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Serie Bianca Feltrinelli

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SERGIO BOLOGNA DARIO BANFI VITA DA FREELANCE

I LAVORATORI DELLA CONOSCENZA E IL LORO FUTURO

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 6 © Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Prima edizione

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© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Prima edizione in “Serie Bianca” aprile 2011

Stampa Nuovo Istituto Italiano d’Arti Grafiche - BG

Stampa Nuovo Istituto Italiano d’Arti Grafiche - B G ISBN 978-88-07-17201-4 www.feltrinellieditore.it Libri in

ISBN 978-88-07-17201-4

www.feltrinellieditore.it Libri in uscita, interviste, reading, commenti e percorsi di lettura. Aggiornamenti quotidiani

e percorsi di lettura. A g g i o r n a m e n t
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VITA DA FREELANCE

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1.

Passaggi

Non mi decisi di andare a Roma perché gli amici che mi sollecita- vano a ciò mi promettevano maggior guadagno o maggior presti-

il motivo principale e pressoché unico fu che sentivo dire

che là i giovani si dedicavano allo studio più tranquillamente ed erano tenuti calmi da una più ordinata disciplina coercitiva, cosic- ché non irrompevano abitualmente da maleducati nell’aula di un altro maestro. 1

gio [

]

Era un freelance Agostino di Tagaste, maestro di retorica. La- scia la vivace capitale delle province d’Africa, rischiando perfino, per mare avverso, di finire in bocca ai pesci, e va a ficcarsi nella bolgia della capitale di un impero ormai morente. Cercava, co- me si suol dire, un mercato dove la qualità della domanda fosse migliore e il suo talento ricevesse la stima che si meritava, alme- no secondo la sua soggettiva percezione. Ma è una situazione ben grama quella che trova, la concorrenza è sfrenata, accadono co- se tipiche delle situazioni di sovraofferta, la clientela, tutti ram- polli di famiglie benestanti, è poco raccomandabile.

ram- polli di famiglie benestanti, è poco raccomandabile. Dapprima radunavo in casa alcuni allievi, cominciando così

Dapprima radunavo in casa alcuni allievi, cominciando così a far-

mi una certa notorietà. Ben presto mi accorsi che a Roma succede-

] fui avvertito

che molti dei giovani romani, per non dover pagare il maestro, usa- vano mettersi d’accordo e passare improvvisamente a un altro mae- stro, rivelandosi gente che, per amore del denaro, tradisce la fidu-

cia e disprezza la giustizia. 2

vano cose che in Africa non avevo dovuto subire [

Sappiamo com’è andata a finire: per proteggersi dai rischi di mercato tipici del lavoro autonomo, Agostino cerca un posto pub- blico e grazie a Simmaco lo trova a Milano, ma qui comincia un’altra storia. 3

Agostino cerca un posto pub- blico e grazie a Simmaco lo trova a Milano, ma qui

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 10 Dovendo scrivere un libro sul lavoro indipendente,

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Dovendo scrivere un libro sul lavoro indipendente, non po- tevamo limitarci alla nostra esperienza personale di freelance,

così siamo andati a curiosare tra ricerche sul campo e racconti

di gente come noi, brevi schizzi autobiografici firmati spesso con

un

nomignolo, come si usa oggi nei blog. Ma nelle citazioni trat-

te

da una delle più celebri autobiografie di tutti i tempi, scritta

sedici secoli fa, già ci è parso di poter riconoscere circostanze che ancora oggi sono determinanti nella condizione lavorativa dei co- siddetti knowledge workers che esercitano l’attività in proprio. In- nanzitutto la percezione di un mercato globale nel quale è me- glio muoversi che star fermi. “I maestri sono stati per lungo tem-

po tra i gruppi professionali con la più alta mobilità,” dice chi ha

studiato quel mestiere a fondo nel periodo in cui Agostino lo eser- citava. 4 Antica quanto la nostra civiltà mediterranea l’abitudine

di cambiare città, cambiare paese, portandosi dietro un patri-

monio di conoscenze che necessariamente devono combinare in- sieme una koiné universale e una specializzazione individuale.

una koiné universale e una specializzazione individuale. Dove vuoi andare? Nella storia del lavoro è proprio

Dove vuoi andare?

Nella storia del lavoro è proprio il lavoratore indipendente a essere protagonista di quel gesto che dice “non mi basta il mer- cato ristretto dove sono nato; le mie competenze, il mio saper fa- re, il mio mestiere valgono di più, troverò altrove qualcuno di- sposto a pagarli meglio e un ambiente che sappia apprezzare il mio talento per quel che vale”. E qui entrano in gioco i “magne- ti”, i luoghi che attirano le competenze. Per quanto criticabile e superficiale possa essere giudicato Richard Florida, gli va rico- nosciuto il merito di aver messo la pulce nell’orecchio di tanti sin- daci: ma perché invece di pensare a una città che attrae turismo non pensiamo a una città che attrae talenti? 5 Semplice come di- namica, ripetitiva potremmo dire, l’esperienza di migrare alla ri- cerca di condizioni di lavoro migliori, ma non è uno studio sui fenomeni migratori il nostro. Il tema che c’interessa è un altro, riguarda i confini della mobilità, perché ciò che distingue l’epoca moderna dalle altre è la possibilità di migrare in maniera virtua- le – caratteristica, questa, che in un certo senso oggi distingue il lavoro intellettuale dal lavoro manuale. È difficile per un inge- gnere pakistano che viene in Europa a cercar di campare – e in genere finisce col guidare il furgone o lavorare in edilizia o star seduto in una portineria – non essere fisicamente altrove dal luo-

una portineria – non essere fisicamente altrove dal luo- go dove è nato o dove risiede

go

dove è nato o dove risiede nel suo paese. Ma se in Europa tro-

va

una multinazionale che gli consente di lavorare a distanza gra-

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risiede nel suo paese. Ma se in Europa tro- va una multinazionale che gli consente di
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zie alle sue competenze professionali, può tornarsene a casa e prestare i suoi servizi collegato in Rete. Il lavoro manuale è co- stretto alla migrazione fisica, il lavoro intellettuale, grazie a In- ternet, conserva l’opzione. Ed è da questa condizione di fondo, da questa doppia possibilità di migrare, che potrebbe iniziare un percorso sui problemi del lavoro indipendente. Potrà sembrare stravagante, ma a rifletterci un po’ non è così. Abbiamo già sfio- rato questioni di grande rilevanza: dire mercato globale non è di- re una banalità, perché a noi interessa relativamente descrivere questo mercato, non sono i confini del mercato l’oggetto della no- stra osservazione, sono i confini della mobilità, che è ben altra cosa, perché comprendono sia valori e contenuti oggettivi sia, an- zi soprattutto, valori ed elementi soggettivi. È la disposizione d’animo unita alla padronanza di certe conoscenze a fornire la molla della mobilità ed è ora l’una ora l’altra a poter influire sul tipo di mobilità che si sceglie o si è capaci di praticare: se la mo- bilità fisica, quella che comunemente chiamiamo migrazione, la mobilità virtuale o la mobilità professionale, passare da un’oc- cupazione a un’altra, da una vita di lavoratore dipendente a una vita di lavoratore autonomo. Delle diverse forme di mobilità for- se quella che maggiormente ci intriga è proprio il paradosso del- la mobilità sedentaria di Internet, tappeto volante planetario o cubicolo soffocante, chiavistello che ti apre tutte le porte o ace- falo curiosare. Ma perché chiamarla migrazione, quando è sem- plicemente una forma di comunicazione? Poiché ci priveremmo la vista di aspetti che in una dinamica espositiva tradizionale ci sfuggirebbero. La migrazione fisica si svolge in un contesto so- cio-economico e geografico dato, quella virtuale costruisce la pro- pria carta geografica, inventa la propria Atlantide a misura dei limiti delle conoscenze del soggetto e delle sue inclinazioni. E co- me definire il luogo dove il lavoratore indipendente svolge la mag- gior parte del suo lavoro, davanti a uno schermo, con in mano un mouse? Giacomo Mason, specialista di sistemi Intranet, free- lance che ama riflettere sulla sua esperienza quotidiana e cerca spunti nel pensiero filosofico e sociologico di oggi, scrive:

nel pensiero filosofico e sociologico di oggi, scrive: Come se la spazialità, la spazialità geometrica e

Come se la spazialità, la spazialità geometrica e la spazialità della nostra percezione fosse messa fuori gioco. E allora che cosa fon- da il “luogo”, questo luogo così preciso che non potremmo mai confonderlo con altri? La Rete è innanzitutto uno scenario d’azione, ed è questa azione che fonda questo luogo inconfondibile. Una spa- zialità “contestuale”, legata alla nostra presenza attiva, ineludibile, reale. Questo “esserci” continuo, questa inclusione necessaria del soggetto fonda questo luogo senza spazio che è la Rete, che siamo tutti noi. 6

questa inclusione necessaria del soggetto fonda questo luogo senza spazio che è la Rete, che siamo

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In un libro scritto ormai più di dieci anni or sono 7 avevamo condiviso l’opinione di molti studiosi che una delle caratteristi-

che specifiche del lavoro indipendente, uno dei suoi tratti di- stintivi rispetto a quello salariato, era data dalla diversità del luo- go dove viene esercitato; si è parlato di domestication, di commi- stione tra consuetudini, ritmi e costumi della vita privata e quel-

li della vita collettiva. Il dove non solo condiziona il tempo di la-

voro, l’orario lavorativo e il modo in cui viene organizzato (con possibilità di propria scelta nell’articolazione della giornata o con l’imposizione di ritmi predeterminati), ma anche la presenza o

l’assenza di dinamiche di socialità, la cui importanza per la sto- ria dell’evoluzione delle condizioni di lavoro e per la forma della democrazia occidentale è cosa risaputa. E questa forma con- temporanea di domesticità dell’attività lavorativa è resa possibi-

le proprio dalle nuove tecnologie, il dove del lavoro moderno non

è scindibile dal personal computer. Home-Office Hell, l’inferno

d’avere l’ufficio in casa, titolava tempo fa un po’ scherzosamen- te la redattrice di una webzine americana dedicata ai professio- nisti indipendenti. 8

americana dedicata ai professio- nisti indipendenti. 8 Me ne sono andata dall’azienda dov’ero impiegata per

Me ne sono andata dall’azienda dov’ero impiegata per essere più li- bera, vendo spazi pubblicitari, adesso sto qui in casa 60-80 ore alla settimana. Vivo nella Bay Area, come faccio a spiegare al mio clien- te di Boston che quando mi telefona qui sono le cinque del matti- no? Vivo con mia madre, che ha ottantasei anni, a lei piace chiac- chierare, entra ed esce dalla mia stanza, mentre sono online, il te- lefono squilla e il fax vomita fogli di carta.

il te- lefono squilla e il fax vomita fogli di carta. Le risponde il redattore della

Le risponde il redattore della pagina delle lettere:

Sai che ti ci vuole per lavorare bene in casa? Una porta che si pos- sa chiudere a chiave innanzitutto, inoltre non dimenticare che l’ufficio non è una mensa, allontana cibi, bevande, distrazioni, togli radio, televisione, videogame, evita il postino, usa caselle postali per la corrispondenza e se vai a pranzo con qualche cliente prenditi un po’ di tempo per guardare il mondo com’è fatto e lasciati guardare dal mondo.

Abbandonare il lavoro salariato per ritrovarsi in un’altra pri- gione. È questo uno dei temi che compare di frequente nelle au- tobiografie o nelle semplici confessioni/sfoghi dei blog. In gene- re non si torna indietro, non tanto per disamore verso la profes- sione autonoma, ma perché il mercato del lavoro non ti lascia tornare indietro, non sei più giovane e pensano che se te ne sei andato una volta magari prendi il volo di nuovo, quindi sei con-

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non sei più giovane e pensano che se te ne sei andato una volta magari prendi
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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 13 siderato inaffidabile per aziende che pretendono da

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siderato inaffidabile per aziende che pretendono da te soprattutto anima e corpo, e solo in second’ordine competenza ed esperien- za. La scelta di passare da un rapporto di lavoro dipendente alla cosiddetta “libertà” del professionista autonomo ci sembrava die-

ci anni fa l’aspetto più caratteristico della mobilità all’interno del

mondo del lavoro, una scelta che comportava cambiamenti for- se più radicali di quelli che si creano quando si cambia città o

paese di residenza. Trasferirsi da Milano a Berlino lavorando al-

le dipendenze di due diverse società, anche cambiando settore

ma sempre alle dipendenze, non sembra porre problemi di adat-

tamento maggiori e più difficilmente superabili di quelli che po- trebbe porre la scelta di restare a Milano e mettersi in proprio, lasciando un posto “fisso”. Quando si passa dal lavoro salariato

al lavoro indipendente, cambiano i luoghi e i tempi della vita

quotidiana, molti scoprono che si lavora di più, se non in ter- mini di tempo dedicato fisicamente al lavoro, quantomeno in termini di occupazione della mente, cambia il rapporto con la retribuzione, cambia la logica della retribuzione, è una trasfor- mazione antropologica. A confronto, i problemi d’adattamento

posti dall’uso di una lingua straniera in un paese straniero sem- brano davvero poca cosa. Il passaggio dal lavoro dipendente al lavoro autonomo comporta un trasferimento di culture, di mo-

di di pensare che si sono cristallizzati nell’ultimo secolo e mez-

zo e che ci portiamo dietro come patrimonio di una civiltà for-

dista, di costumi mentali incorporati nelle istituzioni. Lo sguar- do che abbiamo rivolto al lavoro autonomo più di dieci anni fa era radicalmente diverso dal modo in cui la letteratura corrente dipinge il passaggio dal lavoro salariato, non tanto nella retori- ca del “sarai padrone di te stesso” quanto nella superficiale opi- nione secondo cui i problemi del lavoratore autonomo sono pro- blemi di technicality: come si costruisce un business plan, come

si fa a calcolare l’imponibile fiscale, quali sono gli strumenti tec-

nologici di cui dotare l’ufficio ecc. A questa visione puramente tecnicistica e pertanto miope, avevamo contrapposto una visio- ne molto più complessa, accentuando la trasformazione del mo- do di pensare, dello sguardo sul mondo, che un passaggio dal la- voro salariato a quello indipendente comporta. E quindi abbia- mo messo in luce aspetti della vita quotidiana che un professio- nista indipendente sperimenta ogni giorno sulla sua pelle ma che spesso non riesce a razionalizzare, di cui spesso ha una coscien- za confusa o di cui non riesce a spiegarsi la logica. Crediamo di essere stati utili a chi lavora in questo modo e ne abbiamo avu- to conferma quando, quasi per caso, siamo venuti in contatto con professionisti che avevano fatto il salto ulteriore, quello più

quando, quasi per caso, siamo venuti in contatto con professionisti che avevano fatto il salto ulteriore,

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quando, quasi per caso, siamo venuti in contatto con professionisti che avevano fatto il salto ulteriore,
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 14 difficile, forse: il salto verso la coalizione,
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difficile, forse: il salto verso la coalizione, l’unione con altri “col- leghi”, per affrontare insieme i problemi, contravvenendo a quel-

la filosofia individualistica e solipsistica che viene venduta a buon

mercato da tutta la manualistica sul lavoro autonomo, da tutti i

guru-ciarlatani del self management come ricetta del successo e che purtroppo molti ormai hanno accettato come modo giusto

di stare al mondo. Questo libro è un altro passo avanti in questa

direzione controcorrente, vorrebbe chiedere ai giovani innanzi- tutto “vi importa di più riuscire, avere successo o vivere meglio?”. La scelta del lavoro autonomo che molti delle generazioni pre-

cedenti hanno compiuto, a partire dalla metà degli anni settan- ta, quando sono nate dal mercato molte “nuove professioni” e l’era informatica ha dotato l’individuo di nuovi, dapprima im-

pensabili, strumenti di lavoro a distanza, è stata in massima par-

te una scelta per vivere meglio, non è stato un desiderio generi-

co di maggiore libertà ma di maggiore autonomia nell’organiz- zazione di quella cosa – il lavoro – che per la grande maggioran- za degli uomini consente di sopravvivere e assorbe la quantità più alta di tempo della loro vita. Quindi, al fondo di quella scel- ta, di quella disposizione d’animo, più che una confusa aspira- zione di libertà, c’era una filosofia, chiamiamola pure ideologia,

libertaria, che creava una specie di ostilità, di diffidenza verso le gerarchie, gli ordini precostituiti. Forse a incentivare quella di- sposizione d’animo, a fornirle un terreno fertile, era stata la dif- fusa conflittualità che si era sviluppata, in Italia con dimensioni quali nessun altro paese dell’Occidente ha conosciuto, all’inter- no dei rapporti di lavoro dipendente. Sebbene questa conflittua- lità avesse il suo epicentro nel lavoro manuale, nel lavoro ope- raio, nell’usura fisica del lavoro di fabbrica, il suo impatto sulla mentalità collettiva fu così forte che ne venne investito in pieno anche il lavoro intellettuale, tanto più che in alcuni paesi, Stati Uniti e Germania soprattutto, la rivolta degli studenti aveva pro- dotto la prima lacerazione di quel silenzio che era calato come una cappa di piombo nella società americana dopo la repressio- ne maccartista, e nella società tedesca dopo la costruzione del Muro di Berlino. Ma si tratta di mezzo secolo fa, un arco di tem- po lungo il quale la memoria delle dinamiche di cui stiamo par- lando si è consumata pian piano, di cui si sarebbero perse le trac-

è consumata pian piano, di cui si sarebbero perse le trac- se non fosse per la

se non fosse per la musica di allora e in parte per la letteratu- ra. Potranno buttarci sopra più cemento di quello impiegato a tappare il buco sul fondo del mare della Louisiana ma bastano

ce

le

parole di una canzone dei Doors o di Nina Simone per segna-

re

un ricordo indelebile di quel periodo. Finché quelle canzoni e

le

tante altre prodotte dalla straordinaria creatività delle band di

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di quel periodo. Finché quelle canzoni e le tante altre prodotte dalla straordinaria creatività delle band
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 15 allora continueranno a essere ascoltate, quel potente

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allora continueranno a essere ascoltate, quel potente soffio li- bertario non sarà mai dimenticato.

Pur di andarsene

Sugli anni sessanta e settanta è scesa la damnatio memoriæ delle élite dirigenti delle generazioni successive, che vi si accani- scono tanto più evidente è la loro incapacità di creare un mondo migliore, una società più accogliente per coloro ai quali è stato detto che un giorno saranno “lavoratori della conoscenza”. Vent’anni fa sarebbe stato difficile immaginare che un giorno in Italia il desiderio di fuga avrebbe assunto le dimensioni di un comportamento generazionale:

assunto le dimensioni di un comportamento generazionale: Ciò che spinge i giovani italiani ad andarsene, è

Ciò che spinge i giovani italiani ad andarsene, è anche e soprattut-

to la stanchezza nei confronti di un sistema sociale, politico e me-

diatico asfittico e deprimente. [

siddetta “fuga dei cervelli” poco si parla del fatto che non sono solo i “talenti” ad andarsene, c’è una generazione intera di persone, a vol- te anche non laureate, che sono stanche del proprio paese e sem- plicemente fanno la valigia, prendono un volo low-cost di sola an-

non sono solo i cervelli quelli che

se ne vanno, al giorno d’oggi dall’Italia se ne stanno andando tutti:

In tutta la letteratura sulla co-

]

data e si trasferiscono altrove [

]

laureati, diplomati, stagisti. 9

In effetti, fino a poco tempo fa si era parlato di “fuga dei cer- velli”, ora si parla di fuga e basta. Sono, l’una e l’altra dimen- sione, cose che s’intrecciano strettamente con le possibilità e le modalità di esercizio di un’attività in proprio nel mercato delle competenze. Sono forme molto diverse di mobilità, la prima se- gue una logica irreversibile, la seconda logiche molto soggetti- ve. Un lavoratore della conoscenza ha come unico patrimonio il proprio capitale umano, se c’è qualcosa che non funziona nel si- stema deputato a produrre questo particolare tipo di bene, pro- curarsi un capitale adeguato gli costerà più fatica. Un lavorato- re della conoscenza campa sulla cessione a titolo oneroso delle sue competenze, un modo burocratico per dire che è un free- lance, letteralmente un mercenario. 10 Se il mercato in cui opera non sa che farsene della competenza in quanto tale, ma chiede alle persone solo spirito di adattamento, flessibilità morale più che materiale, il nostro knowledge worker per arrivare alla fine del mese sarà costretto a cedere una bella fetta di quella libertà che ha pensato di guadagnare mettendosi in proprio. In Italia la fuga dei cervelli (o delle “cervelle”) 11 prima e la fuga dei giovani

mettendosi in proprio. In Italia la fuga dei cervelli (o delle “cervelle”) 1 1 prima e

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mettendosi in proprio. In Italia la fuga dei cervelli (o delle “cervelle”) 1 1 prima e
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come tali poi sembrano dire che sono presenti ambedue le con- dizioni avverse, quella della difficile formazione di un capitale umano e quella della svalorizzazione della competenza. 12 Ma oc- corre distinguere ciò che è indizio di una patologia sociale da ciò che costituisce una dinamica intrinseca al laboratorio scien- tifico. Agli inizi del 2000 è stato avviato un progetto di ricerca

europeo sul brain drain, il report finale è uscito nel 2003. 13 Ri- sultava già chiaro allora come il problema non fosse solo italia- no, né potesse essere descritto come patologia. Quando si trat-

ta di ricerca scientifica avanzata, sostenibile soltanto con forti

investimenti finanziari, la superiorità di certi paesi in determi- nate tecnologie ne fa dei “magneti” che attirano cervelli da tut-

to il mondo. È una dinamica selettiva, che produce processi di

esclusione ancora più acuti proprio nei paesi che fungono da “magnete”. 14 Il fatto di essere nato negli Stati Uniti non favori- sce un giovane americano che aspira a fare ricerca nei labora-

tori di punta del suo paese, perché si trova esposto più di altri alla concorrenza dei migliori cervelli di tutto il mondo. Potreb- be essere altrimenti? Riesce difficile immaginarlo, quando l’interesse sottostante è quello delle multinazionali o dell’appa-

rato militare. Il baccano che si è fatto per decenni sulla “fuga dei cervelli” è servito in Italia a chiedere più soldi per l’università ma non a migliorarla. Sono rimaste immutate le sue leggi non scritte, che alimentano nepotismi, proteggono con l’omertà l’arroganza dei baroni e finiscono per creare il danno sociale più insidioso, quel tacito instaurarsi della norma di comportamen-

to che dice di “piegare la schiena”. Così s’impara a piegare an-

che la propria intelligenza. È la produzione programmata di conformismo il danno maggiore, non la fuga dei cervelli, perché da qui nasce la svalorizzazione delle competenze. 15

Diverso è quando la cosiddetta “fuga” non riguarda soltanto

le posizioni di punta della ricerca ma il personale che dovrebbe

costituire il tessuto portante del sistema d’istruzione superiore.

il punto di vista che sembra condividere Maria Carolina Bran-

di nel libro Portati dal vento, 16 dove si tocca uno dei nodi centrali

della questione, la sistematica precarizzazione dei rapporti di la- voro, che sta minando alla base il rendimento dei ricercato- ri/docenti non solo in Italia, ma anche nel paese che ha fatto del modello aziendale postfordista il punto di riferimento delle po- litiche universitarie e della ricerca: gli Stati Uniti. Ancora una volta si torna al problema del lavoro, strettamente correlato a quello della libertà e dell’autonomia, ancora una volta l’Italia non è un’eccezione. Quanto più instabile è la condizione del lavora- tore intellettuale della ricerca universitaria tanto più forte è la

