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Il grande artista

Venne anche per me il giorno del successo, alla faccia di tutti quelli che mi prendevano in giro. Avevo cominciato con le solite cose che fanno tutti: forme astratte e tele sgocciolate, collage di giornali e ripetizioni ossessive della stessa immagine. Era questo che tirava, nonostante fosse roba gi vista e stravista. Ebbi la fortuna di poter esporre in gallerie con un certo nome, ed ottenni recensioni di critici di fama. Pi o meno questi furono i motivi del mio quasi immediato decollo nel mondo dellarte astratta. No, non mi aveva mai attratto larte figurativa se non altro perch molto meno divertente, richiede un sacco di impegno e fatica e, ultimo ma non meno importante, non interessa a nessuno. Quindi mi comprai un attico in centro, che trasformai nel mio atelier. Lavoravo giorno e notte, saltando a pi pari nei vasi di colore, rotolandomi sulle tele e facendo ogni sorta di sperimentazione. Tanto ormai avevo un nome, e sapevo che il pubblico avrebbe comprato qualunque cosa recasse la mia firma. Ma io ero un artista onesto, e volevo fare arte, arte vera. Infatti ad un certo punto mi scocci vedere la gente venire alle mie mostre, e davanti alle cose pi incredibili che esponevo andare in estasi, lasciandosi sfuggire mugolii simili ad orgasmi. Avrei voluto tanto che mi spiegassero cosa ci trovavano nelle mie opere, dato che molte volte io stesso non le capivo. Puntualmente il critico di turno mi faceva una recensione pi che lusinghiera sui periodici dedicati allarte. La mia teoria era che larte, per essere definita tale, debba richiedere un certo sforzo per essere compresa, e le tele che realizzavo erano fin troppo apprezzate per i miei gusti. Avrei voluto vedere persone dubbiose davanti alle mie opere, guardarle di traverso socchiudendo gli occhi, mormorarsi lun laltro le rispettive perplessit. Avrei bramato qualche critica negativa, che avrebbe portato ossigeno al mio estro creativo. Invece niente. Solo lodi, premi, soldi, e un successo troppo facile per essere genuino. Decisi di fare una svolta. Cominciai a beffarmi del pubblico, ad esempio appendendo i quadri nel gabinetto della galleria darte e lasciando i muri spogli, oppure versando pittura fresca sul pavimento affinch i visitatori lasciassero le loro impronte fin sulla strada. Ad una mostra esposi ununica grande tela bianca di circa otto metri per sei, che nellangolo in alto a sinistra aveva un unico forellino fatto con uno spillo, e la gente per vederlo doveva salire su di una scala munita di una lente. Ma, lungi dal sortire leffetto desiderato, acquisii una fama sempre maggiore, mentre raccoglievo lodi sperticate che mi seppellivano prima ancora di inaugurare le mostre.

Ma io continuai deciso a fare il mio gioco. Rincarai la dose esponendo un giorno i miei quadri chiusi a chiave in alcuni enormi bauli. Rimasi sorpreso nel leggere sui giornali i commenti particolareggiati su ogni singola tela, che ovviamente nessuno aveva mai visto. Allora alla mostra successiva esposi sempre gli stessi bauli, ma stavolta vuoti. La critica and letteralmente in fibrillazione, indicando il mio come un ulteriore passo nella sublimazione artistica delle pulsioni iconografiche contemporanee in un background post-industriale. Verde dalla rabbia, passai al contrattacco. Feci una mostra di soli specchi, tutti uguali, sotto ad ognuno dei quali stava scritta la stessa didascalia: ritratto di sconosciuto. Molta gente passava tutti i giorni nella galleria darte a specchiarsi; certi passavano interi quarti dora davanti a qualcuno dei miei specchi, che trovavano, per motivi a me indecifrabili, pi interessante di altri. Pensando di fregare finalmente tutti quanti, decisi di affittare la pi grande galleria darte in centro, e per due mesi la lasciai perfettamente vuota. Ma non riuscii ad averla vinta: le sale erano sempre affollate come formicai, e alla fine mi portai a casa quattro registri carichi di firme con i pareri entusiasti dei visitatori. Pensai allora che dovesse essere la mia fama, il mio nome a trasformare in arte tutto ci che toccavo. Per un periodo utilizzai degli pseudonimi, che dovevo lestamente cambiare non appena venivo smascherato. Cominciai allora ad esporre anonimamente, senza fare alcuna pubblicit, sperando in cuor mio che non venisse nessuno a visitare quelle sale. Pia illusione! In un modo o nellaltro venivo sempre stanato, e approdavano alle mie mostre pullman interi di critici e di turisti che scattavano migliaia di foto, tutte inesorabilmente bianche. Solo una volta, stufo di esporre pareti vuote, attaccai alla parete con una puntina da disegno la ricevuta dellaffitto di quella sala. Rimasi letteralmente scioccato dallovazione che segu nei giorni successivi. Giornali e televisione non parlavano daltro, e dovetti procurarmi una barba finta per evitare di essere assalito per strada da orde di fanatici. Fu cos che mi spinsi ancora pi avanti, dove non aveva osato ancora nessuno. Feci uscire la mia arte dai luoghi ad essa prefissati; iniziai ad esporre per le strade, in luoghi dove non mi conosceva nessuno. In questo caso, ci tengo a sottolinearlo, uso il verbo esporre in mancanza di meglio, perch, come ho gi detto, in realt non esponevo niente. Mi mettevo ad una fermata, o fra i banchi di un grande magazzino, o mi sedevo su un molo, esattamente come ogni altro essere umano. Soltanto, e questo mi distingueva, sapevo in me che in quei luoghi, in qualche modo, cera arte.

Purtroppo in capo a pochi minuti quella strada o quel negozio venivano invasi da stuoli di giornalisti e di troupe cinematografiche, ed io dovevo fuggire. Un giorno mi ritrovai in un parco ad osservare i colori del tramonto. Avevo abbandonato in me ogni idea di arte, volevo solamente guardarmi un tramonto in santa pace perch ne avevo voglia, come potevo aver voglia di andare al bagno o mangiarmi un piatto di spaghetti. Sulla panchina accanto alla mia cerano due vecchi, che facevano la mia stessa cosa. Che tramonto magnifico!, disse il primo. Eh, s, disse il secondo sospirando, chi lha fatto proprio un grande artista! Quella era lultima goccia. Mi sal immediatamente il sangue in testa, tanto che cacciai un urlo terribile e feci per alzarmi dalla panchina per fuggire lontano, con il solo risultato di crollare a terra rovinosamente, legato comero nella camicia di forza. O ti calmi oppure niente sigaretta!, disse inflessibile il mio accompagnatore.

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