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LESLEY PEARSE. RICORDATI DI ME OSCARMONDADORI. UN'AUTRICE AMATISSIMA, 2 MILIONI DI LIBRI VENDUTI

Ricordati di me. Una storia vera d'amore e coraggio dall'Inghilterra del '700 al magico e selvaggio scenario dell'Australia incontaminata

Bestsellers Emozioni.

Le storie che hai voglia di leggere

Plymouth, 1786. Una giovane giunta da poco in città, Mary Broad, viene condannata all'impiccagione per aver tentato di rubare un cappellino. All'ultimo momento la sentenza è commutata nella deportazione in Australia. Mary fu una delle prime galeotte a sbarcare in quel lontano continente da poco scoperto, e da qui ebbe inizio la sua avventura: l'incontro con l'amore, la fuga dalla colonia penale, la nuova cattura e il viaggio di ritorno verso l'Inghilterra, dove il destino aveva in serbo ancora molte sorprese per Mary Una donna costretta dalla vita a scoprire in sé doti di resistenza, coraggio e determinazione che nessuno avrebbe potuto immaginare in quella giovane figlia di pescatori cresciuta in un paesino della Cornovaglia. Una grande vicenda sulla forza dell'animo umano che commuove ed entusiasma; una storia vera, ricca di colpi di scena e di forti emozioni, nella quale si respirano le atmosfere di Lezioni di piano.

«Personaggi di cui è impossibile non innamorarsi.» DAILY MAIL.

di Lesley Pearse nella collezione Oscar:

Nelle tue mani. Ricordati di me. Segreti. Se non ti avessi lasciato andare. Senza guardarsi indietro.

LESLEY PEARSE. RICORDATI DI ME. Traduzione di Adriana Colombo e Paola Frezza Pavese. OSCAR MONDADORI.

© Lesley Pearse, 2003.

All rights reserved. Titolo originale dell'opera: Remember Me.

© 2011 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.

Prima edizione Oscar bestsellers giugno 2011. ISBN 978-88'04'60962-9.

Ricordati di me. A John Robert, il mio Boswell. Non ci sono parole per esprìmere tutta la gratitudine che provo per te. ***

Capitolo 1.

1786.

Mary, sul banco degli imputati, strinse con forza la sbarra quando il giudice rientrò nell'aula. Dalle finestre, piccole e sporche, filtrava poca luce, ma il copricapo nero sulla parrucca ingiallita e il silenzio teso della platea non lasciavano alcun dubbio. «Mary Broad, voi sarete ricondotta da dove venite, e là sarete appesa per il collo finché morte non ne consegua» disse con voce solenne, senza mai guardarla. «Possa Iddio aver pietà della vostra anima.» Assalita da un senso di nausea, Mary sentì cedere le gambe. Sapeva fin troppo bene che l'impiccagione era la pena normalmente comminata ai ladri di strada, ma una piccola parte di lei si era aggrappata alla speranza che il giudice mostrasse clemenza in considerazione della sua giovane età. Una vana illusione. Era il 20 marzo 1786 e Mary Broad avrebbe compiuto ventanni nel giro di poche settimane. Era una ragazza comune sotto ogni punto di vista, né alta né bassa, non particolarmente carina ma neppure brutta, e soltanto la sua aria da ragazza di campagna la distingueva dagli altri imputati che dovevano essere giudicati quel giorno nell'Assise di Quaresima. La sua carnagione pallida appariva ancora luminosa malgrado le settimane di detenzione

nel castello di Exeter; i capelli ricci e scuri erano ordinatamente legati da un nastro e il vestito grigio di lana, che portava tracce della sporcizia della prigione, era semplice e pratico. Un forte brusio serpeggiò intorno a lei in quell'aula di tribunale stipata all'inverosimile. Tra il pubblico vi erano amici e parenti degli altri reclusi in attesa di giudizio, ma la maggior parte dei presenti era composta da semplici spettatori. Tuttavia non si trattava di un brusio di solidarietà o di indignazione per una sentenza tanto severa: Mary non aveva neppure un amico in quell'aula. Un mare di facce sudicie dall'espressione malevola si voltò nella sua direzione, e bastò quel lieve spostamento per farle arrivare alle narici il puzzo di quei corpi sporchi. Aspettavano tutti una qualche reazione da lei: lacrime, rabbia, un'invocazione di pietà. Avrebbe voluto scoppiare in singhiozzi, chiedere di avere salva la vita, ma l'innata vena ribelle, che in primo luogo l'aveva indotta a rubare, la spinse ad aggrapparsi all'ultimo bene che le restava, la dignità. Una guardia le afferrò la spalla. Troppo tardi, ormai; le restava solo il tempo per le preghiere. In uno stato di stordimento, Mary compì il viaggio di ritorno al castello di Exeter, la prigione in cui l'avevano rinchiusa dopo l'arresto a Plymouth. Sul carro notò a malapena lo sfregamento

sulle caviglie dei ferri incatenati a una pesante fascia intorno alla vita, gli altri sei compagni di carcere o gli insulti della folla per strada. L'unico suo pensiero era che avrebbe rivisto il cielo sopra di sé soltanto il giorno in cui sarebbe salita al patibolo. Sollevò il viso verso il debole sole del pomeriggio. Quella mattina, mentre la portavano in tribunale, aveva trovato accecante la forte luce primaverile dopo il buio della cella. Nel guardarsi intorno con curiosità, aveva notato le foglioline nuove sugli alberi e sentito i piccioni tubare nel rito dell'accoppiamento; stupidamente li aveva interpretati come un segno positivo. Quanto sbagliava. Non avrebbe mai più rivisto l'amata Cornovaglia, e neppure i genitori o la

soltanto

sorella

Dolly.

Poteva

sperare che non scoprissero mai quello che aveva fatto; molto meglio che si convincessero che

li aveva dimenticati per farsi una nuova vita a Plymouth, o addirittura a Londra, piuttosto che

ricevere la disonorevole notizia che era stato il cappio del boia a porre fine alla sua vita. Un rumore di singhiozzi la fece voltare verso la donna alla sua sinistra. Impossibile stabilirne l'età perché aveva il viso butterato dai segni del vaiolo e stringeva un lacero cappuccio marrone sulla testa nel tentativo di nasconderlo. «Piangere non serve a nulla» le disse Mary, immaginando che anche quella donna fosse stata condannata all'impiccagione.

«Quanto meno ora sappiamo cosa ci aspetta.» «Non ho rubato niente, lo giuro» disse la donna con il fiato mozzo. «Chi l'ha fatto, se l'è squagliata e ha fatto cadere la colpa su di me.» Dal suo arresto in gennaio, Mary aveva sentito ripetere la stessa cosa tante volte dagli altri reclusi. Sul principio tendeva a credere a tutti, ma adesso le risultava più difficile. «Glielo hai detto, oggi?» chiese. La donna annuì, mentre lacrime sempre più copiose le rigavano le guance. «Però hanno parlato

di un testimone.» Mary non ebbe il coraggio di chiederle ulteriori particolari. Voleva riempirsi i

polmoni di aria pulita, riempirsi la mente delle immagini e dei suoni dell'affollata città di Exeter per avere qualcosa da ricordare al ritorno nella cella lurida e tetra. Ascoltare la tragica storia della compagna di sventura l'avrebbe resa più triste di quanto già era, eppure la sua naturale generosità non le permise di ignorare quella povera creatura. «Anche tu sarai impiccata?» domandò. La donna si voltò di scatto con un'espressione sorpresa sul viso butterato. «No. E solo un pasticcio di montone quello che mi accusano di avere rubato.» «Allora sei più fortunata di me»

sospirò

Mary.

All'arrivo al castello di Exeter, Mary fu spinta in una cella con una ventina di prigionieri di entrambi i sessi. Trovato uno spazio libero vicino al muro, sedette a terra, sistemò le catene dei ferri in modo da poter sollevare le ginocchia e, stretta nel mantello, si dispose a riflettere sulla propria situazione. La cella non era più quella da cui l'avevano prelevata al mattino; questa era migliore perché da

una griglia in alto sulla parete arrivava aria fresca, la paglia per terra appariva abbastanza pulita

e

i buglioli non traboccavano ancora, anche se aleggiava ovunque - e si inalava a ogni respiro -

il

puzzo di sporcizia, fluidi corporei, vomito, marciume e sofferenza umana.

C'era una quiete sinistra. Nessuno parlava ad alta voce, nessuno imprecava, gridava o insultava le guardie, come accadeva nella vecchia cella. Tutti stavano seduti a terra come lei, immersi nei propri pensieri, disperati. Mary comprese che anche loro erano condannati a morte, in preda a una comune angoscia. Non riusciva a vedere Catherine Fryer né Mary Haydon, le ragazze catturate insieme a lei, a loro volta condotte in tribunale quella mattina. Ignorava se fossero ancora in attesa di giudizio, oppure se l'avessero scampata con una condanna più lieve della sua. Qualunque fosse la ragione, era lieta di non averle intorno. Non voleva ricordare che, se non fosse stata istigata da loro, mai le sarebbe venuto in mente di derubare qualcuno. Era troppo buio per distinguere bene i compagni di cella, dal momento che la sola fonte di luce

era una lanterna nel corridoio, al di là della porta con le sbarre. Uno sguardo frettoloso le rivelò che, a parte la presenza degli uomini - la cella precedente era riservata alle sole donne -, le caratteristiche individuali non sembravano molto diverse da quelle a cui si era abituata nei due mesi di prigione. L'età dei presenti andava dai circa sedici anni di una ragazza, che stava singhiozzando sulla spalla di una donna più matura, alla cinquantina o forse più di un uomo. Tre donne, a giudicare dagli abiti colorati e anche piuttosto eleganti, parevano delle puttane, mentre le altre erano

cenciose,

denti

visi

con

induriti,

marci e capelli lunghi e radi; gli uomini, macilenti, fissavano muti nel vuoto. Vide due donne già conosciute nella vecchia cella: Bridie, in abito rosso con uno sbrindellato colletto di pizzo, le aveva confidato di avere derubato un marinaio addormentato; Peg, molto più vecchia e tra le più lacere, si era rifiutata con decisione di parlare del crimine commesso. Dall'esperienza fatta nell'altra cella, Mary prevedeva che, superato quel momento di sconforto generale, nel giro di poche ore chi per natura tendeva a imporsi - come Bridie - avrebbe assunto il comando della situazione: un atteggiamento in gran parte dettato dalla spavalderia, perché era necessario apparire forti se si voleva sopravvivere in prigione. Litigare, urlare e pretendere dalle guardie cibo o acqua era un modo per comunicare ai compagni di cella che non ci si faceva mettere sotto. Mary si chiese se, a quel punto, valeva ancora la pena di ostentare sicumera. Lei, personalmente, non ne aveva alcuna intenzione; voleva soltanto sapere quanti giorni di vita le rimanevano. Nel vederla, Bridie raccolse le catene e si avvicinò trascinandosi per la cella. «Impiccagione?» chiese. Mary annuì. «Anche tu?» Bridie si accovacciò sulla paglia con un'espressione desolata che equivaleva a una risposta. «Quel bastardo di un giudice» disse stizzita. «Mica lo sa com'è per noi. A che cosa serve impiccarmi? Chi ci pensa ai miei vecchi, adesso?» Poco dopo che Mary era stata portata a Exeter, Bridie le aveva raccontato di avere cominciato a vendersi per evitare che i genitori dovessero dipendere dalla carità della parrocchia, eppure qualcosa di chiassoso nei suoi abiti e ancora di più nella sua natura suggeriva che non avesse dovuto affrontare una lotta morale troppo dura. Comunque, fin dalla prima notte trascorsa da Mary in prigione, Bridie si era mostrata gentile e protettiva nei suoi confronti, dando prova di essere una persona di buon cuore. «Credevo che tu te la saresti cavata con quella faccetta innocente

che ti ritrovi» disse a Mary, con una lieve carezza della mano sporca sulla guancia. «Cos'è successo?» «La signora che abbiamo derubato è venuta in tribunale» rispose Mary con tristezza. «Mi ha riconosciuto.» Bridie sospirò con aria solidale. «Be', speriamo che si sbrighino in fretta. Non c'è niente di peggio che aspettare un'impiccagione.» Più tardi, durante la notte, distesa sulla paglia sudicia sparsa per terra tra i compagni di cella profondamente addormentati, Mary si trovò a ripensare alla sua casa di Fowey, in Cornovaglia, e alla sua famiglia. Aveva ormai capito di essere nata in una situazione fortunata rispetto a tante donne conosciute dopo avere lasciato il villaggio. Suo padre, William Broad, faceva il marinaio, ed era sempre riuscito a fare in modo che i suoi familiari non patissero la fame o il freddo, anche se passavano momenti grami quando lui restava senza lavoro. Mary ricordava quando si rannicchiava nel letto con la sorella Dolly e

sentiva le onde frangersi contro i muraglioni del porto; tuttavia si sentiva tranquilla e al sicuro, perché il padre, che pure stava in mare a lungo, lasciava sempre abbastanza soldi per provvedere alle loro necessità fino al suo ritorno. Il solo pensiero di Fowey con le minuscole casette e le strade lastricate le fece salire un nodo in gola. Non si annoiava mai nel porto e nel centro del villaggio, sempre pieni di attività, perché conosceva tutti e i Broad erano una famiglia rispettata. Grace, sua madre, dava molto peso alla reputazione; teneva la casa come uno specchio, e cercava di trasmettere alle figlie l'amore per quello che facevano, fosse cucinare, rassettare o cucire. Dolly, la sorella maggiore di Mary, era delle due quella ligia al dovere, ubbidiente e felice di seguire l'esempio materno; il suo unico sogno era trovare marito, avere dei figli e una casa tutta sua. I sogni di Mary erano del tutto diversi. Spesso vicini e conoscenti affermavano che sarebbe

Impacciata

dovuta

nascere

maschio.

con l'ago e poco interessata alle faccende domestiche, era ben felice quando il padre la portava a pescare, perché si sentiva perfettamente a suo agio in mare e sapeva governare la barca bene quasi quanto lui. Inoltre preferiva la compagnia maschile, perché uomini e ragazzi parlavano di cose emozionanti, di paesi oltremare, di guerra, contrabbando, e del loro lavoro nelle miniere di stagno. Non aveva tempo da perdere con le smancerie e le risatine delle ragazze, interessate solo ai pettegolezzi e al costo dei nastri per capelli. Era stata la sete di avventura a far nascere in lei il desiderio di andarsene da Fowey, convinta di poter lasciare il segno nel mondo se solo si fosse trovata a vivere altrove. Al momento di salutarla, Dolly le aveva detto molto sgarbatamente che partiva soltanto perché non aveva mai avuto un innamorato, e temeva che nessuno l'avrebbe mai voluta. Non era affatto vero. Mary non aveva alcun desiderio di sposarsi, e in realtà provava compassione più che invidia per le sue coetanee, che erano già alle prese con due o tre marmocchi. Sapeva che la loro esistenza diventava sempre più difficile con l'aumentare delle bocche da sfamare, e che vivevano nel costante terrore di perdere il marito in mare o in un incidente in miniera. Per la verità, a meno di non appartenere all'aristocrazia, la vita era difficile per tutti in Cornovaglia. Lavorare significava necessariamente fare il marinaio, il minatore o il militare. Dolly era a servizio dai Treffry di Fowey come sottocameriera, ma Mary si era decisamente rifiutata di seguire il suo esempio. Non intendeva passare le giornate a vuotare vasi da notte o a preparare il fuoco al minimo cenno di un'arcigna governante. Non vedeva alcun futuro in un'attività del genere. L'alternativa, peraltro, era pulire il pesce e metterlo sotto sale, cosa che faceva fin da bambina; amava la libertà di chiacchierare mentre lavorava e l'atteggiamento amichevole delle compagne di lavoro, ma nessuno diventava ricco a sventrare il pesce. Si puzzava in modo disgustoso, e d'inverno si gelava. Mary guardava la schiena ingobbita e le dita deformi delle donne che lo facevano

da tutta la vita con la consapevolezza che le attendeva una morte precoce. Dai marinai aveva sentito parlare di Plymouth. Raccontavano dei bei negozi, delle grandi case del posto, e delle tante opportunità che si offrivano a chi era determinato. Pensava di ottenere un lavoro in uno di quei negozi perché, pur non sapendo leggere né scrivere, a far di conto era più veloce del padre. La sua partenza fu accolta dai genitori con sentimenti contrastanti: da un lato avrebbero desiderato che rimanesse a casa, a Fowey, ma i tempi erano duri e faticavano a mantenerla. Inoltre, forse speravano che un paio d'anni di lontananza trascorsi svolgendo un'attività rispettabile le sarebbero serviti per sistemarsi, trovare un fidanzato e infine sposarsi. Mary era stata ansiosa di andarsene. Invece adesso, distesa sul pavimento freddo e duro della cella, si sentiva colma di rimorsi nel ricordare il giorno in cui era partita da casa. Era mattino presto, una bellissima giornata di luglio senza una nuvola in cielo e già tiepida. Suo padre era salpato per la Francia pochi giorni prima e Mary aveva insistito perché soltanto Dolly andasse al porto a salutarla: non voleva che la madre le facesse altre prediche sulla necessità di comportarsi in modo educato sulla nave e di non dare confidenza agli sconosciuti. «Fai la brava» le aveva raccomandato con la voce rotta dal pianto. «Di' le preghiere e tieniti lontana dai guai.» Mary ricordava di essere corsa via con Dolly tra risatine eccitate. Fu solo quando arrivò in fondo alla stradina che, nel voltarsi indietro, vide la madre ancora sulla soglia. Appariva vecchia, piccola e stranamente vulnerabile. Non si era ancora fatta la crocchia e i capelli erano grigi come il vestito, così si confondeva contro la pietra della casupola. Pur non distinguendone chiaramente il viso, Mary sapeva che stava piangendo, eppure Grace riuscì comunque a farle un allegro cenno di saluto. «Non so proprio perché sei convinta che Plymouth sia meglio di qui» disse Dolly stizzita mentre, nella discesa verso il porto, già vedevano la nave in attesa. «Scommetto che potresti

fare il giro del mondo senza riuscire a trovare un posto bello come questo.» «Non dire così» ribatté Mary, convinta che Dolly fosse mossa dall'invidia. La sorella era molto più graziosa di lei, con occhi azzurri come il cielo, la carnagione chiara e rosea e un bel nasetto all'insù, ma spesso Mary percepiva che Dolly avrebbe desiderato essere più coraggiosa, e che la infastidiva il pensiero di avere la vita già segnata davanti a sé. «Non riesco a trattenermi» disse Dolly con una vocina esile. «Mi mancherai da morire. Non stare via troppo.» Mary ricordava che a quel punto aveva abbracciato la sorella, e le aveva promesso che, una volta fatta fortuna, l'avrebbe mandata a chiamare. Se avesse saputo che era l'ultima volta che la vedeva, le avrebbe dichiarato tutto il suo affetto, e invece quella mattina di sole non vedeva l'ora di imbarcarsi, neppure sfiorata dall'idea di poter fallire a Plymouth. Ciò che Mary non aveva previsto erano le centinaia di ragazze disoccupate che sbarcavano a Plymouth ogni settimana ed erano quelle istruite, le più carine e con buone referenze a trovare le occupazioni migliori. L'unico lavoro che riuscì a rimediare fu in una taverna del porto, dove aveva il compito di lavare boccali e fregare pavimenti. Alcuni sacchi per terra in cantina costituivano il suo letto. Fu intorno alla festa di San Michele che il padrone la buttò fuori con la falsa accusa di avere rubato dei soldi, mentre la sua unica colpa era stata rifiutare di cedergli. Senza referenze era impensabile trovare un altro lavoro, e l'orgoglio le impediva di tornare a Fowey per sentirsi dire: “Te l'avevo detto”. Nel momento stesso in cui incontrò Thomas Coogan vicino al porto comprese che si stava mettendo in un grosso pasticcio. Certo, una giovane per bene non avrebbe mai permesso a un completo sconosciuto di pagarle il pranzo, tanto meno di prenderla

per mano, e sarebbe scappata a gambe levate nel sentirsi proporre di stabilirsi da lui finché non

si fosse trovata un altro lavoro, ma qualcosa la conquistò nel viso magro e spigoloso di quel

giovane, in quegli occhi azzurri luminosi, nelle storie dei suoi viaggi per mare in Francia e in

Spagna. Thomas non teneva in alcun conto i principi con cui Mary era stata allevata. Non gli importava affatto del re, della Chiesa, e dell'autorità in genere. Aveva modi signorili e curava molto il proprio aspetto, e a Mary parve la persona più divertente che avesse mai conosciuto. Forse fu perché lui pareva desiderarla tanto, ed era sempre pronto ad abbracciarla e a baciarla. Nessun uomo l'aveva mai voluta in quel modo: in genere la consideravano soltanto un'amica. Thomas le diceva che era bella, che i suoi occhi grigi gli ricordavano le nuvole minacciose di

un temporale e le sue labbra erano fatte per essere baciate.

Il primo giorno insieme fu assolutamente magico. Pioveva forte, e lui la portò in una taverna

del porto e le asciugò il mantello davanti al fuoco. Le fece anche assaggiare per la prima volta il

rum, che a lei non piacque perché bruciava in gola, mentre le piaceva come lui si sporgeva in avanti a leccarle le labbra con la punta della lingua. «Ha il gusto del nettare su di te» le sussurrava. «Bevilo fino in fondo, tesoro. Ti riscalderà tutta.» La faceva sentire libera e ardente in tutto il corpo, e non era solo per effetto del rum. Era il suo brio, la sensazione che le procurava la sua mano che la stringeva, l'impressione di essere in prossimità di qualcosa di pericoloso eppure bellissimo. Ripensandoci, avrebbe dovuto insospettirsi: era strano che lui non cercasse di portarla a letto.

La baciava con passione e diceva di amarla, ma senza mai spingersi oltre. All'epoca Mary aveva ingenuamente attribuito tanta cautela all'amore e al rispetto che nutriva per lei, e solo in seguito scoprì la verità.

A Thomas Coogan importava solo di se stesso. Era un borsaiolo e, nel vederla in lacrime al

porto, aveva compreso che con quell'aria pulita e innocente da ragazza di campagna sarebbe stata

la complice ideale. Gli erano bastate poche parole di solidarietà per conquistare la sua fiducia.

Nelle prime settimane dal loro incontro, Mary non fu mai sfiorata dall'idea che, mentre a braccetto guardavano le vetrine dei negozi o girovagavano per il mercato, Thomas usasse

spesso la mano libera per sfilare un portafoglio, un orologio da taschino o qualche altro oggetto prezioso. Era conquistata dal suo fascino, dai suoi interessanti amici e conoscenti, e troppo abbagliata dalla sua generosità per studiarlo con attenzione. Quando infine cominciò a capire, era ormai talmente integrata nella vita facile e divertente di Thomas che non avrebbe battuto ciglio neppure se lui le avesse confessato di essere un profanatore di tombe. Quando scomparve, subito dopo Natale, abbandonandola nella pensione

in cui l'aveva portata, Mary fu inconsolabile.

Con ogni probabilità era stato catturato dalle guardie, e fu proprio questo ad avvicinarla a Mary

Haydon e Catherine Fryer. Non voleva perdere la faccia con quelle due tagliaborse che Thomas teneva in gran considerazione; apparivano molto esperte e coraggiose, e lei aveva bisogno di soldi per pagare l'affitto della camera fino al ritorno di Thomas.

Dapprima si limitò a fare il palo mentre le altre rubavano borsellini in strade e mercati affollati.

A volte, per creare un diversivo, fingeva di svenire o urlava di essere stata borseggiata. Poi

venne il giorno in cui Catherine pretese che anche lei si assumesse parte dei Vischi, e la comparsa della donnina elegante che rientrava a casa con le braccia piene di pacchi sembrò loro l'occasione perfetta per l'iniziazione. Forse, se non fosse stata tanto ansiosa di sfoggiare la propria temerarietà, Mary si sarebbe limitata ad atterrare la signora con una spinta per poi filarsela con uno solo dei suoi pacchi; invece afferrò il bel cappellino di seta con una mano e raccolse tutto quello che la donna, spaventata, aveva lasciato cadere per lanciarlo all'altra Mary e a Catherine prima di scappare a gambe levate. Sfortunatamente per loro, la gente si lanciò all'inseguimento, le bloccò in un vicolo e chiamò le guardie.

Molti particolari dell'arresto e della reclusione a Plymouth le apparivano ormai confusi, offuscati dal successivo trasferimento a Exeter: quattro giorni di viaggio su un carro aperto, incatenata ad altre tre donne, due delle quali erano le sue presunte amiche, concordi

nell'incolparla della loro cattura. Era gennaio, e l'implacabile vento gelido che spazzava la nuda brughiera penetrava fin nelle ossa. Se volevano fare i propri bisogni, le donne dovevano scendere legate insieme e liberarsi davanti agli sguardi lascivi delle guardie. Ogni passo era una tortura, perché i ferri incidevano la pelle tenera e loro non erano abituate a muoversi insieme. La notte venivano gettate nella stalla di una locanda, con l'unico conforto di un po' di pane e acqua. Mary temeva di morire di freddo, anzi lo sperava con fervore, se non altro per non dover più convivere con lo sprezzante sarcasmo delle compagne e la consapevolezza che il suo reato,

la rapina, veniva punito con l'impiccagione.

La prima notte al castello di Exeter fu Bridie a consolarla e ad assicurarle che si sarebbe abituata ai ratti, ai pidocchi, al sudiciume, al pane stantio e a servirsi del bugliolo davanti a tutti. Mary si disse che non le restava che accettare le asprezze della vita in prigione, il giusto castigo per quello che aveva fatto. Tuttavia non riusciva a rassegnarsi all'idea di dover morire nel giro

di pochi giorni, di non poter mai più essere libera di camminare per i sentieri di campagna, di

guardare il mare frangersi sulla spiaggia o il sole al tramonto. Allora scoppiava in lacrime al pensiero di avere tradito i genitori e disonorato la famiglia, e di non avere ascoltato la sua coscienza che le diceva che rubare era sbagliato. Era risaputo che almeno metà dei condannati a morte otteneva una qualche commutazione della pena. Nei tre giorni successivi i compagni di cella di Mary non parlarono d'altro; tutti

speravano

fortunati.

di

essere

tra

i

Mary, però, non era sciocca e sapeva che bisognava avere delle conoscenze all'esterno, una padrona o un padrone preoccupati e gentili, un membro del clero, o anche soltanto un amico agiato, a perorare la propria causa. Con il lento trascorrere delle ore e dei giorni divenne chiaro quali dei suoi compagni erano i favoriti dalla sorte: quelli che ricevevano da fuori cibo, bevande, soldi e addirittura abiti puliti. Mary osservò con invidia la ragazzina e la donna - che aveva saputo essere nipote e zia - intente a mangiare sformati caldi di carne portati da una guardia. Erano state accusate di avere rubato

in una pensione, ma dal momento dell'arresto non avevano fatto altro che protestare la propria

innocenza. Ora, a giudicare dalle cibarie e dalle coperte che ricevevano, immaginò che avessero detto la verità, perché qualcuno all'esterno stava chiaramente lavorando per il loro rilascio. Peraltro alcuni reclusi, anche quelli senza speranza di una sospensione della pena, negli ultimi due giorni erano diventati molto gioviali, forse perché convinti che una morte a breve termine fosse preferibile alle sofferenze di una lunga detenzione, o a una morte lenta causata dalla febbre carceraria. Essere impiccati comportava anche un certo prestigio, perché l'evento richiamava folle enormi. Chi riusciva ad andare al patibolo con coraggio e dignità si guadagnava l'ammirazione della plebaglia e diventava in qualche modo una figura eroica, se non addirittura leggendaria. Dick Sullion era un uomo che la pensava così, e con il suo spirito e la sua filosofia di vita aveva rallegrato notevolmente Mary. Come lei era stato accusato di brigantaggio - il termine comunemente usato per designare la rapina di strada -, ma il reato di Dick aderiva più di quello di Mary alla definizione, perché lui

stava in agguato in strade isolate in attesa di viaggiatori ignari per derubarli non solo delle cose

di valore ma anche dei cavalli.

Era un omone di un metro e ottanta dal viso rubicondo, con spalle larghe e un irrefrenabile senso dell'umorismo. La mattina successiva al processo, Mary si era svegliata sentendolo cantare

un'oscena canzone da osteria che incitava ad andare alla forca ubriachi. Ovviamente si era convinta che lui avesse bevuto, perché chi aveva soldi o oggetti preziosi per corrompere le guardie poteva sbronzarsi dalla mattina alla sera. Ma quando l'uomo si mise a sedere e le sorrise, i suoi occhi azzurri erano limpidi e luminosi. «Non serve a niente starsene lì a piagnucolare» le disse, come per spiegarlo a se stesso. «Io ho vissuto bene, e secondo me è meglio finire impiccati che perdere il lume della ragione e

abbrutirsi in un posto come questo.» «Alcuni di noi preferiscono dormire piuttosto che riflettere

su queste cose» replicò lei.

Fin dai primi giorni di prigione, in gennaio, Mary aveva imparato che era consigliabile cercare l'amicizia e la protezione di qualcuno scaltro e risoluto, e poiché Dick pareva soddisfare i requisiti, lei gli permise di avvicinarsi e prese a parlargli.

Scoprì ben presto che a lui non rimaneva più un soldo per comprare da bere o da mangiare sottobanco. Le raccontò di esserseli bruciati tutti nelle settimane precedenti il processo. Ma anche se non poteva rendere più confortevoli i suoi ultimi giorni, era un tipo gagliardo, forte, sapeva il fatto suo, e le teneva alto il morale con le chiacchiere e le battute. Anche lui veniva dalla Cornovaglia. Mary trovava conforto nel parlare della loro terra, e non passò molto tempo prima che gli raccontasse come si sentiva a proposito del reato commesso e del fatto di avere tradito gli insegnamenti dei genitori. «Non serve a niente rimuginare» disse lui con il forte accento locale, rassicurante come quello

di suo padre. «Si fa quel che si può per sopravvivere. È colpa del governo se si è arrivati a

questo: con le tasse alte, le recinzioni dei terreni comuni, ci tolgono tutto facendoci morire di fame, e intanto loro vivono in palazzi lussuosi.

Io ho derubato chi se lo poteva permettere, e lo stesso hai fatto tu. Gli sta bene, dico io.» Mary,

che era stata educata all'onestà e al timor di Dio, non era del tutto d'accordo, però evitò di confessarlo. «Ma ora non hai paura di morire?» chiese invece.

Lui si strinse nelle spalle. «Ci sono andato vicino tanto spesso che ormai non mi fa più né caldo né freddo. Che cos'è la corda rispetto alle frustate con il gatto a nove code? A me è toccato la prima volta a soli sedici anni, e quella sì che è una cosa terrorizzante, perché è così dolorosa da farti invocare la morte. L'impiccagione è rapida. Non preoccuparti, piccola: ti terrò la mano fino alla fine.» Mary trovò consolazione nelle parole di Dick. Prese la decisione che, se proprio doveva morire, avrebbe affrontato il patibolo con coraggio. Quattro giorni dopo il processo, intorno alle dieci del mattino, la guardia si avvicinò alla porta della cella, chiamò Nancy e Anne Brown - la zia e la nipote accusate di avere rubato in una pensione - e annunciò che erano state scagionate da nuove prove e quindi avevano il permesso di andarsene. Malgrado la terribile situazione personale, Mary fu felice per loro, e si alzò per salutarle con baci e abbracci. Aveva parlato parecchio con le due donne nei giorni precedenti ed era certa che fossero innocenti come si proclamavano. Erano appena uscite dalla cella quando la guardia gridò il suo nome seguito da quello di tre uomini. «Voialtri venite con me» ordinò seccamente. Mary lanciò a Dick uno sguardo disperato, convinta che stessero per condurla al patibolo. Dick le strinse la spalla con la grande mano. «Vedrai, non è quello che pensi» disse fiducioso. «Alla fine di ogni trimestre scorrono l'elenco e scelgono qualche persona adatta alla deportazione. Secondo me è per questo che ti hanno chiamato.» La guardia sbraitò di seguirla senza darle il tempo di salutare per bene Dick e Bridie. Mentre arrancava lungo il buio passaggio dietro William, Able e John - i compagni di cella -, con le catene che sferragliavano sul rozzo pavimento di pietra, udì la voce tonante di Dick dietro

di sé. «Sette anni, piccola; ti mancano solo sette anni alla libertà. Sii forte e coraggiosa, e vedrai la fine di questa storia.» Able, un tipo sulla trentina dall'aria malaticcia, si voltò a guardarla. «Cosa ne sa quello?» le disse acido. «Ho saputo che non ne mandano più di criminali nelle Americhe, dato che è finita la guerra.» Anche lei aveva sentito la stessa storia quando stava a Plymouth. Se era vera, sarebbe stato un sollievo, perché fin da bambina aveva sentito i racconti dei marinai sui tormenti inflitti in quelle terre lontane. I reclusi venivano trattati alla stregua degli schiavi

neri, ridotti alla fame, picchiati, costretti a lavorare la terra finché morivano di sfinimento. Però, se non in America, dove li avrebbero spediti? Sarebbe stato meglio? Arrivata in cortile, vide altri reclusi in fila, tra cui Mary Haydon e Catherine Fryer, le sue vecchie complici. In tutto erano cinque donne e quindici o sedici uomini. Nel vederla, Mary Haydon scosse la testa e si voltò da un'altra parte, mentre Catherine le lanciò uno sguardo incendiario; dunque continuavano a incolpare lei della loro terribile condizione. Un giudice, o almeno Mary lo identificò come tale per via della parrucca e della toga, scese i pochi gradini verso il cortile, scortato da un paio di uomini, poi lesse ad alta voce una pergamena. Lei non comprese nulla di quello che veniva letto. Sentì “in sede di Assise” e “a seguito di rilascio dalla prigione di Sua Maestà il Re”, poi una serie di “signori” a lei del tutto sconosciuti. Fu soltanto nell'udire il proprio nome che si mise ad ascoltare con maggiore attenzione. Alle parole “Sua Maestà ha graziosamente acconsentito a estendere la sua reale clemenza” Mary sentì il cuore gonfio di emozione, ma mentre il giudice proseguiva la lettura fu di nuovo assalita dallo sconforto perché, come Dick le aveva detto, l'atto di clemenza consisteva nella deportazione per sette anni. Quando il giudice uscì dal cortile lasciando le guardie sole con i reclusi, questi si fissarono a vicenda, mentre il sollievo per la mancata esecuzione si mescolava al terrore per ciò che

avrebbe

comportato

la

deportazione.

«Io non ho mai conosciuto nessuno che sia tornato indietro» commentò cupo uno di loro. «Devono essere morti tutti.» «Io lo conosco uno che è tornato» replicò un altro ad alta voce. «E con le tasche piene, per di più.» Mary cercò di trovare un senso nel guazzabuglio di opinioni discordanti. Anche se personalmente riteneva che una condanna a sette anni, per quanto dura, fosse comunque preferibile all'impiccagione, ogni singola persona presente nel cortile sembrava più informata di lei sull'argomento, quindi evitò di esprimere il proprio pensiero. Quando la donna che le stava accanto scoppiò a piangere, le cinse le spalle per consolarla. «Sarà di certo meglio che morire» le disse dolcemente. «Vivremo all'aperto, e forse riusciremo anche a scappare.» Able, davanti a lei, doveva averla sentita perché si voltò con un'espressione sprezzante in viso. «Se non crepiamo durante la traversata» commentò. Mary pensò che comunque quell'uomo non sarebbe rimasto a lungo su questa terra. Magrissimo, squassato da una tosse continua, era l'unico in cella a non mostrare alcun interesse quando arrivava la razione giornaliera di pane ammuffito. «Finché respiro, io continuo a sperare» replicò lei con calma. Meno di un'ora dopo il portone della prigione si aprì per lasciar entrare due grandi carri trainati da cavalli. I reclusi si erano chiesti come mai fossero stati lasciati in cortile, ma nessuno di loro aveva previsto che quello stesso giorno sarebbero stati trasferiti dal castello di Exeter. In effetti quello era il programma, e senza ulteriori rinvii furono incatenati insieme a gruppi di cinque e costretti a salire sui carri. Ancora una volta Mary si trovò vicina a Catherine e Mary. Sull'altro lato c'erano la donna che aveva consolato poco prima, tale Elizabeth Cole, e un'altra che si chiamava Elizabeth Baker. Dietro la loro panca si sistemarono cinque uomini, tra cui Able.

Per un'ora, mentre il carro arrancava attraverso Exeter, Catherine Fryer e Mary Haydon non fecero che insultare Mary. «Tutta colpa tua» continuava a ripetere Catherine. «Sei tu che ci hai fatto finire qui.» Elizabeth Cole, soprannominata Bessie, strinse la mano di Mary con gesto solidale, e infine decise di intervenire. «Tappatevi quella boccaccia» le aggredì. «Ormai siamo sulla stessa barca, che ci piaccia o no. Non ha senso dare la colpa a Mary; prima o poi vi avrebbero beccato comunque. E a parte questo, nessuno di noi ha voglia di sentire questa tiritera.» L'intervento di Bessie commosse Mary. Era una donna strana, rossa di capelli e grassa, con un occhio storto e priva di parecchi denti, ma il fatto che avesse avuto il coraggio di parlare indicava che non era prostrata come suggeriva il suo aspetto. Dagli uomini seduti dietro di loro arrivò un'eco di consensi, e forse fu questo che persuase le due donne a smettere con le ingiurie per chiudersi nel silenzio. Poco dopo uno degli uomini si rivolse a Mary. «Civetta un po' con le guardie e fatti dire dove ci portano» sussurrò. «Perché proprio io?» sussurrò lei di rimando. «Sei la più carina.» Fino a quel momento Mary era convinta di non avere alcuna attrattiva, niente quattrini o cose da usare per corrompere le guardie, e neppure amici influenti. Possedeva soltanto gli abiti che indossava, ormai logori e sporchi, ma nel guardare la fila di donne, notò che era più giovane, sana e forte di tutte loro. Quando le aveva incontrate, Mary e Catherine vivevano di furti da anni. Allora, tratta in inganno dai loro vestiti appariscenti, le aveva ritenute superiori a lei sotto ogni punto di vista, ma la seta da quattro soldi non donava granché, tanto meno in prigione, e la carnagione grigiastra sul viso tirato, lo sguardo vacuo e il linguaggio da bassifondi tradivano la loro reale condizione. Quanto a Bessie ed Elizabeth - di cui ignorava il reato e l'ambiente di provenienza -, entrambe avevano quell'aspetto stremato che tanto spesso aveva osservato tra i più poveri di Fowey.

D'un tratto vide un'opportunità per se stessa. Era giovane e forte, nessun uomo l'aveva rovinata, e sapeva di possedere una mente più pronta della maggior parte della gente, oltre a una forte determinazione. Attese che Bessie chiedesse di fare i propri bisogni e, scesa insieme alle altre dal carro, si sistemò in modo da riparare dietro la gonna l'amica accosciata; allora rivolse un caldo sorriso alla guardia. «Dove ci portate?» domandò. «Di nuovo alla prigione di Plymouth o dritti alla nave per le Americhe?» Era un uomo dalla faccia cattiva, con denti scuri e rotti e un cappellaccio informe spinto sugli occhi stretti e allungati. «Siete diretti alle navi prigione di Devonport» disse con un ghigno crudele. «Non credo che ve la passerete bene là dentro.» Mary rimase senza fiato. Non aveva mai visto una nave prigione, ma ne conosceva la pessima fama. Erano vecchie navi da guerra, ormeggiate negli estuari dei fiumi e in piccole baie, e costituivano la risposta del governo al sovraffollamento delle prigioni. L'incarico di gestirle era stato affidato a privati il cui solo interesse era ricavare il massimo possibile da ogni recluso. I criminali che vi venivano spediti finivano per morire di fame o di sfinimento nel giro di un anno, perché quei luoghi infernali avevano anche la funzione di sfruttare i reclusi costringendoli a lavorare come schiavi, di solito alla costruzione di argini lungo la riva dei fiumi. «Non sapevo che ci mandassero anche le donne» disse Mary con voce tremante. «I tempi cambiano» ribatté la guardia con una risatina. «Meglio che fai la carina se vuoi restare viva laggiù.» Mary deglutì e lo fissò negli occhi. Sapeva che guardie e secondini venivano puniti severamente se lasciavano scappare qualcuno, magari una reclusa che era stata “carina” con loro; ma quell'uomo forse la riteneva tanto stupida da non saperlo e si illudeva che lei tentasse di lisciarlo nella speranza di ottenere il suo aiuto.

Si sforzò di spremere qualche lacrima. «Però il giudice ha parlato di deportazione.» «Così dovrebbe essere» fece lui, con tono meno aspro. «Ma non possono mandare più nessuno nelle Americhe per via della guerra. Hanno provato con l'Africa, ma non ha funzionato. Ho sentito di un posto chiamato Botany Bay, ma quello è dall'altra parte del mondo.» Mary ricordò che i marinai nella taverna in cui aveva lavorato raccontavano di un certo capitano Cook che aveva rivendicato all'Inghilterra un paese che si trovava agli antipodi. Rimpianse di non averli ascoltati con attenzione, ma all'epoca non le importava granché se re Giorgio era davvero matto, o cosa indossavano ai balli di Londra le gran dame. «Credete che ci manderanno lì, allora?» La guardia si strinse nelle spalle e guardò torvo le donne che si erano radunate intorno a Mary per sentire la conversazione. «Risalite subito» ordinò seccamente. «Abbiamo da fare un bel po' di miglia prima del buio.» Di nuovo sul carro, Mary decise che non valeva la pena di pensare ad altro che non fosse il presente. Là sopra si stava scomodi, ma era sempre meglio il sole primaverile di una prigione puzzolente. Sarebbe stata all'erta in cerca di un'occasione per fuggire. Dubitava che ci fosse qualche speranza prima di Devonport. Se le guardie si fossero attenute alle stesse regole di quelle che l'avevano trasferita da Plymouth a Exeter, sarebbe rimasta sempre incatenata alle compagne. C'era peraltro una minima possibilità che venissero tolti loro i ferri al momento di salire sulla barca a remi che le avrebbe condotte alla nave prigione, nel qual caso si sarebbe tuffata per fuggire a nuoto. Sorrise tra sé. Era una speranza assai esile perché qualunque guardia con un briciolo di sale in zucca avrebbe previsto un tentativo del genere, ma pochi sapevano nuotare; in genere non ne erano capaci neppure i marinai come suo padre. La rallegrò il pensiero di buttarsi in acqua, togliersi di dosso il puzzo di prigione e raggiungere il tratto di costa che conosceva così

bene. Valeva la pena correre il rischio e, se non fosse riuscita a tentare in quel momento, forse avrebbe trovato il modo di saltare dal fianco della nave durante la notte. Quando le ombre del pomeriggio presero ad allungarsi e l'aria rinfrescò, l'umore di Mary cominciò a peggiorare. Se anche fosse scappata, dove poteva andare? Non certo in Cornovaglia, perché l'avrebbero catturata subito; e neppure era pensabile dirigersi altrove senza soldi, con addosso abiti luridi e scarponi bucati.

Al tramonto stava così male che non poté fare altro che rimanere distesa. Il minimo movimento

suo o di una compagna le conficcava dolorosamente i ceppi nelle caviglie. Aveva strappato una striscia dalla gonna per fasciarsi sotto il ferro, ma il cotone era ormai indurito dal sangue rappreso, e fregava sulle ferite anziché proteggerle. Aveva i crampi per la fame, la schiena rigida al punto che temeva di non poter più camminare, e tremava di freddo. Quattro giorni dopo, quando il carro raggiunse infine Devonport, i compagni di Mary erano troppo demoralizzati per mostrare la pur minima reazione alla vista della nave prigione ormeggiata nel fiume. Aveva piovuto di continuo negli ultimi due giorni: erano bagnati fin nelle ossa, e molti di loro avevano la febbre. Il gelo nei granai e nei magazzini in cui erano stati rinchiusi la notte aveva impedito loro di dormire, così tutti apparivano esausti.

Quel giorno nessuno parlava sul carro. Gli unici suoni erano costituiti da lamenti, starnuti, colpi

di tosse, rumori con il naso e sferragliare di catene quando qualcuno cercava invano una

posizione più comoda. Able era ormai gravemente malato, incapace di stare seduto, e ogni

stentato colpo di tosse era accompagnato da un fiotto di sangue.

«Ecco la vostra nuova casa, la Dunkirk» disse la guardia, voltandosi dal sedile con una risata maligna mentre indicava la vecchia carretta ormeggiata al largo nel fiume. «Non è granché

come nave,

siete.»

ma

neppure

voialtri

lo

Mary aveva sofferto quanto i compagni, ma poiché era la più giovane e sana, o forse soltanto perché aveva tenuto la mente in esercizio studiando piani di fuga, sembrò l'unica duramente colpita alla vista della nave.

Con gli alberi ridotti a mozziconi e circondata da banchi di nebbia, aveva l'aspetto sinistro di un antico relitto che sarebbe andato in pezzi alla prima burrasca. Ancora più terribile del suo aspetto, però, era il puzzo di marciume, portato dal vento. Mary, che già tremava al punto da battere i denti, avvertì un brivido gelido lungo la spina dorsale. Il suo stomaco vuoto si rivoltò per la nausea. Sentì che sarebbe stato un vero inferno, cento volte peggio del castello di Exeter. Aveva pensato che quello fosse l'inferno, ed era stata ben felice, alla partenza, di godere finalmente dell'aria fresca e del sole splendente. Troppo presto si era trovata a rimpiangere di non essere più al castello. La notte precedente, intirizzita, bagnata e affamata, con ogni osso del corpo che gridava di dolore, aveva addirittura invocato un cappio che mettesse fine alle sue sofferenze. In quel momento comprese di essere destinata ad atrocità ancora peggiori. «Non serve a niente quella faccia» disse la guardia, sporgendosi all'indietro sul sedile per pungolare Mary con il bastone. Aveva colpito parecchi di loro quando impiegavano troppo a salire o scendere dal carro. «E questo che meritano i peccatori. Voialtri ve lo siete voluto.» Pochi giorni prima Mary non avrebbe esitato a insultarlo, sputargli in faccia o anche tirargli un calcio, ma il suo spirito combattivo era scomparso. «Ci portate là subito?» chiese invece. L'intuito le suggeriva di tenerselo buono. «No, è troppo tardi» rispose lui inducendo i cavalli a muoversi con un colpo di frusta. «Prima vi

tocca un'altra

magazzino.»

notte

in

un

Non furono solo gli occupanti dei due carri provenienti da Exeter a passare la notte nel magazzino: si erano appena accasciati sul pavimento sterrato quando la porta si spalancò di nuovo per lasciar entrare un'altra ventina di reclusi.

Dal momento che arrivavano da Bristol, questi erano in condizioni perfino peggiori del gruppo

di

Mary. Coperti di soli stracci, sembravano tutti febbricitanti; un puzzo inconfondibile rivelava

la

presenza della cancrena nella ferita aperta sulla gamba di uno di loro.

Ci

furono alcuni timidi tentativi di conversazione, e domande su amici imprigionati nel castello

di

Exeter e nella prigione di Bristol, ma la cosa di cui tutti si preoccupavano era quanto

sarebbero stati tenuti nella nave prigione prima di venire deportati. «Ho sentito di un gruppo evaso da Gravesend» affermò un energumeno di Bristol. «Le guardie hanno aperto il fuoco e ne hanno uccisi due, ma gli altri se la sono cavata. Da allora tengono

tutti quanti in catene.» Bessie, seduta accanto a Mary, scoppiò a piangere. «Tanto valeva essere impiccati» singhiozzò. «Io non ce la faccio più.» Lo stesso pensiero albergava nella mente di Mary, ma lei si affrettò a scacciarlo di fronte alla disperazione dell'amica. «Ce la faremo» disse con decisione, cingendo la donna con il braccio e stringendola forte a sé. «Solo che ora siamo infreddolite, bagnate e abbiamo fame, così non riusciamo a ragionare con lucidità. Nel giro di un paio di giorni tutto sembrerà diverso.» «Tu sei così coraggiosa» mormorò Bessie. «Ma non hai paura?» «No» rispose Mary senza pensarci due volte. «Non più, adesso che so di essere scampata all'impiccagione.» Più tardi quella notte, mentre stava appiccicata ai corpi delle altre nella disperata ricerca di un po' di calore, Mary si rese conto di non essere davvero spaventata. Era furibonda al pensiero che certe persone potessero trattare gli altri con tanta

crudeltà,

si vergognava del reato che l'aveva portata in quella situazione e la preoccupava quello che le sarebbe toccato in seguito; eppure non era spaventata. Anzi, a pensarci bene non aveva mai avuto paura di niente. All'età di sei anni aveva imparato da sola a nuotare tuffandosi in acqua e, appena aveva scoperto di stare a galla, il mare aveva smesso di terrorizzarla. Da allora, niente l'aveva più intimorita. Lei era quella che, sempre pronta a raccogliere le sfide, trovava emozionante il rischio. Nessuno sgomento neppure quando scoprì come Thomas si guadagnava da vivere: lo giudicò temerario, un burlone. Ricordò allora che il padre diceva spesso che lei era particolarmente intelligente. Da sempre più sveglia di Dolly e delle sue coetanee, afferrava in fretta, era curiosa di conoscere il funzionamento delle cose e teneva a mente quanto apprendeva. Le parve quasi di risentire il padre vantarsi con i vicini che Fowey era un posto troppo noioso per lei, che senza dubbio un giorno sarebbe tornata a casa dopo avere fatto fortuna. Come avrebbe potuto andare in giro a testa alta nell'apprendere dal «Western Flyer» del reato commesso dalla figlia e della conseguente condanna? Lui non sapeva leggere, però a Fowey molti ne erano capaci e sarebbero stati fin troppo lieti di diffondere una notizia tanto sconvolgente. Il pensiero di trovarsi a una quarantina di miglia da casa le provocò un'indicibile nostalgia. Immaginava la madre seduta sullo sgabello davanti al fuoco con un lavoro di rammendo in mano. Mary le assomigliava: gli stessi capelli folti e ricciuti, che raccoglieva in due trecce intorno alla testa, e gli stessi occhi grigi. Ricordava che da piccola la guardava sciogliersi le trecce la sera e infilare le dita tra i capelli che ricadevano in una luminosa cascata scura sulle spalle. Quel gesto la trasformava da donna comune in una vera bellezza, e le figlie le chiedevano spesso perché non li lasciava sempre sciolti così che tutti potessero ammirarli. «La vanità è un peccato mortale» rispondeva allora lei, ma sorrideva, come compiaciuta di quel bellissimo segreto condiviso soltanto con la sua famiglia. Teneva segreti anche i propri sentimenti,

e le bambine avevano imparato fin da piccole a leggerli nei suoi comportamenti. Se era

arrabbiata, sbatteva le pentole e attizzava il fuoco con movimenti energici; se era preoccupata,

si chiudeva nel silenzio. Il suo modo di esprimere affetto si limitava a una semplice carezza sul

viso o a una strizzata della spalla. Consapevole che non l'avrebbe mai più rivista, Mary pensò a quanto erano importanti e preziosi quei piccoli gesti. Rammentò che la madre l'aveva abbracciata la mattina della sua partenza da Fowey, ma lei non aveva realmente risposto all'abbraccio, impaziente com'era di andarsene. Quello sarebbe stato l'ultimo ricordo che avrebbe serbato di lei: una figlia che se ne andava ridacchiando distrattamente per non tornare mai più. ***

Capitolo 2.

