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I nati ieri di Zandeg 2

Marco Peano, Michele Vaccari, Simone Greco, Matteo De Simone, Laura Gandolfi, Costanza Masi, Marco Prato, Camilla Corsellini, Marco Lazzarotto

HOLLYWOOD PARTY
Nove racconti ispirati a film fichi
con scritti di Marco Ponti, Steve Della Casa e Bruno Fornara

2006 Zandeg Editore di Marianna Martino www.zandegu.it info@zandegu.it Prima edizione ISBN 88-89831-01-4 Copertina di Antonio Stissi stissi@fastwebnet.it

HOLLYWOOD PARTY

Il parere dellesperto: Marco Ponti


Non ricordo bene la trama di nessuno dei miei film preferiti. Non saprei raccontare che cosa succede a un certo punto al protagonista che lo porta a vivere unav ventura unica, n come si arriva precisamente a quel finale l, senza interrompermi mille volte e senza inven tare nulla di sana pianta. Le storie fanno fatica a sedi mentarsi, nella mia testa. Anche se sono storie che amo alla follia. Ma le immagini, quelle, restano davanti ai miei occhi per sempre, e io resto davanti a loro per sem pre, seduto in quella sala che ricordo perfettamente, quel pomeriggio di vacanza, con accanto a me qualche persona amata. Le immagini sono l, come soldatini di plastica in attesa di unispezione. Le immagini sono sempre pronte, volgi lo sguardo ed eccole. In bianco e nero o a colori, lucide come specchi, senza cornice, sole nel mondo dei ricordi. Basta allungare la mano, ed ecco Marilyn, che cam mina su una pensilina ferroviaria (sale o scende dal treno? Ah, le storie...), con un abito mostruosamente sexy e i tacchi alti che sembrano trampoli. A guardarla, accanto a me, ci sono Jack Lemmon e Tony Curtis, natu ralmente, e quello che Lemmon dice, vedendola oscilla re pericolosamente schivando i getti di vapore del vec chio treno suona pi o meno come: Ma guardala! Guarda come si muove! Sembra fatta di gelatina su delle molle. Deve esserci qualche meccanismo dentro, o
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qualcosa del genere. Te lo dico, si tratta di un sesso del tutto diverso!. Della gelatina su delle molle. Marilyn. Siamo nel 1959. Solo tre anni dopo, nel 1962, il 5 agosto morir. Ma per sempre sar su quella pensilina, pron ta a ipnotizzare Jack e Tony, pronta a cambiare il mondo. Unaltra immagine. Il primo piano di John Belushi. In Animal House. Il suo personaggio si chiama John Bluto Blutarsky, e si infilato un hamburger intero in bocca e chiede al suo amico: Sai cosa sono? Un brufo lo!. E si schiaccia le guance con violenza, proiettando il cibo masticato dappertutto. Uno schifo. Poi se la ride. Tutti naturalmente si ricordano di John Belushi. Ma se ricordate veramente che cosa vuol dire vedere un primo piano di John Belushi, capite che cosa sto per dire. Se non lo ricordate, andate a prendere uno qual siasi dei suoi film, e aspettate un bel primo piano. Capirete. La faccia di John Belushi arriva nei cinema come arriverebbe un uragano che ti scoperchia la casa mentre stai facendo il pranzo di Natale in famiglia. Resti l con laria da pesce lesso e non sai bene che fare. Chiami i Vigili del Fuoco? Finisci gli agnolotti? Ecco, il primo piano di John Belushi, con o senza hamburger, una di quelle cose che ci sono solo al cine ma, e danno senso al cinema, e sono energia pura, luce abbagliante, che ogni volta che te la ritrovi negli occhi sorridi, e sei felice. John Belushi e il suo hamburger. Siamo nel 1978. Nel 1982, il 5 marzo morir. Bluto Blutarsky morir.
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Unaltra immagine. Jimmy Stewart abbraccia una Kim Novak biondo platino. Lei lo bacia sul collo, lui ha laria turbata. Si abbracceranno pi volte, nel corso del film, e saranno abbracci di amore e di morte. Noi ame remo Jimmy, ma ci far anche paura. Paura quando costringe Kim a impersonare una donna scomparsa, quando temeremo che la sua follia possa diventare furia omicida... Ma quello che conta, la faccia di questo meraviglioso attore, fotografata da Hitchcock usando il Technicolor come se fosse una vecchia foto in bianco e nero, poi colorata a mano dal fotografo. E ad aggiunge re turbamento, ci sono tutte le altre facce degli altri per sonaggi da lui interpretati, quasi tutti buoni, quasi tutti rassicuranti. Il migliore amico di Harvey il coniglio parlante, luomo disperato di La vita meravigliosa, il Mister Smith che va a Washington... Jimmy, grazie a Dio, non mor giovane. Se ne and nel 1997, quasi quarantanni dopo aver girato La donna che visse due volte. Ma alla fine, se ci penso, questi ricordi sono tutti di facce di attori che non ci sono pi. Bellissima e terribile cosa, il cinema. Che ci ricorda che la morte sempre l che aspetta e che, con un sem plice telo bianco e con un fascio di luce la si pu ingan nare. Per sempre.
Marco Ponti nato ad Avigliana (To) nel 1967. sceneggiatore teatrale, cinematografico e regista. Ha diretto Santa Maradona e A/R Andata + Ritorno.

