fronteggiare una situazione internazionale di crescente complessit e instabilit (Ibid., p. 360). Ma senza soffermarsi a dimostrare che tale giudizio sulla natura della strategia sia sostenibile, e senza per altro affrontare un dibattito sullo stato internazionale degli studi strategici, Caligaris conclude il suo bilancio sostenendo la necessit, tutta operativa, che gli strateghi (anche laici) siano chiamati a contribuire allelaborazione delle politiche nazionali (Ibid., p. 363), con particolare riguardo a quella estera, militare, interna, sociale e economica (Caligaris, 1986c, p. 163): quanto a dire che la strategia deve diventare la principale consigliera del Principe! Il sostegno metodologico di tale impostazione teorica viene da un altro generale (ancora in servizio) da pochi anni affacciatosi sul settore
32 implicito ma intelligibile che Caligaris si propone di rovesciare quel pregiudizio con cui la cultura progressista occidentale aveva per molti anni guardato, temendone la prepotenza, al complesso militare-industriale.

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del dibattito strategico, Carlo Jean, il quale inserendosi nello stesso filone teoretico introdotto anche in Italia dal generale Beaufre, la cui Introduction la stratgie era stata tradotta dal Mulino fin dal 1966 in un suo saggio contenuto nel primo dei tre volumi che egli ha curato recentemente (cfr. Jean, 1985b; 1986c; 1987b), propone una definizione di strategia tanto allargata da farla confluire nella ragion di stato (Jean, 1985a, p. 71), alla quale giustamente egli attribuisce il compito, non che di militarizzare la politica (come Caligaris sembrerebbe invece prediligere), di politicizzare la strategia (Ibid., p. 74). Ma ancora una volta leclettismo continua a dominare questo ambito, come mostra la successiva raccolta organizzata da Jean (1986c) che giustappone, invece che integrare, prospettive teoriche e culturali totalmente eterogenee, non giungendo conseguentemente a costruire un campo ben delimitato (il che non vuol dire rinchiuso) nel quale davvero politologi e strateghi possano dialogare. Se questi sono gli indirizzi prevalenti (oltre che i pi recenti) nel settore, non deve esser tuttavia trascurata lopera di informazione e di aggiornamento culturale che anche altri hanno svolto nellultimo decennio. Cos vanno segnalati in primo luogo i lavori di F. Casadio (1979; 1983); gli studi di Pivetti (1969a; 1969b; 1983; 1985), ripresi e sviluppati pi recentemente da F. Battistelli (1980; 1983; 1985); gli interventi sui problemi delle spese militari e del connesso bilancio strategico mondiale (Mazzocchi, 1982; Devoto, 1982; Rossi 1985a; 1985b)33. Merita infine di esser segnalata lopera di fondazione della cultura strategica svolta nei suoi primi anni dallIAI, che aveva pubblicato importanti antologie sulla teoria strategica sovietica (Silvestri, 1971b) e cinese (Celletti, 1976), abbandonando purtroppo presto limpresa (ma in effetti, avevano tali libri un pubblico?); cos come finalmente lospitalit ricevuta su riviste culturali di ampio respiro da saggi scientifici sulla situazione strategica, come quelli di Fieschi (1982), di Cesa (1986; 1987), di Nevola e Giorcelli (1986), di Tonello (1984).
33 Particolare importanza acquista liniziativa gi ricordata assunta dallArchivio Disarmo e dallUnione scienziati per il disarmo di curare ledizione italiana del World Armaments and Disarmament Sipri Yearbook. Precedentemente lIAI aveva tradotto ma liniziativa era durata soltanto dal 1969 al 1972 lanalogo (ma meno prestigioso) Strategie Survey, uno dei due rapporti annuali (laltro il Military Balance) prodotti dallInternational Institute for Strategie Studies di Londra.

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9. Conclusioni: un bilancio che guarda al futuro Una volta considerati nella loro globalit i quattro settori in cui stato suddiviso lapporto italiano allanalisi politica internazionale, non si pu non constatare, in primo luogo, come quantitativamente esso risulti pi ampio, ricco, variegato di quanto non ci si sarebbe potuto attendere. Va semmai ribadita ancora una volta la mancanza di una pi coerente e pluralistica ricerca di accumulazione e di dialogo tra culture diverse, interessi differenti, matrici culturali eterogenee. Non mancano neppure in ciascun settore contributi di notevole livello scientifico che non sfigurerebbero in alcun confronto (campanilistico) internazionale. Da questo punto di vista, uno dei risultati di questa rassegna certamente positivo, e in parte almeno inaspettato. Una seconda considerazione riguarda poi il diverso apporto recato dai quattro settori (metodologia e teoria; politica estera; guerra e pace; sicurezza e strategia): essi sono tanto pi frequentati quanto pi ci si allontana dalla teoria per muovere verso i problemi di attualit, il che non pu esser considerato n un male n uno sviluppo anomalo: ma resta il timore (tutto accademico, forse) che anche la migliore ricerca empirica risulti indebolita e in qualche misura ingiustificata, in assenza di un progetto teorico, e a maggior ragione di una griglia di concetti di riferimento quali solo il consolidarsi di un linguaggio comune controllato e di una metodologia condivisa possono offrire. Non si pu, in terzo luogo, non constatare la marginalit della cultura italiana nel dibattito internazionalistico mondiale: se certo la condizione linguistica vi ha un peso, ben maggiore deve essere considerato quello derivante dal troppo scarso impegno teorico e metodologico, che sono indubbiamente i terreni sui quali possibile ad un tempo sviluppare interscambi e dibattiti (la teoria sempre la stessa, quale che sia il cielo sotto cui viene elaborata) tra studiosi provenienti da paesi e tradizioni culturali differenti, e contestualmente progredire anche in proprio se cos si pu dire grazie alla natura stessa di questo tipo di riflessione. E mancata invece finora nel nostro paese la possibilit di costruire unimmagine precisa e inequivocabile delle relazioni internazionali, ancora troppo sovente assimilate allinformazione giornalistica (ci che in effetti, del resto, molti articoli pubblicati su periodici italiani avvalorano), oppure perentoriamente confinate nellambito del dibattito ideologico che per la natura stessa della vita internazionale tende a essere schematico e tutto imperniato su grandi contrapposizioni di valore.

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Si tratta di difetti e limiti che non vanno impietosamente rinfacciati a una cos giovane disciplina: ci che grave piuttosto che essa abbia tanto tardato ad essere ammessa nella comunit culturale italiana il che, come si cercato di mettere in evidenza allinizio una storia che riguarda altre discipline! Ma ora entrata a pieno titolo nel mondo accademico, e sulla via di essere riconosciuta dallopinione pubblica attraverso il sempre pi frequente ricorso anche agli esperti di cose internazionali da parte dei mass media giunto il momento di dichiarar conclusa questa prima fase storica, alla quale dovr succedere quella della verifica dellattendibilit del credito richiesto dagli internazionalisti; un po come definitivamente superata appare let della guerra fredda portando con s parte notevole di un dibattito strategico improvvisamente invecchiato, alla quale sempre pi e sempre meglio sembra potersi sostituire limmagine di un crescente ordine internazionale meno giusto e democratico che pacifico, finora per studiare e comprendere il quale un posto sempre pi rilevante dovr ormai essere concesso alletica della politica internazionale. Introdotta nel mondo accademico italiano esattamente cinquantanni dopo che Alfred Zimmern accedeva per la prima volta nella storia a una cattedra di relazioni internazionali (1919, University College del Galles), tocca alla scuola italiana di relazioni internazionali mostrare se si sia radicata, se abbia dimostrato la sua capacit di spiegare meglio di ogni altra alternativa la realt e la natura dei rapporti internazionali, la sua unicit infine nel dominare una problematica per natura estremamente complessa e delicata (se la guerra sempre stata, in ogni tempo, levento pi drammatico e doloroso che un popolo potesse trovarsi ad affrontare, ben pi tragico il rischio della distruzione totale che la cultura umana ha saputo oramai offrirsi!). Volendo tratteggiare una sia pur sintetica agenda, ci si dovrebbe proporre di consolidare i risultati nella loro parte pi originale della elaborazione teorica italiana sulle relazioni internazionali. Particolare impegno andrebbe riposto nel tentativo di delimitare pi fortemente la disciplina non in vista di inopportuni o improponibili arroccamenti allo scopo di caratterizzarne pi intensamente la natura politologica, il che non pu avvenire se non grazie a una maggior propensione per la ricerca empirica, alla quale non mancherebbero interessanti campi di esercizio (dallanalisi dei processi decisionali al contenuto del dibattito di politica estera che si svolge allinterno di un sistema politico, dallanalisi empirica delle guerre alla rilevazione della quantit di ordine effettivamente distribuita per il mondo, dalla identificazione dei diversi regimi che si sono organizzati intorno a determinati blocchi problematici alla politica strategico-militare), senza per questo escludere dal campo

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aspetti solo in apparenza estrinseci quali quello della ricostruzione dei cicli storici dei sistemi internazionali, oppure quello del giudizio etico sulla politica internazionale. I temi affascinanti non mancano; molto pi scarse si sono rivelate finora le risorse. Il progresso culturale si misura e si dimostra con il modo in cui si orientano le forze a disposizione. Dalla capacit che mostreranno di avvicinarsi alla problematica internazionale nelle sue varie sfaccettature scrivendo magari meno ma meglio, riuscendo a concentrarsi sui temi pi importanti invece che su quelli dattualit (le due cose possono, ma non sempre, coincidere), non rifuggendo dalla complessit, ma sfidandola dipenderanno le sorti di una giovane disciplina che proprio per questo deve essere osservata con attenzione, ma anche con rigore e qualche circospetta prudenza, nella consapevolezza che la sua crescente centralit nel futuro non difficile da pronosticare.

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Sono segnalati qui di seguito i lavori citati nel capitolo e non riportati nella corrispondente sezione della bibliografia finale, in quanto non strettamente attinenti agli studi internazionali italiani o al tema della sezione bibliografica. Alker H.R. jr. e Biersteker T.J., The Dialectics of World Order: Notes for a Future Archeologist of International Savoir Faire in International Studies Quarterly, 1, XXVIII, 1984. Aron R., Paix et guerre entre les nations, Paris, Calmann-Lvy, 1962, trad. it. Pace e guerra tra le nazioni, Milano, Comunit, 1970. Le grand dbat. Initiation la strategie atomique, Paris, Calmann-Lvy, 1963, trad. it. Il grande dibattito. Introduzione alla strategia atomica, Bologna, Il Mulino, 1965. Bobbio N. e Matteucci N. (a cura di), Dizionario di politica, Torino, UTET, 1976. Bobbio N., Matteucci N. e Pasquino G. (a cura di), Dizionario di politica, Torino, UTET, 1983. Bonanate L., Un labirinto in forma di cerchi concentrici, ovvero: guerra e pace nel pensiero di Norberto Bobbio in Bonanate L. e Bovero M. (a cura di), Per una teoria generale della politica, Firenze, Passigli, 1986. Bull H., International Theory: a Case for a Classica! Approach in World Politics, 3, XVIII, 1966. Capitini A., Il potere di tutti, Firenze, La Nuova Italia, 1969. Caporaso J.A., Teoria della subordinazione e della dipendenza in Pasquino G. (a cura di), Teoria e prassi delle relazioni internazionali, Napoli, Liguori, 1981. Dahl R.A., Modern Political Analysis, Englewood Cliffs, Prentice-Hall, 1963, trad. it. Introduzione alla scienza politica, Bologna, Il Mulino, 1967. DeI Vecchio G., Il fenomeno della guerra e lidea della pace, Roma, Bocca, 1911. Deutsch K.W., The Analysis of International Relations, Englewood Cliffs, Prentice-Hall, 1968, trad. it. Le relazioni internazionali, Bologna, Il Mulino, 1970.

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Capitolo secondo Storia delle relazioni internazionali Ennio Di Nolfo

1. Dati istituzionali sullinsegnamento e sulla ricerca Nellesaminare la situazione degli insegnamenti di storia delle relazioni internazionali nelle universit italiane, va tenuto presente che la denominazione dellinsegnamento varia secondo le indicazioni degli statuti delle singole facolt o corsi di laurea. Nei progetti di riforma attualmente al vaglio dei consigli di facolt, la denominazione viene ricondotta alla formula storia delle relazioni internazionali. Tuttavia, nellordinamento vigente la dizione pu essere anche una delle seguenti: storia dei trattati e politica internazionale; storia dei trattati e delle relazioni internazionali; storia dei trattati. Sono stati compresi nellelenco anche docenti e ricercatori di materie incluse nel raggruppamento per i concorsi a professore ordinario del quale storia delle relazioni internazionali la materia pi consistente dal punto di vista numerico. Attualmente, gli insegnamenti attivati nelle universit italiane sono i seguenti: Bari. Corso di laurea in Scienze politiche presso la Facolt di Giurisprudenza: Anton Giulio De Robertis (associato); Italo Garzia (associato; storia dei rapporti tra Stato e Chiesa); Rosita Orlandi (ricercatore). La Facolt ha richiesto la copertura dellinsegnamento di storia delle relazioni internazionali mediante concorso per un posto di prima fascia. Bologna. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. Cagliari. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. La Facolt ha chiesto un concorso per un posto di seconda fascia. Camerino. Facolt di Giurisprudenza, corso di laurea in Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. Catania. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. La Facolt ha chiesto un concorso per un posto di seconda fascia. Firenze. Facolt di Scienze politiche: Ennio Di Nolfo (ordinario); Marta Petricioli (associato); Maria Grazia Enardu, Renzo Rastrelli, Antonio Varsori (ricercatori); Francesco Margiotta Broglio (ordinario; storia

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e sistemi delle relazioni fra Stato e Chiesa nellet moderna e contemporanea); Giancarlo Mori (ricercatore). La Facolt ha chiesto un concorso per un posto di seconda fascia. Genova. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. Macerata. Facolt di Giurisprudenza, corso di laurea in Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. Messina. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. La Facolt ha bandito un concorso di prima fascia. Milano Statale. Facolt di Scienze politiche: Paolo Calzini (associato). Milano Cattolica. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. Massimo De Leonardis (ricercatore). Napoli. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. Padova. Facolt di Scienze Politiche: Edoardo Del Vecchio (ordinario); Danilo Ardia (associato); Carla Meneguzzi Rostagni (associato); Anna Bedeschi (ricercatore). Palermo. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. Parma. Facolt di Giurisprudenza: Alessandro Duce (associato); Silvio Ferrari (ordinario; storia dei rapporti tra Stato e Chiesa). Pavia. Facolt di Scienze politiche: Guido Donnini (associato); Donatella Bolech Cecchi (ricercatore); Enrica Costa Bona (ricercatore); Maria Antonia Di Casola Fantetti (assistente). Perugia. Facolt di Scienze politiche: Fulvio DAmoja (ordinario); Sergio Angelini (associato); Luciano Tosi (associato). La Facolt di Perugia ha chiesto la copertura di un posto di storia delle relazioni internazionali mediante concorso di prima fascia. Pisa. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. Marinella Neri Gualdesi (ricercatore). Facolt di Lettere e Filosofia: Fabrizio Ghilardi (associato). Roma La Sapienza. Facolt di Scienze politiche, corso sdoppiato: Gianluca Andr (ordinario); Pietro Pastorelli (ordinario); Nicola Toraldo Serra (ricercatore); Giustino Filippone Thaulero (ordinario; storia dei rapporti tra Stato e Chiesa). Facolt di Giurisprudenza: insegnamento vacante, mutuato. Facolt di Lettere e Filosofia: Renato Giordano (associato). Facolt di Magistero: Alfredo Breccia (ordinario). Roma LUISS. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza. Salerno. Facolt di Giurisprudenza, corso di laurea in Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza.

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Sassari. Facolt di Giurisprudenza, corso di laurea in Scienze politiche: Paola Brundu Olla (ordinario). Siena. Facolt di Giurisprudenza, corso di laurea in Scienze politiche: Giovanni Buccianti (ordinario); Massimo Borgogni (ricercatore); Liliana Senesi (ricercatore). Teramo. Universit degli Abruzzi, Facolt di Giurisprudenza: Francesco Lefebvre dOvidio (associato). Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante. La Facolt ha chiesto il bando di un concorso di prima fascia per linsegnamento di storia dei rapporti tra Stato e Chiesa. Torino. Facolt di Scienze politiche: insegnamento vacante, affidato a supplenza; Sergio Pistone (ordinario; storia dellintegrazione europea). Trieste. Facolt di Scienze politiche: Giorgio Marsico (associato). Sono inoltre stati istituiti due dottorati di ricerca in storia delle relazioni internazionali. Il primo ha sede amministrativa in Firenze, e raggruppa le facolt consorziate di Firenze, Perugia, Pisa e Trieste. Il coordinatore Ennio Di Nolfo. Laltro dottorato ha sede amministrativa presso lUniversit di Roma La Sapienza e non ha altre sedi consorziate. Il coordinatore Gianluca Andr. Altri due corsi di dottorato possono essere considerati affini a quello di storia delle relazioni internazionali, ratio materiae il primo e per la possibilit di ammettere candidati che svolgano una dissertazione in storia delle relazioni internazionali il secondo. Si tratta di quello di storia del federalismo e dellUnit europea, con sede amministrativa a Pavia e sedi consorziate Pavia, Firenze, Genova e Torino, coordinato da Giulio Guderzo, e di quello di relazioni internazionali con sede amministrativa a Padova e sedi consorziate Padova, Bologna, Milano e Trieste, coordinato da Antonio Papisca. Non vanno infine tralasciati, nel delineare il quadro istituzionale dello stato della ricerca italiana nel campo della storia delle relazioni internazionali, i numerosi centri di studi a carattere privato, per la cui descrizione si rimanda al primo capitolo di questo volume (paragrafo 1). Esiste in Italia una sola rivista esclusivamente dedicata a temi di storia delle relazioni internazionali: Storia delle relazioni internazionali, edita a cura dellAccademia europea di studi internazionali (Firenze, via Laura 60) pubblicata dalleditore L. Olschki di Firenze con periodicit semestrale. Fondata nel 1985, diretta da Ennio Di Nolfo (redattore capo: Antonio Varsori). La Rivista di studi politici internazionali, fondata nel 1933 con periodicit trimestrale, diretta da Giuseppe Vedovato, pubblicata a Firenze (lungarno del Tempio 40), viceversa la pi antica tra

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quelle pubblicate in Italia che dedichi la sua attenzione in buona parte a temi di storia delle relazioni internazionali. A questi affianca peraltro saggi di politica contemporanea e note di materia giuridica economica. Alla rivista corrisponde una collana di studi che comprende contributi fra i pi importanti per la materia. Altre riviste storiche pubblicano, come ovvio (ma non sistematicamente), contributi su temi di storia delle relazioni internazionali. In particolare vanno citate tra queste riviste la Rassegna storica del Risorgimento e Storia contemporanea. 2. Un bilancio degli studi di storia delle relazioni internazionali Un bilancio degli studi di storia delle relazioni internazionali (o, pi in generale, di storia internazionale) in Italia presuppone labbandono delle etichette accademiche e lesame della produzione storiografica in s. pi importante considerare ci che in concreto si fa di ci che i custodi delle suddivisioni accademiche pensano di fare o vorrebbero si facesse: badare alla sostanza, prima che alla forma. Pi di altri, questo settore della storiografia ha risentito negli ultimi decenni dellurto con una realt esterna che esige una riflessione metodologica. Dopo la seconda guerra mondiale e, pi ancora, dopo gli anni Sessanta, il mutamento del sistema internazionale stato tale da imporre lesigenza di un cambiamento di metodi. Nessuno pu pi pensare che si possano applicare agli ultimi anni del secolo XX gli stessi strumenti danalisi utilizzati per lOttocento o, ancor pi chiaramente, per i secoli precedenti. Tuttavia, a questo si giunti dopo un certo travaglio, che in Italia ha acquistato consistenza soprattutto negli ultimi decenni, riecheggiando spunti provenienti, oltre che dallItalia stessa, anche dalla storiografia francese. Pesano sulla storia delle relazioni internazionali prevenzioni antiche, che scompaiono a fatica. Una nozione, in particolare, appare ormai desueta, mentre qualche decennio fa, quando gli studi di storia delle relazioni internazionali erano alle prime armi, ci appariva con minore chiarezza. Oggi nessuno o pochi epigoni si sentirebbe di affermare la sovrapponibilit (quasi lidentit) del concetto di storia delle relazioni internazionali e di quello di storia diplomatica. Il riferimento pu apparire plateale, ma dopo episodi come lincidente della centrale nucleare sovietica di Cernobyl, che ha dimostrato linternazionalizzazione di tutti i piani dellesistenza umana, il rifugiarsi, anche solo concettualmente, in unimmaginaria torre davorio diplomatica non ha pi che il senso di una ricerca di isolamento dal reale, di un voler sfuggire i temi di fondo

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della realt. Anche se, forse, non erano necessari incidenti cos clamorosi per osservare cose sin troppo evidenti per chi non si rifiuti di vederle. Losservazione ora formulata per suscettibile di una critica: essa appare valida solo per il momento politico delle relazioni internazionali; non interferisce con la questione della ricerca delle fonti, cio con uno dei temi metodologici di base sollevato dal dibattito in materia. noto, del resto, che la natura delle fonti qualifica quasi sempre il carattere degli studi che ne derivano. Le fonti diplomatiche sono, come osservava Toscano, per specificit e sinteticit, esaurienti come rappresentazione del reale internazionale e di conseguenza possono essere poste a fondamento di una disciplina fondata prevalentemente su di esse. Largomentazione, in s ineccepibile, restituirebbe legittimit scientifica a una storia diplomatica estesa dallet moderna a oggi, e sostanziata da catene o collane di documenti: mutevoli, poich non legati a stereotipi se non per certi caratteri formali, ma capaci, nel contenuto, di riflettere il mutamento. E, questa, una tesi attraente. Chi ha pratica di documenti diplomatici pronto a riconoscere che essi hanno spesso un valore sintetico efficacissimo. Ma deve anche ammettere che, in questo caso, spesso un avverbio che, rispetto alla mole pressoch inesauribile dei documenti diplomatici disponibili, si applica a un numero che diviene assai limitato di casi. Cosicch il carattere di rappresentativit sintetica di tale documento pu essere sostenuto sino in fondo solo in casi eccezionali e in presenza di altre fonti, che convalidano la specialit del caso; ma che al tempo stesso finiscono per alterare, inquinandola, la coerenza dellipotesi appena intravista. Bisogna poi aggiungere, per ulteriore chiarezza, che Toscano, nel sostenere la sua tesi, aveva intuito e anticipato una possibile soluzione concettuale assai fruttuosa, bench lo stato delle conoscenze dei tempi non rendesse familiari certi chiarimenti. Il valore reale della documentazione diplomatica risiede nel fatto che essa costituisce un codice omogeneo, importante pi che per quanto esso narra, espone o riferisce, per i regolamenti che esso implica. Purch questi vengano situati con precisione e con chiarezza, esso pu dar luogo a una limpida e rigorosa ricostruzione di significati, che non aggiungono nulla al reale ma lo esprimono in moduli cos omogenei e regolari da rappresentare i moduli stessi un simbolo preciso delle relazioni diplomatiche. Ma lavorare in questa direzione presuppone un corretto uso semiologico di tali fonti; il che richiede una certa specializzazione. Viceversa lhabitus cui la prassi storiografica ci fa assistere consiste nelluso artigianale della fonte diplomatica; nella manipolazione dei significanti senza cura per i significati. Allora il codice perde ogni carattere di omogeneit e rigore per di-

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ventare solo un brogliaccio dal quale, con un po di astuzia e di pratica, si riescono a trarre le conclusioni pi strampalate e pi arbitrarie. Come viene comprovato, deI resto, dallinfinita variet di letture cui sono sottoposti documenti identici; una variet che sarebbe legittima, se fosse sorretta dalle diversit di senso, ma che diviene del tutto casuale quando sorretta dallestro artigianale, dallaccostamento approssimativo, dallartificio retorico della composizione letteraria. Numerose sono ancora, sul piano pratico, le espressioni di questa cosiddetta metodologia, ma rese logore dallimpossibilit sempre pi evidente di dare contenuti politici (o diversi) plausibili a un metodo che, per usare lespressione di uno storico americano, il Lafeber, si basa su ci che un diplomatico racconta a un altro. Questo dibattito ha risentito, e risente, forse pi che in altri settori della storiografia, di ci che viene discusso fuori dItalia, sebbene sia difficile dire che nel resto del mondo siano state raggiunte conclusioni univoche e soddisfacenti (al punto che la Commissione internazionale di Storia delle relazioni internazionali ha deciso di tenere in Italia, a Perugia, alla fine del 1989, un convegno destinato a un confronto sui temi metodologici, cos come essi sono avvertiti dalle principali scuole storiografiche esistenti nel mondo). Molti spunti sono venuti, negli anni Cinquanta, dai lavori di Pierre Renouvin e J.-B. Duroselle, che hanno teorizzato la necessit di studiare le forze profonde che generano il cambiamento internazionale. Pi di recente, Ren Girault affermava:
Lhistoire des relations internationales sera totalisante ou elle ne sera pas. Cela signifie que nous devons non seulement employer, le cas chant, les techniques voisines des sciences hurnaines, mais encore accepter de faire entrer dans nos investigations des champs de recherches historiques en apparence distincts des ntres. Ici se placent le fameux problme des relations entre politique intrieure et politique extrieure, et plus largement le probIeme de la piace des relations internationales dans lhistoire du monde (Girault, 1985).

In Germania in atto una profonda revisione dei modelli storiografici ispirati al paradigma rankiano e al concetto di primato della politica estera sullonda dellaffermazione del primato della politica interna e del confronto metodologico con le scienze sociali: una revisione che d luogo a un dibattito intenso ma lungi dallessere risolto. In Gran Bretagna prevale un pragmatismo che tende per ora a sottrarsi al dibattito teorico, o a ricondurlo allinterno dellinterpretazione storica che predilige le analisi riguardanti le percezioni individuali dei diplomatici o lidentificazione del ruolo che essi intendono riconoscersi. Donald C. Watt invitava di recente a liberarsi dalle ambiguit di linguaggio e a studiare le fonti attraverso gli occhi e la personalit di coloro che le hanno

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prodotte (Watt, 1985). Negli Stati Uniti, infine, sulla scia di un saggio volutamente provocatorio di Charles Maier (1980), che decretava la sentenza di morte della storia diplomatica (ma in pratica si riferiva allinaridimento del filone diplomatico nelle interpretazioni della guerra fredda), ferve un dibattito serrato e aspro, che dimostra proprio il contrario delle tesi di Maier, a condizione che si accetti una definizione non tradizionalistica del concetto di storia diplomatica. Il dibattito italiano (per ritornare cos al punto di partenza) si muove tra vari poli: un tradizionalismo inconscio, che non si mette nemmeno in discussione, spesso per pura inerzia intellettuale o per timore del vuoto; la lunga marcia degli allievi di Chabod, che fanno proprio il richiamo della scuola francese e cercano larricchimento del genere storico considerando le radici profonde dei fatti: radici culturali, radici nellopinione pubblica, talora, ma pi raramente, radici economiche; lo storicismo marxista, che si manifesta per nel campo della produzione storiografica pi che in quello della riflessione metodologica; la composita e tormentata riflessione della scuola di Toscano, presa tra Scilla delladesione a un metodo definito e descritto una volta per tutte e Cariddi di un adattamento del metodo alle esigenze della nuova storia delle relazioni internazionali; infine un certo disegno scientista, che accetta un confronto con le scienze sociali (un confronto che domina gli anni Cinquanta e Sessanta ma perde calore nei decenni pi recenti) e perviene allaffermazione della necessit di un lavoro interdisciplinare senza confusione di compiti e di obiettivi, respinge la propensione a sommergere la storia, in quanto generalizzazione basata su processi logici arbitrari o individuazione costruita su formule logiche casuali, allinterno delle altre scienze umane e in particolare della sociologia o della scienza politica o, nel caso in discussione, della teoria delle relazioni internazionali: recuperando lesigenza storicistica come punto dinizio di una procedura da ricostruire. Accompagnato da alcuni corollari, lo storicismo perde la sua natura assoluta e consente di definire i rapporti con le scienze contigue al lavoro storiografico. Nessun caso della storia comprensibile sulla base dellintuizione storica, poich questa non esiste se non come pseudodefinizione di altri processi conoscitivi. Non esiste dunque capacit di capire storicamente se non si mossi da una teoria che serva a porre domande utili e significative: linsieme delle domande atte a mettere in luce quanto necessario al fine di pervenire a un grado meno approssimativo di conoscenza, alla consapevolezza di muoversi seguendo un certo interesse teorico-pratico (naturalmente possibile imbrattar carte anche senza tener conto di queste esigenze: nella terra di nessuno o nellAntar-

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tide, senza direzione, senza significati, senza mta). Per un approfondimento di questi concetti si veda Di Nolfo, 1986a. Non per il caso di addentrarsi oltre su questo terreno; invece fondamentale definire confini e punti di contatto con campi di studio diversi dalla storia ma confluenti nelloggetto studiato: la vita internazionale. In tal senso esistono esigenze comuni e distinzioni necessarie. comune lesigenza di una corretta definizione del concetto di vita (o realt) internazionale, a cui si fa riferimento; comune il bisogno di chiarire la delimitazione del proprio metodo e di evitare sovrapposizioni concettuali che producono solo confusione, facendo retrocedere la ricerca o enfatizzando diversit naturali, che non hanno bisogno di essere sottolineate. Vi sono almeno tre grandi branche delle scienze umane che possono avere per oggetto anche la vita internazionale: leconomia, il diritto e la scienza politica. Ci accade quando esse studiano fenomeni economici, giuridici o politici il cui verificarsi riguarda rapporti che si formano mediante il superamento di una frontiera (quasi sempre statuale) o sistemi di relazioni che si formano per effetto di tale superamento. In questi casi, la realt internazionale viene studiata in senso sincronico e con un progetto nomotetico. La storia delle relazioni internazionali ha lo stesso oggetto ma non pu sfuggire al momento diacronico, anche quando storia di intersezioni puntuali, cio puramente idiografica. Essa strumentalizza sempre le scienze che le sono vicine; e viene da queste strumentalizzata, quando offre la casistica di richiamo. Il tentativo di superare queste distinzioni in una visione riduzionistica che assegni il primato a un ramo del sapere scientifico o alla preminenza del conoscere storico non ha forse dato i risultati sperati. I progetti di sintesi interpretative si sono scontrati con la persistenza e la permanenza degli interessi di ricerca da assimilare. Appare dunque di gran lunga preferibile che le distinzioni vengano scandite, proprio perch la convergenza dia risultati pi rigorosi e, in quanto tali, pi facilmente integrabili. In altri termini, i teorici delle scienze umane sanno che i fatti della vita internazionale da loro studiati non si collocano nel vuoto, ma debbono essere collocati in sequenze evenemenziali concatenate e non falsificabili; e gli storici sanno (forse giusto dire, in qualche caso, dovrebbero sapere di pi) che i discorsi da essi ricostruiti sono sempre intessuti di concetti presi a prestito dal sapere scientifico contiguo. Tanto per esemplificare, chi volesse occuparsi di un avvenimento cos grandioso come la conferenza di Yalta del 1945 potrebbe essere interessato a studiare come in quella sede fosse elaborato il compromesso che port in seguito alla nascita dellONU; pu studiare il meccanismo di funzio-

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namento del vertice e ricollegarlo a eventi analoghi, per desumerne proprie speculazioni sulla teoria delle conferenze al vertice; pu seguire invece il modo e il percorso lungo il quale fu raggiunto un accordo proprio in riferimento alle ragioni contingenti che resero possibile il compromesso sullONU. Sono tre modi diversi di studiare il medesimo oggetto. Ciascuno mosso da una proposta scientifica autonoma; ciascuno mirante a illuminare un aspetto di quella realt, in vista di un risultato che si collocher sul piano teorico o su quello della ricostruzione storica; nessuno legittimato a ignorare il senso delle indagini altrui o legittimato a volerne distruggere il senso perch interno al proprio campo del sapere. Non sempre ci si rende conto in Italia della mole di lavoro storiografico compiuto dagli studiosi di storia delle relazioni internazionali. Nel formulare questa proposizione per necessario avvertire che un bilancio del lavoro concretamente svolto non pu essere condotto seguendo discriminanti metodologiche troppo rigide. Una volta che si dato conto dellesistenza e dei caratteri del dibattito aperto sui temi metodologici, occorre aggiungere che spesso le linee di demarcazione corrono allinterno di singole opere o allinterno della produzione di singoli autori. Gli storici acquistano con una certa fatica il senso della coerenza teorica in quanto dovere, mentre appare loro pi congeniale quello della completezza delle informazioni. Tentare un bilancio ispirato a criteri di assoluto rigore vorrebbe dire discriminare e dividere per amore di coerenza un vasto campo del sapere storico nel quale pi voci confluiscono, dando luogo, appunto, a una produzione assai pi ricca di quanto possa sulle prime apparire. Per parecchi anni dopo la seconda guerra mondiale un certo provincialismo ha fatto seguito allinfatuazione megalomaniaca fascista, che concentrava nel primato della politica estera i propri programmi politici. Cos, per alcuni decenni, questi studi sono rimasti alquanto nellombra, quasi che la realt internazionale avesse cessato di esistere o che loccuparsene fosse segno di velleitarismo post-fascista. Tenere questi studi nellombra, o considerarli quasi un campo minore della storiografia, esprimeva uno stato danimo politico, ma non cancellava una produzione pur sempre vasta, anche se di valore diverso (Toscano, 1963; 1970). Molte opere riflettevano lesigenza giornalistica o memorialistica di descrivere gli avvenimenti del tempo, o di testimoniare sul proprio personale protagonismo. Altre riflettevano (e riflettono) una tendenza allo scandalismo politico, accentuato dal clima di tensione esistente in Italia anche dopo il 1945. La periodica possibilit di accedere a fonti archivistiche nuove, rese accessibili dal trascorrere del tempo oppure dalle norme diverse che regolano la consultazione delle fonti nei diversi paesi del mondo ha reso possibile la pubblicazione di centoni ap-

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prossimativi e amorfi ma solleticanti la curiosit pubblica o la deformazione della prospettiva storiografica (un prototipo in tal senso Faenza e Fini, 1976). Unelencazione bibliografica non pu escludere la citazione di queste opere, le quali contengono pur sempre contributi che, collocati criticamente, acquistano il valore di fonti. Tuttavia le considerazioni appena accennate chiariscono le ragioni del silenzio che in un bilancio storiografico si terr, come regola, nei confronti di questo tipo di pubblicistica. 3. Le fonti In senso lato, entrerebbe nella categoria delle fonti un gran numero di opere, rigorosamente riguardanti le sequenze della vita politica, economica, giuridica, demografica italiana. Sono opere considerate nei repertori specializzati per materia, ai quali giocoforza rinviare. Per ci che riguarda le relazioni internazionali, va segnalata anzitutto la continuazione istituzionale della pubblicazione dei testi dei trattati e delle convenzioni stipulati dal governo italiano1, ma lattenzione deve fermarsi in particolare sulle due raccolte di documenti che costituiscono il principale contributo italiano alla storia delle relazioni internazionali: la collezione dei Documenti diplomatici italiani, pubblicata dal Ministero degli Affari Esteri, e la collezione sulle Relazioni diplomatiche degli stati italiani preunitari, pubblicata a cura dellIstituto Storico Italiano per let moderna e contemporanea. Le due grandi collane hanno tuttavia conosciuto una sorte diversa. Sotto la direzione di Raffaele Ciasca, la collana sul periodo preunitario aveva assunto un ritmo regolare e seguiva una programmazione assai vasta, grazie alla quale si poteva pensare che in breve volger danni il monumentale complesso della documentazione relativa ai rapporti fra gli stati italiani preunitari e le singole potenze europee, nonch la corrispondenza parallela, tra i rappresentanti delle singole potenze europee presso le corti preunitarie e i rispettivi governi, potesse essere completata, fornendo una base esauriente per un riesame definitivo del quadro diplomatico del formarsi della questione italiana, nonch dei suoi momenti critici (come il 1848-49 o il 1859-61). Cessata tuttavia la direzione di Ciasca,
1 Trattati e convenzioni tra lItalia e gli altri Stati, Roma, Tipografia riservata del Ministero degli Affari Esteri, 1951 e sgg. La raccolta giunta nel 1987 ai trattati sino al 1956. Nel 1975 ha avuto inizio una nuova serie relativa agli anni dal 1975, della quale stato pubblicato un solo volume.

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le pubblicazioni assumevano subito, a partire dalla met degli anni Settanta, un indirizzo erratico e casuale, che non sembra corrispondere a criteri obiettivi e che non consente n rendiconti scientifici n previsioni editoriali2. Ben diversa, fortunatamente, la situazione della raccolta dei Documenti diplomatici italiani. In questo caso, dopo un periodo di stasi seguito alla scomparsa di Ruggero Moscati, la Commissione, presieduta da Ettore Anchieri ma in effetti coordinata nel lavoro di ricerca e pubblicazione dal vicepresidente, Pietro Pastorelli, ha potuto riprendere sistematicamente il lavoro interrotto, e avviarsi verso il traguardo conclusivo. noto che la collezione suddivisa in serie (nove, per la precisione), ciascuna delle quali contrassegna un punto di partenza diverso. Il traguardo appare raggiunto per la prima serie (1861-70), per la quinta (1914-18), per la settima (1922-35) e per la nona (1939-43). Meno vicine alla conclusione sono le serie seconda (1870-96), la terza (1902-1907), la sesta (1918-22) e lottava (1935-39). Maggior arretrato ha invece la serie quarta (1908-14)3. Nellinsieme tuttavia la regolarit con la quale viene ora sviluppato il lavoro lascia prevedere che entro un numero non irragionevole di anni questa collezione, cos ricca di fonti diplomatiche ma anche di notizie che escono dal campo ristretto della diplomazia e costituiscono una fonte generale di storia, e in particolare di storia delle relazioni internazionali, possa dirsi compiuta. Semprech gli organi competenti non si sovrappongano al lavoro degli studiosi che attendono alla pubblicazione, interrompendolo, rallentandolo, ostacolandolo, con freni di natura organizzativa, limitazioni finanziarie o pretesti burocratici che ancora rivelano una tenace propensione a conservare il segreto diplomatico rispetto a carte che in altri paesi sono state pubblicate da decenni e che di segreto ormai contengono ben poco, mentre, conosciute nel loro insieme, rappresenterebbero un monumento storiografico fondamentale. 4. Le tematiche Le tematiche della storiografia hanno subito, nel corso dellultimo ventennio, un profondo mutamento di accenti. Sin verso la met degli anni Sessanta, lo studio dei problemi legati sia al periodo di formazione del regno dItalia, sia a certi momenti della politica estera italiana pre2 Per un elenco particolareggiato si veda lAppendice bibliografica, 2.7. 3 Si veda lAppendice bibliografica, 2.7.

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cedente la prima guerra mondiale, caratterizzava la produzione storiografica. Le incursioni in campi esterni erano occasionali e collegate allinteresse specialistico di un numero assai ristretto di studiosi (cos gli studi sul Medio e Estremo Oriente; gli studi sulla storia africana e persino gli studi di storia americana). Si trattava di interessi scientifici derivanti da itinerari personali o legati, in misura forse maggiore, alla disponibilit delle fonti e a una certa quale persistente angustia di visione, che tendeva a concentrare sulle questioni italiane, possibilmente remote e quindi asettiche, linteresse di studiosi che dovevano situarsi in un contesto ancora abbastanza dominato dalla tradizione prebellica. Sul finire degli anni Sessanta, invece, acquistarono vigore almeno due grandi temi che avrebbero poi dominato questo settore di studio: la politica estera fascista e la questione italiana in quanto legata alla seconda guerra mondiale e al sorgere della guerra fredda. LItalia, in altre parole, considerata in un quadro che tendeva a farsi globale. Accanto a questo, un crescente interesse verso temi non strettamente italocentrici, e laffiorare dellesigenza di studiare oltre che il profilo politico delle relazioni internazionali anche la storia di fenomeni economicosociali, con una attenzione del tutto particolare verso il tema dellemigrazione e verso quello, correlato al precedente, dello studio delle comunit italiane fuori dItalia. La storiografia riguardante il problema della formazione dellUnit dItalia aveva dato, nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, il suo principale risultato (grazie a autori come il Valsecchi o il Moscati) nel ridefinire le proporzioni politiche pi corrette del rapporto tra azioni e tradizioni della diplomazia sabauda e mutamenti del quadro internazionale, determinati dallattivit delle grandi potenze europee. Lazione diplomatica del Cavour, per non citare che lesempio pi macroscopico, aveva cessato di essere considerata come espressione della conquista della diplomazia europea alla causa italiana, grazie alle risorse del genio cavouriano, ma era stata studiata come attento inserimento nellazione delle grandi potenze, e specialmente nel progetto egemonico di Napoleone III, al fine di inserirvi un progetto proprio del regno di Sardegna, cresciuto per lintervento di variabili impreviste sino a diventare progetto di unificazione nazionale (Moscati, 1947a; 1947b; Valsecchi, 1948; Di Nolfo, 1967). A questa novit storiografica poco stato aggiunto (e forse poco poteva essere aggiunto) nel ventennio successivo, se non Io studio d alcuni temi non compiutamente elaborati nella storiografia precedente, come lazione italo-francese nei confronti dello Stato pontificio, durante la crisi della seconda guerra di indipendenza, studiata da Ugolini (1973); i lavori, purtroppo non sempre lineari e spesso imprecisi di Cessi (1969)

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sulla questione veneta nel 1866; quello di De Robertis (1973) accurato riesame degli aspetti storico-giuridici della questione del confine settentrionale nel Trentino; quelli di Di Nolfo (1970; 1971a; 1971b) sul triangolo negoziale italo-franco-austriaco nel 1867-70; quello sintetico ma ricco di spunti interpretativi offerto da Cialdea (1966) in relazione allinserimento dellItalia nel quadro delle grandi potenze dopo la guerra del 1866. Trattazioni tecniche, alle quali va affiancata, sebbene non ovviamente tutta interna al campo delle relazioni internazionali, la magistrale sistemazione data da Romeo (1984) alla biografia e allazione politica cavouriana, una sistemazione nella quale i contributi analitici vengono riassorbiti e rielaborati in un quadro dassieme. A ci si deve aggiungere poi che un continuo interesse ha suscitato il rapporto tra Stato italiano e Santa Sede o la politica estera della Santa Sede stessa negli anni di crisi. Sul primo aspetto vanno citati i lavori di Tedeschi (1978a; 1978b), di stretta impostazione tecnico-giuridica, ma di rilevanza storica; sul secondo un saggio di De Leonardis (1980) e i lavori della Meneguzzi Rostagni (1973; 1983a; 1983b), che mettono in luce i dilemmi e i condizionamenti della politica estera del cardinale Antonelli nellestinguersi di una capacit dazione autonoma, e sfatano, almeno per quel periodo critico, il mito della sconfinata abilit della diplomazia pontificia. La storiografia sulla politica estera dellItalia unitaria un campo largamente inesplorato e inspiegabilmente trascurato, se non per alcuni temi, del resto non nuovi rispetto alla precedente produzione storiografica e da autori che sono in gran parte rimasti fedeli ai loro interessi tradizionali di ricerca. Il panorama resta ancora dominato (di lontano) dalla sintesi dello Chabod (edita nel 1950) alla quale non mancano di richiamarsi e con la quale non cessano di misurarsi anche gli autori dei decenni pi recenti. Non c dubbio, del resto, che lo sforzo dello Chabod, di far emergere le basi della politica estera italiana dal profondo della cultura politica, della biografia e dellopinione pubblica del tempo in cui essa venne elaborata, ha rappresentato un risultato cos alto della storiografia italiana da apparire come il modello inevitabile e la miniera alla quale attingere per sviluppare successive ricerche: la nuova storiografia delle relazioni internazionali (Vigezzi, 1984), in quanto momento di svolta nel concepire Io studio della politica estera italiana e parametro delle fondazioni di qualsiasi altro lavoro affrontasse la stessa tematica. Vero che lopera dello Chabod rimasta poi monca del suo naturale sviluppo evenemenziale riguardante i fatti della diplomazia italiana. Tuttavia resta illusoria la speranza che, una volta costretto a passare dal disegno dellambito allindicazione degli attori e delle loro azioni, lo Chabod

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si lasciasse trascinare sui sentieri della tradizione tecnicistica, rinunciando al patrimonio culturale acquisito. Pu apparire, questo, un discorso ozioso, se non fosse che la presenza delle premesse chabodiane rest il modello, forse paralizzante per chi volesse seguire la via aperta. Sul piano dei contributi interpretativi generali si avvertita la necessit di ristampare ancora il corso istituzionale di Morandi (1972), utile per limpostazione e la divulgazione, ma non pi innovativo, a dispetto dei ripetuti aggiornamenti bibliografici. Quanto a opere nuove, il panorama resta limitato. La sintesi di E. Decleva su LItalia e la politica internazionale dal 1870 al 1914 raccoglie efficacemente lo stato delle questioni alla data di pubblicazione (1974) e in qualche caso si sviluppa sulla base di ricerche originali, ma per sua stessa natura non pu essere considerata se non come punto di partenza, memento da affiancare al lavoro dello Chabod nellindicazione di ci che deve esser fatto, pi che di ci che stato fatto4. Il recentissimo volume di Petrignani (1987) sugli anni dal 1870 alla prima rinnovazione della Triplice (1887) cerca di ricreare lo spessore chabodiano nel momento della ricostruzione evenemenziale, ma nellinsieme lopera non pare andar oltre i meriti di una utile e attenta ricostruzione di un profilo diplomatico sinora abbastanza trascurato nei suoi lineamenti generali, senza offrire la robustezza di interpretazione che i primi decenni di politica estera italiana ancora attendono da qualche studioso che ritenga opportuno occuparsene. Cos acquista un rilievo assai importante, come svolta metodologica rispetto allo studio generale della politica estera italiana, la ricerca diretta da Fabio Grassi (1986) su La formazione della diplomazia nazionale (1861-1915), unopera nella quale, cos come nelle prime indagini particolari che la accompagnano5, dedicate alla struttura degli organi preposti allemigrazione e alla documentazione archivistica del fondo Commissione centrale arbitrale per lemigrazione, il problema della elaborazione della politica estera italiana viene affrontato, per cos dire, dal basso o dalla sua premessa socio-culturale, come individuazione analitica della natura e composizione del corpo diplomatico italiano. Il che
4 Recentemente Decleva ha pubblicato un interessante volume che raccoglie e coordina vari saggi sulla politica estera italiana, quasi in una linea di continuit ricostruttiva (Decleva E., Lincerto alleato. Ricerche sugli orientamenti internazionali dellItalia unita, Milano, F. Angeli, 1987). 5 Si tratta dei regesti La struttura e il funzionamento degli organi preposti allemigrazione (1901.1919), a cura di F. Grispo, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1986; Inventano del fondo Commissione centrale arbitrale per lemigrazione (1915-1929), a cura di P. Santoni, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1986.

