Sei sulla pagina 1di 21

NO

NO

NO

NO

NO

NO

OMFUG

NO NO NO NO NO NO OMFUG OMFUG WAVE WAVE WAVE WAVE WAVE WAVE

OMFUG

WAVE

WAVE

WAVE

WAVE

WAVE

WAVE

La faccia riversa del mondo premuta contro l'oscuro gonfiore delle palpebre; poi un tonfo nel corpo lattiginoso, un doppio, lucido tonfo: e sono sveglio. Un braccio ancora legato alla ragnatela, è così presto. Mi pare di sentirla chiedermi qualcosa. Se voglio affogare l'anima nel whisky. Con la cannuccia, dannazione: la sua malvagità femminile, perché è più difficile affogare quando a fianco si dimena la tentazione di un remo di salvataggio. Qualche minuto ancora perché il ragno esca dal suo nido gelatinoso e schiuda le zampe ciliari, gettando lentamente la ragnatela neurale per appropriarsi della realtà. Zampetta in discesa lungo le guance, e dove passa lascia cadere un gomitolo di lettere: così il letto diventa il letto, il bicchiere di latte diventa il bicchiere di latte, il mozzicone di sigaretta diventa il mozzicone di sigaretta. Ne restano esclusi gli angoli. Infine mi riesce di intrappolare la sua voce: mosca bianca, ronzante, sputata via da una gola troppo sottile per contenere la danza errabonda di quello sciame oscuro. Richiesta, ancora richiesta; ronzio insopprimibile. Cythera e io, 105 $ al mese divisi equamente secondo una scala che misura la libertà dell'uomo e della donna sul finire del 1978 (70/35), quasi due anni che viviamo qui nell'A street in una stanza dallo stile minimalista per necessità e non per scelta, e ancora ha il coraggio di Qualcosa che mi spenga il sonno. Che mi faccia svenire il dolore nelle ossa. Lo fa apposta; ha bandito la prosa dalla sua voce, così quando ti ascolti gettarle contro lunghe urla che non conosco il vuoto

del verso, è troppo tardi, ti scopri prosaico e affoghi nella ricerca di un singhiozzo che doni ritmo all'insulto. La guardi e il cuore si gonfia. Ci soffia dentro dalla cannuccia del whisky. Così lentamente ti uccide, inoltre. Mai visto qualcuno bere il whisky con la cannuccia, ma lei lo fa. Passa gran parte della giornata a soffiare dentro le cavità che si formano all'improvviso sotto i suoi occhi da formichiere. Non mi lamento di questo – tutte le altre donne fanno il contrario, passano gran parte della giornata a succhiare – tuttavia vorrei che il diritto ad arrabbiarsi fosse equamente diviso, sul finire del 1978. Certo, ieri ha fatto una grossa stronzata quando ha confuso l'originale di La fosse dei leoni con la copia che ne aveva fatto – originale in precedenza sottratto al legittimo creatore. Poteva essere una buona occasione per fare un po' di soldi e corroborare la fede di Cythera nelle proprie abilità artistiche. Quando comincia a sbuffare, solo guai. Ha versato una tazza di whisky sull'originale, credendo che fosse la copia, credendo che la copia fosse orribile, credendo che la tazza fosse vuota. Invece la somiglianza della riproduzione era più che sufficiente a provocare crisi d'identità nell'originale, per questo ci versò sopra il whisky (l'alcool inibì l'intervento provvidenziale della divinità richiesta) e dopo essersi resa conto della stronzata, ha cominciato a sbuffare, e poi ha urlato: insomma, ammassi di rabbia, pesanti, scagliati con forza sulle mie spalle da Sisifo: sempre così, con cadenza settimanale, un rotolio circolare di urla e lacrime. Cythera e i ragni e io. Invidia per il creatore. Significa pensare male, ma non posso evitarlo | questa nudità è come scoprire la morte in un uomo che credevamo addormentato. È entrata nella stanza senza che i fili della mia ragna vibrassero. Teletrasporto che mi imbarazza, perché sono