La mattina successiva, quando ai detenuti fu ordinato di uscire dal magazzino, la pioggia era fortunatamente cessata; il cielo, però, era ancora grigio, e il forte vento che soffiava dal fiume li spinse a stringersi gli uni agli altri in cerca di calore. La colazione consistette soltanto in acqua e un tozzo di pane secco; nel rendersi conto che la nave prigione Dunkirk era proprio decrepita come le era parsa la sera precedente, Mary pensò che i pasti a bordo non sarebbero stati granché meglio. Tuttavia era meno sconfortata del giorno prima. Malgrado gli abiti bagnati, aveva dormito piuttosto bene, e quanto meno il viaggio era terminato. Si disse che per il momento un'evasione era impensabile: a parte le catene - ormai dubitava che le venissero tolte -, la banchina era gremita di fanti di Marina, tutti armati di moschetto. Decine di barche di ogni dimensione beccheggiavano sull'acqua traghettando i passeggeri da una riva all'altra o trasportando merci verso le navi più grandi ancorate al largo. Mary non sentì il puzzo della nave prigione: forse era cambiato il vento, oppure il tanfo percepito la sera precedente era frutto della sua immaginazione. Trovava piacevole respirare l'aria salmastra e, se ignorava i compagni di prigionia e la fame per limitarsi a gustare i suoni, gli odori e la scena intorno a lei, le pareva quasi di essere tornata a Fowey.

A mezzogiorno Mary era ancora in attesa sul molo, incatenata alle quattro compagne. Avevano

visto parecchi gruppi di reclusi di sesso maschile venire trasportati a remi alla Dunkirk, salire

su per la scaletta e poi, arrivati sul ponte, scomparire alla vista.

Tuttavia il loro interesse per questi movimenti era svanito da un pezzo. Le donne stavano cercando di migliorare in qualche modo il loro aspetto: si pettinavano o intrecciavano i capelli, curavano le ferite inferte alle caviglie dai ferri e, quelle che avevano un bagaglio, passavano in rassegna il contenuto per scegliere un altro vestito o un'altra sottana. Mary non possedeva altro che un pettine, regalo di un compagno di cella di Exeter, quindi le sue cure personali si limitavano a cercare di togliere dai capelli quanti più pidocchi possibile. Quella mattina era stato dato a tutte un secchio d'acqua per sciacquare viso e mani, ma lei, consapevole di puzzare, non vedeva l'ora di togliersi gli abiti sporchi e lavarsi da capo a piedi, cosa che non faceva dal momento dell'arresto. Le altre donne non parevano altrettanto preoccupate del sudiciume e in effetti, appena partita da casa, Mary aveva scoperto che l'importanza che sua madre attribuiva alla pulizia e che aveva instillato in lei non era condivisa da molti. Quando confidò a Bessie il proprio disagio, la donna

la guardò di traverso. «Di sicuro non siamo così orribili» disse. «Quei fanti laggiù ci fanno gli

occhi dolci.» Mary lanciò un'occhiata furtiva al gruppo di uomini e si accorse di essere oggetto della loro attenzione. Pensò che la giacca rossa, le brache bianche aderenti e gli stivali lustri davano a chiunque, per quanto di aspetto insignificante, un ingiusto vantaggio rispetto ai civili. Comunque, non si illudeva certo che la guardassero perché era particolarmente attraente. Mary aveva sempre vissuto a contatto con gli uomini di mare, e sapeva che la prima cosa che cercavano appena sbarcati era una donna. In genere finivano con prostitute, ed erano quindi quasi certi di buscarsi una malattia. Questi fanti di Marina si trovavano in una posizione leggermente

diversa rispetto ai marinai generici. Erano addetti alla guardia dei reclusi - uomini e donne - e lo sarebbero stati anche in seguito, sulla nave usata per la deportazione. Probabilmente sapevano

di avere una franchigia molto breve, seppure l'avevano, e quindi era ragionevole pensare che

sperassero di trovare, in quel gruppetto di donne lacere e sconsolate, qualcuna desiderosa di soddisfare i loro appetiti sessuali. L'ideale sarebbe stata una ragazza di campagna giovane, fresca e priva di malattie. Mary si disse che avrebbe preferito gettarsi incatenata dalla Dunkirk piuttosto che venire usata in quel modo. Era metà pomeriggio quando il gruppo di Mary fu trasferito sulla nave. Le catene che le legavano l'una all'altra erano state rimosse, ma non quelle che congiungevano i ferri in vita a quelli alle caviglie. Nell'avvicinarsi alla nave prigione, Mary vide le fiancate verdi e viscide di alghe, mentre

l'odore di effluvi umani aumentava di intensità fino a provocare conati di vomito in tutte loro. Arrivate in cima alla scaletta scivolosa, furono allineate per essere esaminate e misurate. Infine venne registrato il reato di cui si erano macchiate. «Mary Broad» gridò un giovane fante. Le ordinò di mettersi davanti alla scala numerica segnata

su un moncone di albero.

«Un metro e sessanta» urlò a un altro che prendeva nota. «Occhi grigi, capelli neri, nessuna cicatrice visibile. Reato: rapina di strada. Sette anni di deportazione.» Tutto il gruppo subì lo stesso trattamento, dopodiché a ciascuna venne consegnata una coperta logora e puzzolente. Aperto un portello, i marinai le spinsero dentro malamente, e poi giù per una ripida scala interna. Bessie inciampò nelle catene, mancò gli ultimi gradini e atterrò con un urlo di dolore.

Si trovarono in uno spazio limitato che pareva condurre agli alloggi delle guardie, e qui fu

aperto un altro portello. Il fetore che ne uscì le colpì come una mazzata; indietreggiarono

d'istinto con l'orrore dipinto in volto. Nelle ultime settimane si erano assuefatte al sudiciume sotto ogni forma, ma questo superava tutto quanto sperimentato fino ad allora. «Avanti!» gridò la guardia, spingendole con un bastone per costringerle a scendere le scale. «Vi ci abituerete presto, come è successo a noi.» Mary oppose resistenza, ma un colpo della guardia sulla spalla la mandò oltre il portello in quella che doveva essere la stiva quando la nave navigava ancora. La prima cosa che vide fu un mare di volti spettrali, bianchi come cenci; quando i suoi occhi si adattarono al buio, notò una serie di ripiani di legno che dovevano fungere da letti, su ciascuno dei quali stavano quattro donne. Tuttavia un po' d'aria e di luce

provenivano dai portelli aperti sulla fiancata della nave che dava verso il mare e da un'ulteriore griglia in fondo, al di là della quale Mary vide la zona riservata ai reclusi di sesso maschile. Il lezzo saliva dal pavimento, su cui era traboccato il contenuto dei buglioli. Evidentemente non veniva mai pulito. Si rese conto del fatto che quelle donne convivevano con centinaia di ratti, scarafaggi e pidocchi. I visi grigi e macilenti, i capelli sfibrati e i corpi scheletrici erano la prova che le poverette pativano la fame. Nel giro di una notte poteva diffondersi la febbre e, in quelle condizioni, tutte avrebbero finito per soccombere. Mary comprese che sarebbe stata già una fortuna sopravvivere fino alla deportazione. Un paio d'ore dopo era, come tutti, piombata nella più cupa disperazione. Intorno a sé non sentiva altro che lamenti, gemiti, pianti, e di tanto in tanto l'urlo inumano di una donna che pareva avere perduto il senno. Una stava allattando un neonato che - le raccontarono - era venuto al mondo con l'aiuto di un'altra reclusa. Le travi basse del soffitto non consentivano di stare in piedi, quindi non restava che sedere o

rimanere

legno.

distese

sui

ripiani

di

Fu portata la cena, una brodaglia acquosa di farina con pane raffermo, e le donne se la contesero con accanimento; quando infine Mary riuscì ad arrivare al pentolone, non restava più nulla. I ratti non aspettarono il buio per gironzolare: camminavano lungo le travi e sotto i ripiani dei letti, quando non saltavano addirittura sui corpi. Per Mary la prospettiva più terrorizzante era non potersi aspettare niente di meglio. Aveva saputo che non era permesso salire sul ponte, che la loro zona non veniva mai pulita, che non si potevano lavare gli abiti, e che i buglioli venivano vuotati una sola volta al giorno. Alla fine si addormentò, stretta tra Bessie dal lato interno, verso lo scafo della nave, e una certa Nancy, una ragazza di soli quattordici anni. Nella parte più esterna si era sistemata Anne, una donna di oltre cinquant'anni. L'ultimo pensiero prima di cedere al sonno fu che doveva pur esserci una via di fuga. Le altre sostenevano che non esisteva nella maniera più assoluta, ma lei si era accorta che non brillavano certo per acutezza. Avrebbe trovato il modo. Nei giorni successivi Mary si dedicò a osservare e ascoltare le compagne di prigionia. Se con tutto il suo essere avrebbe voluto tempestare di pugni la porta, chiedere di essere liberata, addirittura implorare l'impiccagione piuttosto che sopportare tanto orrore, sapeva però di non potersi permettere di perdere il controllo. Doveva mantenere la calma, scoprire l'organizzazione della nave e osservare le altre donne per capire la situazione. Notò che molte erano talmente sopraffatte dalla disperazione che quasi non si muovevano dal posto in cui dormivano e non parlavano mai; probabilmente speravano in una rapida morte liberatoria. Dapprima provò una grande pena per loro, ma quando incominciò

ad accettare il proprio stato e conobbe meglio quelle che ancora conservavano un barlume di vitalità e di speranza, i suoi sentimenti verso le altre si trasformarono in disprezzo e irritazione. Quasi tutte quelle che parlavano e addirittura trovavano di tanto in tanto qualcosa di cui ridere erano state condannate per furto. Nancy, la quattordicenne, aveva sottratto un po' di cibo nella casa di Bodmin dove faceva la sguattera. Anne aveva preso un vestito nella lavanderia di Truro

in

cui lavorava. Una donna aveva fatto la complice a un tagliaborse, e un'altra si era appropriata

di

una coperta stesa a prendere aria su una corda da bucato.

Un'altra ancora aveva rubato un paio di cucchiaini d'argento.

Nessuna era una delinquente abituale: tutte, mosse dal bisogno, avevano commesso reati spinte

da un impulso occasionale.

Quando raccontò di essere stata condannata per rapina di strada, lesse una sorta di rispetto sul viso delle compagne. Nel castello di Exeter aveva appreso la gerarchia del crimine, e in cima alla lista c'era appunto il rapinatore di strada. A lei sembrava un'assurdità che sgraffignare un cappello e qualche pacchetto fosse giudicato alla stregua di un agguato teso a una carrozza di posta, ma tecnicamente aveva rubato per strada, non in un negozio o in una pensione. Pur consapevole di essere in realtà esattamente uguale alla maggior parte di quelle donne, una delle tante ragazze di campagna finite male, percepì subito che sarebbe stato utile tenerlo per sé. La reputazione era fondamentale per la sopravvivenza quanto il cibo e l'acqua. Avrebbe sfruttato il vantaggio di cui godeva. Rilevò inoltre che non tutte le donne apparivano sudicie e stracciate. Quattro esibivano vestiti più che decenti, avevano i capelli che sembravano lavati di fresco e si presentavano più in carne, meno stravolte e incavate. Per via del loro aspetto, e del fatto che alcune detenute le trattavano con freddezza, non impiegò molto a capire che quelle vantavano amici tra le guardie e i fanti di Marina. Chiaramente vendevano il proprio corpo in cambio di qualche privilegio.

«Dovrebbero vergognarsi» esclamò una vecchia arricciando le labbra con disgusto. Dal modo in cui tossiva doveva essere ormai preda della consunzione. «Luride puttane!» Mary aveva sempre pensato che ogni donna che si vendeva fosse imperdonabile. A Plymouth, quando aveva visto le prostitute avvinghiate ai marinai nei vicoli e aveva saputo delle terribili malattie che trasmettevano, si era quasi sentita svenire dal disgusto. Eppure, mentre i giorni passavano e gli orrori sulla Dunkirk sembravano aumentare anziché diminuire, si trovò a modificare il suo atteggiamento in proposito. Continuava a pensare che concedersi in cambio di cibarie o di un vestito pulito fosse la strada sicura per l'inferno e la dannazione ma, in effetti, non era già quello l'inferno? Era determinata a sopravvivere a tutti i costi e, se sacrificare la purezza le avrebbe evitato una lenta morte di inedia, si riconosceva disposta a cedere. Non si trattava solo del desiderio di più cibo e della possibilità di uscire di tanto in tanto da quell'orribile prigione per prendere una boccata d'aria. L'evasione era un'idea fissa nella sua mente, e per realizzarla bisognava che la liberassero delle catene. Non aveva la certezza che un amante si sarebbe prestato a farlo, ma sperava di riuscire a convincerlo; se ne avesse conquistato l'affetto, forse lui poteva addirittura aiutarla a scappare. Purtroppo non aveva idea di come conquistare un “amico” sui ponti superiori. Gli orridi bruti che venivano a raccogliere i buglioli o portavano le razioni dovevano appartenere ai ranghi più bassi dell'equipaggio, ed erano i soli con cui entrava in contatto, e anche per poco. Alla fine della terza settimana cominciò a disperare. Era passato il giorno del suo ventesimo compleanno, alla fine di aprile, e poi anche il Calendimaggio, e i tanti lieti ricordi delle feste al villaggio l'avevano ulteriormente abbattuta. Restava tutto il giorno in piedi davanti al portello aperto a guardare il mare, il riverbero del sole sull'acqua, con un desiderio tanto acuto di uscire che temeva di perdere la ragione. Aveva appreso i nomi di tutte le quaranta donne, da dove venivano,

il reato commesso e la storia della loro famiglia. Si era accorta che Catherine Fryer e Mary

Haydon avevano mutato atteggiamento nei suoi confronti: forse percepivano che lei era più forte e intelligente di tutte, e ritenevano preferibile mettersi con un vincitore piuttosto che con

un perdente. Mary parlava talvolta con alcuni degli uomini reclusi, o quanto meno scambiava qualche parola urlata attraverso la griglia. Poiché venivano spesso condotti a terra a lavorare, da loro aveva appreso il nome degli ufficiali più benevoli. Fu il tenente di vascello Watkin Tench ad attirare il suo interesse. Gli uomini asserivano che era giovane, giusto, ragionevole e intelligente, e che anche lui era stato in prigione durante la guerra americana. Sembrava perfetto per il piano di Mary, che

peraltro non sapeva proprio come conquistare la sua attenzione. Fece di tutto per accattivarsi le simpatie delle donne etichettate come prostitute. Non fu difficile, perché erano più che contente se qualcuno dimostrava loro considerazione, e Mary scoprì che sotto molti aspetti erano proprio come lei: alquanto audaci, più divertenti delle altre, e generose. Tuttavia, anche se spesso le regalavano qualcosa da mangiare o un nastro nuovo per i capelli, e

le passavano dei cenci quando aveva le mestruazioni, tenevano la bocca cucita sui loro uomini e

su come erano riuscite a farsi scegliere. Più che comprensibile: non volevano correre il rischio

di perdere i loro amanti e i conseguenti vantaggi a favore di una compagna di cella.

Aveva pensato di inscenare uno scontro con un'altra detenuta, creando un tale scompiglio da

farsi trascinare fuori dalla cella, ma per un fatto del genere l'avrebbero di sicuro fustigata, e anche se avesse avuto la possibilità di incontrare Tench, era assai improbabile riuscire a ingraziarselo in circostanze del genere. Una sera vennero portati come al solito il pentolone della minestra e il pane e, come sempre, le più forti sgomitarono per arraffare la porzione più abbondante. Era solo la paura di morire di fame a spingere le donne a picchiarsi per un po' di minestra: arrivava regolarmente fredda e

acquosa,

con

ed

era

fatta

di

orzo

qualche pezzo di verdura e di carne stantia. Mary aveva impiegato parecchi giorni a superare il disgusto prima di riuscire a farsi strada per ottenere la sua parte. Quella sera, stava chiacchierando accanto alla porta con Lucy Perkins, una ragazza di St

Austell, quando gli uomini tolsero il catenaccio per entrare. Una volta tanto si trovava in una buona posizione per conquistare una razione migliore, ma mentre prendeva posto e le donne alle sue spalle cominciavano a spingere e strattonare, lei si guardò indietro. La sconvolse vedere i visi mesti di quelle troppo malate e debilitate per alzarsi da letto. Alcune tendevano le ciotole, mentre le loro flebili richieste di aiuto erano coperte dal rumore assordante. Solo lei si accorse della loro disperazione. Mary odiava l'ingiustizia. Fin da bambina disprezzava i più grandicelli che tiranneggiavano i più piccoli e gracili. Consapevole che le donne sane, capaci di lottare per il pasto, stavano condannando a morte quelle più deboli privandole del cibo, d'un tratto vide rosso. Voltandosi verso la coda, allargò le braccia per bloccare la strada verso il pentolone. «Lasciate servire per prime quelle malate» ordinò. Seguì un brusio, mentre un'espressione di sorpresa si dipingeva su ogni viso sudicio. «Dobbiamo occuparci delle malate» proclamò con voce forte e chiara. «Quaggiù magari ci trattano come animali, ma noi siamo donne, non selvaggi.» Nel vedere Bessie in fondo alla coda, le gridò: «Prendi le loro scodelle e portale qui, Bessie. Prima verranno servite loro, dopo toccherà alle altre». Mary udì il mormorio di protesta, e ne fu spaventata, ma non aveva intenzione di recedere. Era consapevole che le guardie la tenevano d'occhio dalla griglia sulla porta, e sperava in un loro intervento nel caso che le compagne più forti l'avessero aggredita. «Ma chi cazzo credi di essere, la regina?» strillò Aggie Crew, una delle più lacere e sporche. Mary, che si era già scontrata con lei in parecchie occasioni, la riteneva una vera bestia:

derubava

neppure

le

altre,

non

provava

a lavarsi faccia e mani quando la mattina veniva portato il secchio dell'acqua e derideva

chiunque mostrasse un minimo di decenza. Aveva canzonato Mary perché lavava i panni usati quando aveva il ciclo, e per i suoi tentativi di trovare alleate per chiedere tutte insieme secchi

d'acqua e stracci per lavare il pavimento.

Il viso smunto di Aggie era pieno di malanimo: di sicuro aveva una gran voglia di menare le

mani. «Credo di essere semplicemente una donna decisa a non comportarsi da animale» disse Mary incenerendola con lo sguardo. «Non si può agire così. Il cibo deve essere diviso in modo giusto, e a questo ci penso io.» Bessie si fece strada tra le donne con le ciotole delle ammalate. «Riempile, Jane» ordinò Mary alla ragazza incinta che aveva la mano sul mestolo accanto al pentolone della minestra. Mary aveva parlato a lungo con lei: non solo era stata condannata alla deportazione per il furto di un candeliere, ma il pastore che l'aveva denunciata si era anche premurato di violentarla. Jane prese a scodellare la minestra, e Mary impose a quelle più vicine di portare le ciotole alle malate. «Poi toccherà a voi» disse per invogliarle. Per un momento parve che Mary l'avesse vinta. Le malate ottennero la loro razione, e le altre

rimasero in coda in attesa della loro, ma quando lei si voltò verso il pentolone per accertarsi che

la minestra bastasse per tutte, fu colpita alla testa da una scodella. Cadde" in avanti, travolgendo

un'altra, e all'improvviso Aggie Crew si mise a gridare come una pazza, cercando di aizzare le altre contro Mary. Le guardie spalancarono la porta e cominciarono a menare fendenti con il bastone. Tirarono Mary in piedi e senza tante cerimonie la spinsero fuori. Sapeva che dovevano avere seguito tutta la scena dalla griglia della porta, ma sapeva anche che

non era il caso di sperare che si schierassero dalla sua parte. Nel castello di Exeter, Dick Sullion

le

aveva spiegato che il governo, per risparmiare, aveva assegnato l'intera gestione delle carceri

ai

privati.

A

suo

dire,

era un ottimo affare per chi era privo di scrupoli, che assumeva come secondini gli individui più brutali, sempre pronti a fare la cresta sulle razioni; a loro volta, i padroni chiudevano un occhio se i loro uomini si facevano corrompere o trattavano le persone loro affidate in modo disumano. I due che la tenevano per le braccia erano due esemplari tipici, con facce brutte e scaltre, denti rotti e sguardo spento. «Perché proprio io?» chiese non appena riprese fiato. «Non ho picchiato nessuno.» «Istigavi le altre. Sei una maledetta sobillatrice.» «Portatemi dal tenente di vascello Tench» arrischiò. «Spiegherò a lui.» Senza rispondere, i due la trascinarono lungo il corridoio e su per la scala interna depositandola sul ponte. Mary si aspettava di essere legata e fustigata, ma in quel momento non le importava, tanto era felice di riempire i polmoni di dolce aria fresca dopo avere respirato miasmi per tanto tempo. Guardò il cielo scuro, cosparso di un milione di stelle, e la luna che tracciava un sentiero argentato sull'acqua scura del fiume fino alla riva ed ebbe la sensazione che quello fosse un segno: forse era il suo momento, l'occasione che attendeva. «Voglio vedere Tench» gridò con tutto il fiato che aveva in gola. «Chiamatelo subito.» Una guardia le assestò un pugno che la fece andare lunga distesa. «Zitta» sibilò, aggiungendo una sfilza di oscenità. All'improvviso Mary comprese cosa stavano per fare. Non l'avevano trascinata fuori dalla cella per una punizione formale; intendevano approfittare di lei e poi sbatterla di nuovo nella stiva all'insaputa degli altri. La determinazione era una delle qualità migliori di Mary. Se era pronta ad andare a letto con qualcuno disposto a darle da mangiare, a permetterle di lavarsi e possibilmente capace di mostrarle un po' di affetto, non aveva alcuna intenzione di farsi prendere da un paio di bestioni in calore. Dal modo in cui avevano tentato di zittirla comprese che a bordo della Dunkirk altri non

approvavano

la violenza carnale sulle recluse, così gridò a squarciagola, e quando uno dei due cercò di tapparle la bocca, gli morsicò la mano, gli mollò un pugno e urlò a perdifiato il nome di Tench. «Cosa succede?» tuonò una voce. Mentre i due la lasciavano, Mary vide una snella figura maschile stagliarsi nel vano di una delle molte cabine che si aprivano sul ponte. «Signor Tench?» gridò Mary. «Mi hanno trascinato fuori, ma io non ho fatto niente di male. Aiutatemi, vi prego.» «Smetti di strillare e vieni qui» disse l'uomo. «E, anche voi due» aggiunse rivolto alle guardie. La cabina era adibita in parte a quadrato ufficiali e in parte a ufficio. Al centro c'era un tavolo ingombro di fogli e illuminato da un paio di candele. Mary pensò che il giovane dovesse essere intento a scrivere, perché c'erano un quaderno aperto e un calamaio davanti allo sgabello da cui si era sicuramente alzato. Mary non aveva modo di sapere se quello era Watkin Tench, ma il gallone dorato sulla giacca rossa di buon taglio e le immacolate brache bianche dimostravano che era un ufficiale; inoltre, parlava come un gentiluomo. Era di costituzione snella, con riccioli scuri e occhi castani, e dimostrava ventiquattro o venticinque anni. Il viso, non particolarmente degno di nota, aveva lineamenti piccoli e delicati e una carnagione chiara e luminosa. Sembrava irritato dell'interruzione, eppure non dava l'impressione di essere di natura stizzosa. «Come ti chiami?» chiese seccamente. «Mary Broad, signore. Volevo fare in modo che le donne lasciassero un po' di minestra alle ammalate» si precipitò ad aggiungere. «A certe non è andato giù, e una mi ha picchiato, poi questi due mi hanno trascinato fuori.» «Cercava la rissa» dichiarò una guardia. «Abbiamo dovuto separarla.» «Aspettate fuori, voi due» ordinò il giovane ufficiale. Gli uomini si allontanarono brontolando sottovoce. Quando la porta si chiuse, l'ufficiale si appollaiò sullo sgabello e guardò Mary con aria severa.

«Come mai chiamavi proprio me?» chiese. Mary avvertì un senso di sollievo al pensiero di avere trovato la persona giusta. «Mi hanno detto che siete un uomo retto.» Tench annuì distrattamente e le domandò di spiegargli come si erano svolti i fatti. Ora che aveva un podio per dar voce alle proprie lamentele, Mary non risparmiò nulla. Raccontò che le donne più forti prendevano tutto il cibo, mentre quelle più deboli morivano di fame, e che a suo parere non c'era abbastanza da mangiare per tenere in vita tante persone. «Siamo state condannate alla deportazione» si accalorò. «Non meritiamo di essere uccise prima ancora di imbarcarci.» Tench si era sorpreso nel sentir gridare il suo nome, ma lo fu ancora più dall'evidente acume di quella donna. Soprattutto lo colpì che avesse il coraggio di ergersi in difesa delle compagne più debilitate. In America era stato prigioniero di guerra e anche lui aveva temuto di morire per le terribili condizioni in cui gli era toccato vivere. Quando aveva assunto il posto assegnatogli a bordo della Dunkirk, era inorridito nello scoprire che i suoi compatrioti erano capaci di barbarie anche peggiori. Con grande pena si rese conto che un ufficiale della Marina non aveva alcun potere per ovviare alla situazione. Le navi erano gestite da società private, e la Marina aveva soltanto il compito di mantenere l'ordine, senza voce in capitolo sulla direzione. Aveva espresso le proprie opinioni sull'argomento ma era stato severamente redarguito, e poiché era soltanto un ufficiale subalterno, e nessuno dei suoi superiori condivideva il suo pensiero, dovette rassegnarsi a ripiegare su un atteggiamento distaccato. Quando portava gli uomini a lavorare a terra, li trattava con gentilezza: cercava di assicurarsi che le guardie distribuissero ai reclusi la giusta razione di cibo, e se gli veniva portato qualcuno che meritava una punizione, dimostrava di agire con rettitudine. Tuttavia sapeva che non era sufficiente. L'accento della Cornovaglia di Mary fece breccia nella sua

apatia. Aveva trascorso l'infanzia a Penzance e serbava felici ricordi delle persone del luogo. Prima di licenziare quella giovane, si sentì in dovere di scoprire di lei qualcosa di più. Nel rendersi conto che doveva avere saltato il pasto durante la schermaglia, si sporse dalla porta per ordinare di portare qualcosa dalla cambusa. «Verrò fustigata?» chiese Mary quando lui richiuse la porta. Non aveva sentito le parole che aveva rivolto ai sottoposti, e credeva che avesse mandato a chiamare un ufficiale di rango superiore. «No. E in futuro ordinerò alle guardie di accertarsi che le razioni vengano ripartite equamente.» «Già che ci siete, non potremmo avere più cibo?» chiese lei, sfrontata. Tench dovette frenare una risata. Quella giovane gli riportava alla mente molti minatori conosciuti in Cornovaglia, determinati, duri e impavidi. Ricordava di avere letto nei registri che aveva aggredito una donna per poi derubarla, eppure quegli occhi grigi pacati e quei modi gentili non facevano certo pensare a una natura malvagia. Allo stesso modo, l'innocenza del suo viso contrastava con le sue richieste impudenti. Una donna da tenere d'occhio, si disse, ma proprio per questo degna di ammirazione. La guardia portò un piatto di pane, formaggio e sardine. Tench accostò al tavolo un altro sgabello e invitò Mary a mangiare. Era passato così tanto tempo dall'ultima volta che aveva gustato formaggio o sardine che dovette fare uno sforzo per non scoppiare in lacrime. Trangugiò il cibo con avidità, trattenendo il piatto con la mano nel timore che Tench glielo togliesse senza darle il tempo di finire. Lui le versò un poco di rum, cui aggiunse dell'acqua, poi ne versò un bicchiere per sé. Nel

guardarla china sul piatto, notò la testa infestata dai pidocchi, ma anche il collo molto pulito, il

detenuti.

che

era

assai

insolito

nei

«Chiamo qualcuno che ti riporti indietro» le disse quando lei ebbe terminato. Mary aveva sempre avuto facilità a parlare con gli uomini, ma era assolutamente incapace di civettare, o di comprendere se qualcuno la trovava attraente. Guardò i suoi dolci occhi castani, e poiché le parve di leggervi curiosità, si rammaricò di non indossare indumenti puliti e di non avere i capelli lavati di fresco. «Posso rimanere ancora un pochino?» chiese d'impulso. Lui sorrise con uno scintillio negli occhi. «No, non puoi, Mary.

Io ho da fare. E comunque, perché vuoi rimanere? Ti ho dato da mangiare, e non verrai

esordì, ma con orrore sentì le lacrime salire agli occhi. Non trovava le

parole per spiegare cosa significasse stare fuori da quella fetida stiva, o avere la pancia piena. E

di certo non poteva accennare all'intenzione di offrirgli la propria verginità nella speranza di

fustigata.» «Perché

»

ottenere qualche privilegio. Ma forse lui intuì qualcosa perché le posò la mano sulla spalla.

«Devi rientrare» le disse con tono gentile. «Ma ci parleremo ancora.» Quella notte la cortesia

di Watkin Tench fu di grande consolazione per Mary. Distesa tra Bessie e Nancy, fu meno

disturbata del solito da lamenti e gemiti, colpi di tosse e singhiozzi, come pure dal puzzo e dai

ratti che scorrazzavano indisturbati. Riuscì invece a concentrarsi sull'espressione divertita letta negli occhi di Tench, sui suoi capelli luminosi e i suoi modi gentili. Per pochi minuti si era sentita pulita e aveva dimenticato di essere una criminale. Era stata una sorta di evasione, e assai gradita. Mary non sapeva se fosse il risultato dell'intervento di Tench, fatto sta che un paio di giorni dopo fu chiamata insieme a Bessie e ad altre due donne - Sarah Giles e Hannah Brown - per

lavorare

all'esterno. C'era già stato un notevole miglioramento nella distribuzione del cibo perché le guardie rimanevano nella cella a controllare che tutte - malate e sane - avessero la giusta razione. Mary era molto soddisfatta, e considerò un imprevisto dono del cielo la possibilità di uscire a lavorare. Il compito cui erano assegnate consisteva nel lavare indumenti, soprattutto camicie. Non era semplice, perché da un magazzino dovevano trascinare sul ponte quattro pesanti tinozze di legno - operazione non facile con le catene addosso - e poi calare i secchi nel fiume con una corda per riempirli d'acqua. Però era splendido stare al sole, poter vedere la riva e il verde rigoglioso di campi e boschi, e anche se le guardie controllavano ogni movimento, e talvolta le spaventavano con i loro sguardi lascivi, era mille volte meglio che stare chiuse nella stiva.

«Secondo te possiamo lavarci una volta che abbiamo finito con queste?» sussurrò Mary a Sarah mentre fregavano le camicie sporche con pezzi di sapone duro. Sarah era una di quelle che le altre chiamavano “puttane”. Piccola e graziosa, con capelli ramati, aveva venticinque anni ed era vedova con due bambini piccoli. Il marito, un pescatore, era scomparso in mare con la sua barca in una tempesta, e Sarah aveva lasciato i figlioletti a sua madre, a St Ives, per raggiungere Plymouth. Con una storia molto simile a quella di Mary - si era data ai furti perché non riusciva a trovare lavoro -, si trovava sulla Dunkirk già da otto mesi. «Certo che puoi, se ne hai voglia» rispose Sarah con una risata, come se la cosa fosse divertente. «Però, non avrai certo intenzione di spogliarti completamente, spero.» «Certo che no.» Mary arrossì. «Salto nella tinozza con il vestito, così lavo anche questo già che ci sono.» Sarah sollevò un sopracciglio. «Catene e tutto?» «Be', quelle non posso levarmele» ribatté Mary con disinvoltura, per poi voltarsi verso Bessie. «E tu? Hai voglia di fare un bagno?» Bessie si mise a ridacchiare, contagiando le altre. Sarah fregò il sapone sulle mani e cominciò a fare le

schizzò

bolle,

Hannah

d'acqua Mary, e quest'ultima la colpì con una camicia bagnata. Le guardie, se anche se ne accorsero, evitarono di intervenire o di fermarle, e d'un tratto fu come essere tornate bambine al picnic della scuola domenicale. Risero, chiacchierarono, cantarono, e Bessie arrivò ad accennare qualche passo di danza, ritmato dal suono delle catene ai piedi. Le camicie, dopo essere state lavate, furono stese sulle corde ad asciugare, riparando completamente le donne dalla vista delle guardie. «Forza, allora, se vuoi farlo» disse Sarah a Mary. «Prima che vuotiamo le tinozze.» Sotto gli occhi di Bessie e Hannah, tentate di unirsi a lei ma timorose di venire colte in flagrante, Mary entrò nella tinozza trattenendo il fiato per il freddo. Inebriata dal tocco quasi sensuale dell'acqua sulla pelle, scoppiò a ridere. «Meraviglioso!» esclamò, mentre si immergeva fino alla vita sperando che le altre facessero altrettanto. «Sbrigatevi, se avete deciso, prima che ci scoprano.» Bessie e Hannah si misero in una tinozza ciascuna, ma Sarah si tenne indietro, con la scusa di restare di guardia. Le tre fregarono con energia se stesse e gli abiti, consapevoli di avere poco tempo, con un sorriso beato nel vedere la sporcizia galleggiare via dai propri corpi. Mary si insaponò i capelli, poi si calò più volte nell'acqua.

Mentre riaffiorava per l'ultima volta, vide con orrore che le due guardie e un ufficiale la stavano fissando. Una rapida occhiata le rivelò che Bessie e Hannah erano già uscite dalla tinozza, e cercavano invano di strizzare via l'acqua dai vestiti. Sarah, bianca come un cencio, era visibilmente agitata. «Non facevamo niente di male» disse Mary, rivolta all'ufficiale stupefatto, un tipo corpulento con un gran nasone. «Usavamo l'acqua prima di gettarla in mare. Abbiamo fatto tutto il bucato.» Secondo lei non c'era motivo di punirle per quel bagno, ma un'occhiata alle due amiche fradicie la mise in allarme. I vestiti, aderenti al corpo, sottolineavano la curva dei seni e delle anche, e le guardie le

fissavano

Certa

con

palese

bramosia.

che il proprio corpo fosse altrettanto visibile, fu colta da un terribile imbarazzo. «Mi dispiace, signore» disse mentre si sforzava di uscire dalla tinozza. «Ma non è colpa nostra; non ci danno mai acqua abbastanza per lavarci come si deve.» «Com'è che voi donne approfittate sempre di qualsiasi situazione?» chiese l'ufficiale. Mary guardò le compagne e comprese che avevano la lingua legata dalla paura. L'ufficiale sembrava più vecchio di Tench, forse oltre la trentina, e parlava con voce acuta mangiandosi le parole; nei suoi occhi, peraltro, non si vedeva cattiveria ma solo perplessità. «Non lo fareste anche voi?» chiese lei. «Che cos'altro ci resta? La prigione in cui ci tenete puzzerebbe meno se ci permetteste di fare il bagno e di venire quassù a fare un po' di moto, e se il pavimento fosse lavato di tanto in tanto. Se teneste gli animali in un posto del genere scoppierebbe una rivolta.» Una delle guardie ridacchiò, e l'ufficiale la zittì con un'occhiataccia. «Riportate indietro quelle tre» ordinò indicando Bessie, Sarah e Hannah. «A questa ci penso io.» Le altre furono spinte lungo le corde da bucato, lasciando Mary sola con l'ufficiale. «Come ti chiami?» chiese lui. «Mary Broad, signore. Posso sapere il vostro nome?» Le parve di vedere il guizzo di un sorriso, e allora si ravviò i capelli con le dita e gli restituì un sorriso di sfida. La madre e la sorella le avevano detto spesso che i suoi capelli, da bagnati, erano particolarmente belli perché si inanellavano in tanti riccioli; si augurò che fosse vero perché sentiva su di sé il vento gelido, e sarebbe apparsa patetica se si fosse messa a tremare. «Primo tenente Graham. Ho l'impressione, Mary, che tu non afferri appieno la gravità della tua situazione.» Dai detenuti maschi aveva sentito anche il nome di Graham: era considerato pericoloso se contrariato, ma per il resto abbastanza decente.

«Oh, certo che l'afferro, signore. Mi rendo conto che non vivrò abbastanza per essere deportata se di tanto in tanto non ho la fortuna di fare un bagno e mangiare un po' di più.» L'ufficiale la scrutò con una lunga occhiata che parve attraversarle i vestiti, e lei capì che la desiderava. Aveva messo gli occhi su Tench come possibile salvatore, e il primo tenente Graham rappresentava un mediocre sostituto. Il suo viso era grasso e flaccido, e Mary sospettava che avesse ben pochi capelli sotto la parrucca curata; però non era male avere qualcuno di riserva nel caso che Tench non potesse essere indotto in tentazione. In fondo Graham non era del tutto rivoltante, perché aveva denti buoni e carnagione sana, e lei non cercava il vero amore, ma solo la possibilità di sopravvivere abbastanza a lungo da tentare un'evasione. «È una proposta, la tua?» chiese lui stringendo gli occhi color fango, ben diversi da quelli di Tench, che non la facevano dormire. «Non sta a me avanzare proposte, signore.» Mary si inchinò brevemente con un sorriso sfacciato. «Dicevo solo come la penso.» A quel punto l'ufficiale ordinò di riportarla in cella, ma mentre la guardia la spingeva brutalmente verso la scala interna, Mary si accorse che Graham continuava a guardarla con interesse. Intanto, nella stiva, il bagno pomeridiano era oggetto di discussione da parte di tutte quelle

ancora abbastanza in forze da interessarsi alle altre. Mentre Mary veniva sbattuta dentro, tutte si interruppero per fissarla. «Che cosa ti è successo?» chiese Bessie, torcendosi le mani per l'ansia. «Avevamo paura che ti

avessero punita o

«Gli ho detto che abbiamo bisogno di mangiare di più, di aria fresca e di pulizia in questa topaia» spiegò Mary. Non aveva voglia di approfondire il discorso perché era infreddolita per via degli abiti bagnati e inoltre voleva parlare in privato con Sarah. L'occasione arrivò molto più tardi quella sera. Si era sfilata gli indumenti umidi, li aveva appesi ad asciugare su un chiodo conficcato nella trave e si era avvolta nella coperta, ma ogni volta

»

si interruppe per non pronunciare la parola “violentata”.

che guardava in fondo alla cella, vedeva Sarah intenta a parlare con Hannah. Era ormai quasi completamente buio quando la vide spostarsi verso il bugliolo. Le altre erano quasi tutte distese, pronte a dormire. Mary si alzò e arrancò verso di lei con la coperta stretta

intorno al corpo. «Quando hai finito, possiamo parlare?» sussurrò. Nella semioscurità vide Sarah annuire. Il bugliolo era il posto migliore, perché era lontano dalle altre, ma non c'era spazio per stare in piedi. Quando Sarah ebbe finito, si appollaiarono su una trave. «Cosa c'è?» «Chi è il tuo amante?» chiese Mary. Non vedeva motivo per prenderla alla larga. Sarah esitò, e nel buio Mary non riuscì a capire se fosse infastidita per la domanda.

«È Tench o Graham?» insistette.

«Nessuno dei due» mormorò Sarah. «Ma sono cose che non si chiedono, Mary.» «Perché no? Devo farlo, se è l'unico modo per sapere chi non devo ingraziarmi.» «Tench non fa queste cose» sospirò Sarah. «Ci abbiamo provato quasi tutte, e tanti auguri se ci provi con Graham,

perché è un duro.» «Come faccio a provarci?» Mary più che vederla immaginò l'alzata di spalle

di Sarah. «Fagli gli occhi dolci ogni volta che lo incontri; di solito basta questo perché ti

chiamino con un pretesto. Però evita di farti troppe illusioni se non vuoi restarci male.» «Il tuo uomo te le toglie le catene?» «A volte, ma non spesso» disse con tono annoiato. «Ora vai a letto, Mary. Non ho voglia di parlare di queste cose. Non sta bene.» Mary udì la tristezza nella voce di Sarah, e seppe d'istinto che era stata solo la disperazione a spingerla in una situazione del genere e che non voleva sentirsi in colpa perché un'altra giovane seguiva la sua strada.

«Si fa quel che si può per sopravvivere.» Mary le strinse con forza la mano. «Si tratta solo di questo, nient'altro, e non è il caso di vergognarsi.» «Ti vergognerai, eccome, quando vedrai che le altre ti voltano le spalle» ribatté Sarah con voce rotta. «Sempre meglio che morire di fame» insistette Mary. Per più di una settimana Mary aspettò che la chiamassero a lavorare. Si era fatto caldo, e in cella si soffocava. Una notte morì una certa Elizabeth Soames, e la sua morte venne scoperta soltanto all'alba, ma ciò che più turbò Mary fu che nessuno aveva niente da dire sul suo conto. Quella donna era stata rinchiusa per mesi là dentro, eppure non si era fatta neppure un'amica e non si sapeva assolutamente nulla di lei. Lo fece rilevare, e Sarah le disse: «Quando sono arrivata, lei c'era già. Stava male, tanto che quasi non parlava, e comunque era vecchia, quindi non è il caso di agitarsi». Invece Mary era agitata, eccome: si chiedeva dove avrebbero sepolto quella donna, se aveva parenti e se erano stati avvertiti. Questo evento rafforzò in lei il desiderio di fuga. Trovava consolazione soltanto rivivendo i ricordi di casa. Si accorse che se si concentrava su questi riusciva a dimenticare il caldo, la fame, il fetore e le altre donne. A volte si immaginava sul sentiero verso Bodinnick con Dolly e la mamma per prendere la barca per Lostwithiel. C'era stata solo un paio di volte - l'ultima quando lei aveva dodici anni e Dolly quattordici -, ma in entrambe le occasioni c'era uno splendido sole e lei si rivedeva, seduta in barca, con la mano immersa nell'acqua fresca e pulita.

Per gran parte del viaggio il fiume scorreva tra argini scoscesi fitti di boschi, con gli alberi che crescevano fino al bordo dell'acqua protendendo radici contorte come dita di pescatori. Era un viaggio incantevole, tra le libellule che volavano sull'acqua, gli aironi in paziente attesa nelle

che timidamente

secche,

e

qualche

cervo

faceva capolino tra i tronchi; i martin pescatori, appollaiati sui ceppi, aspettavano il passaggio

di un ignaro pesce per tuffarsi in un glorioso bagliore turchese, e poi risalire con la preda

argentata stretta nel becco.

Lostwithiel era il posto più lontano in cui Mary era stata prima della partenza per Plymouth. Non era più grande di Fowey, ma lei lo trovava emozionante per via delle carrozze che arrivavano a tutta velocità da Bristol e persino da Londra. Guardava con gli occhi sgranati i passeggeri che scendevano, le signore eleganti con bei cappelli, e si chiedeva come mai, se erano ricche e abbastanza importanti da compiere un viaggio tanto lungo, non sembravano più felici. L'ultima volta che c'era stata, suo padre aveva regalato a lei e a Dolly due penny ciascuna. Mentre la mamma comprava stoffa per abiti, loro avevano curiosato in ogni negozio ed esaminato ogni banco del mercato prima di decidere come spendere quei soldi. Dolly comprò alcune margherite di stoffa da applicare al cappellino della domenica, e Mary un aquilone. La sorella le diede della stupida perché aveva sprecato due penny in una cosa che poteva costruire a casa senza spesa, e poi perché le ragazze non giocavano con gli aquiloni.

A Mary non importava di essere l'unica a farlo, e a lei pareva sciocca Dolly che voleva delle

margherite per il cappellino. Inoltre, gli aquiloni fatti in casa erano troppo pesanti e non volavano bene; il suo, invece, era di carta rossa, con le code gialle e il filo incerato che scorreva agevolmente tra le dita. La mattina successiva, dopo la chiesa, Mary salì con l'aquilone sulla collina che dominava il villaggio. Dolly l'accompagnò, ma solo perché voleva esibire il cappellino con le nuove guarnizioni. Come sempre nelle belle giornate di forte brezza c'erano molti bambini che facevano volare gli aquiloni; guardarono tutti Mary con invidia nel vedere il suo prendere il vento facilmente e librarsi nel cielo ben più in alto dei loro costruiti in casa. Dolly superò il pregiudizio che si trattava di un gioco da maschi soprattutto perché lassù c'erano

piacevano,

parecchi

ragazzi

che

le

tra cui Albert Mowles per il quale aveva un debole. Mary sapeva che non avrebbe dovuto lasciarsi convincere a prestare l'aquilone alla sorella, che lo voleva soltanto per attirare l'attenzione di Albert.

Arrivò una folata di vento forte, e Mary vide con orrore che Dolly, anziché stringere la presa sul filo, lo lasciava scorrere tra le dita. L'aquilone, trascinato dal vento, volò a capofitto in direzione della spiaggia di Menabilly. Tutti si buttarono all'inseguimento; alcuni abbandonarono il loro aquilone per salvare quello più bello. Mary ricordava di avere corso a rotta di collo, determinata a battere tutti i maschi, che gridavano eccitati dall'imprevista avventura. Il vento mollò all'improvviso, e l'aquilone cadde di colpo atterrando sugli scogli che delimitavano la spiaggetta. C'era alta marea, ma Mary non pensò all'abito e alle scarpe della domenica e corse a perdifiato tra le alghe, la sabbia e il fango, con l'unico pensiero di salvare l'aquilone. Inciampò in un sasso semisommerso e cadde a faccia in giù. Fu Albert a raggiungere l'aquilone, e poi ad aiutarla ad alzarsi. «Corri più veloce della maggior parte dei maschi» le disse ammirato. In quel momento, mentre sudava nella stiva puzzolente, pensò che avrebbe fatto meglio a tenere a mente la ramanzina della madre nel vederla apparire fradicia e sporca di fango, l'occhiata torva di Dolly alle aperte lodi di Albert e la predica del padre, secondo cui le femmine che si comportavano da maschi erano destinate a finire male. Eppure nessuna di quelle cose le importava allora, e in realtà neppure adesso. Nulla poteva toglierle l'emozione che le davano l'aquilone rosso che volteggiava in cielo, il sole caldo sul viso e l'erba morbida sotto i piedi, la gioia di correre in piena libertà, la bellezza di quella spiaggetta dove spesso andava in cerca di granchi e muscoli. Doveva assolutamente aggrapparsi

ricordi,

a

quei

vedere se stessa come quell'aquilone teso verso la libertà. Infatti, non le avevano forse detto alla scuola domenicale che chi pregava con convinzione sarebbe stato esaudito? Era peraltro difficile credere che Dio ascoltasse le sue preghiere. Lui sapeva o gli importava del suo terrore di non rivedere mai più Fowey? Era troppo chiedere di tornare in cima alla collina per ammirare sotto di sé il bel villaggio al tramonto, guardare il ritorno delle barche da pesca, cariche di argentate sardine guizzanti, o ascoltare i canti degli uomini nella taverna del porto? Sentì gli occhi riempirsi di lacrime nel rammentare che aveva perduto l'occasione di rendere suo padre e sua madre orgogliosi di lei. Non avrebbe potuto danzare al matrimonio di Dolly. I suoi genitori si disperavano per i suoi modi da maschiaccio, ma in fondo le volevano un gran bene. Come avrebbero preso l'idea di non rivederla mai più? Proprio mentre cominciava a convincersi che il caldo non avrebbe più dato tregua e che sarebbe rimasta chiusa nella stiva per l'eternità, fu chiamata di nuovo fuori a lavorare, questa volta da sola con Sarah. Mary ebbe la sensazione che l'amica avesse avuto una parte nella faccenda, visto che dopo il giorno del bucato aveva trascorso due notti fuori dalla stiva, ma - se così era stato - non aveva lasciato trapelare nulla. Ancora una volta ricevettero l'ordine di lavare le camicie, e mentre calavano i secchi lungo la fiancata, videro un gruppo di reclusi salire dalla stiva per lavorare. Mary parlava spesso con gli uomini attraverso la griglia e sapeva attribuire un nome alle diverse voci, ma non aveva idea di che aspetto avessero; però nel vedere un uomo grande e grosso, alto più di un metro e ottanta, con ispidi capelli biondi, barba folta e occhi azzurri, lo riconobbe senza la minima esitazione per Will Bryant, il preferito delle altre donne. Anche a Mary era simpatico, soprattutto perché veniva dalla

Cornovaglia e conosceva bene Fowey. Avevano parlato in diverse occasioni, ma quando era scemato il piacere iniziale di trovare una persona con cui condividere i ricordi del villaggio natale, lei aveva cominciato a notare in lui un atteggiamento da spaccone. Si vantava di essere uno dei pochi condannati per contrabbando. A lei sembrava strano: era un reato in genere tollerato, dal momento che tutti in Cornovaglia, dal più povero al più aristocratico, vi erano in qualche modo coinvolti. Poiché lui faceva il pescatore - con una barca di sua proprietà - conosceva benissimo la costa frastagliata e di sicuro era perfettamente in grado di portare a riva la merce illegale, ma Mary aveva l'impressione che non fosse solo questa la causa della sua condanna. Inoltre non le piaceva quel suo modo di considerarsi il detenuto più sveglio e in gamba a bordo della Dunkirk. Nel vederlo di persona, però, dovette ammettere che era bello. Neppure il sudiciume guastava l'effetto dei tratti decisi e del corpo muscoloso che la camicia abbondante non riusciva a celare. I capelli biondi brillavano al sole, gli occhi azzurri erano luminosi e la carnagione dorata per le tante ore passate all'aperto. Si sarebbe detto più grande di lei di un paio d'anni soltanto, e malgrado si trovasse su quella nave da oltre un anno, appariva ancora sano e aitante. Doveva senz'altro avere trovato il modo per procurarsi del cibo extra, il che dimostrava che era pieno di risorse. «Chi siete voi due?» urlò come fossero al mercato, e non detenuti in catene. «Io sono Sarah, e questa è Mary Broad» gridò Sarah di rimando. «Bella giornata per lavorare fuori!» «Vale la pena di spaccarsi la schiena per vedere due bellezze come voi» replicò lui, impudente, scatenando l'ilarità dei compagni. «Se più tardi riuscite a svignarvela, vi offro da bere alla taverna.» Mary sorrise suo malgrado. Meritava ammirazione un uomo capace di fare battute prima di iniziare un turno di dieci ore a spaccare pietre. «E io vi pago due bicchieri ciascuna» gridò un altro. Dall'accento

irlandese, Mary lo individuò come James Martin, che faceva ridere tutte le donne con i suoi complimenti coloriti e spesso sfacciati. Ma se Will visto di persona ci guadagnava, James era una delusione con quel naso grosso sul viso sparuto, i capelli castani filacciosi e le orecchie a sventola. Inoltre, aveva spalle cadenti e denti scuri. «Un ladro di cavalli lo immaginavo più affascinante» commentò Mary con Sarah quando gli uomini scesero la scaletta verso la barca in attesa. Sarah rise. «Quello ha una faccia tosta più grande del didietro di un elefante. Non ha bisogno di essere anche bello per attirare le donne.» «Chi erano gli altri due con Will?» si informò Mary. Uno aveva capelli rossi e lentiggini, e doveva essere suo coetaneo; l'altro era ancora più giovane, sui sedici anni, esile e nervoso, con tratti spigolosi da uccello. «Il più piccolo ha un bel sorriso.» «Sono arrivati più o meno quando sono arrivata io. Quello rosso si chiama Samuel Bird. E malinconico, non certo il tipo che rallegra la giornata alle ragazze, come Will e James» rispose Sarah con un sorriso. «Il giovane è Jamie Cox. Parla poco, forse per timidezza. È fortunato perché Will e James Martin lo tengono d'occhio, altrimenti non voglio pensare che cosa gli farebbero quei bruti nella stiva.» Mary le chiese cosa intendesse. Sarah scosse la testa. «Se non lo sai, non sarò certo io a dirtelo. A volte gli uomini fanno cose che è meglio non sapere.» Sul ponte scese il silenzio quando i detenuti maschi furono portati a riva. Le donne sentivano il sole ardente su braccia e testa, mentre sull'acqua indugiava una foschia da calore. Strofinarono i panni in un silenzio amichevole: non sembrava necessario chiacchierare perché tutte e due si gustavano la lieve brezza, il verso dei gabbiani e il blando dondolio dello scafo sull'acqua.