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costituisce un contributo innovativo di eccezionale interesse per la storia dellamministrazione della diplomazia italiana e una serie di indizi di grande valore nel ripercorrere poi itinerari politici e culturali di ogni dimensione, ma si colloca, per quanto riguarda i problemi dellinterpretazione generale della politica estera italiana, o dellindividuazione, oltre che delle sue radici (premesse) anche del suo divenir piantagione o fioritura, su un piano ancora preparatorio. Di recente poi il Grassi ha aggiunto ai saggi introduttivi un grosso volume nel quale viene fornito un altro strumento di lavoro fondamentale per lulteriore progresso della ricerca, un volume repertorio dei diplomatici italiani dallunificazione alla prima guerra mondiale, che per ciascuno reca una accurata biografia con indicazioni bibliografiche concernenti sia gli scritti dei singoli personaggi sia gli scritti dedicati ai personaggi medesimi (Grassi, 1987). Le osservazioni formulate in relazione al quadro generale degli studi sullet postunitaria riguardano il problema di definire il limite di un campo di interesse della storiografia italiana. Non intendono ovviamente sottacere il fatto che nonostante lesistenza di tale limite alcuni temi, alcuni aspetti o alcuni protagonisti della politica estera postunitaria siano stati loggetto di opere di molti meriti. Sugli anni della politica estera italiana dopo la presa di Roma resta ancora un lungo silenzio, che tende a diradarsi per il periodo vicino al congresso di Berlino e per quello relativo alle origini della Triplice o a certi aspetti tecnici di questa6. Si tratta per di opere molto particolari che prendono in considerazione momenti circoscritti e fanno sentire la perdurante mancanza di uno studio ampio e adeguato sulla pi importante scelta di fondo compiuta dalla politica estera italiana dopo lunificazione. Viceversa sono stati trattati con puntualit aspetti successivi, come la crisi delle relazioni italo-francesi nel campo marittimo e lazione del Di Robilant, in concomitanza con la fase della prima rinnovazione della Triplice Alleanza (Del Vecchio, 1970), quelli riguardanti le convenzioni navali che seguirono levolvere delle relazioni triplicistiche (Gabriele, 1969), quelli militari, che mettono in luce le radici della politica triplicista nelle forze armate italiane e, di conseguenza, lambito inizialmente circoscritto della politica di parziale distacco dallalleanza, ricorrente al Ministero degli Esteri italiano (Mazzetti, 1974).
6 Sugli anni e gli sviluppi della Triplice alleanza si vedano, oltre al citato volume di R. Petrignani: Ghilardi F., Politica estera e trasformismo. Le relazioni anglo italiane dal 1878 al 1888, Milano, F. Angeli, 1981; Malinverni B., Il primo accordo per il Mediterraneo (febbraio-marzo 1887), Milano, Marzorati, 1967.

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Lazione e la figura di Francesco Crispi restano uno dei temi di maggior attrazione di tutto larco prebellico. Renato Mori, seguendo lo sviluppo logico dei suoi precedenti lavori sulla questione romana, ha studiato il rapporto tra le forze interne che sostennero la politica crispina e certi azzardi che questa volle tentare nello spingere verso interpretazioni dinamiche del triplicsmo (Mori, 1973), mentre Carlo Zaghi ha studiato con enfasi gli sviluppi imperialistici dellultima politica crispina (Zaghi, 1973). Sergio Romano (1986), nelle sue diverse elaborazioni della politica e della personalit crispina, affronta i temi della politica internazionale mettendo in evidenza il carattere nazionalistico dellesasperazione della politica nazionale e imperiale dello statista siciliano e, a sua volta, Enrico Serra, lo specialista degli studi italiani sulla politica estera di fine secolo o dei primi anni del Novecento, ritornava sulle premesse di questa fase di svolta cercandone i riferimenti diplomatici e quelli legati al divenire interno dei temi di politica internazionale (Serra, 1968). Studi, questi, ai quali va affiancato lo sforzo compiuto da R. Rainero (1971) per affrontare anche laltro aspetto dellopinione pubblica, quello meno clamoroso, ma potenzialmente maggioritario, il fronte anticolonialistico, nel suo formarsi durante la fase del primo colonialismo italiano, fra la conquista di Assab e la sconfitta di Adua. Sul periodo successivo a quello crispino si dispone di unopera di E. Decleva (1971) che, pur nellambito della ricostruzione di un rapporto bilaterale, peraltro tale da rappresentare una delle due facce della alternativa diplomatica italiana e dunque tale da rappresentare inevitabilmente loccasione di un profilo completo di questa, costituisce un eccellente esempio dello sforzo che la scuola di ispirazione chabodiana compie per collegare il profilo della vita diplomatica con gli sviluppi della politica interna e gli orientamenti dellopinione pubblica, cos da metterne in rilievo linscindibilit sul piano storiografico o, quanto meno, da porre il problema della necessit che i due aspetti, anche quando separati, siano in pari maniera tenuti presenti. Con questo studio si entra nel campo del grande mutamento di accenti avvenuto in Italia con il volgere del secolo XIX e con let giolittiana. Sono gli anni del nazionalismo, del socialismo, della politica imperialistica giolittiana: gli anni che Giuseppe Are ha efficacemente definito come quelli della scoperta dellimperialismo, in quanto scoperta delle sue precondizioni industriali, delle sue basi culturali e delle sue componenti demografiche (Are, 1985). Il tema stato studiato da G. Sabbatucci (1970-71), che ha seguito il filone del legame tra nazionalismo e irredentismo, e da Alberto Aquarone, che dedic una serie di saggi di grande rigore e ricchezza alla ricerca del rapporto tra forze economiche,

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gruppi di pressione e formazione del programma coloniale italiano (Aquarone, 1977b). Temi, questi, poi ripresi in modo variegato da diversi autori in un convegno dedicato per lappunto al nazionalismo italiano a cura del Gabinetto Viesseux di Firenze (AA.VV., 1986). Del pari notevole il lavoro dedicato da L. Goglia e F. Grassi (1981) allimperialismo italiano visto nella molteplicit delle sue componenti in un saggio che raccoglie fonti rare o significative. Allinterno del periodo giolittiano si collocano poi singoli momenti che sono stati loggetto di contributi dallefficacia diversa. Il patto talorusso di Racconigi studiato in un volume di G. Donnini (1983), circoscritto alla ricostruzione delle scansioni cronologiche del negoziato diplomatico che port al trattato. A. Duce ha studiato, sulla base di una ricca documentazione, la fase iniziale della politica di penetrazione italiana in Albania fra il 1897 e il 1913 (Duce, 1983). Maggior interesse ha suscitato, ovviamente, il tema della guerra di Libia, che stato loggetto di un lavoro di F. Malgeri (1970), pi interessato agli aspetti riguardanti lorigine interna e politico-culturale dellimpresa, e di un recentissimo lavoro di A. Del Boca (1986-88). Questi ha ampliato lanalisi sino a ricercare le prime occasioni dellespansione italiana nellOttocento, la lunga preparazione diplomatica, il conflitto e gli eventi succeduti a esso sino al 1922, cio alla estinzione dellimpero ottomano, con risultati che risentono abbastanza volutamente del disappunto rispetto al mancato stabilirsi di una seria collaborazione, anzich di un rapace colonialismo, tra i popoli delle due sponde del Mediterraneo: storiografia di impegno civile dunque e, come tale, caratterizzata o condizionata da visioni di politica attuale. Sulle questioni attinenti la politica economica internazionale dellItalia e le sue ripercussioni sulla politica estera va poi messo in rilievo un nuovo impegno storiografico, con il massiccio lavoro di documentazione elaborato da Del Vecchio su La via italiana al protezionismo. Le relazioni economiche internazionali dellItalia 1878-1888 (Del Vecchio, 1979-80); mentre costituisce un brillante esempio di ricomposizione del momento politico con quello economico-finanziario e quello culturale il lavoro dedicato da M. Petricioli allespansione italiana nellAsia minore alla vigilia della prima guerra mondiale (Petricioli, 1983). Anzi, proprio questo saggio indica come sia possibile sfuggire ai rischi della parcellizzazione storiografica per tener conto della molteplicit di spiegazioni possibili in eventi complessi. Per quanto riguarda gli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale e la crisi di Sarajevo, va ricordato un recente volume di Repaci (1985), garbata ricostruzione che risale nel tempo sino alle

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origini della politica estera italiana, senza peraltro innovare rispetto allo stato degli studi, quasi che con lopera del Vigezzi fosse conclusa la lunga polemica sullintervento (salvo laggiunta di alcuni saggi minori, come quello della Procacci sullinterventismo di sinistra [Procacci, 1980] o la pubblicazione di fonti che riguardano sia la fase prebellica sia gli anni di guerra, e che, sebbene ricche di un diverso grado di novit, contribuiscono a completare il quadro informativo. Ci si riferisce al Diario e agli Scritti e discorsi di S. Sonnino, editi da B. Brown e da P. Pastorelli [1972-75; 1975-81] alle Memorie di V.E. Orlando, a cura di R. Mosca [1970] e ai Diari di A. Salandra a cura di G.B. Gifuni [1971]). Sugli aspetti politici e, conseguentemente, diplomatici della guerra, giova citare lopera del Melograni, che affronta per il tema nei suoi aspetti generali (1969); sugli aspetti economici deve essere tenuta presente unopera di notevole originalit per gli studi italiani, nella quale E. Del Vecchio affronta i problemi della cooperazione economica e finanziaria nella politica di guerra dellIntesa, mettendone in luce le conseguenze interne e internazionali a breve e lunga scadenza (1974); mentre sugli aspetti diplomatici e internazionali degli anni di guerra esiste un certo numero di lavori che hanno individuato temi di rilievo non marginale, ma che non forniscono ancora un quadro dassieme del senso internazionale della guerra per la politica italiana. Il Monticone ha dedicato un volume di grande importanza (Monticone, 1971) al tema controverso del negoziato con gli imperi centrali per una soluzione di compromesso che garantisse la neutralit italiana assicurando allItalia quel parecchio di cui aveva parlato Giolitti. Monticone riconosce apertamente i limiti diplomatici della sua opera, che tuttavia travalica tali limiti nella ricerca, spesso felice, delle motivazioni di fondo della scelta italiana del maggio 1915. A sua volta, Pastorelli ha studiato un tema apparentemente periferico, come la questione albanese, dal 1914 al 1920, ma questa gli ha offerto lo spunto non solo per una approfondita disamina del caso, bens anche per una rivisitazione di tutti gli aspetti della politica balcanica dellItalia negli anni della guerra e del dopoguerra (Pastorelli, 1970); A. Ara ha studiato con puntualit la politica degli Stati Uniti verso lAustria-Ungheria, ripercorrendo le tappe della formazione di un atteggiamento arti-absburgico e studiando anche il problema della minoranza italiana in Austria, nella fase finale dellesistenza dellImpero absburgico (Ara, 1973; 1974); Tosi si occupato della propaganda italiana allestero durante la guerra, individuando cos un profilo non abituale ma emergente nelle relazioni internazionali (Tosi, 1977); M. Petricioli (1972), affacciandosi sul dopoguerra, ha studiato la spedizione italiana nel Caucaso del 1917; mentre un quadro breve

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ma denso di spunti interpretativi della posizione italiana verso i problemi della pace delineato da F. DAmoja (1969-71)7. Fra i temi nuovi della politica estera e internazionale degli anni di guerra e dellimmediato dopoguerra naturale che il problema della rivoluzione russa occupi un posto di grande rilievo. Di questa sono stati visti gli aspetti occasionali, ma ricchi di elementi informativi, come lo studio delle vicende della Commissione militare italiana in Russia svolto dal Biagini (1983); il diverso proporsi e la diversa azione degli esuli russi in Italia prima e dopo lo spartiacque del 1917 (Tamborra, 1977); linfluenza della rivoluzione sul laburismo britannico8. Tuttavia lautore che ha fermato, e con maggior efficacia, la sua attenzione sulle ripercussioni della rivoluzione russa in Italia stato G. Petracchi, che ha dedicato a questo tema due volumi e una serie di saggi (1974; 1982). Nellultimo di questi volumi, denso di riferimenti economici, culturali e diplomatici, il Petracchi ricostruisce con notevole perizia leffetto della rivoluzione sulla societ e sulla politica estera italiane e la diversit delle reazioni degli statisti italiani nei confronti dellapparire sulla scena internazionale del nuovo e dirompente soggetto politico. Tema, questultimo, studiato anche da E. Serra (1975) con particolare riferimento alle posizioni assunte da F. S. Nitti e alle ambizioni di questo, di ricondurre entro un tracciato revisionistico il progetto rivoluzionario mondiale. Meno in evidenza, certo perch largamente trattati dalla storiografia italiana negli anni immediatamente precedenti, i temi relativi ai negoziati per i trattati di Parigi o quelli riguardanti la genesi del fascismo nei suoi aspetti collegati con il quadro internazionale, temi per i quali per necessario ricordare sia il lavoro dassieme di Veneruso (1968) sia quello pi recente di Gentile (1982). 5. Studi sulla politica estera fascista Dopo i lavori, in un certo senso pionieristici, della prima parte degli anni Sessanta, gli studi sulla politica estera fascista hanno invece conosciuto uno sviluppo ricchissimo, che pur a diversi piani di approfondimento e seguendo metodologie talora assai lontane, lasciano ormai pochi aspetti della politica estera fascista del tutto vergini rispetto a qualsiasi
7 Si veda inoltre Cialdea B., La sicurezza europea e Ia pace del 1919-1921 in Storia e politica, XIII, 1974. 8 Massardo Maiello (1974). Sugli echi dellopinione pubblica italiana, cfr. Donnini (1976).

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forma di trattazione. Ci dovuto allevidente mutare delle circostanze storiografiche. Sin al termine degli anni Cinquanta era stato forte in Italia linflusso della polemica antifascista militante, specialmente quando essa si intrecciava con una sapienza storiografica sperimentale. La ripubblicazione, nel 1952, del saggio di G. Salvemini su Mussolini diplomatico aveva lasciato unimpronta critica e aperto problemi, che sarebbe stato difficile superare. Daltra parte Salvemini, nel suo vigore polemico, aveva centrato uno degli aspetti principali della politica estera di Mussolini, cio il suo carattere propagandistico, la sua utilizzazione come strumento di consenso anche, anzi soprattutto, interno. Il che portava a oscurare altri aspetti, pi tecnici o pi legati a momenti particolari della politica internazionale, che avrebbero richiesto analisi di documentazioni non ancora disponibili. A partire dalla seconda met degli anni Sessanta questo clima cominciava a modificarsi, paradossalmente anche grazie alla pubblicazione del secondo volume dedicato da Salvemini alla politica estera mussoliniana (Preludio alla Seconda guerra mondiale, 1967), nel quale, pur senza rinunciare alla sua battaglia polemica e al suo impegno di demistificazione, il grande storico pugliese coglieva con eccezionale lucidit e con insuperata precisione i punti critici del rapporto tra ambizioni e frenesie mussoliniane e politica estera delle altre potenze europee o mondiali, cos da togliere lItalia da un isolamento di responsabilit esclusive, viceversa condivise anche dalle grandi potenze occidentali. Era una lettura revisionistica che anticipava, pur senza averne la risonanza, le polemiche suscitate dallopera di A.J.P. Taylor. Si affacciava in questo clima il bisogno di lavorare sulle fonti, trattando un gran numero di argomenti aperti, senza cedere allimpeto della visione a tutti i costi negativa e proponendosi anzi problemi che finivano per svuotare tale approccio. Primo e preliminare, fra tali argomenti, quello di capire sino a che punto la politica estera fascista continuasse le tradizioni nazionali e sino a che punto si collocasse al di fuori di esse. Si tratta, come ovvio, dellaspetto internazionale di una questione pi generale relativa allinterpretazione del fascismo come fatto accidentale o come male radicato nella societ italiana. Una vera e propria cascata di problemi storiografici stata messa in moto a questo fine in s imponente, anche a prescindere dai risultati particolari. Per tentare di dare un ordine a questo insieme e situarlo in una sequenza cronologica non del tutto approssimativa, le discussioni hanno affrontato il tema preliminare di scavare nelle origini culturali della politica estera di Mussolini. G. Rumi (1968), che ha sviluppato questo difficile tema, nonostante i buoni propositi dispirazione indi-

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rettamente chabodiana, non riesce a mettere ordine in un flusso di spunti eterogenei. Daltra parte, capire le basi culturali e lorigine politica dellazione fascista possibile solo approfondendo il solco, anzich ridurlo alla scorza nazional-fascista. Non dissimilmente G. Carocci, in un altro importante saggio sulla fase iniziale della politica estera fascista (gli anni dal 1925 al 1928), con riferimento speciale allazione italiana nella penisola balcanica, pur movendo dallassunto ambizioso di svelare le radici di classe dellimperialismo italiano, non perviene a una persuasiva fusione tra laspetto teorico della sua analisi e quello narrativo, nel quale le fonti vengono utilizzate con grande competenza e ineguagliata informazione, per costruire un profilo circoscritto, negli aspetti logicamente centrali, allanalisi di una dinamica diplomatica (Carocci, 1969). Le discussioni hanno cos affrontato il tema preliminare se al di sotto dellimpulsivit e del disordine dellazione mussoliniana possano discernersi linee strategiche, magari inconsce e tali da dare al disordine evenemenziale una certa qual coerenza rispetto allordine di una strategia. Ma se risultato abbastanza agevole ritrovare gli elementi costitutivi del pensiero mussoliniano, rintracciandoli nelleredit nazionalista, nella spinta colonialistica e, soprattutto, nellesasperazione del concetto di politica di potenza sino alle sue estreme conseguenze e, perci, soprattutto nella ricerca di quel prestigio esterno che della potenza dovrebbe essere la prima espressione, meno facile risultata lapplicazione dello schema strategico alle diversit dei casi (De Felice, 1968; 1974; 1981; Berselli, 1971; Di Nolfo, 1974). Lesordio ispirato insieme alla volont di collaborare con le grandi potenze europee, cos da mostrare eguaglianza nei loro confronti, ma anche di contendere loro risultati immediati, in una linea politica che alternava momenti pienamente pacifistici con impennate preimperialistiche, stato studiato anche da M. Pizzigallo (1983) che, movendo da un tema apparentemente marginale (Mediterraneo e Russia nella politica italiana 1922-1924) in realt si proposto lanalisi di tutti gli aspetti dellazione mussoliniana nel Mediterraneo e dellimmediato scontro che essa provocava sia sul piano coloniale (questione dei mandati) sia su quello marittimo rispetto alle intenzioni strategiche britanniche. Presenti, queste, anche nelle pagine di un precedente lavoro di M. Angelini (1970) sui patti di Locarno e lItalia. Lo stesso Pizzigallo ha poi arricchito le sue indagini in direzione strutturale, grazie a un insieme di saggi sulla politica petrolifera e sugli interessi italiani nel Medio Oriente, che rappresentano nellinsieme un contributo sostanziale al superamento di una tendenza a lasciarsi condizionare dalle impressioni suscitate dal verbalismo mussoliniano o da quelle generate dalla precoce

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definizione lanciata nel 1922 da Carlo Sforza, quando aveva profetizzato lavvento di una politica estera basata su sentimenti e risentimenti (Pizzigallo, 1981; 1984). Appena accennato invece il periodo iniziale della politica estera fascista nella biografia di De Felice su Mussolini: come aspetto ancora marginale rispetto ai temi del consolidamento interno che dominavano la formazione delle basi della dittatura (De Felice, 1974; 1981). Viceversa sono stati loggetto di studi approfonditi temi bilaterali che hanno messo in luce anche i caratteri generali della politica del duce. P. Pastorelli aveva fatto precedere al suo studio sui rapporti italo-albanesi durante la prima guerra mondiale un altro lavoro sullo stesso tema per gli anni 1924-27, ricco di documentazione e tale da illuminare i numerosi aspetti di un momento che estendeva la sua influenza allintera politica balcanica dellItalia, metteva in gioco le relazioni con la Francia e la Gran Bretagna, rappresentava la prima occasione per Mussolini di verificare le basi dellespansionismo italiano, faceva affiorare il tema, poi reiterato, del revisionismo (Pastorelli, 1967b). Su momenti paralleli ritornavano in seguito autori non italiani ma che, avendo pubblicato le loro opere per la prima volta in Italia, possono considerarsi appartenenti alla storiografia italiana, come il Burgwyn (1979), che studiava con molto impegno analitico le basi materiali del revisionismo fascista e il Borejsza (1982) che del pari analizzava la politica balcanica dellItalia in tutto il suo arco di svolgimento. Altri autori toccavano problemi bilaterali, come pi di recente Marsico, in un bel libro sulla questione dell Anschluss, visto nei suoi aspetti di problema politico europeo, condizionante poi tutta la politica estera fascista (Marsico, 1983); e Lefebvre dOvidio (1984), che traeva lo spunto dagli accordi del 1935 per tracciare un panorama persuasivo e rigoroso del significato delle relazioni con la Francia nella politica di Mussolini e nella speranza del duce di raggiungere i suoi obiettivi strategici grazie a unalleanza con il governo di Parigi, dalla quale sarebbero usciti frutti pi copiosi e meno costosi di quelli promessi da unintesa con la Germania; tema, questo, interno anche ad altri lavori di mole minore di Di Nolfo (1974), riguardanti i rapporti italo-austriaci, intesi come elemento caratterizzante gli orientamenti di fondo della politica estera mussoliniana, e di De Felice (1973), che documentava le difficolt dellintesa italo-tedesca dopo lAnschluss e dopo larmistizio dell8 settembre. I rapporti con il Giappone sono infine stati studiati con originalit di interessi e buoni risultati complessivi da V. Ferretti (1983), in una serie di contributi che trattano larco di tempo dalla guerra dEtiopia sino alla vigilia del secondo conflitto mondiale.

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Meno legati al quadro europeo, ma indirettamente intrecciati al ruolo italiano nella vita finanziaria mondiale, i saggi dedicati da C. Damiani e da G. G. Migone ai rapporti fra Mussolini e gli Stati Uniti. Il lavoro della Damiani (1980), molto accurato nella ricerca delle fonti, si arresta tuttavia agli inizi dellet rooseveltiana e sviluppa gli aspetti politici. Migone invece cerca di tracciare una storia dellevoluzione delle relazioni tra il mondo finanziario italiano e quello americano, quasi delineandole come premessa di successivi sviluppi: con risultati suggestivi ma discutibili e problematici, per leccesso di distorsione imposto dalla volont di individuare le basi remote della successiva egemonia finanziaria globale degli Stati Uniti (Mgone, 1979b; 1980b). Assai pi persuasive in proposito, sia nella ricostruzione evenemenziale sia nel tracciato problematico, basato sul disegno di ricollegare la politica estera fascista alla crisi economico-politica europea tra la fine degli anni Venti e linizio degli anni Trenta, erano state le pagine di DAiuola, nel suo lavoro sulla crisi del sistema di Versailles (DAmoja, 1967). Su questo stesso arco di tempo si fermano espressamente anche i due volumi di documenti e discorsi pubblicati recentemente da Dino Grandi e buona parte del diario (Il mio paese), che lo stesso uomo politico ha accompagnato alla precedente pubblicazione: fonti preziose, ma pesantemente condizionate dallintento autoapologetico e, talora, da una certa limitazione dellinformazione storiografica, pur necessaria quando la memorialistica viene ricostruita a decine di anni di distanza dagli eventi documentati (Grandi, 1985a; 1985b). I presupposti della politica italiana verso lEtiopia e la continuit tra fase fascista e fase prefascista vengono esposti in due volumi di G. Buccianti (1977; 1984), intesi alla ricostruzione del tracciato diplomatico del problema. Sullespansionismo mussoliniano verso lAfrica si sono fermati anche Rainero (1978), che ha ripreso il tema delle ambizioni sulla Tunisia, in una interessante ricostruzione dassieme e Del Boca, nella sua vasta opera sullazione italiana in Etiopia (1976-84) che nel secondo volume affronta gli anni dellespansione fascista con ricchezza di accenti e interessi come del resto anche Procacci (1984), che ha studiato il tema dal punto di vista della vittima, lEtiopia, e degli oppositori, gli ambienti del socialismo internazionale. Pi deliberatamente interno al problema dellanalisi diplomatica, ma attento nel percepire i punti critici dello scontro-incontro politico in atto fra le potenze, il lavoro assai documentato di R. Mori sullimpresa etiopica in se stessa (Mori, 1978)9 .
9Sulle ripercussioni europee e in particolare sulla rimilitarizzazione della Renania osservazioni acute in Panizza, 1972.

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Sul tema dellimpresa etiopica, che costituisce lo spartiacque per lanalisi della politica estera di Mussolini, si fermato a lungo anche De Felice, nella sua biografia mussoliniana.Valendosi di una documentazione assai estesa, De Felice pone una serie di problemi riguardanti la genesi dellinteresse di Mussolini verso lEtiopia, la preparazione dellimpresa, i collegamenti con levolvere della politica europea, il disegno di conseguire il risultato allinterno della politica di alleanze occidentali facendo valere la nozione di peso determinante dellItalia negli equilibri europei, una nozione chiaramente attinta dalla tradizione del colpo di timone impresso alla rigidit della politica triplicistica dei primi anni del secolo. Linsuccesso neI conseguire risultati spinse rapidamente Mussolini verso i primi passi di un compromesso con la Germania sullAustria, e poi verso lAsse (De Felice, 1973; 1974; 1981). Trascurato per un certo tempo dalla storiografia italiana, soprattutto a causa delle difficolt di accedere alla documentazione, il periodo dellavvicinamento e dellalleanza con la Germania stato da ultimo loggetto di una serie di studi che hanno messo in luce la ricchezza di problemi che tale breve arco di tempo presenta. In particolare emerge da essi la tuttaltro che univoca scelta mussoliniana e, anzi, il continuo ripercorrere, da parte del duce, la speranza di poter frenare la spinta revisionistica della Germania sia mediante concessioni, sia mediante lintesa con le potenze occidentali (unintesa da ricostruire dopo la crisi etiopica e durante le asperit della crisi spagnola) sia mediante il tentativo di anticipare le mosse strategiche hitleriane in modo di svuotarle della loro portata dirompente per il sistema europeo. Dove, come e se siano possibili tali distinzioni oggetto di dibattito tuttora aperto. Non manca chi appare disposto a sostenere la tesi che la disponibilit mussoliniana a un compromesso antitedesco o comunque tale da contenere lespansionismo germanico durasse sino alla vigilia della guerra o, addirittura, perdurasse sino a guerra iniziata (De Felice, 1981; Andr, 1973) o persino in modo involontariamente caricaturale al periodo successivo allentrata in guerra dellItalia (Quartararo, 1980a), ma ci mediante un uso che costringe le fonti a dire quanto brani di citazioni isolate possono affermare, senza tener conto del discorso politico in cui esse si inseriscono. In questo quadro dassieme si colloca una serie di lavori. P. Brundu 011a, nel volume Lequilibrio difficile (1980), mette in rilievo alcuni caratteri della politica mediterranea di Mussolini interpretando lintervento in Spagna come mezzo per isolare la Francia ma soprattutto come metodo per neutralizzare la politica britannica neI Mediterraneo, spingendo gli inglesi verso un accordo. Questo accordo , a sua volta, largomento

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di due lavori di D. Bolech Cecchi, la quale tende a sottovalutare come temporanea la portata di una convergenza gi superata dai fatti (Bolech Cecchi, 1977), ma che tuttavia riaffiora nei mesi susseguenti, sino allinizio della guerra, lungo una catena di contraddizioni della politica fascista, nel corso della quale Mussolini tenta sino in fondo di destreggiarsi tra Francia e Gran Bretagna per conservare mano libera nel Mediterraneo, dove la diplomazia hitleriana lo ha per imprigionato (Bolech Cecchi, 1986). Tema di dibattito puntuale, ma riassuntivo rispetto a interpretazioni di pi lunga portata, il cercare di definire lesatto momento in cui Mussolini decise che lItalia sarebbe entrata nella seconda guerra mondiale: se la decisione fosse solo rinviata nel settembre 1939 e quindi il periodo successivo fosse animato da reale desiderio di compromesso; se la scelta venisse nel marzo 1940, dinanzi alla determinazione di Hitler di proseguire la guerra a tutti i costi o se fossero piuttosto gli eventi in Francia a persuadere Mussolini che nessunaltra alternativa restava allItalia se non quella di seguire la Germania, sicura vincitrice, o restar subalterna allegemonia tedesca in una nuova Europa dominata solo dai nazisti. Su questi temi hanno scritto Andr (1973), De Felice (1973), Vigezzi (1985), Quartararo (1980), Di Nolfo (1985), con argomentazioni diversamente persuasive ma nellinsieme tali da mostrare come, lungi dallessere univocamente determinata dalla firma del patto dacciaio, la politica estera italiana disponesse ancora, sino allultimo momento, di una scelta tra alternative diverse che rimette in discussione linevitabilit dellalleanza con la Germania. Il panorama della produzione storiografica italiana per questo arco di tempo non sarebbe completo senza la citazione del manifestarsi di robusti interessi di ricerca anche rispetto a temi non direttamente riguardanti la politica estera italiana, ma solo occasionalmente intrecciati a questa in quanto aspetti di un quadro internazionale del quale lItalia faceva parte. Si pensi ai lavori di G.L. Andr sulla questione delle Azzorre come punto critico della difesa atlantica durante la guerra e come spunto diplomatico per interpretare le difficolt della posizione portoghese (Andr, 1971); di A. Breccia (1978) sulla neutralit jugoslava; di Leoncini (1976) sulla questione dei Sudeti; della Costa Bona sulla guerra dinverno tra Unione Sovietica e Finlandia (1987), della Brescianino (1979) sulla neutralit belga alla met degli anni Trenta.

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6. Studi sulla seconda guerra mondiale e sul dopoguerra Non il caso di citare in questa sede limmensa produzione scientifica, memorialistica e saggistico-divulgativa riguardante la seconda guerra mondiale e il modo in cui lItalia vi prese parte, poich questi temi appartengono quasi esclusivamente alla storia militare. Ci non impedisce tuttavia di prendere in considerazione, anche per larco di tempo degli anni di guerra, una serie di lavori che costituiscono la base (non gi in riferimento alla data della loro pubblicazione quanto in riferimento alla materia trattata) della politica estera italiana nel secondo dopoguerra. Si vuol dire con ci che non appare possibile comprendere la storia della politica estera italiana nel dopoguerra senza collegarla alle sue radici maturate, o anche soltanto attecchite proprio durante il periodo bellico. Cosi, per gli anni dal 1941 al 1949 (e in qualche caso anche per gli anni successivi) linteresse scientifico degli storici italiani delle relazioni internazionali ha avuto molteplici occasioni di fermarsi, individuando una serie di nodi interpretativi, attorno ai quali conviene, anche in questo caso, raggruppare linsieme dei lavori pubblicati. Il primo tema riguarda senza dubbio il modo con cui in Italia, pur combattendo durante la seconda guerra mondiale, ci si rese conto assai precocemente delle difficolt nelle quali la Germania si sarebbe imbattuta e, ancor prima che le sconfitte militari decidessero per gli statisti italiani, si prendessero iniziative per tentare una pace separata. Infatti le prime indicazioni di contatti in proposito risalgono al 1941 e sono state loggetto di una accurata ricerca del Varsori (1978) che ha proseguito la sua indagine sino al vero avvio dei negoziati per larmistizio. Ma sul maturare in Italia, dallautunno del 1942, di un clima sempre pi tendente al rovesciamento di Mussolini (sul piano interno) e a una pace separata o a un cambiamento di alleanze esiste una serie di testimonianze, legate in particolar modo agli ambienti vaticani e tali da integrare quelle gi riferite dal Toscano nel suo volume dedicato ai 45 giorni del governo Badoglio. In particolare hanno rilievo per questa fase della politica estera italiana i documenti di Myron C. Taylor, che anticipano linteresse americano verso la penisola e pongono le basi della successiva intesa tra la Santa Sede e gli Stati Uniti nel cercar di orientare gli sviluppi della politica italiana ed europea (Di Nolfo, 1978a; 1978b). Nella preparazione della crisi finale di guerra non va trascurato il ruolo svolto dallemigrazione antifascista e in particolare il tentativo compiuto da Carlo Sforza negli Stati Uniti, per costituire un governo o comitato italiano in esilio, che anticipasse la defascistizzazione e ponesse le con-

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dizioni di un rapporto meno conflittuale con i vincitori. Questo tema stato studiato in particolare da A. Varsori, che riprendendo e coordinando contributi anche di altri autori, prima dispersi in pubblicazioni minori, colloca nel giusto rilievo e nei limiti reali la portata del progetto Sforza, quello della Mazzini Society e spiega le cause dellinsuccesso di tale progetto10. Il modo in cui lItalia pervenne allarmistizio resta ancora legato a una serie di problemi interpretativi non tutti risolti. Infatti non ancora risolto il problema del mancato accoglimento da parte italiana dellultimatum americano di fine maggio 1943; e non sono stati sufficientemente chiariti gli aspetti internazionali del colpo di stato del 25 luglio. I volumi che G. Bianchi ha dedicato a questo tema fanno solo rimpiangere che una documentazione cos imponente sia stata utilizzata in maniera tanto maldestra (Bianchi, 1972); non univocamente risolto il tema della strategia seguita da Badoglio nella ricerca dellarmistizio, poich appare dubbio sino a qual punto egli fosse a conoscenza della debolezza degli alleati e dunque della necessit in cui essi si trovavano di ottenere la resa italiana, cos come non del tutto chiarito il senso del suo progetto strategico, legato alla speranza di uno sbarco alleato molto a nord di Roma, cos da dare concretezza allipotesi di un rovesciamento militare di fronte da parte italiana e contemporaneamente da non esporre ai rischi dellinvasione tedesca listituzione monarchica. Su questi temi hanno scritto da ultimo Arcidiacono (1985b), sulla base di una vasta documentazione e di un sottile spirito critico, e pi sinteticamente Di Nolfo (1983a), che sostiene con determinazione lesistenza di un preciso progetto strategico da parte di Badoglio e linadeguatezza della risposta italiana, nonch E. Aga Rossi, che sviluppa sulla base di una solida documentazione di prima mano una attenta analisi delle incertezze della politica americana verso lItalia, se analizzata nei suoi aspetti, non sempre coerenti, di politica presidenziale e politica di tutta lamministrazione degli Stati Uniti (Aga Rossi, 1972). Sui problemi relativi allapplicazione dellarmistizio da parte alleata e sulla questione del precedente italiano esiste una serie di lavori tra i quali spiccano il saggio di D. Ellwood (1977), che analizza tutta la politica delloccupazione alleata in Italia, mettendone in luce contrad10 Cfr. Varsori (1982). Su Sforza anche nel periodo dellemigrazione cfr. la mediocre biografia: Zeno L., Ritratto di Carlo Sforza, Firenze, Le Monnier, 1975. Sulla Mazzini Society: Tirabassi M., La Mazzini Society (1940-1946): unassociazione degli antifascisti italiani negli Stati Uniti in Italia e America dalla grande guerra a oggi, a cura di G. Spini, G.G. Migone e M. Teodori, Venezia, Marsilio 1976.

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dizioni, contrasti e limiti, specialmente in riferimento alla questione istituzionale e allincapacit di inglesi e americani di elaborare linee dazione comuni rispetto al problema italiano. Sulle difficolt dellamministrazione italiana di promuovere una linea di rinnovamento e di dialogare costruttivamente con le forze politiche italiane, E. Aga Rossi ha offerto una serie di contributi (1971; 1979b) che vanno dalla pubblicazione della relazione di Adlai Stevenson sulla situazione italiana allinizio del 1944, ai temi collegati alla costituzione e al funzionamento del governo Bonomi dopo la liberazione di Roma. La questione del precedente italiano, cio della portata internazionale delle formule utilizzate dagli alleati per controllare lesecuzione dellarmistizio in Italia in quanto momento della nascita di zone di influenza e assunzione di posizioni ostili verso lUnione Sovietica, stata studiata a fondo da B. Arcidiacono, che ha utilizzato accuratamente le fonti per sviluppare la tesi che la resa italiana finisse per trasformarsi in prova generale degli esperimenti che in seguito la resa di altri paesi nemici avrebbero imposto (Arcidiacono, 1984). Da quanto si detto sul tema del precedente italiano appare che il rapporto bilaterale anglo-americano era in Italia reso pi complesso dal problema della presenza-assenza di una politica sovietica verso la penisola. Segno di questa presenza-assenza fu il negoziato segreto del gennaio-marzo 1944, che port al ristabilimento di relazioni diplomatiche tra lURSS e il regno dItalia e poco dopo alla cosiddetta svolta di Salerno, cio al rovesciamento della posizione dei partiti antifascisti rispetto al problema dellalleanza governativa con le forze monarchiche. Problema, questo, risolto in modo negativo prima del riconoscimento sovietico e in modo positivo dopo tale riconoscimento e il conseguente ritorno di Palmiro Togliatti in Italia. Si tratta di una questione che ha suscitato interminabili discussioni, anche di tono fortemente polemico, per quanto attiene ai suoi sviluppi interni alla vita politica italiana, ma che ha ricevuto molta minor attenzione come problema internazionale, cio considerata dal punto di vista del capire sino a che punto il riconoscimento sovietico fosse motivato dal desiderio di accelerare il ritorno d Togliatti in Italia e sino a che punto lazione del governo di Mosca intendesse aggirare le esclusioni derivanti dalla mancata partecipazione alla Commissione alleata di controllo. Se si eccettuano il lontano lavoro di Toscano (1970) e i lavori pi recenti di Di Nolfo (1985b), Arcidiacono (1984) e Morozzo della Rocca (1981), il quale inserisce la sua ricostruzione in un lavoro di ampio respiro sulle relazioni italo-sovietiche sino al 1948, la questione rimane ancora abbastanza aperta, poich solo la conoscenza delle fonti sovietiche potr chiarirla.

