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ii Romolo A Staccioli I... kamikaze dell’antica Roma ll Lacus Curtius, uno dei luoghi pit misteriosi del Foro Romano, illustra, attraverso la leggenda che lo vede protagonista, I’antichissima e scon- certante pratica della «devotion. Che, nella sua accezione originaria, implicava anche il sacri estremo di colui che I’adottava Insollaa ell'area centrale del Foro possibilecolmare per quanta _tenza del Popolo romano». Romano era denomina- terra ciascuno, secondo le «Alora ~ scrive lo storico ta Lacus Curtius - qualcosa_proprie forze, vi gettasse (nella traduzione di Mario come «bacino di Curzion - dentro. Gliindovini avrebbe- Scandola) - a quanto rac- una leggera depressione di roallora predettoche in quel contano, Marco Curzio, gio- forma trapezoidale dove, a _luogo si sarebbe dovuto de- vane prode in guerra, rim- un livello di poco inferiore a dicare «quello che fosse il proverb coloro i quali si chie- quello della pavimentazione principale fattore della po- devano se potesse esservi deta augustea della piazza, apertasi nel Foro. Olio su tela (1691-1765). siconservano lembi della pa- Northampton vimentazione cesariana e di (Massachusetts), quella precedente, in tufo. Smith College == Sebbene Varrone ne parli Museum of Art. (L./, 5, 150) come d’un Iuogo colpito dal fulmine e pertan- to consacrato, come di rego- a, mediante la costruzione di un pozzo (del quale si con- servano i resti dell’«alloggia- mento» dodecagonale insie- me a incassi per cippi o pic- coli altari) e uno speciale rito che sarebbe stato officiato da un console Curtius nel 445 a.C., questo «bacino» ~ rimasto sempre avvolto da un certo mistero - sembra nonsia sfuggito al ricordo di antichissimi sacrifici umani. Lo fa credere il suo mito ezio- logico, cioé quello inventato a posteriori per spiegare I'o- rigine della denominazione altrimenti ignota. La tradizione, infatti, riferita da Tito Livio (VII, 6), parlava di «un’ampia e profonda vo- ragine» apertasi nel Foro, Vanno 362 a.C., «in saguito a un terremoto 0 a qualche al- tro cataclisman, che non fu tos ancHED per i Romani qualche bene piti grande delle armi ¢ del valore, e, imposto il silenzio, volgendo lo sguardo ai tem- pli degli dai immortali che dominano il Foro, e al Cam- Pidoglio, e tendendo le mani ora al cielo, ora alla spacca- tura che s'apriva nella terra, si votd agli dei Mani; mon- tando quindi in armi un ca- Pit possibile bardato, silancid nel baratro; doni vo- de furono ammas- sati sopra di lui dalla folla de- gli uomini e delle donne, ¢ il lago Curzio avrebbe preso nome non da quell’antico Curzio Mezzio, soldato di Tito Tazio, ma da questo» (V'allu- sione a Curzio Mezzio riguar- da una variante della tradi- tione secondo la quale un ca- veliere sabino di quel nome, durante la guerra tra Romolo € Tito Tazio, si sarebbe mira- colosamente salvato dalla palude ~ il lacus ~ nella qua- le era caduto). Livio conclude il suo raccon- to osservando come, nell’im- Possibilita di accertare la ve- ridicita dei fatti, fosse meglio attenersi alla tradizione e co- me, in realta, il Lacus Curtius dovesse la sua fama a quella leggenda. Per noi, episodio di Marco Curzio &, in ogni ca- 80, il primo esempio dell’'an- tichissima pratica ~ che per certi versi ricorda e anticipa quolla dei kamikaze del Sol Levante ~ chiamata dlevotio (con un termine continuato dal nostro «devozione» col quale perd, prima che s‘arri vasse anche al significato lai co di «rispettoso affetto», la Chiesa primitiva intese indi- care il tipo di rapporto, tutto nuovo e particolare, intercor- rente tra I'uomo — il «devo. to» ~e Dio) Salvare la comunita Nella piu antica concezione magico-religiosa dei Romani, con quel termine s‘indicava invece un atto ben preciso: quello col quale una persona, in una circostanza ecceziona le, veniva dedicata oppure of- friva se stessa (o una propria cosa importante) agli dai per Veduta delt'aroa centrale del Foro Romano: in primo piano si riconoscono la Base dei Decennali (a destra) © quolla di Arcadio, Onorio e Teodosio (a sinistra}: alle loro spaile, nelle spazio che si estende sino alla Colonna di Foca, sitrova la leggera depressione di fore trapezoidale denominata Lacus Curtins (ebacino di Curzion). I bassorilievo marmoreo rinvenuto nel 1533 nei pressi della Colonna di Foca (vedi foto alla pagina precedente) e raffigurante il sacrificio del cavaliere Marco Curzio. Lorig dell‘opera, realizata nel IV sec. a.C., si conserva ai Musei Capi «di Roma, mentre un eatco @ esposto su un basamento collocato nel ‘to ARCHED ottenerne in cambio un con- creto e indifferibile interven- to, Di solito, a favore della vi- tadi un’altra persona o della salvezza d’una comunita in- tera, oppure ma anche con- temporaneamente - in dan- no d’una persona od’una co- ‘munita nemica, Come denunciato dalla me- desima origine dei nomi dal verbo voveo, esisteva un cer- to collegamento con il con- cetto ~ e Ia pratica ~ del vo- tum, ma la devotio era tutta- via differente. Il voto, infatti, cioe la promessa solenne con la quale si rafforzava la richiesta agli dai dell'esaudi- mento d'un desiderio, trova~ va compimento (con la rea- lizzazione