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L’ipotesi

La nostra ipotesi interpretativa è fondata sull’idea che i cambiamenti politici intervenuti a partire dalla
metà degli anni 2000 in varie zone del mondo (ex-Unione Sovietica, nord-Africa, Medio Oriente),
possano farsi risalire alla natura delle élite che se ne sono rese protagoniste. In particolare il focus
sarà rivolto all’area post-sovietica, in primis Russia e Ucraina, i cui più recenti sviluppi denotano esiti politici
molto divergenti. In conclusione si farà un cenno alle élites di due paesi post-sovietici di altre due regioni:
Turkmenistan e Azerbaijan, di grande rilievo nella nuova geopolitica energetica.
La transizione post-sovietica
L’ultimo giorno di vita dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fu il 31 dicembre 1991. Dal 1°
gennaio 1992 le 15 repubbliche sovietiche divennero stati indipendenti. Tre avvenimenti del 1991
connotarono la fine dell’URSS e gli sviluppi immediatamente successivi:

1. Il Referendum sull’Unione del 17 marzo 1991;


2. Il golpe del 19-21 agosto 1991;
3. Il referendum sull’indipendenza dell’Ucraina dell’1 dicembre 1991.
Il Referendum sull’Unione del 17 marzo 1991
Molte Repubbliche federate dell’URSS, già dalla fine degli anni ‘80,
avevano manifestato istanze autonomistiche e indipendentistiche; in
alcuni casi erano state approvate, in ambito di Soviet repubblicani,
Dichiarazioni di Sovranità. L’ultimo tentativo per tenere in vita l’URSS,
sebbene su basi rinnovate, fu esperito tramite il Referendum del 17
marzo 1991. Il quesito referendario recitava come segue: “Considera
necessario il mantenimento dell’Unione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche come federazione rinnovata di repubbliche uguali e sovrane,
in cui i diritti e le libertà degli individui di ogni nazionalità siano
pienamente garantiti?”. Il Referendum ottenne il 76.4% di consensi su
base federale ma, nonostante ciò, fu boicottato e manipolato in
numerose repubbliche. Solo quattro repubbliche indissero la
consultazione referendaria sulla base del quesito approvato dal
parlamento sovietico (Bielorussia, Tajikistan, Turkmenistan, Azerbaijan)
clicca qui Il crescente consenso popolare di cui godeva il Presidente della
Russia Boris Eltsin, di contro alle difficoltà in cui si dibatteva il Presidente
dell’URSS Mikhail Gorbachev, contribuirono ad accelerare il processo di
scioglimento dell’Unione.
Il golpe del 19-21 agosto 1991
Il secondo evento detonatore dell’implosione dell’URSS fu il fallito
golpe dell’agosto 1991 inscenato contro il Presidente Gorbachev. Il 29
luglio, in una riunione tra Gorbachev, Eltsin e Nazarbaev (Presidente
del Soviet Supremo del Kazakhstan), fu fissata la data della firma del
nuovo Trattato dell’Unione, il 20 agosto. Il 4 agosto Gorbachev decise
di recarsi a Foros in Crimea per un breve periodo di vacanza; il rientro
a Mosca era previsto il 19 agosto. Il 19 agosto avvenne la costituzione
del Comitato per lo stato d’emergenza composto di otto membri, tra
cui il Vicepresidente dell’URSS Yanaev, e tale organismo assumeva la
guida del paese essendo Gorbachev “nell’incapacità, per ragioni di
salute, di svolgere le proprie funzioni”, allo scopo di rimettere ordine
nel paese e di prevenire la disintegrazione dell’Unione. Eltsin con un
ukaz (editto) ordinò ai russi di disobbedire agli ordini illegali del
Comitato per lo stato d’emergenza. Il Comitato per lo stato
d’emergenza perse, a poco a poco, tutti i suoi principali membri i quali,
dopo due giorni, si recarono da Gorbachev per farsi perdonare. Il 21
agosto Gorbachev e moglie poterono tornare a Mosca, i golpisti furono
arrestati.
1 dicembre 1991: l’indipendenza dell’Ucraina
Il terzo fattore determinante per la fine dell’URSS fu l’atteggiamento
assunto, sul finire del 1991, dall’Ucraina nei confronti della rinnovata
Unione federale. Lo scontro sull’assetto istituzionale da dare
all’Unione si svolse, a partire da novembre 1991, nell’ambito del
Consiglio di Stato: il Presidente sovietico Gorbachev si ostinava a
rivendicare uno stato federale mentre il Presidente russo Eltsin
sosteneva l’ipotesi di una Confederazione. Mentre pareva essersi
trovata una soluzione di compromesso, basata comunque
sull’edificazione di un nuovo stato sovranazionale, il Presidente del
Soviet supremo ucraino Leonid Kravchuk vedi rilanciò la posta in
gioco, proponendo la nascita di una Comunità di Stati indipendenti.
L’ipotesi di dar vita a un’entità sovranazionale senza la partecipazione
dell’Ucraina, seconda repubblica sovietica per popolazione e per
rilevanza politica, convinse Eltsin ad addivenire alla richiesta di
Kravchuk e a proporre, in occasione del Consiglio di Stato del 25
novembre, la nascita della Comunità di Stati indipendenti. Il 1°
dicembre 1991 in Ucraina fu indetto un referendum sull’indipendenza
nazionale, contestualmente all’elezione del primo Presidente della
Repubblica: l’esito, abbastanza scontato del referendum, vide
trionfare, con più del 90% dei consensi, l’istanza indipendentista.
La transizione post-sovietica: l’analisi
Dal punto di vista interpretativo, la transizione nello
spazio post-sovietico può essere collegata alle seguenti
sette variabili esplicative:
1. Le eredità politiche;
2. Il grado di modernizzazione;
3. La vicinanza all’Europa occidentale;
4. La disponibilità di risorse naturali;
5. La collocazione dei comunisti al potere dopo le
prime elezioni;
6. Le riforme economiche;
7. Grado di forza del Parlamento.
La transizione post-sovietica: gli esiti
L’8 dicembre 1991, i tre presidenti slavi (Eltsin,
Kravchuk e Shushkevich) si incontrarono nella foresta
di Belovezh, al confine tra Bielorussia e Polonia, dove fu
sottoscritto un documento, da sottoporre
successivamente ai presidenti delle altre ex-repubbliche
e all’approvazione dei rispettivi parlamenti, in cui si
sanciva la fine dell’URSS in qualità di soggetto di diritto
internazionale e di realtà geopolitica, e fu fondata al
suo posto una Comunità di Stati indipendenti (CSI) alla
quale i nuovi stati erano invitati ad aderire. I primi
parlamenti che approvarono l’accordo furono quelli di
Ucraina e Bielorussia, seguiti da tutti gli altri, ad
eccezione dei tre stati baltici e della Georgia. L’URSS
cessò di esistere formalmente alla mezzanotte del 31
dicembre 1991.
I regimi nello spazio post-sovietico
La distribuzione dei regimi politici post-sovietici