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La ripresa delle relazioni italo-sovietiche segn una svolta nella politica americana verso lItalia, poich diede maggior credibilit a quanti sostenevano la necessit di una forte presenza statunitense per bilanciare la forza (e il pericolo) dellinfluenza comunista in Italia. Fu, quello, dunque, il momento della scoperta del pericolocomunista nella penisola e dellinizio di una strategia di maggior attenzione, che avrebbe portato gli americani a una graduale assunzione di responsabilit nella penisola, secondo un itinerario che stato studiato da Di Nolfo in una serie di saggi (1977b; 1978a). La fase conclusiva della guerra fu resa complessa, per quanto riguardava i problemi internazionali, dallaffiorare del problema della Resistenza non solo come tema militare ma anche come problema dai contenuti politici, cio come problema legato da un lato alla preoccupazione alleata che la ritirata germanica fosse seguita da una transizione pacifica al regime doccupazione anglo-americano, senza i rischi dellaffiorare di velleit rivoluzionarie e, dallaltro, senza le preoccupazioni derivanti dal predominio delle formazioni comuniste nellambito delle forze armate della Resistenza. Tutto ci viene posto in luce con grande evidenza dallandamento della cosiddetta operazione Sunrise, cio dal negoziato per una resa separata delle SS in Italia e, in generale, di tutte le forze tedesche nella penisola, tentativo esperito dal generale Karl Wolf dintesa con Himmler tra lautunno del 1944 e, con maggior determinazione, dal febbraio al maggio 1945. Su questo episodio, gi narrato da alcuni protagonisti nelle loro memorie, hanno aggiunto utili chiarimenti E. Di Nolfo (1975a), con un saggio dove si indicano i problemi interpretativi posti dal negoziato, ma soprattutto uno studio di E. Aga Rossi e B. Smith (1980), che chiarisce a fondo le implicazioni internazionali dellepisodio e la preoccupazione alleata di evitare che le forze della Resistenza potessero acquistare una capacit di controllo eccessiva nella fase di transizione e di riunificazione dellItalia. La fine delle ostilit non segn per lItalia limmediata cessazione dei problemi militari. Si deline subito invece il problema che avrebbe dominato la politica estera italiana negli anni dellimmediato dopoguerra, cio la questione di Trieste. La rapida occupazione della citt da parte delle forze del maresciallo Tito port a uno dei primi aspri conflitti tra potenze occidentali e gruppo sovietico. Il tema al centro di unampia e documentata analisi che A.G. De Robertis dedica alla questione giuliana dagli anni di guerra sino al trattato di pace, considerata come tema delle relazioni internazionali (De Robertis, 1983). Ma esso viene trattato anche dagli altri autori che hanno considerato linsieme degli aspetti della questione giuliana, come il De Castro, nella sua mastodontica opera

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di storico e protagonista (De Castro, 1981), e il Valdevit (1986), che allarga il quadro dellanalisi diplomatica al 1954, punto finale della crisi. Sul dopoguerra in generale esistono solo poche opere che mettano in luce il collegamento esistente tra politica interna italiana e quadro internazionale. Un buon lavoro di sintesi, non originale ma corretto, stato recentemente pubblicato da Cacace (1986). Di intonazione pi problematica e pi orientati a stabilire il nesso tra piano interno e piano internazionale della storia italiana sono i lavori di A. Gambino (1975), Giovagnoli (1982), E. Di Nolfo (1986b). Spunti particolari sullavvio della politica estera italiana nel dopoguerra si trovano in lavori di Vigezzi (1985; 1987), G. Filippone Thaulero (1979), E. Collotti (1977). Un contributo documentario di primordine viene offerto da alcune pubblicazioni memorialistiche che hanno, negli ultimi tempi, arricchito il non ampio spazio sinora occupato da questo tipo di contributo storiografico. Cos le memorie di Nenni (che nei volumi successivi documentano anche gli anni pi recenti) sono ricche di annotazioni sulla situazione internazionale (Nenni, 1981-83); il diario di Egidio Ortona (1984-86) documenta con efficacia il reinserimento dellItalia nella comunit internazionale e la ripensata biografia di De Gasperi scritta da G. Andreotti (1986) aggiusta il tiro rispetto alle stesure precedenti e offre una visione molto serena della politica estera (e interna) dello statista trentino. Con il dopoguerra si posero due questioni di fondo: lelaborazione del trattato di pace e la partecipazione dellItalia alla formazione dei blocchi che, per effetto della guerra fredda, sarebbero presto sorti in Europa e nel mondo. Distinguere nettamente i due temi impossibile sul piano politico, come su quello storiografico. La guerra fredda ebbe infatti uninfluenza determinante su gran parte delle scelte che governi alleati e governo italiano avrebbero compiuto. Tuttavia il tema del negoziato per la pace italiana, sia per la relativa precedenza cronologica, sia per il fatto dessere terreno di scontro che doveva necessariamente concludersi in compromesso (pena limpossibilit di stipulare anche i trattati di pace con gli alleati minori della Germania) ha ricevuto e continua a ricevere una certa separata attenzione. Dopo i lavori di Vedovato (1971), di Salvadori e Magri (1972) e di Cialdea (1967), e in attesa di un lavoro che prenda in considerazione il tema della pace italiana come problema delle relazioni internazionali in generale, questi nuovi lavori si sono tuttavia concentrati sugli aspetti particolari del negoziato, con una serie di trattazioni separate per ciascuno dei punti pi dibattuti. Cos la questione di Trieste stata sviscerata nei suoi sviluppi diplomatici e nelle varie formulazioni proposte durante il negoziato, dai citati lavori di De

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Robertis, di De Castro e di Valdevit, ai quali vanno peraltro aggiunti gli scritti di Pacor, 1964 (che considera il tema del confine giuliano in una prospettiva generale) e quelli di R. Pupo (1979) che analizza la questione, sia per gli anni del negoziato sia per il periodo successivo, specialmente dal punto di vista delle relazioni anglo-italiane. Molta attenzione hanno continuato a suscitare, anche dopo la pubblicazione del noto volume del Toscano (1967), il tema delle relazioni austro-italiane e il modo attraverso il quale si giunse, parallelamente alla conferenza della pace, alla stipulazione dellaccordo De Gasperi-Gruber del settembre 1946. P. Pastorelli (1973; 1977), U. Corsini (1976) e E. Di Nolfo (1976) hanno messo in luce gli aspetti della vicenda e i collegamenti esistenti tra le esitazioni alleate a accogliere le tesi italiane, il desiderio di controbilanciare i sacrifici imposti allItalia per Trieste e le colonie e latteggiamento filoaustriaco assunto dallUnione Sovietica. Sulla sistemazione del problema coloniale G. Rossi ha pubblicato un volume robusto e solidamente documentato, che tratta lintera questione in modo esauriente (Rossi, 1980); A. Varsori ha studiato come la questione coloniale influisse sulle relazioni anglo-italiane e come, nel caso della Somalia, portasse a un aspro conflitto che esprimeva non solo le difficolt della posizione italiana ma anche la fragilit della presenza britannica (Varsori, 1981; 1984a) . Assai articolato e animato il dibattito storiografico riguardante il formarsi del sistema internazionale postbellico e, in questo ambito, le scelte di schieramento compiute dallItalia. In senso generale, E. Aga Rossi ha pubblicato una vasta antologia di testi sulle origini della guerra fredda, scelti in modo persuasivo e preceduti da unampia introduzione che illustra i termini delle questioni storiografiche poste dal conflitto tra le superpotenze (Aga Rossi, 1985e); unaltra trattazione generale, ma legata a singoli momenti della politica estera italiana, fornita dal volume su LItalia e la politica di potenza 1945-1950 (Di Nolfo, Rainero e Vigezzi, 1988), nel quale le scelte italiane sono ricondotte al quadro internazionale secondo i singoli aspetti o moventi politici. Rientra in questo ambito lo stringato volume che D. Ardia, sulla base di una ricerca accurata e secondo unargomentazione rigorosa, dedica alla formazione della alleanza anglo-francese nel 1947 (Ardia, 1983). Per quanto riguarda lItalia, il momento di svolta viene comunemente situato nei mesi tra la fine del 1946 e il maggio-giugno 1947, momento delladesione al piano Marshall. Queste scelte sono state oggetto di ricerca in primo luogo come espressione dellorientamento dei partiti: D. Ardia (1976) ha studiato il Partito Socialista; S. Galante ha studiato il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana (Galante, 1973; 1978;

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1980; 1986); A. Monticone (1980), P. Pastorelli (1986), A. Giovagnoli (1982), P. Barucci (1973) e, bench in maniera mediata, P. Scoppola (1976; 1980) hanno studiato la Democrazia Cristiana. Nellinsieme si dispone dunque di una gamma sufficientemente vasta per ricostruire il formarsi delle decisioni di politica estera allinterno dei singoli partiti italiani. Il travaglio pi complesso, quello vissuto dalla Democrazia Cristiana, e durato sino al 1949 fra i due estremi di europeismo e atlantismo, stato studiato pi analiticamente anzitutto da Di Capua (1970) che, sebbene acriticamente, ha presentato una documentazione abbondante sul processo decisionale nella DC. Sullatteggiamento della sinistra DC, sul ruolo di singoli settori del mondo cristiano o ecclesiale, sullimportanza dellazione personale di Pio XII e sulle stesse esitazioni della Chiesa a spingere nettamente verso scelte di schieramento sono stati scritti numerosi saggi. Da C. Meneguzzi Rostagni (1988) sulla politica della Santa Sede; da E. Di Nolfo (1971; 1978) su Civilt Cattolica e il suo contributo alle scelte DC nonch sui rapporti Vaticano-Stati Uniti; su aspetti meno appariscenti della posizione di Civilt Cattolica ha scritto L. Manetti (1988), mentre sulle posizioni della sinistra DC hanno scritto E. Vezzosi (1988) e G. Forrnigoni (1987). Sulleuropeismo di De Gasperi ha scritto I. Poggiolini (1985). Quanto alla politica della Santa Sede e al contributo personale di Pio XII, una serie di saggi, che raccolgono i risultati di un convegno, sono stati pubblicati da A. Riccardi (1979). Questi ha poi illustrato in un ulteriore volume anche la pluralit delle tesi esistenti anche in seno alla curia romana rispetto sia ai problemi politici italiani sia a quelli del quadro internazionale (1983). La visita compiuta da De Gasperi negli Stati Uniti allinizio deI 1947, sebbene molto commentata, stata studiata sulle fonti solo entro limiti circoscritti. S. Galante, in un saggio dedicato a altro tema, riesce a ricostruirne le fasi e a renderle il significato di tappa preliminare alle successive svolte, pi che di scelta gi deliberata, come molta pubblicistica afferma senza fondamento (Galante, 1980). Per le scelte deI 1947-49 (piano Marshall, fine della coalizione con i comunisti nella sua portata internazionale, elezioni del 18 aprile 1948, nella loro portata internazionale, e questione delladesione al patto di Bruxelles, come tappa della successiva adesione al patto atlantico) oltre alle fonti memorialistiche gi menzionate e agli scritti di non pochi protagonisti della vita politica italiana in generale, merita di essere tenuto in considerazione primaria il recente volume contenente i Diari di Mosca di Manlio Brosio (1986), ambasciatore italiano nella capitale sovietica dal 1947 al 1951 (sulla sua azione, si veda anche un acuto saggio di

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M. De Leonardis, 1988). Si tratta di unopera inconsueta, ricca delle qualit personali del suo autore, ma preziosa per lillustrazione delle alternative reali della politica estera italiana, tra lipotesi di un neutralismo (che allinterno trovava sostenitori nelle sinistre e anche in certi ambienti vaticani) e il quasi meccanico volgere della situazione verso crescenti chiusure che imponevano di schierarsi con luna o con laltra delle grandi potenze e, nel caso dellItalia, con gli Stati Uniti. Un quadro generale dei problemi legati a questa scelta stato proposto da R. Quartararo, n un volume ampiamente documentato sul tema Italia e Stati Uniti. Gli anni difficili 1945-1952 (Quartararo, 1986). Lopera, tuttavia, bench ricca di informazioni e elementi nuovi, condizionata da unimpostazione eccessivamente precipitosa, che si traduce in una tendenza a giudizi storici dallapparenza netta e dalla sostanza sfocata. In assenza di un lavoro dassieme sulle scelte italiane si debbono dunque indicare i contributi riguardanti le singole fasi della scelta. In primo luogo gli scritti sul piano Marshall: dal volume collettaneo curato da E. Aga Rossi (1983), ai robusti scritti di P.P. DAttorre (1983) che del piano Marshall analizza sia limpianto teorico, anche in relazione alle note tesi di Meier11, sia la fase organizzativa e applicativa (1988). Per quanto riguarda il formarsi dellalleanza atlantica e il rapporto dellItalia con il negoziato che doveva condurre verso il trattato del 4 aprile 1949 attraverso il passaggio per il trattato di Parigi del 17 marzo 1948, l tema stato delineato nelle linee generali da E. Di Nolfo (1979) e da P. Pastorelli (1983), e esplorato anche da A. Breccia (1974). A. Varsori ha ricostruito principalmente su fonti inglesi e italiane la scelta occidentale dellItalia (Varsori 1985a), dissociando nettamente il momento europeo di essa dal successivo momento atlantico. B. Vigezzi, a sua volta, in una serie cospicua di saggi, ha discusso e messo in luce il formarsi delle tendenze atlantiche in seno alla diplomazia italiana, pur attraverso le esitazioni del neutralismo, ma per effetto di una matura convinzione del convergere tra interesse europeo e interessi atlanticomediterranei dellItalia (cfr. Vigezzi, 1987). Lo studio della fase successiva della politica estera italiana ancora agli esordi, se si fa eccezione per i contributi di R. Ranieri sulladesione dellItalia alla CECA (Ranieri, 1985; 1988). Non del tutto persuasivo il contributo di A. Breccia (1984) sulle origini della CED e lItalia;
11 C.S. Meier, <The Politics of Productivity: Foundations of American International Economic Policy after World War II in International Organization, 1977.

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appena agli esordi gli studi sulla partecipazione al rilancio europeo e alla nascita della Comunit economica europea 12. 7. Nuove aree geografiche In una rassegna sulla storia delle relazioni internazionali o sulla storia internazionale cos come si sviluppata in Italia non pu essere trascurato un cenno, per quanto rapido, allampliarsi non comune delle aree geografiche verso le quali la cultura storica si indirizzata. Si tratta di una tendenza che non procede univocamente, essendo legata allattivit di ricerca di enti o personaggi che segnano, con i loro interessi culturali, determinati settori della ricerca storica. E tuttavia una tendenza che andata con il tempo rafforzandosi, e che testimonia del diverso rapporto tra storia locale e storia internazionale gradualmente nascente in Italia. Un interesse generale, ma prevalentemente pubblicistico o politologico, stato dedicato al tema dellunificazione europea, che stata vista soprattutto in funzione della battaglia europeistica di alcuni dei suoi protagonisti. Tuttavia una prima sistemazione storiografica dovuta ai saggi di S. Pistone (1982) e I. Poggiolini (1985). Un tentativo di interpretazione del ruolo italiano presente in un saggio di Di Nolfo (1980); un profilo polemico in un volume di DellOmodarme (1981). Lavori preparatori, che attendono di essere seguiti da un ripensamento complessivo. Alcune aree geografiche rappresentano settori dove non pu che registrarsi una continuit di interessi. Cose la storia della Germania postbellica stata studiata con grande impegno in molti saggi e in un lavoro monumentale di E. Canotti (1968); mentre pi di recente L. Caracciolo (1986) ha visto la questione tedesca nella sua genesi come risultato del conflitto tra Unione Sovietica e paesi occidentali. Del pari A. Tamborra ha dedicato alla penisola Balcanica lavori costruiti su minuziose e dotte ricerche, tali da mettere in luce aspetti precedentemente del tutto ignorati (cfr. ad esempio Tamborra, 1968); studi intesi ad approfondire la conoscenza della storia russa in Italia, gi intrapresi da V. Zilli, sono stati proseguiti da Tamborra (1977), da Risaliti (1972;
12 Sulle origini della Comunit europea si sono tenuti due convegni, entrambi nel 1987. Il primo, i cui atti sono stati pubblicati nel volume // rilancio dellEuropa e i trattati di Roma, a cura di E. Serra, Milano, Giuffr, 1989; il secondo, i cui atti in due volumi dal titolo: LItalia e la politica di potenza. Alle origini della Comunit europea, 1950-1957 sono in corso di pubblicazione a cura di E. Di Nolfo, R. Rainero e B. Vigezzi, presso leditore Marzorati di Milano.

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1982), da Procacci (1978), da A. Venturi (1986), da C. Castelli (1987) e da ultimo, arricchiti da una serie di contributi sullo stalinismo e sulla crisi della destalinizzazione, con scritti di Spriano (1983), Benvenuti (1982), Boff a (1982), al quale si deve anche una equilibrata storia dellUnione Sovietica (1979). Notevoli anche i lavori di Argentieri e Gianotti (1986) sulla crisi del 1956 e di Guerra (1986) sul periodo brezneviano; gli studi sulla vita sociale e agraria della Romania, di B. Valota (1979) e sui rapporti italo-rumeni, di D. Caccamo (1979c, 1980) e G. Caroli (1972; 1982; 1983; 1984); gli studi sulla Bulgaria, di F. Guida (1984b) e sulla Jugoslavia, di S. Bianchini (1983; 1984). Si spingono verso regioni pi remote gli interessi di F. Gabrieli (1979), massimo cultore di storia del mondo arabo e musulmano in Italia; di V. Fiorani Piacentini (1968; 1969), di P. Corradini (1967), di G. Iannettone (1967; 1977; 1984). G. Borsa ha recentemente rielaborato e rinnovato una precedente biografia di Gandhi, offrendo un ritratto meno oleografico del leader del nazionalismo indiano (Borsa, 1983); E. Collotti Pischel ha studiato in diverse opere la Cina contemporanea e in particolare gli aspetti ideologici della lotta politica cinese (1979); G. Calchi Novati (1972) e S. Marchese (1971) hanno trattato del Vietnam recente e contemporaneo; G. Melis ha scritto opere di profondo interesse sulla Cina contemporanea (1971) e sul mondo malese; P. Beonio Brocchieri si occupato del Giappone antico e contemporaneo (1972). In senso pi propriamente internazionalistico vanno segnalati due contributi, il primo dedicato al conflitto cino-sovietico, a cura di M. Dass (1986); il secondo allinfluenza del pensiero risorgimentale italiano sul nazionalismo asiatico, a cura di G. Borsa e P. Beonio Brocchieri (1984). Un consistente gruppo di studiosi ha ripreso gli studi sullAfrica. Libero da ogni residuo della tradizione coloniale, Io studio dei problemi africani stato affrontato come problema politico di ritrovamento dellindipendenza, da R. Rainero (1978a; 1978b; 1982), successivamente come problema di recupero di un ruolo nella politica mondiale da G. Calchi Novati (1987); poi, in senso pi propriamente storico, da studiosi come Bono (1972; 1974; 1982), Piazza (1978; 1983), Mozzati (1986), Magri (1980), che hanno sottratto il tema allangolazione dellinteresse culturale eurocentrico, per individuare le ragioni interne alle diverse realt come presupposto per sviluppare la loro ricerca storica. Il tema conflittuale della situazione mediorientale stato studiato da diversi angoli visuali. P. Maltese, in un volume sul canale di Suez (1978), ha sviluppato una buona trattazione informativa non priva di informazioni storiografiche anche originali; S. Ferrari ha approfondito la questione palestinese come aspetto della politica estera della Santa Sede (Fer-

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rari, 1982; 1983; 1985a); M. Zucconi, infine, ha pubblicato un saggio assai ben documentato e persuasivo sulle reiterate crisi mediorientali nel dopoguerra (Zucconi, 1987). Anche lAmerica Latina, a lungo ingiustamente trascurata dagli studiosi italiani, viene infine studiata autonomamente da Carmagnani (1971; 1973; 1975; 1981), Albonico (1982; 1984), Annino (1984) e Mugnaini (1986) i quali, sia movendo da un interesse derivante dalle relazioni internazionali, sia da un interesse specifico per cultura e storia nei paesi latino-americani, incominciano a occupare uno spazio autonomo nella storiografia italiana. Tra le storie dedicate a aree non europee notevole crescita, pur con qualche momento di stasi, conosce la storia americana. In proposito si veda anzi lampia rassegna bibliografica pubblicata dalla rivista Storia nordamericana nel 198413. Il quadro ricco e assai articolato, non pu dunque essere riferito che per le parti generali o realmente caratterizzanti gli aspetti internazionali della storia americana. Per il periodo pi recente a Bairati (1975), Bari (1978a; 1978b), Tagliacozzo (1967), Mammarella (1984) si debbono i lavori di sintesi di maggiore interesse; spicca, per completezza e dimensione, lopera complessiva di Luraghi (1974). A questi vanno aggiunti i due volumi pubblicati in occasione del centenario della Rivoluzione americana a cura del Comitato italiano per la storia americana (Spini, Martellone, Luraghi, Bonazzi e Ruffilli, 1976; Spini, Migone e Teodori, 1976), comprendenti una serie di contributi relativi a numerosi aspetti delle relazioni tra Italia e America dal Settecento sino ai giorni nostri: contributi di valore non omogeneo, ma tali, nellinsieme, da fornire un panorama completo sia dellimmagine degli Stati Uniti in Italia, sia dei principali problemi di storia americana oggi studiati in Italia. Non meno importanti per la qualit delle singole relazioni e per lo sforzo di approfondimento cronologicamente completo e scientificamente originale i contributi pubblicati in occasione del primo congresso di storia americana tenuto a Genova nel 197614. Tra le opere generali meritano di essere citati anche gli atti del convegno su Italia e Stati Uniti durante lamministrazione Truman (Di Nolfo, 1976) poich essi verosimilmente segnano linizio dellinteresse scientifico verso il periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Questo sguardo generale non sarebbe infine completo senza una citazione dellopera di Piero Del
13 Unampia rassegna in A Bibliography of Italian Studies on North American History, 1945-1983, a cura di E. Vezzosi e L. Manetti, in Storia nordamericana, 1984. 14 Italia e Stati Uniti dallindipendenza americana a oggi (1776-1976). Atti del primo congresso internazionale di storia americana, Genova 26-29 maggio 1976, Genova, 1978.

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Negro (1975) sul mito americano nella Venezia del tardo Settecento, vero modello di innovazione metodologica nel campo degli studi di storia delle relazioni internazionali culturali, o, meglio, nel campo della percezione internazionale delle realt esterne. Sempre sul piano degli studi riguardanti la presenza internazionale degli Stati Uniti va segnalato in primo luogo il poderoso lavoro di A. Aquarone (1973) sulle origini dellimperialismo americano; uno studio accurato e profondo della estroversione della crescita americana tra il 1890 e la prima amministrazione Wilson; studio al quale seguono, per il periodo successivo alla prima guerra mondiale, i numerosi saggi di Migone (cfr. per esempio Migone, 1971) e, per gli anni dalla seconda guerra mondiale in poi, i lavori di Catalano (1972), spesso ricchi di intuizione, ma sbilanciati da una mancanza di equilibrio critico pesantemente evidente; e di Mammarella (1973), dedicato principalmente a delineare le relazioni tra lEuropa e gli Stati Uniti durante e dopo la seconda guerra mondiale, con qualche concessione alle esasperazioni della storiografia revisionistica americana. A un livello pi specialistico, A.M. Martellone (1973) ha pubblicato un eccellente volume sulla presenza italiana a Boston; T. Bonazzi ha sviluppato una serie di saggi sullideologia della rivoluzione americana (Bonazzi, 1976; 1986), R. Luraghi ha indirizzato i suoi interessi verso la storia generale e verso la storia militare americana (Luraghi, 1974; 1985). Molto vivi sono lattenzione verso il radicalismo e verso la sinistra politicosociale americana. M. Teodori ha dedicato la sua attenzione storicopubblicistica alle ideologie della sinistra e della New Left (Teodori, 1969; 1970; 1975); A. Donno ha del pari dedicato una serie di pubblicazioni a diversi filoni della vita politica americana, con particolare interesse per la storia del radicalismo durante il periodo rooseveltiano (Donno, 1983a; 1983b). Tema, questo, studiato anche da L. Valtz Mannucci (1981) specialmente per il periodo precedente e iniziale della rivoluzione. Il tema dei neri nella societ americana stato approfondito da R. Giammanco (1967a; 1967b), mentre B. Cartosio (1980; 1981) ha affrontato aspetti .svariati della storia sociale americana. A. Testi (1981; 1984) si occupato dellet progressista; V. Gennaro Lerda (1981) di storia del lavoro; D. Brezza (1982) ha studiato F.D. Roosevelt specialmente come manipolatore dei mass media e M. Rubboli (1986) ha dedicato una solida biografia a R. Niebhur.

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8. Studi sullemigrazione Fra i temi emergenti nella storia delle relazioni internazionali non strettamente legata al profilo politico e diplomatico occupa un posto di crescente rilievo la questione dellemigrazione. Il tema pone una grande quantit di interrogativi metodologici e interpretativi, che gli specialisti di questo campo di studi hanno a lungo discusso. Di questi interrogativi, nei loro caratteri generali, offre una acuta ed esauriente disamina A.M. Martellone, introducendo una raccolta di saggi legata in particolare allemigrazione verso gli Stati Uniti (Martellone, 1980), ma praticamente ampliata alla considerazione del fenomeno migratorio internazionale come questione generale e non nazionale. In termini di metodologia delle scienze sociali, lo studio dellemigrazione impone labbandono di tutti i motivi e stereotipi caratteristici della storia diplomatica pi tradizionalista, poich propone un caso di indubbia rilevanza politica, sia nei riflessi immediati, sia nelle conseguenze a mediolungo termine, ma un caso che non pu in alcun modo esser studiato se di esso si trascurano gli aspetti sociale, economico e demografico, in una costrizione interdisciplinare benefica per la crescita culturale di chi se ne fa carico, ma indubbiamente problematica per la storiografia che ama cullarsi in poche consolanti certezze di metodo. Non manca chi paradossalmente viene da ci indotto a forzare il carattere del problema emigrazione, cos da spingerlo allesterno del perimetro delle relazioni internazionali, ma ben evidente che solo per angustia mentale inveterata si potrebbero condividere siffatte delimitazioni, che peraltro la crescita storiografica del settore si incarica da sola di abbattere. Naturalmente il fenomeno emigrazione non pu essere considerato in questa sede in tutti i suoi aspetti. Non pu essere visto come problema generale di tutti i tipi di emigrazione legati allandamento del mercato interno e internazionale del lavoro, ma solo con una netta delimitazione ai casi di emigrazione al di fuori del confine territoriale dello stato di provenienza. E nemmeno possono essere presi in considerazione gli studi relativi allemigrazione da paesi diversi dallItalia, poich ci imporrebbe un allargamento ingiustificato della rassegna. Si tratta dunque di considerare la storiografia recente sullemigrazione italiana verso lesterno, dopo la formazione dello stato unitario e sino al secondo dopoguerra, vista come fenomeno non transitorio ma nelle sue componenti durature e nei suoi aspetti caratterizzanti. In senso generale il tema suscita una serie di proposte interpretative che lo collegano agli sviluppi delle trasformazioni delleconomia italiana;

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al problema dellespulsione della manodopera marginale in et di ristrutturazione, ma anche, allopposto, alla questione della perdita di risorse umane sottratte alleconomia italiana, per finire con lanalisi dei comportamenti dei vari gruppi di emigrati in quanto fonte di tensioni, trasformazioni, crescita, influenza e presenza di una cultura di derivazione italiana in strutture socio-politiche profondamente differenziate. A questo proposito, dopo la ripresa scientifica degli studi sullemigrazione negli anni Cinquanta e Sessanta, per opera di F. Manzotti (1969) e G. Dote (1964), una significativa continuazione si avuta a partire dagli anni Settanta con la grossa raccolta di materiali pubblicata da Ciuffoletti e DeglInnocenti (1978); con lo stimolante saggio di Sori (1981) e con la vasta rassegna di contributi curata da Bezza (1983). Quanto al lavoro di R. Paris per la Storia dItalia di Einaudi (un capitolo dal titolo Gli Italiani fuori dItalia) non si pu non dividere il disappunto di chi vi ha scorto solo una trattazione epidermica che, tra laltro, ignora il capitolo centrale dellemigrazione italiana, quello dellemigrazione verso gli Stati Uniti (Paris, 1975). Sul piano analitico si pongono diverse tematiche, che solo in parte hanno cominciato ad essere affrontate. Un primo angolo visuale offerto dal problema dellepoca e della localit di provenienza degli emigrati. L. De Rosa ha dedicato un ampio studio, basato su unestesa documentazione, allemigrazione napoletana verso le Americhe e in particolare verso gli Stati Uniti (De Rosa, 1980). Il ricorso a fonti archivistiche giacenti presso il Banco di Napoli gli ha consentito di acquisire elementi quantitativi rispetto al problema delle rimesse economiche e al ruolo dellintermediazione bancaria che danno contenuti precisi ai temi del rendimento dellemigrazione per la vita sociale del Meridione e della qualit di vita degli emigrati. L. Tosi, in un attento studio dedicato allemigrazione dallUmbria durante let giolittiana, ha colto con sensibilit i diversi aspetti del fenomeno, intrecciando fatti sociali a fatti culturali e politici (Tosi, 1983). Un aspetto ulteriore quello che considera la destinazione degli emigrati, il gruppo demografico emigrante, let e la qualificazione dei singoli componenti, linserimento nel mercato del lavoro di destinazione. In tal senso, il caso macroscopico, che ha suscitato i maggiori interessi, naturalmente quello degli Stati Uniti dAmerica, dove la natura stessa della formazione sociale del paese ha portato a un prosperare di studi etnici che riguardano anche il gruppo nazionale italiano. Senza entrare nellanalisi di questa parte degli studi, poich essa esula dallappartenenza alla storiografia italiana, vanno invece citati in proposito alcuni contributi generali italiani, come il lavoro collettaneo curato da De Fe-

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lice (1979); il saggio di Franzina (1977); la breve ma succosa monografia inserita da A.M. Martellone (1978) nella Storia del Nord America edita da Tranfaglia; linsieme dei contributi offerti in occasione di un incontro organizzato dallUniversit di Firenze su Gli Italiani negli Stati Uniti (AA.VV., 1970). Lavori ai quali si deve aggiungere la rassegna bibliografica curata da G. Rosoli (1979), che offre un ampio ragguaglio dei molti studi analitici esistenti in questo settore. Per quanto riguarda poi i problemi dellassimilazione nella societ americana deve essere segnalato il contributo assai ricco di spunti, novit e elementi conclusivi offerto, anche per lAmerica Latina, dai volumi pubblicati nel 1987 dalla Fondazione Agnelli, contenenti una serie di saggi che sviluppano la tematica dellinterrelazione culturale e dellassimilazione politico-sociale delle comunit italiane nei paesi ospitanti (AA.VV., 1987). Resta ancora da considerare il tema dellemigrazione italiana verso i paesi europei. Un tema che si presenta in termini diversi da quello riguardante gli Stati Uniti, con caratteri suoi propri: per la difficolt di scindere nettamente emigrazione dorigine politica da emigrazione economico-sociale (specialmente negli anni del fascismo) e per la continuit del fenomeno, che, fatta eccezione per gli anni di guerra, non conosce le traumatiche interruzioni dellemigrazione americana, ma presenta un andamento abbastanza continuo, con una forte ripresa, tutta legata ai problemi del lavoro, nel secondo dopoguerra. Temi, questi, studiati da G. Blumer (1970) e da L. Prato (1976), con particolare riguardo per la Francia. Si pongono infine nuovi problemi per quanto riguarda la nuova emigrazione italiana, in paesi come il Canada e lAustralia, nel secondo dopoguerra. Fenomeni di portata considerevole ma, in questo caso, soprattutto per il paese ricevente, dove i gruppi etnici dorigine italiana hanno raggiunto consistenze non trascurabili, che li collocano ai primi posti dopo i gruppi etnici preesistenti. Ma questi temi sono loggetto per ora di una intensa trattazione pubblicistica, non ancora di una riconsiderazione storiografica, che assimili il livello danalisi dei problemi a quello che trova posto in una rassegna come la presente.

Riferimenti bibliografici

Sono segnalati qui di seguito i lavori citati nel capitolo e non riportati nella corrispondente sezione della bibliografia finale, in quanto non strettamente attinenti agli studi internazionali italiani o al tema della sezione bibliografica. Girault R., Propositions pour une histoire des rlations internationales, Comunicazione dattiloscritta al XVI congresso internazionale di scienze storiche, Stuttgart 1985. Maier C.S., Marking Time: the Historography of International Relations in AA.VV., The Past before Us. Contemporary Historical Writing in the United States, a cura di M. Kammen, Ithaca, Cornell University Press, 1980. Watt D.C., The Study of International History: Language and Realities, Comunicazione dattiloscritta al XVI congresso internazionale di scienze storiche, Stuttgart 1985.

Capitolo terzo Diritto internazionale Antonio Cassese

1. Premessa Per quanto possa sembrare sorprendente, la scienza giuridica internazionalistica italiana pur cos consolidata, ricca e variegata non ha prodotto un esame critico dei suoi sviluppi e delle sue linee evolutive. Come dir pi avanti, questa costituisce una delle sue caratteristiche salienti: la mancanza di coscienza critica, di approfondimento storico della propria evoluzione e dei propri indirizzi principali. Non mancano certo le analisi critiche delle varie dottrine su singoli temi; spesso, invero, i giuristi italiani adottano (o almeno hanno adottato per anni, sino a tempi pi recenti) il sistema di origine tedesca, secondo cui, quando si indaga un tema, si parte dallesame puntuale e minuto di rutta la letteratura scientifica precedente sul medesimo tema, per farne una esposizione critica. Ma si tratta, chiaramente, di indagini settoriali e limitate. N sono mancate vere e proprie rassegne della letteratura, relative a specifici periodi storici: assai meritorio, anche sotto questo profilo, il periodico Comunicazioni e studi dellIstituto di diritto internazionale e straniero dellUniversit di Milano, fondato nel 1942 da Roberto Ago (Barile, 1952; 1953; Malintoppi, 1955; Capo- torti, 1960; 1963; 1969a). Ma anche in questo caso, si tratta di analisi relative se non a settori limitati, a periodi di tempo circoscritti. Manca, invece, una indagine critica globale, che non sia estrinseca ed esposi- tiva, delle linee principali di sviluppo della scienza internazionalistica italiana. In effetti lopera di Sereni (1943), non solo essenzialmente volta ad introdurre le principali opere degli internazionalisti italiani al lettore anglofono, ma quel che pi conta si arresta agli anni Qua- ranta. Fra i pochissimi scritti italiani che tentano una sia pur breve valutazione dinsieme, sono da segnalare quelli di M. Giuliano (1982) e di M. Panebianco (1987). Le sole ampie indagini monografiche ag- giornate le dobbiamo a uno spagnolo, E. Pecourt Garcia (1965) e a un tedesco, K. Lenk (1965; 1972).

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La circostanza che ho appena sottolineato impone una scelta precisa: in mancanza di solide ed ampie trattazioni alle spalle, questa analisi non potr non avere i caratteri di un affresco generale, di un quadro a larghe tinte, in cui non si pu far spazio al chiaroscuro e alla dipintura particolareggiata di singole figure o personaggi che non siano i maestri o comunque i giuristi sommi. Il lettore emunctae naris non dovr perci rimproverarmi per le pennellate troppo larghe o per le omissioni e i silenzi, inevitabili in un rapido quadro dinsieme di una materia che richiederebbe pi di un torno per unanalisi esauriente. Lobiettivo che terr sempre presente nellesposizione che segue sar quello di rispondere alla domanda: vero quel che dicono allestero degli internazionalisti italiani e cio che, pur comprendendo giuristi assai fini (e vengono di solito ricordati Anzilotti e Ago), essi tendono ad essere astratti e formalisti, privilegiando gli aspetti pi generali e teorici delle relazioni giuridiche internazionali, a scapito dei problemi pratici? vero, poi, che anche quando affrontano problemi attuali e concreti, i giuristi italiani trascurano lesame della prassi e della giurisprudenza internazionale, preferendo le disquisizioni formali e le polemiche dottrinali? Unultima avvertenza: anche se come dir in seguito gli internazionalisti italiani fino ad epoca recentissima si sono occupati sia di diritto internazionale pubblico che di diritto internazionale privato, in questo saggio mi soffermer solo sui loro contributi relativi al primo settore. 2. La situazione dellinsegnamento e della ricerca Sono attualmente istituite in Italia 46 cattedre di diritto internazionale di cui 32 presso le facolt di Giurisprudenza di Bari (3 cattedre), Bologna, Catania (2 cattedre), Chieti, Ferrara, Firenze, Genova, Milano (3 cattedre), Milano - Cattolica, Napoli (2 cattedre), Padova, Parma, Pavia, Perugia, Pisa, Reggio Calabria, Roma - La Sapienza (2 cattedre), Roma 2, Salerno (2 cattedre), Sassari, Siena, Trento e Trieste; 11 presso le facolt di Scienze politiche di Cagliari, Firenze, Genova, Milano (2 cattedre), Padova, Perugia, Roma - La Sapienza (3 cattedre) e Trieste; 3 presso le facolt di Economia e Commercio di Genova, Napoli e Roma - La Sapienza. I posti di professore associato sono 12, di cui 4 presso le facolt di Giurisprudenza di Camerino, Macerata, Palermo e Torino; 4 presso le facolt di Scienze politiche di Bologna, Catania, Napoli e Padova; 4 presso

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le facolt di Economia e Commercio di Milano - Cattolica, Genova, Pisa e Roma - La Sapienza. I ricercatori in materie internazionalistiche sono complessivamente 58, di cui 40 presso le facolt di Giurisprudenza di Bari (4), Bologna, Chieti, Firenze, Genova, Milano (4), Milano - Cattolica (3), Modena, Napoli (4), Padova (2), Parma, Pavia, Roma - La Sapienza (5), Roma 2 (3), Salerno (2), Sassari, Siena (2), Torino, Trento e Trieste; 14 presso le facolt di Scienze politiche di Catania (2), Cagliari (2), Firenze, Messina, Milano (4), Napoli, Perugia e Roma - La Sapienza (2); 4 presso le facolt di Economia e Commercio di Genova, Roma - La Sapienza (2) e Napoli. Le cattedre di organizzazione internazionale sono 6 (2 presso le facolt di Giurisprudenza di Chieti e Torino; 3 presso le facolt di Scienze politiche di Catania, Napoli e Roma - La Sapienza; 1 presso la Facolt di Economia e Commercio di Napoli), cui si aggiungono 9 posti di professore associato nelle facolt di Giurisprudenza di Cagliari, Parma, Perugia, Siena e Urbino e nelle facolt di Scienze politiche di Genova, Milano (2) e Padova. Sono poi istituite 4 cattedre di diritto delle comunit europee, tutte nelle facolt di Giurisprudenza (a Ferrara, Napoli, Roma 2 e Milano). I posti di professore associato in tale materia sono 11, di cui 3 presso le facolt di Giurisprudenza di Padova, Parma e Pisa; 7 presso le facolt di Scienze politiche di Firenze, Milano, Napoli - Istituto Orientale, Pavia, Perugia, Roma - La Sapienza e Trieste; 1 presso la Facolt di Economia e Commercio di Napoli. Linsegnamento del diritto internazionale privato pu contare su 4 cattedre, 3 presso le facolt di Giurisprudenza di Firenze, Roma La Sapienza e Milano e 1 presso la Facolt di Scienze politiche di Roma La Sapienza e su 7 posti di professore associato nelle facolt di Giurisprudenza di Modena, Napoli, Parma, Siena e Urbino e nelle facolt di Scienze politiche di Milano e Roma La Sapienza. Esistono infine una cattedra di organizzazione economica internazionale, alla Facolt di Scienze politiche di Pavia, e 3 posti di professore associato nella stessa disciplina nelle facolt di Scienze politiche di Bologna, Milano e Padova. Altri insegnamenti attivati di materie affini sono quelli di diritto del commercio internazionale (un posto di professore associato alla Facolt di Giurisprudenza di Bari); diritto agrario comunitario (un posto di professore associato alla Facolt di Giurisprudenza di Ferrara); diritto diplomatico e consolare (una cattedra alla Facolt di Scienze politiche di Trieste, un posto di professore associato alla Facolt di Scienze politiche

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di Milano); storia delle organizzazioni internazionali (un posto di professore associato alla Facolt di Scienze politiche di Padova); diritto commerciale europeo (un posto di professore associato alla Facolt di Giurisprudenza di Perugia) e diritto internazionale economico (un posto di professore associato alla Facolt di Giurisprudenza di Torino). I Dottorati di ricerca attualmente istituiti in diritto internazionale o discipline affini sono 5. Tre portano la denominazione diritto internazionale (Milano, Giurisprudenza e Scienze politiche: 3 anni, 4 posti; sedi consorziate: Genova, Pavia, Torino, Trieste. Roma - La Sapienza, Giurisprudenza, Scienze politiche e Economia e Commercio: 3 anni, 4 posti; sedi consorziate: Firenze, Perugia, Pisa. Bari, Giurisprudenza: 3 anni, 3 posti; sedi consorziate: Napoli, Firenze, Siena, Napoli - Istituto Navale). Gli altri 2 fanno riferimento al diritto delle comunit europee (Bologna, Giurisprudenza: 3 anni, 4 posti; sedi consorziate: Modena, Parma, Ferrara, Padova) e al diritto tributario internazionale e comparato (Genova, Giurisprudenza, Economia e Commercio, Scienze politiche: 3 anni, 3 posti; sedi consorziate: Bari, Bologna, Padova, Torino). Per concludere questa breve rassegna, giova ricordare le scuole di specializzazione e i centri di ricerca annessi ad alcune facolt universitarie. A Ferrara, presso la facolt di Giurisprudenza, opera il Centro di documentazione e studi sulle Comunit Europee. Un centro analogo (Centro di documentazione e ricerca sulle Comunit Europee) attivo presso la Facolt di Giurisprudenza dellUniversit di Modena. A Napoli (Facolt di Giurisprudenza) ha sede la Scuola di perfezionamento per la preparazione alle funzioni internazionali. A Firenze (Scienze politiche) opera la Scuola di perfezionamento in Studi politici internazionali; a Parma (Giurisprudenza) la Scuola di specializzazione in diritto ed economia delle organizzazioni internazionali. Altri due centri di studi europei hanno sede a Padova (Centro studi europei, presso la Facolt di Giurisprudenza) e a Roma La Sapienza, presso la Facolt di Economia e Commercio (Scuola di perfezionamento in studi europei). 3. Levoluzione della dottrina dopo il secondo dopoguerra 3.1. Le trasformazioni della comunit internazionale e del clima generale italiano Avrebbe poco senso descrivere levoluzione della dottrina italiana in epoca pi recente senza chiedersi se e fino a che punto essa ha tenuto conto della grande svolta segnata dalla seconda guerra mondiale sia a

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livello internazionale sia in seno allItalia. Il problema che dobbiamo porci, in termini storici, : la scienza internazionalistica rimasta chiusa nel suo nazionalismo e formalismo, o ha gradualmente aperto le porte a nuove impostazioni ed ha cominciato ad affrontare problematiche meno astratte e remote? evidente che per rispondere a queste domande, occorre preliminarmente indicare in termini estremamente sintetici i grandi mutamenti avvenuti a seguito della grande conflagrazione. Comincer dai mutamenti verificatisi nel campo della comunit internazionale. Durante o a seguito di quella guerra accaddero anzitutto quattro fatti, cos corposi da condizionare tutta la vita delle relazioni internazionali. Anzitutto, venne usata per la prima volta una nuova arma micidiale, la bomba atomica, la cui successiva produzione avrebbe imposto una totale revisione degli schemi tradizionali agli strateghi, agli uomini di stato, ai militari e ai diplomatici. In secondo luogo, i processi di Norimberga e di Tokyo fecero a pezzi il vecchio mito della intangibilit dei gruppi dirigenti degli stati: dora in poi anche statisti, generali, dirigenti industriali potevano essere sottoposti a processo se lo stato per il quale agivano perdeva la guerra dopo aver gravemente violato il diritto. Il mito della immunit degli organi statali, cos caro ai diplomatici, ai politici ed ai giuristi, crollava definitivamente. E contemporaneamente si profilava un grande concetto, che avrebbe potuto gradualmente mutare talune istituzioni essenziali della comunit internazionale: quello dei crimini contro la pace e contro lumanit. Il terzo fatto costituito dallemergere dei paesi socialisti, accanto allURSS. Dora in poi non si sarebbe pi potuto trascurare questa importante circostanza: che la composizione della comunit internazionale era mutata. Il quarto evento pi graduale, e consiste nel declino del colonialismo, che comincia con la seconda guerra mondiale, ma le cui conseguenze si faranno sentire solo negli anni Sessanta. Accanto a questi fatti, e strettamente collegati ad essi, si hanno dei mutamenti istituzionali. In primo luogo, viene creata lONU, che ben diversa dalla Societ delle Nazioni, non fossaltro perch istituisce un vero e proprio direttorio politico dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, ed inoltre crea una elaborata impalcatura strutturale, destinata almeno nelle intenzioni dei padri fondatori a mutare gradualmente la configurazione della comunit internazionale. La seconda modifica a livello istituzionale consiste nellintroduzione del divieto assoluto del ricorso alla forza e addirittura del divieto della minaccia della forza: mutamento che sconvolge tutte le regole del gioco, introducendo una inibizione alla libert degli stati, prima impensabile. Altri mutamenti istituzionali sono pi graduali: lirrompere nella comu-

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nit internazionale della tematica dei diritti umani (cui si accompagna il principio dellautodeterminazione dei popoli) e il graduale consolidarsi del multidateralismo, nei negoziati e nei rapporti intergovernativi. Il multilateralismo gradualmente diviene la via maestra del processo decisionale degli stati, mentre il bilateralismo viene posto gradualmente in ombra, e rimane terreno di caccia per certi specifici rapporti (culturali o commerciali, ad esempio) o per certe relazioni tra grandi potenze (in materia di armamenti, ad esempio). Accanto a questi grandi sconvolgimenti a livello internazionale, altri si verificano allinterno dellItalia. Essi sono noti a tutti, e perci mi limiter a sottolinearne due che mi sembrano particolarmente significativi. In primo luogo, linstaurazione di un regime democratico, aperto verso lesterno e strenuamente contrario ad ogni forma di gretto nazionalismo, crea un terreno particolarmente propizio alle indagini internazionalistiche. Ho detto prima che anche durante il fascismo gli internazionalisti non si erano venduti lanima al regime; ma ci a costo di una depurazione massima della loro scienza. Ora questo processo di rarefazione non pi reso necessario dalle circostanze esterne. Il secondo fatto che vorrei sottolineare la fine del monopolio dellidealismo crociano, e lemergere di nuove ideologie e modi di pensare. Mi riferisco, pi che allesistenzialismo e a certe tendenze del pensiero cattolico, al marxismo, promosso da un forte Partito Comunista (al quale si iscrivono diversi internazionalisti) e facilitato dalla pubblicazione delle opere di A. Gramsci. Anche qui dobbiamo chiederci se la maggiore sensibilit al dato storico e le tendenze demistificatrici insite nel migliore pensiero marxista hanno avuto unincidenza sulla dottrina internazionalistica. 3.2. Caratteri generali della dottrina Il primo tratto saliente della dottrina del secondo dopoguerra il permanere dellatteggiamento positivistico e, in certi casi, del normativismo, con tutti i loro coronari, primi fra tutti il concetto della avalutativit della scienza giuridica e la rigida distinzione tra indagini de lege lata e indagini de lege condenda. Questo atteggiamento mentale di fondo confermato da due circostanze. Anzitutto, gli eventi della guerra inducono vari internazionalisti a scendere nellagone politico: ad esempio, alcuni allievi di Ago (Migliazza, Giuliano e Ziccardi) nonch un allievo di Perassi (G. Barile) partecipano attivamente alla guerra partigiana (Migliazza verr arrestato e torturato dai nazisti); altri invece scelgono laltro campo, e qualcuno

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partecipa addirittura alla Repubblica di Sal. Di questo impegno politico non troviamo per traccia alcuna negli scritti giuridici di questi vari internazionalisti, tutti ligi al precetto positivistico che vieta qualsiasi intrusione delle ideologie o degli ideali politici nelle indagini scientifiche. La seconda circostanza consiste in ci: i pochissimi internazionalisti che, per ragioni ideologiche, si sentono indotti a recepire istanze delle nuove ideologie, le utilinano in misura limitatissima, e pur sempre entro il quadro generale del positivismo. Va ricordato al riguardo il caso di M. Giuliano, iscritto al Partito Comunista tra il 1943 e il 1956, e collaboratore di Rinascita. Ebbene, Giuliano scrive unimportante monografia su La Comunit internazionale e il diritto (Giuliano, 1950a) intesa ad analizzare la funzione del diritto internazionale nella comunit degli stati (nel senso pi lato dellespressione) e quindi [a] tratteggiarne anche le possibilit e i modi della sua azione, le prospettive di sviluppo, le esigenze poste dalla sua base sociale e dai fattori che influenzano il mondo delle relazioni internazionali (Ibid., p. 5). Come si vede, un programma ambizioso e volto a approfondire realisticamente il ruolo del diritto nella comunit internazionale. Chi legge lopera di Giuliano non pu per che restare deluso, malgrado limmenso materiale utilizzato di prima mano e lapprofondimento diretto di classici. In effetti, il libro si riduce ad unanalisi approfondita e puntigliosa della dottrina, condotta nello stile pi tradizionale della scuola italiana; tutto ci, per approdare alla conclusione secondo cui il diritto internazionale una sovrastruttura della societ degli stati (Ibid., pp. 307-309): conclusione questa che, oltre a non essere di sconvolgente importanza, era stata raggiunta nel 1919 da T. Perassi. Aggiungo che il permanere dellimpostazione positivistica confermato anche dalla circostanza che i pochissimi giusnaturalisti che la dottrina italiana ancora annovera, rimangono isolati e, tutto sommato, emarginati. A questo riguardo basti menzionare Gabriele Salvioli, le cui opere (1948 a; 1948b) hanno avuto scarsa eco sia in Italia che allestero. Anche giuristi di matrice cattolica, portati dunque a valorizzare la dimensione etica o il fondamento morale delle regole giuridiche, non si allontanano dal filone positivistico, anche quando insistono, come Giuseppe Sperduti (1956) sulla doverosit sociale come fondamento metagiuridico dellordinamento giuridico internazionale (e del diritto in generale), o quando, come Giorgio Balladore Pallieri (1962) sottolineano limportanza di una superiore norma morale come fondamento ultimo del diritto accentuazione, questa, che secondo il Pecourt Garcia (1965) indicherebbe ladesione a concezioni giusnaturalistiche.