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più instabile è la condizione del lavora- tore intellettuale della ricerca universitaria tanto più forte è
più instabile è la condizione del lavora- tore intellettuale della ricerca universitaria tanto più forte è
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 17 sua dipendenza dalla gerarchia e tanto più
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sua dipendenza dalla gerarchia e tanto più alta la possibilità di scelte discrezionali fatte con criteri lontani dal merito. C’è tut- tavia una specificità italiana: se invece di chiedere più soldi per evitare la fuga dei cervelli il corpo accademico – la sua parte più “nobile” s’intende – avesse concentrato la sua battaglia sull’a- spetto più importante della questione, e cioè sul fatto che la qua- lità della domanda di lavoro nel nostro paese è condizionata dal-

le scelte di politica industriale e di politica del lavoro, avrebbe

colpito maggiormente nel segno, ma avrebbe dovuto anche ri- conoscere che l’organizzazione del sistema accademico, i corsi

di laurea, forse ne avrebbe dovuto tener conto e che meglio sa-

rebbe stato sopprimere molti insegnamenti invece di moltipli- carli e produrre laureati di cui il sistema economico non sa che farsene. Se avesse condotto in maniera concentrata questa bat- taglia avrebbe dovuto chiedere conto alla lobby confindustriale, proprietaria dei grandi quotidiani, sempre più dominata dalla rendita finanziaria e immobiliare. Avrebbe, il ceto accademico, assolto alla sua seconda funzione, dopo l’insegnamento, che è quella di custode dell’onestà intellettuale e del rigore dell’infor- mazione, godendo del privilegio di poter parlare, protetto dall’i- namovibilità, e dire come stanno le cose contro la sistematica deformazione e mistificazione operata dai media e da tutti co- loro che hanno interesse al mantenimento di una situazione che per troppi giovani si fa insostenibile. 17 Si è preferito invece fare

i corifei del sistema delle imprese, esaltare la flessibilità rivesti-

ta

di norme e codicilli, senza vedere il suo risvolto sociale, quel-

la

precarietà in cui rischia di restare intrappolata un’intera ge-

in cui rischia di restare intrappolata un’intera ge- nerazione, secondo i sociologi del lavoro. L’Istituto per

nerazione, secondo i sociologi del lavoro. L’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori (Isfol) ha fornito una stima delle forme di lavoro di- verse da quella a tempo indeterminato in Italia, per l’anno 2008. 18

Su circa 23 milioni di persone occupate, il 15,8 per cento lavo- rava con contratti di vario tipo (a tempo determinato, interina-

le, formazione-lavoro, apprendistato, collaborazioni coordinate

e continuative, collaborazioni a progetto, tirocini gratuiti, lavo-

ro

a chiamata, collaborazioni occasionali), il 6,7 per cento lavora-

va

in maniera indipendente con partita Iva, un altro 1,3 per cen-

to

in modo autonomo non classificabile altrimenti e un 9,3 per

cento come imprenditore. È una stima meno sfocata di quella che propone l’Istat con la “Rilevazione continua delle forze di la- voro”, perché fornisce un ordine di grandezza attendibile sulle dimensioni del lavoro autonomo “di seconda generazione”: più

di

1,5 milioni di persone alle quali, secondo un criterio di clas-

sificazione fondato sui loro obblighi contributivi al sistema pre-

di persone alle quali, secondo un criterio di clas- sificazione fondato sui loro obblighi contributivi al

17

vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 18 videnziale, andrebbero aggiunti gli 1,17 milioni di
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 18 videnziale, andrebbero aggiunti gli 1,17 milioni di

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videnziale, andrebbero aggiunti gli 1,17 milioni di persone con contratti di collaborazione (Co.Co.Co.) e contratti a progetto, op-

pure, secondo un criterio di classificazione che privilegia il ruo- lo della competenza, il milione di persone titolari di imprese con uno/due dipendenti. 19 Esiste quindi una vasta “zona grigia” di 2,5-3 milioni di persone che non potrà mai essere eliminata del tutto perché è costituita da forme di lavoro che transitano facil- mente dalla collaborazione a progetto alla partita Iva all’attività con un solo dipendente, tipo lo studio professionale con segre- taria e viceversa. Ci troviamo in un mondo del lavoro dove i pas- saggi non sono l’eccezione ma la regola e sempre più questo ti- po di mobilità investe anche il lavoro dipendente a tempo inde- terminato. 20 Dopo aver seguito un gruppo omogeneo di biogra- fie di lavoratori intermittenti presso pubbliche amministrazio- ni e imprese private, anche Annalisa Murgia, autrice di una del-

le ricerche più attente sul lavoro “non standard”, propone la pa-

rola “transizione” come chiave interpretativa del mondo del la- voro oggi. 21 Di passaggio in passaggio qualcuno “ce l’ha fatta”, il filone del- le “storie di successo”, di quelli che “sono stato fortunato”, è in evidenza nelle librerie, imperversa nei blog, particolarmente in quelli dedicati ai freelance, ma non è il genere che più c’interessa, almeno in questo libro.

Transiti verso la coalizione

Sociologi o formatori, statistici o giuslavoristi, coloro che per mestiere osservano, indagano, studiano il mondo del lavoro di oggi, sembrano d’accordo: la mobilità in tutte le sue forme – il transitare da una situazione all’altra, da una condizione all’altra, da una professione all’altra, da un paese all’altro – è il connotato comune, la forma di esistenza più diffusa della lavoratrice e del lavoratore moderni. Per riuscire a sopravvivere così, l’umano de- ve essere “flessibile”, come suona il titolo di un famoso libro di Sennett. 22 Raramente nella storia dell’analisi del lavoro si era giunti a risultati così convergenti, pur partendo da diverse disci- pline e da diversi metodi di ricerca. Ma questa singolare conver- genza corre il rischio di rivelarsi sterile, se non apre lo sguardo

a un nuovo orizzonte. L’analisi non può essere fine a se stessa;

per saper dire qualcosa a coloro che mettono in gioco la propria esistenza in questa girandola di passaggi, il percorso mentale da intraprendere comincia proprio da quello che nella maggior par- te della letteratura disponibile è considerato un punto d’arrivo.

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comincia proprio da quello che nella maggior par- te della letteratura disponibile è considerato un punto
comincia proprio da quello che nella maggior par- te della letteratura disponibile è considerato un punto
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 19 Una volta assodato che la vita lavorativa

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Una volta assodato che la vita lavorativa oggi è una sequenza di passaggi, dobbiamo cercare di capire o, perlomeno, d’interrogarci

sul modo in cui questa situazione può costituire la base di una nuova civiltà, ossia di un nuovo sistema di valori, di relazioni e

di

comportamenti di socialità. Oppure, una volta accertati i dan-

ni

che una condizione di precarietà può arrecare alla persona,

una condizione di precarietà può arrecare alla persona, dobbiamo pur cercare di capire quali accorgimenti o

dobbiamo pur cercare di capire quali accorgimenti o quali stra-

tegie individuali o collettive le persone, i soggetti intervistati, han- no messo in atto per tutelarsi, per ridurre il danno. Magari non

ci hanno nemmeno pensato, magari ci hanno provato e poi ri-

nunciato, ma perché? Incapacità di progettare un futuro e gra- duale scomparsa dell’idea di “carriera” sono aspetti cruciali, ma non gli unici. Altrettanto rilevante è la trasformazione del senso di socialità, perché da questo può dipendere non solo la capacità o meno dell’individuo di costruirsi delle difese ma il modello di organizzazione sociale nel quale vivremo. Per spiegarci meglio, conviene riprendere il filo del discorso iniziato con la domesti- cation del lavoro autonomo. Immergersi nella solitudine della casa-ufficio significa, da un

lato, privarsi della possibilità di un contatto diretto con persone che hanno i medesimi problemi, le medesime aspirazioni, il me- desimo modo di vivere; dall’altro, mettersi in una condizione nel-

la quale il contatto con i propri “colleghi” avviene utilizzando

quasi esclusivamente il canale di Internet. Il locus del lavoro ha avuto un’importanza fondamentale nella creazione spontanea di coesione tra persone che si trovavano soggette al medesimo or-

dine disciplinare. È stato possibile sottrarsi a questo ordine, quin-

di acquisire un maggiore margine di libertà, solo insieme con al-

tri, con azioni concertate con altri, coalizzandosi per creare un equilibrio di forze. Quando al luogo unitario della grande fab-

brica o del grande ufficio si sostituiscono i mille loci della mi- croimpresa o del lavoro indipendente, il senso immediato di ri- conoscimento di un proprio simile svanisce; non solo, ma può svilupparsi un atteggiamento mentale e psicologico per il quale

un atteggiamento mentale e psicologico per il quale la lavoratrice o il lavoratore credono di acquisire

la

lavoratrice o il lavoratore credono di acquisire tanto maggio-

ri

margini di libertà quanto più individuale è il loro percorso e

individualistico il loro comportamento. Non si può parlare di la- voro lasciando da parte il tema della coalizione. Senza coalizio- ne, nel periodo fordista, la forza lavoro non avrebbe mai rag- giunto un’identità di classe, senza un’identità come gruppo so- ciale la classe operaia non avrebbe mai turbato gli equilibri di po- tere, senza un pericolo permanente di alterazione di questi equi- libri non sarebbe mai nata l’idea di uno “stato sociale”, senza un sistema generalizzato di protezione sociale non sarebbe mai na-

mai nata l’idea di uno “stato sociale”, senza un sistema generalizzato di protezione sociale non sarebbe

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 20 to un modello sociale europeo. Tra il
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to un modello sociale europeo. Tra il locus del lavoro e un mo- dello di civiltà esiste una catena genetica, che passa inevitabil- mente per lo stadio della coalizione. Scompare o cambia radi- calmente quel “luogo”, quel “dove”, e la sequenza s’inverte, quel modello di civiltà tramonta e ne nasce un altro. Inutile pianger-

ci sopra, è andata così, invece di portare il lutto occupiamoci piut-

tosto di una fastidiosa eredità che quel modello ci ha lasciato:

l’archetipo del lavoro a tempo indeterminato. 23 È questo arche- tipo a impedire di capire quale nuovo modello di civiltà stia na- scendo, è questo schema mentale a far chiamare “atipico”, “non standard” il lavoro normale più diffuso, è su questo frame che si

è costruita l’immagine del “precariato”. Forse è il peso di questo schema mentale che fa trascurare ai ricercatori il tema della coa- lizione e sequestra il loro interesse condannandolo a occuparsi soltanto delle devianze dall’archetipo. A questo punto però un’o- biezione potrebbe metterci in imbarazzo. “Nel riproporre il te- ma della coalizione evocando modelli sindacali, non siete anche voi succubi dell’archetipo del lavoro a tempo indeterminato? Or- ganizzazione sindacale, lavoro a tempo indeterminato, modello sociale europeo non sono le pareti di una medesima stanza, i la-

ti di una medesima costruzione? Volete far indossare al lavoro

‘atipico’, autonomo, postfordista un vestito che non è fatto su

misura per lui?”

Direzioni sbagliate

Consapevoli di questo rischio, abbiamo costruito una se- quenza che non affronta il problema della coalizione partendo dalla storia del sindacalismo operaio o dalle ideologie del socia- lismo o del comunismo. Ci siamo spostati su un versante diver- so e lontano, quello delle ideologie e delle culture che hanno per- meato le forme associative della middle class, così estranee e a volte avverse al modello sindacale. Non è la cultura del proletariato ma quella delle élite borghesi che va messa a nudo, se vogliamo capire la direzione che deve prendere oggi una coalizione di lavoratori della conoscenza che svolgono attività in proprio. Solo in certi momenti eccezionali della loro esistenza i sindacati operai hanno rappresentato effet- tivamente i colletti bianchi del lavoro dipendente e i freelance delle professioni intellettuali. Ripercorrere la storia del sociali- smo e del movimento operaio, delle varie correnti che dal ceppo iniziale si sono sviluppate in diverse direzioni, spesso avverse tra loro, non sarebbe servito a nulla per lo scopo principale di que-

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sviluppate in diverse direzioni, spesso avverse tra loro, non sarebbe servito a nulla per lo scopo
sviluppate in diverse direzioni, spesso avverse tra loro, non sarebbe servito a nulla per lo scopo
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 21 sto libro, che è quello di mettere
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 21 sto libro, che è quello di mettere

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sto libro, che è quello di mettere a fuoco il tema della coalizione del lavoro postfordista e in particolare del lavoro autonomo di seconda generazione. Non è l’ideologia che ha creato l’identità di classe tra gli operai quella che ci aiuta a capire la situazione di oggi, ma l’ideologia che ha creato l’identità borghese, quella che uno degli autori da noi più citati ha definito il collante della middle class, il professionalismo. A questo tema è dedicato il pros- simo capitolo. Abbiamo voluto ripercorrere le vicende di un si- stema di pensiero che, al pari delle altre ideologie sociali del- l’Ottocento/Novecento, ha avuto i suoi momenti di ascesa e la sua

fase di declino, ma non è un semplice residuo del passato, è an- cora un’idea di lavoro con molti proseliti, anzi, se ci limitiamo al- la situazione italiana, è un’idea maggioritaria sia presso le pro- fessioni riconosciute dallo stato – ma questo è comprensibile – sia presso le professioni non regolamentate, riuscendo a condi- zionarne i modelli associativi e mettendo un’ipoteca su contenu-

ti e forme della coalizione – e questo è meno comprensibile. Poi-

ché siamo convinti che questa ideologia sia stata consumata dal tempo e superata dalla nuova organizzazione del lavoro di co- noscenza, riteniamo che anche i modelli associativi da essa ispi-

rati non corrispondano alle reali esigenze di tutela dei freelance

e portino alla creazione di organizzazioni di rappresentanza do-

ve sono dominanti i processi di esclusione. Invece è proprio il vuoto di coalizione e di rappresentanza del lavoro postfordista in generale, e in particolare della componente compresa in quella

che abbiamo definito la “zona grigia” (contratti “atipici”, partite Iva, imprenditori con un dipendente) a rendere inderogabili for- me associative con alto livello d’inclusione. Sono queste le con- siderazioni che ci portano a dare un valore speciale alla comu- nicazione per collegamento remoto. Internet non è soltanto la moneta “corrente” delle transazioni comunicative, è un “come”

e un “dove” di cui vanno valutati con molta attenzione limiti e

opportunità, perché, a seconda che si sappia superare i limiti e ap- profittare delle opportunità, contenuti e senso della coalizione possono cambiare radicalmente, possono venire a vantaggio dei lavoratori della conoscenza o chiuderli in una trappola. Internet

è il nuovo locus del lavoro di conoscenza; gli immensi capanno-

ni della fabbrica fordista che racchiudevano e sorvegliavano mi- gliaia di operaie e di operai, luoghi di sofferenza ma anche di so- lidarietà, di unione, di conflitti, sono sostituiti oggi da questo “do- ve” percorso da milioni di transiti. Docente di diritto all’Università di Trento, Riccardo Salomo- ne ha scritto il testo più recente ed esaustivo sulla posizione del- le libere professioni intellettuali nell’ordinamento giuridico ita-

più recente ed esaustivo sulla posizione del- le libere professioni intellettuali nell’ordinamento giuridico ita- 21

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più recente ed esaustivo sulla posizione del- le libere professioni intellettuali nell’ordinamento giuridico ita- 21
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 22 liano e sulla ricca e controversa giurisprudenza

vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 22

liano e sulla ricca e controversa giurisprudenza che a vario tito- lo si è pronunciata sulle competenze dello stato e delle regioni in materia di libere professioni, sulla natura degli ordini e dei col- legi, ma soprattutto sui problemi sollevati dall’iniziativa comu- nitaria di liberalizzazione delle professioni e di tutela della con- correnza, sulla quale torneremo in seguito più estesamente. L’analisi puntuale di Salomone rileva in continuazione una serie di incongruenze che confermano il nostro giudizio critico nei confronti di certi modelli associativi, in particolare quando ven- gono indicati come la migliore forma di coalizione delle profes- sioni non regolamentate:

forma di coalizione delle profes- sioni non regolamentate: Da oramai più di un decennio, ordini e

Da oramai più di un decennio, ordini e collegi attraversano una fa-

] molte delle funzio-

ni originarie di ordini e collegi si sono perse nel tempo – bastino al- cuni esempi: la valorizzazione dell’appartenenza al gruppo e la pro-

mozione della professione, la funzione di addestramento dei più giovani e l’idea di una formazione permanente dei singoli membri –

oppure si sono trasformate in un ostacolo all’operare in concreto dei principi della tutela e della libertà dei singoli, oltre che di una società “aperta”. Per paradosso, i tempi a noi più vicini hanno of- ferto il dato di una crescente moltiplicazione di albi e di registri, costruiti a misura dei diversi operatori economici, anche in rela- zione a professioni, per così dire, lontane dal modello tradiziona- le. Un dato, questo, che ha costituito un fattore evidente di “crisi” della categoria, con una sorta di polverizzazione delle attività pro- fessionali in una molteplicità di sottosistemi autoconclusi ai cui margini, oltretutto, le spinte al riconoscimento – da parte dello sta-

to – aumentano ulteriormente [

queste vicende pongono bene in

luce, oltre al resto, il progressivo scollamento tra libere professio- ni intellettuali e protezione legale delle stesse attraverso norme e

principi di diritto pubblico. 24

se critica, in conseguenza di fattori diversi [

]

2 4 se critica, in conseguenza di fattori diversi [ ] Le incongruenze nell’ordinamento giuridico delle

Le incongruenze nell’ordinamento giuridico delle professioni intellettuali sono riconducibili non tanto a una carenza dottrina- le quanto a una continua erosione di alcuni principi fondamen- tali dell’idea tradizionale di lavoro professionale, dovuta alle tra- sformazioni del modo di produrre servizi nella società postfor- dista. Scegliere di coalizzarsi adottando i modelli associativi pro- dotti dal professionalismo significa rischiare di restare intrap- polati in queste incongruenze, stante la cronica incapacità dello stato italiano di riformare i propri ordinamenti. Se alla fine del percorso tracciato nei prossimi capitoli potremo dichiarare la no- stra preferenza per modelli associativi che rientrano nell’ordine simbolico del sindacato, non sarà certo perché siamo vincolati all’archetipo del lavoro a tempo indeterminato, ma al contrario

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sindacato, non sarà certo perché siamo vincolati all’archetipo del lavoro a tempo indeterminato, ma al contrario
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 23 perché ragioniamo su una realtà del lavoro

vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 23

perché ragioniamo su una realtà del lavoro che ha mandato in frantumi figure idealtipiche e schemi concettuali, lasciando sul terreno una varietà di situazioni esistenziali le quali, tuttavia, hanno poche ma ben consistenti cose in comune, anche se gli uni lavorano con partita Iva, gli altri sono collaboratori a progetto e altri ancora sono imprenditori con uno o due dipendenti. Sono due-tre cose essenziali, come previdenza, assistenza, manuten- zione e accrescimento del capitale umano, la base su cui si può costruire una coalizione, come abbiamo cercato di illustrare nel capitolo dedicato alle conseguenze indirette dell’attuale crisi e ai carenti sistemi di previdenza e assistenza che non tutelano in al- cun modo i nuovi lavoratori autonomi.

non tutelano in al- cun modo i nuovi lavoratori autonomi. Strade a uscita incerta Ma un’organizzazione

Strade a uscita incerta

Ma un’organizzazione sindacale già esiste, perché rendere le cose difficili e volersi avventurare in modelli associativi separa- ti? I sindacati dei lavoratori in Italia e non solo hanno dimostra- to recentemente di volersi prendere a cuore i problemi delle pro- fessioni. Perché non aderire a questi richiami e seguire un per- corso molto più lineare, quello della trasformazione del modello europeo di stato sociale in un nuovo tipo di configurazione più aderente ai bisogni delle nuove figure professionali? Perché non cercare di avere più peso nei sindacati esistenti in modo da ren- derli più attivi sul piano della progettazione di una flexicurity?

Sono i sindacati a sedere ai tavoli delle istituzioni europee: come può pensare un gruppo appena nato, non riconosciuto, di trova- re ascolto e di poter influire sulle decisioni? Il terzo capitolo di questo libro è dedicato al lavoro subordi- nato, prendendo a esempio tre paesi, la Germania, gli Stati Uni-

ti e l’Italia. La ragione per cui abbiamo ritenuto di dover intro-

durre un capitolo sul lavoro dipendente in un testo dedicato al lavoro indipendente sta proprio nel giudizio che riteniamo si pos-

sa dare del ruolo del sindacato oggi. Negli ultimi vent’anni in tut-

ti i paesi il sindacato dei lavoratori ha incontrato grandi difficoltà

a difendere l’occupazione. Questo è stato il suo compito prima-

rio, arginare l’emorragia di posti di lavoro e favorire l’occupabilità delle persone. In Italia ciò è avvenuto difendendo a denti stretti

alcuni articoli dello Statuto dei lavoratori, in particolare l’articolo 18, ma soprattutto reggendo in piedi, a costo di un salasso dei conti previdenziali, la cassa integrazione, della quale si è esteso

il campo d’applicazione (Cig in deroga) e al cui interno si predi-

ligono i regimi più “generosi”. 25 Più che ammortizzatore sociale

in deroga) e al cui interno si predi- ligono i regimi più “generosi”. 2 5 Più

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in deroga) e al cui interno si predi- ligono i regimi più “generosi”. 2 5 Più
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 24 è una forma di finanziamento pubblico all’impresa,

vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 24

è una forma di finanziamento pubblico all’impresa, visto che sen-

za la cassa integrazione il tasso di disoccupazione in Italia sa-

rebbe di due-tre punti percentuali superiore. Che cosa hanno con- cesso in cambio i sindacati? La flessibilità dei rapporti d’impiego,

in sostanza i contratti “atipici”. La coalizione dei lavoratori au-

tonomi, e in particolare dei freelance della creatività e della co-

noscenza, vuole offrire un terreno d’incontro anche ai lavorato-

ri con contratti di collaborazione, figure miste che stanno a metà tra la subordinazione e l’indipendenza. Come si può pensare che

loro interessi vengano rappresentati da quelle stesse organiz- zazioni che hanno autorizzato a piene mani la loro precarietà?

i

In

effetti, al di là delle dichiarazioni d’intenti, al momento attua-

le

nessun sindacato ha ancora sviluppato un metodo specifico di

nessun sindacato ha ancora sviluppato un metodo specifico di tutela di queste figure sul luogo di

tutela di queste figure sul luogo di lavoro, che sia praticabile sen-

za il ricorso alla magistratura. Oggi un sindacato del precariato

non esiste, esistono organizzazioni sindacali di assistenza legale

al precariato e di consulenza fiscale, ma non sono state pensate

né tecniche di negoziazione né tecniche di pressione. Solo nel-

l’area dei contratti “atipici” che rientrano nella fattispecie del la- voro subordinato sono state sviluppate azioni di contrattazione

di condizioni salariali e di continuità del rapporto di lavoro. Ma

quegli 1,17 milioni di persone che, secondo la stima Isfol, nel 2008 lavoravano con contratti di collaborazione non hanno un sindacato che li protegga. Inoltre, se è pur vero che gli “atipici” con attività lavorativa di tipo subordinato hanno potuto speri- mentare azioni sindacali di tutela dei loro interessi, sono stati molto più frequenti i casi di negoziati che prevedevano l’ingresso massiccio di contratti “atipici” in aziende dove di fatto i sinda- cati hanno autorizzato l’istituzione di un doppio regime lavora- tivo, uno riservato al core manpower che gode dei diritti fonda- mentali e l’altro riservato a rapporti di lavoro “non standard”

esclusi da quei diritti e dalle prestazioni a essi collegate. In que- sto modo i tassi di disoccupazione ufficiali hanno potuto man- tenersi contenuti e in certi periodi del nuovo millennio diminui- re, ma il prezzo è stato quello di creare un’area sempre più vasta

di working poors, come vedremo quando parleremo del caso te-

desco. Il problema che abbiamo voluto porre nel terzo capitolo non riguarda la componente “non standard” del lavoro, riguarda proprio l’archetipo del lavoro a tempo indeterminato. È qui in

sostanza che si è rotto ogni argine all’intensificazione del lavoro, sia in termini assoluti, come orario di presenza, sia in termini re- lativi come carico medio di lavoro per dipendente, in particola-

re nelle mansioni da “colletto bianco” che richiedono specifiche

competenze. Il tutto in un quadro di deterioramento dei rappor-

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da “colletto bianco” che richiedono specifiche competenze. Il tutto in un quadro di deterioramento dei rappor-
da “colletto bianco” che richiedono specifiche competenze. Il tutto in un quadro di deterioramento dei rappor-
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 25 ti umani con la gerarchia aziendale. È
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 25 ti umani con la gerarchia aziendale. È