Democrazie Democrazie difettose Autocrazie

Estonia Georgia Armenia

Lettonia Moldova Azerbaijan

Lituania Ucraina Belarus

Kazakhstan

Kyrgyzstan

Russia

Tajikistan

Turkmenistan

Uzbekistan
Le “rivoluzioni colorate”: caratteristiche
Dal 2000 al 2005, una serie di proteste popolari, denominate
“rivoluzioni colorate” vedi, spazzarono via i regimi autoritari
e semi-autoritari in Serbia, Georgia, Ucraina e Kyrgyzstan. In
questi casi, la scintilla che scatenò le proteste, generalmente
pacifiche, fu il tentativo, da parte dei leader autoritari, di
falsificare a proprio favore i risultati elettorali. Anche in altri
stati euro-asiatici ebbero luogo movimenti popolari simili a
quelli che caratterizzarono le “rivoluzioni colorate” (proteste
pacifiche, rivendicazioni popolari di democrazia, il ricorso al
monitoraggio elettorale) ma senza successo: è il caso di
Russia, Belarus, Azerbaijan, e di alcuni stati dell’Asia
centrale.
Va precisato che per “rivoluzioni colorate” di successo si Mappa delle “rivoluzioni colorate”
intende la rimozione dal potere di leadership illiberali o
autoritarie attraverso mezzi non-violenti e/o democratici
(tendenzialmente la sconfitta degli uscenti a seguito di
tornate elettorali organizzate sotto la pressione della
protesta popolare).
Le “rivoluzioni colorate”: cause
L’analisi dei fattori scatenanti delle “rivoluzioni colorate”
è strettamente collegata alle cause del mancato
generalizzato successo di tali movimenti in tutto lo
spazio post-sovietico. L’elenco delle “precondizioni” che
favoriscono il successo delle “rivoluzioni colorate” viene
prevalentemente individuato in sette punti: la presenza
di un regime semi-autocratico; un leader in carica
impopolare; un’opposizione unita e coesa; la possibilità
e la capacità di denunciare pubblicamente le frodi
elettorali; media indipendenti; la capacità
dell’opposizione di mobilitare masse popolari; le
divisioni all’interno delle forze di sicurezza del regime.
La causa più frequentemente addotta dagli studiosi nel
giustificare la non-rivoluzione è stata il ricorso, da parte
di molti leaders autoritari, a politiche tendenti a
scongiurare e prevenire il verificarsi dei fenomeni di
mobilitazione popolare.
Per quanto concerne l’individuazione delle precondizioni
del mancato verificarsi delle “rivoluzioni colorate”, vi è
una versione strutturalista declinata in 3 punti: 1. la
presenza di un partito al potere coeso tenuto insieme
da una tradizione rivoluzionaria o da una solida
ideologia; 2. un apparato coercitivo forte e ben
retribuito; 3. un controllo discrezionale da parte dello
stato sull’economia .
La “rivoluzione delle rose”
Nei giorni che seguirono le elezioni tenutesi a Tbilisi il 2
novembre 2003, migliaia di persone protestarono
davanti il Consiglio cittadino e il Parlamento, contro le
presunte manipolazioni del voto a favore del fronte
elettorale del Presidente in carica Eduard Shevardnadze
vedi. A capo della protesta vi fu il principale oppositore,
Mikheil Saak’ashvili vedi. Anche le principali
organizzazioni che si occupano di monitoraggio
elettorale (OSCE, Consiglio d’Europa, Governo USA,
Parlamento Europeo) rilevarono profonde irregolarità
nel voto georgiano. Dopo ben diciotto giorni dallo
svolgimento delle elezioni, la Commissione Elettorale
Centrale comunicò i risultati ufficiali: il Blocco di
Shevarnadze, insieme al Partito Revival di Abashidze,
furono proclamati vincitori. Il 22 novembre,
Shevarnadze aprì la sessione inaugurale del Parlamento Mikheil Saak’ashvili
ma centinaia di sostenitori dell’opposizione fecero
irruzione nell’edificio, non bloccati dalla forze di polizia
e il giorno successivo rassegnò le dimissioni. Il 4
gennaio 2004 vi fu l’elezione di Saa’kashvili alla
Presidenza della Repubblica con il 96 per cento dei
consensi. Senza dubbio, l’azione e i finanziamenti di
alcune organizzazioni straniere, in particolare USAID e
la Fondazione Soros, furono di stimolo per la
riattivazione della società civile georgiana.
La “rivoluzione arancione”
La “rivoluzione arancione” in Ucraina non fu un fulmine
a ciel sereno ma si inserì in un contesto di profondo
malcontento popolare nei confronti del regime del
Presidente Kuchma vedi. Il ballottaggio delle elezioni
presidenziali del 21 novembre 2004, in base ai
sondaggi della vigilia, avrebbe decretato l’elezione di
