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La Stampa Del 8/12/2008 Sezione: Cultura Pag.

33 Le trappole della Bourgeois NAPOLI Si potrebbe osservare, paradossalmente ma non troppo, che lopera pi bella di questa bellissima iper-mostra, dedicata da Louise Bourgeois al dialogo con lantico, la scritta tremante ma ferrea con cui si dedica al museo napoletano: Per Capodimonte. E che sale e scende, trionfante, sulla bianca copertina del prezioso volume Electa Napoli, con una forza plastica, evocativa (non suggestione) che comunque scultorea: opera darte in s (come certi disegni-scritti, gi concettuali, di Victor Hugo) e installazione mentale, che fiorisce dentro i nostri occhi. Per Capodimonte: un dono e un monito-avvertimento, contro il liquefarsi dell'arte d'oggi. Lei resiste, invece, rocciosa (la pietra is io ha proferito a Pietrasanta) con i suoi 96 anni vitalissimi, le creativissime mani, scolpite di rughe e di governata drammatica felicit, a tracciare, come una scolaretta, con la penna a tratto continuo, la sagoma usurata delle dita artritiche e delle unghie nere, orlate di riminiscenze del colore. Una scritta sola: a scudo, di protezione e di bellica, gaia offesa, sopra il campo di battaglia di questo volume, denso di saggi fin troppo analitici e penetranti, che vorrebbero spiegarcela tutta. Ma lei poi, ironica e pungente come sempre, con le sue opere e la sua intelligenza mercuriale, aforistica, si permette daggiungere un ennesimo sberleffo, di sottrarsi, facendosi trovare l dove la teoria non la pu incamerare. Chi ha paura di Louise Bourgeois? intitola Bonito Oliva, e teorizza: Larte sempre rispondere a una mancanza, una pratica attraversata dal desiderio di risarcire e rimarginare una smagliatura iniziale. Io non sono sempre, sembra ribellarsi lei, la Grande Vecchia Signora, e provoca: Ho paura del silenzio. Ho paura del buio. Ho paura dellinsonnia, del vuoto. Mancare... cosa ti manca? Sono imperfetta ma non mi manca niente. Genialmente stoica, e provocatoria: Forse qualcosa manca ma non lo so, perci non ne soffro. S, paura, sempre, istintiva e istituita: celle, oggetti-trappola, finte anatomie molli e abissali, bocche sdentate e cave, corpi e sessi impiccati, facce di pezza ogni volta prigioniere della materia, che sia ciniglia da accappatoio o cerotto color dentiera. Ma una paura luminosa e lucida, che ha la gioia maligna di manifestarsi e di rapprendersi in scultura eterna, un pungyball metafisico che voltola perennemente appeso, come un pianeta abbandonato nel cosmo. Anche la cella-testamento, che ha pensato appositamente per Capodimonte tutta trasparenza e levit celeste, camicia d'Oxford, con quelle sospese bolle di vetro trasparente, che girano immobili, come le sfere musicali di Aristotele e la scala che non finisce, pescando nel nulla tanto che nol seguiva la mia luce, come direbbe Dante evocando la Scala di Giacobbe al Paradiso. La scala di ferro vera, recuperata dal suo atelier disfatto e assurta qui a simbolo dellinfinito, dellInfinito che non si vede ma c, come quel salire narcissico, con specchio, che aveva progettato per la Tate Moderne. Che importa se assomiglia ad un grande Fallo, come indovina Donald Kuspit, e perch disturbare ancora la freudiana invidia del pene, quando Madame il pene se lo porta disinvoltamente sotto braccio, come la borsetta della Regina Elisabetta, nella celebre foto di Mapplethorpe? vero, lei incerotta, rimargina le ferite esistenziali, una magnifica regista e scenografa di questi suoi flash back di paure domestiche, che diventano spettacolo e danza fermata. Come la madre-ragno, che abita ancora come un incubo affettuoso il cortile di palazzo, restaurava i vecchi arazzi Gobelins, colmi di Bacchi e scuoiamenti capovolti di Marsia e metamorfosi dOvidio, anche lei trama e ricama le sue opere solide, che non smettono mai di mutare di posto e di materia, e che pendono dal cielo del Museo come le sedie barocche, vedove di stoffe, che il padre impiccava in un granaio, quasi burattini del suo dispotico carattere. Che abbia scelto lei, da lontano, le opere di Capodimonte con cui entrare in dialogo (Perugino stupefatto di questa intrusione, Mattia Preti, Luca Giordano, ecc.) o che lo abbia fatto Nicola Spinosa, in questa apoteosi-congedo di consonanza tra lantico e il moderno, prima del suo riottoso pensionamento non potrebbe esserci luogo pi teatrale, per muovere queste sue macchine del desiderio e della paura, queste catturanti trappole per limmaginario, che certo di notte si rianimano come vampiri, incarnando il mito rigeneratore delle Metamorfosi, lhappy end contrastato dell'Arte. La Notte che si volge in stupore, in incanto.