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laura grimaldi il sospetto copyright 1988 arnoldo mondadori editore s.p.a.

milano Una sottile inquietudine si impossessa di Matilde Monterispoli quando trova spostato l'astuccio dei bisturi sulla mensola del caminetto. Al labile indizio si aggiunge un'allarmante visita a tarda sera nella sua bella casa di Firenze, ai piedi della collina Fiesole, e allora l'inquietudine si trasforma in paura, e infine in ossessione tormentosa e irreversibile, tanto da portare Matilde a porsi un interrogativo straziante: pu suo figlio Enea essere il mostro che da anni trucida le giovani coppie, diffondendo il terrore in citt? Mentre l'assassino procede implacabile nei suoi massacri nelle notti di novilunio, Matilde conta gli indizi che lentamente e inesorabilmente si assommano, alimentando di ulteriori conferme il tarlo del suo sospetto iniziale, e suo figlio vive la strana storia di un amore incompiuto, tragico e nello stesso tempo esaltante. Sempre pi rinserrata con i suoi fantasmi, Matilde non partecipa al trauma collettivo che ha colpito la citt. Non parla e non chiede, e verso Enea ha sentimenti che variano dalla tenerezza al terrore, quasi lo vedesse allo stesso tempo come un uomo che necessita d'aiuto e un'entit mostruosa da abbattere. Su questo aguzzo discrimine di ambiguit giocano le risolutive, imprevedibili pagine del romanzo. Alle quali il lettore giunger trascinato dalla spinta di una trama coinvolgente che interseca con sapienza azione e definizione di psicologie. La lama concreta del "mostro", che inesorabile imperversa infierendo sui corpi di giovani gi consegnati alla morte, sembra essere non meno micidiale della lama metaforica che affonda nella psiche minata dal sospetto di Matilde. Lo scenario d'orrore non solo nelle notti di novilunio in cui avvengono i delitti, ma anche in anime di creature lacerate dall'incomunicabilit, dall'inappartenenza, dal deserto della pi desolata solitudine. Laura Grimaldi, che sul "mostro di Firenze" aveva condotto per "Panorama" un'ampia inchiesta, torna sull'argomento modificando il punto di vista. Non pi l'inchiesta documentaria, ma la ricostruzione romanzesca. Non la "verit", ma la "finzione": una finzione che per, perch penetra nelle zone fonde, perch illumina i lati oscuri, perch eco di risonanze psicologiche sentimentali umane difficilmente catturabili dal registro cronachistico, ha la forza della pi piena e autentica verit. Giornalista, traduttrice, autrice di romanzi e racconti, Laura Grimaldi nata a Rufina, in provincia di Firenze. Consulente letteraria della Mondadori fin dai primi anni Sessanta, dirige attualmente "Segretissimo", "Il Giallo Mondadori" e "Urania". Con Marco Tropea ha scritto il best-seller Elementare, signor presidente - Dieci anni dopo. Presidente della sezione europea dell'Aiep (Associazione Internazionale Scrittori Polizieschi), tra i maggiori esperti italiani di "narrativa popolare". Il sospetto fra i pensieri come il pipistrello fra gli uccelli, volano sempre verso il crepuscolo. Francis Bacon, Essays Furono due gli avvenimenti che piantarono nella mente di Matilde Monterispoli il sospetto di aver generato un assassino. I due avvenimenti si verificarono nell'arco della stessa giornata, in apparenza scollegati fra loro, e solo dopo il secondo Matilde riusc a dare un senso all'inquietudine che l'aveva presa quando si era verificato il primo. La mattina, trov l'astuccio dei bisturi spostato. La sera, si trov in casa la polizia. L'astuccio era sempre rimasto sulla mensola del severo camino di marmo dalle venature nere, nel piccolo salotto che comunicava con la camera di Matilde, dove l'aveva messo lei stessa il giorno in cui le era stato solennemente riconsegnato dai medici dell'Ospedale di Santo Giovanni venuti in delegazione a farle le condoglianze per la morte del marito, vittima di un infarto mentre operava un paziente. Era un astuccio di pelle maculata con la fibbia d'argento, appartenuto per anni al padre di Matilde, che l'aveva regalato a Nanni il giorno delle nozze, come augurio per la carriera e anche come gesto di riconoscenza perch gli portava via di casa quella ragazza taciturna e ombrosa. Quando ne era rientrata in possesso, Matilde l'aveva posato esattamente al centro della mensola del camino, con l'ardiglione della fibbia puntato su un'oblunga macchia nera del marmo, e da allora non era stato pi toccato da nessun altro. Lei non sopportava presenze estranee nella sua camera o nel salottino, e preferiva spolverare personalmente ogni ripiano e ogni oggetto, traendo tutte le mattine uno straccio di panno giallo dal cassetto in basso

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della scrivania davanti alla finestra. Ora, l'astuccio era spostato, con la fibbia che si scostava dalla punta della macchia di almeno un paio di centimetri, e Matilde rimase a fissarlo come se fosse un maleficio. All'inizio fu solo un sentimento, o un presentimento, dal quale si lasci torturare per tutta la giornata, malgrado continuasse a ripetersi che era sbagliato abbandonarsi a certi brutti pensieri e, di sicuro, si lasciava influenzare dalla solitudine. Matilde viveva con suo figlio Enea in una casa che dopo la morte di Nanni era diventata troppo grande per loro due soli. Una bella casa a San Domenico di Fiesole, d'un giallo stemperato con le persiane verdi, sviluppata su due piani, pi in larghezza che in altezza, e circondata da un giardino sufficientemente vasto da isolarla dalla strada, e da una siepe di bosso che con l'andare degli anni era stata sempre meno potata e ora schermava completamente l'edificio. Quando era vivo Nanni, tutte le stanze erano abitate, le camere da letto al piano superiore, lo studio, i salotti e la grande sala da pranzo al piano rialzato. In seguito, Matilde aveva trasferito di sotto la sua camera e quella di Enea, limitando l'installazione dei caloriferi a quel piano. Alla casa si arrivava da un vialetto con quattro cipressi da una parte e quattro dall'altra, fino a una doppia rampa di gradini dai quali si sbucava da destra e da sinistra su un piccolo porticato semicircolare. Il giardino era diviso in tante aiuole a forma di rene, delimitate da spallette di sassi e tenute per lo pi a rose, ma la sua bellezza erano soprattutto i grandi alberi secolari. Non era un giardino particolarmente curato, ma neanche trascurato. C'era un vecchio che andava a strappare le erbacce e a concimare la terra, e quando occorreva ad aggiungere ghiaia al vialetto e ai passaggi fra le aiuole. Matilde non aveva mai voluto sostituire la ghiaia con qualcosa di pi definitivo perch per lei era come un cane da guardia che l'avvertiva di ogni passo estraneo. Ma quella sera non l'avvert dei due uomini che si avvicinavano. Se fosse stata in camera da letto, l'avrebbe sentita scricchiolare sotto i loro passi, ma era alla scrivania del salottino, e la finestra dava sul lato della casa. Quando il campanello suon, Matilde tir su la testa e rimase in ascolto, convinta di aver udito male. Da anni in quella casa non si ricevevano visite di sera. Ma il campanello suon ancora ripetutamente e, parve a Matilde, autorevolmente. A quel punto, si alz, pass nella camera da letto e guard fuori, scostando appena le persiane. Ma bast il fruscio dei vecchi cardini per far voltare uno dei due uomini, che disse: "Polizia." Matilde si stacc dal davanzale e and ad aprire. Per attraversare la stanza e il salottino, e poi percorrere il tratto di corridoio fino all'ingresso, fece molti passi, ma non le furono sufficienti per formulare alcun pensiero. Ag automaticamente, senza neppure chiedersi se i due uomini potessero essere altro da quello che dicevano. Apr il battente a met, restando con il corpo nascosto dietro il rassicurante spessore del legno e aspettando da loro l'iniziativa. Non avrebbe saputo dire come fecero a entrare. Uno s'infil fra lo stipite e la porta, e mentre lei si girava a guardarlo, fu dentro anche l'altro. Si avviarono verso il salottino, guidati dalla luce. "Abbiamo bisogno di parlare con Enea Monterispoli," disse quello entrato per primo. Aveva i capelli castano chiari striati da ciocche biondastre, e occhi scuri stranamente mobili. "E' suo parente?" "Mio figlio," rispose Matilde, facendo un cenno per significare che, a quel punto, potevano pure sedersi. Ma restarono in piedi, e mentre uno andava alla finestra, l'altro si avvicin alla scrivania, si impadron dei conti che lei stava controllando quando erano arrivati, li studi attentamente, li rimise gi. Solo allora Matilde fu colta da un profondo senso d'allarme. "Che cos'ha fatto, mio figlio?" Si pent subito di quella domanda dettata dall'impulso, e aggiunse: "Cosa volete da lui?". "Dov'?" chiese il poliziotto, sempre lo stesso. Matilde rispose che non era in casa e non aveva idea di dove fosse. Senza ragione, aggiunse: "Mio figlio ha quasi cinquant'anni". Se qualcuno le avesse detto che in quel momento stava prendendo le distanze da Enea, sarebbe rimasta sinceramente sorpresa. I poliziotti erano sulla trentina, avevano la barba vecchia di un paio di giorni e gli occhi arrossati. Ed emanavano un senso di tensione che si comunic a Matilde. "A quanto ci risulta, Enea Monterispoli possiede una pistola. Dove la tiene?" "Non so niente di pistole," ment, chiedendosi come potevano pensare che lei tradisse il figlio. Era in piedi dietro la poltroncina d'angolo, e s'impose di non stringere le dita sullo schienale. "Gli dica di presentarsi in via Zara al due entro domani sera alle sette. Squadra Mobile," ordin il poliziotto. All'improvviso, pareva aver fretta di andarsene. Quando lei ribatt che certo aveva il diritto di saperne di pi, rispose: "Avr sentito del duplice omicidio dell'altra notte. Abbiamo bisogno di parlare con suo figlio. Sar meglio che non ci costringa a tornare". E mentre si avviava verso il corridoio, aggiunse: "Gli dica anche di portare la pistola". Poi, il secondo poliziotto parl per la prima volta, e Matilde trasal per la sorpresa. L'uomo si volt di scatto verso di lei e guardandola negli occhi disse: "Dov' stato suo figlio nelle ultime sere? E in particolare, dov' stato venerd?".
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Matilde si pass le mani umide di sudore sulla gonna, sforzandosi di non manifestare la paura. "Come le ho detto, mio figlio ha quasi cinquant'anni." "Ma venerd sera si fermato in casa? O uscito? Questo, almeno, lo sapr." "Vede, quando in casa, mio figlio..." Fu sul punto di dire che suo figlio passava le serate nelle stanze sopra la limonaia e si trattenne appena in tempo. "Mio figlio dorme in fondo al corridoio," e mosse la mano verso la camera di Enea. "E' difficile che lo senta." Poi il primo poliziotto usc con una frase che la lasci sbigottita. "Non saremo certo noi a costringere una madre a tradire il figlio." Era come se le avesse letto nella mente. All'improvviso, Matilde si sent stanca e vulnerabile. Quando se ne furono andati, si dispose ad attendere. Enea tornava spesso molto tardi, ma quella notte lei sarebbe rimasta in piedi. La casa era arredata con solidi mobili antichi, alcuni di gran pregio, che di notte schioccavano e gemevano come se fossero vivi. C'era una toilette in particolare, davanti alla quale Matilde si sedeva tutte le mattine per ravviarsi i capelli e passarsi un filo di crema sul viso, con una fenditura trasversale appena accennata agli inizi, e ora visibile come se fosse stata incisa da una lama di coltello. Fu l che si sistem ad aspettare il figlio. E fu l che colleg i bisturi spostati alla visita dei due poliziotti. Fu ancora l che matur un profondo risentimento per Enea, perch aveva trascinato nella sua casa quei due uomini, che con la loro presenza l'avevano violata, e da quella sera non sarebbe stata pi la stessa. Come se avessero portato dentro la concretezza della paura e della violenza, emozioni che mai avevano varcato quella soglia. Su una piazzuola a destra della strada per Certaldo, il novilunio rende buio il cielo e l'oscurit inghiotte ogni cosa. La vegetazione, che chiude da tre lati lo spazio in cui posteggiata la macchina, fitta. Sulla provinciale il traffico ininterrotto, ma le sciabolate di luce dei fari non arrivano a penetrare i cespugli. La ragazza la prima a scorgere la grande ombra prendere forma e avanzare verso la macchina. E' sul sedile posteriore e aspetta che il ragazzo la raggiunga. Lui, chino a cercare i fazzolettini di carta sotto il cruscotto, si sente artigliare i capelli dalle dita di lei, d uno strattone per liberarsi, e qualcosa gli graffia la cute. Sta per dire sei pazza? , ma l'urlo della sua compagna cos alto e stridulo da comunicargli la paura. Vede anche lui l'ombra. Mette in moto con gesti scomposti, innesta la retromarcia. Ma non si ricorda del freno a mano, e la macchina indietreggia sobbalzando con strappi violenti. L'ombra alza un braccio, lo tende, spara contro il parabrezza, avanza a passi rapidi, pi veloce della macchina, la raggiunge e appoggia una mano sul tetto, mentre con l'altra continua a sparare, questa volta dentro il finestrino sinistro. La macchina esce dalla piazzuola, taglia di traverso la strada, ha un ultimo sussulto, finisce nel fossato dalla parte opposta, a muso in gi. Il corpo del ragazzo si contorce per tre volte, a ogni proiettile che lo raggiunge. Uno si conficca nei muscoli della spalla, gli altri due diritti nella testa. La ragazza viene colpita alla fronte, e l'unico gesto convulso e involontario: ritrae la mano con la quale si aggrappata come in cerca di protezione ai capelli di lui. La fibbia dell'orologio resta impigliata fra quei capelli, il cinturino si spezza, l'orologio cade sul tappetino. La grande ombra si ferma, ergendosi in un'altezza che il bagliore dei fari accesi distorce e allunga, proiettandola fin nel buio oltre la raggiera di luce, rendendola enorme. Infila la mano attraverso il finestrino fracassato, strappa le chiavi dal cruscotto, le scaglia lontano fra i cespugli. Poi spara ancora, questa volta contro i fari, unici testimoni vivi del delitto. L'uomo non indugia come le altre volte a infierire sul corpo della ragazza. Non estrae la lama come negli omicidi precedenti per incidere la carne tenera della sua vittima. Al quartultimo omicidio se n' servito per sperimentarla e saggiarne l'efficacia, per punzecchiare e tagliuzzare disordinatamente il cadavere denudato dal collo alle cosce, per affondarla nel cuore e nel fegato, e quando ne ha verificato il funzionamento, si inginocchiato religiosamente accanto al corpo senza vita, con la testa abbassata fino a quasi sfiorarlo, le mani che si muovevano a tatto per via del buio, e ha praticato un lungo taglio dalla tempia destra al labbro, e poi gi fino al mento, e poi ancora pi gi fino al seno, seguendone il contorno. E alla fine al pube, lungo il tracciato dei peli. A questo punto si fermato, incapace di dare un senso concreto ai suoi gesti. Allora ha strappato un tralcio da una vite di confine al campo in cui ha trascinato la ragazza, e l'ha inserito a fondo nella vagina, confusamente, come per esplorare consistenza e profondit. Al terzultimo omicidio, la lama si mossa pi speditamente, consapevole del proprio obiettivo e della linea da seguire. Con tre tagli netti ha asportato il pube, che poi l'uomo ha brandito nella mano guantata, alzandolo come un trofeo nel buio della notte. Al penultimo omicidio, dopo il rito delle rivoltellate, sempre pi secche, sempre pi precise, di nuovo la lama si
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mossa sicura, come animata di vita propria, incidendo la carne dal pube all'interno delle cosce, scalzandola dallo strato adiposo, preparandola per la mano gi tesa, perch potesse strapparla e protenderla verso il cielo in segno di vittoria. Questa volta l'uomo si fermato tanto da ricomporre il corpo della ragazza, congiungendole le mani sul seno in un atto di oscena piet. Nell'ultimo omicidio, la sfida fra lui e il ragazzo. Da uomo a uomo. Il ragazzo ha osato tentare di sottrarsi al suo assalto, ma lui s' dimostrato il pi forte. Ha impedito la fuga, ha bloccato la macchina, ha compiuto ugualmente il massacro. E quando ha strappato le chiavi dal cruscotto e le ha scagliate nel buio, stato travolto da una sorta di delirio di onnipotenza che l'ha pienamente soddisfatto, spegnendo la pulsione a usare la lama. Se avesse potuto, Matilde avrebbe cancellato dalla memoria il ricordo dei bisturi spostati e dei due poliziotti, ma non essendone capace, continu ad arrovellarsi alla ricerca del significato nascosto degli ultimi avvenimenti. Aveva chiesto a Enea se era andato alla polizia e se aveva portato la pistola, aggiungendo a bassa voce che lei gliel'aveva detto a quei due, non sapeva niente di nessuna pistola. A quanto pareva, Enea c'era andato e riteneva la faccenda chiarita. Ma Matilde era rimasta inquieta. Come mai allora avevano cercato proprio lui? Una ragione dovevano pur averla avuta. La polizia non si muoveva certo per niente. "Una ragione l'avevano, infatti," ribatt Enea. "Stanno controllando tutte le pistole regolarmente denunciate, e la pistola del babbo regolarmente denunciata." Ma cambi subito discorso, e il disagio di Matilde non si risolse nemmeno quando, accorgendosi del suo sguardo puntuto, Enea le ripet di non preoccuparsi, che era tutto a posto. Subito dopo Matilde lo sond cautamente sui bisturi. Li aveva toccati lui? Enea la fiss per qualche attimo con i suoi occhi celesti, senza aprir bocca, e alla fine scosse la testa. Quel diniego silenzioso accrebbe la sua ansia. Torn sull'argomento qualche sera dopo mentre cenavano, prendendo il discorso alla larga e partendo dalla violenza inusitata che scuoteva la citt da un po' di tempo a quella parte. "Non mi sembra poi tanto nuova," disse Enea. Il tono era didattico, come gli succedeva quando parlava con la madre. "La violenza di oggi pari pari quella di ieri. Non perch la violenza sia nata con l'uomo, come sostengono in troppi. E' che la mente umana non pi in grado di tollerare o di risolvere le tensioni alle quali sottoposta, e quando la misura colma, lo sfogo pu passare solo attraverso la violenza, che se non pu esprimersi collettivamente, allora diventa individuale." Matilde ebbe uno scatto di stizza, e la voce le si incrin. "Da che son nata, non ho mai sentito di mostri che vanno in giro ad ammazzare a rivoltellate dei ragazzi poco pi che ventenni. Per non parlare dello scempio compiuto sui corpi delle ragazze. Non mi dirai che normale." "No, normale non ," tagli corto Enea. "Ma dato che succede, possibile." Una mattina, dopo che Enea fu uscito, spinta dall'inquietudine Matilde sal nelle stanze sopra la limonaia, dove suo figlio aveva ricavato uno studio e una sorta di laboratorio di falegnameria. Le chiamavano le stanze sopra la limonaia anche se in realt una sola si trovava sul locale in cui d'inverno venivano messi a riparo i vasi dei limoni, mentre l'altra era direttamente sulla camera da letto di Matilde. La sera Enea trascorreva molte ore lass, a leggere o a intagliare il legno. A volte tornava a casa con qualche pezzo di tronco o con un blocco d'olivo, che trasportava faticosamente nel laboratorio per ricavarne animali o figure umane o vasi. Teneva le chiavi appese a un gancio infisso sul lato della credenza della cucina, ma proibiva a chiunque di toccarle. Quando Saveria, la loro domestica, riceveva l'ordine da Matilde di andare un po' su a vedere in che condizioni erano le stanze del signor Enea, aspettava che lui fosse in casa e le aprisse la porta, e quando era dentro passava velocemente la scopa al centro del pavimento, impedita nei movimenti dalle cataste di libri ammassati in ogni angolo, spolverava il tavolo senza spostare le carte e i fascicoli, e quand'era la stagione vuotava della cenere la stufa di maiolica. Poi tornava gi borbottando che non si poteva fare pulizia a quel modo, con il signor Enea a sorvegliarla come se fosse stata una ladra. Quando sal nello studio, Matilde non sapeva esattamente cosa cercare. Mosse qualche libro, prese in mano un foglio ricoperto della grafia ordinata del figlio, inforc gli occhiali e vide che era un appunto sulla probabile interpretazione testamentaria di una lettera lasciata da un uomo alla sua governante. Prosegu alla cieca, spostando senza accorgersene le penne sparpagliate sul ripiano e lanciando rapide occhiate in giro, finch vide un'immagine che le mozz il fiato, come se all'improvviso le fosse venuta meno la capacit di respirare. Accanto al tavolo si ergeva un leggio che fino alla morte di suo marito era stato nello studio da basso. Era un mobile alto e stretto, a due ante, con in cima un piano inclinato. Sul legno del piano era fermato da una punta da disegno un grande foglio bianco con lo schizzo di una figura umana. Un nudo di donna a gambe divaricate, il sesso scompostamente esibito. Un lungo bastone retto da una mano maschile lo frugava dentro. Matilde fugg dallo studio, sbattendosi con violenza la porta alle spalle. Per tutto il giorno si sforz di non pensare, ma quella sera il comportamento del figlio la costrinse per la prima volta
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a fare delle connessioni che la riempirono di sgomento. Enea si accorse che la madre era stata nelle sue stanze e reag con furia incontrollata. Con lei si era sempre dimostrato di una correttezza formale a volte eccessiva, e non aveva mai alzato la voce all'interno delle mura di casa. Ma quella sera entr nel salottino dove Matilde seguiva un film alla televisione, sventolando le braccia come un dannato e urlando a squarciagola. "Spero che ti sia divertita, nel mio studio. Spero che quello che hai trovato ti sia piaciuto! L'ho capito, sai, sei andata di nuovo a cacciare il naso nelle mie cose!" Usc di corsa dalla stanza, smaniando, e poco dopo Matilde lo vide ritornare che brandiva qualcosa e la scagliava con forza contro la parete. Il vetro di un quadro and in frantumi, colpito in pieno dalle due grosse chiavi di ferro tenute insieme da un anello di ottone. Matilde fiss quello sconosciuto, scossa da una paura di pericolo fisico. E fu colta da una visione orribile. Aveva letto sui giornali che dopo l'ultimo omicidio, l'assassino delle coppie era stato preso da furore perch il ragazzo al volante, nel tentativo di sottrarsi all'aggressione, aveva ingranato la marcia indietro e aveva messo in moto. Dopo aver freddato la giovane coppia, l'uomo aveva strappato le chiavi dal cruscotto e le aveva scagliate lontano, a trionfale affermazione di vittoria per aver avuto anche quella volta la meglio. O di rabbia per la ribellione del ragazzo. Nel leggere la descrizione del giornale, Matilde aveva avuto negli occhi l'immagine di un uomo alto e grosso, e in qualche modo goffo, che sventolando le lunghe braccia gettava via le chiavi. E quando la figura alta, grossa e goffa di Enea si stagli contro la luce del corridoio, la faccia nell'ombra del salottino buio colta di traverso dal baluginio della televisione, e scagli le chiavi contro il quadro, le due immagini si sovrapposero fino a formarne una sola. Quella sera stessa, dopo che il figlio fu uscito sbattendo la porta, Matilde fin suo malgrado col torturarsi anche sul problema della rivoltella. Per tutti gli omicidi, l'assassino aveva usato una calibro ventidue, ed Enea conservava da qualche parte nello studio la rivoltella di Nanni. Suo marito l'aveva sempre portata con s, quando ancora faceva le guardie notturne all'ospedale, e alla sua morte Enea l'aveva voluta come ricordo. Matilde non aveva modo di sapere con certezza se fosse una calibro ventidue o trentadue, ma un due di mezzo c'era, ne era sicura. Nei momenti di tensione, Matilde si mordicchiava senza accorgersene la pelle interna delle labbra, e solo quando sent in bocca il sapore del sangue decise di riscuotersi dalle sue fantasticherie. Forse, stava erigendo una montagna dal nulla. Chiss quanta gente possedeva rivoltelle di quel tipo. Alla fine riusc a costringere il problema che l'angustiava entro i confini del sicuro. Per quanto riguardava la rivoltella, di sicuro c'era solo che Enea ne aveva ereditata una. In quanto al meccanismo dei sospetti messo in azione dall'astuccio dei bisturi spostato, a pensarci su con freddezza non aveva nessuna ragione nemmeno di esistere. All'ultimo delitto, l'assassino non aveva neanche usato le sue lame. E se tutto il chiasso attorno agli omicidi delle coppie prima o poi rischiava di travolgere anche le menti pi equilibrate, lei sarebbe stata attenta a non cadere nella trappola. And a dormire pi sollevata. Malgrado non avesse impegni che si potessero definire tali, Enea Monterispoli viveva le sue giornate con grande affanno. Usciva di casa tutte le mattine alle otto e un quarto in punto, vestito per lo pi di grigio, percorreva il vialetto a passi affrettati, apriva il cancello, lo richiudeva con cura e poi infilava la discesa, diretto alla fermata dell'autobus per la citt, e se l'autobus ritardava di qualche minuto, cominciava a passeggiare impaziente su e gi per il marciapiede. Nel quartiere erano convinti che il lavoro di Enea nello studio del notaio Colamele, soprattutto da quando era stato ridotto a mezza giornata, fosse solo un favore dell'anziano professionista a Matilde per liberare lei della presenza del figlio e per dare a lui una parvenza di normalit. L'unico a non pensarla cos era Enea, che se la mattina non arrivava entro le nove (ora in cui la prima segretaria del notaio apriva lo studio), si faceva prendere da crisi d'ansia. Enea non si era mai laureato, pur avendo sostenuto tutti gli esami di giurisprudenza con il massimo dei voti. Per lui apprendere era come una seconda natura, e qualunque cosa leggesse, dalla pi scientifica alla pi astrusa, la tratteneva puntualmente nella memoria. Non c'era argomento di cui non potesse discutere con cognizione di causa (anche se poi, essendo un taciturno, non lo faceva), e non aveva prevenzioni o preclusioni rispetto a nessun genere di pubblicazione. Quando qualcuno gli diceva che, nauseato per quello che si produceva nel campo del sapere e della letteratura, andava a riprendere in mano i classici, reagiva con incredulit. Lui i classici li ricordava a memoria e poteva citare da Sofocle ad Apuleio, da Stendhal a Stadler come se li avesse sottocchio. Sul perch non si fosse laureato, ognuno aveva una sua teoria. Matilde era convinta che i disturbi organici di cui Enea aveva sofferto da ragazzo avevano influito sulle capacit di progressione logica del suo cervello. Altrimenti non si sarebbe potuto spiegare
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perch aveva smesso all'improvviso di lavorare alla tesi sulla collocazione sistematica del procedimento monitorio per dedicarsi allo studio delle letterature cristiane d'Oriente. Per Andreino Colamele, Enea era semplicemente un figlio unico viziato prima dal padre e poi dalla madre. Entrato in possesso dell'eredit paterna (sia pure legata da un rigido usufrutto per Matilde), il ragazzo non aveva pi ritenuto di doversi impegnare e si era abbandonato al suo estro intellettuale, che ricordava in qualcosa quello del padre Nanni e gli permetteva di spaziare dall'arte dei preraffaelliti al romanzo popolare e anche al fumetto. Andreino Colamele era l'unico a sapere che la presenza di Enea nel suo studio notarile si dimostrava tutt'altro che superflua. Il pi delle volte, Enea risolveva complessi problemi societari ed ereditari senza rendersi conto di svolgere un lavoro di alto livello, spesso innovativo. Per lui, la ricerca e la conseguente soluzione erano una questione del tutto spontanea. E il fatto che non era neppure laureato metteva Colamele nella privilegiata situazione di apparire come un benefattore. Enea aveva ereditato dalla madre gli occhi celesti e i capelli castano rossiccio, ma la somiglianza si fermava qui. Matilde era ancora una bella donna alta e diritta, dallo sguardo placido, i capelli appena spruzzati di bianco accuratamente acconciati in piccole onde che si arricciavano sulla nuca. Enea, invece, avendo sofferto da ragazzo di una forma sia pur lieve di ipogonadismo, complicata da una tendenza all'acromegalia, aveva il corpo sviluppato con accentuata disarmonia. Era alto quasi un metro e novanta, aveva braccia cos lunghe che quando le teneva abbandonate gli arrivavano di poco sopra le ginocchia, e il suo mento rotondo pareva sostenere a fatica le mascelle e la bocca. Camminava sempre in fretta, appoggiando prima il tallone e poi la punta, in un'andatura che gli faceva andare le spalle su e gi, come se fossero state mosse da un pistone interno. Macinava molti chilometri tutti i giorni, dalla fermata dell'autobus allo studio del notaio Colamele e ritorno, senza contare i rientri a piedi quando non pioveva o non tirava vento; ma quell'esercizio non influiva sulla massa muscolare, che con l'andare degli anni e con il diabete di cui soffriva da tempo, si era inflaccidita. Enea aveva quarantotto anni compiuti, diciassette meno della madre, e capitava sempre pi spesso che qualcuno lo scambiasse per il marito di Matilde, la quale non l'avrebbe confessato, ma mai avrebbe voluto un marito come suo figlio. "Buongiorno, dottore," diceva la prima segretaria del notaio Colamele, quando Enea entrava nello studio. Lo chiamava dottore, ma lo trattava con sufficienza e con continui su, su, si sbrighi ai quali lui rispondeva con un gorgoglio. Appena dentro, Enea andava a chiudersi nella stanzetta in fondo al corridoio, dove c'erano una scrivania e una vecchia macchina da scrivere Remington, eredit dell'arredamento originario dell'ufficio. Lo studio era al primo piano di un palazzo di via Arte della Lana, e le finestre della grande stanza in cui Andreino Colamele riceveva i clienti davano sul lato ovest della chiesa di Orsanmichele, con una bella vista sul tabernacolo dei Linaioli e Rigattieri, e sul San Marco in marmo di Donatello. La finestra dell'ufficio di Enea, stretta e alta e dai vetri divisi in tanti rettangoli tenuti insieme da una legatura in piombo, si affacciava invece su un cortile interno, in realt poco pi di uno sfiatatoio. Quando la mattina iniziava il lavoro, Enea trovava gli appunti di Andreino Colamele gi adagiati contro il rullo della vecchia Remington, con l'elenco degli incarichi per la giornata, e lui abbassava la testa sulle sue carte, senza pi alzarla finch non sentiva le campane della chiesa suonare la mezza. Allora raccoglieva i fogli che aveva preparato, completi di un promemoria scritto a mano nel quale spiegava quali metodi aveva seguito e a quali precedenti aveva fatto riferimento, e andava a consegnarli a Colamele se il notaio era libero, altrimenti li dava alla prima segretaria, che li riceveva con un breve cenno d'assenso, adagiandoli nella cassetta delle pratiche da esaminare. Enea aveva deciso di ridurre a met la sua giornata lavorativa quando aveva conosciuto Nanda. All'inizio, sua madre si era molto preoccupata per quello che considerava un colpo di testa, gi immaginando i commenti della gente e prefigurandosi il figlio in giro per casa tutto il pomeriggio, sempre pi spento e disarticolato. Ma poi si era adattata alla nuova situazione, anche perch Enea, casomai, usciva pi di prima. Dopo la visita della polizia, Matilde Monterispoli fu presa da un'ansia continua che non le permetteva pi di affacciarsi alla finestra senza il timore di vedere i due uomini piantati davanti alla sua porta, o di sentire suonare il campanello senza provare una stretta alla bocca dello stomaco. La breve permanenza dei due poliziotti dentro le mura di casa le aveva procurato un senso di estraneit soprattutto nei confronti del suo salottino, dove loro erano stati e dove lei non si fermava pi neanche per pochi minuti. Essendo una donna concreta, si rese conto che se avesse permesso alle emozioni di divorarla a quel modo, ne sarebbe uscita malata, e cos si sforz di darsi dei compiti per tenersi occupata. Prese a provvedere personalmente alle spese di casa e a riordinare gli armadi, del resto gi in perfetto ordine, ma dopo poco si disse che doveva trovare altro
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da fare, e comunque altro che la portasse fuori in mezzo alla gente. Una sera in cui si sentiva particolarmente depressa decise di andare a trovare un'anziana signora di oltre novant'anni che abitava da sola in un appartamento in cima a viale Volta, a poche fermate d'autobus, e che lei non vedeva da mesi. Subito dopo cena telefon per preavvertire della sua visita, prepar un piccolo vassoio di biscotti e fece il calcolo che fra andata e ritorno, pi il tempo di quattro chiacchiere, avrebbe impiegato s e no un'ora. Invece, di ore ne trascorsero pi di due. La vecchietta, un donnino minuscolo vestito di seta nera e bianca, come unico disturbo dell'et soffriva di insonnia e passava la notte ad almanaccare sul prossimo. Intrattenne Matilde parlando ininterrottamente di com'era cambiato il quartiere da quando lei c'era arrivata, di quanto poco le piacevano quei mutamenti e di come la vita di tutti era peggiorata. "Ma io non voglio morire," disse a un certo punto, "perch ne abbiamo ancora da vedere". E si sporse in avanti, battendo la mano secca sul ginocchio di Matilde. "L'hai saputo, vero, che stanno per arrestare il Racconigi?" Il Racconigi era un imprenditore edile che si era arricchito smodatamente nel giro di pochissimi anni. Le vecchie famiglie della citt, come per un tacito accordo, lo escludevano sdegnosamente dalle loro frequentazioni. "Sarebbe l'ora," rispose Matilde. "Se non lo fermano, finir per rovinare anche quel poco di buono che ci resta. Dicono addirittura che intenda presentare un progetto per trasformare Palazzo Vecchio in un albergo." La vecchia scosse la testa. "Macch Palazzo Vecchio. L'arrestano perch il mostro lui." E part in una complessa dimostrazione di come il Racconigi fosse il mostro. "Te lo ricordi, vero, la prima volta che il cadavere di una ragazza venne mutilato? Doveva essere il secondo o il terzo omicidio. Un mio amico psichiatra di cui non posso farti il nome sostiene che fino a quel momento l'assassino non aveva infierito sui cadaveri perch i suoi istinti sadico sessuali non erano ancora stati slatentizzati. Pensa un po', io non sapevo neanche che cosa significasse quella parola, e dovette spiegarmelo lui. Comunque, disse che a toglierli dalla latenza fu una messa nera. Il Racconigi, proprio in quel periodo, cominci appunto a organizzare messe nere nella sua villa nel Mugello." Matilde rispose di non aver mai sentito che alle numerose diavolerie del Racconigi si dovessero anche assommare le messe nere, e aggiunse: "La teoria della slatentizzazione degli impulsi sadico sessuali l'ho sentita anch'io, ma attribuita a certa cinematografia. Non ricordo pi su quale giornale, ma ho letto che nei giorni dei vari omicidi, in qualche cinema della citt veniva dato uno di quegli orribili film pieni di morti e di sangue che non so come facciano a permettere." "Orribili film o messe nere che differenza fa?" disse la vecchia, convinta che ogni argomentazione, anche contraddittoria, finch poteva essere utilizzata a sostegno delle sue tesi andava in qualche modo adoperata. "Al Racconigi non mancano certo i mezzi per andare al cinema." Da un po' di tempo Matilde teneva d'occhio l'orologio per non dover aspettare in strada l'autobus per San Domenico, che a quell'ora diradava le corse. Di colpo, interruppe la conversazione e salut, promettendo di tornare presto. Quando usc, dovette solo attraversare la strada per raggiungere la fermata. Poco pi in basso, c'era una sala cinematografica di quelle di cui avevano parlato con l'anziana signora. Nel quartiere godeva di pessima fama, tanto che gli abitanti (Matilde in testa) avevano presentato una petizione perch venisse chiusa. Lo spettacolo doveva essere finito in quel momento, perch alcune persone stavano emergendo alla spicciolata, con la testa bassa per nascondere la faccia. Erano tutti uomini, e ognuno si allontan da una parte diversa. Guardando verso l'ingresso del locale, non tanto per curiosit quanto per timore di essere confusa con gli spettatori, Matilde inquadr la figura di un uomo alto e goffo. Aveva le braccia spropositatamente lunghe, la testa ovale insaccata nelle spalle, e si stagliava come una grande ombra contro le luci dell'atrio. Lei strizz gli occhi per focalizzarlo meglio, e le parve che non ci fossero dubbi. L'uomo era Enea. Prov una cocente vergogna a vedere il figlio uscire da un posto come quello, e si gir di scatto per non farsi riconoscere da lui. Quella sera rimase sveglia fino a tardi, e in tutte quelle ore si costru una immagine di Enea come non l'aveva mai avuta: un grosso estraneo ingombrante che le girava per casa, con una vita sua e segreti suoi che le facevano paura. Il fatto che l'avesse partorito lei le sembr lontano e inessenziale. Enea rientr molto tardi e cammin su e gi per lo studio tutta la notte. Dalla pesantezza dei passi e dall'immediato andirivieni, Matilde intu che non doveva essersi neppure fermato a levarsi le scarpe per infilare le pantofole e probabilmente non si era neanche tolto il cappotto di dosso. Era molto agitato. Il giorno dopo, percorrendo a piedi il viale, Matilde pass davanti ai cartelloni del cinema. Erano rossi e mostravano un uomo dalla faccia distorta e in mano un lungo pugnale con il quale colpiva una donna terrorizzata, che tentava
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inutilmente di proteggersi. Nanda era una ragazza di poco pi di vent'anni, che viveva d'espedienti e come certi neonati scambiava il giorno per la notte. Si alzava all'una del pomeriggio e cominciava a vagare per le strade prima in cerca di una preda da derubare e poi del pusher che doveva rifornirla d'eroina. Enea la conobbe una sera sull'autobus numero 7, dov'erano saliti tutti e due in piazza San Marco, lui diretto verso casa e lei decisa a scendere subito dopo aver sfilato il portafoglio a quell'omone alto e grosso dall'aria bovina. Ma quando Nanda si avvicin, fingendo d'inciampare, e gli infil la mano nella tasca, Enea le afferr il polso, voltandosi a guardare con espressione a met fra il sorpreso e l'addolorato la ragazza esile e bionda stretta in un vestituccio di maglia gialla, che tentava di derubarlo. "Ma cosa fa?" le domand. "Perch non chiede, invece di prendere?" Quella sera Enea torn a casa molto tardi, e durante le ore trascorse con Nanda assunse un impegno con se stesso che sarebbe durato a lungo. Nanda viveva in un sottotetto di via Panicale, si drogava da tre anni e aveva un marito che sosteneva di non volerla pi vedere, ma di tanto in tanto la cercava per prometterle che se si fosse fatta curare l'avrebbe ripresa con s. All'unica stanza si arrivava attraverso una scala ripida e stretta fra muri scrostati, e dentro non esisteva l'acqua, e neanche il gabinetto, che era all'esterno dopo una porticina sulle soffitte. Per Nanda la stanza rappresentava solo un dormitorio per le poche notti in cui si ricordava di andarci, e lei non si sarebbe mai posto il problema se Enea non si fosse impuntato che non poteva continuare a vivere a quel modo. Tanto insistette, che la costrinse a trasferirsi in un monolocale in via de' Renai, di qua dall'Arno. Il monolocale glielo trov lui, e lui l'avrebbe pagato. Non era una casa di lusso, ma arredata dignitosamente, con un letto matrimoniale, una poltrona, un tavolo e un armadio. C'erano persino alcune stampe alle pareti e le tende alla finestra, e il pavimento di mattoni rossi era protetto da un tappeto di fibra di cocco. L'affitto era molto alto, perch quei tipi di appartamenti erano destinati a uomini ricchi, che li usavano come pied--terre per portarci le loro amanti. E infatti erano tutti terre, con ingressi direttamente sulla strada o subito dentro il portone. La nuova sistemazione non rese pi regolari le abitudini di Nanda, che dopo un periodo di relativa tranquillit, di notte ricominci a battere le strade, perdendosi dietro la sua affannosa ricerca di soldi e di pusher. Agli inizi Enea sperava confusamente di riuscire a salvare la ragazza, e a poco a poco perfezion una teoria secondo lui inappuntabile, e proprio perch inappuntabile non poteva mancare di dare risultati. Nanda gli aveva raccontato di aver vissuto un'infanzia devastata da una famiglia povera di soldi e di morale, in cui gli affetti erano rimasti travolti dal bisogno, con una madre inerte e un padre violento, che un giorno aveva sbattuto la figlia sul letto e l'aveva stuprata. Lei aveva tollerato la situazione in silenzio, per non ferire la madre, e appena aveva potuto era scappata. Da allora, non aveva pi rivisto i genitori. Sul matrimonio con Aldo Mazzacane, impiegato alla Provincia, era sempre stata evasiva, come se si fosse trattato semplicemente di una sorta di triste casualit da ascrivere alla solitudine. Non pass molto tempo prima che Enea scoprisse la verit. Un giorno arriv nel monolocale di via de' Renai e trov Aldo Mazzacane, un giovane bruno dalla faccia severa, che urlava contro Nanda con la voce lacerata dalla disperazione. Nanda scagli contro Aldo tutta la roba a portata di mano, e quando Enea tent di calmarla tir un piatto con dei resti di insalata anche contro di lui, sbraitandogli di pensare ai fatti suoi, e poi scapp fuori. Fu cos che Enea arriv a conoscere dall'ex marito la vera storia di Nanda, che lui continuava a chiamare mia moglie, malgrado il divorzio e la lunga separazione. I genitori, in realt, erano due brave persone; il padre faceva l'orafo e la madre era impiegata di banca. Quando Aldo Mazzacane l'aveva chiesta in moglie, Nanda era gi tossicodipendente, ma lui ancora non lo sapeva. E dal giorno del matrimonio, gliene aveva fatte vedere di ogni colore, spendendo tutto quello che lui guadagnava, andando a vendere gli oggetti di casa e rubando dalle tasche degli amici. Era stata fermata due volte dalla polizia, e solo l'intervento di un conoscente le aveva evitato il peggio. Alla fine, c'era stata una rapina alla bottega del padre, e tutti erano convinti che la soffiata era partita da Nanda. "Eppure," aggiunse Mazzacane, con la voce fievole per l'avvilimento, "mia moglie piena di cuore. E' stata deviata dalle cattive compagnie. Se solo riuscisse a togliersi da quel giro infame, sono sicuro che tornerebbe a essere la brava ragazza che dicono i suoi genitori. Se fosse per me, la mollerei definitivamente, me ne farei una ragione, ma quella povera donna della madre, quando non ne pu pi dalla disperazione, viene a cercarmi e mi supplica di portarle notizie. Che vuole, io per lo pi le mento, ma non posso sottrarmi all'obbligo di vedere di tanto in tanto come sta la figlia". Erano tre mesi che si frequentavano, quando a Enea venne in mente di portare a Nanda una scatola di cioccolatini
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(da un po' di tempo, la ragazza mangiava solo dolci). La trov con i capelli ben pettinati, e al posto dei soliti jeans e maglione, una gonna a papaveri rossi e una camicetta bianca. Accolse i cioccolatini come se fossero stati un gran regalo, poi con un gesto improvviso, butt la scatola sul tavolo e ridendo dette una spinta a Enea per farlo cadere sul letto. Gli si avvicin, bloccandogli le gambe con le sue, e prese a sbottonarsi la camicetta, scoprendo i seni quasi inesistenti con grandi capezzoli scuri dall'areola che si estendeva come una raggiera. Enea si ritrasse di scatto, arrossendo. "Ma no, ma no, che fai. Non capisci... Copriti." Nanda non si copr. Rimase di fronte a lui, le mani sui fianchi. "Ma insomma, si pu sapere che vuoi da me? No, non ti capisco proprio." "Voglio solo aiutarti," farfugli Enea. "E' la prima volta che incontro il dolore. E' insostenibile, lo spettacolo del dolore." Lei non si dette per vinta. Si sfil in fretta la gonna, sotto la quale non portava niente, si sedette sulle sue ginocchia e gli strinse il collo con le braccia magre, fregandogli la fronte su una guancia e muovendosi contro di lui senza smettere mai. Dapprima Enea la blocc ai fianchi per costringerla ad alzarsi, ma quando sent la pelle liscia sotto le dita prov una grande meraviglia, incapace di credere che una carne potesse essere cos tenera. Nanda emise un mugolio e gli prese una mano per mettersela su un seno. Di colpo, Enea non cap pi niente. Si agit frenetico, tastando, palpando, frugando, senza riuscire a controllarsi. E quando Nanda apr le gambe, guidando le sue dita dentro di s, Enea le scorse sulla faccia un'espressione cos estatica che ne rimase toccato fino alle lacrime. Mosse la grande mano, seguendo il ritmo che Nanda gli suggeriva, mentre lei si inarcava e si contorceva, e poi si abbandonava e si tendeva di nuovo, finch non la vide spossata, riversa su di lui come senza pi vita. Ma non era senza vita. Si alz di scatto ridendo e prese a sbottonargli i calzoni. "Adesso tocca a te," disse in un bisbiglio. Enea non fece in tempo ad afferrarla per il polso, che lei gi lo toccava, e subito si fermava, interdetta per la scoperta. "Non ti piaciuto?" chiese. Not l'espressione di Enea, ritir la mano. "Non devi preoccuparti, succede a tanti," disse, ma il tono era poco convinto. Si rivest, fece qualche passo per la stanza, torn vicino a lui. "Se a te va bene cos, va bene anche a me. Ma almeno un po' ti piaciuto, vero?" Enea annu, scuotendo su e gi la testa. Matilde seguiva i movimenti notturni del figlio rimandati dal rumore dei passi sul pavimento di legno sopra la sua camera, dal cigolio della porta dello studio aperta pi volte ogni notte, dallo strusciare dei piedi prima gi per la scala di pietra e poi sulla passatoia del corridoio fino alla cucina, dallo sbattere dello sportello del frigorifero. Da quando soffriva di diabete, Enea faceva continui viaggi affrettati nel bagno ed era tormentato da una sete inestinguibile, che non riusciva a placare con la bottiglia di acqua minerale di cui si riforniva tutte le sere prima di salire nello studio e che verso le due lo stanava dal suo rifugio per portarlo in cucina ad attingere ancora da bere. Immaginava suo figlio seduto al grande tavolo di legno a leggere o a prendere appunti, oppure nel laboratorio accanto, intento a intagliare uno dei suoi oggetti, che poi ammassava in una grande cassa aperta, in un angolo della stanza, senza pi prenderli in mano. Curvo su se stesso, la testa ovale china sul lavoro del momento, il grosso corpo avvolto nella vestaglia di velluto beige che usava nel freddo dell'inverno come nel caldo dell'estate, i piedi calzati dalle vecchie pantofole di pelle marrone. Matilde sapeva della vestaglia e delle pantofole perch le aveva viste su nelle stanze di Enea, non perch suo figlio si fosse mai presentato a lei in quell'abbigliamento. Quando la mattina emergeva dalla sua camera, era gi vestito di tutto punto, pronto a uscire. Aveva un bagno personale, al quale accedeva direttamente dalla sua stanza da letto, e quando la notte scendeva per coricarsi, a Matilde non capitava mai d'incontrarlo, ma solo di sentirlo arrivare dal fondo del corridoio. Fu attraverso quei rumori che Matilde ricostru i movimenti di Enea anche nelle notti degli omicidi. Da parecchi anni suo figlio usciva tutte le sere di fine settimana per rientrare a notte fonda. Solo di recente aveva perso quella regola per andare e venire anche nei giorni feriali, senza preoccuparsi se la mattina doveva alzarsi presto. Finch lui non rientrava, Matilde non riusciva a prendere sonno, e in quelle lunghe attese trascorse con l'udito pronto a cogliere lo scricchiolio della ghiaia sotto i passi di Enea che tornava a casa, aveva imparato a non pensare. Ma negli ultimi tempi i pensieri si formavano e si sfilacciavano irresistibilmente nella sua testa, senza un contorno preciso, eppure collegati da un unico filo logico. Se si fosse costretta a esprimere in parole il senso di quelle meditazioni notturne, avrebbe dovuto ammettere che malgrado l'impegno assunto con se stessa di mantenere la fantasia imbrigliata entro i limiti del certo, le capitava sempre pi spesso di rapportare ogni ricordo, ogni atto passato e presente di suo figlio, al sospetto che le si era insinuato dentro la testa. Faceva grandi sforzi per riportare la mente a qualcosa di concreto, e quando ci riusciva si rammaricava di avere un cervello malato, che subiva la suggestione delle