Viktor Yushchenko vedi, leader delle opposizioni e filo-
occidentale, con il 54% dei voti; al contrario, la
Commissione Elettorale Centrale dichiarò Viktor
Yanukovych vedi, filo-russo, vincitore con il 49,42% dei
consensi, contro il 46,69% di Yushchenko. Yushchenko
non accettò la sconfitta, accusò l’avversario di brogli ed
invitò i suoi sostenitori a manifestare finché non fosse
riconosciuta la sua vittoria: a Kiev, il 22 novembre,
100 mila persone si radunarono nel centro della città
per manifestare in favore di Yushchenko. Dopo dieci
giorni di mobilitazione, il 3 dicembre la Corte Suprema
dichiarò non validi i risultati del ballottaggio ed ordinò
la ripetizione del solo ballottaggio il 26 dicembre. I dati
della Commissione elettorale centrale non lasciarono
margini a contestazioni: Yushchenko si aggiudicò il
52,45% dei consensi, mentre Yanukovych si fermò al
43,77%. Questa volta nessuna irregolarità venne
rilevata dagli oltre 12.000 osservatori internazionali.
La “rivoluzione dei tulipani”
La “rivoluzione dei tulipani” in Kyrgyzstan presenta
degli aspetti originali rispetto alle due già descritte per
il contesto e la cultura politica. Gli avvenimenti del
marzo 2005 posero fine al lungo dominio del Presidente
Askar Akaev vedi, in carica dal 1991. Consolidando il
suo potere, Akaev rafforzò una cerchia di suoi
fedelissimi, soprattutto provenienti dalla regione
settentrionale del paese, più russificata e integrata
negli schemi di organizzazione politico-sociale dell’era
sovietica; la parte meridionale continuava a essere
piuttosto tradizionale e a base religiosa. Le elezioni
parlamentari del febbraio 2005 furono le più
competitive della storia del paese. Akaev decise, il 23
marzo, dopo una serie di rimozioni ai vertici degli
apparati di sicurezza, di passare alla forza, operando
azioni di polizia contro alcuni esponenti
dell’opposizione. La protesta si espanse e si
registrarono molte defezioni da parte delle forze di
sicurezza che, in numero crescente, passarono a
sostegno dell’opposizione. Il 24 marzo, nella capitale
Bishkek, si svolse una grande manifestazione contro il
regime di Akaev; i manifestanti fecero irruzione
nell’edificio presidenziale e occuparono la sede della
televisione. Akaev e la sua famiglia si diedero alla fuga.
Kurmanbek Bakiev vedi fu proclamato presidente ad
interim.
I tentativi non riusciti (I)
In altri stati post-sovietici, le mobilitazioni popolari della metà degli anni ‘2000 non hanno determinato
alcun ricambio a livello di élite. In Russia, Putin è riuscito a neutralizzare i possibili fattori di rischio di
diffusione delle rivoluzioni colorate: le ONG con legami, politici e finanziari, con l’occidente; le
organizzazioni, interne e internazionali, di monitoraggio elettorale, in primis l’OSCE; i gruppi giovanili di
protesta anti-governativa, anche mediante la mobilitazione di gruppi di giovani pro-regime. Questa
azione di neutralizzazione, esercitata con strumenti autoritari sia all’interno del paese, sia nei confronti
di altri territori di diretto interesse per la Russia, mise al sicuro Putin in occasione delle elezioni
parlamentari del dicembre 2007 e di quelle presidenziali del marzo 2008, e riuscì a prevenire grandi
sconvolgimenti in prossimità delle elezioni parlamentari del 2011 e presidenziali del 2012.
I tentativi non riusciti (II)
In Belarus, una forma di protesta popolare si ebbe con l’allestimento di una
tendopoli sulla Piazza d’Ottobre a Minsk, ad opera di circa 20mila giovani
che protestavano contro la conduzione delle elezioni presidenziali del 2006;
si parlò della “rivoluzione dei jeans”, che ebbe, però, un esito negativo in
quanto fu repressa dall’intervento della polizia. In Azerbaijan, le proteste
popolari verificatesi dopo le elezioni parlamentari del novembre 2005 furono
facilmente represse dal regime: quindi, ogni tentativo di dar vita, come in
Georgia e Ucraina, a una qualche forma di rivoluzione colorata, fallì, anche
perché fu scelto il momento sbagliato. Per quanto concerne l’area dell’Asia
centrale post-sovietica, va sottolineato l’alto livello di pervasività e di
capillare controllo sociale esercitato dalle élites al potere nei confronti della
società e del sistema politico, aspetti poco favorevoli allo svilupparsi e al
successo delle “rivoluzioni colorate”.