Dopo avere sciacquato il primo carico di camicie con acqua pulita, fecero entrambe il bagno, ridendo deliziate mentre si lavavano a vicenda i capelli. Le due guardie, distese su casse in fondo al ponte a fumare la pipa, non fecero commenti; forse il calore del sole aveva

ammorbidito anche loro. Mentre sollevavano acqua pulita per il secondo carico di bucato, i loro abiti asciugarono in fretta, ma Mary rimase molto male nell'accorgersi di quanto il suo fosse scolorito e liso: un altro paio di lavaggi e si sarebbe ridotto in brandelli. «Cosa facciamo quando questi vestiti si strappano?» chiese a Sarah. Molte donne erano già seminude, e per coprirsi tenevano stretti al corpo gli ultimi residui dei loro stracci. «Questo me l'ha regalato il mio uomo» disse Sarah abbassando gli occhi. «Cedi soltanto se ti dà da mangiare o da vestire, Mary. Non darti per nulla.» Mary indugiò un attimo a guardare l'amica. Indossava un abito di cotone blu, tutt'altro che elegante e troppo ampio per la sua esile corporatura, ma comunque in condizioni migliori di quelli che si vedevano nella stiva. Immaginò che Sarah, a Penzance, fosse una da far girare la testa con quei capelli ramati e i vivaci occhi neri. «E tremendo?» sussurrò. «Io non l'ho mai fatto.» Sarah sospirò. «Con mio marito era meraviglioso» disse con voce rotta. «La prima volta mi ha fatto un po' male, ma lui era delicato e io lo amavo. Ho paura che per te non sarà lo stesso, perché qui gli uomini vogliono una donna senza preoccuparsi dei suoi sentimenti. Non sei altro che un corpo caldo da usare come meglio gli va.» «C'è un modo per rendere la cosa più gradevole?» chiese Mary, preoccupata. «Non fare resistenza, cerca di fingere che ti piace, e non illuderti di essere amata. Noi siamo

soltanto

***

delle

recluse,

in

fin

dei

conti.»

Capitolo 3. Intorno a mezzogiorno Watkin Tench tornò alla nave su una piccola barca. Mary sentì il cuore mancare un colpo nell'udire la sua voce chiamare dal basso, ma continuò a versare l'acqua del bucato in mare in attesa di vederlo apparire. Sorrise quando lui salì sul ponte. In camicia e brache bianche, aveva il viso madido di sudore; sembrava stanco e accaldato, ma questo lo rendeva ancora più desiderabile ai suoi occhi. Lui annuì nel vedere le due donne. «Buon giorno, Sarah, Mary. Spero vi comportiate bene oggi.» Dal tono leggero e lievemente divertito doveva essere stato informato del bagno nelle tinozze da bucato. Mary si chiese cosa avrebbe detto sapendo che l'avevano fatto anche quel giorno. Comunque avevano il vestito quasi asciutto, e stavano torcendo il resto della biancheria per

ritardare il momento del rientro nella stiva. «Ci comporteremmo anche meglio se avessimo qualcosa da mangiare» gridò Mary con l'abituale spavalderia. «C'è qualche possibilità?» Nel vedere Sarah distogliere lo sguardo pensò che l'amica la considerasse troppo sfrontata. «Non vi basta stare fuori per qualche ora?» chiese Tench, avvicinandosi di qualche passo. Non rilevando traccia di irritazione nella sua voce, Mary decise che doveva cercare di conquistarlo

voleva lasciar sfumare l'occasione.

subito

se

non

«Oh, signore, apprezziamo davvero la possibilità di venire qui, guardare boschi e campi, sentire il canto degli uccellini e il calore del sole sul viso» disse, cercando di non ridere perché sapeva di avere un tono insincero. «Non mi lamenterei più di nulla se ci concedessero di lavorare così ogni giorno.» Tench sorrise, rivelando denti bianchissimi in spiccato contrasto con la carnagione abbronzata. «Dimmi qualcosa di te, Mary» disse, e poi aggiunse: «Anche tu, Sarah». Mary ebbe l'impressione che per una volta il fato le arridesse quando Tench si mise a sedere su una cassa con aria rilassata. Le guardie non si avvicinarono e non c'era alcuna distrazione; avrebbero potuto essere due ragazze qualunque che chiacchieravano con un amico dopo il lavoro. Mary lasciò che fosse Sarah a parlare per prima. La giovane raccontò della morte del marito e del timore di non rivedere mai più i figli. Disse che i genitori erano ormai troppo vecchi per crescere dei bambini e che, se lei fosse morta, i piccoli sarebbero finiti in orfanotrofio. Tench l'ascoltò con attenzione. Mary lo vide serrare le labbra come infuriato che non si fosse tenuto conto della storia di Sarah al momento della sua condanna. Il racconto di Mary fu assai breve. Accennò alla sua famiglia a Fowey e al trasferimento a Plymouth in cerca di lavoro. «Ora rimpiango con tutta me stessa di non essere rimasta a casa» gemette, mentre si allontanava con discrezione per controllare se il bucato era asciutto. «Mi addolora il pensiero di non rimettere mai più piede in Cornovaglia, e di non rivedere mai più i miei familiari finché campo.» Quasi si aspettava che Tench proclamasse che non era così, che sette anni non erano poi tanto lunghi, e invece comprese dalla sua espressione seria che non nutriva speranze per lei. «Per le donne detenute è più difficile rientrare» disse. «Gli uomini possono farsi ingaggiare su una nave diretta in patria, una volta scontata la pena.» Non fu necessario aggiungere che non

un'opportunità

esisteva

del genere per le donne, che quindi erano costrette a restare. Mary lo avvertì nella sua voce. «Ma io tornerò» disse lei con determinazione. «In un modo o nell'altro. Sapete dove ci manderanno?» Lui si strinse nelle spalle. «Si parla di Botany Bay, nel Nuovo Galles del Sud, la terra scoperta dal capitano Cook, ma per il momento nessuno è stato in grado di confermare che sia un'opzione praticabile. L'America è esclusa perché ormai ha conquistato l'indipendenza. Hanno provato con l'Africa, ma non è andata bene.» «Se restiamo sulla Dunkirk, moriamo di sicuro» replicò Mary in tono sconsolato. Tench sospirò. «Sono d'accordo, è terribile. Ma cosa può fare il governo? Le prigioni sono sovraffollate.» Mary fu tentata di commentare che se non avessero spedito in carcere la gente per reati di lieve entità come il furto di una torta, il sovraffollamento non ci sarebbe stato, ma voleva mantenere desto l'interesse di Tench ed evitare che la spedisse via in fretta e furia. «Parlatemi di voi, signore» disse invece. «Ho sentito che avete combattuto nelle Americhe.» «Infatti.» Abbozzò un sorriso triste. «E sono anche caduto prigioniero. Forse per questo sono più comprensivo della maggior parte degli uomini della Marina nei confronti dei detenuti. Anch'io sono cresciuto a Penzance, e quindi so bene quanto sia dura la vita in Cornovaglia.» Incantata, Mary sedette sul ponte accanto alla tinozza mentre Tench le raccontava della sua infanzia felice a Penzance. Lui proveniva da un mondo completamente diverso: una grande casa con servitù, una scuola privata in Galles, una famiglia agiata dal nome importante. Eppure c'era anche qualcosa che condividevano, l'amore per la Cornovaglia, e l'affettuoso interesse da lui mostrato verso la gente comune. Gli bastarono solo poche parole per dipingere un vivido quadro della vita in Marina, dell'America e di Londra. «Ora devo andare» disse di punto in bianco, forse rendendosi

conto di essersi trattenuto troppo a lungo a chiacchierare con lei. «Vuotate quella tinozza e rimettetela via. Vi porterò su qualcosa da mangiare.» «Non è il tipo da prendersi una donna» osservò Sarah bruscamente non appena Tench si fu allontanato. Era rimasta in silenzio per tutto il tempo in cui Mary parlava con l'ufficiale, limitandosi ad annuire o a sorridere di tanto in tanto. «Da lui non avrai quello che vuoi, Mary.» «Come lo sai?» Mary era risentita, convinta che la donna più vecchia la stesse prendendo in giro. «Io li conosco gli uomini» affermò Sarah semplicemente. «Tench è il tipo che si conserva per quella che sposerà. Una specie rara.» Mary pensò che Sarah

sbagliava quando vide Tench tornare indietro con una pagnotta, del formaggio e un'arancia. Le esortò a finire in fretta e tornare in cella, e allora Sarah guardò con un sospiro la figura esile che si allontanava lungo il ponte. «È un uomo per bene, gentile» disse. «Se riesci a tenerlo interessato, ti darà una mano di sicuro, ma non sperare nell'amore, e neppure di dividere il suo letto. Quelli come lui non si innamorano delle recluse.» Il pane e il formaggio erano un po' ammuffiti, ma non importava; in fin dei conti era cibo solido. Fu l'arancia quella che più apprezzarono, perché un frutto del genere era una rara leccornia anche fuori dalla prigione. La mangiarono con avidità, buccia compresa; leccarono fino all'ultima goccia di succo scivolata sul mento, ridendo di gusto una dell'altra. Avevano appena vuotato in mare l'ultimo secchio d'acqua sporca quando comparve il primo tenente Graham nella divisa di ordinanza. Appariva accaldato e stizzito. «È ora di tornare in cella» disse seccamente. «Stavamo per raccogliere il bucato asciutto e piegarlo» ribatté Mary. Aveva preso il sole su braccia e viso, e percepiva sulla pelle il bruciore che sarebbe durato per

giorni,

libera

ma

lassù

si

sentiva

e perfino felice, e per il momento non aveva alcuna voglia di rientrare in cella. «Ci penseranno i miei uomini» fece lui, trafiggendola con un'occhiata. «So come siete fatte voialtre; probabilmente mirate a rubare una o due camicie.» «Sbagliate, signore» obiettò Mary indignata. «Volevamo soltanto finire il lavoro come si deve.» L'ufficiale si appoggiò al moncone d'albero con un sorriso di scherno. «Ah, davvero? E più facile che vendiate l'anima per un vestito nuovo, qualcosa da mettere sotto i denti o un goccio di rum.» Mary guardò Sarah, e dalla sua espressione ansiosa immaginò che avesse già comunicato a chi di dovere la sua disponibilità a diventare una compagna di letto. Dopo avere parlato con Tench, Mary non nutriva più alcun interesse per Graham, ma il buon senso le suggeriva di non escluderlo completamente dal quadro. «Io l'anima non la venderei mai» affermò decisa. «E non ho mai considerato neppure l'idea di vendere il mio corpo, per adesso.» «Voi donne siete tutte puttane» commentò Graham con cattiveria. «Ora piantate lì e tornate in cella.» Quelle parole bruciavano, ma mentre sollevavano la tinozza per svuotarla, Mary sentì gli occhi di Graham sulle sue gambe. Aveva infilato l'orlo della gonna nella catena intorno alla vita e se ne era dimenticata. Si voltò verso di lui e ammiccò sfacciatamente. Era più che certa che quell'uomo potesse essere sedotto, a differenza di Tench. Nelle settimane successive Mary fu chiamata a lavorare sul ponte con regolarità, certi giorni con la sola Sarah, altri con compagne diverse. Non impiegò molto a notare che lei veniva scelta sempre, che si trattasse di lavare, rammendare o mondare verdura, ma purtroppo non aveva modo di sapere se era Tench o Graham a metterla in lista.

Vedeva in ogni occasione entrambi gli uomini, e Tench, anche se non si fermava più a parlare a lungo, le passava quasi sempre qualcosa da mangiare; Graham, d'altro canto, si tratteneva ogni volta, e spesso la separava dalle altre con la scusa di punirla per qualcosa. Quell'uomo la sconcertava: a volte era brusco e addirittura villano, invece in altre occasioni manifestava una vena di genuina cortesia, come quando lei si era presa una scheggia nel piede dalle assi del ponte. Parecchie donne avevano cercato di togliergliela ma senza successo, e alla fine della giornata stentava addirittura a reggersi in piedi. Nel vederla zoppicare, Graham la chiamò.

«Cosa ti è successo?» Mary glielo spiegò e lui le chiese di fargli vedere. Lei gli voltò le spalle, e con qualche difficoltà dovuta alle catene piegò il ginocchio per sollevare il piede. «E penetrata nella carne. Vado a prendere un ago per toglierla.» Ordinò alle altre di tornare in cella e a Mary di restare dov'era. «Siediti» le impose quando tornò con l'ago e una bottiglietta di liquido. Mary ubbidì e Graham si acquattò su una cassa davanti a lei, le sollevò il piede e se lo appoggiò sul ginocchio. Le fece male nel bucarla con l'ago, ma riuscì a estrarre la spina. Quando strofinò sulla ferita un po' del contenuto della bottiglietta, facendola bruciare, Mary gridò di dolore. «Serve per evitare l'infezione. Ora fasciala con qualcosa, e non camminare nel sudiciume finché non è guarita.» «Difficile, giù nella stiva.» «Ma non la smetti proprio mai di lamentarti?» le chiese, sempre reggendole il piede nella mano. In quel momento Mary comprese con certezza che era davvero interessato a lei. «Se pensate che questo sia lamentarsi, lasciate che vi mostri com'è quando mi lamento davvero. Da dove volete che cominci? Dal luridume, dal fetore o dalla mancanza di cibo degno di questo nome?»

addolcire

Scoppiò

in

una

risata

per

le proprie parole. «Però non vorrei farvi saltare la cena stasera.

Siete stato molto gentile a curarmi il piede.» Lui non disse nulla, ma indugiò con la mano sulla gamba di Mary, subito sopra il ceppo, e l'accarezzò. «Tu ti tieni più pulita delle altre» disse abbassando la voce con tono più intimo. «Questo mi piace di te. Non vorrei che la tua ferita diventasse purulenta.» «Tenersi puliti è un modo per sopravvivere su questa nave. E sopravvivere è quello che voglio, a qualunque costo.» Lui allora sorrise, e una vampata di calore gli salì sul viso paffuto; per un secondo parve quasi bello. «A qualunque costo?» chiese, sollevando un sopracciglio.

Mary non riuscì a guardarlo, consapevole che lui aspettava un'aperta dichiarazione della sua disponibilità. Sapere che, se l'avesse voluto, poteva prenderla con la forza, la rese un poco più tenera nei suoi confronti. «Non sono mai stata con un uomo» sussurrò con gli occhi bassi. «Ho sempre desiderato aspettare il matrimonio, ma ormai non sarà più così. Potrei morire di fame prima di vedere il paese in cui pensano di mandarmi. Quindi, se qualcuno mi offrisse da mangiare e un vestito nuovo, e fosse gentile, credo che farei quello che vuole.» «Non ti importa se non è amore?» A Mary parve che quella domanda rivelasse una sensibilità del tutto inattesa in un uomo di quel genere. «L'amore non arriva per le donne come me. Mi farò bastare la gentilezza.» Lui le ordinò allora

di tornare in cella, ma quando Mary si alzò, le diede una striscia di cotone per fasciare il piede.

«Tienilo pulito» fu il suo solo commento, mentre gli occhi dissero molto di più. Quella notte Mary fu assai angosciata. Era Watkin Tench che desiderava. Per lui avrebbe provato molto più che semplice gratitudine, ma sentiva che Sarah aveva ragione nel dire che non

avrebbe mai preso una donna che non fosse sua moglie. Tuttavia, se permetteva a Graham di fare i suoi comodi con lei e Tench lo scopriva, di sicuro si sarebbe guadagnata il suo disprezzo. Per tutta la settimana successiva non riuscì a pensare ad altro, e si tormentava chiedendosi se era più nobile lasciarsi morire di fame per non perdere il rispetto di se stessa o lottare con le sole armi che aveva per sopravvivere. Una terribile burrasca pose fine al lungo periodo di calura. La vecchia nave sobbalzava e si scuoteva, mentre il fasciame gemeva come fosse sul punto di cedere. I boccaporti dovettero essere chiusi, e così rimasero per giorni e giorni sotto scrosci incessanti di pioggia. Le donne

stavano distese sulle tavole nella più completa oscurità ad ascoltare le urla di chi stava male, e l'aria già fetida era così pesante che si stentava a respirare. La piccola Rose, cagionevole fin dalla nascita, fu la prima a morire, seguita il giorno successivo dalla madre e dalla donna che divideva il letto con loro. Nel giro di ventiquattr'ore altre otto donne avevano la febbre, e un'altra dozzina, tra cui Mary, manifestava vomito e diarrea. Quasi tutte erano talmente deboli da non riuscire neppure ad arrivare ai buglioli, quindi rimanevano immobili nel loro sudiciume. Mary si accorse che le sole a non soffrire tanto erano le cosiddette “puttane”, le uniche ancora abbastanza in salute da riuscire a detergere la fronte bruciante di un'ammalata o offrire qualche parola di conforto. La stessa Mary, che si era considerata tanto vigorosa, aveva appena la forza di strisciare fino al secchio. Decise allora che la sopravvivenza era assai più importante della moralità. Infine la pioggia cessò e vennero riaperti i portelli rivelando sotto i giacigli mezzo metro di acqua di sentina su cui galleggiavano escrementi e vomito. La malattia, che perdurava, fece altre due vittime. Gli uomini chiamavano dalla griglia, anche loro sofferenti. Mary seppe che Able, suo compagno di cella a Exeter, era morto, come pure un ragazzo di soli quindici anni, e

anziani.

due

degli

uomini

più

Una mattina, Mary parlò con Will Bryant: aveva perso ogni spavalderia e sicumera. «Se è febbre carceraria, moriremo tutti quanti» disse Will con tristezza. «Dobbiamo trovare il modo per far lavare queste celle. I topi sono aumentati ancora, e io ho paura che finiremo tutti male.» «Cercherò di fare qualcosa» disse lei. «E cosa mai potrebbe fare una ragazzina come te?» ribatté lui con arroganza. «Tento di chiedere aiuto» rispose Mary, resa ancora più determinata dalla sua mancanza di fiducia. «Provaci, ma non ti porterà da nessuna parte. Vogliono farci morire tutti, così tornano a riempire la nave di nuovi, che moriranno anche loro. Con questo sistema fanno una fortuna, quelli.» «Tu disonori la Cornovaglia» gli gridò lei. «Non serve a niente parlare in questo modo.» «Ti sposo se riesci a far lavare queste celle» gridò lui di rimando con una risata roca. «Attento che non ti faccia mantenere la promessa!» Sarah le rivolse un sorriso incerto quando Mary le raccontò ciò che aveva in mente. «Le guardie non faranno venire quaggiù Tench o Graham. Ti ignoreranno.» «Devo provarci» insistette Mary. Non valeva la pena tempestare di pugni la porta, tanto non rispondeva mai nessuno, quindi Mary aspettò che la guardia scendesse a ordinare a due donne di portare fuori i buglioli per avventarsi contro non appena avesse tolto il catenaccio alla porta. «Devo vedere il tenente di vascello Tench o il primo tenente Graham» affermò decisa. «Va' al diavolo» rispose lui, allontanandola con il bastone.

nessuno.»

«Tu

non

vedi

proprio

«E invece sì» fece lei, afferrandolo per il braccio. «Se non porti un mio messaggio a uno dei due, ti farò punire.» «Tu fai punire me?» I suoi occhi piccoli divennero ancora più piccoli. «Secondo te qualcuno di sopra crede alla parola di una maledetta criminale?» «Se non mi dai

retta, finirai male» replicò Mary con aria minacciosa. «Te lo dico di nuovo: portagli un mio messaggio, oppure sarà peggio per te.» «Va' al diavolo» ripeté l'uomo, ma questa volta con meno convinzione. Ordinò a due donne di prendere i secchi mentre teneva indietro Mary con il bastone. «Diglielo» gridò lei, rivolta alla guardia che, dopo avere sbattuto la porta, la chiuse a chiave.

è importante.» Mary ritentò quando le donne

tornarono con i secchi, ma ottenne la stessa risposta. Le ore trascorsero lente senza che nessuno comparisse; allora, mentre fissava il cielo plumbeo dal boccaporto, si mise a piangere. Altre donne si erano ammalate e avevano la febbre, e lei temeva che, se si andava avanti in quel modo, nel giro di una settimana sarebbero morte tutte. «Be', hai fatto del tuo meglio» le disse Sarah per cercare di consolarla. «È proprio come diceva Will: non gli importa se moriamo.» «Per la maggior parte di loro può essere vero, ma non credo lo sia per Tench o Graham. Non è possibile.» Non aveva idea di che ora fosse, perché non c'era il sole a rivelarglielo, ma pensava che fosse tardo pomeriggio quando entrò una guardia e gridò il suo nome. «Forza, vieni su, tu.» Non era l'uomo da lei minacciato in precedenza, ma ebbe l'impressione che anche questo ne sapesse qualcosa perché per una volta non la pungolò con il bastone. In cima alla scala che conduceva al ponte inspirò a fondo l'aria fresca e subito avvertì un capogiro. Il primo tenente Graham l'aspettava sul ponte. «Volevi vedermi?»

«Diglielo, se non vuoi rischiare grosso

Mary sciorinò subito quello che non andava. «Le stive devono essere pulite come si deve, altrimenti finiremo tutte con la febbre.» Andò su tutte le furie nel vedere che lui rimaneva impassibile.

«Se ci viene la febbre, contagiamo anche voi» si accalorò. «Per l'amor del cielo, fate qualcosa

se non volete avere sulla coscienza la morte di tutti quelli che sono a bordo.» Lui le lanciò una

delle sue lunghe occhiate penetranti. «E tu cosa farai per me, se io ti do retta?» Mary deglutì. Non si aspettava che lui mercanteggiasse. «Tutto quello che volete, signore» rispose.

«Non mi interessa prenderti se non vuoi.» Per la prima volta Mary vide sul suo viso un'ombra

di tensione.

«E a me non interessa che aiutiate chi sta giù nella stiva, se non volete.» Lui si voltò a guardare

il

mare. Stava combattendo con la propria coscienza, pensò Mary. Forse si chiedeva non tanto

se

era giusto lasciar morire i detenuti per mancanza di aria pulita, ma se era giusto piegarsi alle

sue richieste perché la desiderava. Dopo un silenzio che parve interminabile, Graham tornò con gli occhi su di lei. «Darò ordine di pulire le stive» disse con aria severa. «Tu vieni da me appena le altre sono rispedite indietro.»

Era ormai buio quando le guardie completarono la pulizia della cella delle donne, che nel frattempo erano state portate all'aperto, dove avevano ricevuto la solita cena di pane e zuppa. Per quelle che dal loro trasferimento sulla nave non erano mai uscite dalla stiva, fu quasi troppo: si rannicchiarono spaventate sul ponte, tremando nella brezza tesa, con gli occhi vacui come fossero parzialmente accecate dalla luce. Mary fu sgomentata dalle condizioni orribili in cui versavano alcune: nel buio della cella non si era resa conto appieno della gravità della situazione. Alcune erano solo pelle e ossa, e tutte apparivano pallide, scarne e apatiche, con il sudiciume

talmente stratificato sulla pelle e sui capelli che sarebbe stato necessario ben più di un bagno per eliminarlo. Vide sulle caviglie, dove sfregavano i ferri, piaghe ulcerose coperte di insetti, e su braccia e gambe scheletriche segni di morsi che potevano essere stati lasciati soltanto dai

ratti. Rifletté con tristezza che la pulizia della stiva non sarebbe servita se non fosse stato dato loro cibo migliore. Dubitava che arrivassero tutte vive alla deportazione. Quando le guardie tornarono sul ponte, sudate per la fatica, un forte odore di aceto si diffuse nell'aria della sera. Mary cominciò a tremare di paura al pensiero di ciò che l'aspettava. Sapeva che cosa significava fare l'amore. Nella minuscola casetta di Fowey non vi era alcuna intimità, e aveva sentito i genitori farlo al buio. Nel periodo passato a Plymouth l'aveva visto fare ovunque, quindi non era l'atto in sé a spaventarla. Allora Thomas la baciava con passione, e se avesse insistito per spingersi oltre, lei sarebbe stata ben lieta di accontentarlo.Tuttavia c'era una bella differenza tra lasciarsi sedurre ed essere costretta a cedere. Al terrore di essere presa da un uomo che conosceva appena, si aggiungeva lo sgomento per ciò che aveva saputo da Sarah. A suo dire, gli ufficiali chiudevano un occhio quando uno di loro prendeva una detenuta, il che non impediva loro di allearsi poi per fustigare la donna, se trovavano qualcosa su cui recriminare. Mary immaginò di essere ormai segnata per avere osato lamentarsi sulle condizioni delle celle. Il primo tenente Graham si presentò mentre le guardie ordinavano alle donne di tornare di sotto. Le fece segno di seguirlo a poppa, poi scomparve in una delle strutture simili a baracche. Chiuse a chiave la porta non appena Mary fu entrata. Era un locale molto simile a quello in cui l'aveva portata Tench: minuscolo, con una cuccetta, uno scrittoio e un paio di sgabelli. Graham accese una candela sullo scrittoio, e fu allora che Mary vide la tinozza colma d'acqua sul pavimento.

chiese.

«Per

me?»

«Sì. Puzzi.» Pareva alquanto imbarazzato. «Lavati dappertutto, compresi i capelli. Torno

dopo.» Mary indicò le catene. «Me le togliete queste?» Lui esitò un momento, il che la indusse

a pensare che era la prima volta che lo faceva, poi pescò in tasca una chiave, le liberò le

caviglie e le sfilò la catena che aveva intorno alla vita prima di andarsene senza aggiungere altro. Per un momento Mary non pensò che alla grande gioia di essere finalmente libera dalle catene; era meraviglioso potersi muovere con agio, senza sentire l'odioso sferragliare con cui conviveva da tanto tempo. Ben presto, tuttavia, si ricompose e allora balzò verso la porta per cercare di aprirla. Come previsto era chiusa a chiave, e i due oblò erano troppo stretti per passarci attraverso, quindi si rassegnò a spogliarsi ed entrare nella tinozza. Con grande piacere scoprì che l'acqua era calda e che il sapone lasciato da Graham non era uno

di quei pezzi scabri che venivano usati per lavare i panni. La piccola tinozza consentiva solo di

stare accosciati, ma era assai piacevole, soprattutto senza il peso delle odiate catene.

Si

stava asciugando con l'asciugamano lasciato da lui quando scorse uno specchio sulla parete;

si

diede un'occhiata e ciò che vide la sconvolse al punto che quasi cadde all'indietro. Le guance,

un tempo piene e rosee, apparivano incavate, e gli occhi sporgevano dalla testa. Quando

abbassò lo sguardo sul corpo, vide che era emaciato, con le costole sporgenti sotto il petto. Ancora più strano era l'effetto del viso e degli avambracci scurissimi mentre il resto era di un bianco spettrale.

I capelli appena lavati però erano belli, inanellati sulle spalle in luminosi riccioli. Li fregò energicamente con l'asciugamano e ci passò il pettine di Graham per togliere i pidocchi, poi lavò anche quello e lo rimise al suo posto. Nell'udire i passi di Graham, si infilò spedita nella cuccetta e si coprì in fretta. Lui entrò lentamente. Reggeva un piccolo vassoio che posò per richiudere a chiave la porta.

Mary

per

era

troppo

intimidita

parlare ma, nel sentire il profumo del cibo, non resistette e si mise a sedere. «E per me?» Stentava a credere alla propria fortuna, perché si trattava di un tortino con la pasta dorata come quella che faceva sua madre, ricoperto da un sugo invitante. «Immaginavo che avessi ancora fame» disse lui in tono burbero senza guardarla, come fosse imbarazzato. «Molto gentile da parte vostra, signore.» «Qui dentro non è il caso che mi chiami “signore”.»

Le porse il vassoio e sedette sul bordo della cuccetta. «Mi chiamo Spencer, e ora mangia prima

che si raffreddi.» Mary non se lo fece dire due volte, e si avventò sul cibo con entusiasmo. Era

un tortino di coniglio e verdure, il migliore che avesse mangiato dalla partenza da Fowey, e anche se il cibo per lei contava più dell'uomo che glielo aveva portato, non poté fare a meno di notare che lui sembrava felice della sua palese soddisfazione.

Mentre guardava Mary mangiare, il primo tenente si sorprese delle proprie emozioni. Si era aspettato, una volta tornato in cabina, di sentirsi in colpa perché stava tradendo la fiducia della moglie, o di essere talmente pieno di desiderio da non lasciare a Mary il tempo di mangiare, e invece era riuscito a mettere da parte il senso di colpa e anche il desiderio perché il modo in cui

lei gustava il cibo lo faceva sentire bene. Mary non si era accorta che nel frattempo i suoi seni si

erano scoperti, due piccoli e perfetti monticelli con i capezzoli rosei. Un po' di sugo c'era caduto sopra, e lui dovette fare uno sforzo per non chinarsi a leccarlo.

A vent'anni, dieci anni prima, Graham aveva sposato Alicia, una cugina di secondo grado.

Giocavano insieme fin da bambini, avevano imparato a danzare e a cavalcare insieme nel villaggio natale, vicino a Portsmouth, ed era sempre stato implicito che avrebbero finito per sposarsi. Alicia si era trasferita presso i genitori di lui, ed era per loro come una figlia. Dipingeva, ricamava, suonava il piano, sapeva ricevere gli ospiti, e non

si lamentava se lui stava via per lunghi periodi. Gli aveva anche regalato prima un maschietto, e poi una femminuccia, senza perdere la linea. Graham considerava molto riuscito il suo matrimonio. Lui e la sua sposa vivevano in armonia, e sapeva che altri uomini gli invidiavano una moglie tanto graziosa e piena di vita. Per questo non riusciva a capire come mai a volte si sentisse deluso. Lo comprese all'improvviso nel vedere Mary mangiare. Alicia dava la sensazione di mordere un frutto, buono e sano, ma non soddisfacente come poteva esserlo un pasticcio di carne. Alicia non litigava mai e gli dava sempre ragione. Appariva incantevole quando lo accoglieva a casa in occasione di una licenza, ma non c'era mai passione, emozione vera. Mary non era neanche lontanamente graziosa quanto Alicia. Anche se avesse indossato il più costoso abito di seta e avesse avuto i capelli bene acconciati,

sarebbe sempre parsa quella che era, una semplice ragazza di campagna priva di buone maniere. Eppure era così attraente, soprattutto in quel momento, pulita e con i capelli scuri sciolti sulle spalle. Possedeva una spavalderia che lui non aveva mai visto in Alicia; era orgogliosa, ardita, determinata e schietta. Fare innamorare quella donna sarebbe stata una sfida, e Graham era sicuro che avrebbe scoperto qualcosa di meraviglioso ed eccitante se ci fosse riuscito. Lo emozionava anche il fatto di rischiare la carriera in Marina portandola nella sua cabina. Mai nella vita aveva osato tanto. «È stato fantastico» gli disse lei con una gratitudine che lo stupì.

anche il bagno è stato fantastico.» Mary sentì che a quel punto era disposta a

dividere il letto con lui. Calda e pulita, con la pancia piena, era pronta quasi a tutto.

«E il bagno

In qualche modo si era convinta che lui non l'avrebbe trattata con brutalità, non dopo avere avuto la gentilezza di portarle una cena tanto buona. «Vuoi un po' di rum?» chiese Graham. «Solo un goccio.» Il sapore non le piaceva granché, ma gradiva la sensazione di calore che

lasciava.

aveva

Inoltre,

Sarah

le

raccomandato di bere qualsiasi cosa le venisse offerta perché l'avrebbe aiutata a stordirsi. Graham le porse un bicchiere di rum, poi cominciò a spogliarsi. Mary trangugiò la bevanda e, nel vedere le gambe bianche e pelose di lui, fu sopraffatta dalla paura di non farcela. La paura aumentò quando Graham buttò a terra la camicia: aveva il torace carenato e un ventre grasso e bianchiccio che tremolava a ogni movimento. Era abituata da sempre a vedere corpi maschili seminudi. Pescatori e marinai spesso si spogliavano fino alla cintola quando faceva caldo, e il loro corpo appariva sodo, snello, con muscoli guizzanti; si era quindi convinta che tutti gli uomini fossero così. L'inaspettata visione di quelle carni pallide e flaccide le procurò un senso di nausea, ma ormai non poteva più tirarsi indietro; si infilò allora sotto la coperta facendo spazio per lui, e distolse lo sguardo. Le fu sopra non appena salì sulla cuccetta. La schiacciò contro il materasso con il suo peso e, mentre la palpava con frenesia, incollò le labbra a mo' di patelle sulla sua bocca. Mary non aveva idea di come reagire; le sue uniche esperienze erano state con Thomas, i cui baci languidi e sensuali la facevano struggere dal desiderio di andare oltre. Graham spostò le labbra sul seno, che succhiò con tale avidità da farle male, e il suo respiro si fece corto e pesante come quello di un cavallo dopo una lunga galoppata. Mary sentiva premerle contro il ventre il suo pene, duro e caldo; per fortuna sembrava piccolo. Nel giro di pochi secondi lui accostò la testa alla sua, la costrinse ad aprire le gambe e si spinse con forza dentro di lei. Non fu doloroso, ma neppure piacevole; Mary ebbe solo la sensazione di un palo ficcato in un tubo asciutto delle dimensioni appena sufficienti per accoglierlo. Non gradì il modo in cui le afferrava le natiche grugnendo come un maiale. Per fortuna non durò a lungo. I grugniti si fecero sempre più forti, lui divenne sempre più caldo e sudato, poi, dopo un sospiro profondo, si fermò di colpo affondandole il viso nel collo. Soltanto allora lei provò una qualche tenerezza. Dopo tutto

quello che aveva passato negli ultimi sei o sette mesi, era gradevole sentirsi abbracciare e giacere su un letto caldo e comodo. Sollevò la mano per accarezzargli la nuca e le spalle, chiedendosi se avrebbe dovuto dire qualcosa. Ma che cosa? Non certo che lo amava o che lui la emozionava, e neppure chiedergli se intendeva farlo di nuovo, quella sera o un'altra. Anche questo le rammentava la sua condizione di povera reclusa senza alcun diritto, considerata priva di sentimenti o di bisogni. Era sicurissima che la maggior parte della gente ritenesse le donne come lei addirittura incapaci di pensare. Graham si spostò più in basso, le posò la testa sul seno e si addormentò all'istante, con un braccio stretto intorno a lei. Mary rimase immobile per qualche tempo. L'aria proveniente dall'oblò era fresca e pulita, e solo il respiro tranquillo di Graham rompeva il silenzio. Era bello sapere che, se avesse ceduto al sonno, nessun ratto le sarebbe salito addosso, e non si sarebbe svegliata in preda ai morsi della fame; eppure non riusciva a dormire, perché all'improvviso le venne in mente che forse avrebbe potuto fuggire.

Dopo essere entrato, Graham aveva chiuso la porta con la chiave, che di sicuro aveva riposto nella tasca della giacca. Sarebbe riuscita a scendere dalla cuccetta, recuperare i propri abiti e la chiave senza svegliarlo? C'era qualcuno di guardia fuori? Trovò risposta all'ultima domanda nell'udire il passo di pesanti scarponi davanti alla porta. Ascoltò con attenzione, immaginando il giro che la guardia percorreva sul ponte. Quando passò per la seconda volta davanti alla cabina, contò i secondi prima della conclusione del giro. Arrivò a novanta, ma al terzo giro l'uomo si fermò da qualche parte, forse per fumare la pipa o riposare. Si rese conto di ignorare troppe cose per tentare la fuga quella notte. Non sapeva se Graham avesse il sonno pesante, non era sicura di dove trovare la chiave, e non aveva controllato sui fianchi della nave quale fosse il posto migliore per calarsi in acqua. Tuffarsi dal ponte sarebbe stata una pazzia perché avrebbe allertato la guardia con il tonfo. La

sola

la

speranza

era

che

Graham

volesse ancora, che lei riuscisse a conquistare la sua fiducia, annotando intanto con cura l'organizzazione del ponte e le possibili vie di fuga. Sognò di essere a casa, a letto con Dolly, per poi scoprire, al risveglio, che la mano che le

accarezzava il ventre era di Graham, non della sorella. Finse di dormire, augurandosi che lui crollasse di nuovo, e invece, con sua grande sorpresa, lo sentì accendere una candela. Era tentata di aprire gli occhi per vedere cosa stesse facendo, ma temeva, nel caso, che lui la rispedisse nella stiva, e il tepore era troppo piacevole per rischiare. Sentì abbassare la coperta, e poi il calore della candela che si avvicinava. D'un tratto si rese conto che lui, seduto con il candeliere in mano, stava studiando il suo corpo. Malgrado la tensione, tenne gli occhi chiusi. Lui le tastò le parti intime, separò il pelo, poi con due dita le allargò le labbra. Fu ancora più difficile fingere di dormire sapendo che lui stava scrutando una parte che nessuno, tranne lei stessa, aveva mai visto. Si chiese perché lo facesse. Non l'aveva mai vista, oppure controllava che non avesse malattie? Quando vi insinuò il dito, lei fu travolta da una stranissima sensazione. Era piacevole, come lo erano stati i baci di Thomas, e d'istinto divaricò lievemente le gambe. Le carezze, dapprima esitanti, si fecero più decise; comprese che lui teneva lo sguardo fisso su quella parte, e non sul viso, perché percepiva il suo respiro caldo sul ventre. Socchiuse gli occhi e vide che non reggeva più la candela in mano - l'aveva appoggiata sul lato della cuccetta - e si stava sfregando il pene con una mano mentre con l'altra le accarezzava l'inguine. Mary serrò gli occhi. Non voleva che la vista della sua pancia molle le rovinasse il piacere che le stava procurando. Le parve strano che un uomo preferisse farle quelle cose mentre era addormentata, anziché sveglia e ricettiva, ma in realtà non aveva idea di che cosa si facessero a vicenda gli amanti. Lui insinuò ripetutamente il dito dentro di lei, che non poté far altro che imporsi di restare

immobile

il

senza

gridare.

Sentì

suo fiato sempre più affannoso, la mano muoversi sempre più veloce sul pene, e poi, quando lei stava per tendersi verso di lui per esortarlo a metterglielo dentro, Graham fece un verso soffocato e si arrestò di colpo. Dopo qualche secondo tornò a distendersi sul letto e di nuovo si addormentò profondamente.

Mary rimase sveglia, turbata dalle sensazioni che lui le aveva suscitato, e ancora più interdetta

dai suoi gesti. Il fatto che non l'avesse svegliata per fare quello che desiderava dimostrava una

premura nei suoi confronti, oppure rappresentava una deviazione dal normale comportamento maschile? Probabilmente poi anche lei cedette al sonno perché a un certo punto si sentì scuotere. «Sveglia, Mary. E ora che tu vada!» Stava appena albeggiando - solo un debole bagliore rosato verso est -, quando attraversò il ponte, di nuovo in catene. Graham camminava davanti a lei e, raggiunta la prima delle due porte verso la stiva, si voltò indietro. «Non parlarne con nessuno» disse, con il viso irrigidito dalla tensione. «Nel caso chiedano spiegazioni della tua assenza, di' che sei stata chiusa a chiave sul ponte per punizione. La prossima volta, cercherò di procurarti un abito.» Se qualcuno la udì o la vide entrare, evitò di fare commenti. Mary si avvicinò al tavolato, spinse un poco Anne che le aveva occupato il posto, e si distese. Dopo la cuccetta morbida e calda di Graham, lè assi sembravano fredde e assai dure, però si accorse che l'odore nella stiva era molto migliorato, e se ne compiacque. Eppure le ultime parole di Graham l'avevano lasciata a disagio, perché evidentemente sapeva bene come reagivano le altre donne quando una del gruppo mancava per una notte. Avrebbero evitato di chiederle dov'era stata per limitarsi a ignorarla.

Invece, al risveglio, si accorse con grande sorpresa che non c'era animosità nei suoi confronti.

Di fatto era in qualche modo assurta al rango di eroina. «Ti hanno frustato?» chiese Anne,

dopodiché tutte quante, perfino le ammalate, si alzarono per ringraziarla del coraggio

dimostrato nel pretendere

Graham.

di

vedere

Soltanto Sarah le rivolse un'occhiata complice, e sorrise quando Mary raccontò di essere stata incatenata sul ponte fino all'alba. Le donne parevano meno apatiche ora che la cella era più pulita, e per tutto il giorno Mary non riuscì a parlare con Sarah perché le altre non facevano che complimentarsi, chiederle qualcosa, sottolineare che nessuna aveva mai osato tanto. Quella mattina anche la cella maschile fu sgomberata per essere pulita, e più tardi Mary fu oggetto anche delle lodi degli uomini. Will Bryant la chiamò dalla griglia. «Hai un bel fegato, ragazzina» le gridò. «Che Dio ti benedica.» «Ora devi sposarla» urlò James Martin, e Mary scoppiò a ridere, divertita dalle licenziose battute e anche dagli elogi nei suoi confronti. «Non ti costringerò a mantenere la promessa, Will Bryant» gridò lei. «So che sei solo un gran chiacchierone, e poi non ho il vestito da sposa qui con me.» Anche se lusingata da tanti complimenti, Mary si sentiva in colpa. Se Graham l'avesse chiamata di nuovo, non solo avrebbe perduto il rispetto degli altri, ma sarebbe stata anche odiata per averli ingannati. Quando fece buio, riuscì a salire sulla panca di Sarah per parlarle. «Sono stata con Graham» mormorò. «Cosa devo fare adesso?» «Se non fosse per te, morirebbero ancora in molte» sussurrò Sarah. «E poi, sarebbero tutte pronte a darla via se qualcuno di sopra la volesse, non preoccuparti. Piuttosto, com'è andata?» «Non troppo male.» Le sarebbe piaciuto raccontare la propria esperienza all'amica, ma non lo fece per lealtà nei confronti di Graham che, in fin dei conti, era stato gentile con lei. Quattro giorni più tardi Mary fu chiamata di nuovo dal primo tenente. Quel giorno era stata incaricata di pulire la cambusa da sola e, terminato il lurido lavoro, si vide comparire davanti Graham, che le ordinò di andare nella sua cabina. Era tardo pomeriggio

e, non appena la porta si richiuse alle sue spalle, udì i detenuti maschi di ritorno dal lavoro a terra. Lui le tolse i ferri, e anche questa volta Mary vide che c'era una tinozza pronta. Graham però non si preoccupò di spogliarsi e la prese in fretta, prima ancora che fosse asciutta. Quando ebbe finito, le lanciò un abito grigio e una sottogonna. «Non puoi restare qui» le disse. «Si noterebbe. Mettiti questi e vattene.» «Posso avere qualcosa da mangiare?» chiese lei mentre indossava la sottogonna, molto lisa ma morbida e pulita. Anche l'abito era logoro, ma le stava a meraviglia in confronto a quello vecchio, che era a brandelli. «Pensavo che avresti rubato del cibo in cambusa» le disse Graham con un sorriso di superiorità. «I nostri accordi non erano che io rubassi quello che mi serviva» ribatté lei seccamente. Una

delle guardie l'aveva tenuta d'occhio quasi di continuo mentre lavorava in cambusa e, con sua grande delusione, era riuscita a mettere le mani soltanto su un pezzo di formaggio. «Io la mia parte dell'accordo l'ho rispettata, quindi adesso tocca a te rispettare la tua.» Mentre lei indossava il vestito nuovo, Graham le diede le spalle per aprire una scatola di latta. «Molto bene» disse. «Però tieni la bocca chiusa. Se si viene a sapere, ti farò fustigare.» Le passò un polpettone freddo e una mela. Mary gli fece un inchino insolente. «Grazie, signore. Comunque non intendo vantarmene; non vado certo orgogliosa di essere caduta tanto in basso.» Mentre lui si chinava a serrarle le catene, Mary percepì che si era offeso. Avrebbe potuto aggiungere qualcosa di gentile, ma era troppo occupata a mangiare il polpettone. Le settimane e i mesi passarono lenti portando l'autunno e infine l'inverno, e con esso la

prospettiva di

Con

morire

di

freddo.

una sola coperta ciascuna, di notte le donne si tenevano ancora più strette per trovare un po' di calore. Tra le più anziane si registrarono parecchi decessi, ma ci furono nuovi arrivi. Si continuava a non sapere nulla della deportazione. Will Bryant era sulla Dunkirk da due anni, e spesso scherzava con Mary attraverso la griglia dicendo che i sette anni cui era stato condannato sarebbero finiti prima che salpassero le ancore. Per Mary l'evasione continuava a essere un'idea fissa: ora conosceva benissimo l'organizzazione dei ponti superiori, sapeva chi era di ronda alle varie ore del giorno, e quando c'erano meno guardie in servizio, ma per il momento non si era presentata alcuna occasione praticabile, malgrado lei fosse sempre all'erta. Non voleva assolutamente fare un tentativo sconsiderato, perché essere catturati significava prendersi almeno un centinaio di frustate. Così, come Will, aveva imparato a sopportare la detenzione concentrando le proprie energie sulla ricerca dei modi per alleviare l'infelicità e rimanere viva e sana. La buona salute, il lavoro sul ponte e le notti passate fuori le attirarono l'invidia di molte donne, ma lei ne conservava il rispetto perché dava voce alle loro richieste; inoltre faceva man bassa di tutto ciò che di utile le capitava a tiro - stracci per le mestruazioni, sapone e piccole quantità di cibo - per offrirlo a chi ne aveva più bisogno. Mary Haydon e Catherine Fryer, insieme ad Aggie nel ruolo della loro chiassosa portavoce, facevano del loro meglio per suscitare l'ostilità delle altre nei confronti di Mary, ma i soli difetti che le attribuivano erano la riservatezza e l'orgoglio. A lei non importava - non considerava un

difetto l'orgoglio - e, quanto a essere riservata, sì, effettivamente lo era, nel senso che si faceva i fatti suoi e cercava di non lasciarsi coinvolgere in futili battibecchi. Nessuna, però, le diede mai della puttana, malgrado fosse ben consapevole di esserlo diventata, anche se si concedeva soltanto al primo tenente Graham. Dormiva nella sua cabina una o due volte la settimana. Lui le allungava qualcosa da mangiare,

abiti

di

tanto

in

tanto

le

dava

puliti, e le mostrava un certo affetto. Ciò nonostante Mary non riusciva proprio a capirlo.

A volte pareva innamorato, altre volte sembrava disprezzarla.

Era sposato con due figli, e parlava della moglie Alicia quasi con soggezione, eppure continuava a portarsi a letto lei e sembrava desiderare con tutto se stesso sentirle dire che lo amava. Talvolta le dava un certo piacere, ma più sovente faceva l'amore come la prima notte, in fretta e furia, senza alcuna emozione. Mary provava per lui soprattutto compassione, perché percepiva che era un uomo tormentato,

privo di veri amici. Non mostrava un particolare attaccamento alla Marina, e infatti più volte le disse che avrebbe desiderato dare le dimissioni. Probabilmente era un codardo, e viveva nel costante terrore di essere assegnato a un posto pericoloso. Tuttavia gli piaceva l'autorità che gli derivava dal rango di ufficiale e sapeva che nella vita civile non c'era posto per lui. Mary sospettava che anche il matrimonio - a suo dire assai felice - durasse perché lui e la moglie passavano tanto tempo lontani.

Il tenente Watkin Tench, che Graham criticava ogni qual volta gli si presentava l'occasione, le

pareva un uomo assai più sereno. Tench era un altro problema, perché Mary sentiva di esserne innamorata. Probabilmente non l'avrebbe preso in considerazione se l'avesse conosciuto quando era libera, però ne era rimasta affascinata fin dalla prima sera che avevano parlato: non tanto per il suo aspetto, che non aveva niente di speciale, e neppure perché poteva contare su di lui per ottenere del cibo, ma perché si occupava degli altri, anche dei reclusi. Era capace di comandare senza brutalità, e inoltre possedeva il senso dell'umorismo. Mary amava in lui il sorriso spontaneo, un certo amore per la vita, la generosità di spirito e la mancanza di pregiudizi. Pur rinunciando alla speranza di diventarne l'amante, sapeva di poter fare affidamento sulla sua amicizia. Scoprì poi che era lui, non Graham, a metterla in lista per lavorare sul ponte. Le parlava sempre con gentilezza, e le mostrava comprensione quando lei gli rivolgeva una lamentela. Tench

faceva quello che poteva, anche se in genere non aveva la possibilità di alleviare le tribolazioni dei reclusi, poiché le decisioni venivano assunte molto più in alto nella scala gerarchica. Era al corrente dell'intesa tra Mary e Graham, eppure non sembrava disprezzarla per questo. Intelligente e avventuroso, aveva già visto del mondo più di tutti quelli che lei conosceva. Gli piacevano l'ordine e la quiete, ma era anche coraggioso, leale e fedele verso il suo re e il suo paese. Mary era convinta che mai avrebbe mentito o si sarebbe lasciato corrompere, anche se si mostrava clemente verso chi lo faceva. Amava i libri, e le aveva raccontato che teneva con assiduità un diario, nella speranza di vederlo un giorno pubblicato. Mary si chiedeva spesso se parlava di lei nei suoi scritti, perché sentiva che le voleva bene. Una volta le aveva detto che annotava diffusamente le proprie opinioni sul sistema penale perché in futuro sarebbe stato un argomento interessante per gli storici.

La vigilia di Natale, Mary fu chiamata sul ponte con Bessie per il bucato. Era una giornata di freddo pungente, e quella volta fu dispiaciuta di essere stata scelta. Stare china sopra la tinozza, con le braccia immerse fino alle ascelle nell'acqua gelida ed esposta alla furia degli elementi non era certo il massimo dei piaceri, e solo la possibilità di vedere Tench lo rendeva sopportabile. Fu anche peggio di quel che temeva. Mezzo svestite com'erano, sentivano il vento di mare penetrare come un coltello nella carne. Bessie cominciò a piangere poco dopo avere messo le mani nell'acqua fredda e, per quanto Mary cercasse di distrarla, non c'era modo di rallegrarla. Non lavarono i panni con la cura con cui li avevano lavati d'estate, e a mezzogiorno avevano finito; l'intero ponte era inghirlandato di camicie bagnate che sarebbero congelate sulle corde da bucato. Mentre tornavano verso la stiva, comparve Tench. «Vorrei scambiare una parola con Mary Broad» disse alla guardia. «L'accompagnerò io stesso tra qualche minuto.» Con grande sorpresa

entrare nella

e

gioia

di

Mary,

lui

la

fece

sua cabina sul ponte e le offrì un tè. Lei strinse la tazza tra le mani per scaldarle. «Dio vi benedica» gli disse, colma di gratitudine. «Avevo così freddo che credevo di morire se fossi rimasta ancora un minuto.» «Non ti ho portato qui solo perché ti scaldassi. Ho una notizia per te. E stata fissata la data della deportazione.» «Quando, e dove?» chiese, nella speranza che avvenisse presto, e la destinazione fosse un luogo più caldo. «Siamo diretti verso il Nuovo Galles del Sud.» Mary lo fissò in silenzio per un attimo. In una precedente conversazione, lui le aveva raccontato ciò che sapeva di quel paese dall'altra parte del mondo. Il capitano Cook aveva riferito di un posto, da lui chiamato Botany Bay, che giudicava adatto per una colonia penale. Tuttavia, in occasione di quel colloquio, Tench si era detto dubbioso che il Nuovo Galles del Sud fosse la meta finale dei reclusi. «Siamo? Nel senso che verrete anche voi?» Sarebbe andata perfino all'inferno se si fosse trattato di andarci con Tench. Lui sorrise. «Sì, anch'io. Hanno bisogno della Marina per tenervi tutti sotto controllo, e la prospettiva mi esalta. È un paese nuovo, che sono ben contento di visitare. All'Inghilterra serve una presenza in quella parte del mondo, e questo paese, se è come dicono, potrebbe diventare assai importante per noi.» Il suo entusiasmo riscaldò Mary più di una tazza di tè caldo e finì per contagiarla. Tench raccontò che stava per essere inviata laggiù una flotta di undici navi cariche di reclusi che avrebbero dovuto costruire città e coltivare i campi, e avrebbero ricevuto in dono del terreno non appena finito di scontare la condanna. Lei aveva sempre desiderato visitare nuovi posti, e un lungo viaggio per mare non la scoraggiava; inoltre, se erano le prime persone a sbarcare a Botany Bay, forse si potevano aprire delle buone opportunità per gente sveglia come lei. «Giura di non dirlo alle altre» le disse severamente. «Te ne ho parlato soltanto nella speranza di rallegrarti. Ti guardavo, poco fa, al freddo, e mi hai toccato il cuore.»