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Un secondo tratto saliente della dottrina il permanere di forti interessi teorici e la correlativa scarsa apertura verso problematiche di attualit. Ricorder al riguardo la monografia di Ziccardi sulla costituzione dellordinamento internazionale (Ziccardi, 1943); le considerazioni di Giuliano (1946) sulla costruzione dellordinamento internazionale cui ha fatto seguito, dello stesso autore, la monografia sulla comunit internazionale e il diritto che ho gi ricordato (Giuliano, 1950); il volume di G. Sperduti La fonte suprema dellordinamento internazionale (Sperduti, 1946); la monografia di R. Ago su Scienza giuridica e diritto internazionale (Ago 1950); il corso di R. Quadri (1952) sul fondamento del diritto internazionale; il volume di G. Barile (1951) su I diritti assoluti nellordinamento internazionale, nonch una serie di significative monografie di G. ArangioRuiz (1950; 1951; 1952; 1954). La proposizione, che ho appena formulato, circa il permanere di un interesse privilegiato per problemi teorici, va per accompagnata da due riserve importanti. In primo luogo, se si scorrono i contributi scientifici italiani di questo periodo, si pu notare che linteresse dei giuristi non si appunta pi di tanto su problemi teorici tradizionali (quali i rapporti tra diritto interno e diritto internazionale; le fonti del diritto e la loro natura; i rapporti tra fonti; la natura dei soggetti, ecc.) quanto su un problema di fondo che, seppur teorico, acquista ora unimportanza o una dimensione attuale: il fondamento del carattere obbligatorio, e la funzione, del diritto nella comunit internazionale. evidente che la seconda guerra mondiale ha scosso le fondamenta del diritto della comunit interstatuale, ha mostrato come stati importanti possono violare in modo grave il diritto internazionale, e che la sola reazione contro tali violazioni risiede nella guerra. Gli avvenimenti succedutisi alla grande conflagrazione (e in particolare il possesso dellarma atomica da parte prima di una e poi di due superpotenze, nonch i processi a Norimberga e a Tokyo e la creazione delle Nazione Unite) hanno rimesso in discussione taluni capisaldi del diritto tradizionale. Si avverte dunque il bisogno di rivisitare il diritto internazionale, per accertare se esso ha ancora un ruolo, e quale. Mi affretto per ad aggiungere che anche in questo caso la risposta a questi quesiti angosciosi fu ricercata da quegli internazionalisti allinterno del diritto, per cos dire, e cio senza utilizzare altre scienze (la scienza delle relazioni internazionali, la sociologia, la storia, ecc.). Lanalisi viene condotta ricorrendo esclusivamente agli strumenti conoscitivi dei giuristi. Gli internazionalisti finiscono cos per dare risposte aggiornate e raffinate a quei quesiti, rimanendo per nellambito delle vecchie impostazioni.

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La seconda riserva che intendevo formulare nel senso di indicare che, in questo quadro generale, una progressiva apertura si realizza tuttavia presso un numero sempre maggiore di studiosi. Al riguardo, conviene ricordare anzitutto che, quando nel 1953 la Rivista di diritto internazionale riprende le pubblicazioni interrotte dalla guerra, nel programma editoriale viene stabilito che si dar risalto alla realt internazionale. Quel programma indica infatti che la rivista si propone, in particolare, di dare un ampio sviluppo alla rubrica note e commenti, nella quale saranno rilevati gli aspetti giuridici di avvenimenti internazionali e di attivit di organizzazioni internazionali, in modo da mantenere un diretto contatto della teoria con la viva realt delle relazioni internazionali e con i movimenti intesi a dare un pi solido assetto allordinamento della comunit internazionale1. Se poi si scorrono le varie annate della Rivista, facile accorgersi che, almeno negli anni Cinquanta e Sessanta, questi propositi sono rimasti in larga misura allo stadio di pie intenzioni. Quel che importante, che un certo numero di studiosi si dedica effettivamente al di fuori della Rivista ad indagini su problemi attuali e concreti, abbandonando i consueti temi teorici. Primo tra tali giuristi R. Ago, che dedica tre saggi alle Nazioni Unite (ripubblicati in SIOI, 1957). Accanto ad Ago si pu ricordare Giuliano (autore di una importante monografia sulla condizione giuridica internazionale della Germania nonch di un saggio sulle Nazioni Unite e la collaborazione internazionale nel campo dei rapporti economico-sociali; in SIOI, 1957) e P. Ziccardi, autore di un lucido contributo sullintervento collettivo delle Nazioni Unite e i poteri in materia di mantenimento della pace conferiti allAssemblea Generale dalla risoluzione Uniti per la pace del 1950 (in SIOI, 1957). Importanti studi dedica poi G. Sperduti alla nuova problematica dei diritti umani nonch, in misura per limitata, alla punizione dei crimini internazionali ad opera del tribunale internazionale di Norimberga (Sperduti, 1950a; 1950b). Aggiungo che il fenomeno della guerra attira lattenzione di due noti giuristi: F. Capotorti (allievo di Morelli) e A. Migliazza (allievo di Ago), i quali pubblicano entrambi una monografia sulla occupazione bellica esaminata alla luce della recentis- sima esperienza della seconda guerra mondiale (Capotorti, 1949; Migliazza, 1949). Come si vede, nel complesso, e malgrado ombre ed incertezze, si ha dunque una prima sensibilizzazione verso i grandi problemi del momento. bene per sottolineare che vengono tuttavia trascurati molti punti cruciali: quelli posti dalluso della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki,
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Rivista di diritto internazionale, 1, XXXVI, 1953.

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i problemi posti dalla graduale acquisizione delle armi nucleari da parte di varie potenze e le conseguenze in materia di equilibrio del terrore; i grandi processi contro i criminali di guerra; la formazione dei due blocchi contrappposti (NATO e Patto di Varsavia). Su questi e altri problemi collegati, la dottrina italiana preferisce non prendere posizione, probabilmente perch li considera suscettibili di indagini pi politologiche che giuridiche. Un terzo tratto caratteristico della dottrina costituito dalla scarsa apertura nei confronti di altre discipline dello spirito (Geisteswissenschaften). Alcuni internazionalisti si trovano a tenere corsi universitari di storia dei trattati (come allora veniva definita la storia delle relazioni internazionali); nondimeno, non ne traggono alcun incentivo ad adottare visioni del fenomeno giuridico pi improntate a considerazioni storiche. Gli istituti giuridici continuano ad essere esaminati in astratto, al di fuori dello spazio e del tempo. Parimenti, la dimensione politologica continua a restare estranea allindagine giuridica. Ancora una volta, uneccezione costituita da R. Ago, che comincia ad affiancare alle indagini pi strettamente tecnico-giuridiche (o di dommatica giuridica) analisi che rientrano pi propriamente nel campo di quelle politologiche: mi riferisco in particolare ai tre importanti saggi sui recenti sviluppi delle organizzazioni internazionali, che ho gi menzionato in precedenza. Questi scritti rimangono per isolati, anche se un nuovo organismo nazionale creato dopo la seconda guerra mondiale su iniziativa di Ago e di studiosi di altre discipline, e cio la Societ Italiana per lOrganizzazione Internazionale (SOD costituisce gradualmente un centro di dibattito che, grazie anche ad una nuova rivista (La comunit internazionale fondata nel 1946) dar lentamente i suoi frutti (non a caso uno dei nostri studiosi di relazioni internazionali, U. Gori, si formato presso la SIOI di Roma, cominciando come cultore di diritto internazionale e poi gradualmente passando alle relazioni internazionali propriamente dette). Malgrado le aperture appena accennate, la concentrazione esclusiva, o quasi, sul fenomeno giuridico visto nella sua mera dimensione tecniconormativa, permane un tratto essenziale della scienza giuridica italiana. Una quarta caratteristica saliente di questa scienza altres il persistere della mancanza di memoria storica: intendo dire, lassenza di interesse storiografico per le proprie vicende ed evoluzioni. Invano si cercherebbero studi approfonditi sulle fasi di sviluppo della dottrina internazionalistica o sui suoi principali maestri. Analisi su singoli studiosi vengono compiute solo dopo la loro morte e consistono sostanzialmente in necrologi, con tutti i limiti di questi occasionali epicedi. Insomma, in-

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vece di procedere ad una approfondita revisione critica del proprio passato gli internazionalisti italiani tendono a prendere un atteggiamento alla Spoon River Anthology (perch, come quella raccolta di componimenti funerari, non parlano che di morti). Quel che ho detto vale anche per i due giuristi per i quali ci si sforzati di andare un po al di l del mero necrologio, data la loro statura scientifica: Anzilotti e Perassi. Anche in relazione ad essi, in sostanza mancato un tentativo di rivisitazione critica del loro contributo alla scienza internazionalistica. Un quinto dato che caratterizza i nostri autori, anche in questo periodo, il permanere dell unione accademica del diritto internazionale pubblico con il diritto internazionale privato. Questa circostanza, sulle cui origini storiche non questa la sede per svolgere riflessioni, accompagna la nascita stessa della dottrina internazionalistica italiana: anche se nulla scritto negli statuti delle universit o nei regolamenti concorsuali, sin dalla met dellOttocento a un internazionalista italiano si chiede di specializzarsi sia in diritto internazionale privato che in diritto internazionale pubblico, e cio in due rami completamente distinti e diversi della scienza giuridica (in Germania, pi saggiamente, sono i civilisti che tendono ad occuparsi di diritto internazionale privato, mentre per il diritto internazionale pubblico si richiede di avere anche una formazione in diritto costituzionale o amministrativo). Spesso addirittura linternazionalista italiano comincia con il privato e passa poi al pubblico: per citare solo qualche esempio illustre, ci vale per D. Anzilotti e per R. Ago. Conviene ricordare che una giustificazione di questa commistione si trova gi nellIntroduzione al primo numero (1906) della Rivista di diritto in- ternazionale, anonima ma palesemente redatta da D. Anzilotti; in essa si sottolineavano i presupposti comuni delle varie parti della nostra disciplina, e il fine sostanzialmente identico a cui tutte intendono: un certo coordinamento e regolamento di rapporti che intercedono fra stati diversi, nella vita delle nazioni e dei singoli, nellefficacia delle leggi e nellimpero delle autorit rispettive. Malgrado ci, resta il fatto che le due discipline sono profondamente diverse. Baster citare al riguardo le esatte osservazioni di M. Giuliano:
Si tratta di due discipline che si differenziano profondamente luna dallaltra e che solo una tradizione accademica altrettanto radicata quanto poco giustificata mantiene unite in un unico quadro. Si tratta, dicevo, di due discipline diversissime tra loro: attinente, la prima, al mondo della diplomazia e dei rapporti tra governi, e, la seconda, alla sfera degli ordinamenti giuridici nazionali, degli ordinamenti giuridici interni dei diversi stati. E diversissime sono altres la preparazione e la formazione che si richiedono allo studioso per affrontare adeguatamente sia luna che laltra. Perch, se la prima richiede un accurato approfondimento della realt dei rapporti tra gli stati, una vivace sensibilit storica (...) e anche una sicura padronanza della

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teoria generale del diritto; la seconda richiede, invece, una solida e approfondita conoscenza del diritto interno, in particolare del diritto privato e del diritto processuale civile, nonch del diritto comparato, suffragata da un costante riferimento alla pratica giurisprudenziale, nazionale e straniera (Giuliano, 1982, p. 407).

Oltre a sottoscrivere pienamente queste osservazioni, vorrei mettere in rilievo una importante conseguenza della necessit, per gli internazionalisti, di approfondire due problematiche cos diverse: essi finiscono inconsapevolmente per adottare, anche per i rapporti interstatuali, schemi civilistici o comunque concezioni e visioni proprie della scienza privatistica, del tutto inadeguati a comprendere la realt dei rapporti interstatuali, per la cui comprensione sarebbe semmai pi utile la conoscenza di problematiche costituzionalistiche, ed in ogni caso lapporto di scienze metagiuridiche quali la storia delle relazioni internazionali, la scienza politica, la sociologia. Una sesta caratteristica saliente della dottrina italiana, che assume particolare risalto in questo periodo, consiste in ci: i vari studiosi si dividono in grandi scuole, ciascuna dominata da una singola personalit di forte rilievo. Queste scuole si distinguono non per il fatto di seguire metodologie o ottiche radicalmente diverse (e in effetti le differenze non sono assai rilevanti), quanto per due motivi: primo, la diversa accentuazione dellapproccio positivistico impresso da ciascun caposcuola, che si trasmette ai vari membri della scuola; secondo, la valenza pi strettamente accademica (concorsi, ed altre forme di cooptazione). I pochi studiosi che non partecipano, in un modo o in un altro, a queste scuole, rimangono isolati: e spesso si tratta di figure di scarso rilievo. 4. Le nuove tendenze che emergono tra la fine degli anni Sessanta ed oggi 4.1. I fatti nuovi sulla scena italiana Le periodizzazioni, come tutti sanno, sono arbitrarie e da prendere quindi con beneficio di inventario. Se faccio decorrere lultimo periodo dellevoluzione della scienza internazionalistica italiana dalla fine degli anni Sessanta perch ho in mente soprattutto due avvenimenti. Da una parte, la nascita nel 1965 di un importante periodico, la Rivista di diritto internazionale privato e processuale. Questa rivista, come dir in seguito, segna una frattura o, se si preferisce, una svolta sia a livello scientifico che accademico. A livello scientifico consacra la definitiva autonomizzazione di una delle due grandi discipline sino ad allora ricomprese a torto, secondo me sotto la dizione diritto

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internazionale. Ci significa che da allora in poi le migliori energie intellettuali che preferiscono dedicarsi a temi internazionalprivatistici vengono incanalate verso quella rivista. Sul piano accademico la svolta indicata dalla circostanza che un nucleo autorevole di giuristi, guidato da Giuliano, si stacca dal gruppo che fa capo alla Rivista di diritto internazionale, e finisce per costituire un polo autonomo di attrazione scientifica e di gestione dei rapporti accademici. Il secondo avvenimento , per cos. dire, esterno alla scienza. Esso costituito da quel grande rivolgimento delle coscienze che fu il 68: un rivolgimento confuso e velleitario, bens., ma anche portatore sia dellesigenza di un modo nuovo di organizzare la cultura, i rapporti accademici, le istituzioni, sia di un richiamo a svecchiare le problematiche stantie, per occuparsi dei problemi reali. A breve scadenza, quello scombussolamento generale ebbe unincidenza assai modesta, e quasi risibile, in seno al pi autorevole e prestigioso periodico internazionalistico, la Rivista di diritto internazionale: dal 1969 vennero eliminati i titoli accademici che prima accompagnavano i nomi dei direttori e redattori, nonch degli autori dei contributi scientifici pubblicati in ciascun fascicolo (questa rivoluzione rientrata a partire dal 1985, limitatamente agli autori di saggi, note e commenti). Ma se leco immediata fu cos esigua, con il passare degli anni si fece sentire londa lunga di quel fenomeno, ed a partire dalla met degli anni Settanta si ebbe un profondo mutamento nella sostanza della Rivista. Contemporaneamente si producevano, a grado a grado, notevoli modificazioni nella struttura accademica italiana (abolizione della figura degli assistenti e dei professori incaricati, creazione della categoria dei professori associati, introduzione di nuovi criteri per la cooptazione dei docenti) e si allargava notevolmente il numero degli studiosi forniti di status universitario. Il che, un po alla volta, implicava anche uno sbriciolarsi delle scuole tradizionali (prima notevolmente monolitiche), un ampliarsi della base accademica, ed un apporto notevole di nuove tematiche internazionalistiche e di nuove suggestioni metodologiche da parte delle nuove generazioni. 4.2. I fatti nuovi sulla scena internazionale Anche per questultimo periodo dellevoluzione della scienza internazionalistica italiana, prima di esaminare le nuove tendenze che emergono, conviene accennare brevemente ai fatti nuovi che caratterizzano la comunit internazionale. Ci permetter di valutare in modo pi acconcio se e fino a che punto la dottrina ha tenuto conto

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dei nuovi eventi e delle nuove tendenze nella realt dei rapporti internazionali. Dalla met degli anni Sessanta quattro grandi fenomeni campeggiano nella comunit internazionale: 1) la fine del colonialismo (gli ultimi grandi possedimenti coloniali, quelli del Portogallo, acquisteranno lindipendenza alla met degli anni Settanta; quel che in seguito rimane degli imperi coloniali non consiste che in minuscole schegge); 2) il graduale consolidarsi di tre grandi raggruppamenti di stati: i paesi occidentali, quelli socialisti e quelli in via di sviluppo, e soprattutto la netta acquisizione, da parte del Terzo Mondo, della consapevolezza di essere bens il gruppo pi numeroso ed esigente, ma anche di essere tuttora privo di effettivi mezzi di potere economico o militare; 3) la graduale attenuazione della guerra fredda; 4) linizio del declino delle Nazioni Unite come organizzazione capace di gestire e risolvere crisi internazionali ed orientare gli stati verso sentieri pacifici inducendoli nel contempo ad affrontare i grandi problemi dellumanit (il divario Nord-Sud, la piaga delle gravi violazioni dei diritti umani, ecc.). Questi quattro grandi fenomeni, come chiaro, sono strettamente collegati tra loro. Essi poi fanno da tela di fondo ad altre tendenze che cominciano a diffondersi negli anni Settanta e acquistano purtroppo unimportanza sempre crescente. Queste tendenze possono riassumersi in una formula; il diffondersi della violenza, a pi livelli: da parte di stati (uso sporadico della forza in violazione dellart. 2 comma 4 della Carta dellONU; scatenamento di guerre convenzionali) o da parte di gruppi privati e pubblici non statali (terrorismo, guerre civili, guerre di liberazione nazionale). Quasi a controbilanciare queste manifestazioni distruttive si profilano per tendenze assai significative a livello diplomatico, istituzionale e giuridico. Penso anzitutto al rafforzamento del multilateralismo: la rete dei rapporti diplomatico-istituzionali di cui ogni stato membro della comunit internazionale partecipe, diviene sempre pi fitta e quotidiana. Oramai ogni stato non pu fare a meno di prender parte allattivit delle varie organizzazioni intergovernative, ai vari fori internazionali a carattere pi o meno permanente (a base universale o regionale), agli incontri e ai dialoghi che si intessono in pi sedi e in pi occasioni. Frutto diretto dellaccentuarsi del multilateralismo il forte sviluppo della codificazione del diritto internazionale. Non si tratta, beninteso, di mettere per iscritto il vecchio diritto consuetudinario di origine europea. Si tratta piuttosto di rifondare e riplasmare il vecchio diritto alla luce delle esigenze e delle aspirazioni dei nuovi stati (sia di quelli del blocco socialista, sia di quelli che non costituivano ancora entit indipendenti alle-

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poca della creazione del vecchio diritto). Si tratta altres di tener conto dei rivoluzionari progressi che si vanno diffondendo nella scienza e nella tecnologia. Si assiste cos al proliferare di conferenze diplomatiche di codificazione, che producono frutti assai cospicui, nelle seguenti materie: le relazioni diplomatiche (1961) e quelle consolari (1963); il diritto dei trattati (1969); la rappresentanza degli stati nei rapporti con organizzazioni a carattere universale (1975); il diritto umanitario dei conflitti armati (1977); la successione degli stati in materia di trattati (1978) e in materia di beni statali, archivi e debiti (1983); il diritto del mare (1982); il diritto dei trattati regolanti i rapporti tra stati e organizzazioni internazionali o tra queste organizzazioni (1986). Altre tematiche sono state poi regolate da grandi risoluzioni delle Nazioni Unite: basti pensare alla dichiarazione sulle relazioni amichevoli tra stati (del 1970), alla Carta dei diritti e doveri economici degli stati (1974), alla definizione dellaggressione (1974), alla dichiarazione sullinammissibilit dellintervento negli affari interni degli stati (1981). Accanto a queste convenzioni e risoluzioni, che rimettono in discussione materie pi o meno tradizionali, altri campi nuovi sono stati disciplinati da un numero rilevante di trattati o risoluzioni: basti pensare ai grandi atti normativi sullo spazio extraatmosferico, sui corpi celesti, sullinquinamento, sul terrorismo. Un ultimo fenomeno da segnalare, che fa anchesso da contraltare al diffondersi della violenza, il graduale affermarsi della giurisdizione della Corte internazionale di giustizia. Dopo quello che sembrava un rapido declino dellautorit e dellincidenza della Corte, per una infelice sentenza sulla Namibia (1966), la Corte ha gradualmente guadagnato le simpatie degli stati, soprattutto del Terzo Mondo, esercitando un ruolo notevole (segnatamente negli anni Ottanta) come fattore di soluzione pacifica di crisi economiche e politiche, che avrebbero potuto altrimenti degenerare in conflitti armati (ed attualmente si assiste ad un fenomeno singolare: da una parte il distacco dalla Corte degli Stati Uniti, tradizionalmente paladini entro certi limiti del ricorso alla giurisdizione, e, dallaltra, lavvicinamento cauto e graduale dellURSS alla Corte, avvicinamento peraltro rimasto finora solo allo stadio delle intenzioni). 4.3. Le nuove tendenze del positivismo Nei due ultimi decenni si sono venute profilando, allinterno del positivismo tradizionale, nuove ed interessanti tendenze verso una sempre maggiore apertura della scienza giuridica nei confronti della realt in-

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ternazionale ed un graduale abbandono dei grandi temi teorici che avevano tanto affascinato ed affaticato i giuristi, negli anni precedenti. Vediamo in maniera particolareggiata gli aspetti salienti di questo interessante processo di revisione e di aggiornamento. a) Il declino del formalismo giuridico. Questo declino si manifesta in pi modi. Anzitutto, come ho appena detto, nel graduale scemare di interesse per i temi prevalentemente teorici. Anche quando questi vengono ancora studiati, non lo sono pi nella loro dimensione puramente astratta e formale, ma piuttosto in relazione ai nuovi procedimenti di codificazione, o alla luce dellevoluzione della prassi internazionale. Basti pensare, al riguardo, ai tre grandi temi delle fonti, dei rapporti tra diritto interno e diritto internazionale e della responsabilit internazionale. La problematica dellaccordo internazionale costituisce ancora oggetto di indagini e ricerche, ma tutte polarizzate sulla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati. Si pensi ai saggi di Capotorti (1969b), di Ago (1971) nonch, tanto per fare qualche esempio, alle monografie di Mosconi sulla formazione dei trattati (1968), di Sico sugli effetti del mutamento delle circostanze sui trattati internazionali (1983), della Ziccardi Capaldo sulla competenza a denunciare i trattati internazionali (1983), di Pisillo Mazzeschi sulla risoluzione e sospensione dei trattati per inadempimento (1984), della Sciso sugli accordi internazionali confliggenti (1986). Anche indagini su altri aspetti delle fonti non sono pi condotte in termini astrattamente teorici, ma si nutrono di continui riferimenti alla prassi. Si pensi alla monografia di Conforti sulla funzione dellaccordo nel sistema delle Nazioni Unite (1968), allamplissimo saggio di Arangio-Ruiz sul ruolo normativo dellAssemblea generale delle Nazioni Unite (1972) e al corso allAja di Ferrari Bravo sui metodi di ricerca della consuetudine internazionale nella prassi degli stati (1985). Quanto ai rapporti tra diritto interno e diritto internazionale, alcuni giuristi che gi avevano dato prove importanti ed autorevoli nel passato ritornano sul tema con ottiche ed impostazioni nuove (penso soprattutto ai numerosi ed autorevoli saggi di Sperduti e di Pau), mentre altri preferiscono affrontare il problema con riferimento specifico a norme dellordinamento italiano (si pensi ai saggi di Bernardini, Condorelli e di A. Cassese sulla Costituzione italiana) o in chiave comparata (si pensi soprattutto ai saggi di Calamia e A. Cassese). Passiamo infine al tema della responsabilit internazionale, che dominato dai rapporti di Ago per la Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite. Anche qui i grandi problemi del passato vengono riconsiderati in unottica moderna e aggiornata. Si pensi, ad esempio,

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ai saggi di Arangio-Ruiz sulla responsabilit per danni nucleari (1960), di R. Luzzatto sulla colpa (1968), di Starace sugli obblighi verso la comunit internazionale (1976), di Pillittu sullo stato di necessit (1981), di Picone sugli obblighi reciproci e gli obblighi erga omnes in materia di inquinamento (1983), alla monografia della Carella in materia di crimini internazionali (1985) e agli articoli di B. Conforti (1989) e di A. Cassese (1989) sulla stessa materia. Unaltra cospicua manifestazione del declino del formalismo consiste nellapertura sempre maggiore verso temi di attualit: su di essi i giuristi tentano ora di dare il contributo di chiarificazione e di illuminazione consentito dalluso accorto degli strumenti dellindagine giuridica. Al riguardo, mi limiter a segnalare due circostanze importanti, attinenti entrambe alla Rivista di diritto internazionale, un autorevole periodico che da sempre ha costituito il palladio e il vessillifero del rigore formalistico pi agguerrito e militante. La prima delle due circostanze consiste in ci: a partire dal 1974, e per merito precipuo di A. Malintoppi, viene introdotta nella Rivista una nuova rubrica, Panorama, che intende occuparsi con note rapide e puntuali, di episodi, avvenimenti, incidenti, di grande attualit. Orbene, questa rubrica, soprattutto per merito di G. Gaja (ma con apporti assai interessanti di V. Starace, R. Adam e N. Ronzitti, per non citare che coloro che pi vi hanno collaborato) ha saputo richiamare lattenzione degli internazionalisti non solo su casi pratici o incidenti diplomatici caratteristici o indicativi delle nuove tendenze di sviluppo della comunit internazionale, ma anche su errori e storture del legislatore italiano o internazionale. In tal modo questa rubrica ha felicemente combinato il rigore giuridico con lattenzione ai fatti, lindagine de lega condita con la critica legislativa e le proposte de jure condendo. In breve, le distinzioni operate nel 1919 da Tomaso Perassi, ma poi cadute nelloblio per il prevalere della sola domtnatica giuridica, sono state riprese e si assiste al ritorno di una felice utilizzazione di tutta la gamma degli strumenti dellindagine giuridica, per pi fini. La seconda circostanza risiede in ci: soprattutto a partire dagli inizi degli anni Settanta anche la sezione concernente gli articoli di dottrina della Rivista di diritto internazionale si gradualmente aperta a temi di attualit o di grande interesse pratico. A titolo di esempio, e limitandomi agli anni Settanta e Ottanta (fino al 1987), ricorder oltre agli innumerevoli contributi sul nuovo diritto del mare, i numerosi saggi sulluso della forza (Spatafora, 1968; Panzera, 1981; 1986; Alaimo, 1981; Gentili, 1984; Ronzitti, 1983; Sciso, 1977; 1983; 1987), sul terrorismo (Panzera, 1975a; 1975b; Mosconi, 1979), sui problemi dellinquinamento

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(Ferone, 1972a; 1972b; Florio, 1980; Sisto, 1980; Gestri, 1986), sui diritti umani (Condorelli, 1970; 1971; Pocar, 1972; Sperduti, 1974a; 1974b; Bobbio, 1974; Paladin, 1974; Chiavario, 1974; Benvenuti, 1974; Cassese, 1974; Capotorti, 1980; 1981; Sapienza, 1981; 1987; Bellini, 1981), sul diritto bellico moderno (Benvenuti, 1981; Barile, 1985), sui rapporti economici internazionali (Radicati di Brozolo, 1975; 1980; Venturini, 1983) nonch i molteplici scritti su una variet di temi e problemi disparati, ma tutti di grande attualit (Riccioli, 1977; Back Impallomeni, 1981; Ziccardi Capaldo, 1985; Gioia, 1984; Salerno, 1986; Cataldi, 1987; Tanzi, 1987; Ancillotti, 1987) e, in particolare, i1 gruppo di lavori sul trattato italo-jugoslavo di Osimo del 10 novembre 1975 (Bartole, 1977; Conetti, 1977; Florio, 1977; Sinagra, 1977; Udina, 1977). Accanto a questi scritti, non bisogna trascurare n i numerosi saggi in cui i problemi dei rapporti tra diritto interno e diritto internazionale vengono esaminati in unottica moderna, e con particolare riferimento al diritto italiano (Gaja, 1968; Morelli, 1976; Condorelli, 1979; Carella, 1981; Morviducci, 1982; Salerno, 1982; Mori, 1983; Cannone, 1984), n alcuni contributi scientifici su alcuni aspetti contemporanei del processo decisionale internazionale, il cosiddetto consensus (Cassese, 1975a; Barile, 1979). b) Lapertura verso nuove tecniche e modalit della ricerca. Agli inizi degli anni Settanta un gruppo di autorevoli giuristi della vecchia generazione, guidato da R. Ago, e composto da R. Monaco, F. Capotorti, M. Giuliano, G. Sperduti e P. Ziccardi, ebbe il merito di mettere PItalia al passo con i grandi paesi di alta tradizione giuridica, che gi da anni avevano elaborato raccolte di prassi diplomatica e di giurisprudenza nazionali. Utilizzando le strutture universitarie esistenti, ma con fondi generosamente messi a disposizione dal CNR, vennero cos messe in cantiere due importanti iniziative: da una parte, una raccolta di prassi diplomatica italiana (finora sono stati pubblicati 6 volumi, che coprono un arco di tempo che va dal 1861 al 1918; SIOI-CNR, 1970-80). Dallaltra, si procedette allo spoglio sistematico, alla selezione e alla riproduzione a stampa della giurisprudenza italiana di diritto internazionale (pubblico, privato, amministrativo, tributario, penale e processuale) (Lamberti Zanardi, Luzzatto, Sacerdoti e Santamaria, 1973; Santamaria 1984; Barsotti e Cassese, 1973; Rottola e Starace, 1973). Entrambe queste iniziative non possono esaurirsi in pochi anni, e sono infatti ancora in corso (la raccolta di giurisprudenza, finora relativa agli anni 1861-1890, in 7 volumi). Scopo di queste due importanti iniziative non solo quello di scavare nel ricco materiale documentario italiano

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e renderlo di pubblico dominio, o di fornire agli autori italiani e stranieri strumenti di conoscenza che consentano di ricostruire le norme internazionali non soltanto sulla base della prassi o della giurisprudenza di alcuni grandi paesi occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania). Uno degli scopi, e degli effetti principali, di quelle iniziative consiste anche nello stimolare sempre pi le nuove generazioni a rivolgere la loro attenzione alle manifestazioni concrete degli stati e al loro comportamento effettivo, al fine della individuazione di norme e istituti internazionali. Quelle iniziative avevano, in altri termini, un grande valore pedagogico. Un altro loro carattere importante consiste in ci: per la prima volta si rompeva con lannosa tradizione delle ricerche individuali, e si stimolava un lavoro (certo pre-scientifico, se si vuole, ma di altissima valenza culturale) di gruppo. In effetti, ad ampie quipes di giovani studiosi, sagacemente guidate dai maestri, che veniva affidato il compito di effettuare quelle raccolte. Anche questo profilo aveva un importante valore psicologico ed educativo: stata infatti inculcata lidea che il lavoro di gruppo ha dignit scientifica, costituisce cio uno dei momenti o degli aspetti necessari dellattivit di ricerca dei singoli studiosi. La ricerca scientifica non deve includere solo una componente individuale ma pu e deve abbracciare anche la componente collettiva, non meno importante e significativa per il progresso della scienza. Questa attivit di gruppo si manifestava anche in altre direzioni. Cos, un gruppo di studiosi (R. Monaco, F. Durante, A. Del Vecchio, C. Curti Gialdino, G. Caridi), in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, predisponeva una serie di studi e ricerche per la documentazione automatica sugli accordi stipulati dallItalia. Tre studiosi della scuola milanese (M. Giuliano, F. Lanfranchi e T. Treves, 1968) predisponevano inoltre un corpo-indice degli accordi bilaterali in vigore tra lItalia e gli stati esteri. Contemporaneamente altri studiosi approntavano importanti raccolte della giurisprudenza della Corte Costituzionale italiana in materia internazionale (Gaja, 1966; Starace e De Caro, 1977; Carbone, 1988) raccolte che saranno tra breve seguite da un Repertorio della giurisprudenza di diritto internazionale pubblico (1960-1985), diretto da B. Conforti e P. Picone. Accanto a queste opere, grande importanza pratica non disgiunta da un indiretto stimolo a conoscere i testi di prima mano rivestono una serie di raccolte di trattati internazionali, di commentati di accordi, cos come le importanti introduzioni ad alcuni trattati internazionali di particolare rilievo, edite dalla SIOI (Quadri, Monaco e Trabucchi, 1955;

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1970; Vitta e Grementieri, 1981; Commissione nazionale per la realizzazione della parit tra uomo e donna, 1985; Corsini, 1958a; 1958b; Pocar e Tamburini, 1983; Panebianco, 1974; 1975-85; Giuliano, Pocar e Treves, 1981; Pocar, 1980; Pisani e Mosconi, 1979; Kojanec, 1969; 1977-82-86; 1980-81). Mentre tutti i lavori che ho appena citato sono frutto della collaborazione di pi studiosi, singoli giuristi hanno proceduto alla compilazione di raccolte di casi pratici ad uso degli studenti universitari, non meno importanti, almeno sul piano didattico: da segnalare quelle di A. Cassese (1973) sul diritto internazionale bellico moderno, di Panebianco (1977) sullo sviluppo dellorganizzazione internazionale, di Biscottini (1981) sulla giurisprudenza italiana relativa alla Convenzione europea dei diritti umani, di Picone e Sacerdoti (1982) sul diritto internazionale economico, di Starace (1981) sugli impegni internazionali dellItalia, di Mengozzi (1986) sul diritto comunitario, nonch quella, di contenuto generale, di G. Badiali (1983). c) Lemergere di pi centri scientifici e di riviste ad essi collegate. Una delle caratteristiche di questo periodo pi recente dellevoluzione della scienza internazionalistica italiana il fatto che mentre continua, ma si affievolisce, la tradizione dei grandi capiscuola, non emergono nuovi maestri capaci di avere la stessa forza di attrazione scientifica ed accademica. Si ha piuttosto un moltiplicarsi di centri o poli di ricerca, diretti da studiosi eminenti. Spesso questi centri avvertono lesigenza di esprimere le particolari inclinazioni scientifiche ed esigenze accademiche dei loro leader attraverso una rivista giuridica. Cos, accanto alla vecchia e gloriosa Rivista di diritto internazionale (di cui peraltro ho gi detto che si gradualmente aggiornata, divenendo pi sensibile alle nuove realt internazionali), all annuario Comunicazioni e studi dellIstituto di diritto internazionale e straniero dellUniversit di Milano, ed a Diritto internazionale (creata nel 1937, vissuta sino al 1941; ripresa negli anni 1949-53, e poi nel 1959-71), espressione della scuola di Milano (G. Balladore Pallieri, G. Biscottini) e delle sue preferenze per i temi concreti ed attuali, si ha una proliferazione di periodici: Annuario di diritto internazionale (1965-68) diretto da R. Quadri e mirante chiaramente a riflettere le concezioni e a promuovere le tematiche della scuola napoletana diretta dallinsigne giurista; la Rivista di diritto europeo, creata nel 1961, e motivata soprattutto dallesigenza di trattare i temi posti dallintegrazione dellEuropa occidentale; il periodico Diritto comunitario e degli scambi internazionali (1962-74 e dal 1974 in poi), anchesso motivato dallesigenza di attirare lattenzione degli studiosi su un parti-

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colare settore del diritto internazionale, ed infine la Rivista di diritto internazionale privato e processuale (dal 1965). Questultima si distingue dalle altre non solo per il suo oggetto specifico, ma anche e soprattutto per il fatto di rivolgersi, oltre che al pubblico normale degli studiosi, anche agli operatori, ai pratici (avvocati e magistrati), in funzione dei quali vengono trattati temi concreti e di grande importanza operativa, vengono riprodotte sentenze assai fresche ed fornita uninformazione pratica puntuale ed utilissima. Sotto questo profilo la rivista, che non inferiore alla classica Rivista di diritto internazionale per la qualit dei contributi che accoglie, costituisce un fatto nuovo nella scena italiana. Un caso a parte costituisce lItalian Yearbook of International Law, fondato nel 1975 su iniziativa di un gruppo di giuristi (soprattutto F. Capotorti, B. Conforti e L. Ferrari Bravo) con lo scopo precipuo di offrire al pubblico internazionale, in una lingua ad esso accessibile, i migliori contributi della scuola giuridica italiana, nonch rassegne di prassi diplomatica e di giurisprudenza italiana, e recensioni delle pi importanti opere di dottrina pubblicate in italiano. I vari volumi finora pubblicati assolvono egregiamente questo scopo di contatto con il mondo esterno. Essi risultano di grande utilit anche per il giurista italiano, non fossaltro perch certe rubriche (penso soprattutto a quella relativa alla prassi diplomatica e parlamentare italiana, a quella contenente testi di sentenze italiane ampiamente commentate e chiosate) non sono altrimenti accessibili al pubblico italiano. d) Linteressamento per tematiche precedentemente trascurate nonch per problemi nuovi della comunit internazionale. Il declino del formalismo giuridico ha comportato tra laltro un vivo interessamento per temi concreti e attuali. Aggiungo che, nella produzione giuridica di questi ultimi anni, si possono distinguere due filoni di studi. Da una parte, si ha un rinnovato interesse per temi tradizionali, ma in ordine ai quali recentemente hanno avuto luogo importanti modificazioni legislative. Su questi temi la dottrina italiana si ampiamente soffermata, esaminandoli nella loro nuova dimensione legislativa: mi riferisco, in particolare oltre alle tematiche del diritto dei trattati, dei rapporti tra diritto interno e diritto internazionale e della responsabilit internazionale, alle quali ho gi fatto cenno in precedenza a quelle del diritto del mare e del diritto della guerra. Laltro filone concerne temi che invece sono affatto nuovi, perch costituiscono manifestazioni nuove ed attuali della realt internazionale: il terrorismo, linquinamento, le guerre di liberazione nazionale, i rapporti economici Nord-Sud, i diritti umani, la conquista dello spazio ex-

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traatmosferico, i nodi principali dei rapporti tra stati e imprese straniere, le varie forme di ricorso alla forza armata da parte degli stati, al di fuori della guerra. e) Lemergere di un certo interesse per problemi attinenti alla formazione, conduzione o estrinsecazione della politica estera. Accanto alle problematiche appena accennate, si profila tra gli internazionalisti italiani il manifestarsi di un notevole interesse per aspetti tradizionalmente ignorati, perch ritenuti non pertinenti alloggetto della dommatica giuridica. Mi riferisco agli studi organizzati e curati da A. Cassese sul ruolo del parlamento nella conduzione della politica estera, tematica esaminata sia nella dimensione italiana (Cassese, 1982a) sia in quella comparatistica (Cassese, 1982b). Molto interessanti sono altres il saggio di G. Gaja sul controllo parlamentare dellattivit normativa delle Comunit Europee (Gaja, 1973) nonch gli scritti di Gaja e di Treves sui problemi attinenti alla accessibilit dei trattati ai giuristi (Gaja, 1967; Treves, 1978). Si tratta di problematiche che prima venivano considerate di carattere politologico e quindi di pertinenza esclusiva dei cultori di scienza politica perch non attengono direttamente allinterpretazione delle norme internazionali o al funzionamento di istituzioni internazionali, ma piuttosto al modo in cui lattivit giuridica o giuridico-politica degli stati nel campo internazionale si articola o si manifesta, nonch ai problemi sollevati dalla conoscenza pratica di quellattivit da parte dei giuristi. f) Linizio di una consapevolezza storica circa gli sviluppi della scienza giuridica internazionalistica o il contributo dei giuristi allevoluzione delle istituzioni. Negli anni Settanta comincia a profilarsi anche un certo interesse degli internazionalisti italiani per la dimensione storica della loro scienza o per loperato dei giuristi. Al riguardo va segnalato anzitutto il saggio di A. Cassese (1977) sul contributo degli internazionalisti ai lavori del Ministero per la Costituente di cui stato scritto che nei trentanni della terza serie della Rivista [di diritto internazionale], a parte alcune commemorazioni di giuristi recentemente scomparsi, lunico che si possa ascrivere alla categoria di studi diretti ad esaminare specificamente lapporto degli internazionalisti italiani alla scienza o alla pratica (Gaja, 1984, p. 65). Sono poi da ricordare alcuni significativi saggi di M. Giuliano (1982), G. Gaja (1984; 1987) e M. Panebianco (1987) sullevoluzione recente o passata della scienza giuridica italiana.