Il Presidente della Belarus Aleksandr


Lukashenko
I tentativi non riusciti (III)
Una tesi più legata a un approccio comportamentista
esercitato dai leaders al potere al fine di prevenire eventuali
mobilitazioni popolari, si articola in 3 specifici interventi: 1.
attacchi rivolti contro le opposizioni e la società civile; 2. il
cambiamento delle regole del gioco a tutela e vantaggio del
gruppo al potere; 3. la manipolazione dell’immagine e della
memoria, in negativo, delle opposizioni. O, ancora, le
strategie “preventive” dei regimi autoritari si estrinsecano in
cinque modalità: 1. Isolamento (delle ONG straniere sgradite
al regime); 2. Marginalizzazione (delle opposizioni,
attraverso meccanismi tecnici e legislativi); 3. Distribuzione
(di risorse a favore di organizzazioni pro-regime); 4.
Repressione (sotto forma di sanzioni nei confronti delle forze
anti-regime); 5. Persuasione (nei confronti dell’opinione
pubblica circa la natura anti-nazionale delle forze di
opposizione interna e internazionale). Nel nostro caso, le
nuove élites hanno dimostrato di governare nelle
stesse modalità di quelle precedenti, con l’unica
differenza, soprattutto nel caso di Ucraina e Georgia,
di un orientamento più marcatamente occidentale. A La leader “arancione” Yulia Tymoshenko
fronte di legittimazione e propaganda di stampo
democratico, gli esiti si sono rivelati di grande
continuità con il precedente regime autocratico.
La teoria delle élites
La teoria delle élites si propone di spiegare
scientificamente una delle tendenze indiscutibili della
storia umana: il fatto che, in ogni società e in ogni
epoca, una frazione numericamente ristretta di persone
concentra nelle proprie mani la maggior quantità di
risorse esistenti - ricchezza, potere e onori - e s'impone
alla quasi totalità della popolazione vedi. I più noti
teorici delle élites, i cosiddetti “classici”, sono: Gaetano
Mosca (1858-1941), Vilfredo Pareto (1848-1923) e
Roberto Michels (1876-1936). Dopo una rapida
rassegna dei maggiori contributi teorici degli elitisti, si
passerà a interpretare, in termini elitistici, alcune
recenti fenomenologie politiche.
I classici: Gaetano Mosca
La prima opera di Gaetano Mosca è del 1884, Sulla
teoria dei governi e sul governo parlamentare,
nel quale viene delineata l’idea centrale degli elitisti
cioè che inevitabilmente “una minoranza
organizzata, la quale agisce sempre
coordinatamente, trionfa sempre sopra una
maggioranza disorganizzata”.
Mosca definisce tale minoranza organizzata come
“classe politica” e le varie forme di governo non
rappresentano altro che i principi in base ai quali coloro
che detengono il potere lo legittimano e lo esercitano.
Chi è al potere non ammetterà mai di esercitarlo in
quanto classe più adatta a governare ma tradurrà
sempre la giustificazione del suo potere in una formula
astratta. La democrazia, secondo Mosca, è un’illusione
perché non è possibile concepire, nei fatti, il governo di
tutti: anche nella democrazia, dunque, ci sarà una
minoranza numerica che esplicherà effettivamente
l’azione di governo. Mosca ha progressivamente
un’apertura verso la democrazia: egli propende per un
sistema misto nell’ambito del quale non prevalga né
l’elemento autocratico, né quello aristocratico, né quello
democratico.
Mosca vede con preoccupazione la concessione del
suffragio agli strati più incolti della popolazione e ripone
le sue speranze nella classe media, nei suoi valori di
moderazione, esperienza, istruzione.
I classici: Vilfredo Pareto
Il suo pensiero lo ritroviamo tutto nella sua opera
Trattato di sociologia generale, del 1916. Il suo
modello è l’homo economicus, cioè l’uomo che agisce
in termini razionali per il raggiungimento dell’utilità
economica intesa in senso individualistico. Con il
tempo, però, egli si convinse che non si può dare una
spiegazione esauriente dell’attività umana in termini
economici: si rivolse pertanto alla sociologia. La
concezione antropologica di Pareto può essere così
riassunta: gli uomini sono per lo più mossi da impulsi
emotivi, non razionali, (i residui) ma essi non
riconoscono questa base non razionale delle loro azioni
e mascherano tali azioni dando a esse spiegazioni
pseudo-razionali (le derivazioni). Egli afferma che per
ogni ramo dell’attività umana vi è una “classe eletta”
costituita dagli elementi oggettivamente migliori in tale
attività; e lo strato inferiore (la classe non eletta). Le
classi elette non costituiscono entità statiche
(circolazione delle élites) nel senso che all’inizio,
effettivamente, la classe eletta è costituita da coloro
che hanno più doti per governare ma questa loro forza
si perde con il tempo mentre, contemporaneamente,
nella classe inferiore si formano nuove energie: si
verranno così a formare nuove aristocrazie in un
processo ininterrotto.
I classici: Roberto Michels
Nella sua opera più famosa, La sociologia del partito
politico (1911), centrale è l’idea elitistica della
necessità di una minoranza organizzata mentre
marxismo, socialismo, democrazia e partecipazione
diretta delle masse al potere, sono i suoi costanti
bersagli.
Michels afferma che le masse sono deboli e in quanto
tali non possono conservare il potere; per farlo, è
necessario che si organizzino ma ciò comporta uno
stravolgimento nella loro struttura. Ogni organizzazione
politica, sia essa un partito o un sindacato, ha bisogno
di una struttura, di personale specializzato e ciò
comporta, inevitabilmente, una selezione per la
formazione di tale personale e l’impossibilità da parte
della massa in quanto tale di esercitare un potere
diretto. Si crea dunque un’organizzazione gerarchica
nell’ambito della quale è possibile che, all’inizio, il capo
governi come “servitore delle masse” ma presto
saranno le masse a essere sottomesse al gruppo
minoritario organizzato. E’ questa la legge di ferro
dell’oligarchia.
Tale principio ha trovato, in effetti più conferme che
smentite, ed è anche vero quanto affermato da Michels
e cioè che questo fenomeno si riscontra anche nelle
democrazie e all’interno dei regimi che si rifanno al
marxismo.
I contemporanei/1
Nel corso del ‘900 si sono affermati studi sulle élites più
strettamente di taglio empirico. Nel famoso libro L'élite
del potere, del 1956, Charles Wright Mills vedi
sostiene che negli Stati Uniti la politica è dominata da
una ristretta e potente élite formata dalle persone che
presiedono le maggiori organizzazioni: la burocrazia
pubblica, le grandi corporations e le forze armate. Il
capitalismo avanzato esige che si prendano decisioni
fortemente coordinate e di ampia portata, quindi i
dirigenti delle grandi organizzazioni sono
costantemente in contatto e spesso assumono in modo
informale decisioni di rilievo politico e sociale.
Secondo Robert Alan Dahl vedi autore di Who
governs? su New Haven, capitale del Connecticut, il
potere a livello locale è diffuso su una pluralità di élite
piuttosto che concentrato in un’unica oligarchia
compatta al potere. Dahl rompe il
dogma elitista sostenendo che non si può e non si deve
sovrapporre la ricchezza materiale ed il potere
economico ed il peso politico. Dahl analizza tre settori
di policy che assumono un rilievo centrale nella vita
pubblica di New Haven, per individuare le persone che
contano di più.
I contemporanei/2
Dahl segue due procedure:
posizionale, vale a dire che isola il ceto politico dal res
to delle élite cittadine, individuando persone che hanno
ricoperto incarichi pubblici a livello comunitario (eletti e
responsabili di partito);
decisionale riferendosi alle decisioni e alle procedure
che effettivamente sono seguite nelle politiche
pubbliche a livello cittadino.