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ti umani con la gerarchia aziendale. È da questi ambiti che il sin-

dacato è sparito e compare soltanto, a tratti, quando si tratta di medicalizzare il disagio. Anche se certi diritti fondamentali del lavoratore dipendente in quanto cittadino sono stati mantenuti, sul luogo di lavoro, e in particolare per i “colletti bianchi” che svolgono mansioni intellettuali, il potere discrezionale del ma- nagement è diventato man mano assoluto, spinto ai limiti della tollerabilità. A eccezione delle pubbliche amministrazioni, ma non sempre. Il sindacato è scomparso da questi ambiti della con- dizione lavorativa sia per una sistematica azione antisindacale del management, sia per sua scelta, sia perché viene tenuto lon- tano da uno strato di “colletti bianchi” completamente succube alle direzioni aziendali e terrorizzato dall’idea di perdere il lavo- ro e lo status di ceto medio. 26 Pertanto l’ambiente di lavoro dei knowledge workers del postfordismo con rapporti di lavoro a tem- po indeterminato ha già azzerato il modello sociale fondato sul- la contrattazione tra le parti. La stabilità dell’impiego viene pa- gata con l’accettazione di una completa discrezionalità delle scel- te manageriali. Si può dire che è sempre stato così, e in parte è vero, ma non si può negare che il clima nei grandi complessi aziendali sia cambiato e che nei luoghi di lavoro anche più pre- stigiosi si sia insinuata la paura. La situazione italiana presenta delle specificità che non si riscontrano altrove; se è vero che la tutela dell’articolo 18 contro i licenziamenti è ancora tra le più solide in Europa, va detto che ormai i lavoratori dipendenti che godono di questa copertura sono una minoranza. L’Italia che la- vora alle dipendenze sta nella piccolo-media impresa, nella mi- croimpresa, dove i rapporti informali quasi sempre sostituisco- no i rapporti negoziati tramite sindacato. La vera débacle sinda-

cale si è avuta con gli accordi del luglio 1993, in virtù dei quali la contrattazione aziendale – quella che per sua specifica funzione interviene sulle forme di organizzazione del lavoro e sulle prati- che di gestione delle risorse umane – è praticamente scomparsa. Pur essendo in vigore in vari paesi, come Stati Uniti, Germania

e Italia, regimi di relazioni industriali completamente diversi, po-

tremmo dire che nel postfordismo la componente del lavoro di- pendente rimasta più “scoperta” dal punto di vista sindacale è stata quella dei lavoratori della conoscenza, che esercitano man- sioni paragonabili ai servizi offerti dai freelance delle professio- ni non regolamentate. Non ha senso quindi che i lavoratori indi- pendenti si rivolgano ai sindacati esistenti per ottenere tutele che non sono state assicurate nemmeno ai dipendenti a tempo inde- terminato. A maggior ragione nella situazione italiana dove, lo vedremo meglio nei capitoli sui problemi previdenziali e sul giusto

maggior ragione nella situazione italiana dove, lo vedremo meglio nei capitoli sui problemi previdenziali e sul

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maggior ragione nella situazione italiana dove, lo vedremo meglio nei capitoli sui problemi previdenziali e sul
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 26 compenso, l’atteggiamento prevalente nelle organizzazioni sin-
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 26 compenso, l’atteggiamento prevalente nelle organizzazioni sin-

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compenso, l’atteggiamento prevalente nelle organizzazioni sin- dacali, come Cgil, Cisl e Uil, è quello di chiedere un ulteriore ag- gravio del peso contributivo degli autonomi che operano con par- tita Iva. Quale operaio si iscriverebbe a un sindacato che gli vuo- le tagliare la busta paga? Anche sul tema della flexicurity è poco credibile che le orga- nizzazioni sindacali esistenti sul piano europeo si muovano in fretta, assumendola come una priorità, perché, in una situazione

di drastica riduzione delle risorse pubbliche e di orientamento

politico di centrodestra, una riforma dei sistemi di sicurezza so- ciale potrebbe essere finanziata solo con lo spostamento di risorse dalle prestazioni previste per i lavoratori che costituiscono il mag-

gior numero di iscritti al sindacato ai lavoratori con contratti “ati- pici” o autonomi, che non brillano certo per la loro adesione al sindacato. Inoltre, e questo è forse il punto più importante, nes- suna riforma di vasta portata viene avviata in una fase di passi- vità dei soggetti che dovrebbero esserne i beneficiari. Se questi non alzano la voce, se non prendono essi stessi in mano il loro destino, se non sono loro stessi a definire il tipo di esigenze e bi- sogni che dovrebbero essere tutelati, a determinare i meccanismi

di erogazione delle prestazioni, a delineare progetti di autotute-

la o di sviluppo del capitale umano, a indicare la dannosità di de- terminate procedure burocratiche e a respingere l’ingerenza di certi apparati amministrativi, in definitiva a scrivere l’agenda del- la flexicurity, una riforma non vedrà mai la luce, o sarà l’ennesimo espediente per ingrossare apparati parassitari.

l’ennesimo espediente per ingrossare apparati parassitari. Pensare a se stessi L’idea di coalizione che si sta

Pensare a se stessi

L’idea di coalizione che si sta lentamente diffondendo nell’a- rea del lavoro autonomo a elevate competenze specialistiche è

molto diversa da quella che negli ultimi decenni ha caratterizza-

to il lavoro dipendente nei suoi rapporti con il sindacato. Anche

nella concezione della coalizione c’è lo stesso desiderio di essere padroni di se stessi che ha determinato la scelta professionale. Non c’è fiducia nella delega e non c’è, al fondo, fiducia negli as- setti istituzionali della negoziazione per il semplice fatto che il lavoro autonomo non è mai entrato nel sistema delle relazioni

industriali né nel diritto del lavoro. C’è infine, come fattore ge- nerazionale, la convinzione che non ci sono né ci saranno pre- stazioni assistenziali e previdenziali pubbliche tali da consentire anche in vecchiaia il mantenimento dello status sociale acquisi-

to con il proprio lavoro indipendente, se non per la capacità o

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il mantenimento dello status sociale acquisi- to con il proprio lavoro indipendente, se non per la
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 27 meno di aver accantonato risorse private. Sentimento,
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 27 meno di aver accantonato risorse private. Sentimento,

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meno di aver accantonato risorse private. Sentimento, questo, che avvicina molti lavoratori autonomi alla vasta schiera del pre- cariato e al mondo giovanile in genere. Questo atteggiamento mentale porta il lavoratore autonomo ad avere fiducia solo nelle

coalizioni che portano avanti istanze specifiche alla sua attività lavorativa e ciò spiega in parte il persistere della larga adesione

ad associazioni professionali che ricalcano il modello delle gilde

medievali. Il timore sempre crescente di non poter attingere a

prestazioni universali in grado di consentire il mantenimento del-

lo status sociale acquisito induce infine a vedere nella coalizione

una forma (forse sarebbe meglio dire una speranza) di mutuo soccorso. Ma su questo piano c’è un altro aspetto molto impor- tante, che è quello dello scambio d’informazioni e di accesso a

una rete di contatti che possano trasformarsi in tante occasioni

di progetti da offrire sul mercato. La realtà associativa è anche

uno strumento di promozione, termine questo che nell’opinione comune viene associato alle campagne di vendita dei supermer- cati e pertanto considerato con disprezzo, ma che nella vita quo- tidiana del lavoratore indipendente vuol dire semplicemente at-

tività per superare il precariato dei lavori intermittenti. Certa- mente è più difficile riscontrare nel lavoratore indipendente il senso di appartenenza a un’organizzazione mentre è molto più radicata la convinzione che l’associazione dev’essere essenzial- mente un centro di servizi. Anche questi aspetti però non sono caratteristiche innate in una determinata figura del mondo del lavoro, ma proprietà del tempo storico in cui ci troviamo, un tem-

po nel quale l’identità di gruppo si sta consolidando a poco a po-

co. Nei paesi anglosassoni ormai è un dato acquisito che “essere

un freelance” significa essere qualcosa di ben definito e identifi- cabile nello spazio pubblico, con tutto il contorno di orgoglio identitario che questo significa. In Italia siamo agli inizi e pre- vale l’appartenenza alla piccola corporazione piuttosto che al- l’organizzazione trasversale. Il “fare da sé” quindi pervade tutta l’idea di coalizione ed è qualcosa di profondamente estraneo al-

la “delega della rappresentanza degli interessi” che ha caratte-

rizzato il rapporto tra iscritti e sindacato dei lavoratori tradizio-

nale. 27 Anche perché al fondo c’è una differenza importante: il la- voratore dipendente ha dei parametri per sapere se il suo salario è giusto o iniquo – sono i parametri offerti dai contratti nazio- nali e da eventuali norme che fissano per legge un salario mini- mo di settore. Il salario dunque è qualcosa di oggettivo, è una grandezza che trova rispondenza in un ordinamento pubblico,

gli scostamenti in più o in meno sono oggetto di conflitto e/o ne-

goziato tra le parti. Per il lavoratore indipendente la sua retribu-

più o in meno sono oggetto di conflitto e/o ne- goziato tra le parti. Per il

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più o in meno sono oggetto di conflitto e/o ne- goziato tra le parti. Per il
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zione è un elemento molto soggettivo perché è una grandezza che dipende dalla sua offerta, cioè da un suo gesto di mercato che è “costituente” del rapporto con la controparte, ed è una grandez- za desunta da una serie di variabili che mutano a ogni nuovo rap- porto di lavoro e sono costituite dalle diverse voci di costo che il lavoratore autonomo deve imputare alle attività indispensabili all’esercizio della sua professione e del compito specifico che gli viene assegnato. Nel “quotare” una sua prestazione, il freelance deve saper fare un bilancio di previsione, cioè qualcosa di molto diverso dal calcolo di un bisogno esistenziale. La percezione del suo guadagno non ha nulla a che fare con l’equilibrio sala- rio/consumo proprio dell’amministrazione esistenziale del lavo- ratore dipendente. Perciò se il sindacato del lavoro dipendente ha come suo compito principale quello di governare il salario, l’associazione dei lavoratori autonomi avrà tra i suoi scopi prin- cipali quello di aiutare il socio a fare previsioni di bilancio pos- sibilmente corrette. Per questo abbiamo inserito un corposo ca- pitolo su “quanto farsi pagare”. Le cosiddette tariffe di mercato riguardano soltanto una parte delle professioni non regolamen- tate, e in questi casi l’associazione dovrà sorvegliare che non su- biscano ribassi, lanciare un allarme quando ciò avviene e dovrà chiedere ai soci l’impegno morale a non praticare comportamenti da dumping. Per il lavoratore dipendente la retribuzione è in ge- nere qualcosa di estraneo alla sua volontà, risultato di un nego- ziato tra le parti, che spesso avviene sopra la sua testa, o di un at- to d’imperio dell’azienda. Per il lavoratore autonomo la retribu- zione dipende in buona parte da lui stesso (anche se alla fine è il committente a dire l’ultima parola) perché si configura essen- zialmente come un fatto relazionale. “Fare da sé” (persino nell’ambito retributivo) diventa quindi la disposizione d’animo fondamentale del lavoratore indipen- dente. Ciò può portare alla negazione dell’idea di coalizzarsi con altri (e purtroppo la letteratura sui freelance è dominata da que- sta versione), l’idealtipo del freelance sarebbe quello che riesce a farcela solo con le proprie forze, anzi, più concentrato è sulla pro- pria solitudine, più il successo gli arride. Noi siamo contrari a queste rappresentazioni convenzionali, le troviamo stucchevoli e insulse, non a caso abbiamo dedicato un capitolo all’immagine del lavoro autonomo che i media sono soliti trasmettere. Pensia- mo che sia meglio cambiare registro e cercare di mettere a fuo- co piuttosto la condizione esistenziale dei freelance in rapporto al loro contesto tipico di lavoro, che può essere, certo, anagrafi- camente, la casa-ufficio, ma dal punto di vista del senso di so- cialità e della percezione del rischio – i due fattori principali di

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ma dal punto di vista del senso di so- cialità e della percezione del rischio –
ma dal punto di vista del senso di so- cialità e della percezione del rischio –
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 29 spinta verso la coalizione – è il

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spinta verso la coalizione – è il web. Il rischio lavorativo ha cam- biato natura e il freelance è il primo ad averlo capito, puntando su sistemi aperti di condivisione del sapere via Internet, dal qua- le trarre nuovi spunti di crescita personale, ma soprattutto di coa- lizione e lotta nella rivendicazione sociale di un nuovo spazio di incontro.

nella rivendicazione sociale di un nuovo spazio di incontro. I diversi confini del rischio La prima

I diversi confini del rischio

La prima volta che Günther Anders, filosofo tedesco di ori- gine ebraica e marito di Hannah Arendt, costretto a emigrare negli Stati Uniti in tempo di guerra, scrisse a Claude Eatherly, pilota di uno dei sette B-29 che parteciparono alla missione del-

l’Enola Gay, chiedendo la ragione per cui avesse scaricato la pri- ma bomba atomica su Hiroshima e da dove avesse tratto forza

e motivazione per fare una cosa del genere a un popolo che non

aveva mai frequentato sapendo gli effetti che avrebbe prodotto, questi non rispose, sorpreso dalla domanda. Passarono gli anni, ma quando nel corso di un’intervista a un giornale chiesero al- lo stesso pilota che cosa avrebbe potuto rispondere ad Anders, dichiarò: “Nothing, that was my job”. 28 Niente, era semplicemente

il suo lavoro. Come spiega Umberto Galimberti, che ha ricorda-

to questo aneddoto,

in altre parole si considerava un buon pilota perché sapeva quando

e come il bottone doveva essere schiacciato. Ciò che gli si richiede-

bottone doveva essere schiacciato. Ciò che gli si richiede- va era soltanto una competenza tecnica. Quello

va

era soltanto una competenza tecnica. Quello era il suo “lavoro”,

di

altro non era responsabile. 29

Era quanto richiesto nell’esecuzione, sotto comando, di un compito deciso e codificato altrove, da chi ha imposto questo “la- voro” reso possibile dalla tecnologia e dal pulsante da schiaccia- re la mattina del 6 agosto 1945. È un caso limite, certamente, ma apre un’interessante questione che tocca da vicino la distinzione tra subordinazione e autonomia, portando le tecnologie in pri- mo piano. Galimberti poneva il problema in questi termini:

La parola “lavoro”, così carica di considerazioni positive, nell’età della tecnica è molto pericolosa, perché limita la responsabilità al-

la buona esecuzione degli ordini senza alcuna considerazione sugli

effetti della propria azione.

Il lavoro alle dipendenze è stato certamente rivoluzionato dall’uso della posta elettronica e delle tecnologie informatiche,

alle dipendenze è stato certamente rivoluzionato dall’uso della posta elettronica e delle tecnologie informatiche, 29

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ma più in generale dall’ingresso delle “macchine pensanti” nel-

la catena di produzione, e ha modificato radicalmente le rela-

zioni di forza tra lavoratori. Oggi c’è “il comando”, l’azione che prevede una responsabilità e che va oltre le macchine e i capi- tali, e ci sono “i comandi”, ovvero quelle strumentazioni prin- cipalmente elettroniche, in mano oramai a quasi tutti i lavora- tori dell’impresa moderna, per eseguire compiti e costruire il valore in una catena che coinvolge sempre di più “forza lavoro cognitiva” e “operai dei dati”. Qui si nascondono i nuovi Claude Eatherly delle aziende moderne, che alienano la propria indi- vidualità per rispondere alle necessità del software d’impresa, per costruire efficaci azioni di marketing digitale, commercio

elettronico, finanza virtuale. L’evoluzione delle relazioni di for- za e la possibilità per il lavoratore di cancellare la propria re- sponsabilità negli anfratti della realtà e dei comandi digitali sembrano trovare oggi nuovi spazi, in particolare nel luogo sen- za frontiere che è diventato Internet. Quando la Bnl fu coin- volta nello scandalo della fornitura di armi a Saddam Hussein, chi lavorava in quella banca era colpevole? Evidentemente no.

E chi fino a pochi momenti prima della notizia di questo affaire

aveva negoziato azioni di quell’azienda, magari attraverso il tra- ding online? Anche per loro bisogna dire di no? E quando in- vestiamo soldi in Borsa, siamo responsabili degli scopi finali delle industrie che finanziamo? Oggi siamo portati a dire di no perché la tecnica ci obbliga a occuparci soltanto del rapporto

tra investimento e relativo profitto. Lì finisce la responsabilità. Così come finisce lì, nel pulsante schiacciato, la responsabilità

finisce lì, nel pulsante schiacciato, la responsabilità di chi opera senza coscienza sotto comando altrui. Non

di

chi opera senza coscienza sotto comando altrui. Non vi è nul-

la

di nuovo rispetto al marxiano antagonismo fra esistenza ed

essenza, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e ne- cessità, tra individuo e specie. Soltanto che oggi abbiamo i da- tabase relazionali, la business intelligence, i call center con ar- chivi di risposte predefinite, i sistemi di picking elettronico dei prezzi sulle scatole di cartone, i brand book con le regole di co- municazione aziendale, le comunicazioni di servizio trasmes- se via e-mail, i Kpi (Key Performance Indicator) per misurare i risultati del lavoro digitale. Oggi è più facile cancellare la pro- pria responsabilità personale dietro pulsanti e comandi vocali, e più in generale costruire catene del valore che, al posto delle presse, degli utensili o dei forni mettono computer, dispositivi mobili, transazioni elettroniche e attraverso questi inventano nuove metafore del lavoro, nuove formule astratte per rimuo- vere la soggettività individuale e collettiva e circoscrivere il la- voro a compiti, quasi si trattasse di un semplice “mansionario”

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individuale e collettiva e circoscrivere il la- voro a compiti, quasi si trattasse di un semplice
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privo di responsabilità finali, all’insegna di una completa de- responsabilizzazione di quanto realmente si sta facendo. Clau- de Eatherly in definitiva fu responsabile dell’eccidio di Hiro- shima, sì o no? Come ha spiegato Jacques Derrida alla fine del secolo scorso, 30 è veramente responsabile soltanto chi rispon- de delle proprie azioni: per chi lavora sotto comando non si tratta di vera “responsabilità” poiché questa esiste soltanto là dove non vi sono soluzioni predefinite e bisogna inventarle. La

responsabilità si esprime con gesti che mettono in chiaro la ge- nesi di una nuova strada, la creano e definiscono una scelta sen-

za ragione. L’opposto è la semplice discrezione, la capacità di

distinguere tra opzioni, scegliendo la migliore, oppure, come accade nell’epoca della tecnica, schiacciando il giusto pulsan- te. È vero, oggi il lavoro sotto comando è sempre più derego- lato, affidato in particolare nel settore del terziario a piccoli team interni alle imprese che assumono forme a geometria va-

riabile, 31 includendo personale alle dipendenze, lavoratori ati- pici se non addirittura in staff leasing, ovvero lavoratori che hanno forme contrattuali molto diverse. Le distanze intersog- gettive sono minori nell’assegnazione dei compiti, affidati di- rettamente via e-mail, ma nonostante queste metamorfosi len-

te e graduali il lavoro alle dipendenze mantiene un elemento

forte che si radica nel vincolo di subordinazione: la possibilità

di rispondere sempre, in termini astratti: “Nothing, that is my

job!”, evitando lo scontro diretto con il problema della respon- sabilità e del rischio. I “pulsanti” che si possono schiacciare al- l’interno di un’organizzazione strutturata, per quanto questa sia disarticolata, sono pur sempre identificabili e codificati nei processi e nel disegno dei ruoli. Tutto questo non accade, in- vece, nel mondo del freelancing, in cui il lavoratore autonomo non può mai giustificare le proprie scelte additando qualche ragione di ordine superiore, perché lo ha voluto un capo, un di- rigente che ha dato una determinata linea d’azione. Sebbene non definisca gli obiettivi, se non quando ha per compito pro- prio questa attività, il lavoratore autonomo deve sempre giu- stificare il contenuto di quanto prodotto e in questo non è mai sostituibile a se stesso. Non gioca in un ruolo che possa essere occupato da pedine diverse sulla scacchiera, i piloti degli altri sei B-29, perché il freelance vola quasi sempre in solitaria ed è compito suo, senza che qualcuno glielo comandi, centrare il giusto bersaglio nel modo in cui ritiene più opportuno. Fuor di metafora, è chiaro che la cessione delle responsabilità che le relazioni di lavoro autonomo implicano porta inevitabilmente con sé anche la cessione esplicita dei rischi, una consegna che

di lavoro autonomo implicano porta inevitabilmente con sé anche la cessione esplicita dei rischi, una consegna

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di lavoro autonomo implicano porta inevitabilmente con sé anche la cessione esplicita dei rischi, una consegna
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fa convivere ansia e libertà, paura per il futuro, ma discrezio-

nalità rispetto ai mezzi e alla tecnologia da usare e ai pulsanti

da schiacciare. Il lavoratore indipendente non ha prospettive

di impiego di lungo termine né rigidità nei processi di produ-

zione o gerarchie da rispettare, ma paga con un prezzo molto salato queste libertà, assumendosi la piena responsabilità di ciò

che fa e il rischio legato ai mezzi e ai costi di produzione. La paga con l’ingresso, volontario o involontario, in un regime fles- sibile di accumulazione del proprio reddito e alla determina- zione non facilmente programmabile di un patrimonio, che non fanno più capo alla negoziazione collettiva (sindacale) con cui finora la società occidentale ha cercato di ridistribuire la ric- chezza. Il freelance è al centro di una metropoli globale, in cui

le istituzioni finanziarie spostano agilmente denaro e diritti, le

imprese multinazionali delocalizzano produzioni e proprietà, oltre al controllo e alle responsabilità, e il modello toyotista di

produzione del valore vede nell’eccesso di risorse un semplice spreco da tagliare. Il rischio che si assume è di operare negli interstizi della produzione moderna accettando come unico luo- go di lavoro quello indeterminato della conoscenza. L’alta in- tensità di lavoro qualificato deve controbilanciare la bassa ri-

chiesta di ripetitività, di lavoro esecutivo e, di conseguenza, di capitale fisso. Al lavoratore autonomo si chiede di trovare il nuovo senza trasformarlo in investimento “in conto capitale”, ovvero in un prodotto finito da riprodurre in serie o alienare nella sua ripetizione. Questo è il rischio principale: conferma-

re il proprio saper fare variando l’opera ogni volta, esponendo

cioè la propria conoscenza alle continue metamorfosi produt- tive senza poter contare sulla rendita di posizioni che da sole tutelano la certezza di un reddito. Oggi è sempre più chiaro co- me la tecnologia non sia per nulla estranea a questo processo.

la tecnologia non sia per nulla estranea a questo processo. Sostanza tecnologica del vivere Nell’economia della

Sostanza tecnologica del vivere

Nell’economia della conoscenza, il sapere e il lavoro quali-

ficato si incorporano nelle reti informatiche e sono fatti circo- lare tra network personali o sociali, superando barriere geo- grafiche, scardinando quei sistemi di accumulazione di tipo proprietario che consentono rendite su scala crescente, tipici del modello fordista. La conoscenza si produce con la raccolta

di conoscenza e per mezzo di altra conoscenza, diffusa aperta-

mente sempre di più via web. I sistemi chiusi del sapere, gli or- dinamenti che delimitano la conoscenza a quanto raccolto in

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di più via web. I sistemi chiusi del sapere, gli or- dinamenti che delimitano la conoscenza
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tomi con migliaia di pagine, custoditi gelosamente su scaffali

di studi professionali, si scontrano sempre più con processi

informali di condivisione, con depositi di conoscenza distri- buiti online, con archivi di informazioni in base ai quali rimo-

dellare la propria preparazione. Il prodotto iniziale, e la mate- ria prima del lavoro cognitivo dei professionisti indipendenti che operano nell’economia della conoscenza, è l’elaborazione

di queste informazioni e del patrimonio di sapere tacito già ac-

cumulato. Le tecnologie, Internet e oggi tutte le reti sociali che vanno da Twitter a Facebook, passando per i blog personali e i

social media, sono i mezzi che consentono di avvicinare la cul- tura sociale (che include capacità relazionali e saperi condivi-

si), la conoscenza produttiva e il proprio “capitale biografico”, ovvero quel bagaglio di esperienze e vissuti che rende unico il soggetto che entra nel gioco della comunicazione sociale. Il web