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notti insonni, ma il pi delle volte restava intrappolata dalle sue paure. Aveva letto che l'assassino colpiva sempre nelle notti di novilunio, quando il cielo era pi buio, e nei giorni prefestivi. Il primo omicidio era stato commesso molti anni prima, ed Enea non era ancora trentenne. Era stato in quel periodo che suo figlio aveva cominciato a lavorare da Colamele e a uscire di casa durante i fine settimana, e Matilde allora ne era stata quasi contenta. Aveva sempre temuto che suo figlio risentisse del proprio aspetto e si imbozzolasse in se stesso per il resto della vita, e quelle uscite le avevano fatto pensare che avesse trovato degli interessi fuori dalle loro quattro mura e in particolare dalle sue stanze. E tuttavia non aveva saputo resistere dal metterlo in guardia contro il mondo esterno. "Attento a chi incontri," gli diceva. "Chiediti sempre perch una persona ti avvicina e che cosa vuole da te." Enea scuoteva la grossa testa, invitandola a starsene tranquilla, che lui la vita la conosceva meglio di lei. Come colpevole del primo omicidio era stato arrestato e condannato un uomo, il marito di una delle due vittime, e non se n'era pi parlato finch dopo sei anni non era stata trucidata un'altra coppia, sempre in macchina, e sempre nei dintorni della citt. Con quel carcerato scomodo, gli inquirenti ci avevano messo un po' ad ammettere che non poteva essere stato lui ad assassinare la seconda coppia. C'era voluto un maresciallo dalla memoria lunga a ricordarsi di un proiettile conservato in archivio dal primo omicidio. Era andato a tirarlo fuori e aveva chiesto una perizia balistica, dalla quale era risultato fuor d'ogni dubbio che l'arma e il tipo di pallottole usati nei due omicidi erano gli stessi. A letto, con gli occhi aperti nel buio, Matilde ricord cosa avevano scritto allora i giornali. Al secondo omicidio la ragazza era stata portata di peso fuori dall'abitacolo della macchina e il suo cadavere inciso da decine di lesioni da punta e da taglio (Matilde aveva ancora impresse nella mente le parole della perizia riportate dalla stampa). Per denudare la ragazza, l'assassino aveva lacerato i calzoni e gli slip con la lama di un coltello, come se avesse provato una repulsione incontenibile a toccare gli indumenti. Senza soluzione di continuit, nella memoria di Matilde affior il ricordo di un giorno di molti anni prima, quando il giardino era stato scosso da un violento temporale che aveva fatto tremare i vetri della casa. Sul retro erano stesi i panni ad asciugare, e la domestica era fuori. Matilde, in accappatoio e con i capelli bagnati dalla doccia, aveva chiesto a Enea di fare un salto a ritirare il bucato, altrimenti il vento l'avrebbe strappato dai fili. Suo figlio era corso fuori, aveva staccato gli indumenti ed era tornato dentro con le braccia cariche, passando dalla porta della cucina. Lei aveva preso a piegare la roba sul tavolo di marmo, ed Enea si era messo ad aiutarla, con l'aria volenterosa di quando poteva rendersi utile, ma si era trovato fra le mani un reggiseno; a quel punto aveva avuto uno scatto come se fosse toccato da un serpente, e l'aveva lasciato cadere. Il trasferimento in via de' Renai non s'era dimostrato la soluzione di tutti i problemi di Nanda, e quando un giorno Enea le disse che non poteva vederla soffrire come soffriva, lei si mise a urlare: "Soffrire? Ma di quale sofferenza parli? Io sto bene cos. Dammi la roba e vedrai come sto bene. Hai capito? Hai capito? Dammi la roba, se non vuoi vedermi soffrire!". Allora lui prese a passarle dei soldi in cifre sempre pi consistenti, finch si accorse di essere sul punto di dar fondo al suo conto in banca. Durante quel periodo, Nanda apparve pi tranquilla, e quando Enea andava a trovarla gli preparava il caff e gli raccontava come trascorreva le giornate. Si lavava persino i capelli, che ora erano pi lucidi, con il biondo che aveva assunto toni pi chiari. Se non fosse stato per gli occhi cerchiati e le guance scavate, era quasi bella. Dopo quella prima volta sul letto, non si era pi spogliata davanti a lui, e a ogni incontro Enea tremava per la paura che lei lo rifacesse e nello stesso tempo moriva dalla voglia di vederglielo rifare. Poi, all'improvviso, una sera gli si sedette di nuovo in braccio, ricominciando a gemere e a contorcersi, e da allora, quando arrivava in via de' Renai, Enea sperava sempre che Nanda si avvicinasse. Lui non azzardava mai il primo gesto. Doveva essere la ragazza a decidere come e quando, perch solo cos poteva essere sicuro che piacesse anche a lei. Se avesse dovuto spiegare il sentimento che lo legava a Nanda, Enea non avrebbe esitato a chiamarlo amore. Il loro rapporto incompiuto gli sembrava molto pi di quanto avesse immaginato di poter avere nelle lunghe ore di solitudine. Per lui che non aveva mai provato niente di simile e neppure di diverso, c'era solo quel modo di amare. Era felice di come andavano le cose, salvo quando Nanda aveva la testa che le ciondolava (e questo accadeva se si chiudeva nel bagno per uscire dopo un po', abbottonandosi il polsino della camicetta), o quando si lasciava cogliere da improvvisi accessi di furore senza una ragione apparente. Era comunque meglio che saperla in giro per le strade in cerca di soldi per la droga. Per questo Enea era sempre pi generoso con le cifre che le passava. Finch un giorno, nello studio di Colamele, ricevette una telefonata dal direttore della sua banca. Non era mai capitato che la banca lo cercasse, e rimase interdetto finch non gli arriv la voce annunciata dalla segretaria. "Non vorrei sembrarle indiscreto," disse l'uomo in tono cauto. "Se la chiamo, non in veste professionale, ma per
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l'amicizia che mi lega a sua madre e che mi legava a suo padre." A Enea parve di riuscire a prevedere ogni parola. "Mi riferiscono che i suoi prelievi, negli ultimi tempi, sono sempre pi ravvicinati e sempre pi consistenti." Enea rispose che non gli risultava di essere andato in rosso, e il direttore colse il suo tono teso. "Ma no, ma no," si affrett a dire. "Non questione di scoperti, ci mancherebbe altro. E anche se lo fosse, le pare che con una persona come lei avremmo dei problemi?" Da quel momento, cominci a parlare al plurale. Erano solo preoccupati che avesse delle difficolt, ma erano a sua disposizione per qualunque consiglio. Dopo la conversazione con il direttore, Enea dovette avvertire Nanda che per qualche tempo sarebbe stato costretto a lesinarle i soldi. Non stette a spiegarle della telefonata e del timore che la banca avvertisse la madre, ma la ragazza parve capire che il problema doveva essere serio. "Non preoccuparti. Non devi preoccuparti," lo rassicur, senza fare domande. "Mi arranger in qualche modo. Intanto, se non altro, ho ripreso fiato." E da quel momento ricominci a sparire per lunghe ore, provocando in lui una lacerazione emotiva che lo tenne sveglio a soffrire per notti intere. In quei giorni, Enea incontr dopo molti anni George Lockridge, un paesaggista inglese che li aveva frequentati quando suo padre era ancora vivo. Ora George abitava in una casa colonica fuori citt e, poich il suo genere di pittura non veniva pi richiesto, sosteneva di campare facendo il restauratore e il mercante d'arte. Da giovane, era stato scosso da un'ansia perenne, che gli chiazzava la pelle chiara del viso di vampate rosse, e da tic nervosi che gli contraevano il corpo. La vecchiaia sembrava avergli concesso la dignit di chi riesce a guardare la vita con distacco. Fu lui a riconoscere Enea, incrociandolo per via de' Calzaiuoli. Lo blocc, prendendolo per il braccio, ed Enea fatic a far riemergere dalla memoria il nome dell'amico del padre. Poi ricord il gentile pittore inglese che allora abitava in una grande mansarda subito oltre la loro casa. Di lui si diceva che era omosessuale e a quei tempi pascolava tra i giovani allievi affidati dalle madri della citt alla sua sensibilit artistica perch li dirozzasse. "Ma guarda, il caro Enea," disse Lockridge, stringendogli la mano fra le sottili dita gelide. "Sei tale e quale a trent'anni fa." Lo sbirci attraverso le lenti spesse e abbozz un sorriso. "O almeno, tale e quale per un occhio addestrato come il mio." Enea ricambi lo sguardo, lievemente a disagio per come lo vedeva ridotto, secco come un ramo e vestito con una maglia a righe variopinte, brache di flanella e sandali di cuoio portati con calzerotti rossi. "Sono contento di vederti," disse. E non volendo mentire sulla propria reazione, aggiunse: "Mi fa un po' di impressione ritrovarti con i capelli bianchi". Ma era commosso dall'incontro. Dall'occasione fortuita di aver ritrovato l'inglese si cre per Enea l'opportunit di continuare ad aiutare Nanda. "Hai sentito?" disse Matilde al figlio, mentre si serviva la minestra dalla zuppiera. "Hanno istituito una squadra antimostro." "Ho sentito, ho sentito," rispose Enea, sedendosi a tavola e spiegando il tovagliolo per adagiarselo sulle ginocchia. Era appena arrivato dalla sua camera in fondo al corridoio, dove si chiudeva tutte le sere prima di cena per iniettarsi l'insulina, e aveva fretta di mangiare. Matilde era intenta a cercare un modo per portare avanti il discorso. Sapeva di dover procedere con molta cautela, se non voleva che il figlio si rinserrasse in uno dei suoi lunghi silenzi, ma non trov altro da dire che il pensiero di quei corpi straziati le era intollerabile. "Deve usare una lama molto tagliente," mormor. E dopo poco aggiunse: "O un bisturi". Enea rimase con la mano a mezz'aria, continuando a fissare il piatto, in attesa che la madre si decidesse a passargli la zuppiera. "Mamma, lo sai che dopo l'insulina devo mangiare." Matilde spinse verso di lui la minestra, e dopo poche cucchiaiate inghiottite pi per abitudine che per appetito, continu: "A quanto dicono, di sera la citt sotto assedio. Fermano chiunque, ma soprattutto gli uomini soli. Forse sarebbe meglio che tu non uscissi, in questo periodo". Lanci un'occhiata di sotto in su per vedere la reazione del figlio, ma lui parve non aver sentito. "Non sto tranquilla quando sei fuori," riprese, con un tono lagnoso che non si conosceva. "E fai male," si decise a rispondere Enea. "E' questa la vera mostruosit. Terrorizzare la gente." "Sta' attento, Enea," disse Matilde. "Sta' attento." Lui alz la testa per guardarla. "Mamma, stai invecchiando. Attento a che?" "A niente," tagli corto Matilde, incapace di continuare. "Sai, arrivata una lettera per te. Viene da Edimburgo. E' di un certo Morris. Professor Robert Morris di un istituto di parapsicologia." Si pass il tovagliolo sulla bocca, insistendo sugli angoli delle labbra. "Chiss come avr fatto ad avere il tuo indirizzo." Enea disse che gliel'aveva mandato lui perch Morris stava effettuando interessanti esperimenti sui pesci. "Mette tre
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pesci in un acquario e, a quanto sembra, il pesce destinato a essere tirato fuori dall'acqua preavverte il pericolo incombente e si comporta in modo diverso dagli altri due. Si dibatte come un pazzo e gira in tondo, come per sottrarsi al suo destino." "E tu ci credi, a queste cose?" chiese Matilde. "Non conosco abbastanza a fondo quegli esperimenti. E vorrei saperne di pi. Se vero, come vero, che la mente umana non sprigiona tutte le sue potenzialit, non escluso che riesca a farlo attraverso le espressioni parapsicologiche." "Sar," disse Matilde. "Ma poi chiss cosa ti chiedono in cambio." Quando il figlio le domand in cambio di che cosa, Matilde non seppe rispondere altro che magari gli avrebbero imposto una tassa, o un'iscrizione, se non addirittura una partecipazione a qualche seduta spiritica. Enea rise, scuotendo la testa, e poi si perse in una lunga dissertazione sui punti di partenza e d'arrivo che, se pur patentemente inconciliabili, venivano forzati dalla mente umana entro gli angusti limiti della medesima identificazione. E concluse dicendo che se Arthur Koestler aveva deciso di lasciare il suo patrimonio all'universit di Edimburgo perch creasse una cattedra di parapsicologia, se non altro la materia meritava di essere investigata pi a fondo. "Sar," ripet Matilde. "Ma poi mi saprai dire quanti soldi ti chiederanno." "Dovresti finirla di essere cos sospettosa. Ci si carica di fatica, quando si cercano significati oscuri in ogni cosa che appare diversa dal consueto." "Io so che spesso l'essere sospettosa mi ha protetta dal peggio," ribatt Matilde, piccata. Enea non avrebbe mai pensato alla vita in termini di destino, eppure, mentre lui percorreva affannosamente nel buio le strade dietro piazza della Signoria, e sua madre era seduta a guardare un servizio televisivo sul pluriomicida, una sorta di destino si stava compiendo per lui come per lei. Enea andava a cercare George Lockridge, col quale aveva appuntamento in un bugigattolo di via Vacchereccia che l'inglese chiamava la mia bottega. Da quando si erano incontrati, Enea e Lockridge si erano rivisti ancora un paio di volte, la prima su insistenza di George, e la seconda per caso (cos, almeno, pensava Enea), di nuovo in via de' Calzaiuoli, che Enea percorreva due volte al giorno per andare e tornare dallo studio di Colamele. George Lockridge non ci aveva messo molto a intuire che Enea aveva un turbamento, o qualche affanno, immediatamente riconoscibile come bisogno di soldi. Non si era soffermato a chiedersi perch potesse averne bisogno. Era gi troppo oberato dai propri guai, per potersi preoccupare anche di quelli altrui. Inoltre, essendo convinto che solo chi non si assoggettava alle spregevoli regole della normalit era realmente libero, considerava i problemi economici un piccolo malanno passeggero, risolvibile caso per caso con interventi estemporanei. Quando si erano incontrati la prima volta, l'inglese aveva chiesto a Enea come trascorreva le sue giornate e come stava sua madre, una delle pi belle donne che lui avesse conosciuto. E quando aveva saputo che nella casa dell'Impruneta ci andavano poco e che la collezione di quadri di Nanni era rimasta nella grande sala al primo piano, aveva cominciato ad agitarsi. "I quadri sono come esseri umani," disse. "Sentono la solitudine e hanno paura del buio. Ce la chiuderesti, tu, una bella donna in una stanza umida con le finestre serrate? No che non ce la chiuderesti, perch appassirebbe irrimediabilmente. Lo stesso per i quadri." "Il problema non esiste," sorrise Enea. "La moglie del fattore apre regolarmente le finestre per dar aria alla casa, e la mamma e io andiamo all'Impruneta almeno un paio di volte l'anno, a vedere che tutto sia in ordine." Ma l'inglese non se ne dette per inteso. "Non riesco a pensare a quei bei paesaggi del Palizzi, o a quegli splendidi ritratti del Piccio, abbandonati in una casa chiusa in mezzo alle colline. Piuttosto, regalateli a un museo. Non si ha il diritto di tenere prigioniera la bellezza." E aggiunse che, fra l'altro, erano un bel patrimonio. E si poteva, al giorno d'oggi, trascurare cos un patrimonio non solo artistico, ma anche economico? Per caso, qualche quadro era mai stato alienato dalla collezione? "Non preoccuparti," lo rassicur Enea, "i quadri sono ancora tutti al loro posto". "E quei due gioiellini, quei flauti a becco francesi?" insistette l'inglese. "Se non sbaglio erano del diciassettesimo secolo, e tuo padre li teneva in veranda, nella piccola credenza Giorgio Iii, a rischio di farli rovinare." "Ci sono anche quelli," rispose Enea. George Lockridge ricordava uno per uno tutti gli oggetti di valore di casa Monterispoli, compresi i bei servizi Davenport in stone china e le delicate argenterie di Georg Jensen. "E pensare," disse, "che basterebbe una sola di quelle rarit per risolvere i problemi non di una, ma di dieci famiglie." Guard Enea di sotto in su, stringendolo per il braccio. "Certo, tu non hai bisogno di soldi, ma se per caso l'avessi..." Enea si lasci scappare che tutti, per una ragione o per l'altra, potevano averne bisogno, e Lockridge disse che sarebbe bastato andare a prendere uno dei quadri della collezione, e qualcosa si sarebbe fatto.
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"Ricordo un piccolo Rosai, una strada fra case alte, con in mezzo due uomini che sembrano dominare il paesaggio. Sarei curioso di vedere come si conserva. Sai, fui io a convincere tuo padre a comprarlo, quando un tizio di Compiobbi mor e gli eredi non si resero conto della fortuna che avevano per le mani." In un primo momento, Lockridge pens di farsi lasciare il Rosai, con la scusa di volerselo godere per un po' e magari di cercare con calma un acquirente, per poi restituire al suo posto una copia, ma si disse che un'operazione come quella poteva riuscire una volta sola, ammesso che Enea ci cascasse. Enea c'era cresciuto, in mezzo a quei quadri, e certo avrebbe distinto il vero dal falso, per quanto il falso potesse essere eseguito con perizia. Molto meglio giocare sul suo bisogno di denaro e fargli capire che la collezione poteva rappresentare un'inesauribile fonte di benessere per tutti e due. Cos era andata, e ora Enea stava correndo a riscuotere il ricavato della vendita e a ritirare la copia, che il giorno dopo avrebbe portato nella casa dell'Impruneta per attaccarla al muro in mezzo ai Barrocci del Fattori e all'Arno del De Tivoli, dov'era stato fino a poco tempo prima il Rosai autentico. Quando entr nel bugigattolo, trov l'inglese in piedi, con la copia del Rosai arrotolata in un vecchio giornale e un fascio di banconote nell'altra mano. "Prendi, prendi," disse Lockridge. "E non ringraziarmi. L'ho fatto perch l'ho fatto, e non chiedermi di ripeterlo. E stai attento. Il colore dovrebbe essersi asciugato, ma non stringere troppo." La cifra che l'inglese dette a Enea era sostanziosa, anche se rappresentava meno di un ventesimo del valore reale del quadro. Lockridge aveva cercato di far bene i conti. Non poteva dare a Enea troppo poco, col rischio che si scoraggiasse e non ripetesse pi l'operazione, ma neanche poteva dargli troppo, se non voleva che si facesse il palato ai prezzi alti. Alla fine, aveva deciso di passargli esattamente un quarto dell'intera somma. Doveva pur ripagarsi della fatica della copia, che aveva realizzato con estrema cura e lavorando anche di notte. Ritirati i soldi, Enea era convinto che non avrebbe pi rivisto George Lockridge. La cifra gli sarebbe servita per pagare il trimestre d'affitto del monolocale e per mettere Nanda in condizione di tirare avanti per un po'. Poi si sarebbe visto. Ancora non disperava che la ragazza si decidesse a farsi curare. Ma quando arriv in via de' Renai, ansante e con la faccia arrossata per lo sforzo del correre, Nanda non era in casa. La cerc per tutti i vicoli e per tutte le piazze dove pensava di poterla trovare, spingendosi fino a Borgo Pinti e poi su fino a piazzale Donatello, e alla fine tornando verso Porta della Croce. Camminava a passi lunghi, le braccia ciondoloni, la testa ovale spinta in avanti, gli occhi che perforavano il buio degli androni e scrutavano i contorni delle figure rannicchiate sui marciapiedi. Scorse Nanda che era quasi l'alba. Se ne stava accosciata contro un muro sotto il colonnato della Loggia del Grano. Teneva gli occhi chiusi e aveva un laccio emostatico che le mordeva la carne pallida del braccio. Ritto accanto a lei, un uomo magro dalla faccia spiritata, con addosso uno spolverino nero, le sferrava calci in tutto il corpo e la scuoteva, facendole battere la testa contro il muro, urlando che non fingesse di non sentire, che tanto non se ne sarebbe andato se lei non gli scuciva i quattrini, che se era stato tanto idiota da fornirle la roba senza farsi pagare prima, non lo sarebbe stato al punto da mollarla senza almeno aprirle il cranio in due come un cocomero. Enea reag senza rendersi conto di farlo. Aggred l'uomo alle spalle afferrandolo per la collottola, lo sollev di peso e cominci a scrollarlo, facendolo ballonzolare nell'aria come un sacco vuoto. E pi lo scuoteva, pi sentiva montare la rabbia. La testa dell'uomo andava avanti e indietro, con il collo sul punto di spezzarsi. Come se presentisse che poteva succedere qualcosa di grave, Nanda apr gli occhi e cominci a gemere. "Enea, aiutami," disse. "Aiutami, portami a casa." Se l'avesse supplicato di calmarsi e di non fare del male al pusher, lui non si sarebbe fermato; ma quella richiesta sommessa lo colse di sorpresa. Moll l'uomo, che cadde a terra come disarticolato, si chin su Nanda, la tir su reggendola con il braccio contro di s, la mano infilata sotto l'ascella per sostenerla meglio, e la accompagn cos fino a via de' Renai. Quando furono dentro, l'adagi sul letto, le tolse il laccio emostatico, le abbass la manica e tir su un lembo della coperta per passargliela attorno al corpo. Fu allora che vide la siringa impigliata nella maglietta. La stacc con delicatezza per non rovinare il tessuto, poi se la port davanti agli occhi, riconoscendo qualcosa di familiare. Era una siringa da insulina, del tipo che usava lui. Prov una forte commozione, che lo prese alla gola. Matilde viveva da molti anni accompagnata dal pensiero costante della morte. Non avrebbe saputo dire da quando, ma un certo giorno aveva smesso di fare progetti, con l'idea che tanto non avrebbe avuto il tempo di realizzarli, o almeno di godere della loro realizzazione. La prima volta che si era considerata vecchia era stato leggendo su un giornale che una donna di qualche anno pi
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giovane di lei, morta di incidente stradale, veniva definita l'anziana signora. Allora si era guardata dall'esterno di se stessa, e all'improvviso era giunta alla determinazione che il suo tempo era passato. Quando i suoi coetanei avevano cominciato a morire non era rimasta sorpresa pi che tanto, perch ormai sapeva di essere in zona rischio, come avrebbe detto Nanni parlando di qualche suo paziente avanti con l'et. Ma l'idea di una morte violenta e per giunta estranea a lei la sconvolgeva. Si era sempre vista spegnersi nel suo letto, con accanto un prete che l'aiutava a superare la soglia della vita. E se pensava a suo figlio Enea, lo immaginava di qualche passo pi indietro del prete, con la faccia in ombra, addolorato ma anche consapevole che alle madri tocca morire e ai figli piangerle, almeno per quel breve periodo di lutto imposto dalla decenza. Ma quando aveva trovato i bisturi spostati, di colpo aveva sentito come estremamente reale la possibilit che la morte fosse diversa da una donna che si spegne nel suo letto con il conforto di una preghiera. La morte poteva anche cogliere proditoriamente delle giovani vite e rappresentarsi con un grande spargimento di sangue, per poi essere esposta senza il minimo di pudicizia sulle pagine dei giornali. Con quell'immagine nella testa, si avvicin al caminetto fissando l'astuccio dei bisturi. Lo mosse con brevissimi tocchi dell'indice, spostandolo di un paio di centimetri verso sinistra, lo riport a destra finch l'ardiglione della fibbia fu di nuovo perfettamente perpendicolare alla macchia nera del marmo. Poi prese l'astuccio, si gir, si allontan di qualche passo, torn indietro, lo rimise sulla mensola e vide che la fibbia cadeva a sinistra della macchia, proprio come quando l'aveva trovato spostato. E immagin suo figlio che compiva lo stesso gesto. Da ragazzo, Enea amava molto usare qualunque tipo di lama. Aveva una perizia sorprendente, quando si metteva a tagliare o a incidere. Se in tavola veniva servito l'arrosto o il pollo, era sempre lui a fare le porzioni, cavando delicatamente dalla carne fette regolari e sottili, e trinciando i polli come se, conoscendone alla perfezione l'anatomia, seguisse i tracciati cos come la natura li aveva definiti. Nanni si divertiva molto per quell'attitudine del figlio, e anzi la esibiva quando c'era qualcuno a cena. Era solito ripetere che Enea un mestiere ce l'aveva gi, e prima o poi lui se lo sarebbe portato dietro in camera operatoria per farsi dare una mano a tagliare quei polli dei suoi pazienti. Un giorno Enea l'aveva guardato con occhi assorti e rosso per l'emozione aveva detto che gli sarebbe piaciuto fare una prova. Nanni era scoppiato a ridere: si decidesse a crescere e a diventare chirurgo; per quanto lo riguardava, gli avrebbe tenuto in caldo il posto all'ospedale. L'assassino delle coppie possedeva la stessa abilit di Enea con gli strumenti affilati. Poteva essere un conciatore di pelli, dicevano i giornali, o un intagliatore, o magari anche un medico, data la professionalit con cui asportava interi lembi di seno o di pube dai cadaveri delle donne, con gesti rapidi e precisi. Aveva anche un'altra capacit in comune con Enea: con una rivoltella in mano centrava i bersagli al primo colpo. Matilde si allontan dal caminetto, imponendosi di non cedere a quelle fantasticherie morbose. S'infil il soprabito e usc di casa, pensando che due passi le avrebbero snebbiato il cervello e le avrebbero tolto di dosso l'oscura sensazione di morte. S'incammin verso piazza San Domenico, col proposito di arrivare fino all'ospedale di Camerata, ma presto si accorse che le sarebbe stato impossibile non pensare all'assassino. La citt non dimenticava e anzi col trascorrere dei giorni pareva arrotolarsi sempre pi dentro quella storia. Davanti all'edicola era riunito un gruppo di persone che discutevano ad alta voce, scambiandosi battute di aspra ironia sul mostro, e Matilde trov vergognoso che su una questione orribile come quella si potesse fare dello spirito. Non colse il disagio, e forse la paura, dietro le risate troppo forti e i toni mordenti. Allung il passo, rispondendo con un cenno secco al saluto del giornalaio, e prosegu diritto finch non si trov davanti Mariano Pizzoccheri, che si era piazzato al centro del marciapiede e la fissava, aspettando di incontrare i suoi occhi. Matilde abbozz un sorriso, scansandosi per proseguire, ma lui allarg le braccia per impedirglielo. "Abitiamo a due passi," disse, "e non ci si vede mai. Ci voleva il mostro a stanarla di casa, eh?" Matilde rispose che lei usciva regolarmente per le sue passeggiate, e casomai era lui che si era impigrito. Mariano Pizzoccheri aveva sempre fatto l'assicuratore, finch non aveva deciso di ritirarsi e di lasciare l'attivit al figlio, e da quando si era messo in pensione passava le giornate seduto in poltrona a scrivere con il lapis, su grandi fogli bianchi, poemetti e racconti che ancora non avevano trovato chi li apprezzasse. Tentava di leggerli a chiunque incontrava, e qualche volta era riuscito a farlo anche con Matilde, costringendola ad ascoltare dopo averla sorpresa seduta sul muretto sotto gli ippocastani della Badia Fiesolana oppure andando a trovarla fin dentro casa. Ma quella mattina non aveva poemetti da leggere. Oltre che poeta e scrittore, era convinto d'essere anche una sottile mente pensante, e negli ultimi tempi aveva impegnato questa qualit a elaborare una teoria sull'assassino delle coppie. Si mise al fianco di Matilde, la prese sotto braccio per regolare il passo su quello di lei, e cominci a esporle questa teoria.
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"Non vengano a raccontarmi che trovarlo poi cos difficile," disse. "Altro che ago nel pagliaio. Se sapessero usare la testa il cerchio si stringerebbe, gliel'assicuro." Pizzoccheri amava il linguaggio dei giornali e, spesso senza rendersene conto, lo faceva suo, col risultato che se doveva parlare di blitz, o caccia all'uomo o anche allarme, abbinava inevitabilmente il verbo scattare, e non sapeva trovare di meglio che stringere per un cerchio, o una rete, o perfino per un indiziato, il quale veniva regolarmente stretto alle proprie responsabilit. "Tanto per cominciare," prosegu, "quell'uomo vive solo. Su questo non ci sono dubbi. L'ha capito perfino la polizia." "Solo?" chiese Matilde, costringendolo a fermarsi per un attimo. "Solo, dice?" "Appunto." Pizzoccheri era molto soddisfatto del risultato. Quasi non credeva di essere riuscito a catturare l'attenzione di Matilde Monterispoli e prosegu in fretta, per non perdere il vantaggio: "Con chi vuole che viva, un uomo cos? Niente, se non una grande separatezza... se-pa-ra-tez-za... dal resto del mondo pu condurre un essere umano a quello stato. Ne convinta?" Interpretando il silenzio di lei per un assenso, aument la presa sul braccio e la costrinse a regolare il passo sul suo, che si era fatto scandito come per una marcia. Avevano raggiunto l'ospedale di Camerata e s'incamminarono per via della Piazzola. La strada scendeva stretta dagli alti muri muschiati dei parchi delle ville, con i rami fitti di foglie delle querce che tagliavano fuori il sole. Matilde rabbrivid, pentendosi di aver proseguito da quella parte. L'aria si era fatta fredda e l'odore della terra umida le pungeva le narici. "Ora," stava dicendo il Pizzoccheri, "quanti vuole che siano gli uomini che vivono soli, in questa citt? Mille? Duemila?" Intanto camminava battendo un piede dietro l'altro, e Matilde gli arrancava accanto, la faccia intenta, gli occhi grandi per l'ansia. "Ma se davvero vive solo," fece lei, "allora facile che lo prendano." "E' questione di giorni, poi il cerchio si stringer, gliel'ho detto. Ho gi mandato una lettera con le mie considerazioni sia alla polizia sia alla magistratura. Ma la mia indagine non si ferma qui. No che non si ferma qui. Quell'uomo spara come un professionista, come se ci fosse nato, con la pistola. Anzi..." Si ferm all'improvviso e guard Matilde diritto negli occhi, con aria grave, per trasmetterle l'importanza della rivelazione che stava per farle. "Non mi meraviglierei che fosse un poliziotto," sussurr. "D'altro canto il calibro quello, sa? Il calibro da pistola d'ordinanza." Annu vigorosamente e riprese a camminare, trascinandosela dietro. "Un'altra ipotesi che sia stato militare in qualche corpo speciale," continu imperterrito. "A sostegno ci sarebbe il fatto che molto alto e anche di riflessi pronti." Fino a quel momento, Matilde aveva trattenuto il fiato. Ora lo esal lentamente, dicendosi di aver perso fin troppo tempo con Mariano Pizzoccheri. Rallent il passo. "Dunque," prosegu lui, "basta che diano un'occhiata a tutte le calibro ventidue che circolano per la citt." "E se fosse una pistola che viene da fuori?" chiese Matilde. "Perch continuano a pensare a uno di noi? E poi, le pare credibile che un assassino usi una rivoltella regolarmente immatricolata?" "Ah." Pizzoccheri guard Matilde come se l'avesse colta in fallo. "Stiamo parlando di un pazzo, non di un essere normale. Un pazzo non si ferma a considerare il pericolo. Lo sfida, il pericolo. E vuol saperne un'altra? Secondo me, quell'uomo frequenta in tutta tranquillit qualche poligono di tiro. Non si spara cos bene, se non ci si tiene in allenamento." A questo punto Matilde si blocc, liberando il braccio. Quando voleva, sapeva essere estremamente autorevole. "La ringrazio per la compagnia, ma ora devo proprio andare," disse con voce ferma. "Arrivederla." E lo lasci dov'era, a guardarla sconcertato, mentre lei tornava verso San Domenico. Appena rientrata, Matilde and a sedersi nella vecchia poltrona di cuoio capitonn, davanti alla finestra dello studio di Nanni. Da un po' di tempo aveva abbandonato definitivamente la poltroncina nel salotto che comunicava con la sua stanza, dove prima annotava le spese o metteva gi i preventivi per gli interventi di manutenzione su qualcuna delle case di sua propriet o controllava i conti del dare e avere con il fattore dell'Impruneta, o anche solo leggeva i giornali. Un tempo, che ormai le sembrava lontanissimo, lo studio del marito era la stanza preferita di Enea, il quale ci passava ore intere a tirar gi i libri dagli scaffali, a soppesarli fra le mani come se avesse potuto con quel gesto giudicarne il contenuto, a spostarli secondo un suo ordine che, a calcolare da quanto ci impiegava per ogni volume, doveva richiedere molte meditazioni. Finch le aveva chiesto se poteva considerare suoi i libri del padre. Matilde era sicura che Enea li avesse letti tutti, alcuni anche studiati (assorbiti, era il termine che le veniva in mente quando vedeva il figlio chino sulle pagine), e si era sorpresa della domanda. Aveva risposto di s, e dal quel giorno Enea aveva cominciato a dividerli di nuovo, e su molti aveva applicato un ex libris. Le etichette erano chiuse in una scatola di cartone grigio, piccoli rettangoli dal fondo color avorio e dal disegno
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seppia, che lui aveva portato a casa da qualche settimana. Il disegno rappresentava un uomo dalla bocca aperta in un urlo (Munch, aveva pensato Matilde), con una lunga lama appuntita che gli minacciava il collo (questa certo aggiunta per un capriccio di Enea). I libri con le etichette erano stati trasferiti al piano di sopra, e ora sulle mensole c'erano larghi spazi vuoti, simili a denti perduti. Matilde sedeva rigida, la testa eretta che sfiorava appena lo schienale della poltrona, gli occhi chiusi. Dal fastidioso incontro con Mariano Pizzoccheri le era rimasto in mente solo un brandello di conversazione. Pizzoccheri aveva detto che l'assassino poteva aver imparato a sparare sotto le armi, ed Enea non aveva fatto il servizio militare, era stato riformato. Ma il vecchio assicuratore aveva accennato anche alla possibilit che l'uomo frequentasse un poligono di tiro. Enea aveva sempre sparato bene. Aveva imparato da ragazzo, con gli insegnamenti prima di Nanni e poi del fattore, che all'epoca era il padre del fattore attuale. Sparava meglio di chiunque altro, centrando con sicurezza il cuore dei bersagli infissi ai tronchi delle querce. Matilde lo ricordava ancora, serissimo e con il braccio teso, prendere la mira ed esplodere i colpi, e poi tirarsi indietro per aspettare con la fronte aggrottata che gli dicessero quanto era stato bravo. Nanni aveva avuto poche soddisfazioni da quel figlio, simile a lui in quanto a cervello, ma dal fisico goffo e impacciato. Per essere un medico, s'era accorto troppo tardi dei disturbi che impedivano a Enea una crescita armoniosa, e quando era intervenuto aveva solo potuto evitare un peggioramento. E cos, dovendo accontentarsi di quello che lui poteva offrirgli, s'era fatto un gran vanto della sua abilit con la pistola e l'aveva spinto a frequentare il poligono. Come al solito, Enea gli aveva dato retta, salvo che un giorno aveva confessato al padre di non provarci nessun gusto, e anzi sparare bene come sparava gli insinuava il dubbio di essere al di sotto degli altri. Se uno aveva capacit di emozioni e di reazioni, aveva detto, com'era naturale in ogni essere umano, di certo non poteva restarsene con il braccio immobile e l'occhio puntato come un soldatino di latta. Per giunta, centrare un bersaglio era una soddisfazione del tutto sterile, e diverso sarebbe stato se di fronte a lui avesse avuto una persona in carne e ossa. Che Enea avesse sempre studiato con grande profitto era stato preso come un dato di fatto, in una famiglia in cui tutti si erano laureati molto prima del tempo e che vantava parecchie cattedre universitarie e anche diverse pubblicazioni storiche, alcune delle quali di gran valore. "Avanti, avanti, dimmi di s," supplicava Nanda al telefono. "Che ci rimetti? I soldi ce li ho e vengo io da te." "In questi giorni la bottega chiusa," rispose il pusher. "Ti vengo fino in casa, non devi neanche muoverti. Solo una dose. Che cos' per te, una dose? Poi comincio a sbattermi e vedrai che il resto lo trovo." "E' inutile che vieni, perch ho la casa pulita. Ciao." "Aspetta, aspetta, non riattaccare. Faccio quello che vuoi. Ti faccio quello che vuoi." "Niente mi fai! Una come te, io neanche la vedo." "Stronzo." "Stronza tu. E a proposito di stronzi, perch la roba non te la fai dare da quel bisonte che ti sbava dietro? E se lo vedi, digli che un giorno o l'altro gliela faccio pagare, la sgrullata dell'altra sera." La linea si spense nella mano di Nanda. E cos, per la prima volta, lei si interrog su Enea. Non si era mai domandata che sentimento la legasse a quell'uomo. Non era tipo da farlo, n pensava che fosse importante. Quando l'aveva conosciuto, aveva semplicemente intuito che l'avrebbe alleviata dai suoi guai, concedendole qualche giorno di tranquillit. Gli aveva raccontato la storia dello stupro paterno perch aveva gi funzionato con altri. Per aiutarti, la gente chiede sempre delle giustificazioni al di l della norma quotidiana, che preferibilmente sconfinino nel torbido. Lei ne aveva due o tre di storielle, a seconda di chi la stava a sentire, e il pi delle volte le avevano procurato qualche soldo, un accenno di comprensione e, quando proprio le era andata bene, anche un paio di ricoveri in ospedale che le erano serviti per riprendere fiato, pronta a ricominciare da capo appena veniva dimessa. Con le donne funzionava la storia della figlia di pochi mesi rimasta sola nella vecchia casa colonica, dopo che la madre contadina di Nanda era morta maciullata da un trattore. Con gli uomini, per lo pi, la storia del padre violento era quella che faceva maggior effetto. L'avrebbe bevuta anche Enea, se Aldo non l'avesse sbugiardata. Agli inizi, Nanda aveva considerato Enea alla stregua di altre frequentazioni occasionali, e aveva messo in preventivo di dover pagare prima o poi l'inevitabile pedaggio. Le era capitato di fare l'amore con uomini anche laidi, e finire a letto con quel vecchio pupazzo non la turbava pi che tanto. Enea, invece, non le aveva mai chiesto niente, anzi sembrava che lasciandosi aiutare, lei gli facesse un favore.
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Quando gli si era seduta sulle ginocchia, decisa a ripagarlo in qualche modo, e aveva scoperto il suo impaccio, aveva provato un'emozione sconosciuta, a met fra il disorientamento e la tenerezza. Enea era impotente, ma l'espressione di grande beatitudine stampata sulla sua faccia quando poteva toccarla o farla in qualche modo godere l'aveva molto turbata. E dopo, ogni volta che l'aveva rifatto, era stato per verificare il potere insospettato di cui lui la rendeva consapevole, pi gratificante di qualunque sentimento. Fu a quel punto che, dopo un periodo durante il quale si era tenuta sulle sue, raccontando solo per liberarsi di lui la prima frottola che le frullava nella testa, Nanda decise di risparmiargli le verit pi sgradevoli, quasi per una sorta di rispetto improvviso. Se lui arrivava con i soldi, bene, se no si lasciava stanare dal bisogno e andava a procurarseli. Su questo, almeno, il patto era chiaro, anche se non era mai stato espresso. A volte, tuttavia, Nanda aveva la sensazione che fosse chiaro soltanto per lei; Enea continuava a parlare di toglierla da quella vita, per salvarla da se stessa e dai suoi avvoltoi, come li chiamava. Non si chiedeva se il concetto di salvezza avesse per lei lo stesso significato, e per Nanda questa era forse l'unica causa d'irritazione, non riuscire a convincerlo che la sua vita se l'era scelta e le andava bene cos. Finch aveva la sua dose d'eroina non desiderava altro, e se per procurarsela doveva sbattersi per la citt come un uccello notturno impazzito, le andava bene lo stesso. Essendo ancora dotata di una parvenza di sensibilit, Nanda era consapevole di dover offrire a Enea qualcosa in pi di qualche carezza, soprattutto nei periodi in cui lui la metteva in condizione di starsene tranquilla a casa, con la bustina gi pronta nel cassetto, e le strade fuori dai vetri che scomparivano inghiottite dal buio senza che lei dovesse tirarsi su e partire alla ricerca. E allora si iniettava la roba in tempo, per non farsi trovare con la testa ciondoloni e gli occhi spenti, e si faceva persino la doccia per togliersi l'odore acido che si portava sempre addosso. Non sapeva se Enea fosse ricco di suo, oppure se raccattasse anche lui i soldi con qualche espediente pi o meno legittimo. Certo lei non l'aveva mai costretto a niente. In fondo, era grande, grosso e anche abbastanza adulto da regolarsi da solo. Enea le aveva parlato del suo lavoro da Colamele, ma senza spiegarle se era socio dello studio o altro. Nanda era propensa a credere alla prima ipotesi, dato che lui era evidentemente un signore, ma poi si diceva che se fosse stato socio di uno studio notarile come quello, con i soldi non avrebbe avuto le difficolt che invece periodicamente l'affliggevano. Non aveva mai avvicinato Enea nella zona dove lavorava. Solo un paio di volte era andata ad aspettarlo all'angolo di via Arte della Lana e senza farsi vedere l'aveva seguito, mentre lui camminava assorto, con quei lunghi passi ognuno dei quali le costava almeno tre dei suoi. Poi, quando riteneva che fossero abbastanza lontani dal centro per poterlo raggiungere senza creargli imbarazzo, prendeva la rincorsa e lo afferrava per il braccio. E lui scoppiava a ridere, come l'aveva visto fare s e no quattro volte da che lo conosceva. Ma quella mattina Nanda decise di doverlo cercare, e in fretta. Sentiva arrivare la scimmia e non sapeva pi a che santo votarsi. I soldi c'erano, lei s'era mossa per tempo, ma non le riusciva di trovare la roba. Bisognava proprio che le desse una mano. Enea era in piedi dietro le spalle di Andreino Colamele, che faceva frusciare i fogli del rogito per un complesso passaggio di propriet riguardante diversi caseggiati e appezzamenti di terreno. A sentire sua madre, da giovane il notaio era stato famoso per le sue belle mani, che continuava a squinternare nell'aria perch tutti potessero ammirarle, e per la sua corporatura diritta e scattante come quella di un atleta olimpico. Ora invece Colamele aveva le mani noccose deformate dall'artrite, la schiena ricurva e i capelli, che erano stati folti e lucidi, appiccicati al cranio e separati in cernecchi il cui bianco era macchiato da ombre giallastre. A Enea non era mai riuscito d'immaginare Andreino Colamele bello e scattante, e si limitava a pensare che se sua madre non esagerava, allora era meglio non essere mai stati belli, piuttosto che in vecchiaia vedersi ridotti cos. Mentre il notaio richiudeva la cartelletta azzurra per restituirla a Enea con un cenno d'approvazione, la porta dello studio si socchiuse e la prima segretaria cacci dentro la testa, chiedendo il permesso d'entrare. Al venga pure di Colamele, avanz diritta fino al lungo tavolo nero dalle zampe di leone e fiss il notaio con l'aria di chi deve dare una notizia sconveniente e non ne ha il coraggio. "Una telefonata per il dottor Monterispoli," disse con la bocca compunta. "Ho fatto presente che il dottore era occupato con il notaio, ma la signora insiste." "Sar Matilde," sugger Colamele, con un mezzo interrogativo nella voce, guardando Enea. Anche se non l'aveva mai chiamato in studio, Enea seppe per certo che era Nanda. "Non so... S, forse mia madre," rispose in fretta. E, scusandosi, scapp nella sua stanza. Quando tir su la cornetta, sent la voce affannata della ragazza che gli diceva di doverlo vedere subito, che era nel bar di sotto, che non ce la faceva pi e che se lui non l'aiutava si tagliava le vene.