disteso nudo sul letto, eccetto le mutande. Quasi due anni che viviamo qui, insieme, e mi ero sempre mosso in modo che non mi scoprisse mai nudo, e ora eccola là, sul bordo del letto | chissà perché non vuole che io veda il suo corpo, vuole essere solo un sistema testa-mani e null'altro. Ora farà qualcosa per distrarmi, e in fondo è quello che voglio. Dalla ghigliottina dell'imposta sgocciola la luce dei lampioni a formare un coagulo opaco attorno alle sue labbra come un taglio irradiato nella carne. Metafore fritte per fisionomie ricorrenti ed eteree | mi crede anonima come un fantasma, per questo posso invadere il suo spazio senza che se ne avveda, o forse il silenzio è impenetrabile perché penetra dappertutto. Ora devo fare qualcosa per coprire la mia nudità, e sfogliare il suo “silenzio da breviario dietro la schiena bluastra del preticello lungo il sentiero di campagna”; mi sento addosso la vergogna dell'assassino, e il proiettile di libidine conficcato nella testa della vittima, anche; e il giudice che condanna gli uccelli a volare, ancora. Pale blue eyes. Mi metto a cantare Pale blue eyes perché so che così s'innervosisce, perché lei non ha gli occhi celesti, ma ha due abissi gracchianti di corvi al posto degli occhi, e nonostante le abbia spiegato più e più volte che le donne sono state vittime di daltonismo artistico dall'inizio dei tempi – per tacere della chirurgia letteraria: la penna come bisturi, la verbosità come silicone, la gomma dell'oblio come uno strato di trucco – lei non sopporta che mi metta a cantare Pale blue eyes. Lou Reed che prende la matita celeste anziché la matita nocciola, e Shelley Albin povera piccola, Sterling non ti permetterebbe di suonarla, e neanche suo marito. Uccelli notturni, intanto, che stridono sulla lavagna del cielo, lasciando nei timpani calchi di gesso cobalto, della forma del freddo.

Ulteriore incentivo al suo risentimento: quel pezzo non piace neanche a me. Malvagità maschile, 38%. Quando mi metto a sedere sul letto, lasciando che il serpente infilato nella mia schiena scricchioli via la stanchezza in un duetto con le molle del materasso, ancora cantando I put in front of me, I put in front of me, ancora bilanciando il peso di quel tumore d'inquietudine che mi smuove verso di lei, ancora leggendo il breviario del suo silenzio ora contorto, lei si è alzata e diretta verso la pila dei vinili, intenta a chiudere quei dannati occhi celesti | un pugno farà sbocciare una ghirlanda di lividi attorno ai tuoi stupidi occhi blu da troietta, il corvo ti porta ogni giorno mezza forma di pane, oh lievitino i vermi che i miei abissi versano nel tuo cuore pallido celeste da troietta. Come fa ad essere così magra, molli seni dalle punte culminanti di miele, frenando lo scheletro, senza scomparire mentre concentra tutte le sue forze nei polpastrelli per sollevare il vinile eletto – impronte digitali e solchi d'incisione, un circuito di piaghe che potrebbe produrre musica senza l'ausilio della puntina. Ma chi avrebbe il coraggio di ascoltarla, chi potrebbe porgere l'orecchio e non diventare a sua volta un'invaginazione dello spazio. Il suo sguardo dolente, altro ronzio insopportabile. O era insopprimibile? Variante d'autore, estinzione di un'isola. Vado allo specchio: altro che te non vedere altro che te: allo specchio vado. Aoxomoxoa. È così magra che lo specchio, nel rifletterla, non pretende una dimensione come cauzione. Trasposizione fedele, traduzione onesta. La profondità è per le cultrici del sesso anale, o per i becchini. Oneoneoneone. Spuma d'ingegno esiodeo, Cythera, briciola di poema e viva mappa | nero d'incendio che zavorra il disco, dannato candido vinile nero. Basterebbe la pressione di un bacio a piegarti il

costato: rumore di scarafaggio sotto una scarpa. Fragile, fragile Cythera che ora ti dimeni nera d'incendio, hai messo i Dead Boys | muovere le braccia come uno scarafaggio rivoltato, Norman, guardami, schiacciami con la suola del tuo bacio | Well, I don't really wanna dance girl, I just wanna get in your pants | perché devi umiliarti così, non riuscirà mai ad eccitarmi quel tuo cuore che affoga a fil di pelle, non ti chiederò mai di piegarti sulle ginocchia per sentire lo sfregamento delle tue ossa | “perché mi schiante?” | isola, mosca dove le preghiere degli annegati le rocce compattano | Gaierl, la tua è invidia per il creatore, sei il tenero crocefisso e i chiodi che incarnano la divinità nella tua materia tenera, El vigor verdadero reside en la cabeza. Non posso sopportare i Dead boys. Lei ha capito quello che ho deciso, ed è definitivo, credo | ora se ne va, ma vedi come torna fra un'ora perché ha lasciato sei millimetri di ardente vita al mozzicone di sigaretta, e ne ha lasciati altri sei sul mio polso che perde foglie. Quando devi scendere quindici piani a piedi puoi prendere solo decisioni definitive, e ad ogni piano gli uccelli notturni rivelano sempre più la loro identità, pneumatici che fischiano e sbuffano come bestie dai muscoli tesi; però la ruota gira, Norman, e sempre vita animale è infusa dappertutto, anche nel grembo di Cythera: lei sarebbe in grado di partorire unicamente sterpi secchi, pulcini senza scheletro, atlanti per paradisi sommersi, o notizie false, diresti; invece no: magra com'è, noteresti un gonfiore di pancia un attimo dopo la fecondazione, e se non è esempio dell'onnipresenza animale questo. Il vento s'infiltra nelle crepe dei muri con la sua coda di lucertola; poi s'appende con mano da gigante all'inferriata delle finestre che danno sui pianerottoli e pare voglia rimuoverla, ma è un assalto furtivo, condotto per incutere