è la vera sostanza liquida dove i nuovi lavoratori della cono- scenza trovano un habitat plasmabile, opportunità di legami

deboli, vetrine dove esporre qualcosa di sé, e perfino strumen-

ti liberi e nuovi mercati di scambio, dove portare manodopera

anche e soprattutto digitale. Questo l’hanno capito i venture ca- pitalist, che vedono nel segmento dei freelance un potenziale enorme sul web. Nel solo primo trimestre del 2010 i primi die-

ci marketplace dedicati ai freelance hanno investito oltre 60 mi-

lioni di dollari, raggiungendo in tre mesi oltre 150.000 utenti iscritti e 50.000 imprese o individui che hanno utilizzato que-

sti siti per reclutare forza lavoro. In testa ci sono Elance e oDe-

sk, con il 70 per cento del fatturato di questi servizi e a segui-

re portali come Guru.com, nato nel lontano 1998, Freelan-

cer.com, iFreelance.com, vWorker.com (ex RentACoder) o l’inglese peopleperhour.com. Tutte realtà in espansione fortis-

sima, che fatturano fino a 260 milioni di dollari all’anno, come nel caso di Elance. In Italia sono appena arrivati neoLancer.it

e la tedesca Twago ad affiancare Link2me.it. Qui freelance e

imprese cercano accordi, formulano proposte, propongono pro- getti, in un terreno che ha più le connotazioni di un mercato

rionale, piuttosto disordinato, ma di qualità, che un’asettica sa-

la riunioni di una multinazionale. Ma anche senza entrare in

questi spazi – dove, ricordiamolo, la logica dello scambio in- clude la guerra dei prezzi (al ribasso), un mark-up per il servi- zio e, come raccontiamo a margine della nostra analisi sul giu- sto prezzo, anche la riduzione del lavoro a cottimo o il moni- toraggio sui tempi d’esecuzione – il web offre una sterminata serie di strumentazioni per il lavoro cognitivo di tipo indivi- duale e di gruppo. Si va dal time management, a dizionari, si-

strumentazioni per il lavoro cognitivo di tipo indivi- duale e di gruppo. Si va dal time

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strumentazioni per il lavoro cognitivo di tipo indivi- duale e di gruppo. Si va dal time
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stemi di traduzione lessicale, tool gratuiti per la scrittura, il cal- colo elettronico, la pubblicazione online, l’impaginazione di do- cumenti, la comunicazione integrata, la programmazione, l’e- commerce e altro ancora. 32 Grazie a questi strumenti e in que-

sti nuovi ambienti online di scambio si trova terreno fertile per

mettersi in gioco e trovare forme relazionali in linea con la na- tura stessa dei processi postfordisti, che richiedono tra le ca-

ratteristiche principali proprio le conoscenze, la capacità di lin- guaggio, la fiducia, relazioni spesso informali, l’assenza espli- cita di gerarchie e regole strette, e la voglia di scommettere sul- l’apprendimento partecipativo. Non è un caso che gran parte dei tentativi di sottrarsi al degrado del lavoro dipendente, alla dimensione silenziosa del lavoro presso grandi organizzazioni strutturate, come per esempio la pubblica amministrazione, trovi sfogo proprio nell’uso intensivo dei social network o del-

la

Rete. Oppure nel ghost working o nelle attività indipendenti

in

qualità di moonlighter. 33 Il tradimento di Bradley Manning,

di moonlighter . 3 3 Il tradimento di Bradley Manning, il soldato che ha passato i

il soldato che ha passato i file a Julian Assange perché li pub-

blicasse su WikiLeaks, ha tutti i connotati di una desacralizza- zione del ruolo del civil servant, la ribellione del lavoratore sot-

to comando che da passacarte vuole aprire il sapere al mondo

intero, rompendo i vincoli più stretti e segreti di ogni organiz- zazione e gerarchia formale. Il degrado trova una riabilitazio- ne nella democrazia elettronica in questo caso, ma più in ge- nerale si può dire che il postfordismo cerchi nuove strade per mettere in mostra il sapere, la vita personale, cognitiva, affet-

tiva e relazionale dei cittadini e dei lavoratori e sembra trova-

e relazionale dei cittadini e dei lavoratori e sembra trova- nella dimensione della comunicazione digitale un

nella dimensione della comunicazione digitale un alleato for- midabile. La stessa acquisizione di nuovo sapere passa sempre

re

di

più da qui. Consumi culturali, autoapprendimento, attività

di

socializzazione, iniziative politiche, nel senso più ampio del

termine, passano dal mondo delle tecnologie. Tutto questo è materia prima dei knowledge workers, ed è ciò che le imprese più grandi stanno cercando di incorporare con meccanismi di appropriazione che partono dall’allargamento delle reti Intra-

net o dal loro ridisegno in chiave sociale. Per rendere più snel- la, modulare, interconnessa l’impresa, oggi si tende ad aprire

le

organizzazioni verso l’esterno, ma la vera grande rivoluzio-

ne

che le tecnologie sembrano avere portato nel mondo del la-

voro è soprattutto quella per gli individui e la loro capacità di ricomporre reti, coalizioni, gruppi di interessi che prescindo- no da istituzioni già organizzate o preesistenti alle attività so- ciali via web. È tra queste due spinte – una individualizzante e orientata a portare allo scoperto il lavoratore nelle sue capacità

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tra queste due spinte – una individualizzante e orientata a portare allo scoperto il lavoratore nelle
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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 35 relazionali, ma anche a esporlo a dinamiche

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relazionali, ma anche a esporlo a dinamiche di isolato attivi- smo, e l’altra contrapposta, ovvero aggregativa, che ricompone

gli interessi e il sapere sociale e le coalizioni – che si inserisce

il lavoratore professionale autonomo. In Rete trova oggi humus

fertile per l’apprendimento permanente, la costruzione di una digital identity e di un network professionale e, in definitiva, la sua sopravvivenza nello stesso mercato del lavoro. I LinkedIn, Viadeo e Xing di turno sono soltanto una riduzione codificata:

le possibilità e la rapidità di costruire reti superano di gran lun-

ga questi sistemi o i sette gradi di separazione che ci mettono

in relazione con chiunque. Oggi se vuoi parlare con Obama, puoi scrivere sul sito della Casa Bianca. A questa accelerazio-

ne dei meccanismi di relazione si aggiungano anche due ele- menti di grande rilievo: la possibilità di trovare direttrici per- sonali per creare e rinforzare la propria conoscenza, non ne- cessariamente allineata ad alcun sapere certificato, ordinistico

o professionalistico, e l’abbassamento dei costi produttivi per

chi realizza opere intellettuali in autonomia. Bastano due esem- pi per chiarire. Oggi uno sviluppatore di siti web può imparare

a programmare in un qualsiasi linguaggio open source con una

semplice infarinatura di base che assimila al primo anno di un corso universitario a indirizzo informatico, se non addirittura nelle scuole superiori. L’esperienza è certamente ben altra co- sa, ma la certificazione di questo sapere non ha bisogno di un albo. Sul versante degli strumenti, poi, le cose sono ancora più rivoluzionarie. Fino a dieci anni fa la realizzazione di portali informativi complessi doveva basarsi su piattaforme proprieta- rie del costo di svariate centinaia di migliaia di euro. Oggi le stesse cose si possono fare con sistemi open source gratuiti e alla portata di singoli lavoratori indipendenti. La piattaforma Vignette costava quasi 200.000 dollari: è stata spazzata via da Wordpress, Joomla e Drupal, con cui sono fatti l’80 per cento dei blog e minisiti al mondo, oggi installati anche da utenti se- mianalfabeti dal punto di vista informatico. Se si vuol speri- mentare un ambiente server in casa, ci sono piattaforme libere da scaricare via web; se si desidera evitare di pagare gli stru- menti per ufficio di Microsoft c’è qualcosa di simile, ma gra- tuito e se si preferisce non acquistare costosi strumenti software c’è perfino il torbido mondo del file sharing. Nel bene o nel ma- le, il rischio a cui sono esposti i lavoratori autonomi, come si intuisce, è reso meno elevato dalla disponibilità di strumenti e tecnologie condivise, aperte, oppure a basso costo. Almeno sul fronte della produttività individuale. L’ammortamento di que- sti investimenti non è un peso insopportabile che si potevano

produttività individuale. L’ammortamento di que- sti investimenti non è un peso insopportabile che si potevano 35

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produttività individuale. L’ammortamento di que- sti investimenti non è un peso insopportabile che si potevano 35
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 36 permettere soltanto le imprese orientate al profitto.

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permettere soltanto le imprese orientate al profitto. Se anche un freelance non sa come pagarsi una pensione, non ha certo

il problema di crearsi una casella di e-mail per comunicare, cer-

care informazioni pubbliche, costruirsi un sito dove riportare anche soltanto pochi banali dati personali e professionali. Il passo per uscire dall’invisibilità è breve, un’opportunità e al

tempo stesso una scelta pericolosa secondo vecchie logiche di cooptazione, affiliazione o “protezionismo lavorativo”. Espone alla molteplicità di relazioni, mostra la vita del lavoratore nel suo complesso e non soltanto nella parte che interessa la do- manda. Alcuni recruiter americani dichiarano candidamente

di scartare gran parte delle persone preselezionate dopo avere

visitato il loro profilo su Facebook. Perché allora mettere online

se

stessi, portare su un blog il proprio sapere? Affrancarsi da ruo-

li

codificati all’interno di organizzazioni strutturate? Semplice,

all’interno di organizzazioni strutturate? Semplice, per guadagnare nuova fiducia e costruire quella

per guadagnare nuova fiducia e costruire quella soggettività che

possa esprimere al meglio il proprio potenziale biopolitico. Lo

racconta molto bene Alberto D’Ottavi, giornalista professionista che negli ultimi dieci anni ha modificato la sua occupazione, passando per ben due volte da posizioni di lavoro dipendente ad autonomo e che oggi esercita stabilmente la libera professione

in maniera indipendente, come consulente, formatore e blogger

specializzato sui temi dell’innovazione tecnologica. Lo abbiamo incontrato a The Hub, uno spazio attrezzato per il co-working presente a Milano:

In passato ho svolto attività di giornalista “classico”, in redazione,

arrivando a fare anche il direttore di testata. Oggi come freelance

ho deciso di ampliare lo spettro d’azione professionale. Le testate non pagano il lavoro autonomo in maniera dignitosa. Mi sono quin-

il lavoro autonomo in maniera dignitosa. Mi sono quin- di chiesto che cosa fare del mio

di

chiesto che cosa fare del mio sapere accumulato in quindici an-

ni

di attività giornalistica nel settore hi-tech in assenza di un mer-

cato abbastanza ampio per guadagnare in modo adeguato con il mio lavoro. Ho semplicemente continuato a fare quello che sapevo fare, ma mettendo online un prodotto mio, costruendo un profilo più ar- ticolato di consulente e libero professionista. Tutto ciò che scrivo è diffuso gratuitamente. Oggi alimento una decina tra social network personali e spazi di pubblicazione incrociati, da un blog a profili su Facebook, Friendfeed, Flickr ecc. Mi sono specializzato sui social media e sulla valorizzazione del capitale intellettuale nel mondo IT.

Il mio canale Twitter è uno dei cinque italiani tra i primi mille al

mondo nel segmento hi-tech, seguito da oltre 12.000 follower. Il si-

to Infoservi.it riceve moltissime visite al giorno, gli iscritti ai feed

sono un migliaio e ho oltre 3000 “amici” su Facebook, con un’au- dience superiore a molte piccole e medie testate tradizionali. Che

cosa guadagno? Autorevolezza e fiducia. Questo mi consente di in-

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a molte piccole e medie testate tradizionali. Che cosa guadagno? Autorevolezza e fiducia. Questo mi consente
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 37 contrare moltissime persone in ogni parte del
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 37 contrare moltissime persone in ogni parte del

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contrare moltissime persone in ogni parte del mondo, imprendito- ri o giovani creativi, scoprire progetti di start-up, avvicinarli e aiu- tarli in alcuni casi o raccontare semplicemente le loro storie. La pre- sentazione pubblica del mio sapere e l’attività permanente di lavo- ro giornalistico di scouting del nuovo nel mondo tecnologico e di contemporanea riflessione e incrocio con argomenti di storia del- l’innovazione mi ha consentito di trovare uno spazio di insegna- mento alla Nuova accademia delle belle arti di Milano e svolgere consulenze per orientare il business di chi opera nel settore e sul web 2.0. A questo ho aggiunto anche un pizzico di intraprendenza, con una start-up, cofondata con un amico e collega, che offre un ser- vizio di social e-commerce. Come blogger ho intervistato libera- mente, senza trarne profitto diretto, persone del calibro di Chris An- derson di “Wired”, David Weinberger di Cluetrain Manifesto, Cory Doctorow di BoingBoing, Tim O’Reilly, Dan Rose di Facebook, Joi Ito di Creative Commons. Quest’ultimo lo incontrai da vicino, ca- sualmente. Alla fine di un convegno mi invitò a pranzo perché vide che ero l’unico a dare una prova “esibita” del mio interesse alle sue parole, scrivendo e facendo live-blogging di ciò che raccontava. Ec- co, la mia professionalità si basa oggi proprio su questo: elevata spe- cializzazione nei contenuti trattati, informalità, attenzione alle re- lazioni simpatetiche, curiosità e una costante azione di networking professionale. Alla fine faccio sempre lo stesso mestiere, lo specia- lista e divulgatore, a volte come giornalista, altre come docente o public speaker, talvolta come consulente.

Per Alberto, come per molti altri lavoratori professionali au-

tonomi, sono questi gli ammortizzatori del rischio che deriva dal- l’autonomia e dall’individualizzazione del lavoro. Invece di re- plicare il modello dell’economia di scala basata sulla granularità del sapere rivenduto al pezzo (giornalistico), ha costruito un sa- pere tacito che dimostrasse autorevolezza e capacità produttive

di qualità, superando ogni arroccamento nel mondo del profes-

sionalismo. L’individualizzazione, alla quale la decostruzione del sistema fordista l’ha portato, e il rischio associato sono contro- bilanciati dall’insieme di pesi e misure derivanti dal network so-

ciale su cui poggia la sua attività. Alla sperimentazione e all’au- toapprendimento costante, che nei blogger è forma di esibizio-

ne e al tempo stesso di archiviazione in un deposito digitale per-

sonale del sapere accumulato, è affiancata una precisa consape- volezza dei rischi da assumere e una responsabilità che si eser- cita in prima persona, al di là di ogni rifugio nella delega, nella spersonalizzazione delle scelte o nella mera esecuzione di com- piti. Processi, capacità e intenzioni trovano nella tecnologia stru- menti che possono rispondere alle esigenze del lavoratore auto- nomo forse anche meglio di quanto avvenga nelle imprese dove

che possono rispondere alle esigenze del lavoratore auto- nomo forse anche meglio di quanto avvenga nelle

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che possono rispondere alle esigenze del lavoratore auto- nomo forse anche meglio di quanto avvenga nelle
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 38 ai dipendenti spesso neppure è concesso il

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ai dipendenti spesso neppure è concesso il ruolo di amministra-

tore della macchina su cui lavorano. Insieme al sapere indivi-

duale sono forse l’unico punto di relativa stabilità intorno al qua-

le ruota la continua modificazione dei percorsi lavorativi dei pro-

fessionisti indipendenti. Le variabili soggettive, le aspirazioni o

le sfide cambiano nel tempo, ma non si modifica altrettanto ra-

pidamente un account di posta elettronica, l’abitudine a usare software specifici e dispositivi mobili o wired per determinate ti- pologie di lavorazioni.

o wired per determinate ti- pologie di lavorazioni. Forme di coalizione nella Rete La precarietà, intesa

Forme di coalizione nella Rete

La precarietà, intesa come esposizione al rischio, e l’innova- zione vanno di pari passo; sembrano due facce della stessa me-

daglia per quei freelance e consulenti che si orientano all’uso di tecnologie come “ammortizzatori” professionali. Una prassi che

la generazione di consulenti nata negli anni ottanta costruiva in-

torno agli incontri individuali e ai colloqui telefonici. Oggi il web non pone limiti geografici, consente presentazioni ricche (multi- mediali o estese) di sé, portando in superficie “gli invisibili” ed eliminando molti intermediari. Facilita le pubblicazioni, la ricerca

e il match con la domanda ed elimina (in potenza) l’isolamento

individuale; li aiuta nella raccolta di informazioni che possono servire per muoversi in contesti precisi o per analizzare a distan-

za nuovi ambienti, opportunità, persone, aziende. Nei sistemi più

evoluti dà anche la possibilità di farsi introdurre dai propri ami-

ci a terze parti. Per converso espone, però, a nuove tipologie di

rischi tecnico-pratici. Ne sono prova, per esempio, i casi di Ales-

sio Troyli, web designer freelance, che si è visto clonare il sito per- sonale graphikdesign.it da una società turca con Internet provi- der a Houston, che ha letteralmente copiato (con tecnica di mir- roring) la presentazione dei servizi e perfino il porftolio clienti di Alessio, e il caso di Arnaldo Funaro, in arte Arnald, vignettista, copywriter e creativo nel mondo dell’advertising che dichiara di avere inviato per e-mail alcune proposte alla Cgil per una cam- pagna di sensibilizzazione contro il precariato e che lui, precario,

si è visto paradossalmente soffiare l’idea e la sua realizzazione. 34

Proprietà intellettuali, contenuti e idee sono fortemente esposti

al plagio o all’impiego non autorizzato, magari presso aggrega-

tori o tramite spider per finalità commerciali o altro. Sono, tut- tavia, anomalie sistemiche di un modello che per definizione è aperto e si espone alla collettività in primo luogo come metodo per eliminare l’invisibilità dei singoli e delle loro nuove coalizio-

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alla collettività in primo luogo come metodo per eliminare l’invisibilità dei singoli e delle loro nuove
alla collettività in primo luogo come metodo per eliminare l’invisibilità dei singoli e delle loro nuove
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ni. Se è vero però il modello proposto da Alberto D’Ottavi, non è escluso che nel trade off tra rischi e opportunità legati alla tra- sparenza del proprio vissuto professionale non si possa uscire co- munque vincenti. Senza rivelare i “segreti del mestiere” o cadere nella trappola della cessione di lavoro gratuito a imprese profit che gravitano online, il web può portare considerevole acqua al proprio mulino. Ma torniamo, per un momento, alla genesi del rischio per i freelance. Nell’evoluzione dei sistemi produttivi (che impiegano sempre di più risorse esterne e lavoratori autonomi a progetto) siamo passati in questi decenni da un rischio assunto unilateral- mente dall’impresa e da un sistema regolato, basato sulla delega

e la decisione, a un nuovo sistema di rischio “a responsabilità dif-

fusa”. La ripartizione non è più della ricchezza, ma dei rischi:

uno dei pochi anticorpi che la società liquida, come la definisce Bauman, si è creata per fare fronte a questo passaggio è l’apertura

verso ambienti di scambio diffusi, aperti, flessibili, ricchi, come

è appunto la Rete che non incoraggia soltanto l’emergere dell’in-

dividualità, ma anche di nuove forme di collettività. Come ricor- da Emiliana Armano, siamo passati

Come ricor- da Emiliana Armano, siamo passati dalla fase taylorista-fordista, alla quale corrispondeva la

dalla fase taylorista-fordista, alla quale corrispondeva la parcelliz- zazione del lavoro congiunta alla relativa stabilità del posto di lavo- ro, sino alla fase postfordista, cui corrispondono il rischio diffuso (che può trasformarsi in precarietà e/o innovazione) e la flessibilità lavorativa. 35

e/o innovazione) e la flessibilità lavorativa. 3 5 È in quest’epoca che emergono le professionalità

È in quest’epoca che emergono le professionalità indipen- denti e si radicano i meccanismi di social networking.

Mentre nell’economia moderna l’impresa, i sindacati, i mercati, le tecnostrutture di vario genere avevano tentato di amministrare i ri- schi della vita economica e sociale delle persone, nel neocapitali- smo dell’economia globale gli automatismi e le tecnostrutture pos- sono sempre meno esentare le persone dai rischi sociali che ren- dono incerto il futuro individuale e collettivo. Nella delega del ri- schio in parte all’impresa (verso il mercato) e in parte al sindacato (per la tutela collettiva) vi era un preciso scambio politico che esen- tava i lavoratori e i cittadini dal rischio delle conseguenze dei loro comportamenti e dall’incombenza della conoscenza e della deci- sione. Uno scambio tra rischio e potere che ha potuto reggere fino a quando gli automatismi e le istituzioni sono stati in grado di man- tenere le promesse. 36

Oggi che è sempre più chiaro quanto un freelance sia fuori da queste linee di protezione è paradossalmente la scelta di col-

è sempre più chiaro quanto un freelance sia fuori da queste linee di protezione è paradossalmente

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tivare i legami deboli a dare maggiore forza alle nuove reti di la- voratori indipendenti. Chi ha studiato queste forme di legami sociali 37 ritiene giustamente che quelli forti siano determinati dal tempo, dall’intensità emotiva, dalla confidenza e dai servizi reciproci. Avere una comune appartenenza è l’indice di base dei legami forti: le tessere di partito o sindacali, i badge aziendali, le carte per la raccolta punti al supermercato sono soltanto la loro rappresentazione simbolica. Quelli deboli, invece, sono stru- mentali, neutri dal punto di vista affettivo, meno stabili, preca- ri. In questo contesto la forza è data dal numero di quelli che trovano linee di contatto e soprattutto dall’insieme potenziale che possono rappresentare. Nei legami deboli conta la densità ed è quanto si esprime al meglio oggi con Internet, dove si co- struiscono e disfano gruppi su Facebook con molta rapidità. In rete sono nati e cresciuti il Popolo viola, l’Onda studentesca, le iniziative dei No-B day e dell’EuroMayDay. Online cominciano ad avere importanza anche in Italia iniziative specifiche nel- l’ambito del lavoro, come le reti di Precaria.org o tutte quelle temporanee a supporto di campagne di comunicazione per sen- sibilizzare l’opinione pubblica su crisi specifiche, come quella degli “esternalizzati Wind”, dell’Isola dei cassintegrati, del caso Omnia-Ex Eutelia. Lo stesso si può dire per il mondo della ri- cerca, dove i blog di gruppo dei precari che gravitano intorno al sistema universitario hanno costruito una costellazione di cen- tinaia di siti collegati e un dialogo serrato che si può dire sia dav- vero espressione di un’unità nazionale nella critica ai deficit strut- turali degli atenei italiani. Tutti questi sono reticoli di soggetti riuniti sotto una bandiera e istanze comuni, ma che non hanno sedi fisiche, finanziamenti pubblici o protezioni corporative, e non si ritrovano nel mondo della rappresentanza tradizionale. Attraverso la Rete trovano nuovi sostenitori, fan su Facebook, feed reader o follower su Twitter disposti a seguire le loro vi- cende e appoggiarle. All’e-mail si va sostituendo lentamente il networking basato su tecnologie web. Il luogo di ritrovo di que- ste collettività è un “non-luogo”, è una rete sociale spesso senza connotazione geografica, ma forte di una intrinseca debolezza. Entrare e uscirne è facile: ciò che trattiene è la “densità” della comunicazione e degli scambi che si fanno tanto più intensi e marcati, realmente cogenti, quanto più si toccano nel vivo le que- stioni sociali collettive, che sono al contempo strettamente per- sonali. A differenza delle tribù digitali chiuse, sviluppate alla fi- ne degli anni novanta e agli inizi degli anni duemila, le comu- nità di interessi di oggi – che diventano spesso vere coalizioni, pronte a scendere in piazza o a mobilitarsi – sono aperte e con

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di oggi – che diventano spesso vere coalizioni, pronte a scendere in piazza o a mobilitarsi
di oggi – che diventano spesso vere coalizioni, pronte a scendere in piazza o a mobilitarsi
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 41 un raggio d’azione su canali differenti, affluenti