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"Sta' tranquilla, scendo," disse Enea, preso dall'ansia. "Non fare sciocchezze, il tempo di chiudere la scrivania e sono da te." Parlava con la voce alta, senza accorgersi della prima segretaria che si era piantata sulla soglia e lo scrutava senza ritegno. "Niente di grave, spero," disse la donna con tono dolciastro, mentre lui prendeva l'impermeabile dall'attaccapanni e infilava la porta. Enea ebbe come una scossa e si blocc un attimo, cercando qualcosa da ribattere per rimediare alla situazione. "No, no, grazie. E' solo che la mamma s' trovata con un tubo rotto e non sa cosa fare." "Oh, senti," disse la prima segretaria. "Non l'avevo riconosciuta. Me la saluti tanto, mi raccomando." Nanda l'aspettava nel portone, ed Enea non l'aveva mai vista in quello stato. Aveva i lineamenti appuntiti e lo sguardo come un succhiello. "Non c' pi nessuno, sono spariti tutti," lo aggred subito, attaccandosi ai baveri del suo impermeabile. "Sono riuscita a trovarne solo uno, di quei maledetti, e non sgancia." E continu a parlare, questa volta aggrappata al braccio di Enea, mentre lui la trascinava verso il Mercato Nuovo. Malgrado il freddo era gi cominciata la stagione dei turisti, e le strade erano affollate di gente che bloccava i marciapiedi, impedendo di camminare spediti. "C' polizia dappertutto," strill Nanda, "per via di quello stronzo che va in giro ad ammazzare. Come se c'entrassimo noi. E comunque, il fatto che non si trova pi roba da nessuna parte." "Shhh!" fece Enea, vedendo qualche passante voltarsi nel sentirla parlare a voce tanto alta. La ragazza si lasciava trasportare quasi di peso e tremava dalla testa ai piedi, pi per l'ansia di rimanere senza eroina che per vera e propria crisi d'astinenza. Ne era consapevole, ma non riusciva a farci niente. Enea continuava a camminare, aggrondato, incapace di una decisione. Fu Nanda a suggerirgliela. "Dobbiamo andare fuori piazza," disse. "A Prato, magari, o a Pistoia. Ce l'hai la macchina? Con la macchina ci impieghiamo poco. Andiamo e torniamo." Di colpo Enea ebbe la percezione che se avesse aiutato Nanda in quel momento, in futuro non avrebbe pi potuto sottrarsi a nessuna delle sue richieste. Pens per un attimo di inventare un guasto alla macchina, ma Nanda parve presentire il suo diniego e riprese a dire che si sarebbe tagliata le vene, che tanto valeva farla finita e che il mostro, invece di ammazzare dei ragazzi innocenti, avrebbe fatto meglio ad ammazzare lei. "Stai buona, stai buona," le sussurr Enea. "Qualcosa riusciremo a fare, vedrai. Ma tu devi promettermi di aiutarmi a trovare una soluzione pi definitiva, dopo." Nanda continu a far cenno di s, finch lui disse che avrebbe preso la macchina e poi sarebbe passato a raccattarla in via de' Renai, dove lei doveva andare ad aspettarlo. "E chi mi assicura che poi non sparisci? Vengo con te." Ora cominciava a dare in smanie, parlava con voce stridula e scuoteva la testa come se avesse le convulsioni. "Vengo con te, ti dico. Star buona, non mi far vedere, ma vengo con te." Enea non se la sentiva di arrivare fino a casa, pensando a tutte le spiegazioni che avrebbe dovuto dare alla madre, e cos decise di vedere se George Lockridge era nella sua bottega, davanti alla quale teneva sempre una Due Cavalli gialla con la quale la sera tornava nella casa colonica dove abitava. Se George c'era, se la sarebbe fatta prestare. George c'era, e gli prest la macchina. L'inverno era arrivato e se n'era andato, lasciando la citt intirizzita dal freddo e gli ulivi gelati sulle colline. Matilde aveva trascorso quello spezzone d'anno come aveva trascorso tutti i precedenti, uscendo di casa la mattina verso le dieci, intabarrata nella vecchia pelliccia d'agnellino e con la testa protetta dalla sciarpa di lana, e facendo lunghe camminate che il pi delle volte la portavano alla Scuola di Musica e oltre. Non era mai paga della bellezza del colle, che saliva dolcemente dal nord della citt su fino a Fiesole. E ancora, se passava per piazza San Domenico, si fermava a guardare l'elegante portico della chiesa e il piccolo campanile, o se le capitava di arrivare nei pressi di via dei Roccettini, allungava la strada per andare a perdersi nell'ammirazione della severa facciata della Badia Fiesolana. Spesso la gente la complimentava per il suo aspetto giovanile, e Matilde rispondeva che tutti, se avessero camminato quanto lei, sarebbero stati meglio. Non si chiedeva se il complimento fosse sincero, perch sapeva di avere ancora la faccia liscia e la pelle trasparente, malgrado che negli ultimi mesi lo specchio avesse cominciato a rimandarle un'immagine di guance cadenti e di una bocca incisa all'improvviso dai segni di una sofferenza nascosta. Ora la primavera aveva cominciato a intiepidire le giornate, ed era arrivato il momento di fare un salto all'Impruneta per dare aria alla casa e controllare i conti con il fattore, e cos una mattina Matilde comunic al figlio la sua intenzione di salire alla villa. "Vedr di trovare il tempo di accompagnarti," rispose Enea.
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Matilde si trattenne a fatica dal ribattere che con la mezza giornata di lavoro alla quale si era ridotto, non si capiva come mai non avesse la possibilit di accompagnarcela anche subito. "Bisogna che tu faccia uno sforzo," disse invece. "Con il freddo che c' stato, troveremo tutto inumidito, compresi i mobili, i quadri e il resto. Ci scommetto che l'Angiolina non ha aperto le finestre neanche una volta, quest'inverno." La visita all'Impruneta le sarebbe servita anche per fare un po' d'inventario delle cose che aveva in casa e di quelle che erano in campagna. Una sera che aveva invitato a cena Andreino Colamele e un paio di medici colleghi del marito, era andata diritta alla credenza della sala da pranzo per tirare fuori una legumiera, e non ce l'aveva trovata. Aveva chiamato Saveria e le aveva rovesciato addosso un fiume di parole che, messe in fila e riordinate secondo le intenzioni di Matilde, scaricavano la responsabilit sulla donna. "Si trattava di un oggetto prezioso, di quelli che gli antiquari espongono sui velluti," disse in tono risentito. Saveria rispose che non sapeva di che legumiera stesse parlando, e Matilde glielo spieg con tutti i particolari. "Era del diciottesimo secolo, se proprio volete saperlo, un modello francese realizzato a Faenza, con splendide decorazioni azzurre." Fra le due donne esisteva un rapporto che durava da pi di vent'anni, regolato da un rigido codice di comportamenti secondo il quale Matilde era la padrona e Saveria la serva, e quindi Matilde aveva anche il diritto di spingere il suo temperamento a esprimersi con un certo vigore. Saveria era vedova, ed era stata strappata alla Basilicata, dov'era rimasta sola, da due figli che avevano messo su famiglia a Firenze. Ancora troppo giovane per non lavorare e troppo orgogliosa per farsi mantenere, aveva sentito di una signora alla ricerca di una domestica per tutta la giornata e si era presentata alla casa di San Domenico, cos com'era, senza mai essere stata a servizio e senza alcuna referenza. Matilde s'era fatta lasciare nome e indirizzo, e anche se a fiuto era convinta che le fosse capitata una fortuna, si era informata sul conto della donna e sul conto dei figli attraverso le amicizie di Dono in Questura, e alla fine l'aveva assunta. Matilde e Saveria si davano del voi, come si usava un tempo, e questo contribuiva a creare fra loro un rapporto speciale, che a volte rasentava la complicit. Ma non quel giorno della legumiera. "Non fate finta di non ricordarvela," disse Matilde, categorica. "Sapete benissimo di cosa parlo." E non osando esternare a chiare lettere il suo sospetto, che pure riteneva sacrosanto e giustificato, aggiunse: "Magari l'avete rotta e non avete il coraggio d'ammetterlo". Dovette intervenire Enea, attirato dalle voci che arrivavano dalla cucina. Tent di calmare sua madre e anche Saveria, dicendo che con l'irruenza non si risolveva niente e insistendo che magari la legumiera era all'Impruneta insieme alle altre stoviglie. Matilde si arrese soprattutto per il timore di perdere Saveria, ma rimase convinta che la donna avesse quantomeno rotto il prezioso oggetto. "Si vedr," concluse. La legumiera era stata venduta da Enea in un giorno di freddo intenso per evitare a Nanda, che aveva una brutta tosse, di uscire di casa. La ragazza era in uno dei suoi periodi di depressione e ricominciava a minacciare di tagliarsi le vene; Enea era andato dall'inglese a chiedergli dove poteva trovare un po' di soldi, e George aveva risposto che con i tesori di cui aveva piena la casa non doveva far altro che prenderne uno e portarglielo. "Certo, tempo di fare copie non ce n', vista la fretta che dimostri," aggiunse. "Per una volta, ti baster scegliere fra quelle belle porcellane che tua madre tiene nella credenza della sala da pranzo..." Cos Enea port la legumiera a George Lockridge, ricavandone esattamente la cifra che serviva, non una lira di pi e non una di meno, per mettere Nanda calma per due giorni e concedere un po' di fiato anche a se stesso. Quella mattina, Matilde and al calendario che teneva appeso in cucina accanto ai fornelli per vedere se c'era qualche ricorrenza da ricordare o qualche spesa in particolare alla quale provvedere. Lo preparava sempre molto prima del 31 dicembre, mettendo il nuovo sotto il vecchio, in modo di trovarlo gi pronto al momento giusto. E ogni volta trascriveva sul calendario nuovo i compleanni e le ricorrenze, per non correre il rischio di dimenticarsene qualcuno. Aveva gi mandato i fiori alla prima segretaria di Andreino Colamele, che compiva gli anni il 20 marzo, e aveva fatto avere a sua cognata, per l'anniversario di nozze, una tovaglietta da t ricamata a mano. Di l a poco sarebbe stata la festa di Enea (l'ultimo compleanno prima di varcare la soglia dei cinquanta) e Matilde aveva in mente di ordinare a Parigi i volumi della Pliade che lui diceva di volersi procurare, ma ancora non aveva trovato il tempo di farlo. Mentre faceva scorrere lo sguardo sui giorni del mese, not che quella notte era di novilunio. C'erano state altre notti di novilunio negli otto mesi trascorsi dall'ultimo duplice omicidio, ma a Matilde parve che quella avesse un significato particolare. Rimase a fissare il calendario per qualche minuto, come se vi leggesse un presagio, poi si riscosse. Avvert Saveria che usciva e tenne fede al suo programma di arrivare fino al mercato dei fiori per comprare delle piante nuove per il giardino.
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Matilde rimase alzata fino a tardi, e dopo molto tempo che non lo faceva pi torn a sedersi nel salottino accanto alla sua stanza per guardare la televisione. Aveva sentito Enea uscire col motorino, e non era tranquilla. Significava che suo figlio non sapeva a che ora sarebbe tornato e se avrebbe fatto in tempo a prendere l'ultimo autobus. Lo immagin in giro per la citt, chino sul manubrio (ma dove andava?), a vagare finch non fosse stato tanto stanco da far ritorno a casa. E poich non riusciva a credere che si potesse girare in motorino per tante ore nelle strade del centro, senza nessuna meta, pens che forse Enea si spingeva oltre l'abitato. Dopo aver scoperto l'astuccio dei bisturi fuori posto ed essersi trovata in casa la polizia si era ripromessa di non ritrarsi di fronte a nessuna supposizione, per quanto dolorosa, e cos si costrinse ad ammettere che le era possibile immaginare Enea in giro per radure e boschetti intorno alla citt. A esplorare le zone, come avevano scritto i giornali. Quando and a letto era l'una passata. Rimase sveglia a guardare la luce fioca che aveva lasciato accesa nel salottino, finch non sent arrivare il figlio. Riconobbe il motore che si avvicinava e si spegneva, e infine lo strusciare delle ruote e dei passi sulla ghiaia del giardino. Se rientrava particolarmente tardi, Enea scendeva dal motorino all'angolo della casa e poi lo spingeva fin dentro il garage a forza di braccia. La saracinesca sferragli mentre prima veniva alzata e poi calata. I passi percorsero lo stretto marciapiede davanti alla cucina, entrarono, si allontanarono verso la camera da letto e verso il bagno. Pochi minuti, e tornarono nel corridoio, seguirono il cigolio della porta, salirono nello studio. Matilde si aspettava di sentire le scarpe che venivano cautamente appoggiate sul pavimento di legno per essere sostituite dalle pantofole, ma non accadde. Enea lass non si muoveva. Che cosa stava facendo? Stacc la testa dal cuscino, tendendola verso il soffitto per assicurarsi che il silenzio fosse proprio silenzio. Era tanto silenzio che per un attimo le parve di udire il respiro affannoso del figlio, come se piangesse. Il furgone Volkswagen attrezzato a camper, ha le luci accese e rovescia nel buio della notte di novilunio l'ossessiva musica rock trasmessa a tutto volume dalla radio. L'alto muro di cinta del parco della villa coperto di muschio, e i grossi rami degli alberi si protendono oltre la sua sommit, lo superano, scendono fino quasi a sfiorare il tetto del camper posteggiato nello spiazzo, a qualche metro dalla strada. Dentro, due persone. Una ha lunghi capelli biondi ed sdraiata a faccia in gi, la fronte sul braccio piegato, il corpo seminascosto da un sacco a pelo. Sonnecchia. Ha le gambe rivolte verso il fondo del veicolo, la testa verso il cruscotto. Accanto alla figura prona, un ragazzo che indossa solo gli slip seduto sul pavimento, con la spalla appoggiata a uno stipetto; tiene le gambe nude di traverso sul sacco a pelo. Legge una rivista e batte il tempo muovendo le dita dei piedi. Fuori, l'uomo si stringe contro il muro di cinta e guarda i finestrini illuminati, che si stagliano nella notte come quadri sospesi nel buio. Le scariche di musica rock arrivano fino a lui, a urlargli che l dentro ci sono dei giovani. Avanza cautamente, ciondolando le lunghe braccia, si appiattisce contro il fianco del camper, spia dentro. Vede il ragazzo che legge, vede la figura dai lunghi capelli biondi. Estrae la pistola, si scosta di mezzo passo, si gira e spara attraverso il finestrino. I proiettili raggiungono alla testa la persona sdraiata, poi alla schiena e al fegato. L'uomo si accorge che il ragazzo in slip, terrorizzato, ha uno scatto e si tuffa in fondo al camper, rannicchiandosi nell'angolo dalla sua stessa parte. Non riesce pi a vederlo. Si muove, aggira in poche sgambate veloci il cofano del veicolo, raggiunge il finestrino del lato opposto, appoggia la bocca della pistola contro il vetro, spara. Il proiettile colpisce il ragazzo alla mascella. L'uomo spalanca la portiera, irrompe con un balzo all'interno del camper, si avvicina al ragazzo che urla e tenta di proteggersi la faccia insanguinata, coprendosela con le mani. L'uomo spara ancora: diritto nella bocca, trapassando la mano, poi alla coscia. Sembra che non voglia lasciare niente di intatto. Intasca la pistola, estrae la lama affilata, si china lentamente ad afferrare la testa bionda per i capelli, la gira. Anche questo un maschio. L'uomo molla la presa, resta incerto per un attimo, si guarda attorno, muovendo la testa a scatti. Vede la rivista sul pavimento, si piega a raccoglierla. E' scritta in tedesco. E i fumetti illustrano gli amplessi di due omosessuali. L'uomo si volta come un forsennato, sventolando la rivista nell'aria, scappa fuori dal camper, straccia con rabbia le pagine, riducendole in minuscoli pezzi, li sparge intorno. Corre via nella notte, enorme, goffo, deluso. La mattina dopo la notte di novilunio Matilde accese la radio, ma non sent quello che temeva. L'accese anche il pomeriggio, e poi la sera ascolt la televisione. Il giorno dopo ripet i tre gesti, restando ad aspettare con il fiato sospeso e la bocca serrata. E alla fine tir un sospiro di sollievo. Sembrava proprio che non fosse successo niente.
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La terza mattina sul presto Enea si decise ad accompagnarla all'Impruneta, e per un po' Matilde non ebbe il tempo n la voglia di sentire radio o televisione, e neanche di leggere i giornali. Si risparmi cos di sapere subito che erano stati ammazzati due giovani tedeschi, sorpresi in un camper posteggiato in uno spiazzo dalle parti di Galluzzo. I cadaveri erano stati trovati dopo due giorni e la notizia venne data il terzo. Matilde si ferm alla vecchia villa, accordandosi con il figlio perch tornasse a prenderla il sabato successivo. La casa era molto grande, dello stesso giallo stemperato di quella di San Domenico, con una veranda che correva lungo un fianco, e il davanti mosso da un porticato retto da colonne e abbellito da quattro medaglioni in terracotta policroma. Dalla terrazza del secondo piano si vedevano la Greve, che correva a meno di trecento metri, e l'alto campanile di Santa Maria Impruneta. Per il resto, il verde dei lecci e delle querce era ininterrotto. Per prima cosa, Matilde convoc l'Angiolina, la moglie del fattore, perch l'aiutasse ad aprire le finestre e a passare l'aspirapolvere in tutte le stanze, e tenne i vetri spalancati per permettere al sole di entrare a togliere l'odore di stantio di cui la casa era impregnata. Grazie alla solidit degli infissi e all'impermeabilit dei muri spessi, l'inverno non aveva causato danni, ma dentro l'aria era gelida e non riusciva a temperarsi malgrado il tepore esterno, e i divani davano la sensazione di essere bagnati. Matilde non mise neanche in funzione la cucina, tranne che per il caff. And a consumare i pasti nella trattoria di un suo figlioccio, a poche centinaia di metri dal cancello sulla strada per Grassina, e la sera fece accendere il caminetto della camera. La seconda mattina all'Impruneta si svegli con in mente l'idea di controllare se la legumiera era veramente l, come aveva suggerito Enea. Ebbe appena il tempo di infilarsi la vestaglia prima di sentire sotto le finestre l'Angiolina parlare con Jacopo, il nipote della fornaia, che faceva sosta tutti i giorni per lasciare il pane, mentre andava a consegnare le provviste al collegio americano in cima alla salita. "Dovrebbero ammazzarlo come un cane," stava dicendo l'Angiolina. "Un essere cos, non ne merita di piet. Quei due poveri figlioli che male facevano?" "Male non so," rispose Jacopo, che era un ragazzone lento di testa ma sveglio di lingua. "So solo che tanto normali non erano. Ma non l'hai sentito alla televisione? Erano due finocchi." E rise. "Non sono piaciuti neanche al mostro, tant' vero che non li ha degnati di un taglio." Matilde si affacci alla finestra chiedendo a voce alta: "Che dite, voi due? Di cosa parlate? Si pu sapere che cos'avete sempre da dirne una?". Ma prima di sentire dall'Angiolina che erano stati uccisi due ragazzi, Matilde gi sapeva quello che era successo. E dimentic di controllare la legumiera. Sabato mattina, Matilde fece il giro della casa per chiudere tutte le persiane e le finestre, lasciando per ultima la sua stanza. Aveva gi riposto le sue cose nella borsa da viaggio, e aspettava Enea per ritornare a Firenze; finch non fosse arrivato, sarebbe andata a godersi l'ultimo sole dell'Impruneta sulla panchina di pietra in fondo al giardino. Ma accaddero due fatti che le impedirono di partire all'ora prevista. Enea telefon per dirle che non era stato bene. Aveva la voce flebile e parlava a fatica, e Matilde dovette insistere per sapere cos'era successo. Finalmente il figlio si decise a confessare d'aver avuto una crisi ipoglicemica, e per fortuna gli era capitato mentre era allo studio. L'avevano portato al pronto soccorso dell'ospedale, da dove avevano telefonato al reparto di zio Dono, che si era precipitato gi insieme al dottor Morigi. Niente a cui non si potesse rimediare. Avevano detto che il suo era un diabete instabile, e bisognava tenerlo d'occhio. L'unica cura, oltre all'insulina, era una dieta adeguata. E poi doveva cambiare tipo d'insulina; quella lenta non bastava pi e bisognava passare alla semilenta. "Chiss come ti sei trascurato, in questi giorni," borbott Matilde. E fu sul punto di aggiungere che la salute bisognava guadagnarsela, ma si trattenne. Enea pareva prostrato, e lei sentiva una punta di disagio all'idea di averlo lasciato solo per tutti quei giorni. "Enea, dovresti..." "Mamma, ti prego," la interruppe lui. "Vuoi che mandi qualcuno a prenderti? O aspetti che mi senta meglio e venga io?" "Non preoccuparti," rispose Matilde. "Trover il modo di tornare a casa, foss'anche con la corriera." Enea tent di convincerla che fermarsi qualche giorno all'Impruneta poteva farle solo bene, ma lei prefer rinviare qualunque decisione. Se la coscienza non le avesse detto di tornare dal figlio, Matilde si sarebbe fermata davvero. L'aria fine dell'Impruneta le procurava un gradevole stordimento, e la distesa di lecci che ricopriva il fianco della collina esalava un buon odore di campagna. La posizione della casa, alta sulla piccola valle, le aveva sempre dato un'impagabile sensazione di spazio mai provata in citt. Lass, le sue ansie si attenuavano, e i fantasmi che a Firenze le aggredivano la mente si facevano lontani. Prese a cincischiare con la fibbia della borsa, incerta se tirare fuori la roba e rimandare veramente la partenza di
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qualche giorno, quando sent un gran correre di passi sotto la finestra, e l'Angiolina che urlava: "Mamma mia, mamma mia!". Antonella, la figlia della figlia dell'Angiolina, una bimbetta di sei anni che non stava mai ferma, si era prodotta un brutto taglio alla gamba cadendo su una falce dalla scala nel frutteto. Si dovette portarla all'ospedale, e Matilde cap da come l'Angiolina la guardava che s'aspettava di vederla andare con loro, dato che conosceva tutti i medici ed era trattata con grande riguardo. Tornarono quasi all'ora di cena, e Matilde pens di chiedere al fattore di accompagnarla subito a Firenze. Solo che quando arrivarono alla villa, nello spazio delimitato da siepi di mortella di fianco alla casa, c'era una macchina gialla con la portiera aperta, e un vecchio seduto al posto di guida, con i piedi sul predellino, l'espressione assente. Matilde conged la figlia dell'Angiolina, ringraziandola d'averla riportata fin l, e si avvicin alla macchina per chiedere a quell'uomo che cosa voleva. Ma lui non le dette tempo di aprir bocca. Si alz e le and incontro con le braccia tese. "Cara Matilde, finalmente ti rivedo!" disse, con una voce troppo tremula anche per un vecchio come lui. "Ma lo sai che non sei cambiata per nulla? Spero che tu sia felice quanto me di questa occasione che ci fa incontrare di nuovo dopo tutti questi anni." Matilde rest interdetta, sforzandosi di ricordare chi poteva essere. Scrut la faccia paonazza, i sottili capelli bianchi che scendevano fino alle spalle, la camiciona rossa troppo larga per il corpo rinsecchito. Gli occhi era impossibile vederli, nascosti com'erano dalle lenti spesse. Il vecchio cominci a scuotere la testa e a gemere. "Lo sapevo che non mi avresti riconosciuto. Devo proprio essere ridotto un rudere." Si nascose la faccia dietro le mani, ma poi sorrise. "Tu, piuttosto, come hai fatto a mantenerti cos? Lo so, lo so, sei molto pi giovane di me, ma resti un miracolo. Bisogna proprio dire che l'arte illumina le menti, ma non aiuta a mantenere i corpi." "George?" azzard Matilde, incerta. L'ultima volta che si erano incontrati, l'inglese si esprimeva ancora con esitazione, scegliendo le parole una a una e inciampando nella pronuncia. Il vecchio, invece, tranne una lievissima traccia di accento straniero, aveva la parlata facile della gente della zona. "Proprio George in carne e ossa... Oddo, diciamo pi ossa che carne." Tese di nuovo le braccia, ma Matilde ignor l'invito e gli propose di entrare, chiedendogli se voleva un caff. Quando George rispose che l'avrebbe preso volentieri, si trasferirono nella vasta cucina dal soffitto a volta, che se non fosse stato per i fornelli elettrici e il frigorifero, pareva rimasta come quando la villa era stata costruita, pi di cinquecento anni prima. Matilde distese su un angolo del tavolo di marmo una tovaglietta bianca a fiori rossi e si scus di non avere nient'altro da offrirgli. "Stavo per tornare a Firenze," disse. "Doveva venire a prendermi Enea, ma stato poco bene." Non sapendo se il figlio le avesse raccontato che si erano visti, George si tenne sul vago. "E come sta il caro Enea?" "Poco bene, appunto," ripet Matilde, evasiva. Dal momento in cui aveva riconosciuto George, si chiedeva come avesse fatto a sapere che lei era l e chiss perch era venuto, e quando le parve che fosse conveniente domandarglielo, lo fece, con il tono che usava se una cosa non le appariva chiara. George rise. "Passavo semplicemente di qui e c'erano le finestre aperte. Ah Matilde, vedo che non hai ancora disimparato a guardare tutto e tutti con sospetto. Ma la responsabilit nostra, del vecchio gruppo d'antan, voglio dire. Te ne stavi l ad ascoltare i discorsi e le malignit che sfornavamo a getto continuo, e li assorbivi come una piccola spugna assetata. Ci vantavamo di voler riformare il mondo, ma in realt davamo semplicemente sfogo ai nostri contorti sentimenti di rivalsa, alle nostre piccole miserie. Io dovevo rivalermi della mia diversit, Nanni doveva fare ammenda della sua ricchezza, Andreino aspettava solo un varco in cui infilarsi per deporre le sue uova di piccolo arrampicatore. E tuo cognato Dono si ubriacava degli effluvi sprigionati dal tuo corpo acerbo, smaniando di gelosia perch la notte se lo sarebbe goduto Nanni." Ridacchi, scuotendo la testa, come se veramente avesse davanti agli occhi l'immagine di quei giorni. Matilde prov un forte disagio. L'inglese esprimeva solo una parte della verit e in modo del tutto parziale. Lei conservava ben altro, nella memoria, come il vero senso delle riunioni in casa sua. Ricordava i languori che le trasmettevano le occhiate di suo cognato, il senso di acuta consapevolezza del proprio corpo che le procurava la presenza di tutti quegli uomini, e lo sguardo profondo e ironico di Nanni, che capiva e si divertiva. In quei giorni, lei aveva sempre le guance arrossate da un'eccitazione segreta. Cambi discorso, chiedendo a George di cosa si occupava e se ancora dipingeva quei bei paesaggi sfumati di foschia, in bilico fra un sogno di campagna toscana e una nostalgia di nebbie inglesi. "No, no," rispose lui. "Guai all'artista che si ferma su soluzioni formali immutate nel tempo. Se avessi continuato a dipingere quei paesaggi, mi sarei cristallizzato in una visione irreale del mondo. Te li immagini, oggi, i miei
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paesaggi? No, no. Ma comunque, avendo scoperto di non essere il maestro che pensavo, e non avendo saputo rinverdire la mia tavolozza, oggi mi occupo di restauro. Traggo piacere nel restituire colore e forma ad antiche opere d'arte che per trascuratezza o casualit hanno perso il loro splendore." In altri termini, George tirava insieme la giornata ritoccando vecchie croste senza valore, pens Matilde. Aveva sempre provato fastidio per quelli che lei definiva i poveri. Per lei, la povert era una categoria mentale pi che economica. I suoi poveri erano persone che in qualche maniera possedevano cultura e modi che avrebbero potuto collocarli fra i ricchi, ma erano afflitti da un congenito senso d'inferiorit e dall'incapacit di trasformare in ricchezza le loro doti, restando sempre a met strada, senza un'esatta collocazione. Ammiccavano ai veri poveri, sottintendendo che erano accomunati dalla stessa cattiva sorte, privi s di quattrini, ma non certo inferiori agli altri in quanto ad acume o intelligenza. E ammiccavano ai ricchi, facendo mostra di conoscere e applicare le loro stesse regole di savoir faire, le uniche a poterli distinguere dai poveri. Fuori, gli alberi stavano scomparendo inghiottiti dal tramonto, e Matilde cominciava a sentire il disagio di non aver ancora deciso se fermarsi all'Impruneta o tornare a casa. Ritir le tazze del caff e le depose nel lavandino di graniglia, voltandosi a guardare l'inglese con espressione gentilmente interrogativa. George Lockridge cap il messaggio, ma non si dette per vinto. L'aveva saputo da Enea che Matilde era salita all'Impruneta, e l'aveva raggiunta avendo ben in mente di on doversi lasciare sfuggire un'occasione cos. Ricordava con estrema precisione ogni quadro e ogni bell'oggetto della casa, ma ci teneva a rivederli, perch se in futuro doveva guidare Enea nella scelta di qualcosa in particolare era meglio rinfrescarsi la memoria. "Vuoi tornare a casa, vero?" chiese a Matilde. "Se mi fai questo onore, ti ci accompagno io. Fin sulla porta." Esit, sospirando, e lasci vagare lo sguardo oltre la portafinestra della cucina, verso il giardino. "Non oso chiedertelo," disse poi, imprimendo alla voce un tono esitante, "ma giacch sono qui, e chiss per quanti anni ancora non ci torner, ammesso che ci torni, non mi accompagneresti a rivedere le stanze e i quadri che hanno alimentato la mia giovanile fame di bellezza quando, sognatore squattrinato, venivo qui ad abbeverarmi d'arte?" Matilde, che pure restava regolarmente infastidita dalla spudorata retorica con cui l'inglese infiorava i suoi discorsi, si lasci toccare da quella richiesta e lo accompagn nella sua recherche (cos la defin lui), non meravigliandosi pi di tanto quando il pittore volle fermarsi nella pinacoteca, come lui chiamava la collezione di quadri di Nanni. "Te lo ricordi, questo?" chiese George, piantato davanti al Rosai. S'era tolto gli occhiali e teneva il naso quasi attaccato alla tela. "Splendido. Splendido. Te lo ricordi che fui io a insistere con Nanni perch lo comprasse dagli eredi di quel sensale di Compiobbi? Non sapevano neanche che cosa avevano per le mani, e lo port via per un pezzo di pane." Matilde disse che s, lo ricordava, anche se non era vero. E George pens che se era andata bene con il Rosai, sarebbe andata bene anche con il resto. Quando torn a Firenze e scopr che l'intera citt parlava ancora dell'ultimo duplice omicidio, Matilde si lasci trasportare dalla curiosit collettiva e prese a leggere avidamente tutti i giornali, arrivando anche a comprare alcune riviste scandalistiche di cui non immaginava neppure l'esistenza. Bastava una copertina o un titolo con un riferimento all'assassino, perch provasse l'impulso irresistibile di sapere che cosa dicevano. Alla fine si sent rassicurata. Forse la visita della polizia, che le aveva mosso dentro tanti cattivi pensieri, era nata semplicemente da un eccesso di zelo. E l'astuccio dei bisturi fuori posto, al quale lei aveva attribuito oscuri significati, con ogni probabilit era dipeso solo da una sua distrazione. E mentre Enea continuava la sua vita di sempre, correndo per la citt in cerca di Nanda o dell'inglese o del pusher (ormai la ragazza mandava lui a comprare la roba, con la scusa di non voler pi vedere quei farabutti), Matilde si occup del giardino e del frutteto. Anche se suo figlio non poteva mangiare le conserve e lei le assaggiava appena, quando arrivava il momento di cogliere la frutta dagli alberi dietro la casa, prendeva i vasetti dell'anno prima, disposti in fila sull'ultimo ripiano della credenza, li sistemava con cura in una grande cesta, e diceva a Saveria di chiedere ai figli di andare a ritirarli, con la raccomandazione di mettere via i vuoti per l'anno successivo. E riprendeva a sbucciare frutta e a preparare sciroppi e a scrivere le etichette con la data e il contenuto di ogni vasetto. Aveva ricominciato anche a frequentare le cene del primo venerd del mese su alla Badia Fiesolana, aperte a chiunque volesse andarci. Ognuno portava qualcosa da mangiare, e in genere le signore del vicinato arrivavano con timballi e torte, che venivano sistemati su un tavolo contro la parete del refettorio, prima della funzione nella cappella. Anche quell'agosto Matilde ed Enea sarebbero dovuti andare qualche settimana a Viareggio, dove possedevano una villetta sul lungomare. Come la casa dell'Impruneta, la villetta era da riaprire se non altro per dare aria a mobili e
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stanze, ma gi Enea aveva cominciato a fare resistenza, sostenendo che nei mesi di minor frequentazione dello studio da parte dei clienti lui avrebbe dovuto sbrigare il lavoro arretrato. Per giunta, la biblioteca quell'anno sarebbe rimasta aperta per tutto agosto, e ne avrebbe approfittato per certe sue ricerche sugli sviluppi del romanticismo in Boemia. Era gi capitato che Enea dicesse di non voler andare a Viareggio, ma poi aveva cambiato idea, e cos Matilde non se ne preoccup. Gi da giugno Nanda cominci a mostrarsi tesa. D'estate era difficile trovare la roba, e anche quella poca era perfida. Si trasferivano tutti al mare o in montagna, e anche lei sarebbe stata costretta ad andare con i suoi amici da qualche parte. Se qualcuno gli avesse detto che il suo rapporto con Nanda ricordava da vicino quello di certe madri apprensive, Enea avrebbe scosso la testa incredulo, convinto com'era di condurre con fermezza la ragazza verso una prossima resurrezione. Si rendeva sempre pi conto delle difficolt, ma restava risolutamente convinto dei risultati finali. D'altro canto, la compagnia di Nanda gli era diventata tanto indispensabile da non riuscire nemmeno a immaginare la propria esistenza senza di lei. Quando i primi fiorentini cominciarono a lasciare la citt per le vacanze, Nanda manifest apertamente la sua irrequietezza, scomparendo per ore e lamentandosi per il fatto di dover star chiusa fra quattro mura. Ma se vedeva Enea aggrondarsi, cambiava tono e gli saltava sulle ginocchia, ricominciando con i giochetti che lo mandavano in estasi. Erano sempre gli stessi, perch Nanda non aveva n la voglia n la fantasia di cambiarli, ma tanto lui non sembrava chiedere altro. Una notte, spinto da un'ansia pi acuta del solito, Enea usc di casa come un ladro e scese in via de' Renai a cercarla, ma non la trov. Rimase ad aspettare seduto sul marciapiede fino all'alba, e quando la vide spuntare in fondo alla strada, con quella sua andatura molle che la rendeva riconoscibile anche da lontano, fu colto da un senso di sollievo e di rabbia insieme. "Dove sei stata? Si pu sapere dove sei stata?" le chiese, ergendosi davanti a lei, quando gli fu davanti. Nanda si ritrasse, spaventata, ma poi lo riconobbe e rise nervosamente. "Che ci fai qui a quest'ora?" "Dove sei stata?" ripet Enea. "A spasso. Mi sentivo soffocare, chiusa in casa." Poi vide la sua espressione e cominci a parlare sempre pi in fretta. "Non ho fatto niente di male. Sono andata in giro, ho incontrato un paio di amici, sono tornata. Niente di male, capisci? E se non mi credi, peggio per te. La fiducia, o c' o non c'. Io ti chiedo mai dove sei stato?" Un'altra volta, Nanda rimase senza soldi prima del previsto, ed Enea si disper, perch aveva appena venduto un bozzetto di Domenico Morelli e non sapeva come procurarsi in fretta dell'altro liquido. "Ma che ne hai fatto? Si pu sapere che ne hai fatto?" le chiese, scuotendo la testa avanti e indietro, come se avesse avuto qualcosa nel cervello di cui tentava di liberarsi. "Li ho usati per una buona causa," disse Nanda. "E se non ti va, non voglio pi vederti." "Quale buona causa?" insistette Enea. Nanda si alz dalla poltrona sulla quale era acciambellata e cominci a gironzolare per la stanza. "Una mia amica ha la madre in fin di vita, e come non bastasse stata licenziata in tronco. Fa le notti in bianco per assistere quella povera disgraziata, e il padrone l'ha sbattuta fuori perch la mattina arrivava tardi. Ti sembra decente?" In realt, Nanda aveva aumentato le dosi, e per giunta aveva conosciuto un ragazzo che le spillava i soldi. "Comunque, se non hai cuore, sono fatti tuoi," continu, preoccupata dal silenzio di Enea. Gli si avvicin, gli prese il mento, lo costrinse a guardarla. "Vuoi che mi arrabbi? Vuoi che mi arrabbi, o preferisci che ti coccoli un po'?" E siccome lui non rispondeva, aggiunse: "Anzi, no. Oggi non ti coccolo. Oggi t'insegno una cosa". Cominci a spogliarsi, gettando gli indumenti in un angolo. "Io lo so che tu hai una curiosit. Lo so che ancora non sai com' fatta." Tir una sedia davanti a Enea, si sedette, si afferr le ginocchia con le braccia, tir su le gambe, le allarg. "Ti piace? Ti piace, Enea?" Enea rimase come pietrificato. Strinse gli occhi, tendendo le palme delle mani. "Su, guarda, cos capisci cosa provo quando mi tocchi." E siccome Nanda non la smetteva di parlare, Enea si alz di scatto per tapparle la bocca con una mano. Poi la guard in faccia, la tir su di peso e la butt sul letto, piombandole addosso come un macigno. La tocc convulsamente, facendole male, sollevandola e lasciandola ricadere sul materasso, fregandole la faccia sul seno. E nel momento in cui Nanda diceva "s, s, Enea, cos", si ritrasse di colpo, si alz e scapp fuori dalla stanza con un lungo singulto. In quel periodo Matilde and a cena dai Sensini, che festeggiavano le nozze d'argento. I Sensini, Timoteo e Calambrina, erano gli unici amici che non aveva ereditato da Nanni. Aveva conosciuto Calambrina a una mostra di ceramiche. La galleria, che doveva avere il suo nome nell'indirizzario da chiss quanti anni, le mandava regolarmente gli inviti, e anche se lei amava poco quel tipo di occasioni, quel
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giorno era entrata un po' perch le era capitato di passare l davanti e un po' perch in vetrina aveva visto del vasellame che le era parso gradevole. Aveva chiesto di comprare un albarello, elegante nella classica forma ovoidale e per il blu cobalto del fondo, cos densamente steso da sembrare in rilievo, ma Calambrina, autrice delle ceramiche, rimase tanto toccata dall'ammirazione di Matilde da insistere per regalarglielo. In seguito, dopo uno scambio di telefonate, cominciarono a frequentarsi e smisero solo quando Calambrina e il marito si trasferirono per qualche tempo in Svizzera, dove lui aveva avuto un incarico di letteratura italiana all'universit di Berna. Quando i Sensini rientrarono a Firenze, Matilde riprese i rapporti con loro, anche se meno stretti di prima. Calambrina aveva un modo d'essere che se in un primo momento l'aveva stimolata, ricordandole in qualche maniera i fermenti delle riunioni degli amici di Nanni, con l'andare del tempo aveva finito per stancarla. Quasi coetanea di Matilde, con una grossa treccia fitta di capelli sale e pepe che quando erano sciolti si increspavano tutti, non si stancava di ribadire l'importanza del rigore etico, soprattutto verso se stessi. Se Matilde accett l'invito a cena fu per reagire alla solitudine, e certo non immaginava che quell'occasione, anzich distrarla, le avrebbe dato una nuova spinta sulla strada del suo tormento. La casa dei Sensini, all'ultimo piano di un palazzo sui Lungarni, era piena di mobili per lo pi rustici, con i ripiani occupati dalle ceramiche di Calambrina, che invadevano anche parte dei pavimenti di cotto. Timoteo aveva uno studiolo in cui faceva fatica a girarsi, tanti erano i libri che ci aveva inzeppato, ma sembrava a suo agio solo quando poteva rinchiudersi l dentro. Matilde arriv con il fiato corto a causa dei cinque piani a piedi, per scoprire, appena le fu aperta la porta, che avrebbe mangiato malvolentieri. L'aria era impregnata di odore di curry, un condimento che Calambrina usava spesso e lei detestava. A tavola, oltre a Matilde e ai padroni di casa, c'erano nove persone, e all'inizio ci mise un po' a capire che la giovane coppia in blue-jeans e giacche di cachemere era di Zurigo, o la signora con i capelli bianchi dai toni azzurrognoli e il suo accompagnatore erano due inglesi di passaggio, proprietari di una galleria di Oxford dove Calambrina aveva esposto le sue ceramiche. Con gli altri, avendoli gi incontrati in passato, ebbe meno difficolt. Erano il direttore della Banca del Buon Suffragio con moglie e figlia, due donnine minuscole pettinate allo stesso modo e con lo stesso modello d'abito di seta; e due uomini che si muovevano sempre in coppia, tutt'e due consulenti finanziari. Fra loro non c'era nessuna rassomiglianza; uno era segaligno e nervoso, e l'altro sembrava gloriarsi del suo quintale di peso, eppure in qualche modo erano simili. Fin dall'inizio l'argomento fu il mostro. Era come se la riunione, anzich per festeggiare le nozze d'argento dei padroni di casa, fosse stata organizzata per discutere di omicidi, e ognuno pareva avere la sua da dire. Il direttore di banca, un omone dalla faccia rossa e dai capelli candidi, comunic in tono segreto d'aver saputo da fonte sicura che l'assassino era un noto medico della citt, il quale stava per essere incriminato da un momento all'altro. "Macch, macch," intervenne uno dei consulenti finanziari, il pi magro e il pi aggressivo dei due. "Quell'uomo viene sicuramente da fuori. Mi scusino gli amici inglesi..." e lanci un'occhiata ai due galleristi di Oxford, "ma il suo un modus operandi che non ha riscontri nella criminologia italiana, mentre ne ha parecchi in quella britannica." Da parte loro, i due giovani svizzeri, giornalisti alla televisione di lingua tedesca, sostenevano di aver avuto informazioni certe che il mostro era fiorentino di pura razza, e per di pi appartenente a un ceto sociale molto elevato. "Per me," disse Calambrina, che aveva un suo modo di imporsi nelle conversazioni, come se fosse stata da sempre abituata al comando, " solo un poveraccio, un malato di testa. Ma non l'avete letto che dev'essere affetto da ipogonadismo? Me l'immagino, alto e grosso, tutto squilibrato, e probabilmente impotente. Se ne va in giro per le campagne per evitare il suo prossimo, e quando vede due giovani godersi l'amore come lui non potrebbe mai, perde la testa e si scatena. Non che voglia compatirlo, s'intende, ma sforziamoci di capirli, certi comportamenti. Se malato, malato." In quel momento, Matilde sent di odiarla. "Chi l'ha mai detto che affetto da ipogonadismo?" si costrinse a chiedere, sporgendosi sul piatto. "I giornali, l'hanno detto," rispose Calambrina. "E guarda che non l'hanno inventato loro. Hanno semplicemente riportato la perizia di un criminologo, suffragata dal parere di uno psichiatra e di uno psicologo." "Non mi sembra d'averlo letto," tagli corto Matilde, secca. "Ti sar sfuggito," dichiar Calambrina. "E comunque, hanno voglia a organizzare squadre antimostro e a fermare tutte le macchine in transito per la periferia. Date retta a me, quel tipo si sposta a piedi, o al massimo in motorino o in bicicletta, perch si muove come un pesce nell'acqua su percorsi impraticabili dove o ci si va a quel modo, o non si riesce a conoscerli affatto."