Un altro importante studio sull’élite al potere fu svolto


da Floyd Hunter vedi su Atlanta (Community Power
Structure, 1953). Il potere locale, secondo Hunter,
consiste nel rapporto strutturale tra gruppi di individui
(controllati e controllori) in base alle gerarchie
economiche presenti a livello nazionale e locale che si
mantengono relativamente stabili grazie al controllo di
alcune risorse (ricchezza, status, prestigio). Hunter usa
il metodo reputazionale, basato sulla centralità del
parere dei giudici (persone con una profonda
conoscenza delle dinamiche interne alla comunità) in
merito alle vigenti relazioni di potere. Il potere rilevato
dalla ricerca è un potere presunto e non effettivo,
troppo condizionato da arbitrarietà e pregiudizi.
Centralità delle élites nell’analisi politica
Le centralità del ruolo delle élites è sottolineata, in
maniera specifica, dai tre “padri fondatori” della
transitologia: nelle loro opere emerge ancora, quale
variabile irrinunciabile, l’importanza del ruolo delle élite.
In Transitions from Authoritarian Rule si parla, oltre che
degli eventi inaspettati (fortuna), anche di virtù, ossia
dei talenti dei leader politici nel realizzare un certo
risultato politico. Ne La terza ondata, invece, si sostiene
che le condizioni sono necessarie affinché si instauri
una democrazia, ma che l’attività dei leader è
ugualmente indispensabile e quasi preminente.
Secondo Fukuyama, ciò che incide davvero nei destini
di un paese è la presenza di una deliberata volontà
politica, di statisti di valore.
I più accreditati studi sui processi di democratizzazione
mettono un accento importante sulla decisività
dell’azione e del comportamento delle élites. Grilli di
Cortona sottolinea l’importanza delle dinamiche messe
in atto dalle élites nella spiegazione delle difficoltà
incontrate in molti processi di transizione democratica;
in maniera ancora più esplicita si considera il fattore
legato alle élites tra le eredità del precedente regime in
grado di condizionare i percorsi successivi di
cambiamento.
Le élites nei paesi ex-comunisti
La centralità delle élites è richiamata come fattore
determinante nella spiegazione dei processi di
cambiamento politico verificatisi in molteplici aree
geopolitiche e, in particolare, nei paesi ex-comunisti
dell’Europa orientale e dell’ex-URSS. Il ruolo delle élites
è rilevante nell’interpretazione di diversi aspetti e
caratteri del cambiamento: rilevante è il modello di
relazione tra vecchie e nuove élites; importante è il
processo di selezione delle élites nella fase del
cambiamento; meno approfondito e analizzato, ma non
per questo meno dirimente, l’atteggiamento
psicologico e il background delle élites al potere.
Gli esiti che si sono determinati dall’incontro/scontro tra
le vecchie e le nuove élites variano da paese a paese.
Nei paesi in cui i partiti comunisti si sono riformati
gradualmente, essi condivisero il cambiamento
sistemico e furono coinvolti nel processo di riforma
come un qualsiasi partner politico. In alcuni paesi le
élites comuniste riuscirono a mantenersi al potere
persino dopo le prime elezioni democratiche: esse
riuscirono a conservare ruoli cruciali nel sistema
sociale. Molto è dipeso dall’atteggiamento delle nuove
élites nei confronti della vecchia nomenklatura.
Il sistema della nomenklatura
Nei circa settanta anni di regime sovietico, si sono
succedute varie fasi nelle modalità di reclutamento e
selezione delle élites, tutte rientranti nello schema della
“politica di tipo comunista”. Il meccanismo più diffuso
fu quello della nomenklatura. Il sistema sovietico
della nomenklatura prevedeva una lista di posizioni di
ambito nazionale, la cui nomina era di spettanza del
Comitato Centrale del PCUS (il Politburo e il
Segretariato del Comitato Centrale del PCUS, che
costituivano l’esecutivo politico); il personale di vertice
dell’apparato del Comitato Centrale (in effetti,
l’amministrazione nazionale); i principali primi segretari
regionali del partito, i primi ministri e altri membri di
vertice del governo; i più importanti membri dei servizi
di sicurezza e dell’esercito; i vertici del corpo
diplomatico; i leader delle organizzazioni giovanili,
culturali e dei sindacati. Il sistema della nomenklatura
sovietica era molto gerarchizzato: tutte le posizioni,
così come determinato durante l’era di Stalin, erano
collocate in quattordici distinti livelli. Al livello apicale vi
era il Segretario Generale del Comitato Centrale del
PCUS, seguito dai membri del Politburo, dai membri
candidati del Politburo e dai Segretari del Comitato
Centrale.
Modalità di reclutamento delle élites
Nella fase successiva alla fine dell’URSS si sono
consolidati due modelli speculari di reclutamento delle
élites: il modello burocratico-razionale (Weber
vedi) e il modello patron-client. Il modello
burocratico è caratterizzato da un reclutamento delle
élites depersonalizzato e basato sulla competenza,
avulso da altri criteri quali la consanguineità, le
relazioni etniche o la corruzione. Il potere politico
feudale era basato sulla fusione di potere e proprietà,
mentre il modello burocratico è segnato dalla
distinzione tra il management economico e quello
politico. Il modello feudale potrebbe essere definito
anche “oligarchico” nell’ottica della coincidenza tra
potere e proprietà. La sterminata estensione del
territorio sovietico rendeva difficile l’applicazione del
modello burocratico-razionale su regioni dal passato
fortemente connotato in senso clientelare, familistico,
nepotistico, in senso anti-modernizzatore. Nel corso del
XIX e XX secolo si assistette a tentativi di
modernizzazione atti a sradicare i principi tradizionali di
organizzazione sociale. Con la fine dell’URSS, molti
settori della popolazione ricaddero in uno stato di de-
modernizzazione e ri-tradizionalizzazione su larga scala,
di cui portano la diretta responsabilità le élites degli
stati post-sovietici.
La nostra ipotesi/1
La nostra ipotesi analitica si ricollega, seppur
vagamente, al seguente approccio: il “chi” decide non è
affatto indifferente in merito al “cosa” si decide e al
“come” si decide. Si intende verificare quanto
incida la matrice originaria delle élites al potere
nei vari paesi postcomunisti, e in particolare in
quelli dell’area post-sovietica,
nell’interpretazione e spiegazione dei diversi
percorsi politici di volta in volta intrapresi.