di quanto promes- so} a condizione che la chiesta fosse esaudita. Altri- ment, il voto rimaneva sen- za seguito. La devotio- che non era una promessa ma piuttosto una «consacrazionen - era, in quanto tale, condizionante dell'intervento divino: una sorta di pagamento anticipa- to, il «pegno» col quale il de- votus si assicurava I'esaudi- mento della sua richiesta da parte delle divinita, te quali, sulla base di un rigoroso principio di reciprocita, a quell’esaudimento erano ineluttabilmente tenute, Tan- to pid che il «pegno» consi- steva nel sacrificio della vita del «devoto». I quale finiva ‘quindi con I’essere, al tempo stesso, offerente e vittima sacrificale. O piuttosto, espiatorie, dato che le circo- stanze erano in ogni caso di tipo «negativo» e che egli, assumendo su di sé respon- sabilit3 @ colpe altrui, faceva della sua morte i! piaculum che quelle colpe avrebbe cancellato, placando cost la collera degli dai e ristabilen- do l'ordine sconvolto. Morire per vincere La pratica della devotiotrove una particolare applicazione in ambito militare. Di fatto, in epoca storica essa & ricor- data solamente sui campi di battaglia, in riferimento a.co- mandanti di eserciti che, alla vigilia di uno scontro decisi- vo 0 nel momento in cui le sorti del combattimento si fossero messe male, consa- cravano se stessi agli dai e cercavano la morte in mezzo al nemico ~ ecostretto» in tal modo a compiere un sacrifi- cio sostitutivo ~ in cambio della vittoria. Celebre in proposito, & il lun- go resoconto che da Tito Li- vio {VIll, 9) della devotio del console Publio Decio Mure nella battaglia del fiume Ve- seris, presso Minturno, nel corso della «guerra latina» de! 340 a.C. Il console, accor- tosi del pericoloso cedimen- to dell’ala sinistra dello schieramento legionario che era al suo comando, decise di ricorrere all’arma risoluti- va della devotio. Cosi, assi- stito dal pontefice massimo, garante dell‘autenticita e del- la regolarita del rito, avolto nella toga praetexte orlata di Porpora, con la quale s‘era coperto il capo, stendo in piedi su un giavellotto steso a terra e toccandosi il mento con una mano passata sotto la toga, recitd a voce alta la formula di volgeva tutti gli dei, tanto quelli «che stavano di sopra» {Superi) quanto quelli «che stavano di sotto» (Inferi) iniziava con un‘invocazione a Giano, dio d'ogni inizio e d'ogni passaggio, e poi a Giove, Marte «padre» € Qui- tino. Quindi toccava a Bello- na, dea della guerra, e ai Le- riche presiedevano il territo- rio, agli dei Indigites e ai No- vensiles (quelli «nativin quelli «immigrati») del pantheon romano. Poi a quelli che aveveno potere sui due eserciti contrapposti e infine ai Mani e a Tellus, la Terra, ai quali la «consacra- zione» era specificamente ri- volta: «Vi prego, vi supplico, vichiedo graziae la promet- to, affinché accordiate po- tenza e vittoria al popolo ro- mano e proouriate paure, ter- rore e morte ai nemici del popolo romano, Cos! come ho apertamente dichiarato, io consacro insieme a me, agli déi Manie alla Terra, per la repubblica del popolo ro- mano, per l'esercito, le le- gioni e le milizie ausiliarie del popolo romano, le legio- nie le milizie ausiliarie dei nemicin, A capofitto tra i nemi Dopo aver cos{ pregato ¢ or- dinato ai littori di comunica- real collega, Tito Manlio, che egli s‘era immolato per I'e- sercito, «con Ia toga raccolta attorno ai fianchi (...) balzd armato a cavallo e si lancié in mezzo ai nemici mostran- dosi all'uno e allaltro schie- ramento in un aspetto pres- ‘soché sovrumano, quasi fos- se inviato dal cielo come vit- lera degli dai, per stornare dai suai la rovina e riversar- la sui nemici». «Allora~con- tinua lo storico — tutto il ter- rore e lo sbigottimento che recava con sé, scompiglio. subito Ia prima linea dei La- tini, poi si diffuse in tutto ’e- sercito (...) non diversamen- te che se fossero stati terro- rizzati da un influsso mali- gno. Dove poi cadde, crivel- lato di colpi, da Ifle coorti la- tine, in preda al panico, fug- girono, lasciando il vuoto dietro di sén. Quella della devotio diventd in seguito una sorta di tradi- zione familiare dei Decl. Le- sempio di Publio, infatti, fu seguito dal figlio omonimo, nel 295 a.C,, alla battaglia di Sentino, nelle Marche, con- tro i Sanniti ei Galli, durante la terza guerra sannitica. E, mentre gli storici moderni sono inclini a ritenere leg- gendaria la devotio del pa- dre, propendono ad accetta- re come vera quella del glio, anche perché essa fu te- stimoniata da Duride di Sa- mo, contemporango ai fat, che Cicerone definisce in hi- storia diligens. Meno chiara sarebbe infino, nuovamente, la devotio di Publio Decio Mure, nipote del primo e figlio del secon- do, alla battaglia di Ascoli Satriano, in Puglia, contro Pirro, nel 278 a.C. Tanto pid ‘che essa non avrebbe sortito effetto previsto, dato che i Romani, in quell’occasione, ne uscirono sconfitt raffigurante una scena di ‘tomba di Paestum, Meta del IV sec. ‘Napoli, Museo Archealogico Nazionale. Alla terza guerra combattuta da Roma contro il ‘oggi in gran parte coincidenti con Abruzzo, 4i Publio Decio, ‘che com) il sacrificio alla battaglia entino, nol 295 a.C. ARCHED 111