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"Ma se alto e grosso come dicono," intervenne la moglie del direttore di banca, con una voce lamentosa appena percettibile, "come fa a starci su un motorino?" "Perch, ci vanno solo i piccoli sui motorini? Prendi Enea, il figlio di Matilde, ci va eccome sul motorino, e non credo che il mostro possa essere pi alto e grosso di lui." Matilde ebbe uno scatto incontrollato. "Calambrina, smettila di dire stupidaggini!" Calambrina la guard, sorpresa. "Ma che ti prende? Ti sei seccata perch ho tirato fuori Enea?" La scrut, senza capire. "Ma lo sai il bene che gli voglio!" "Certo avresti potuto farne a meno," ribatt Matilde, e da quel momento non apr pi bocca. And a finire che quell'anno a Viareggio non ci andarono davvero. Un po' perch Enea si era intestardito a non muoversi da Firenze e un po' perch la stessa Matilde non se la sent di insistere. Forse era pi opportuno restare in citt, dopo il malore di Enea che, Dio non volesse, poteva anche ripetersi. L'afa era intensa, perfino nella casa ventilata di San Domenico, dove si cominciava a respirare solo dopo il tramonto e con tutte le finestre aperte. Matilde passava la maggior parte del tempo davanti al televisore perch di giorno il sole picchiava troppo forte per poter uscire, e la sera lei si sentiva spossata dal grande caldo. Fu cos che le capit di vedere in televisione un servizio riassuntivo sulle imprese dell'assassino delle coppie, e la relativa tranquillit dalla quale si era lasciata cullare fino a quel momento, dopo aver stemperato il ricordo del discorso di Calambrina, si dissolse all'improvviso. Soprattutto di notte, il tarlo del sospetto riprese a roderle il cervello con un continuo lavorio e, non avendo nessun nuovo alimento di cui cibarsi, si attorcigli su se stesso e continu a emettere umori velenosi. Enea, invece, viveva un periodo di relativa serenit. Dopo essere rimasta collassata per un'iniezione di eroina tagliata male, Nanda si era lasciata convincere a farsi ricoverare in una clinica. Senza pi forze per il gran caldo e per certi disturbi che l'avevano presa al fegato, accolse come un distacco salutare il non dover pi vivere con l'angoscia delle vacanze e dell'assenza degli spacciatori per le strade della citt. E cos anche Enea respirava. I conti della clinica, per quanto salati, non erano niente rispetto al prezzo di parecchie dosi al giorno, e poi Nanda sembrava davvero decisa a venirne fuori una volta per tutte da quella brutta storia. Se Enea riusciva a vedere un futuro, lo immaginava con Nanda tranquilla e magari sistemata con lui in una casa da qualche parte, oppure (ma questo lo pensava solo nei momenti in cui si sentiva vecchio e stanco) ritornata a vivere con il marito, che in fondo era un bravo diavolo. Se avesse dovuto continuare a rifornirla di denaro, non avrebbe saputo come fare. George Lockridge era sparito, sicuramente per andarsi a godere anche lui il fresco da qualche parte, ed Enea non aveva altri contatti per tentare di smerciare i quadri dell'Impruneta. Aveva messo da parte un bel po' di soldi svendendo all'inglese un Capriccio del Guardi, che era stato uno dei pezzi forti della collezione, ma fra l'affitto di via de' Renai, i conti della clinica e le spese di Nanda prima del ricovero, poteva calcolare di avere s e no sei mesi di autonomia. Andava a trovare Nanda tutti i pomeriggi, portandole di che cambiarsi e qualche dolce, e continuava a esprimerle meraviglia per come si riprendeva in fretta. Sembrava rifiorita e aveva le guance piene della salute. Finch un giorno Nanda si stuf e gli disse: "Ma quale salute! E' il gonfio dei calmanti e della mancanza di roba. Quando mi guardo allo specchio mi faccio schifo. Se non fosse che questo caldo mi sfinisce, sarei di nuovo in piazza". "Ma allora, ci pensi ancora?" "Se ci penso? Ci penser sempre!" Enea era stato allevato alla riservatezza, ma in quei giorni scopr un mondo che riusciva soltanto a definire segreto. In clinica, se dovevano far cenno al caso di Nanda, le infermiere parlavano in termini vaghi di esaurimento nervoso, e Aldo Mazzacane fingeva di incontrarsi con lui, un giorno s e uno no, come se fosse per caso (non era mai successo che lo chiamasse a casa o in studio), si lamentava del caldo, gli chiedeva come stava e quando si decideva ad andare in ferie, e solo alla fine s'informava di Nanda. E ogni volta si sentiva in dovere di giustificarsi, sostenendo che quella povera donna della madre non lo lasciava in pace se non le portava notizie della figlia. E anzi, la signora ringraziava tanto Enea per il suo interessamento. Un giorno, Enea arriv da Nanda con un mazzo di fiori, si mise a sedere vicino al letto e le chiese: "Soffri molto a star qui?" Nanda non gli diede una risposta diretta. "Mi riempiono di sedativi," disse, "e finch tu continui a pagare, son ben contenti di mantenermi a Valium e Serenase". Enea le port anche qualche libro. Li scelse fra quelli non ancora catalogati, ma non per gelosa conservazione dei suoi volumi personali. Era sinceramente convinto che quei titoli fossero pi adatti a lei. Dopo averci molto pensato, prese Il signor Presidente di Miguel Asturias, ritenendo che la storia di Visodangelo e di Camila potesse divertirla, e
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Jane Eyre di Charlotte Bront perch era piaciuto a sua madre. Ma quando s'accorse che Nanda non li aveva neanche toccati, smise di portarle da leggere. La serenit di Enea non sfugg alla madre, ma anzich placarne le ansie le accrebbe. Matilde sapeva bene che qualunque esplosione emotiva violenta si esaurisce in breve tempo, realizzando all'interno dell'arco della sua durata quanto destinata a produrre. Poi subentra un periodo di calma, pi o meno lungo, pi o meno duraturo, e solo dopo la crisi comincia di nuovo a montare, preparandosi a riesplodere. Valeva per le crisi cardiache come per le crisi d'asma, per le crisi depressive come per le furie omicide. Quando colpiva, l'assassino era all'apice della crisi, poi rimaneva inerte per lunghi mesi, poi tornava a colpire. Anche se non formul esattamente il pensiero in questi termini, Matilde aveva il concetto annidato nella mente. La sera Enea non usciva pi, e anzi si ritirava presto nelle stanze sopra la limonaia, e i rumori che il soffitto le rimandava erano rassicuranti. Aveva ripreso a camminare con le pantofole e se ne stava per ore al tavolo nello studio o al banco nel laboratorio (Matilde riusciva a capire, dal diverso scricchiolio delle sedie e dal punto in cui le arrivava, dov'era seduto esattamente suo figlio), e quando scendeva per andare in cucina o in bagno si sforzava di non far rumore. Anche il respiro sembrava pi tranquillo, non pi rotto dall'affanno degli ultimi tempi. "Vedrai, vedrai," diceva Enea a Nanda, "ora stai bene e andr tutto a posto. Sei bellissima". "Piantala," ripeteva lei. "Non vedi che sono enfia?" "Non vuoi ammetterlo, ma sei ingrassata," rideva Enea. "Adesso troverai un lavoro e ti lascerai tutto il brutto alle spalle." Quando era ancora in famiglia e non aveva cominciato a drogarsi, Nanda aveva frequentato una scuola di segretaria d'azienda, ed Enea aveva in mente di chiedere ad Andreino Colamele di assumerla almeno a mezza giornata. Da qualche mese non era neanche pi costretto a cercare George Lockridge, e si augurava di non doverlo pi fare. Non sapeva neppure se era tornato dalle vacanze. Fu Lockridge a cercare lui. Si present alla porta di casa sua, una sera subito dopo cena, e vedendo le finestre aperte e le luci accese, oltre a suonare chiam forte il nome di Matilde e quello di Enea. Lei fu costretta a invitarlo a entrare, ma rimase rigida e senza un sorriso, fissando il ragazzotto che l'inglese s'era tirato dietro e che le fu presentato semplicemente con il nome di battesimo. "Questo Luca," disse Lockridge, e Matilde rispose "piacere" e basta. Luca poteva avere s e no vent'anni, portava i capelli riccioluti sciolti sulle spalle e teneva la bocca stretta, come se gli facesse fatica parlare. Matilde avrebbe giurato che aveva il rimmel alle ciglia, e come non bastasse era vestito di seta rosa, con calzoni e camicia di taglio attillato. George accett il caff offerto da Matilde, ma, disse, Luca no, di sera non poteva berlo. "Se no non dorme e mi tiene sveglio tutta la notte," aggiunse, con il vecchio sguardo diventato allusivo. Matilde colse qualcosa d'osceno nel tono dell'inglese, che le parve molto diverso da come l'aveva visto all'Impruneta. Meno sommesso. E quasi impudico. George raccont a Luca, come se gli importasse, della sua amicizia con Nanni e Matilde, e divag sulle sensibilit artistiche che si erano perse, fino a concludere: "Enea, no. Enea non le ha perse, le sue sensibilit. Sarebbe un grande scultore, se non si limitasse a intagliare il legno. Intagli ancora, vero, Enea?". Enea borbott un s poco convinto. "Mi piacerebbe che tu facessi una testa a Luca. Non ti pare che abbia qualcosa degli angeli di Melozzo da Forl?" Pass furtivamente una mano sulla nuca del ragazzo, cambiando tono. "Perch non ci fai vedere i tuoi lavori?" Enea tent di opporre resistenza, ma quando s'accorse dello sguardo con cui sua madre scrutava l'inglese, si decise a portarlo nel laboratorio. Matilde fu contenta di liberarsi della loro presenza, e anzi chiar fin da subito che lei andava a letto, cos non sarebbero ripassati di l prima di uscire. Ma rest con le orecchie tese, come se lo strusco dei passi e le voci filtrate potessero rivelarle il vero scopo della visita di George. Era certa che se l'inglese era capitato l a quel modo doveva avere in mente qualcosa, ma non riusciva a immaginare cosa. Che fosse ricomparso cos nelle loro vite non la lasciava tranquilla. Di sopra, George stava semplicemente ricattando Enea, n pi n meno, anche se in termini non espliciti. "Ma che, si sparisce cos dalla vita degli amici?" diceva. "Non vorrei essere costretto a pensarlo proprio di te, Enea, e se mi smentirai ne sar felice, ma comincio ad avere un brutto sospetto. Fai parte anche tu di quella schiera purtroppo non sparuta che quando ha bisogno chiede, e quando non ha pi bisogno si dilegua?" George era seduto sul bordo del tavolo e continuava a spostare distrattamente libri e carte. Luca s'era messo contro il muro, con le braccia incrociate sul petto, e fissava Enea con una curiosit che non tentava neanche di nascondere. "Questa volta sono io ad aver bisogno d'aiuto," continu George. "Se mi sono esposto con te fino a oggi, l'ho fatto solo per l'amicizia che mi legava a Nanni, e lo sai. Ora sar costretto a farlo per l'amicizia che mi lega a me stesso."
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"Non posso," rispose Enea. "La mamma se ne accorgerebbe, prima o poi. Sono tutte cose alle quali siamo affezionati..." "Via, via," lo interruppe l'inglese. "Ma non tua la teoria del distacco affettivo dagli oggetti? Non l'hai detto tu che se ti hanno comunicato la loro bellezza non c' pi bisogno di possederli, tanto la loro missione l'hanno gi compiuta? E a proposito di bellezza, quando sono stato all'Impruneta ho rivisto quel paesaggino dell'Abbati, sai, quello con la barca sull'Arno. Certo per te significa poco, di maniera com', legato a un modo di far pittura ormai senza pi corso, ma mi sarebbe facile cederlo..." Lockridge non usava mai il termine vendere. "Conosco un collezionista al quale potrebbe interessare." "Non posso assentarmi da Firenze, in questi giorni, neanche solo per arrivare all'Impruneta. Ho un impegno che mi occupa tutto il tempo." "Non c' fretta," lo interruppe di nuovo l'inglese. "Non c' nessuna fretta. Baster che me lo porti agli inizi della prossima settimana." La mattina dopo, quando Enea si alz, Matilde era gi in piedi da pi di due ore. Segu i suoi movimenti, dentro e fuori dalla camera da letto e dentro e fuori dal bagno, finch da un lungo silenzio cap che si stava iniettando l'insulina. Allora ordin a Saveria di mettere in tavola il bricco del caff e quello del latte, e appena il figlio si sedette, cominci a sottoporlo a un cauto interrogatorio. Part da un preambolo sulla stranezza della ricomparsa improvvisa dell'inglese, e per ben due volte nel giro di poco tempo, dopo tanti anni di assenza. "Non riesco a darmi una risposta," disse. "Ma sento che quell'uomo ha in mente qualcosa. Secondo te, cosa pu volere?" "Magari la vecchiaia lo rende nostalgico," rispose vagamente Enea. "O chiss, ha voluto semplicemente esibire al suo giovane amico le case che in grado di frequentare." "Non credo che sia cos semplice," disse Matilde. "E non puoi crederci neanche tu." Enea cominci a innervosirsi. "Insomma, perch dovrei sapere qualcosa delle intenzioni di George? Lo conosci meglio di me, visto che era amico tuo e del babbo. Casomai, spiegamelo tu perch venuto a cercarci per due volte senza una ragione apparente." Matilde si irrigid. "Enea, non c' bisogno di alzare la voce." "Non alzo nessuna voce," url lui. "Tu, piuttosto, visto che sei cos brava a fingere di chiedere pareri agli altri, dammelo tu un parere, e dimmi se sono questi gli amici di cui andavate tanto orgogliosi, quando fingevate di intrattenere un salotto culturale!" Continu a cucire insieme discorsi strani, mescolati a espressioni di odio per quella casa, e Matilde non riusc a capire il perch di tanta collera. E, di nuovo, ebbe paura. Alla fine Enea url altre frasi incoerenti, butt il tovagliolo sul tavolo e scapp via senza mettersi niente addosso, uscendo nella pioggia che cadeva fitta fin dalla mattina presto. A quel punto, Matilde dimentic la discussione e prese a preoccuparsi per la salute del figlio. Non aveva neanche toccato il latte, e rischiava un'altra crisi ipoglicemica. "Ma cosa fa in giro con questo tempo senza ombrello?" Enea era appena sceso dall'autobus in piazza San Marco, spinto dalla gente che gli premeva dietro. L'odore di panni bagnati gli pungeva il naso, e la pioggia gli scorreva lungo il collo fino dentro la camicia. Accanto a lui, Aldo Mazzacane sorrideva timidamente, offrendogli il suo, d'ombrello. "Ho la macchina qui a due passi, se vuole l'accompagno." Enea ebbe un gesto di fastidio. Quell'uomo cominciava a stancarlo, con i suoi toni melliflui e i suoi sorrisetti d'imbarazzo. Fu sul punto di rifiutare l'offerta, ma era in ritardo e tanto, prima o poi, l'altro avrebbe trovato il modo di parlargli. Sal controvoglia sull'automobile grigia, gi presentendo che anche Mazzacane avrebbe detto qualcosa di irritante. E cos fu. "Spero che con Nanda prosegua tutto bene," disse in tono sommesso, appena accese il motore. "Meglio di cos non potrebbe," rispose Enea, accorgendosi di avere la voce ancora rotta dal nervosismo per la discussione con la madre. "Appena avr un po' di tempo le cercher un lavoro e andr tutto a posto." Come se Enea non avesse parlato, Aldo Mazzacane inizi un discorso strano, fuori da tutte le regole entro le quali si era sempre mantenuto. "Forse farei meglio a stare zitto," disse, "ma per me quasi un caso di coscienza. Se fossi in lei non ci crederei fino in fondo ai propositi di Nanda. Negli anni scorsi ha gi tentato di tirarsi fuori dalla droga. Dopo peggio." "Non si preoccupi, questa volta diverso. Nanda convinta a farla finita con questa brutta storia. Casomai, il colpevole sono io, che ancora non le ho trovato un'occupazione."
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Aldo Mazzacane continuava a scuotere la testa, come se veramente gli dispiacesse di dover dire le cose che diceva. "Mi auguro d'aver torto, ma al suo posto la terrei maggiormente d'occhio. Come si fa a sapere che cosa combina, quando sola? Mi creda, quando sono in quello stato, sono bugiardi congeniti. Non mi meraviglierei se, mentre noi stiamo qui a discorrere, mia moglie fosse gi in giro a sbattersi." Enea perse la testa e cominci a urlare come un dannato. "Non c' da meravigliarsi, se Nanda ha avuto tutti i problemi che ha avuto, con attorno gente come voi!" Era diventato paonazzo e continuava a muovere la testa. "E' facile negare la fiducia, quando uno sbaglia. E' pi difficile chiedersi quali guasti si provocano. Glielo dir, a Nanda, di stare bene attenta a non frequentare pi i suoi cosiddetti parenti, se questo il loro atteggiamento!" Aldo Mazzacane, che era stato mosso da propositi sinceri, ebbe paura dell'espressione distorta di Enea. Era come se si fosse gonfiato per la rabbia, tanto da riempire completamente lo spazio angusto dalla sua parte, con la testa contro il tettuccio, le braccia conserte, le gambe ad angolo retto. All'improvviso Enea gir la grossa testa verso di lui, e parve afflosciarsi di colpo. "Sar meglio che mi lasci scendere," borbott, con la voce tornata quasi normale. "Far prima a piedi." Mentre Enea scendeva dalla macchina di Aldo Mazzacane, Matilde era sul punto di staccare le chiavi dalla credenza in cucina. Al ricordo del disegno trovato l'ultima volta su nello studio, aveva fatto molta resistenza a prendere quella decisione, ma la risoluzione di non doversi ritrarre davanti a nessuna sofferenza, se veramente voleva comprendere che cosa stava accadendo a suo figlio, le aveva dato coraggio. Non riusciva a definire il come e il perch, ma la visita di George Lockridge una parte doveva averla, nella follia che negli ultimi tempi aleggiava a San Domenico. Altrimenti non si sarebbe potuta spiegare la reazione di Enea quella mattina. Matilde sperava di trovare qualche traccia, un qualche indizio che l'aiutasse a capire. Ma quando tese la mano per staccare le chiavi, sent suonare il telefono. Teneva la soneria bassa, perch vivendo in una casa dai rumori interni che si risolvevano al massimo nei passi suoi e in quelli di Saveria e dagli esterni che rimanevano tagliati fuori dalla profondit del giardino e dall'altezza della siepe di bosso, non aveva bisogno che il telefono squillasse forte. Eppure, quando le arriv il suono sommesso trasal come se fosse stato un urlo e per un lungo momento rimase immobile con la sensazione di essere sul punto di sentirsi male. And fino al soggiorno facendo uno sforzo per camminare diritta e stacc la cornetta quasi con repulsione. Chiunque fosse, lei non aveva voglia di intrattenere nessuno. Era suo cognato Dono, che le domand come stava e come mai ci avesse messo tanto a rispondere. Matilde non concesse spiegazioni, e anzi chiese: "Tu, piuttosto, come mai telefoni a quest'ora?". "Qualunque ora buona per avere notizie della famiglia di un fratello, tanto pi che mio nipote non si fa mai vivo. A proposito di nipote, non te l'ha detto Enea che da due mesi sarebbe dovuto venire dal Morigi a farsi cavare il sangue per le analisi? Qui all'ospedale nessuno l'ha pi visto. La glicemia andrebbe controllata spesso, lo sai anche tu, e se un figlio non ha abbastanza testa da saper badare a se stesso, la madre a doverci pensare." Dono era primario di ginecologia all'Ospedale di Santo Giovanni, lo stesso in cui il marito di Matilde aveva iniziato la sua carriera e dove era rimasto fulminato da un infarto operando un paziente. Matilde era convinta che se il cognato era entrato al Santo Giovanni e in seguito aveva ottenuto il primariato, in parte lo doveva al prestigio di cui aveva goduto il fratello e anche alla sua morte. "Avrai qualche altra ragione per telefonare," disse. "Non vorrai farmi credere che hai chiamato a quest'ora solo per chiedermi di Enea. Non dovresti essere in corsia, o in sala operatoria?" "E' stato proprio mentre facevamo il giro delle corsie che il Morigi s' lamentato di Enea. E cos ho pensato bene di chiamarti. Diglielo a tuo figlio, il Morigi l'aspetta domani mattina alle otto. E che non manchi." Matilde lo ringrazi, ancora poco convinta, e promise che avrebbe riferito l'ambasciata. Quando riattacc, rimase con la mano irrigidita sulla cornetta, restia a lasciarla, come se interrompere il contatto con la bachelite nera potesse impedirle di continuare a ragionare con lucidit. And a finire che non sal nelle stanze sopra la limonaia. Poco dopo torn Saveria con la spesa, e Matilde non si sarebbe mai fatta trovare dalla donna di servizio nello studio del figlio quando lui non c'era. In quell'ultimo scorcio d'autunno il tempo si rimise al bello, ed Enea and a farsi togliere il sangue per le analisi e rifer alla madre i risultati, che se non erano ottimi, non erano neanche pessimi. Contemporaneamente si verificarono due episodi in apparenza sconnessi, che avrebbero avuto un grande peso sull'esistenza di madre e figlio. Enea non aveva fatto ancora niente di concreto per cercare un'occupazione a Nanda, tranne che chiedere qua e l, e senza neanche troppa convinzione, se avessero bisogno di una segretaria, ma ad Andreino Colamele non aveva parlato della ragazza, perch qualcosa l'aveva sempre trattenuto all'ultimo momento. Quando si trattava di chiedere, Enea veniva bloccato da una sorta di pudore che gli impediva di mischiare le sue vicende personali con il resto.
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Quella con il notaio sarebbe stata l'ultima carta, anche perch riteneva che non ci fosse alcuna fretta. Ora Nanda si era ripresa, e lui si proponeva di discutere con lei decisioni pi complessive. Da un po' di tempo si era messo a rimuginare su un'idea, e pi se la rigirava per la mente pi gli sembrava giusta. Nanda doveva frequentare qualche scuola che l'affinasse e le fornisse una conoscenza meno labile di quella di segretaria d'azienda senza neppure diploma, e intanto lui avrebbe cercato un appartamentino pi spazioso e meno caro, che avrebbe potuto arredare con i mobili chiusi da anni nel garage dell'Impruneta. I mobili provenivano da una vecchia eredit, e se non erano preziosi, almeno rappresentavano una buona base di partenza per metter su casa. Un giorno, mentre raccontava a Nanda i suoi progetti, improvvisamente lei si alz dalla poltrona e si mise a girellare per la stanza, poi and nel cucinino, scald un po' di latte, accese il gas sotto la macchinetta del caff. Intanto si grattava in tutto il corpo, come le capitava spesso. Enea ormai c'era abituato, e anche questa volta non ci fece caso pi che tanto. "Sforzati di esprimere un parere," disse. "Si tratta della tua vita, e devi essere tu a decidere." Tir su dal pavimento la grossa borsa di pelle, la mise sul tavolo e ne cav l'opuscolo di una scuola di lingue. "Guarda se non interessante. I corsi comprendono anche soggiorni all'estero. Non ti piacerebbe viaggiare? Io l'ho fatto poco, e oggi me ne pento. Si potrebbe andare insieme." Nanda prese l'opuscolo, lo sfogli distrattamente. "Sta bollendo. Mi versi il latte e il caff in una tazza?" E quando lui le port quello che aveva chiesto, aggiunse: "Sono rimasta senza sigarette". "Ecco perch sei nervosa," disse Enea. "Faccio un salto a comprarle." Corse fin dal tabaccaio, che era a pi di trecento metri, e torn indietro con l'ansia di discutere il suo progetto. Le dette le sigarette e ricominci a parlare della scuola di lingue. "Sta' a sentire," lo interruppe Nanda quasi subito. "Oggi non proprio giornata. Sono fuori di testa e non ne voglio sentir parlare, di scuole. Perch non te ne vai a fare un giro, e ritorni stasera?" Enea cap che era meglio rimandare. Rimise l'opuscolo fra le altre carte, raccolse la borsa e se ne usc, promettendo che si sarebbe rifatto vivo verso l'ora di cena. Si trov cos con pi tempo libero di quanto avesse previsto, e decise di arrivare fino dal libraio dietro al Tribunale. Gli aveva chiesto di cercargli la prima edizione della Correspondencia de Fabrique Mendes di Queirs, e non aveva mai trovato un momento per vedere com'era andata la ricerca. Il libraio gli aveva procurato il volume, rilegato in pelle dal proprietario precedente e ancora in ottimo stato, e il prezzo che ne chiese fu ragionevolmente contenuto. Enea apr la borsa, nella quale aveva riposto le banconote dello stipendio appena riscosso, e non le trov. Volt la borsa sottosopra, sparpagli carte e libri, ma di banconote neanche una. Decise che doveva averle tirate fuori a casa di Nanda, quando le aveva mostrato l'opuscolo, e poi dimenticate sul tavolo. "Mi scusi, ma ho lasciato i soldi da qualche parte," borbott, rosso per l'agitazione. "Torno pi tardi a ritirare il libro." "Ma scherza!" esclam il libraio, cacciando il volume nella borsa aperta. "Casomai, torner pi tardi a pagarlo." Enea si avvi verso via de' Renai. Cammin di buon passo, com'era solito fare, e la borsa gli pesava tanto da una parte da costringerlo a procedere con una spalla di sghimbescio. Quando arriv, Nanda non c'era. Si dispose ad aspettare, rammaricandosi per la prima volta di non aver accettato le chiavi che la ragazza gli aveva offerto all'inizio, quando si era trasferita nel monolocale. Star l sul marciapiede non gli piaceva, e cos prese a girare attorno all'isolato a lunghi passi veloci, contandoli uno a uno per far trascorrere il tempo, e solo quando fu buio si rassegn all'idea che Nanda non sarebbe arrivata. Non era preoccupato, n pensava a niente di male. Era convinto che la ragazza, di cattivo umore come l'aveva lasciata, fosse andata a prendere un po' d'aria da qualche parte e avesse incontrato qualcuno. Stava per arrendersi quando la vide sbucare da una strada laterale, imbrancata in un gruppo di ragazzi. E per giunta con la testa che le ciondolava da tutte le parti, in quel movimento che Enea aveva imparato a riconoscere bene. Si ritrasse nell'androne vicino e attese finch Nanda non fu entrata con gli altri, e poi scapp via. "...un paio di guanti chirurgici, trovati sul luogo dell'ultimo duplice omicidio. Non ci sono dubbi che appartengano all'assassino. Potrebbe trattarsi di un messaggio lasciato agli inquirenti." Matilde rientr nel salotto mentre la televisione trasmetteva la parte conclusiva della notizia. Come sempre le informazioni venivano trasmesse con il contagocce, e lei non si meravigli quando il conduttore aggiunse solo che polizia e magistratura non avevano rilasciato dichiarazioni. Quella notte rimase a rigirarsi nel letto, e per i brevi periodi in cui riusc a prendere sonno, ebbe l'incubo ricorrente di essere in un vicolo buio, con qualcuno che la spingeva da dietro. "Andate subito a prendere il giornale," disse la mattina dopo a Saveria, e appena la donna torn lo distese sul tavolo della sala da pranzo. I guanti erano stati trovati assieme ai cadaveri dei due tedeschi, ma gli inquirenti avevano deciso
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di mantenere segreta la notizia fino a quel momento. Le interpretazioni erano due: o l'assassino, avendo scoperto di aver ucciso due uomini e di essere rimasto senza un cadavere di donna da violare, aveva buttato via i guanti in un gesto di frustrazione e non si era reso conto di quello che faceva, oppure aveva voluto lanciare una sfida a chi lo braccava. Il particolare, comunque, aumentava i sospetti che potesse trattarsi di un medico. Secondo il giornale, il fatto che per la prima volta fossero stati trovati dei guanti non significava che fino ad allora l'assassino non ne avesse mai usati; era anzi probabile che si proteggesse sempre le mani, sia per non lasciare impronte sia per non sporcarsele di sangue. Sullo stesso giornale, un articolo dava i guanti per nuovi, se non addirittura ancora sigillati nella loro busta di plastica, all'interno della scatola nella quale venivano messi in vendita, mentre un altro sosteneva che erano stati rinvenuti rovesciati, come se l'uomo se li fosse strappati in fretta. Matilde conosceva quel tipo di guanti. Erano gi in commercio quando Nanni era ancora vivo, ed erano largamente diffusi in tutti gli ospedali. Quando il professor Dono Monterispoli venne avvertito che sua cognata desiderava vederlo, come prima reazione si allarm. Non era mai andata a trovarlo al Santo Giovanni, e ora arrivava all'improvviso, senza neppure preavvertire con una telefonata. Matilde non era tipo da imporsi, e piuttosto era lui a volergliene un po' per quel suo eccesso di riservatezza. Alla morte del fratello, Dono Monterispoli s'era aspettato che la cognata facesse capo a lui, per consigli economici quanto medici, ma lei non gli aveva mai chiesto nulla. Anche nel periodo in cui Dono aveva calcolato che fosse in menopausa, e s'era offerto di darle un'occhiata, accennando a supporti chimici e alla difficolt di affrontare certi momenti da soli, Matilde era parsa non capire. L'aveva guardato con gli occhi celesti lievemente sbiaditi per l'et e gli aveva detto che lo ringraziava molto, ma riteneva di non aver bisogno di cure. Se durante i primi mesi di conoscenza Dono aveva pensato a Matilde come alla ragazza che anche lui avrebbe voluto, arrivando a invidiare il fratello con un risentimento che rasentava l'inimicizia, col passare degli anni aveva finito col giudicarla solo una donna concreta, anche se un po' frigida, capace di mantenere intatto il patrimonio familiare. Quando entr nello studio, la trov in piedi davanti alla vetrinetta, gli occhiali inforcati, china a scrutare l'interno del mobile, e pens d'aver capito. Dono Monterispoli che, come Matilde sospettava, non era esattamente un genio, si piccava d'essere un sottile psicologo, soprattutto dell'animo femminile. E subito decise che la cognata era venuta per farsi visitare da lui, ma la vista dei suoi strumenti l'aveva riempita di sgomento. Matilde non si accorse subito della presenza di Dono, e quando lui la salut, prendendola per il braccio, trasal come se fosse stata sorpresa a rubare. Ripose gli occhiali prima nell'astuccio e poi nella borsetta, e si sent in dovere di dare una spiegazione. "Credevo che quel tipo di guanti non si usassero pi," mormor, muovendo la mano verso la vetrinetta. "Si usano, si usano," rispose Dono. "E ti assicuro che non si sentono." La fece sedere davanti alla scrivania smaltata di bianco e lui and a sistemarsi sulla poltroncina dall'altra parte, risoluto a lasciarle l'iniziativa del colloquio. Visto che dopo tanti anni accettava l'idea di farsi visitare, era meglio evitarle l'imbarazzo di domande precise. Si adagi comodamente contro lo schienale, fissandola, consapevole della propria bella presenza nell'elegante camice bianco, gli occhiali cerchiati d'oro, il viso magro incoronato da una selva di capelli grigi. "Sono venuta per Enea," disse Matilde dopo un po'. "Sono preoccupata." Esitava, e Dono interpret l'esitazione come una conferma all'ipotesi che lei non era l per il figlio, ma per se stessa. Si limit a comunicarle che in questo caso l'avrebbe fatta parlare con il medico curante di Enea. E chiam l'infermiera perch chiedesse al dottor Morigi di salire da lui di l a mezz'ora. Si dette mezz'ora perch pensava che tanto ci sarebbe voluto a convincere la cognata a parlare dei propri disturbi e poi a lasciarsi visitare. E poich mezz'ora faceva presto a passare, e Matilde la prendeva alla larga, decise di stringere i tempi. "Prima t'ho vista guardare con sospetto i miei strumenti," disse con un sorriso, "ma non hai nulla da preoccuparti. Una visitina di controllo, le donne dovrebbero farsela almeno un paio di volte l'anno, soprattutto a una certa et. Non te ne accorgerai neanche." Usc in una risata. "In citt sono famoso per la mia delicatezza e per le mie mani sottili." E le porse le mani da guardare, girandole da una parte e dall'altra. Matilde lo fiss in silenzio, cominciando a capire l'equivoco, e gli rispose che forse aveva ragione, prima o poi si sarebbe decisa a farsi dare una controllata. E aggiunse: "Piuttosto, Enea quando stato qui da te?". "E' trascorso tanto di quel tempo che non ricordo neanche pi la sua faccia." "Ma come, non venne per le analisi?" insistette Matilde. "Possibile che non pass da te per salutarti?"
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"And direttamente gi in Medicina. I risultati li seppi poi dal Morigi." "E di qui non pass?" Dono Monterispoli scosse la testa, con rassegnazione. Se a sua cognata faceva piacere fingere d'essere andata l per il figlio, tanto valeva assecondarla, e si concentr per ricordare quando aveva visto il nipote l'ultima volta. Si infil le dita aperte fra i capelli, in un gesto che gli era usuale e il cui scopo vero era di gonfiare le ciocche. "Sai che hai ragione?" disse. "Pass anche da me, prima di scendere dal Morigi. Saranno state s e no le otto. Lo trovai esattamente dove eri tu poco fa, davanti alla vetrinetta. Andr a finire che dovr toglierla di l, o mettere le tendine. Tutti quelli che entrano qui sembrano terrorizzati dai miei strumenti." Matilde si sporse in avanti sulla sedia. "E come l'hai trovato?" chiese. "Come al solito. Svagato, e con la fretta di andarsene. Ma anche un po' troppo appesantito. Dopo i quaranta, ogni chilo in pi un anno meno di vita." Matilde la prese come un'accusa e si affrett a giustificarsi. "Quando mangia in casa, ti assicuro che non sgarra. Una minestra, una fettina di carne cotta al vapore o bollita, un ciuffo d'insalata e un frutto. Ma come faccio a controllarlo quando resta fuori?" "Dovrebbe stare pi attento," sentenzi Dono. "Con il diabete non si scherza. E' una malattia che a curarla non d preoccupazioni, ma a trascurarla pu riservare brutte sorprese." And a finire che, contro tutte le previsioni di Dono Monterispoli, finch non arriv il Morigi continuarono a parlare di diabete. Secondo Dono, era normale che Enea avesse molta sete e facesse continui viaggi in bagno, ma solo se riferito ai sintomi della sua malattia. Restavano comunque campanelli d'allarme. Anche le sue crisi quasi di delirio facevano parte del quadro clinico. Strano, invece, che fosse sempre cos in movimento e non cedesse mai alla sonnolenza. La mezz'ora pass senza che Dono se ne accorgesse. Arriv il Morigi, un giovane allampanato con il camice che gli pendeva di dosso come una giubba di stracci a uno spaventapasseri, e si limit a confermare quanto il professore aveva gi detto. "Mamma, ho una brutta notizia," disse Enea, che era ad aspettarla davanti al cancello di casa. Non era ancora mezzogiorno, quando Matilde torn dall'ospedale, ma non fece in tempo a sorprendersi che Enea fosse gi l, perch lui continu: "Ha telefonato l'Angiolina. Ci sono stati i ladri, su all'Impruneta. Dobbiamo andare perch i carabinieri ci aspettano per la denuncia". Matilde non perse tempo in chiacchiere, e appena il figlio ebbe portato la macchina fuori dal garage partirono. Parlarono poco, durante il viaggio. Enea guidava con prudenza, gli occhi fissi sul traffico, la schiena diritta, le braccia tese. Solo quando superarono il quadrivio prima di Pozzoltico, Matilde mormor: "Non mi era mai successo da che campo". E dopo una pausa, aggiunse: "Ma forse prima o poi doveva capitare". "L'Angiolina era preoccupata perch non ti ha trovata in casa," disse Enea. "Non ha voluto che tu lo sapessi da Saveria, e cos ha chiamato me in studio. Dice che il marito d in smanie perch convinto che lo incolperemo d'incuria." Quando furono in piazza Buondelmonti e passarono davanti alla basilica di Santa Maria dell'Impruneta, Matilde si segn in fretta. "Staremo a vedere," sussurr. Nello spiazzo davanti alla villa trovarono radunata tutta la famiglia del fattore, compresa la nipotina, e anche due coloni. I carabinieri avevano gi fatto il sopralluogo, disse l'Angiolina, e ora aspettavano la signora Matilde e il signor Enea per sapere che cosa era stato rubato. "Ci hanno chiesto se di recente abbiamo visto facce nuove in giro," aggiunse, fissando Enea come per rinfacciargli il suo andirivieni continuo degli ultimi tempi. "Ma noi non abbiamo visto nessuno." Madre e figlio fecero il giro di tutte le stanze, cominciando dalla vasta sala da pranzo dal soffitto affrescato. Gli sportelli erano spalancati e i cassetti aperti, un paio rovesciati per terra. Dell'argenteria non era rimasto neanche un cucchiaino. I ladri si erano portati via le saliere e i candelabri Regina Anna, i servizi di posate San Marco, i vassoi, i portadolci, le zuccheriere. Erano spariti anche un televisore portatile, una vecchia macchina fotografica, la biancheria da tavola ricamata, e le poche cose che Matilde teneva nel portagioie sul cassettone della sua camera, qualche catenina d'oro con medaglietta, un giro di perle coltivate, un cammeo e una collana di coralli napoletani. Essendo entrati attraverso la portafinestra della cucina, per raggiungere l'ala in cui erano le camere da letto i ladri erano dovuti passare dalla pinacoteca, ma i quadri si trovavano ancora tutti al loro posto. La veranda l'avevano ignorata, e le vetrinette con dentro gli antichi strumenti musicali non erano state manomesse. Invece, in camera di
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Enea era stato fracassato il bonheur-du-jour, un mobile in legno di tuia le cui placche di porcellana erano sparse a pezzi sul pavimento e le colonnine spezzate in due. Matilde ed Enea decisero di andare a piedi fino alla caserma dei carabinieri, malgrado che Angiolina e il marito si fossero offerti di accompagnarli con la loro macchina. "Se il signor Enea non si sente di guidare," disse la moglie del fattore, "vi portiamo noi". Angiolina era una donna che la fatica non aveva piegato. Asciutta come un'acciuga, si teneva sempre eretta, e quando parlava con qualcuno lo guardava diritto negli occhi. I cinquant'anni le avevano lasciato la pelle senza una ruga e i capelli neri, ma non se ne vantava. Diceva che quando gli anni c'erano, c'erano. Matilde rispose che provava il bisogno di camminare, e tagli attraverso il bosco di cerri. Aveva le scarpe da citt e affondava i tacchi nelle foglie umide; alle sue spalle sentiva i passi affaticati di Enea, una specie di tonfo attutito dall'umidit che stagnava sotto lo strato di foglie, e si rammaric di aver trascinato con s il figlio. "Vuoi che torniamo a prendere la macchina?" chiese, fermandosi. Enea scosse la testa. Quando arrivarono alla caserma dei carabinieri, erano infreddoliti e stanchi, e per giunta trovarono il maresciallo quasi in lacrime. "Da queste parti certe cose non sono mai successe. E' la prima volta in vent'anni, e lei lo sa, signora Monterispoli," disse l'uomo. "Sono sicuro che gente venuta da fuori. Non dovevano neanche essere dei professionisti, lo si capisce da come hanno forzato la porta della cucina e anche dal fatto che hanno portato via la roba pi ovvia, senza toccare i veri preziosi. Di sicuro si tratta di qualche banda di drogati saliti dalla citt." Matilde fu sul punto di dirgli che anche l'argenteria che avevano rubato era preziosa, e non solo per il peso. Il maresciallo si fece promettere che avrebbero fatto sistemare le inferriate a porte e finestre, e mentre Matilde scandiva l'entit del furto, trascrisse con cura ogni dettaglio degli oggetti rubati. "Vedr che prima o poi quella roba la ritroveremo," assicur. Ma sembrava poco convinto. Matilde dovette quasi consolarlo, e lo stesso capit con il fattore, quando tornarono alla villa, anche se si sentiva addosso una gran tristezza. Ancor pi della perdita delle cose che l'avevano accompagnata per tutta la vita, era sconvolta dall'aver trovato la sua casa violata a quel modo. Era la seconda volta che succedeva, prima a San Domenico con la polizia e ora all'Impruneta. Di nuovo, prov la sensazione che la casa non sarebbe stata pi la stessa dopo che quelle presenze sconosciute si erano aggirate per le stanze, saccheggiando dove avevano potuto. Il fattore insistette perch lei ed Enea accettassero di mangiare con loro. Quando furono a tavola, nella vecchia casa colonica rimodernata a un paio di centinaia di metri oltre il giardino della villa, mentre Angiolina metteva in tavola il coniglio arrosto e le patate odorose di salvia, Matilde interrog Cosimo, il figlio pi giovane, un ragazzo bruno sui diciassette anni, forte come un torello, che oltre ad aiutare il padre con la tenuta frequentava le serali di ragioneria, a quanto pareva con ottimo profitto. "Hai notato niente d'insolito nei giorni scorsi, Cosimo?" chiese Matilde, toccando appena il cibo che aveva davanti. "Qualcuno che girasse da queste parti e che non s'era mai visto?" "Se l'avessi notato, ne avrei gi parlato con il babbo e con il maresciallo," rispose Cosimo. "Magari hai invitato qualcuno tu," insistette Matilde. "Si fa presto a stringere amicizie sconsiderate, alla tua et." Cosimo alz la testa di scatto e la fiss con malevolenza. "Nossignora. Non ho invitato nessuno, e col furto io non ci ho niente a che vedere." Intervenne Angiolina, irritata dal tono di Matilde. "Ognuno dovrebbe guardare alle proprie, di amicizie. Si pu essere sconsiderati a qualunque et." Matilde la invit a essere pi chiara, ma Angiolina, dopo aver borbottato che chi aveva buone orecchie intendeva, si chiuse in un silenzio cupo e definitivo. Mentre tornavano verso Firenze, Matilde prese a lamentarsi con Enea. "Ma hai visto come hanno tirato su la cresta, l'Angiolina e suo figlio?" Scuoteva la testa, incredula per tanta arroganza. "Tu, per, facevi meglio a non insinuare che poteva essere stato Cosimo a portare della gente in casa." Matilde si indispett. "Si vede che hanno la coda di paglia, perch io non ho insinuato un bel niente. Ho solo fatto una domanda. Legittima, per giunta. Qualcuno sar pur stato a rubare in casa nostra." E quando il figlio non rispose, aggiunse: "L'hai notato che hanno due televisori a colori? E il mobilio del soggiorno, ti sei accorto che nuovo? Me lo dici dove prendono tutti quei soldi?". "Se pensi che siano stati loro, sei impazzita," disse Enea. "Sono in casa nostra da quattro generazioni, e non mai successo che sia mancato qualcosa." "Non crederai anche tu alla frottola dei drogati!" ribatt Matilde, con stizza. "Quando non sanno pi a che santo