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g) Laccentuarsi dellanalisi dellevoluzione storica del diritto internazionale. In passato gli internazionalisti italiani avevano dedicato solo sporadiche indagini allo sviluppo storico del diritto internazionale: penso alla parte della monografia di Sereni (1943) consacrata a questi problemi, parte peraltro limitata allItalia, ad un saggio di Giuliano (1950a) e soprattutto a certe pagine delle lezioni di Ago (1943) e di Balladore Pallieri (1962). Negli ultimi decenni c stato invece un inizio di interesse per questa area di studi. Particolarmente interessanti, sotto questo profilo, sono le Lezioni di diritto internazionale di L. Ferrari Bravo (1974), in cui viene effettuato un ampio ed acuto esame dellevoluzione della comunit internazionale dalle origini allepoca attuale: i punti cruciali di sviluppo di quella comunit sono lucidamente indicati; oltre a ci i principali istituti giuridici internazionali contemporanei sono considerati nella loro dimensione storica. Numerosi sono poi i saggi di R. Ago dedicati alle origini della comunit internazionale (Ago, 1978; 1981) e allo stesso tema sono anche consacrate alcune pagine delle Lezioni di diritto internazionale di G. Barile (1983) e del manuale di M. Giuliano, T. Scovazzi e T. Treves (1983). Accanto a queste indagini, vanno segnalati in particolare un breve scritto di Ago (1983) su Grozio e due interessanti studi di M. Panebianco: una monografia su Grozio ed unindagine sullevoluzione recente dell organizzazione internazionale (Panebianco, 1974; 1983). h) Il declino dellunione accademica di diritto internazionale pubblico e privato. Ho gi detto che una delle caratteristiche tradizionali della scuola internazionalistica italiana consisteva nella circostanza che si richiedeva allo studioso di occuparsi, a livello scientifico, sia del diritto internazionale pubblico che di quello privato. Ed ho anche indicato gli inconvenienti che tale necessit accademica comportava: soprattutto laccentuarsi dellimpostazione civilistica per i problemi del diritto internazionale pubblico (i quali invece esigono un metodo radicalmente diverso da quello proprio delle discipline privatistiche). Ebbene, a partire dagli anni Sessanta la scuola italiana comincia ad accettare il fatto che certi internazionalisti non intendono occuparsi che di uno solo di questi settori, perch scarsamente attratti dallaltro. Per ora questi casi sono rimasti isolati. Mi sembra per importante che quel matrimonio non venga pi considerato necessario. Probabilmente ci ha avuto qualche effetto benefico, a livello di metodo e di scelta delle tematiche. In ogni caso, si deve ricordare che un contributo importante al divorzio stato fornito dalla creazione, nel 1965, della Rivista di diritto internazionale privato e processuale, che sin dallanno della sua fon-

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dazione ha costituito un importante polo di attrazione ed una significativa tribuna per tutti coloro che intendevano consacrarsi esclusivamente o prevalentemente al diritto internazionale privato o processuale. 4.4. I principali orientamenti della scienza internazionalistica contemporanea Lillanguidirsi del magistero dei grandi capiscuola del passato, lassenza di nuovi leader capaci di guidare in maniera decisiva, con la loro personalit scientifica, tutta una generazione di studiosi, il frantumarsi dei blocchi accademici, prima monolitici, in una molteplicit di centri di interesse e di ricerca, lemergere delle nuove generazioni con i loro interessi per le nuove problematiche della comunit internazionale: tutto ci contribuisce a rendere il quadro della dottrina internazionalistica attuale estremamente ricco, mosso e variegato. ovvio che non si potr quindi rendere giustizia a tutti gli importanti o interessanti contributi che sono apparsi negli ultimi venti anni. Mi limiter dunque ad un affresco, ad una serie di notazioni impressionistiche, che dovranno essere approfondite, verificate e calibrate da ulteriori studi e ricerche. E, pi che indicare contributi di singoli studiosi, cercher di porre laccento sulle tendenze e sui grandi orientamenti. Nel vasto e screziato panorama della letteratura internazionalistica italiana, si nota anzitutto il permanere di tendenze che mirano a premiare i dati formali del diritto. Sotto questo profilo sono in particolare da segnalare le indagini accuratissime e rigorose di F. Capotorti e V. Starace. Unaltra tendenza consiste nella riaffermazione, lo sviluppo e larricchimento di impostazioni teoriche gi originalmente affermate nel passato. A questo riguardo sono da ricordare soprattutto due autorevoli studiosi, G. Arangio-Ruiz e P. Ziccardi. Unaltra tendenza che si pu ravvisare nella dottrina contemporanea consiste nel tentativo di superare certe fondamentali premesse positivistiche, facendo appello a valori ed esigenze di carattere essenzialmente etico. Questa tendenza si manifesta soprattutto in G. Sperduti, un allievo di T. Perassi che si sforzato da sempre di aggiornare e attualizzare il positivismo, rivedendone le fondamenta alla luce degli sviluppi della comunit internazionale e soprattutto di una serie di valori metagiuridici. Ci che caratteristico di Sperduti lo sforzo di ricondurre tali valori nel quadro del diritto positivo, interpretando il diritto come sistema di comandi giuridici che incorporano anche precetti morali. Tale tentativo si era gi manifestato in una importante nozione elaborata in passato dallo Sperduti: quella di riconoscimento in diritto internazionale di esi-

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genze della coscienza pubblica, come procedimento di creazione di norme internazionali. Tale procedimento consisterebbe nel riconoscimento, da parte di sufficienti forze rappresentative della societ internazionale da parte dellinsieme degli stati o da parte degli stati che in un certo momento storico costituiscono le forze sociali dominanti dellobbligatoriet giuridica di principi, gi presenti nellambiente sociale internazionale come grandi principi di etica sociale e la cui traduzione in regole giuridiche si afferma storicamente quale esigenza della coscienza pubblica (Sperduti, 1958, pp. 69-70). Al riguardo Sperduti d come esempi le norme generali che vietano la schiavit e la guerra di aggressione. Come si vede, questo concerto solo in apparenza giusnaturalistico: in realt esso riconduce un insieme di valori etici nel quadro rigoroso del diritto. Nellevoluzione pi recente del suo pensiero, Sperduti mostra un accentuarsi della sua sensibilit per i valori extragiuridici. Mi riferisco in particolare ai numerosi e significativi scritti sui rapporti tra diritto interno e diritto internazionale (Sperduti, 1976; 1978; 1979; 1981a; 1981b; 1982). Un altro gruppo di studiosi si mostra, al pari di Sperduti, attento a valori ed esigenze extragiuridiche, sforzandosi per di tenerne conto nellanalisi di singole norme o istituzioni giuridiche internazionali o interne. Per questi studiosi lapertura verso valenze ideologiche o etico-politiche opera nel senso di indurli a scegliere, come oggetto di esame, certi temi giuridici piuttosto che altri, ad utilizzare certi specifici canoni interpretativi (linterpretazione teleologica, ad esempio, pi di quella logicosistematica), e a porre in luce certe esigenze sottese dalle norme giuridiche o soggiacenti tutto il sistema normativo di cui quelle norme fanno parte. Un altro tratto saliente, e non il meno importante, di questa corrente, costituito dalla tendenza a tener conto del contesto politicosociale delle norme giuridiche, dellalone globale in cui vive la norma. Devo tuttavia avvertire che i vari studiosi che mostrano le inclinazioni che ho appena accennato non formano un gruppo, non sono legati dai vincoli di una scuola, ma sono accomunati solo dalla circostanza di mostrare talune affinit generali. Ciascuno di essi del tutto autonomo. A mero titolo esemplificativo, ricorder i saggi di Bernardini (1973) e di Cassese (1975b) sulle norme della Costituzione italiana relative al diritto internazionale, gli scritti assai suggestivi e brillanti di Condorelli sul ruolo del giudice interno nei riguardi dei trattati internazionali, e pi in generale sui rapporti tra esecutivo e potere giudiziario (Condorelli, 1974), nonch il saggio del 1979 sullart. 10 comma 1 della Costituzione italiana (Condorelli, 1979). Vorrei inoltre richiamare lattenzione sugli importanti contributi di Ferrari Bravo, particolarmente sensibili

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alla realt delle nuove manifestazioni della comunit internazionale, e sempre ispirati dalla esigenza di tener conto del generale quadro storicopolitico nel quale vivono gli istituti giuridici. Tra gli studiosi che tendono ad abbracciare questo orientamento, spicca in particolare P. Picone, certamente uno degli ingegni pi vivaci ed originali della nuova generazione di internazionalisti. Un ulteriore e interessante filone, che venuto affermandosi sempre pi, mira a tenere il massimo conto della prassi internazionale. Gli autori pi rappresentativi di questo indirizzo (in particolare M. Giuliano, F. Pocar e N. Ronzitti) si sono occupati in modo privilegiato di istituti giuridici che sono tipici della realt internazionale attuale e risultano regolati da norme consuetudinarie. Essi hanno indagato quegli istituti non tanto per inquadrarli sistematicamente nei concetti generali del diritto internazionale, o per coglierne i profili formali o per sottolinearne la dimensione logicoconcettuale. Il loro fine precipuo di indagare il comportamento reale degli stati e di altri attori internazionali, per delineare i contorni e il contenuto degli istituti giuridici pertinenti alla luce di una analisi attentissima ed esauriente della prassi internazionale. Il grosso della dottrina attuale di diritto internazionale forse caratterizzato da una felice combinazione della tradizione positivistica o normativistica con un vigile senso della realt internazionale. Ne risultano indagini rigorose per metodo e impeccabili sul piano dellimpostazione dei concetti, ma nel contempo sensibili ai dati della prassi diplomatica e giurisprudenziale, e concrete sia nella scelta delle tematiche sia nello svolgimento dellanalisi e nella ricostruzione degli istituti giuridici. In breve, siamo in presenza di contributi scientificamente rigorosi ma del tutto privi del formalismo e del concettualismo che inficiavano tanti scritti di studiosi attivi nei decenni passati. Sotto questo profilo, sono da segnalare, in particolare, B. Conforti, G. Gaia, R. Luzzatto, T. Treves, R. Barsotti, P.L. Lamberti Zanardi, S. Marchisio, G. Strozzi, P. Benvenuti, A. Dav e A. Cassese. Nel quadro di questa tendenza, emerge tuttavia, per loriginalit della sua visione del diritto internazionale, uno dei pi autorevoli internazionalisti delle ultime generazioni: B. Conforti. Soprattutto nella sua opera pi impegnativa, le lezioni di diritto internazionale (Conforti, 1987), egli insiste sul ruolo, proprio delle norme internazionali, di guida dellazione quotidiana degli organi statali incaricati dellapplicazione del diritto: giudici, avvocati, organi amministrativi, legislatori. Conforti giustamente tiene a ribadire un concetto (presente nella dottrina internazionalistica tedesca e italiana sin dallopera del Triepel del 1899 sul diritto interno e diritto internazionale): quello secondo cui il diritto inter-

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nazionale rimane impotente se non viene attuato concretamente dagli ordinamenti statali dei singoli soggetti della comunit internazionale. In altri termini, le norme internazionali, per poter produrre i loro effetti, hanno bisogno di essere rese operative dai vari organi che allinterno di ciascun stato agiscono nei rispettivi settori di competenza (giudici, ecc.). Movendo da tale presupposto, Conforti si prefigge il compito di esaminare le norme e gli istituti internazionali attraverso lottica del diritto interno, e cio studiando come, nellordinamento italiano che quello che egli presceglie come suo osservatorio specifico i vari organi statali interpretano ed applicano le norme internazionali. Questa ottica internistica certamente assai feconda, perch consente di mettere in luce latteggiamento concreto assunto dai vari organi statali nei confronti delle norme internazionali. In particolare, essa ha tre meriti specifici. Primo, permette di schivare lesame di problemi puramente teorici, ossia privi di una dimensione pratica e concreta. Secondo, consente di individuare storture, fraintendimenti e concezioni errate degli organi statali, e di contribuire cos alla revisione critica di quegli atteggiamenti fallaci; quel metodo ha dunque unimportante valenza critica e operativa, in quanto suscettibile di incidere sul comportamento concreto degli organi statali. Terzo, quel metodo riveste un importante ruolo a livello didattico; ed infatti Conforti avverte che il suo libro si dirige agli operatori giuridici interni, o meglio intende contribuire alla formazione internazionalistica dei futuri operatori giuridici interni, particolarmente dei giudici, nellambiziosa speranza di contribuire ad eliminare lacune ed errori p. 10). Da questo punto di vista, non si pu che ritenere salutare il grande successo che il libro di Conforti sta avendo in quasi tutte le facolt giuridiche italiane, dove assolve un ruolo pedagogico rilevantissimo. Detto ci, occorre per anche esprimere qualche riserva sullimpostazione accennata. Essa, in effetti, finisce per perdere docchio la vera dimensione dei rapporti tra stati (e tra questi ed altri enti internazionali associati): dimensione politico-diplomatica, che esiste come tale, prima di essere filtrata attraverso lapplicazione giudiziale o amministrativa interna. Se vero che il diritto internazionale adempie una importante funzione nel guidare ed orientare la condotta degli stati e di altri soggetti, nelle relazioni internazionali, anche vero che questa funzione viene assolta gi prima della traduzione delle regole internazionali in norme interne, e a prescindere da tale traduzione. Se non si tiene conto di questa valenza politico-diplomatica delle regole giuridiche internazionali di comportamento, non si coglie uno dei ruoli principali del diritto della comunit internazionale.

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In secondo luogo, lottica internistica finisce necessariamente per essere improntata a criteri nazionali (non necessariamente nazionalistici, almeno nel caso di Conforti, che affatto aperto ai valori della comunit internazionale). Per essere coerente e completa, quellimpostazione dovrebbe basarsi su un esame comparato dei principali sistemi statali contemporanei, per accertare come il diritto internazionale viene interpretato ed applicato in ciascuno di essi. Soprattutto per esigenze di completezza, mi sembra opportuno segnalare, infine, un approccio al diritto internazionale auspicato e proposto negli ultimi tempi, sempre nel quadro del positivismo aggiornato e realistico cui ho appena accennato. Nellaccostarsi ai problemi del diritto internazionale, occorrerebbe muovere da quattro presupposti essenziali. Primo, sarebbe necessario riguardare le norme e gli istituti giuridici internazionali non in s e per s, ma come parti di un tutto (ossia come una delle manifestazioni dei rapporti internazionali, accanto ai rapporti strettamente diplomatici, politici, militari, strategici, ecc.). Le relazioni giuridiche possono essere districate dallinsieme solo attraverso una attenta operazione di isolamento chirurgico ad opera del giurista. Ma sarebbe erroneo estrapolarle completamente dal contesto generale in cui esse vivono e di cui si nutrono. Secondo, nellesaminare e studiare quei rapporti giuridici occorre naturalmente far uso del metodo proprio della scienza giuridica. Oltre ad esso, bisogna per anche ricorrere allindagine storica e a quella politologica, che possono contribuire ad illuminare i fattori pi propriamente giuridici. Con il che non si intende fare un passo indietro rispetto ai migliori risultati del positivismo, e rinunciare alla specificit del metodo giuridico. Se il positivismo, dopo aver sceverato i vari metodi, ha commesso lerrore di abbandonare del tutto lindagine storica e politologica, occorre oggi far uso di quelle altre discipline, senza tuttavia tradire o deformare la specificit del metodo di ciascuna di esse, ma utilizzandole in modo armonioso (anche se naturalmente, essendo lindagine prevalentemente giuridica, le scienze storiche e politologiche non potranno non avere un ruolo ancillare, in queste circostanze). In particolare, oltre a serbare intatta la specificit del metodo proprio delle scienze giuridiche, occorrer anche rispettare pienamente uno dei postulati di quella scienza, e cio la netta distinzione tra indagine de lege lata e proposte de lege ferenda. Terzo, lutilizzazione delle premesse appena accennate comporta, nel campo del diritto internazionale, che occorre sempre considerare il diritto internazionale nella sua dimensione storica. Occorre cio esaminare

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le norme giuridiche non come una astratta e quasi metafisica cristallizzazione di interessi metastorici, ma come il punto di approdo di specifici interessi di specifici enti, in una determinata situazione storica. Ci, in particolare, per tener conto del fatto che dalla sua formazione ad oggi il diritto internazionale ha subito profonde trasformazioni, che hanno mutato i principali istituti giuridici ed avuto unincidenza sul contenuto e la portata di norme tradizionali. Inoltre, le norme internazionali vanno considerate nella loro dimensione sociale. In altri termini, esse vanno viste tenendo conto del fatto che oggi il diritto risulta dal concorrere di tre grandi raggruppamenti di stati, ciascuno con propri interessi, ideologie e aspirazioni. Quarto, in passato le premesse e le implicazioni ideologiche dellindagine giuridica erano accuratamente tenute nascoste dalla dottrina, spesso anche perch i giuristi erano inconsapevoli delle ideologie e, ritenendo di fare scienza affatto neutrale e avalutativa, avallavano implicitamente il sistema politico-istituzionale (interno ed internazionale) esistente. Attualmente occorrerebbe abbandonare questo atteggiamento ingenuo ed uscire allo scoperto. Occorrerebbe cio dichiarare apertamente i propri presupposti e le proprie inclinazioni ideologiche. Ci, beninteso, non significa che si debba abbandonare la tradizionale e saggia separazione tra indagine scientifica e sistemi di valori, ed omettere di evitare sempre e con rigore che la prima venga inquinata surrettiziamente dai secondi, venga cio posta al servizio degli orientamenti ideologici e politici di chi dovrebbe invece condurre la ricerca scientifica con mente quanto pi possibile imparziale, e in ogni caso a carte scoperte. Il risultato di queste premesse dovrebbe portare a privilegiare, nella analisi giuridica degli istituti internazionali, le ricerche miranti ad accertare se e fino a che punto le norme adempiono un ruolo di orientamento del comportamento degli stati, o se altri fattori (interessi militari, esigenze geopolitiche, necessit economiche) riescono sotto questo profilo a mettere in ombra le norme giuridiche. Un altro tema da privilegiare dovrebbe essere lindividuazione dei fattori che possono garantire il rispetto delle norme internazionali anche al di fuori dei meccanismi di garanzia strettamente giuridici (perch previsti e regolati dal diritto). In particolare, una particolare accentuazione dovrebbe essere posta sul ruolo dellopinione pubblica come fattore volto a imporre losservanza di certe norme internazionali disciplinanti temi nei quali pi forte la pressione di interessi politici, economici e militari e correlativamente pi debole lincidenza delle garanzie giuridiche in senso stretto (si pensi, ad esempio, al diritto dei conflitti armati, al problema delluso della forza militare o alla grande tematica dei diritti umani). tuttavia

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evidente che se dalla sensibilizzazione a questa specifica problematica si passasse a studi specifici sul ruolo dellopinione pubblica in relazione a specifiche norme giuridiche, si finirebbe per sconfinare dallindagine giuridica vera e propria in quella sociologica2. 4.5. Gli internazionalisti e il mondo esterno A differenza che nel periodo precedente, in questi ultimi due decenni gli internazionalisti non hanno avuto una grossa occasione quale quella offerta dalla elaborazione della Costituzione, per apportare un contributo specifico ad unimpegnativa attivit pubblica. Ci che caratterizza questa fase, linfittirsi di conferenze diplomatiche internazionali dedicate a temi aventi una forte dimensione giuridica, nonch il molteplicarsi di incontri e riunioni internazionali (spesso nel quadro di organizzazioni internazionali), in cui richiesta la presenza del giurista. E dunque in questo campo che essi hanno assolto la loro funzione metascientifica pi importante. a) Gli internazionalisti e la politica estera italiana. La circostanza, che ho appena lumeggiato, del proliferare di incontri internazionali, ha comportato unutilizzazione notevole di internazionalisti da parte del Ministero degli Affari Esteri. Anche in questa epoca, come per il passato, il loro ruolo stato per sempre subordinato a quello dei diplomatici, perch le direttive sono state loro impartite dal capo della delegazione governativa italiana (di norma, un diplomatico) o comunque dagli uffici del Ministero degli Affari Esteri. Esiste qualche eccezione: ricorder la conferenza diplomatica di Vienna per il diritto dei trattati (1967-69), in cui la nostra delegazione era presieduta da Roberto Ago (poi eletto presidente della conferenza) e la conferenza diplomatica di Roma per lelaborazione di una convenzione internazionale contro il terrorismo marittimo (tenuta nel 1988 sotto gli auspici dellOrganizzazione Marittima Internazionale): la nostra delegazione era diretta da Luigi Ferrari Bravo, poi eletto presidente della conferenza.
2 Chi scrive ha cercato di orientarsi in conformit alle quattro premesse indicate nel testo. Si vedano, in particolare, i citati saggi sulla Costituzione italiana e il diritto internazionale, nel Commentario Branca alla Costituzione, nonch II diritto internazionale nel mondo contemporaneo, Bologna, il Mulino, 1984 e Modern Constitutions and International Law in Recueil des cours de lAcadmie de Droit International de La Haye, 1985 - III, vol. 192.

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Un impegno maggiore ha cominciato ad essere esplicato dagli internazionalisti, sempre nel quadro delle attivit del Ministero degli Affari Esteri, su impulso di L. Ferrari Bravo, nominato nel 1985 segretario generale del Servizio del contenzioso diplomatico. Egli ha riorganizzato il Servizio (nei limiti del possibile), ha dato maggiore impulso allattivit del Servizio stesso e ha fatto ricorso in misura maggiore a giuristi accademici, per la partecipazione a conferenze o organi internazionali. In misura minore, alcuni internazionalisti hanno lavorato come consulenti per il Ministero di Grazia e Giustizia (partecipazione a commissioni incaricate di elaborare progetti di legge o di effettuare studi preparatori) o per il Ministero della Marina Mercantile (per attivit analoghe), nonch, di recente, per il Ministero per le Politiche Comunitarie (dove un piccolo gruppo di internazionalisti svolge funzione di consulenza per il ministro). A parte questo impegno in relazione ad alcuni ministeri, gli internazionalisti continuano ad essere quasi del tutto assenti dal parlamento (con uneccezione: la presenza nella Camera dei deputati, per la VII legislatura, di Mario Giuliano, eletto nelle liste della Sinistra indipendente nel 1979; presenza che si fece sentire soprattutto in seno alla Commissione Affari Esteri), dalla Corte Costituzionale e dai partiti. Unico organismo di nomina governativa dove alcuni internazionalisti (Malintoppi, sostituito dopo la sua morte da G. Arangio-Ruiz; A. Cassese) hanno avuto un certo peso la Commissione per i diritti umani istituita da B. Craxi nel 1984 (e formalmente ancora in vita) presso Palazzo Chigi. b) Gli internazionalisti e lopinione pubblica. I tratti che avevo messo prima in rilievo, con riferimento al periodo precedente, si trovano confermati anche negli ultimi decenni. La cerchia degli internazionalisti si alquanto allargata, grazie allaumento delle cattedre e dei posti di associato e di ricercatore. Secondo calcoli approssimativi, queste tre catetorie comprendono oggi circa 150-200 persone. Se si aggiunge un certo numero di giovani aspiranti accademici, si arriva a non pi di 300 persone. Sono essi che costituiscono i principali fruitori della dottrina, fruitori in larga misura coincidenti anche con i produttori (tranne quegli accademici che ormai da anni si dedicano esclusivamente allattivit forense, e quindi n producono n, verosimilmente, leggono opere dei loro colleghi). Come si vede, la circolazione delle idee appare assai limitata, soprattutto se si aggiunge che, come per linnanzi, allestero si continua a non leggere i contributi scientifici italiani, pubblicati in italiano (uneccezione costituita dallItalian Yearbook of International

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Law), ed inoltre non stata ancora creata unassociazione degli internazionalisti italiani. Ci detto, devo aggiungere alcune precisazioni e riserve. In primo luogo, come avevo accennato prima, almeno il pubblico di un periodico (la Rivista di diritto internazionale privato e processuale) comprende probabilmente anche un certo numero di operatori giuridici (soprattutto avocati e magistrati), oltre agli accademici. Aggiungo che i tentativi di aggiornamento e di attualizzazione che si stanno verificando in seno alla Rivista di diritto internazionale, e che ho messo in rilievo avanti, hanno forse gi suscitato un certo interesse per tale rivista o auspicabilmente lo faranno nei prossimi anni presso un certo numero di diplomatici, pi sensibili alla dimensione giuridica dei problemi internazionali attuali. Insomma, mentre nel periodo precedente la circostanza che i lettori delle riviste internazionalistiche italiane si limitassero agli accademici era da imputare essenzialmente alle riviste stesse (per le loro tematiche ed il loro linguaggio), si assiste ora ad una maggiore apertura, da parte di quelle riviste, nei confronti di un pubblico pi vasto, aperture che finiranno forse per dare qualche frutto. In secondo luogo, gli internazionalisti cominciano a scendere nellagone giornalistico, anche se non in modo sistematico: G. Sperduti collabora saltuariamente al Corriere della Sera e a Il Tempo, G. Badiali a La Stampa, U. Leanza spesso intervistato dal Corriere della Sera, A. Cassese scrive saltuariamente su Il Messaggero, N. Ronzitti interviene abbastanza regolarmente sulle colonne de La Nazione. Questo fenomeno non va sottovalutato. Significa, da una parte, che gli internazionalisti sentono il bisogno di abbandonare ogni tanto le biblioteche, le aule accademiche e gli studi severi, per indirizzarsi in modo semplice e accessibile al grosso pubblico. Significa, daltro canto, che lopinione pubblica comincia ad essere sensibile alla valenza giuridica dei grossi problemi internazionali del momento. In terzo luogo, alcuni internazionalisti cominciano ad avvertire lesigenza di rivolgersi ad un pubblico pi vasto di quello composto dagli studiosi o dagli operatori del diritto: un pubblico costituito dal lettore medioalto, colto, intellettualmente o emotivamente partecipe delle vicende della realt internazionale, e desideroso di approfondire le problematiche giuridico-politiche. Va ricordato, al riguardo, sia la collaborazione di alcuni internazionalisti (Condorelli, Gaia, Treves, A. Cassese) a riviste quali Politica del diritto, sia la pubblicazione, da parte di A. Cassese, di alcuni volumi concepiti specificamente per il pubblico cui ho appena fatto riferimento (Cassese, 1987; 1988).

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In questo modo, una tradizione gi cos ricca e significativa in altri campi del diritto (basti pensare agli interventi giornalistici o lato sensu pubblicistici di P. Barile, S. Rodot, G. Amato, S. Cassese, A. Manzella, G. Neppi Modona) comincia ad estendersi anche al settore delle relazioni internazionali. 5. Osservazioni conclusive 5.1. La scienza internazionalistica italiana pu essere accusata di essere astratta e formalistica? Il lettore che mi avesse fedelmente seguito finora avr certamente trovato nelle pagine che precedono la risposta al quesito formulato allinizio di questo saggio: vero quel che si dice allestero della scuola internazionalistica italiana? (che cio essa mostra una imperdonabile inclinazione per i problemi teorici, formalistica, e tiene poco conto della prassi e della giurisprudenza internazionali). Ad ogni buon fine, ricapitoler brevemente i principali problemi esaminati e le conclusioni che mi sembrato di raggiungere. Agli inizi del 900, il dominio sempre pi diffuso del positivismo, se ha finito per mettere alle corde le residue resistenze giusnaturalistiche, non si depurato di ricchi umori storici e sociologici. Voglio dire che i giuristi (e basti ricordare D. Anzilotti, A. Cavaglieri e G. Ghirardini), pur dedicandosi allesame della realt internazionale con metodo rigorosamente giuridico, hanno continuato a tener docchio la dimensione storico-politica dei problemi. Ed alcuni di essi (mi riferisco a Ghirardini) gi tra gli anni Dieci e Venti si facevano beffe dellamore dellestetica dommatica, che cominciava a profilarsi nelle nuove correnti normativistiche. In effetti, intorno alla prima guerra mondiale e subito dopo comincia a prodursi tra gli internazionalisti (e soprattutto in Perassi) una progressiva rarefazione nella scelta dei temi, nellimpostazione e nella trattazione dei problemi. Il positivismo gradualmente si tramuta in formalismo: la realt diviene sempre pi remota e quel che finisce per contare la costruzione di concetti rigorosi e coerenti. Vengono in mente le sagge parole di Jhering contro der Kultus des Logischen, der die jurisprudenz zu einer Mathematik hinaufschraubt 3. Quando si instaura il fascismo, le autorit non sentono il bisogno di neutralizzare o piegare a s i giuristi: questi gi da soli avevano prov3

Scherz und Ernst in der Jurisprudenz, Leipzig, 1884, pp. 9-10.

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veduto ad espungere dai loro studi qualsiasi empito di critica sociale, ripudiando ogni indagine de lege ferendo, e rigorosamente esigendo che il giurista si limitasse allesame del diritto esistente, qualunque fosse il suo contenuto. Ci, tra laltro, ha reso possibile lutilizzazione da parte del Ministero degli Affari Esteri fascista di un internazionalista fine ed acuto come il Perassi (un giurista rimasto sempre fedele ai suoi ideali democratici repubblicani, ma che essendo nel contempo un positivista coerente e concependo il suo compito di giurista come quello di mero tecnico, ha potuto poi porsi al servizio di autorit illiberali, finendo per essere definito da G. Ciano, allora ministro degli Affari Esteri, come professionista del cavillo). Il clima generale del fascismo non poteva non provocare dei contraccolpi negli internazionalisti (e pi in generale nei giuristi italiani). Per cercare di rimanere quanto pi possibile estranei a compromissioni con il regime, essi sempre pi trasformano lanalisi giuridica in un gioco puramente dialettico e formalistico. La scienza giuridica subisce cos gradualmente uninvoluzione, tendendo sempre pi verso il normativismo e puro logicismo. Leggendo gli scritti di questepoca si ha limpressione di rivedere i tre famosi quadri di Mondrian raffiguranti un albero che diventa, nel passaggio dalluno allaltro, sempre pi astratto, stilizzato ed evanescente, quasi una figura geometrica depurata di ogni richiamo alla realt effettuale. Il secondo dopoguerra, con il crollo del fascismo e linstaurarsi di un sistema democratico, ebbe gradualmente effetti benefici anche per gli internazionalisti. Ci avvenne assai lentamente, ch esiste presso i giuristi un fenomeno di vischiosit storica che impedisce loro di dismettere con rapidit i vecchi abiti mentali e di aggiornare le idee ricevute; inoltre, lincidenza ed il rilievo del formalismo giuridico cristallizzatosi durante lepoca fascista sono stati tali da richiedere molti anni, prima di scemare gradualmente. In ogni caso, gli internazionalisti hanno cominciato a tornare ai problemi reali della comunit internazionale, hanno abbandonato il vecchio concettualisrno, si sono impadroniti di nuove tecniche di indagine, pi moderne e pi al passo con i tempi: basta confrontare con la dottrina il breve sommario dei principali fatti internazionali del secondo dopoguerra, che ho tracciato sopra, per rendersi conto dei progressi compiuti nel senso di una presa datto della realt. La maturazione di questo nuovo modo di guardare ai fenomeni della comunit internazionale si avuta verso la fine degli anni Sessanta. Da allora, si pu ben dire che la scienza giuridica italiana, oltre a mostrare i consueti caratteri di rigore logico e di correttezza del metodo quei caratteri per i quali gi prima poteva essere considerata non inferiore alla dot-

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trina internazionalistica di altri paesi ha anche imboccato una strada che la porta verso lesame corretto e realistico di temi e problemi attuali, in uno sforzo sempre maggiore di rivolgersi non solo agli altri studiosi ma anche ad un pi largo pubblico. Ancora una volta, un raffronto dei contributi recati dalla dottrina negli ultimi venti anni con lindicazione dei principali nodi politici, economici e militari della comunit internazionale in quellepoca (indicazione che ho dato a suo tempo, nelle pagine precedenti) consente di apprezzare appieno quanti passi avanti sono stati compiuti. Detto ci, mi affretto ad aggiungere che naturalmente sono consapevole dei giudizi di valore contenuti nelle osservazioni che ho appena svolto, cos come di quelli presenti lungo tutto larco di questo saggio. evidente che ogni giurista, come ogni uomo, ha solo il compito di realizzare le inclinazioni della sua mente: come scrisse Max Weber a conclusione del famoso saggio sulla scienza come professione, ogni uomo deve ascoltare e seguire il demone che regge i fili della sua vita. Allo stesso modo, ogni giurista legittimato a svolgere il suo compito secondo le inclinazioni e preferenze che sente pi giuste. Da questo punto di vista, non sarebbe corretto rimproverare ai giuristi dellepoca del pieno rigoglio positivistico di essere stati formalisti, di aver troppo premiato i problemi puramente teorici, di aver indulto a discettazioni prive di dimensioni o conseguenze operative. In s e per s, ogni indagine scientifica giusta e legittima. Ci non toglie per che giudicando dallesterno e tenendo docchio gli interessi e le esigenze della comunit non si possa non formulare un giudizio diverso, anche esso legittimo se motivato da quelle diverse esigenze. E appunto partendo da questo angolo visuale che si pu concludere che, tutto sommato, il passaggio dagli anni Venti - Cinquanta alle tendenze pi recenti della dottrina internazionalistica italiana segna unevoluzione positiva ed un progresso. E ci non solo per lovvio aggiornamento delle tematiche, ma soprattutto in considerazione delle nuove impostazioni, delle nuove ottiche nonch degli umori eticopolitici e degli interessi storici che ora nutrono la scienza giuridica senza che peraltro il metodo giuridico ne risulti manipolato o il rigore dellanalisi infirmato. 5.2. Cosa vivo e cosa morto nella dottrina italiana In conclusione, chiediamoci cosa rimasto, di tutta la ricchissima dottrina internazionalistica italiana. Quanti, degli innumerevoli libri ed articoli che affollano gli scaffali di una buona biblioteca giuridica, hanno

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ancora qualche vitalit? Chi abbia almeno spigolato nei Parerga und Paralipomena di Schopenhauer ricorder una bella pagina sulla vitalit dei libri: cos come Serse, nel contemplare il suo enorme esercito, piangeva al pensiero che cento anni dopo nessuno di quei magnifici cavalieri sarebbe ancora vivo, nello stesso modo noi osservava Schopenhauer non possiamo non piangere alla vista dei doviziosi cataloghi delle nostre biblioteche, se pensiamo che di tutti quei libri non uno sar vivo tra dieci anni. Quanti degli scritti internazionalistici sopravvivono alla soglia dei dieci anni? Pochi, direi, e non tanto per demerito degli internazionalisti. Certo, per costoro non valgono le osservazioni di Kirchmann circa loggetto della scienza giuridica (tutti ricordano il suo famoso detto sulle tre parole del legislatore, sufficienti per mandare al macero intere biblioteche giuridiche), perch il diritto della comunit internazionale muta molto lentamente. Tuttavia, anche nella comunit internazionale levoluzione degli istituti e delle norme finisce per logorare le indagini giuridiche su di esse, quando tali indagini non abbiano una valenza metodologica che trascenda la disamina specifica. Quei pochi scritti che sopravvivono (e penso soprattutto a talune opere di Anzilotti, di Perassi, di Morelli, di Quadri, di Ago, per non citare che i sommi) conservano per e conserveranno una gagliarda vitalit ancora per molti anni.

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Capitolo quarto Economia internazionale Roberto Panizza

1. Origine e contenuti dei primi studi di economia internazionale in Italia Gli studi di economia internazionale godono in Italia di una tradizione antichissima, che si pu far risalire allet rinascimentale. In concomitanza alla nascita in Europa degli stati assoluti, e in Italia del sistema delle signorie e dei principati, sono state formulate le prime elaborazioni non soltanto della teoria del valore e della moneta, ma anche delle relazioni economiche internazionali. Sembra addirittura che siano stati proprio gli studiosi italiani a coniare per primi termini come quello di bilancia commerciale (Schumpeter, 1959, p. 422). Inoltre, i pi valenti studiosi di storia del pensiero economico concordano nellattribuire alleconomista napoletano Antonio Serra il merito di aver elaborato per primo una stesura corretta della bilancia dei pagamenti, il documento contabile che registra tutte le transazioni sia commerciali che finanziarie di un paese con il resto del mondo. Allo stesso modo sono stati pensatori italiani come il napoletano De Santis a formulare le prime utili valutazioni circa la determinazione e il controllo dei cambi tra monete di paesi diversi o circa lintroduzione di meccanismi di protezione del commercio estero secondo i principi pi ortodossi del pensiero mercantilista. Tuttavia, la preminenza del pensiero italiano negli studi attinenti al commercio internazionale non si esaur nellambito di tale scuola: nel secolo diciottesimo si svilupp anche un filone di pensiero abbastanza critico nei confronti delle tesi pi tradizionali del mercatilismo, che contribu a preparare il terreno alla grande rivoluzione in senso liberista sviluppatasi a partire dallopera di Adam Smith, La ricchezza delle nazioni. Appartengono a questa nutrita schiera di critici delle tesi contrarie a ogni forma di liberalizzazione degli scambi internazionali studiosi come Beccaria, Verri, Ortes, Genovesi e Palmieri, che difesero lidea del libero scambio internazionale e videro il protezionismo e le politiche tariffarie non pi come strumenti privilegiati e insostituibili di accumulazione di ricchezza, ma semplicemente come uno dei tanti

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mezzi disponibili nelle mani delle autorit, al fine di regolare i diversi settori delleconomia. Gli studi sulle teorie dei vantaggi del libero scambio internazionale tra i vari stati, sviluppati da Torrens sulle teorie di Smith e Ricardo, non ebbero invece in Italia interpreti originali. Bisogna attendere oltre un secolo, fino al 1894, per ritrovare un contributo teorico di rilievo, offerto da Vilfredo Pareto, il quale inser il sistema degli scambi internazionali in un modello di equilibrio economico generale. Contemporaneamente due noti economisti del tempo, Cognetti de Martiis e RiccaSalerno, condussero a termine una meritevole iniziativa culturale, curando la pubblicazione e la traduzione, nella quarta serie della Biblioteca dellEconomista, delle principali opere straniere relative al commercio internazionale e alle politiche protezionistiche. Due decenni pi tardi, allinizio del secolo, gli studi di Enrico Barone riproposero le teorie dello scambio internazionale in termini di modelli di equilibrio parziale di tipo rnarshalliano. Gli aspetti monetari delleconomia internazionale vennero, invece, sviluppati in modo originale negli anni Trenta da Costantino Bresciani-Turroni, con i suoi studi sui cambi che integrarono criticamente le tradizionali conclusioni della celebre teoria di Cassel sulla parit dei poteri di acquisto; la sua ricerca prese le mosse dallesame delle vicende del marco tedesco negli anni della iperinflazione e ancora oggi costituisce, a livello mondiale, uno degli studi pi apprezzati sullargomento. In quegli stessi anni si assistette sul piano editoriale ad un ricupero delle proposte mercantiliste in tema di commercio internazionale, che sembravano pi congeniali rispetto a quelle libero-scambiste ai programmi di politica economica del regime fascista: si pensi, ad esempio, al terzo volume della prestigiosa Nuova collana di economisti intitolato impropriamente Storia economica, dato che il contenuto legato prevalentemente ai temi di economia internazionale. Emarginati negli anni del fascismo, gli economisti di formazione liberale si rifecero vivi allapprossimarsi del secondo conflitto mondiale, pubblicando nel 1940 i risultati di una voluminosa ricerca su La situazione economica mondiale, e nel corso della guerra, indicando in una monografia del 1942, a cui contribuirono tra gli altri Giovanni Dernaria e Luigi Einaudi, quelle che a loro avviso avrebbero dovuto essere le linee ispiratrici del nuovo ordine economico internazionale postbellico, sulla base dei principi libero-scambisti e antiprotezionisti. Terminata la guerra, il nuovo ordine economico internazionale, pur condizionato dallegemonia degli Stati Uniti, si svilupp proprio nel pieno rispetto dei canoni dellideologia liberista, comera stato auspicato da numerosi economisti italiani, pur di diversa formazione ideologica, ma

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uniti dal comune spirito antifascista. Gli studi di economia internazionale si orientarono verso lanalisi dei modelli di libero scambio (nel tentativo di quantificarne i vantaggi), verso lesame teorico di un sistema di cambi fissi (quel era quello imposto dagli accordi di Bretton Woods) e, infine, verso il problema della inadeguatezza della liquidit internazionale, derivante principalmente dalla scarsit di dollari in circolazione. Intorno a questi temi, che dominarono sino alla vigilia della dichiarazione di inconvertibilit del dollaro nel 1971 e al conseguente sconvolgimento del vecchio ordine economico, si cimentarono economisti come Sirotti e Travaglini, a cui si affiancarono le prime ricerche di tre giovani studiosi che avrebbero poi dominato lo sviluppo futuro degli studi di economia internazionale in Italia, e cio Basevi, Gandolfo e Onida. Prima, per, di passare a considerare le elaborazioni di pensiero pi recenti, vale la pena di tracciare un quadro delle forze in campo, e cio delle istituzioni, dei centri di ricerca e delle risorse, pubbliche e private, che hanno contribuito a condurre ricerche in economia internazionale nel nostro paese. 2. Le risorse pubbliche: cattedre e centri di ricerca sulleconomia internazionale Linsegnamento delleconomia internazionale non ha goduto in passato e fino allinizio degli anni Settanta di una propria individualit: questa disciplina, infatti, pur essendo contemplata negli statuti di quasi tutte le facolt di giurisprudenza e di economia e commercio, venne attivata solo raramente (si possono ricordare i casi di Torino, Genova, Padova, Roma) e affidata esclusivamente per incarico. Quasi sempre le tematiche delleconomia internazionale (teorie del commercio, bilancia dei pagamenti, meccanismi di riequilibrio, moltiplicatore di mercato aperto, cambi) venivano affrontate nei corsi istituzionali di economia politica e di politica economica. Tutti i manuali di economia politica utilizzati nel primo anno di corso delle facolt di giurisprudenza e di economia e commercio affrontavano, nei capitoli finali, questi temi. La prima cattedra di economia internazionale venne bandita a Genova, data limportanza di questo tipo di studi per una citt che aveva legato la propria crescita economica allo sviluppo del porto e dei commerci marittimi. A Genova si era formato, nel 1945, anche il primo istituto privato di economia internazionale, collegato alla Camera di commercio. Nel 1946 presso tale istituto si costitu il nucleo redazionale della rivista Economia internazionale; che si afferm, accanto a Il giornale degli

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economisti e a poche altre riviste specializzate, come una delle pi prestigiose, accogliendo saggi che ancora oggi rappresentano un punto di riferimento indiscusso per lapprofondimento degli studi di economia. Qualche anno pi tardi, nel 1953, presso lUniversit Bocconi, vide la luce un altro periodico, la Rivista internazionale di scienze economiche e commerciali che si and ad affiancare ad unaltra pubblicazione mila- nese, la Rivista internazionale di scienze sociali che lUniversit Cattolica pubblicava sin dalla fine del secolo scorso. A dispetto del nome, le due pubblicazioni non affrontarono specificamente temi di economia inter- nazionale, ma ospitarono soltanto occasionalmente contributi di autori stranieri: questo giustificava la presenza nella testata della specificazione internazionale. Soltanto a met degli anni Settanta furono bandite 3 cattedre di economia internazionale ed altrettante alla fine del decennio. Accanto a Genova, il cui destino di polo di riferimento degli studi di economia internazionale andava lentamente declinando al pari dellimportanza del suo porto, sorsero i nuovi centri di riferimento per questi studi presso lUniversit di Bologna, e successivamente presso le Universit di Ancona, Modena, Siena e Torino. Agli inizi degli anni Ottanta le cattedre di economia internazionale erano soltanto 8, alle quali si doveva aggiungere quella di organizzazione economica internazionale presso lUniversit di Pavia. A met dello stesso decennio, esse erano poco pi che raddoppiate, con 18 cattedre di economia internazionale (di cui 11 di prima fascia) e 12 cattedre pi specialistiche (di cui 3 di prima fascia), che accanto ai 4 insegnamenti di organizzazione economica internazionale contemplavano anche teoria e politica monetaria internazionale (2 insegnamenti), politica economica e finanziaria internazionale (1 insegnamento), economia dei paesi in via di sviluppo (2 insegnamenti), analisi delle economie arretrate ( 1 insegnamento) ed economia delle Comunit europee (2 insegnamenti). Alle sedi universitarie tradizionali a partire dalla seconda met degli anni Ottanta si sono affiancate universit private come la Bocconi di Milano, la sede di Bologna della John Hopkins University, lIstituto universitario di Bergamo e la LUISS di Roma, oltre alle universit statali di Padova, Verona, Venezia, Pisa, Napoli, Catania e della Calabria. Dallultimo rilevamento condotto dalla Societ italiana degli economisti alla fine del 1987 risulta il seguente prospetto.