Proseguì a raccontarle che gli abitanti di Botany Bay avevano la pelle nera, che il governo credeva che ci fossero lino e legname, che il clima era buono, molto più caldo che in Inghilterra. Disse che il capitano Cook aveva riferito di animali e uccelli assai strani, tra cui una grande bestia pelosa che saltellava sulle lunghe zampe posteriori, e un gigantesco uccello incapace di volare. Ma per quanto fosse interessata a sapere di più del nuovo paese, furono le parole di Tench - “mi hai toccato il cuore” - a riecheggiarle nella mente. «Quando partiamo?» riuscì soltanto a chiedere. Tench sospirò. «Abbiamo l'ordine di portarvi alle navi il 7 gennaio, ma sospetto che passerà del tempo prima di salpare. Il capitano Phillip, che è al comando delle operazioni, non ha ancora deciso quali provviste di cibo e di altro genere bisogna portare.» «Sarò sulla vostra stessa nave?» Lui la fissò con i penetranti occhi scuri. «Lo vorresti?» «Sì» rispose lei senza esitazione. Non vedeva il motivo di fare la ritrosa. «Credo di poterlo ottenere.» Sorrise. «Ora, non farne parola con nessuno, soprattutto con il primo tenente Graham.» «Viene anche lui?» Tench scosse la testa. «No. Ti rattrista?» Mary sorrise. «Per niente. Non mi pare un tipo avventuroso.» Lui si mise a ridere, e Mary si chiese se significava che Graham si fosse in realtà rifiutato di partire. «No, non lo si può certo definire avventuroso, Mary, mentre tu e io lo siamo; e forse vedremo cose che non abbiamo mai ***

sognato.»

Capitolo 4. I reclusi non furono informati della loro imminente deportazione fino al mattino del 7 gennaio, giorno in cui dovevano essere tradotti sulla Charlotte. Da quando Tench glielo aveva comunicato, Mary era entrata in uno stato di agitazione, aggravato dal fatto di non poterlo confidare a nessuno. Se un momento si abbracciava da sola per la gioia di poter finalmente contare i giorni che le restavano sulla Dunkirk, quello successivo pensava con terrore che forse l'aspettavano periodi ancora peggiori durante il viaggio in mare e una volta raggiunta la destinazione finale. Tuttavia il tempo passava senza che arrivasse alcuna notizia ufficiale, e lei cominciò a temere che Tench si fosse sbagliato. Non poteva neppure chiederlo a Graham, perché questi si sarebbe senz'altro adirato con Tench per averla informata. Il primo tenente Graham si comportava comunque in modo molto strano. Sempre più spesso passava dalla tenerezza all'aggressività, e ciò le parve confermare che la partenza era imminente. «Non sei altro che una puttana» le disse invelenito una notte. «Forse credi di essere diversa dalle altre nella stiva, e invece no, sei una maledetta puttana come loro.» Tuttavia, in un'altra occasione, mentre Mary si rivestiva per scendere nella cella, lui cadde in ginocchio e le si avvinghiò nascondendo il viso nel suo seno. «Oh, Mary!» esclamò affannato. «Avrei dovuto fare di più per te, non usarti come ho fatto.»

La notte di Natale era molto ubriaco e le disse che l'amava. Quella volta fu delicato e tenero nel fare l'amore; le baciò le cicatrici lasciate dai ferri sulle caviglie e con le lacrime agli occhi la implorò di perdonarlo per i suoi momenti di crudeltà. «Non c'è niente da perdonare» disse lei. I suoi insulti non l'avevano offesa, tanto meno se raffrontati ai molti gesti di generosità ricevuti da lui. «Allora, dimmi che mi ami» la supplicò. «Fammi credere che non sei venuta con me solo per ottenere cibo e vesti pulite.» «Infatti è così» mentì Mary, dispiaciuta che lui non riuscisse ad accettare i termini del loro accordo. «Ma tu non sei libero di amarmi, Spencer; quindi - ti prego - non darmi false speranze dicendo cose del genere.» Non lo amava, forse non le piaceva neppure, però quella notte lui l'aveva commossa, le aveva toccato qualche corda nell'intimo. La mattina seguente, mentre rientrava nella stiva con un nuovo abito grigio, si chiese se sarebbe stato diverso se si fossero conosciuti in altre circostanze. La sera del 6 gennaio, Graham la chiamò di nuovo, e lei credette che volesse annunciarle il trasferimento del giorno successivo. Lui invece non sfiorò neppure l'argomento, né le rivolse parole affettuose, altre scuse o auguri per il futuro. La prese in modo sbrigativo, poi le ingiunse bruscamente di tornare nella stiva. Se non l'avesse conosciuto bene, Mary avrebbe pensato che non fosse al corrente della sorte che la attendeva. Non era ancora l'alba quando le guardie aprirono il portello della stiva e lessero ad alta voce i nomi di chi doveva salire sul ponte. Quell'ordine brusco non sorprese Mary, che però si allarmò nell'udire chiamare solo venti donne, alcune delle quali vecchie o malate.

Fu più che prevedibile la reazione delle recluse convocate sul ponte in un turbine di nevischio. Sospettose, confuse e sbigottite, si stringevano nelle vesti stracciate accostandosi l'una all'altra per scaldarsi. Mary dovette comportarsi come le compagne, perché sarebbe finita nei pasticci se

lasciava

essere

trapelare

di

a conoscenza della loro destinazione. Tuttavia, mentre attendeva tremante sul ponte, si rallegrò che avessero chiamato Sarah e Bessie, e non la sua vecchia rivale Aggie. Anche Mary Haydon e Catherine Fryer erano nell'elenco, e in proposito Mary provò sentimenti contrastanti: benché di tanto in tanto fingessero di esserle amiche, lei avvertiva che aspettavano soltanto di vederla cadere in disgrazia. In mezzo a quaranta donne era riuscita a mantenere le distanze da loro, ma a quel punto, rimaste in venti, sarebbe stato più difficile. Furono chiamati anche trenta uomini, sei dei quali tanto malati e gracili che non si capiva come potessero reggersi in piedi, figurarsi sopravvivere a un lungo viaggio. Mary fu felice di scorgere nel gruppo Will Bryant e Jamie Cox, ma delusa dell'assenza di James Martin e Samuel Bird. Aveva imparato ad apprezzarli tutti e quattro chiacchierando attraverso la griglia: Will e James la facevano ridere, e Jamie era diventato come un fratello minore. Il suo reato era stato quello di rubare pizzo per un valore di cinque scellini, e adesso si preoccupava di come sua madre, vedova, potesse farcela senza il suo aiuto. Per Mary fu un sollievo che una persona tanto mite e gentile rimanesse sotto l'ala protettiva di Will. Si augurò che James e Samuel, una volta separati dai loro amici, si prendessero cura l'uno dell'altro. La notizia del trasferimento immediato sulla Charlotte fu comunicata da un uomo che Mary non aveva mai visto. Era in abiti civili, con un pesante mantello e un cappello a tre punte orlato da una treccia dorata, e pareva piuttosto a disagio nel rivolgersi a criminali. Il suo nervosismo dipendeva forse dal fatto che si aspettava reazioni di rabbia al suo annuncio, e in effetti così accadde: si sollevarono grida indignate perché molti reclusi avevano già scontato metà della pena e ora temevano di non rivedere mai più mariti, mogli o figli. Come sempre le proteste furono ignorate, e le guardie si avvicinarono minacciose. Solo Mary osò porre una domanda ad alta voce. «Signore, ci daranno vestiti per il viaggio? Alcune di noi non

hanno altro che stracci addosso, e temo che muoiano di freddo prima di arrivare in climi più caldi.» L'uomo abbassò gli occhiali e la fissò al di sopra delle lenti. «Come ti chiami?» «Mary Broad, signore» rispose in tono deciso. «In più, ci sono donne malate. Ci sarà un dottore a visitarle prima della partenza?» «Sarete tutti controllati» rispose lui senza alcuna convinzione. Alla domanda sugli abiti evitò di rispondere. Era già sera quando i reclusi furono traghettati dalla Dunkirk alla Charlotte nella baia di Plymouth. L'unica reazione di Mary nel vedere la nave fu di sorpresa: era solo un piccolo brigantino a tre alberi di un centinaio di piedi. Era peraltro di aspetto robusto; poiché moriva dal freddo, non riuscì a notare nient'altro. La convinzione che avrebbero issato le vele nel giro di qualche giorno si rivelò ben presto infondata. Sembrava che il resto della flotta non fosse ancora pronto, e inoltre c'era un problema riguardo alla paga dei marinai. Sulla Charlotte le condizioni erano migliori che sulla Dunkirk:

razioni più abbondanti, e anche più spazio perché alle venti donne non se ne erano aggiunte altre. Gli uomini non furono altrettanto fortunati; con l'arrivo di altri reclusi da tutta l'Inghilterra finirono per essere ottanta. Mentre la Charlotte era ancorata nella baia di Plymouth, furono chiusi i boccaporti a causa del maltempo, e nelle stive molte donne patirono immediatamente il mal di mare. In pochi giorni la situazione divenne pessima, quasi come sulla Dunkirk. Le settimane passavano senza alcuna novità sulla partenza. Le donne venivano tenute in catene e al buio per la maggior parte della giornata sulla nave sballottata dalle onde, e l'ottimismo iniziale fu presto sostituito dalla disperazione. In molte si rintanarono nelle cuccette per cercare sollievo nel sonno, e quelle che non riuscivano a dormire bisticciavano tra loro. In alcuni momenti Mary rimpiangeva di non essere sulla Dunkirk.

Le mancavano disperatamente le conversazioni con Tench e i reclusi di sesso maschile, persino gli incontri con Graham. Tench era in licenza, e le donne, nelle rare occasioni in cui avevano il permesso di salire sul ponte, venivano ignorate dai pochi fanti e marinai a bordo. Per Mary le brevi permanenze in coperta costituivano un tormento. Se da un lato apprezzava moltissimo l'aria pura e salmastra e la possibilità di camminare eretta, dall'altro trovava assai dolorosa la vista della Cornovaglia all'orizzonte. Peggio ancora, però, era dover rientrare nella fetida stiva senza sapere quando sarebbe potuta uscire di nuovo.

Distesa tremante in cuccetta, si ritrovava a rievocare particolari del tutto irrilevanti della sua vita in famiglia: lei e Dolly intente a pettinarsi a vicenda, ridendo per l'elettricità che si formava nei capelli; il padre, al di là della finestra, chino a spaccare legna per il fuoco, mentre si lamentava ad alta voce di non avere avuto figli maschi a risparmiargli quella fatica; la madre tesa a sforzare gli occhi nel tentativo, di infilare l'ago a lume di candela. Lei non cuciva né rammendava mai di giorno, quando la luce era buona, perché trovava peccaminoso sprecare le ore diurne in lavori che amava. In gran parte i suoi ricordi erano colmi di tenerezza, ma di tanto in tanto ne affiorava anche uno amaro, come quello della madre che picchiava lei e Dolly perché si erano bagnate nude in mare. Mary non aveva compreso la sua collera; le era parsa ingiustificata. Dopotutto era una giornata molto calda, e se loro avessero sciupato i vestiti con l'acqua salata sarebbe stato molto peggio. Naturalmente l'idea non fu di Dolly, che non sapeva nuotare e si sarebbe limitata a camminare sulla battigia, ma di Mary, che riuscì a convincerla. Si rivide insieme alla sorella. Era domenica pomeriggio - il giorno libero di Dolly, che aveva sedici anni e lavorava come domestica - e avevano deciso di fare una passeggiata a Menabilly. Indossavano entrambe i nuovi vestiti rosa che la madre aveva impiegato settimane a

confezionare con

viaggio

la

seta

portata

da

un

oltremare dallo zio, Peter Broad, un navigante che - si diceva in famiglia - stava facendo un sacco di soldi. Dolly andava molto fiera dell'abito nuovo; adorava il rosa, e il modello con il vitino stretto e il piccolo sbuffo sul dietro era molto alla moda. Mary non impazziva per il rosa e neppure le piaceva essere vestita identica alla sorella. Già tollerava con difficoltà che Dolly, con la sua eleganza naturale, apparisse perfetta con qualsiasi cosa indosso; i suoi difetti risaltavano ancora di più quando erano vestite uguali. Si somigliavano molto perché avevano gli stessi capelli neri

e

riccioluti, ma Dolly era molto più graziosa con il suo vitino di vespa, il portamento aggraziato

e

i grandi occhi azzurri che incantavano tutti. Vicino a lei, Mary si sentiva goffa e ordinaria.

Arrivarono in spiaggia molto accaldate e Dolly fu delusa perché non c'era nessuno ad ammirarla nel suo vestito nuovo della festa. «Abbiamo fatto una sciocchezza a venire qui» disse irritata. «Adesso ci tocca tornare indietro con questo caldo.» «Allora rinfreschiamoci in mare» propose Mary. Naturalmente Dolly era preoccupata per il vestito. Con qualche insistenza la sorella la convinse

a superare la spiaggia e attraversare il bosco, per sbucare di nuovo sulla riva, togliersi il vestito

e sguazzare nell'acqua. Una cosa tirò l'altra, e infatti, giunte in un punto dove nessuno poteva vederle, Dolly decise che non era il caso di bagnare la camiciola e la sottoveste, visto che Mary l'avrebbe sicuramente spruzzata e, forse per quell'unica volta, volle essere audace come la sorella minore; così, quando Mary si spogliò completamente e si immerse nell'acqua, lei non esitò a imitarla. Non si erano mai divertite tanto. Mary cercò di insegnarle a nuotare reggendola sotto la pancia, ma poiché Dolly non riusciva a stare a galla da sola, dovette trainarla nell'acqua. Erano tanto prese dal gioco che dimenticarono di accertarsi che nessuno le stesse osservando. Si rivestirono e tornarono a casa ridacchiando per tutto il tragitto,

e Dolly raccontò storie buffe sulle altre cameriere della casa in cui serviva.

Erano quasi arrivate quando videro la madre davanti alla porta e, malgrado la distanza, capirono dalla bocca tirata come una linea retta e dalle braccia incrociate sul petto che era molto

arrabbiata.

«Voi, sgualdrinelle, entrate immediatamente» gridò avvicinai dosi. «Voglio una spiegazione.»

A

quanto pareva un pescatore, che dalla barca aveva adocchiato le ragazze intente a sollazzarsi

in

mare, l'aveva raccontato a qualcun altro, che a sua volta si era affrettato a riferirlo alla loro

madre.

«Vergogna» continuava a ripetere spintonandole su per le scale. Ordinò alle figlie di spogliarsi, poi le picchiò con una verga su natiche e schiena finché Dolly cominciò a sanguinare. Quindi spedì Mary a letto senza cena, e Dolly a casa dei padroni. Mary pensò che la madre fosse una crudele guastafeste. Non riusciva a capire che male ci fosse

a nuotare nudi, e continuò a incolparla perché Dolly non volle più andare con lei da nessuna parte.

Il ricordo di quel giorno la fece sospirare. Quanto era ingenua allora; non si accorgeva che le

stava sbocciando il seno, e ancora meno che sua sorella fosse tanto desiderabile. Di certo non immaginava che sua madre avesse paura di quello che poteva accadere alle figlie se fossero state sorprese da un paio di marinai. Ora invece lo sapeva; capiva che bestie potevano essere gli uomini. Le sembrò che le fosse successo tutto ciò su cui la madre aveva cercato di metterla in guardia, anche l'assenza delle mestruazioni.

La madre era sempre stata vaga rispetto a quello che avveniva tra uomo e donna, ma le aveva avvertite di stare molto attente a “non farsi mettere nei guai”, spiegando che il mancato arrivo delle mestruazioni significava che una ragazza avrebbe avuto un bambino. Mary cercò di convincersi che non poteva essere così, che forse era solo un effetto dell'ansia

provocata

partenza,

dall'attesa

della

ma a marzo fu costretta ad affrontare la possibilità di essere incinta del figlio di Graham. Per questo consultò Sarah. «Secondo me lo sei» commentò l'amica guardandola pensosa.

«Poveretta, se capitasse a me, mi butterei giù dalla nave con le catene. Ho sentito che se una donna ha la pancia non la impiccano, però non ho mai sentito che qualcuna abbia evitato la deportazione per lo stesso motivo.» Mary, che si era aspettata che Sarah fugasse le sue paure, si sentì mancare. «Be', se proprio devo avere un figlio, meglio qui che sulla Dunkirk» replicò con aria di sfida. Aveva assistito al parto di Lucy Perkins, e l'orrore di quella scena non l'aveva più lasciata.

A Lucy non erano state tolte le catene e dopo circa ventiquattr'ore di travaglio aveva dato alla

luce un bambino morto.

Lei stessa morì alcuni giorni dopo. Non fu chiamato nessun medico, e fu assistita soltanto dalle altre donne, tra cui Sarah. «Tu mi aiuterai, vero?» «Certo» la rassicurò l'amica, forse ricordando anche lei quel parto. «Sei sana e forte, e andrà tutto bene.» Mary non chiuse occhio quella notte, preoccupata non tanto del parto, quanto di ciò che avrebbe pensato di lei Tench, una volta scoperte le sue condizioni. Finalmente, all'inizio di maggio, subito dopo il ventunesimo compleanno di Mary, si seppe che

la

nave sarebbe salpata domenica 13 per unirsi al resto della flotta. Sarebbero state undici navi

in

tutto, di cui quattro con circa seicento reclusi e un'intera compagnia di fanti della Marina,

alcuni dei quali con moglie e figli al seguito, e le altre con viveri e beni di prima necessità per i due anni iniziali. Durante la lunga attesa, quasi tutti i reclusi avevano scritto a casa o, se non erano in grado di farlo, avevano chiesto aiuto ad altri. Un giorno di aprile, quando Mary insieme alle compagne aveva avuto il permesso di salire sul ponte per sgranchirsi

le gambe, Tench si era offerto di scrivere ai suoi, ma lei aveva rifiutato. «Non voglio che sappiano dove finisco» disse, guardando con tristezza la Cornovaglia oltre il mare increspato. Da qualche giorno era apparsa improvvisamente sulla terra una verde bruma primaverile, e lei pensava con nostalgia alle primule sulle rive erbose, agli uccelli che nidificavano, agli agnellini appena nati nella brughiera. Le sembrava impossibile essere strappata da quella terra che amava tanto. «Meglio se credono che non mi importi di loro, piuttosto che immaginarmi in catene.» Tench abbassò lo sguardo sulle catene e sospirò. «Forse hai ragione, però io credo che mia madre preferirebbe sapere che sono vivo e penso a lei, anche

se recluso su una nave.» Queste parole resero Mary ancora più triste. Nel giro di poco tempo il suo ventre si sarebbe gonfiato, dando a vedere che aspettava un bambino; allora, con ogni probabilità, lui non le avrebbe più rivolto la parola. Era riuscita ad accettare l'idea di non vedere più i suoi, ma le risultava insopportabile il pensiero di essere respinta da Tench. Quando finalmente la Charlotte salpò l'ancora per scivolare fuori dalla baia di Plymouth, molte donne piansero nel salutare per sempre l'Inghilterra. «Ritornerò» disse Mary con fermezza. «Lo giuro.» Una volta partita la nave, molte recluse si lamentarono ancora più del solito per il mal di mare, le vele che sbattevano, le ecchimosi e i tagli riportati nelle cadute a causa del forte rollio. Mary invece si sentiva eccitata. Il vento che soffiava nelle vele era musica per le sue orecchie, e la incantava osservare la prua fendere l'acqua limpida.

Il

capitano della nave, un ufficiale della Royal Navy di nome Gilbert, era un uomo comprensivo

e

ordinò di togliere le catene ai reclusi; sarebbero state rimesse solo come punizione per cattiva

condotta, o quando si entrava in un porto. Inoltre, mentre la nave veleggiava lungo la costa francese, il tempo migliorò, i boccaporti furono riaperti, e il fetore nelle stive poco alla volta svanì. Mary aveva sempre amato navigare, ma era stata soltanto a bordo di pescherecci e per poche ore al giorno. Su una grande nave era molto diverso, perché ci si poteva muovere e persino trovare un nascondiglio tranquillo tra rotoli di gomene o in un ripostiglio per isolarsi da tutti. D'improvviso capì perché suo padre pregustava sempre con impazienza il viaggio successivo. Era emozionante sentire il rollio dello scafo sotto i piedi, e destava meraviglia il vento imbrigliato nelle vele che spingeva avanti la nave, come pure il modo in cui tutti - dall'ultimo marinaio fino al capitano - collaboravano per mantenere la velocità e la rotta. La Charlotte era una delle unità più lente della flotta, e gli uomini dovevano impegnarsi a fondo per non rimanere indietro. Eppure, mantenere la posizione era una sfida, e ogni volta che riuscivano a superare la Scarborough o la Lady Penrhyn, Mary leggeva orgoglio sui loro volti. Ciò che più apprezzava era però la libertà di trascorrere lunghe ore sul ponte. Se stava all'aria aperta gran parte del giorno, la notte, avvolta in una coperta tra Bessie e Sarah, riusciva a sopportare la stiva. Sul ponte non era costretta ad ascoltare le lamentele e i bisticci delle altre; il vento nei capelli e il sole sul viso le facevano dimenticare la sporcizia e il lezzo della cella. La paura del futuro si dissolveva come una foglia spazzata dal vento. Si sentiva libera come gli uccelli marini che seguivano la scia della nave. I rumori sul ponte risuonavano forti quasi come quelli sottocoperta: il ruggito del mare, le grida dei marinai, lo sfregamento delle cime tese e il cigolio delle vele. Tutti rumori gradevoli però, e il vento e gli spruzzi di mare erano tanto puliti e puri da inebriarla. Gioiva del fatto che la maggior parte delle donne trovasse il mare inquietante e il vento troppo freddo per trattenersi a lungo all'aperto. Sola, con la mano stretta alla battagliola, fingeva di

essere un'ereditiera in rotta verso la Spagna o addirittura l'America. Diceva a se stessa che stava facendo proprio quello che aveva sempre desiderato: un viaggio per il vasto mondo. Scoprì che, una volta in mare, i membri dell'equipaggio erano molto simili agli uomini di Fowey: creature forti, instancabili e amichevoli, sempre pronte al sorriso. Qualche volta approfittava dell'assenza delle altre per scambiare due chiacchiere con loro e informarsi sulla rotta per Botany Bay. Alcuni, ben felici di raccontare dei porti in cui erano stati in viaggi precedenti, le spiegarono che, per sfruttare gli alisei, si doveva attraversare l'Atlantico in direzione di Rio, anziché costeggiare l'Africa. Mary si domandò quanti di loro fossero stati costretti ad arruolarsi in Marina, perché si mostravano solidali verso i reclusi e pieni di risentimento verso la maggior parte dei fanti, che non avevano quasi niente da fare durante la traversata. Molti dei fanti avevano portato con sé la famiglia. Le donne passeggiavano sul ponte con aria spaventata e Mary era dispiaciuta per loro, benché fossero troppo altezzose per rivolgerle un sorriso. Erano prigioniere anch'esse, ma mentre lei sapeva che i deportati erano per la maggior parte innocui, loro probabilmente li ritenevano solo criminali in attesa dell'occasione buona per prendere possesso della nave e uccidere tutti. Mary era felice di incontrare di rado Tench, perché sentiva che il suo corpo stava cambiando, anche se nessuno poteva ancora accorgersene. I seni erano più pieni e il ventre più tondo. Era costernata che la storia con Graham l'avesse messa in quella difficile situazione, del tutto imprevista, ma cominciava a rassegnarsi. In parte riusciva ad accettarlo perché era stata educata a considerare ogni bambino un dono del Signore, e pertanto doveva accogliere il suo senza riserve. Se da un lato nutriva qualche timore rispetto al parto e alla propria capacità di essere una buona madre, dall'altro si sentiva stranamente rinfrancata alla prospettiva di avere qualcuno tutto suo di cui prendersi cura. Con il tempo buono trovava sempre un posto riparato sul ponte per sedersi a fantasticare sul suo bambino. Sperava fosse

un maschio, e lo immaginava un po' come Luke, il figlio di uno dei fanti. Luke aveva sette anni: era un bambino robusto con i capelli bruni e gli occhi azzurri, che le sorrideva quando la madre non guardava. A Mary piaceva osservarlo mentre cercava di aiutare i marinai, chiaramente entusiasta di navigare come lo era stata lei da bambina. Quando la nave costeggiò la Francia in direzione della Spagna e il clima si fece più mite, la madre di Luke prese l'abitudine di sedere con lui in coperta per insegnargli a leggere e scrivere. Mary allora rimpianse di non avere tali capacità da trasmettere al proprio figlio. Fu la paura per la salute del suo bambino che infine la costrinse ad andare dal dottor White, il medico di bordo. Suo padre le aveva sempre detto che i medici di bordo erano dei macellai o degli ubriaconi, ma lei non aveva mai visto White sbronzo. Neppure il suo viso gioviale e i modi delicati con cui l'aveva visitata prima della partenza sembravano quelli di un macellaio. Non aveva rivelato le sue condizioni ad altri che a Sarah, ed era sicura che nessuno, tanto meno Tench, avesse intuito ma, per quanto la imbarazzasse parlarne con il medico, pensò di dover affrontare la situazione. «Credo di essere incinta» sbottò, dopo avergli chiesto se poteva darle qualcosa per un taglio su un piede che non si rimarginava. Lui sollevò un sopracciglio grigio e cespuglioso e, dopo averle posto qualche domanda, la fece distendere per palparle il ventre. «Andrà tutto bene?» chiese Mary, visto che il medico non faceva commenti. «Certamente. Un parto in mezzo al mare non è diverso da tutti gli altri» rispose lui un po' brusco. «Dovrebbe essere per i primi di settembre, e per allora saremo in un posto più caldo e gradevole. Sei sana e forte, Mary, e non avrai problemi.» Mary si rese conto che con ogni probabilità aveva concepito a Natale, la notte in cui Spencer Graham era stato particolarmente affettuoso. Come se le avesse letto nel pensiero, il medico la trapassò con

gli occhi scuri e penetranti. «Chi è il padre? Devi dirlo, Mary, perché deve assumersi le sue responsabilità. Se è un altro detenuto, può sposarti, e se è un fante, gli faremo riconoscere il bambino.» Per Mary fu sorprendente che a qualcuno importasse sapere chi l'aveva messa incinta, e ancora di più che intendesse inchiodare il responsabile ai suoi doveri, però non se la sentì di fare il nome di Graham. Senza di lui non sarebbe sopravvissuta sulla Dunkirk, e inoltre la moglie e i figli non meritavano il dolore di scoprire la sua infedeltà. «Mary, come si chiama?» insistette White. «Non so chi è il padre» rispose lei incrociando le braccia in gesto di sfida. «Non ci credo» ribatté lui in tono di disapprovazione. «Potrei crederlo di altre donne, ma non di te. Quindi dimmelo, e lascia che me ne occupi io.» «No» ribatté lei, ostinata. White fece schioccare la lingua. «La tua lealtà è ammirevole ma fuori luogo, Mary. Vuoi che tuo figlio abbia scritto “bastardo” sul certificato di nascita?» «Non è peggio che avere una deportata per madre.» White scosse la testa, poi la congedò raccomandandosi di pensarci su e tornare da lui in caso avesse cambiato idea. Il giorno successivo incapparono in una burrasca; ancora una volta i boccaporti furono chiusi e Mary fu costretta a rimanere nella stiva. Dopo il senso di libertà provato sul ponte era orribile essere nuovamente intrappolata al buio insieme alle altre, quasi tutte in preda a conati di vomito. La nave rollava e beccheggiava, i buglioli si rovesciavano mentre la gelida acqua di mare irrompeva nella stiva inzuppandole tutte. A Mary non rimase che stringersi ancora di più nella coperta, tapparsi il naso per non sentire il fetore e pregare che la burrasca finisse presto. Impiegarono tre settimane per arrivare a Santa Cruz di Tenerife, il primo scalo della nave. Da un paio di marinai del Devonshire con cui aveva una certa confidenza Mary apprese che prima ancora della partenza i deportati maschi di una delle altre navi

avevano sfondato le paratie per raggiungere le femmine. Le dissero anche che le donne provenienti dalle carceri di Londra erano criminali incallite, spietate, sempre in lite tra loro, pronte a vendersi per un bicchierino di rum. Mary si spaventò perché aveva immaginato i deportati delle altre navi non dissimili da quelli della Charlotte: alcuni erano piuttosto malvagi, è vero, gente che senza pensarci due volte avrebbe derubato un cadavere, però almeno lei sapeva da chi guardarsi, e si sentiva sicura perché sulla sua nave il capitano Gilbert non avrebbe mai permesso che i deportati di sesso maschile rappresentassero una minaccia per le donne. Malgrado l'atteggiamento comprensivo, Gilbert era molto severo. Nelle rare occasioni in cui si trovavano sul ponte contemporaneamente alle donne, gli uomini venivano guardati a vista dai fanti per evitare anche la minima scorrettezza. E la minaccia di essere messi di nuovo in catene o sottoposti a fustigazione dissuadeva tutti dal correre rischi. Eppure, come già sulla Dunkirk, si intrecciavano relazioni illecite, non con gli ufficiali, ma con fanti e marinai. Mary Haydon e Catherine Fryer erano tra le più trasgressive, pronte ad andare con chiunque. Mary e Sarah non avevano scelto quella strada; tra grandi risate si dicevano che, se non era possibile avere un ufficiale, allora non volevano nessuno. La verità era che non si doveva più lottare per la sopravvivenza. Finalmente c'era da mangiare a sufficienza e acqua per lavarsi, e dopo una giornata al sole sul ponte era meglio passare la notte nella stiva piuttosto che essere umiliate e bistrattate da marinai gonfi di rum. L'unico deportato maschio che Mary vedeva spesso era Will Bryant e di tanto in tanto, insieme a lui, anche Jamie Cox. Agli altri uomini non era permesso trattenersi a lungo sul ponte, forse perché erano più numerosi dei membri dell'equipaggio, o perché il capitano Gilbert riteneva che le recluse e le famiglie dei fanti avessero più bisogno di loro di aria pura; comunque Will godeva di un trattamento privilegiato. Pare fosse riuscito a ottenere il permesso di pescare per integrare le razioni

di bordo, così trascorreva buona parte della giornata sul ponte. Mary ammirava la sua intraprendenza e pensava di avere molto in comune con lui. Quando la nave attraccò a Santa Cruz per caricare acqua dolce e altre provviste, l'equipaggio ebbe il permesso di scendere a terra, e così i deportati furono ancora una volta incatenati e i portelli vennero chiusi. Nel caldo soffocante di giugno era intollerabile dover stare sdraiati al buio grondanti di sudore, dopo la relativa libertà di cui avevano goduto nei giorni precedenti. Per Mary era ancora più insopportabile: con il ventre sempre più grosso le era impossibile trovare una posizione comoda sul duro tavolato, e la mancanza d'aria le procurava la nausea. Non appena salparono nuovamente, diretti a Rio in Sudamerica, le catene vennero tolte e si poté ritornare sul ponte. Un pomeriggio, mentre se ne stava appisolata al sole, Mary udì Will Bryant imprecare perché gli si era strappata la rete da pesca. Si alzò, lo raggiunse a poppa, e si offrì di riparargliela. Durante il viaggio, con il corpo rimpolpato dalle razioni più abbondanti, Will era diventato ancora più attraente. Aveva un'abbronzatura dorata, occhi azzurri come il cielo, barba e capelli biondi schiariti dal sole. Sfoggiava anche un sorriso insolente e una bella faccia tosta. «Sei capace di riparare una rete?» chiese con aria sorpresa. Lei rise. «Qualsiasi ragazza di Fowey sa farlo, non credi?» Nessuno ordinò loro di separarsi, e Mary lo attribuì al fatto che lei era impegnata in un lavoro utile con la rete. Passarono tutto il pomeriggio a chiacchierare, soprattutto della Cornovaglia. «Hai un bell'aspetto florido» disse Will a un tratto. «Quando nasce il bambino?» Mary provò un improvviso disagio. Non si era resa conto che oltre al dottor White e Sarah lo sapessero tutti. Se lo aveva capito Will, forse lo sapeva anche Tench! «A settembre» sussurrò arrossendo fino alla radice dei capelli. «Come l'hai capito?» «Ho gli occhi» rispose lui con una risata. «Non è una cosa che

si può nascondere per sempre, non quando il vento ti fa aderire la veste addosso.» Mary avvertì un briciolo di nausea. «Si sa in giro?» Will alzò le spalle. «Boh. Perché? Ti preoccupa?» «Un po'» ammise. «Non voglio che mi si giudichi male, e non ne so molto di neonati.» «Non badare a quello che pensano gli altri» fece lui con un sorriso. «Un sacco di donne partoriranno prima che arriviamo. Quanto al fatto che non sai molto di bambini, credo che poi tutto ti verrà naturale. Le altre donne aiuteranno anche te, quindi non agitarti.» Mary fu colpita dalla sensibilità di quello che aveva sempre considerato un tipo cinico. Poco dopo, lui le disse di avere sentito che a Tenerife

un deportato a bordo della Alexander - una delle altre navi della flotta - si era nascosto sul ponte per poi calarsi in mare con il buio e rubare una barca a remi legata a poppa. «Quel dannatissimo idiota però si è tradito: ha avvicinato una nave olandese e ha chiesto di essere preso a bordo.» Will rise. «Io sarei andato dritto in città per nascondermi fino alla partenza della flotta.» «Sulla Dunkirk non facevo che pensare alla fuga» confessò Mary. «Adesso è assurdo, almeno in questo stato, ma appena nasce il bambino, mi guardo intorno in cerca di un'occasione.» «Io prima voglio vedere com'è Botany Bay» fece Will. «Se si può pescare, costruirsi una casa decente e coltivare un po' di verdura, potrebbe non essere tanto male.» «Ma non sappiamo come sono i deportati delle altre navi» fece notare Mary. «Qui, veniamo tutti dal Devon e dalla Cornovaglia. Tra noi non ci sono veri criminali. Invece ho sentito che quelle della Friendship sono delle donnacce, quasi tutte di Londra. Devono tenerle incatenate perché scoppiano sempre delle risse. Quando saremo a Botany Bay, ci toccherà fare i conti con loro.» «Secondo me tu sai trattare con gente di tutti i tipi. E anch'io.

caveremo.»

Ce

la

Fu solo qualche giorno dopo, sul ponte, che Tench parlò a Mary. Le chiese se le piaceva il

viaggio e spiegò che non aveva molte opportunità di stare in coperta a causa dei molti incarichi

da svolgere altrove. La guardò negli occhi. «Ti senti bene? Il medico mi ha detto che aspetti un

bambino.» Mary riuscì solo ad annuire. Se in qualche modo si sentiva sollevata che la cosa fosse venuta fuori, temeva che Tench le avrebbe posto mille domande, come già White. «Io non giudico gli altri» fece lui con dolcezza, come se le avesse letto nel pensiero. «Mi preoccupo solo per te. Sei fortunata che White sia a bordo di questa nave, perché è un bravo medico. Hai abbastanza da mangiare?» Mary annuì di nuovo, troppo a disagio per parlare. «Se hai bisogno di qualcosa, vieni da me» continuò lui dandole un colpetto sulla spalla. «A Rio cercherò di procurarti della frutta. Lo scorbuto è un pericolo concreto in viaggi lunghi come

questo, ma il capitano Gilbert sa cos'è necessario alla gente più della maggior parte dei capitani

di mare.» Si allontanò e Mary, osservando la sua schiena snella, i capelli bruni ordinati e le

brache bianche e pulite, si rammaricò che il figlio che portava in grembo non fosse suo. Sulla rotta per Rio incapparono in alcune tremende burrasche.

La nave beccheggiava e rollava tra i marosi e l'acqua irrompeva nelle stive trascinando le donne

giù dalle cuccette. Avevano sempre paura di morire; i cigolii del fasciame parevano la conferma che la nave sarebbe andata in pezzi. Anche Mary, che non aveva mai sofferto il mal di mare, in preda ai conati vomitò fino a non avere più niente nello stomaco. Ne uscì con una tale debolezza che non riusciva quasi a muoversi. Ma le tempeste passarono, seguite da periodi di bonaccia in cui la nave rimase praticamente immobile. Fu in uno di quei giorni, mentre Mary osservava dal ponte il resto della flotta con un occhio

anche ai delfini e alle focene, che Tench le suggerì di cercarsi un marito tra i deportati. Non aveva molte occasioni di parlare con lei, e quando ci riusciva era solo per qualche minuto. Tuttavia, dal giorno in cui le aveva detto di sapere della gravidanza, le passava spesso qualcosa:

un pezzo di formaggio, un paio di gallette, e in due occasioni un uovo sodo. Mary non voleva che fosse rimproverato dal capitano; per lei era sufficiente il solo fatto che mostrasse interesse per la sua salute. «Ti sei chiesta come sarà a Botany Bay?» esordì Tench, con lo sguardo rivolto alla flotta immobile nel mare piatto. «Voglio dire, hai pensato a quanto saranno più numerosi gli uomini delle donne?» Lei scosse la testa. «Una donna ogni tre uomini» continuò lui con la fronte aggrottata, come se questo lo preoccupasse molto. «Immagino che per voi donne sarà dura.» Sconcertata, Mary si rese conto che alludeva a possibili stupri. «Non ci sarete voi della Marina a proteggerci?» «Faremo del nostro meglio,» rispose serio «ma anche con tutta la buona volontà del mondo non potremo essere dappertutto in ogni momento.» Mary rabbrividì. Da Will aveva saputo che molti deportati erano tipi pericolosi, però lo erano anche molte delle donne. Aveva pensato soprattutto a furti di cibo ed effetti personali, ma ora Tench le faceva presente che le ruberie non sarebbero stati gli unici problemi. «Dovresti prendere in considerazione l'idea di sposarti» continuò lui. Mary la interpretò per un attimo come una proposta di matrimonio, e il suo cuore sussultò. «Sposarmi?» «Con un deportato, naturalmente» si affrettò a precisare lui. «Tuo figlio avrà bisogno di un padre.» Mary sentì di essere arrossita e si augurò che lui non ne intuisse il motivo. «Non conosco quasi nessuno» replicò risentita.

Tench lanciò un'occhiata dietro di sé per accertarsi di non essere osservato. «Adesso devo andare. Però penserai a quello che ti ho detto, vero?» Si allontanò prima che lei potesse aggiungere altro. Mary rifletté a lungo sul consiglio di Tench. Più ci pensava, più le sue parole avevano senso. Gli uomini tenuti tanto a lungo separati dalle donne sarebbero stati probabilmente pericolosi, come pure alcune donne. Lei voleva Tench. Sapeva che l'avrebbe amato per sempre e che nessun altro poteva suscitare in lei certe sensazioni. Tuttavia era realista: forse Tench provava simpatia per lei, forse anche un sentimento d'amore, ma per farlo innamorare al punto da sposare una deportata ci sarebbe voluto più tempo di quanto Mary disponesse. Inoltre, era previsto che lui tornasse in Inghilterra dopo tre anni, e a quel punto lei ne avrebbe avuti ancora quattro da scontare. C'era solo un deportato per il quale provava ammirazione, ed era Will Bryant. Era forte e in gamba, oltre a saper leggere e scrivere; aveva nella pesca un vero mestiere, e amava le barche e il mare come lei. Era anche bello, oltre a essere un capo per natura. Più pensava a lui, più si convinceva che sarebbe stato il marito ideale. Di certo lei non rappresentava un buon partito, innanzitutto perché portava in grembo un figlio non suo. E non era neppure una gran bellezza. Però doveva pur esserci un modo per apparirgli come una risorsa. Durante le otto settimane di navigazione verso Rio, Mary non fece altro che pensare a come persuadere Will a diventare suo marito. Date le sue condizioni, il dottor White le consentì di passare le giornate sul ponte quando il

tempo era buono, e avere razioni di cibo più abbondanti. In questo modo aveva la possibilità di vedere Will quasi quotidianamente, riparargli le reti, pulire il pesce, spesso dargli un po' del suo

complimenti.

cibo

e

coprirlo

di

Ogni giorno scopriva qualche lato nuovo in lui. Magari era snervante - si vantava di saper fare praticamente tutto meglio di chiunque altro -, però era forte, concreto, intelligente, e anche gentile. Si informava sovente della sua salute; una volta le chiese addirittura se poteva posarle la mano sul ventre per sentir scalciare il bambino, e quando lo sentì rimase sbalordito. Era protettivo con i più deboli, di carattere allegro e raramente di cattivo umore. Quando la nave ormeggiò a Rio, furono rimesse le catene, chiusi i boccaporti, e l'equipaggio scese a terra. Ogni tanto venne concesso ai reclusi di stare sul ponte per brevi periodi, e allora chi disponeva di denaro acquistava ortaggi dagli uomini dalla pelle scura che si avvicinavano alla nave su piccole barche per vendere la loro mercanzia. Prima della partenza dall'Inghilterra, i reclusi con la fortuna di avere parenti non lontano da Devonport avevano ricevuto abiti nuovi, cibarie, denaro e altro. Qualcuno era riuscito a difendere il proprio gruzzolo per tutto il periodo trascorso in galera e poi sulla nave prigione. Will era uno di questi, e raccontò a Mary di averlo custodito in un sacchetto nascosto sotto la camicia. Comprò delle arance e ne diede la metà a Mary. Comprò anche un taglio di tela bianca e gliela passò. «Così puoi fare qualche vestina al bambino» disse con un sorriso insolitamente timido. Anche Tench, quando risalì a bordo leggermente barcollante per le abbondanti libagioni a terra, aveva un dono per lei: una copertina. «Will mi ha comprato della tela per fare delle vestine» spiegò Mary dopo averlo ringraziato, cacciando indietro lacrime di gratitudine. «Sono fortunata ad avere due amici così cari.» «Will è l'uomo che dovresti sposare» fece Tench all'improvviso, cogliendola di sorpresa. «Sposarlo!» esclamò lei come se quel pensiero non le avesse mai attraversato la mente. «Perché dovrebbe volere me quando ci sono tante donne più graziose e senza figli in arrivo?» «Perché tu sei intelligente, tenace e di buona compagnia» rispose

lui con un luccichio negli occhi castani. «Sono queste le qualità che vorrei in una moglie.» «E l'amore?» chiese lei, rammaricata di non saper civettare come tante altre per attirare l'uomo che voleva. «lo sono convinto che, quando due persone sono completamente in sintonia, l'amore arriva» rispose serio. «Secondo me, molti confondono il desiderio con l'amore. Due sentimenti assai diversi.» «Ma non vanno sempre di pari passo?» Tench sorrise. «A volte, se si è molto fortunati. Purtroppo, di solito si prova l'uno o l'altro, non entrambi. O, peggio ancora, si provano per qualcuno non adatto a te.» Mary ebbe la sensazione che si stesse riferendo a ciò che provava per lei. «Ma se li provi, quel qualcuno è di sicuro adatto!» esclamò infervorata. «Può darsi» Si strinse nelle spalle e guardò verso Rio, a ridosso del porto. «Se si potesse portare quella persona in un posto nuovo, dove non si dà importanza alle origini.» La loro conversazione si interruppe all'improvviso perché il capitano Gilbert stava salendo a bordo. Tench dovette andare a salutarlo, e Mary tornò silenziosa a poppa a guardare Rio affacciata sulla baia, e a chiedersi se Tench avesse desiderato andarci insieme a lei. Ma in questo caso, perché allora la incoraggiava a pensare a Will? Era un comportamento assai strano per un uomo. D'altra parte, si era resa conto da un pezzo che Tench non era come gli altri. Salparono dal porto di Rio il 4 settembre e tre giorni dopo, nel tardo pomeriggio, Mary entrò in travaglio. Inizialmente non fu tanto tremendo. Rimase sdraiata tranquilla accanto a Bessie e riuscì persino ad appisolarsi, ma nelle prime ore del mattino i dolori divennero lancinanti e per alleviarli dovette

alzarsi e aggrapparsi a una trave. A metà mattina fu mandato a chiamare il dottor White; dichiarò che tutto procedeva nella norma e che i primogeniti impiegavano sempre molto. Si limitò a ordinare a due donne - il caso volle che fossero proprio Mary Haydon e Catherine Fryer - di raccogliere un po' di paglia per prepararle un giaciglio. La nave beccheggiava violentemente, e Mary e Catherine si mostravano del tutto indifferenti nei suoi confronti. A rendere più difficile la situazione, i boccaporti erano stati chiusi a causa del forte vento, quindi la stiva era divenuta buia e soffocante. «Prima te la sei spassata» disse malignamente Mary Haydon «e adesso ti tocca soffrire.» Mary era sempre stata consapevole che quelle due continuavano a ritenerla responsabile della loro sventura, nonostante affermassero che era acqua passata. Ogni volta che riceveva lodi e gratitudine dalle altre, percepiva la loro invidia. Speravano - ne era convinta - che si lasciasse andare durante il travaglio perdendo così l'ammirazione di tutte; in questo modo si sarebbero prese la rivincita. Mary però non aveva intenzione di dar loro questa soddisfazione. Quando sopraggiunse la doglia successiva strinse i denti e sopportò in silenzio. Man mano che il travaglio procedeva i dolori si facevano più acuti; fu costretta a sdraiarsi e stringere la corda piena di nodi che una donna più anziana si era premurata di legare alla trave sopra di lei. Sarah le sedette accanto, le bagnò la fronte e le fece sorseggiare l'acqua salmastra. «Non manca molto» la incoraggiò con un sussurro. «E se vuoi urlare, fallo; non badare a quelle due streghe.» Mary credette di morire dal dolore, e in una breve pausa tra le doglie si chiese come le donne potessero avere il coraggio di fare più di un figlio. Poi, però, proprio quando era convinta di non resistere più, avvertì una sensazione nuova: la voglia di spingere forte. Ne aveva già sentito parlare, anche da sua madre, e sapeva che

a quel punto il bambino stava lottando per uscire. D'un tratto provò una grande tenerezza per la creatura dentro di sé e si sentì determinata a farla nascere - maschio o femmina che fosse - il più in fretta possibile. «Sta arrivando» sussurrò a Sarah, e alla doglia successiva strinse forte i denti, sollevò le gambe aggrappandosi alla corda e spinse con tutte le forze. Si rendeva vagamente conto che le altre donne stavano consumando il pasto serale al di là della coperta che Sarah aveva appeso per consentirle un po' di intimità; sentiva odore di stufato e le udiva masticare. Il rollio e il beccheggio della nave sembravano riprodurre ciò che stava succedendo nel suo corpo, e fu contenta che l'oscurità nascondesse alla vista il suo atteggiamento scomposto. Sarah ordinò a qualcuno di chiamare il medico, ma lui impiegò un po' ad arrivare e se ne andò quasi subito, dopo averle dato alcune brevi istruzioni e una lanterna per fare luce. «Non lasciatemi» gridò Mary, mentre lui si allontanava. «Ti assisteranno le tue compagne» fece lui brusco. «Io non riesco a stare in piedi qui sotto.» «Bastardo» inveì Sarah mentre lui batteva in ritirata, e intanto si sporse ad asciugarle con dolcezza il viso. «Ci sono io, comunque» la consolò. «So cosa bisogna fare, tesoro; andrà tutto bene.» Il dolore adesso bruciava come il fuoco, e mentre Sarah le lavava natiche e cosce con acqua fredda, Mary ebbe quasi l'impressione di vederlo ardere sotto la pelle. Quando, dopo una lunga poderosa spinta, sentì arrivare il bambino, l'amica gridò che gli vedeva la testa. Ebbe l'impressione che le stessero estraendo dal corpo un grosso pesce viscido. Il dolore era cessato, e riuscì a sentire le voci dietro la coperta stesa. «È una femmina» esultò Sarah deliziata. «Una splendida bambinona.» La luce della lanterna era fioca, però Mary riuscì a vedere l'amica sollevare qualcosa di simile a un coniglio scuoiato. All'improvviso

la creatura lanciò un grido, un urlo rabbioso e sprezzante, come per lo sgomento di trovarsi nel buio di una stiva. «Se la caverà» annunciò Sarah con gioia nel posare la piccola tra le braccia della madre. «Allora, come pensi di chiamarla?» Mary rimase silenziosa un momento. Riusciva solo a fissare con una sorta di timore reverenziale la piccola dai folti capelli neri, violacea nella luce fioca, che agitava in aria i piccoli pugni. Sembrava incredibile che quella creaturina adirata potesse essere cresciuta dentro di lei. «La chiamerò Charlotte» rispose infine. «Come la nave.» Poi ricordò all'improvviso lo sguardo tenero di Graham la notte in cui la loro bambina era stata probabilmente concepita. «Charlotte Spence» aggiunse. «Spence?» chiese Sarah. «Che razza di nome è?» Mary non osò rispondere. «Posso bere qualcosa adesso? Ho la gola secca.» Era notte fonda quando Charles White rientrò in cabina dopo avere accertato che la piccola di Mary era nata senza complicazioni. Si versò un bicchiere di whisky, poi sedette ad annotare sul diario: «8 settembre. Mary Broad. Partorita bellissima bambina». Rimase seduto per un momento, incapace di pensare alle altre cose accadute durante la giornata. La sua mente era totalmente occupata dall'immagine di Mary sdraiata con la bambina tra le braccia in quella stiva lurida e puzzolente. Negli anni era stato chiamato numerose volte ad assistere a parti di donne altolocate in bellissime dimore, e anche di contadine in vere topaie; le aveva aiutate tutte e si era commosso di fronte al miracolo di una nuova vita. Ora provava una certa vergogna per avere lasciato Mary a cavarsela da sola; lei era chiaramente una brava persona, intelligente, tranquilla e riservata, migliore delle sue compagne. Forse il suo comportamento era dettato dal fatto che dava per scontato che la piccola non potesse sopravvivere più di qualche settimana. La mortalità infantile era già piuttosto alta sulla terraferma,

ma su una nave infestata da topi, pidocchi, e malattie di ogni genere pronte a colpire i più deboli, un neonato aveva ben poche speranze. Sorprendentemente, fino a quel momento si erano registrati pochi decessi, per lo più provocati da malattie contratte dai deportati sulle navi prigione. Tuttavia, il viaggio fino a Botany Bay era ancora lungo. Una volta arrivati, sarebbe stata di gran lunga più dura. Bisognava costruire case, dissodare e coltivare la terra. Forse gli indigeni erano ostili e il tempo inclemente. Non era certo l'ambiente ideale per crescere un bambino. Pensava tuttavia che Mary, con le sue numerose e notevoli doti, sarebbe stata un'ottima madre. Si domandò ancora chi potesse essere il padre, e pensò a Tench, perché era stato con lei già sulla Dunkirk. Si capiva benissimo che stava aspettando con ansia quando lui gli aveva annunciato il lieto evento: aveva gli occhi che brillavano e si era mostrato impaziente di conoscere il sesso e il nome del neonato, e di sapere se Mary stava bene. Eppure, nonostante tutto, non riusciva a vederlo come uno che andava con una galeotta. Tench era un giovanotto retto e onesto, con una grande dignità naturale, più interessato a rimettere a posto il mondo che non a fare il donnaiolo. Comunque era evidente che provava qualcosa per Mary Broad, il che era comprensibile, visto che anche un vecchio medico scontroso come lui la trovava attraente. Charles emise "un lungo sospiro: c'erano moltissime incognite in quella grandiosa idea di svuotare le navi prigione e spedire gli indesiderabili all'altro capo del mondo. Nessuno aveva notizie certe sul clima e sugli indigeni, o sulla possibilità di coltivare la terra. Si metteva in gioco la vita non solo dei deportati, di cui assai pochi in Inghilterra si preoccupavano, ma anche di coloro che erano preposti a tenerli in riga. Lo stesso capitano Arthur Phillip, comandante dell'intera flotta, aveva espresso il timore che il carico di provviste, attrezzi e vestiario delle navi da trasporto fosse insufficiente e di bassa qualità. Inoltre tra i deportati non erano molti gli artigiani esperti.