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rivolgersi, tirano fuori i drogati. Vorrei che qualcuno mi dicesse come faceva una banda di drogati saliti dalla citt a sapere che avevamo tanta argenteria!" Ma Enea aveva deciso di non dire pi nulla. Quando Saveria entr in casa sventagliando il giornale e gridando che parlava di lei e del signor Enea, Matilde fu sul punto di schiaffeggiarla per farla star zitta. C'erano tutte le finestre aperte, e lei ebbe la sensazione che la voce di Saveria, abituata per una vita a farsi sentire negli spazi aperti delle campagne della Basilicata, squillasse come una tromba. Da un po' di tempo Matilde collegava i giornali all'assassino delle coppie, e il fatto che parlassero di lei e di suo figlio le provoc una reazione nervosa. Strapp il foglio dalle dita di Saveria, nascondendoselo dietro le spalle con un gesto convulso. "Andate," disse. "Andate in cucina." Ma Saveria, che non s'era accorta del pallore della padrona, continu: "Fanno male a scrivere tutta la roba di valore che c' nella vostra casa. Cos, la prossima volta i ladri sanno quello che meglio prendere". Solo allora Matilde cap che la donna si riferiva al furto all'Impruneta, e si decise a mettersi a sedere, sfogliando il giornale finch non trov la notizia. Il titolo parlava di ripresa della criminalit dopo il periodo di relativa calma dovuto all'immobilismo cui si era costretta la malavita a seguito dell'ultimo delitto del pluriomicida. C'era la fotografia della villa dell'Impruneta, con la descrizione di ogni oggetto rubato e anche dei preziosi tesori artistici che si erano salvati, e qualche riga su di lei, vedova di un medico un tempo molto noto in citt; di Enea diceva invece che aveva quarantanove anni, era scapolo, viveva con la madre e lavorava in uno studio notarile. Matilde ci mise un po' a riconoscere il figlio nel giovane uomo ritratto in fondo all'articolo. Si chiese dove potevano aver preso quella fotografia, che risaliva a quando Enea partecipava alle gare di tiro con la pistola ed era stata scattata in occasione di una medaglia che aveva vinto. Non appena il ricordo si concretizz nella memoria, Matilde sub l'aggressione della paura. Ora quei due poliziotti avrebbero visto la fotografia, si sarebbero ricordati di lui e avrebbero ricominciato a stargli addosso. Strinse le mani fino a sgualcire il giornale. Saveria la fissava senza capire. "Avete bisogno di qualcosa?" chiese. "Non state bene, signora?" Matilde non rispose. Si gir di scatto e and a chiudersi nella sua camera. Era la prima volta che Saveria vedeva la padrona in quello stato, e anche se con i ladri in casa e l'articolo sul giornale aveva tutto il diritto di comportarsi stranamente, decise che era meglio avvertire il signor Enea. Enea corse a casa in tass, lasciandosi dietro Andreino Colamele che insisteva perch gli telefonasse appena arrivato per dargli notizie della madre. Trov Matilde distesa sul letto completamente vestita, comprese le scarpe, la piccola trapunta di seta avvolta attorno allo stomaco e alla vita. "Mamma, che c'?" chiese, sedendosi sul bordo del letto. "Non stai bene?" Matilde lo guard senza rispondere, sorpresa di vederlo l. "Cos' successo, mamma?" insistette Enea. "Vuoi che chiami zio Dono?" "Sto benissimo, non c' niente da allarmarsi. Devo aver preso freddo allo stomaco, tutto qui. Sar stata quella stupida di Saveria a chiamarti." Enea scosse la testa, poco convinto. Da un po' di mesi, la madre non era pi la stessa. Negli ultimi tempi aveva gli occhi spenti e un'espressione di sofferenza che non le aveva mai visto prima, e si sentiva in colpa per non essersene occupato. "Hai visto il giornale, Enea?" "Non avrei potuto non vederlo. Allo studio non parlavano d'altro. Non facevano che ridere per quella mia vecchia fotografia." Lo disse con tristezza, e Matilde immagin che sotto le risate ci fosse stata l'ombra dello scherno. "Io invece mi sono commossa." Allung la mano e la pos leggermente su quella del figlio, abbandonata sulla coperta vicino a lei. Quando vide che Enea non si ritraeva come faceva di solito, strinse le dita. "Allora eravamo felici." "Felici?" "Io credo proprio di s. Eravamo una famiglia. E avevamo di fronte a noi una lunga vita da vivere e poi... c'era tuo padre." Matilde non aveva in mente qualcosa di particolare da dire a suo figlio, ma che fosse accanto a lei e disposto a parlare le pareva un avvenimento cos raro da non poter essere sprecato. "Oggi siamo indifesi," continu. "Se sbagliamo, nessuno pu dirci che abbiamo sbagliato." "Ma noi non sbagliamo mai," esclam Enea, nel tentativo di alleggerire i toni. "Spesso non ci si accorge degli errori che si commettono." Matilde si rendeva conto di esprimere concetti vuoti, ma irresistibilmente stava per arrivare alla domanda che le premeva nella testa. "Lo so che riderai, ma negli ultimi tempi
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ti rivedo bambino. Come se avessi bisogno di protezione, mentre io non sono capace di dartela." "Mi hai sempre dato protezione, mamma," disse Enea con un sorriso. E poi, per vincere la commozione di vederla all'improvviso cos vecchia, aggiunse: "Anche troppa!". "Tu ridi, ma quando si cominciano a guardare le cose da lontano come le guardo io, appaiono non pi come singole cose. Appaiono come un insieme unico, con una logica e un filo che le unisce. Sai, trovando quella fotografia sul giornale, mi sono tornati in mente quei pomeriggi d'estate all'Impruneta, quando il caldo non ci impediva di correre per il giardino, facendo a gara a chi raccoglieva i fiori pi belli da mettere in tavola. Avevamo sempre gente in casa, e tuo padre rideva di contentezza quando tu tagliavi l'arrosto con l'arte di un grande chirurgo, oppure vincevi una medaglia in qualche gara." "Io non ero molto felice," disse Enea, allontanando lentamente la mano da quella della madre. "Tutta la gente che invitavate, per me non significava niente. E quando il babbo mi esibiva, stavo male." "Non hai pi sparato da allora, vero?" chiese finalmente Matilde. E quando il figlio non rispose, ripet: "Non hai pi sparato, vero?". E dopo un po': "Dov' finita la rivoltella del babbo?". "Da qualche parte," disse Enea. "Ma non l'hai portata alla polizia?" "S che ce l'ho portata." "Dovrebbe essere tenuta lubrificata, se non si vuole che si rovini. La tieni almeno lubrificata?" E alla fine, con tutto il coraggio che le era rimasto, insistette: "L'hai pi usata, Enea?". "Quando la user di nuovo, sar per tirarmi un colpo in testa." Enea telefon al notaio per rassicurarlo sulla salute della madre e per dirgli che quella mattina si sarebbe fermato a tenerle compagnia, e invece usc per cercare Nanda. Non riusciva a credere che fosse stata lei a organizzare il furto all'Impruneta, e voleva almeno parlarle. Nanda era andata alla villa una sola volta, quando lui aveva riportato la copia dell'Abbati, e gli sembrava che non si fosse neanche guardata in giro. Si erano fermati appena il tempo di rimettere il quadro al suo posto, tanto che lui aveva lasciato il motore della macchina acceso. Quando l'aveva vista tornare a casa con la testa ciondoloni insieme al gruppo di ragazzi aveva giurato a se stesso di non occuparsene pi. Di certo, per ridursi a quel modo aveva speso il suo stipendio, anche se la colpa era solo sua e della sua sbadataggine. Se non avesse dimenticato i soldi sul tavolo, Nanda non se li sarebbe trovati per casa e non avrebbe avuto la tentazione di prenderli. L'idea che la ragazza potesse averli rubati dalla borsa quando lui era uscito a comprare le sigarette non l'aveva neppure sfiorato. Era tanto convinto di voler interrompere la relazione con Nanda che aveva affrontato perfino un problema concreto come quello della casa di via de' Renai. Lui non aveva le chiavi e Nanda ci portava quella gentaglia, eppure, anche se avesse disdettato il monolocale le cose non sarebbero cambiate. I proprietari avrebbero continuato a ritenere lui responsabile non solo dell'affitto, ma anche di tutto quello che succedeva l dentro. Doveva proprio parlarne con Nanda e per una volta dettare le condizioni. Bisognava cercare una via d'uscita. E chiss che non fosse sul punto di trovarla, ora che il furto all'Impruneta gli dava l'occasione giustificata d'incontrare la ragazza. A quell'ora, di sicuro, Nanda era ancora a letto. Le avrebbe parlato chiaro. Che non si illudesse, non poteva pi far conto sulla sua disponibilit. Era il caso che cominciasse a camminare con le proprie gambe, e poi, chiss, si sarebbe visto. Se preferiva scegliersi gli amici dove se li sceglieva, padrona di farlo, ma lui lo lasciasse perdere, perch era di pasta diversa. Aldo Mazzacane, pover'uomo, aveva ragione, e anzi sarebbe andato a chiedergli scusa per non aver dato retta ai suoi avvertimenti. No, ragion, forse questo non doveva dirlo. Nanda era capace di cercare l'ex marito e di fargli una delle sue scenate. Quando suon alla porta di via de' Renai e nessuno rispose, pens che Nanda fosse dentro e non volesse aprirgli; insistette, bussando anche con le nocche e gridandole di muoversi, perch tanto lo sapeva che c'era, e solo dopo un po' cap che la ragazza era veramente fuori. Doveva essersi spaventata, quando si era resa conto di cosa aveva fatto prendendogli lo stipendio, e per evitare la sua reazione era andata a rifugiarsi da qualche parte. Non era ancora mezzogiorno, ed Enea continu a girare per la citt fino a pomeriggio inoltrato, senza accorgersi del tempo che passava, n della stanchezza che gli appesantiva le gambe e i piedi, e neanche dei morsi della fame. Attravers l'Arno al Ponte delle Grazie e si infil nelle stradine dietro Santa Croce. Avanzava diritto, voltando gli occhi da una parte all'altra, sbirciando i gruppi di giovani che stazionavano sugli angoli, ignorando la gente che lo investiva e lo insultava per quel suo incedere pesante. In via della Vigna Vecchia incontr un cliente di Colamele, in lite con i suoi coeredi per una casa di Peretola ancora indivisa. L'uomo, antiquario affermato e abbastanza ricco da non aver bisogno della fetta di edificio che gli sarebbe toccata una volta risolta la questione, gli si piazz davanti e cominci a elencargli le nefandezze dei cugini e delle
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cugine. Mentre parlava, lo tirava per la manica ogni volta che gli pareva distratto, finch Enea dette uno strattone e si allontan, lasciandolo di stucco e risoluto ad andare dal notaio a denunciare il comportamento del suo assistente. Enea continu a camminare, scrutando tutti gli angoli in cui pensava di trovare Nanda, e quando si accorse di essere in via Porta Rossa, a due passi dallo studio di Colamele, tir per Palazzo Davanzati, verso via Tornabuoni. Era stato spesso in quelle strade a cercare i pusher, ed era l'ora in cui avrebbero fatto la prima comparsa. Da qualche parte ne avrebbe scovato almeno uno che sapesse dargli notizie di Nanda. Invece, gli capit di imbattersi in Nicol D'Americo, un suo ex compagno di liceo, proprietario di un'agenzia immobiliare. Nicol gli disse d'aver buone notizie. Se era ancora interessato a trovare un appartamento, lui aveva per le mani un affare irripetibile, un quattro vani con terrazza subito dietro Lungarno Torrigiani. Enea scosse la testa, continuando a guardarsi intorno, e Nicol prima rimase sorpreso, poi ricord all'improvviso di aver letto del furto all'Impruneta. Cerc di rimediare dicendo di aver saputo la notizia solo per caso, e in modo approssimativo, e si dichiar dispiaciuto che fosse successo proprio a loro. Enea lasci anche lui senza salutarlo, e Nicol pens che il furto doveva essere stato pi grave di quanto s'era detto. Quando furono le cinque, Enea camminava senza pi neanche rendersi conto di dove andava, n perch ci andava. Teneva le braccia abbandonate, la testa china, le spalle insaccate dalla stanchezza; i lunghi passi veloci si erano trasformati in un lento strascicare di piedi affaticati. Ma non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Si trov sul fianco di Santa Maria Novella, di faccia alla stazione, e prosegu da quella parte solo perch c'era gi stato di recente. I pusher e i drogati si guadagnavano il diritto di rifugiarsi nelle sale d'aspetto, munendosi semplicemente di un biglietto per la stazione pi vicina. Si lasci attirare da qualcosa, senza rendersene conto. C'erano due ragazzi appoggiati al muro di un palazzo e lo fissavano con insistenza, le mani nelle tasche dei calzoni di tela, i giubbotti di finta pelle abbottonati fino al collo. Quando i loro occhi incrociarono quelli di Enea, i due si tesero, dandosi di gomito, e scapparono via. Se non fosse stato stanco com'era, li avrebbe riconosciuti. Facevano parte del gruppo con cui era arrivata Nanda il giorno della scomparsa dello stipendio. Si avvi verso la stazione ed entr nella sala d'aspetto di seconda classe senza neanche guardarsi attorno. Aveva solo voglia di riposarsi qualche minuto. Fu Nanda a fargli un cenno dalla panca sulla quale era seduta. Enea si avvicin e si lasci cadere pesantemente accanto a lei, abbandonando le braccia fra le ginocchia aperte. "Me l'avevano detto che stavi arrivando," disse Nanda. "Due miei amici. Se avessi voluto, sarei potuta andar via." Lo guard di sotto in su. "Sei arrabbiato con me." Era tanto il sollievo di averla trovata, che Enea non ritenne di dover dire niente. Avrebbero avuto il tempo di parlare. Si gir e quello che vide non gli piacque. Era pallida, aveva i capelli impastati e si grattava l'inguine e l'interno delle cosce. Sotto i calzoni sgualciti, le ginocchia erano puntute. "Guarda come ti sei ridotta di nuovo," disse, con una tenerezza che sconvolse Nanda. "Non ricominciare a farmi le prediche!" esclam la ragazza, ritraendosi. "Non ricominciare, sai!" Poi Enea scorse la spilla. Malgrado il freddo, Nanda indossava una maglietta azzurra con lo scollo rotondo che le lasciava scoperto lo sterno magro. Da una parte, appuntato in qualche modo, con il tessuto che si arricciava sotto, il cammeo di Matilde. "No, questo no," mormor Enea, e allung la mano per staccare la spilla. Enea si muoveva nervoso nello spazio angusto della bottega di George Lockridge; era arrivato da pochi minuti, direttamente dallo studio di Colamele, e gi si sentiva ingabbiato. Solitamente non riusciva a star fermo, se non quando doveva immergersi nella lettura di un libro o nello studio di qualche incartamento. La bottega era stretta e lunga, e a Enea dava un opprimente senso di claustrofobia, zeppa com'era di oggetti. C'erano soprammobili e lampade, cornici dorate e cornici nere, d'ogni tipo e misura, ammassate contro le pareti e anche contro i mobili sovrapposti in precario equilibrio, destinati ad alimentare la vanit di coloro che frequentavano il negozio, i quali erano tutti convinti di poterci scoprire qualche opera d'arte da portar via con quattro soldi. Da George Lockridge andavano a rifornirsi ricchi professionisti e giovani squattrinati, i primi alla ricerca di qualche oggetto anche da comprare sottobanco e i secondi a tentare di raccogliere qualche pezzo per metter su casa, raccattando alla fine un vecchio cassettone tarlato e un paio di comodini da notte privati dello sportello, con i quali, in mancanza di meglio, speravano di crearsi una maison de caractre. Lavoravano giorni e giorni a decappare le vecchie superfici e a foderare gli stipetti trasformati in mobili bar, e il risultato finale, quando sui ripiani erano stati disposti vasi sbreccati e catinelle smaltate accanto a putti in legno e vecchi candelabri d'ottone, era immancabilmente funereo. Attraverso gli anni, Lockridge aveva sviluppato la capacit di smerciare le sue cose senza mai dire a quale esatto periodo appartenessero o se erano realmente quello che potevano apparire. Il cliente si fermava davanti a un trumeau,
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lo scrutava intensamente (una certa infarinatura di cose antiche gli habitus della bottega ce l'avevano), si chinava a guardare le maniglie, se c'erano, e i ripiani interni, e poi chiedeva quanto ne voleva l'inglese per quel mobiletto. George Lockridge rispondeva che se non fosse stato cos vecchio e stanco l'avrebbe restaurato lui per portarlo a qualche mostra dell'antiquariato, ma siccome ormai si accontentava di tirare la giornata, lo dava via a quel che gli era costato. E faceva la cifra, di solito almeno dieci volte superiore al valore reale del mobile, e di l non si muoveva. Quel giorno, mentre si accingevano a chiudere per l'intervallo del pranzo, nella bottega capit un uomo secco ed elegante, certo un antiquario venuto da fuori, il quale tirava su le cornici una a una, le portava alla luce della strada, le esaminava davanti e di dietro, e poi le rimetteva a posto, con l'aria schizzinosa di chi costretto a fare un lavoro al di sotto del proprio rango. L'inglese rimase a guardarlo dal suo angolo per una ventina di minuti, poi si stuf. "Chi non in grado di apprezzare le cose belle," disse, fingendo di parlare con Enea, "bisogna che non se ne occupi, se no perde del tempo prezioso e rischia di farlo perdere agli altri". S'era aspettato che l'uomo reagisse in qualche modo, e invece quello scelse in silenzio tre cornici, neanche fra le migliori, e gli si piazz davanti con il portafoglio in mano. Pag fino all'ultima lira, senza tentare nemmeno un accenno di contrattazione, ma poi volle l'ultima parola. "Il bello non si misura con un solo metro," decret. "Per me, bello anche quello che riesco a vendere al di sopra del suo prezzo." Quando l'uomo fu scomparso con le cornici, Lockridge disse a Enea che giacch la mattinata era andata bene, lo invitava a pranzo da Gino, una trattoria dai molti avventori e dalla scarsa scelta di portate, ma sempre diverse e sempre di sostanza. Da quando Luca l'aveva lasciato per andarsene con un giovane coreografo americano, Lockridge sembrava ancora pi vecchio, e gli era venuta una voce flebile come quella di una ragazza. Continuava a lamentarsi che pi sensibili si era, pi si era destinati a soffrire, e la solitudine l'aveva spinto a poco a poco ad avvicinarsi a Enea, tanto che ora lo cercava anche quando non c'erano quadri da falsificare o da cedere. Intuiva che aveva un problema simile al suo, anche se era riuscito a strappargli solo alcune considerazioni sull'esistenza che, tradotte in parole povere, per l'inglese significavano che anche Enea aveva preso qualche fregatura. Se gli capitava, come gli capitava, di parlare di Luca, Lockridge scendeva nei particolari pi crudi, descrivendolo ora come un profittatore che gli aveva portato via, oltre alla voglia di vivere, anche tutti i quattrini, e ora come un ragazzo sconsiderato che s'era fatto abbagliare dall'idea dell'America. "Com' che da un po' non hai pi bisogno di soldi?" chiese, quando si furono seduti al tavolo d'angolo della trattoria, vicino alle cucine. La trattoria era frequentata per lo pi dai bottegai della zona che non andavano a casa per il pranzo, e il men cominciava immancabilmente con uno spesso tocco di mortadella buttato gi sulla tovaglia a quadretti, sopra un pezzo di carta gialla da macellaio di quella d'una volta. "E' perch sono rimasto solo," rispose Enea, fissando il piatto. L'inglese si ritagli un triangolo di mortadella, lo cacci in bocca e cominci a masticare cautamente, per paura che i denti gli si muovessero. "Soli si sta male, credi a me. Tutto, ma non soli. Scendi a qualunque compromesso, piuttosto. Accetta qualunque sopraffazione. Quando si soli si diventa patetici." Enea alz gli occhi per guardarlo ansiosamente. "Anche quando la persona a cui vuoi bene ti costringe a fare cose che detesti e ti riduce senza volont?" "Anche se ti strappa l'anima." Da qualche minuto Calambrina bussava con il gomito contro il vetro della cucina, cercando di attirare l'attenzione di Matilde. Aveva le mani occupate da pacchi e pacchetti, e il berretto di lana stava per scapparle dalla testa. "E' mezz'ora che sono l fuori," strill, entrando e appioppandole un bacio sulla guancia. Perse la rivista che stringeva sotto il braccio, si chin a raccoglierla e semin un pacchetto azzurro. Sbuffando, rovesci tutto sul tavolo, mentre Matilde le dava una mano a mettere insieme le sue cose. "Ho saputo soltanto stamattina del furto che avete subto," esclam, col suo tono sbrigativo. "Eravamo via, e sono andata in giro per negozi proprio perch avevo la casa vuota di tutto. Perch non mi hai avvertita?" "Perch eri via," rispose placidamente Matilde. L'arrivo di Calambrina le pareva inopportuno, e dovette fare uno sforzo per nascondere il fastidio. Gi immaginava le spiegazioni che le sarebbero state richieste, e l'immancabile difesa d'ufficio di Calambrina a favore del fattore e di suo figlio Cosimo. E invece, sorprendentemente, Calambrina disse: "Quando succedono certe cose, bisogna guardare a chi ci pi vicino. Quella tua Angiolina a me sempre piaciuta poco. Salve, Saveria". Matilde non si era nemmeno accorta di Saveria, gi di ritorno con un pacco voluminoso, e quando la vide dovette concentrarsi un momento prima di ricordare di averla mandata in tintoria a ritirare il vestito grigio di Enea. Saveria se
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ne stava immobile, con le braccia protese come se reggesse un neonato il giorno del battesimo, il lungo pacco incartato adagiato fin sui polsi. "Cosa fate? Portatelo in camera del signor Enea," disse Matilde, spazientita. E immediatamente cap che Saveria aveva qualcosa di sgradevole da comunicarle. "Avanti, avanti," si affrett ad aggiungere. "Andate di l." Qualunque cosa fosse, non voleva che Saveria ne parlasse davanti a Calambrina. La donna deposit con cura il pacco del vestito sul ripiano di marmo, si cacci una mano in tasca, la tir fuori e la tese a palmo in su verso Matilde. "La tintora dice che questo vostro. L'ha trovato nella tasca del vestito del signor Enea." Matilde rest immobile a fissare il suo cammeo nella mano di Saveria. "Capita anche a me," intervenne Calambrina. "Dimentico sempre qualcosa nelle tasche. Per fortuna c' ancora della gente onesta." Matilde tese la mano verso quella di Saveria, senza staccare gli occhi dalla donna e senza prendere il cammeo. Saveria sostenne il suo sguardo, lasciandole cadere la spilla nella mano. Quella sera, Matilde indoss una giacca di lana nera e appunt il cammeo sul bavero, e quando Enea entr in sala da pranzo lo aspett stando in piedi dietro la sedia. Per tutto il giorno aveva fatto e disfatto ipotesi su quel ritrovamento, ma nessuna l'aveva veramente convinta. Enea si ferm al suo posto e aspett che la madre si sedesse, ma lei rimase ritta dov'era, a guardarlo fisso. "Deve arrivare qualcuno?" chiese, notando che era vestita di scuro. Poi vide la spilla. "Ritengo che tu mi debba una spiegazione." Matilde disse la frase che si era preparata, non una sillaba in pi e non una in meno, e rimase ad aspettare. Enea ricambi il suo sguardo, ebbe un attimo di esitazione, poi rispose con la maggior dignit di cui era capace: "Mamma, se vuoi che ti menta, posso raccontarti di averla trovata per terra su all'Impruneta, quando ci siamo andati il giorno del furto, e di essermela infilata in tasca senza accorgermene". "Non voglio che tu mi menta. Sono stanca di bugie. Voglio che tu mi dica la verit, qualunque possa essere." Enea fu sul punto di ribattere qualcosa, cambi idea, rimase in silenzio per qualche secondo e alla fine mormor: "Se non te la dico, solo perch non capiresti". La prima volta che Enea port Nanda a casa di George, rimase sorpreso per la reazione della ragazza. "Qui mi piace, qui mi piace," prese a strillare lei, correndo prima per l'aia e poi filando dentro a sedersi per terra davanti al caminetto acceso. George abitava un unico stanzone al piano terra di una vecchia casa colonica, dalle parti di Ponte a Ema, troppo vicino allo svincolo dell'autostrada per potersi chiamare campagna e troppo lontano da Firenze per essere considerata citt. Il resto della costruzione era in parte disabitato e in parte adibito a magazzino per una fabbrica di mobili che aveva la sede poco distante, e George aveva ottenuto il suo stanzone per pochi soldi, in cambio della sua presenza nella casa di notte. "Perch ti piace tanto?" chiese Enea a Nanda. "Perch qui libero." George disse che sarebbe stato contento di averli da lui quando ne avevano voglia, e cos Enea e Nanda presero a trascorrere i pomeriggi del sabato e della domenica a Ponte a Ema. L'inglese li accoglieva con gran calore e preparava il t per tutti sulla stufa economica sempre accesa. Enea si sistemava su una panca da chiesa adibita a divano e lo guardava il pi delle volte in silenzio, mentre si dava da fare con zucchero e pentolino. Nanda girellava attorno alla casa, se era bel tempo; e se era brutto si accovacciava davanti al camino, gli occhi fissi sulla fiamma, persa dietro ai pensieri. "Mi vergogno," disse un giorno a Enea, mentre passeggiavano per l'aia subito dopo un temporale. "Non credere che non mi vergogno. Tu non puoi capire, ma si soffre a essere come me. Certe volte vorrei proprio farla finita." Col passare delle settimane, l'inglese s'era affezionato alla ragazza e riusciva anche a essere premuroso. La sgridava se non accettava da mangiare, e se riteneva che facesse troppo freddo per com'era vestita le copriva le spalle con uno dei suoi vecchi maglioni. "Sei magra, sei magra," borbottava. "Le ossa, lasciale a me." La stanza era divisa in due, con un grande paravento cinese che separava dal resto il solenne letto matrimoniale d'ottone, e un muretto che delimitava la parte studio, pi vicina alla finestra. Ai muri erano appesi vecchi dipinti senza cornice, ma neppure uno dei paesaggi di George, il quale sosteneva di aver venduto l'ultimo almeno vent'anni prima. Quando lavorava a qualche copia di quadro, spostava il paravento e si nascondeva alla vista di Enea e di Nanda. La ragazza non faceva domande e non chiedeva niente, ma un giorno salt fuori con un discorso che rimase sospeso nell'aria della grande stanza per molti minuti dopo che era stato espresso: "Certo che facciamo un bel terzetto. Una tossica, una checca e un cappone. E per giunta, ladri". Poi divent seria e aggiunse: "Almeno, voi due siete vecchi". Poco dopo si addorment sul letto di George, rannicchiata su se stessa.
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L'inglese mise in mano a Enea il piccolo boccale di ferro smaltato pieno fino all'orlo di t e si sedette accanto a lui sul banco di chiesa. "Lo sai che non pu durare, vero?" mormor. "Lei il nostro alibi per continuare a vivere, ma prima o poi ci lascer e noi resteremo senza alibi." A casa, Matilde aspettava il figlio che non tornava. Rimase alzata fino all'una, poi and a letto, prese dal comodino un libro che aveva cominciato pi di un mese prima e ancora non era riuscita a leggere oltre la cinquantesima pagina, l'apr, rimase a fissare le righe. Un vento inusitatamente forte scuoteva le persiane, sbattendo i rami degli alberi, e Matilde pens che l'indomani avrebbe trovato il giardino pieno di foglie. Poi si sorprese di quel pensiero. Enea si trov spinto con la faccia contro il muro, le mani appiattite contro la superficie ruvida, le braccia alzate. Si sent divaricare le gambe da dietro, mentre i due poliziotti gli passavano rapidamente le palme sulle tasche, all'interno delle cosce, attorno alle caviglie. Era frastornato, ma non aveva paura. Si era spinto fino a quel quartiere, oltre San Frediano, per procurare una bustina a Nanda, e poco dopo lo scambio di soldi e di roba con il pusher, nel buio della viuzza si erano accesi i fari bianchi di una macchina, che l'avevano investito in pieno, illuminando ogni angolo fino all'altra estremit, dove una camionetta di traverso bloccava l'uscita. "Non ti muovere," bisbigli il pusher, piccolo e magro accanto a Enea, anche lui con la faccia al muro e le mani alzate. "Questi non sono della Narcotici. Ci penso io. Tu sta' solo zitto." Enea si lasci rigirare verso i poliziotti, e poi spingere verso la camionetta che sbarrava la strada. A quel punto, il pusher cominci a strillare, ficcandosi le mani nelle tasche e rovesciando le fodere: "Io sono pulito! Mi avete trovato pulito!". "Poi ci spieghi dove hai preso tutti i soldi che avevi," disse uno dei poliziotti, dandogli uno spintone. "Mi sono fatto una marchetta. Non c' nessuna legge che proibisca a uno di pagarmi, se gli piaccio." Enea si guardava attorno, muovendo la testa da tutte le parti, cercando di vedere nel buio della strada che cosa succedeva. Sent la mano del pusher infilarsi nella sua tasca destra, mentre venivano spinti sulla camionetta. "Pensa solo a star zitto," ripet l'uomo, ritirando la mano. "Ora sei pulito anche tu." "Grazie," mormor Enea. La camionetta era carica di gente raccattata per le strade del quartiere. Sembrava che tutti si conoscessero. "Ci facciamo un'altra notte in Questura, e chi s' visto s' visto," disse un uomo distinto, seduto in un angolo. "Occhibelli," gli disse il pusher, "se hai notato qualcosa di strano, infrattandoti fra i cespugli nell'esercizio delle tue funzioni di guardone, sei pregato di raccontarglielo ai signori poliziotti, cos finalmente beccano quel fottutissimo mostro e qui si ricomincia a respirare." Enea era capitato fra un vecchio che sapeva di vino e una prostituta che si stringeva addosso la giacca di pelo. "Mamma mia come sei grosso," disse la donna a Enea, che se ne stava con le ginocchia unite e le braccia incrociate sul petto per occupare meno posto. "Ci scommetto che neanche il mostro grosso come te." Gli occhi di Enea cercarono il pusher e gli comunicarono un interrogativo, e quello rispose che la neve era caduta sulla terra e presto sarebbero nati i fiori. "Zitti," disse uno dei due poliziotti, mentre si issava anche lui sulla camionetta. "State zitti, non fate il solito casino." "Senta un po'," chiese il signore distinto, "veramente pensate che qualcuno di noi possa dirvi qualcosa di utile? Se davvero la sapessimo, correremmo a raccontarvela, cos ci lascereste in pace." "E zitto anche tu, Occhibelli," disse il poliziotto di prima. Perfino in quel momento Enea pens a Nanda, che lo aspettava in via de' Renai, e fu contento d'aver insistito per andare lui a ritirare la bustina. Il vento si insinuava dentro la camionetta, e tutti se ne stavano curvi, battendo i piedi per terra. Lui non aveva paura di possibili conseguenze giudiziarie. Sapeva che al massimo l'avrebbero tenuto in Questura fino alla mattina seguente e poi l'avrebbero rilasciato. Se gli avessero trovato addosso la bustina sarebbe andata peggio; non avendo segni di punture sulle braccia, non avrebbe potuto sostenere che l'eroina era per uso personale. Invece, era preoccupato per Nanda. Gi quando l'aveva lasciata, pi di un'ora prima, era irrequieta, e adesso, non vedendolo tornare, si sarebbe spinta per le strade a cercarlo. Rischiava anche lei di essere sbattuta su una camionetta. Quella notte, la citt sembrava assediata. Furono scaricati davanti a un portone e spinti dentro una grande stanza affollata. Qualcuno era seduto per terra, con la testa fra le braccia. Ogni cinque minuti, entrava un poliziotto e faceva un cenno alla persona che doveva essere interrogata, portandosela via. A quel ritmo sarebbero trascorse almeno tre ore, calcol Enea, prima che toccasse a lui. Invece, fu chiamato quasi subito. Il poliziotto lo vide torreggiare in mezzo agli altri e gli disse di seguirlo. Oltre la porta dello stanzone c'era un ufficetto dalle pareti verde pisello, con una scrivania e un uomo sulla cinquantina seduto dall'altra parte. Accanto a lui, dietro una scrivania pi piccola, un giovanotto pestava sui tasti di
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una macchina da scrivere. L'uomo pi anziano guard Enea. "E questo, perch me l'avete portato?" "Perch era nel quartiere." "Lei ha precedenti?" chiese l'uomo a Enea. "Se intende precedenti penali, no. Sono incensurato." "Gli avete trovato addosso qualcosa?" Questa volta l'uomo si rivolse al poliziotto. "Nossignore." "Controllate i documenti, poi mandatelo via." Matilde era seduta nel letto, con la lampada del comodino accesa. Erano quasi le tre, ed Enea non era ancora tornato. Prese di nuovo il libro che aveva lasciato aperto, se lo port davanti agli occhi, rimase a guardarlo per un po', lo rimise gi. Controll la sveglia, per l'ennesima volta. Il vento faceva vibrare le persiane, e i rami degli alberi schioccavano contro il muro della casa. Matilde cominci a chiedersi se per caso Enea non fosse rientrato e lei non l'avesse sentito a causa di tutto quel rumore. Tese le orecchie per sentire se arrivava qualche movimento dalle stanze sopra la limonaia o dal resto della casa, e quando suon il telefono lo ud nitidamente. S'era quasi aspettata che suonasse, o che suonasse il campanello della porta. And a rispondere senza neanche infilarsi la vestaglia. "Pronto?" disse. E aggiunse due parole che, di solito, non diceva: "Casa Monterispoli". "C' Enea?" chiese una voce femminile. Era una voce strana, che pareva artefatta tanto era esile e spezzata. "Pronto? Chi parla?" disse Matilde. "C' Enea?" ripet la voce, pi forte. "No, Enea non c'," rispose Matilde. "Ma si pu sapere chi parla?" La donna dall'altra parte riattacc. All'improvviso, un ragazzo cominci a tremare, stringendosi il corpo con le braccia, e si lasci scivolare lungo il muro finch non fu seduto sul pavimento di graniglia. Enea lo guard per un attimo e riconobbe la crisi d'astinenza. Di l a poco sarebbe arrivato il vomito, e quella stanza sarebbe diventata invivibile. Allora si avvicin al poliziotto fermo sulla soglia, con le spalle verso l'interno della stanza, e disse: "Il signore sta male". Il poliziotto si volt a guardarlo senza capire. Con il dito teso, Enea indic il ragazzo sul pavimento. Di colpo, tutti avevano smesso di parlare e s'erano girati dalla loro parte. Il poliziotto si diresse verso il ragazzo, lo prese per il davanti della camicia, lo costrinse ad alzarsi. "Vattene a casa, tu. Sparisci," disse. Poi guard di nuovo Enea. "Che ci fa ancora qui? Con lei abbiamo finito, non gliel'ha detto nessuno?" Enea chiese se poteva chiamare un tass, e il poliziotto gli mostr un telefono a gettoni in fondo all'atrio. Quando arriv in via de' Renai, Enea gi sapeva che non avrebbe trovato Nanda. Fece aspettare la macchina, e non ricevendo risposta alla sue scampanellate, chiese all'autista di portarlo a San Domenico. I due ragazzi sono sul sedile posteriore della macchina. Lei ha diciotto anni, lui ventitr. Si vogliono bene e stanno per fare l'amore. La ragazza si toglie la camicetta e il reggiseno, che ha ancora infilati a met attorno al braccio. Ha gettato i blue-jeans sul sedile davanti, mentre il ragazzo li ha appoggiati sullo schienale. Ridono. Il posto si chiama La Boschetta ed vicino a Vicchio, nel Mugello. Il campo d'erba medica che si stende poco lontano emette un odore acuto, simile a fieno appena tagliato. La macchina su un viottolo ripido, assediato tutt'attorno da cespugli e da sterpi. Sembra inghiottita dal buio del novilunio e se resta ferma solo perch il freno a mano regge bene. A destra, la portiera ha lo spazio appena sufficiente per essere aperta a met. A sinistra, completamente bloccata dalla fitta vegetazione. Ma la grande ombra scura riesce a praticare un varco fra i rami e a raggiungere il finestrino destro. Appoggia la canna contro il vetro chiuso, preme il grilletto. Il primo proiettile raggiunge il ragazzo all'orecchio, il secondo al torace, il terzo al diaframma, il quarto ancora al torace. Il ragazzo rifiuta di morire. Si rannicchia sul sedile, stringendosi le ginocchia contro il petto, e urla, urla inondato di sangue. L'uomo spara ancora, cercando di seguire con la mira i suoi movimenti scomposti, e questa volta colpisce solo i calzoni sullo schienale davanti. Il ragazzo sembra in preda alle convulsioni, ha un lungo rigurgito di vomito. Quando certo d'averlo finito, l'uomo sposta appena la canna della rivoltella e spara contro la ragazza. Un solo colpo, che dopo aver ferito di striscio il braccio alzato in un inutile tentativo di difesa, la raggiunge alla mascella, spappolandola. L'uomo apre la portiera, incastrandola fra i cespugli, si china dentro l'abitacolo. Il ragazzo ha un ultimo guizzo. L'uomo, che ha gi la lama sguainata, la cala pi volte affondandola nella carne, dapprima con violenza, poi sempre
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pi debolmente, quasi che, sfinito dalla forza iniziale impressa ai colpi, ora si muova solo per inerzia, senza riuscire neppure ad intaccare le fasce muscolari. Finalmente pu prendere la ragazza sotto le ascelle, per trascinarla fuori. Lei indossa solo gli slip, e al collo e ai polsi ha numerosi monili che tintinnano, mentre il suo corpo viene estirpato a strappi dalla macchina. L'uomo si muove a fatica, nello spazio angusto fra l'auto e il muro di rami. Continua a trascinare la ragazza, si apre un varco con le spalle fra i cespugli, e procedendo a ritroso raggiunge il campo di erba medica. Adagia il corpo senza vita, si erige in tutta la sua altezza, tende le mani nell'aria, la faccia verso il cielo nero, si china di nuovo sul corpo immobile, brandendo la lama. Cala il braccio, lo ritira su, lo cala ancora, in un unico movimento. La lama affonda due volte nella testa della ragazza, poi s'insinua fra la pelle e gli slip, lacera il tessuto leggero. Ora l'uomo lavora di taglio. Incide leggermente, per sette volte, il seno sinistro. Adesso conosce la consistenza della pelle, la sua elasticit. Passa al destro, e con un unico movimento in tondo, asporta di netto la mammella. Adagia il feticcio sull'erba, accanto al corpo, comincia a segnare la linea del pube, gi fino a dietro, tracciando una U che gli permette di staccare tutto il lembo con un solo strappo, accompagnato dal movimento secco del polso. La mano brancola nel buio, per ritrovare sull'erba la mammella tagliata. E' la prima volta che l'uomo s'impossessa d'un seno. Emette un lungo gorgoglio di trionfo e si allontana affondando i piedi nell'erba medica. La notte in cui l'assassino comp il suo duplice omicidio alla Boschetta, Matilde non ricordava che era novilunio, e quando and a letto non aveva ragioni particolari per sentirsi inquieta. Enea non era uscito, quella sera. Era rimasto nelle stanze sopra la limonaia, e dal silenzio lei immagin che stesse leggendo. Negli ultimi tempi i rapporti tra loro due avevano subto uno strano mutamento. Enea aveva cominciato a darle qualche spiegazione, che se anche non la convinceva del tutto, se non altro stava a significare un maggiore rispetto del figlio per i suoi sentimenti. Del cammeo non aveva pi voluto parlare, ma la notte che era rientrato quasi alle quattro e l'aveva trovata ancora sveglia con la luce accesa, era passato dalla sua stanza e senza neanche chiederle se stava bene, le aveva detto: "M' capitata una cosa che non avrei mai ritenuta possibile". E siccome pareva veramente disorientato, Matilde l'aveva invitato a sedersi accanto a lei. Enea s'era lasciato cadere sul bordo del letto, scuotendo la testa. "Uscivo dal cinema, quando sono incappato in una retata della polizia. Mi sono trovato insieme a prostitute, protettori, guardoni e ragazzetti. Alcuni erano giovanissimi." Matilde sent il cuore darle un tuffo, ma lui appariva cos sbigottito, cos stanco, che all'improvviso pens che non c'era ragione di stare in pena. Se Enea le raccontava quella storia, significava che si era trattato veramente di un errore della polizia. Ne era sorpreso anche lui. "Mentre noi ce ne stiamo qui nella nostra casa, in definitiva a non vivere, fuori c' una citt che esiste solo di notte," prosegu Enea. "E sai che cosa mi ha maggiormente colpito? Che tutti si conoscono e sembrano amarsi. Persino i poliziotti. Fra i poliziotti e quella gente esiste un rapporto quasi di familiarit." Poi, un giorno, cerc di spiegarle perch da un po' di tempo il sabato e la domenica andava in campagna, nella casa di un amico di cui non fece il nome, nei dintorni di Firenze. "L libero," disse. E quando Matilde gli chiese come mai non saliva invece all'Impruneta, un posto che aveva sempre amato, lui scosse la testa. "Non la stessa cosa. Dove vado io c' solo una grande stanza con davanti un'aia." E parve aspettarsi che lei capisse. La sera in cui l'assassino colp di nuovo, Matilde aveva visto alla televisione un film abbastanza divertente e, quando spense la luce, non fece a tempo a dire una preghiera che si addorment. Ma la sua tranquillit doveva essere solo di superficie, se bast che di sopra Enea spingesse improvvisamente indietro la sedia, perch lei si trovasse con gli occhi sbarrati nel buio. Cerc a tentoni la sveglia sul comodino e sbirci le lancette fosforescenti. Era mezzanotte e dieci. Si sorprese che fosse passato cos poco tempo da quando era andata a letto; le sembrava di aver dormito tanto da soddisfare il bisogno di sonno di un'intera nottata. Si port la sveglia all'orecchio, pensando che fosse ferma, e invece ne sent nitidamente il ticchettio. Si chiese perch fosse trasalita a quel modo, e ricord. Enea si era mosso. Rimase con la sveglia in mano, la testa protesa verso il soffitto. Enea aveva aperto la porta dello studio e stava scendendo le scale; camminava il pi silenziosamente possibile, posando piano un piede dietro l'altro prima di appoggiarci sopra il peso del corpo. Apr anche la porta da basso, che frusci impercettibilmente, la richiuse senza il minimo rumore (Matilde seguiva ogni suo movimento perch lo conosceva bene; non aveva bisogno di interpretare cigolii o battiti), pass nel corridoio fuori dal salottino antistante la camera della madre, facendo appena sospirare la passatoia, usc di casa. Us la porta principale, percorse il vialetto, ma per quanto stesse attento, la ghiaia scricchiol.