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Tabella 1. Distribuzione delle cattedre di economia internazionale e discipline affini (fine 1987).
Disciplina Ordinari Straordinari Associati Altri Totale

Economia internazionale Economia dei paesi in via di sviluppo Analisi delle economie arretrate Economia delle Comunit Europee Organizzazione economica internazionale Politica economica e finanziaria internazionale Teoria e politica monetaria internazionale Relazioni e sistemi economici internazionali Totale

10 1 1 1 1 14

3 3

6 3 3 1 1 14

1 1

20 3 1 1 4 1 1 1 32

Esiste infine una disciplina, storia del commercio e della navigazione, che affronta in parte problemi collegati alleconomia internazionale. Ad ognuna delle cattedre di insegnamento fa capo mediamente un ricercatore (anche se dopo la riforma universitaria essi non sono pi assegnati ad cathedram, ma a raggruppamenti molto vasti e generici). Presso alcuni centri come quello della Bocconi, di Bologna (Economia e commercio), di Ancona e di Roma collaborano anche studiosi non inquadrati nel ruolo universitario. Non esistono invece dottorati in economia internazionale o in discipline affini. Qualche ricerca di dottorato attinente a queste discipline svolta nellambito del dottorato in economia aziendale, tenuto presso lUniversit di Bergamo, dove vengono studiati i mercati dei capitali a livello internazionale, e nellambito del dottorato in Economia politica presso lUniversit di Roma La Sapienza, dove si affrontano gli aspetti interni ed internazionali della moneta e del finanziamento delleconomia. Per quanto riguarda i maggiori centri di ricerca in ambito universitario, che conducono studi sulleconomia internazionale, ricordiamo i seguenti, muovendoci idealmente dal nord al sud della penisola. 1) CESCOM (Centro studi sul commercio) presso lUniversit Bocconi di Milano. Questo istituto, diretto da A. Spranzi, stato costituito nel 1977; da allora svolge attivit di ricerca economica nel settore del commercio sia interno che internazionale e sui rapporti tra questo e i settori agricoli e industriali. Ogni due anni, in collaborazione con lIstituto di marketing della New York University, organizza una conferenza internazionale sulle problematiche dellintermediazione commerciale, che ha consentito di stabilire collegamenti continuativi con isti-

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tuti di ricerca europei e nordamericani specializzati nello stesso ambito di studi. Il gruppo di studi sui problemi del commercio estero, coordinato da C. Secchi e che si avvale di una decina di collaboratori, conduce ricerche che consentono di approfondire la conoscenza della collocazione dellItalia nel commercio internazionale, attraverso lo studio delle modalit di comportamento degli operatori. Gli studi sinora condotti hanno approfondito le seguenti problematiche: il ruolo delle trading companies; il ruolo delle strutture e delle politiche pubbliche di sostegno alle esportazioni; gli ostacoli di carattere economico e normativo che gli operatori devono affrontare; le interazioni tra commercio e strutture dei trasporti internazionali. 2) CESPRI (Centro studi sui processi di internazionalizzazione), presso lUniversit Bocconi di Milano. Il centro, creato nel 1984 con il nome di OSPRI (Osservatorio sui processi di internazionalizzazione) diretto da un comitato di direzione costituito da F. Onida, E. Rullani, C. Secchi e S. Vacc; con la collaborazione di un comitato tecnico di consulenza, formato da esperti ed operatori economici direttamente impegnati in esperienze di internazionalizzazione, il centro si propone di studiare i processi di modernizzazione e di unificazione delleconomia mondiale, conseguenti al sorgere e alloperare delle imprese multinazionali. Lattivit di ricerca, che si affianca a quella di documentazione e di promozione culturale (pubblicazione di un bollettino, organizzazione di convegni), si esplica, relativamente ai temi di economia internazionale, nei seguenti settori: processi di internazionalizzazione delle imprese; processi di internazionalizzazione del sistema ambientale; politica commerciale italiana e servizi alle imprese per la loro internazionalizzazione; cooperazione tecnologica e commerciale delle piccole e medie imprese italiane con imprese europee e dei paesi in via di sviluppo. 3) CRANEC (Centro di ricerche in analisi economica), presso lUniversit Cattolica di Milano. Questo centro, guidato da un comitato direttivo costituito da noti economisti dellUniversit Cattolica, stato istituito nel 1977: esso si pone come obiettivo quello di contribuire al collegamento tra universit e societ, nel tentativo di offrire strumenti di soluzione ai gravi problemi dello sviluppo economico, della cooperazione internazionale, del disarmo, delle relazioni tra paesi industrializ-

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zati e paesi in via di sviluppo. In particolare la ricerca si articola nei seguenti tre settori: crescita e sviluppo di lungo periodo dei sistemi economici, compatibilmente alla disponibilit delle risorse e delle materie prime; problemi della produzione e delle interdipendenze industriali sia interne che internazionali; cambiamenti delle tecniche, progresso tecnico, distribuzione del reddito, sia allinterno che su scala internazionale. 4) Centro di ricerche sulla internazionalizzazione dellimpresa, presso lUniversit Cattolica di Milano. Conduce studi attinenti alleconomia italiana e internazionale, con particolare riguardo ai sistemi industriali e alle strategie aziendali, al fine di contribuire al dibattito in tema di politica industriale sia in ambito nazionale che comunitario. 5) Centro studi sulle Comunit europee dellUniversit di Pavia. Questo centro, fondato nel 1966 sotto legida della CEE e attualmente diretto da D. Velo, ha come obiettivo lo studio dei processi di integrazione economica europea, con particolare attenzione alla internazionalizzazione dei mercati finanziari. Ad esso af feriscono, tra gli altri, tre insegnamenti strettamente europeistici, che costituiscono una peculiarit nel panorama accademico italiano: organizzazione politica europea, organizzazione economica europea e diritto delle Comunit europee. 6) Dipartimento di studi internazionali dellUniversit di Padova. Nato originariamente, nel 1973, come istituto di studi internazionali, dal 1985 diventato dipartimento ed diretto da A. Papista. Ad esso collaborano come addetti alla ricerca, specificamente ai temi di economia internazionale, coordinati da M. Mistri, otto docenti, a cui si aggiungono tre addetti al settore amministrativo. Le ricerche attualmente in corso vertono sui seguenti temi: la cooperazione per lo sviluppo; la politica economica internazionale e le Nazioni Unite; equilibri temporanei in mercato aperto. 7) Centro di documentazione statistica internazionale dellUniversit di Bologna. Costituito nel 1970, questo centro ha come compito la raccolta e la catalogazione delle pubblicazioni di fonti statistiche ufficiali di tutti i paesi del mondo e degli organismi internazionali, con i quali ha instaurato consolidati e permanenti rapporti diretti. 8) Centro internazionale di documentazione e studi sociologici sui problemi del lavoro dellUniversit di Bologna. Costituito nel 1970, questo centro raccoglie una documentazione internazionale sistematica sui problemi relativi alle tecnologie avanzate, ai processi di automazione e allorganizzazione del lavoro.

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9) School of Advanced International Studies della John Hopkins University di Bologna. Istituito nel 1955, allo scopo di approfondire gli studi delle relazioni internazionali contemporanee, con particolare riferimento allEuropa, attualmente diretto dalleconomista J. Kregel. Dispone di una biblioteca specializzata, con una raccolta completa delle pubblicazioni della CEE. 10) Centro studi sulle Comunit europee dellUniversit di Napoli. Costituito nel 1973, il centro si propone di studiare i problemi che si pongono nel settore giuridico, economico e sociale al nostro paese (e in particolare al Mezzogiorno) in seguito allinserimento dellItalia nel pi vasto contesto comunitario. Accanto a questi centri specialistici di studi economici internazionali esistono, allinterno delle diverse universit, dei dipartimenti e de istituti che, pur conducendo ricerche in una molteplicit di settori, dispongono anche di una sezione specializzata negli studi in economia internazionale. La nostra analisi si limita a quei dipartimenti che raccolgono pi cattedre nellambito della pi vasta accezione di economia internazionale e che svolgono, quindi, ricerche su temi attinenti a settori diversi. 1) Dipartimento di economia dellUniversit di Torino. A tale dipartimento, costituito nel 1987 e diretto da V. Valli, sulla base del nucleo originario del Laboratorio di economia politica Cognetti de Martiis, afferiscono 4 insegnamenti di economia internazionale in senso ampio, le cui ricerche si sviluppano sui seguenti temi: economia internazionale comparata ed economia dei paesi socialisti; trasferimenti internazionali di tecnologie e investimenti esteri diretti; problemi finanziari dei paesi sottosviluppati; problemi del nuovo ordine monetario internazionale. 2) Dipartimento di scienze economiche dellUniversit di Bologna. Presso questo dipartimento sotto la guida di G. Basevi, che coordina una serie di docenti e di ricercatori dellUniversit e dei centri di ricerca Prometeia e Nomisma, sono condotti studi sui seguenti temi di economia internazionale: variabilit del tasso di cambio e politiche di prezzo; problemi connessi al vincolo estero; conflitti e cooperazione allinterno del Sistema monetario europeo. 3) Centro di economia e politica industriale dellUniversit di Bologna. Costituito nel 1969 e diretto originariamente da R. Prodi, questo centro si interessato ai problemi di internazionalizzazione delle imprese e di multinazionalizzazione.

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4) Dipartimento di economia dellUniversit di Ancona. Allinterno di questo dipartimento gli studi di economia internazionale sono prevalentemente indirizzati allesame della struttura del commercio estero dellItalia, attraverso un esame disaggregato sia dellimport che dellexport. 5) Dipartimento di scienze economiche dellUniversit di Roma. A questo dipartimento afferisce il nucleo probabilmente pi numeroso di economisti internazionalisti, sotto il coordinamento di G. Gandolfo. Gli studi condotti da questi studiosi sono di natura prevalentemente teorica e spaziano nei campi pi disparati: equilibrio e stabilit di uneconomia aperta; teoria pura del commercio internazionale; sistema dei cambi, fissi e flessibili, e sua ottimizzazione. 6) Dipartimento di economia pubblica dellUniversit di Roma. Questo dipartimento si specializzato, per opera soprattutto di N. Acocella, nello studio dei problemi relativi alla gestione e alla natura delle imprese multinazionali, sia italiane che estere e ai riflessi macroeconomici che derivano dal loro operato. 7) Dipartimenti economici ed istituti di diverse facolt dellUniversit di Napoli. Allinterno di questi si sviluppato un filone di ricerca in economia internazionale finalizzato allo studio dei problemi relativi ai paesi in via di sviluppo, in termini sia della soddisfazione dei bisogni primari che della soluzione dei vincoli finanziari e tecnologici. A completamento di questa rassegna dei principali centri pubblici di ricerca sulleconomia internazionale ricordiamo lattivit svolta dal CNR. Questo centro, nellambito del progetto finalizzato Struttura ed evoluzione delleconomia italiana, ha attivato il V sottoprogetto sul tema: LItalia nelleconomia internazionale, dove i problemi di natura empirica, sui quali si concentra maggiormente linteresse degli studiosi, sono i seguenti: la struttura del commercio estero dellItalia (F. Onida); il commercio internazionale dei servizi (C. Secchi); nuove forme di trasferimenti internazionali di tecnologie (G. Balcet e G. Viesti); la scelta delle valute nel commercio estero dellItalia (R. Hamaui, M. Monti); relazioni tra tassi di cambio e prezzi nei paesi europei (F. Giavazzi, E. Giovannini e F. Onida); effetti delle fluttuazioni del dollaro sulla struttura dellinterscambio Italia-Stati Uniti e Italia-Germania (A. Aquino); dinamica della struttura produttiva e vincolo estero dellItalia (S. Biasco);

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crescita internazionale e rapporti tra imprese: analisi sulle multinazionali italiane (N. Acocella, L. Rampa, G. Viesti e E. Rullavi); coordinamento internazionale delle politiche monetarie (G. Basevi); conflitti e cooperazioni allinterno dello SME (G. Basevi, F. Giavazzi e E. Giovannini); cooperazione e paesi in via di sviluppo (G. Querini). Esistono, infine, dei centri pubblici, ma non universitari, specializzati in studi economici internazionali, di cui ricordiamo i pi importanti: 1) Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo, istituito presso il Ministero degli Affari Esteri. I temi di ricerca sviluppati attengono prevalentemente ai criteri che devono presiedere alla cooperazione industriale e tecnica con i paesi in via di sviluppo. Presso il Dipartimento opera anche un Istituto agronomico per loltremare che persegue lobiettivo della valorizzazione agricola nei paesi del Terzo Mondo. Il Dipartimento pubblica il periodico Cooperazione. 2) ICE. LIstituto nazionale per il commercio estero stato fondato nel 1936 ed stato posto, dal 1946, alle dipendenze del Ministero per il Commercio Estero, con lo scopo precipuo di promuovere e sviluppare gli scambi commerciali tra lItalia e gli altri paesi, con particolare riguardo allesportazione dei prodotti italiani. Come compito istituzionale, esso offre servizi di consulenza e assistenza sui mercati esteri, di promozione per i prodotti italiani allestero, di supporto alla partecipazione presso fiere e esposizioni internazionali, oltre ad iniziative intese a favorire il commercio di esportazione e di importazione. Sul piano della ricerca, lIstituto conduce anche studi in materia valutaria, doganale, di accordi commerciali, oltre ad analisi dei mercati esteri, relativamente ai diversi settori produttivi. Sul piano editoriale cura diverse pubblicazioni tra le quali un quotidiano, Commercio estero, e un mensile, Esportare. 3) ISTAT. LIstituto centrale di statistica, costituito nel 1926 ed attualmente sotto le dirette dipendenze della Presidenza del consiglio, cura la compilazione e la pubblicazione delle statistiche generali e speciali che interessano la pubblica amministrazione e lattivit del paese. Relativamente ai temi delleconomia internazionale, lIstituto pubblica una Statistica mensile del commercio estero e un Annuario del commercio estero. 3. Le risorse private: centri di ricerca sulleconomia internazionale Esistono, oggi, circa una cinquantina di istituzioni e di enti privati che si occupano, nel nostro paese, di ricerche sulleconomia internazionale, di cui una decina circa specializzata in analisi di settore, negli

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specifici aspetti internazionali (materie prime, prodotti alimentari, metallurgia, macchine utensili, meccanica di precisione, servizi, turismo ecc.), unaltra decina si interessa invece dellinterscambio commerciale con specifiche aree geografiche, mentre altri sei o sette istituti si occupano di processi di integrazione allinterno della Comunit economica europea e quattro o cinque si dedicano a tenere corsi di formazione su problemi di economia internazionale (in particolare lIstituto universitario di studi europei di Torino) o di cooperazione con i paesi del Terzo Mondo (come lIstituto per la cooperazione economica internazionale e i problemi di sviluppo di Roma). Dei rimanenti venti centri, una decina circa svolge in modo sistematico ricerche su una vasta gamma di temi concernenti leconomia internazionale, mentre gli altri conducono studi in modo non organico e con un modesto impiego di uomini e di mezzi. In questo contesto esamineremo soltanto le principali istituzioni, muovendoci idealmente da nord a sud della penisola, come abbiamo gi fatto nel caso delle istituzioni pubbliche. 1) Finafrica, centro per lassistenza finanziaria ai paesi africani. stato costituito a Milano, nel 1973, ad opera della Cassa di risparmio delle province lombarde. Questo centro, che lavora in stretto contatto con il servizio per la cooperazione tecnica con i paesi in via di sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, opera a tre livelli: ricerca scientifica, attivit di formazione, attivit di assistenza tecnica per listituzione e la gestione di banche (in particolare casse di risparmio) nei paesi del Terzo Mondo. La prima attivit, a carattere scientifico, si propone di studiare i sistemi bancari dei paesi africani, in relazione al problema della mobilitazione del risparmio, della liquidit bancaria e del credito agrario. La seconda attivit, prevalentemente didattica, finalizzata alla formazione del personale e dei quadri direttivi delle istituzioni creditizie dei paesi del Terzo Mondo: essa si articola sia su cicli di lezioni che su un tirocinio pratico. Il terzo tipo di intervento consiste in iniziative finalizzate a stimolare la formazione e la mobilitazione del risparmio nel continente africano. I collegamenti tra il centro e coloro che hanno usufruito in vario modo delle sue prestazioni assicurato da un periodico, il Finafrica Bulletin. 2) Centro studi Terzo Mondo. Il centro, fondato a Milano nel 1962, e attualmente diretto da Umberto Melotti dellUniversit di Pavia, promuove studi e ricerche di carattere economico, geografico, sociologico e antropologico, al fine di approfondire le conoscenze sui problemi della crescita dei paesi afroasiatici e latinoamericani, con particolare attenzione alle condizioni di sottosviluppo e mutamento sociale. Dopo aver

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condotto nel passato studi su un modello non eurocentrico di sviluppo diverse analisi di specifiche aree del Terzo Mondo, oggi il centro approfondisce i temi delle nuove migrazioni internazionali e delle prospettive dei paesi di recente industrializzazione del Terzo Mondo. I risultati di queste ricerche vengono pubblicate sul periodico trimestrale Terzo Mondo e sulle monografie semestrali Quaderni del Terzo Mondo. 3) ISPI. LIstituto per gli studi di politica internazionale, fondato a Milano nel 1933 e radicalmente ristrutturato nel 1987, sotto la direzione di Giuliano Urbani, si prefigge di approfondire le conoscenze sui grandi problemi globali della nostra epoca e sulle maggiori interdipendenze, regionali e funzionali, che caratterizzano i rapporti tra paesi, al fine di individuare le opportunit e le relative scelte politiche per accrescere la competitivit italiana sulla scena politica ed economica internazionale. I lavori dellIstituto sono caratterizzati da un approccio interdisciplinare, di cui leconomia internazionale rappresenta un singolo aspetto, accanto alla politologia, al diritto, alla storia e alla strategia. LIstituto dispone, inoltre, di una fornita biblioteca e di un ricco archivio storico e pubblica, oltre a bollettini di documentazione per aree geo-politiche, la rivista Relazioni internazionali. 4) Fondazione Giovanni Agnelli. La Fondazione, istituita nel 1966 e diretta da Marcello Pacini, ha condotto a partire dal 1985 una serie di ricerche, coordinate da E. Colombatto dellUniversit di Torino, su alcuni temi di economia internazionale, in particolare sulle politiche export-oriented dei paesi a nuova industrializzazione, sui flussi e sulla composizione delle esportazioni dei paesi in via di sviluppo e sugli aspetti macroeconomici e finanziari dellindebitamento dei PVS. Attualmente conduce ricerche sui temi attinenti allo sviluppo e ai suoi aspetti strettamente economici, focalizzando lattenzione sullo studio di quelle variabili che spesso sono state trascurate in molte delle analisi condotte in passato. 5) Istituto di Economia Internazionale. Fondato nel 1945 come azienda speciale presso la Camera di commercio di Genova, costitu uno dei primi centri di ricerca sulleconomia internazionale. Scopo dellIstituto la raccolta sistematica, lelaborazione e linterpretazione della documentazione sulleconomia internazionale, attraverso lattivazione dei necessari contatti con uffici statistici, centri di studio nazionali ed esteri ed addetti commerciali italiani allestero. Lo stesso istituto pubblica trimestralmente la rivista Economia internazionale e il Bollettino emerografico di Economia internazionale. 6) ISTAO. LIstituto Adriano Olivetti di studi per la gestione delleconomia e delle aziende, fondato ad Ancona nel 1967 da G. Fu, pur

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avendo come obiettivo prioritario gli studi di economia dello sviluppo con particolare riguardo allItalia e di economia aziendale, ha anche condotto ricerche sui problemi dellintegrazione economica internazionale e sullanalisi economica dei movimenti migratori. A partire dal 1987 si costituita presso lISTAO lAssociazione italiana per la collaborazione tra gli economisti di lingua neolatina, che si propone di creare condizioni di collaborazione per una pi approfondita conoscenza delle rispettive realt economiche. 7) CEME. Il Centro italiano per lo studio delle relazioni economiche estere e dei mercati, fondato a Roma nel 1956, mira a condurre ricerche che consentano di migliorare le relazioni economiche tra lItalia e gli altri paesi, attraverso lo studio dei mercati e delle possibilit di penetrazione del prodotto italiano allestero. Pubblica trimestralmente il periodico Mondo aperto. 8) IAI. LIstituto Affari Internazionali, fondato nel 1965 e presieduto da C. Merlini, conduce ricerche su temi attinenti la politica, le relazioni internazionali, la sicurezza e la difesa. Limitatamente ai temi di economia internazionale, che costituiscono soltanto come si detto parte dellinsieme delle ricerche condotte, privilegiato Io studio del sistema italiano come sottoinsieme di quello europeo e di questultimo come una delle componenti del mercato e del sistema di produzione mondiale. LIstituto cura, inoltre, la pubblicazione annuale LItalia nella politica internazionale, di cui uno dei capitoli dedicato espressamente allo studio della congiuntura economica nelle principali aree geo-politiche. 9) IIA. LIstituto italo-africano, fondato nel 1906, opera dal 1947 sotto la tutela del Ministero degli Affari esteri con la denominazione Istituto italiano per lAfrica. Oggi, pi che attivit di ricerca, lIstituto svolge opera di formazione sui problemi economici, politici e sociali di alcuni paesi africani, oltre a realizzare programmi di cooperazione tecnica. 10) IPALMO. LIstituto per le relazioni tra lItalia e i paesi dellAfrica, America Latina e Medio Oriente, fondato nel 1971, si propone di divenire uno strumento di concreta collaborazione con i paesi emergenti. LIstituto pone una particolare attenzione ai processi di trasformazione economico-sociale in atto nelle diverse aree del mondo e alle relazioni tra paesi a diverso grado di sviluppo produttivo. Pubblica il mensile Politica internazionale su cui compaiono spesso contributi di natura economica. 11) ISCO. LIstituto nazionale per lo studio della congiuntura, costituito a Roma nel 1955 sotto la vigilanza del Ministero del Bilancio

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e della Programmazione economica, ha come scopo la raccolta e lelaborazione di dati relativi alla congiuntura economica italiana e al contesto internazionale in cui il nostro paese inserito. In particolare ha condotto studi sul commercio estero dellItalia. Pubblica mensilmente i1 periodico Congiuntura estera. Abbiamo esaurito, in tal modo, la rassegna dei centri, sia privati che pubblici, che si occupano di economia internazionale nel nostro paese e la conclusione che ne dobbiamo trarre che il lavoro molto disperso in tanti piccoli centri di ricerca che non occupano pi di 5-6 ricercatori, nei casi migliori. Tra questi centri, poi, non esiste alcun collegamento sistematico e questa dispersione di energie si riflette anche nella frammentariet delle analisi che compaiono nelle numerose riviste pubblicate in materia. La causa di questa relativa marginalizzazione di siffatti studi va probabilmente ricercata sia nel ruolo relativamente modesto ricoperto dallItalia nel sistema economico internazionale, che nella priorit degli studi relativi alleconomia interna, a causa dei marcati squilibri che ancora condizionano leconomia italiana. 4. I tradizionali filoni di ricerca delleconomia internazionale Gli studi di economia internazionale hanno unorigine molto remota, a differenza di quanto accade in altre discipline, che affrontano aspetti diversi delle relazioni internazionali, o di altre specializzazioni, nellambito del pi ampio corpo della teoria economica. Tali studi si possono far risalire alla nascita degli stati moderni, con le rispettive monete nazionali, i relativi problemi di cambio, le loro politiche protezionistiche finalizzate ad evitare squilibri della bilancia dei pagamenti e la scarsa propensione a consentire la mobilit dei fattori della produzione tra stato e stato. Limportanza di questi studi si venuta, tuttavia, accentuando proprio nella seconda met di questo secolo, a partire cio dagli anni della ricostruzione post-bellica quando, in seguito allaffermarsi degli Stati Uniti quale potenza egemone al posto della Gran Bretagna e al conseguente smantellamento dellarea della sterlina, venne propugnato il ritorno a un regime di maggiore liberalizzazione per il sistema degli scambi internazionali: se si escludono tuttavia alcuni studi condotti nel nostro paese sui vantaggi del free-tradee sui problemi della liquidit internazionale, allora essenzialmente legata alla circolazione e disponibilit di dollari, la produzione culturale degli anni Cinquanta molto scarsa e occorre attendere gli inizi degli anni Sessanta per trovarsi di fronte a studi di natura pi originale.

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Prima tuttavia, di passare ad esaminare i lavori pi significativi in materia, occorre ricordare che le ricerche di economia internazionale, al pari di quanto avviene anche in altre scienze, si articolano in due grandi filoni di studio: quello descrittivo che si limita a delineare e analizzare i fenomeni in questione, per esempio il commercio internazionale, attraverso lesame del contesto istituzionale in cui gli eventi si sono verificati e delle variabili sia reali sia monetarie che sono state coinvolte nel processo, e quello teorico che si propone invece di cogliere le leggi uniformi che caratterizzano i diversi eventi, al di l della loro apparenza fenomenica, al fine di costruire modelli che possono aiutare meglio a comprendere levolversi della realt. Allinterno di questo secondo filone, caratterizzato da uno sforzo di teorizzazione di schemi logici di validit pi generale, si sono delineati nel passato due sottoinsiemi, rispettivamente una teoria pura e una teoria monetaria delleconomia internazionale. La teoria pura cerca di dare una risposta alle diverse questioni che sorgono quando ci si interroga sulla natura, le cause e gli effetti degli scambi che avvengono a livello mondiale, esaminati esclusivamente da un punto di vista strettamente reale: in questo tipo di analisi si prescinde, cio, da qualsiasi condizionamento di natura monetaria che finirebbe, secondo i teorici di tale indirizzo, per impedire la comprensione sia dei vantaggi del libero scambio e della specializzazione internazionale, che dei pericoli insiti nelle politiche protezionistiche. La teoria monetaria delleconomia internazionale privilegia, invece, gli studi sui regimi di cambio, sul sistema dei pagamenti internazionali, sui movimenti di capitale e sui meccanismi di riequilibrio della bilancia dei pagamenti. Faremo essenzialmente riferimento a questa tripartizione nel corso di questa ricerca finalizzata a descrivere levolversi, in Italia, degli studi pi originali e significativi di economia internazionale a partire da quegli anni Settanta che rappresentarono un periodo di forti trasformazioni e di radicali cambiamenti per i sistemi economici sia dei paesi industrializzati che di quelli in via di sviluppo. Vale la pena, tuttavia, di ricordare brevemente alcuni filoni di ricerca gi iniziati nel decennio precedente e che trovarono compimento proprio alla luce dei profondi rivolgimenti di quel periodo. Nel corso degli anni Sessanta le monografie di Travaglni (1965), Basevi (1967) e Sirott (1969) fornirono, a livello di teoria pura del commercio internazionale, una rassegna sistematica, confrontando gli schemi proposti nel passato ed esaminando le possibili estensioni del modello di equilibrio generale, mentre nel campo della teoria monetaria internazionale, le prime ricerche condotte in Italia sul tema dei meccanismi di

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aggiustamento della bilancia dei pagamenti, della loro compatibilit con lequilibrio macroeconomico generale e del ruolo delle esportazioni nel modello di sviluppo, sono state condotte da Gandolfo (1966; 1970 a) e da A. Graziarli (1969). Per quanto concerne il tentativo di integrazione dei due approcci, reale e monetario, con linserimento della moneta nel contesto del modello neoclassico di teoria pura dello scambio internazionale si rimanda al saggio di Cutilli (1967). Mancano invece quasi totalmente in questo decennio, se si fa eccezione per le monografie di Baffi (1965), Cao-Pinna (1965) e Rey (1967) e i saggi di Zanelletti (1968) sul commercio estero dellItalia e sui condizionamenti internazionali della politica monetaria, studi di carattere descrittivo e relative elaborazioni econometriche. Nonostante la secolare tradizione di studi in questa disciplina, nel nostro paese occorreva ancora riempire il vuoto lasciato in questo campo dal ventennio del regime fascista che aveva privilegiato quasi esclusivamente studi di economia corporativa e autarchia. La formazione dei primi economisti internazionalisti avvenne presso prestigiose universit straniere, su programmi pi orientati allo studio delle tesi normative dei modelli teorici di impostazione neoclassica, che non finalizzati alla maggiore comprensione dellevolversi della realt economica internazionale o alla verifica dei modelli econometrici. Daltra parte, il sistema di golfi exchange standard, il regime a cambi fissi nato dopo gli accordi di Bretton Woods nel 1944, la crescente disponibilit di mezzi liquidi a livello internazionale e il manifestarsi solo accidentalmente del problema del vincolo estero legato al disavanzo della bilancia dei pagamenti, rendevano meno attuali, come ricorda De Cecco (1968), i problemi di economia internazionale rispetto a quelli delleconomia interna, incentrati sul dibattito intorno 211a struttura dualistica della nostra economia, al modello di sviluppo da adottare, alla necessit o meno di introdurre un sistema di programmazione. Furono, invece, gli anni Settanta, con le profonde trasformazioni che essi comportarono sia a livello di approvvigionamento di materie prime su scala mondiale, sia di instabilit dei prezzi, dei tassi di cambio, dei tassi di interesse, con i conseguenti squilibri a livello di bilance commerciali e dei pagamenti e i relativi sconvolgimenti dei tradizionali flussi del commercio mondiale (Baffi, 1973), a far sorgere un sempre crescente interesse verso gli studi di economia internazionale. Lattualit di tali studi era tanto pi rilevante per un paese come lItalia, il cui modello di sviluppo era fortemente condizionato dal peso delle esportazioni e dal cosiddetto vincolo estero. Allinterno di una gamma vastissima di studi disponibili siamo stati costretti a fare una selezione, certamente discutibile, ma finalizzata a ricordare quei lavori, forse oggi in parte superati, che tuttavia

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hanno contribuito alla luce delle conoscenze del tempo a una maggiore comprensione dei fenomeni e delle teorie di economia internazionale. Approfondiremo, dapprima, lesame degli studi di carattere descrittivo e, successivamente, le elaborazioni teoriche, dato che una siffatta sequenza consente anche di ricordare succintamente al lettore i principali avvenimenti che hanno caratterizzato il periodo storico in esame, al fine di mantenere sempre chiaro il collegamento, quando esiste, tra realt, descrizione e teorizzazione. 5. La crisi degli anni Settanta: unanalisi descrittiva Le profonde trasformazioni che interessarono il sistema delle relazioni economiche internazionali, a partire dagli anni Settanta, ebbero inizio prima di tutto dalle crescenti difficolt incontrate dal dollaro a mantenere sia la convertibilit nei confronti delloro, che il regime di parit fisse nei confronti delle valute degli altri paesi pi industrializzati. Il libro di Stammati (1973) il primo a descrivere, in modo sistematico, lorigine, levoluzione e il deterioramento del sistema monetario internazionale e costituisce, insieme alla contemporanea traduzione del testo di Triffin (1973), uno dei pochi strumenti di lettura in grado di far luce sia sulla struttura nata dagli accordi di Bretton Woods, sia sulle cause della crisi che lhanno travolta a partire dalla seconda met degli anni Sessanta, quando la convertibilit del dollaro in oro si fatta sempre pi problematica e la sua parit con il marco tedesco non poteva pi essere garantita. I due elementi che costituiscono, tuttavia, il pregio del libro sono da un lato le perplessit, poi rivelatesi profetiche, di Starnmati circa le peculiarit del nuovo sistema di cambi flessibili che andava sostituendosi al vecchio regime di parit fisse e dallaltro la convinzione, pi volte espressa, circa la necessit, al fine di contenere le spinte destabilizzanti da esso generate, di portare avanti un discorso di integrazione economica a livello europeo, idea questultima condivisa anche da tutti i pi fervidi paladini in sede comunitaria (Magnifico, 1973). significativo come i due discorsi, quello dellinstabilit insita nel sistema di cambi flessibili e quello della necessit di un coordinamento delle politiche dei paesi della Comunit, fossero strettamente collegati e come il secondo derivasse logicamente dal primo. Starnmati, fondando il suo ragionamento sullesperienza storica tra le due guerre, dubitava che un tale sistema potesse assicurare, come pretendevano i suoi apologeti, la stabilit e lequilibrio interno alleconomia dei diversi paesi, al solo costo di lasciare

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fluttuare liberamente il cambio. I suoi dubbi erano tanto pi forti in riferimento ai paesi in via di sviluppo, condizionati da squilibri della bilancia dei pagamenti di natura strutturale e, quindi, non correggibili con una semplice variazione del tasso di cambio. La sfiducia verso un tale sistema era infine giustificata dal fatto che esso, anzich riflettere le reali forze di mercato, finiva per essere oggetto di ogni tipo di manipolazioni da parte della speculazione internazionale, dato che per sua natura non contemplava interventi di cooperazione e di regolazione, che caratterizzavano invece il precedente regime di cambi. Per questo si imponeva come ribadisce anche Bortolani (1977) in un altro testo istituzionale sul sistema monetario internazionale la ricerca, per lo meno da parte dei paesi europei, di forme di coordinamento delle singole politiche nazionali a cominciare da quelle monetarie, per non vedere compromesso il disegno di unificazione economica, iniziato con gli accordi di Roma del 1958. In questi primi anni Settanta le proposte di integrazione dei diversi sistemi economici a livello europeo, pur ribadite continuamente in sede ufficiale, non riscuotevano ancora n un consenso generalizzato a livello di opinione pubblica, n il favore e laccondiscendenza dei responsabili della politica economica dei singoli paesi. Daltra parte i primi tentativi di integrazione monetaria come il serpente o il tunnel, che fissavano per i paesi CEE bande di oscillazione pi ristrette per i cambi delle loro valute (F. Masera, 1973), erano ancora troppo condizionati dalla posizione dominante del marco e quindi dalla politica economica tedesca per cui, mentre alcuni studiosi, come il gi citato Magnifico, De Cecco (1971) e Finetti (1974) parlavano della necessit di coordinare le politiche monetarie allinterno dei singoli paesi della CEE, altri come Campa (1971), Forte (1971), Gerelli e Majocchi (1971) e Pedone (1971) studiavano come rendere compatibili anche le politiche di bilancio e fiscali. In quegli anni, infatti, si facevano pi forti le preoccupazioni per il formarsi di differenziali sempre pi netti tra i tassi di inflazione dei diversi paesi, fatti risalire da alcuni (Magnifico, 1976b) al rapporto tra inflazione e disoccupazione (studiato dalla cosiddetta curva di Philips) e da altri, pi vicini alle posizioni monetariste (Monti, 1972), alla diversa crescita degli aggregati monetari. Mancava, dunque, una omogeneit nelle interpretazioni del fenomeno inflazionistico che rispecchiava la incapacit di comprenderlo nella sua complessit e molteplicit di cause, e bisognava attendere qualche anno pi tardi il libro di Biasco (1979) per trovare una risposta non soltanto al perch tali fenomeni si fossero manifestati a partire dal 1969 in modo uniforme e progressivo a livello delle principali economie mondiali, ma

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anche al perch tale uniformit si fosse rotta a partire dal 1974, per dar vita a differenziali di inflazione molto elevati tra paese e paese. Contro le tesi che privilegiavano esclusivamente le diverse scelte di politica economica e i differenti contesti istituzionali, Biasco parlava dellinflazione di quegli anni come di un fenomeno coevo, che derivava dalla partecipazione di ogni singola economia a un sistema di relazioni economiche, articolato a livello mondiale. Per questo occorreva esaminare, innanzitutto, le cause che avevano contribuito, oltre al deficit della bilancia dei pagamenti statunitense, a formare lampia liquidit di quegli anni, attraverso un circuito espansivo che nasceva da operazioni di intermediazione finanziaria, condotte in particolare sul mercato delle eurodivise. Il mercato delleurodollaro nato da una vecchia prassi delle banche britanniche di raccogliere depositi in dollari (poi investiti al di fuori degli Stati Uniti) e sviluppatosi, come ricorda Villani (1978) nella sua introduzione alledizione italiana del libro di Beli, grazie ad unaccorta politica dei tassi, favorita soprattutto dalla mancanza di obblighi di riserva e di altre forme di vincolo venne sempre gestito al di fuori di ogni controllo, sia nazionale che sopranazionale, sulla base di un codice di autodisciplina. Tale regolamentazione interna non riusc, tuttavia, a contenere la crescita smisurata di questo sistema che si espandeva ricordando lespressione di Carli (1971) come una piramide di carta, con un moltiplicatore teoricamente altissimo (Barattieri, 1970) e con effetti spesso destabilizzanti sulle politiche monetarie dei singoli paesi (Cutilli, 1973). Lenorme capacit espansiva di tale sistema si riflessa sulla creazione di liquidit internazionale, accentuando, com stato studiato da Fratianni e Savona (1972), lintegrazione dei sistemi finanziari e creditizi nazionali e la loro interdipendenza. Nella loro monografia i due autori hanno cercato di individuare quali strumenti, a livello di economia internazionale, possedessero caratteristiche simili a quelli che, nellambito delleconomia nazionale, sono definitili come base monetaria. Utilizzando poi i modelli di Friedman-Schwartz e di BrunnerMeltzer, gi impiegati in quegli anni per lo studio del mercato monetario statunitense, i due autori hanno, quindi, studiato il meccanismo di creazione, la capacit moltiplicativa e lassorbimento della base monetaria internazionale. Altro fenomeno che in quegli anni contribu a caratterizzare la forte instabilit del decennio e costitu oggetto di studi da parte degli economisti italiani fu la rivalutazione del prezzo di tutte le materie prime (Grilli, 1978; Targetti Lenti, 1982), conclusasi nel novembre del 1973 con il quadruplicamento del prezzo del petrolio (Luciani, 1976). Tale crescita eccezionalmente elevata e repentina dei prezzi risultava, secondo la tesi
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di Roncaglia (1983), sia da un mancato adeguamento dellofferta, poco elastica, rispetto alla crescita sostenuta della domanda, che da profondi mutamenti nella struttura dei mercati di tali prodotti, passati in breve tempo da una situazione in cui dominavano i compratori, rappresentati dalle grandi multinazionali del settore, ad una in cui si imponevano gli interessi dei venditori, pi forti in seguito alla istituzione di un unico cartello (Genco, 1983). Tuttavia, nello studio di un cos rapido ricupero dei prezzi non si pu neppure prescindere dal ruolo svolto dalla svalutazione del dollaro, che ha generato un riversarsi di investimenti prevalentemente speculativi sui beni cosiddetti rifugio, in particolare le materie prime. Questa operazione ha generato un consistente trasferimento di risorse finanziarie dai paesi importatori ai paesi esportatori di petrolio (Spaventa e Izzo, 1974), che da un lato ha alimentato il fenomeno del riciclaggio dei petrodollari verso lacquisto sia di beni reali che di attivit puramente finanziarie (Barattieri e Montanaro, 1975), e dallaltro ha contribuito, come ricorda Zandano (1974) allallargamento del deficit della bilancia commerciale dei paesi meno dotati di materie prime e non in grado di adeguare proporzionalmente il prezzo delle loro esportazioni. Per porre rimedio a questa situazione e per fronteggiare il calo delle riserve valutarie (P. Alessandrini, 1974), i paesi pi deboli non hanno trovato soluzione migliore del ricorso a svalutazioni competitive, che a loro volta hanno alimentato linflazione (Graziani e Meloni, 1973; Bortolani, 1975). Ad aggravare la situazione di queste economie, gi strutturalmente deboli, intervennero trasferimenti anomali di capitali verso lestero, che finirono per sottrarre ulteriori risorse a quelle scarsamente disponibili allinterno. Diversi studi hanno affrontato in quegli anni le conseguenze negative sul sistema economico del nostro paese delle cosiddette fughe di capitali: particolarmente significativi quelli di Caff (1964), Vicarelli (1970), Biagioli (1975) e Pivetti (1976). In un siffatto contesto lo scarso potere trasferito agli organismi sovranazionali (Caff, 1978), la mancanza di strumenti di regolazione dei cambi (fossa, 1981a) e la preponderanza delle grandi banche multinazionali private nel gestire questi trasferimenti di capitali e gli eventuali squilibri di bilancia dei pagamenti (De Cecco, 1985a), hanno spinto verso una crescente privatizzazione del finanziamento dei disavanzi interni ed esteri dei paesi in difficolt (De Cecco, 1978), con conseguenze che si sono manifestate in tutta la loro gravit nel decennio successivo. Il drenaggio di risorse destinate al pagamento della bolletta energetica (Arcelli, 1975), le politiche restrittive condotte per fronteggiare i crescenti disavanzi delle bilance commerciali (Vicarelli, 1985) e i tassi di interesse sospinti verso lalto dalla intensit dei processi inflazioni-

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stici e da interventi di tipo monetarista (Parboni, 1987), finirono per esercitare degli effetti fortemente depressivi sulle economie dei paesi sia industrializzati che in via di sviluppo, scoraggiando sia laccumulazione di capitale che la domanda globale e portando i tassi di crescita dei rispettivi prodotti nazionali a dimezzarsi. Nessuno, tuttavia, degli autori del tempo riusc a cogliere nella sua totalit e complessit la natura della crisi e le sue dimensioni. Soltanto a distanza di oltre un decennio e potendo valutare il periodo con maggiore distacco e conoscenza di causa possiamo dire (come ho sottolineato in Panizza, 1985a) che in quegli anni si era incrinato nella sua totalit il sistema di regolazione che dalla fine della guerra sino agli inizi degli anni Settanta aveva presieduto alla crescita delle economie capitalistiche, definendo sia le leggi che presiedevano al meccanismo di accumulazione e di valorizzazione del capitale, che i rapporti che intercorrevano tra sistema industriale e sistema finanziario. Lerrore di molti responsabili delle politiche monetarie del tempo stato, come sostiene Vercelli (1986), quello di non aver colto la complessit del cambiamento e di aver fatto affidamento su rimedi inadeguati alle trasformazioni in atto. Quello che era entrato in crisi era dunque il sistema che, nel quarto di secolo tra la fine della seconda guerra mondiale e la dichiarazione di inconvertibilit del dollaro nel 1971, aveva assicurato tassi molto elevati di crescita economica, alti livelli di occupazione, un netto miglioramento nella struttura dei consumi privati e consistenti progressi verso lattuazione di uno stato sociale generalizzato, che non a caso avevano portato a definire quegli anni come quelli dellet delloro (Biasco, 1984). Lorganizzazione produttiva del periodo in esame, strutturata sul modello di fabbrica fordista (Michelsons, 1985), non incontrava grosse difficolt nella collocazione della produzione grazie ad una domanda che soddisfaceva bisogni inevasi da secoli. Gli elevati livelli del consumo erano garantiti sia dagli alti salari (sottratti in quegli anni alla logica della singola impresa e degli interessi individuali per essere affidati alla contrattazione collettiva), che dalla spesa pubblica, secondo la logica del principio keynesiano del deficit spending. Certamente, tra le cause che contribuirono a mettere in crisi, sul piano internazionale, questo modello fondato sulla simbiosi tra consumismo, fordismo, welfarismo e keynesismo vanno ricordate sia laumento dei prezzi delle materie prime e delle fonti energetiche, sia il venir meno della centralit della moneta americana e linstabilit valutaria conseguente al passaggio ad un sistema di cambi flessibili (Parboni, 1985a). Il fragile equilibrio fondato sugli accordi di Bretton Woods (Panizza, 1985b) cominci a mostrare la sua inadeguatezza quando gli Stati Uniti