Charles fissò cupo il diario bianco. Se fossero stati tutti persone intelligenti e piene di risorse come Mary Broad e Will Bryant, il progetto avrebbe potuto avere qualche possibilità di riuscita. Purtroppo la maggioranza era costituita da furfanti fatti e finiti, la feccia in fondo al barile dell'Inghilterra. Insomma, l'idea era destinata a fallire prima ancora di essere messa in pratica. Cinque settimane dopo, mentre la nave veleggiava verso Città del Capo, Mary, appoggiata al parapetto con Charlotte in braccio, ammirava la bellezza dello spettacolo che le si parava davanti. In un tramonto dai toni rosa e malva, le undici navi, ora accostate una all'altra, solcavano il mare turchese con le vele gonfie di vento. Banchi di delfini saltavano fuori dall'acqua per poi tuffarsi come se si stessero esibendo in uno spettacolo speciale. Erano alcuni giorni ormai che vedevano delfini e anche balene, e Mary non si stancava mai di ammirarli. «E tu neppure guardi» disse con tenerezza a Charlotte profondamente addormentata, avvolta nella copertina ricevuta in dono da Tench. Mary aveva quasi dimenticato i tormenti del parto; il latte non le mancava e Charlotte cresceva rigogliosa. D'altra parte, la copriva di attenzioni. Mai avrebbe creduto di nutrire un sentimento tanto forte per la propria creatura. Se ne separava raramente, nel timore che le altre donne le infilassero in bocca le dita sporche o la facessero cadere nel prenderla in braccio. Durante il giorno, quando era sul ponte, la teneva nella piccola culla costruita per lei da un marinaio, su cui aveva appeso un telo per ripararla dal sole; di notte, invece, troppo preoccupata dei topi, la teneva stretta tra le braccia. Il capitano Gilbert le aveva detto che poteva farla battezzare non appena arrivati a Città del Capo, quando il cappellano della flotta sarebbe salito a bordo della loro nave. Mary ne fu colpita:

si aspettava che il figlio di un deportato fosse trattato con disprezzo, quasi non appartenesse al genere umano. «Avvisteremo la Table Mountain prima di domani mattina, credo» esordì Tench, comparso all'improvviso al suo fianco. Mary non l'aveva visto né sentito arrivare. «E una montagna con la cima tanto piatta da sembrare proprio una tavola» continuò «e quando è avvolta dalla foschia pare coperta da una tovaglia, almeno così mi hanno detto. Non sono mai stato a Città del Capo.» «Potrete esplorarla» fece Mary in tono di rimpianto. «Vedere tutti quegli animali selvatici e tante altre cose.» Sapeva che Tench amava esplorare e poi annotare sul diario i luoghi visitati e ciò che aveva visto. Non aveva mai incontrato un uomo animato da tanto interesse per posti sconosciuti. «Non resterai in prigione per sempre, Mary» la consolò con voce pacata. «Una volta che l'insediamento di Botany Bay comincerà a prosperare e tu avrai scontato la pena, per una donna come te ci saranno tante buone opportunità.» «Allora voi sarete già tornato a casa» replicò lei cercando di mantenere un tono leggero. «Immagino di sì. Ma tu farai parte di una nuova comunità, e non ho dubbi che sarai anche sposata. Forse la piccola Charlotte avrà un fratellino o una sorellina.» Chinò la testa verso la piccola in braccio a Mary per baciarla sulla fronte. «Scegli Will Bryant, Mary; è l'uomo più giusto per te.» Tench non era più tornato su Will da molto prima che Charlotte nascesse, ma il fatto che non lo avesse dimenticato era la prova che parlava sul serio. «Se questo piano dovesse piacermi, come dovrei comportarmi?» Tench rifletté un attimo. «Io metterei le carte in tavola e gli farei notare i vantaggi di avere una moglie. Specialmente una come te.» Mary abbozzò un sorriso. «Al mio paese sarei stata considerata la peggiore delle scelte per un uomo. Non sono brava a cucinare, né a cucire, e in genere in nessun lavoro femminile.» «Non ci sarà molta richiesta di talenti domestici a Botany Bay»

commentò Tench con un sorriso ironico. «Là saranno i più forti e adattabili a farsi strada. Tu hai spina dorsale, Mary, e molta determinazione. Will lo sa e ti ammira. Non credo che faticherai molto a convincerlo.» «Voi come vi sentireste se una donna vi chiedesse di

sposarla?» Sorrise per buttare la domanda sullo scherzo. Lui rise. «Be', dipende da chi me lo chiede. Ne sarei lusingato, se fosse ricca e bella.» «Quindi una semplice, povera deportata non avrebbe nessuna possibilità?» Mary tentò di mantenere il tono scherzoso, ma avvertì una nota lamentosa nella propria voce. Tench non rispose. «Scusate, vi ho messo in imbarazzo» commentò mortificata. Con sua sorpresa, Tench si parò di fronte a lei e le posò delicatamente la mano sulla guancia guardandola negli occhi. «Ho detto che sarei lusingato se me lo chiedesse una donna ricca e bella, ma lo sarei altrettanto se me lo chiedesse una deportata che mi piace veramente, anche se non accetterei comunque. Non perché di lei non mi importi abbastanza, o perché la ritengo troppo umile per me, ma perché io non sono un tipo da matrimonio, Mary. Sono troppi i posti che intendo visitare e quindi non posso sistemarmi con nessuna.» Mary deglutì sforzandosi di cacciare indietro le lacrime. «Finirete con l'essere un uomo solo.» «Sì, è vero, ma almeno mentre sarò in giro a esplorare il mondo non lascerò sola una moglie» replicò con un sorriso «e nemmeno dei figli senza un padre.» Charlotte fu battezzata tre giorni dopo l'arrivo a Città del Capo. Il reverendo Richard Johnson salì a bordo la domenica mattina per officiare la messa per l'equipaggio al completo e i deportati. Mary era l'unica senza catene: le erano state tolte per la durata della funzione, ma sarebbero

state

Per

rimesse

subito

dopo.

apparire al meglio, si era lavata i capelli fino a renderli luminosi e aveva indossato il vestito di cotone grigio regalatole da Graham sulla Dunkirk. Purtroppo era molto stropicciato perché lo aveva nascosto nella stiva quando le era stato consegnato il “camicione”, il vestito ruvido e senza forma che dovevano portare le detenute. Nel sermone, il reverendo Johnson si rivolse ai deportati: se voltavano le spalle alla malvagità che li aveva portati su quella nave - disse - Botany Bay sarebbe stata una preziosa opportunità per tutti loro. Spronò gli uomini a scegliere una moglie, perché solo nel matrimonio avrebbero trovato la vera felicità e la soddisfazione. Mary mosse un passo avanti con Charlotte in braccio perché ricevesse il battesimo, e si sentì addosso gli occhi di Will. Mentre il reverendo versava l'acqua sulla testa della neonata e lei strillava tanto forte da coprire le sue parole, Mary recitò una preghiera silenziosa, non soltanto per invocare il bene della piccola, ma anche perché Will la prendesse in moglie. Passò una settimana prima che Mary trovasse l'occasione di parlare a Will, perché il cattivo tempo li costrinse sottocoperta. Era ancora un po' rischioso salire la scaletta interna con la bambina in braccio sui gradini scivolosi, ma lei non vedeva l'ora di uscire all'aria pura. Will era di nuovo sul ponte, intento a pescare. Nel sentire i passi alle sue spalle si guardò indietro e sorrise. «Bello stare fuori, eh?» «Non avrei sopportato un minuto di più là sotto» rispose lei ridendo. «È come respirare una minestra stantia.» «Tu e io siamo fatti della stessa pasta» fece Will guardandola con approvazione. «Come sta la piccola?» «Benissimo.» Mary abbassò lo sguardo sulla bambina addormentata che per sicurezza teneva legata a sé con uno

sono neonati.»

scialle.

«Chissà

se

sulle

altre

navi

ci

«Parecchi, ho sentito. Così Charlotte avrà dei compagni di gioco quando sarà più grande.» «E se la gente si sposa come ha suggerito il reverendo, ce ne saranno presto altri» aggiunse Mary. Will scoppiò a ridere. «Molti non staranno ad aspettare le nozze.

Secondo me ci sarà un'invasione di bambini prima della fine del primo anno.» «Ma ci sono tre uomini per ogni donna» osservò astutamente lei. «Penso che le mogli saranno molto contese.» Si sentiva nervosa: quello era proprio il momento di affrontare l'argomento, ne era convinta, ma non osava dire ciò aveva in mente. «Io non avrò problemi» disse Will. «Per me faranno la fila.» Di fronte a tanta arroganza, Mary provò un senso di irritazione. «Allora faresti bene a scegliere con attenzione» ribatté brusca. «Da quanto ho potuto vedere, là sotto ci sono poche donne con un cervello, e quelle delle altre navi potrebbero essere persino più stupide.» «Tu saresti un buon partito per chiunque» fece inaspettatamente Will. «Hai una bella testa e non sei una sciattona come molte qui.» Mary inspirò a fondo per ritrovare la calma. «Sarei un buon partito per te» sbottò. «Mi intendo di barche e di pesca. Veniamo dallo stesso posto, e piacciamo entrambi agli ufficiali.» Will, stupito dalla proposta, la fissò a bocca aperta. «Potresti finire molto peggio» continuò lei paonazza in volto. «Io sono sana e forte, e lavoro sodo per realizzare quello che voglio.

Lo so che c'è Charlotte, e forse un uomo non vuole vedersi intorno un figlio non suo

Si

bloccò all'improvviso, incapace di pensare a qualche altra ragione per la quale Will avrebbe dovuto scegliere lei; inoltre si vergognava di averlo implorato.

«Non io!» esclamò lui con un largo sorriso. «Pensavo che tu fossi troppo orgogliosa per abbassare la testa di fronte a qualcuno.» «Non sto abbassando la testa» si affrettò a precisare

buona soluzione.»

Mary.

»

«Tu

mi

piaci,

ed

è

una

«Io vorrei non solo piacere a una moglie, ma sentirla appassionata nei miei confronti.» Mary

era pronta ad andare per le lunghe per convincerlo ad accettare la proposta, ma non se la sentiva

di fingere un grande trasporto. Di fronte al suo sorriso tronfio, le sembrò di essere stupida e

inadeguata. Rifletté qualche minuto. «Siamo buoni amici da più di un anno: tu lo vorresti un amico non sincero?» «No, certo» rispose lui, mantenendo comunque il sorriso arrogante.

«Però continuo a volere una moglie appassionata.» «Forse, col tempo, potrei diventarlo» ribatté

lei furiosa e sempre più rossa, certa che si sarebbe precipitato dai compagni a raccontare quella

conversazione. «Non abbiamo ancora avuto occasione di conoscerci in questo senso.» Prima che potesse aggiungere altro, da un fante arrivò un grido d'avvertimento: evidentemente si erano avvicinati troppo per i suoi gusti. «Devo andare» concluse lei in fretta. «Pensaci.» Le settimane successive furono dure: violente burrasche si alternarono a periodi di bonaccia in cui la nave restava quasi immobile. L'acqua dolce fu razionata, e il cibo cominciò a marcire. Mary visse momenti di grande ansia perché temeva di perdere il latte ed era anche spaventata da ciò che l'aspettava. Le altre donne erano per la maggior parte tanto sciocche da illudersi di andare in un luogo già pronto ad accoglierle. Mary sapeva che avrebbero vissuto in tenda e che probabilmente parte dei viveri sarebbe finita durante il viaggio. Tra l'altro, molti degli animali erano morti. Prima che nascesse Charlotte non si era mai soffermata sul fatto che la nave potesse naufragare, ma ora, a ogni tempesta, veniva assalita dalla paura. Le acque in cui stavano navigando erano riportate in modo assai approssimativo sulle mappe, e nessuno dell'equipaggio era mai stato da quelle parti. Per quanto se ne sapeva, gli indigeni

di Botany Bay potevano essere cannibali, come potevano esserci bestie feroci pronte a sbranarli. Tuttavia, da un certo punto di vista, il peggio era che Will non le avesse detto una parola riguardo al matrimonio. Mary si chiedeva se lui ci stesse ancora pensando, oppure se ritenesse la proposta troppo assurda per prenderla in considerazione. ***

Capitolo 5.

1788.

Mary stava salendo la scaletta interna con Charlotte in braccio quando udì gridare: «Terra!». Fu colta da un'euforia selvaggia e, saliti di corsa gli ultimi gradini, attraversò il ponte per raggiungere i membri dell'equipaggio e i deportati vicini al parapetto. Non le sembrò terra, ma una linea appena più scura all'orizzonte che poteva essere scambiata per una nuvola; tuttavia, sapeva che il marinaio che l'aveva avvistata dall'alto del sartiame non era tipo da sbagliare. Era gennaio: un anno intero, di cui otto mesi trascorsi in mare, da quando era stata trasferita dalla Dunkirk alla Charlotte. La piccola aveva ora cinque mesi. Erano morti cinque deportati maschi e la moglie di un fante della Charlotte, ma le cause dei decessi furono attribuite a malattie che si erano portati dietro dall'Inghilterra, piuttosto che alle privazioni patite durante il viaggio. Grazie all'aria pura e alle razioni più generose, in maggioranza i detenuti apparivano più in salute di quando si erano imbarcati. In pochi, tuttavia, avevano evitato incidenti come fratture alle gambe o semplici tagli o escoriazioni, perché il ponte e le scale diventavano pericolosamente scivolosi con il cattivo tempo. Nell'insieme, Mary aveva trovato il viaggio una piacevole esperienza. Benché spesso terrorizzata dalle burrasche e avvilita per

l'astio e la cattiveria di alcune detenute, era stata largamente ricompensata dalla felicità che le procurava Charlotte. La piccola cresceva sana e robusta - a dispetto delle più nere previsioni - e con i suoi pronti sorrisi e i placidi gorgoglii riusciva a conquistare tutti, dagli ufficiali, fanti e marinai, fino all'ultimo dei deportati. Aveva infuso nella madre una reale speranza per il futuro, ma ora che erano quasi giunti a destinazione, l'istintiva euforia di Mary era venata dall'ansia.

A Città del Capo, Tench le aveva annunciato che la flotta si sarebbe divisa per far sì che le navi

più veloci andassero avanti per predisporre l'insediamento, ma lei sapeva che non era avvenuto.

Il cattivo tempo e i venti sfavorevoli avevano rallentato le prime navi, che erano state quindi

raggiunte dalle altre, compresa la Charlotte. Nel vederle tutte accostate, Mary si rese conto sconfortata che all'arrivo non avrebbero trovato nulla che fosse stato approntato per loro; inoltre, si ignorava se gli indigeni fossero ostili. Raggiunse Will Bryant e il giovane Jamie Cox, appoggiati alla battagliola. «Questo sì che è uno spettacolo fantastico!» esclamò Will entusiasta, indicando le altre navi con un ampio gesto delle mani. «Temevo che ne avremmo persa almeno una, invece ce l'hanno fatta tutte.» Durante le burrasche, la prospettiva di un naufragio era nella mente di tutti, e doppiamente in quella di Mary, con Charlotte da proteggere. La mattina successiva a una brutta nottata, per lei era

sempre stato rassicurante scoprire la vicinanza di almeno una delle altre navi. Dall'osservazione

di Will comprese che lui aveva nutrito i suoi stessi timori.

«Non hai paura di quello che ci aspetta?» Lui alzò le spalle. «Temo solo che non ci sia abbastanza cibo per sostentarci finché non abbiamo coltivato qualcosa» ammise con una certa riluttanza. «E tu, Jamie?» Il ragazzo fece un timido sorriso. «Io ho paura soprattutto degli indigeni: pensa se sono cannibali.» «Non saresti un gran pasto per loro» commentò Mary ridendo,

mentre lo pungolava nel fianco. Jamie aveva messo su un po' di carne durante il viaggio, ma continuava a sembrarle pelle e ossa. «E tu, di cosa hai paura?» le chiese Will. «Soprattutto degli altri deportati, che non conosciamo, e poi di non essere in grado di provvedere a Charlotte.» «Ci sarò io a proteggervi» fece lui dandole un colpetto sul braccio con la grande mano. Mary si chiese che cosa intendesse esattamente. Benché avessero poco alla volta riallacciato l'amicizia che c'era tra loro prima della sua proposta di matrimonio, nessuno dei due era più tornato sull'argomento. Mary era giunta alla conclusione che lui non la volesse per moglie, e che quel silenzio indicasse la sua volontà di non metterla ulteriormente in imbarazzo. «Spero tu dica sul serio,» commentò con un sorriso «ma immagino che sarai molto occupato a sceglierti una donna, quindi non ci farò troppo conto.» A causa dei forti venti contrari, la Charlotte impiegò altri tre giorni prima di riuscire a entrare nella Botany Bay. Nel vedere per la prima volta la terra che erano andati a popolare non vi furono grida di gioia, sorrisi o risate da parte di fanti, ufficiali o deportati. Per una volta reagirono tutti allo stesso modo, con uno sbigottito silenzio. La terra si presentava desolata, inaridita dal sole cocente, del tutto priva degli attesi pascoli verdi, con solo qualche stentato alberello. Ancora più scoraggiante, tuttavia, fu la vista degli indigeni, neri come la pece, totalmente nudi, che brandivano minacciosamente le lance verso le navi. Era chiaro che non erano contenti di vedere sconosciuti uomini bianchi invadere il loro territorio. La maggior parte della flotta aveva preceduto la Charlotte, e una delegazione di ufficiali e fanti era già scesa a terra alla ricerca di un posto adatto per l'accampamento. I deportati, tuttavia, non

ottennero il permesso di rimanere sul ponte a osservare lo sviluppo delle operazioni e ancora una volta furono rinchiusi nelle stive. Solo nelle settimane successive Mary venne a sapere cos'era accaduto nelle lunghe giornate di

reclusione sottocoperta, nel caldo soffocante. Un aneddoto che avrebbe in seguito divertito lei e i compagni era che gli indigeni, per comprendere di che sesso fossero gli ufficiali bianchi, avevano costretto uno di loro a calare le brache.

A quanto pareva, il capitano Arthur Phillip era riuscito a superare la loro ostilità offrendo in

dono ninnoli e perline, ma si era allarmato nello scoprire che Botany Bay non poteva accogliere

più di mille persone con tutti gli animali. Il suolo non era fertile e l'acqua dolce di difficile accesso. Allora partì con un piccolo plotone a bordo delle scialuppe alla ricerca di un luogo più adatto lungo la costa, lasciando il resto della compagnia ad abbattere alberi in caso non si fosse trovato niente di meglio. Arrivò in un posto chiamato Port Jackson, che dalla lettura del diario di viaggio del capitano Cook aveva desunto essere una piccola insenatura. Si stava facendo sera e, per controllare di persona, ordinò ai suoi uomini di inoltrarsi con le barche oltre i due giganteschi promontori che

la chiudevano. Superati questi, si accorse che non si trattava affatto di un'insenatura ma di un

vero e proprio porto naturale, il più bello che avesse mai visto. Deliziato dalla scoperta di questo gioiello dalle mille cale riparate, con tanti alberi e acqua dolce, si spinse più avanti fin dove c'era abbastanza fondo da consentire alle navi di avvicinarsi alla terra. Battezzò quel luogo “Sydney Cove” in onore del segretario di Stato Lord Sydney, il destinatario dei suoi dispacci. Inoltre, in quella zona gli indigeni apparivano più amichevoli.

A Sydney Cove, dunque, sarebbe sorto il primo insediamento del Nuovo Galles del Sud.

Mary e gli altri deportati erano all'oscuro di tutto. Sudati e ansimanti nella calura delle stive, sapevano solo che erano approdati in una terra arida e infernale, popolata da terrificanti selvaggi. Non c'era da stupirsi se molti di loro si aspettavano solo la morte alla fine di quel lungo viaggio inutile. Fu solo il 26 gennaio, nell'udire salpare le ancore e issare le vele, che cominciò a rinascere la speranza per il futuro. Quando la Charlotte raggiunse Sydney Cove era già notte, troppo buio per vedere qualcosa. Ai

detenuti non era stato comunicato che la nave ammiraglia Sirius li aveva preceduti quello stesso giorno, e che gli ufficiali, scesi a terra e issata la bandiera inglese, avevano festeggiato con una breve cerimonia, qualche colpo a salve, e un brindisi alla famiglia reale e al successo della nuova colonia. Tuttavia, dalle grida di gioia provenienti dagli equipaggi delle navi ancorate nella baia, fu ovvio per tutti i detenuti che quello sarebbe stato il luogo del loro insediamento. Nella fetida e afosa oscurità delle stive non potevano condividere quell'euforia, però si sentivano sollevati perché presto avrebbero camminato sulla terraferma e dormito sotto una tenda. Erano tuttavia anche molto angosciati, perché la nuova prigione che dovevano ancora costruire si trovava dall'altra parte del mondo e sarebbe stato molto improbabile rivedere l'Inghilterra e i loro cari. Alle prime luci dell'alba, nell'aria risuonavano le accette che abbattevano gli alberi, e le donne si precipitarono ai boccaporti per guardare fuori. «Sembra meglio dell'altro posto» commentò allegra Bessie. «È vero» concordò Mary. I primi raggi di sole splendevano sul mare turchese e a terra c'erano parecchi alberi, alcuni dei quali, molto grandi, popolavano le colline alle spalle della baia. Benché non vi fosse traccia di quelli che venivano comunemente detti “pascoli”, quel luogo non

Botany Bay.

aveva certo

l'aspetto

desolato

di

Videro calare le scialuppe dalle altre navi e poi i deportati maschi della Friendship salirvi a bordo. «Chissà noi quando andremo a terra» fece Bessie impaziente. Mary sospirò. «Speriamo presto. Qui sotto fa veramente troppo caldo per Charlotte.» Le donne lasciarono la nave solo una settimana dopo. Era stato detto loro che dovevano rimanere a bordo finché a terra non ci fosse stato più ordine; tuttavia ottennero il permesso di stare sul ponte mentre gli uomini montavano tende, abbattevano alberi, costruivano baracche per le provviste e una segheria. Quell'euforia che cresceva col passare dei giorni ricordava a Mary l'impaziente attesa della festa del Calendimaggio al suo paese. Le donne che possedevano diversi vestiti li passavano in rassegna in cerca di qualcosa di carino. Quasi tutte però, come Mary, erano arrivate sulla

Charlotte soltanto con l'abito che avevano addosso. Sbocciò, tuttavia, una nuova generosità, e nastri, pizzi e piccoli ninnoli vennero offerti a chi non possedeva nulla. Si aiutarono a vicenda a lavare e arricciare i capelli, e chi sapeva cucire era felice di aiutare chi non ne era capace. Sentivano che le donne della Lady Penrhyn erano anch'esse prese dai preparativi. Le loro risate

e i commenti sboccati si diffondevano nell'aria fino alla Charlotte, e il sartiame era

inghirlandato di indumenti di tutti i colori dell'arcobaleno stesi ad asciugare. Malgrado condividesse l'euforia delle altre, Mary era anche in ansia. Bastava uno sguardo alla

Lady Penrhyn per capire che quelle donne erano più di mondo e senz'altro più attraenti di lei. In qualche modo, a bordo della Charlotte, Mary si distingueva ed era ammirata per la sua capacità

di fare da portavoce per le rivendicazioni di tutte, per il suo comportamento leale e perché era

madre. Godeva anche del rispetto della maggior parte degli ufficiali e dei fanti, e si era persino

conquistata la fiducia delle loro

figli.

mogli

e

dei

loro

A terra, invece, avrebbe dovuto ricominciare tutto daccapo, e stare sempre in guardia. Temeva che Mary Haydon e Catherine Fryer, pur di vederla umiliata, cercassero di denigrarla con chiunque fosse disposto ad ascoltarle. Gli ufficiali delle altre navi non le avrebbero concesso la fiducia e la libertà cui era abituata; sarebbe stata solo un piccolissimo pesce in un grande stagno, senza nessuno che proteggesse lei e Charlotte. Domenica 3 febbraio il reverendo Richard Johnson officiò una funzione all'ombra di un grande albero. Come tutte le donne, Mary osservava dalla nave, un po' intimorita nel vedere settecento uomini - detenuti, ufficiali, fanti e marinai - uniti nella preghiera.

Will, più alto e più grosso e con i capelli biondi scoloriti dal sole, torreggiava sulla folla. Gli era accanto Jamie Cox, piccolo e minuto, che rispetto a lui sembrava un bambino. Una zazzera di capelli rossi in mezzo alla folla attirò l'attenzione di Mary che, sorpresa, riconobbe Samuel Bird. Guardando meglio, vide di fianco a lui James Martin con le sue spalle spioventi e l'inconfondibile nasone. Provò una gioia incontenibile, come se rivedesse i suoi familiari. Arrivò alla conclusione che quei due fossero stati imbarcati di proposito a bordo di un'altra nave per separarli da Will ed evitare che insieme fomentassero una qualche forma di ribellione. Tench, con il cappello infilato sotto il braccio, si trovava tra gli ufficiali, e bastò quella distanza tra detenuti e ufficiali per convincere Mary che la loro amicizia difficilmente sarebbe sopravvissuta alla conclusione del viaggio. Le donne scesero a terra tre giorni dopo. Nell'ultima settimana la loro eccitazione era andata crescendo e, mentre con le compagne veniva trasportata a riva sulla scialuppa, Mary si sentì frastornata e come le altre emise gridolini di gioia. Dopo le tante tribolazioni del viaggio, era

meraviglioso vederle

felici,

tutte

così

con le guance arrossate e gli occhi splendenti, come un gruppo di damigelle a una cerimonia nuziale.

A far battere forte il cuore di Mary bastava la prospettiva di camminare di nuovo sulla

terraferma, non sentire più il puzzo dei buglioli e sfuggire alla minaccia notturna dei ratti. Era peraltro consapevole che ciò che infiammava le altre erano soprattutto gli uomini fermi sulla spiaggia. Mentre la barca si avvicinava a riva e fu chiaro che gli uomini le stavano aspettando, strinse al petto Charlotte con un moto di paura. L'espressione sui loro volti le riportò alla mente l'arrivo delle navi nel porto di Fowey dopo settimane di mare: anche allora notava gli sguardi bramosi senza però comprendere perché sua madre ordinasse subito a lei e a Dolly di entrare in casa. Ora invece lo capiva. Quei marinai avevano una sorta di fascino rude: erano forti, in forma, tutti ripuliti per presentarsi al meglio durante la libera uscita. Gli uomini in attesa delle deportate erano invece cenciosi e sporchi, più simili a un branco di cani randagi che a esseri umani. Qualcuna si mise a gridare qualche scurrilità e intanto abbassava la scollatura e mandava baci.

In un'altra scialuppa proveniente dalla Lady Penrhyn una donna si mise in piedi e sollevò la

gonna per esibire le parti intime. Mentre le barche arrivavano sulla spiaggia e loro cominciavano a scendere, Mary ebbe l'impressione che i fanti che tenevano indietro i detenuti non fossero molto meglio di loro. Sghignazzavano, strizzavano l'occhio, afferravano le mani delle donne senza dare la minima

sensazione di essere là per proteggerle. Mary, con la piccola culla sotto un braccio e la bambina stretta a sé, si fece largo tra la folla bersagliata da versi di scherno assordanti, commenti osceni e richieste di baci. Ne era divertita ma anche spaventata; sembrava un concentrato di tutte le fiere e le sagre cui aveva partecipato.

Le parve strano che gli ufficiali se ne stessero a guardare, quando per tutta la durata del viaggio

erano stati tanto rigidi nel tenere separati gli uomini dalle donne. Una dopo l'altra arrivavano barche a depositare sulla spiaggia

altre deportate; il baccano era sempre più forte, le spinte e gli strattoni più aggressivi, da parte degli uomini come delle donne, alcune delle quali si lanciavano a baciare e abbracciare chiunque. Mary avrebbe tanto desiderato sfilare gli scarponi e correre a piedi scalzi sulla sabbia, guardare gli strani uccelli che li osservavano dagli alberi e sguazzare nella ritrovata libertà, ma comprendeva che in quel momento sarebbe stata una pessima idea e che doveva rifugiarsi in mezzo alle altre. Individuò un gruppetto di donne e bambini, e corse da loro. «Che Dio abbia pietà di noi» gridò ansimante. «La situazione sta sfuggendo di mano.» Una donna alta con un bambino piccolo in braccio, che indossava un dozzinale vestito marrone e la cuffia, rispose: «Da un pezzo chiediamo ai nostri mariti di portarci in un luogo sicuro, ma a quanto pare sono distratti». Mary si rese conto che erano mogli di fanti con i figli, e poiché quelle sulla Charlotte l'avevano trattata con una certa gentilezza, pensò che queste si sarebbero comportate allo stesso modo. «Posso rimanere con voi? Ho paura per la mia bambina.» L'espressione della donna si indurì. «Vai con le deportate della tua nave. Il tuo posto è lì» fu la brusca risposta. Mortificata, Mary girò sui tacchi e si allontanò, rendendosi conto che quel breve scambio non era che un anticipo di come sarebbero andate le cose a partire da quel momento. Seguì una cerca calma quando i fanti spararono a salve sopra la testa dei detenuti e le donne vennero accompagnate alle tende loro assegnate; però, anche quando si misero in movimento, dai commenti e dalle risatine Mary capì che la maggior parte di loro era troppo eccitata da quegli uomini famelici per essere tenuta a lungo sotto controllo. Mary, Bessie e Sarah riuscirono a restare unite, ma si ritrovarono a condividere la tenda con tre sconosciute. Quella che sembrava essere il loro capo si presentò come Cheapside Poli. Era alta, magra e con gelidi occhi azzurri; indossava un vestito a righe e un malconcio cappello

rosso.

in

Depositò

una

borsa

tessuto accanto al palo della tenda e guardò in cagnesco Mary e le sue amiche.

«Se a qualcuno viene in mente di rovistarci dentro, gli mozzo il naso» esordì. Si guardò intorno,

e sollecitò le compagne a raccontare di cosa era capace.

«L'ha fatto a una di Newgate» disse allegra la grassa con il viso butterato. «Non li avevo mai sentiti urli come quelli.» «Noi non siamo ladre» fece Mary, anche se tecnicamente lo erano. Era spaventata, perché quelle tre avevano un tono duro e parlavano in modo strano, diverso dal suo. Sapeva che Newgate era la famigerata prigione di Londra, e immaginò che venissero da là. «Tieni lontano da me quella mocciosa» l'avvertì Poli con aria aggressiva indicando Charlotte. «Non sopporto gli strilli.» Per fortuna le tre londinesi erano ansiose di uscire dalla tenda più in fretta possibile e, dopo avere steso le coperte, scomparvero. Mary sedette ad allattare Charlotte. A giudicare dall'irrequietezza di Sarah e Bessie, era evidente che anche loro erano ansiose di uscire. Le sue amiche avevano un aspetto molto migliore di quando erano partite dall'Inghilterra: Sarah, con le gote rosee e i capelli luminosi, si era arrotondata, mentre Bessie, piuttosto grassa al suo arrivo sulla Dunkirk, aveva perso una dozzina di chili, e la carnagione un tempo grigiastra appariva adesso color pesca. «Diamo solo un'occhiata in giro» disse Bessie lisciandosi i capelli.

«Torniamo appena scopriamo dove distribuiscono le razioni.» Mary, che come chiunque altro era stata ansiosa di posare i piedi sulla terraferma, si sentì a quel punto sull'orlo delle lacrime. Aveva già il vestito fradicio di sudore per il gran caldo, e doveva trovare acqua per sé e per rinfrescare Charlotte. Udiva voci roche e stridule, ma la loro lingua non era l'inglese che conosceva lei; immaginò fosse il gergo della prigione di Newgate di cui aveva sentito parlare a Exeter, perché quelle strane parole le suonavano vagamente familiari. Non avrebbe mai pensato di dover imparare una nuova lingua, oltre a tutto il resto. Nel monotono scorrere del tempo sulla nave sapeva esattamentecosa ci si aspettava da lei: la routine quotidiana raramente cambiava. Lei era una di venti donne, con un nome e una personalità; ora sarebbe stata una di duecento, messe insieme senza precise regole di comportamento. Se Cheapside Poli era un esempio di come erano le altre, Mary doveva per forza trovare nuove risorse per sopravvivere. Con le guance rigate di lacrime e Charlotte stretta al petto, le tornarono alla mente le parole che tanto spesso aveva udito in chiesa il giorno di Pasqua: “Signore, perché mi hai abbandonato?”. Il buio calò all'improvviso cogliendo Mary di sorpresa. Evidentemente là non c'era crepuscolo come in Inghilterra. Il baccano che era andato crescendo nel corso del pomeriggio si era fatto insopportabile. Armata di coraggio, aveva passato in rassegna la fila di tende delle donne alla ricerca di cibo e acqua e delle sue compagne di viaggio. Aveva scorto James Martin e Samuel Bird, ma benché loro la chiamassero con grida e cenni della mano, lei non li raggiunse perché erano in compagnia di uomini dall'aspetto ancora più disperato. Per un po' tentò di unirsi alla baldoria, ma i pericoli che comportava la spinsero a raggiungere alcune donne più anziane, agitate quanto lei. Durante il giorno i fanti avevano cercato con scarso successo di separare gli uomini dalle donne, ma al calare del buio persero totalmente il controllo, e allora parecchie coppie di detenuti si infilarono precipitosamente dietro ai cespugli. Mary stava per posare Charlotte nella culla dentro la tenda quando un lampo improvviso illuminò l'intera baia. Seguì un tuono potente come il rombo di un cannone, e la piccola si mise

a gridare. Dopo altri lampi e tuoni la pioggia cominciò a scrosciare con una violenza che Mary

non aveva mai visto in vita sua. Il suolo compatto si allagò nel giro di qualche minuto, e nella

tenda l'acqua prese

a

scorrere

come

un

fiume.

Mary si aspettava che il temporale spegnesse i bollenti spiriti dei gozzovigliatori come spegneva i numerosi falò sulla spiaggia, e invece, accovacciata al riparo della tenda, vide inorridita che la gente si era ancora più infiammata. I lampi illuminavano scene indecenti, donne che si spogliavano, uomini che le afferravano smaniosi per possederle nel fango. Tuttavia, in quegli atti orribili c'era almeno il mutuo consenso. Da altre parti, invece, uomini simili ad animali predatori inseguivano e atterravano donne in fuga, le cui grida echeggiavano per tutto l'accampamento. Tra loro non c'erano solo detenuti, ma anche fanti. Con la mano sulla bocca, Mary li osservò inorridita mentre scaraventavano a terra e violentavano donne anziane, troppo provate e gracili per fuggire. Quella scena infernale le evocò il quadro che aveva visto una volta a Fowey nella sede della scuola domenicale: uomini assatanati dalla lussuria, donne che li incitavano in preda all'esaltazione, altre che urlavano di terrore. Vide una con il viso completamente coperto di fango alzarsi barcollante da terra mentre lo stupratore si allontanava; un secondo uomo le saltò addosso, e un altro ancora aspettava il suo turno. Mary non sapeva cosa fare. Scappare sarebbe stata una follia perché qualcuno l'avrebbe

sicuramente presa e, se si fosse portata dietro Charlotte, la piccola rischiava di essere strappata dalle sue braccia e uccisa. La tenda tuttavia non le offriva alcuna protezione e infatti, mentre esitava, un altro lampo rivelò un branco di uomini che,passava in rassegna tutte le tende alla ricerca di nuove prede. Afferrata Charlotte, sgusciò dalla parte posteriore e rimase un attimo acquattata per decidere quale fosse la direzione più sicura. Spingersi all'interno le parve la scelta migliore: con un po' di fortuna, sarebbe riuscita a nascondersi sotto qualche cespuglio. Allora, con Charlotte sotto un braccio e la veste sollevata nell'altra mano, corse a rotta di collo al riparo degli alberi. Urtò con i piedi nudi contro monconi di tronchi e inciampò nei rami secchi, ma riuscì in

qualche

stretta

modo

a

tenere

la bambina. Tuttavia, proprio mentre pensava di essersi allontanata parecchio dalla baraonda della spiaggia, si ritrovò di fronte due uomini. «Guardaaa!» gridò uno. «Carne fresca!» «Non fatemi del male» urlò lei terrorizzata, sapendo che in qualsiasi direzione si fosse messa a correre, sarebbe stata raggiunta. «Ho una bambina piccola con me.» «Mica vogliamo fargli del male. Mettila giù e fa' la carina con noi.» Con un urlo Mary strinse con più forzai Charlotte al petto, ma uno la afferrò per la spalla e la buttò a terra. Sdraiata sulla schiena, sempre stretta a Charlotte, che a sua volta si era messa a gridare, Mary prese a lottare con le gambe e i piedi, le sole armi a disposizione. Il buio le impediva di vedere, però sentì il tallone affondare in un punto molle, e l'urlo che seguì le fece pensare di averlo colpito nel ventre. «State lontani da me, animali!» gridò. «Laggiù è pieno di donne disponibili.» Uno la tenne ferma per le spalle e l'altro le afferrò le ginocchia per fargliele divaricare. Mary sentì la loro puzza di sudore, il fiato rancido. «Maledetti, andate all'inferno» urlò, lottando con tutte le sue forze. «Aiuto!» L'uomo che le teneva aperte le gambe si inginocchiò e la tirò verso di sé, mentre l'altro le bloccava le spalle in una morsa d'acciaio. Malgrado le urla di Charlotte, Mary udì il rumore di qualcuno che avanzava tra i cespugli; questo accrebbe il suo terrore perché poteva essere un altro malintenzionato pronto a possederla. «Lasciatela stare» tuonò una voce maschile; sbalordita, Mary riconobbe la voce di Will. Nel buio riusciva a distinguere solo una sagoma; udì un colpo sordo, e l'uomo che stava per stuprarla ruzzolò all'indietro. Seguì un altro colpo secco, e le mani sulle sue spalle mollarono la presa. «Questa è la mia donna» ruggì Will, e in un attimo la tirò su per stringerla tra le braccia.

«Su, su» le disse poi con dolcezza, scostandosi un poco per non schiacciare Charlotte. «Sei salva.» Le prese il braccio per condurla via. Mary pensò che probabilmente aveva picchiato i due uomini con una specie di randello, ma non si voltò a guardare. «Ci sono riusciti?» chiese Will affannato. «No, sei arrivato appena in tempo.» La fece addentrare tra gli alberi, e quando ne trovarono uno che offriva un vero riparo dalla pioggia, si fermò e la aiutò a sedere. Sedette accanto a lei e la cinse con un braccio. «Siete ferite?» «Credo di no» rispose Mary cullando Charlotte tra le braccia per tranquillizzarla. D'un tratto scoppiò a piangere, come non le era più accaduto dal processo. Le fatiche, le privazioni, le crudeltà e le umiliazioni sopportate tanto a lungo sembrarono affiorare tutte insieme, solo perché un uomo si preoccupava di consolarla.

«Adesso sei al sicuro» le sussurrò Will, mentre la stringeva a sé cullandola piano. «Mai più lascerò che qualcuno ti tocchi.» Poco dopo smise di piovere, all'improvviso com'era iniziato, e la luna sbucò da dietro le nubi. Will continuò a tenere stretta Mary mentre lei offriva il seno a Charlotte per calmarla. Erano tutti e tre bagnati fradici e coperti di fango, ma almeno non faceva freddo. «Sono venuto a cercarti quando la situazione si è messa male» spiegò Will. «Ho incontrato Sarah e Bessie, mi hanno detto che eri nella tenda per mettere a dormire Charlotte. Facevo meglio a venire subito da te.» «Ho avuto una gran paura appena abbiamo messo piede sulla spiaggia» ammise Mary. «Erano tutti senza freni.» «Sembravano pazzi» sussurrò lui, sconvolto. «Come hai fatto a trovarmi?» Will rimase un attimo in silenzio, e Mary pensò che neppure lui avesse la coscienza pulita. «Ho visto una banda di uomini infilarsi tra le tende delle donne» rispose infine. «Ho pensato

scappata

che

se

tu

eri

saresti

da dietro. Sono andato da quella parte e ho sentito piangere la bambina.» «Sarà sempre così?» sussurrò Mary. Tremava per lo spavento, mentre le immagini vivide di ciò che aveva visto sulla spiaggia danzavano ancora davanti ai suoi occhi. Will sospirò. «Non credo. Domani gli ufficiali riprenderanno il controllo; qualcuno verrà fustigato, qualcun altro rimesso in catene, e tutto si sistemerà.» «Spero che tu abbia ragione. Però l'idea di vivere insieme a quelle donne di Londra mi terrorizza a morte.» «Terrorizzata, tu?» la canzonò Will. «Una ragazza tanto coraggiosa da chiedere a un uomo di sposarla?» «Vorrei non averlo fatto. Devo esserti sembrata una sfacciata. Però ho pensato che io e te avevamo tante cose in comune; tu mi piaci davvero e, come dimostra quello che è successo stanotte, qui le donne hanno un gran bisogno di protezione.» «E vero» fece lui pensieroso. «Ma credo che anche a noi uomini serva una brava moglie, quindi noi due ci sposeremo.» «Vuoi sposarmi?» Per la sorpresa, Mary smise immediatamente di piangere. Lui ridacchiò. «Be', non voglio una di quelle megere impestate di Londra. Avevi ragione, Mary:

tu e io saremo una bella squadra. Avranno bisogno di qualcuno che vada a pesca, perché un sacco di cibo che è stato portato qui è marcito. Credo che riuscirò ad accordarmi per avere un posto tutto per noi; ho un cervello più fino degli altri.» Mary si rendeva conto che non le stava dicendo di amarla, e che la riteneva solo una donna sana e utile, però aveva cacciato via quegli uomini e l'aveva confortata nel momento del bisogno. Quel luogo era destinato a diventare un inferno, e lei dubitava di riuscire a sopravvivere da sola. Non si aspettava una storia d'amore, e neppure ne aveva bisogno; si sarebbe accontentata di essere protetta.

Quattro giorni dopo quella terribile notte il reverendo Johnson li sposò all'ombra del grande albero, dove aveva officiato la prima funzione. Non erano gli unici; anche altre coppie si sposavano per le loro stesse ragioni. Non disponendo di un abito per l'occasione, Mary indossava il suo solito vecchio e logoro vestito grigio, lavato di fresco, e nei capelli aveva un fiore artificiale prestatole da Cheapside Poli in un insolito slancio di generosità. Non si aspettava granché dal matrimonio, né dalla nuova terra. Nei quattro giorni successivi all'arrivo aveva notato che per la maggior parte i detenuti erano pigri e disonesti. Rubavano qualsiasi cosa, non dimostravano alcun interesse a lavorare per il bene comune, e molti si erano già messi a barattare con i fanti razioni di cibo o effetti personali in cambio di alcolici. I fanti non erano da meno, e c'era una totale mancanza di organizzazione da parte degli ufficiali e anche delle autorità che li avevano allontanati dall'Inghilterra. Will non sbagliava nell'affermare che parte del cibo era avariato. Mary aveva dovuto mangiare riso brulicante di vermi e manzo salato non più commestibile. Gli attrezzi erano di bassa qualità, i vestiti per le donne troppo scarsi, e mancavano totalmente uomini con un mestiere alle spalle. Si chiedeva come sarebbero riusciti a coltivare quella terra desolata quando su centinaia di uomini ce ne erano solo due che si intendevano di agricoltura o di allevamento del bestiame. Come si poteva costruire una città senza carpentieri o gente capace di cuocere mattoni? Era stato eretto l'alloggio per il capitano Arthur Phillip - una tenda di tela pregiata -, costruito un magazzino per tenere sottochiave le provviste, e in una zona appartata erano state montate tende

con la funzione di ospedale. Gli animali che si erano portati dietro erano in cattive condizioni, e la dissenteria aveva colpito chi era già troppo provato dal viaggio. Il capitano Phillip poteva anche andare orgoglioso del fatto che a bordo erano morte in tutto solo quarantotto persone, ma quante altre se ne sarebbero

dell'anno?

andate

prima

della

fine

Una deportata di ottant'anni si era impiccata a un albero la notte stessa in cui aveva messo piede a terra; molte altre avevano ancora gli occhi pesti e l'aria impaurita. C'erano serpenti, ragni e insetti di ogni genere che potevano rivelarsi pericolosi. Quanto agli indigeni, sembrava che gli ufficiali fossero determinati a ottenerne la collaborazione, ma persino una ragazza ignorante come Mary percepiva il loro profondo risentimento nei confronti della moltitudine di bianchi che aveva deciso di cacciarli dalla loro terra. Si chiedeva in quanto tempo sarebbero passati dalla curiosità alla rabbia, per poi cominciare a uccidere. Will, comunque, era stato di parola: non solo aveva mantenuto la promessa di sposarla, ma si era anche mosso per stringere un accordo grazie al quale gli veniva affidata la pesca e otteneva il permesso di costruirsi una capanna. Mary, accanto a lui, gli lanciò un'occhiata e sorrise. Era splendido con la camicia e le brache pulite; si era anche rasato la barba cespugliosa, e i capelli biondi splendevano come granturco maturo. Lei sapeva di essere invidiata dalla maggior parte delle donne, perché Will era il più attraente e capace di tutti i detenuti. Forse avrebbe avuto un gran daffare per tenerlo legato a sé, e forse tutto quel suo vantarsi l'avrebbe stancata, però lo apprezzava molto e aveva fiducia in lui. Questo bastava. Mentre la cerimonia di nozze volgeva al termine e la gente tornava nelle tende o nelle capanne in costruzione, il tenente Tench indugiò a guardare Mary e Will allontanarsi lungo la spiaggia. Si sentiva disorientato perché nulla corrispondeva alle sue attese: il luogo, l'organizzazione, neppure gli ufficiali delle altre navi. Persino le provviste erano inadeguate. Un vero caos. Inoltre, per quello che aveva visto dei detenuti fino a quel momento, sarebbe stata una grande fatica metterli al lavoro. Da quanto poteva capire, gli ufficiali che condividevano con lui la volontà di far funzionare bene quel posto si contavano sulla punta delle dita. I suoi uomini, poi, si comportavano per la maggior parte in modo spaventoso: erano pigri e disonesti come i detenuti.

Aveva immaginato che si sarebbe sentito più ottimista quel giorno, dopo la cerimonia. In fin dei conti, quelle nozze erano una piccola iniezione di allegria nella nuova comunità, una dimostrazione di speranza per il futuro. Invece, nel vedere quelle coppie sposate, anziché gioia aveva provato un'enorme tristezza. Sua madre piangeva sempre ai matrimoni. Era convinta che più piangeva più la coppia sarebbe stata felice. Le sue non erano lacrime di tristezza, ma di pura emozione di fronte a due persone che dichiaravano in pubblico il loro amore. Forse il senso di sconforto di Tench nasceva dalla consapevolezza che le coppie che si erano sposate quel giorno non erano innamorate. Le donne cercavano sostegno e sicurezza, gli uomini sesso. Aveva pensato che lo avrebbe rallegrato vedere Mary sotto la protezione di Will, senza però considerare che da quel momento lei sarebbe appartenuta a suo marito in ogni senso. Si voltò di scatto per avviarsi verso le baracche che fungevano da magazzini. Forse, se avesse trovato qualcosa di costruttivo da fare, avrebbe messo a tacere quei ridicoli sentimenti che si agitavano confusi dentro di lui. Mary appariva graziosa e felice, e Will era un uomo abbastanza per bene. Sembravano fatti l'uno per l'altra.

«Una volta finito, sarà un bel posticino» disse Will la sera stessa sistemando le coperte sul duro pavimento di terra battuta accanto alla culla di Charlotte. Erano nella loro nuova capanna, al momento fatta di pali inchiodati insieme coperti di rami intrecciati, con una porta costituita da un telo di sacco appeso a un bastone. Il tetto non c'era ancora e, quando Mary sedette sulla coperta e guardò in alto, vide uno splendido cielo notturno, disseminato di miriadi di stelle. Avevano la pancia piena - erano state distribuite agli sposi razioni abbondanti - e Will era riuscito a trovare del rum per festeggiare. Dopo la prima notte sulla terraferma erano state stabilite alcune regole: zona delle donne

interdetta

guardie

a

detenuti

maschi

e

di sorveglianza per evitare intrusioni; coprifuoco al tramonto e obbligo per tutti di rimanere nei

propri alloggiamenti. In realtà non funzionò, perché gli uomini riuscivano comunque a raggiungere le donne; ma almeno lo facevano di nascosto, e le donne erano consenzienti.

«C'è aria pura in abbondanza» disse Will ridendo. «E riesco anche a stare in piedi. Molto meglio di una nave puzzolente o di una tenda con soli uomini. Su, vieni a dare un bacio a tuo marito.» Mary non si fece pregare; gli era estremamente grata perché, dal momento in cui Will aveva annunciato il loro matrimonio, aveva scoperto di avere acquisito un certo status. Persino Poli e le sue pessime amiche - le tre donne più volgari che avesse mai conosciuto - mostravano una certa soggezione nei suoi confronti, perché era stata scelta dal detenuto più ambito della colonia.

In

quel luogo c'erano alcune belle cose: il caldo, la spiaggia di sabbia soffice e bianca, centinaia

di

bellissimi uccelli. Anche gli alberi avevano un profumo delizioso che riempiva le narici.

Decisamente meglio di una prigione in Inghilterra.

Adesso Mary aveva una casa separata dal resto dell'accampamento, e anche se non c'era ancora

il tetto né un mobile, e rischiava di crollare al primo temporale, almeno era tutta loro. Per

iniziare la vita matrimoniale, Will era riuscito a ottenere dal magazzino una pentola per cucinare, un secchio per l'acqua e alcuni altri utensili indispensabili. Quel giorno l'aveva già baciata parecchie volte, e sempre con molta tenerezza. Lei non si era aspettata di desiderarlo, invece lo voleva; anzi, per la prima volta da oltre un anno si sentiva veramente felice di essere dove era. «Sei proprio uno scricciolo» fece lui con voce roca mentre la aiutava a spogliarsi. Posò le mani a coppa sui suoi seni e glieli strinse; poi le fece scorrere sulle natiche e strinse anche quelle. «Un po' magra, ma io non sono mai stato per le grasse.» La sollevò tra le braccia e la distese sulle coperte. Mary era convinta che lui si sarebbe spogliato per accoppiarsi velocemente e piombare subito nel sonno e invece, con sua sorpresa, non

fece neppure il gesto di svestirsi, e cominciò ad accarezzarla. Un giorno, sulla Charlotte, lei lo aveva sentito vantarsi con un marinaio che le donne che si portava a letto tornavano sempre a implorarlo. Mary cominciava a crederci, perché in effetti lei stessa temette in quel momento che potesse smettere all'improvviso. Con un tocco sicuro e lento, le sue dita raggiungevano punti meravigliosamente sensibili, di cui fino a quel momento aveva ignorato l'esistenza. Mentre si concedeva alla beatitudine dell'atto d'amore, dimenticò il duro pavimento sotto la coperta ruvida, quella loro bicocca incompiuta, persino le tante avversità che aveva attraversato. Quando aprì gli occhi e vide il cielo stellato sopra di sé, immaginò di essere sul letto di piume

di una camera reale con il soffitto decorato di stelle. Will le fece dimenticare che non era

graziosa, e che aveva pidocchi nei capelli; per una volta era bellissima, desiderabile e amata. Mai avrebbe creduto di potersi comportare come una donna lasciva e insaziabile, pronta a chiedergli di mostrarle cosa gli piaceva per poi assecondarlo tutta eccitata. Giunta all'apice, la sua mente fu attraversata unicamente dall'idea che per quelle sensazioni era valsa la pena di attraversare il mondo su una nave prigione. Senza un pensiero per il futuro, si augurò solo che quella notte durasse per sempre. «Sei contenta di avermi sposato?» le sussurrò Will più tardi, dopo avere tirato su la coperta per proteggersi dagli insetti. «Sono la donna più felice del mondo» gli rispose sottovoce, con le guance rigate di lacrime di gioia. «Vedrai che riusciamo a combinare qualcosa di buono qui» continuò lui. «Coltiviamo un piccolo orto con qualche verdura. Non patiremo mai la fame fin tanto che posso pescare, e avremo altri bambini, così Charlotte potrà giocare con qualcuno.» «Torneremo in Inghilterra dopo avere scontato la pena?» «Certo,

se lo vorrai» rispose lui ridendo. «Oppure possiamo restare qui da persone libere e prenderci

della

***

terra.