timore; basta il rimbrotto della portinaia, dieci piani più giù, per allontanarlo, ancora lamentoso. Can che abbaia. È dappertutto, e fa: FUUU, come Cythera che soffia nelle cavità e il più delle volte ne ricava flautati ronzii insopportabili. FUUU. For UUUplifting. Ora, almeno, so dove dirigere la mia fuga. I've got a snake in my mind and it's not my spine. Ogni rosa ha la sua spina. Tenebre fresche esalano dal ventre della terra, morbide, dove

i lampioni possono piantare semi di luce, senza resistenza;

quella volta che vidi sbocciare un giglio dalla bocca di un morto, anche: senza resistenza. Viene da chiedersi se questo blu liquido non sia il respiro dei morti là nel cimitero, in posizione fetale come denti nel melograno. Quando verrà il giudizio vedremo orde d'angeli mangiare melograni, denti contro denti, ossa contro ossa, bianco contro bianco; il

crepitio dei melograni che si spaccano, amplificato dall'innumerabile quantità degli stessi, un succo di sangue che cola brevemente, e chi ne mangerà prima del tempo sposerà l'inferno, e chi confonderà i denti con i muscoli e la membrana con i tendini, nella coscia, sentirà scorrere un vino che zampilla di ragni rossi, al taglio.

I fanali dei taxi o delle auto si susseguono senza sosta, un

sottofondo rumoroso su cui impari ad adagiarti nel giro di una settimana; più facile che abituarsi all'idea del sangue nelle vene dentro il corpo eppure fuori, perpetuo fino all'incidente. Hello from the cracks in the sidewalks of N.Y.C. and from the ants that dwell in these cracks and feed in the dried blood of the dead that has settled into the cracks. Bagliori:

discendenti di quella sabbia che è sul lido del mare: bagliori. Non un uomo, oltre a me, che vada fiero della conquista della posizione eretta; allungo lo sguardo là dove pare ci sia

qualcuno, ma si muove con tale meccanicità che non può essere un uomo, o almeno non più. Una lancia nel costato del cielo, quell'attimo le nuvole sono come manifestazioni di una paralisi: immote, impossibili. Quella volta che si ferì al costato quasi si trapassò, con l'ago, e potevo – credo che ci pensai – cucirle addosso una cintura di rimproveri fino a spremerle il fegato. Era terribilmente sbuffante, era l'essenza dello sbuffo. Ed era e continua ad essere una di quelle persone che ritengono idrosolubile il malessere: una bella doccia e tutto passa, ti mondi dei brutti pensieri, lucidi per bene il cranio lavando via il nero dei capelli e qualche mosca, ti tocchi un po' per riappropriarti del corpo e per coloro che credono che l'evaporazione offra un ulteriore contributo terapeutico, porti la temperatura dell'acqua al punto d'ebollizione e lasci che la rabbia passi allo stato gassoso e voli via, e diventi muffa. Uscì sotto la pioggia per nascondere le lacrime. Perché certe stronzate tornano a galla così facilmente? Se la forza di gravità agisse anche sui pensieri e quelli più pesanti e plumbei li attirasse al centro della terra e risultassimo leggeri e liberi dall'inquietudine. Poi la spugna inzuppata d'aceto che strofina via le croste, il sangue falso come il rossetto alla morte di un bacio. Cartine smembrate, anche, là dove il tesoro. Lapide sulla guancia: all'amarena, alla fragola, all'arancia, alla rosa. Sbocciano su tutto il corpo. Spugna di nuvole che s'arrossano:

la notte ricorda di quando era tramonto e nello sforzo del ricordo s'arrossa anch'essa. Sbocciarono su tutto il corpo, ma non sul mio né sul tuo: distesa sul letto, il malessere confluito nel gorgo e di là nelle cloache, l'unico bacio era bianco, l'ombelico. Lapide e basta. Occhio del tuo feto ominoso. Omega. OMFUG. Omphalos. Homo, l'acca che annulla. Lo facciamo ora o mai più. Così presi la matita, la feci

passare per il buco del vinile, presi l'ago (smagnetizzato) che ti ferì, costruii un rudimentale sistema di amplificazione con fogli di giornale disposti a cono e stabilimmo il centro della rotazione nel tuo ombelico. Sarà come accarezzare la pelle e ad ogni passaggio delle dita vedremo sollevarsi, assieme alla peluria necessaria alla recezione, il racconto epidermico di ciò che quel punto visse; rughe e solchi parlanti, e tutto unito al pozzo dal quale traesti la vita. Fu doloroso per te (come il primo verso, come lo schiudersi di un fiore), e la musica singhiozzava il tuo dolore cercando stabilità (ecco, il dolore

ora è condizione esistenziale. Non essere così

penetrarti fino a toccare con la punta il materasso. Ma la musica infine nacque, sebbene il terreno vulnerabile, dolore sufficiente, sebbene l'elettricità. Vir e virus. Tutto scritto lì, nei solchi, incredibile. L'ago che arava sotto l'impulso del mio gesto rotatorio virile e immediatamente verdeggiava il suono. Vir e virus, virile e virulento, mondi distanti che concepii nati da stessi genitori e che lasciarono uno strappo verde nell'innocenza. Ma la musica infine cessò. Ora un cane che abbaia; rigido il collo, verso un imprecisato nemico. Can che abbaia. Ah, ce l'ha con me, topo che smozzica dai libri parole a caso e poi ne costruisce trappole cubiste per uomini. L'ingranaggio scatta, teste sparate in aria, saggi sulla controcultura. Intanto lo gnaulio del cane aspirante ombra, che nel suo fallimento comunicativo ruba e traduce tutti i versi non tradotti, e questi versi hanno la stessa raucedine e la stessa animalità. Quindi raccoglie i frutti dell'ispirazione, indica facili futuri: gite gastronomiche attorno ad un cassonetto, selezione degli scarti miseramente polposi, concorrenza sleale con altri canini avventori, se non poeti veri e propri. Ma lui è solo, ora, come me, con la differenza che la mia

) Io temevo di

comunicazione fallisce miseramente nell'attraversare le strisce pedonali: scarti che sfrecciano spinti da segnali nervoluminosi e che si lasciano dietro una scia maleodorante

di insulti. Arma virumque cano, cane. Figlio d'un cane. Canto la

tua morte figlio d'un cane. Fallisce miseramente. I semafori si protendono fino al centro della strada; stanchi occhieggiando; captano la collera e la fretta degli automobilisti, come le antenne di una formica. Capillari. Quando sono dall'altra parte, mi coglie il primo schiaffo di fetore promiscuo. È che la puttana stava sdraiata a terra, già decomposta, già la terra aveva terminato il discorso di vermi a lei rivolto e allora le ho pestato l'ultimo dito sensibile al dolore, sebbene l'elettricità, così si è materializzata in un lampo di fronte ai miei occhi – dannazione, i cadaveri hanno l'alito infernale – e mi ha urlato sta attento a dove metti i piedi figlio di un arma virumque cano cane, ma volevo risponderle non lo vedi che hai così tanto seme nelle tue

budella che non riesci a reggerti sulle gambe, ti si è gonfiata la pancia, partorirai un ammasso di sperma rancido, ma non lo dissi perché fui così sbadato da guardarla negli occhi gonfi di sonno | stronzo, ma lo sai cosa significa crepare di sonno prima ancora di prendere cinque uccelli di fila nel culo, cinque uccelli se va bene? E ora perché non rimedi e mi presenti il primo uccello della serata | e così a insistere che ora era mio dovere ripagarla con una scopata | fammi lavorare | ma io non

ti voglio, torna ai tuoi dannati vermi che t'hanno gonfiato

d'uova le palpebre e vomita quel po' di vita che ti è rimasta

nello stomaco. Rifiutasti di vergognarti. Sillaba di Babilonia, una

a tua scelta. Vedi questa donna? Lei mi ha rigato i piedi di

lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Mi sa che ha chiamato il lenone, altrimenti come si spiega quel nero che