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non riuscirono pi a garantire la regolazione delle relazioni economiche internazionali, destabilizzati come furono da strategie transnazionali di imprese e banche multinazionali o dalloperare di mercati., come quello delleurodollaro, cresciuti al di fuori di ogni forma di controllo. Fu proprio la maggior privatizzazione del sistema finanziario internazionale a togliere, come ricordano Guerrieri e Padoan (1984) agli Stati Uniti quella posizione dominante allinterno del sistema economico internazionale, finendo per relegarli a un ruolo di concorrenti oligopolisti nei confronti di tutti gli altri paesi. Queste sole cause, tuttavia, non consentono di chiarire la portata della crisi. Occorre anche esplorare il perch dellincepparsi del meccanismo che assicurava gli sbocchi alla produzione, e della perdita parziale di controllo da parte imprenditoriale sui processi di accumulazione, sia per le forti spinte salariali che eccedevano la crescita della produttivit, sia per la eccessiva rigidit della tecnologia fordista ad adattarsi ad una domanda internazionale sempre pi instabile e mutevole in termini quantitativi e qualitativi. La mancanza di uniformit nella interpretazione della crisi ha anche animato un vivace dibattito incentrato sulla individuazione dei rimedi. Per alcuni era sufficiente respingere leccesso di regolazione insita nel modello di ispirazione keynesiana, alla luce dei principi neoliberisti che insistevano sulla necessit di deregolamentare e sulla esigenza di restituire al libero mercato le sue prerogative, come sostennero Monti (1972), Savona (1974) e Tullio (1979). Per altri il problema era pi complesso, dato che coinvolgeva le stesse leggi della riproduzione capitalistica e quindi la formazione del profitto e luso della forza lavoro (Bellofiore, 1986). Finirono per prevalere le tesi di coloro che proponevano di curare linflazione e i disavanzi esterni con un irrigidimento dei vincoli monetari, contribuendo in tal modo ad aggravare la tendenza recessiva in atto. Tra laltro, laumento dei tassi di interesse, che ne segu, fin per privilegiare nelle decisioni di investimento scelte di carattere finanziario rispetto a quelle di tipo industriale. Ne deriv una notevole espansione dellintermediazione finanziaria internazionale, che approfittando del clima di deregolamentazione dominante, contribu a destabilizzare i mercati valutari e mobiliari ben al di l di quanto avrebbero comportato i soli fenomeni reali (A. Graziani, 1987). Laltro rimedio proposto contro gli squilibri delle bilance dei pagamenti fu quello di fare maggiore affidamento sulla crescita delle esportazioni (Guerci, 1974). Questo privilegiamento della domanda estera rispetto a quella interna gi penalizzata dal controllo della crescita salariale e dal ridimensionamento dello stato assistenziale (Vona, 1984)

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spinse ad incentivare il finanziamento alle esportazioni (Biagioli, 1971) e costrinse a rapportarsi in modo diverso anche nei confronti del salario: esso cessava di ricoprire quel ruolo di sostegno della domanda interna, il cui livello andava difeso contro gli interessi individuali nella logica, quindi, di un interesse collettivo, per ridursi semplicemente a un costo, che doveva perci essere compresso per non deteriorare la concorrenzialit dei prodotti nazionali sui mercati esteri. interessante notare come linflazione costitu in quegli anni una sorta di soluzione di ripiego per quei paesi dove maggiori erano le difficolt di frenare la crescita salariale e maggiore era lincapacit, da parte padronale, di controllare i cicli produttivi e di difendere i margini di profitto (Panizza, 1987). Questa scelta di politica economica si accompagn quasi sempre, come accadde nel nostro paese, a svalutazioni molto forti (Falchi e Michelangeli, 1977), che non solo erano congeniali al modello di crescita trainato dalle esportazioni, ma che innescando una spirale inflazionistica contribuirono a ricostruire in maniera fittizia i margini di profitto per le imprese. 6. Flussi commerciali dellItalia e delle principali aree economiche mondiali La profonda instabilit dei mercati valutari e finanziari ha, dunque, accentuato le difficolt incontrate dalle politiche di stabilizzazione condotte dai diversi paesi industriali. Nei processi di ristrutturazione il ruolo delle politiche commerciali e di sostegno dellexport stato fondamentale: per questo raccoglieremo in questa seconda sezione dedicata agli studi di carattere descrittivo tutte quelle ricerche relative alleconomia italiana intesa come sistema aperto. In questa parte esamineremo anche tutti gli studi di area, soffermandoci in particolare sulle specificit del commercio estero intracomunitario ed extracornunitario. Esamineremo, inoltre, le peculiarit degli scambi commerciali con i paesi ad economia socialista, con i mercati delle materie prime e con i paesi del Terzo Mondo, distinguendo quelli a nuova industrializzazione da quelli sottosviluppati. Tra i lavori di carattere pi generale riferiti allItalia, A. Graziani (1987) ha curato una monografia in cui i diversi autori hanno cercato di evidenziare limpatto avuto sulla crescente apertura delleconomia italiana verso i mercati mondiali, dalle forti oscillazioni del cambio tra marco e dollaro e tra dollaro e yen, e dalle aggressive politiche commerciali di Stati Uniti, Giappone e Germania. La crescente flessibilit e la notevole instabilit del mercato hanno finito per rendere pi complessa la definizione del concetto di competitivit: essa, come ha evidenziato G. Conti (1987), non riposa a differenza di un tempo soltanto pi sul

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contenimento dei costi di produzione, ma dipende da una molteplicit di fattori come, per esempio, il saper offrire sempre nuovi prodotti o lo scoprire nuovi mercati allinterno dei quali costruire una adeguata rete distributiva e di assistenza alla clientela, che costituisce oggi oggetto di studio, cos come un tempo lo furono le componenti pi tradizionali che hanno influenzato landamento del commercio estero dellItalia. Proprio qualche anno fa, in conseguenza del ruolo crescente della componente estera della domanda, fiorirono una pluralit di studi di carattere empirico ed econometrico, finalizzati allanalisi della natura e del peso del commercio estero e del ruolo svolto dalle esportazioni rispetto alla crescita economica del nostro paese. In questa sede voglio ricordare, in primo luogo, i saggi di DAntonio (1975), DAntonio e Marani (1975), Pierelli (1980) e Ciravegna (1982) sulla dipendenza del nostro paese dallestero e sul commercio estero dellItalia negli anni Sessanta, e quelli di Liberati (1981b), Vona (1982) e a cura del Credito Italiano (1983) sugli anni Settanta. Relativamente alla specializzazione e alla competivit internazionale dellItalia si veda la monografia curata da P. Alessandrini (1978), mentre sullanalisi per settori dellindustria italiana e sulle tendenze della domanda internazionale si rimanda agli scritti di Onida (1978; 1980). Sulla struttura delle esportazioni e dei relativi prezzi rinviamo a Dalbosco e Pierelli (1973), Pierelli e Ceccarelli (1976), Falcone (1978a; 1978b; 1980), Aquino (1983); sugli indici di concorrenzialit delle stesse si veda Gilibert (1978), infine, sui determinanti delle importazioni si vedano Tagliabue (1977), Conti, Cossutta e Silvani (1984). In tutte queste ricerche si evidenzia come i flussi commerciali con lestero del nostro paese abbiano subito nel ventennio considerato profonde trasformazioni, rilevabili in particolar modo per le importazioni, che hanno fatto registrare una crescita dei prodotti finiti, rispetto ai semilavorati, e dei prodotti a lavorazione pi complessa. scesa la quota rappresentata dalle materie prime (compresi i prodotti energetici), mentre si ampliata la penetrazione sul nostro mercato di beni intermedi e di beni finali di consumo, durevoli e non, a riprova di una crescente aper- tura del nostro mercato alle produzioni straniere e di una crescita del commercio cosiddetto orizzontale, caratterizzato cio dalla importa- zione di beni simili a quelli prodotti allinterno ed anche esportati (Ba- rattieri, 1982). rimasta invece relativamente stabile, nel periodo in esame, la quota delle importazioni di beni capitali. Sul fronte delle esportazioni si registrato, anche se in termini meno drastici, un fenomeno analogo, con una forte crescita dei prodotti finali in particolare beni di consumo durevoli e dei beni di investimento

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(DAlauro, 1982), tanto che il peso del totale dellinterscambio (importazioni ed esportazioni) rispetto al prodotto interno lordo salito dal 10% (registrato agli inizi degli anni Cinquanta) ad oltre il 50% della met degli anni Ottanta. Le due tendenze pi rilevanti del commercio estero dellItalia sembrano, dunque, da un lato la maggiore apertura verso i mercati internazionali della nostra economia che ha comportato una maggiore concorrenza dei prodotti stranieri anche nei settori che registrano tradizionalmente consistenti attivi e dallaltro, la natura dei prodotti con grado di lavorazione pi complessa. La tipologia di beni che interessano il commercio estero, sia come import che come export, dunque sostanzialmente simile, mentre la loro differenziazione allinterno di ciascuno dei settori produttivi estremamente sofisticata: stato in proposito studiato (Cipolletta e Calabresi, 1984) un indice di dissomiglianza che misura, al fine di valutare il grado di concorrenzialit proprio di ciascun settore merceologico, le differenze tra la struttura delle importazioni e quella delle esportazioni: in base a questo indice, la concorrenzialit interna ad un settore tanto pi elevata quanto pi simili sono i prodotti importati ed esportati, mentre tanto pi bassa quanto maggiore la loro differenza. Ora, come gi s diceva, le importazioni registrano, nel nostro paese, al pari di quanto accade per i paesi pi industrializzati ad eccezione del Giappone, una tendenza alla crescita della quota percentuale di manufatti (Modiano, 1984), che non deve essere interpretata come conseguenza di un processo di deindustrializzazione, ma che deriva dalla modificazione della struttura dellofferta, da una specializzazione intersettoriale ad una, come si diceva, intrasettoriale. Tale interpretazione anche confermata dal fatto che la quota di esportazioni italiane sul totale dellofferta interna andata sempre crescendo sia per i beni di consumo che per quelli capitali. Permane, tuttavia, come hanno evidenziato Momigliano e Siniscalco (1984) e Onida (1985), una debolezza di fondo dovuta al fatto che la specializzazione del nostro export avviene prevalentemente in settori che sono debitori verso lestero di tecnologie, mentre permangono sottospecializzati verso lexport quei settori nei quali il nostro paese invece creditore di tecnologia. La debolezza di fondo del nostro commercio con lestero non ha trovato, daltra parte, correttivi nella presenza n di strutture in grado di svolgere attivit promozionale o di programmazione, n in unadeguata politica pubblica di sostegno al processo di internazionalizzazione: solo recentemente sono stati condotti nel nostro paese i primi studi sul ruolo delle trading companies (Alessandrini e Secchi, 1986), proprio nella pro-

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spettiva di offrire un supporto agli sforzi di internazionalizzazione delle imprese, o su quello delle joint ventures (Baket, 1987b), attraverso le quali si mira a consolidare la presenza delle imprese italiane a livello mondiale, con accordi di produzione con imprese locali. Il legame crescente che unisce commercio internazionale e sviluppo economico, evidenziato da Gasparini (1982), unitamente allestrema instabilit, negli anni Settanta e Ottanta, delle bilance commerciali e dei flussi di import ed export dei principali paesi industrializzati nonostante i crescenti processi di integrazione dei mercati soprattutto europei (Montani, 1978) hanno accentuato linteresse verso unanalisi pi approfondita delle componenti da cui dipende la competitivit dei beni prodotti dai singoli paesi: essa si identifica sempre meno con gli elementi di prezzo e sempre pi con altri elementi come la qualit, la marca, il design, le garanzie e lassistenza offerta al cliente, le modalit di pagamento e i tempi di consegna che, tuttavia, vengono generalmente trascurati nelle ricerche empiriche, a causa delle difficolt di quantificazione e misurazione. In uno studio condotto per la Banca dItalia, Valcamonici e Vona (1982) hanno calcolato alcuni indicatori ricavati da variabili di costo e di prezzo, che consentono di valutare non soltanto la competitivit globale ma anche la competitivit allimportazione e allesportazione, per lItalia e i principali paesi industrializzati. Gli studi sul commercio internazionale si sono, poi, specializzati per aree, a partire da quelli dedicati alla Comunit europea, dove il crescente grado di apertura verso lestero ha fatto s che gli scambi extracomunitari siano cresciuti, con effetti di trade-creation quasi quanto quelli allinterno dellarea stessa. Lesame degli indici di specializzazione merceologica dellarea ha portato Onida (1984b) a evidenziare il relativo multipolarismo delle esportazioni della CEE, accanto alla ridotta competitivit dei settori ad alta tecnologia e rispetto a quelli a produzione pi strandardizzata, che ha consentito una crescente penetrazione dei manufatti esportati dai paesi emergenti. Le relazioni commerciali e finanziarie tra i paesi pi industrializzati esterni allarea comunitaria, come Stati Uniti e Giappone, sono state studiate rispettivamente da Parboni (1987) e da Fodella (1982), che possono essere considerati due tra i maggiori esperti dei rispettivi settori. Relativamente alleconomia statunitense Parboni sostiene, in numerosi scritti, che la strategia di politica economica e commerciale perseguita in questi ultimi anni comprensibile soltanto se vista come reazione al declino rispetto ad Europa e Giappone. Tale declino evidenziato non solo dalla minor quota di esportazioni degli Stati Uniti e dalla ridotta produttivit nel settore manifatturiero, rispetto a quanto accade nelle

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altre due aree, ma anche dal notevole ridimensionamento sempre in termini relativi del livello del reddito, del peso della produzione industriale e del tasso di crescita degli investimenti. Per contro, Fodella evidenzia i caratteri di natura non solamente economica che sono alla base della notevole crescita del Giappone in questi ultimi decenni e che giustificano lelevata competitivit dei prodotti giapponesi sui mercati mondiali. Notevoli studi sono stati condotti anche nel settore dei rapporti commerciali con i paesi socialisti, che presentano ad un tempo analogie ed anomalie rispetto agli scambi tra paesi capitalistici. La forma di pagamento della compensazione, per esempio, utilizzata con molta pi frequenza negli scambi Est-Ovest, per altro dominati da complessi vincoli imposti dalle autorit politiche che ne ritardano notevolmente le procedure. Il monopolio statale del commercio estero, come ricorda Nuti (1985), un coronario della propriet pubblica dei mezzi di produzione e della pianificazione economica centralizzata: tale monopolio esercitato attraverso imprese di import-export, ciascuna specializzata in dati settori, autorizzate ad operare sui mercati internazionali in valuta estera, detenuta su conti valutari presso la banca centrale. La natura di questo commercio, allinterno della pi vasta gamma dei rapporti economici tra paesi socialisti e paesi capitalisti, stata esaminata da Chilosi (1984), mentre Colombatto (1984a), oltre ad analizzare la struttura degli scambi in termini molto disaggregati, ha anche azzardato la costruzione di un modello informale che aiutasse a formulare qualche previsione circa la possibilit, non certo rapida, di sostituzione delle materie prime e dei prodotti energetici tra le componenti dellexport con beni manufatti, che avrebbe consentito un miglioramento delle ragioni di scambio con i paesi industrializzati delloccidente. A sua volta Nuti (1985) ha espresso scarsa fiducia che il tentativo di migliorare lefficienza del sistema possa passare attraverso radicali riforme della struttura industriale, anzich attraverso limportazione di alta tecnologia dai paesi pi industrializzati. Un altro dei temi affrontati da Colombatto (1983a) quello degli accordi di compensazione che rappresentano lo strumento di pagamento pi utilizzato dai paesi socialisti, in quanto non comporta alterazioni profonde n delleconomia del paese importatore, n delle riserve valutarie degli stessi paesi ad economia pianificata impegnati nellinterscambio commerciale con i paesi capitalistici. Limpiego della compensazione come strumento di pagamento giustificato dalle difficolt che incontrano le autorit socialiste a finanziare il commercio estero a causa della inconvertibilit del rublo, e quindi della sua non trasferibilit al di fuori del

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Comecon, come ha chiarito Bortolani nel suo studio (1979), in cui ha esaminato le caratteristiche del sistema valutario dei paesi socialisti. Anche Boffito (1978; 1984) ha esplicitamente studiato, in diversi scritti, il problema del finanziamento degli scambi sia in entrata che in uscita, con strumenti di natura finanziaria: si tratta di un settore che, per esplicita ammissione delle stesse autorit socialiste, non pu essere considerato normale, e cio conforme alle consuetudini che vigono nel resto del mondo. Daltra parte esso dipende quasi esclusivamente da decisioni prese dalle banche o dai grandi centri finanziari delloccidente, con grave pregiudizio per lautonomia stessa degli scambi commerciali. Il finanziamento internazionale concesso ai paesi socialisti viene spesso utilizzato per scopi ben diversi rispetto a quelli per cui era stato concesso: molte volte, anzich essere destinato alla copertura dei disavanzi temporanei della bilancia dei pagamenti, stato utilizzato per soddisfare obiettivi di politica economica di lungo periodo. Questo utilizzo anomalo dei flussi finanziari ha giustificato, daltra parte, limprovviso cambiamento nellatteggiamento dei pianificatori, che sono passati da una posizione tendenzialmente autarchica ad una di apertura verso il commercio estero, con la concomitante accettazione di una forte crescita dellindebitamento (G. Graziani, 1987). Proseguendo nellesame degli studi settoriali del commercio internazionale, unaltra importante area oggetto di ricerca quella dei mercati delle materie prime, che nel nostro paese stata studiata prevalentemente da Targetti-Lenti (1979) e da Grilli (1982): questultimo, nella sua voluminosa ricerca sullargomento, sostiene che la notevole disponibilit, fino agli ultimi anni Sessanta, di risorse naturali e di prodotti agricoli a prezzi stabili, per non dire calanti, aveva relegato gli studi di questi mercati accanto a quelli delle problematiche dei paesi emergenti, e soltanto in seguito alla crisi degli anni Settanta che ha capovolto le aspettative sui prezzi e ha evidenziato i limiti delle disponibilit, essi sono tornati al centro dellattenzione sia degli studiosi che dei politici. Il mercato di questi prodotti venuto assumendo, in tal modo, delle peculiarit che mutano da caso a caso: materie prime alimentari e non (Gaetani dAragona, 1983), fibre naturali (diversi studi citati in Grilli, 1982), metalli ferrosi e non (Quadrio-Curzio, 1982), prodotti energetici (Luciani, 1984; Roncaglia, 1985). Tutti questi mercati dei singoli prodotti sono strettamente interrelati, come ha chiarito Quadrio-Curzio (1983), attraverso rapporti molteplici e multidimensionali con leconomia mondiale: per i paesi industrializzati il problema pi importante concernente le materie prime rappresentato dalla necessit di stabilizzare i prezzi (Colantoni, 1977),

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e dallesigenza di assicurarsi gli approvvigionamenti, riducendo la dipendenza eccessiva da certi prodotti e certi fornitori; per i paesi in via di sviluppo, invece, le preoccupazioni sono rappresentate dal deterioramento delle ragioni di scambio e dalla insicurezza nellapprovvigionamento alimentare, oltre che dalla dipendenza dalle grandi compagnie commerciali che controllano quasi tutti i mercati, in condizioni monopolistiche o oligopolistiche. Laltra vasta area oggetto di studio da parte degli economisti internazionalisti quella rappresentata, genericamente, dai paesi del Terzo Mondo, che a loro volta si dividono in economie a nuova industrializzazione (NIC) e paesi in via di sviluppo (PVS): il primo gruppo di paesi riuscito a superare i limiti dellarretratezza e a conseguire consistenti risultati in termini di crescita perseguita attraverso politiche commerciali molto aggressive, che sono state studiate da Onida (1986c) e da Colombatto, che ha coordinato una ricerca per la Fondazione Agnelli proprio su queste tematiche (Colombatto, 1988). Molto pi vasta la letteratura disponibile sul secondo gruppo di paesi, quelli sottosviluppati, a partire da una rassegna di Jossa (1973) che affronta le problematiche del sottosviluppo e da due studi pi recenti, rispettivamente di Sylos-Labini (1983) e di Lombardini (1987), che hanno evidenziato due possibili interpretazioni dellarretratezza economica, la prima che sottolinea le cause di natura interna legate al basso livello di reddito, alla scarsa produttivit del lavoro, allinsufficiente investimento in capitale fisso, che innescano il cosiddetto circolo vizioso della povert e la seconda, che privilegia gli elementi esterni, rappresentati soprattutto dal problema della dipendenza, originata dalla collocazione internazionale di questi paesi e dalla specializzazione indirizzata, il pi delle volte, alla produzione di materie prime. Uno studio molto originale di Simonazzi (1984) ha focalizzato lattenzione sui paesi sottosviluppati come mercato di sbocco per i prodotti dei paesi pi industrializzati. Linterscambio con tali paesi, che nonostante la scarsit delle risorse disponibili, necessitano di ritmi elevati di crescita, finisce per dipendere in modo essenziale dalle forme di finanziamento offerte dai paesi esportatori. Nella sua ricerca ha esaminato, pertanto, le politiche perseguite dalle autorit dei paesi pi industrializzati per accrescere sui mercati dei paesi in via di sviluppo la competitivit delle loro esportazioni, perfettamente consapevoli dellimportanza delle scelte effettuate dalle autorit pubbliche a sostegno finanziario delloperazione stessa. Paradossalmente, la concorrenza tra venditori sui mercati del Terzo Mondo si spostata dal piano industriale a quello creditizio, attraverso una guerra dei tassi di interesse praticati e un massiccio intervento pubblico di supporto.

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Pi recentemente, la teoria interpretativa del sottosviluppo in termini di dipendenza ha abbandonato, in parte, lo studio dei flussi commerciali per i quali si rimanda, relativamente allexport agricolo, a Lancieri (1980) per esaminare invece il tema dellinvestimento estero diretto e del ruolo preponderante svolto dalle filiali delle imprese multinazionali nelle zone periferiche del mondo (Balcet, 1981). Sempre questo autore in collaborazione con Momigliano (1983) ha studiato i principali modelli di industrializzazione del terzo mondo, che si riferiscono principalmente a tre tipi di investimenti, quelli orientati ai mercati locali, attraverso produzioni sostitutive delle importazioni, quelli orientati, invece, allesportazione e quelli, infine, indirizzati allo sviluppo delle industrie di base, trasformatrici delle materie prime. Gli altri studi condotti da autori italiani sui temi del sottosviluppo si sono quasi esclusivamente orientati a discutere i problemi finanziari. La crescita industriale dei PVS negli anni Settanta, trainata principalmente dalle esportazioni verso i paesi pi industrializzati e messa in crisi dalle politiche deflazionistiche introdotte dopo il secondo shock petrolifero da Stati Uniti, Giappone e paesi europei, ha lasciato dietro di s una pesante eredit di indebitamento, resa ancora pi grave dalla notevole crescita dei tassi di interesse nellultimo decennio (Parboni 1985b). Con il passare degli anni, il rallentamento delle esportazioni, in seguito alla crisi della domanda mondiale, accompagnato da un elevato livello di importazioni finalizzato a soddisfare bisogni primari e non, ha incrementato il livello del debito (Pasca, 1984). Altri studi, come ricorda Onaiccioli (1984) tendono, inoltre, a evidenziare gli effetti dei fattori esogeni, che non dipendono cio dalle scelte dei PVS indebitati, n dal livello del loro assorbimento in termini di consumi. Altri, infine, come Ragazzi (1983) e Leon (1983) hanno evidenziato lo stretto legame che intercorre tra crescita economica dei PVS, finanziamento estero e crescente indebitamento, che rappresenterebbe il prezzo da pagare per lo sviluppo. Tuttavia, non si pu nascondere limpatto molto negativo sul deterioramento dei conti finanziari con lestero avuto dalle fughe dei capitali posseduti dalle borghesie locali, dal pagamento dei profitti alle multinazionali che operano nelle aree del sottosviluppo e, infine, dallonere degli interessi sul debito. Tale drenaggio di risorse dai paesi poveri verso quelli pi industrializzati stato talmente elevato da sconvolgere uno dei principi base della politica di sostegno allo sviluppo, quello di attivare flussi di risorse dai paesi ricchi a quelli sottosviluppati (Sacchetti, 1985). Ne conseguito un peggioramento delle condizioni economiche dei paesi coinvolti nella crisi debitoria che ha reso pi problematiche le politiche di aggiustamento e ha bloccato quelle finalizzate alla crescita.

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Con questo quadro di forti squilibri e di instabilit che caratterizza i rapporti tra le aree pi significative del sistema economico internazionale si esaurisce la seconda sezione dedicata allesame dei contributi descrittivi di autori italiani in terna d flussi commerciali e finanziari che hanno interessato sia il nostro paese che il resto del mondo. 7. Processi di internazionalizzazione, di integrazione monetaria e di globalizzazione dei mercati: unanalisi interpretativa Un terzo filone di studi descrittivi dopo quelli di area e quelli sulle vicende delleconomia mondiale ha avuto per oggetto lesame dei processi di crescente internazionalizzazione ed integrazione, che interessano soggetti, mercati e sistemi economici a livello mondiale. Abbiamo gi parlato del nuovo spirito liberista che ha dominato le relazioni economiche del secondo dopoguerra, in reazione al clima di isolamento e di autarchia che era prevalso negli anni Trenta: si trattato tuttavia, come ricorda Catalano (1972), di un processo lento e faticoso che ha portato dapprima al ritorno alla convertibilit tra le trincipali valute del mondo, nel 1958, e che ha stimolato quindi lavvio, sempre nello stesso anno, del processo di integrazione economica europea, con la costituzione di un unico mercato e la crescita, agli inizi degli anni Sessanta, di un sistema finanziario sovranazionale, quello delleurodollaro, di cui abbiamo gi parlato a proposito del problema della liquidit internazionale e della stabilit finanziaria. Ma cera un altro fenomeno strettamente interrelato alla crescente internazionalizzazione del capitale (Gomito, 1976) e della produzione (Rullani, 1973), che caratterizz a partire da quegli anni la scena economica internazionale: mi riferisco al formarsi delle cosiddette imprese multinazionali (Acocella, 1975) che, finanziate originariamente da capitali statunitensi, si muovevano alla conquista del nuovo e vasto mercato comunitario (Gasparini, 1974), trasferendo direttamente in Europa una serie di produzioni che sarebbero state penalizzate dalla normativa tariffaria vigente. Anche gli economisti italiani, soprattutto gli industrialisti, si occuparono del fenomeno, mentre alcuni editori, in particolare Etas Kompass, Einaudi e Il Mulino si resero benemeriti, facilitando una maggiore comprensione del fenomeno con la traduzione di alcune tra le pi complete monografie in materia, scritte da esperti stranieri (mi riferisco in particolare alle traduzioni dei libri di Donner nel 1969, di Hymer nel 1974 e di Bertin nel 1977 sulle multinazionali). Leditore F. Angeli, infine, completava questa operazione, traducendo il rapporto redatto dalle Nazioni Unite sulla natura,

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lorganizzazione e il controllo delle imprese multinazionali e sulle relative influenze e tensioni generate dalle stesse allinterno delle relazioni economiche internazionali. Per quanto concerne gli studi originali condotti in quegli anni, nel nostro paese, sulla teoria dellimpresa multinazionale, e quindi degli investimenti internazionali diretti, essi si sono indirizzati a comprendere il perch della scelta di alcune imprese di affrontare i rischi e le difficolt insite in un insediamento lontano dai centri del controllo manageriale e il perch dellintensificarsi di un siffatto fenomeno, a partire dalla seconda met degli anni Settanta (Ragazzi, 1973a). Erano essenzialmente tre, allora, gli approcci di riferimento proposti dalle teorie degli investimenti esteri diretti, come ricorda Momigliano (1975), e cio quello che faceva leva sulle caratteristiche strutturali dei mercati, ormai dominati da oligopoli, come proponeva Hymer; quello che si rapportava, secondo lindicazione di Vernon, al ciclo di vita del prodotto e alla conseguente diffusione internazionale delle relative tec- nologie (un tentativo di verifica di questa tesi lo si trova in Fubini, 1978); e quello infine di Aliber, che fondava la strategia multinazio- nale su spiegazioni pi legate agli aspetti della gestione puramente fi- nanziaria dellimpresa. Lingresso delle multinazionali sulla scena economica internazionale, se da un lato ha imposto unottica nuova nella gestione delle imprese (Prodi, 1974), dallaltro ha anche imposto di ragionare rispetto ad una dimensione di mercato mondiale e non solo locale (Pellicelli, 1977). Ma le conseguenze dellapparizione delle multinazionali non devono essere valutate esclusivamente in termini microeconomici: esse comportavano anche problemi di compatibilit tra strategie delle imprese in questione e sovranit politica dei singoli stati (Colle e Fornengo, 1974), costretti a difendere, con una politica di regolazione, interessi ad un tempo economici e sociali (Balcet, Fornengo e Rolfo, 1979). A partire dagli anni Ottanta le ricerche, come quella di Marzano (1986) sugli investimenti diretti allestero e dallestero hanno assunto un rilievo notevole nel nostro paese, favorendo anche lo studio dei processi di internazionalizzazione delle imprese italiane (Balcet, 1982). Tali ricerche hanno dovuto far fronte a una situazione iniziale di assoluta carenza e inaffidabilit dei dati statistici disponibili, limitati alle rilevazioni dellUIC, poi elaborate dalla Banca dItalia, sulle uscite di capitali sotto forma di investimenti diretti (Murolo, 1981). Tutti i progetti in questo campo si sono quindi dovuti fondare sulla raccolta di dati direttamente presso le imprese, attraverso questionari, interviste, creazione di banche dati.

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In questo campo stato rilevante in particolare il ruolo di tre gruppi di lavoro, costituiti presso lIstituto Affari Internazionali (IAI) di Roma, il gruppo Ricerche e Progetti di Torino e lOSPRI (dal 1987 ribattezzato CESPRI) dellUniversit Bocconi. Il lavoro del gruppo romano (i cui risultati sono sintetizzati in Acocella, 1985) si concentrato sulle case-madri e sulle filiali estere di tipo produttivo delle imprese multinazionali italiane operanti nel settore industriale. I dati sono stati raccolti attraverso un questionario molto dettagliato (che includeva ad esempio la richiesta di informazioni quantitative sugli utili, sul costo del lavoro in ogni filiale estera, sui flussi intragruppo). Le risposte sono state pertanto parziali, anche se indicative di alcune tendenze in atto; come rileva Guido Carli nellintroduzione al volume sopra citato, la ristrettezza della popolazione censita accresce larea di incertezza nellinterpretazione dei dati. In totale sono state rilevate 110 imprese investitrici e 317 consociate estere, relativamente agli anni 1974-1979-1981. A livello internazionale, il gruppo IAI ha lavorato in collegamento con lIstituto di ricerca e informazione sulle multinazionali (IRM) di Ginevra. Diversa stata la scelta dei gruppi di lavoro Ricerche e Progetti e OSPRI (diretti rispettivamente da S. Mariotti e da F. Onida), che hanno lavorato congiuntamente nellambito di un progetto promosso dal CNEL, con il contributo della Banca dItalia e di numerose imprese pubbliche e private. Lindagine (sintetizzata nei volumi RP-OSPRI, 1987) ha analizzato congiuntamente sia le attivit produttive allestero delle imprese italiane (su cui ha lavorato il gruppo OSPRI), sia le partecipazioni in Italia di imprese estere (su cui ha lavorato il gruppo Ricerche e Progetti). Tale approccio si rivelato particolarmente fruttuoso a livello di approfondimenti settoriali dellanalisi (14 rapporti di settore sono stati pubblicati nel volume citato). Da un punto di vista metodologico, si puntato su una copertura la pi vasta possibile delluniverso, limitatamente ad alcune variabili chiave: per ogni partecipazione di natura produttiva, addetti, fatturato, quota di propriet, anno del primo investimento, paese di destinazione o di origine. Ne risultata una bancadati molto ricca, che nel caso delle multinazionali estere in Italia ha compreso 744 investitori e 1203 partecipazioni (praticamente lintero universo), e nel caso delle multinazionali italiane, 330 imprese investitrici e 680 partecipazioni estere. Nello stesso tempo le strategie delle imprese sono state analizzate attraverso interviste molto approfondite a un campione vasto e rappresentativo (nel caso degli investitori italiani, 75 imprese su 330 censite). Unaltra caratteristica degna di nota lattenzione dedicata alle nuove forme cooperative di internazionalizzazione, sotto la duplice spinta pro-

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veniente, a livello empirico, dalle ricerche promosse dal Development Center dellOCSE (a cui per lItalia ha partecipato IOSPRI), e a livello teorico dalle riflessioni proposte da Momigliano (membro del comitato scientifico della ricerca). Questo tipo di problematica (che include lo studio delle joint ventures internazionali e degli accordi cooperativi non equity di natura produttiva, tecnologica e commerciale) ha trovato sviluppo anche in successive pubblicazioni (Silva, 1985; Onida e Viesti, 1987; Balcet, 1987a). A livello internazionale, sono da segnalare i rapporti di collaborazione e di scambio stabiliti tra il CESPRI e il Department of Economics delluniversit inglese di Reading. Altre collaborazioni e committenze sono state istituite con 1UNCTAD di Ginevra, il CESAG di Strasburgo e il CEDREI di Buenos Aires, oltre al citato Development Center dellOCSE. Laltra problematica affrontata, per quanto riguarda i temi della crescente internazionalizzazione dei sistemi economici, quella relativa ai processi di unificazione, soprattutto monetaria, dei paesi della Comunit economica europea: le vicende dei primi anni Settanta avevano evidenziato, come stato sinteticamente esposto in Padoan (1987), da un lato, la debolezza economica degli Stati Uniti, cui corrispondeva il mantenimento di una notevole forza sul piano politico e militare, e dallaltro, la crescente affermazione delle economie europee, a cui tuttavia non corrispondeva un equivalente peso politico. Inoltre, la perdita molto forte di valore della moneta statunitense unitamente alle oscillazioni troppo elevate dei cambi allinterno della Comunit e allesistenza di differenziali molto ampi tra i tassi di inflazione, finivano per minacciare, come ha evidenziato Biasco (1985), il processo di integrazione perseguito sino ad allora. Tutto ci aveva reso indilazionabile la ricerca di una pi intensa forma di integrazione, con una disciplina del meccanismo di determinazione del tasso di cambio migliore rispetto a quella che regolava il serpente, troppo condizionata dalla posizione dominante del marco (De Cecco, 1974). Intorno alla moneta tedesca si andava, infatti, formando unarea valutaria, che avrebbe dovuto facilitare lutilizzazione della stessa come principale valuta di riserva accanto a dollaro e sterlina (Izzo, 1982). Negli studi del tempo emergono, tuttavia, numerose perplessit sulla possibilit di estendere a tutta lEuropa il modello specifico dellarea del marco. Diversi studi (Bosello, 1975; Praussello, 1979), hanno cercato in quegli anni di approfondire quali avrebbero dovuto essere le caratteristiche di unarea valutaria ottimale per lEuropa, al fine di individuare un modello su cui costruire il futuro sistema monetario europeo. Approvato dal Consiglio europeo il 5 dicembre 1978, lo SME entr in vigore il 13 marzo 1979, come un accordo di cambio che avrebbe do-

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vuto stabilizzare anche le aspettative circa le future oscillazioni, facilitando in tal modo la convergenza della crescita delle diverse economie europee. Tale accordo avrebbe dovuto essere accompagnato inoltre dalla creazione di una moneta europea, lEcu (Colasanti, 1987) e da meccanismi di credito che ne avrebbero facilitato il funzionamento (Merusi, 1987). Una eccellente monografia sul sistema monetario europeo e sul meccanismo di determinazione della parit centrale e delle relative bande di oscillazione stata pubblicata proprio in occasione della sua costituzione a cura dellIstituto Bancario San Paolo di Torino, banca di- mostratasi, anche negli anni seguenti, molto attiva nel consolidare il nuovo sistema e nellindividuare forme di utilizzazione privata della moneta europea. Oltre ad organizzare numerosi convegni, i cui atti sono stati pubblicati in successivi numeri della rivista Thema, la banca in questione si rese benemerita iniziando anche la pubblicazione di una nuova rivista, Ecu newsletter, che ha raccolto sistematicamente tutte le informazioni relative alla normativa, luso e la diffusione dellEcu, nei suoi impieghi sia pubblici che privati. Uno dei primi problemi che si sono posti immediatamente dopo la costituzione dello SME stato quello di capire quale fosse il collegamento tra questultimo e il sistema monetario internazionale, in particolare quale fosse lincidenza che le oscillazioni del dollaro avrebbero avuto sul valore delle valute comunitarie (Micossi e Padoa Schioppa, 1985). A questo proposito Giavazzi e Giovannini (1985) hanno evidenziato come il comportamento di queste ultime rispetto al dollaro fosse asimmetrico, con la lira pi propensa, al contrario del marco, a seguire landamento del dollaro, mentre Basevi, Calzolari e Colombo (1983) hanno sottolineato la centralit, per un corretto funzionamento dello SME, della politica economica e monetaria tedesca, condizionata solo marginalmente dal rispetto dei nuovi accordi e molto pi preoccupata di difendere lautonomia dei propri interventi nei confronti della moneta statunitense. Proprio su questi temi studiosi italiani, come Micossi (1985), Padoa Schioppa (1986), Giavazzi e Pagano (1986) sono stati tra i pi convinti sostenitori della natura piramidale del meccanismo dello SME, al cui vertice va collocata la definizione del rapporto di cambio marco-dollaro, a sua volta condizionato dalla politica monetaria delle autorit tedesche in grado di orientare le scelte della base, rappresentata dagli altri paesi membri allinterno dello SME. Questa base si pu poi distinguere, come stato suggerito da Basevi e Calzolari (1982) in paesi lealisti che seguono docilmente le decisioni della Germania e paesi indisciplinati, rappresentati in particolare da Italia e Francia, che difendono una maggiore autonomia di decisione.

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Nelle attese di coloro che hanno contribuito a varare il nuovo ordinamento cera, come si diceva, la speranza di costruire unarea valutaria (Onida, 1972), caratterizzata da mobilit dei fattori, integrazione finanziaria, elevato grado di apertura verso linterno della Comunit: a rallentare questo processo di integrazione intervennero, tuttavia, come hanno esaurientemente illustrato Martinengo e Padoan (1981; 1983) tutta una serie di ostacoli rappresentati essenzialmente dalla mancanza di una politica comune nei confronti del dollaro, dalla non definizione dei rapporti tra valute forti e valute deboli e, infine, dal permanere di differenziali molto elevati dei tassi di inflazione infracomunitari. In particolare, tra Nord e Sud della CEE, accanto a processi di integrazione, si sono manifestati certi elementi di divergenza che hanno originato conflitti (Querini, 1983). Ciononostante non si pu disconoscere allo SME tutta una serie di meriti, come la bassa variabilit dei tassi di cambio bilaterali tra le monete appartenenti al sistema rispetto a quella delle altre monete, la pi elevata stabilit (in termini relativi) del tasso di cambio dellEcu e la maggior costanza dei rispettivi tassi di interesse evidenziate da Hamaui (1984). Per questo, al fine di incentivare luso dellEcu, sono state formulate varie proposte, tra le quali ha suscitato notevole interesse quella avanzata da R. Masera (1986a), secondo il quale occorre. estendere alle banche centrali la pratica di un uso pi intenso dellEcu privato; tale proposta, che stimolerebbe tra laltro una pi stretta interconnessione tra i due circuiti dellEcu, quello privato e quello ufficiale, consiste nel consentire alle banche centrali di acquistare dalle banche commerciali Ecu privati da utilizzarsi per interventi ufficiali sui mercati dei cambi. A garantire la trasformazione degli Ecu privati in Ecu ufficiali contribuirebbe, nella proposta di Masera, la Banca europea degli investimenti (BRI), che dovrebbe svolgere la funzione di stanza di compensazione multilaterale di tutte le operazioni in Ecu: qualora una banca centrale desiderasse ottenere Ecu privati da una banca commerciale, dovrebbe versare su un conto presso la BRI, intestato alla banca commerciale, la somma equivalente agli Ecu richiesti. In seguito, la banca centrale potrebbe utilizzare questi ultimi come Ecu ufficiali, per interventi sul mercato dei cambi, mentre la banca commerciale potrebbe impiegare liberamente il proprio attivo presso la BRI. Limpiego di Ecu ufficiali non eccederebbe in tal modo lammontare effettivamente esistente di Ecu, mentre le banche commerciali potrebbero attingere a conti in Ecu presso le autorit monetarie europee, nella fattispecie la BRI, con importanti conseguenze per la crescita e il consolidamento del mercato dellEcu.

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Al di l di questi espedienti tecnici, le future trasformazioni dei mercati finanziari derivanti da una crescente integrazione e da una maggiore internazionalizzazione dei movimenti di capitali (Dini, 1986), comporteranno un radicale potenziamento dello SME a cui dovrebbe corrispondere come ha osservato anche R. Masera (1987) una progressiva perdita, da parte dei singoli paesi, della propria autonomia monetaria. Il processo di unificazione monetaria pu essere conseguito soltanto attraverso una progressiva armonizzazione delle normative, dei sistemi giuridico-amministrativi, dei controlli di vigilanza e delle politiche monetarie dei singoli paesi (R. Masera e Triffin, 1984); occorre, inoltre, operare perch si formi un unico mercato dei capitali al cui interno le operazioni in Ecu ricuperino, come auspica Velo (1985), un ruolo crescente. Questo, tra laltro, consentirebbe a un siffatto mercato di porsi in alternativa a quello delleurodollaro, la cui crescita eccessiva e incontrollata grava sempre pi in termini minacciosi sulla stabilit delleconomia europea (R. Masera, 1986a). Daltra parte la ridefinizione dello SME una delle fasi propedeutiche per il rilancio della Comunit economica europea verso una totale integrazione, come stato evidenziato dal rapporto redatto per la Comunit da un gruppo di economisti coordinato da Tommaso Padoa Schioppa (1987), al fine di individuare gli ostacoli che ancora si frappongono alla completa unificazione del grande mercato interno del 1992. Dopo aver evidenziato la responsabilit primaria delle autorit monetarie soprattutto in seguito alla completa liberalizzazione dei movimenti di capitale che ridurr le rispettive autonomie nella gestione della politica monetaria il rapporto sottolinea la necessit di incentivare una allocazione ottimale delle risorse allinterno dellarea, attraverso il rafforzamento del potere della Comunit in tema di redistribuzione. Inoltre la crescente eterogeneit dei paesi membri impone il perseguimento di obiettivi concordati di stabilizzazione delle rispettive economie, anche se ci implica la rinuncia parziale alle singole sovranit nazionali (Bni Smaghi e Vona, 1986). Gli studi sullunione economica europea si sono poi spinti ad esaminare le relazioni tra questarea e il resto del mondo: stato studiato per esempio limpatto di un eventuale allargamento della CEE sul commercio internazionale (P. Alessandrini e G. Conti, 1981), o sullarea del Mediterraneo (Gaetani dAragona, 1987; Querini e Raganati, 1987). Sono altres stati studiati i riflessi del processo di integrazione in Europa sulle economie latinoamericane (Sideri, 1983) e del Terzo Mondo (Montani, 1979). Parallelamente al processo di integrazione delleconomia europea sono state studiate le diverse implicazioni di quella tendenza alla globalizza-

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zione delleconomia mondiale conseguente al sorgere di nuovi mercati soprattutto nelle aree che un tempo erano meno sviluppate sul piano mondiale (Parboni, 1985b) allinterazione tra i singoli sistemi produttivi nazionali generati da processi di innovazione tecnologica (Momigliano, 1983) e, infine, alla crescente internazionalizzazione dei mercati finanziari, conseguente ai processi di innovazione dei prodotti offerti e degli strumenti utilizzati (Szgo e Sarmant, 1979). Misurando, sulla base del rapporto tra esportazioni e importazioni rispetto al prodotto industriale, il grado di integrazione commerciale e quindi di interdipendenza tra i diversi paesi, Onida (1984b) ha constatato che, a partire dalla met degli anni Settanta, esso cresciuto in continuazione, soprattutto allinterno della Comunit economica europea e tra i paesi industriali. Levento che ha innescato questo cambiamento stato il cosiddetto shock petrolifero che ha modificato radicalmente le strutture della domanda mondiale, con una fortissima redistribuzione a cui i paesi comunitari, gli Stati Uniti e il Giappone hanno risposto con le loro esportazioni. A questa crescente integrazione del commercio mondiale le pi importanti imprese produttrici dei vari paesi hanno risposto internazionalizzandosi (Vacc, 1983), assumendo cio, attraverso alleanze con altre imprese, un orizzonte globale a cui riferirsi sia per lapprovvigionamento di materie prime, forniture e tecnologie, sia per lindividuazione di sbocchi per il prodotto finale. Questo profondo cambiamento stato oggetto di molteplici studi da parte degli economisti industriali: agli inizi degli anni Sessanta lo sviluppo multinazionale dellimpresa si identific prevalentemente con una espansione dimensionale delle stesse (Fornengo, 1974); oggi laccresciuta dimensione delle imprese non pi il fine che ne consente la crescita a livello mondiale. Per internazionalizzarsi limpresa deve ricercare collaborazioni e alleanze a livello mondiale su uno stesso progetto, favorita dalla facilit con cui le nuove tecnologie assicurano lo scambio immediato di informazioni complesse e la costruzione di una rete internazionale (Antonelli, 1984), che consentono di cooperare ad un progetto comune pur conservando ciascuna la propria autonomia decisionale (Vacc, 1986). Sempre in tema di internazionalizzazione affrontiamo, per concludere, lultimo argomento che stato oggetto di discussione da parte degli studiosi italiani, quello della cooperazione allo sviluppo delle economie pi arretrate, che ha visto, a partire dallinizio degli anni Ottanta, lintensificarsi degli sforzi per accrescere la massa di aiuti dellItalia verso il Terzo Mondo. Proprio la politica dellaiuto finalizzata alla soluzione dei problemi dello sviluppo ha costituito oggetto di dibattito nel nostro paese, come nel resto del mondo, soprattutto nei confronti di coloro che sostengono, invece, lesclu-

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siva necessit di creare nelle economie arretrate condizioni economiche tali da generare flussi commerciali (DAngelo, 1981). vero che nel nostro paese laiuto pubblico allo sviluppo si manifestato essenzialmente con interventi di cooperazione: tuttavia le motivazioni che presiedono alla politica di cooperazione sono troppo spesso di carattere puramente commerciale, come ha evidenziato S. Alessandrini (1984). Il prevalere degli interessi del paese donatore fa s che la procedura seguita faccia sempre meno ricorso allaccordo multilaterale e sempre pi a quello bilaterale, dati i vantaggi di carattere mercantile che proprio dalla cooperazione possono derivare, in primo luogo, per il paese donatore. Con questa panoramica sulle interpretazioni che gli economisti italiani hanno dato ai processi di internazionalizzazione si conclude lanalisi dei principali studi di carattere descrittivo: tale rassegna non ha evidenziato tra i diversi autori visioni radicalmente antitetiche o elementi di particolare contrasto. Da questi studi descrittivi di economia internazionale non sono, infatti, emerse quelle divisioni che caratterizzano, invece, il dibattito tra i teorici delleconomia internazionale, che costituisce oggetto di studio del prossimo capitolo. 8. Contributi alla teoria pura del commercio internazionale Passando ora ad analizzare i contributi degli autori italiani nel campo degli studi di carattere analitico sulla teoria pura del commercio internazionale, dobbiamo ammettere che, nel complesso, essi appaiono sostanzialmente marginali rispetto ai pi recenti sviluppi teorici, se si escludono i tentativi condotti per estendere anche a questo filone di ricerca la critica sraffiana alla teoria neoclassica del valore e della distribuzione. Nessun apporto originale stato dato n sul tema della individuazione delle cause che determinano il contenuto merceologico dello scambio, n sulla questione relativa ai vantaggi che i paesi ottengono dalla specializzazione e quindi dallo scambio internazionale. Fatta salva qualche ricerca compilativa che esamineremo in seguito gli studi di autori italiani non hanno contribuito allapprofondimento dei tre grandi filoni di pensiero che storicamente hanno cercato di spiegare le determinanti del commercio estero e della specializzazione internazionale, e cio la teoria classica di Torrens-Ricardo che evidenzia limportanza delle diversit tecnologiche, quella di Heckscher-Ohlin che pone in rilievo il ruolo svolto dalla diversa dotazione dei fattori produttivi, ed infine, quella neoclassica, che considera lo scambio internazionale puramente in termini di modelli di domanda-offerta.