Significa rimettere al centro dell’analisi politologica lo
studio delle élites ma, in questo caso, avvalendosi di un
approccio più tipicamente sistemico e
comportamentistico: le caratteristiche principali e la
tipologia di attori presenti nella “scatola nera” di Easton
possono determinare il tipo di output che il sistema
politico produce, nonché il feedback, in termini di
consenso, che la società politica tende ad attivare. La
nostra ipotesi si basa su una variabile indipendente
rappresentata dalla matrice originaria (estrazione
socio-professionale, livello di socializzazione politica,
percorsi di carriera politica) delle élites al potere; la
variabile dipendente è costituita da una corrispondente
forma della politica, dalle scelte politiche intraprese
dalle élites al potere, in grado di contribuire ai percorsi
di cambiamento propri di ciascun sistema politico.
La nostra ipotesi/2
In linea generale si possono distinguere due tipologie di
élites: quelle economico-finanziarie e quelle
politico-amministrative. Le élites economico-
finanziarie, nate e affermatesi soprattutto negli Stati
Uniti d’America, hanno assunto, con l’incalzare della
globalizzazione, una crescente dimensione
transnazionale. Le élites politico-amministrative sono
prevalentemente legate a disegni e progetti politici di
ambito europeo: l’esperimento sovietico e la
socialdemocrazia. Con il 1989, e la immediatamente
successiva fine dell’URSS, le élites politiche, anche in
Europa, sono diventate del tutto subalterne a quelle
economico-finanziarie e sempre più mostrano difficoltà
nel riemergere. In base alla nostra ipotesi, le élites
economico-finanziarie e le élites politico-
amministrative sarebbero portatrici di visioni e
modalità del fare politica differenti tra loro: nel
primo caso avremmo un approccio tecnocratico, una
gestione manageriale delle politiche pubbliche
finalizzata ad assecondare interessi particolaristici sulla
base dei rapporti di forza stimolati dalla competizione e
dalle leggi di mercato; nel secondo caso ci troveremmo
di fronte a comportamenti politici ispirati ai criteri della
rappresentanza e della mediazione, dell’inclusione e
della partecipazione, a beneficio dell’intero sistema
sociale.
I casi di studio
Ci si può chiedere, nel contesto dei cambiamenti politici
avvenuti nella metà degli anni ‘2000 in alcuni stati
post-sovietici: cosa sarebbe successo se ai vertici dello
stato e della politica vi fossero state élites
prevalentemente politico-amministrative invece che
economico-finanziarie? Il successo o il fallimento delle
“rivoluzioni colorate” verificatesi, o tentate, in alcuni
stati dell’area post-sovietica, possono essere, in parte,
spiegati in base alla differente composizione delle élites
al potere? Si procederà ad analizzare la composizione e
la matrice delle élites al potere nei due principali stati
post-sovietici, Russia e Ucraina: nel primo caso, i
fermenti popolari e le manifestazioni di dissenso
verificatesi intorno alla metà degli anni ‘2000 non
hanno avuto alcun esito politico, non hanno
determinato alcun reale cambiamento; nel secondo
caso, alla fine del 2004 ha avuto luogo la più nota delle
“rivoluzioni colorate”, la cd. “rivoluzione arancione” che
determinò un processo di cambiamento, seppur di
breve durata; e, più di recente, nella prima parte del
2014, gli eventi meglio conosciuti come la protesta di
«Maidan», hanno accentuato alcuni fenomeni, già
attivati dalla «rivoluzione arancione». I due casi di
studio, molto diversi tra loro per quanto concerne
dimensioni territoriali, popolazione e condizioni
economiche e geopolitiche, hanno evidenziato un
percorso politico post-sovietico, a partire dagli anni
’2000, chiaramente divergente.
Le élites russe/1
Il periodo di presidenza di Eltsin in Russia (1991-1998)
si può porre in continuità con l’era sovietica del periodo
brezhneviano: qualche autore ha adottato la definizione
di neo-feudalesimo per riferirsi all’era Eltsin. Si venne
a consolidare un rapporto di collusione tra economia e
politica già propria dell’era sovietica con le company
towns e degli accordi sull’economia extra-piano. Attori
centrali di tali dinamiche erano, da un lato, gli
oligarchi, i rappresentanti della nomenklatura
economica che erano riusciti a beneficiare delle
privatizzazioni eltsiniane; dall’altro, i baroni, i
governatori regionali sempre più benevoli nei confronti
degli oligarchi in termini di concessioni e in cambio di
sostegno politico. Si consolidò una rete informale di
potere fatta di localismo e connivenze trasversali
d’interessi. Con le riforme degli anni ’90 volute da
Eltsin, la relativamente omogenea burocrazia si
trasformò in un’associazione di clan economici e politici
che aspiravano ad assumere le decisioni politiche più
rilevanti. Nel corso di tali riforme, il ruolo delle élites
economiche nel decision-making politico crebbe
notevolmente. Il modello di reclutamento delle élites di
tipo burocratico fu sostituito da uno di tipo oligarchico,
si determinò una quasi feudalizzazione della Russia.
Le élites russe/2
La maggior parte degli autori mette in evidenza una
chiara discontinuità tra la politica di reclutamento delle
élites operata da Eltsin e quella avviata dal suo
successore Putin, in virtù della centralità che nell’era
Putin hanno assunto i cosiddetti “siloviki”. La parola
“siloviki” deriva dall’espressione “silovye struktury”
(strutture di forza), in riferimento alle forze armate, ai
corpi di esecuzione delle leggi, alle agenzie di
intelligence che hanno il monopolio della coercizione
statale. I siloviki, pertanto, sono più accomunati dal
punto di vista della visione e degli interessi, piuttosto
che del background. Trattansi di persone che lavorano
o che lavoravano per i ministeri della “coercizione”
autorizzati a ricorrere alla forza in nome dello stato. Si
contano circa ventidue agenzie di tale tipo in Russia
oggi: la più famosa è la FSB (Federal Security Service),
l’ex KGB. Sono comunque corpi separati dai civili, con
specifiche caratteristiche, motivazioni e mentalità. Essi
portano armi e hanno una serie di privilegi sociali.
Dall’avvento di Putin ai vertici dello stato, essi hanno
acquisito una notevole centralità: circa il 77% delle
1016 posizioni di governo sono occupate da persone
con un background nella sicurezza.
Le élites russe/3
S’individuerebbero due opposti clan in lotta tra loro
all’interno del Cremlino: i siloviki (Putin) e i liberali