prima non c'era e ora mi fissa come se gli avessi ucciso il fratello. Amico, inutile che ti nascondi, quando porti in giro due occhi così non vale neanche il pozzo dell'abisso a nasconderti. Perciò io ti dico: o mi lavi i piedi o ti levi dai piedi. Virginisvendonides, abituati all'idea che una delle tue vergini se la sono fottuta i vermi, e quelli non pagano mai, puoi starne certo. Lenone dai piedi lindi, inutile che pesti. Lindi e salati, e poi ricambi all'incirca il favore | mi dice che me ne dà di più se lo ingoio, così | puzzava da morire e gli piacevano i Kinks | Love Saves the Day | quella storia degli arcobaleni che escono fuori dal culo dei piccioni, be', è tutta | tenga il resto, cominci col pagarmi | quella sporca nera ha bisogno di essere punita | America, America, is killing its youth | nessuno che preghi per noi, mai un santo a cui baciare | gli accordi di Camp David, ma davvero credono | Nathan due dollari li presta a tutti così pure oggi mi faccio | ha preso l'ultimo treno per | bang, bang, bang, bank, bang | figlio mio ti darò da mangiare | domani accetto quel lavoro di merda | non si può senza lavoro | lunga vita a papa Giovanni Paolo e che Dio | con quel lavoro dovrei risolvere | dollar to dollar body to body | se questo porco di uno straccione allunga la mano un'altra volta giuro che gliela mozzo, figlio di un | presi il libretto dalla mano dell'angelo e lo divorai; e mi fu dolce in bocca, come miele; ma quando l'ebbi mangiato, le mie viscere sentirono amarezza | questo universo di luci al neon che si riversa con foga tracheoscopica nel vociare di inesistenti newyorchesi, giù, dentro, nelle interiora, into the Bowery: e ci arriva con i movimenti peristaltici di un gruppo di poliziotti lunghi nell'inseguimento, inaciditi dall'agilità persa nelle pause pranzo e dalla criminalità pullulante come una carcassa colma di vermi. Sopra in quello schifo del Bronx non ci sono i poliziotti: solo pompieri, neri

d'incendio - meno spesso neri e basta – correnti e ululanti e gementi in uno scenario da seconda guerra mondiale; qualcuno dovrebbe ricordarsi di Dresda, ma non conviene dirlo a voce alta. Qui non è diverso, Norman, non mentire a te stesso, la Loisaida è un tumore a cielo aperto, non vedi le case esplodere dall'interno? Mura cariate dal fumo. America America is killing its youth. I denti della vecchia nuova York cadono senza sosta: eccolo lì, il sorriso dei sognatori. Gli aviatori dal sorriso più veloce del suono. Mura con la psoriasi. Lode all'aeronautica americana. Mug a yuppie. Mura come le pareti uterine fecondate dal tumore. È il palinsesto di una tragicommedia di seconda serie per un pubblico diviso in, vediamo, aspiranti suicidi, grasse donne ficcate in false pellicce, onanisti incalliti, e predestinati senza bussola (ci siamo tutti, oh Signore); il sipario che sembra sul punto di

calare ad ogni secondo (imitando le palpebre ingrigite); il palco provvisorio in cui gli attori, con la punta del piede, indicano aIl'attrezzista le zone da smontare un attimo dopo (quei cartoni animati dove i gradini vengono meno sotto i piedi di un cane bipede, traduci, traduci); gli attori provvisori che al termine dello spettacolo tornano alle attività primarie, cioè

aspirare al suicidio, ficcarsi in pellicce false, incallirsi

hanno sulla faccia quell'entusiasta fiacchezza che ci coglie

tutti

nell'atto di disfare la valigia, sapendo che il giorno successivo si partirà di nuovo per restare nello stesso posto, e tutto è

inutile, le valigie vuote, le cartoline mai spedite

fumoso dei bar, acidulo, ti investe, in una colata vertiginosa. America America is killing its youth. Il vento, con i palmi ossuti, immobilizza le onde. Aspettando il sole che venga a scucirti il cuore dal petto, nel frattempo, comincia a piovere:

ed è uno scontrarsi di tragitti in cerca di un riparo; le urla verso

Il respiro

i taxi si fanno più insistenti; la linfa settembrina fa sbocciare gli ombrelli. Trovo rifugio sotto ad un balcone. La notte fachiro si adagia su un letto di chiodi: all'improvviso, come per sopperire alla mancanza di farfalle, o dei riflessi solari, arrossa le labbra strette nei baci da schioccare finché l'addio non s'intride del passato; centinaia di coppie gareggiano con lo sgocciolio della pioggia sui tetti metallici delle auto. Ma durerà poco, il fachiro dilettante ci mette poco a restare dissanguato. Uscì sotto la pioggia per nascondere le sue lacrime. O le proprie. Nell'attesa che il cielo cadaverico potrei prendere la penna e Let the sun come out from a bloodbath light / after the horizon's razor daily fight; ora ricordo, nella stanza non c'era solo un palloncino, ma era tutto un germinare di teschi luminosi ed elastici, variopinti, disposti attorno a Cythera come i denti di un melograno e lei lì, nucleo della cellula. Soffiava, soffiava e

| il mio respiro, 20:02, palloncino ricorda, trattieni, perché è

unico, abbraccia l'aria che è passata dai miei polmoni. E scriveva l'orario di ogni respiro su ogni palloncino, alcuni aspettavano un figlio, e lei soffiava sempre, sempre con la cannuccia usata per il whisky (non so come, entrambe le cose, non so come), and I will show you where deads meet their bones / and I will show you where blasts meet their bombs:

fino a riempire la stanza, teschi psichedelici, surrogato dei suoi polmoni, ricordo di gomma: e poi l'ago che annienta il tempo, in ordine casuale; esplosioni, esplosioni, esplosioni; il passato esplode e si affloscia su se stesso; il ricordo privo della forma non esiste più e si perde nel flusso del tempo; l'ago che la perforava ora bucava i suoi polmoni estrinsecati e così uccideva la Cythera ore 20:02, la Cythera ore 20:14, la Cythera ore 20:00, e il passato non la soffocava più, il presente tornava a prendere fiato, in un'ansima di vendetta.

Alla fine, dopo una danza rituale, non restavano che le spoglie flaccide ed inerti della gomma | ma il rito terminerà quando il polmone di fuori scoppierà con quello di dentro | poiché le labbra dell'adultera stillano di miele. Poi legavi i cadaveri l'uno all'altro e ci facevi un corda da appendere alla finestra. drop by drop bleeds the rain / what belonged to my veins. Ha smesso di piovere. Posso abbandonare il mio balcone. Cane, traduci. Aggiunta: la notte […] per sopperire alla mancanza […] col suo sorriso d'argento traccia squarci nella carne. Lecca i capezzoli culminanti di miele – non senti il ronzio delle api nei palloncini? È perché il petto della poetessa è un'arnia dove i versi ronzano. Traduci, cane, traduci

la danza. Ed ecco il 315 CBGB 315. Avvolto da una nube

encefalica. C'è poca gente fuori: tutti spaventati dalla pioggia. Sebbene la

poesia ignori lietamente le condizioni meteorologiche, sebbene l'elettricità delle api: in verità blackout da pipistrelli,

in verità le mascelle degli edifici che cupamente sgocciolano

l'iracondia notturna. Mi faccio largo tra la ressa, con educate

spinte, salutando con la sguardo là dove la parola non arriva,

e con la parola là dove voglio che lo sguardo arrivi. Hilly

Kristal si dà da fare alla cassa, c'è sempre qualcuno che non paga il biglietto. Ingressi ed uscite irregolari, l'unico modo perché il bipolarismo sia anche equilibrio. Sinapsi sgradite. Diavolo d'una grotta: è talmente colma che le catene neurali non fanno rumore, mordendo le caviglie. Tramite un sistema di gesti riconosciuto per tradizione, riesco a capire che stasera ci sarà James Chance con i suoi Contorsions, 3$. Tre giovani del New Jersey hanno addosso il crepacuore, e non si capisce bene se per James Chance o per la compattezza soffocante degli avventori. Per fortuna il New Jersey non esiste, e così

via. Heartache to heartache. Morto un papa se ne fa un altro. Do i miei tre dollari ad un Hilly che tira per la cravatta un punk che tira per la cravatta Hilly. Ho dimenticato la chiave, e devo pisciare. Attraverso un ulteriore sistema di gesti ed educate spinte riesco a raggiungere il corridoio principale: al banco del bar, avvolto da una luce spiritata che non si capisce bene se egli stesso sia ad emanarla, c'è Henetiti Spacious, l'enorme testa da fattucchiere e la pellaccia da papiro, mentre con voracità serpentina trangugia l'ennesimo topo di whisky (l'ennesimo va bene a qualunque ora, è sempre l'ennesimo quando si parla di Henetiti), stretto tra le sue mani bianche come l'ossimoro più facile per la pelle di un nero. Indossa un giubbotto che dall'odore sembra bufalo appena scuoiato e della sua misura. La barba liscia trattiene rivoli d'alcool che gli conferiscono un aspetto stranamente mistico. “Norman”. Henetiti mi fissa negli occhi. I suoi riflettono fiammelle di candele che non riesco a vedere se non per il riflesso nei suoi occhi. Sputa fuori la sua lingua e la torce come una lumaca prosciugando i rivoli d'alcool. Era di spalle - riesce ad individuare il passo di una persona anche in un'acciaieria. Poi mi dice:

“Bebebebebebe”. So che terrorizza la gente con le sue previsioni sempre corrette, ma farti capire, tramite la ripetizione di una sillaba, che egli è nella tua mente in qualsiasi momento e può leggerla come un elenco telefonico, questo quasi mi provoca una crisi di panico. Sta esplodendo in una risata indecifrabile:

sardonica, pietosa, pietosamente sardonica e altre mille combinazioni. Afferra la mia guancia e la tira come se fossi il suo pupo. Poi rivolgendosi a tutti (tutti fanno silenzio ancor

prima che lui dia segno di pretendere il silenzio: la riverenza è

un riflesso incondizionato ed anticipatore):

“Frankie si fece fare una sedia il cui legno era lo stesso usato

per la croce di En Es. Ma non poté mai sedercisi, perché ogni volta che tentava il gesto, su tutta la superficie legnosa fiorivano i chiodi. Così dovette diventare la sedia.” Anche questo è per me. Cosa diavolo vuol dire, lo sa solo lui e En Es. Nel bagno c'è Arto. Ha la tipica espressione ebraica da vittima sacrificale, soltanto che non è ebreo. Nelle narici s'agita ancora l'odore della pelle di Henetiti: rose, un buon profumo; aleggia anche dopo la morte, bianco su nero: facile, e d'effetto. Scrittura olfattiva.

“Inutile, Arto: puoi sistemarti come vuoi quei capelli, ma la tua faccia da deportato non te la leva nessuno.” Arto continua a fissarsi nello specchio ricoperto di scritte e che non riflette assolutamente nulla. Questo cesso è tetro come un foro nel cervello. Svuotata la vescica, lui è passato agli enormi occhiali: così enormi da credere che la miopia sia per lui motivo di orgoglio. “E quei dannati occhiali ” “Secondo i cicli henetitiani tra 35 anni saranno all'ultima moda. Permettimi di essere all'avanguardia”. E se ne va facendo un gran fracasso grazie ad un movimento atonale. Quando dal palco si alza la voce cavernosa dell'annunciatore,

mi rimbomba nel petto un'eco di carne, e ossa, e voce: si alza

in un conato di vomito che cerca di strozzarla. Mi piego in due

tenendomi le budella, le scritte sui muri prendono a vorticare con sibillina confusione, qualcosa che mi faccia svenire il dolore nelle ossa. Spalanco più volte la bocca sperando di vomitare fuori quell'ammasso di carne che ripete nel grembo i

pensieri della testa. Arriva fino alla gola, ne brucia le pareti, ma poi ridiscende come un topo tra le fauci di un serpente. Calibro 0.44. Anche questo è per me, Henetiti? “Amico, anche tu vuoi lasciare la tua scritta, eh?” Oh, fanculo. Il punk ormai è un attacco di acne sulla faccia di un santo non più adolescente. “Punk is dead. Vai a imbrattare le volanti degli sbirri. Police. State. È tutto quello che sapete fare, gallo”. “Traditore”. Pretesto per sopravvivere nell'adolescenza. Ma è finita, fatevi da parte, bisogna passare alla fase adulta, bisogna imparare un nuovo analfabetismo. Levatevi quelle svastiche dalle giacche. Fatevi curare dall'anarchite acuta, e da un bravo pediatra (Dr. Slammer). Norman, il concerto è cominciato. Finché c'è gente che si veste come Handsome Dick Manitoba. Abbiamo dimenticato la chiave. Hai la testa come se avessi vomitato una pistola. And now a little something for all those of you

who live in the past

E un triplice tintinnio m'imporpora la faccia di

there

vergogna. T'imporpora, vergogna: facile, e d'effetto. Andiamo, Norman, controllati. Control yourself. Ourselves. Contort yourself one time. E attraverso lo sferragliante nervoso grigiore degli strumenti, superando il sudore posticcio che cercava di replicare gli umidi urli autunnali, sorvolando le costole che i corpi si sfregavano contro con la voluttà degli archetti, mi pareva di udire – grazie ad un udito così simile a quello del pipistrello – la pioggia che di nuovo scivolava sulle rampe di emergenza come un ladro che avesse rubato infinitesimi riflessi di cielo, drop by drop; un ladro che conserva il gusto infantile di toccare tutto ciò che capiti sotto le mani, un ladro dal sangue freddo (what belongs