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un raggio d’azione su canali differenti, affluenti tutti verso un epicentro che rilascia messaggi composti da gruppi a geometria variabile, ma omogenei e con una forte connotazione soggetti-

va e diretta. Il cosiddetto “web 2.0”, che ruota intorno alle tec-

nologie per sviluppare conversazioni e aiutare la condivisione di risorse, ha dato un impulso importante. Emozioni, relazioni, co-

municazioni, da una parte, e percorsi, racconti, intenzioni e azio-

ni che costruiscono, dall’altra, l’identità di una coalizione delle

persone che vi partecipano trovano nei sistemi di publishing e

di

networking online soluzioni più che ottimali per svilupparsi

in

maniera spontanea. A queste si sommano oggi nuove tecni-

che di protesta elettronica, che superano i tentativi promossi fi-

nora con netstrike o azioni di “hacking sociale”, e sono impie-

gate in sostituzione di scioperi o manifestazioni di piazza che in molti casi per i lavoratori autonomi non hanno nessuna ragio-

ne

pratica o effetto. Nel segmento digitale si stanno affermando almeno tre nuo-

ve

modalità d’azione delle coalizioni web based. La prima è la

d’azione delle coalizioni web based . La prima è la protesta basata sull’invio di messaggi in

protesta basata sull’invio di messaggi in massa a destinatari scel-

ti per le loro azioni considerate contrarie agli interessi della col- lettività. Possono essere politici, sindacalisti, forze dell’ordine, opinion leader, imprese, multinazionali, banche. Sono vere e proprie campagne per generare un overflow di comunicazione, ovvero inondazioni digitali per portare la voce di tanti in un pun-

to unico fino a farlo intasare per “rumore” di fondo tecnologi-

co. Possono assumere la forma di messaggi predefiniti da un gruppo ristretto e fatti circolare prima della spedizione, pro- grammata con cura, oppure disordinate azioni individuali. A volte sono semplici petizioni digitali, che richiedono solo l’impegno di una firma. La seconda tecnica è quella del fact checking, ovvero la scrupolosa verifica dei fatti e delle parole dette o scritte da rappresentanti pubblici, con la finalità di di- fendere la verità o dimostrare la palese falsità di quanto affer- mato pubblicamente. Si veda per esempio Factcheck.it creato

su iniziativa di Sergio Maistrello: un sito in cui chi riesce a “sal-

vare un fatto, salva la verità intera”. Più efficace, tuttavia, è la tecnica “blame & shame”, usata oggi dalle nuove coalizioni di- gitali, ma nata nel contesto della resistenza alle politiche eco- nomiche degli stati sovrani, soprattutto a quelle di multinazio- nali senza scrupoli, che sfruttano i lavoratori meno tutelati di quelle parti del mondo dove il diritto del lavoro pressoché non esiste. Ne parla estesamente Gay Seidman, sociologo dell’Uni- versità del Wisconsin nel suo Beyond the Boycott 38 in riferimen-

to a quanto messo in atto in Guatemala, India, Sudafrica. Nel

nel suo Beyond the Boycott 3 8 in riferimen- to a quanto messo in atto in

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nel suo Beyond the Boycott 3 8 in riferimen- to a quanto messo in atto in
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 42 mondo di Internet la tecnica non è
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mondo di Internet la tecnica non è del tutto differente: si con- trollano i fatti (factcheck), ma si procede a una successiva cam- pagna per boicottare l’immagine pubblica di chi ha sgarrato, per assegnare colpe precise (blame) e generare vergogna (shame) e

riprovazione sociale, affinché l’irresponsabilità di chi ha attua-

to azioni contrarie agli interessi delle coalizioni sia messa alla

berlina davanti all’opinione pubblica. Acta, l’Associazione dei consulenti del terziario avanzato, ha adottato nel 2010 questa tecnica nella campagna online che ha definito “Campagna Bu- sta Arancione”. 39 Per denunciare il mancato invio da parte del- l’Inps della busta che avrebbe dovuto informare i lavoratori ita- liani sulla propria posizione contributiva con una proiezione sull’entità della pensione che avrebbero percepito, ha pubblica-

to su tutti i suoi canali web (circa una decina) materiali infor-

mativi per sensibilizzare l’opinione pubblica. Il messaggio vei- colato: le amministrazioni pubbliche ci tengono all’oscuro per

non farci capire che moriremo di fame. Un messaggio forte, comprovato da analisi interne e proiezioni realizzate dal cen- tro studi Acta. Il comunicato stampa è stato ripreso dal “Cor-

riere della Sera”, che ha obbligato il ministro del Lavoro a con- siderare da vicino la questione. Grazie a questa azione la co- munità che gravitava intorno all’associazione si è rinforzata. Ogni ripresa del problema è stata prontamente ritrasmessa su Facebook, Twitter e su blog personali con una velocità notevo-

le,

registrando centinaia di repliche a poche ore dalla diffusio-

ne

dei fatti “blame & shame”. Sebbene possano apparire come

tecniche che hanno un maggior appeal presso le giovani gene- razioni, i cosiddetti Millennials o Echo Boomers e i più recen- ti Digital Natives, in realtà non toccano problemi soltanto gio- vanili, ma di classe, di soggetti che devono imparare a ricono- scersi e dialogare, nel passato e nel presente. La questione pre- videnziale sollevata da Acta è un esempio pratico di un tema che prima ancora che intergenerazionale è di tutela della cit- tadinanza e interessa tutti. Forse sarebbe utile definire coloro i quali decidono di accedere a questi spazi di coalizione come appartenenti a una “web class”, se non fosse che ogni circo- scrizione categoriale in questo ambito sembra tradire una vo- lontà di ridurli in termini descrittivi. Come abbiamo detto, la

loro forza sta nella debolezza e nella flessibilità, nella libertà di entrare e uscire, di non perdere nulla nel cercare la verità dei fatti e reclamare diritti. In questo processo il web è un elemento positivo, porta allo scoperto un potenziale di organizzazione,

di autotutela e quindi di soggettività politica. Nella babele di

lingue che è Internet possiamo imparare a riconoscere i nostri

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e quindi di soggettività politica. Nella babele di lingue che è Internet possiamo imparare a riconoscere
e quindi di soggettività politica. Nella babele di lingue che è Internet possiamo imparare a riconoscere
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 43 simili, stabilire codici d’identificazione e parlare in

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simili, stabilire codici d’identificazione e parlare in tempo rea-

le reagendo alla quotidianità incessante delle cavolate che ven-

gono pronunciate sul nostro conto. È sul web che prenderan- no corpo le class action, anche se non formalmente dal punto

di vista giuridico, ma socialmente, come attività di costruzio-

ne di coalizioni che pretendono i propri diritti. È qui che na-

scerà la cooperazione tra intelligenze, competenze, skill, come costruzione di un sistema di pensiero, sofisticato ma chiaro, in- tellegibile a tutti, fatto di poche idee centrali, schematiche, ta- gliate con l’accetta, privilegiate ma accessibili. Idee che po- tranno rafforzarsi con il passaparola, ma che pronunciate fac- cia a faccia, anche fuori dal web, potranno dare vita a qualco-

sa di nuovo.

fuori dal web, potranno dare vita a qualco- sa di nuovo. Il valore della prossimità Quando

Il valore della prossimità

Quando Internet diventa il canale esclusivo della socialità, i rapporti tra le persone perdono l’importante elemento della “fisicità” che ha caratterizzato i processi di coalizione in pas- sato. Nel lungo termine questo non è sempre positivo. La coe-

sione dell’epoca fordista è infatti passata per l’udito di chi ascol-

ta un comizio o per la vista di chi legge un volantino; gli scio-

peri si sono costruiti sul passaparola. La storia delle coalizioni operaie è una storia di sentimenti che s’accendono a contatto con altri e si consumano per reciproca combustione, è una sto- ria di comportamenti imitativi, di minoranze che trascinano le maggioranze, di dinamiche che funzionano solo con presenze fisiche, in grado di esercitare un controllo reciproco. Nulla di tutto questo resta nella comunicazione a distanza: il compor- tamento imitativo viene dissolto, il reciproco controllo abolito,

la comunicazione è spoglia di tutte le cariche di energia che ven-

gono trasmesse dalla prossimità con altri individui. Dalla realtà

si è passati al web, ma dalla Rete è importante riallacciare un

dialogo che descriva anche il percorso di ritorno. Nel momen-

to in cui si accende di nuovo un senso d’identità di gruppo, i

rapporti di prossimità ritornano con prepotenza in primo pia-

no come uno strumento ineludibile della coalizione, il contat-

to fisico con persone che svolgono lo stesso lavoro e hanno gli

stessi problemi diventa una necessità esistenziale, come cer- cheremo di mostrare con esempi concreti nell’ultimo capitolo. Il rapporto di prossimità diventa un altro dei “passaggi” che co- stellano la vita lavorativa, forse più imprevedibile dei prece- denti, senz’altro più denso, per la ragione che scopriamo esse-

vita lavorativa, forse più imprevedibile dei prece- denti, senz’altro più denso, per la ragione che scopriamo

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vita lavorativa, forse più imprevedibile dei prece- denti, senz’altro più denso, per la ragione che scopriamo
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 44 re quello dove si forma la conoscenza.

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re quello dove si forma la conoscenza. È il momento in cui ci accorgiamo che le competenze specialistiche rappresentano un patrimonio spendibile solo a condizione che sia innervato in una relazione di comunità. Qualcuno lo ha chiamato “general intellect”, noi più modestamente lo chiamiamo un’attività di più persone convergente verso una nuova acquisizione di pensiero.

noi più modestamente lo chiamiamo un’attività di più persone convergente verso una nuova acquisizione di pensiero.

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noi più modestamente lo chiamiamo un’attività di più persone convergente verso una nuova acquisizione di pensiero.
noi più modestamente lo chiamiamo un’attività di più persone convergente verso una nuova acquisizione di pensiero.
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 45 2. Da gentiluomini a mercenari L’ideologia del

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Da gentiluomini a mercenari L’ideologia del professionalismo e la sua crisi

mercenari L’ideologia del professionalismo e la sua crisi Non è esattamente un libriccino il testo che

Non è esattamente un libriccino il testo che l’International Labour Office ha dedicato alla figura che l’immaginario colletti- vo associa di più al professionista di successo: il consulente di direzione. Pubblicato a metà degli anni settanta e più volte ag- giornato nei decenni successivi, è un’opera collettiva alla quale hanno dato il loro contributo personaggi che in seguito sareb- bero diventati delle star, come Roland Berger e altri. A un certo momento nel testo spunta la domanda: “La consulenza è una professione?”. La risposta è molto significativa:

Noi chiamiamo la consulenza di direzione una professione emer- gente o una professione in divenire, o un’industria con significative

ma potrebbe non essere

così importante decidere se la consulenza è o non è una professio- ne, dopo tutto ha dimostrato di poter prosperare anche senza que-

sta decisione

riale molto sofisticata, virtualmente ognuno può chiamare se stes- so o se stessa “consulente” di direzione d’impresa e offrire servizi al- le imprese senza alcun diploma o certificato, senza alcuna licenza, credenziale o registrazione. 1

Ancora oggi, anche in ambienti di cultura manage-

caratteristiche e ambizioni professionali

di cultura manage- caratteristiche e ambizioni professionali Questo discorso potrebbe essere esteso a tutte le attività

Questo discorso potrebbe essere esteso a tutte le attività co- gnitive svolte da persone che si presentano sul mercato come la- voratori indipendenti ma non appartengono alle categorie defi- nite come “professioni liberali” (medici, avvocati, architetti ecc.). Per costoro sapere se la loro attività ha diritto a essere definita “professione”, o se sul loro biglietto da visita possono mettere la parola “professionista”, potrebbe non essere molto rilevante, co- me dice l’Ilo, ciò che importa è una situazione di mercato favo- revole e la disponibilità del committente a pagare bene e in tem-

ciò che importa è una situazione di mercato favo- revole e la disponibilità del committente a

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 46 pi accettabili. Ma purtroppo non è così,

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pi accettabili. Ma purtroppo non è così, poiché dalla metà del- l’Ottocento il termine “professione” si è caricato di tali significa-

ti simbolici più o meno identificativi di uno status sociale che

non si può pensare di rigettarlo, senza averne esaminato bene la storia. Inoltre, motivo ancora più importante per fermarsi a di- scutere prima di passare oltre, esiste una forte tendenza di mol-

te associazioni di “nuove” professioni non regolamentate a se- guire processi di coalizione e rappresentanza analoghi a quelli delle professioni liberali governate da ordini. Noi riteniamo che questa sia una strada sbagliata da percorrere, il perché ce lo di- ce la storia stessa del termine “professione” e i mutamenti che la cultura associata a questa simbologia ha subìto nelle diverse fa-

si della società industriale moderna.

nelle diverse fa- si della società industriale moderna. Alle origini di un’ideologia Non ha che l’imbarazzo

Alle origini di un’ideologia

Non ha che l’imbarazzo della scelta chi vuole analizzare più

da vicino quel costrutto mentale che è stato chiamato “cultura”

o “ideologia” del professionalismo, la letteratura sull’argomento

è ricca e articolata. Noi abbiamo deciso di cominciare da un te-

sto che a metà degli anni settanta ha aperto una stagione di di-

battiti molto vivaci sul rapporto tra culture e costituzione di ce-

ti sociali, un testo che riproponeva a un livello elevato di consi-

derazione storica gli stimoli provenienti dall’inquieta ma vivissi- ma società di allora: The Culture of Professionalism, di Burton J.

Bledstein. 2 Nel termine professionalism c’è l’idea di “specialismo”

professionalism c’è l’idea di “specialismo” e potrebbe essere questa la traduzione migliore,

e

potrebbe essere questa la traduzione migliore, considerato che

il

discorso di Bledstein riguarda in particolare lo specialismo ac-

cademico, ossia l’istituzionalizzazione del sapere in linguaggi ger-

gali, sostanzialmente retorici, che mette in moto comportamen-

ti autoreferenziali e costrizioni sociali (la carriera accademica)

ma riguarda anche la nascita e lo sviluppo della professional ex- pertise in generale, cioè qualcosa di più della singola professio- ne, un ruolo sociale riconosciuto ed esercitato molto spesso sot- to forma di lavoro indipendente. Bledstein colloca la nascita del professionalismo nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’America, a suo dire, cercava in tutti i modi di distinguersi dal Vecchio continente, rifiutando la distinzione in classi della so- cietà e costruendo l’identità nazionale sull’idea di una società a classe unica, la middle class, dove non esistessero più né aristo- cratici né proletari. La soluzione ingegnosa per venire a capo di questo problema sarebbe stata quella di proporre l’ideologia me- ritocratica come criterio di lettura delle differenze sociali, che

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sarebbe stata quella di proporre l’ideologia me- ritocratica come criterio di lettura delle differenze sociali, che
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non esisterebbero di per sé, come eredità di divisioni secolari tra- smesse di generazione in generazione, né come prodotto di un ordine politico architettato per mantenerle tali, ma semplice- mente in quanto risultato di una maggiore o minore affermazio- ne dell’individuo secondo le sue doti di abilità e capacità di com- petere. Veicolo di questa ideologia fu la cultura del professiona- lismo, “una cultura che è servita a meraviglia a individui che aspi- ravano a pensare molto bene di se stessi”, 3 veicolo potente per- ché faceva leva non solo sull’ambizione ma sull’insicurezza del- le persone (“forse nessun sistema di pensiero puritano è mai riu- scito ad usare l’insicurezza della gente così come è riuscita a far- lo la cultura del professionalismo”). 4 Che l’ideologia meritocra- tica e il mito del self made man fossero una componente essen- ziale dello spirito dell’America era un dato acquisito ben prima che Bledstein scrivesse il suo libro, la sua interpretazione però era assai originale non tanto nel riconoscere valore costituente a quella ideologia, quanto nel dare a quella ideologia un corpo, una figura sociale ben individuata, quella dello specialista, del pro- fessional. In modo da potersi chiedere, subito dopo, se questa fi- gura non divenisse contraddittoria con quella di una società a classe unica, perché i professionals si costituiscono inevitabil- mente in una élite e quindi finiscono per diventare fedeli più al- le convenzioni del loro linguaggio che alla verità, riuscendo a es- sere tanto più influenti, in quanto a loro viene delegata la for- mazione della classe dirigente, in particolare l’insegnamento uni- versitario. Si badi che Bledstein non critica il linguaggio esoteri- co, critica il linguaggio e la mentalità “specialistici”. Il suo inte- resse si rivolge all’istituzione formativa di alto grado, come dice chiaramente il sottotitolo, e accenna solamente al problema che interessa a noi, quello delle professioni della conoscenza. Ma da- gli studi di brillanti americanisti 5 sappiamo che nell’epoca di cui lui parla, a cavallo tra Ottocento e Novecento, le grandi corpora- tion americane avevano scoperto l’utilità di impiegare conoscenze professionali indipendenti o salariate per migliorare sia la loro immagine all’esterno (le public relations), sia i rapporti con il per- sonale (le human relations). Da queste prime esperienze si svi- luppa il mercato della consulenza al management, che porta da un lato alla formazione di grandi società multinazionali, di di- mensione pari a quella dei loro clienti, dall’altro alla costituzio- ne di un mercato parallelo di professionisti indipendenti che ar- ricchisce il settore dei “servizi alle imprese”. 6 Sono tre austriaci emigrati negli Usa per sfuggire al nazismo ad aprire nuove stra- de per la consulenza d’impresa: Peter Drucker nelle teorie del ma- nagement, Paul Lazarsfeld nel marketing e Edward Bernays, il

consulenza d’impresa: Peter Drucker nelle teorie del ma- nagement, Paul Lazarsfeld nel marketing e Edward Bernays,

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consulenza d’impresa: Peter Drucker nelle teorie del ma- nagement, Paul Lazarsfeld nel marketing e Edward Bernays,
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 48 nipote di Freud, nelle pubbliche relazioni. Si
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 48 nipote di Freud, nelle pubbliche relazioni. Si

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nipote di Freud, nelle pubbliche relazioni. Si sviluppa dagli an-

ni venti, anche in Europa, un mercato di lavoratori della cono-

scenza (brain workers) che forniscono servizi al mondo dei me- dia, della pubblicità, della cultura di massa, dello spettacolo, per l’elaborazione di testi, la creazione di grafica e altro, e sono in gran parte freelance, o integrano con il reddito proveniente da

questi servizi quello, insufficiente, che deriva dalle loro vocazio-

ni artistiche o letterarie. La professional expertise diventa una pra-

tica riconosciuta dal modo di produzione fordista e dall’ambiente metropolitano. Con la grande mobilitazione di risorse del New

Deal rooseveltiano la funzione dell’“esperto” viene incorporata nella macchina amministrativa, nelle agenzie governative e ac- quista, in certe campagne, un valore analogo a quello del social

worker, cioè a chi deve stabilire il collegamento tra i bisogni oscu-

ri o nascosti o inespressi della società e lo stato assistenziale. Al

tempo stesso, con l’immissione sempre più massiccia di cono- scenze tecnico-scientifiche nel mondo della grande impresa e la necessità di rispondere all’obsolescenza delle tecniche e delle competenze, comincia a svilupparsi il settore della formazione

esercitata al di fuori dell’istituzione scolastica pubblica. È la pri- ma comparsa di un mercato dei freelance, subito frenato da un lato dalla preferenza delle imprese di allora di internalizzare le competenze (il fordismo è la generalizzazione della società sa- lariata) e dall’altro dall’ingerenza sempre maggiore dello stato nei processi economici e sociali, che porta alla trasformazione

di molti professionisti indipendenti in funzionari pubblici. Il mer-

cato dei freelance tornerà non a caso ad aprirsi e poi a esplode-

re negli anni settanta e ottanta in seguito a processi di esterna-

lizzazione e a una graduale ritirata della mano pubblica dall’e- rogazione di servizi.

ritirata della mano pubblica dall’e- rogazione di servizi. Pastoie italiane In Italia è andata diversamente. Non

Pastoie italiane

In Italia è andata diversamente. Non è qui il caso di riper- correre il cammino storico del riconoscimento delle professioni

nel nostro paese, ma richiamare alla memoria due o tre circo- stanze che possono offrire spunti di riflessione a un discorso sul-

le professioni non regolamentate forse non è fuori luogo. Nei pri-

mi anni del Novecento alcune organizzazioni professionali (per esempio quella dei medici condotti) si erano costituite traendo ispirazione dalle ideologie socialiste e mazziniane e si erano col- legate alle Camere del lavoro e al sindacalismo operaio. Ma il mo- vimento operaio nel suo complesso non fu capace di cogliere le

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Camere del lavoro e al sindacalismo operaio. Ma il mo- vimento operaio nel suo complesso non
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 49 trasformazioni che avvenivano all’interno del ceto medio,
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 49 trasformazioni che avvenivano all’interno del ceto medio,

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trasformazioni che avvenivano all’interno del ceto medio, in par- ticolare non colse – pur essendo in una posizione privilegiata di osservazione – il significato dell’emergere delle professioni tec- niche in seguito all’affermarsi del taylorismo e del fordismo. Pro- fessioni, queste, che si sarebbero sviluppate al servizio delle im- prese e delle pubbliche amministrazioni, a differenza delle pro- fessioni liberali tradizionali, focalizzate sui servizi alle persone. Il movimento fascista invece colse con immediatezza questo pas- saggio. 7 Nel 1920 a Milano viene fondata la Confederazione ita- liana del lavoro intellettuale e nel 1921 a Roma il Sindacato del lavoro intellettuale. Le leggi istitutive di ordini e collegi profes- sionali si susseguono negli anni dal 1923 (architetti, ingegneri) al 1939 (consulenti del lavoro), ma rimane per un certo periodo, nell’ordinamento corporativo, il segno di un’originaria imposta- zione “sindacale”, di un atteggiamento rivendicativo e negoziale, duro a morire proprio in una professione “nuova” come quella dell’ingegnere, che veniva esercitata prevalentemente alle dipen- denze dell’impresa (a Milano nel 1935 erano 1530 gli iscritti al- l’albo e 1346 gli iscritti al sindacato). Il regime fascista avrebbe voluto sostituire integralmente il modello liberale dell’autonomia della professione riconosciuta dallo stato con il modello corpo- rativo, che assimila le professioni intellettuali al mondo del la- voro tout court, negando loro uno status particolare. In realtà do- vette accontentarsi di un compromesso: quando era interesse po- litico esaltare le scoperte italiane sui prodotti sintetici il fascismo diede riconoscimento alla professione di chimico. Analogamen- te si comportò il governo repubblicano nel 1962, quando, indot- to dai successi dell’Ente nazionale idrocarburi nella ricerca e nel- l’approvvigionamento di fonti energetiche, diede il riconosci- mento alla professione di geologo. Il rapporto tra professioni tec- niche e sviluppo dell’innovazione nel settore manifatturiero è sta- to molto stretto nei percorsi di riconoscimento. Scrive uno dei maggiori studiosi del fenomeno in Italia:

Il caso dell’ingegneria mostra con chiarezza che le origini delle pro-

vanno inquadrate nella profon-

da trasformazione subita dal capitalismo, l’evoluzione della divisio- ne del lavoro nelle grandi organizzazioni private e pubbliche crea di continuo nuove occupazioni specializzate, molte delle quali si pon- gono il traguardo della professionalizzazione. 8

fessioni diverse dalle “classiche” [

]

8 fessioni diverse dalle “classiche” [ ] L’Associazione nazionale degli ingegneri italiani viene

L’Associazione nazionale degli ingegneri italiani viene costi- tuita nel 1919, quattro anni dopo si avrà sia l’istituzione dell’Or- dine degli ingegneri e degli architetti sia la riforma dell’istruzio- ne superiore – che negherà ai diplomati degli istituti tecnici

e degli architetti sia la riforma dell’istruzio- ne superiore – che negherà ai diplomati degli istituti

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 50 l’accesso all’università –, e nel 1933 viene
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 50 l’accesso all’università –, e nel 1933 viene

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l’accesso all’università –, e nel 1933 viene istituito l’esame di sta- to. Ma tutto questo processo si svolge in un quadro di forte crisi occupazionale; è la mancanza di lavoro a portare gli ingegneri a costituirsi in gruppo di pressione, mentre per tutto il periodo del fascismo la conflittualità interprofessionale tra ingegneri, archi- tetti, geometri, periti industriali, agrimensori rimane accesa e si allenta solo in parte nel dopoguerra con il boom edilizio degli an-

ni sessanta. 9 Anche la storia italiana dimostra che il mercato, in-

teso come insieme di fattori che trasformano i modi di produ-

zione e gli stili di consumo, è decisivo nel condizionare l’ascesa

e il declino delle professioni intellettuali. Secondo le dottrine li- berali, il mercato è un sistema che si autoregola; come sappiamo

è invece un sistema che produce distorsioni e disuguaglianze. La

conflittualità all’interno delle professioni tecniche si è mantenu-

ta elevata anche negli anni sessanta e settanta. È bastato libera-

lizzare gli accessi all’università nel 1969 e permettere a periti e

geometri di diventare architetti e ingegneri perché si producesse un boom dell’offerta e il controllo dell’accesso alla professione, che è una delle ragioni degli ordini, diventasse un atto puramente formale. Come se non bastasse, i liberi professionisti indipen-

denti, quelli che esercitavano attività di lavoro autonomo, erano messi in difficoltà dalla concorrenza esercitata da ingegneri e ar- chitetti, salariati delle pubbliche amministrazioni, che a part-ti- me o come secondo lavoro, spesso in nero, firmavano progetti. La situazione sembra sia andata migliorando solo quando si è aperto il nuovo mercato delle regioni, ma questo dimostra anco-

ra una volta che la pretesa di possedere una competenza esclu-

siva è forte nei periodi di magra della domanda e si allenta quan-

do c’è lavoro più o meno per tutti. È un sistema di autodifesa pa-

rasindacale, non c’entra nulla con codici etici e saperi esclusivi. Ma poiché il mercato dei servizi professionali è dominato dalla domanda, questi sistemi di difesa parasindacale non producono alcun effetto di riequilibrio e trasferiscono allora la loro impo- tenza nelle dinamiche interne all’ordine stesso, creando cricche

di potere e pratiche di nepotismo di cui sono vittime gli iscritti

più giovani oppure quelli privi di adeguato lignaggio.

più giovani oppure quelli privi di adeguato lignaggio. Le libere professioni sono in realtà un gruppo

Le libere professioni sono in realtà un gruppo di occupazioni acco- munate essenzialmente da un’ideologia. Si tratta di un’ideologia che è stata promossa con successo dalle élite che dominano alcune oc- cupazioni particolarmente prestigiose (soprattutto medici e avvo- cati), si è diffusa nelle società capitalistiche grazie alle sue affinità con l’ideologia dominante, ed ha mietuto vittime tra gli stessi scien- ziati sociali. 10

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alle sue affinità con l’ideologia dominante, ed ha mietuto vittime tra gli stessi scien- ziati sociali.
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Possiamo condividere o meno questa tesi di Tousijn, ma l’esperienza passata delle professioni, che in Italia hanno otte- nuto un riconoscimento pubblico e sono organizzate in ordini, sembra dargli ragione. Incapaci di riequilibrare gli alti e bassi della domanda, hanno creato diseguaglianze all’interno della stessa professione e, aspetto non trascurabile, non sono nem- meno riuscite a esercitare una vigilanza sulla qualità della

prestazione. L’Ordine dei giornalisti è riuscito forse a fermare il degrado dell’informazione e lo stile dei media nel nostro paese?