(Medvedev vedi) I due gruppi si contrappongono in
merito alla propria concezione della politica economica,
estera e interna ed hanno, spesso, un ruolo di diretta
partecipazione nella gestione di settori dell’economia
russa. Convinti entrambi della necessità per la Russia di
ripristinare un sistema verticale di potere esecutivo, i
liberali in economia sostengono l’opportunità di
instaurare un più consistente grado di libertà
imprenditoriale, mentre i siloviki considerano la
privatizzazione una ferita inferta agli interessi nazionali
russi e sostengono il ritorno del controllo statale nei
settori strategici dell’economia, in primo luogo in quello
energetico. Si è proceduto alla classificazione di una
serie di profili di èlites russe a partire dai primi anni
‘2000, ossia dall’avvento al potere di Vladimir Putin. La
nostra attenzione si è concentrata in primo luogo sulla
composizione dell’Amministrazione Presidenziale,
nonché sui principali esponenti dei Gabinetti ministeriali
succedutisi dal 2000 ad oggi. Per ciascun profilo
analizzato, i criteri classificatori sono stati:
a) Appartenenza all’apparato statale-amministrativo;
b) I profili esterni;
c) L’ambito territoriale di provenienza.
Le élites ucraine/1
Nei 25 anni intercorsi dalla proclamazione
dell’indipendenza nazionale, l’Ucraina ha visto
succedersi 6 Presidenti della Repubblica e 21 governi:
un percorso molto articolato che è andato dalla fase di
Leonid Kuchma segnata da dinamiche di
interpenetrazione tra élites economiche ed élites
politiche, allo schema dello “stato ibrido” che combina
elementi di autoritarismo e di democrazia, attraverso
una breve stagione di attivismo della società civile
coincisa con la “rivoluzione arancione”. Nel decennio di
potere di Kuchma si andarono consolidando dei
processi che avevano fatto la loro comparsa già a
partire dalla fase tardo-sovietica: con varie espressioni
(dicasterialismo, localismo, rapporti patron-client) si
sono indicati fenomeni che avevano come fattore
comune la stretta connivenza tra élites politiche,
soprattutto a livello regionale, ed élites economiche
sempre più autonome e sganciate dalle “quote” dei
piani. Nell’Ucraina post-sovietica, in particolare durante
l’era Kuchma, si era venuto a creare un sistema di
gruppi, clan e oligarchie che, organizzati in cartelli in
funzione collusiva, gestivano il potere statale con
finalità di mantenimento dello status quo. Si trattava di
un sistema oligarchico basato su canali di patronage e
legato alla maggiore o minore vicinanza al Presidente.
Le élites ucraine/2
La rivoluzione arancione del 2004 in Ucraina è stata il
risultato di un conflitto tra élites e della reazione della
società civile nei confronti del governo autoritario di
Kuchma. Il suo esito, comunque, è stato il frutto di un
patto tra le élites che diede voce alla possibilità di
risoluzione del conflitto mediante l’introduzione di
cambiamenti del sistema politico: il patto costituzionale
del dicembre 2004 che non riuscì a produrre i suoi
effetti. L’intenzione di Kuchma, allo scadere del suo
secondo mandato, di dar vita a un trasferimento di
potere guidato non trovò l’accordo di un segmento di
élites che si era raccolto intorno a Viktor Yushchenko
vedi il quale ottenne il supporto dello schieramento
politico riformista e nazionalista riunitosi nel Blocco
Nasha Ukraina. Tra i suoi alleati vi erano molti profili
già coinvolti nella vita istituzionale del paese, tra cui
Yulia Tymoshenko vedi leader dell’omonimo blocco. La
“rivoluzione arancione” del 2004 portò al potere il filo-
occidentale Yushchenko; in ogni caso, i governi
arancioni (2005-2010) si sono rivelati inefficaci. Le
élites politiche ed economiche ucraine non volevano la
concentrazione del potere nelle mani di una sola
persona e, quindi, anche durante la “fase arancione”
continuarono i conflitti tra le élites e i clan.
Le élites ucraine/3
La situazione di caos e conflittualità propria dei governi
arancioni facilitò il ritorno sulle scene di Viktor
Yanukovych il quale operò una marcia indietro rispetto
al compromesso costituzionale raggiunto nel dicembre
2004, che aveva limitato i poteri della presidenza,
ripristinando il modello costituzionale voluto da
Kuchma. Si può concludere che la Rivoluzione
arancione non ha portato all’istituzione di un sistema
democratico di checks and balances. Avendo il controllo
diretto del governo, del parlamento e del giudiziario, si
può dire che Yanukovych abbia esercitato un livello di
potere superiore persino a Kuchma. L’opposizione in
Ucraina era piuttosto frammentata. La Tymoshenko,
prima dei guai giudiziari e della reclusione, ha sofferto
molto la sconfitta del 2010, dovuta probabilmente alle
sua ambiguità e ammiccamenti con il Partito delle
Regioni che non sono stati ben visti dall’elettorato
arancione. Con la vittoria nel 2010 di Yanukovych,
l’Ucraina iniziò a dirigersi verso un modello di
autoritarismo soft. Anche Freedom House lo ha rilevato
declassando il paese nel 2010 a “parzialmente libero”.
La competizione tra sottogruppi di èlites è sempre più
al centro della dinamica socio-politica in Ucraina.
Le élites post-Maidan/1
I più recenti eventi politici in Ucraina, originatisi dalla
mancata firma, alla fine del novembre 2013
dell’Accordo di Associazione all’UE da parte del deposto
Presidente Yanukovych, e le successive proteste di
piazza inizialmente filo-UE, insediarono un esecutivo
provvisorio molto eterogeneo. Vi facevano parte
esponenti del partito di Yulia Tymoshenko
Batkivshchyna, del partito nazionalista di estrema
destra Svoboda, del gruppo paramilitare Pravyi
Sektor. Alla guida dell’esecutivo vi era l’avvocato
39enne Arseniy Yatsenyuk, braccio destro della
Tymoshenko, già Ministro degli Esteri e dell’Economia in
precedenti gabinetti, con buon standing internazionale.
Il Presidente della Repubblica ad interim, Oleksandr
Turchynov, designato dal Parlamento, tipica
espressione della nomenklatura economica post-
sovietica, fu un importante esponente del “clan di
Dnipropetrovsk”, di cui fanno parte la Tymoshenko e
Il Presidente ad interim Oleksandr Turchynov
l’ex-Presidente Kuchma.
La Presidenza Poroshenko
Eletto il 25 maggio 2014, Petro Poroshenko si è
insediato al vertice dello Stato. Meglio conosciuto come
il “re del cioccolato”, essendo proprietario della Roshen,
una “multinazionale” dei dolciumi, si è sempre distinto