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Matilde si spinse fuori dalle lenzuola, con la mano avvinghiata al colletto della camicia da notte di cotone, e sbirci fra le stecche delle persiane. Vide Enea, o meglio le gambe di Enea, davanti al cancello. Rimasero ferme come due grandi colonne per un tempo che a Matilde parve non dovesse pi trascorrere. Supplic mentalmente il figlio di tornare indietro, di rinunciare ad andare ovunque avesse deciso di andare. Ma proprio quando le parve che la sua supplica fosse stata sentita ed esaudita, le gambe si mossero all'improvviso e, dopo il gemito del cancello che veniva aperto, sparirono dalla sua vista, i piedi rivolti a destra, verso la citt. Matilde torn a letto e rimase seduta nel buio, le spalle contro la testiera di noce. Non pregava, ma era come se lo facesse. Pass un tempo che non avrebbe saputo calcolare. Quando risent i passi sul vialetto, la notte fuori dalle persiane stava schiarendo. Enea non and nella sua camera. Sal di nuovo al piano di sopra, e si mosse per le due stanze, avanti e indietro, senza curarsi di non fare rumore. Qualcosa cadde rumorosamente sul pavimento, come se un oggetto non pesante, ma metallico, gli fosse sfuggito dalle mani. Quando il figlio scese, Matilde era gi vestita e la sveglia della camera segnava le sette e mezzo. Alle otto, Enea era in sala da pranzo, pronto a uscire. Aveva gli occhi pesti e le guance afflosciate, e teneva lo sguardo fisso sulla tazza di latte. Mentre apriva la porta d'ingresso, borbott qualcosa che poteva essere un saluto. Questa volta, Matilde decise di salire nelle stanze sopra la limonaia. Se Enea fosse uscito, lei avrebbe realizzato il suo proposito quella sera stessa. Anzi, l'avrebbe fatto non appena Saveria se ne fosse andata, prima del ritorno a casa di suo figlio per la cena. Le stanze sopra la limonaia avevano preso a ossessionarla fin dalla visita di Lockridge e del suo amichetto. Era certa che nascondevano qualche segreto, o almeno una chiave di lettura per i recenti comportamenti del figlio. Conoscendole bene, le immaginava in ogni particolare, ma come se ogni particolare fosse deformato da una prospettiva distorta. Nella sua mente, il tavolo s'era trasformato nella lunga tolda di una nave vista attraverso un binocolo non perfettamente a fuoco, e i libri accatastati sulle mensole in un'alta feritoia attraverso la quale Enea passava a fatica, stretto sui due lati dalla massa di carta stampata. Nella sua immaginazione, le stanze erano gelide, e la polvere accumulata per ogni dove una materia viscida, ripugnante al tatto. Lasci trascorrere le ore senza fare niente, gi tesa per la violazione che stava per compiere, ma risoluta a compierla, e quando verso le cinque Saveria le chiese se aveva bisogno di qualcosa, scrutandola con i suoi piccoli occhi neri, Matilde rispose che avrebbe bevuto volentieri un caff. Ma il caff arriv, e lei non lo tocc neppure. Finalmente Saveria fin il suo lavoro e pass a salutarla. Fuori era gi buio, il buio livido delle serate che scendono troppo in fretta. Matilde si alz, mise il chiavistello alla porta della cucina e gir la chiave in quella dell'ingresso, lasciandola di traverso nella serratura, nel caso Enea tornasse e tentasse di aprire con la sua. Poi s'incammin verso la credenza, stacc le chiavi delle stanze di sopra, percorse il corridoio. Scelse la chiave pi grande, stringendo nella mano l'altra e lo spesso anello d'ottone che le teneva insieme, e la infil nella porta che dava sulle scale. La serratura scatt con facilit, perch Enea la lubrificava spesso, e il battente si apr con dolcezza. La porta che dava al piano superiore veniva tenuta sempre chiusa, un po' perch nei mesi freddi il calore non si disperdesse e un po' perch in primavera e d'estate i temporali non la facessero sbattere per le correnti d'aria. Cos almeno era stato agli inizi, quando Enea non aveva ancora trasferito a poco a poco tutta la sua roba nelle stanze sopra la limonaia, simile a un'enorme formica che si preparava il nido per l'inverno. In seguito, la porta era rimasta chiusa semplicemente perch suo figlio aveva voluto cos. La rampa di scale era ampia e protetta da una ringhiera il cui corrimano bombato si stagli nero e lucido, quando Matilde fece scattare l'interruttore che accendeva il grande lampadario di cristallo. In cima alla scala, sulla destra, c'era un'altra porta chiusa, una porta molto alta, sovrastata da un dipinto buio con raffigurati grossi alberi frondosi e un castello in rovina. Per aprire quella porta, Matilde us la seconda chiave. Entr nello studio di Enea. Sapeva di essere sola in casa, ma provava ugualmente un acuto senso d'allarme, come se qualcuno potesse sorprenderla all'improvviso alle spalle. Accanto al tavolo, accese la lampada a stelo che aveva un paralume a ventaglio di seta plissettata color fucsia e proiettava la luce direttamente sul ripiano. Matilde stette molto attenta a non toccare niente. Fece scivolare lo sguardo sui cumuli di carte e di libri ammonticchiati su mensole e ripiani, distinguendo appena, oltre l'arco di luce, le sagome dei mobili. Nell'arredare il suo studio, Enea aveva seguito un metodo di scelta che Matilde non capiva da quali princpi fosse stato ispirato. Quella che lui chiamava scrivania era in realt un tavolo madia rustico, di legno povero, che non veniva nobilitato dal fatto di risalire al Quattrocento. Restava sgraziato e appesantito nella linea gi rozza da una fila di cassetti quadrati. Come poltrona, invece, Enea aveva scelto un pezzo prezioso, intagliato nel diciassettesimo secolo da Andrea Brustolon, in legno di bosso con
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decorazioni in lacca nera, dai braccioli simili a nodosi rami d'albero sorretti da figure di putti. In un angolo, unico mobile oltre alla poltrona a non essere carico di carte e libri, una delicata scrivania fine Settecento di rovere impiallicciata in betulla e sorretta da sei gambe rastremate, costruita nei laboratori di Neuwied da David Roentgen e arrivata in Toscana, e in casa Monterispoli, all'inizio del secolo precedente. Matilde rimase un attimo incerta, prima di voltare lo sguardo verso l'alto leggio che, come un'ombra umana, si ergeva subito oltre l'arco di luce, ma alla fine si decise. Il disegno di donna che tanto l'aveva sconvolta era scomparso. Si avvi lentamente verso la seconda stanza, dove la luce era centrale e di quel chiarore bianco delle lampade alogene che Matilde detestava. Qui, l'ordine era quasi fastidioso, e se non fosse stato per l'ingombrante vestaglia di velluto beige abbandonata sulla spalliera di una sedia e per le pantofole lontane una dall'altra, il laboratorio era nitido come una sala operatoria. I rubinetti della vaschetta di graniglia erano lucidi e ben chiusi, gli strumenti ordinatamente riposti. C'erano lame d'ogni misura e tipo, punteruoli, temperini, succhielli, e gli attrezzi che non erano alloggiati nelle loro custodie, erano appesi in ordine di grandezza a piccoli uncini infissi nelle mensole che sovrastavano il banco di lavoro, il cui ripiano era stato ripulito da qualunque traccia di truciolo e scheggia di legno. Dopo aver acceso la luce Matilde rest ferma sulla soglia. Sul bancone c'era una testa intagliata, in legno rossiccio. La testa di una giovane donna dai capelli sciolti sulle spalle, il viso magro che esprimeva sofferenza, gli occhi infossati nelle orbite. La faccia era solo un abbozzo, mentre i capelli erano rifiniti in modo sorprendentemente accurato, quasi fossero stati lavorati uno per uno, sottili e soffici come vivi. Erano i capelli a suggerire che la donna fosse molto giovane. A Matilde, le occhiaie vuote ricordarono quelle della testa femminile di Adolfo Wildt sul cassettone della sua camera. Ma mentre quella aveva un'espressione ridente, il viso della scultura di Enea sembrava gridare un annuncio di morte. Matilde ne fu certa: la ragazza non c'era pi. Gli altri lavori di Enea erano ammonticchiati nel cassone aperto che occupava un intero angolo del laboratorio, le eleganti anfore decorate a motivi floreali che si confondevano con piccoli cavalli dalla criniera sciolta e con buoi attaccati agli aratri, e gli angioletti con l'aureola impigliata nelle corna frondose di un cervo. Matilde fiss ancora la ragazza di legno sul bancone e le parve che quegli occhi cavi le rimandassero la sua stessa sofferenza. Poi vide i bisturi. Erano abbandonati, rigidi e freddi, sul ripiano del bancone. Matilde si pass il palmo della mano contro la gonna, in un gesto che le era abituale quando per nervosismo riteneva di averlo madido di sudore. Fu sul punto di tornare indietro, dicendosi che senza occhiali non poteva essere sicura che quegli strumenti lucenti fossero proprio bisturi, e i bisturi di Nanni, ma gli occhi della donna non glielo permisero. La imploravano di fare qualcosa perch altre ragazze non soffrissero come lei. Matilde si avvicin, raccolse i bisturi a uno a uno, poi scese al piano di sotto, riport le chiavi in cucina e and a riporre le odiose lame nell'astuccio sulla mensola del camino. Quando, a due giorni dal duplice omicidio, ne venne data la notizia, fu come se l'intera citt fosse colpita da una violenta emozione collettiva, carica di quell'aspra crudelt che nasce dalla paura. In periferia, e nelle case della periferia, la gente si raccoglieva a commentare sulle scale, negli androni, sulle soglie dei negozietti di alimentari, negli uffici, attorno alle scrivanie di chi sembrava saperla pi lunga degli altri. Riassumevano i fatti con voce concitata, incrociando giudizi e imprecazioni e abbandonandosi a una sorta di istintiva autodifesa, finivano con l'indicare il colpevole nel rampollo malato di qualche ricca famiglia (alla quale venivano attribuiti precedenti di lue e altri malanni oscuri). Inventavano battute macabre e giochi di parole agghiaccianti, delirando che l'assassino poteva anche essere un nobile inglese (discendente forse di quel principe Alberto che, lo sapevano tutti, era stato lo Squartatore chiamato Jack), venuto a godersi l'aria buona della citt e la coglionaggine dei suoi abitanti, che magari lo ospitavano in uno dei vecchi palazzi sulle colline. Nelle famiglie pi abbienti, invece, si organizzavano cene e incontri che, in termini spiccioli, potevano essere definiti in onore del mostro. Lo stile era pi contenuto e le parole pi sommesse, ma i risultati pi o meno uguali. Anche qui si delirava, e con intenti maggiormente maligni, spesso con il preciso scopo di diffondere malessere attorno a qualche nome. Un uomo non poteva vivere solo, o usare per professione o mestiere lame e coltelli, che veniva subito indicato come il possibile mostro. Un noto ginecologo della citt, inquisito qualche anno prima per aver sedotto una giovane paziente, venne dato gi in manette. Qualche bella mente arriv anche ad affermare che si faceva del maschilismo alla rovescia. Si poteva forse escludere che il pluriomicida fosse una donna? E se qualcuno obiettava che una donna non avrebbe avuto la
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forza fisica di perpetrare quegli scempi, la risposta immediata era che sparare diritto dentro una macchina, di forza non ne richiedeva, e neanche la richiedeva tagliuzzare la pelle di un cadavere. Gi, ma il cadavere, prima di essere tagliuzzato, veniva estratto dall'abitacolo e portato lontano decine di metri, e un corpo morto pesa quel che pesa. E che, forse non c'erano donne rifornite di muscoli quanto e pi degli uomini? C'erano atlete, e anche alpiniste (e a questo punto chi parlava lasciava sottintendere che lui ne conosceva almeno una), che avevano una tale energia da sollevare non uno, ma due corpi morti. Ognuno aveva un suo mostro, e se gli avessero chiesto perch aveva scelto quello piuttosto che un altro, avrebbe saputo rispondere soltanto che le sue argomentazioni erano inoppugnabili. Possibile che non se ne rendessero conto? Le discussioni duravano fino a tarda notte, per riprendere la sera successiva dal punto in cui erano state interrotte. Le fantasie si scatenarono anche attorno al fatto che questa volta (e per la prima volta) l'assassino aveva asportato la mammella della sua vittima. Fino all'ultimo omicidio, quando aveva inciso con la lama i seni delle ragazze, ne aveva s seguito i contorni, ma senza arrivare alla mutilazione. In passato, era stato scritto che l'assassino poteva essere un mammone talmente legato alla figura materna da nutrire da una parte una curiosit morbosa per il pi peculiare simbolo della maternit e dall'altra il terrore di toccarlo. E quando si era deciso ad asportare il seno, secondo gli esperti, si era finalmente liberato da un antico complesso edipico. Secondo i pi cinici, invece, aveva semplicemente cancellato l'immagine di un seno, quello della madre, che ormai doveva essere talmente avvizzito da dover essere buttato via. La polizia aveva rafforzato la squadra antimostro, impegnandovi la quasi totalit degli agenti in forza, e avvertiva i cittadini, soprattutto i pi giovani, di non uscire la sera tardi e di non lasciare l'abitato e la luce delle sue strade. Ma c'era chi continuava ad andare in giro, malgrado che il freddo cominciasse a farsi sentire e il vento a tagliare l'aria, e qualcuno si spingeva con gli amici nei punti pi periferici per il solo gusto di raccontare d'averlo fatto. Ma la paura era presente, e mordeva la gente. Piovvero giornalisti da ogni parte del mondo, e chi aveva l'occasione di potersi intrattenere con uno di loro sciorinava ipotesi e giudizi, e qualche volta perfino nomi, senza stare a soppesare le parole; tanto il mostro era un fatto della citt, e se i forestieri pensavano di arrivare e capire tutto nel giro di poche ore, imparassero che la presunzione genera solo ignoranza. Sui muri vennero affissi migliaia di esemplari di un manifesto concertato da Comune e magistratura, e da un gruppo di psicologi. Raffigurava un grande occhio e avvertiva in quattro lingue i giovani di tenere gli occhi aperti, senza un accenno n all'assassino n agli omicidi gi commessi. L'intento dichiarato era di allertare, ma non allarmare; secondo la gente, tuttavia, i manifesti erano semplicemente una plurilingue torre di Babele, indecifrabile perfino per i ragazzi della citt, figuriamoci per gli stranieri. Prostitute, travestiti e guardoni si presentavano spontaneamente a raccontare chi vedevano e chi incontravano, e se anche erano mossi da sincero spirito collaborativo nei confronti delle forze dell'ordine e di piet per le giovani vittime, alla Squadra Mobile c'era chi sospettava che lo facessero per guadagnarsi appoggi e tolleranze future. Come se non bastasse, tenevano impegnati per giornate intere uomini che potevano essere utilizzati altrove. Vennero istituite linee telefoniche speciali per raccogliere le eventuali informazioni di chi voleva mantenere l'anonimato, e le chiamate furono tante, e tanto pressanti, che uno degli addetti al centralino una sera si lasci scappare che avrebbe voluto essere lui il mostro per poter sbudellare tutti quei mitomani. Di tanto in tanto veniva comunicato con toni fra il consolatorio e il minaccioso che le autorit centrali si mantenevano in continuo contatto, e la gente commentava che le autorit centrali si ricordavano di loro solo in occasione del mostro, il quale avrebbe fatto bene ad andare a fare un po' di pulizia a Roma. Ma se per tutti gli altri l'assassino delle coppie era solo un esercizio teorico, per Matilde era diventato una vera e propria tortura. Matilde non ricordava di aver seguito mai con tanta tensione le notizie dei giornali, neanche durante il periodo della guerra, n di aver mai saputo fin dentro i pi minuti particolari che cosa succedeva in citt, e quando lesse che il mostro si aggirava con la sua figura imponente e senza volto per i viottoli bui, la rivoltella in una mano e la lama nell'altra, pronto a colpire delle vite innocenti, ebbe la sensazione di morire. Cos immaginava Enea quando usciva la sera, alto e imponente, e con la faccia inghiottita dalle ombre della notte. Ormai, rapportava a lui ogni pi piccola informazione, e come se non bastasse, ogni atto del figlio, ogni sua frase, andava in qualche modo a confermare o completare il suo sospetto. "C' da stare male a leggere queste cose," gli disse una mattina, mentre erano a tavola a far colazione. "Sono talmente ben scritte e descritte che pare di vederlo, quell'uomo." Enea scroll la testa. "Per scriverlo e descriverlo ci vorrebbe la penna di un Dostoevskij, altro che quei quattro imbrattacarte. Non so se per incapacit o per calcolo, ma sembra che facciano di tutto per alimentare le fantasie
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malate della gente. Quell'uomo avr pure le sue motivazioni." Matilde ebbe quasi il sospetto che suo figlio prendesse le parti dell'assassino. "Motivazioni?" disse, e poi aggiunse in tono categorico: "Non esistono motivazioni, per quello che fa". "Via, mamma, sforzati di capire. Non da gente civile demonizzare a quel modo un essere umano, di qualunque colpa si macchi. Non a caso m' tornato in mente Dostoevskij." "Sembra quasi che tu metta sullo stesso piano quei poveri ragazzi trucidati e l'uomo che li trucida," sbott Matilde. "In un certo senso s," ammise Enea. "Sono tutti vittime allo stesso modo. Te la senti di escludere che l'assassino sia un uomo ben inserito nella societ e magari un ottimo padre di famiglia, disturbato mentalmente tanto da non rendersene conto? Forse, dopo che stato colto dal raptus omicida, e certo non riesce a controllarlo, dimentica di averlo avuto." "Dicono che vive solo," ribatt Matilde. "Che esclusivamente uno che vive solo pu essersi salvato per tanto tempo. Nessuna madre, nessuna sorella, e tanto meno nessun padre e nessun fratello tollererebbero di stare vicino a uno cos senza almeno tentare di impedirgli di nuocere." "Solo?" Enea scosse la testa. "Vive con la madre. Se fosse solo si sarebbe gi perso in qualche modo nella disperazione, o si sarebbe tradito. Non avrebbe retto. Si sarebbe suicidato, si sarebbe fatto ammazzare. Sono convinto che torna a casa, da una madre." "E la madre?" chiese Matilde. "La madre sopporterebbe un figlio cos senza far nulla? Come minimo, ne morirebbe di crepacuore." E aggiunse: "E lui resterebbe solo". "Le madri hanno una capacit di sopportazione come nessun altro essere vivente, e ognuna intende l'amore per il figlio in modo diverso. Non in base a un'astratta concettualizzazione del bene materno, ma a seconda delle esigenze del figlio. Quante volte t' capitato di sentire, di fronte a madri con un figlio pazzo, o malato, o deviato, le altre madri dire che loro non lo sopporterebbero? E quante volte t' capitato di vedere madri con un figlio pazzo, o malato, o deviato, non sopportare la loro sventura?" Quando Enea faceva discorsi che lei non afferrava, Matilde si innervosiva. "Anche una madre ha dei doveri civili," dichiar. "Se un figlio va in giro a massacrare, la madre se ne fa certo un caso di coscienza." "Forse, ma il caso di coscienza rester puramente idealistico. Nessuna madre denuncer mai il figlio. Se non fosse altro per orrore dello scandalo. Una madre pu anche sperare di vederlo abbattuto da una rivoltellata, se questo significa porre fine alle sue sofferenze. O magari di vederlo morire per qualche brutto male ma non privo di dignit, in un letto d'ospedale, e curato nel corpo ma non nella mente, perch i mali della mente di dignit non ne hanno." Enea continu a parlare della madre del mostro come se ci avesse pensato parecchio, e alla fine concluse: "Nessuna madre denuncer mai il proprio figlio, anche se assassino, per salvare i figli altrui. Sarebbe innaturale. Quando lo prenderanno, il cosiddetto mostro cesser d'essere un mostro, avr un nome e un cognome, e anche una faccia e una vita privata. Andranno a scavare nella sua esistenza come se la normalit d'avere un nome e una faccia lo rendesse finalmente decifrabile e misurabile come un qualunque altro cittadino. Con lo stesso identico metro, anzi millimetro. Ma poich il metro dovrebbe essere diverso, i conti non torneranno, e cos quel qualunque cittadino, una volta ridotto a una carcassa spolpata fin dell'ultimo pezzetto di carne, verr rinchiuso in un manicomio criminale e legato a un letto di contenzione, condannato alla follia definitiva". Matilde ascolt le parole del figlio come se ognuna le aprisse una ferita nella mente. Non riusciva a non pensare che Enea si riferisse a se stesso e a lei. Con uno sforzo, prov a chiedere: "Ma allora, una madre che deve fare?". "Sopportare il figlio per quello che . Anche perch la madre di un mostro non pu che essere mostro a sua volta." Quella notte, Matilde sogn suo figlio stretto da un anello di persone che imprecavano contro l'assassino. L'unico a prenderne le parti era Enea. A un certo punto, lui cominci a correre, con gli altri che lo inseguivano urlando. Fu raggiunto, travolto dagli inseguitori e lasciato a terra sanguinante. Da una tasca, gli spunt un bisturi, che cadde sull'asfalto con un tintinnio. "Tu non puoi capire. Non puoi capire, ti dico," esclam Nanda, guardando di traverso George Lockridge. Erano seduti nella Due Cavalli dell'inglese, nel posteggio dell'Ospedale di Santo Giovanni. Aspettavano Enea, che era salito a ritirare i risultati delle analisi. Nanda aspirava lunghe boccate da una sigaretta e tratteneva il fumo nei polmoni per qualche secondo prima di ributtarlo fuori tutto d'un colpo, riempiendo l'abitacolo di una nebbia acre. George abbass il finestrino di qualche centimetro, guard il fumo incunearsi nella fessura, richiuse. "C' poco da capire," disse. "L'ho avvertito, Enea, che durer finch durer." "Vuoi stare zitto?" Una donna con una grossa sporta per la spesa strusci contro la portiera della macchina, si volt a guardare George, abbozz un cenno di scusa. L'inglese borbott un'imprecazione.
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"Tu avrai anche i tuoi problemi," disse dopo un po', "ma sei ancora una bambina. Prima o poi incontri uno della tua et, e addio Nanda." "Ti ho detto di star zitto!" Dietro la Due Cavalli suon un clacson. Lockridge guard nello specchietto retrovisivo, vide una macchina con il contrassegno dei medici sul parabrezza, mise in moto e si tir da parte per lasciarla passare, poi and a fermarsi pi avanti. "Se vuoi saperlo," riprese Nanda, spalancando la portiera per buttare il mozzicone di sigaretta, "per me Enea come un fratello. Anzi, di pi. Come un padre." L'inglese rise, e fu colto da un accesso di tosse. "Adesso non venire a teorizzarmi l'incesto." E dopo un po' aggiunse: "Se Enea non ti rifornisse di quattrini e di roba, ci staresti con lui?". Nanda ci pens su seriamente. "Non lo so. Certo, mi ci sono messa perch mi faceva comodo. Ma questo agli inizi. Adesso non lo so pi." "Chiudi quella portiera che fa freddo." Nanda chiuse la portiera e subito dopo accese un'altra sigaretta. "Enea un gran signore," disse Lockridge dopo un po'. "Dovresti conoscere sua madre, capiresti un sacco di cose." La guard di sotto in su. "Lo sai, vero, che puoi fargli molto male? Sei l'unica che pu fargli del male." "Tu parli sempre troppo, e a sproposito." Dalla porta a vetri dell'ospedale emerse Enea. Si guard attorno e, non trovando la macchina dove l'aveva lasciata, assunse un'espressione ansiosa. Poi scorse la Due Cavalli e part in quella direzione, con la grande busta gialla delle analisi che gli sventolava nella mano abbandonata lungo il fianco, il cappotto sbottonato, la sciarpa gialla che gli pendeva tutta da una parte. Nanda scese e pass sul sedile posteriore. "Non c'era bisogno che ti spostassi," esclam Enea, fermandosi incerto davanti alla portiera aperta. "Ma se non c'entri, qua dietro," ribatt Nanda. E rimase zitta finch George non ebbe rimesso in moto e fu uscito dai cancelli dell'ospedale, poi disse: "Portaci a casa mia". L'inglese si volt a guardarla, sorpreso. "Ma come, non eravamo d'accordo di andare a Ponte a Ema?" "Non ne ho pi voglia. Portaci a casa mia, ti dico." Quando furono in via de' Renai, Nanda salut appena l'inglese e si infil nel portone. Aspett che Enea la raggiungesse e guardandolo in faccia con espressione seria, disse: "Non voglio pi vederlo". S'accorse che Enea la fissava incerto, e allora aggiunse: "Mi costringe a pensare". Quel giorno Nanda fu molto gentile. Prima prepar il caff, e poi lav e asciug le tazzine. Da qualche settimana, Enea le aveva regalato un televisore, e lei passava le giornate seduta per terra a seguire tutti i programmi. Era la prima volta che aveva un televisore a sua disposizione, e da quando Enea le aveva insegnato a usare il telecomando, non ci si era pi staccata e passava ore e ore a schiacciare i pulsanti, per paura di lasciarsi sfuggire qualcosa. Quel giorno, per, non l'accese. Tir le tende e si spogli completamente, poi si avvicin a Enea e si mise a spogliare anche lui. Gli tolse la giacca, e poi la cravatta e anche la camicia. Quando vide che sotto indossava la maglia di lana, scoppi a ridere. "Neanche mio padre porta pi questa roba!" Enea non si offese, perch cap che Nanda lo diceva senza malizia. La lasci fare, emozionato. Da molto tempo aveva voglia di sentire il proprio corpo nudo contro quello di lei, ma non aveva mai trovato il coraggio di chiederlo. E che Nanda l'avesse intuito lo riempiva di meraviglia. Si contorse leggermente, per assecondare i movimenti di lei che gli sfilava gli indumenti, ma non le permise di togliergli le scarpe e le calze. Lo fece da solo. Dal giorno in cui, pensando di fargli piacere, si era seduta sulla sedia con le gambe allargate, e lui era fuggito, Nanda non si era pi esibita in quelle pose, intuendo di aver seriamente disturbato Enea, ma era certa che gli sarebbe piaciuto trovarsi sotto le coperte con lei, tutti e due nudi. E cos fu. Si sdrai sul suo bianco corpo carnoso, solleticandolo dietro le orecchie, fregandogli la guancia contro la guancia, guidando la sua mano sul proprio corpo. Enea teneva gli occhi chiusi e stava attento a non respirare troppo forte. Nanda gli si appiatt contro, poi si mosse di nuovo, allontanandosi, e lui sbarr gli occhi, girandosi di scatto a cercarla. "Hai paura, eh? Hai paura che me ne vada," rise Nanda, e gli si tuff addosso. Quella specie d'amore dur a lungo, con Nanda che raggiungeva pi volte l'orgasmo ed Enea, estasiato nel vederla godere, che muoveva ansiosamente le mani come lei gli aveva insegnato, attento a non sbagliare e a seguire i diversi ritmi del suo corpo. Alla fine, quando la ragazza, spossata, si abbandon contro di lui, Enea rimase un attimo incerto. Mosse ancora la mano, guardandola interrogativamente, ma lei si era addormentata.

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"Se sei arrivato ad avere i valori della glicemia troppo bassi significa che ti nutri in modo sbagliato," disse Matilde, quando Enea le rifer i risultati delle analisi. "Appena ti inietti l'insulina dovresti metterti a tavola, almeno quando sei in casa. Ma giacch la fai appena alzato e la sera prima di cena, e per colazione e per cena non manchi quasi mai, vorrei capire come potuta succedere una cosa del genere. Ne hai parlato con zio Dono?" "Ne ho parlato col Morigi," rispose Enea, che stava aiutando la madre a riordinare i vasetti di sottaceti in alto sulla credenza della cucina. "Zio Dono non era in ospedale, l'altra mattina. Pare che abbia un po' d'influenza." "Bisogna che gli telefoni," mormor Matilde. Quando ebbero terminato di sistemare i vasetti, Enea fece per andarsene, ma Matilde si disse che non poteva permetterglielo, se prima non gli faceva la domanda che da pi di un'ora attendeva una risposta. "C'era molta confusione, all'ospedale?" si decise alla fine. "Confusione? La solita. Perch?" "Non l'hai sentito che l'altro ieri mattina nel posteggio hanno trovato un proiettile?" Enea si volt a guardarla, aspettando il seguito. "Un proiettile calibro ventidue," precis Matilde. "Uguale identico a quelli usati dal mostro." "E l'hanno trovato nel posteggio dell'ospedale?" "Proprio cos. L'ho sentito al giornale radio dell'una." Matilde si volt a guardare Saveria, che era al lavandino a sciacquare l'insalata. "Andiamo a sederci di l," disse. "Qui non si riesce a parlare, con l'acqua che corre." In realt, non voleva che Saveria ascoltasse i loro discorsi. "Vado di fretta, mamma." "Non puoi avere tanta fretta da non trovare due minuti per ascoltare tua madre." Matilde entr nel soggiorno, and a sedersi su una sedia contro il muro e indic a Enea la poltrona d'angolo. Era decisa a scavare fino in fondo. "Un lettighiere, scendendo dalla macchina, ha battuto la punta della scarpa contro un proiettile, che rotolato via, attirando la sua attenzione. Ha avvertito la polizia, e all'esame balistico risultato che il calibro lo stesso di quello usato dall'assassino." Enea abbozz un sorriso. "Non c' bisogno d'esame balistico, per riconoscere il calibro di un proiettile." "La radio ha detto cos." "La radio ha detto una stupidaggine." Enea cominciava a innervosirsi, e Matilde si accorse che alzava il tono della voce. "Comunque, adesso si sono messi in testa che chi ha perso il proiettile pu essere andato per qualche ragione all'ospedale in questi giorni. A trovare un parente malato. O a fare delle analisi." "I proiettili non si perdono," decret Enea. "Appunto." Matilde fece una pausa. "L'altra ipotesi che l'assassino abbia voluto sfidare gli inquirenti." Enea si alz lentamente dalla poltrona, guardando l'orologio. "Ora devo proprio andare." Matilde trov molto strano che suo figlio la lasciasse a quel modo, senza chiederle come mai le interessava tanto un fatto come quello. E per giunta senza una battuta o un commento su un altro fatto. Che lui era stato all'Ospedale di Santo Giovanni due giorni prima. I proiettili non si perdono, aveva detto. E infatti la polizia non era per niente convinta che il proiettile fosse stato perso. Qualcuno, forse un giornalista, aveva avanzato quell'ipotesi, ma era stata scartata. L'assassino non aveva mai lasciato nessuna traccia, a meno di non averlo deciso lui. Non erano mai state trovate impronte, n segni di pneumatici, n altro. Vicino al camper dei due tedeschi era stata rilevata l'orma di un piede molto grande, di una scarpa numero quarantacinque, ed era stato detto che l'assassino doveva essere alto sul metro e novanta. L'ipotesi era basata sul presupposto che per sparare come aveva sparato dai finestrini del camper Volkswagen, e per giunta con una traiettoria dall'alto in basso, l'uomo superava di sicuro, e di molto, l'altezza media. Enea si faceva fare le scarpe su misura, perch aveva difficolt a trovare il suo numero, e alti come lui ce n'erano pochi. Poi qualcuno aveva dichiarato che probabilmente l'orma era stata lasciata da un carabiniere, avvicinatosi alla vettura senza badare al terreno molle. Ma erano stati trovati i guanti chirurgici. Ed era stato trovato il proiettile. Due sfide. L'assassino si sentiva tanto imbattibile da provare il bisogno di misurarsi, anche sul campo delle indagini, con chi gli dava la caccia. Oppure, come sosteneva uno psicologo, cominciava a sentirsi logoro e chiedeva a suo modo di essere fermato. Andando nel soggiorno con Enea, Matilde aveva pensato che se la conversazione fosse proceduta tranquillamente
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avrebbe affrontato anche il problema dei bisturi. Enea pareva non essersi accorto che lei li aveva presi dal laboratorio e risistemati nell'astuccio sulla mensola del camino. Per un paio di sere, quando dopo cena era salito nelle stanze sopra la limonaia, s'era aspettata di vederlo venire gi come una furia, e le era tornato in mente il giorno in cui, fuori di s perch lei aveva messo piede nel suo studio, aveva fracassato il vetro del quadro lanciando le chiavi. Ma Enea non aveva fatto niente, n detto niente. Come se non ricordasse. Se qualcuno gliel'avesse chiesto, Matilde non avrebbe saputo spiegare perch and ai funerali dei due ragazzi ammazzati pochi giorni prima. Si prepar con estrema cura, come era solita quando sapeva di dover partecipare a un'occasione importante, e anche se la temperatura non era tanto rigida da richiedere la pelliccia, quando fu davanti all'armadio aperto decise per il visone. Se qualcuno la not fra la gente ammassata davanti alla chiesa, la prese certo per una signora di buon cuore, impietosita dal tragico avvenimento. Si teneva diritta in mezzo agli altri, rammaricata di non aver portato neanche un fiore, le mani congiunte, lo sguardo fisso sul portale dal quale sarebbero emerse le due bare. Il sole filtrato da un velo di foschia le illuminava la faccia dai lineamenti che potevano apparire contratti dalla commozione. Invece, dentro era come impietrita. Non si capacitava della sua totale assenza di emozioni. S'era aspettata d'essere travolta dalla piet, o dalla paura, o da quell'acuto senso d'angoscia che da qualche anno l'aggrediva all'improvviso e lei definiva un brutto modo d'invecchiare. Invece, si sentiva come una passante capitata l per caso. Non era consapevole fino in fondo d'esserci andata perch sospettava suo figlio di essere l'origine di quella funzione funebre, ma sapeva d'aver deciso di presenziare perch in un certo senso lo riteneva giusto. A qualche giorno di distanza dai funerali, Matilde arriv alla conclusione di avere un urgente bisogno di parlare con qualcuno. Non reggeva pi all'idea di trascorrere in solitudine le sue giornate con quel segreto dentro. In certi momenti aveva la sensazione di essere sul punto di andar fuori di testa, e l'unica via d'uscita che poteva intravvedere era un pacato scambio di idee con una persona in grado di capire. Ma non riusciva a decidere chi fosse la persona giusta. Il primo nome a venirle in mente fu quello di Calambrina Sensini. Calambrina aveva un suo modo profondo di guardar dentro le cose, arrivando a volte a coglierne i significati pi nascosti con un acume che Matilde trovava sorprendente. In passato le era capitato spesso di considerare preziosa quell'amicizia, non fosse altro perch Calambrina aveva sempre una visione complessiva di ogni persona e di ogni avvenimento, come se riuscisse a vederli di dentro e di fuori contemporaneamente. Ma si immagin seduta sulla poltrona di vimini nel soggiorno disordinato dei Sensini, con davanti Calambrina che facendosi e disfacendosi la treccia la frugava dentro, esigendo parole esatte e concetti chiari, gli occhi puntati nei suoi, come se volesse spogliarla dei pensieri. No, non era disposta a lasciarsi spogliare. Aveva bisogno di qualcuno che capisse il suo stato d'ansia e nello stesso tempo fosse disposto ad ascoltarla senza pretendere di stringerla dentro l'ineluttabilit di parole espresse. Si sorprese che non le fosse venuto in mente prima. Andreino Colamele. Lei e Andreino si vedevano poco, ma per quel poco il loro modo di parlarsi era rimasto sempre lo stesso, a met fra il detto e il suggerito, per una forma di comunicazione allusiva pi che esplicita, ma non per questo meno decifrabile per loro due che ne possedevano la chiave. Matilde gli annunci la sua visita con una telefonata, chiedendo quale era l'ora pi opportuna. Il notaio rispose che se avesse fatto verso le sette sarebbe stato meglio. A quell'ora le segretarie se n'erano gi andate, e lui non rispondeva pi al telefono. Cos avrebbero potuto parlare tranquillamente. Matilde non ebbe dubbi sulla bont della sua scelta. Andreino aveva capito subito la riservatezza dell'appuntamento, e infatti le aveva fissato un'ora in cui non ci sarebbero stati testimoni, magari anche solo pronti a riferire a Enea che sua madre aveva cercato il notaio. Andreino Colamele non pens neppure un istante che Matilde l'avesse cercato per chiedergli qualche consiglio tecnico legato alla sua professione. Quando aveva bisogno di una consulenza specifica, solitamente lo invitava a cena, scusandosi in anticipo perch poi avrebbe dovuto intrattenerlo su uno di quei fastidiosi accidenti in cui lei, senza il suo aiuto, sosteneva di non raccapezzarsi. Andreino credeva di sapere perch Matilde gli aveva telefonato. Che in tempi recenti Enea avesse preso a comportarsi in modo a dir poco singolare era ormai, se non di dominio pubblico, almeno sulla bocca di chi per qualche motivo frequentava lo studio. E anche se di regola i diretti interessati erano sempre gli ultimi a sapere le notizie, evidentemente la solita anima buona aveva raccontato alla madre le stranezze del figlio. Andreino era stato il primo a mostrarsi incredulo, quando gli era stato riferito che Enea frequentava una ragazzetta
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non esattamente per bene. E la sua incredulit era nata non tanto dal fatto che la ragazzetta non fosse per bene, quanto che lui la frequentasse. Fino ad allora era stato fermamente convinto che il figlio di Matilde Monterispoli fosse non solo vergine, ma pure impotente. Anche il notaio aveva trascorsi di donne non proprio virtuose, e che Enea se l'intendesse con una poco di buono non lo turbava per niente; era convinto, infatti, che gli unici rapporti possibili con le donne fossero quelli a pagamento. Se a un certo punto della sua vita aveva preso in considerazione la possibilit di accasarsi con la figlia di qualche ricco conoscente, ora non lo ricordava neppure. Non era mai stato di quelli che considerano il matrimonio come una soluzione ai problemi economici ed esistenziali. Per lui, l'obiettivo era sempre stato di possedere uno studio suo, possibilmente nel centro storico della citt, e per raggiungere lo scopo aveva lavorato per pi di vent'anni con il notaio Paola, sollevandolo dai lavori pi ingrati, assumendosi gli incarichi difficili e facendogli anche da paraninfo. Era stata Paola a insegnargli che le donne sono solo un inciampo, che bisognava prenderle come si prende un cordiale, una sorsata e via, e che nella propria casa l'uomo deve restare il padrone assoluto. Le donne, diceva, vanno usate come se fossero un elisir di lunga vita, che pi costoso pi efficace. Quando se ne sente il bisogno si ha solo da cercarle e poi dimenticarle. Impegnato com'era ad affrontare le difficolt d'ambientamento (Colamele veniva da Palermo) e con le lunghe ore passate nello studio notarile, Andreino aveva sfogato i suoi istinti, peraltro piuttosto generosi, ubbidendo alle regole di Paola, e non s'era trovato male. Fra lui e il notaio era nata cos un'intesa che aveva del cospiratorio e alla fine l'aveva portato a diventare socio dello studio e pi tardi, con la morte di Paola, unico titolare. Un solo ricordo Andreino non riusciva ancora a definire; riguardava il periodo dell'immediato anteguerra e le serate in casa di Nanni Monterispoli. Negli anni, aveva mantenuto una frequentazione regolare di quella casa, ma guardandosi indietro gli era difficile capire se quelle riunioni fra amici avevano influito sulla sua formazione di esule in terra straniera. Un insegnamento, per, gliel'avevano dato di certo, e cio una profonda conoscenza di un certo ceto della gente della citt. Attraverso i discorsi di Nanni e degli altri, si era impossessato di un campionario di atteggiamenti e di ipocrisie che gli avevano messo in mano la chiave dei suoi comportamenti futuri. Essendo tutti pi o meno ricchi e senza problemi al di fuori della sterile discussione su ci che era buono e ci che non lo era, ci che era giusto e ci che invece era ingiusto (tranne cambiare radicalmente posizione a guerra finita, quando c'era stato da fare i conti con il futuro), gli amici di Nanni avevano lasciato in eredit ad Andreino almeno una certezza: qualunque discorso, anche il pi serio, andava preso con le pinze dello scetticismo. Nei salotti bisognava assecondare gli interlocutori, ma tenendo bene in mente che poi i comportamenti reali sarebbero stati diversi. Ma a volte Andreino era colto dal dubbio che, preso dalla concretezza dei suoi problemi personali, si fosse lasciato sfuggire la parte di sincerit che certo esisteva nei discorsi di Nanni e dei suoi amici. Forse, finch erano durati, erano stati davvero una grande fiammata che aveva bruciato i vecchi sterpi del prato per permettere all'erba nuova di crescere pi vigorosa. In fondo, dopo tanti anni gli anziani della citt parlavano ancora di quelle riunioni, chi non c'era stato rammaricandosi di non esserci stato, e vantandosi di esserci stato chi invece c'era stato. Quando sent suonare il campanello, Andreino and ad aprire e fece accomodare Matilde nel suo ufficio personale, evitando la grande sala su Orsanmichele dove teneva le riunioni di lavoro. Era un segno di considerazione, perch in quella sala ci faceva entrare gli estranei, mentre l da lui erano ammessi solo pochi amici. Con un'aria di disgusto sulla faccia, Matilde si stringeva il naso con le dita. "In questi vecchi edifici del centro non si ancora perso l'odore dell'alluvione," disse. "Si sente la muffa appena ci si mette piede." "Hai ragione a chiamarlo odore di muffa, ma non colpa dell'alluvione. E' odore di vecchiaia," rispose Andreino. Si sedette di fronte a Matilde in una delle due poltrone che teneva davanti alla scrivania, intuendo che il grande ripiano interposto fra loro le avrebbe impedito di sentirsi a suo agio; avrebbe costituito in qualche modo una forma di separazione, sancendo un rapporto professionale dove di professionale non doveva esserci niente. Rimase zitto ad aspettare, consapevole che non era donna da perdersi in chiacchiere inutili. E invece, Matilde non parl. Andreino Colamele si raschi la gola un paio di volte, fissandola di sotto le sopracciglia aggrottate, e quello che scorse non gli piacque. Che Matilde non stesse bene e fosse andata da lui per regolare qualche lascito? Non l'aveva mai vista con la faccia cos pallida e tesa; perfino i capelli sembravano diventati pi sottili e pi bianchi. "Allora, Matilde," si decise a dire. "Se non ti fossi amico, ti chiederei qual buon vento e cos via, ma siccome amico ti sono, ti chiedo semplicemente la causa delle tue preoccupazioni." Matilde sospir, poi spinse il mento in fuori, in un movimento che Andreino riconobbe come un segno di coraggio. "Se dovessi dirti che cosa mi preoccupa," sussurr Matilde, esitando, "non so se riuscirei a trovare le parole giuste.
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Ma che al momento io abbia qualche preoccupazione, questo certo". Ora, sentiva che non sarebbe stato facile comunicargli la sua angoscia. Andreino rispett la sua lunga pausa di silenzio, e poi le disse che di sicuro era l per ragioni di madre. Non c'erano altre persone al mondo, tranne Enea, che potessero ridurla in quello stato di prostrazione. E siccome Matilde continuava a restare zitta, and avanti lui a parlare. "Credimi, capisco la tua ansia," disse. "Non so niente di concreto su questa faccenda, ma se Enea, come immagino, si comporta in modo che non ti piace, la colpa va di sicuro ascritta a qualche cattiva compagnia. Niente come le cattive compagnie riesce a traviare anche l'uomo migliore. Enea si sempre occupato di questioni astratte, dei suoi studi, come pu difendersi dalle trappole che la vita tende a ognuno di noi? Ma tutto andr a posto, vedrai. Gli parler io." Matilde lo guard come se fosse sorpresa, e quando si decise a dire la sua fu per chiedere in tono ansioso: "Cattive compagnie? Enea? Quali cattive compagnie?". Andreino Colamele si sarebbe morso la lingua per essere stato tanto precipitoso. Cerc di rimediare. "E' la prima cosa che viene in mente, quando una madre preoccupata per un figlio. Che il figlio frequenti appunto delle cattive compagnie." Matilde si stava irrigidendo in un atteggiamento difensivo, e conoscendola bene, Andreino si affrett ad aggiungere: "Enea un gran bravo ragazzo, anche se non dovrei pi chiamarlo cos. Ma per me resta sempre il bambino che era. Mi sbaglio, o va per i cinquanta? Comunque, lavora sodo e bene, tanto che quando decise di spezzare la giornata a met, qui da me, ci rimasi deluso. Per fortuna non insistetti troppo perch cambiasse idea. Con quel brutto malessere che ebbe, me ne sarei pentito. Mi bast vedere come stette male, per capire che proprio non ce la faceva. Ebbi quasi paura, e per fortuna grazie a tuo cognato Dono l'ambulanza arriv presto. E a proposito di Dono, devo dire che gli sta proprio dietro a Enea. Ha telefonato un paio di volte per ricordargli di fare le analisi. Chiss poi se tuo figlio gli ha dato retta". L'accenno alla salute del figlio rese tutto pi semplice a Matilde. "E' vero che non sta bene. Di notte resta sveglio fino a tardi e non fa che bere acqua... In certi momenti, poi, sembra invasato. Lo sai com' sempre stato ben educato e tranquillo. Ora, invece, per ogni nonnulla alza la voce e si fa venire le crisi di nervi." Adesso che aveva iniziato, Matilde non riusc pi a fermarsi. Raccont ad Andreino dello scatto d'ira quando Enea aveva fracassato il vetro del quadro con le chiavi e anche dei suoi ritorni a casa a tarda notte, dopo aver girovagato chiss dove con il motorino. "Con quello che si vede e si sente in citt di questi tempi, non sto per nulla tranquilla. Succedono cose mai successe. Tutto quel sangue, tutti quei morti. Mio figlio se ne va in giro per le strade, di novilunio e di luna piena, quando c' in giro un assassino di quel tipo, e io dovrei starmene calma?" Andreino Colamele non disse, neppure per rassicurarla, che l'assassino se la prendeva solo con giovani coppie, e non certo con uomini in l con gli anni e poco appetibili come Enea. Non lo disse perch riteneva d'aver capito qual era il messaggio che Matilde tentava di trasmettergli. Si guard le mani nodose, che teneva a palme in su sulle ginocchia, come morte, poi alz gli occhi per fissarli in quelli di Matilde. "Dammi retta, amica mia, a una certa et bisogna guardarsi dalle fantasticherie, che aggrediscono proditoriamente, soprattutto di notte, e se non si sta attenti si rischia di restarne travolti. Tu sei ancora giovane, relativamente giovane, almeno, e non devi cedere ai nervi e trascendere nella morbosit. Lascialo a quelli sulla soglia degli ottanta, come me, che dormendo solo un paio d'ore per notte si ninnano al pensiero della morte, e cos facendo ottengono solo di assaporarne l'arrivo con molto anticipo." Era consapevole di dire parole vuote di significato, col rischio di deludere Matilde, ma aveva bisogno di guadagnar tempo. Il messaggio che lei sottintendeva era talmente enorme che Andreino esitava a concretizzarlo in un pensiero compiuto. E poi, non era neanche sicuro che lei intendesse proprio quello. D'altro canto, l'accenno al figlio che andava in giro di novilunio per le strade era troppo preciso per poter essere casuale. Gli parve tanto folle da procurargli un brivido di freddo. Non voleva sentir altro. Matilde non si sarebbe certo spinta oltre quello che aveva detto, ma Andreino preferiva non correre il rischio di dover ascoltare parole pi definitive. All'improvviso si accorse di non riuscire pi a sostenere lo sguardo di Matilde, che restava immobile e fisso nel suo come se si fosse spento. Si alz, and ad aprire lo stipetto nell'angolo, tir fuori la bottiglia del cognac, la alz verso Matilde per chiederle se ne voleva, e quando lei fece cenno di no, se ne vers una piccola dose in un bicchierino che aveva tolto dal comparto superiore. Non torn a sedersi nella poltrona di prima; questa volta si mise dietro la scrivania, sancendo con la distesa del ripiano quella separazione che prima aveva voluto evitare. Eppure, si disse, non poteva congedare Matilde senza fornirle quel consiglio che era venuta a chiedergli. Andreino