Ci

ha provato, almeno? Del resto, se non ci è riuscita nemmeno

la

professione più protetta in assoluto, quella dell’insegnamen-

to

universitario, a vigilare sulla qualità del corpo docente, bloc-

cando sistematicamente la pretesa di semianalfabeti a salire in cattedra, come possiamo pensare che ci riescano professioni me-

no protette?

Quando, agli inizi degli anni ottanta, si diffondono le “nuo-

ve” professioni nei servizi alle imprese e alle persone, il modello ordinistico già mostra ampiamente la corda per coloro ai quali

lo stato ha dato un riconoscimento pubblico.

coloro ai quali lo stato ha dato un riconoscimento pubblico. Oggi, come in passato, gli ordini

Oggi, come in passato, gli ordini italiani svolgono funzioni buro- cratiche, si limitano a verificare che i nuovi iscritti siano in rego- la con la legge e non hanno alcun potere di regolazione degli in- gressi, che è affidato agli esami di stato. Altrimenti non si spie- gherebbe perché proprio le professioni ordinistiche abbiano regi- strato negli ultimi anni un aumento del numero degli esercenti co- sì esorbitante. 11

del numero degli esercenti co- sì esorbitante. 1 1 Basti pensare agli avvocati: 230.000 in Italia,

Basti pensare agli avvocati: 230.000 in Italia, 15.000 in più al- l’anno. L’albo dell’Ordine di Milano-città, aggiornato ad aprile 2010, conta 15.600 iscritti nell’elenco ordinario, 3200 abilitati e 1500 praticanti.

Il 35 per cento del reddito della categoria è prodotto dal 15 per cen- to dei legali, i clienti che non pagano, i grandi studi che licenziano, la concorrenza feroce, il caro previdenza aggravato dal fenomeno degli avvocati “fantasma” iscritti all’ordine ma che non versano al- la Cassa forense. 12

Tuttavia il coagulo di interessi che si è formato attorno agli ordini riesce ancora a difenderne la funzione. Benché la linea del- l’Unione europea e dell’Autorità antitrust sia stata quella di iden- tificare professioni e imprese, alla fine:

l’Unione europea e dell’Autorità antitrust sia stata quella di iden- tificare professioni e imprese, alla fine:

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 52 L’Unione europea ha ceduto alle pressioni delle

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L’Unione europea ha ceduto alle pressioni delle professioni protet- te annacquando il liberismo puro che aveva contraddistinto i suoi precedenti programmi. 13

aveva contraddistinto i suoi precedenti programmi. 1 3 Pur riconoscendo che le professioni, ormai assimilate alle

Pur riconoscendo che le professioni, ormai assimilate alle imprese, sono “sottoposte ad una mutazione irreversibile della loro natura e delle loro funzioni”, 14 una studiosa come Maria Malatesta dimostra di credere ancora alla natura particolare dell’etica professionale, fonte di quella reputazione che al pro- fessionista veniva riconosciuta per la natura sociale del suo la-

voro, e cita il caso di medici e avvocati che svolgono in condi- zioni estreme la loro arte. In realtà, ci sembra di poter obietta- re, se un medico invece di fare soldi con uno studio avviato a Parigi preferisce rischiare la pelle in zone di guerra con Méde- cins sans frontières è per una scelta che rientra nella sua visio- ne generale del mondo e dei rapporti politico-sociali, è per con- vinzioni ideologiche o religiose, più che per fedeltà a un codi- ce etico della professione. Il momento in cui gli ordini professionali acquistano rilievo

e si pongono ancora come una forza sociale in grado di condi- zionare lo stato è nel periodo dei governi di centrosinistra allo scadere del secondo millennio. Riescono a respingere i proposi-

ti governativi di abolirli in nome della liberalizzazione sostenu-

ta dall’Unione europea, dimostrando ancora una volta che in mo-

menti di difficoltà alcuni strati di ceto medio possono mobilitar- si con successo, ma non riescono a porsi come “terza forza” tra

le rappresentanze sociali di Confindustria e dei tre sindacati Cgil,

Cisl e Uil. In realtà, da almeno un decennio, anche in Italia, la te- matica delle professioni intellettuali converge, come scrive Prand- straller, “su quella più complessa che riguarda i knowledge workers”. I professionisti sono “una parte, fondamentale ma non esaustiva, d’un nuovo ceto composto dalle varie espressioni dei lavoratori della conoscenza”. 15 Le prime ricerche sui lavoratori della conoscenza che assu- mono questi parametri di valutazione compaiono in Italia a metà

degli anni novanta. 16 Finalmente si esce dalla palude della so- ciologia delle professioni, si smette di discettare sulle opinioni delle varie scuole e si torna all’osservazione della realtà empiri- ca, alle prestazioni concrete del lavoro di conoscenza dentro e fuori le imprese. Le inchieste sul lavoro nelle dot.com, che si moltiplicano negli Stati Uniti fino alla crisi del 2002, in parti- colare quelle di Andrew Ross, contribuiscono a spazzare via l’interesse per le questioni del professionalismo. 17 I lavoratori della conoscenza, che si sono formati come multiforme strato

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le questioni del professionalismo. 1 7 I lavoratori della conoscenza, che si sono formati come multiforme
le questioni del professionalismo. 1 7 I lavoratori della conoscenza, che si sono formati come multiforme
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 53 sociale a partire dagli anni ottanta, sono

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sociale a partire dagli anni ottanta, sono un’altra cosa. Negli stessi anni si costituisce la Freelancers Union, l’organizzazione

di tutela e di rappresentanza dei lavoratori indipendenti, un sin-

dacato finalmente, una forma associativa che non vuole essere

diversa da quelle che storicamente sono state le forme di dife-

sa e rappresentanza del lavoro. Ma nella situazione italiana que-

sta semplice idea stenta a farsi largo; anche coloro che ritengo- no la professione una costruzione intellettuale, come dice Pierre Bourdieu, e non un genere umano, continuano a pensare in ter- mini di associazioni assimilate agli ordini, il cui ruolo, tra l’altro, viene messo in discussione dagli stessi che esercitano profes- sioni regolamentate, come si è visto di recente in occasione del-

la discussione in Parlamento della riforma della professione fo-

rense. 18 Che il nostro sia un paese arretrato è ogni giorno più evidente.

nostro sia un paese arretrato è ogni giorno più evidente. Disagio e risveglio dei ceti medi

Disagio e risveglio dei ceti medi

La giornalista e saggista Barbara Ehrenreich con il suo sito www.unitedprofessionals.org è diventata da qualche anno una protagonista del movimento di autodifesa dei lavoratori white collars americani. Dedica i suoi sforzi ai salariati ma è in sinto- nia con le Unions dei professionisti indipendenti. 19 Non le si può negare certo coerenza con la sua attività precedente; il tema del-

la middle class è stato uno dei suoi preferiti sin dagli anni set-

tanta. È del 1977 un saggio in due puntate su “Radical Ameri-

ca”, scritto assieme al marito John Ehrenreich, dove abbozza una teoria della formazione di una classe sociale che chiama

“professional-manageriale”, di professionisti manager, che ver- so la metà del secolo scorso sarebbe diventata una componen-

la metà del secolo scorso sarebbe diventata una componen- te quantitativamente rilevante della popolazione attiva

te

quantitativamente rilevante della popolazione attiva degli Sta-

ti

Uniti. 20 La sua formazione risalirebbe agli anni a cavallo tra

Ottocento e Novecento, la cosiddetta “Progressive Era”, con la

costituzione di una serie di figure professionali nuove, il cui ruo-

lo sarebbe stato quello di assicurare l’ordine sociale capitalisti-

co attraverso la razionalizzazione sia dei modi di produzione (taylorismo), sia dei sistemi di governance. Sarebbe nata in quel periodo la figura moderna dell’“esperto”, lo stesso sistema uni- versitario si sarebbe adeguato alle nuove esigenze della società e della produzione, importanti fondazioni private come la Rocke- feller e la Carnegie avrebbero promosso lo sviluppo di questa classe, completamente diversa dalla “piccola borghesia” tradi- zionale, nella quale gli Ehrenreich includono anche i self em-

diversa dalla “piccola borghesia” tradi- zionale, nella quale gli Ehrenreich includono anche i self em- 53

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 54 ployed. Fin qui nulla di nuovo, lo

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ployed. Fin qui nulla di nuovo, lo schema è quello di Richard Hofstadter in The Age of Reform (1955), un classico che ha for- nito l’interpretazione comunemente accettata della nascita del- la società americana del Novecento. Là dove i due Ehrenreich introducono una loro lettura originale è nel mettere in risalto come negli anni venti questa classe di funzionari del capitale monopolistico abbia cominciato a ribellarsi in nome delle sue etiche professionali, stringendosi attorno alle loro associazioni e rivendicando un diritto a governare la società – intesa come sistema d’impresa e come sistema amministrativo – secondo i princìpi dell’efficienza. Fu un’utopia tecnocratica, destinata a restare sconfitta. 21 “La forma caratteristica di auto-organizza- zione della classe professionale-manageriale era la professione.” Quali sono i requisiti essenziali perché una professione possa chiamarsi tale, secondo questi autori? Primo, l’esistenza di un corpo specializzato di conoscenze, accessibile solo mediante una lunga pratica; secondo, l’esistenza di standard etici che inclu- dono una dedizione (commitment) all’interesse pubblico; terzo, un senso di autonomia da interferenze esterne alla pratica del- la professione (solo gli appartenenti alla professione possono dare un giudizio sul valore della prestazione del singolo). Rico- struire la storia di un gruppo sociale significa contribuire a con- ferirgli identità. Che il lavoratore intellettuale moderno, il tipi- co knowledge worker di oggi, abbia avuto origine nell’epoca del fordismo e del taylorismo è un fatto acquisito, che si sia forma- ta allora una consapevolezza di essere una classe è invece da escludersi per il motivo che i nostri autori giustamente indivi- duano: l’identità era costruita sulla singola professione, quindi non c’era un’aspirazione a rappresentarsi come classe omoge- nea, c’era anzi una ricerca di differenziazione per professioni, malgrado gli stili di vita e il senso comune fossero gli stessi. L’identità si costruiva sulla differenza. Per analogia potremmo pensare alla fase primordiale di costituzione della classe ope- raia come classe, prima della fase dell’industrial unionism, quan- do l’identificazione era con il sindacato di mestiere, somiglian- te ancora alle vecchie corporazioni.

mestiere, somiglian- te ancora alle vecchie corporazioni. Max Weber e la “vocazione professionale” Ma torniamo

Max Weber e la “vocazione professionale”

Ma torniamo allo schema interpretativo proposto da Bled- stein e allo sviluppo di una cultura, di un’ideologia della profes- sionalità, che avrebbe conferito nei decenni successivi un’iden- tità sociale e un senso di appartenenza a tanti lavoratori auto-

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avrebbe conferito nei decenni successivi un’iden- tità sociale e un senso di appartenenza a tanti lavoratori
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nomi. Leggendo quelle pagine, il nostro pensiero non può non correre subito a un testo che rimane un caposaldo nella storia

della riflessione sul concetto di professione: la conferenza di Max Weber del 1917 su Wissenschaft als Beruf. 22 Qual è il punto di par- tenza del suo discorso? Proprio un confronto tra il sistema uni- versitario americano e il sistema europeo, tedesco in particola- re. Prima di riassumerne brevemente i punti più interessanti, oc- corre ricordare che il termine tedesco Beruf contiene un insieme

di significati che non sono traducibili con il semplice termine di

“professione”, anche se il modo corrente per definire una libera professione in tedesco è Freiberuf. Quando Weber impiega il ter- mine Beruf, è pienamente consapevole di usare una parola che vuol dire, oltre a professione, “vocazione” e, quindi nell’analiz- zare come avviene che una persona decida di scegliere un per- corso professionale, ritiene di dover tener conto di una serie di condizioni morali, in assenza delle quali è difficile esercitare la professione: la “passione” innanzitutto, la dedizione a un’idea di “progresso” (“venir superati non è solo la sorte di tutti noi ma lo scopo del nostro lavoro, non possiamo lavorare senza sperare che qualcuno vada più avanti di noi”) e l’innovazione, l’idea che rappresenta qualcosa di nuovo (Einfall). Quest’ultimo punto, non

sufficientemente messo in risalto dalle letture e dalle interpreta- zioni correnti di questo testo, è invece di fondamentale impor- tanza perché significa, detto in parole povere, che se una pub- blicazione che vuole essere scientifica non contiene nemmeno un frammento di idee nuove, ma è semplicemente una rilettura, nei casi migliori, e un rimescolamento, nei casi peggiori, di ciò che altri hanno scritto, meglio avrebbe fatto l’autore a stare zit- to. Significa che se un consulente di direzione, nel raccomanda-

re alcune scelte organizzative al management di un’impresa, si

limita a riciclare in un’elegante, accattivante, presentazione so-

lo quanto gli è stato detto nell’intervista con l’amministratore de-

legato, meglio farebbe a cambiar mestiere. Ma il fatto che le con- dizioni per il corretto esercizio di una professione sono condi- zioni di carattere morale, di disposizione d’animo, più che con- dizioni di carattere intellettuale, si misura con un contesto so- ciale in cui, per dirla sempre con Weber, “la scienza è entrata in uno stadio di specializzazione che prima era sconosciuto ed in futuro continuerà a restare così” e ancora “una prestazione pro- fessionale definitiva e valida oggi è sempre una prestazione spe- cialistica”. Il problema del Beruf – Weber, per la dimestichezza con gli scritti di Lederer, di altri sociologi dell’epoca e di suo fra- tello Alfred, era perfettamente consapevole della rivoluzione che stava investendo i sistemi di organizzazione del lavoro – si com-

era perfettamente consapevole della rivoluzione che stava investendo i sistemi di organizzazione del lavoro – si

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era perfettamente consapevole della rivoluzione che stava investendo i sistemi di organizzazione del lavoro – si
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plica nell’epoca fordista a causa del sempre maggiore “tecnici- smo” dei prodotti intellettuali, della sempre maggiore specializ- zazione della produzione accademica, sotto l’influsso delle ten- denze vincenti che provengono da oltreoceano (“L’università te- desca si americanizza”). Il passaggio non è indolore, perché mo- difica i percorsi di carriera; i primi capoversi della sua confe- renza sono dedicati non a caso al modo in cui un giovane entra nel mondo accademico e alle diverse condizioni di lavoro di un Privatdozent tedesco rispetto a quelle di un assistant americano, precario proletaroide il primo, salariato l’altro. 23 Weber quindi tocca un punto che nel testo di Bledstein costituisce un impor- tante interrogativo: la progressiva tecnicizzazione dei prodotti intellettuali, la sempre maggiore richiesta di specializzazione creano problemi di accesso alle conoscenze da parte della mag- gioranza dei possibili utenti, innesca una logica di gruppo o di casta che pian piano porta i savants di oggi a parlare linguaggi incomprensibili e a comportarsi come i sacerdoti delle religioni antiche che muovevano le labbra in espressioni che quanto più erano inaccessibili alla comprensione generale, tanto maggiore autorevolezza conferivano alla casta sacerdotale? 24 Può darsi, forse è inevitabile, ma questo interrogativo dimostra come il su- peramento di queste contraddizioni non possa consistere sol- tanto in un atteggiamento etico di disponibilità alla comunica- zione; la logica dello specialismo è talmente costitutiva del les- sico da rendere impossibili altri linguaggi. Dunque è inevitabile la costituzione di caste? Nel caso di pro- fessioni tutelate dall’inamovibilità è possibile, nel caso di pro- fessioni aperte al libero mercato, le logiche sono differenti. Chi aveva letto gli scritti di Weber e conosceva alla perfezione la let- teratura austro-marxista degli anni venti era certamente il vien- nese Peter Drucker, prima di emigrare negli Stati Uniti e di di- ventare là il fondatore delle teorie del management. Sarebbe un errore infatti credere che Weber e i pensatori sociali di lingua te- desca degli anni venti e trenta non avessero presente il ruolo del Beruf nel libero mercato, sia perché hanno avuto un ruolo stori- camente rilevante nel definire le caratteristiche dello “spirito im- prenditoriale” (Unternehmensgeist) sia perché consideravano le inclinazioni morali e la disposizione d’animo dello scienziato non diverse da quelle di un operatore commerciale o di un fondato- re di un’impresa, come dice esplicitamente Weber nel testo cita- to. Anche il businessman deve avere passione, deve essere vota- to al progresso e deve avere inventiva. 25

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cita- to. Anche il businessman deve avere passione, deve essere vota- to al progresso e deve
cita- to. Anche il businessman deve avere passione, deve essere vota- to al progresso e deve
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 57 Business e professione L’elaborazione di una filosofia
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Business e professione

L’elaborazione di una filosofia della professione nel libero mercato è un tipico prodotto del pensiero americano, che con- serva dei connotati assolutamente caratteristici. Il primo di que- sti, strettamente connesso all’ideologia meritocratica, è il con- cetto di personal career. È inconcepibile nel pensiero america- no un’etica della professione priva di un’idea di successo in una competizione senza quartiere con altri professionisti. Qui sta la radicale separazione dalla morale della professione all’interno dell’istituzione accademica o da quella espressa dalle regole deontologiche delle libere professioni tradizionali: il medico, l’avvocato, l’architetto ecc. Il problema di costruire un’etica pro- fessionale diversa da quella delle professioni liberali attraversa dunque tutta la storia recente del lavoro di conoscenza svolto in maniera indipendente. Benché l’istituzione ospedaliera o la pro- fessione forense oggi siano organizzate come imprese che com- petono sul mercato, il successo che si traduce in termini di pre- stigio sociale e di reddito, insieme alla volontà di competere, non viene mai indicato come determinante nella scelta di eser- citare la professione di medico o di avvocato; il fondamento eti- co di queste professioni sta ancora in codici deontologici anti- chi di secoli. Al tempo stesso è naturale che, nel momento in cui si tratta di definire dei parametri che servono a identificare una nuova professione e si delinea la disposizione d’animo necessa- ria a esercitarla con successo, il modello delle professioni libe- rali si presenta come quello di più immediata imitazione o ri- petizione. Nel 1922 esce il primo numero della “Harvard Business Re- view”, e subito uno dei temi dibattuti dalla rivista è “se il busi- ness può essere pensato come una professione”, interrogativo non retorico per chi si appresta a organizzare una scuola di business, evento importante nella storia del sistema universitario ameri- cano, del cui futuro promettente sembra si rendano ben conto i primi contributi sul periodico, scritti da docenti della business school. Nel settembre 1923 la prolusione all’anno accademico te- nuta dal presidente A. Lawrence Lowell è esplicita: la scuola è stata creata per rispondere alla domanda impellente di conside- rare il business management come una professione distinta, per la quale è necessario un percorso formativo specifico, un’uni- versità speciale. L’articolo che Lowell trae dalla sua prolusione viene pubblicato con l’infelice titolo The Profession of Business, espressione ambigua, mentre il senso del suo discorso era chia- rissimo: noi qui vogliamo formare manager, persone destinate a

ambigua, mentre il senso del suo discorso era chia- rissimo: noi qui vogliamo formare manager, persone

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ambigua, mentre il senso del suo discorso era chia- rissimo: noi qui vogliamo formare manager, persone
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occupare posizioni di executive in organizzazioni complesse. Era una lucida giustificazione dell’esistenza di un’università specia- le per manager, non contribuiva però a chiarire meglio che cos’è una professione, mentre avrebbe potuto sollevare l’interrogativo:

per formare manager è necessaria un’università? Nei mesi dopo la crisi del 2008 questi dibattiti risalenti agli anni venti sono riemersi nelle pagine della “Harvard Business Review”. L’America e l’intera comunità degli affari erano sotto lo shock provocato dal fallimento di Lehman Brothers e il grande interrogativo che l’opinione pubblica si poneva era, con purita- na inclinazione, “com’è possibile che si sia arrivati a tanto? Gli uomini dell’alta finanza dagli stipendi favolosi non hanno un co- dice etico al quale devono attenersi, non esiste una deontologia professionale?”. No, non esiste, rispondeva un professore sulla “Harvard Business Review”, perché il management non è una professione, se lo fosse le business school non sarebbero uni- versità ma scuole professionali. 26 La discussione che si aprì al- lora, e che poi è continuata vivace e talvolta concitata sul blog della rivista, ci permette di intravedere che cosa oggi il senso co- mune delle élite intenda per professione: la professione è padro- nanza/controllo di un “set” di conoscenze e di competenze ben definito; comporta un obbligo fiduciario nei confronti dell’uti- lizzatore finale del servizio (il singolo professionista deve avere influenza sulle decisioni del cliente); professione è quando chi la esercita risponde finanziariamente e legalmente dei suoi errori, quando si è in grado di dare una definizione e di esercitare un controllo sull’uso del titolo; “un’attività merita il diritto di chia- marsi professione solo se alcuni ideali, per esempio quello di da- re consigli imparziali, di non arrecare danno o di perseguire il bene migliore, sono infusi nel comportamento delle persone che sono occupate in questa attività”, scrive Joel Podolny, ex rettore della Yale School of Management; “una professione per essere tale deve avere un codice etico o un codice di condotta”, dice un altro, “il manager non ce l’ha ed è giusto che sia così”; “la paro- la professional può aver avuto un senso cent’anni fa,” scrive un altro ancora, “ma oggi il professionista è assimilabile a un arti- giano, uno che impara un certo ‘set’ di conoscenze molto tecni- che, molto specifiche, per produrre dei risultati ripetibili, la pro- fessione è un insieme organico di competenze che rende più sem- plice la definizione di standard”, e ancora “queste sono discus- sioni da professori universitari, a chi volete che interessi il tito- lo, lo status, la certificazione, il codice etico, oggi si guarda ai ri- sultati e basta!”. In effetti riesce veramente difficile capire il sen- so di campagne per la formulazione di codici etici sostenute at-

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In effetti riesce veramente difficile capire il sen- so di campagne per la formulazione di codici
In effetti riesce veramente difficile capire il sen- so di campagne per la formulazione di codici
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tualmente da associazioni di professionisti non tutelati da ordi- ni. Già nelle professioni liberali tradizionali il codice etico ha as- sunto da tempo un valore puramente simbolico (l’Ordine dei me- dici tedesco ha forse espulso tutti i suoi membri coinvolti nelle pratiche di igiene sociale e di sterminio razziale del nazismo?). Che senso ha invocare un codice di comportamento per un pro- fessionista quando alle imprese è consentito di agire illegalmen-

te con sistematicità? Nell’era della globalizzazione esiste forse

un unico concetto di legalità in tutto il mondo? Non è proprio l’esistenza di diversi criteri di legalità a determinare la mobilità

del capitale? La ricerca dell’impunità non è forse uno dei grandi motori delle delocalizzazioni? Che cosa dovrebbe produrre un codice etico, un’autoregolazione del mercato? Chi ha approfon-

dito il problema dal punto di vista storico ci insegna che i codi-

ci etici delle professioni sono stati uno strumento mediante il

quale una parte del ceto medio ha cercato di recuperare ricono- scimento sociale in un periodo in cui si sentiva schiacciato dal ruolo sempre più importante che il volto anonimo delle grandi corporation assumeva nella società. 27 Era un periodo di forte ob- solescenza delle professioni in seguito ai processi d’innovazione accelerati grazie alle consistenti risorse che le grandi imprese in- vestivano nella ricerca. Un caso precoce di obsolescenza della professione fu quello degli ingegneri agli inizi del Novecento. Set- tant’anni dopo sarebbe stato lo stesso con gli informatici, poi il fenomeno si sarebbe generalizzato.

