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Kreuzigung statuedellepiediai maleebenetra StalineMussolini :EuropacadaveresulaggirasispettroUno :caseggiatievulcani
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StalineMussolini
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sonnischiacciarea plasticadifruttimieii Nichts sehen Dicevi “verrà la morte e si sarà
Nichts sehen Dicevi “verrà la morte e si sarà dimenticata le chiavi” apocalisse senza alloggio
Nichts sehen
Dicevi
“verrà la morte e si sarà dimenticata le chiavi”
apocalisse senza alloggio né prosa.
Ripiegate le maniche bagnate
respingi le correnti d'aria
nella fretta di servirti di altre completezze spirituali
di completezze umane
abbracci di cornici fotografiche;
scivolati in una pagina annegata
con le sillabe che saltellano
sulle mie aspettative
un vago pensiero – un rimpianto mai nato
come asciugare la fronte
come fosse l'ultima sorpresa del mondo
buttata su un tetto d'inerzia.
La comprerò
fossero lacrime aggiunte a metadone
lacrime aggiunte a metadone.
Capelli ed eternità.
Lavorando nelle officine dell'estetica medio orientale,
tetti verdi di campagna,
con un camion di quindici piani farò l'oceano atlantico
contando le gocce della fluorescenza.
Circoncisi collarini nel tempo.
Le eroiche gesta dei figli minchioni –
le mie auto celebrazioni –
ma tu hai sempre una Bmw in più.
Il pari merito dell'origano
l'odore di sorriso nelle vagine
la santificazione del carpale. Una tenda rosso ottanta
buttata lì quasi trascorso un decennio di vita
in mezzo ai palazzi rossi di Ladispoli,
cose poco trafficate -
un passeggero, il suo canarino prossimo al tabellone.
Un dieci a zero secco e istigato. Capitolato.
Faust impreciso, mitigato -
sempre a tiro sul secondo palo,
impegnato
vigile sulle maree delle fronde,
meticoloso pericoloso,
austero per suo modo di dire.
Un software di dolci massaggi al pene.
Annientamento.
Via delle vie delle capitali –
aeroporto
sonar/pulsar
risonanza della felicità.
Finale Luxemburg Principalmente niente. Entra in scena, yin e yang rotolanti lungo il corridoio, pattinando
Finale Luxemburg
Principalmente niente.
Entra in scena, yin e yang rotolanti lungo il corridoio, pattinando nei pensieri quasi sfiorando Hemingway. Entra, accantoniamo l'idea di immortalare un'idea un immagine,
rivolgere alle maniche le proprie tenere cause; così, per vaga intelligenza rifiutarsi di concedere energia alla polvere – amalgamare bene il punto, imbarazzati, senza mai
nemmeno una voce, cercata.
Disse : “Dove cazzo eri ti stavo chiamando tutto settembre ottobre febbraio primavera e tutto il ramadan volante”. Ma io avevo gli occhi di nuvola di passaggio una finestra
chiusa e gli dissi “non trovo”. E ancora sto aspettando.
“Mi sta bene ogni cosa purpurea”.
Definita. Inizia il rumore disegnando un cuore a Lussemburgo. Attraverso segnali scorre un indicatore medico _ (mentre)_ guarda spensierata il soffitto. Così dal niente,
salgo le scale contando quante volte dovrò guarire dalle cose inutili, non potendo poi iniziare a sprigionare il viso in eccezioni spicciole. “T'immagini Firenze a settembre ?”
- tu chiuso in salotti d'alluminio piazzando neon a basso prezzo_dare un tocco elettronico al divano di fronte. Fumare, piazzare oscillatori. Allargare gli orizzonti semplice-
mente schiacciando tasti.
Una città a caso, due tre settimane di totale inesperienza. Sfregarsi le mani dal freddo. Ho mal di testa. Dal sapore acro. Credo sia lo stesso deja-vù del momento in cui il
gatto che abitava in me si licenziò. E così non ebbi nemmeno il tempo di incentivare il suo dolore con delle parole.
Allo stesso modo, imparavo passi di danza sputando cingomme dal terrazzo, fredda irregolarità della zona marzo, sperando che qualcuno mi conceda di non lavorare mai.
Ti odio, ma di un odio che si può racchiudere in una lotta per cambiare abito ogni sera : ogni nostro santissimo capello nero sarà benedetto, ogni virgola delle ciglia avrà la
voce del demone del tempo. Pigre, sporche latenti miserie sulla linea di precedenza, e una fumatrice osservava chi, del mondo, osava avvicinarsi alle mura. Così rientro e
preparo una strategia.
Poi crebbe la paura.
Oscillante signore avvelenato.
Entro in un negozio di ferramenta, improvvisamente sono un lupo trotzkista, e dinanzi ad una corte spietata di semi di zucca non posso certo difendermi.
Dove manco posso rotolarmi in terra senza il pensiero di mostrarmi sporco. Ma domani faro una grande giravolta premendo bottoni sulle mie tasche, l'alba dei papaveri, do-
po una notte passata a immaginare il dolore e il freddo di migliaia di migliaia.
Lasciateci sporcare le mani. Lasciateci sporcare le mani. Lasciateci sporcare le mani.
Che avrei voluto che avrei voluto che avrei voluto :
un'intimità che scinde il tempo, voltare l'anima monoteista, stralunati magazzini delle storie senza poi pretendere troppo dall' aspettativa americana dell'eroe, dal meglio che
io posso fare per tutti senza saper nuotare o aver visto chilometri di neve saffica nelle coincidenze dei treni-ambulanza, s'è arreso tutto senza sapere che il tempo non esiste,
non esistono i poeti non esistono parole non esiste niente. A meno che tu non abbia il coraggio di non volere.
Qualcosa che non è pioggia non ricordo.
Partorire poi un'infinità di alberi come cozze che non s'aprono.
Un'infinità di coperte vorrei diventare per coprire l'amore mio e il pianeta adiacente.
Il passo successivo sarà trasformarsi in esperienza. Il testardo misticismo delle quattro D.
Ora che siamo rimasti io e tu dimmi. Ora che siamo rimasti fermi dimmi. Ora dimmi che siamo rimasti fermi, io e tu. Non vuoi mica scartarti dentro centri universali? Fram-
mento di luce che non emerge mai. Non parla. Non dorme il pomeriggio. Non apparecchia la tavola. Uccide. Spesso con piccole gocce di vuoto. E così si pietrifica sotto
braccia d'acqua – strade che portano sempre altrove. Senza poche scelte. Senza a questo giro ci siano droghe, sipari, rigurgiti. La parola sottile. La parola è fine. Verde è il
sipario.