per una notevole abilità politica, ricoprendo ruoli
istituzionali, come Ministro, sia in governi “arancioni”
che in gabinetti di Yanukovych. Ormai la sua attività
economico-imprenditoriale si è estesa anche ad altri
settori, tra cui i trasporti, l’edilizia e le comunicazioni,
divenendo a pieno titolo un «oligarca», decisamente
esponente dell’élite economico-finanziaria. Nella
gestione delle recenti vicende della Crimea e delle
regioni separatiste di Donetsk e di Luhansk,
Poroshenko è entrato spesso in contrasto con il Premier
Arseniy Yatsenyuk, assumendo una posizione di
maggiore equilibrio tra le istanze filo-russe e quelle filo- Petro Poroshenko
occidentali.
Sempre più la vicenda politica ucraina è nelle mani di
oligarchi.
Le élites post-Maidan/2
Il 26 ottobre 2014 vanno in scena le prime elezioni
parlamentari dopo i fatti di Maidan (le ultime risalivano
al 2012) che andranno ad eleggere i 450 membri del
Parlamento ucraino.
L'esito delle elezioni fu un sostanziale pareggio tra il
Blocco Poroshenko (21,8%), costituito dal gruppo di
partiti e movimenti che sostengono il presidente in
carica e il Fronte popolare (22%) del primo ministro
uscente Arseniy Yatsenyuk. Il 27 novembre, con 341
voti a favore, il Parlamento confermò Yatsenyuk nel
ruolo di primo ministro.
Il duo Yatsenyuk-Poroshenko dà il via a un governo di
chiara matrice economico-finanziaria.
Entrambi caratterizzati da posizioni europeiste, il
governo da loro scelto è di chiara ispirazione filo-
Arseniy Yatsenyuk
occidentale. I ministri nominati nelle posizioni
strategiche per la riorganizzazione economica nazionale
sono accumunati da un approccio ultra-liberista che
persegue il processo di privatizzazione dell'economia e
dei principali asset ucraini.
La formazione del nuovo esecutivo ucraino ha visto la
nomina di 3 ministri stranieri (Natalia Jaresko, Aivaras
Abromavicius, Alexander Kvitashvili). Il metodo di
selezione fu più simile a quello di una multinazionale
che a un organismo politico, affidata a due società
esperte nella selezione del personale e
finanziata dal miliardario americano di origine
ungherese George Soros.
Russia e Ucraina a confronto
I due casi di studio selezionati sono rappresentativi di
differenti percorsi politici nello spazio post-sovietico: in
Ucraina, la “rivoluzione arancione” e i fatti di «Maidan»
hanno determinato un ricambio, seppur momentaneo
nel primo caso, di élites al potere di matrice economica,
perpetuando, se non accelerando, un percorso di
subordinazione della politica all’economia; in
Russia, le prime dimostrazioni di dissenso politico e di
fermenti dal basso della metà degli anni ‘2000, poi
divenuti più eclatanti in occasione delle scadenze
elettorali del 2011-2012, non hanno determinato alcun
cambiamento nell’assetto di potere pre-esistente,
indicando una prospettiva di medio-lungo termine di
ulteriore consolidamento dell’attuale élite di stampo
politico-amministrativo, in una logica sempre più
evidente di “politica al posto di comando”.
Un’élite al potere a prevalenza politico-amministrativa è
interprete di una politica di progetto avente come
prospettiva finale la realizzazione di vantaggi collettivi e
di valori di identificazione comune. Un sistema politico
dominato da élites economiche auto-interessate, volte
a garantirsi, attraverso i canali politico-amministrativi,
assetti economico-finanziari sempre più vantaggiosi,
dimostra la propria dipendenza da accordi e patti a più
livelli denotando una forte caducità.
Le élites dell’Azerbaijan
In Azerbaijan, l’ultimo periodo sovietico e la prima fase
post-sovietica furono caratterizzate dall’affermazione di
una contro-élite, alternativa al Partito Comunista
dell’Azerbaijan: il Fronte Popolare dell’Azerbaijan.
Rivendicando l’indipendenza, il processo di nation-
building di matrice turca e anti-sovietica, riuscì a
insediare alla guida del paese il proprio leader Ebulfez
Elchibey in occasione delle elezioni del 7 giugno 1992.
L’instabilità determinata dal conflitto in Nagorno-
Karabakh, l’insoddisfazione popolare per le condizioni
economiche e l’ostilità manifestata dai quadri
amministrativi nei confronti della nuova élite,
determinarono un rapido ricambio al vertice nel 1993,
con la proclamazione per referendum del nuovo
Presidente Heydar Aliyev. Fu una transizione non
pactada ma basata su una netta ruptura. Si trattava di
un «vecchio quadro» sovietico, già Primo Segretario del
PC locale del 1969 al 1982. Aliyev garantì al paese
stabilità, sicurezza e benessere grazie alle rendite
petrolifere. Alla morte di Heydar, nel 2003, gli successe
il figlio, Ilham, eletto nel 2003, 2008 e 2013, con circa
l’85% dei consensi. Nel 2009 fu introdotto per
emendamento costituzionale la Presidenza a vita. Tratti
caratteristici di tale élite: culto della personalità;
regionalismi; relazioni patron-client (clan di Nakhchivan
e Yeraz); limitazione delle libertà.
Le élites del Turkmenistan
Le élites del Turkmenistan riflettono molto il proprio
retaggio storico pre-sovietico. Nonostante i circa 70
anni di regime sovietico, la suddivisione in tribù
permane il principale criterio di organizzazione politico-
sociale del paese. Durante il governo del primo
Presidente a vita, Saparmurat Niyazov, dal 1991 al
2006, data della sua morte, la sua tribù, Ahal Teke,
non soltanto ha dominato la politica turkmena, ma è
stata la beneficiaria di tutti i programmi economici del
Presidente, con base principale ad Ashgabat. Con
Niyazov fu molto spiccato il culto della personalità: gli
fu assegnato l’appellativo di Turkmenbashi, ossia
«padre di tutti i turkmeni». L’11 febbraio 2007 le
elezioni hanno proclamato Presidente e Capo del
Governo Gurbanguly Berdimuhammedov, già
Presidente ad interim, con l’89,2% dei voti. Il 12
febbraio 2012 è stato riconfermato Presidente con il
97,14% dei voti. Sebbene sia proseguito il dominio
degli Ahal Teke, il nuovo Presidente parve cogliere i
rischi di instabilità di una politica economica a senso
unico, pro-Ahal Teke. Si confermarono i caratteri
personalistici della leadership, con un’accentuazione
degli aspetti autoritari. Le connotazioni regionalistiche,
claniche e patrimonialistcihe del potere in Turkmenistan
sono ormai un dato acquisito. Da sottolineare,
soprattutto con Niyazov, l’accentramento monopolistico
dei principali assets dell’economia del paese,
soprattutto nel settore energetico e delle costruzioni.