La rapida espansione di etiche professionali dopo la Prima guerra mondiale può essere attribuita interamente a questioni di status. Non era la complessità delle nuove competenze ad aver reso neces- sari i codici etici. 28

competenze ad aver reso neces- sari i codici etici. 2 8 Forse è lo stesso fenomeno

Forse è lo stesso fenomeno che si ripete oggi: l’insistente ri- chiesta di riconoscimento di albi da parte di certe associazioni

delle professioni non ordinistiche, la loro riproposizione delle ne- cessità di codici etici sono un modo per rispondere con una li- mitazione dell’offerta alla crisi di domanda, alla crisi di merca- to, alla svalorizzazione delle competenze. Ma è una risposta fal-

sa

e imbelle, lo vedremo meglio in seguito, dopo che avremo mes-

so

a fuoco altri aspetti della condizione del lavoratore della co-

noscenza indipendente per capire quale sia l’atteggiamento ver-

so il suo mestiere che gli può creare minori contraddizioni. Per

questo è opportuno lasciare da parte per un momento l’etica e ri- prendere il discorso sull’ideologia meritocratica.

è opportuno lasciare da parte per un momento l’etica e ri- prendere il discorso sull’ideologia meritocratica.

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 60 Freelancing Il successo, dunque, la competizione per

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Freelancing

Il successo, dunque, la competizione per il successo. Nel pe- riodo in cui spuntano sul mercato le nuove professioni e chi le

esercita non ha un’immediata riconoscibilità sociale, anzi, spes-

so

non ha nemmeno una formazione universitaria specifica per

la

professione che esercita, due strade si presentano per confe-

rire riconoscibilità al soggetto: la strada delle professioni libe-

rali tradizionali e la strada dell’affermazione economica, della notorietà, del successo, insomma. Percorrere la prima signifi-

ca entrare in un territorio riservato a potenti corporazioni che,

giustamente, si rifiutano di cedere la loro specificità e la loro

chiave d’accesso al riconoscimento sociale. Un oscuro medico

di

campagna è pur sempre un medico che può rivendicare per

il medesimo rispetto riservato al direttore della clinica uni-

versitaria. Il freelance delle nuove professioni ha difficoltà per- sino a spiegare al figlio che razza di lavoro sia il suo, nessun ti-

tolo di studio ha certificato la sua competenza, nessun esame

di

stato gli ha conferito un’autorizzazione pubblica a esercita-

re

il suo mestiere. Come può essere riconoscibile socialmente?

il suo mestiere. Come può essere riconoscibile socialmente? La risposta americana è stata la più pragmatica

La risposta americana è stata la più pragmatica e forse anche

la più realistica: diventando ricco e famoso. L’etica del succes-

so andava a pennello per i freelance delle nuove professioni, cioè persone che non potevano dimostrare di essere in posses-

so di particolari competenze certificate da titoli di studio spe-

cifici, che non erano tutelate da barriere all’accesso, completa- mente in balìa del mercato. L’etica del successo e l’ideologia darwiniana a essa associata s’identifica quindi con l’etica pro- fessionale. Non è un problema generalizzato di tutte le profes-

sioni intellettuali, ma un problema specifico di quelle esercita-

te in maniera indipendente. Uno specialista salariato, che la-

vora alle dipendenze di un’impresa, non ha analoghi problemi

di riconoscibilità sociale. Innanzitutto è un impiegato, e questo

basta a definirlo socialmente, la sua competenza è certificata dall’azienda per cui lavora per il fatto stesso che lo ha assunto per quella mansione e gli offre la possibilità di arricchire le sue conoscenze con l’esperienza sul campo, i suoi percorsi di car- riera sono ben definiti da regole aziendali (nel periodo in cui nascono le nuove professioni, nella piena maturità del sistema fordista, i percorsi di carriera nelle aziende obbedivano a mec- canismi molto rigidi), la sua retribuzione è garantita indipen- dentemente dal livello delle sue prestazioni (in quel periodo sto- rico la retribuzione in base al rendimento era già cominciata ma per gli impiegati non aveva l’importanza che aveva e avreb-

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retribuzione in base al rendimento era già cominciata ma per gli impiegati non aveva l’importanza che
retribuzione in base al rendimento era già cominciata ma per gli impiegati non aveva l’importanza che
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 61 be avuto in seguito per il lavoro

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be avuto in seguito per il lavoro operaio), il suo percorso di car-

riera è incanalato dentro un’istituzione. Il rischio del freelance

di tutt’altra natura, perciò l’etica del successo è anche una spe- cie di eccitante per far apparire il successo come un evento co- mune, quasi alla portata di tutti, basta volerlo intensamente, basta dedicarvisi anima e corpo. L’etica del successo forma un unico agglomerato mentale con l’etica della competizione; il mi- raggio del successo è lo strumento con cui si rende convincen-

è

te

l’idea che il comportamento naturale dell’uomo sia di natu-

ra

competitiva, non solo nel mondo del business ma nella vita

di

ogni giorno. Il passaggio successivo è quello più difficile. Il

successo del professionista appartenente alla categoria che ab-

biamo delineato non segue le stesse dinamiche del successo pro-

prie di un artista, sia esso scrittore, attore di teatro, musicista

o altro. Quel tipo di professionista offre un servizio e la logica

del servizio è ben diversa dalla logica della libera creazione del-

lo spirito. Il successo pertanto dipende sempre da un altro, dal

cliente, il quale acquista il servizio come una merce e ragiona,

si

comporta, giudica in maniera diversa dal fenomeno che vie-

ne

descritto come “il gradimento del pubblico”. Innanzitutto, la

come “il gradimento del pubblico”. Innanzitutto, la relazione tra il professionista indipendente e il suo

relazione tra il professionista indipendente e il suo cliente è mol-

to personale, inoltre incide sulle fortune o sfortune economi-

che del cliente, comprese le sue prospettive di carriera. Se a un pubblico l’esibizione di un artista non piace, rimpiange solo il

costo del biglietto, se a un cliente il professionista offre una pre- stazione di basso valore o contenente valutazioni errate, il co- sto per il cliente può essere elevato. Pertanto l’etica del succes- so, che è naturale nell’artista, deve essere costruita artificial- mente per il professionista che eroga dei servizi. E qui la sem- plice filosofia della competizione ovviamente non è sufficiente, entra in gioco l’altro fattore determinante: la competenza tec- nica specifica, quella che in tedesco è propria del Fachmann e

specifica, quella che in tedesco è propria del Fachmann e in inglese del professional . Fachmann,

in

inglese del professional. Fachmann, dice Weber, è l’opposto

di

Dilettant; professional, dice Drucker, la competenza è l’opposto

di

amateur. Ma com’è possibile definire quando non esistono

sistemi formativi che la certificano? La risposta, ancora una vol- ta, è di tipo morale e comportamentale: non è chi possiede de- terminate competenze tecniche a essere un professionista; non

è il suo sistema di conoscenze specialistiche e la padronanza

con cui le utilizza a farne un lavoratore intellettuale indipen- dente con chance di successo; non è la tecnica la sua maestria, ma la capacità di relazione con il cliente, l’attenzione che gli de- dica, l’identificazione con gli interessi e il successo del cliente. La vera competenza sta qui. Il professionista non deve mai di-

con gli interessi e il successo del cliente. La vera competenza sta qui. Il professionista non

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 62 menticare che il suo mestiere è erogare

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menticare che il suo mestiere è erogare servizi, egli è a servizio

di qualcuno pur non essendone dipendente. Se nella ricerca del

successo il professionista deve assumere un comportamento competitivo e non deve avere alcun riguardo nei confronti dei

suoi rivali, nell’esercizio della sua prestazione non solo deve ave-

re

riguardo per l’altro, ma deve identificarsi con il suo cliente

al

punto da coglierne al volo le esigenze e intuire quali siano

punto da coglierne al volo le esigenze e intuire quali siano quelle di cui è inconsapevole.

quelle di cui è inconsapevole. Il vero professionista deve saper conquistare la fiducia del cliente, trustworthiness è una delle parole chiave dell’etica professionale. Occorre prestare attenzione a questo passaggio. Alla radice dell’etica professionale dei lavoratori intellettuali indipendenti, nel momento in cui era necessario configurare una bozza di co- dice deontologico, il requisito fondamentale richiesto non ave- va natura conoscitivo-intellettuale ma emotivo-comportamen- tale. La padronanza della tecnica era data per scontata, il sem- plice percorso formativo non bastava, la tecnica era questione d’esperienza, il requisito fondamentale per l’esercizio della pro- fessione era un altro: la disposizione d’animo, il vincolo di re- sponsabilità, impliciti nel termine Beruf, che nel linguaggio del professionalismo americano si chiamano commitment. 29 Per-

tanto, quando nei paragrafi precedenti abbiamo parlato di di- sposizione d’animo libertaria nella scelta di praticare una pro- fessione indipendente da parte di molte persone negli anni set- tanta e ottanta, non abbiamo usato un linguaggio spurio, estra-

neo all’etica delle professioni, ma ci siamo attenuti a un filone

di pensiero che ha le sue radici nei primi teorici del professio-

nalismo. Analogamente, quando nei paragrafi precedenti ab- biamo citato le teorie contemporanee sul biocapitalismo e sul

biolavoro, elaborate anche da persone con le quali abbiamo avu-

to un intenso scambio di idee sulle problematiche del lavoro au-

tonomo, lo abbiamo fatto non solo per un senso di stima e di ri- spetto per interpretazioni della realtà che in gran parte condivi- diamo, ma perché l’etica della dedizione totale al lavoro, anima e corpo, intesa come coinvolgimento totale, degli affetti oltre che dell’intelletto e della volontà, risale a un periodo precedente l’attuale fase postfordista e si colloca in maniera specifica al- l’interno dello sviluppo di un nuovo mercato, quello delle pro- fessioni indipendenti a servizio dell’impresa. Ai nuovi profes- sionisti si insegnava che l’erogazione di energia emotiva è il prin- cipale atto della prestazione, precedente e superiore all’atto di erogazione di energie fisiche o intellettuali. La dedizione al la- voro e il vincolo morale verso il fruitore della prestazione pre- suppongono un elevato livello di accettazione della propria con-

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morale verso il fruitore della prestazione pre- suppongono un elevato livello di accettazione della propria con-
morale verso il fruitore della prestazione pre- suppongono un elevato livello di accettazione della propria con-
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 63 dizione sociale, richiedono un cervello e un’anima
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 63 dizione sociale, richiedono un cervello e un’anima

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dizione sociale, richiedono un cervello e un’anima completa- mente disponibili al sacrificio di un uso diverso del proprio tem- po di vita. In alcune professioni si richiede uno spirito “disinte- ressato”. Non è così nella maggior parte delle nuove professio- ni che, prestate a servizio delle imprese, si lasciano permeare dallo spirito del business e dunque richiedono uno stile di vita dove la carriera, quella che viene chiamata comunemente “l’affermazione del professionista nel mercato”, rappresenta la principale molla dell’esistenza. Negli anni ottanta e novanta ab- biamo assistito a un’accettazione di massa di questo stile di com- portamento. Professionisti indipendenti o salariati, persone so- prattutto impegnate nei ruoli della new economy, donne in par- ticolare, orizzonte mentale e stile di consumo da ceto medio pro- duttivo, lower middle class, hanno interpretato come un unico grande coro questa commedia moderna, hanno dedicato la lo- ro vita al lavoro, hanno occupato la loro mente con il problema del lavoro anche fuori orario, spesso hanno sopportato una vi- ta da cani, talvolta sacrificando le loro relazioni personali, co- niuge, figli, amici. Il lavoro ha perduto il suo significato di “pre- stazione conto terzi” per diventare semplicemente impegno per- sonale, prova di sé, specchio della propria identità. Nemmeno i padri più accaniti del capitalismo, i suoi più ciechi sostenitori avrebbero immaginato una vittoria simile. La crisi finalmente ha introdotto una crepa, una forte polarizzazione tra chi ha tro- vato ragione d’intensificare la dedizione e chi ha cominciato a guardare con maggior distacco “la carriera”. Ma le certezze, l’univocità dell’orizzonte mentale, si erano incrinate assai pri- ma. Forse proprio in seguito a una maggiore dedizione femmi- nile al lavoro, il senso di distacco è maturato più rapidamente nella percezione di genere e ha preso voce nella letteratura e nel- la saggistica delle donne, si è tradotto in una concezione della vita lavorativa come l’opposto di un percorso lineare, come una permanente “transizione” 30 da uno status professionale a un al- tro, oppure come un “doppio sì”, alla cura delle relazioni per- sonali e al lavoro conto terzi, al vincolo affettivo e familiare e al- lo sforzo per migliorare la qualità delle prestazioni professio- nali. 31 Corredato da venticinque pagine di bibliografia, il capi- tolo sulle professioni dell’Handbuch für Soziologie 2010 sottoli- nea l’importanza del pensiero femminista nella demolizione del- le ideologie del professionalismo. Tutte le decorazioni appese al- la divisa della professione sarebbero state strappate, le ultime ricerche in ambito germanofono parlano di Arbeitskraftunter- nehmer, di un imprenditore della propria forza lavoro; sparisce ogni riferimento alla professione come attività comune di un

, di un imprenditore della propria forza lavoro; sparisce ogni riferimento alla professione come attività comune

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, di un imprenditore della propria forza lavoro; sparisce ogni riferimento alla professione come attività comune
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 64 gruppo sociale, di un collettivo; rimane solo

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gruppo sociale, di un collettivo; rimane solo l’individuo, la sua forza lavoro e il mercato. Lo spartiacque è dato dalla crisi del modello fordista, su questa periodizzazione ormai c’è una con- vergenza di opinioni.

periodizzazione ormai c’è una con- vergenza di opinioni. Consulenti di direzione: flagello o risorsa? Un esempio

Consulenti di direzione: flagello o risorsa?

Un esempio di come i problemi della reputazione, del rap- porto con il mondo accademico e dell’immagine pubblica del la- voro indipendente si confondano talvolta in maniera inestrica- bile è dato dalla figura del consulente di direzione d’impresa. Non si può negare che questa sia stata una “nuova” professione mol- to diversa da quelle liberali, perché non dotata di percorsi for- mativi specifici o di competenze esclusive. Benché i suoi inizi si possano collocare nel periodo tra le due guerre mondiali, di fat- to è dopo il 1945 che ha assunto un ruolo importante e una sem- pre maggiore visibilità. 32 Certi studi fanno risalire la sua diffu- sione in Europa addirittura al Piano Marshall. Indagini condot- te sul caso francese ne rintracciano gli inizi già prima, e precisa- mente nelle attività degli ingegneri delle Grandi scuole, che in- vece di entrare nella pubblica amministrazione diventano qua- dri delle imprese private. È un caso di studio interessante perché lo sviluppo di quella che è stata chiamata consulting industry ha dato luogo alla costituzione di società di dimensioni multinazio- nali, ma al tempo stesso ha creato quel particolare tipo di capi- tale che è stato chiamato “capitale simbolico”, posseduto da per- sone che godono di una reputazione speciale. È un’attività che si articola su due poli estremi, quello della grande organizzazione, quindi del marchio, e quello dell’individuo singolo. 33 Tra tutte le attività professionali, inoltre, è quella che poco per volta ha rap- presentato l’esempio vivente del successo individuale. Quando si pensa a un consulente di direzione, istintivamente vi si associa la figura di qualche “guru”, di qualche uomo di successo, stra- pagato, e dunque alla quintessenza del professionalismo. Tanto che spesso la figura del consulente assurge a simbolo delle nuo- ve professioni e del lavoro indipendente tout court. Il capitale simbolico che tale figura detiene le deriva da una doppia fonte di luce, quella del management che ne è l’utente e quella del mon- do universitario, universi che godono del massimo prestigio nel- la nostra società. Qualcuno ha parlato di rapporto “simbiotico” tra il mondo accademico e la consulenza di direzione, sia perché la figura che svolge questo ruolo occupa non di rado ambedue le posizioni, sia perché si è verificato spesso uno scambio di tipo

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svolge questo ruolo occupa non di rado ambedue le posizioni, sia perché si è verificato spesso
svolge questo ruolo occupa non di rado ambedue le posizioni, sia perché si è verificato spesso
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 65 utilitaristico tra la posizione del docente universitario
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utilitaristico tra la posizione del docente universitario e quella di chi svolge il ruolo di consigliere di potenti amministratori dele- gati di grandi aziende. Il consulente procura sponsor all’univer- sità e l’università gli garantisce una posizione di prestigio e di inamovibilità. Oppure il docente della business school apre una società di consulenza e fa da intermediario tra l’università e l’impresa, procurando forza lavoro intellettuale di valore “scien- tifico” garantito. In questo caso il manager potrà contare forse su consulenze meno costose di quelle delle multinazionali, che devono coprire i costi d’esercizio. Ma la figura del consulente di direzione presenta anche lati deboli. I risultati del suo lavoro non sono facilmente verificabili, il contenuto delle attività di consu- lenza non è facilmente codificabile, è difficile persino descriver- lo. È altrettanto difficile controllare se un’organizzazione abbia veramente bisogno di consulenti esterni, e in definitiva la spesa per le consulenze appare quasi un benefit del manager o un suo capriccio personale. Il giudizio sull’operato del consulente e su- gli effetti della sua prestazione è riservato al manager che lo ha ingaggiato e il manager non sarà mai disposto ad ammettere di aver sprecato i soldi dell’azienda. Anche in questo caso il rapporto può essere di tipo simbiotico. Negli anni novanta il mito della consulenza di direzione si è andato progressivamente appan-

nando, sono proliferate le voci critiche, c’è chi ha definito l’utilità del consulente di direzione puramente theatrical, funzionale so- lo a dare spettacolo. Povera di contenuti, priva di idee, della con- sulenza non rimarrebbe che l’abilità di una presentazione in Powerpoint. Ma anche nel caso in cui le idee del consulente fos- sero eccellenti, la loro efficacia sarebbe ben poca, date le resi- stenze inerziali dell’organizzazione a metterle in pratica. Gli scan- dali che hanno coinvolto società di certificazione dei bilanci agli inizi del nuovo millennio hanno ulteriormente scosso la reputa- zione della professione. In Italia la pessima fama del consulente

è stata spesso imputata al suo rapporto con la politica e la pub-

blica amministrazione, tanto che il termine talvolta si confonde con quello di faccendiere. All’estremo opposto troviamo invece chi considera la consulenza di direzione il custode della cultura manageriale. È difficile formulare un giudizio equilibrato pro-

prio per il peso esercitato dalla tradizione del professionalismo

e per l’importanza che al suo interno riveste il capitale simboli-

co. Le nuove professioni non ci hanno guadagnato dal venir as- sociate all’archetipo del consulente di direzione, che nell’imma- ginario collettivo è un uomo di successo dagli onorari favolosi per prestazioni da ciarlatano. È possibile riprendere uno sguar- do corretto sulla consulenza – spesso strumento di effettivo sup-

da ciarlatano. È possibile riprendere uno sguar- do corretto sulla consulenza – spesso strumento di effettivo

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da ciarlatano. È possibile riprendere uno sguar- do corretto sulla consulenza – spesso strumento di effettivo
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 66 porto nelle scelte strategiche di un’impresa o

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porto nelle scelte strategiche di un’impresa o di una pubblica am- ministrazione – solo spogliandosi completamente da un sistema

di pensiero condizionato dall’ideologia del professionalismo.

Il già citato Manuale della consulenza redatto a metà degli anni settanta dell’International Labour Office di Ginevra, e poi aggiornato più volte, passa in rassegna varie scuole di pensiero

che si sono esercitate a tracciare il profilo del consulente di di- rezione, ma un’idea centrale le accomuna tutte: quella che tra il consulente e il suo cliente, il manager, ci deve essere scambio di conoscenza, interazione, e che ambedue “non debbono rispar- miare alcuno sforzo affinché il loro rapporto di lavoro diventi un’esperienza di apprendimento reciproco”. In altri termini, quel-

lo

del consulente è essenzialmente un lavoro di relazione. Quin-

di

la sua competenza viene definita primariamente attraverso i

la sua competenza viene definita primariamente attraverso i personality traits e le attitudes , solo al

personality traits e le attitudes, solo al terzo e quarto posto ven-

gono knowledge e skills. 34 Benché il Manuale consideri l’offerta

di servizi di consulenza un’industria che deve avere strutture or-

ganizzative complesse e alla figura del consulente indipendente dedichi quattro scarse paginette, non c’è dubbio che il capitale delle grandi società di consulenza sia rappresentato da indivi- dualità e, per quanto possano essere standardizzate le loro pro- cedure, il successo sul mercato dipende dal talento delle singole persone. La clientela è ricca. Le grandi imprese, le pubbliche am- ministrazioni e le risorse generate dall’industria del management consulting sono consistenti, il lavoro di conoscenza e approfon- dimento che vi si è profuso ha finito per creare un’accumulazio- ne di intelligenza che pochi altri settori conoscono. Ogni lavora- tore indipendente della conoscenza, qualunque altro mestiere fac- cia, può trovare nella sua letteratura considerazioni, esperienze e analisi dalle quali c’è sempre qualcosa da imparare.

e analisi dalle quali c’è sempre qualcosa da imparare. Surrogati d’identità L’ideologia del professionalismo,

Surrogati d’identità

L’ideologia del professionalismo, pur sottoposta a critiche de- molitorie, è dura a morire e si ripresenta con gli stessi abiti con- sunti e pieni di rattoppi nei periodi di crisi economica, sociale e politica dei ceti che ne sono portatori. Ma oggi, nel periodo post-

industriale, c’è qualcosa di più che può spiegare la sua persistenza anche nei momenti di congiuntura favorevole, come sono stati,

in Italia, gli anni ottanta e novanta, quelli, per intenderci, che

hanno visto il diffondersi delle nuove professioni. Ed è singolare che il professionalismo sia tornato in auge mentre proseguiva in maniera accelerata la frammentazione e l’implosione dei ceti me-

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sia tornato in auge mentre proseguiva in maniera accelerata la frammentazione e l’implosione dei ceti me-
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di, e si stava affermando quindi una tendenza inversa rispetto a quella che Bledstein e altri hanno osservato nell’America mid-vic- torian. Se allora la cultura del professionalismo aveva cementa-

to le varie componenti della “classe unica”, nei decenni più re-

centi ha potuto riproporsi in un panorama di crescente disgre- gazione e frammentazione, galleggiando come una sostanza che non si scioglie nella “società liquida” di cui parla Zygmunt Bau- man. La ragione principale sta forse nella perdita di forza “iden-

titaria” del lavoro. Un fenomeno cui sono stati dedicati molti stu-

di ma che ciascuno di noi può osservare nella vita di ogni gior-

no. Le persone continuano a definirsi attraverso l’attività che svol- gono, ma solo per pura convenzione, per ragioni di etichetta qua-

si, mentre nel loro intimo cercano agganci più solidi, più con-

vincenti per caratterizzare la loro personalità. Nella crisi d’identità spesso si confondono questi due piani, quello dell’identità come maschera di una commedia che recitiamo tutti quanti e che in-

dossiamo nel balletto dei rapporti superficiali quotidiani, obbli-

gati a rispettare certe convenzioni, e quello dell’identità intesa co- me configurazione dell’unicità della persona. Nella prima forma d’identità possiamo recitare o usare le credenziali, nella seconda dobbiamo crederci davvero ed è questa che nella società odierna tende a indebolirsi sempre più, provocando, per reazione di au- todifesa, o la moltiplicazione delle maschere oppure il travesti- mento. Nella società italiana dove le scelte di politica industria-

le hanno portato l’abbigliamento e la moda a occupare una po-

sizione costituita dell’identità nazionale, la costruzione della per-

sonalità attraverso i vestiti e gli accessori ha raggiunto limiti esa- sperati e ha ridotto intere generazioni di giovani a manichini am- bulanti, privi di anima. Non è quindi soltanto il lavoro ad aver perduto la sua forza identitaria sia perché è un valore sociale in disuso, sia perché la precarizzazione lo ha logorato nei suoi si- gnificati esistenziali, ma è la formazione della personalità in quan-

ma è la formazione della personalità in quan- to tale che è resa sempre più difficile

to

tale che è resa sempre più difficile e complessa. In un quadro

di

perenne competizione, all’interno del mondo del lavoro crea

identità la carriera, semmai, non la funzione. Chi è tagliato fuo-

ri da un percorso di carriera rifiuta una definizione di se stesso

attraverso il lavoro. Qui s’innesta la forza ideologica del profes- sionalismo. Benché, come abbiamo visto, esso stesso sia stato strutturato secondo curricula istituzionalizzati, conserva una sua presa sull’individuo attraverso la sua componente moralistica e attraverso il richiamo all’ordine simbolico della competenza esclusiva. Sicché coloro che esercitano una di quelle che sono chiamate “professioni intellettuali” non solo indossano la ma- schera del recitare quotidiano, ma ci credono. Non stupisce quin-

intellettuali” non solo indossano la ma- schera del recitare quotidiano, ma ci credono. Non stupisce quin-

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di che le “nuove” professioni siano state contagiate dall’ideologia

del professionalismo: cercavano una forma di cittadinanza e di riconoscimento per passare dallo stato di outsider a quello di in- sider, la via breve era quella della vecchia ideologia. Poi si sono accorte che restavano lo stesso fuori dalla porta, ma questa è un’altra storia. Vale la pena invece riprendere il discorso della sempre più difficile formazione della personalità e dell’identità attraverso l’occupazione, perché presenta aspetti che s’intrecciano forte- mente con il problema della coalizione.

forte- mente con il problema della coalizione. L’incertezza odierna è un potente fattore di

L’incertezza odierna è un potente fattore di individualizzazione; es-

sa divide anziché unire [

pre più nebulosa e in definitiva incomprensibile. Paure, ansie e ri- sentimenti sono fatti in modo tale da dover esser sopportati in soli- tudine, non si sommano, non si coagulano in una “causa comune”, non possiedono un “destinatario naturale”. Tutto ciò fa dell’atteg- giamento solidaristico una tattica non più razionale e suggerisce una strategia di vita del tutto diversa da quella che condusse un tempo alla nascita delle organizzazioni difensive e militanti della classe la- voratrice. 35

l’idea di “interessi comuni” diventa sem-

]

Questa visione rassegnata di Bauman non è del tutto con- vincente. L’insicurezza non è soltanto un prodotto di rapporti di

lavoro precari. Qui c’è il solito retaggio paralizzante del model-

lo del lavoro subordinato, inteso come storicamente “stabile”.