and tha'ts about 99% of you idiots out

to my veins) che accordava l'indice alla balaustra ferrata dei balconi – ne veniva fuori uno scricchiolio toracico, uno sputo

di denti, un respiro senza polmoni, più di ossa che di aria, che

colpiva tutti i non possidenti di ombrello con eguale gessoso scricchiolio: allora cominciava una nuova fuga, i ladri che

rubavano dal ladro, perdendo del tutto la cognizione del valore sottratto, si sparpagliavano lungo le arterie stradali – la pioggia continuava nel suo furto, arraffando per quanto poteva i barbagli rossastri dei taxi, l'azzurro delittuoso dei locali notturni, e il nero necrotico dei palazzi, e anche il potere d'uccidere che sostava su un sorriso d'argento – e a quel punto era tutto troppo reale per indugiare nella metafora, nello scorporamento, nella pioggia che decomponeva il mondo, ammollava le cartine stradali: ritornai

al CBGB, alle statue di fango che immobili esprimevano il loro

disprezzo per la società, i volti cancellati da un fumo di ribellione breve quanto i sei millimetri di sigaretta che lasciai a

bruciare sul comodino, gli occhi svuotati dalle noie quotidiane (ci avresti soffiato dentro), i cervelli pulsanti nell'incapacità di

contort yourself three times. Controllati, Norman.

Per il tuo bene, la gente che conosci è stipata in ordine cronologico tra le circonvoluzioni: Borneo Jimmy, Peggy, Carrie Ann, Betty Jean, Rosa Vertov, Tom Violence, Drum e Mt. Heart Attack Chance, la cravatta rimbaudiana, un livido di sdegno risalente allo scontro con Christgau, fa di tutto perché si raggiunga l'emorragia cerebrale: nella sua operazione chirurgica - un'autopsia che ad ogni contorsione sfocia nella profanazione, un atto di necrofilia che ad ogni fiotto di saliva sfocia nell'omicidio - le scritte e gli adesivi che riempiono le pareti del CBGB si rivelano per quello che sono, antiche formule per

respirare

rituali funebri, vecchie di millenni. E noi tutti ad assistere, a decifrare, a muovere le labbra sotto influsso ipnotico, la bocca coperta da una maschera antibatterica, un odore di anestetico che fuoriesce dalle tasche oculatamente debulbate, grumi di applausi che scandiscono il trapasso e la resurrezione del cadavere musicale, una morbosa competitività per stabilire l'ora del decesso e poi contort yourself four times; la chitarra sputava i denti, ferendo l'impassibilità della prima fila; lo slide ricavato dal coltello di un serial killer ripeteva il tormento delle vittime, scotennava la melodia; il sassofono si contorceva e si raddrizzava e si contorceva di nuovo come un intestino; Chance ci copriva d'acido e succhi gastrici | abbiamo avuto una vita intera per morire e l'abbiamo fatto solo alla fine, quando non era più necessario | “Perché mi schiante?” | Norman, questa è la tua occasione, il Verbo vive nella Carne e la Carne vive nel Verbo | cuz our poor boy believes in chance he'll never get the modern dance | Contort yourself five times. Passarono alcuni minuti prima che qualcuno, vedendo il corpo seduto senza vita sul cesso, ammise mentendo di aver udito uno sparo, credendolo però un tonfo più plumbeo della batteria. E chi potrà negare che non fosse stato proprio uno dei bossoli batteristici di Don Christensen a mandare quella figura ignota all'altro mondo ( morire su un cesso senza dubbio agevolava l'arrivo a destinazione), allora saprà pure negare il foro che sbocciò con feroce silenzio nel cranio di Norman e ci saprà dire come mai Norman non si avvide del proprio cervello perforato se non quando - mentre si dirigeva verso il morto, spinto dall'assurda convinzione che nelle tasche avrebbe trovato le chiavi dimenticate dell'appartamento o una cartina di New York - qualcuno urlò vedendo il sangue già raggrumato

sulla tempia in un asterisco di ragni, e infine ci spiegherà come mai il locale si svuotò all'improvviso, lasciando Norman e il morto da soli dentro una comunissima stanza dalle quattro pareti arredate con frugalità, il doppio cranio perforato esattamente nello stesso punto, lì dove una voce soffiava un paio di versi addolcendo il sangue col miele.