Tutto

è

possibile.»

Capitolo 6.

1789.

Mary, in mare con l'acqua alla vita e le mani strette alla rete da pesca come gli altri aiutanti,

guardava Will nella piccola barca, in attesa del suo segnale. Era affamata, ma i morsi della fame e i conseguenti capogiri facevano ormai parte della loro vita, e dopo un intero anno a Port Jackson non riusciva neppure a ricordare cosa significasse sentirsi sazi. Molto più magra di quando era a bordo della Dunkirk, con la pelle coriacea scurita dalla costante esposizione al sole e al vento, aveva le mani indurite come quelle delle donne che pulivano il pesce a Fowey. Tuttavia, non la preoccupava il suo aspetto: la cosa più importante era mantenere in vita se stessa e Charlotte.

Will diede il segnale, e tutti coloro che reggevano la rete si misero a indietreggiare verso la battigia. Mary sussultò nel vedere la rete piena di pesci guizzanti. Una fortuna del genere non si presentava tanto spesso. Nella colonia la gente rischiava di morire di fame. Le razioni erano state ulteriormente tagliate perché dall'Inghilterra non erano ancora giunti i rifornimenti. La gran parte dei viveri era avariata, e si era persa la speranza iniziale di produrre frutta e verdura sul posto. Solo con l'invio di animali da tiro, aratri, e magari contadini, si sarebbe potuto dissodare e coltivare il

terreno,

ma

a questo nessuno aveva pensato. Gli animali erano stati decimati dal clima torrido e dalla mancanza di foraggio, i cereali avvizzivano nei campi e le verdure stentavano a crescere. All'inizio, la priorità era stata data alla costruzione degli alloggi prima per gli ufficiali, poi per i fanti e infine per i detenuti, ma l'edificazione procedeva con estrema lentezza a causa della mancanza di carpentieri e dell'improvvisa comparsa dello scorbuto e di dozzine di altre malattie che impedivano agli uomini di lavorare. Con il razionamento, aumentò il rischio di furti. Questo reato veniva punito con la fustigazione, ma cento frustate non riuscirono a essere un deterrente a lungo, e il capitano Phillip le portò prima a cinquecento, quindi a mille. Quando neppure queste bastarono più, decise di ricorrere all'impiccagione. Solo la settimana precedente, dalla forca appena eretta Mary e Will avevano visto pendere Thomas Barrett, di soli diciassette anni, per avere rubato dai magazzini burro, piselli secchi e maiale salato. Mary non riuscì neppure a piangere per quel ragazzo, finito in prigione a undici anni per furto, convinta che per lui fosse preferibile la morte a una vita tanto grama. «Dai, Mary, dacci dentro» le gridò Will dalla barca. Lei rise perché suo marito non le stava rimproverando di battere la fiacca; nel loro codice segreto quella incitazione significava “questa sera si mangia”. «Chissà cosa c'è da ridere» disse brusca la donna accanto a lei mentre tiravano la rete sulla spiaggia. «Al posto tuo, piangerei.» «Perché?» Mary non si fidava minimamente di Sadie Green; sapeva che dava una mano con le reti solo per sgraffignare qualche pesce. Era una delle londinesi: scurrile, smaliziata, pigra, e assai infastidita dal fatto che Mary sembrava passarsela meglio di lei. «Will ti lascerà presto» rispose Sadie, con un luccichio di malizia negli occhi color fango. «Non fa altro che dire in giro che non siete sposati per davvero.» «Ah, è così?» fece Mary in tono sarcastico. Will le aveva detto che secondo lui il loro matrimonio non era valido come un

matrimonio celebrato in chiesa in Inghilterra, ciò nonostante la feriva che lo sbandierasse in giro, tanto da farlo arrivare alle orecchie di Sadie. Comunque lei non avrebbe lasciato trapelare i suoi sentimenti. «Ti consiglio di non aspettarlo, Sadie: potrebbe essere un'attesa lunghissima» continuò con una risatina forzata.

Il viso della donna si irrigidì per la rabbia: lei riusciva ad attrarre solo i più disperati. Malgrado

avesse appena ventiquattro anni, aveva il colorito grigiastro della carne putrida, e anche lo stesso odore. Non pettinava mai i radi capelli color stoppa, men che meno li lavava, e la sporcizia le era ormai penetrata nella pelle. Nella colonia non c'erano donne belle - a questo avevano provveduto il sole e l'inedia -, ma Sadie era probabilmente nata bruttina e la sua vita dissoluta aveva fatto il resto.

«Cagna spocchiosa!» ringhiò, mostrando i monconi anneriti dei denti. «Cosa ti fa credere di essere meglio di noialtre? Hai una figlia bastarda, che non è di Will.» Mary esitò. La tentazione

di picchiarla era forte, ma quella donna aspettava soltanto di poter dire che lei le aveva messo le

mani addosso per farla punire. «Lasciami in pace, e sarà meglio per te» rispose Mary con voce stanca. «Qui è già dura

abbastanza senza che ci prendiamo a botte.» Sadie la guardò in cagnesco con le mani sui fianchi. «Però per te non è dura, eh? Hai la tua bella capanna, Will ha il lavoro migliore, e ci scommetto che gli danno anche di più da mangiare.

E poi il tenente Tench ti ronza sempre intorno. Scommetto che è il padre della bastarda.» Un

ufficiale che si stava avvicinando per controllare il pescato evitò a Mary di risponderle per le rime. Sadie le lanciò un'occhiata minacciosa, rivolse all'uomo un ghigno beffardo e mollò la rete per allontanarsi stizzita. Un'ora dopo Mary rientrò a casa, dopo essere passata a prendere Charlotte da Anne Tomkin, la vicina che le teneva la bambina mentre lei dava una mano con le reti. La capanna era molto migliorata: il ruolo di Will aveva permesso

loro di ottenere dalla segheria le assi per il tetto e le pareti. L'arredamento era ridotto all'essenziale: una specie di amaca legata a due sostegni di legno sgrossato con l'accetta come letto, un tavolino costituito da una plancia inchiodata su un ceppo,

e due sgabelli ricavati da cassette di legno. Il pavimento era ancora di terra battuta, anche se

Will intendeva ricoprirlo presto di assi. Su uno scaffale c'erano graziose conchiglie - il solo ornamento della casa -, e su un altro i pochi piatti, boccali e pentole, insieme al catino di latta per lavarsi. Per quanto primitivo, quello era un rifugio relativamente sicuro e tranquillo per Mary e sua figlia.

A

diciassette mesi, Charlotte era una bimba graziosa, con guanciotte rosa, riccioli neri, e braccia

e

gambe ben tornite. Era la ragione di vita della madre, che non avrebbe scambiato quel suo

grande sorriso allegro con tutto l'oro del mondo. Tuttavia, mantenerla in salute e lontana dai

pericoli in quelle terribili condizioni era una lenta tortura. Era stato relativamente facile quando Charlotte, neonata, stava in braccio e veniva allattata al seno, ma non appena cominciò a gattonare e poi camminare, Mary vide insidie ovunque. A parte quelle più evidenti - insetti, serpenti, mare e fuochi -, c'erano quelle nascoste. Chi sapeva se sotto la sabbia con cui stava giocando la bambina non fosse sepolto qualcosa che poteva prendere e ingoiare? Altre madri trascuravano i figli: permettevano loro di andare in giro, e non

si mostravano minimamente preoccupate se si scottavano al sole, cadevano, o mangiavano

qualcosa che li faceva vomitare. Mary, invece, non riusciva a essere come loro, e voleva avere Charlotte sempre vicina. Quando riparava le reti la teneva legata a sé con una corda intorno alla

vita; quando aiutava a tirarle a riva, la affidava ad Anne in cambio di pesce e di parte delle loro razioni. Persino la sera, quando Charlotte si addormentava nel letto che occupavano in tre, Mary non si spingeva mai oltre la soglia, anche se le altre madri uscivano a trovare le amiche. Nell'attesa del rientro di Will con le razioni di cibo e probabilmente un po' di pesce, Mary

spogliò

riempì

il

catino

di

acqua,

Charlotte e cominciò a lavarla. Cercava di non pensare che il suo vestitino era fatto solo di qualche cencio tenuto insieme da pochi punti, o che, essendo l'unico, doveva lavarglielo la sera per rimetterglielo il giorno successivo; e neppure voleva che le fosse ricordato che non aveva amiche da andare a trovare. In quel posto doveva accontentarsi. Sposare Will si era rivelato una scelta saggia. Lui la proteggeva dagli altri uomini, aveva costruito per loro la capanna ed era arrivato a volere bene a Charlotte come a una figlia. Mary, tuttavia, non aveva previsto che grazie alla sua capacità di pescatore sarebbe diventato tanto importante nella colonia, e che proprio questo le avrebbe creato problemi. Inizialmente, i detenuti di Londra e delle altre città erano diffidenti nei confronti del pesce e rifiutavano di mangiarlo: cosa comprensibile, visto che dove vivevano un tempo il pesce era sempre vecchio di almeno una settimana e puzzava. Tuttavia, quando le razioni furono drasticamente ridotte e morire di fame divenne un rischio reale, ogni cautela venne accantonata. Will assurse al rango di eroe perché non solo aveva fatto conoscere loro qualcosa di buono e nutriente, ma era lui stesso a procurarlo. Peraltro, mentre Will si crogiolava nel calore della loro ammirata gratitudine, Mary perdeva la salda posizione che si era guadagnata tra le donne della Charlotte. Con Mary Haydon e Catherine Fryer a versare veleno nell'orecchio delle sobillatrici delle altre navi, ben presto la maggior parte delle detenute cominciò a guardarla con sospetto. Persino Bessie e Sarah, su cui pensava di poter sempre contare, le si erano rivoltate contro. La definivano “falsa”, come se si fosse macchiata di qualche slealtà, mentre a dire il vero erano semplicemente invidiose. Mary ne comprendeva la ragione. Quasi tutte le donne dormivano in sei in capanne precarie, mentre lei disponeva di una sistemazione solida, impermeabile all'acqua, lontana dal rumore e dai disordini del campo principale. In quei primi tempi mangiava meglio di loro perché a Will era concesso tenere un po' del pesce che pescava. Non doveva neppure fare la domestica da un

ufficiale come le altre. Inoltre, era vista come una “spia”, perché gli ufficiali parlavano con lei. Spesso Tench andava a vedere come stavano Mary e Will, e gli piaceva dare una mano nella pesca notturna. Si raccontava che persino il capitano Phillip avesse rilevato che i Bryant erano una famiglia modello, laboriosa, sobria e pulita. Nei primi tempi dell'insediamento, Mary era diventata buona amica di Jane Randall, arrivata con la Lady Penrhyn. Anche lei aveva avuto una bambina durante il viaggio, quando erano ancorati a Città del Capo. L'amicizia nacque perché Charlotte e Henrietta erano molto vicine di età, e le madri, condividendo le stesse ansie per le piccole, si davano volentieri una mano. Jane era divertente, di buon carattere e, come Mary, determinata a trarre il meglio dalla situazione. Poi, quando il capitano Phillip decise di costituire un nuovo insediamento a Norfolk Island, distante mille miglia, dove sembrava che il clima fosse migliore e la terra più fertile, alcuni detenuti, tra cui Jane, furono mandati là per ovviare in parte alla scarsità di cibo. Mary provava ancora molta nostalgia dell'amica, che non era mai stata invidiosa ma sempre contenta della fortuna che sembrava risplendere su di lei. Mary era dell'opinione che molte delle sue ex amiche avrebbero potuto essere altrettanto fortunate se solo avessero usato il cervello. All'inizio aveva cercato di convincerle di quanto fosse conveniente apparire operose. Non era difficile. Gli ufficiali ficcavano il naso solo se c'erano problemi, e a suo avviso i fanti erano per la maggior parte stupidi. Così qualsiasi donna, se si teneva pulita e ordinata e non andava in giro a caccia di uomini e alcol, si guadagnava rispetto e privilegi. Purtroppo, però, le sue vecchie amiche erano sprofondate una a una nell'apatia, e si lasciavano influenzare da alcune prepotenti che con i furti e le risse pensavano di dimostrare la loro tempra. Offrendo alcol rubato oppure ottenuto prostituendosi, reclutavano nelle loro bande un numero

crescente di

sicuro.

adepte,

e

niente

era

più

al

Mary capiva perché Sarah fosse finita in quel modo. La notte stessa dello sbarco era stata stuprata, per poi ritrovarsi incinta. Il suo bambino era nato morto, e questa tragedia aveva fatto riaffiorare in lei il doloroso ricordo dei due figli lasciati in Inghilterra. Bere era l'unica cosa che le rendesse la vita un po' più sopportabile. La maggior parte delle altre però non aveva scuse altrettanto valide. Erano diventate delle luride sudicione che trascuravano i figli, sfruttavano le persone più deboli, e andavano con chiunque in cambio di un bicchierino di rum. Mary era per loro una specie di coscienza fastidiosa. Le sghignazzavano in faccia perché faceva il bagno in mare tutti i giorni, puliva la capanna e si teneva sempre Charlotte vicina. Tuttavia, la vera ragione del disprezzo e dell'ostilità - non aveva dubbi al riguardo - nasceva dal fatto che lei aveva l'uomo più ambito della colonia. Will piaceva sotto ogni punto di vista. Non era solo bello, alto e prestante, ma anche gentile, gioviale e con quel tanto di impertinenza da guadagnarsi la simpatia di tutti. Era anche forte e abile nei lavori manuali, quindi non stupiva che fosse tenuto in grande considerazione dal capitano Phillip come dall'ultimo dei detenuti. Tuttavia nessuno sapeva - e Mary si sarebbe ben guardata dal divulgarlo - che in realtà era un debole. Certo, sapeva leggere e scrivere, però non usava il cervello e mancava di fantasia. Lasciato a se stesso, sarebbe stato alla pari di tutti gli altri uomini, e avrebbe vissuto nello squallore ubriacandosi appena possibile e lamentandosi della cattiva sorte. Era Mary quella sveglia e determinata. Si era resa conto dell'importanza della pesca per la sopravvivenza, e l'aveva convinto a considerare le sue capacità come la carta vincente per migliorare le loro condizioni di vita. Era opera sua se Will aveva contrattato per ottenere una capanna in una buona posizione, l'uso dell'unica barca e una porzione di pesce a ogni retata. In cambio, Mary cercava di rendere la capanna accogliente in modo

che lui ci stesse volentieri, e assecondava la sua vanità per farlo sentire importante. Purtroppo Will non ascoltò sua moglie quando fu introdotta la nuova regola in base alla quale tutto il pesce doveva finire nei magazzini. Mary voleva che lui andasse subito dal capitano Phillip, non solo per opporsi al provvedimento

e insistere sul mantenimento dei propri diritti, ma anche per discutere il piano da lei studiato, e cioè costruire una barca più grande, in grado di affrontare il mare aperto per poter avere retate sufficienti a sfamare tutti. Inoltre, il pesce in eccesso poteva essere usato come fertilizzante: l'aveva visto fare al suo paese, in Cornovaglia. Will però rifiutò di andare. Se da un lato si vantava con gli amici contrabbandando per sue le idee di Mary per apparire più sveglio di loro, dall'altro evitava di rivendicare alcunché per timore di perdere la benevolenza degli ufficiali. Così si mise a rubare il pesce che gli serviva. Quando Charlotte cominciò a cercare tastoni il seno sotto il suo vestito, Mary emise un profondo sospiro. Le era rimasto poco latte, e ogni volta che le razioni venivano ridotte temeva che la piccola si ammalasse, come stava accadendo a molti altri. Ogni settimana cresceva il numero di morti tra i vecchi e i piccoli. L'ospedale era sempre più pieno, e il sentiero che portava al cimitero era talmente battuto che nessuno faceva ormai caso a un nuovo funerale. Sobbalzò per le grida e gli schiamazzi che venivano dall'esterno.

Attraverso la finestra fatta di ramoscelli intrecciati al posto del vetro vide che il sole era molto basso: Will avrebbe già dovuto essere a casa. Prese in braccio Charlotte e andò alla porta.

Il trambusto arrivava da lontano, dalla spiaggia vicino al campo principale. Le parve di scorgere

i capelli biondi del marito, così avvolse Charlotte in un cencio e andò a vedere.

Non aveva percorso più di duecento iarde quando incrociò Sarah. Il suo viso, un tempo grazioso, era emaciato. I capelli ramati

apparivano opachi e luridi, e gli occhi azzurri spenti dall'alcol. Le mancavano due denti anteriori, persi in una rissa. Il camicione informe, ancora macchiato dal sangue del parto, rivelava dallo spacco lungo il fianco una coscia ossuta. «Hanno beccato il tuo Will a rubare» gridò. «Adesso è nei guai.» Il cuore di Mary prese a battere forte. Ovviamente era stata contenta del pesce che lui portava a casa; per nasconderlo gli aveva fatto una borsa a sacco, che Will appendeva a un gancio su un lato della barca sotto la superficie dell'acqua, e ritirava dopo che tutto il resto della pesca era stato pesato e portato nei magazzini. Sembrava un piano infallibile, però era convinta che il marito rubasse più di quanto portava a casa, e che vendesse il resto, oppure lo scambiasse con merci varie. «Il mio Will non è un ladro» replicò brusca. Non lo considerava un furto: dopotutto il pesce era di chi riusciva a pescarlo. «Secondo me il capitano Phillip non la pensa così» fece Sarah con un sorriso venato di malizia. «Dirà che ci avete derubati tutti.» Mary guardò con freddezza l'ex amica. «Will è uno dei pochi che ci procura da mangiare. Se non fosse per lui, la maggior parte di noi sarebbe troppo debole anche per comportarsi male.» La addolorava che Sarah le si fosse rivoltata contro. Non poteva dimenticare che erano state tanto amiche sulla Dunkirk, e che lei l'aveva aiutata a far nascere Charlotte durante il viaggio. Tuttavia non era mai stata un'amicizia a senso unico: Mary si era sempre preoccupata di metterle da parte del cibo, l'aveva consolata dopo lo stupro, e le aveva anche dato del pesce preso da Will. Forse però l'esperienza terrificante della violenza subita le aveva spezzato qualcosa dentro. Per tutto il tragitto verso la città, la gente continuò a chiamare Mary. Alcuni, come James Martin, Jamie Cox e Samuel Bird - gli amici più cari di Will -, le offrirono aiuto e parole di solidarietà, ma dagli altri non giunsero che commenti malevoli. Nei primi tempi, ricordò, facevano tutti fronte comune quando accadevano fatti del genere, ma la fame e le privazioni avevano cambiato la gente, che ora senza più alcun senso dell'onore era pronta a

denunciare chiunque per un po' d'alcol o qualche cibaria, e gioiva nel veder distruggere una persona considerata privilegiata. Mary tenne la testa alta e ignorò tutti, ma un misto di paura e fame le torceva le viscere. La

colonia era piccola: solo due file di semplici e squallide capanne per i detenuti, dietro alle quali c'erano costruzioni leggermente più grandi per i fanti e le loro famiglie, e i magazzini sorvegliati. Gli occhi di Mary, però, furono attirati dal patibolo; ricordava fin troppo bene l'annuncio che chiunque fosse stato colto a rubare cibarie sarebbe stato trattato con la massima severità. Watkin Tench uscì da uno dei magazzini, e Mary ne fu sorpresa perché pensava fosse a Rose Hill, un nuovo insediamento all'interno che era stato affidato alla sua direzione. Laggiù la terra era più fertile e si stava costruendo anche una nuova residenza per il governatore. «Mary!» esclamò. Sul suo viso magro e abbronzato era impressa un'espressione preoccupata. «Hai saputo, immagino.» Persino lui, che era sempre stato lindo ed elegante, ormai aveva un aspetto trascurato. Gli stivali apparivano poco lucidati, la giubba rossa era lisa e le brache macchiate. Nei suoi occhi scuri, tuttavia, c'era ancora compassione. Mary annuì. «E vero?» Lui si strinse nelle spalle. «Colto con le mani nel sacco. Temo di non poter fare molto per aiutarlo, per quanto lo desideri. Il governatore dovrà trattarlo come chiunque sia stato colto a rubare cibo.» «Non lo impiccheranno, vero?» Mary si sentiva debole, e la sua voce era ridotta a un sussurro. Tench si guardò intorno per vedere se qualcuno li stesse osservando, poi le si accostò. «Spero proprio di no» disse. «Sarebbe una follia perdere uomini capaci.» La sua prima reazione alla notizia, mentre arrivava a cavallo da Rose Hill, era stata di rabbia nei confronti di Will, che era più fortunato di qualsiasi altro prigioniero, svolgeva un lavoro che gli piaceva, godeva di

privilegi

decente.

e

vantava

una

capanna

Oltre che una moglie come Mary. Tench sapeva che Will non si limitava a sottrarre pesce per sé e la famiglia, ma lo vendeva sottobanco in cambio di rum. Quell'uomo lo aveva fatto infuriare, perché non solo minava il tessuto sociale della comunità, ma ingannava anche Mary, sicuramente all'oscuro del suo attaccamento alla bottiglia. «Potrei parlare con il capitano Phillip?» chiese lei disperata. Tench non sapeva cosa dire. Certamente non aveva il coraggio di rivelarle che tipo di uomo fosse davvero Will. «E probabile che il capitano Phillip abbia già preso una decisione» disse poco dopo. Poi, leggendo il terrore nei suoi occhi, si ammorbidì. «Forse, però, se ti vedesse con Charlotte in braccio potrebbe cambiare idea.» «Vi prego, accompagnatemi da lui» implorò Mary stringendogli il braccio. «Will non merita di morire solo perché porta da mangiare alla famiglia. Non farebbe lo stesso chiunque?» Tench la guardò. Da quando aveva capito che Will era un debole, facilmente influenzabile e assai presuntuoso, si era pentito spesso di averglielo suggerito come marito. Immaginava la sua mortificazione nell'apprendere che Will ripeteva in giro che il loro matrimonio non era valido, o che, finito di scontare la pena, intendeva imbarcarsi sulla prima nave diretta a casa. Tench desiderava ardentemente togliersi Mary dalla testa, e aveva sperato di riuscirci grazie all'incarico a Rose Hill. Ora, però, di fronte all' angoscia della donna, capì che i sentimenti che nutriva per lei non si erano affatto attenuati. «Per te lo farebbe qualunque uomo» rispose posando brevemente la mano sulla sua. La casa del capitano Phillip si trovava in collina, abbastanza distante dall'insediamento. Con i suoi due piani e la veranda lungo l'intera facciata, la residenza dell'uomo più importante della nuova colonia spiccava sul resto non perché fosse grandiosa, ma per il suo aspetto di solida stabilità.

Quasi tutte le altre costruzioni erano di argilla e legno; infatti, nonostante l'abbondanza di pietra e la presenza di una fornace per cuocere i mattoni, non si riusciva a trovare da nessuna parte la calcina per la malta. Per ottenere questo materiale Mary, come molte altre donne, era stata messa a raccogliere conchiglie, che poi doveva macinare e cuocere. Pensò che tutte quelle centinaia di secchi che aveva riempito fossero bastate appena per le fondamenta della casa di Phillip, e che sarebbero passati anni e anni prima di vedere realizzata la vera città che lui aveva

in mente, con tanto di chiesa, negozi e strade pavimentate.

Seguì Tench su per la collina a testa alta, ignorando gli sguardi e i commenti volgari. Will

aveva sempre sostenuto che nessuno l'avrebbe mai denunciato, ma questa stupida convinzione

di essere speciale era un altro dei suoi tanti difetti. Probabilmente si era vantato del pesce con

qualcuno, senza considerare che quando l'invidia alza la testa, amicizia e lealtà vengono meno.

Mary dovette attendere in veranda mentre Tench entrava a chiedere che le venisse concesso un colloquio con Phillip. Charlotte stava gemendo per la fame e Mary, con lo sguardo rivolto alla comunità ai piedi della collina, la cullava tra le braccia per calmarla. Durante il tragitto era calato il buio e per una volta la colonia punteggiata dalle luci dei fuochi

da campo le sembrò graziosa.

Intravedeva le sagome delle donne intente a cucinare; le fiamme mettevano in risalto gli alberi e diffondevano sullo sfondo un luccicante bagliore arancio sul mare. Sospirò perché, malgrado sostenesse con coloro che glielo chiedevano di voler prendere la prima nave per l'Inghilterra una volta scontata la pena, quella nuova strana terra cominciava a piacerle. Naturalmente odiava la sua funzione - quella di luogo in cui scaricare i corrotti, i disperati e i criminali di Inghilterra -, però c'erano aspetti positivi. In estate a volte il caldo era eccessivo, ma ci si poteva tuffare nel mare tiepido. Lei adorava quelle spiagge sabbiose. L'inverno non era mai rigido come in Inghilterra, e le piaceva il profumo intenso delle piante dalla

forma bizzarra. Poi c'erano volatili meravigliosi: il volo di stormi di uccelli grigi dal ventre rosa la commuoveva fino alle lacrime. E c'erano anche i cacatua color zolfo appollaiati sugli alberi che emettevano versi rochi, simili a insulti. Gli uccelli erano di ogni colore dell'arcobaleno, tanto sgargianti da non sembrare reali. Non aveva ancora visto l'animale che Tench chiamava “canguro”, e neppure il grande uccello incapace di volare; forse erano troppo timidi per avvicinarsi alla gente, e per incontrarli bisognava spingersi nell'interno. Tuttavia, che preferisse o meno il suo luogo natio, Mary era realista. La fame in Inghilterra era esattamente la stessa, solo che era meglio avere fame senza freddo, piuttosto che patire fame e freddo. A meno di un miracolo, in Inghilterra sarebbe riuscita a fare al massimo la serva. Qui c'erano varie possibilità: una volta libera, avrebbe potuto chiedere un po' di terra, e la sfida di

far

nascere qualcosa dal niente la attirava.

Di

notte immaginava spesso di allevare qualche animale, coltivare frutta e verdura e sedere la

sera sotto il portico con Charlotte e Will a guardare la loro proprietà. Will l'aveva sempre derisa per i suoi progetti; lui voleva vivere in un villaggio di pescatori con una taverna nella piazza,

ma lei replicava sempre che avrebbe potuto costruire la sua taverna ovunque.

«Adesso puoi entrare, Mary» disse dolcemente Tench alle sue spalle. «Devo avvertirti che il capitano Phillip è molto arrabbiato e deluso. Non credo che riuscirai a smuoverlo dalla decisione di impiccare Will.» Mary sapeva che Tench avrebbe fatto del suo meglio per lei e Will, perché aveva mantenuto la sua natura gentile nonostante le asprezze della vita in quel luogo, pressoché identiche per ufficiali e detenuti. Per lui provava ancora un profondo

desiderio, che il matrimonio con Will non aveva sopito. In un anno aveva visto soccombere alla tentazione molti ufficiali che un tempo non si sarebbero mai abbassati a portarsi a letto una reclusa. Sapeva in cuor suo che, se Tench avesse mostrato qualche cedimento, avrebbe fatto di

malgrado fosse sposata.

tutto

per

stare

con

lui

Tuttavia qualcosa le diceva che Tench non avrebbe mai ceduto, anche se teneva molto a lei:

glielo leggeva negli occhi ogni volta che passava dalla loro capanna, quando la cercava in un gruppo di donne o coccolava teneramente Charlotte. Il solo fatto di essere importante per lui era già un aiuto, un pensiero da accarezzare la notte, un motivo per tenersi pulita e ordinata, una ragione in più per rimanere viva. Le infuse anche il coraggio di affrontare il capitano Phillip, e mentre entrava nella casa con passo deciso, riaffiorò quella vena di spavalderia che le aveva impedito di piangere nel sentire

la propria condanna a morte. Non aveva intenzione di guardare Will pendere dalla forca,

fintanto che lei aveva vita.

Quando entrò nella stanza, trovò il capitano Arthur Phillip seduto alla scrivania con una penna

in mano.

«Vi ringrazio per avere acconsentito di vedermi» cominciò, e fece un piccola riverenza. Nella comunità girava voce che l'interno della casa di Phillip fosse sontuoso, zeppo di mobili pregiati e argenteria; invece Mary notò sorpresa che non reggeva il confronto neppure con

l'abitazione del parroco di Fowey. Phillip disponeva di una scrivania, della sedia su cui sedeva e

di un paio di poltrone accanto al caminetto; a parte una cornice d'argento con il ritratto di una

signora, certamente la moglie, non c'era quasi nient'altro, neanche un tappeto a coprire le nude assi del pavimento. Neppure il capitano Phillip - sui cinquant'anni, basso ed esile, completamente calvo alla sommità della testa - era appariscente. I suoi occhi scuri, tuttavia, erano bellissimi, e Mary pensò che portava bene l'uniforme della Marina. «Immagino tu sia venuta a perorare la causa di tuo marito» esordì freddamente. «No, sono venuta a perorare la causa di tutta la colonia» replicò Mary senza esitazione. «Perché

se impiccate Will, di sicuro moriremo tutti, voi compreso.» Il capitano spalancò gli occhi scuri,

sbalordito

da

una

simile affermazione.

«Senza il pesce che ci procura moriremo di fame» continuò Mary mentre cullava energicamente Charlotte tra le braccia perché non piangesse. «Nessuno è in gamba come lui. Se non gli aveste impedito di portare a casa qualche pesce, questo non sarebbe successo.» «Non si poteva fare in altro modo, era una situazione di emergenza» ribatté brusco Phillip, irritato che lei osasse mettere in discussione i suoi ordini. «E tuo marito non si limitava a prenderne qualcuno. Faceva affari; barattava i pesci con provviste rubate nei magazzini; e più si ruba là dentro meno rimane per la colonia. È un reato molto grave.» Mary lanciò un'occhiata al ritratto della moglie. «Voi non fareste lo stesso se la vostra famiglia rischiasse di morire?» «No» rispose deciso. «Le provviste sono razionate equamente. Io ho tanto quanto voi.» Mary ne dubitava, ma non osò dirlo. «Insomma, cosa si guadagna a impiccare Will? Io rimango sola a tirare su questa bambina, chi ruba nei magazzini continua a farlo, e tutti noi patiremo ancora di più la fame.» Phillip la guardò, notando che era una stracciona come tutte le detenute, però era pulita. Anche i piedi scalzi apparivano solo impolverati, non luridi come quelli delle altre. Il tenente Tench gli aveva parlato spesso di lei: sosteneva che era intelligente e schietta, e che sulla Charlotte aveva avuto una buona influenza sulle altre. Nessuno si era mai lamentato del suo comportamento, anzi lui stesso aveva sottolineato che i Bryant erano detenuti modello. «Adesso vai» disse. «Sarà processato domani. Stanotte rimarrà in guardina.» Mary si avviò alla porta, ma prima di uscire si voltò a fissarlo con uno sguardo penetrante sollevando la bambina verso di lui. Phillip lesse nei suoi occhi paura e disperazione. «Vi prego, signore» implorò. «Guardate mia figlia. Adesso è sana e bella, ma senza Will

potrebbe non esserlo più. Io mi assicurerò che mio marito righi dritto da ora in avanti. Vi prego,

risparmiatelo!»

per

amore

di

Dio

e

di

questa

piccola,

Poi se ne andò, sgusciando nella notte come un gatto. Phillip rimase alla scrivania profondamente assorto nei suoi pensieri. Quella donna aveva ragione. Impiccare Bryant significava far avvicinare ancora di più lo spettro della fame. «Maledetti quegli idioti in Inghilterra» brontolò. «Dove sono i rifornimenti che abbiamo chiesto? Come possono aspettarsi che io renda la colonia autosufficiente quando non mi hanno dato le attrezzature indispensabili né uomini con adeguate capacità?» Ogni aspetto di questo esperimento era per lui fonte di profonda preoccupazione: il suolo sterile, le scorte che si assottigliavano rapidamente, gli indigeni e il comportamento dei detenuti. Era prevedibile che

quest'ultimi non avrebbero fatto nulla per risollevarsi. Per la maggior parte erano di città, più a loro agio con il boccale di birra che con l'aratro, e del tutto privi di principi morali: dozzine di donne avevano partorito o aspettavano un figlio, e non si facevano scrupoli a passare da un uomo all'altro. Invece di lavorare preferivano starsene con le mani in mano a chiacchierare; invece di coltivare la verdura preferivano rubarla. In un certo senso Phillip li capiva - dopotutto erano stati spediti in quel posto per una buona ragione -, mentre invece era molto deluso dagli indigeni. Aveva pensato che, trattati in maniera gentile e amichevole, i nativi si sarebbero comportati allo stesso modo. Purtroppo, non era stato così, e molti detenuti che lavoravano lontano dal campo erano stati brutalmente assassinati. Ciò nonostante continuava a cercare di comunicare con quella gente per scoprire dove fossero i grandi fiumi e la terra fertile, per conoscere gli animali e gli uccelli del luogo, ma tutti i suoi sforzi non approdavano a nulla. Al primo anniversario della colonia, Phillip era in verità molto preoccupato. Aveva l'insediamento di Sydney Cove, quello di Norfolk Island, e ora anche quello di Rose Hill, però i deportati mostravano poca inclinazione a riabilitarsi, i fanti non facevano che brontolare, e la situazione con gli indigeni sembrava peggiorare anziché migliorare. Senza rifornimenti di cibo

medicinali,

e

il numero dei morti sarebbe ulteriormente aumentato.

Per l'ansia non riusciva quasi a dormire la notte, e non riusciva neppure a immaginare una soluzione positiva. Mary si morse le nocche mentre in guardina il giudice Collins si alzava per annunciare la condanna di Will. Come previsto, qualcuno aveva fatto la spia; lei pensò a Joseph Pagett, che era stato sulla Dunkirk e sulla Charlotte, e durante il viaggio aveva ceduto a qualche moto di invidia. Rammentò anche lo sguardo minaccioso che aveva rivolto a Will il giorno del loro matrimonio. Charles White, il medico di bordo della Charlotte, aveva perorato la causa di Will; tuttavia Mary era certa che l'avrebbero impiccato. Sapeva che ne era convinto anche Will, perché appariva bianco come un cencio e si mordeva il labbro sforzandosi di non tremare.

«Ti condanno a cento frustate» annunciò Collins. «A non essere più il responsabile della pesca

e della barca, e all'allontanamento tuo e della tua famiglia dalla capanna che attualmente

occupate.» Will lanciò un'occhiata a Mary; il suo viso rivelava un certo sollievo, ma anche ansia per come lei avrebbe preso la perdita della capanna. Mary non ci pensò affatto in quel momento. Anche se era contenta che lui non venisse impiccato e cento frustate, paragonate alle punizioni cui aveva assistito, erano una condanna lieve, la fustigazione era sempre terribile, e lei provò un senso di nausea. «Portatelo via per la punizione» ordinò Collins. Tutti i detenuti, persino i bambini, si radunarono per assistere alla fustigazione di Will. Presero posto a semicerchio davanti al grande triangolo di legno, presidiato ai lati da due tamburini. La

giornata era molto calda e, di fronte al triangolo, il fante incaricato di somministrare le frustate era già in maniche di camicia e si asciugava il sudore dalla fronte con il dorso della mano. Con l'altra reggeva il gatto a nove code con i fili incatramati pieni di nodi.

I due tamburini cominciarono a suonare, e Will fu condotto all'interno del cerchio. Le guardie gli tolsero la camicia e gli legarono i polsi alle estremità superiori del triangolo. Per un attimo il silenzio fu totale: neppure un sussurro da parte di un amico preoccupato, né un pianto di bambino. Erano tutti concentrati sull'orrore dello spettacolo cui stavano per assistere. La pena comminata fu nuovamente annunciata, e uno dei fanti che lo aveva portato fuori dalla guardina diede il segnale. «Uno» contò. Mary aveva assistito a trenta o più fustigazioni di donne e uomini, e ogni volta era inorridita, anche quando pensava che la vittima meritasse la punizione. Ad alcuni venivano somministrate mille frustate, cinquecento il primo giorno e il resto non appena si rimarginavano le ferite sulla schiena. Qualcuno moriva prima di arrivare a metà, e chi sopravviveva si sarebbe portato le cicatrici addosso per il resto della vita. A Mary venne da vomitare prima ancora che il fante sollevasse il braccio. Aveva accarezzato quell'ampia schiena abbronzata, conosceva nei minimi particolari ogni vertebra di quella spina dorsale. Alla prima frustata, Will non sussultò neppure, anzi cercò di sorriderle come a rassicurarla che non provava dolore. Ma già quel primo colpo gli aveva lasciato un segno rosso, e il suo sorriso, benché spavaldo, non la trasse in inganno. Il ritmo delle frustate era lento - mezzo minuto tra una e l'altra - e all'ottava cominciò a uscire sangue. Will non riuscì più a sorridere; a ogni sferzata, mentre il corpo sobbalzava, si mordeva le labbra per non urlare. Andò avanti così, con le mosche che puntavano sul sangue che gli sgorgava lungo la schiena come acqua da un colabrodo. Alla venticinquesima sferzata, Will si aggrappò al triangolo con il bel viso distorto dal dolore.

premuta

Mary,

con

la

testa

di

Charlotte

contro il petto, chiudeva gli occhi a ogni rullo di tamburo. Però udiva il sibilo della frusta che fendeva l'aria ferma e il rumore degli stivali del fante che girava velocemente su se stesso per imprimere più forza a ogni colpo. Sentiva anche l'odore del sangue di Will e l'avido brusio delle mosche.

Il tutto durò più di un'ora, e molti dei presenti furono sul punto di svenire a causa del sole

rovente. Dopo cinquanta sferzate Will aveva perso sensibilità, e la pelle lacerata rivelava il

bianco dei legamenti. Con i polsi legati al triangolo, pendeva con le gambe flosce come quelle

di un ubriaco.

Mary si mise a piangere, colma di odio per quel sistema, che ordinava punizioni tanto brutali, e

di disprezzo per quei fanti che spesso avevano parlato e scherzato con Will e ora erano i suoi

aguzzini.

Alla fine terminò il rullo dei tamburi e con esso il conteggio delle sferzate. Will, slegato dal triangolo, si accasciò al suolo. Le brache e gli stivali erano inzuppati di sangue e le formiche stavano già trascinando via piccoli frammenti della sua carne. Mary corse da lui, implorando che qualcuno portasse pezzuole e acqua salata per lavargli la schiena. Con la bambina ancora in braccio si accovacciò accanto al marito privo di sensi e con il volto contratto dal dolore. «Vuoi darmi Charlotte?» chiese una voce familiare. Mary alzò lo sguardo e si stupì nel vedere Sarah munita di pezzuole e secchio d'acqua. Il suo viso sporco era rigato di lacrime, e sembrava che le sofferenze di Will e l'angoscia di Mary le avessero rammentato la loro vecchia amicizia. «Grazie, Sarah!» Mary le porse con gratitudine la piccola. Prima di tutto lavò il viso di Will, poi alzò di nuovo lo sguardo su Sarah. «Dovrei portarlo via dal sole, ma non so dove andare adesso che ci hanno confiscato la capanna.» Sarah si chinò e le batté sulla spalla. «Lo portiamo da me. Aspetta, vado a chiedere aiuto a qualcuno.» Mentre Sarah si allontanava con Charlotte in braccio, Mary si sporse verso il marito e avvicinò le labbra alle sue orecchie.

sussurrò.

«Will,

riesci

a

sentirmi?»

Lui non rispose, ma le palpebre ebbero un lieve fremito. «Ti giuro che scapperemo da qui» continuò lei, mentre l'odio verso il capitano Phillip e gli altri responsabili le montava dentro. «Troveremo il modo, vedrai. Non permetterò che questo accada di nuovo.» Più tardi, quel giorno, mentre era accosciata di fianco a Will nella piccola capanna, intenta a lavargli la schiena, ripensò al giuramento fatto a se stessa molto tempo prima. Dal suo arrivo non aveva mai più pensato alla fuga, e ora le sembrava incredibile avere cominciato ad accettare - e addirittura apprezzare - quel posto spaventoso. A quel punto, però, le risultava intollerabile. Doveva in qualche modo portare via da lì Will e Charlotte, e al più presto. ***

Capitolo 7. Mary, spostati» sibilò Sarah al buio. «Non sei mica con Will.» Mary accennò un sorriso; avrebbe voluto essere a casa loro, a letto con lui, ma per quanto fosse disagevole condividere una capanna con altre cinque donne, oltre a Charlotte, era molto grata a Sarah e alle sue amiche per averla accolta. Nei momenti di cinismo attribuiva quel gesto gentile al fatto che era tornata al loro livello, ma in genere preferiva credere che Sarah fosse rimasta talmente sbigottita di fronte alla fustigazione di Will da ritrovare la compassione e la generosità di un tempo. Will stava in un'altra capanna con James, Samuel e Jamie; Mary non aveva avuto molte occasioni di vederlo dal giorno delle frustate, perché già il mattino successivo era stato mandato a lavorare nella fornace di mattoni. La schiena non gli era ancora guarita, e lei si sentiva ribollire di rabbia di fronte a quella ulteriore crudeltà di assegnare a un lavoro manuale tanto duro un uomo martoriato. Il primo giorno che era passata a trovarlo aveva pianto nel vederlo trascinarsi con la camicia inzuppata di sangue e il volto distorto da una smorfia di dolore. Will era entrato in mare per una nuotata nella speranza di accelerare la guarigione, ma non riusciva quasi a muovere le braccia, e il suo viso era tanto pallido che pareva di nuovo sul punto di svenire. Le ferite non riuscivano a rimarginarsi per il continuo chinarsi

e sollevare pesi, e si erano infettate per la sporcizia e la polvere. Era segnato per sempre, nella carne e nello spirito.

A Mary sembrò di essere finita in una galleria buia, senza un barlume di luce alla fine: separata

dal marito e privata della capanna, con razioni ulteriormente ridotte, circondata da un numero di ammalati e di morti che cresceva di settimana in settimana. Una volta tutti erano soliti sospendere il lavoro per partecipare ai funerali, ma ora non più, altrimenti non si sarebbe mai portato a termine nulla. La morte era un evento ordinario, al pari

di un furto o di un incidente. Quando girava la voce che Jack, Bill o Kate erano morti, l'unico

vero interesse era sapere a chi sarebbero toccati i loro effetti personali. Sempre che non fossero già stati rubati prima che l'uomo o la donna spirasse. La morte di un bambino incontrava ancora più indifferenza: per tutti, tranne che per la madre, era solo una bocca in meno da sfamare.

Il giorno successivo alla fustigazione di Will, Mary era stata messa a fare il bucato. Lavare le

divise di ufficiali e fanti non era particolarmente faticoso, ma bisognava essere sempre vigili, e questo la estenuava. Le camicie erano merce ricercata, e a lasciarle incustodite si rischiava che venissero rubate. Se ne mancava una, era sempre chi l'aveva avuta in consegna a essere punita, anche se non ne veniva trovata in possesso. L'unica cosa che la spingeva a tirare avanti era l'idea di fuggire. Le riempiva la mente dall'alba al tramonto, distraendola dalla fame, dai funerali e dagli atti di depravazione. Quattro donne si erano date alla macchia per poi essere presto catturate; altri fuggiaschi erano stati uccisi dagli indigeni o erano morti per l'impossibilità di trovare cibo e acqua; in alcuni casi venne in seguito ritrovato il loro corpo. Molti altri erano tornati indietro con la coda tra le gambe per finire nuovamente in catene. Da Tench, che aveva esplorato varie zone, Mary aveva saputo che all'interno non c'erano mete degne di interesse, solo miglia e miglia di arida boscaglia. Tempo prima, alcuni detenuti avevano rubato una barca, ma non essendo marinai si erano rovesciati ed erano stati ben presto ripescati.

Lei però aveva familiarità con le barche e la navigazione a vela. Sapeva che erano necessari un sestante, una grande quantità di viveri e carte nautiche, ma soprattutto serviva sapere dove fosse il luogo abitato più vicino, e bisognava trovare una barca

in grado di tenere il mare.

Aveva esposto tutto questo a Will alcuni giorni prima, ma lui le aveva riso in faccia. «Una barca, un sestante e le carte nautiche! Perché non chiedi anche la luna, tesoro?» Lei era

perfettamente consapevole delle difficoltà insite nel suo piano, ma dissentiva sull'impossibilità

di realizzarlo solo perché nessun altro aveva osato pensarci. Sapeva che il capitano Phillip e i

suoi ufficiali avevano cercato di comunicare con gli indigeni senza alcun risultato, mentre i suoi tentativi in quella direzione erano stati coronati dal successo. Il merito, a suo avviso, era di Charlotte: gli indigeni, se erano rimasti intimiditi dagli uomini in divisa, non avevano avuto paura di una bambina piccola, mezza nuda come una delle loro. Mary si era incamminata lungo la spiaggia e, raggiunta un'altra insenatura per raccogliere legna

da ardere, si era accorta di essere osservata da un gruppo di indigene con i loro bambini. Dopo

essersi messa seduta con Charlotte in grembo, aveva cominciato a cantarle qualche canzoncina. Con immensa gioia aveva sentito una voce unirsi al canto, una voce di bambina. Si era voltata con un sorriso e la piccola si era avvicinata. Mary fece la stessa cosa per tre giorni consecutivi, e al quarto la bambina si accovacciò accanto a lei. La madre osservava un po' in disparte. In breve tempo altri bambini si unirono a loro e dopo qualche giorno tutti conoscevano le parole delle sue canzoni. Mary mostrò alle indigene alcune foglie di “tè dolce”, la pianta simile alla vite da cui i deportati ricavavano una bevanda. Era ciò che più si avvicinava a un rimedio universale: sembrava alleviare i crampi della fame,

rasserenare e rinvigorire; le si attribuiva il potere di tenere lontani disturbi come la dissenteria, perché chi non beveva altro sembrava esserne meno colpito. I deportati avevano utilizzato tutte

campo,

le

piante

più

vicine

al

e Mary sperava che le indigene le indicassero dove trovarne altre.

E

così fu. Le fecero strada a passo tanto spedito che dovette mettersi a correre per non perderle

di

vista, quindi la aiutarono persino a raccogliere le foglie.

In genere, i reclusi odiavano gli indigeni, in parte perché erano persone libere mentre loro non

potevano sottrarsi ai lavori forzati, ma, soprattutto, perché li ritenevano esseri inferiori. Abituati

a essere considerati gli infimi degli infimi, pensavano di avere finalmente trovato qualcuno più

in basso di loro. Gli ufficiali però coprivano quei selvaggi di doni, e pretendevano che fossero trattati con riguardo, mentre con i deportati si comportavano con crudeltà, senza alcuna

concessione ai loro bisogni, suscitando così grande risentimento. Mary non aveva mai provato diffidenza verso gli indigeni, anche se li trovava tutt'altro che belli. I loro bambini, con il corpo spalmato di puzzolente olio di pesce, il naso largo e

schiacciato e il moccio perennemente annidato sopra le grosse labbra, le parevano brutti come il peccato. Tuttavia, era abbastanza perspicace da pensare che loro giudicassero brutti i bianchi. E

in

più quella era la loro terra, alla quale erano perfettamente adattati.

Il

suo interesse nei loro confronti era stato alimentato dall'entusiasmo di Tench, convinto che

l'unico modo per insediarsi in questo nuovo paese fosse imparare a comprenderne gli abitanti.

A Mary, però, importava capirli non per insediarsi, ma per farsi assistere nella fuga.

Persistette nel proposito di conquistarne la fiducia, e non fu difficile: le bastò mostrare interesse verso i loro bambini e sorridere con calore. Pronunciava il suo nome, e loro facevano

altrettanto. Le toccavano la pelle e i capelli, e ridendo premevano le braccia nere contro le sue per sottolinearne la differenza. Disegnò nella sabbia rozze immagini di animali del luogo, e i bambini li chiamarono con il loro nome. Disegnò una barca, poi una lunghissima linea ondulata per far capire che i bianchi erano arrivati da molto lontano. Avrebbe voluto disegnare la differenza tra la sua terra natia e la loro, ma era troppo difficile. Si chiese

se avessero una qualche idea della natura della colonia e del significato della parola “detenuto”. Come aveva fatto notare Tench, quegli indigeni, prima dell'arrivo dell'uomo bianco, non avrebbero neppure compreso il concetto di furto. Non erano avidi, e lasciavano in giro attrezzi, canoe e altri oggetti. I bianchi ne approfittavano per impadronirsene, e di qui nasceva molta della loro ostilità; chi poteva biasimarli, dunque, se reagivano con violenza? Giorno dopo giorno, Mary continuò ad accattivarsi il piccolo gruppo di indigeni. Avevano un aspetto sano e ben nutrito, e benché sapesse che la loro dieta era costituita sostanzialmente da pesce, che pescavano dalle canoe, immaginò la integrassero con altri alimenti; ma cosa, visto che non coltivavano né allevavano alcunché? Saperlo sarebbe stato utile per la sua fuga. Rimase allibita quando le donne le mostrarono larve e insetti estratti da tronconi di alberi marcescenti. L'idea di mangiarli le procurò il voltastomaco, tuttavia ne assaggiò coraggiosamente uno e scoprì che non era poi disgustoso come aveva immaginato. La pioggia fitta le impedì per una settimana di andare a parlare con loro, e quando infine si avventurò nella solita insenatura non trovò nessuno. Ne fu turbata perché, malgrado sapesse che non si radicavano su un territorio e andavano in giro seguendo l'umore, sapeva anche che quello era uno dei loro posti preferiti per la pesca. Si spinse più avanti del solito, finché un brusio di insetti e il volteggiare di uccelli sopra la sua testa non la fecero arrestare. Scorse qualcosa vicino ai cespugli in fondo alla spiaggia, e si rese conto inorridita che era il corpo inanimato di un indigeno coperto da uno sciame di formiche. Prese in braccio Charlotte e corse verso il campo il più veloce possibile. Stava ancora correndo quando incrociò Tench. Doveva essere tornato da Rose Hill la notte precedente. Lui le rivolse un caldo sorriso. «Sei piuttosto di fretta» disse. «Qualcosa non va?» «C'è un cadavere nell'altra insenatura» sbottò. «Un tuo conoscente?» domandò lui in tono scherzoso.