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Colamele era notaio fin dentro le midolla, e non avrebbe mai lasciato una pratica inevasa. "Vedi, Matilde," disse, scegliendo con cura ogni parola, "la cronaca piena d'ogni tipo di delitti, e ogni delitto commesso da un uomo, un uomo con relazioni sociali e parentali, che restano inesorabilmente segnate dalla scoperta che il congiunto, o l'amico, stato capace di tanto. Ma credi che qualcuno potrebbe prevederlo, o impedirlo? Ognuno di noi responsabile dei propri atti, e solo di quelli. Prendi il caso del cosiddetto mostro. Magari qualcuno gli vive accanto e sospetta, eppure non ne avr mai la prova provata. E questo il senso non solo della giurisprudenza, ma anche della giustizia. La prova provata. E poi intervenire a che servirebbe, se non a lacerare due esistenze, invece di una sola?" "E se servisse a salvare delle giovani vite?" obiett Matilde. "Le giovani vite di cui parli potrebbero salvarsi da s, se volessero. Se ti interessa sapere come la penso, quelle ragazze avrebbero fatto meglio a starsene chiuse in casa, invece d'andare in giro di notte per luoghi solitari. Cos si sarebbero evitate il peggio." Quando vide che Matilde non aveva alcuna intenzione di ribattere, Andreino riprese a parlare per sancire la sua estraneit a qualunque allusione fosse stata ventilata. "In quanto a Enea, non credo che corra poi tanti rischi. E' in grado di badare a se stesso. Non l'ha sempre fatto, forse? E' un poeta, ma un poeta con la testa sulle spalle come ce ne sono pochi." E contraddicendo quanto aveva detto poco prima sull'inesperienza di Enea, ne dipinse un ritratto a forti tinte, dal quale il figlio di Matilde emergeva come una sorta di nuovo guerriero armato di libro ma anche di spada fiammeggiante, in grado di comprendere ma anche di tenere a bada, disposto a tollerare ma anche a punire. Lei cap che Andreino aveva capito. A quel punto, non c'era altro da dire. Ma era il notaio ad avere qualcosa da aggiungere. Si alz, puntando le mani sui braccioli della poltrona, fece il giro della scrivania, and a sedersi di nuovo di fronte a Matilde. Questa volta, il messaggio doveva arrivare forte e chiaro. "Ma ci pensi a cosa accadrebbe se quel disgraziato, e posso solo chiamarlo disgraziato, dovesse essere preso? Se vero, come si dice in giro, che potrebbe appartenere a una delle vecchie famiglie fiorentine, riesci a immaginare lo sconcio che verrebbe perpetrato di un nome magari eccelso? Riesci a immaginarlo, quel nome, in bocca alla gente? Fiele, ecco cosa ne verrebbe fuori. Per una pecora nera, per un malato, per un frutto mal riuscito in una cesta di mele buone, sarebbero capaci di distruggere decenni di ineccepibili comportamenti." Si sporse verso di lei, bisbigliando: "E poi, chi ci assicura che l'empia pulsione a uccidere non si sia esaurita? A fare i conti dal primo omicidio, l'assassino dovrebbe essere sui cinquanta, ormai. E l'organismo, a un certo punto della sua parabola, deve vedersela con l'et". "Spero che tu abbia ragione," sussurr Matilde. Quando se ne and, si sentiva confortata. Ancora una volta, Andreino non l'aveva delusa. La prova provata certo non c'era. E poi, l'assassino delle coppie poteva davvero cominciare a essere logorato dall'et e non solo da quella, ma anche da qualche malattia che prima o poi con gli anni doveva essere fatalmente intervenuta. Andreino Colamele, invece, rimase molto inquieto. Questa volta, Matilde gli aveva rovesciato addosso un problema di cui avrebbe fatto molto volentieri a meno. L'unica consolazione, alla fine di quel colloquio estenuante, era che di parole definitive non ne erano state dette. Di sicuro, Enea non vestiva i panni del nuovo guerriero nel quale l'aveva trasformato Andreino Colamele, n apparteneva a quella rara specie di poeti con la testa sulle spalle di cui era balenata l'immagine nello studio del notaio. Ma se attorno a lui accadeva qualcosa d'insolito se ne accorgeva. Cominci col notare che la mattina, da un po' di tempo, Colamele gli portava personalmente le richieste di lavori da sbrigare in giornata e restava a fissarlo con il vecchio sguardo appannato, ma ugualmente acuto, e difficile da interpretare. Per di pi, si sedeva sull'angolo della scrivania, come non aveva mai fatto, con le braccia puntellate sul ripiano e le spalle curve, perdendosi in discorsi che per Enea avevano poco, se non nessun significato. "Quando si ha la fortuna di appartenere a una famiglia importante, a un tempo baluardo contro le intemperie e corona in un certo modo nobiliare, si hanno dei doveri, veri e propri doveri dinastici. Si riceve, ma in cambio bisogna dare. I comportamenti devono essere ineccepibili, tali da non dare adito, neppure da lontano, all'ombra dello scandalo." Malgrado fosse cresciuto in mezzo a gente che preferiva sottintendere o insinuare, piuttosto che dire o esplicitare, Enea non aveva mai imparato ad andare al di l dello stretto significato delle parole, a suo parere tanto ricche, numerose ed esatte da poter esprimere con precisione qualunque concetto. E cos, se ne restava in silenzio ad aspettare che Andreino Colamele si decidesse a parlare in modo pi chiaro oppure lo liberasse della sua presenza, consentendogli di lavorare. Un argomento invece il notaio lo affrontava in modo esplicito, se non addirittura con eccesso di brutalit. Quando
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parlava di donne, Andreino Colamele era incapace di mezzi termini, e anche con Enea ci andava gi piatto. "Io non sono stato sempre vecchio," diceva, "e soprattutto non sono tanto vecchio da non ricordare quanto la carne possa far soffrire se non viene soddisfatta. Ma c' modo e modo di porsi nei confronti del sesso. Neanche tu sei pi giovanissimo, e devi ammettere che non sei nemmeno dotato di quel tipo d'avvenenza per cui le donne perdono la testa. Intelligente, questo s, e anche gran signore, ma hai mai sentito dire che le donne s'accoppiano a un uomo perch gli riconoscono intelligenza e signorilit?" Una mattina se ne usc con un'altra trovata. "Se fra un uomo e una donna," disse, "c' un divario d'anni al di sopra dei dieci..." Andreino Colamele era sempre stato convinto che la differenza d'et fra un uomo e una donna non dovesse superare i dieci anni, che per lui erano una cifra tassativa, e se qualcuno gli chiedeva perch, rispondeva soltanto che era cos e basta, e casomai fosse l'uomo a domandarsi che cosa tratteneva al suo fianco una donna di troppo pi giovane "...se c' un divario d'anni al di sopra dei dieci, la motivazione di fondo si pu solo trovare nei quattrini. Finch se ne consapevoli e i cordoni della borsa li si aprono quando e come lo si ritiene opportuno, va tutto bene. Il pi delle volte, per, le donne troppo giovani prendono il sopravvento, e allora gli uomini perdono il controllo della situazione, esponendosi magari a impegni duri da assolvere." E vedendo che Enea continuava a fissarlo come se non lo ascoltasse, aggiunse: "Certe cose non bisogna sottovalutarle. Sono miscele esplosive. Possono arrivare a far perdere l'equilibrio psicologico, se non addirittura quello mentale". Enea intuiva che Andreino doveva aver saputo in qualche modo di Nanda e ora tentava di metterlo in guardia. Parlava a fin di bene, di questo ne era certo. Ma pi in l di questa certezza non andava, perch riteneva che gli argomenti del notaio non valessero il minimo sforzo interpretativo. "Capisco, capisco," mormorava di tanto in tanto, continuando a sperare che il notaio la smettesse. La sensazione di conforto che aveva creduto di provare dopo il colloquio con Andreino Colamele abbandon Matilde prima ancora di arrivare a casa. Alle sue fantasie si aggiungeva ora l'immagine dello scandalo evocata dal notaio, con il conseguente sconcio del nome della vecchia famiglia che come unica colpa aveva quella d'aver generato il mostro. La pens come immagine perch per lei tutta quella storia si rappresentava a immagini, dalle orribili fotografie trasmesse dalla televisione e stampate in grande sui giornali ai titoli neri delle locandine delle edicole. All'immagine dello scandalo si aggiunse proditoriamente anche quella dell'assassino legato al letto di contenzione di un manicomio criminale, come Enea aveva detto che sarebbe finito quell'uomo se l'avessero preso. Ci pens tanto che le parve di aver consumato le due esperienze, come se le avesse davvero vissute, con i giornalisti che assediavano la casa e le spingevano i microfoni contro la bocca, mentre la gente del quartiere l'additava come la madre del mostro, e poi il lungo processo, con il suo nome e quello di Enea oscenamente esibiti su tutto quanto c'era di stampabile. E alla fine se stessa seduta sulla poltrona di Nanni a immaginare un essere sbavante, senza fisionomia n nome, ma vincolato a lei da qualcosa di profondo, stretto dalla tela ruvida di una camicia di forza e immobilizzato alla branda da quattro cinghie, in una cella senza finestre. Quando al telegiornale trasmisero l'identikit ricavato dalla polizia in base alle descrizioni di un testimone che sosteneva di aver intravisto l'assassino la sera dell'ultimo omicidio, Matilde rimase interdetta a guardarlo. La faccia era quadrata, gli occhi piccoli e ravvicinati, e la fronte bassa che proseguiva obliqua oltre la stempiatura dei capelli. Se lei avesse dovuto dire a chi assomigliava, pi che suo figlio avrebbe indicato il marito di Calambrina. A un mese esatto dall'ultimo delitto, accadde un altro fatto. Sotto la cassetta per le lettere vicino a un ufficio postale, nella stessa zona dell'Ospedale di Santo Giovanni dov'era stato rinvenuto il primo proiettile, ne venne trovato un secondo. E quello che ormai Matilde definiva lo scandalo riprese a gonfiarsi. Anche il secondo proiettile era dello stesso identico calibro e della stessa identica marca di quelli usati dall'assassino e di quello rinvenuto nel posteggio dell'ospedale. Questa volta, non si avevano dubbi. Era sicuramente un secondo messaggio. Il colpevole, stanco fisicamente e psichicamente, ormai sulla cinquantina e provato dalla lunga tensione, desiderava inconsciamente di essere fermato nella sua convulsa corsa alla morte. Solo un giornale formul un'ipotesi diversa. L'assassino, avendo perso per distrazione il primo proiettile nel posteggio dell'ospedale (poteva essergli caduto nella macchina la sera dell'omicidio, mentre caricava la pistola, senza che lui se ne fosse accorto, e scendendo l'aveva inavvertitamente spinto fuori con il piede), ora tentava di confondere le acque facendone trovare un secondo, sempre nella stessa zona della citt. L'ufficio postale non era quello di San Domenico di Fiesole, ma un giorno che era arrivato un plico per Enea, e
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Matilde e Saveria erano fuori, il postino aveva lasciato una cartolina con l'indicazione di andare a ritirarlo l. Ed Enea se ne era occupato personalmente, dicendo che tanto era sulla strada dell'ospedale, dove ormai lui era di casa. Matilde rest a fissare la descrizione dei proiettili, il loro anno di fabbricazione e la loro marca. Aveva qualcosa nascosto fra le pieghe della mente, ma non riusciva a raggiungerlo e a estirparlo. Si agitava l in fondo, affermando la propria esistenza, ma Matilde era incapace di identificare cosa fosse, o a cosa esattamente si riferisse. Di certo a una delle notizie appena lette; doveva averla colpita senza che se ne fosse accorta e aveva cominciato il suo subdolo lavorio mentre lei continuava a sfogliare il giornale. Decise di non pensarci pi. Ma da quel momento qualcosa mut nei suoi comportamenti. La mattina restava a letto con le coperte tirate su fino al collo, gli occhi chiusi nella finzione di un sonno che non c'era, finch Enea non aveva terminato la colazione ed era uscito. Le prime volte, suo figlio mand Saveria a informarsi se doveva aspettarla, ma nel giro di qualche giorno la singolarit del fatto divenne consuetudine. E quando Saveria le chiedeva se stava poco bene, Matilde rispondeva di non riuscire pi a riposare come una volta e di venir colta dal sonno la mattina, proprio quando avrebbe dovuto alzarsi. Si assentava dalle conversazioni, seguendo i suoni delle parole ma non il significato, e la sera cominci a prendere mezza pastiglia di sonnifero, per evitarsi la pena di rimanere con le orecchie tese ad ascoltare i rumori nelle stanze sopra la limonaia. Dimenticava le cose da fare e dove metteva la roba, e quando una sera a cena se ne lament, Enea le disse: "Se non sbaglio, hai cominciato a ingurgitare porcherie, prima di andare a letto. Sei abbastanza grande da saperti regolare da sola, e per giunta ti vanti d'intendertene di medicina, ma voglio ricordarti ugualmente che a poco a poco gli ipnotici bloccano i processi mnemonici". "Fai presto a parlare," ribatt Matilde. "Se non si dorme, di giorno si sta male, e non si riesce a fare quello che si dovrebbe. E' meglio mezza pastiglia di sonnifero di una notte passata con gli occhi sbarrati nel buio." "Pi si va avanti con gli anni e meno c' necessit di dormire," decret Enea. "Non credere che neanch'io dorma molto, e quelle poche ore me le faccio bastare." Anche a distanza di settimane i giornali dedicavano parte della prima pagina al ritrovamento del proiettile. Attraverso una nuova ricostruzione degli omicidi, si era arrivati a un'altra supposizione. L'assassino tendeva a risparmiare le cartucce. Per uccidere le sue sedici vittime, in quasi trent'anni ne aveva consumate cinquanta, e con la citt in stato d'assedio e con i continui controlli su negozi e fabbriche d'armi, doveva temere di trovarsi da un momento all'altro con i rifornimenti tagliati. Questo avrebbe spiegato l'uso del coltello, per la prima volta, sul corpo del ragazzo ucciso alla Boschetta, finito con dieci pugnalate. I criminologi e gli psichiatri avevano completato le loro perizie, e ora proclamavano che l'uomo era affetto da edipo distorto. Lo stava a dimostrare l'atteggiamento di ambivalenza nei confronti delle figure femminili e di antagonismo verso quelle maschili. E anche il particolare delle coppiette colpite prima che l'atto d'amore venisse consumato, dimostrava che la sua realizzazione gli risultava inaccettabile e quindi andava impedita. Ma poteva anche darsi che l'uomo non conoscesse con esattezza la meccanica del vero e proprio accoppiamento e scambiasse i preliminari dell'amore per l'amplesso. L'insistenza sui feticci era molto accentuata. Dove li conservava? Che l'uomo sezionasse il pube e il seno limitando il taglio alla parte cutanea poteva significare solo che si dedicava a vere e proprie pratiche di feticismo, preparava i resti per la conservazione e sapeva che il grasso non si mantiene neanche in alcol e in formalina. Tanto vero che sul luogo dell'ultimo omicidio era stato trovato qualche brandello di tessuto adiposo, come se l'uomo lo avesse scartato in vista della macabra operazione. Nella regione erano numerosi i conciatori di pelle e i cacciatori abituati a fissare i loro trofei, e l'uomo poteva appartenere a una delle due categorie. Ma no, sostenevano gli psicologi, tanto dalle perizie quanto dalle indagini emergeva senza ombra di dubbio la figura di una persona colta, che non leggeva stampa pornografica, bens letteratura erotica. E veniva fatto anche qualche titolo. Le undicimila verghe di Apollinaire e Le opere del Marchese de Sade. Enea decise di fare la telefonata dal bar sotto lo studio. L'idea che la prima segretaria del notaio stesse ad ascoltarlo lo infastidiva, e nella sua bottega George non aveva telefono. Il locale era zeppo di persone vocianti e la cassiera, che conosceva Enea e sapeva che lavorava dal Colamele, il notaio con lo studio appena girato l'angolo, lo guard fisso mentre lui armeggiava con il gettone e il ricevitore, ma quando s'accorse che Enea ricambiava lo sguardo, distolse subito gli occhi. "Pronto? Pronto, Calambrina?" "Non dirmi che sei Enea!" "S, sono Enea." All'improvviso, si pent di aver fatto quella telefonata. Stava semplicemente tentando di scaricare
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sulle spalle dell'amica della madre un peso del quale avrebbe dovuto farsi carico lui. Calambrina sent la sua esitazione e disse: "Se mi telefoni, vuol dire che stai bene. Cosa c', ha qualcosa Matilde?". Enea rispose che forse lui tendeva a esagerare, ma a suo avviso negli ultimi tempi la madre stava decadendo a un ritmo preoccupante. Calambrina poteva trovare un'ora di tempo per andare da lei e convincerla a farsi vedere da un medico? La donna promise che l'avrebbe fatto, ma quando riattacc, Enea non era pi tranquillo di prima. Entr nella cabina dell'ascensore per salire nello studio, chiuse le porte di vetro, rimase per un attimo incerto e poi le riapr. Per la prima volta da quando lavorava da Colamele decise di saltare la mattinata. L'interesse con cui aveva sempre risolto i problemi che il notaio gli affidava, negli ultimi tempi si era affievolito, e per giunta l'atteggiamento del suo datore di lavoro lo metteva spesso in tensione. L'atmosfera nello studio era decisamente cambiata. Usc in strada, ebbe un attimo di esitazione, ma nella sua testa aveva ben chiaro dove andare. Si avvi verso via de' Renai. Quando suon alla porta del monolocale e sent girare la chiave, si prepar a sorridere, ma si trov davanti un ragazzo irsuto, che gli apr completamente nudo e poi corse a ricacciarsi fra le lenzuola vicino a Nanda. Enea rimase sulla soglia, con la porta spalancata, mentre la ragazza tirava su la testa dal cuscino. "Che fai impalato l?" strill lei. "Entra, che arriva un freddo terribile." Enea entr e chiuse la porta, ma rest in piedi con le spalle contro il battente. Nanda not la sua espressione e sbuff, e alla fine salt gi dal letto, anche lei completamente nuda. Tir gi d'un colpo le coperte e disse al ragazzo: "Vattene, che c' il padrone di casa". Il ragazzo biascic un'imprecazione, ma si alz; si prese appena il tempo per infilarsi quattro indumenti sporchi e usc, salutando Enea con lo sventolio di una mano e sbattendosi la porta alle spalle. "Vuoi un caff?" chiese Nanda, indossando la vestaglietta rossa che lui le aveva regalato quando era stata in clinica. Enea non rispose, e allora la ragazza domand: "Come mai sei venuto a quest'ora di mattina? Non dovresti essere a lavorare?". Sul tavolo c'erano una siringa, un cucchiaio, mezzo limone. Nanda s'accorse che Enea li guardava. "Dovrebbero bastarti per capire che non successo niente," borbott. "Ieri sera ci siamo fatti, c' venuto sonno e ci siamo messi a letto. Abbiamo dormito finch sei arrivato tu. Mario aveva freddo, era tardi e non sapeva dove andare." E siccome Enea continuava a non parlare, Nanda si trasfer nell'angolo cucina a fingere di preparare il caff. Con movimenti rallentati apr la macchinetta sporca, fece cadere i fondi nel lavandino, li spiaccic con le mani contro la porcellana. E intanto guardava senza vederlo il piccolo scolapiatti davanti a s. Poi torn verso Enea e gli si mise davanti. "Se proprio vuoi saperlo," mormor, "vorrei essere morta". "Non so, non lo so pi," disse George, guardando Enea da sopra la montatura degli occhiali. "Ho sempre sostenuto che meglio morire che star soli, ma forse c' un limite a tutto. Se tu solo riuscissi..." Scrut la sua espressione e scosse la testa. "Ma non ci riesci." Erano nella trattoria di Gino, e l'inglese tirava su grosse cucchiaiate di fagioli, curvo sul piatto come se avesse paura che gli scappasse. "S, dev'esserci un limite a tutto," riprese, schiacciando i fagioli con la lingua contro il palato, per evitare di usare i denti. "Ma che pensi di fare? Quello che Nanda lo sai da quando l'hai conosciuta." Enea era soprattutto triste, e turbato da un senso di inadeguatezza. Guardava l'inglese come se l'amico potesse aiutarlo a vedere pi chiaro, ma gi sapeva che ogni sua considerazione in realt si sarebbe riferita pi a George e a Luca che a lui e a Nanda. "Ma un uomo pu accettare anche quello che non capisce?" disse Enea. "Perch io non capisco." "Per forza, non capisci perch commetti l'errore comune a tanti di voler rapportare a te stesso, e quindi alla tua cultura e alla tua educazione, i comportamenti di chi invece diverso. Probabilmente, per Nanda farsi trovare a letto con un ragazzotto normale quanto per me mangiare questi fagioli." "Ma ha detto che voleva essere morta." "E probabilmente era sincera, ma in quel momento e per quel momento," rispose Lockridge. "Ed era veramente se stessa solo prima, quando s' portata a letto quel tizio, e dopo, quando tu te ne sei andato. E' evidente che quando con te si sforza di essere non quello che , ma quello che tu vorresti che fosse." "Che devo fare?" chiese Enea. "Niente. Non devi fare niente. Lascia che sia il caso a decidere. Perch decider, non temere." George smise di mangiare, rimase zitto per un po' e dopo qualche secondo aggiunse: "Quante volte ci si arrabatta, si prevede e si
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pianifica, e poi all'improvviso nasce un'occasione che nel bene come nel male capovolge tutto?". "Professore, professore!" Dono Monterispoli finse di non aver sentito e apr in fretta la portiera della macchina. Aveva intravisto con la coda dell'occhio Calambrina Sensini uscire dalla Biblioteca Riccardiana e preferiva non incontrarla. Non solo stava uscendo dalla casa della sua amante, in via de' Ginori, una strada trafficata in cui s'imbatteva sempre in qualcuno, ma Calambrina non gli era mai piaciuta. Anzi, poteva dire di detestarla. Si vestiva in modo inadeguato per una donna della sua et, piena di scialli e di fronzoli, e con in testa ridicoli berretti di lana colorata, e poi aveva un sistema cos brutalmente diretto di dire le cose che immancabilmente lo irritava. Sal sulla macchina e allung il braccio per richiudere la portiera, ma ormai Calambrina lo aveva raggiunto e infilava dentro la testa. "Professore," disse, ansando per la corsa, "ho proprio bisogno di parlarle". Dono Monterispoli scese per riflesso automatico, e quando fu fuori si esib anche in un lieve inchino, ma poi rimase rigido e distaccato come uno stoccafisso. "Professore, devo dirle che sono molto preoccupata per Matilde e per Enea." Tutti e due contro la fiancata della macchina ingombravano il passaggio agli altri veicoli, che continuavano a strombazzare, sfiorandoli di pochi centimetri. Si spostarono sul marciapiede. Il vento arrossava la faccia di Calambrina, segnandone ancora di pi i lineamenti. "Matilde preoccupata per Enea," continu la donna, "ed Enea preoccupato per Matilde, ma non si parlano, e cos le cose vanno avanti come per inerzia, aggravandosi. Non so come si risolver, ma una cosa certa, non si risolver in meglio." Dono Monterispoli lasci vagare lo sguardo sulle facciate delle case, accentuando il proprio distacco. Quando voleva, sapeva essere estremamente arrogante. "Temo proprio che dovr spiegarsi meglio," mormor. "Avanti, professore, non finga di non capire. Sa benissimo che la convivenza di Matilde ed Enea non normale. Oserei dire che malsana. E se fino a un certo punto, come qualunque situazione anomala, ha trovato in se stessa una compensazione almeno apparente, col passare degli anni ha cominciato a mostrare i guasti. Enea mi ha telefonato per avvertirmi che sua madre non sta bene. Allora vado dalla madre, e lei mi parla del figlio e dei suoi strani comportamenti." Per la prima volta da quando avevano cominciato a parlare, Dono Monterispoli guard Calambrina negli occhi per chiedere in tono cortese: "Lei cosa proporrebbe?". La donna cominci a torturarsi la treccia, sul punto di perdere la calma. Ricambiava l'antipatia di Monterispoli, e se non avesse avuto a cuore il benessere di Matilde, l'avrebbe gi coperto di insulti. "Se potessi proporre qualcosa," disse, "li dividerei subito. Manderei Enea da qualche parte, in un'altra citt, e Matilde a fare una lunga crociera. Ma siccome non spetta a me decidere, invito lei a intervenire." "Chi? Io?" Dono Monterispoli scosse leggermente la testa, limitandosi a un sorrisino di sorpresa. "Sento che succeder qualcosa," disse Calambrina. Odiava se stessa per quel suo esporsi all'ironia di Monterispoli, ma era incapace di frenarsi. "Lei non mi creder, ma io sono una sensitiva, e prima o poi succeder qualcosa, ne sono sicura." Non os raccontare che la sera prima aveva fatto i tarocchi, e nel futuro di Matilde era comparsa per due volte la morte. "Lei molto buona a preoccuparsi cos per mia cognata e mio nipote," disse Dono, "ma mi creda, nella sua generosit tende a esagerare. Guardi la situazione alla luce del raziocinio. Matilde una donna realizzata, appagata da una vita serena e dalla maternit. Enea un uomo colto, con un lavoro che lo impegna e una casa accogliente in cui pu sentirsi padrone. Certo, ha alcuni disturbi organici non esattamente secondari, ma tenuti fermamente sotto controllo. Stia tranquilla, signora Sensini, non accadr niente". E con un altro inchino si allontan per andare a infilarsi nella macchina. La locandina esposta all'edicola sbandierava una scritta che Enea guard con la coda dell'occhio. Tossicodipendente si butta nell'Arno da Ponte Vecchio. Non colleg il titolo a Nanda, n avrebbe potuto. Non avendo letto il giornale, il termine tossicodipendente, senza articolo determinativo o indeterminativo, l'aveva interpretato meccanicamente come maschile. Ma se anche l'avesse letto, ancora non avrebbe collegato quel suicidio con Nanda. Che una tale Ferdinanda Colucci avesse preferito annegarsi nelle acque del fiume piuttosto che continuare a vivere come viveva, non gli avrebbe comunicato nessun turbamento, se non una generica reazione di piet. Per Enea, Nanda era Nanda. Non sapeva neanche se la ragazza gli avesse mai detto il suo cognome, e certo non l'avrebbe abbinato al nome Ferdinanda. E cos and a cercarla senza sapere che era morta. Avrebbe dovuto incontrarla alle tre in piazza della Signoria, per accompagnarla in clinica per una visita dell'epatologo. Da un po' di tempo Nanda aveva ricominciato ad accusare disturbi al fegato e a non tenere il cibo nello
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stomaco. Enea aveva dovuto insistere perch si decidesse a farsi visitare, e finalmente l'aveva convinta. Non la vedeva da due giorni, perch aveva dovuto assentarsi da Firenze per andare con Colamele a stendere un preliminare di vendita al capezzale di un infermo, ma l'accordo con Nanda era chiaro. Alle quattro, non s'era ancora vista. Enea cominci a preoccuparsi solo alle quattro e mezzo. Anche tenuto conto dei ritardi cronici di Nanda, tutto quel tempo era inconsueto. Probabilmente, pens Enea, quando aveva accettato di farsi accompagnare dal medico era convinta di quello che diceva, ma poi, come le capitava spesso, aveva cambiato idea. Passeggi su e gi per altri dieci minuti, entr in un bar a bere un bicchiere di latte caldo, restando attaccato alla porta a vetri per vedere se Nanda spuntava da qualche parte, usc di nuovo e riprese a camminare per la piazza. Quando furono le cinque, era intirizzito dal freddo, con le gambe e la schiena che gli dolevano. Ormai l'appuntamento col medico era saltato, e lui non avrebbe saputo dove cercare Nanda. Non se la sentiva di mettersi a battere la citt in lungo e in largo, ed era certo che dopo quel brutto scherzo lei non si sarebbe fatta trovare in via de' Renai. Non aveva voglia di tornare a casa, immaginando la sorpresa di sua madre a vederlo comparire a quell'ora, ma non sapendo dove andare, alla fine decise di rifugiarsi ugualmente a San Domenico. Appena arrivato, sarebbe salito direttamente nel suo studio. Ma quando fu l, scopr che Matilde non era in casa. C'era Saveria, che gli corse incontro per mettergli in mano un foglietto. "Ha telefonato tre volte un certo signor Mazzacane," esclam, soddisfatta di poter comunicare finalmente l'ambasciata, "dice che urgente e che lei deve chiamarlo subito a questo numero". Enea and nel soggiorno a fare la telefonata, e quando dall'altra parte del filo qualcuno rispose, sent una voce bisbigliante chiedere: "Pronto?". "Mi chiamo Monterispoli," disse Enea. "Posso parlare con il signor Mazzacane?" Era convinto di aver chiamato l'ufficio di Aldo Mazzacane alla Provincia. Quando venne all'apparecchio, Aldo si limit a mormorare: "Ha saputo di Nanda?". "No, cosa?". La breve esitazione che segu gli parve eterna. "E' morta," disse Aldo alla fine. "Io sono qui a casa dei suoi genitori. Se vuol venire anche lei, sarebbero contenti di conoscerla." Enea arriv dopo mezz'ora. Le strade erano dense di traffico, e il tass avanzava a strappi. La casa era in periferia, in via Menabrea, una palazzina moderna a quattro piani con un giardinetto davanti e i fiori sui balconi. Venne ad aprirgli la madre di Nanda, una donna esile e ben vestita, con gli occhi completamente asciutti. "Si accomodi, la prego." E gli fece strada fino a un soggiorno arredato con mobili imitazione Chippendale dai ripiani cosparsi di vassoi e caffettiere d'argento molto lucido. Il finestrone era protetto da tende di tessuto trasparente, sormontate da una gala di velluto rosso damascato uguale alle poltrone e ai divani. Appena lo vide, Aldo Mazzacane and a stringergli la mano, mentre l'uomo dai capelli grigi seduto nell'angolo del divano restava immobile a fissare Enea, senza parlare. "Sappiamo quanto ha fatto per nostra figlia," bisbigli la madre di Nanda, "e gliene siamo grati". Si sedettero tutti, e dopo qualche minuto di silenzio, la donna si alz per andare a prendere una bottiglia e quattro bicchieri dal mobile bar dall'interno di specchi. "Ha letto i giornali?" chiese finalmente Mazzacane a Enea. E quando lui scosse la testa, aggiunse: "Allora non sa nemmeno come andata". Enea scosse di nuovo la testa, e Mazzacane parl con voce trattenuta, continuando a girare lo sguardo sul padre di Nanda come se temesse di vederlo star male. "L'altro ieri uscita di casa verso le tre di notte. E' stata sentita da una vicina, che s'era alzata per bere un bicchier d'acqua. Dev'essersi diretta subito a Ponte Vecchio, perch alle sette di ieri mattina il corpo stato ritrovato parecchi chilometri a valle. Aveva infilato la carta d'identit in un sacchetto di plastica, insieme al numero di telefono dei genitori. E' per questo che hanno fatto cos in fretta a identificarla." "Adesso dov'?" chiese Enea. "All'obitorio." Aldo Mazzacane abbass ancora di pi la voce. "Dovranno fare l'autopsia." Enea resse per i tre giorni precedenti il funerale passando molte ore nell'appartamento dei genitori di Nanda e camminando la notte per le strade della citt. All'alba tornava a casa per un paio d'ore, poi usciva di nuovo. Partecip alla cerimonia funebre nel cimitero tenendosi discosto dagli altri, gli occhi persi sul susseguirsi di lapidi. C'erano solo lui, Aldo Mazzacane, la madre e il padre, e una ragazza che era stata a scuola con Nanda e abitava al piano di sopra. Era arrivato con un mazzetto di margherite, che aveva pensato di gettare sulla bara, ma che poi mise in mano alla madre.
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Quando si avviarono verso i cancelli di uscita, rifiut l'invito di Aldo Mazzacane di andare a bere qualcosa, ferm un tass di passaggio e si fece portare in via de' Renai, dove rimase rinchiuso per due giorni e due notti, seduto sulla poltrona vicino al letto. La veglia e il sonno gli annebbiavano allo stesso modo la mente, togliendogli il senso dello scorrere delle ore. La mattina del terzo giorno, quando sent bussare alla porta, dovette fare uno sforzo per tirarsi su. Aveva il corpo dolorante e camminava a fatica. Apr per automatismo, e si trov davanti George Lockridge. "Ero sicuro di trovarti qui," esclam l'inglese. Aveva gli occhi opachi e la faccia tirata per la stanchezza. "Perch non mi hai avvertito di quello che era successo? Me l'ha detto stamattina un ragazzo che mi capitato in bottega. Ti ho telefonato subito a casa, ma ho trovato solo tua madre. E' disperata perch non sa dove sei finito. Per fortuna non s'era ancora decisa ad avvertire la polizia. Vieni, ti porto da lei." Dopo la morte di Nanda, Enea smise di andare a lavorare da Colamele. Trascorreva le giornate, e anche buona parte delle notti, nelle stanze sopra la limonaia, oppure si rinserrava nella sua camera per uscirne a mattina inoltrata e risalire subito di sopra. Al contrario, Matilde riprese ad alzarsi presto e a far preparare per due il tavolo della prima colazione; poi mandava Saveria a chiamare Enea da dietro la porta della camera da letto o da quella su dello studio, e quando suo figlio non si presentava, gli faceva avere un vassoio con il latte e qualche fetta biscottata; lei beveva mezza tazzina di caff, lasciando che il resto si raffreddasse nel bricco, e poi ordinava a Saveria di sparecchiare. Restava per ore seduta nella poltrona nello studio di Nanni, a guardare il grigio delle giornate invernali fuori dalla finestra. I rami degli alberi erano spogli, e Matilde si sorprendeva a contarli uno per uno, paragonandoli a dita umane. Una mattina ne cont per dieci mani, fra piccoli e grandi, e un'altra per dodici, e si ripromise di controllare prima o poi quale fosse la cifra esatta. Se qualcuno telefonava faceva dire che non c'era, e aveva smesso di dare ordini a Saveria, lasciando decidere alla donna cosa fare e cosa comprare. Calambrina and a bussare ai vetri della cucina per tre mattine di seguito, e quando Saveria le ripet che la signora era fuori, esclam ad alta voce: "Dica alla signora, quando penser di esserci, che sa dove trovarmi". Da un po' di tempo, Lockridge aveva preso a frequentare la casa con una certa regolarit. La prima volta era entrato ignorando Saveria e si era infilato nel soggiorno, e Matilde se l'era visto all'improvviso davanti, imbacuccato in un vecchio cappotto color mattone, una grossa sciarpa di lana grezza avvolta attorno al collo magro. "Sono passato a vedere come state," biascic, tenendo lo sguardo abbassato, come se lo imbarazzasse guardarla in faccia. "Sei molto premuroso," rispose lei, gelida. "Stiamo benissimo." "Sarei pi tranquillo se a dirmelo fosse Enea," ribatt George, e senza aggiungere altro si avvi verso la porta che dava sulla scala per il piano di sopra. Quando Matilde lo sent scendere, era trascorsa tutta la mattinata, e Lockridge non pass a salutarla. Da quel giorno, l'inglese prese a capitare a tutte le ore; entrava e filava su liberamente, come se Enea gli avesse dato la chiave di casa. Qualche notte, Enea era molto agitato, e urlava e singhiozzava, buttando per terra tutto quanto gli capitava sottomano. Matilde restava nel suo letto, immobile, ad ascoltare il succedersi dei tonfi sul pavimento e a ripetersi che doveva decidersi a fare qualcosa. A volte le voci di Enea e di Lockridge erano tanto basse che lei non riusciva a cogliere se non un sussurro, ma in qualche occasione quella di suo figlio si alzava fino a oltrepassare i muri. E allora lei sentiva le maledizioni susseguirsi alle imprecazioni contro qualche entit che non veniva definita, ma che doveva essere al di sopra di tutto e di tutti, se riusciva a dispensare a suo piacimento e cos impunemente tanto dolore. Saveria girava per la casa come se ci fosse stato un morto. Parlava a voce bassissima e camminava in punta di piedi, e quando incrociava Matilde si tirava da parte, fermandosi finch lei non era passata. Per cena Enea si presentava sempre con la barba fatta e la camicia pulita, mangiava di malavoglia qualche cucchiaio di minestra e un po' di verdura, senza aprir bocca e con lo sguardo nel vuoto; poi si alzava, spostava indietro la sedia facendola strusciare sul pavimento, borbottava un saluto e saliva di nuovo nello studio. Finch una mattina Matilde prese la decisione di parlargli. Per tutta la notte si rigir nella mente il discorsetto da fargli, risoluta ad affrontare il figlio. And in fondo al corridoio, apr la porta, la sbatt in modo che l'eco si diffondesse, e sal piantando bene i piedi sui gradini di pietra. Voleva che Enea la sentisse arrivare. Se suo figlio non le avesse aperto, gli avrebbe detto senza mezzi termini che finch era viva lei, quella casa era sua, e nessuna porta poteva restarle serrata davanti alla faccia. Ma Enea socchiuse il battente prima che Matilde arrivasse all'ultimo gradino, sgusci fuori, se lo richiuse alle spalle. Indossava la vestaglia di velluto e aveva gli occhi cerchiati di rosso. "Vengo subito, mamma. Non ti faccio entrare perch l dentro c' un disordine indescrivibile."
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E scesero insieme, ma lui non la segu nel soggiorno. Pass prima dalla sua camera a mettersi in ordine. Quando torn fuori, indossava giacca e cravatta, e una camicia bianca a piccole righe. Rimasero in silenzio per qualche minuto, la madre seduta su una sedia dallo schienale alto e rigido, il figlio mezzo accosciato sul bordo di una poltrona. Fu Enea a parlare per primo. "Mi rendo conto di averti imposto delle giornate difficili," mormor. Aveva la voce calma e rassegnata, e assolutamente estranea. "Ma devi credermi se ti dico che non ho potuto farne a meno." La guard come per chiederle di sforzarsi di capire, poi aggiunse: "Sono disperato". Matilde dovette stringere i denti, presa da una commozione improvvisa che non riusciva a controllare. Per la prima volta dopo tanti anni osservava con attenzione suo figlio, e vedeva un uomo dagli occhi gonfi, la pelle delle palpebre avvizzita, la bocca rotonda circondata di rughe, le spalle curve. Enea, come gli capitava spesso quando era seduto, teneva le braccia abbandonate fra le ginocchia, in una posizione che lo infagottava ancora pi del solito. Aveva l'aria vulnerabile, di chi dalla vita ha subto troppe aggressioni per essere in grado di sopportarne altre. "Non sto bene," continu Enea, senza distogliere gli occhi dalla madre. "In quest'ultimo periodo mi sono trascurato, e quando sono su nello studio mi capita spesso che mi vengano dei capogiri e che mi trovi inzuppato di sudore." Abbass lo sguardo. "Non credere che ti dica dei miei malanni per guadagnarmi la tua piet. Cerca di capire. Se ti ho fatta soffrire in qualche modo non perch non m'importi di te, ma perch non ho potuto veramente farne a meno." Malgrado quello che vedeva dell'uomo Enea, per Matilde era come se avesse davanti il bambino che le era nato cinquant'anni prima, incapace di governarsi e sperduto quando lei non c'era. "Tu hai sempre amato pi tuo padre di me, vero?" fu l'unica cosa che riusc a dire. Enea si sporse in avanti come per sentire meglio, sorpreso dalla domanda tanto da pensare di non aver capito bene. Ma alla fine la registr e rispose: "Erano due affetti diversi, non certo misurabili in termini di pi o meno". Fece una pausa, poi sussurr: "Si pu amare in tanti modi, mamma". "Io ho amato in uno solo," ribatt Matilde. "Ho amato te e ho amato tuo padre al massimo delle capacit, e non so di amori diversi." Si alz per sfiorare la testa di Enea con le dita, e not che i capelli erano umidi di sudore. "Adesso va' a darti una rinfrescata. Ti aspetto in sala da pranzo." Mentre lei si avviava, Enea le strinse il polso per trattenerla. "Se anche riuscissimo a ricominciare a vivere come vivevamo prima, pensi che sarebbe vita?" Matilde rimase a guardarlo in silenzio per qualche minuto, poi, pensando bene prima di pronunciare ogni parola, rispose: "E' l'unico tipo di vita che conosco. Tu ne avresti un altro da proporre?". Saveria dimostr la contentezza di vederli di nuovo insieme portando a tavola una brocca di spremuta d'arancia e un cestino di mele, che n Matilde n Enea toccarono. E mentre bevevano il caff, madre e figlio sentirono di essersi detti tutto quello che avevano da dirsi. "C' qualcosa di caldo per un povero vecchio?" Matilde trasal, girandosi di scatto verso la porta della sala da pranzo. Non aveva sentito nessun rumore, e la comparsa di George Lockridge in un momento in cui aveva la sensazione di aver gettato il seme di una parvenza di futuro, la irrit profondamente. Negli ultimi tempi la sua antipatia per l'inglese si era trasformata in ostilit. Che andasse e venisse a suo piacimento da quella casa le sembrava una mancanza di rispetto intollerabile. Appena lo vide, si disse che almeno con lui doveva stabilire la fine di quelle irruzioni. Enea, invece, parve contento di quella visita. Lo invit a sedersi al tavolo e chiese a Saveria di portare un'altra tazza. Rimasero a lungo senza parlare, mentre Lockridge sorbiva lentamente il caff e poi prendeva una fetta biscottata e la inzuppava per ammorbidirla. "Sono contento di vedervi insieme," disse a un certo punto, lanciando un'occhiata di sotto in su a Enea, ma senza guardare Matilde. "Come ti senti, adesso?" Matilde cap che non parlava della salute di suo figlio, ma di qualcosa di segreto che lei non conosceva. "Enea non sta bene," dichiar. "Ha bisogno di curarsi e anche di ricominciare a occuparsi di qualcosa. Il notaio Colamele sarebbe felice di riprenderlo con s." Lockridge dette un profondo sospiro e si gir finalmente dalla sua parte. "Tu hai sempre cercato di appianare la strada a tuo figlio, ma a volte bisogna che le madri, e bada, anche gli amici, sappiano tirarsi da parte. Un uomo dev'essere libero di vivere il proprio dolore e di darsi l'unica esistenza che gli consentir di sopportarlo." "Macch dolore," esclam Enea, e lei cap che l'interruzione nascondeva un messaggio per l'inglese. Ne fu ancora pi convinta quando George cambi argomento. Enea e Lockridge decisero di andare a fare due passi insieme, malgrado la pioggia fitta che ruscellava per il giardino e picchiava sulle foglie della magnolia, facendole frusciare. Matilde non disse niente, ma quando Enea and a
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prendere l'impermeabile, tese la mano a palma in su, spingendola quasi davanti alla faccia di Lockridge. Lui guard la mano, alz gli occhi sul viso di Matilde, guard di nuovo la mano. "La festa finita, eh?" disse alla fine. "Non la definirei esattamente una festa," fu la risposta di Matilde. George Lockridge si frug nelle tasche del cappotto, tir fuori le chiavi del cancello e della porta di quella casa, le lasci cadere sulla palma di Matilde. "Tu non ci crederai," disse alla fine, "ma io ho tentato solo di aiutare tuo figlio. E ho la presunzione di ritenere che se non ci fossi stato io sarebbe finita peggio." Enea e l'inglese camminavano tenendosi vicini, sotto un unico ombrello che non riusciva a proteggerli. Enea aveva la spalla sinistra intorpidita dagli scrosci freddi, e Lockridge riusciva a malapena a impedire che la pioggia gli bagnasse la faccia. "Torni a lavorare da Colamele?" chiese l'inglese a un certo punto. "Non so, non credo," rispose Enea. "Non ci ho neanche pensato." Andavano verso la citt, gi per la discesa di viale Volta, con le macchine che passavano facendo schizzare l'acqua fin sul marciapiede e qualche ragazzo che correva verso la fermata dell'autobus, incappucciato in un giubbotto di plastica rossa o gialla. "Tua madre lo vorrebbe," disse Lockridge, "ma se fossi in te, questa volta ci penserei sopra. Non sei tipo da stare a marcire dietro una scrivania. Se vuoi sapere come la penso, dovresti andare a vivere per conto tuo e occuparti esclusivamente di quello che t'interessa. La vita una sola, e tu, la tua, in buona parte l'hai gi vissuta. A una certa et, non si possono pi sprecare le giornate. Ognuna va goduta, perch non certo che quella dopo ci sar." Enea si ferm, voltandosi a guardarlo con l'espressione che assumeva quando si sentiva frainteso. "A me non dispiaceva lavorare da Colamele," disse. "Ma non questo il punto. Il punto non neanche vivere solo o in compagnia. Finch c' stata Nanda ci ho pensato molto ad abitare con lei. Avevo anche immaginato di chiedere a Saveria di trasferirsi a dormire dalla mamma. Ma ora, cosa vuoi che me ne importi di dove vivo e con chi vivo? Ora, il problema vivere." Matilde si accorse dell'arrivo della primavera quando una mattina, aprendo la finestra della sua stanza, guard verso la collina e vide il bianco dei mandorli fioriti, sotto la Badia Fiesolana. Per qualche attimo rimase a fissarli come se fossero un prodigio inspiegabile. Aveva a malapena avvertito il trascorrere dei mesi invernali, e l'improvviso tepore dell'aria le parve opprimente. Chiam Saveria per dirle che dal luned successivo avrebbero cominciato le pulizie, partendo dalle finestre. Con il sole i vetri apparivano appannati e iridescenti, e gli stipiti erano giallastri. Prepararono ritagli di vecchie lenzuola e scampoli di maglie inutilizzate, e Matilde telefon al droghiere per ordinare una nuova provvista di prodotti per la casa. Per due settimane, ai davanzali furono esposti materassi e coperte, e sull'erba del giardino i tappeti rimasero distesi a faccia in gi. I pavimenti di legno odorarono di cera, e in cucina l'aroma pungente dell'ammoniaca dette all'aria un sapore d'ospedale. Finch tutto fu lucido anche negli angoli pi nascosti. Tranne le stanze sopra la limonaia. "Chiedete al signor Enea quando potete pulire il suo studio," disse Matilde a Saveria una mattina, con un tono che non ammetteva replica. Ma la donna rispose ugualmente quello che Matilde aveva tentato di evitare. "Perch non glielo chiedete voi? Lo sapete che con me il signor Enea fa presto a dire di no." "E voi chiedeteglielo lo stesso," insistette Matilde. Il signor Enea disse infatti di no, e Matilde fu costretta a intervenire personalmente. "Enea, bisogna proprio che ci lasci andar su a pulire il tuo studio e il laboratorio. Immagino la polvere che si sar ammassata. La stufa sar piena di cenere, e i libri avranno assorbito tanta di quella fuliggine da non potersi pi aprire." "Mamma," rispose lui, "ti prego di lasciar perdere il mio studio. Ci devo vivere io, e ci vivo bene cos com'". Lo sguardo dei suoi occhi celesti era stanco. "Mi impegno io a dar aria e a togliere la polvere." Matilde era consapevole che non l'avrebbe fatto, ma non se la sent di insistere pi che tanto. Viveva quel periodo come transitorio, e ne aspettava la conclusione senza nessuna volont di accelerarne il mutamento. Enea aveva ripreso a uscire tutte le mattine alle otto e un quarto precise, come se dovesse andare di nuovo a lavorare, ma Matilde sapeva che con Colamele non s'era pi fatto vivo. Rientrava per cena, e poi saliva quasi sempre nelle stanze sopra la limonaia, dove aveva ricominciato a trascorrere anche buona parte della notte. Quando si trovava lass, scendeva molte volte per andare in cucina a versarsi da bere o per le solite visite al bagno vicino alla sua camera, e dopo si rintanava di nuovo fra le sue cose.
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Qualche sera usciva attorno alle undici, e sempre in motorino. Ora camminava molto meno di un tempo, e quando comunicava alla madre l'intenzione di andare fuori, Matilde si disponeva ad aspettarlo sveglia, seduta nel letto a leggere o davanti al televisore. Aveva scoperto che su alcuni canali le trasmissioni proseguivano fino a molto tardi, e si faceva compagnia cos, finch non sentiva cigolare il cancello e la ghiaia scricchiolare sotto le ruote del motorino. George Lockridge non aveva pi messo piede nella casa, e in tutto quel periodo Matilde ricevette solo un paio di telefonate. Una era di Dono, che chiedeva notizie di Enea e parve molto preoccupato quando Matilde gli raccont della fame incontenibile che da un po' di giorni aveva aggredito suo figlio. Anzi, si trattava di vera e propria ingordigia. Enea andava e veniva dal frigorifero, mangiucchiando a tutte le ore, e addirittura si portava in tasca dei biscotti e anche qualche cioccolatino. "Vedi di mandarmelo," concluse Dono. "La polifagia un brutto segno." La seconda telefonata fu di Andreino Colamele, e Matilde, superato l'imbarazzo del primo momento per non averlo pi chiamato, fu contenta di potergli parlare. "Enea si sta riprendendo. Lentamente, ma si sta riprendendo," gli annunci. "E' stato visto in giro per la citt," ribatt Colamele, "ma con me non s' fatto vivo. Speravo appunto di trovarlo in casa per dirgli un paio di cose. Non mi sembra di meritare tanto disinteresse." "Non disinteresse, credimi. Se ne parlava proprio l'altra sera. E' che non riesce a decidere della sua vita. Dono insiste, per un po' Enea non deve assumere nessun impegno fisso se prima non ha risolto i suoi problemi di salute, ma lui fa resistenza. Ha voglia di rimettersi a lavorare, e vedrai, prima o poi te lo trovi in studio quando meno te l'aspetti." "Sar meglio prima piuttosto che poi," dichiar Colamele. "Lui pu non decidere della sua vita, ma io devo decidere del mio studio, e se lui non capisce che il lavoro l'unica panacea per tutti i mali, vorr dire che al suo posto assumer un giovane di quelli senza troppi grilli per la testa e con le energie ancora fresche. Digli, comunque, se la liquidazione devo mandargliela a casa o se almeno viene a ritirarla lui." "Glielo dir," mormor Matilde, in preda a un avvilente senso di sconfitta. Andreino Colamele fece una pausa, prima di aggiungere: "Fra noi non c' bisogno di molte spiegazioni. Tu lo sai che parlo a fin di bene. Se Enea disposto a tornare, sar felice di riprenderlo, non fosse altro perch siamo abituati a lavorare insieme e ci intendiamo. E poi, diciamolo, un po' lo faccio anche per te. Comunque, Enea nato per stare dietro una scrivania a risolvere problemi che agli altri parrebbero insormontabili. Per certe cose, unico. Diglielo, a quel testone." "Glielo dir," ripet Matilde. In quel momento, Enea era in via de' Renai e singhiozzava irrefrenabilmente, stringendo fra le mani una giacchetta d'angora bianca appartenuta a Nanda. Aveva promesso alla madre della ragazza di mettere insieme la roba rimasta nel monolocale e di portargliela, e nel rendersi conto di quante poche cose lei aveva posseduto, si era commosso. Due paia di blue-jeans, qualche golfino sformato, un vecchio pellicciotto sintetico, una gonna, una camicetta, la vestaglia rossa e un pugno di biancheria. Quando gli era capitata per le mani la giacchetta bianca, che Nanda non aveva mai voluto indossare perch l'angora le faceva il solletico al naso, si era seduto sul letto e aveva cominciato a piangere, prima adagio, e poi con singhiozzi sempre pi convulsi. Aveva comprato una grossa valigia di tessuto in un grande magazzino e quando ripose gli indumenti, ripiegandoli con cura, si accorse di non riuscire a riempirla nemmeno per met. And nello stanzino della doccia, stacc dall'uncino l'accappatoio di cotone azzurro a nido d'ape, prese la spazzola che ancora conservava fra le setole qualche capello biondo e raccolse la saponetta dal pavimento. Guard quegli oggetti per qualche secondo e poi decise di non portarli alla madre di Nanda. Non sapeva spiegarsi perch, ma intuiva che quelle cose, le ultime a essere state usate prima della morte, avrebbero provocato un dolore particolarmente atroce. Quando si era trasferita in via de' Renai, Nanda era arrivata con una lunga borsa a sacco, di tessuto acrilico a strisce gialle e blu, che ora pendeva vuota dall'attaccapanni rettangolare infisso nella parete dietro la porta d'ingresso. Enea la prese e ci infil dentro l'accappatoio, la saponetta e la spazzola, e poi riattacc la borsa dov'era. Chiuse la valigia e si avvi verso la porta. Prima di uscire si gir a guardarsi attorno. Fino a quella mattina, nel monolocale non era stato toccato niente, nemmeno i due piatti sporchi di uovo nel lavandino, n la rivista aperta sul pavimento di mattoni rossi, vicino al letto. Eppure, non era come se Nanda dovesse tornare da un momento all'altro. Nell'aria c'era qualcosa di definitivamente spento, un'aria di morte avvenuta. "Buongiorno. Si accomodi." La madre di Nanda accolse Enea con il solito tono premuroso, la voce bisbigliante come se temesse sempre di svegliare qualcuno. Quando vide la valigia, non fece nemmeno il gesto di prenderla. Indic il pavimento, dove lui la pos prima di seguirla nel soggiorno.