L’insicurezza è dovuta alla difficile formazione della personalità, provocata a sua volta dalla crescente invasione di modelli di per- sona, di comportamento, di pensiero, di espressione, che i me- dia trasmettono in età infantile e adolescenziale. Ogni immagi- ne è un’ipotesi di personalità possibile, spesso le immagini o le parole trasmettono modelli di personalità irraggiungibili. En- trano a fiumi nelle catene dell’apprendimento fattori inquinan-

ti, scorie d’ogni tipo prima che l’educazione possa fornire filtri

protettivi. Dell’educazione qui si è parlato solo per i suoi gradi

elevati perché il rapporto tra formazione delle conoscenze spe- cializzate e professioni intellettuali è vincolante. Le critiche al- l’iperspecializzazione sono cominciate già prima di Weber ma il problema ormai, ce ne accorgiamo ogni giorno, non è quello del-

ormai, ce ne accorgiamo ogni giorno, non è quello del- la difficile comprensione dei linguaggi specialistici

la

difficile comprensione dei linguaggi specialistici e della prete-

sa

di status delle élite professionali, e nemmeno quello della di-

scrasia tra i corsi che l’università offre e le competenze che il mer- cato richiede. Il dramma oggi non è l’università specialistica, che bene o male funziona, è la gente che non sa parlare e scrivere in italiano. È sempre più incerta e fragile quella che Drucker chia-

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è la gente che non sa parlare e scrivere in italiano. È sempre più incerta e
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mava l’allgemeine Bildung. Si è capaci di produrre competenze specialistiche, che possono assumere la veste di identità profes- sionali, ma si è sempre meno in grado di produrre personalità, quell’insieme di attitudini che consentono di organizzare le co- noscenze e le passioni, i saperi e le emozioni, in un ordine men- tale che permette all’individuo di controllare, filtrare e incanala- re il flusso di eventi informativi che gli piovono addosso, ma so- prattutto gli consentono di agire su percorsi che lui stesso si è scelto. Questa è la condizione, la possiamo chiamare dote o ta- lento, di cui necessita il lavoratore indipendente delle nuove pro- fessioni, è la capacità di muoversi su tutti i terreni, ma anche di navigare o di volare, di transitare da un mercato della compe- tenza a un altro, da un sistema di relazioni a un altro. Non ha bi- sogno di un’identità professionale, ha bisogno di una personalità che gli conferisca sicurezza e quindi disponibilità al rischio, può tranquillamente disfarsi dell’ideologia del professionalismo (de- ve sapere cos’è però). Non è un paradosso affermare che per un nostro lavoratore della conoscenza freelance padroneggiare la lingua italiana scritta e parlata è il requisito più importante, per- ché significa che ha un’idea di base di cosa siano il tempo e lo spazio, cioè ha introiettato la storia e la geografia. Significa che sa esprimersi in maniera chiara e in maniera ambigua, ha un’i- dea di cosa siano le relazioni sociali, di dove si possa essere schiet- ti e frontali e di dove conviene stare in guardia. L’italiano è una lingua che offre meravigliose risorse di ambiguità, non a caso il nostro è il paese del trasformismo, delle leggi che vogliono dire una cosa e il suo opposto. Ma l’ambiguità è anche finezza, co- me una musica che procede per quarti di tono, e quando il pun- to dove si vuole arrivare è chiaro, l’ambiguità diventa solo un mi- metismo per poter arrivare là dove altri potrebbero impedirti di arrivare o potrebbero aspettarti. È un modo per preparare la sor- presa del pensiero originale. Tradurre allgemeine Bildung con “cul- tura generale” è restrittivo, il termine intende la conoscenza dei “fondamentali”, in modo da distinguere l’essenziale dal super- fluo, in un quadro mentale dove i riferimenti di tempo e le ge- rarchie dei dati sono chiari e i linguaggi degli insiemi di infor- mazioni riconoscibili. Italiano, storia e geografia: sembra una battuta di snobismo intellettuale, ma com’è possibile formare una personalità senza sapere come si legge un libro di storia, senza saper riconoscere la dinamica e la genesi della condizione in cui si vive? Farsi spiegare passivamente da altri quello che sei o com’è nato il mondo in cui vivi è come accettare che padre e madre ven- gano conferiti d’ufficio. Solo una forte personalità produce fram- menti d’idee originali, offre al mercato quella che comunemen-

d’ufficio. Solo una forte personalità produce fram- menti d’idee originali, offre al mercato quella che comunemen-

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d’ufficio. Solo una forte personalità produce fram- menti d’idee originali, offre al mercato quella che comunemen-
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 70 te si chiama “innovazione”. Questo è il

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te si chiama “innovazione”. Questo è il campo non esclusivo ma specifico dei lavoratori della conoscenza indipendenti.

Personalità e scrittura

Ma che significa “scrivere in italiano”? Maestri di questa pra- tica ci hanno permesso di entrare nel loro laboratorio e di osser- vare da vicino certi arnesi del mestiere. Certo, si trattava in gran parte di arte letteraria, ma la redazione di testi di riflessione o di esposizione per loro non è mai stato esercizio diverso; per quan- to riguarda la qualità della scrittura, gli ostacoli e i problemi re- stano gli stessi. Sono le sorgenti dell’espressione il grande miste- ro. Un giorno Luigi Meneghello, alla domanda su quale fosse per lui il rapporto tra dialetto e lingua nella scrittura e se ritenesse che il dialetto fosse un patrimonio espressivo in via di estinzio- ne, così rispondeva:

espressivo in via di estinzio- ne, così rispondeva: Per me ha senso l’assioma che morendo una

Per me ha senso l’assioma che morendo una lingua muore una cul- tura, ma è certamente vero anche l’opposto, cioè che il mondo arti- giano e contadino è stato estinto dagli sviluppi della nostra società, della nostra civiltà: ed è ovvio che mantenere vivo il dialetto al di fuori della società che lo parlava, lo nutriva, non avrebbe senso. Quanto lunghi saranno i tempi perché il dialetto scompaia del tut- to questo resta da vedersi. Ma si può presumere che prima di scom- parire il dialetto potrà influenzare anche profondamente lo svilup- po dell’italiano letterario; attraverso i meccanismi non troppo di- versi dai “trasporti” che vi ho illustrato. 36

di- versi dai “trasporti” che vi ho illustrato. 3 6 L’industrializzazione, il fordismo avevano portato alla

L’industrializzazione, il fordismo avevano portato alla sva- lorizzazione di un patrimonio linguistico che troppo spesso l’italiano letterario aveva ignorato, se non represso. Rispondendo al suo interlocutore nel 1986, Meneghello non immaginava che, dieci anni dopo, “il progresso della civiltà” avrebbe avvicinato il rischio di una seconda estinzione, quella delle lingue in quan- to tali. Il postfordismo e l’uso delle tecniche comunicative a di- stanza potranno portare a questa scomparsa? Il modo di “scri- vere all’istante”, “rispondere all’istante”, l’introduzione di stilemi e grafemi privi di un suono, leggibili attraverso una linguistica senza fonologia, la “perdita del malinteso”, come dice Gargani citando Baudelaire, 37 la minaccia di una comunicazione che, giunta ai livelli estremi di connettività tra soggetti, diventi mu- tismo sono temi che appassionano i filosofi dal momento in cui si è instaurato il dominio di Internet. Sono i problemi ai quali è maggiormente sensibile chi ogni giorno lavora con il web e ne

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il dominio di Internet. Sono i problemi ai quali è maggiormente sensibile chi ogni giorno lavora
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 71 riconosce le insidie; non sono problemi riservati
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 71 riconosce le insidie; non sono problemi riservati

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riconosce le insidie; non sono problemi riservati ai filosofi ma normalità per i lavoratori della conoscenza. Le lingue, del resto,

tra i vari segni della civiltà sono state quelle più esposte alla mi- naccia di repressione, di interdizione. Quante volte una lingua è stata “salvata”! Oggi questa minaccia ha cambiato tattica: ciò che uccide le lingue e le culture a esse associate non è il divieto

di parlarle o scriverle, è il potere monopolistico di un idioma.

Ma è proprio questo a esaltarne il prezioso retaggio. Italiano, storia e geografia non solo per rendere solido un capitale uma- no, si diceva, ma per formare una personalità, un carattere. In-

sistiamo: non si tratta di luoghi comuni o di snobismi provoca- tori, qui si vogliono rivisitare tematiche alla base dell’ideologia del professionalismo che ritroviamo negli scritti dei suoi padri fondatori, come, ancora una volta con acutezza, ci insegna Bled- stein. Uno dei princìpi fondamentali, come abbiamo ricordato

in precedenza, era la dedizione, la spinta etica al bene pubblico,

considerata forse più importante della competenza specialisti- ca. Ma ben presto si disse che prima ancora era indispensabile

il character, “il segno distintivo, la somma di qualità che distin- guono un individuo dall’altro” e che potrebbe essere proprio quel che abbiamo chiamato personalità. Giustamente Bledstein os- serva che questo “carattere” era sì inteso come immagine di se stesso, fiducia in se stesso, disposizione d’animo dell’individuo

ad

affrontare tutte le situazioni, ma solo all’interno dei parame-

tri

della carriera: devi avere character nel quadro dei career pat-

terns. Il termine career in origine indica la pista di gara: il “ca- rattere”, quindi, sin dalle origini del professionalismo moderno, allude a “una personalità competitiva”. Character: avere una per- sonalità. Corre veloce il pensiero al libro di Richard Sennett, L’uomo flessibile, che ha avuto tanta eco, anche in Italia. Il suo sottotitolo, nell’edizione originale, suonava The Corrosion of Character, per dire il deterioramento della personalità provoca-

to dalla condizione di perenne instabilità del lavoratore moder-

no. Nel nostro discorso si vuol andare oltre, la difficile forma- zione di una personalità è generata da qualcosa di più comples-

so del precariato lavorativo o dell’incertezza professionale, ci

sembra che abbia piuttosto a che fare con la percezione del mon- do e con l’adattamento all’ambiente esterno. Il modo di produ- zione postfordista e la globalizzazione hanno creato una nuova antropologia umana, la diffusione dell’informatica e l’utilizzo del personal computer hanno introdotto nuovi parametri epi- stemologici, modificando radicalmente le dinamiche dell’ap-

prendimento e quindi del passaggio dallo stato infantile allo sta-

to adulto. L’informatica ha consentito a giovanissimi di padro-

quindi del passaggio dallo stato infantile allo sta- to adulto. L’informatica ha consentito a giovanissimi di

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quindi del passaggio dallo stato infantile allo sta- to adulto. L’informatica ha consentito a giovanissimi di
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neggiare i linguaggi e le tecniche, mettendoli in grado di tra- sformarsi, per esempio, in hacker capaci di creare grosse diffi- coltà o addirittura paralizzare sofisticati sistemi di apparati mi- litari. Nessuno ha insegnato loro come si fa, lo hanno imparato da soli. La rivoluzione del computer segna uno spartiacque nel- la storia perché ha posto fine al sistema millenario delle civiltà umane che prevedevano in parallelo alla crescita naturale del- l’uomo un progresso graduale di apprendimento. L’età scolare era una fase ben precisa della crescita fisiologica. L’hacker bam- bino è il simbolo di questo passaggio di civiltà. Senza un per- corso di apprendimento, senza una scuola, già irrompe con po- tenza devastante nel mondo degli adulti, un mondo che quanto più è computerizzato tanto più sembra accessibile a chi non ha compiuto o non ha bisogno di compiere un curriculum di for- mazione. Se la principale capacità di adattamento all’ambiente esterno è data dalla conoscenza dei linguaggi informatici, e tut- ta la cultura della “formazione generale” risulta obsoleta, o sem- plicemente non utile a consentire la sopravvivenza dell’indivi- duo, è chiaro che la stessa nozione di personalità individuale ac- quista un nuovo significato. Forse quella nozione di personalità che abbiamo prima delineato appartiene anch’essa al mondo di ieri. La corrosione, il deterioramento della personalità provo- cati dall’instabilità lavorativa si chiamano così perché lo sguar- do di Sennett, come il nostro, è datato? Ha forse bisogno di co- noscere la storia l’hacker bambino? No di certo, ma non ha bi- sogno nemmeno di relazioni. Il suo mondo è lì, dentro lo scher- mo e lui non lo riconosce attraverso la carta geografica ma me- diante il linguaggio dei simboli. I casi clinici di ragazzi che stan- no tutto il giorno chiusi in stanza davanti al computer dovreb- bero farci capire che l’androide è dietro l’angolo. Ma non è det- to che finisca così; solo un atteggiamento di sciocco snobismo parla con apparente rassegnazione di “barbarie incombente”. Tutti i sistemi totalizzanti tendono a ridurre l’umanità a un in- sieme di corpi senz’anima, senza personalità, il capitalismo per primo e il biocapitalismo quasi ci riesce. 38 Il problema sta nel rifiuto di subire, di sottomettersi, è l’eterno problema della li- bertà dell’individuo. Qui sta il senso del discorso sulla coalizio- ne. Ma la libertà non è scindibile dalla conoscenza, pertanto l’affermazione che l’informatica ha creato una diversa episte- mologia significa che ha modificato i parametri del processo co- noscitivo liberandolo in parte dalla dipendenza dell’insegna- mento, del lavaggio del cervello, e dalla dipendenza dei procac- ciatori/manipolatori d’informazioni, aprendo lo spazio a un’au- tonomia dell’individuo, seppur parziale e in permanente ten-

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d’informazioni, aprendo lo spazio a un’au- tonomia dell’individuo, seppur parziale e in permanente ten- 72
d’informazioni, aprendo lo spazio a un’au- tonomia dell’individuo, seppur parziale e in permanente ten- 72
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 73 sione. Parlando il linguaggio dei simboli ha

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sione. Parlando il linguaggio dei simboli ha ridotto lo scarto tra la parola e i suoi effetti, il gesto e i suoi riflessi. Ha abbassato la statura dell’autorità, le ha tolto il piedestallo, contribuendo in questo senso alla de-professionalizzazione.

contribuendo in questo senso alla de-professionalizzazione. Le “nuove” non-professioni La nascita e lo sviluppo

Le “nuove” non-professioni

La nascita e lo sviluppo delle “nuove” professioni avvengono proprio nel periodo in cui questo passaggio di civiltà comincia a compiersi. Non hanno un percorso di formazione precostituito, non possiedono conoscenze alle quali corrisponde un ambito di giurisdizione ben definito, vivono di relazioni più che di compe- tenze, la loro autorità è sancita dal mercato non dalle credenzia- li, a loro non servono i paludamenti del professionalismo, anzi sono d’impaccio. Ma il termine generico di “nuove professioni” ne comprende anche alcune antiche, esercitate in maniera nuo- va o, per meglio dire, svolte in contesti di mercato talmente di- versi da quelli che in origine le aveva viste nascere, da poter es- sere considerate “nuove”. È la forma sociale dell’esercizio a fare la differenza, non la specializzazione. Qualcuno ha detto: non sono professioni e chi le esercita non ha il diritto di chiamarsi professionista. Con malcelato disprez- zo ne parla uno che pure è stato un impietoso testimone della de- cadenza della professione medica negli Stati Uniti:

] servono i loro pa-

droni come freelance o hired guns (tanto per usare sia il termine an- tico che quello moderno per dire “mercenario”), le loro lealtà si col- locano sullo stesso piano di quelli che li pagano. Accettano le scelte dei propri padroni e li servono lealmente come meglio possono. Al- la luce delle loro conoscenze specialistiche questi servants possono consigliare ai loro padroni di qualificare o modificare le loro scelte ma non pretendono di avere il diritto di essere loro a scegliere per i propri padroni, di essere indipendenti da quelli o addirittura di vio- lare i loro desideri. Ma è proprio questa l’indipendenza che il pro- fessionalismo reclama per sé. 39

Specialisti che in realtà sono dei meri tecnici [

3 9 Specialisti che in realtà sono dei meri tecnici [ Forse qualcuno potrebbe sentirsi offeso

Forse qualcuno potrebbe sentirsi offeso a essere definito “un mercenario”, ma la frase rispecchia semplicemente la mentalità elitaria, l’atteggiamento di esclusione sociale, caratteristici del- la cultura del professionalismo, su questo concordano tutti i grandi studiosi del fenomeno: lo stesso Freidson, Abbott, Magali Larson e altri. Chi ha scelto il lavoro autonomo delle nuove pro- fessioni negli anni settanta, non solo in Italia, lo ha fatto invece

Chi ha scelto il lavoro autonomo delle nuove pro- fessioni negli anni settanta, non solo in

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vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 74 portandosi dietro una mentalità opposta, quella

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portandosi dietro una mentalità opposta, quella dell’egualitari- smo. I neue Selbständige tedeschi erano fortemente influenzati dalle culture e dalle pratiche “alternative”, da orientamenti an- ticapitalistici, da un desiderio di fuga dalle città per immigrare in zone rurali. Spesso un informatico sceglie la carriera del free- lance dopo aver fatto un’esperienza di hacker. Come ci ricorda Manuel Castells, forse il maggiore teorico della società del- l’informazione, della network society, il termine hacker non in- dica un sabotatore, ma una persona che rifiuta il sistema pro- prietario, che considera la condivisione della conoscenza e del- l’esperienza il valore più elevato, il principio etico al quale deve tenere fede l’informatico che vive del proprio lavoro. È un at- teggiamento opposto a quello della competenza esclusiva, pro- prio dell’ideologia elitaria del professionalismo. Grazie a questo atteggiamento anarchico-libertario si è sviluppato Internet. In virtù di una mentalità che è l’opposto di quella del professiona- lismo è nato il computer.

di quella del professiona- lismo è nato il computer. Il personal computer è stato un’invenzione casuale

Il personal computer è stato un’invenzione casuale della controcul- tura informatica e lo sviluppo migliore del software lo si è avuto con i sistemi open source, che sono stati prodotti al di fuori del mondo delle grandi imprese, nelle università e nelle iniziative lanciate da freelance. 40

L’ideologia del professionalismo è conservatrice, non stimo- la l’innovazione. Il lavoratore della conoscenza moderno ha oriz- zonti più vasti, più aperti di quelli della professione. Taglia cor- to Keith Macdonald in un testo del 1995: “La conoscenza è un’op- portunità per procurarsi un reddito,” scrive. 41 Se siamo d’accordo con lui, è una perdita di tempo interessarsi alla disputa se il la- voratore autonomo con partita Iva sia un professionista o me- no, abbia o meno il diritto di presentare queste credenziali. È di secondaria importanza decidere se considerarlo un mercenario o un gentiluomo. Rimettiamo i piedi per terra, torniamo alla sua condizione sociale, a quella che già trent’anni fa era stata mes- sa a nudo da chi aveva colto sul nascere il passaggio di civiltà. 42 Era evidente dalla fine degli anni settanta che la tendenza fos- se quella definita da Magali Sarfatti Larson: la “proletarizza- zione” dei laureati. 43 Ragionando al giorno d’oggi, però, la con- statazione che il fenomeno dell’impoverimento del lavoro intel- lettuale si è verificato effettivamente, come era stato previsto trent’anni fa, non basta. Una tendenza storica non è mai linea- re, si afferma per contraddizioni e ripiegamenti, si manifesta per varianti che ne arricchiscono la complessità. Ragionando

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afferma per contraddizioni e ripiegamenti, si manifesta per varianti che ne arricchiscono la complessità. Ragionando 74
afferma per contraddizioni e ripiegamenti, si manifesta per varianti che ne arricchiscono la complessità. Ragionando 74
vita da freelance:serie bianca 21-03-2011 11:09 Pagina 75 oggi, vale la pena di mettere in

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oggi, vale la pena di mettere in rilievo come le persone abbiano cercato di resistervi o con artifici di sopravvivenza o, soprat- tutto, con una progressivamente maggiore capacità di ammini- strazione delle proprie conoscenze e un passaggio da forme di vita puramente individualistiche a trame di relazioni che fun- zionano sia da strumenti di protezione sia da proposta di nuo-

vi

servizi. Il mercato per il lavoratore autonomo è in parte quel-

lo

che lui stesso riesce a creare, a inventare, a inventarsi. Ma se

così è, se la forma “mercato” è indissolubile dal riconoscimen-

to

sociale, significa anche che una delle cause della mancanza

di

reazione all’impoverimento della middle class può essere do-

vuta al fatto che esercitare un’attività di elevata reputazione o visibilità offre una compensazione alle paghe da fame o agli ono- rari vergognosi. Forse questa è la vera trappola che ingabbia i lavoratori indipendenti: essere vincolati ai valori del riconosci- mento sociale tanto quanto la classe operaia è stata vincolata ai valori del consumismo. Occorre dunque disattivare una serie di trappole ideologiche se si vuole inaugurare un percorso di coa- lizione. Ha ragione Federico Chicchi, che ha studiato a fondo il pro- blema dell’identità in rapporto al lavoro, a scrivere:

blema dell’identità in rapporto al lavoro, a scrivere: Sembra svolgere una funzione rilevante, la diffusione di

Sembra svolgere una funzione rilevante, la diffusione di una cultu-

ra

del lavoro che fa della performance individuale e della capacità

di

competere efficacemente sui mercati emergenti degli elementi im-

prescindibili dell’alto riconoscimento sociale. Il lavoro diventa fon-

t