Mary non riuscì a ridere, perché temeva che il corpo appartenesse a uno dei suoi amici. «Credo sia un indigeno, ma non lo so per certo perché non mi sono avvicinata abbastanza. Di sicuro non lasciano i loro morti in giro senza sepoltura, no?» «Non penso» fece lui con aria preoccupata. «Speriamo sia morto per cause naturali, non per un'aggressione della nostra gente:

abbiamo già abbastanza guai senza metterci anche questo. Comunque vado subito a vedere.» Dopo averle raccomandato di non spingersi più così distante dal campo, si allontanò. Passarono alcuni giorni prima che lei potesse parlargli di nuovo. Lo aveva soltanto scorto nel porto mentre usciva in barca con un gruppo di fanti il giorno dopo la scoperta del cadavere; forse era diretto all'osservatorio su uno dei due promontori che chiudevano la baia. Mentre usciva dal magazzino con le razioni per lei e Charlotte, lo vide scendere dalla casa del capitano Phillip. Le parve molto teso e preoccupato. «Cos'è successo?» gli chiese, mentre lui si avvicinava. «Non gli avete portato un regalo?» Questo era un gioco che facevano da tempo. Inizialmente, quando Tench passava a trovare lei e Will, arrivava spesso con qualcosa da mangiare in dono. Non era mai granché, magari un uovo per Charlotte o un po' di verdura, ma con il peggiorare dei tempi lui non poté portare più niente, e ogni volta si scusava imbarazzato. Mary lo prendeva in giro dicendogli che a mani vuote non poteva aspettarsi una buona accoglienza. Tench le rivolse solo il fantasma di un sorriso. «Il capitano non ha preso bene la notizia che gli ho dato. In giro per la baia ci sono dozzine di indigeni agonizzanti o morti, proprio come quello che hai visto tu.» D'istinto, Mary strinse forte Charlotte. Tench vide la sua paura e le posò una mano sulla spalla. «Non preoccuparti. Il dottor White non ha visto casi del genere qui. Deve essere qualcosa che colpisce solo loro. Comunque stai alla

larga, per non correre rischi. Il capitano Phillip manderà qualcuno a vedere se si può fare o scoprire qualcosa.» Dire a Mary di non preoccuparsi equivaleva a chiedere al sole di non splendere. Era terrorizzata che quella malattia si diffondesse nella colonia e uccidesse Charlotte; tutto il suo essere le imponeva di fuggire in quel momento, con qualsiasi mezzo. Solo alcuni giorni prima, la Supply - la nave più piccola della flotta originaria - era tornata da Norfolk Island con la notizia che ventisei dei ventinove deportati sull'isola avevano escogitato un piano per fuggire con la nave dopo avere convinto con l'inganno l'equipaggio a sbarcare. Se da un lato questo significava che l'idea di Mary era realizzabile, dall'altro significava anche che da quel momento in poi le misure di sicurezza sarebbero state più severe e le punizioni per ogni trasgressione più dure che mai. La conferma arrivò alcuni giorni dopo, quando sei fanti furono impiccati per avere rubato nei

magazzini. Pareva lo facessero da mesi; chi di loro era di guardia permetteva ai complici di introdursi nel magazzino con duplicati di chiavi. I detenuti furono per la maggior parte felici che il capitano Phillip riservasse ai propri uomini le stesse punizioni. Per Mary, invece, questo denunciava il panico del governatore, evidentemente consapevole che i viveri non sarebbero durati fino all'arrivo di altre navi dall'Inghilterra. Come al solito, quando veniva inflitta una punizione tutti dovevano assistere. Nell'osservare la corda intorno al collo di ogni condannato e nell'udire il rumore dell'asse che gli tiravano via da sotto i piedi lasciandolo penzolare nel vuoto, Mary si sentì disperata e impaurita come mai in vita sua. In quel posto, secondo lei, non c'era nulla di buono: le guardie erano corrotte, le donne venivano punite con trenta frustate per una rissa, e tutti morivano lentamente di fame. Aveva la sensazione di essere intrappolata nell'inferno, in compagnia di alcune centinaia di pazzi. Tuttavia in aprile le cose per Will e Mary sembrarono migliorare un poco perché, per ovviare

capitano

alla

carenza

di

cibo,

il

Phillip fu costretto a riammettere Will alla pesca, benché sotto sorveglianza. Mary sorrise cupa tra sé: dunque aveva avuto ragione nel sostenere che era impossibile fare a meno di suo marito. Infatti le retate erano state scarse senza una persona esperta come lui e, malgrado lo irritasse essere guardato a vista, Will si era per lo meno dimostrato indispensabile. Inoltre aveva riavuto indietro la capanna per sé e la famiglia. Quale che fosse l'epidemia che aveva ucciso metà della popolazione indigena della baia, non si diffuse comunque nella colonia. Morì soltanto un bianco, un marinaio della Supply. Il dottor White propendeva per l'ipotesi che si trattasse di vaiolo, ma come fosse arrivato là era un mistero. Se lo avessero portato loro con le navi si sarebbe manifestato molto tempo prima. Poi, all'inizio di maggio, lo sconforto dell'intera colonia fu per qualche tempo mitigato dall'arrivo della Sirius da Città del Capo. Il suo carico consisteva più che altro di farina e non di alimenti sostanziosi come la carne, però portò la bella notizia che altre navi di approvvigionamenti erano già in viaggio, e con esse la posta a lungo attesa dai fortunati che avevano amici e familiari in grado di scrivere. Tuttavia la vista della nave ancorata nella baia sembrava provocare un brutto effetto su Will. Più di una volta Mary notò che rimaneva a fissarla prima di andare a pesca. Se cercava di affrontare l'argomento, lui le rispondeva in modo sgarbato; inoltre quando non era al lavoro non stava con lei e Charlotte come un tempo. Un giorno, nel primo pomeriggio, mentre riportava il bucato pulito negli alloggiamenti degli ufficiali dopo avere lasciato Charlotte a giocare con un altro bambino, Mary sentì la voce tonante di Will provenire dalla capanna di James Martin. Pensò fossero riusciti a procurarsi un po' di rum da qualche parte. Aveva opinioni contrastanti su James, il ladro di cavalli irlandese. Era stata una grande gioia rivederlo, e anche rivedere Sam Bird, perché le amicizie nate sulla Dunkirk erano state la base per formare tra loro una specie di famiglia. James, molto spiritoso,

affascinante e intelligente, aveva la parlantina sciolta e sapeva leggere e scrivere; ma quando c'erano di mezzo la bottiglia o le donne diventava una bestia. Mary lo riteneva il genere di persona che con il fascino e la furbizia riesce quasi sempre a farla franca mentre lascia gli altri nei guai. Non aveva vincoli di lealtà con nessuno - James Martin pensava soprattutto a se stesso - e secondo lei esercitava una brutta influenza su Will. Di natura non era una ficcanaso, ma suo marito la preoccupava quando beveva perché diventava arrogante e spesso rissoso. Inoltre, voleva scoprire come lui e James si fossero procurati da bere; voleva sapere subito se lo aveva fatto Will barattando pesce rubato. In giro non c'era nessuno, così strisciò dietro la capanna. Se fosse arrivato qualcuno avrebbe accampato la scusa che era appena uscita dai cespugli dopo essersi liberata l'intestino. James stava parlando di uomini che andavano a caccia di indigene. Sosteneva che chi faceva una cosa del genere non aveva la testa a posto. «Per me corri meno rischi che con qualche baldracca impestata di qui» commentò Will con una sonora risata. «Ecco perché mi sono preso Mary: sapevo che era sana.» Mary era incerta se considerarlo un complimento; quella frase suonava ambigua. «È una donna in gamba» fece James con un tocco di biasimo nella voce. «Sei un uomo davvero fortunato, Will, per molti versi.» «Sarò ancora più fortunato una volta lontano da questo posto maledetto. Appena finisco di scontare la pena, mi imbarco sulla prima nave.» «Non aspetti Mary?» chiese James in tono leggermente malizioso, e a lei venne il sospetto che non stessero bevendo insieme, ma che Will fosse andato a trovare l'amico dopo avere bevuto altrove. «No, maledizione, no» sbottò Will. «Primo, nessuna nave mi

prenderebbe a bordo con una donna e un bambino; secondo, io me la cavo meglio senza di lei.»

A Mary parve di ricevere un pugno nello stomaco. Un conto era dire in giro che non si

considerava sposato legalmente, un altro che riusciva a cavarsela meglio senza di lei. Si voltò e

corse via, sforzandosi di non piangere. Quella sera Will non passò da casa prima di andare a pescare, così Mary mise un po' di riso sul fuoco, e per una volta non fece quasi caso ai vermi che affioravano in superficie man mano che l'acqua si scaldava. Non c'era niente da metterci dentro, visto che avevano già consumato la scarsa razione di maiale salato nel corso della settimana. Lei comunque non aveva appetito, cucinava solo per Charlotte. L'intenzione di Will di abbandonarla l'aveva resa tanto infelice da farla sentire priva di forze. Charlotte era seduta davanti al fuoco, come sempre quando il cibo cuoceva, con i suoi occhi

scuri incollati alla pentola. Questa era un'ulteriore angoscia per Mary, perché una piccola porzione di riso era ben lungi dal far crescere un bambino in salute. In sua figlia scorgeva già i segni rivelatori della malnutrizione che aveva osservato in Cornovaglia nei bambini di famiglie

in miseria: ventre gonfio, guance scavate, occhi e capelli spenti.

Se Will la lasciava per tornarsene a casa, la sua fuga sarebbe stata pressoché impossibile.

Magari lei era in grado di organizzarla, procurarsi l'attrezzatura necessaria e governare una barca, ma era Will a saper navigare. In tutto il convoglio non c'era uomo in grado di prendere il suo posto.

La prospettiva di essere lasciata sola in quel luogo la terrorizzava.

Avrebbe perso la capanna, le donne l'avrebbero derisa e gli uomini molestata. Non sarebbe stata

in grado di tenere Charlotte al riparo dalla malvagità che regnava intorno a loro. Il massimo che

poteva sperare era diventare una “moglie galeotta”, l'amante di un fante o di un ufficiale, il che

sarebbe durato solo finché anche lui non fosse tornato in Inghilterra come gli altri.

Quella sera le sue emozioni variarono dalla disperazione alla paura e alla rabbia, ma quando

si

Charlotte, divorato

il

cibo,

voltò insonnolita verso il suo petto, lei aveva già elaborato un piano. Sulla Dunkirk aveva deciso a freddo di diventare l'amante di un ufficiale per sopravvivere; ora avrebbe sfruttato le scarse risorse che le restavano. Will rientrò poco prima dell'alba infreddolito fin dentro le ossa e bagnato fradicio perché la sera precedente, intorno alle dieci, aveva cominciato a piovere e a fare molto freddo. Inoltre era esausto e in preda ai morsi della fame dopo avere faticato tutta la notte per pescare soltanto una dozzina di pesci. Gli era già capitato mille volte, lì come in Cornovaglia, ma ciò che soprattutto lo deprimeva era l'atteggiamento dei due fanti che lo sorvegliavano. «Bastardi» sibilò, quindi sputò rumorosamente nella sabbia. Se non fosse stato per il timore di altre frustate li avrebbe scaraventati in mare con un pugno. Come osavano sostenere che la scarsezza di pesce dipendeva dalla sua incapacità? E che lui era ubriaco quando era salito a bordo? Aveva bevuto qualche bicchierino di rum, ma questo non gli aveva certo annebbiato la mente. Il fatto era che nella baia non c'erano pesci, e se loro fossero stati attrezzati per uscire in mare aperto, oltre i promontori, come voleva fare lui, ne avrebbero presi a migliaia. Mentre si avvicinava alla capanna rimase molto sorpreso nel vedere Mary china sul fuoco. «Come mai il fuoco? Charlotte sta male?» chiese raggiungendola. «No, dorme. Ho pensato che saresti arrivato intirizzito e affamato, così ti ho preparato un po' di colazione.» Will si rianimò subito. Si era aspettato di trovarla immusonita perché era uscito in mare senza prima passare da lei. Se poi avesse anche scoperto che aveva comprato del rum al posto del cibo per tutti loro, si sarebbe arrabbiata ancora di più. «Colazione?» ripeté incredulo. Mary gli toccò la camicia fradicia. «Toglila e stendila ad asciugare»

disse, con un'espressione dolce e premurosa. «Avvolgiti nella coperta e scaldati. Ho potuto solo friggerti un pezzo di pane; non sono riuscita a trovare altro.» Cinque minuti dopo, seduto su uno sgabello sulla soglia della capanna con una tazza di tè dolce in una mano e un grosso pezzo

di

pane fritto nell'altra, Will si sentì molto meglio. I primi raggi di sole illuminavano il cielo, e

la

baia con un velo di foschia a pelo d'acqua gli parve incantevole. Era il suo momento

preferito, con gli uccelli che al risveglio cominciavano a cantare, e le brutture del campo non ancora visibili. Benché fosse inverno, il clima era mite come in una mattina di primavera in Inghilterra.

In effetti, guardando la Sirius avvolta dalla foschia sullo sfondo grigioverde della baia, riusciva

anche a ingannare se stesso e illudersi di essere nel porto di Falmouth con lo sguardo rivolto verso St Mawes. La Cornovaglia gli mancava davvero moltissimo: le tortuose stradine di acciottolato, le case strette l'una all'altra, la luce accecante d'estate, il camino acceso nella taverna nelle sere d'inverno. Sorrise al pensiero dei rischi che si correvano con il contrabbando. La forza impressa ai remi contro le onde alte come case, lo sguardo attento alle lanterne sulle scogliere che dovevano segnalare l'arrivo delle guardie daziarie: era un gioco d'azzardo con una posta alta, cui osava partecipare solo chi era veloce, forte e dotato di sangue freddo. E se avevano fatto bene la loro parte, i vincitori - pescatori, minatori e contadini - tracannavano

bicchieri di brandy francese, al pari del signorotto locale. Le ragazze erano molto graziose, con

le guance rosee, il grande seno e il sorriso dolce e timido. Mary era come loro quando l'aveva

vista la prima volta sulla Dunkirk attraverso la griglia. Adesso, magra come un chiodo, appariva smunta e sorrideva di rado. Tuttavia si era alzata per accendere il fuoco e friggergli del pane. Si manteneva pulita e non andava dietro ad altri uomini.

«Un penny per i tuoi pensieri!» Mary lo fece sobbalzare arrivando alle sue spalle per cingergli il

braccia.

collo

con

le

«Non lo valgono, un penny!» ridacchiò lui. «Te li dico gratis. Stavo pensando alla Cornovaglia, al contrabbando e alle taverne.» Lei lo baciò sul collo. «Vuoi sapere quello che penso io?» «Certo.» «Adesso noi due andiamo a letto, e io ti scaldo per bene.» Will sorrise; la proposta lo allettava. Prima della fustigazione non facevano spesso l'amore a causa della fame e della spossatezza; poi, da quel giorno, avevano smesso del tutto. La schiena dilaniata, il lavoro alla fornace e ulteriori riduzioni delle razioni gli avevano tolto ogni ardore. «E proprio una bella idea, amore mio» fece lui voltandosi a darle un bacio. «È passato decisamente troppo tempo.» Più tardi, quel giorno, Mary sorrise tra sé mentre lavava i panni in riva al mare. Aveva quasi dimenticato quanto Will sapesse farla sentire speciale. Era valsa la pena di alzarsi così presto; aveva anche dimenticato i morsi della fame. All'inizio di settembre Mary si accorse di essere incinta. Questo la rese euforica, non perché avesse raggiunto l'obiettivo di impedire a Will di lasciarla, ma perché lui era sinceramente contento di diventare padre. Eppure, come spesso accadeva nella colonia, sembrava che ogni momento felice venisse cancellato da un evento negativo. Questa volta si trattò di un fante che aveva violentato una bambina di otto anni, fatto che portò all'attenzione di Mary la vulnerabilità di Charlotte. Fino a quel momento non aveva quasi pensato a come sarebbe stato il futuro della figlia, presa com'era dalla preoccupazione di tenerla in vita. Quando però il fante invece di essere impiccato fu tradotto a Norfolk Island, lei pianse di rabbia.

Will cercò di consolarla. «Non prendertela in questo modo, Mary. Laggiù, lui sarà fuori dai piedi.» «Ma anche là ci sono bambine, compresa Henrietta, la figlia di Jane. Mi spieghi perché si viene fustigati per un'insolenza, e invece fare del male a una bambina non è considerato un vero crimine?» Will scosse la testa. «Non lo so, e non capisco neppure perché continuino a mandare due uomini a sorvegliarmi mentre pesco. Se non ci fossero, uscirei dalla baia e pescherei molto di più.» Mary era livida di rabbia. «Dobbiamo ripensare alla fuga.» «Come si fa, con un bambino in viaggio?» replicò lui allungandole qualche colpetto affettuoso sul ventre. «E proprio per questo piccolino. Non vuoi qualcosa di meglio per lui?» A novembre nella colonia si diffuse la notizia che il tenente Bradley e il capitano Keltie della Sìrius avevano catturato due indigeni su istruzione del capitano Phillip. I due prigionieri si chiamavano Bennelong e Colbee, e si scoprì che non avevano moglie né figli. L'ufficiale responsabile della cattura, il tenente Bradley, mandò a chiamare il ragazzino indigeno orfano che era stato adottato dal dottor White, perché spiegasse ai due che nessuno avrebbe fatto loro del male. Mary assistette sbalordita a tutta la vicenda. Aveva sempre pensato che rapire una persona contro la sua volontà significava farle del male, ed era anche sicura che i due indigeni si sarebbero allarmati ancora di più nel vedersi lavati e sbarbati a forza, coperti con abiti, e messi in catene perché non potessero fuggire. Alcuni giorni dopo, circolò la notizia che si erano liberati; Colbee se l'era svignata, mentre Bennelong era stato riacciuffato. La maggior parte dei detenuti trovò la cosa molto divertente. Consideravano Bennelong non una persona dotata di sentimenti, bensì un animale da mettere in gabbia. Mary era disgustata: c'era qualcosa in quell'uomo nero, alto e ben piantato, che la commuoveva.

Immaginò come dovesse sentirsi confuso nello strano mondo in cui era stato trascinato. La sua gente non conosceva confini; la casa consisteva nel riparo temporaneo di una grotta o di un humpy di fango e corteccia. Nella sua tribù non c'erano re o principi, e tutti erano uguali; quindi, come avrebbe potuto capire la divisione in classi dell'uomo bianco, o la sua brama di ricchezza, potere, possesso? Mary lo vide in una posizione molto simile alla sua, e pensò che avrebbero dovuto allearsi. Se fosse riuscita a mostrargli un modo per trarre vantaggio dalla prigionia, in cambio lui avrebbe forse accettato di aiutarla a fuggire con Will. Le settimane passavano lentamente, e alla fine di ognuna Mary si sentiva più disperata. Le donne incinte non avevano diritto a razioni più abbondanti, come sulla Charlotte, e lei era tanto affamata che spesso andava in cerca di larve e insetti come aveva imparato dalle indigene. A dicembre e gennaio fece un caldo torrido; si svegliava all'alba sotto un sole che picchiava

implacabile sul tetto della capanna per continuare inclemente fino al tramonto. Solo il rapporto che stava creando con Bennelong le infondeva un barlume di speranza. Con parole apprese dai piccoli indigeni con cui aveva fatto amicizia, riuscì a spiegargli che se avesse collaborato con il capitano Phillip poteva diventare importante per l'uomo bianco, e inoltre gli avrebbero tolto le catene. Bennelong parve comprendere il suo discorso, e in un'occasione le mostrò con un grande sorriso la mezza bottiglia di rum che gli avevano dato. Sembrava felice di stare nell'insediamento fin tanto che l'alcol era a portata di mano. Mary sapeva che era prematuro immaginare di contare sul suo aiuto per un piano di fuga, oltretutto inattuabile dato il suo avanzato stato di gravidanza. Inoltre non c'era neppure la possibilità di accantonare cibarie, e comunque nel porto non si vedevano navi. Sia la Sirius che

Norfolk

la

Supply

erano

salpate

per

Island con un carico di novantasei detenuti di sesso maschile e venticinque di sesso femminile, oltre a venticinque bambini, allo scopo di far durare un po' più a lungo le scorte di viveri. Poi la Sirius avrebbe proseguito per la Cina alla disperata ricerca degli approvvigionamenti necessari. Erano salpati dall'Inghilterra con provviste sufficienti per due anni, e ora il tempo era scaduto. Nonostante il buon raccolto di grano nella fattoria di Rose Hill, le razioni, ulteriormente ridotte, sarebbero bastate solo qualche mese. Chiunque, a partire dal capitano Phillip fino all'ultimo dei deportati, attendeva impaziente l'arrivo di una nave con altre provviste. La gente si trascinava quotidianamente fino a Dawes Point, da cui si poteva vedere l'asta della bandiera sul promontorio sud all'imboccatura della baia. Se la bandiera era ammainata significava che stava arrivando una nave, ma giorno dopo giorno le loro speranze venivano immancabilmente deluse.

Il timore di morire di fame era adesso reale; lo si leggeva negli occhi spenti, nelle guance

scavate, e nella lentezza dei movimenti di tutti i detenuti. Ora che molti del gruppo originario erano stati trasferiti a Norfolk Island e moltissimi altri erano morti in quei due anni, Sydney Cove appariva una colonia fantasma; le capanne vuote erano state assegnate a persone che in precedenza coabitavano con altri. A seguito di un'ulteriore riduzione delle razioni, nessuno aveva forze sufficienti per lavorare una giornata intera. Fu emanato l'ordine di lavorare solo fino a mezzogiorno; al pomeriggio ognuno poteva dedicarsi al proprio orto. Alla fine, dissero a Will che poteva pescare senza le guardie perché non c'erano più uomini da destinare al controllo della pesca.

Mary entrò in travaglio il 30 marzo al calare della sera. All'inizio scambiò le doglie per crampi

di fame. Will era a pesca, e pioveva tanto forte che il terreno si era trasformato in un mare

scivoloso di fango rosso. Mise a letto Charlotte e si sdraiò accanto a lei, ma i fortissimi dolori le impedivano di dormire. Rimase tutta la notte con gli occhi spalancati nel buio ad ascoltare l'incessante gocciolio

dell'acqua che

un

filtrava

dal

tetto.

A

certo punto si accorse che il bambino stava arrivando, ma era troppo debole per alzarsi dal letto e trascinarsi nel fango e nella pioggia in cerca di aiuto. Per la prima volta in vita sua si augurò di morire. Era sfinita dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza, e sentiva di non essere in grado di far fronte ai bisogni che un neonato le avrebbe scaricato sulle spalle. Neppure Charlotte, che si lamentava debolmente nel sonno, le smuoveva la coscienza. Mary sperava che, ignorandoli, i tentativi del bambino di venire al mondo sarebbero svaniti, e lei con loro. Tuttavia, appena chiuse gli occhi, decisa ad avviarsi nella nera valle della morte, rivide con la mente il volto della madre. Si era sforzata in ogni modo di dimenticare i genitori e la sorella. Da tempo aveva rinunciato a rammentarne il viso e il suono della voce, e a chiedersi se parlavano mai di lei. Si era anche imposta di non pensare alla Cornovaglia e di non confrontarla con quel posto. Però il volto le apparve nitido come se la madre fosse di fronte a lei nella piena luce del giorno:

gli occhi grigi colmi di ansia, la bocca serrata in segno di disapprovazione, le ciocche di capelli grigi sfuggite alla cuffia di lino. Mary ricordava molto bene la sua espressione quando la rimproverava per il suo comportamento da maschiaccio. Rammentò quanto si mostrasse forte di fronte alle figlie: non faceva mai trapelare la sua preoccupazione ogni qual volta la nave del padre tardava a rientrare. In qualche modo era sempre riuscita a mettere cibo in tavola e a tenere acceso il fuoco. Mary ebbe l'impressione che stesse cercando di inviarle un messaggio: doveva lottare per la vita, per il bene dei suoi figli. Si alzò dal letto con grande difficoltà, e cercò tastoni nel buio un telo di sacco da avvolgere intorno alle spalle, quindi uscì nella pioggia. La capanna più vicina distava solo venti iarde, ma i dolori lancinanti non le consentivano di reggersi in piedi. Strisciò nel fango carponi, disperata, in cerca di aiuto.

La prima luce dell'alba entrò attraverso la porta aperta della capanna, mentre il bambino di Mary riusciva finalmente a scivolare nelle mani non troppo sicure di Anne Tomkin. «E un maschio!» esclamò Anne con un tono più stanco che felice, mentre avvicinava il bambino alla porta per esaminarlo. «E sembra anche in salute.» Il piccolo lo confermò con un grido arrabbiato e poderoso. Mary suggerì ad Anne di avvolgerlo in un telo, legare il cordone ombelicale e tagliarlo. La donna non aveva figli e suo marito Wilfred, che era andato a cercare l'aiuto di una persona più esperta, non era ancora tornato. Mary, non appena prese il piccolo tra le braccia, dimenticò il dolore, la fame e persino il proprio corpo coperto di sangue e fango rappreso. Dio le aveva dato il maschio che desiderava e le aveva risparmiato la vita, e ciò induceva a sperare in tempi migliori. «Lo chiamerò Emmanuel» mormorò a se stessa. ***

Capitolo 8. E una meraviglia!» esclamò Will con ammirazione cullando il figlioletto tra le braccia. Appena rientrato a casa dopo essere stato a pesca tutta la notte, benché bagnato, infreddolito ed esausto, era impazzito dalla gioia nello scoprire che Mary gli aveva dato un figlio. «E ci ha portato fortuna! Ho un cefalo bello grosso tutto per noi.» Mary gli lanciò un'occhiata preoccupata, ma lui sorrise. «Tutto regolare. Me l'hanno dato per via del bambino. Adesso le cose si metteranno meglio per noi, sono sicuro.» Mary, rassicurata, sorrise. Fin dall'inizio Will era sempre stato affettuoso con Charlotte, ma ora, mentre contemplava il proprio figlio, scoppiava di felicità. «Ti piace Emmanuel come nome?» chiese lei. «Bellissimo.» Will guardò ancora il figlio con tenerezza, e poi Mary. «È un nome che dà speranza, e farò in modo che lui impari anche a scriverlo.» Quella fu una giornata meravigliosa per Mary. Aveva smesso di piovere ed era uscito il sole, così Will la portò al mare per lavarla. C'erano stati molti momenti dolci tra loro in passato, ma mai tanta premura e tenerezza. La fece accomodare su un giaciglio improvvisato sotto l'albero della gomma nei pressi della capanna, sistemò Emmanuel nella vecchia culla di Charlotte, poi cucinò il cefalo sul fuoco con un paio di

patate

a

che

era

riuscito

rimediare. Dopo mangiato, per darle modo di dormire, fece con Charlotte una passeggiata dal dottor White per annunciargli la nascita del piccolo. Nonostante il piacere dello stomaco pieno, lei non si addormentò.

Will non era tipo da parole d'amore, ma le aveva rivelato i suoi sentimenti attraverso le azioni.

A volte, durante la gravidanza, si era sentita in colpa per averlo incastrato, ma ora non più

perché lo vedeva davvero felice per quel figlio tutto suo. Adesso erano una famiglia completa, e qualsiasi cosa riservasse loro la vita, l'avrebbero affrontata insieme. Più tardi, nel pomeriggio, Tench passò a trovarli.

«Ho sentito che è nato il bambino» disse abbassando lo sguardo su Mary che cullava Emmanuel sotto l'albero. «Grazie a Dio state bene entrambi.» «Non è il bambino più bello del mondo?» domandò Will, mentre faceva saltare Charlotte sul ginocchio. «Io non ne ho mai visto uno più

gagliardo.» Tench rise e si chinò ad accarezzare la testa del piccolo. «Ti somiglia, Will: stessi capelli biondi e corporatura robusta. Vedi di prenderti cura di lui.» «Anche di me» intervenne Charlotte risentita. Scoppiarono tutti a ridere perché lei aveva capito benissimo che da quel giorno il suo posto rischiava di essere usurpato. «Mi prenderò sempre cura di te» disse Will lanciandola in aria. «Tu sei la mia piccola principessa.» «Non dare troppa importanza a chi dice che Will ti abbandonerà una volta scontata la pena» disse Tench a Mary dopo che il marito si era allontanato per andare a vantarsi del figlio con gli amici. «Secondo me, non avrà mai il coraggio di lasciarti.» Mary non si sorprese che Tench avesse sentito circolare quella voce. Là non ci si fermava di fronte a nulla pur di spettegolare.

Si chiese cosa avrebbe pensato se avesse saputo che il bambino era il suo piano segreto per

tenersi stretto Will.

«Non bado a quello che dice la gente» fece lei in tono deciso, perché quel giorno si sentiva così

importava.

felice

che

nient'altro

le

«Quando Will sarà libero, potrete presentare domanda per avere della terra.» Mary sorrise. «Cosa ce ne facciamo? Noi non siamo contadini.

A

Will basta pescare.» «Allora potrebbe costruirsi una barca e avviare un'attività in proprio con

la

pesca. Magari potreste aprire la prima bottega di pescivendolo del Nuovo Galles del Sud!»

«Chissà.» Mary avrebbe voluto credere come lui che un giorno sarebbe sorta una vera città. Tench sembrava convinto che, superati i problemi iniziali, quel paese avrebbe attratto nuovi coloni liberi per coltivare e commerciare, proprio com'era accaduto in America. «E magari domani arriva una nave carica di animali, aratri, semenze, alberi da frutto, cibo per tutti; e anche

medicine e stoffa per abiti nuovi!» continuò lei con un tono non privo di sarcasmo. «Le navi arriveranno presto» la rassicurò lui come sempre, ma questa volta con scarsa convinzione. «Non posso credere che l'Inghilterra ci lasci morire qui.» Emmanuel fu battezzato qualche giorno dopo, il 4 aprile, sotto lo stesso grande albero dove si erano sposati i suoi genitori. Come avveniva sempre in occasioni del genere, erano tutti presenti. Per il matrimonio Mary si era considerata vestita poveramente, ma quell'abito grigio, da un pezzo finito in brandelli e trasformato in pannolini per Charlotte, era stato rimpiazzato dal “camicione” di ordinanza, una specie di sacco informe di cotone grezzo, già quasi altrettanto

logoro. La moglie di un fante, più gentile di altre, le aveva regalato un nastro rosso per i capelli

e un pezzo di cotonina per confezionare una veste a Emmanuel, che altrimenti sarebbe stato

avvolto in un cencio. Nel guardarsi intorno, Mary notò quanto si era ridotta l'intera comunità dal giorno dell'arrivo. Allora erano quasi tutti sani, con gli occhi splendenti di eccitazione e malizia e, anche

quando protestavano, non mancavano di vivacità e speranza. Con voce possente discutevano, litigavano e ridevano, spingendosi e strattonandosi come bambini impazienti. Mary ricordava di avere pensato una volta che non avrebbe mai potuto imparare tanti nomi. Ora invece era facile chiamare ciascuno di loro. La morte ne aveva falcidiati tantissimi, e a decine erano stati trasferiti a Norfolk Island: rimanevano quindi in meno di centocinquanta. Era cresciuto solo il numero di bambini e neonati, che costituivano una visione penosa con gli enormi occhi tristi in volti scarni ed esangui, gambe e braccia esili come bastoncini. La maggior parte di loro si succhiava il dito per la fame. Ormai nessuno aveva occhi splendenti, neppure gli ufficiali. Niente più strattoni, spinte, o voci alte: solo visi apatici ed emaciati, invecchiati precocemente dal sole e dalla malnutrizione. Anche la risata era un suono raro, perché chi

riusciva a mettere le mani sull'alcol non cercava allegria ma un rifugio nell'oblio. Persino i colori vivaci dei vestiti ostentati il giorno dell'arrivo erano scomparsi perché da tempo ogni indumento si era trasformato in un cencio grigio. Mary pensò che erano diventati tutti come quella terra selvaggia, smorti e inariditi al pari della boscaglia con i radi alberi della gomma verdastri, striminziti e senza speranza come gli ortaggi che avevano tentato di coltivare. Le sarebbe piaciuto prendersela con gli ufficiali, ma anche loro apparivano macilenti ed esausti. Ancora più pena le facevano i fanti con le loro famiglie, perché avevano le stesse razioni dei detenuti, le divise ridotte a stracci e morivano con la stessa frequenza. Il giorno successivo, di mattina presto, Watkin Tench si recò a Dawes Point per controllare l'asta della bandiera, sul promontorio sud. Non aveva dormito bene perché molto turbato dal battesimo di Emmanuel Bryant, il giorno precedente. Se da un lato era bello vedere la gioia di

puntino

Mary

e

Will

per

il

loro

piccolo

-

un

luminoso in un periodo peraltro disperatamente cupo -, dall'altro immaginava il dolore straziante di Mary se il bambino non fosse sopravvissuto. Tench avrebbe voluto non tenere tanto a lei. Si era detto mille volte che provava solo amicizia, ma in realtà gli bastava vederla per sentire crescere il sentimento che lo legava a quella donna. La sua vicinanza gli dava il batticuore. Avvertiva un senso di impotenza di fronte al suo grande bisogno di cibo e abiti decenti, ma lei era orgogliosa, non elemosinava favori, e si comportava come se le sue privazioni non avessero importanza. Dal poco che aveva riusciva a trarre il meglio. Tench aveva sperato che, com'era accaduto ad altri, le frustate indurissero Will al punto da renderlo un ribelle, e che per questo Mary cessasse di essergli fedele; a quanto pareva, invece, avevano sortito l'effetto opposto, e il piccolo Emmanuel ne era la prova. Se solo avesse potuto smettere di inseguire il futile sogno di portarsi via Mary alla fine del suo servizio in quel posto! Gli avrebbero riso in faccia se avesse confidato a qualcuno la fantasia di cercare una casetta ben lontana da Plymouth, e di raccontare ad amici e parenti in Inghilterra che lei era la vedova di un fante di stanza nella colonia. Eppure il suo sogno era sempre lo stesso, cioè quello di una Mary ben nutrita e rifiorita che tutte le notti giaceva tra le sue braccia in un letto di piume. Ogni volta che la sua immaginazione lo portava fino a quel punto, si eccitava all'idea di baciarle i piccoli seni che spesso aveva intravisto mentre lei allattava Charlotte. Si destò all'improvviso dalle sue fantasticherie quando vide l'asta con la bandiera ammainata. Significava che una nave era ancorata nell'insenatura o era stata individuata al largo. Euforico, corse all'osservatorio e puntò sull'asta della bandiera il telescopio che vi era installato. Scorse una sola persona che camminava ai piedi di questa, e deluso capì che la nave non poteva venire dall'Inghilterra, altrimenti ci sarebbe stato più movimento. Probabilmente era la Sirius che rientrava da Norfolk Island prima di salpare per la Cina.

Si precipitò a informare il capitano Phillip e, quando il governatore disse che sarebbe andato

incontro alla nave con il proprio cutter, Tench gli chiese il permesso di accompagnarlo: sarebbe stato un diversivo rispetto all'abituale routine e al pensiero fisso di Mary.

A metà strada tra i due promontori videro venire verso di loro una scialuppa della Supply.

Watkin Tench avvertì un tuffo al cuore nel riconoscere il capitano Ball che gesticolava freneticamente. «Signore,» disse voltandosi verso Phillip «preparatevi a brutte notizie.» Will corse veloce come una lepre lungo la spiaggia per raggiungere Mary, intenta a lavare i panni. Nel sentire i suoi passi pesanti lei sollevò lo sguardo dal lavoro. «Cosa c'è?» gridò ansiosa, con la vana speranza che lui stesse per annunciarle l'arrivo di una nave carica di provviste. «La Sirius è naufragata.» Will impiegò qualche attimo a riprendere fiato e spiegare cosa aveva

sentito dire al porto. La Sirius aveva appena calato le scialuppe cariche di viveri a Norfolk Island, nella baia di Sydney, quando era stata trasportata su una secca dalla corrente. Il capitano Hunter aveva tentato di evitare il disastro calando l'ancora, ma troppo tardi. La catena non si era ancora tesa che la nave era già finita contro la barriera corallina parallela alla spiaggia. Mentre

il mare irrompeva nelle stive, l'equipaggio aveva tagliato gli alberi in modo che lo scafo

alleggerito potesse disincagliarsi, ma ormai con ben poche aspettative. «Hanno mandato delle barche per portare a terra gli uomini» ansimò Will. «Hanno lavorato fino a quando non si vedeva più per il buio; almeno, così ho sentito. Domani mattina portano via gli altri.» Mary ne fu sconvolta. Perdere la Sirius era un colpo mortale per la colonia. Come

sarebbero

Cina?

arrivate

le

provviste

dalla

«Sono tutti salvi?» chiese. A bordo c'erano alcune donne e bambini ai quali era affezionata. Will annuì. «Dio ha avuto un po' di misericordia» disse con un grande sorriso divertito. «I detenuti che sono stati mandati sulla nave a scaricare gli ultimi animali hanno trovato del grog, così hanno acceso qualche falò e organizzato una festa.» «Oh, Will» sospirò Mary. «C'è poco da ridere!» «Invece bisogna ridere, altrimenti crolliamo tutti» replicò irritato. «E c'è un'altra storia divertente. Un detenuto è finito in mare e ha fatto cadere dalla zattera anche il tenente Clark. Siccome non sapeva nuotare, Clark l'ha soccorso e l'ha portato sano e salvo a riva, ma poi l'ha bastonato per avergli fatto rischiare la vita.» Mary ridacchiò; c'era da aspettarselo dal tenente Ralph Clark, un tipo che a lei non era mai piaciuto. Ipocrita e meschino, aveva passato la maggior parte del primo anno a dare della puttana a tutte le detenute e a tessere gli elogi di sua moglie Betsy, rimasta in Inghilterra, annoiando a morte Tench e gli altri ufficiali. Poi però, dopo tutti quei discorsi, aveva avuto la faccia tosta di prendersi una moglie galeotta e chiamare Betsy, come l'adorata moglie, la bambina nata dalla loro unione. Era stato mandato a Norfolk Island ad assumere il comando della colonia, e a Mary non sarebbe dispiaciuto più di tanto se avesse incontrato difficoltà. «E adesso, che rie sarà di noi?» chiese a Will. «La Sirius era l'unica possibilità di procurarsi altri rifornimenti.» Lui aggrottò la fronte. «Phillip ha convocato per le sei tutti gli ufficiali per una riunione urgente.» Mary sapeva da Tench che Phillip non si confidava mai con nessuno e manteneva il riserbo a tutti i costi; quindi doveva essere molto angosciato se convocava i suoi uomini. Sospirò avvilita. «Andiamo incontro a tempi ancora più grami, poco ma sicuro. Comunque, cerchiamo di vedere l'aspetto positivo, Will. Se una nave non arriva presto dall'Inghilterra, Phillip dovrà fare sempre più affidamento su quello che peschi tu. È

ora che tu gli chieda di nuovo di poter tenere per te qualche pesce. Soltanto grazie alle tue capacità si riuscirà a sopravvivere in questo posto.» In effetti il capitano Phillip, di fronte agli ufficiali radunati alle sei in punto, era molto angosciato. Aveva atteso a lungo l'arrivo di una nave dall'Inghilterra per risolvere i problemi della colonia, ma ora doveva affrontare la realtà e assumere altre misure drastiche per non assistere a una morte di massa a causa dell'inedia. «Si renderà necessaria un'ulteriore riduzione delle razioni» cominciò con voce leggermente incrinata, perché sapeva che una razione quotidiana di due libbre e mezzo di farina, due libbre di maiale molto vecchio, una pinta di piselli secchi e una libbra di riso immangiabile non erano certo sufficienti a garantire la sopravvivenza di sette persone. «Se non vogliamo morire di fame, dobbiamo integrare con più pesce e carne. Il mio piano è requisire tutte le barche private e usarle per la pesca, e creare squadre per battute di caccia.» Gli ufficiali si scambiarono occhiate costernate, comprendendo che ci si aspettava da loro che offrissero spontaneamente i propri servigi. A eccezione di Tench, tutti consideravano spiacevole il ruolo di sorvegliante, perché non amavano lavorare con i deportati. «State proponendo di armare alcuni detenuti?» chiese uno degli ufficiali più anziani con un'espressione inorridita sul volto florido. «Sì» rispose stancamente Phillip. «Alcuni sono bravi tiratori. Sono convinto che se concediamo loro fiducia, si prodigheranno per il bene comune.» Proseguì dicendo che non poteva fare altro che inviare la Supply a Batavia, nelle Indie orientali olandesi, dove il capitano Ball avrebbe noleggiato un'altra nave per poi riportarla alla colonia carica di rifornimenti. Sarebbe partito anche Philip King, il precedente governatore di Norfolk Island, per proseguire per l'Inghilterra con i dispacci e il rapporto del capitano Phillip sullo stato della colonia.

Questo preoccupò persino di più gli ufficiali, perché la Supply era una piccola imbarcazione di sole centosettanta tonnellate e avrebbe rischiato molto a viaggiare da sola in acque inesplorate. Inoltre, se fosse andata persa, non sarebbero rimaste altre navi per portare rifornimenti all'insediamento di Norfolk Island. Si sollevò un mormorio di dissenso che Phillip spense con uno sguardo severo. «Non abbiamo scelta» tagliò corto. «Comunque, a questo punto non ci sono rifornimenti da portare a Norfolk Island, e sarebbe disastroso lasciare una nave ancorata in porto in attesa di aiuti dall'Inghilterra che potrebbero non arrivare mai. Chiedo a tutti voi di sostenermi.» Dopo la partenza della Supply in aprile, nella colonia regnò la paura. Gli ufficiali, in ansia per la sicurezza della piccola nave, divennero aggressivi; le truppe, ora che la potenza di fuoco era tanto ridotta, paventavano un attacco degli indigeni; infine, i detenuti erano terrorizzati per tutto. Prima che la Supply salpasse era circolata la voce che si sarebbero imbarcati anche gli ufficiali e i fanti lasciando i deportati a terra a cavarsela per conto loro. Sapevano tutti che da soli non avrebbero resistito a lungo. Benché a caccia fossero stati mandati i tiratori migliori, il loro bottino non andò oltre tre

piccolissimi canguri. Con il dispiego di un numero maggiore di barche e uomini, e l'assoluta necessità di pescare di più, le retate furono per un po' più consistenti, ma poi ripresero a ridursi. Gli ufficiali si ripresero le loro piccole barche, e allora il capitano Phillip, nella più completa disperazione, permise a Will di usare il suo cutter personale. Mary non era il tipo da lasciarsi sfuggire un'opportunità del genere senza tentare di sfruttarla. Una sera, a letto, esortò il marito. «Potrebbe essere la nostra grande occasione. Potremmo

barca.»

fuggire

con

quella

«Non dire sciocchezze» fece lui stancamente. Indebolito dalla fame e logorato dalla tensione di dover portare a casa cibo sufficiente per tutti, non era disposto ad ascoltare le idee folli della moglie. «Non dico subito» spiegò lei mentre si metteva seduta per poi chinarsi a baciarlo. «Senza strumenti, carte nautiche o scorte di cibo sarebbe impossibile. Però tu puoi cominciare a guadagnarti la fiducia del governatore. Ogni volta che esci con la sua barca, vai un po' più al largo, però torna sempre indietro. Lui già si fida di te, ma pensa quanto più si fiderebbe se gli facessi credere di stare al suo gioco!» «E allora?» fece lui irritato. «Anche se arrivassi ad avere da parte sua una tale fiducia da non essere più sorvegliato, non saprei che rotta prendere per trovare un porto.» «L'altro giorno Tench mi parlava delle Indie orientali olandesi. C'è un porto molto trafficato che si chiama Kupang. Ha detto che si trova nel mare dalla parte opposta di questa terra.» Will fece una specie di sghignazzata. «Nel mare dalla parte opposta di questa terra!» esclamò, con sarcasmo. «Che razza di indicazioni sono? Lo sa quante leghe dista? C'è già stato qualcuno? Non dire scemenze, ragazza!» Mary si lasciò cadere all'indietro, irritata dalla sua ironia. «Non lo so ancora, ma lo scoprirò» annunciò con cupa determinazione. «Dobbiamo scappare, Will: se non lo facciamo, Emmanuel e Charlotte moriranno.» Lui le voltò le spalle con aria di sufficienza. «No, Mary, non moriranno. Il cibo arriverà, vedrai.» «Può darsi.» Mary fece scorrere il dito sui segni profondi delle frustate sulla sua schiena. «Magari i nostri figli avranno anche la fortuna di sopravvivere alle febbri, ai morsi dei serpenti, e alla depravazione degli altri detenuti. Speriamo però che nessuno di noi due viva tanto a lungo da dover assistere alla fustigazione di Emmanuel legato al triangolo.» Sentì Will irrigidirsi sotto le dita. Sapeva che quei colpi di frusta erano ancora un incubo per lui. «Ucciderei chiunque si azzardasse a fargli una cosa del genere.»

«Allora sarai troppo debole,» replicò lei con dolcezza «invecchiato prima del tempo a furia di lottare per la sopravvivenza. E anch'io. Ecco perché dobbiamo andarcene presto, finché siamo ancora in grado di proteggere i bambini.» Will emise un lungo sospiro. «Ci penserò.» «E mentre ci pensi, fai quello che ho detto per conquistarti la fiducia del governatore. Una volta ottenuta, siamo già a metà strada.» Will si addormentò, ma Mary rimase sveglia a lungo. Lei era sempre all'erta, ascoltava e osservava, mentre suo marito andava in giro con le orecchie e gli occhi chiusi. Se Will credeva che nei magazzini vi fossero scorte per molti mesi, Mary sapeva che non era così. Quando andavano a pranzo dal capitano Phillip, gli ufficiali negli ultimi tempi dovevano portarsi il pane, e il vitto alla residenza del governatore era di poco migliore che a casa sua. Una sera avevano addirittura mangiato un cane! Appena qualche giorno prima, un detenuto anziano era morto nel magazzino dove era andato a prendere la sua razione. Nell'esaminare il cadavere, il dottor White aveva scoperto che lo stomaco era completamente vuoto. Ciò che consentiva a Mary di conservare un po' di combattività e il latte in seno per Emmanuel era il pesce che Will portava a casa quotidianamente, oltre alle larve e alle bacche che aveva imparato a conoscere attraverso le indigene. Bennelong era alla fine fuggito dall'insediamento, quando il cibo e il rum cui si era abituato avevano cominciato a scarseggiare. Gli orti, compreso quello del governatore, venivano costantemente depredati, malgrado le pesanti fustigazioni cui venivano sottoposti i rei colti in flagrante. Non erano solo i detenuti a rubare; una volta furono presi un marinaio della Supply e un fante. Per tenere al sicuro le loro magre razioni, Will fu costretto a scavare una buca sotto la capanna. La foderò di legno e la coprì con un falso pavimento, secondo il costume dei contrabbandieri in Cornovaglia. Mary comunque era ancora in forze e riusciva a dare da mangiare

alla famiglia senza mai abbandonarsi alla disperazione, a differenza di tanti. Come aveva detto a Will, si trattava solo di aspettare, collaborare e mostrarsi cordiali con gli ufficiali per conquistare la loro fiducia e creare le condizioni per ottenere ciò di cui avevano bisogno una volta arrivate le navi; del loro arrivo, infatti, era certa. Con il lento passare dei giorni aumentava la fame e faceva più freddo. Le foglie degli alberi della gomma, secche come carta, stormivano in modo inquietante nel vento, e il lavoro della comunità si fermò perché nessuno era più in grado di portarlo avanti. I deportati praticamente si trascinavano, e portavano sui loro visi scarni i segni della denutrizione. Di notte, Mary udiva spesso bambini piccoli gemere penosamente per la fame; mai aveva sentito un suono tanto angosciante. Will sembrava averle dato ascolto perché con il suo impegno nel lavoro era diventato assai popolare tra ufficiali e fanti. Per questo veniva ricompensato con parte della pesca e poteva scegliersi i collaboratori. James Martin, Jamie Cox e Sam Bird - gli amici di cui si fidava maggiormente - andavano spesso con lui.

Di solito erano presenti un paio di fanti, ma non sempre. Will si spingeva di frequente nelle

acque oltre i promontori, a volte parecchie miglia in mare aperto. Si fece molti amici anche tra

gli indigeni che pescavano dalle canoe. Spesso erano loro a indirizzarlo verso grandi banchi di

pesce. Nel porto incontrava Bennelong in canoa, che ogni tanto si arrampicava a bordo del cutter per

fare due chiacchiere. Mary era sicura che se lei e Will fossero riusciti a mettere le mani su un

po' di alcol, l'avrebbero comprato facilmente per farsi aiutare nella fuga.

Proprio quando ogni speranza di soccorsi sembrava svanita, il pomeriggio del 3 giugno fu

sul promontorio

ammainata

la

bandiera

sud; non appena girò la voce che stava arrivando una nave, si scatenò il pandemonio. Gli uomini smisero di lavorare e si abbandonarono a manifestazioni di giubilo, le donne uscirono barcollanti dalle capanne e si abbracciarono. Watkin Tench, insieme al dottor White e al capitano Phillip, salì in barca e attraversò il porto. Malgrado il fastidio della pioggia battente e il vento teso, erano entusiasti ed emozionati come il resto della colonia. Quando furono in prossimità dei promontori e videro entrare una grossa nave battente bandiera inglese, Phillip si trasferì su una barca da pesca per tornare indietro e lasciò a Tench e White il compito di raccogliere le tanto agognate notizie di casa.

«Guarda la parola magica a poppa» disse White indicando la scritta “Londra”. «Cominciavo a dubitare di rivederla.» A causa del forte vento, la nave - si chiamava Lady Juliana - fu costretta ad ancorarsi a Spring Cove, al riparo del promontorio nord. Tench e White la accostarono e gridarono un saluto agli ufficiali. «Non potete immaginare quanto siate i benvenuti» fece Tench. «Abbiamo un disperato bisogno di viveri, e temevamo che non sarebbero più arrivati. Per favore, diteci cosa state trasportando così diamo la bella notizia alla colonia!» «Duecentoventicinque detenute, tutte puttane» fu la risposta urlata da un ufficiale. Tench rise, convinto fosse una battuta, ma la risata si interruppe di colpo quando un gruppo di donne dai capelli color stoppa apparve all'improvviso sul ponte e si mise a gridare oscenità. «Avete anche viveri?» gridò a sua volta White, resosi conto che Tench era troppo allibito per porre altre domande. «E i medicinali che ci servono?» «Settantacinque barili di farina» gridò l'ufficiale. «Tutto qui. Siamo salpati insieme alla Guardian che trasportava gli approvvigionamenti, ma ha cozzato

affondata.»

contro

un

iceberg

ed

è

Al calare della notte i detenuti erano piombati nella più cupa disperazione. Il capitano Phillip era rientrato tutto sorridente e aveva confermato che si trattava proprio di ciò che avevano riferito i pescatori: una grossa nave inglese ancorata a Spring Cove. Tutti si aspettavano di vedere rientrare dopo un paio d'ore il tenente Tench e il dottor White, anch'essi con il sorriso sulle labbra, e molti mangiarono in fretta ciò che rimaneva delle loro razioni, convinti che il giorno successivo avrebbero ricevuto più di quanto consumavano di solito in una settimana. Tench e White, invece, tornarono scuri in volto, e senza dire una parola salirono direttamente alla residenza del governatore. Quando uno degli uomini che era stato con loro sul cutter riferì che la nuova nave trasportava duecento donne e niente viveri, non gli credettero. Alcuni risero pensando fosse uno scherzo, ma nel vedere altri ufficiali precipitarsi dal capitano Phillip senza il minimo cenno di gioia, pian piano si resero conto che doveva essere vero. I detenuti maschi erano troppo indeboliti dalla fame per eccitarsi all'idea che su di loro stavano piombando donne nuove in quantità. L'unica reazione fu il timore di vedersi ulteriormente ridotte le razioni. Le detenute considerarono l'evento una vera calamità. Per quanto potesse essere terribile dover dividere le razioni con le nuove arrivate, la prospettiva che quelle sconosciute portassero via i loro uomini era persino peggiore. Sposati o meno che fossero, per i deportati una relazione stabile alleviava le asprezze della vita nella colonia. Quelle unioni erano nella maggior parte dei casi un compromesso, soprattutto per le donne: poche tra loro avrebbero scelto in Inghilterra il compagno che avevano lì. Le opzioni, tuttavia, erano limitate; le ragazze bruttine apprezzavano il fatto di essere desiderate da un uomo, e le più graziose si sentivano maggiormente al sicuro con un protettore. Se poi arrivava un figlio a siglare l'accordo, la vita acquisiva una nuova prospettiva. Nell'apprendere della Juliana con il suo carico femminile, Mary

si agitò più di molte altre. Sapeva che se Will stava con lei da due anni non era certo per la sua

bellezza o intelligenza, ma unicamente perché c'era penuria di donne, e perché, una volta conosciute meglio le più graziose, aveva scoperto grossi difetti di carattere nella maggior parte

di loro.