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In particolare, il contributo degli autori italiani negli ultimi due decenni si estrinsecato principalmente in una serie di rassegne, a scopo soprattutto didattico (Gandolfo, 1986; Onida, 1984a) che hanno avuto il pregio di migliorare, in molti casi, la formalizzazione di alcuni modelli. Sempre in tema di rassegne, si rimanda a quella, molto completa, redatta da Maggiore (1974) sul problema specifico dellestensione della teoria di Heckscher-Ohlin secondo cui un paese prima produce, raggiungendo livelli di notevole specializzazione, e poi esporta, quei beni nella cui produzione sono impiegati in misura intensiva i fattori produttivi abbondanti nel paese e del suo corollario, relativo al pareggiamento del prezzo dei fattori. Tale teoria, comunemente identificata come ortodossa, stata recentemente sottoposta ad alcuni raffinamenti soprattutto ad opera di autori stranieri che hanno studiato le conseguenze che derivano dallipotizzare economie di scala, costi di trasporto, beni intermedi o mobilit internazionale dei fattori. Un altro recente tentativo di approfondimento della teoria neoclassica, quello di introdurre, accanto ai due beni tradizionalmente considerati, una terza categoria di beni, quella definita a causa dei costi di trasporto eccessivi, dei dazi proibitivi e degli embarghi dei beni non commerciati, stato, invece, criticato a fondo da Padoan (1977), che ha contestato il concetto stesso di non commerciabilit. Sempre in tema dei limiti dei modelli incentrati sulla dotazione dei fattori, Gandolfo (1977) ha specificato le condizioni matematiche che rendono possibile la inversione delle intensit fattoriali allinterno dei diversi settori produttivi: la mancanza di queste condizioni, da cui dipende la dimostrazione del teorema di specializzazione produttiva legata alla dotazione di risorse, ha rimesso in discussione tutta la struttura del modello pi solitamente utilizzato di commercio internazionale, quello appunto di Heckscher-Ohlin. Ci sono poi stati due tentativi di verifica empirica, per il nostro paese, del paradosso di Leontief che, com noto, ha dimostrato, smentendo la tesi del teorema di Heckscher-Ohlin, che gli Stati Uniti esportano di fatto quei beni nella cui produzione non sono impiegati in maniera intensiva i fattori produttivi abbondanti nel paese. La prima ricerca empirica, condotta in questa direzione, stata quella di DAntonio (1970) che nei dati relativi al periodo 1959-65 trov evidenza, anche per lItalia, del paradosso in questione, data la relativa intensit di capitale nelle esportazioni italiane: la spiegazione avanzata per giustificare il presunto paradosso si fonda sulle forti spinte salariali che avrebbero interessato i settori orientati allesportazione e sulle specifiche caratteristiche della domanda estera verso i prodotti italiani. Il secondo tentativo di

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verifica di questa tesi stato quello di Pola (1971), il quale ha cercato di evidenziare come il fenomeno sia stato particolarmente intenso relativamente ai flussi commerciali indirizzati verso paesi comunitari, mentre sia stato irrilevante nel caso dei flussi extracomunitari o quando vengano eliminati i flussi relativi allagricoltura e ai settori estrattivi. La critica alla teoria tradizionale non si limitata, tuttavia, alla verifica del paradosso di Leontief: Momigliano e Dosi (1983) hanno evidenziato i cambiamenti strutturali e del sistema produttivo verificatisi nel corso degli anni Settanta, che hanno reso inadeguate le tradizionali tesi esplicative dello scambio internazionale. Furono tali cambiamenti che stimolarono due filoni originali di ricerca: il primo mirava a integrare la classica teoria delle dotazioni fattoriali con un ulteriore fattore, quello relativo alla capacit del sistema industriale di un dato paese ad innovare la tecnologia produttiva; come hanno evidenziato G. Conti (1975) e Onida (1978), nei loro tentativi di integrare con elementi nuovi come la tecnologia la tradizionale teoria neoclassica, lipotesi esplicativa pi plausibile del commercio internazionale sarebbe la relazione che lega tecnologia e funzioni di produzione e che conduce allinnovazione sia di processo che di prodotto. La competitivit internazionale di siffatti prodotti si manterrebbe fintantoch non diminuisce la capacit di innovazione del sistema produttivo: quando questo si verifica, la concorrenzialit di un prodotto sui mercati internazionali tornerebbe a fondarsi soltanto pi sui differenziali tra i prezzi (Momigliano, 1985). A sua volta Antonelli (1986) ha ulteriormente specificato il concetto del ruolo svolto dalla capacit ad innovare di un paese rispetto alla crescita della sua competitivit sui mercati internazionali e dei flussi di esportazioni: ci che conta infatti non tanto la capacit ad innovare misurata da una molteplicit di indicatori di intensit tecnologica, come le spese in ricerca e sviluppo o il numero di brevetti registrati ma piuttosto il grado di diffusione dellinnovazione, e cio la capacit di adottare tempestivamente e diffusamente nuove tecnologie, nuovi processi e nuovi beni intermedi. Il secondo filone di ricerca che origina dal processo di revisione della teoria neoclassica conduce ad una molteplicit di modelli di specializzazione internazionale, che differiscono sostanzialmente dalla teoria tradizionale: tale tendenza si cos accentuata negli ultimi due decenni da indurre Momigliano a parlare di una forte frantumazione delle teorie esplicative a fronte di forti spinte alla frarnmentazione polarizzata del commercio internazionale, evidenziata tra gli altri anche negli studi condotti da Sacco (1980). Si sono pertanto individuate per lo meno tre categorie di beni che rispondono rispettivamente alle conclusioni di

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tre teorie molto diverse tra loro: i beni appartenenti ai settori che impiegano intensamente capitale e lavoro non specializzato, che risponderebbero al modello di Heckscher-Ohlin; i prodotti ricchi di risorse naturali, il cui commercio internazionale sarebbe regolato dal teorema ricardiano; e, infine, i beni appartenenti ai settori ad alta tecnologia e ad elevato contenuto di ricerca scientifica, che si adatterebbero meglio alle teorie pi recenti. Rassegne complete di queste nuove teorie del commercio internazionale, che hanno avuto origine in seguito allinadeguatezza del modello di Heckscher-Ohlin a spiegare certe tendenze degli ultimi decenni, sono state quelle redatte da Roccas (1977) e Gandolfo (1985a). Tuttavia, di fronte al proliferare di formulazioni alternative miranti a incorporare aspetti rilevanti della realt, come per esempio la teoria del ciclo del prodotto secondo la quale sarebbe possibile individuare diverse fasi nella vita economica di un bene, da quella della nascita a quella della completa standardizzazione la posizione degli studiosi italiani stata molto critica, nel senso che diversi studi, tra i quali Onida (1978), hanno cercato di chiarire le difficolt che si incontrano ogni volta che si cerca di specificare alcuni concetti della teoria in questione, come quello di prodotto nuovo o maturo per beni che rientrano, in base alle classificazioni internazionali, nella stessa categoria merceologica. Rispetto alle teorie che evidenziano, come quella di Linder o di Barker, il ruolo del mercato nazionale come elemento che spiega la capacit di esportare ricordiamo un vecchio ma importante contributo, quello di Basevi (1970), che sembra invece concordare con tale tesi: in esso si spiega formalmente come il livello della domanda interna condizioni la crescita di unindustria di esportazione. Basevi dimostra, infatti, che anche quando il prezzo internazionale non consentirebbe di coprire i costi a causa di diversi oneri aggiuntivi tra i quali le spese di trasporto il produttore ha non di meno convenienza ad esportare, quando pu contemporaneamente soddisfare un mercato interno nel quale gode di una condizione di concorrenza imperfetta: le economie di scala che riesce in questo modo a conseguire gli consentono infatti di ridurre notevolmente il costo unitario. Anche la tesi opposta pu essere dimostrata in modo analogo, e cio che in date circostanze soltanto la possibilit di accesso ad un mercato internazionale consente di produrre in modo profittevole per il mercato interno. Lapprofondimento delle cause che spiegano la diffusione, a partire dal formarsi delle unioni doganali, in particolare del Mercato comune, del commercio orizzontale, cio dello scambio di prodotti che nella sostanza e nelle caratteristiche esteriori sono del tutto eguali, stato fatto

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nel nostro paese da Aquino (1978), Vona (1979), Camagni (1981) e Bosello (1981), che hanno cercato di spiegare questi fenomeni di despecializzazione nei flussi commerciali mondiali. In particolare, Vona ha ripreso il modello di Grey, che ipotizza il conseguimento di economie di scala dal lato dellofferta, e mercati imperfettamente concorrenziali dal lato della domanda, mentre Camagni ha proposto un modello puramente stocastico, per giustificare razionalmente il commercio intra-industriale e i vantaggi in termini di benessere che ne deriverebbero: la probabilit, infatti, che la struttura della domanda dei consumatori di diversi paesi sia identica tanto pi alta quanto pi simili sono i rispettivi redditi pro-capite, mentre la probabilit che il commercio orizzontale sia molto diffuso tanto pi elevata quanto pi i prodotti sono diversificati e sono presenti economie di scala per le singole variet di prodotto. Bosello, infine, ha legato la diffusione delle forme di commercio orizzontale alla nuova divisione internazionale del lavoro, che si andata affermando negli ultimi decenni. Sempre in tema di imperfezioni dei mercati internazionali gli autori italiani hanno mostrato poca propensione ad affrontare il dibattito sul contemporaneo formarsi di una pluralit di prezzi, per uno stesso bene omogeneo e tradable (commerciato) su piazze commerciali diverse. Tale condizione, suffragata dallevidenza empirica, finirebbe per smentire la legge in base alla quale esisterebbe un unico prezzo, a livello internazionale, per ciascun bene omogeneo o commerciabile. Nella ricerca di Giovannetti (1987) si cerca di dimostrare lesistenza di elementi che giustifichino il formarsi e il permanere di una molteplicit di prezzi per le stesse classi di beni: uno, di questi rappresentato dalla impossibilit di un regolare svolgimento delle operazioni di arbitraggio che assicurano, a livello teorico, la dimostrazione della legge del prezzo unico. Ci che limita lattivit degli arbitraggisti la crescente incertezza sui valori effettivi dei prezzi espressi in valuta, che condiziona il comportamento degli operatori e i cui effetti sui commerci internazionali sono stati evidenziati anche da Casprini (1979). Inoltre, in un contesto in cui i segnali che provengono alle imprese sono poco precisi ed inattendibili, diviene estremamente difficile prendere delle decisioni: in ogni caso il contesto analitico di riferimento continua ad essere quello della concorrenza imperfetta e non pi quello dei mercati perfettamente concorrenziali che erano alla base dei pi noti modelli della teoria pura del commercio internazionale. Le imprese che operano sui mercati mondiali cessano, dunque, di accettare il prezzo come un dato (price taker) e cercano, invece, di imporre al mercato un proprio prezzo (price maker), pur non operando in condizioni di monopolio (Biasco, 1986).

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Linadeguatezza della teoria tradizionale si resa ancora pi manifesta quando si cercato di specificarne gli aspetti dinamici o di calcolare limpatto dello sviluppo economico sugli andamenti del commercio internazionale: anche in questo caso disponiamo soltanto di alcune rassegne come quella originale di Martinengo (1972) che esamina in sede teorica i possibili effetti del progresso tecnico, nelle sue varie definizioni, sullandamento dei flussi di import-export, o quella di Franco e Gerosa (1980), che non a caso risulta esclusivamente composta da traduzioni di testi di autori stranieri. Lunico settore di studio relativo al commercio internazionale in cui si sono avuti contributi originali da parte di studiosi italiani stato quello della critica alle ipotesi del modello di Heckscher-Ohlin, considerato come lespressione pi tipica della teoria neoclassica: essi si sono fondati sullo sforzo di estendere ai modelli di scambio internazionale la critica pi radicale alle impostazioni neoclassiche, sulla base della impossibilit di misurare, in un sistema economico, il valore dellaggregato capitale, a prescindere dalla distribuzione del reddito. Questa critica mossa, com noto, alla teoria neoclassica del valore e della distribuzione dellanalisi di Sraff a stata ricuperata negli studi sul commercio internazionale da autori stranieri come Steedman e Metcalfe, in Italia, da Parrinello (1970; 1973). Egli ha evidenziato come i problemi sorgano ogni qualvolta non si consideri nel modello di Heckscher-Ohlin il capitale come un unico bene fisicamente omogeneo e riproducibile, ma lo si ipotizzi come un insieme di diversi beni, fisicamente eterogenei: in questo caso, infatti, non possibile misurare il capitale indipendentemente dalla distribuzione e quindi diventa anche impossibile definire concetti come intensit fattoriale, dotazioni relative di fattori e pareggiamento del loro prezzo. Dato che lapparato analitico a cui si riferiscono questi autori fa riferimento essenzialmente alla teoria di David Ricardo, questi contributi sono stati definiti come neoricardiani. Esaurito lesame dei contributi originali di autori italiani alla teoria pura del commercio internazionale, dobbiamo affrontare un ultimo aspetto correlato al tema in questione e cio la teoria della politica commerciale, che studia gli effetti sugli scambi tra paese e paese di interventi protezionistici, come lintroduzione di dazi, contingentamenti o barriere non tariffarie. Gli studi di carattere generale, come quelli di Colornbatto (1984c) e Grilli (1984), evidenziano le trasformazioni che storicamente ha subito la politica del protezionismo, con conseguenti condizionamenti anche sugli sviluppi teorici. In particolare, Grilli ricorda come per analizzare il neoprotezionismo si sia fatto ricorso ad un modello di mercato politico della protezione, che teorizza lo scadimento

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dellefficacia operativa del mercato, al cui interno i flussi di scambi commerciali sarebbero regolamentati e amministrati da accordi volontari tra paesi, per una concordata limitazione dellattivit commerciale. Tali accordi, molto pi pericolosi delle cosiddette barriere non tariffarie studiate da Milone (1974) e ormai oggetto di esame critico da parte degli esperti del GATT, in vista di una loro futura rimozione vengono sottoscritti con grande frequenza, nonostante il formale ripudio nominalistico delle autorit rispetto a qualsiasi intervento che riduca il grado di efficienza del mercato concorrenziale. Sempre in tema di osservazioni di carattere generale, Caff (1985) ritiene altrettanto pericoloso del protezionismo il modello di sviluppo industriale trainato dalle esportazioni, con le aggressive politiche commerciali e la penalizzazione nei confronti della domanda interna, che esso comporta. Gli interventi di difesa introdotti con queste politiche da parte dei paesi pi deboli, che perseguono invece una politica di valorizzazione della propria domanda interna, non possono non rivestire caratteri protezionistici: occorre per distinguere tra questo tipo di protezione da sempre oggetto di condanne aprioristiche e le forme molto pi sofisticate di protezionismo attuate dai paesi gi in posizione egemone nellattivit commerciale internazionale, che invece sfuggirebbero alle critiche dei tutori dellideologia del libero scambio. Occorre invece, sempre secondo Caff, favorire il diffondersi di un modello di crescita non tanto incentrato sullanacronistica competitivit verso lesterno, quanto piuttosto orientato a conseguire una maggiore efficienza organizzativa interna, che ben si concilia, in molti casi, con la possibilit di far ricorso a temporanee misure di protezione. Studi di carattere pi specifico sono stati indirizzati su temi come la distinzione, a livello teorico, di due strumenti tipici del protezionismo come dazi e sussidi (Tagliabue, 1983), luso di politiche commerciali intermedie tra internazionalizzazione e protezionismo (Secchi, 1984a), o il ricorso a forme di protezionismo valutario (Bruni e Monti, 1986). Occorre, infine, ricordare a conclusione di questa sezione dedicata agli approfondimenti teorici delle problematiche del commercio internazionale e delle sue limitazioni lottima ricerca quantitativa di Grilli e La Noce (1983) sulla politica protezionistica dellItalia: lanalisi stata condotta su due piani, quello del tasso di protezione tariffaria, stabilito a livello comunitario, e quello del tasso di protezione interno, introdotto a livello nazionale attraverso politiche di assistenza e incentivazione. Questo secondo aspetto della protezione, pi di natura endogena, sembra fortemente correlato con lintensit di impiego del lavoro nei processi di produzione e con la localizzazione nelle regioni meno sviluppate del

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Sud. Il risultato finale di queste politiche che il tasso effettivo di protezione finisce quasi sempre (nel caso dellItalia in 23 settori industriali su 35) per essere pi elevato di quello nominale, a riprova della esistenza di una fascia molto alta di protezione, che lungi dallessere una specificit delleconomia italiana, caratterizza quasi tutti i sistemi pi industrializzati, arrecando gravi pregiudizi alla crescita degli scambi. 9. Contributi alla teoria monetaria dello scambio internazionale Allinterno della pi vasta ripartizione degli studi di economia internazionale tra aspetti reali e aspetti monetari, questi ultimi sono prevalentemente rivolti o allapprofondimento del dibattito sui meccanismi di riequilibrio della bilancia dei pagamenti, o alle discussioni relative alla determinazione del tasso di cambio. Esamineremo separatamente queste due tematiche, iniziando dalla prima. Le due scuole che si confrontano sul tema della definizione della bilancia dei pagamenti e dei processi di riaggiustamento sono, come accade abitualmente anche in altri ambiti della scienza economica, quella neoclassica e quella keynesiana. La prima evidenzia il ruolo essenziale svolto dal sistema dei prezzi nel modificare i flussi commerciali e sottolinea, quindi, la priorit delluso di strumenti come la variazione del tasso di cambio attraverso svalutazioni o rivalutazioni, che modificherebbero i volumi dellimport e dellexport o del tasso di interesse, che condizionerebbe i movimenti di capitale. Limpostazione keynesiana privilegia, invece, le letture in termini di reddito, legando i saldi della bilancia dei pagamenti agli squilibri macroeconomici tra prodotto nazionale e domanda interna ed estera. Una sintesi completa delle differenze che caratterizzano le due scuole, anche nei confronti dellapproccio monetarista, la si trova in Montesano (1975). Rispetto a questo quadro che evidenzia profonde divergenze, il contributo degli autori italiani si distinto innanzitutto a livello di esame della struttura della bilancia dei pagamenti. A questo proposito guide alla lettura sono state redatte da Forte e Scacciati (1980) e da Roccas e Santini (1979). Questi ultimi hanno sottolineato una sostanziale distinzione tra partite correnti e movimenti di capitali: mentre le entrate e le uscite registrate nelle partite correnti rappresentano flussi generati da altre grandezze di flusso come la domanda corrente o la produzione le stesse voci, registrate nella bilancia dei capitali, indicano anchesse movimenti di flussi, ma che dipendono, tuttavia, da squilibri generati sui mercati degli stock di attivit esistenti, come lammontare totale di

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moneta o di titoli nazionali ed esteri. Per lapprofondimento di queste relazioni fra bilancia dei pagamenti e principali aggregati macroeconomici si rimanda, inoltre, a Cristini (1973), che ha studiato in particolare quella componente della base monetaria che nasce dal saldo dei conti con lestero e i conseguenti problemi del controllo della stessa, nei principali paesi industrializzati. Un esame della peculiare struttura del documento italiano lo si trova infine, in Basevi e Soci (1978), mentre la Banca dItalia ha affidato a Biagioli, Chiesa, Gomel e Palmisani (1982) la formulazione di un modello operativo per lanalisi a breve termine della bilancia dei pagamenti. Passando, ora, ad esaminare il dibattito teorico sui meccanismi di riequilibrio della bilancia dei pagamenti, lottica classica stata esposta da Candela (1973). Il problema oggetto di studio quello di cogliere le condizioni che assicurano un miglioramento della bilancia dei pagamenti attraverso limpiego di strumenti che operino unicamente sui prezzi, come il ricorso a variazioni del tasso di cambio o a politiche deflazionistiche. Lefficacia di tali interventi legata allesistenza di sufficienti livelli di elasticit sia dellimport che dellexport (condizione delle elasticit critiche), e quindi allesistenza di un certo grado di disoccupazione e di un certo ammontare di risorse inutilizzate, allinterno delleconomia. Un secondo assunto dellapproccio delle elasticit quello in base al quale i prezzi originali, sia interni che esteri nelle rispettive valute non si modificherebbero a causa di una variazione delle parit, mentre ci che deve variare in seguito alla svalutazione sarebbero solo i prezzi dopo la conversione, fatta sulla base del nuovo tasso di cambio: questo presuppone, per, una elevata differenziazione delle produzioni di ogni paese, che la condizione tipica di un regime di mercato di concorrenza imperfetta. In unottica pi propriamente keynesiana, Gandolfo (1970; 1977) ha esaminato le relazioni che legano i processi di aggiustamento della bilancia dei pagamenti con lequilibrio macroeconomico, sia reale che monetario: esse vengono analizzate in un regime sia di cambi fissi, che di cambi flessibili, al cui interno operano i meccanismi del moltiplicatore del reddito di mercato aperto. Secondo questo approccio, le variabili che riportano in equilibrio la bilancia dei pagamenti non sono i prezzi come ritengono i neoclassici e, di conseguenza, neppure i tassi di cambio, ma la capacit di assorbimento di un paese rispetto al suo potenziale produttivo, oltre alle propensioni al consumo, allinvestimento, allimportazione che, come noto, incidono sullampiezza dei moltiplicatori, sulla crescita del sistema e sugli squilibri dei conti con lestero. La conclusione a cui giunge Gandolfo critica nei confronti del preteso po-

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tere isolante e della capacit automatica di riequilibrio della bilancia dei pagamenti che sarebbero propri di un sistema di tassi di cambio flessibili, sia perch il loro adeguamento non detto che avvenga contestualmente, sia perch anche ammesso che ci si verifichi molto probabile che si manifestino delle modificazioni nel totale della domanda aggregata che invaliderebbero la soluzione, sia, infine, perch occorre considerare nel saldo della bilancia dei pagamenti anche i movimenti di capitale, speculativi e non, che contribuirebbero a rendere pi difficile il conseguimento dellequilibrio. Lapproccio che ha seguito Tullio (1979) invece quello di stretta ispirazione monetarista: a differenza dallanalisi keynesiana, questa teoria sottolinea limportanza dellequilibrio dei mercati monetari e finanziari per determinare le fluttuazioni della bilancia dei pagamenti. Partendo dallipotesi, a nostro avviso molto riduttiva, che lofferta di moneta si traduca pi o meno direttamente in domanda di beni, e che questa possa essere soddisfatta sia sul mercato interno che su quelli esteri, Tullio conclude affermando che il disavanzo nei conti con lestero dipende esclusivamente dagli squilibri in eccesso tra stock di moneta detenuta dai consumatori e stock di moneta desiderata. Per giungere a tale conclusione occorre, come ricordano Jossa e Torrisi (1981), formulare una serie di ipotesi molto restrittive, che sono quelle proprie della visione abbastanza riduttiva della teoria rnonetarista: lesistenza di una domanda di moneta, funzione stabile di un numero non elevato di variabili; il funzionamento di un meccanismo di arbitraggio sui mercati reali, che tenda ad eguagliare i prezzi dei beni nei vari paesi; ed infine, la totale esogeneit e quindi rnanovrabilit da parte delle autorit monetarie, del- lofferta di moneta. Partendo da questa impostazione Tullio sviluppa due modelli teorici di medio-lungo periodo della bilancia dei pagamenti: il primo un modello semplificato (stimato anche per gli Stati Uniti), a due aree monetarie, che consente di ricavare una equazione di bilancia dei pagamenti per un paese che emette moneta di riserva, e di studiare successivamente limpatto, sulla stessa, della politica monetaria; il secondo un modello teorico di medio-lungo periodo per un paese piccolo (lItalia), che consente di misurare leffetto sia corrente che sfasato degli squilibri del mercato monetario sulla bilancia dei pagamenti. Questanalisi della bilancia dei pagamenti come fenomeno puramente monetario da esaminarsi, quindi, in termini di aggiustamento di stock di moneta esistente e desiderata, giunge alla conclusione che gli effetti di una svalutazione sono puramente transitori rispetto al miglioramento del saldo dei conti con lestero, smentendo in questo modo le conclusioni degli approcci classico e neoclassico che parlavano, invece, di effetti

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duraturi di una variazione dei prezzi generata dalladeguamento del tasso di cambio. La ragione di questa netta differenza di risultati, come ha chiarito Gandolfo (1986, vol. 2, p. 241), la completa diversit dello schema teorico di riferimento: mentre la teoria tradizionale ipotizza, a seguito di una svalutazione, una variazione dei prezzi relativi con effetti di sostituzione ed effetti di reddito per lapproccio monetarista la lievitazione dei prezzi conseguente alla svalutazione genera un aumento dello stock di moneta desiderato, innescando un processo che annulla il miglioramento iniziale: i flussi derivanti da squilibri tra stock sono destinati a differenza da quelli generati da altri flussi a scomparire, una volta che le grandezze di stock hanno raggiunto il valore desiderato, rendendo quindi inefficaci non solo la svalutazione, ma anche tutte le politiche macroeconomiche pi sofisticate di ispirazione keynesiana. Naturalmente questa tesi regge solo sulla base di due ipotesi riduttive: quella di una tendenza automatica del sistema, nel lungo periodo, a conseguire un equilibrio di piena occupazione, e quella dellassoluta coincidenza tra eccesso di domanda di moneta, crescita dellassorbimento e saldo negativo della bilancia dei pagamenti, molto difficilmente verificabile. Vale la pena ricordare che anche il processo di aggiustamento nel modello di mercato aperto di ispirazione keynesiana automatico e innescato, in ultima analisi, da movimenti di stock di moneta, gene- rati a loro volta da squilibri della bilancia dei pagamenti, come rileva Vicareili (1979). Tuttavia, ci che divide le due teorie il meccanismo di trasmissione che, nellipotesi keynesiana, agisce attraverso il tasso dinteresse, il quale a sua volta incide sui flussi di spesa e sui movimenti di capitale, mentre nellipotesi monetaria quantit detenuta di moneta e ammontare totale di spesa sono strettamente collegati. N lapproccio monetarista n quello keynesiano hanno, tuttavia, nellambito della teoria dei meccanismi di riequilibrio della bilancia dei pagamenti, un peso paragonabile a quello della teoria neoclassica tradizionale, che fonda la sua interpretazione del disavanzo su squilibri imputabili unicamente ai livelli dei prezzi: tali squilibri possono essere sanati o con politiche deflazionistiche, generate dai movimenti monetari legati ai saldi della bilancia stessa come riteneva Hume e come stato chiarito da Aquino (1986) oppure da interventi sui cambi, rappresen-tati da svalutazioni o rivalutazioni. Quello del mercato dei cambi forse il settore delleconomia monetaria internazionale che ha registrato, nel tempo, il pi alto numero di ricerche, e sono ancora molti oggi gli studiosi che ritengono che la variazione del tasso di cambio continui ad essere lo strumento pi idoneo

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per riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Gli studi su questo tema si sono orientati su due direzioni: quella della individuazione teorica del tasso di cambio di equilibrio e quella delluso del cambio come strumento di politica economica. Nel dibattito teorico relativo alla determinazione del tasso di cambio di equilibrio si sono scontrate diverse importazioni dottrinali: al centro della controversia c, ancora una volta, il problema di sapere se il tasso di cambio sia una variabile reale o monetaria, come ha cercato di chiarire Martinengo (1979) in un articolo molto esauriente. La risposta dipende dal tipo di meccanismo che si ritiene condizioni la determinazione dei prezzi di equilibrio sui mercati valutari. Nellampia gamma di soluzioni teoriche s parte dalle teorie pi tradizionali, ispirate alla parit dei poteri di acquisto di Cassel, secondo la quale, nella sua versione pi rigida, il tasso di cambio di equilibrio sarebbe dato dal rapporto fra prezzi nazionali ed esteri, mentre nella versione pi attenuata il deprezzamento del cambio compenserebbe esattamente le differenze di inflazione nei due paesi (Palmerio, 1981): a sua volta il cambiamento simultaneo di tasso di cambio e prezzi non condizionerebbe, nel lungo periodo, la domanda di importazioni e di esportazioni (Dellacasa, 1976). Il limite maggiore di questa teoria costituito non tanto dalle difficolt di calcolare gli indici dei prezzi necessari per la verifica della teoria, quanto piuttosto dal fatto che essa presuppone dei sistemi economici molto integrati, che si scambiano, quindi, beni omogenei, il che come vedremo contrasta con numerose situazioni di fatto in cui i beni prodotti sono, invece, fortemente differenziati. Le teorie di determinazione dei tassi di cambio di ispirazione keynesiana evidenziano invece il peso degli interventi correttivi effettuati dalle autorit (Giavazzi e Giovannini, 1985b), o il ruolo delle variabili macroeconomiche, come il livello del reddito, la domanda di esportazioni, la propensione allimportazione o il livello del tasso di interesse, che influenzano il saldo della bilancia dei pagamenti. Si sottolinea, quindi, limportanza dei flussi reali e finanziari, intesi come movimenti autonomi e non generati, come ritengono i teorici dellapproccio monetario, da aggiustamenti degli stock. Daltra parte si trascura il fatto che i prezzi tendano ad uguagliarsi nei diversi paesi, come pretende invece la teoria della parit dei poteri di acquisto. Quello che incide sul cambio , quindi, la modificazione della spesa, che si riflette sul saldo della bilancia dei pagamenti. Recenti sviluppi della teoria del cambio si ispirano, infine, allapproccio monetarista con integrazione di elementi della teoria della parit dei poteri di acquisto, che assicurerebbe lequilibrio di lungo periodo del tasso di cambio. Trattandosi di un modello che assume il pieno impiego dei fat-

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tori, finiscono per perdere di importanza i flussi autonomi di spesa, mentre vengono evidenziati i legami che intercorrono fra questultima e gli aggiustamenti degli stock finanziari, a loro volta non pi legati ad autonome scelte rispetto alla struttura del portafoglio (Tronzano, 1980). In questo tipo di analisi il tasso di cambio cessa di essere espressione di flussi di domanda reale, rappresentati da importazioni ed esportazioni, per divenire il prezzo relativo fra due monete, non in grado, quindi, di generare rilevanti modificazioni nei flussi di spesa con lestero. Nelle versioni pi recenti, definite dellasset market approach, la determinazione del cambio dipenderebbe, invece, dalle decisioni degli operatori di modificare la composizione del loro portafoglio valutario al mutare della situazione economica internazionale e interna (Tronzano, 1986). Tali scelte dipendono dai differenziali di interessi sulle valute, dal tasso atteso di rivalutazione o svalutazione di una moneta, dai rendimenti delle diverse attivit finanziarie in valuta, da una componente non monetaria legata al volume delle valute trattate (Hamaui, 1981). Sulla determinazione del cambio influiscono, infine, come ha chiarito Deaglio (1985), tutta una serie di variabili non strettamente economiche, come fattori tecnici o psicologici, ai quali tuttavia sono particolarmente sensibili gli operatori dei mercati valutari nella formulazione delle loro decisioni, pur essendo nolto difficile quantificare questi elementi nei modelli di determinazione del cambio. Accanto al dibattito sulla definizione del tasso di cambio di equilibrio sono stati sviluppati altri temi collaterali, come quelli concernenti gli effetti virtuosi o perversi dei diversi regimi di cambio, siano essi fissi, flessibili o a flessibilit limitata, studiati da Rasevi e De Grauwe (1977), o come quelli legati alla trasmissione internazionale del ciclo e delle perturbazioni economiche, che secondo una tesi molto contestata troverebbe un freno nel preteso effetto isolante del regime di cambi perfettamente flessibili (Bosello, 1973). Molti studiosi si sono, a questo proposito, interrogati sul fenomeno della diffusione internazionale dellinflazione partendo proprio dai diversi regimi di cambio vigenti (Jossa, 1981), o si sono soffermati a discutere degli effetti dellinflazione importata (Mistri, 1987), mentre altri hanno cercato di verificare empiricamente il rapporto tra differenziali di inflazione e tassi di cambio, specificamente per il caso italiano (Dellacasa, 1982). Ulteriori approfondimenti dei riflessi, su piano macroeconomico, delle modificazioni del tasso di cambio sono anche stati condotti in relazione alla crescita del debito pubblico (Chiesa, 1986) o della liquidit internazionale (Dini, 1981) mentre G. Conti (1984) ha sottolineato il ruolo del tasso di cambio come importante indicatore della politica monetaria.

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Se dallo studio della determinazione ottimale del tasso di cambio e dei suoi relativi effetti passiamo invece a considerare i mercati valutari nellottica, per esempio, della teoria dei mercati efficienti, Casprini (1984) ritiene pi facile la diffusione dellinformazione allinterno dei mercati di grandi dimensioni piuttosto che allinterno di quelli relativamente piccoli, con scarsi volumi di operazioni effettuate e pochi operatori coinvolti. Il problema del rischio che presente in questi mercati valutari e della sua gestione da parte delle imprese che hanno problemi di cash management in valuta, stato affrontato da Tutino (1985). Lultimo importante problema che concerne i mercati valutari quello del rapporto che intercorre tra determinazione del tasso di cambio a pronti e definizione del differenziale di prezzo (premio o sconto) che consente di calcolare il tasso di cambio a termine: questo tema stato studiato, in termini teorici, relativamente a un sistema di cambi flessibili da Casprini (1976), Ferro (1978) e Tamponi (1983), mentre Panizza (1976) ha esaminato questo stesso problema relativamente allesperienza della lira italiana. Sempre in tema di rassegne empiriche sulla politica del tasso di cambio perseguita dal nostro paese negli anni della forte instabilit valutaria che seguita alla dichiarazione di inconvertibilit del dollaro del 1971, si rimanda a Saccomanni (1982). Le risultanze del dibattito sui meccanismi di riequilibrio della bilancia dei pagamenti e della determinazione del tasso di cambio, condizionano, a loro volta, la definizione teorica del cosiddetto problema del vincolo estero. Con tale espressione si intende lincompatibilit che si viene spesso a creare tra il perseguimento da un lato, di un obiettivo di sviluppo economico e di sostegno del processo di accumulazione, e dallaltro, del mantenimento dellequilibrio dei conti con lestero. Tale vincolo particolarmente sentito da un paese come lItalia, data la forte dipendenza della sua economia dal ciclo internazionale, evidenziata dai valori delle elasticit di esportazioni e importazioni rispetto alla domanda sia internazionale che interna (G. Conti, 1984; Valcamonici, 1985). Una siffatta situazione di conflitto tra obiettivi complicata dal fatto che in molti casi lo strumento utilizzato per ripristinare lequilibrio della bilancia dei pagamenti quello del ricorso a misure ristrettine della politica monetaria (Biasco, 1986). Questo a sua volta complica il quadro di riferimento, dato che presuppone di tener conto anche dei vincoli che originano dalla interdipendenza che lega le decisioni di politica monetaria del nostro paese a quelle adottate dagli altri paesi, in particolare quelli che fanno parte del Sistema monetario europeo (Basevi e Giavazzi, 1986). Nel prendere qualsiasi tipo di decisione le autorit monetarie sono, dunque,

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ben consce dellinterdipendenza che lega tra loro gli effetti degli interventi di politica economica, tanto da rendere estremamente instabili e inefficienti tutte quelle situazioni che non prevedano strategie di tipo cooperativo. Tale esigenza, che presuppone il progressivo convergere delle strutture macroeconomiche e un coordinamento delle politiche monetarie dei vari paesi, tanto pi impellente per tutti gli stati che aderiscono al Sistema monetario europeo, al cui interno stato imposto un restringimento ai margini consentiti alle fluttuazioni dei cambi. Tale impegno dovrebbe essere pi sentito in occasione del manifestarsi di situazioni di squilibrio regionale, che presuppongono un sistema redistributivo che consenta di riequilibrare tali asimmetrie ancora presenti nel sistema nel suo complesso. E con questo richiamo allesigenza di riconsiderare politiche di regolamentazione e di cooperazione su scala mondiale, che chiudiamo lanalisi dei contributi di autori italiani agli studi di economia monetaria internazionale. Tale conclusione ci pare, peraltro, avere un carattere anche pi generale, nel senso che lesigenza di interventi concertati in questo campo costituisce un obiettivo da riaffermare vigorosamente in una disciplina che, in passato, ha sempre privilegiato le soluzioni offerte spontaneamente dal mercato. La fiducia negli automatismi e nellefficienza del sistema di libero scambio stata oggi messa in crisi dal venir meno delle condizioni che assicuravano il perfetto funzionamento del mercato concorrenziale, e cio la natura degli operatori, tutti uguali e tali da non incidere singolarmente sulle condizioni del mercato stesso. I sistemi monopolistici o oligopolistici, che dominano attualmente la realt economica internazionale, da un lato impongono una strategia di interventi da parte delle autorit dei singoli paesi, finalizzati alla regolazione e alla cooperazione allinterno dei diversi mercati, e dallaltro relegano al ruolo di semplici esercizi analitici tutti quegli studi che ancora si soffermano sulle specificit di sistemi perfettamente concorrenziali.

Riferimenti bibliografici

Sono segnalati qui di seguito i lavori citati nel capitolo e non riportati nella corrispondente sezione della bibliografia finale, in quanto non strettamente attinenti agli studi internazionali italiani o al tema della sezione bibliografica. Bertin G., Les socits multinationales, Paris, PUF, 1975, trad. it. Le multinazionali, Bologna, Il Mulino, 1977. Donner G., The World-wide Industrial Entoprise. Its Challenge and Promise, New York, McGraw-Hill, 1967, trad. it. Limpresa multinazionale, Milano, Etas Kompass, 1969. Hymer S., Le imprese multinazionali, Torino, Einaudi, 1974. Schumpeter J.A., History of Economic Analysis, New York, Oxford University Press, 1954, trad. it. Storia dellanalisi economica, Torino, Einaudi, 1959. Triffin R., Our International Monetary System, New York, Random House, 1968, trad. it. Il sistema monetario internazionale: ieri, oggi e domani, Torino, Einaudi, 1973.

APPENDICE BIBLIOGRAFICA

Premessa

La bibliografia organizzata in 4 sezioni, corrispondenti alle discipline trattate nei quattro capitoli del volume. Le prime tre sezioni sono state suddivise in sottosezioni. Lo schema della bibliografia, pertanto, il seguente: 1. Relazioni internazionali 1.3. Teoria e metodologia delle relazioni internazionali 1.4. Politica estera 1.5. Pacifismo e bellicosit nel sistema internazionale 1.6. Problemi strategici, sociologia e storia militare 2. Storia delle relazioni internazionali e storia internazionale 2.3. Fino al 1815 2.4. Dal 1815 al 1870 2.5. Dal 1870 al 1914 2.6. Dal 1914 al 1943 2.7. Dal 1943 a oggi 2.8. Nuove aree geografiche, emigrazione e opere varie 2.9. Fonti 3. Diritto internazionale 3.1.1. Manuali 3.2.1. Storia del diritto internazionale 3.3.1. Diritto dei trattati 3.3.2. Successione di stati e trattati 3.3.3. Consuetudine 3.4.1. Stati e altri soggetti di diritto internazionale 3.4.2. Insorti 3.4.3. Autodeterminazione dei popoli 3.4.4. Individui 3.4.5. Stranieri 3.5.1. Organizzazioni internazionali

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Appendice bibliografica

4.

3.5.2. Nazioni Unite 3.5.3. Istituzioni specializzate 3.5.4. Altre organizzazioni governative 3.5.5. Organizzazioni non governative 3.5.6. Comunit europee 3.6.1. Territorio 3.6.2. Mare 3.6.3. Trasporti marittimi 3.6.4. Fiumi 3.6.5. Tutela dellambiente 3.6.6. Spazio aereo 3.6.7. Cattura illecita di aeromobili 3.6.8. Spazio extratmosferico 3.7.1. Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale 3.7.2. Immunit giurisdizionale degli stati 3.7.3. Organi di stati 3.8.1. Diritti umani 3.8.2. Scritti relativi alla Convenzione europea dei diritti delluomo 3.8.3. Diritto penale internazionale 3.9.1. Cooperazione politica 3.9.2. Cooperazione economica e sociale 3.9.3. Cooperazione in campo giudiziario, civile e penale 3.9.4. Cooperazione in altri settori 3.10.1. Tutela degli investimenti allestero 3.11.1. Responsabilit internazionale 3.12.1. Soluzione delle controversie 3.12.2. Mezzi di impiego della forza diversi dalla guerra 3.12.3. Guerra e neutralit 3.12.4. Armi Economia internazionale.

1. Relazioni internazionali Fabio Armao e Walter Coralluzzo

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