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Sul tavolo d'angolo era apparecchiato per il pranzo, con una tovaglia bianca a punto croce, i piatti di porcellana col bordo azzurro e oro, e i bicchieri di cristallo a calice. Le posate erano d'argento, e disposte con simmetria accanto ai piatti, i tovaglioli ripiegati a triangolo. "Spero che voglia pranzare con noi," disse la madre di Nanda, sedendosi vicino a Enea sul divano. "Mio marito dovrebbe tornare a momenti." Era andata dal parrucchiere e aveva la faccia pi distesa. Indossava una camicetta di flanella rosa a piccoli ricami sul colletto e sul davanti e una gonna blu a pieghe che le davano un'aria estremamente giovane. Con i corti capelli castani acconciati a morbide pieghe e gli occhi appena segnati da un rigo di matita grigiazzurra sembrava una ragazza. Enea calcol che doveva essere sui quaranta, anno pi anno meno, e la constatazione lo riemp di sgomento. La madre di Nanda era pi giovane di lui, e probabilmente anche il padre. Ma se in un primo momento la sua reazione fu d'angoscia per com'era vecchio, subito dopo prov una grande esaltazione per l'esperienza che gli era stato concesso di vivere accanto a Nanda. Il ragazzo non sa che cosa sta succedendo. Sa solo che deve fuggire. Dentro la tenda arancione, dove fino a pochi attimi prima era fra le braccia della sua donna, protetto come in un grembo sicuro, si scatenato l'inferno. Sono arrivati da qualche giorno dalla Francia, per una tranquilla vacanza sognata da tempo, e ora il sogno sta per trasformarsi in massacro. Si stavano baciando, e un secco fruscio l'ha costretto a girare la testa, a staccare le labbra da quelle di lei. Dall'obl di plastica trasparente sulla parete di fondo della tenda due occhi lo guardano fisso, mentre una lunga lama lacera d'un colpo la tenda. Il ragazzo comunica la paura alla donna, che si irrigidisce, allunga il collo per vedere, segue lo sguardo di lui. Ora gli occhi dell'uomo sono scomparsi. Restano solo i due lembi lacerati della tenda, e l'obl che pende da un lato, retto solo da un piccolo brandello di tela. I due lembi schioccano leggermente, mossi dal vento. I due giovani fissano quell'apertura, che si riempie di buio, e la notte spicca nera contro l'arancione della tenda. Quando esplode il primo sparo sono ancora girati da quella parte, e non vedono l'uomo che si infilato dentro dal lato opposto. E' tanto alto che ha dovuto mettersi carponi per entrare. Il proiettile raggiunge il ragazzo a un braccio, i due successivi, esplosi in rapida successione, sembrano voler colpire nello stesso punto. Il quarto lo coglie di striscio al labbro, spaccandoglielo fin sotto il naso. Con la bocca piena di sangue, il ragazzo districa le gambe da quelle della donna, si mette in ginocchio, scrolla la testa, schizza grosse chiazze rosse sul corpo di lei e sul materassino di gomma, tende le gambe e le braccia come un centometrista alla partenza, vola fuori, strusciando contro i lembi squarciati. Rotola sull'erba, si alza, corre verso il buio. Ha le orecchie ancora rintronate dagli spari, che si sono ripetuti per otto volte in un unico, lungo tuono. Ama la sua donna, ma in quel momento non pensa a lei. Non pensa a niente. Davanti, si erge improvvisa una massa di cespugli, ci sbatte contro, muove le mani tese, graffiandosi le palme e le braccia, tenta di aggirarla, con la memoria che lo guida meccanicamente verso sinistra, dove i cespugli si interrompono al limite del viottolo. Quando si gira, l'uomo davanti a lui, pi alto di almeno venti centimetri, un'immensa ombra nera che il ragazzo intravvede appena, alla luce fioca che si riflette sui cespugli, proveniente dallo squarcio nella tenda. Rotea su se stesso, e la lama gli affonda nella schiena, viene ritirata. Il ragazzo sente solo una grande botta che gli toglie il respiro. Pensa che l'uomo l'abbia colpito con un pugno, e si gira per affrontarlo. Questa volta, il coltello gli entra nell'addome e lacera la carne, bruciando come fuoco. Lui apre la bocca per urlare, ma il grido viene soffocato dalla lama che penetra nella carotide. Il ragazzo gorgoglia qualcosa, cade sull'erba; il sangue spruzza sugli arbusti, chiazzandoli di rosso. L'uomo resta fermo a osservare per un lungo minuto, e quando vede che il ragazzo non si muove pi, accenna qualche passo incerto verso tre bidoni vuoti di vernice abbandonati contro il tronco di un albero, insieme ad alcuni sacchi per l'immondizia di plastica nera. Distende i sacchi sul corpo, come per nasconderlo, e poi ci mette sopra i tre bidoni capovolti. Torna alla tenda. La donna ormai morta e ha il viso sfigurato dai tre proiettili che l'hanno raggiunta alla testa, e la parte sinistra del torace inzuppata del sangue della ferita provocata da un quarto. L'uomo si china sull'apertura, in ginocchio, afferra la donna per le gambe e tira verso di s, indietreggiando lentamente finch il corpo non completamente fuori. Depone il grosso coltello sul terreno, estrae una lama pi sottile e pi affilata e comincia la paziente operazione d'intaglio, prima attorno al seno sinistro e poi al pube. Borbotta piano, mentre le grandi mani si muovono con perizia, incidono, staccano, posano i trofei sull'erba. L'uomo si allontana dal corpo, lo osserva, e quel che vede, illuminato dal bagliore arancione che piove direttamente
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sul cadavere dall'interno della tenda, non gli piace. Emette un lungo sospiro, afferra di nuovo la donna per le caviglie, la trascina fino alla tenda e poi dentro, la adagia sul materassino, lasciando dietro di s una lunga scia di sangue. Quando esce, accosta con cura i due lembi che chiudono l'ingresso, va sul retro e fa lo stesso con i pezzi di tela lacerati, sovrapponendoli perch l'obl di plastica non penzoli nel vuoto. Finalmente raccoglie i suoi trofei e i suoi strumenti di morte e si allontana a grandi passi affaticati lungo il viottolo che si perde nella campagna, oltre la massa di arbusti. "Enea! Enea, svegliati!" Matilde era entrata nella camera del figlio spalancando la porta con tanta violenza da farla sbattere contro il muro, e ora, in piedi accanto al letto, scrollava Enea, ancora immerso in un sonno pesante. Lui apr gli occhi, riparandosi la testa con le braccia, borbottando che lo lasciasse in pace. Matilde non si dette per vinta e continu a scuoterlo e a gridare che si decidesse a tirarsi su, perch doveva parlargli, e smise solo quando lo vide puntare le mani contro il materasso e scivolare con le spalle contro la testiera del letto fino a mettersi seduto. "Cos'hai da agitarti tanto?" brontol, ancora inerte, con la testa che gli penzolava. "Non ho chiuso occhio fino all'alba." "Dove sei stato l'altra notte?" ripet Matilde. Ora che riusciva a comunicare con il figlio, si vide all'improvviso come una furia scatenata e si sforz di riacquistare un tono ragionevole. Ma la sua voce suonava ugualmente strana. "Cerca di ricordare." Enea la guard di sotto le palpebre gonfie, facendo fatica ad afferrare il significato delle parole e a rispondere a tono. "Non ne ho la pi pallida idea. Non so neanche che giorno oggi." "Oggi marted," disse Matilde. "E io parlo di venerd." "E come vuoi che ricordi che cos'ho fatto venerd? Se non ero a casa, sar andato un po' in giro. Avr incontrato qualcuno e mi sar fermato a fare due chiacchiere. Ti sembra normale svegliarmi cos per chiedermi dove sono stato? " Aveva assunto un tono lagnoso. "Lo so, lo so," mormor Matilde. "A uno che appena fuori dal sonno, pu suonare una follia. Ma io sono in piedi dalle sei, e ho ascoltato il primo giornale radio." "E allora?" chiese Enea, che all'improvviso pareva completamente sveglio. "E allora, hanno trovato altri due cadaveri, su agli Scopeti, a due passi da San Casciano, dove abitano i tuoi cugini." Matilde si stacc dal letto, sempre pi imbarazzata per quella sua irruzione, e fece qualche passo per la stanza, con le mani strettamente allacciate e la bocca rigida. "Hai paura che i due cadaveri siano dei miei cugini?" chiese Enea. Ora aveva un'espressione ironica, quasi di compatimento. "Ma nemmeno per sogno," rispose Matilde. Si ferm per un attimo davanti al cassettone a guardare la propria immagine riflessa nello specchio scuro. Si detestava per quel comportamento incontrollato e per l'incapacit di ragionare freddamente. "E' che non sono tranquilla," disse piano. "Quando vai in giro di notte, non sono per niente tranquilla." Sistem il centrino bianco sul vassoio di peltro che reggeva il flacone dell'insulina e due piccole siringhe ancora sigillate nella carta trasparente. "Dammi della pazza, ma quando ti so a vagare nel buio non posso fare a meno di associare la tua immagine a quella della morte." Enea annu, ridiventando serio, e se ne usc con una delle sue strane risposte: "E hai ragione. E' proprio la morte che mi porto dietro, quando vago nel buio". ...si saputo di una macabra scoperta, diceva l'uomo sul teleschermo. La stessa notte dell'ultimo duplice omicidio, l'assassino ha spedito una lettera a un magistrato donna della citt. Una pausa. Dentro la busta, un frammento che sulle prime stato scambiato per un pezzo di marijuana. Il magistrato, infatti, da molti mesi si occupa di indagini sul mondo della droga. In realt, il frammento era un brandello di seno femminile essiccato. Matilde si port le mani alle orecchie, pensando che non avrebbero dovuto trasmettere notizie tanto sconvolgenti. Si alz per andare a spegnere il televisore, ma rest con la mano protesa, paralizzata da quello che il giornalista stava dicendo. La busta stata spedita dalla stessa cassetta per le lettere sotto la quale venne trovato il secondo proiettile calibro ventidue lasciato, o perduto, dall'assassino. A questo punto Matilde spense l'apparecchio e si gir, con la certezza di dover cercare qualcosa. Si guard attorno, si sforz di ricordare che cos'aveva in mente quando s'era mossa. Era stata una frase detta dalla televisione a darle la spinta a cercare, ma non riusciva a concretizzare il ricordo. Torn davanti al televisore, rimase a fissare lo schermo spento, lasci che le riaffiorasse nella mente ogni parola sentita.
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Il proiettile calibro ventidue. Adesso sapeva. Fin dall'omicidio precedente, Matilde s'era portata dentro un pensiero nascosto, che di tanto in tanto sembrava volerle affiorare nella mente, senza mai riuscire a liberarsi del tutto. E lei non aveva fatto nessuno sforzo per capire con esattezza l'origine della spina irritativa che quando parlavano dei proiettili le torturava il cervello. Forse, si disse, aveva tentato senza rendersene conto di proteggersi da un'indagine che poteva provocarle gravi sofferenze. Ora, per, le era chiaro cosa muoveva dentro di lei quell'inquietudine, e decise che se una cosa andava fatta, andava fatta. La sera a cena, quando intu che Enea sarebbe uscito (continuava ad attardarsi in sala da pranzo, invece di salire subito nel suo studio come faceva quando si fermava in casa), Matilde lasci che nella sua testa si sviluppasse un piano d'azione. Sbucciava una mela con gesti metodici, e intanto, come se il pensiero si fosse liberato all'improvviso delle panie che lo bloccavano, studiava ogni particolare delle azioni da compiere. Aveva conservato i giornali degli ultimi giorni, con le pagine piene dei resoconti sugli omicidi delle coppie. Uno in particolare riportava ancora una volta una notizia che (adesso Matilde lo sapeva) poteva rappresentare la prova provata di cui aveva parlato Andreino Colamele. Non arriv a pensare di averla volutamente rimossa fino a quel momento, nel tentativo di sottrarsi all'ineluttabile. Si meravigli semplicemente di non esserci arrivata prima. Appena Enea fu uscito, and nel salottino, prese la pila di giornali ripiegati sull'tagre e cerc la notizia. La trov subito, sul primo che lesse. I proiettili usati dall'assassino erano di un tipo ormai quasi introvabile. Si chiamavano Winchester H, appartenevano a una partita fabbricata in Australia fra il 1952 e il 1956 ed erano stati importati in Italia fra il 1961 e il 1965. In giro, di quei proiettili, dovevano esserne rimasti pochi. Ripieg il giornale, lo ripose insieme agli altri, si avvi verso lo studio di Nanni. La stanza, malgrado che le finestre venissero aperte tutte le mattine, era impregnata di odore di chiuso, reso pi aspro dalla polvere attaccata alle coste dei libri. Matilde sapeva dove cercare. Si avvicin allo sportello di sinistra della libreria, l'apr, infil la mano nello spazio rimasto libero fra i volumi da quando Enea ne aveva trasferiti alcuni nel suo studio. Mosse la mano pi volte, da destra a sinistra, battendola contro le copertine di pelle, ma non trov niente. Poi ricord. Le scatolette che cercava non erano pi nella libreria da molto tempo. Enea doveva averle portate di sopra nei giorni in cui selezionava i libri fra quelli da considerare suoi e quelli da lasciare nello studio al piano rialzato. Non avrebbe voluto salire di nuovo nelle stanze sopra la limonaia. Provava una paura acuta al pensiero di arrampicarsi fin lass da sola, nel buio della sera. Sapeva che dopo quest'ultima ispezione si sarebbe trovata ad affrontare in un modo o nell'altro la verit. Ebbe ancora molti minuti di esitazione, ma alla fine ricord a se stessa di aver deciso di concludere la sua ricerca, qualunque potesse esserne il risultato. Fu cos che and in cucina e stacc dal gancio della credenza l'anello d'ottone con le due chiavi. Nel corridoio accese solo l'applique d'angolo. Emetteva una luce estremamente fioca, da quando una delle due lampadine si era fulminata e nessuno in quella casa aveva ancora trovato la voglia o il tempo di sostituirla. Matilde l'aveva raccomandato a Saveria e anche a Enea, ma non ne avevano fatto niente. E ora percorreva il lungo corridoio ostile nella semioscurit, camminando rigida, a passi forzatamente lenti, diretta verso l'assoluzione del figlio, o verso la prova provata della sua colpevolezza. Quando fu nello studio accese la lampada a stelo e si avvicin al tavolo. Not che la stanza era insolitamente in ordine, con i ripiani perfettamente spolverati, penne e matite infilate in un boccale di peltro, i libri ancora ammonticchiati su ogni mobile, ma in piccole pile regolari, e gli incartamenti riposti in cartellette azzurre, ognuna con sopra una scritta tracciata a grandi lettere stampatello con inchiostro verde scuro, che ne illustravano il contenuto. Era come se Enea avesse deciso di non lasciare niente di confuso attorno a s, evitando agli altri la fatica di leggere ed elencare tutte quelle scartoffie, nel caso che qualcuno avesse dovuto mettere mano alla sua roba. Matilde rimase per alcuni minuti con la fronte increspata, a tentare di dare un senso a quella stranezza, poi si riscosse. Apr il primo cassetto a sinistra, dando uno strattone per farlo scorrere, e vide subito le scatolette grigie con l'etichetta gialla scolorita dagli anni. Riempivano quasi tutto il fondo, e quando ne tir su alcune, Matilde si accorse che ce n'erano di vuote e di piene. Le aveva comprate Nanni pi di vent'anni prima, arrivando una sera con una grossa scatola, anche quella grigia e con un'etichetta gialla che copriva tutto il coperchio. Aveva vantato le caratteristiche di quei proiettili, e lui ed Enea ci avevano anche riso sopra e avevano progettato di provarli nel bosco, non appena fossero andati all'Impruneta. Matilde port una delle scatolette sotto la luce della lampada a stelo e inforc gli occhiali che teneva appesi al collo con una catenella.
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La prima lettera di ogni parola era a complessi caratteri floreali, tanto che lei dovette ricostruirla dopo aver letto quelle che venivano dopo. Winchester H. Made in Australia. Ripose la scatoletta insieme alle altre, chiuse con cura il cassetto, spense la luce. "Devo preparare anche per il signor Enea?" chiese Saveria, affacciandosi alla porta del salottino. "Naturalmente," rispose Matilde, senza voltarsi a guardarla. E poi: "Perch me lo chiedete?". "Il signor Enea non tornato a casa, ieri sera." Matilde fin di ripiegare il giornale, lo pos sulla scrivania, lo allisci con le due mani. "Gi, non tornato a casa," ripet in un sussurro. "Allora lasciate perdere. Portatemi un caff e lasciate perdere di apparecchiare." Quando sent i passi di Saveria allontanarsi lungo il corridoio, prese anche i giornali degli ultimi giorni, che aveva conservato sull'tagre, e li sistem in due pile ordinate sulla scrivania davanti alla finestra, sopra quello che aveva ripiegato per primo. Guard fuori, oltre i rami della quercia che si incrociavano bassi all'altezza dei suoi occhi, verso la collina verde e verso Fiesole. Dovette sforzarsi di non pensare. "Ecco il caff," disse Saveria. Quando si accorse che il ripiano della scrivania era occupato, la donna and a posare il vassoio sul tavolino accanto al televisore. Matilde si volt lentamente, indicando i giornali a Saveria. "Portateli via, serviranno per pulire i vetri. Potete metterli nel garage." Si vers il caff, aggiunse mezzo cucchiaino di zucchero e un goccio di latte, lo sorseggi senza voglia. Non era abbastanza caldo, ma non se ne accorse. Enea non era tornato a casa, la notte precedente. Ne fu quasi sollevata. Non avrebbe saputo affrontare il figlio, quella mattina. Quando ebbe finito di bere, si trasfer nella sua stanza e apr l'armadio per scegliere una giacca. Doveva uscire, ma non aveva voglia di cambiarsi d'abito. Decise per un tre quarti di panno azzurro. Avrebbe nascosto il golf celeste che di solito usava per stare in casa e la gonna di vigogna grigio scuro leggermente sformata sui fianchi. Avvert Saveria che sarebbe tornata presto, percorse a passi lenti il vialetto, apr il cancello, sbuc sul marciapiede. Una signora distinta, con solide scarpe a mezzo tacco, le gambe ancora snelle, i capelli ben pettinati ravviati all'indietro, mossi da piccoli riccioli sulla nuca. Quando entr nella farmacia, l'anziano commesso la salut premuroso. "Buongiorno, signora Monterispoli. E' da molto che non la vediamo. Ha notato che bella primavera?" "Proprio bella, s," disse Matilde. "Il dottore c'?" "Lo sa che da qualche tempo viene solo il pomeriggio, anche se non dovrei dirlo. Non se la sente pi di stare in farmacia tutta la giornata." Il commesso era magro e distinto, e se non fosse stato che sul camice bianco non portava la croce medica, lo si sarebbe potuto scambiare per il farmacista. Lavorava l dentro da vent'anni, e ne sapeva quanto un medico. "Fa proprio bene," comment Matilde. "A un certo punto della vita, bisogna tirare i remi in barca. Ce l'avete l'acqua di rose?" "E come no. La migliore, se posso dirlo." Il commesso si volt per prendere da uno scaffale una boccetta blu. "Altro? " Matilde rispose di no, poi parve ripensarci e aggiunse: "Giacch ci sono, sar meglio che prenda l'insulina per mio figlio. Ne aveva solo un flacone, ieri mattina, e non vorrei che restasse senza". "Usa la semilenta, se non sbaglio," disse il commesso, avviandosi verso il fondo della farmacia. "No, no, la rapida," gli grid dietro Matilde. Il commesso si ferm incerto, e poi si volt a met. "Ne sicura? A me pare che usi la semilenta." "La usava, infatti. Ma dopo gli ultimi esami il dottor Morigi gli ha ordinato la rapida. Actrapid, mi sembra che abbia detto." Il commesso spinse il pulsante per far ruotare gli scaffali, e quando si trov davanti agli occhi quello che cercava, prese una piccola scatola e torn al banco davanti a Matilde. "Ha la ricetta, signora Monterispoli?" "Eh, no," rispose Matilde. "Ce l'ha mio figlio. Ho pensato di prendergliela io perch in questi giorni molto indaffarato e ha la testa fra le nuvole. Sono sicura che dimenticherebbe di comprarla." "Gli raccomandi di portare la ricetta, quando viene," disse il commesso. "Non potrei dargliela senza, lei lo sa." "Stia tranquillo, gliela porter la prossima volta." Quando arriv a casa, Matilde si tolse la giacca e la riattacc nell'armadio, scartocci il pacchetto con l'acqua di rose e l'insulina, tolse dalla scatola il piccolo flacone e osserv l'etichetta. Era gialla, mentre l'insulina semilenta ne aveva
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una arancione. Rimase un attimo incerta, poi sospir e raggiunse la camera di Enea. Si ferm a guardare sorpresa il letto ancora intatto. Aveva dimenticato che suo figlio non era tornato a casa, quella notte. Avanz di qualche passo verso il letto, di nuovo incerta, e alla fine si decise ad avvicinarsi al cassettone. Prese l'insulina con l'etichetta arancione e la sostitu con quella che aveva appena comprato, stando attenta a girarla in modo che l'etichetta fosse rivolta verso il muro. Si infil in tasca il flacone trovato sul vassoio, poi and in cucina, dove Saveria stava tagliando la verdura per la minestra della sera. Non se la sentiva di stare sola. "Ma il signor Enea torner per cena?" chiese la donna. Aveva la faccia seria, e smise di muovere veloce la mezzaluna per lanciare un'occhiata inquisitoria alla sua padrona. "Speriamo," rispose Matilde, allungandosi per prendere una manciata di piselli, che cominci a sgusciare. "E se non torna?" Il tono preoccupato della donna sorprese Matilde, che si ferm a fissarla. "E perch non dovrebbe tornare?" chiese. Saveria si strinse nelle spalle, ricominciando a manovrare la mezzaluna sul tagliere. "Da che lavoro qui, non rimasto spesso fuori casa, di notte." "Preferir non tornare," sussurr Matilde, con la voce tanto bassa che Saveria non cap. E aggiunse: "Il signor Enea un uomo fatto e finito. Dovrebbe sapere quello che fa". Finch Saveria fu in casa, Matilde riusc in un modo o nell'altro a far passare il tempo, ma quando la domestica se ne and, lei rimase a contare i minuti con la fronte appoggiata ai vetri della sua camera, lo sguardo fisso sul vialetto. Per la prima volta, si rammaric di non potersi mettere in contatto con George Lockridge. Lui poteva certo dirle dov'era Enea in quel momento. Ma col fatto che l'inglese non aveva il telefono, Matilde non avrebbe saputo come raggiungerlo. Quando furono le nove, cominci a pensare che Enea non sarebbe venuto. L'aveva aspettato per un'ora seduta davanti al piatto a sbriciolare un grissino fra le dita, e stava per decidersi a mangiare, quando sent il cigolio del cancello e i passi che si avvicinavano alla casa. Pul la tovaglia dalle briciole, spazzandole via con una mano e raccogliendole nel palmo dell'altra, e poi le lasci cadere nel proprio piatto. "Scusa, mamma," disse Enea, mentre si affacciava alla porta della sala da pranzo. "Vado un attimo in camera e torno subito." Matilde si trasfer in cucina per versare nella zuppiera la minestra tenuta in caldo sul fuoco, la port in tavola, si rimise a sedere. Passarono molti minuti, prima che Enea la raggiungesse. Quella sera Matilde non tocc cibo e rimase con lo sguardo fisso nel vuoto per molto tempo. Quando alla fine lo spost su Enea, vide che suo figlio aveva la fronte madida di sudore e si agitava sulla sedia. "Non ti senti bene?" riusc a chiedere. "Credo di no," mormor Enea con fatica. Scuoteva la testa e aveva il respiro affannoso. "Sar meglio che vada a letto." Si alz, reggendosi al tavolo con le mani strette sul bordo, e solo dopo molti secondi riusc a voltarsi e a barcollare verso la porta. Non prese bene la misura del vano e and a sbattere contro lo stipite, dove rimase appoggiato, con la faccia contro il legno, per un altro lungo minuto. Alla fine si stacc e usc. I suoi passi strusciarono sulla passatoia che copriva il pavimento del corridoio. Allora anche Matilde si alz, rigida come un sasso. Si vers mezzo bicchiere d'acqua, and nel suo salottino, chiuse accuratamente la porta, pass nella sua stanza, chiuse anche quella porta, si avvicin al comodino ed estrasse dal cassetto la pastiglia di sonnifero che aveva preparato quel pomeriggio. Se la mise sulla lingua e la butt gi bevendo d'un sorso tutta l'acqua del bicchiere. Dato che aveva lo stomaco vuoto, e che nel breve periodo in cui era ricorsa al sonnifero si era sempre limitata a met pastiglia, l'effetto fu rapido. Fece appena a tempo a prepararsi per andare a letto, a infilarsi fra le lenzuola e a chiedere perdono a Dio, che gi dormiva. La mattina dopo si svegli mezz'ora prima del solito, con la mente perfettamente lucida. Aspett che arrivasse Saveria e che il tavolo della colazione fosse apparecchiato, lasci trascorrere ancora un po' di tempo, poi and in cucina e disse alla donna: "Dobbiamo chiamare il signor Enea". "Perch volete chiamarlo? Si sempre svegliato da solo." Quando Saveria non voleva fare qualcosa, non c'era verso di smuoverla. "Stamattina tardi," disse Matilde. "E poi, bisogna finirla di continuare a scaldare il latte e il caff." Ma sapeva che toccava a lei. Aveva chiaro in mente cos'avrebbe trovato nella camera di suo figlio. Conosceva bene le manifestazioni del coma diabetico.
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Il letto era in disordine, le coperte e le lenzuola ammassate verso il fondo, il cuscino per terra, come se fosse stato scagliato lontano dalla forza delle convulsioni. Dalla porta, si scorgevano sul materasso solo le gambe di Enea. Il resto del corpo era finito sul pavimento, con la faccia appiattita sul tappeto, le braccia spalancate. La giacca del pigiama gli era salita fin sulle spalle, insieme alla maglia, scoprendo la schiena pallida. Matilde chiuse gli occhi per un attimo, e quando li riapr era gi davanti al cassettone. Cav fuori dalla tasca della giacca di lana il flacone dell'insulina con l'etichetta arancione, lo sostitu con l'altro sul centrino ricamato, si mise in tasca quello con l'etichetta gialla. Quando usc, lasci aperta la porta e percorse il corridoio barcollando leggermente. Entr in cucina, e Saveria cap dalla sua faccia che doveva essere successo qualcosa di molto grave. Matilde mosse una mano nell'aria, senza riuscire a dire niente, e la donna le and vicino, preoccupata. "Avvertite mio cognato, all'ospedale," riusc ad articolare Matilde. "Dite che urgente, che venga subito. Mio figlio sta male... Mio figlio morto." Dono Monterispoli arriv con il dottor Morigi. Gli bast vedere l'espressione di Matilde per decidere che qualunque domanda sarebbe stata superflua. Prese il suo collega per il gomito e lo guid verso la camera di Enea. I due rimasero l il tempo di constatare la morte e di ricomporre il corpo sul letto. Poi raggiunsero Matilde nel soggiorno, dove lei era su una poltrona, lo sguardo degli occhi celesti appannato, e si sedettero sul divano, uno accanto all'altro. "Purtroppo il tuo timore era esatto, Matilde," mormor Dono. "Enea morto." Si schiar la voce, che sull'ultima parola si era arrochita. "Non ha sentito niente, stanotte?" chiese il dottor Morigi. "Deve aver fatto parecchio rumore, con una crisi come quella." "La mia camera dall'altra parte del corridoio," rispose Matilde, indicando in direzione della sua stanza. "Per giunta, divisa dal corridoio da un altro locale, e per abitudine tengo tutte e due le porte chiuse. Ieri sera, poi, come mi capita da un po' di tempo, ho preso una pastiglia per dormire." Dono Monterispoli e il dottor Morigi erano ammirati per la sua compostezza. "Non devi preoccuparti di niente," disse il cognato, dopo un attimo di silenzio. "Penser io a tutto. Ai certificati, ai funerali, agli annunci." Matilde gir la testa di scatto. "Gli annunci? Sei sicuro di voler fare gli annunci? Preferirei che la notizia fosse data a funerali avvenuti." "Lo so, il dolore un sentimento estremamente riservato," rispose il cognato. "Ma anche nelle tragedie si hanno dei doveri sociali. Enea avr avuto degli amici, che potrebbero dispiacersi, se non fossero avvertiti." Si gir verso il dottor Morigi. "Ci pensi tu al certificato di morte?" "S, certo." Rimasero tutti e tre in silenzio, finch il dottor Morigi decise di dover dire qualcosa. Si sforz di trovare qualche parola di conforto e guard Matilde, mormorando: "Suo figlio non stava per niente bene, negli ultimi tempi. Forse anche perch si trascurava. Appariva molto torturato. Chiss che non abbia trovato la pace. Chi ci assicura che non sarebbe andato incontro a sofferenze peggiori?". S'interruppe, scontento per la banalit delle sue parole, e fu sorpreso nel vedere che Matilde lo fissava con uno sguardo intenso, di inequivocabile gratitudine. Il giorno del funerale il cielo era limpido, e il sole rendeva pi nitidi i contorni degli alberi e delle grandi ville disseminate sulla collina. Le finestre di casa Monterispoli erano chiuse, ma nelle stanze l'aria era ugualmente intiepidita dai raggi che battevano sui vetri. Matilde era seduta nel soggiorno vestita di blu, con al collo un giro di perle. Teneva il capo eretto e faceva piccoli cenni ogni volta che entrava qualcuno a porgerle le condoglianze. Era venuta molta gente, pi di quanta se ne fosse aspettata, e si sorprese a provarne piacere. Dopotutto, il nome Monterispoli conservava ancora una sua importanza in citt. Alcune macchine, lucide e silenziose, avevano scaricato davanti al cancello infermiere e medici dell'Ospedale di Santo Giovanni. La gente della zona era arrivata a piedi, con le signore in cappello e gli uomini vestiti di scuro. C'erano anche i bottegai dai quali Matilde si serviva, e Saveria con tutta la famiglia, comprese le nuore e i nipoti. Prima di cambiarsi nello stanzino vicino alla cucina, Saveria aveva preparato alcuni bricchi di latte e di caff, e anche dei biscotti e due torte che aveva portato da casa. Mentre disponeva sui grandi vassoi d'argento le tazze e i cucchiaini, singhiozzava forte, tanto che Matilde dovette dirle di ricomporsi.
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"Come fate a non piangere, signora?" chiese la donna. "Ora siamo rimaste sole." Fu la frase che maggiormente commosse Matilde, fra tutte quelle che le erano state dette. Allung la mano per accarezzare Saveria sulla guancia, ripetendo: "S, siamo rimaste sole". Dono Monterispoli s'era dimostrato come al solito all'altezza della situazione e aveva sollevato la cognata da ogni affanno. Aveva scelto lui il tipo di funerale e i fiori per addobbare la chiesa, e adesso era lui a ricevere amici e conoscenti nel porticato semicircolare davanti alla casa, prima di invitarli a passare da Matilde. Smistava le persone come un vigile attento, intrattenendone alcune finch le altre non erano emerse dal soggiorno, e poi ammetteva i gruppi successivi, uno alla volta, con garbo elegante. Con Calambrina riusc a essere quasi affettuoso. Approv con lo sguardo l'abito a giacca di taglio classico, e la strinse per un attimo fra le braccia, mormorando che vederla lo confortava. Quando si trov davanti Andreino Colamele, Matilde lo fiss negli occhi senza parlare, e lui interpret quel silenzio come un rimprovero. Le si sedette accanto, appollaiato su un puff di raso rosso, e le prese la mano. "Fatti coraggio, Matilde," bisbigli. "Enea vorrebbe vederti forte. So che mi riterrai un insensibile perch ho insistito tanto per farlo tornare a lavorare da me, ma ero convinto che fosse l'unica soluzione. Non immaginavo che potesse esisterne un'altra, e per giunta tanto drammatica." Matilde ritenne di non dover rispondere, e cos rimase in silenzio, con la mano abbandonata fra le mani di Andreino, finch sulla soglia apparvero tre persone che le pareva di non aver mai visto. Una donnina esile e graziosa e un uomo dai capelli grigi, e in mezzo un giovanotto bruno che li guidava verso di lei. Le sfilarono davanti, prima l'uomo, poi il giovanotto e la donna, e mormorarono il loro dolore per quella disgrazia. Si erano gi avviati verso la porta, quando la donna torn indietro, e senza badare ad Andreino Colamele, che si alzava per cederle il posto sul puff, disse: "So cosa prova, signora. Anch'io ho appena perso una figlia. Noi genitori ci illudiamo che i figli continuino a restare nostri, ma la verit che a un certo punto non ci appartengono pi". Fece una pausa per scuotere la testa, prima di aggiungere: "A noi restano solo le lacrime". Matilde si sporse in avanti. "Lei aveva conosciuto Enea?" "S, da poco tempo. Era un gran brav'uomo." Ecco, pens Matilde, tutti coloro che avevano fatto parte della sua vita e di quella di Enea, perfino persone delle quali non aveva mai sospettato l'esistenza, quel giorno erano l a ricordarle, ognuna in modo diverso, che cosa era stato suo figlio. In quell'istante le venne in mente George Lockridge. George non c'era. Ma non ebbe il tempo di pensarci pi che tanto, perch Dono entr nella stanza e si avvicin alla poltrona. "Dobbiamo andare, Matilde," mormor, chinandosi su di lei. "Sei sicura di voler venire fino al cimitero?" Matilde fece un cenno d'assenso. Visse il momento della messa senza realizzare che il prete stava dando l'ultimo addio a Enea e che tutte quelle corone di fiori erano per la morte del figlio. Rispose alle preghiere e si alz e si sedette secondo le regole della funzione, del tutto automaticamente, e quando quattro uomini con l'uniforme delle pompe funebri issarono la bara per portarla fuori lungo la navata, si rammaric che non ci fosse nessuno di meno estraneo a farsi carico di quel peso. Al cimitero la consapevolezza torn improvvisa. Guard la bara spinta nel muro della cappella di famiglia, conscia che Enea se ne andava definitivamente, e sull'ovale di porcellana della lapide accanto il ritratto di Nanni le parve lontano ed estraneo. "Ma quanto era lungo, questo cristiano?" protest sottovoce uno dei becchini, continuando a spingere perch la bara non voleva entrare interamente nel loculo. A quel punto, Matilde chiese a Dono di riportarla a casa. Nei giorni seguenti, Matilde prese a detestare Saveria, che continuava a parlare di Enea, fermandosi per mezze ore davanti a lei. "Hanno sempre detto che se piove il giorno di un funerale, significa che il morto era una brava persona e che il cielo lo piange," borbott una mattina. "Se c'era una brava persona al mondo era il signor Enea, ma quel giorno non pioveva." "Piove oggi," rispose Matilde, ascoltando gli scrosci che da ore spazzavano il giardino. "In ritardo, ma il cielo lo piange." Un'altra volta, appena lei entr in cucina per mettere la tazza del caff nel lavandino, Saveria smise di stirare e dichiar: "Non tocca a me dirlo, ma siccome mi sembra che siete con la testa sottosopra, vi ricordo che i vestiti di un morto meglio toglierli dagli armadi e darli in carit. Il morto riposa pi in pace". Matilde arriv a pensare di fare a meno della donna. Non riusciva a sopportare che si riferisse a Enea come al
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morto. Fu sempre Saveria a farle tornare in mente che prima o poi bisognava salire a mettere ordine nelle stanze sopra la limonaia, e lei si sent quasi mancare. Non era pi entrata neppure nella camera di Enea, ma sapeva che la donna la spolverava tutte le mattine, spalancando le finestre. Non aveva neanche controllato se il flacone di insulina con l'etichetta arancione si trovava ancora sul centrino bianco. "Doveva sposarsi," disse un altro giorno Saveria. "Il signor Enea doveva sposarsi. A quest'ora, voi avreste dei nipoti, che vi consolerebbero la vita. Un paio di bei bambini che corrono per casa sono una benedizione." "Non dite sciocchezze," ribatt Matilde. "Se il signor Enea si fosse sposato all'et giusta, a quest'ora i suoi figli sarebbero uomini indaffarati in chiss quali attivit, altro che correre per casa." Quella sera, dopo molti giorni suon il telefono, e Matilde fu sul punto di non rispondere. Ma gli squilli non s'interruppero, come se chi chiamava fosse certo di trovarla. Cos alla fine si decise a staccare la cornetta. Era George Lockridge. Lo riconobbe subito, dal tono tremulo della voce. "Matilde, l'ho saputo solo da mezz'ora. Sono stato in Inghilterra. Dopo tanti anni, mi sono deciso a tornare per qualche giorno al mio paese." Emise un colpo di tosse secca. "Vorrei venire a farti visita." E, come se temesse un rifiuto, aggiunse in fretta: "Ho qualcosa da darti. Ritengo che ti appartenga". "Vieni quando vuoi," rispose invece Matilde. "In questi giorni esco poco o niente. Se non mi trovi in casa, baster che aspetti qualche minuto. Al massimo, arrivo fino dal giornalaio." "Allora vengo domani." Il giorno dopo la telefonata di George Lockridge, Matilde lasci trascorrere le ore come era diventata consuetudine. Si alz alle sette e mezzo, bevve il caff nel salottino (ormai Saveria non apparecchiava pi in sala da pranzo per la colazione), spolver i mobili di tutte le stanze, tranne quella di Enea, bevve un secondo caff e alla fine si sedette con il giornale nello studio di Nanni. Ma pi che leggerlo lo sfogli, facendo scorrere lo sguardo sui titoli. Di tanto in tanto si distraeva, e rimaneva con il giornale a mezz'aria, gli occhi nel vuoto. Per pranzo, fin la minestra avanzata dalla sera prima e mangi un pezzetto di formaggio, solo per azzittire Saveria che insisteva perch si nutrisse. Poi si sdrai sul letto, come faceva ogni giorno da quando Enea non c'era pi. Nel primo pomeriggio riusciva sempre a sonnecchiare almeno un'ora, forse perch la notte non bastava per smaltire l'effetto della pastiglia che prendeva tutte le sere. Ma quando si alzava non era riposata pi di prima, solo un po' pi intontita. Aspett la visita di George Lockridge senza nessuna curiosit, neppure superficiale. Era contenta di ricevere qualcuno, anche se si trattava dell'inglese, e sperava che arrivasse sul tardi, in modo da non essere sola quando scendeva il buio. Aveva cominciato ad avere paura dei crepuscoli, quando Saveria se ne andava e lei restava nella casa silenziosa, con il giardino che sembrava rinserrarsi attorno. Ma il campanello suon che il sole era ancora a un quarto di cielo. And ad aprire sicura di chi si sarebbe trovata davanti, e quando vide Andreino Colamele rimase di stucco. "Non mi inviti neanche a entrare?" chiese il notaio, abbozzando un sorriso privo di qualunque allegria. Aveva in mano un mazzetto di fiori di campo, che porse a Matilde. "Questi sono per Enea. Se vai al cimitero, portaglieli a mio nome. Oppure mettili davanti alla sua fotografia. Io ai cimiteri ho smesso di andarci da anni." Con il sole ancora caldo e l'aria tiepida, decisero di sedersi in giardino. Dalla parte della cucina, sotto una quercia, erano disposte quattro poltroncine di ferro battuto, con un grosso cuscino sul sedile e uno contro lo schienale, e un tavolo rotondo con sopra due vasi di gerani. "E' bello, qui," disse il notaio, calandosi cautamente su una delle poltroncine. Scrut Matilde, che si era seduta di fronte a lui, e gli parve molto triste, ma con il viso pi disteso dell'ultima volta. "Come va?" le chiese. Matilde si strinse nelle spalle. "Come vuoi che vada? Ormai, vivo con i fantasmi." Non aveva pi voglia di fingere compostezza, come aveva sempre fatto nei momenti difficili della vita. Se le sue ferite bruciavano, tanto valeva che anche gli altri le vedessero bruciare. Andreino Colamele si sporse verso di lei, le batt la mano sul polso. "Perch non vai via per qualche giorno? Il tempo cos bello, e tu hai la fortuna di avere quella splendida casa all'Impruneta." "Non ne ho voglia. Sto bene qui... Oddo, bene... si fa per dire. Insomma, ci sono abituata." Colamele provava un lieve imbarazzo che Matilde si limitasse a rispondere alle sue domande senza far niente per alimentare la conversazione. Cominci a divagare, a proposito dell'Impruneta, e si lasci scappare che era un peccato possedere una tenuta come quella e non avere eredi diretti ai quali lasciarla. Subito dopo, si sarebbe morso la lingua per averlo detto. Matilde s'irrigid, incupendosi. "Non sarai venuto per parlarmi di eredit."
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"Ma no, ma no," si affrett a rispondere Andreino. "E' che quando si stati notai per tutta la vita, come lo sono stato io, certe cose ti lievitano nella testa senza che te ne accorgi. Scusami, se ti suonato indelicato, ma l'ho detto senza pensarci." "E comunque..." Matilde non aveva mai considerato la questione, ma ora le venne naturale dire: "Ci sono i nipoti di Nanni, quelli di San Casciano. Portano il suo stesso nome, e per giunta sono orfani. Non li vedo da molti anni, ma poco importa". Fece una pausa, poi aggiunse, sorprendendosi per il rammarico che provava: "Non sono venuti neanche al funerale". "Magari non l'hanno saputo," la consol Andreino, poco convinto. "Sai come sono i giovani." Matilde rest di nuovo zitta, e Colamele si chiese se non fosse meglio andare, anche se era arrivato da cos poco. Matilde non sembrava aver voglia di compagnia. Invece, lei si alz, avviandosi verso la cucina. "Ho della limonata in frigorifero," disse. "Ti piace ancora la limonata, vero?" Quando torn con la brocca di cristallo appannata dal freddo e i due bicchieri su un vassoio smaltato, Andreino pens bene di cambiare argomento. "Hai visto?" disse. "Finalmente l'hanno preso." "Chi?" chiese distrattamente Matilde. Era intenta a versare la limonata e ascoltava senza stare veramente attenta. "Chi hanno preso?" "Il mostro. Con le mani nel sacco, per giunta." Matilde si volt di scatto. Guard le rughe sulla faccia del notaio, la pelle color cartapecora, le labbra screpolate, gir gli occhi su un cespuglio di rose pieno di boccioli, li riport su Andreino. Non disse niente. "Finalmente l'incubo finito," continu lui. "Quei ragazzi, pare, li hanno salvati per un pelo. Aveva gi estratto la pistola e stava per sparare attraverso il finestrino della macchina." "Chi l'ha detto?" chiese Matilde. "La televisione, l'ha detto, al notiziario dell'una. I giornali fanno un'edizione straordinaria, qui in citt. Gi in centro la gente tutta per le strade. Sono usciti anche dagli uffici e hanno chiuso i negozi per festeggiare." "Ma sono sicuri che sia lui?" Matilde fissava il notaio, immobile in ogni fibra del corpo, tranne che per il movimento delle labbra. "Altro che sicuri. L'hanno preso sul fatto, ti dico. C'era questa macchina con dentro una giovane coppia, e c'erano poliziotti tutt'attorno, nascosti fra i cespugli. Non ancora sicuro, ma forse la coppia era formata da due agenti, e forse sono stati loro due a far fuoco per primi e a ferire quell'uomo. Comunque, l'hanno preso, con addosso il suo coltellaccio e la sua pistola, e ha anche confessato." Ora Matilde fissava un punto lontano verso la collina di Fiesole. La pelle della sua faccia sembrava diventata trasparente, come se il sangue non affluisse pi. "Adesso possiamo stare tutti tranquilli," disse Colamele. "Anche tu." Matilde trasal, girandosi di scatto a guardarlo. "Io? Perch io?" Il notaio esit un attimo, prima di rispondere. "Perch anche tu fai parte della citt, e se non succedono pi certe cose, meglio per tutti, no?" George Lockridge arriv mentre Colamele se ne stava andando. Si incontrarono sotto il porticato e si salutarono appena. L'inglese fece un piccolo cenno con la testa, e Colamele gli strinse velocemente la mano, passandogli davanti. Quando restarono soli, Matilde invit George a entrare in casa. "Qui fuori comincia a scendere l'umido," disse. "E poi, quando viene buio non sopporto di restare all'aperto." Solo allora not il grosso involto in carta di giornale che Lockridge stringeva fra le mani. "Vuoi appoggiarlo da qualche parte?" chiese. L'inglese scosse la testa. "No, no, devo parlartene. Dove ci mettiamo?" Andarono a sedersi sul divano del soggiorno, e quando furono l, Lockridge disse: "Enea voleva morire. Da un po' di tempo continuava a ripetere di voler morire. E in un modo o nell'altro, ce l'ha fatta. D'altro canto, aveva perso quello che io definivo il suo alibi per continuare a vivere". Matilde lo guard, smunto nel largo golf di lana rossa e verde, i capelli sottili che gli scendevano sulle spalle, gli occhi miopi fissi. Non le venne in mente nessuna risposta, perch non capiva di cosa stesse parlando. "Quanto ne sai di Nanda?" chiese l'inglese dopo un po'. Matilde continuava a non capire. "Non so niente di nessuna Nanda," rispose. E avrebbe voluto aggiungere che preferiva persistere nella sua ignoranza. Ormai, ogni nuova scoperta poteva portarle solo altro dolore. Ma George aveva gi cominciato a parlare, e le raccont di Enea e della ragazza, della casa di via de' Renai, di quanto avesse contato per Efile:///C|/Documents%20and%20Settings/roberto.ACCENTTRAN/My%20Documents/MdF/Il%20Sospetto.txt[7/29/2010 3:45:41 PM]

nea l'incontro con Nanda e di come aveva sofferto per la sua morte. "Qualche mese fa," concluse, sollevando il pacco che fino a quel momento aveva tenuto in grembo, "Enea intagli questa testa, che poi le regal un giorno a casa mia, ma a lei non piacque perch diceva che non le assomigliava, e che anzi portava sfortuna. E cos questa rest da me." Il giornale frusci, mentre George scopriva la testa intagliata da Enea. Matilde si trov di fronte agli occhi la ragazza dalle orbite vuote. I lineamenti erano rimasti abbozzati, e a confronto i capelli apparivano ancor pi rifiniti e sottili. "Enea sosteneva che i ritratti pi sono precisi e pi mentono," spieg George con un sospiro, fissando anche lui la scultura. "Possono coglierti in un attimo, ma l'attimo dopo sei diverso, e allora la rappresentazione di te diventa parziale." "Ma se colgono l'anima," disse automaticamente Matilde, "allora la rappresentazione completa". L'inglese scosse la testa. "Anche quella che tu definisci anima pu cambiare. E in fretta. Dipende dalle occasioni, e da ci che ti capita di vivere. Prendi Enea, sono certo che prima di conoscere Nanda era un altro." Lockridge pass lievemente la mano sulla testa della ragazza, come se l'accarezzasse. "Invece, con i capelli fu cos preciso e insistente, quasi volesse rappresentarli uno a uno, che gli chiesi che cosa l'aveva spinto a farlo, e lui mi rispose che i capelli possono mutare di colore, ma restano sempre uguali a se stessi, e a loro modo riflettono ci che una persona ." Si alz, incerto, guardandosi attorno senza smettere di parlare. "Pensa che per intagliare i capelli us non so pi quali bisturi, perch erano le uniche lame sufficientemente affilate." Reggeva la testa di legno con estrema cura, mentre la portava verso l'angoliera fra le due finestre per posarla l, accanto a un vaso di porcellana azzurra. Matilde si avvicin alla finestra per chiudere i vetri. Quando il sole scendeva verso l'orizzonte, il tiglio che da quella parte della casa protendeva i rami per tutto l'angolo del giardino, oscurava completamente il cielo, anticipando l'arrivo del buio nel soggiorno. "E' giusto che la tenga tu," continu George. "Vi farete compagnia." "Non ti siedi?" chiese Matilde, ansiosamente. Non voleva che l'inglese se ne andasse, non voleva rimanere sola. "No, devo scappare. Torno un'altra volta." Matilde l'accompagn lungo il corridoio fino al portico e rimase accanto al parapetto finch lui ebbe raggiunto il cancello e si fu voltato a guardarla. Allora sollev la mano per uno stanco cenno di saluto, rientr in casa e chiuse la porta. Fine

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