Gli uomini erano stati decimati: morti o trasferiti a Norfolk Island. Non ne erano rimasti più di settanta, quasi tutti relitti umani. Tra quelle duecento donne, rinchiuse per mesi su una nave, se ne sarebbero potute contare dozzine pronte a posare gli occhi su suo marito. ***

Capitolo 9. Tutte le donne della colonia accorsero a vedere le deportate della Juliana trasportate a riva in barca. Se non fosse stato per le diverse condizioni climatiche, poteva essere una replica del loro arrivo, perché udivano gli stessi commenti scurrili e le stesse risate eccitate. Loro però erano arrivate all'inizio di febbraio - che in quel paese alla rovescia significava estate e sole cocente -, e in molte si erano buttate in acqua per trovare sollievo al gran caldo. Le nuove arrivate, invece, stavano sperimentando l'inverno: cielo grigio, vento pungente che increspava il mare, e un gran freddo. Nei loro confronti sarebbe dovuta scattare una sorta di solidarietà femminile - dopotutto venivano da un lungo viaggio estenuante e stavano per entrare nell'inferno - e invece alle veterane bastò notare il loro aspetto, seppure da lontano, per accantonare ogni proposito generoso e unirsi in un fronte comune di ostilità e risentimento. Le donne sbarcate apparivano floride e in salute, in abiti sgargianti, e molte portavano cappelli ornati di fiori o piume; più che galeotte sembravano attrici. Mary, spaventata, strinse Emmanuel al petto. Nella mente le era rimasta impressa l'immagine del suo primo incontro con i detenuti delle altre navi della flotta. Le erano parsi molto più duri di lei, intriganti, e anche crudeli. Il passare del tempo e gli stenti avevano poi reso uguali tutti i sopravvissuti, ma Mary temeva che quelle donne potessero alterare la situazione.

«Quante signore» disse Charlotte alzando lo sguardo verso sua madre con spontanea allegria. «Belle signore.» Le parole innocenti della figlia le provocarono un senso improvviso di vergogna: dopotutto quelle donne strappate alla famiglia e agli amici, che avevano conosciuto

le catene e gli orrori della prigione, erano come lei. Non voleva che Charlotte crescesse in un

clima di odio e acrimonia. Decise che doveva mettere da parte paura e gelosia, e dare il benvenuto alle nuove arrivate. «Pensavo che avremmo assistito a qualche zuffa» disse il dottor White a Tench, a cena a casa sua la sera successiva. «Ma grazie al comportamento di Mary Bryant, sembra che le nuove deportate si stiano sistemando bene.» I due erano diventati amici sulla Charlotte, nonostante i ventanni di differenza. Avevano interessi e origini familiari simili e, benché il dottore si dedicasse alla salute della colonia e Tench alla difficile impresa di farla funzionare, erano

entrambi affascinati da quella nuova terra ancora inesplorata. Insieme si erano spinti parecchie volte a ispezionare la boscaglia, e condividevano la curiosità verso gli indigeni. Inoltre, provavano entrambi compassione nei confronti dei deportati, a differenza di quasi tutti gli altri ufficiali.

A lume di candela la sala da pranzo di White poteva sembrare quella di un qualsiasi medico di

campagna in Inghilterra: pareti imbiancate a calce, tovaglia candida come neve, pratico servizio di piatti di porcellana senza decorazioni, scaffali zeppi di libri e un paio di paesaggi particolarmente amati alle pareti. La luce del giorno, invece, rivelava la precarietà dell'edificio con le pareti di graticcio ricoperto di fango e argilla, che spesso con la pioggia battente si riempivano di buchi, e il pavimento di assi sconnesse coperto da un tappeto. Malgrado i difetti, tuttavia, per White e i suoi convitati era un angolo di civiltà. Charles White rimpiangeva sovente la decisione di seguire la

flotta, più per la mancanza di farmaci e strumenti medici che per l'assenza di comodità. Vedovo da oltre dieci anni, si era abituato alla vita da scapolo e aveva preso due detenute, Anne e Maria, per cucinare e fare le pulizie. Aveva anche il piccolo Nunburry, il ragazzino indigeno adottato di cui si prendeva cura, e qualche amico molto caro. Quella sera pareva rilassato; era riuscito a procurarsi una bottiglia di brandy, e aveva cenato insieme a Tench con un'eccellente spigola accompagnata da carote e patate del suo orto. Un vero miracolo che le verdure non fossero state rubate; forse, era bastato mostrarsi più gentile verso Anne e Maria e generoso con il cibo per guadagnarsi la loro lealtà. «Mary è una donna in gamba» concordò Tench. «Probabilmente si è ricordata di quanto sia stata dura adattarsi qui i primi tempi. Se solo tutte le altre avessero altrettanto senso pratico e nobiltà di spirito!» Si era sorpreso e commosso nel vedere Mary che si prodigava per trovare alle nuove arrivate una sistemazione nelle capanne, e il suo sforzo di farle sentire ben accette pareva sincero. Avrebbe voluto che quello fosse un atteggiamento generalizzato, e invece gli era già stato riferito di furti di vestiti e altri effetti personali. «Tra le nuove c'è un bel numero di sobillatrici» disse White con un sospiro, ricordando le due che si erano azzuffate e le oscenità che gli avevano urlato in faccia quando le aveva separate. «A quanto dicono i rapporti, hanno continuato a prostituirsi con i marinai per tutta la durata del viaggio. Molte sono incinte, ma almeno sono sane, a parte la sifilide, certo.» Tench sorrise. White faceva lunghe tirate sul flagello delle malattie veneree, che qui erano ovviamente diffuse, ma quando sosteneva che avrebbero messo a rischio il futuro di quella nuova terra, lui non gli credeva. «Almeno la Juliana ci ha portato notizie» fece allegro Tench. «Mi ha sbalordito sapere della rivoluzione in Francia. Durante il mio soggiorno a Parigi, confesso di essere rimasto allibito dagli eccessi dell'aristocrazia. E un'altra buona notizia è che re Giorgio è guarito dalla pazzia. Voi cosa sapete di questa sua malattia?»

White alzò le spalle. «Molto poco. Io sono solo un vecchio aggiustaossa, però sono felice che Giorgio il Contadino stia di nuovo bene. Così come sono stato felice di scoprire che la Juliana ha razioni sufficienti per due anni per le sue deportate.» Tench sorrise. Quella notizia era stata in assoluto la migliore, un enorme sollievo per tutti. Purtroppo non li avevano informati subito, altrimenti quelle donne non sarebbero state accolte con tanta ostilità. Ora tutti speravano che la Justinian, che si diceva fosse partita da Falmouth con un carico di viveri e attrezzature, giungesse prima del nuovo grande afflusso di detenuti. Personalmente, però, Tench era grato soprattutto per le lettere da casa arrivate con la nave. Sapeva di reagire piuttosto bene a scomodità e privazioni, ma qualche volta si sentiva quasi annientare dalla nostalgia per amici e parenti. A dire il vero in quei due anni c'erano stati momenti in cui aveva temuto di non rivederli mai più. «Un brindisi alla luce in fondo a una galleria molto buia.» White riempì i bicchieri. «Che la luce scacci le tenebre!» esclamò ridacchiando. «Anche se, con altre tre navi cariche di mille deportati in arrivo, ci sarà bisogno di parecchia luce per riuscire a farlo.» Al porto, Mary e Will rabbrividirono alla vista della Neptune e della Scarborough in fondo alla baia. Videro abbassare le scialuppe per il trasporto a riva dei detenuti, ma dall'orribile puzzo proveniente dalle navi capirono che stavano per assistere a qualcosa di terrificante. Il giorno precedente era già stato abbastanza penoso aiutare a trasportare i malati dalla Surprise all'ospedale. Molti dei detenuti non riuscivano a camminare tanto erano malconci dopo avere viaggiato quasi sempre sdraiati nei loro stessi escrementi e nel vomito. Ma ora sarebbe stato persino peggio.

La Justinian era arrivata il 20 giugno, con grande gioia di tutta la comunità, perché oltre ad animali trasportava viveri in abbondanza e attrezzature indispensabili. Benché fosse salpata dall'Inghilterra qualche tempo dopo la Surprise, la Neptune e la Scarborough, che trasportavano complessivamente mille detenuti, le aveva superate e aveva compiuto il viaggio in soli cinque mesi. Furono di nuovo distribuite razioni intere e fu ripristinato il normale orario di lavoro. Non appena depositato il carico, la Justinian ripartì per portare rifornimenti a Norfolk Island. Il 23 giugno, la bandiera nuovamente ammainata segnalò l'arrivo di un'altra nave, che tuttavia entrò in porto solo dopo due giorni. Era la Surprise, con un carico di duecentodiciotto detenuti e un distaccamento del Corpo d'armata del Nuovo Galles del Sud, da poco istituito. Fu sconvolgente apprendere che durante il viaggio erano morti in quarantadue, e che si erano ammalati in cento. Il reverendo Johnson salì a bordo, e al suo ritorno riferì di avere visto nelle stive deportati seminudi, troppo sofferenti per muoversi o essere autonomi. Mary e Will si erano fatti avanti per dare una mano insieme a tanti altri, ma il puzzo e lo spettacolo di fronte a loro erano talmente spaventosi che in molti girarono sui tacchi e se la diedero a gambe. Poche tra le volontarie riuscirono a frenare le lacrime. Si capiva chiaramente che i nuovi arrivati erano stati ridotti alla fame e tenuti sottocoperta per quasi tutto il viaggio. Molti di loro non si sarebbero più ripresi. Non si fece in tempo a lavare, nutrire e a dare un letto a quei poveretti, che arrivarono altre due navi. Il reverendo Johnson salì a bordo della Scarborough, ma il capitano gli consigliò di non scendere sottocoperta. Fu dissuaso dal terribile fetore che emanava dalle stive, e non cercò neppure di salire sulla Neptune. Davanti all'ospedale, furono montate tende in gran fretta e preparati cibo, acqua, indumenti e medicinali. La notte precedente, mentre cercava di prendere sonno, Mary ebbe quasi il voltastomaco per i miasmi provenienti dalle navi alla fonda, cento

volte peggiore di quello percepito sulla Dunkirk. Benché con il cuore fosse vicina alla sofferenza di quelle creature, sentiva che la mattina non avrebbe potuto essere loro di aiuto. All'alba però la rabbia nei confronti di quelli che anteponevano il profitto personale alla vita umana le restituì le forze. Da conversazioni di ufficiali colte per caso, aveva sentito che il trasporto dei deportati era stato appaltato a privati. Poiché il governo aveva versato diciassette sterline, sette scellini e sei penny per il vitto di ogni detenuto, più scarse erano le razioni, maggiore era la quantità di cibo che i proprietari delle navi potevano vendere all'arrivo. Se poi qualcuno moriva durante il viaggio, l'affare si faceva ancora più redditizio. Un ufficiale affermò che quella gente era peggiore dei trafficanti di schiavi, motivati almeno a mantenere sani e in forma i loro prigionieri; infatti, migliori erano le loro condizioni fisiche, più alto sarebbe stato il prezzo di vendita. Rispetto ai deportati, invece, non c'erano incentivi analoghi neppure per mantenerli in vita. «Si dice che il capitano Trail della Neptune li abbia tenuti incatenati uno all'altro» mormorò Will allibito. «Quando ne moriva uno, gli altri, per prendersi la sua razione, non lo dicevano. Immagina che fame avevano per riuscire a stare vicino a un corpo in decomposizione!» Mary rimase in silenzio; per esperienza personale sapeva che sarebbe stata pronta a qualsiasi cosa, per quanto repellente, pur di mantenersi in vita. Ora che aveva due bambini, il suo istinto di sopravvivenza era persino aumentato. Will e Mary osservarono l'imbarco sulle scialuppe: il primo gruppetto si calò lentamente e con grande esitazione dalla scala di corda, e persino dalla spiaggia fu evidente la loro difficoltà. Ma quelli erano i fortunati, perché di lì a poco marinai e fanti avrebbero di fatto scaraventato gli altri nelle barche come sacchi di merce. Non erano in grado di camminare, figuriamoci scendere una scala. Quando la scialuppa si avvicinò, si sollevò tra gli astanti un

mormorio soffocato: simili a scheletri sul punto di accasciarsi, con i volti del tutto privi di aspettative, quei poveretti sembravano a un passo dalla morte. In effetti, uno arrivò morto e altri due avrebbero esalato l'ultimo respiro sul pontile, esattamente dove erano stati depositati.

«Non posso credere ai miei occhi» commentò Will con lo sguardo inorridito e la voce rotta. «Dio ci salvi da uomini capaci di simili atrocità.» Mary sentiva che avrebbe potuto strangolare i responsabili con le sue stesse mani. «Quelli non sono uomini,» disse forte e chiaro «sono bestie.» La rabbia le infuse energia, e le impedì di pensare al rischio di prendersi un'infezione o di badare al fetore insopportabile. I corpi seminudi dei deportati erano coperti di escrementi e di piaghe verminose. Si chinò su un uomo per dargli da bere, e lui cercò di coprirsi il pene esposto nel vedere che era una donna. «Ne ho già visti molti» fece Mary dolcemente, colpita che quell'uomo, nonostante le terribili condizioni e ormai prossimo alla morte, potesse ancora tenere alla decenza. «Ora sei salvo; c'è da bere, da mangiare e acqua per lavarsi, ma tu devi mettercela tutta per riprenderti. Non osare deludermi!» L'uomo schiuse a fatica le labbra spaccate. «Come ti chiami?» «Mary» rispose lei passandogli sul viso un cencio umido. «Mary Bryant. E tu?» «Sam Broome» sussurrò lui con voce roca. «Che Dio ti benedica, Mary.» Lo spettacolo peggiorava con il passare delle ore. Uomini colpiti da una terribile dissenteria giacevano nei loro fluidi corporei. Il dottor White disse che avevano tutti anche lo scorbuto e ordinò ad alcuni di andare nella boscaglia a raccogliere grandi quantità di “bacche acide”, di cui aveva scoperto le proprietà antiscorbuto. Pareva che prima dell'arrivo a Port Jackson fossero già morti in duecentosessantasette, e da

allora

la

molti

altri

avevano

fatto

stessa fine; i corpi di quelli morti dopo avere superato i promontori erano stati gettati in mare. Dei sopravvissuti, quattrocentoottantasei versavano in condizioni disperate, e per la maggior parte di loro non si prevedeva alcuna ripresa. Mentre assisteva una donna con un bambino

molto piccolo, Mary venne a sapere che non le avevano tolto le catene neppure durante il parto. Avrebbe sentito raccontare storie del genere parecchie altre volte nelle ore successive. La sera, seduto con il capitano William Hill della Juliarux nella sala della residenza del governatore, il capitano Phillip si scagliò contro tutte le atrocità cui aveva assistito quel giorno. «Ho parlato con i capitani della Neptune e della Scarborough» disse William Hill. «A mio avviso meritano l'impiccagione.» William Hill era considerato un duro, però aveva riservato un buon trattamento alle deportate della sua nave. Al momento dell'imbarco alcune di loro erano vecchie e deboli e si erano verificati dei decessi, ma le altre avevano probabilmente avuto la possibilità di nutrirsi meglio di quanto avessero mai fatto in vita loro. Secondo Hill sarebbe stato di gran lunga più umano se i tribunali in Inghilterra avessero mandato tutta quella gente al patibolo, piuttosto che permettere a mascalzoni come il capitano Trail della Neptune di lucrare sulla loro morte lenta e dolorosa. Il volto scarno di Phillip era rosso di rabbia. «Capisco che sulla Scarborough il tentativo dei deportati di impadronirsi della nave abbia imposto che i caporioni fossero messi in catene; ma le condizioni sulla Neptune erano spaventose. Quella nave non avrebbe mai dovuto essere considerata idonea alla navigazione: ha continuato a imbarcare acqua, e per gran parte del viaggio i deportati sono stati letteralmente a mollo fino alla vita. I loro alloggiamenti non sono mai stati disinfestati con la fumigazione e nessuno ha mai avuto il permesso di salire in coperta per fare un po' di movimento e respirare aria pura.» «Riferirò tutto questo al mio ritorno in

Inghilterra»

assicurò

William Hill battendo risoluto il pugno sul tavolo. «A mio parere questi sono degli assassini, di gran lunga peggiori di quelli che avete nella colonia.» Arthur Phillip si avvicinò alla finestra. La comunità ai piedi della collina era tranquilla; i fuochi splendevano come piccoli fari nel buio.

Pensò a tutti coloro che giacevano in ospedale o nelle tende di fronte, e si chiese quanti altri sarebbero morti prima dell'alba. Si sentiva esausto. Aveva assunto l'incarico di comandante della flotta e poi di governatore generale perché era convinto del successo di quella colonia penale. Aveva sperato di trasformare i criminali che gli erano stati affidati in uomini e donne pronti a cogliere l'occasione di riabilitarsi. Purtroppo sembrava avere fallito. Ora sapeva che soltanto alcuni avrebbero accettato l'offerta di un terreno gratuito una volta scontata la pena, perché per la maggior parte erano pigri e privi delle competenze necessarie per fare gli agricoltori. I superstiti della Seconda Flotta sarebbero stati prevenuti nei confronti della colonia, e, d'altra parte, chi poteva biasimarli? Di fronte a sé aveva di nuovo l'abisso: stava arrivando la Terza Flotta con altri mille detenuti, e allora molti dei suoi bravi ufficiali sarebbero rientrati in Inghilterra. Lui si era impegnato al meglio e aveva cercato di governare con umanità, ma neppure un giardiniere avrebbe potuto sperare di creare qualcosa di bello e duraturo senza gli attrezzi giusti, buone sementi e terreno fertile. «Arthur, sembrate preoccupato» disse William alle sue spalle. «Voi non siete responsabile degli eventi di oggi.» Phillip si voltò verso di lui e drizzò la schiena. «Credo che siamo tutti responsabili» replicò stancamente. «Responsabile è chiunque se ne sta a guardare senza alzare un dito permettendo ai colpevoli di passarla liscia.» «Sei molto silenziosa stasera, Mary.» Era il giorno di Natale, e Will immaginò che lei stesse rimuginando

sulla

sulla

Cornovaglia

e

sua famiglia seduta intorno al focolare con una bella oca arrosto nella pancia. Di recente l'aveva sentita raccontare a Charlotte di Fowey e dei suoi parenti. Col passare del tempo sembrava pensare a loro sempre più spesso.

Lei gli sorrise e si sporse dallo sgabello per allungargli un colpetto affettuoso sulla coscia. «Fa troppo caldo per parlare. È un miracolo che i bambini riescano a dormire.» Da settimane c'era un'afa spaventosa, tanto che le bestie e gli animali da cortile se ne stavano all'ombra o immersi nell'acqua ovunque la trovavano. Will si considerò fortunato ad andare a pesca tutti i giorni:

almeno nella baia spirava sempre la brezza. «Ho immaginato che stessi pensando a casa.» «A come tornarci» lo corresse lei con un sorriso. «Credo di sapere come procurarmi quello che ci serve.» Will alzò gli occhi al cielo, spazientito. Per Mary la fuga era ormai un chiodo fisso e, anche quando non ne parlava, la sua mente non si scostava da quell'idea. Non aveva mai conosciuto una donna tanto ostinata. Nella colonia Will stava abbastanza bene, anche se non l'avrebbe mai ammesso con nessuno, tanto meno con sua moglie. Quando pativa la fame sarebbe tornato volentieri a casa, ma ora, dopo l'arrivo della Seconda Flotta, la situazione era migliorata. Gli ufficiali avevano notato quanto lui e Mary si fossero prodigati con i deportati malati, e questi, quando si riprendevano, si mostravano riconoscenti per le attenzioni ricevute. Ovviamente non potevano ricompensarlo se non con la loro ammirazione e lealtà, ma questo a Will bastava, lo faceva sentire importante. Era libero di andare e venire all'interno dell'insediamento, faceva un lavoro che gli piaceva molto, e poteva usare il cutter del capitano Phillip come fosse suo. In cambio del pesce riusciva

a ottenere praticamente tutto quello che voleva. Si era persino messo da parte un gruzzolo

perché gli equipaggi della Seconda Flotta, stufi di maiale salato, erano felici di comprare da lui

il pesce. Soprattutto, godeva della sua condizione privilegiata: gli uomini lo guardavano con

lo desideravano. Aveva tutto.

venerazione

e

le

donne

«E dove hai intenzione di prenderlo?» chiese con voce stanca. «Dal capitano Smith.» Per la sorpresa Will quasi cadde dallo sgabello. Il capitano Detmer Smith, olandese, arrivato solo da qualche giorno, era il proprietario del brigantino Waaksamheyd, che il capitano Ball della Supply aveva noleggiato a Batavia. Smith era entrato in porto il 17 dicembre con gli approvvigionamenti per la colonia dopo un viaggio spaventoso, in cui sedici uomini del suo equipaggio malese erano morti di febbri. Aveva avuto qualche grattacapo con il capitano Phillip a proposito delle provviste, e pareva non piacere a nessuno degli ufficiali. Invece Will lo apprezzava perché era una persona calda, aperta, amichevole, priva della rigidità dei comandanti inglesi. «Sei matta?» «No, furba. Tu e io piacciamo a Detmer, e farò in modo che ci abbia ancora più in simpatia prima di convincerlo a separarsi dalle carte nautiche e dal sestante.» «Non lo farà mai» sentenziò Will in tono sprezzante. «Perché no? Gli ufficiali lo trattano male; lui è solo, lontano da casa. Non è inglese, quindi perché dovrebbe avere qualcosa in contrario ad aiutare nella fuga una coppia di detenuti inglesi?» Will bocciava sempre le idee di Mary, per principio: le donne non dovevano essere più intelligenti degli uomini. Tuttavia nel suo intimo sapeva che la mente di lei era più acuta della sua. Una volta gli aveva chiesto di insegnarle a leggere e scrivere, e lui le aveva risposto che senza libri era impossibile. Mary non tornò mai più sull'argomento, e Will in qualche modo si rese conto che aveva intuito la verità, e cioè che lui non voleva una moglie in grado di leggere e scrivere perché temeva di esserne sminuito. Mary, però, sapeva decifrare l'animo della maggior parte delle persone. Osservava, ascoltava e percepiva cose che Will non coglieva affatto. Forse su Detmer Smith lei poteva avere ragione. Quella notte, determinato a farle dimenticare l'idea della fuga, lui mise tutto il suo impegno per soddisfarla mentre facevano l'amore. Avrebbe finito di scontare la pena a marzo, e benché dicesse

ad altri di voler prendere la prima nave diretta a casa, non ne aveva alcuna intenzione. Gli veniva nostalgia della Cornovaglia solo quando beveva; allora rievocava gli aspetti positivi, il clima mite, la brughiera e i boschi, le risate nella taverna, la solidarietà tra pescatori. Da sobrio, invece, ricordava che non era soltanto così. Chi non aveva un proprio peschereccio dipendeva da chi ne possedeva uno, e passava la notte al gelo a tirare reti per uno scellino o poco più. Anche là aveva patito la fame, e con la pancia vuota non c'è posto al mondo che sembri bello. Almeno lì faceva caldo, anche in inverno. Magari quando c'era tempo cattivo si bagnava e prendeva freddo, però non era quel freddo che entra nelle ossa e quasi paralizza. Dicevano che a chi aveva scontato la pena sarebbe stata offerta della terra a titolo gratuito. A lui la terra non serviva; voleva fare il pescatore in proprio. Vendendo il pesce al magazzino sarebbe diventato ricco in poco tempo, e avrebbe costruito una bella casa per Mary e i bambini. Da grande Emmanuel avrebbe lavorato con lui. «È stato bello?» le sussurrò, una volta finito. Era zuppo di sudore, e così accaldato che era quasi una tortura tenere fra le braccia il corpo bollente di Mary. «Meraviglioso» mormorò lei contro il suo petto. «Ma fa troppo caldo. Andiamo a fare un tuffo in mare.» Non aspettò neppure la risposta, si divincolò dalle sue braccia, e prendendolo per mano lo tirò giù dal letto. Poi con una risatina uscì di corsa dalla capanna, diretta alla spiaggia. Will sorrise. Una delle cose che più amava di Mary era la spontaneità. Non appena le veniva un'idea voleva metterla in pratica, senza pensarci due volte. Forse era stato proprio quello a farla finire nei guai un tempo, ma lui non avrebbe cambiato per nulla al mondo quel lato del suo carattere. Era anche passionale, una cosa che non ci si aspettava da lei, che appariva tanto timida e casta. Aveva sempre voglia di fare l'amore, e bastava un bacio o una carezza per accenderla. Poco alla volta, con le carezze voluttuose

e il desiderio di compiacerlo, Mary era riuscita a distogliere la sua mente dalla fame.

La

luna splendente rincorse il suo corpo esile da ragazzina che si tuffava in mare con la grazia

di

una focena. Nella colonia poche donne sapevano nuotare, e anche pochi uomini;

camminavano fino ad avere l'acqua alla vita con un'espressione timorosa, come se temessero di essere inghiottiti dal mare. Will trovava quel lato temerario di Mary sensuale come un bel seno tondo e prosperoso o la pelle liscia come la seta.

Mary agitò la mano facendogli cenno di raggiungerla, e lui attraversò di corsa la spiaggia colmo

di desiderio. Nuotarono per un tratto insieme, poi Mary si mise sul dorso per lasciarsi

galleggiare, con i capelli intorno al viso simili ad alghe sottili. «Non lo abbiamo mai fatto in mare» disse con un risolino. «Potremmo affogare se ci proviamo così al largo» replicò Will, ma intanto allungò una mano

sotto la sua schiena e mantenendosi a galla con il solo movimento delle gambe le succhiò un capezzolo.

«Il

primo che tocca riva sta sopra.» Mary si girò di scatto e prese a nuotare verso la spiaggia.

Per

una volta lui non cercò di batterla perché gli piaceva stare con lei sopra e osservarla mentre

veniva. Will raggiunse Mary seduta in due spanne d'acqua o poco più. Non gli era mai sembrata tanto graziosa come quella sera, con i lucenti riccioli bagnati sulle spalle nude. «Non credo che il mio uccello sia pronto.» Si inginocchiò e le mostrò il pene che, rimpicciolito per l'acqua fredda, sembrava quello di un vecchio. «Conosco un metodo per resuscitarlo» fece lei con un sorriso da tenutaria di bordello. «Desiderate che ve lo mostri, signore?» A Will piaceva moltissimo quando lei giocava a fare la puttana. Si sentiva potente e gagliardo. Mary gli allungò la mano sul pene, e lui pensò che volesse accarezzarlo; invece, con sua estrema sorpresa e gioia, lei si accostò dimenandosi nell'acqua e glielo prese in bocca.

Will aveva sentito parlare di prostitute molto costose che facevano servizi del genere, ma non si

una

era

mai

portato

a

letto

donna disposta a tanto. Trasalì quando la calda bocca di Mary si chiuse: era la sensazione più dolce che avesse mai provato. L'erezione fu immediata, e temette che lei si interrompesse, ma Mary non si fermò. Invece, gli tenne con una mano una natica e con l'altra gli accarezzò i testicoli muovendo labbra e lingua lungo il pene. Will, che in precario equilibrio sulle ginocchia rischiava di cadere all'indietro, abbassò lo sguardo e si vide inghiottire dalla sua bocca vogliosa, mentre i seni nudi gli sfioravano le cosce. Fu la cosa più bella che avesse mai sperimentato. All'improvviso non era più un deportato in una colonia penale, privato di ogni dignità e orgoglio, bensì un ricco signore in viaggio su un'isola tropicale al chiaro di luna. Immaginò se stesso in camicia di seta con la ruche, brache di velluto al ginocchio, scarpe con la fibbia d'argento, e Mary, la sua schiava zelante, vestita soltanto di una ghirlanda di fiori come una bellezza esotica. «Che bello» gemette premendole la testa per schiacciarla ancora di più contro di sé. Lei si interruppe un attimo e sollevò lo sguardo con un sorriso sbarazzino. «Bello quanto?» «La cosa più bella del mondo» sospirò lui. «Non fermarti ora.» «Non ti ho ancora detto il prezzo.» «Pagherò qualsiasi prezzo» disse Will con la voce roca di passione. «Il prezzo è la fuga» mormorò lei. «Sei deciso a pagare?» Will era disposto a prometterle qualsiasi cosa. «Sì» grugnì. «Però non smettere.» Mary continuò sorridendo tra sé. L'aveva in pugno. Will magari si spacciava per duro e coraggioso più di quanto non fosse, però - lei lo sapeva - manteneva sempre le promesse. Fu molto riconoscente a Sadie della Lady Juliana per averle svelato il segreto per soggiogare un uomo. Aveva immaginato che fosse una cosa schifosa, invece, stranamente, non lo era; anzi, le piaceva persino. ***

Capitolo 10. Mentre calava il sacco di riso nel nascondiglio sotto il pavimento della capanna, Will pensò di essere innamorato. Altrimenti, perché mai avrebbe assecondato quella follia di Mary quando gli mancava un solo mese per tornare un uomo libero? Risistemato il falso pavimento, rimase un momento accoccolato sui calcagni. Malgrado l'ansia che gli procurava il progetto, non poté fare a meno di sorridere. Fosse o non fosse libero, sarebbe stata una bella rivalsa per tutte le ingiustizie e le umiliazioni subite uscire dal porto a vele spiegate sul cutter del capitano, non solo con Mary e i bambini, ma anche con i suoi amici. Le Indie orientali olandesi gli davano l'impressione di essere un buon posto, un paradiso tropicale dove un uomo poteva vivere da re. Certo, la distanza era considerevole, la rotta in gran parte non riportata sulle mappe, e scoraggiava il pensiero che nessuno, a parte il capitano Cook, avesse mai percorso quel tratto di mare, ma per qualche strana ragione il pericolo aggiungeva fascino al viaggio, proprio in quanto elemento imprescindibile delle imprese leggendarie. Will ambiva che di lui si parlasse con rispetto anche dopo la morte. Era metà febbraio, e sapeva che la partenza doveva avvenire entro la fine di marzo per non

rischiare di incappare nelle violente burrasche autunnali; però c'era ancora tanto da fare, tra cui

chiedere

Smith.

aiuto

a

Detmer

Mary si trovava con Detmer in quel momento: gli stava consegnando il bucato pulito, e di sicuro sfoderava tutte le sue armi di seduzione, per quel che valevano. A Will non importava che lo facesse - era indispensabile -, ma non gli piaceva quel suo tentare di assumere il pieno controllo del progetto. Pretendeva che lui chiedesse agli amici di unirsi a loro soltanto all'ultimo momento. Avrebbe dovuto capire che era un inferno non potersi confidare con nessuno: lui voleva parlarne con un uomo, non solo con una donna. Mary, però, temeva che uno di loro - magari in un momento di abbandono dopo avere alzato il gomito - potesse tradirsi; inoltre, tutti quanti avevano una donna, e Mary paventava che una di loro facesse la spia appena appresa l'intenzione del compagno di partire senza di lei. Quindi, per il momento a Will non restava che resistere, accumulare provviste e lavorare su Detmer e Bennelong. Vedeva spesso Bennelong quando usciva a pescare. Girava di nuovo nudo, e gli mostrava con orgoglio le nuove cicatrici che si era procurato in qualche rissa. Ricordava parecchie delle

parole inglesi imparate durante la detenzione, e per mezzo di queste e di qualche segno riusciva a comunicare più che decentemente con Will.

A novembre l'indigeno era tornato nella colonia con indosso gli abiti che gli aveva fornito il

capitano Phillip, e questo parve indicare la sua volontà di fungere da interprete, a patto che nessuno cercasse di incatenarlo di nuovo; così il capitano gli aveva messo a disposizione una capanna e del cibo prelevato nei magazzini. Secondo Will, il capitano Phillip aveva esagerato con Bennelong, interessato soltanto alle donne e a menare le mani; dalla colonia voleva unicamente l'alcol al quale l'avevano iniziato i

nuovi venuti. Si era già reso importuno ubriacandosi fino a perdere il controllo nella residenza del governatore, e Phillip sbagliava a pensare che bastasse dargli un tetto per farne il suo lacchè.

In realtà Will provava simpatia per lui, per il suo entusiasmo infantile, l'ampio sorriso e la

curiosità che aveva per l'uomo bianco; quando andavano a pescare insieme, l'indigeno non mancava

mai di insegnargli qualche parola nella sua lingua e qualche usanza della sua gente. Nella cultura di Bennelong, se qualcuno voleva una donna, in genere la colpiva con una mazza e la trascinava via. La fedeltà maschile era considerata assurda, eppure Bennelong venerava

Mary: si illuminava in viso quando la vedeva, ed era ansioso di compiacerla. Will era convinto che Bennelong, se l'avesse mai visto insieme a un'altra, non avrebbe esitato a riempirlo di botte. Mary aveva giustamente immaginato che parecchi indigeni fossero bravi a navigare nelle acque locali. Avevano canoe estremamente fragili, ma le governavano con straordinaria perizia raggiungendo velocità sorprendenti. Bennelong aveva anche mostrato a Will come trovare l'acqua, e quali piante fossero buone da mangiare. Will non dubitava che sarebbe stato fin troppo felice di nuotare fino al cutter di notte per condurlo alla spiaggia, dando modo al gruppo

di imbarcarsi. L'indigeno non era realmente leale verso nessuno degli ufficiali, mentre lo era nei

confronti suoi e di Mary. Will sapeva di poter contare su di lui; con Detmer, invece, sarebbe stato più complicato. Lui e l'olandese avevano parecchio in comune: entrambi grandi e grossi, con occhi azzurri e capelli biondi, erano assai socievoli e non avevano difficoltà a fare nuove amicizie. Inoltre, per ragioni diverse, erano tutti e due in una posizione rischiosa. Da quando la comunità era tornata a ricevere razioni intere, molti dei detenuti della prima tornata sembravano avere scordato che Will aveva salvato loro la vita con i suoi pesci. Quanto

ai nuovi arrivati, erano in molti a invidiargli la libertà di andare a venire a suo piacimento, e

spesso lo definivano con sarcasmo il “ragazzo” degli ufficiali. Detmer, d'altro canto, era un isolato perché non si era conformato alle regole del capitano

Phillip. Gli approvvigionamenti da lui consegnati erano di peso inferiore a quello registrato in origine, il che gli era valsa la diffidenza degli ufficiali; inoltre, in quel momento stava facendo

noleggiare

una

contrattazione

serrata

per

la sua nave. Phillip ne aveva un bisogno disperato per mandare alcuni suoi uomini in

Inghilterra, e Detmer faceva il furbo.

Di conseguenza, era messo al bando dagli ufficiali, e la scaltra Mary, sempre pronta a sfruttare

ogni occasione, volse la situazione a proprio vantaggio.

Sul principio ci furono soltanto qualche sorriso, quattro chiacchiere per simpatizzare e l'offerta

di

fargli il bucato; in seguito un invito a dividere la cena con lei e il marito. Will non obiettava

se

Detmer andava nella loro capanna quando lui era presente - era una compagnia gradevole, e

poi portava sempre una bottiglia di rum -, ma si rendeva conto che la gente cominciava a

spettegolare del fatto che Mary parlasse spesso con Detmer sul pontile e a volte salisse sulla sua nave. Quel giorno qualcuno aveva insinuato che lei stava “corteggiando” quell'uomo. A Will, geloso

di natura, non piaceva l'idea della moglie sola in compagnia di un altro, però sapeva che

sarebbe stata assai più efficace di lui nel convincere Detmer ad aiutarli, quindi decise di chiudere un occhio sui metodi da lei scelti per raggiungere l'obiettivo. Will si alzò dal pavimento e uscì dalla capanna mentre Mary arrivava con Emmanuel in braccio e Charlotte che le saltellava accanto.

Si disse che formavano un bel quadretto: Mary con i riccioli neri a incorniciarle il viso,

Emmanuel paffuto e biondo, e Charlotte, una versione in miniatura della madre, che dava calci alla sabbia con i piedini nudi. La Lady Juliana aveva portato del tessuto dall'Inghilterra, e Mary

era riuscita a convincere Tench a procurargliene una pezza; ne aveva fatto un abito per sé e degli indumenti per i bambini. Will sapeva che sua madre, in Inghilterra, avrebbe giudicato assai approssimativa la fattura del vestito a righe azzurre di Mary, ma, dopo avere visto lei e tante altre donne stracciate per due anni, trovava che l'abito le donasse molto. «Sei stata fuori un sacco» le disse in tono di riprovazione. «Ci siamo messi a chiacchierare.» Indicò con la testa Charlotte

per fargli capire che non poteva raccontare di più davanti alla piccola. Mary scaldò un po' d'acqua sul fuoco, preparò del tè dolce, poi sedette ad allattare Emmanuel. Non appena Charlotte si allontanò un poco, fece cenno a Will di avvicinarsi. «Ho chiesto a Detmer di aiutarci» sussurrò. «Gli hai parlato del nostro piano?» Will era profondamente turbato che l'avesse fatto in sua assenza. «Mi è parso il momento giusto» disse lei stringendosi nelle spalle. «Ha di nuovo litigato con Phillip, e ho capito che dovevo approfittarne.» «Che cosa ha detto?» Will sentì un brivido lungo la schiena al pensiero di quello che gli sarebbe successo se Detmer l'avesse denunciato. Mary esitò un attimo a rispondere. In verità, la prima reazione di Detmer al loro piano era stata una risata. Aveva anche aggiunto che non capiva proprio perché Will volesse rischiare la vita sua e della famiglia quando lì era sistemato più che bene. Mary aveva dovuto implorarlo, e accennare al timore che il marito l'abbandonasse non appena scontata la pena. Aveva addirittura lasciato intendere che era disposta a fare qualsiasi cosa in cambio del suo aiuto. L'espressione di lui si era scolpita nella sua mente: labbra strette in una smorfia cinica, eppure occhi divertiti. Era seduto su un rotolo di cime a prua della nave mentre lei stava in piedi, appoggiata alla battagliola, con lo sguardo distante perché le mancava il coraggio di guardarlo in faccia. Detmer, con i capelli biondi al vento, indossava una camicia bianca pulita e brache beige che gli aderivano al corpo come una seconda pelle. Fisicamente assomigliava a Will, perché aveva gli stessi colori e la stessa corporatura, anche se probabilmente era più vecchio di una decina d'anni, però esibiva una raffinatezza che Will non poteva sperare di emulare. Aveva una carnagione ambrata, capelli di seta e denti ancora buoni, bianchi e regolari. Anche il forte accento straniero con cui parlava inglese risultava gradevole:

qualsiasi cosa dicesse, suonava come un complimento.

«Avanti, racconta!» esclamò Will. «Charlotte torna da un momento all'altro, e non si può dire nulla davanti a lei.» La bimba, che aveva tre anni, era una gran chiacchierona e spesso ripeteva cose udite per caso. «Dice che è disposto ad aiutarci.» In realtà, Detmer aveva chiesto: «Fino a che punto sei pronta a spingerti per guadagnarti il mio appoggio?». «E perché mai dovrebbe avere voglia di aiutarci?» Will serrò gli occhi, insospettito. Mary scrollò le spalle. «Perché gli siamo simpatici. Perché vuole vendicarsi nei confronti del capitano Phillip. Perché sono riuscita a convincerlo. Scegli tu.» «Gli hai spiegato cosa ci serve?» Mary si chinò verso Emmanuel perché Will non la vedesse arrossire. Era stata sfacciata, come già con il tenente Graham sulla Dunkirk. A peggiorare le cose, c'era il fatto che lei desiderava Detmer, e se non avesse avuto i due figli con sé, forse gli avrebbe

ceduto, lì, subito. «Sì, gliel'ho detto, e lui è disposto a venderci un sestante e una bussola. In più aggiunge un paio di vecchi moschetti, qualche munizione e un barile d'acqua. Dovresti concordare tu il prezzo con lui.» «Anche una carta nautica?» «Sì, anche quella. La cercherà. Però ha bisogno di parlarne con te.» «Quindi ho anch'io voce in capitolo?» chiese Will in tono sarcastico. Mary avrebbe voluto prenderlo a schiaffi per quel suo atteggiarsi a grand'uomo. Se fosse rimasta in secondo piano lasciando a Will il compito di organizzare la fuga, a quel punto lui sarebbe già stato in catene per la sua incapacità di tenere la bocca chiusa. Perfino Detmer, che conosceva Will da un tempo relativamente breve, era preoccupato della sua fama di lingua lunga. Però Mary nascose la propria irritazione perché per la riuscita del progetto doveva a tutti i costi

marito.

tenere

buono

il

«Tu hai il ruolo più importante, certo.» Tese la mano per accarezzargli il viso con un gesto ostentatamente affettuoso. «Tu sei il navigatore. Secondo Detmer, solamente uno in gamba come te è in grado di navigare tra le secche senza procurare falle alla barca.» Questo sembrò soddisfarlo. «Stanotte sgraffigno una delle nuove reti, tanto non se ne accorgono di sicuro.» Mary cercò con gli occhi Charlotte e, accertatasi che era abbastanza distante, intenta a fare torte di fango, continuò. «Dovremmo decidere subito chi portare con noi.» «James Martin, Jamie Cox e Samuel Bird, naturalmente. Sono i miei compagni, e sto con loro dai tempi della Dunkirk.» Mary annuì. Aveva previsto che Will li volesse con sé. Non era granché contenta per Samuel Bird, tetro com'era, però in effetti non aveva mai approfondito la sua conoscenza, disturbata dai suoi capelli rossi e dalle ciglia chiare. «Sì, ma come abbiamo già detto, anche William Moreton andrebbe bene, perché si intende di navigazione.» Will arricciò il naso. «Mi è antipatico.» Neppure a Mary piaceva quel tipo bruno, taurino, pieno di sé e presuntuoso come Will, però in mare si destreggiava bene, ed era forte e capace di tenere a freno la lingua. «Ci serve un altro navigatore» affermò lei con decisione. «Non puoi fare tutto da solo.» «Benissimo, allora anche lui, e magari Will Owens e Pat Reilly.» «Will Owens è un cretino» sentenziò lei sdegnata. «E Pat Reilly non sa stare zitto.» Will parve risentito. Will e Pat andavano spesso a pescare con lui, ed erano piacevoli compagni di bevute. «E allora, chi hai in mente, tu?» la aggredì. «Sam Broome, Nathaniel Lilly e Bill Alien.» «Non possiamo portarli tutti!» esclamò lui inorridito. «E poi non sono amici nostri; sono arrivati con la Seconda Flotta. Li conosciamo appena.» «Ci torneranno utili quando dovremo remare; la barca è abbastanza

grande, e loro sono in grado di governarla. Cosa importa se li conosci da poco? Sono fidati, e in gamba.» Will non disdegnava l'idea di Nat e Bill: Nat era giovane come Jamie, e pendeva dalle sue labbra. Pareva un cherubino con quegli occhioni e i capelli biondi, ed era piacevole averlo

intorno. Bill era soprannominato “l'uomo di ferro”. Quando era stato frustato per avere rubato nei magazzini, non aveva urlato una sola volta, e alla fine si era allontanato con aria impassibile. A differenza della maggior parte degli uomini della colonia era un criminale vero, condannato per aggressione grave e rapina. Sembrava quindi una scelta sensata, perché ci sarebbe stato bisogno di uomini duri nel caso fossero sorti problemi con gli indigeni. Will annuì. «Sì, Bill e Nat possono venire; ma perché Sam Broome?» Guardò la moglie con diffidenza. Secondo lui era un tipo strano: si teneva in disparte, non gli piaceva bere ed era secco come un chiodo. Mary aveva cominciato a provare simpatia per Sam dal giorno in cui gli aveva dato da bere mentre giaceva moribondo sul pontile. Gli aveva fatto visita nell'accampamento dell'ospedale finché si era ripreso al punto da poter essere trasferito in una capanna, e da allora erano diventati amici. Mary apprezzava i suoi modi signorili e la sua riservatezza, ed era lusingata dalla sua palese adorazione. Non lo si poteva definire bello - troppo magro e con capelli biondi ormai radi -, però aveva un viso volitivo, e un'espressione determinata negli occhi ambrati. Assai concreto e affidabile, era anche un bravo falegname. Mary aveva bisogno di lui come rete di sicurezza nel caso non avesse più potuto contare su Will. Le dispiaceva nutrire questi dubbi su quello che per molti aspetti era il migliore dei mariti, ma doveva essere realista e considerare ogni eventualità. Se avessero raggiunto un luogo sicuro - e Mary era assolutamente determinata a riuscirci - temeva che Will si montasse la testa. Gli piaceva bere, e l'alcol lo rendeva litigioso. Per questo lei doveva avere una specie di piano di emergenza: non intendeva rischiare la vita

un'esistenza

sua

e

dei

suoi

figli

per

che poteva rivelarsi addirittura peggiore di quella sopportata fino ad allora. Sapeva che Sam Broome sarebbe stato pronto a fare le veci di Will, se necessario. «Sam sa fare cose che possono tornarci utili» affermò decisa. «E un falegname, ricordalo. E poi è tranquillo, equilibrato, e andrà d'accordo con tutti.» Will emise una specie di grugnito, come a manifestare il proprio dissenso, ma non replicò. Nei giorni successivi, Will invitò uno a uno nella capanna gli uomini prescelti per esporre il piano singolarmente. Per il momento non volle rivelare a nessuno chi altri era coinvolto. Tutti manifestarono un incontenibile entusiasmo e molta gratitudine per essere stati scelti, e promisero di contribuire all'accantonamento delle scorte. Mary, seduta comoda, non interrompeva mai la spiegazione del marito e soltanto quando l'uomo di turno stava per andarsene si permetteva di intervenire. «Devi impegnarti a non fiatare con nessuno» proclamava con decisione. «Neppure con il tuo migliore amico, o con la tua donna. Con nessuno. Se lo fai, e il nostro piano viene scoperto, giuro che ti uccido.» Bill Alien e William Moreton pensavano che Will fosse pazzo a portare una donna e due bambini piccoli in un viaggio potenzialmente tanto pericoloso, ma anche se entrambi erano abituati a dire la loro quando avevano qualcosa da obiettare, nessuno dei due osò sollevare la questione in presenza di Mary. Nel percepire la furia nella sua voce e la gelida determinazione nei suoi occhi grigi, si resero conto che non era certo una complice passiva. Senza che Mary lo dichiarasse apertamente, compresero che l'idea era sua, suo il piano, e che le sue non erano parole a vanvera. Verso la fine di febbraio il deposito segreto sotto il pavimento della capanna era già pieno di scorte. In vari posti sparsi per la colonia furono nascosti due vecchi moschetti, munizioni, un rampino,

attrezzi vari, pentole, un barile d'acqua e resina per calafatare nel caso si fosse formata una falla nello scafo. Il piano era fuggire dopo la partenza della Waaksamheyd per l'Inghilterra, quando in porto non sarebbe rimasta altra nave in grado di inseguirli o di informare altri dell'evasione. Bennelong aveva subito accettato di raggiungere a nuoto il cutter la notte stabilita e di portarlo a riva per loro. Restava soltanto una cosa da fare, e cioè ritirare da Detmer bussola e sestante e pagargli il prezzo pattuito. Will non aveva avuto problemi a tirare fuori il denaro. Disponeva dei risparmi accumulati dal giorno dell'arrivo, impossibili da spendere in quel posto. Il resto se lo era procurato nello stesso modo in cui si procurava maiale salato, riso e farina, e cioè vendendo pesce. Moltissimi fanti erano fin troppo felici di comprarlo perché, come lui, non avevano altra possibilità di spendere - fatta eccezione per gli alcolici - e gli ufficiali che lo acquistavano non facevano troppe domande. Detmer, però, pretese che fosse Mary a pagare e ritirare gli oggetti, reputandolo molto meno rischioso. Una buona idea era nascondere i soldi nella biancheria pulita e ritirare sestante e bussola avvolti in altri panni sporchi. Tuttavia Will non gradiva l'impressione che questo avrebbe fatto al resto del gruppo: era lui a guidare l'evasione, non Mary, e temeva che in breve tempo si cominciasse a pensare che l'idea era tutta di sua moglie. Mentre rimuginava questi pensieri, un pomeriggio andò a pescare. La sera precedente avrebbe voluto convocare tutti nella sua capanna per parlare della fuga, ma Mary si era opposta con fermezza, affermando che una riunione tanto allargata avrebbe dato nell'occhio, e attirato troppa attenzione. Stabilì che dovevano continuare a incontrarsi in tre o quattro al massimo. Perfino James Martin, il più grande amico di Will, si disse d'accordo con Mary e si schierò dalla sua parte, cosa che causò una certa tensione. Will si trovava sul cutter, pronto a salpare, con i sei uomini assegnati quel giorno ad aiutarlo,

quando

dal

Bennelong

arrivò

pontile insieme alla sorella con i due figli e anche Charlotte, che spesso giocava con loro. Quando fece segno che voleva imbarcarsi con tutti quanti, il primo pensiero di Will fu di non acconsentire; non gli piaceva avere troppa gente a bordo, e comunque non era in vena di compagnia. Sapeva però che sarebbe stato positivo per Charlotte abituarsi alla barca, e inoltre temeva che Bennelong, risentito per il rifiuto, ritirasse la promessa di aiutarli nella fuga. Così non gli restò che assecondarlo. Era una giornata gradevole, più fresca del solito, e il malumore di Will si dissolse all'istante all'uscita dalla baia. Quando Bennelong gli indicò tutto eccitato una quantità di uccelli marini in volo nella parte occidentale dell'insenatura, Will comprese che gli stava comunicando la presenza di un grande banco di pesci in quella zona. L'indigeno aveva visto giusto, e infatti, nel tirare su la rete, la trovarono piena: da settimane non pescavano tanto. Will, fuori di sé dalla gioia, continuava ad allungare pacche sulla schiena di Bennelong e a dirgli che era proprio un brav'uomo. «Brav'uomo» ripeté Bennelong con un largo sorriso che rivelava la dentatura perfetta. «Tu dare rum brav'uomo?» «Ne bevo un goccio con te» rispose Will con una risata, e a segni gli fece capire che voleva festeggiare. Con una retata così ricca sarebbe stato in grado di tenere una grossa quantità di pesce per sé, quindi era proprio in vena di prendersi una bella sbronza. Stavano tornando indietro, verso il pontile, con il fondo della barca carico di pesci guizzanti, tra risate e reciproche congratulazioni per la loro fortuna, quando il vento rinforzò all'improvviso cogliendo Will di sorpresa. La barca, sempre più veloce, volò dritta verso alcuni scogli, e Will non riuscì a reagire abbastanza in fretta. Si sentì un rumoroso scricchiolio, i ganci che reggevano le vele si aprirono di scatto, la barca si inclinò e di colpo imbarcò acqua. Se a bordo non fossero stati in tanti, Will avrebbe potuto destreggiarsi, ma due detenuti, entrambi inesperti, furono presi dal panico; la barca si rovesciò e finirono tutti in mare.

Non appena si trovò in acqua, Will pensò immediatamente a Charlotte, ma John, uno dell'equipaggio, l'aveva già tra le braccia. La bimba gridava di paura, ma sembrava incolume. La sorella di Bennelong aveva i due figli aggrappati alla schiena e, dopo avere lanciato un urlo al fratello, cominciò a