Quella cosa fantastica che riesce cos bene alle ragazze Marco Peano

Credo che la prima cosa che mi colp di lei, quando ancora nemmeno la conoscevo, fu la nuca. Portava nei capelli alcune forcine colorate me ne ricordo in particolare due, una rossa e una verde e li teneva acconciati in modo che formassero una spirale: erano alti sulla testa, raccolti verso il centro della nuca, che rimaneva cos doppiamente nascosta, una montagnola di crine che non permetteva alla vista di spingersi oltre. Quel piccolo vortice formato da capelli biondi disposti a cerchi concentrici fu la prima cosa che vidi di lei, e se potessi scegliere quale immagine contemplare prima di morire, non avrei dubbi. Era estate, la fine di agosto, ed ero in vacanza con il mio amico Luca era la nostra estate dopo lesame di maturit, la prima vacanza senza i genitori, la prima occasione ufficiale di dimostrarci grandi, indipendenti. Luca aveva un anno pi di me (a scuola eravamo stati vicini di banco solo quellultimo anno, la nostra amicizia

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era quasi casuale), e aveva gi la patente. Insieme, avevamo affittato un bungalow in una piccola citt della Spagna meridionale, non un luogo che le agenzie definirebbero meta turistica di richiamo, anzi, di turistico cera ben poco: qualche modesto locale sul breve tratto di spiaggia (il cui mare, lo avevamo scoperto nostro malgrado, nessuno frequentava perch appestato dalle alghe), un marcescente hotel ricavato da un palazzo polveroso che cinquantanni prima poteva essere stato un piccolo manicomio, e infine una vecchia legione militare ricostruita esattamente (cos perlomeno ci sembrava dicesse liscrizione) dove un tempo cera loriginale. Io e Luca passavamo davanti alla legione ogni giorno, nel breve tragitto che ci separava dal bungalow alla spianata dove di solito (ogni giorno dopo un po di mare, ogni notte dopo un po di cocktail) parcheggiavamo la macchina indisturbati, e osservavamo con perplessit quello che probabilmente era stato pensato come un parco di divertimenti; ci domandavamo quali turisti potesse attrarre quel postaccio, non vedevamo mai nessuno che si facesse immortalare per unimprobabile foto ricordo davanti alla scuderia o alla chiesa, due degli edifici palesemente finti che, proprio come lintero complesso, sembravano stati sottratti a un film western economico e piazzati in quella presunta ricostruzione storica. Io e Luca una delle prime sere avevamo anche scavalcato il muretto che fungeva da recinzione, e ci eravamo fatti una passeggiata sulla terra battuta di quel posto cos simile, sotto la luna, a un villaggio fantasma, ma poi visitando i paesi vicini,
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ricchi di attrazioni turistiche l dentro non ci avevamo pi messo piede. Ancora non lo sapevo, ma quelle vacanze avrebbero dato il via a un mio incubo ricorrente. La ragione per cui eravamo finiti in quella citt era perch io e il mio amico avevamo preso assai tardi la decisione di andare in vacanza insieme, anche se ora non ne ricordo il motivo. Quel che conta che quando finalmente lasciammo lItalia era ormai il pomeriggio del 13 agosto, e lungo le autostrade si muoveva lentissimo il classico serpente di lamiera lucente sotto il sole che si vede in un qualunque telegiornale nei servizi di Ferragosto. Ovvio che, sopravvissuti al viaggio, le grane ancora non erano finite: trovare una camera doppia per quindici giorni in Spagna era davvero un po difficile, dato lelevatissimo numero di turisti perlopi italiani, ci eravamo accorti dalle targhe delle macchine parcheggiate nelle aree di sosta degli autogrill prima e nei piazzali delle dozzine di hotel che avevamo setacciato dopo che quellanno parevano aver scelto come luogo di vacanza proprio la Spagna. Non avevamo una meta precisa, lunica cosa che ci interessava era ovviamente trovare un posto non troppo lontano dalla spiaggia, ma ogni camera dhotel di qualunque categoria pareva essere completa, eravamo disposti anche a dormire una notte in un lussuoso cinque stelle per poi farci spedire il giorno dopo dai nostri genitori altri soldi, magari raccontando che ci avevano derubati mentre stupidi noi per la distrazione eravamo fermi a far benzina. Eravamo disposti anche a dormire in macchina allinterno del pi sudicio campeg-

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gio, ci eravamo ripromessi di comprarci una tenda la mattina successiva qualora avessimo trovato posto spiegare al proprietario del campeggio che non avevamo una tenda forse sarebbe stato un problema, ma lo avremmo aggirato. Era ormai il 14 sera, il 14 dagosto, e non vedevamo alcuna soluzione al problema: la notte prima avevamo dormito barricati in macchina, nei pressi della frontiera Francia-Spagna (i finestrini appena abbassati nonostante il caldo devastante per la paura che qualcuno potesse infilarci una mano dentro mentre dormivamo), e per il resto della giornata ci avevano deriso tutti gli albergatori della Spagna, eravamo stati degli sprovveduti a scegliere proprio quel periodo impossibile per trascorrere le vacanze. Fu allora che Luca ebbe unidea, quella di portarmi in un hotel dove era stato anni prima con i suoi genitori; la citt dove si trovava questo hotel, mi aveva spiegato, era in espansione quando vi aveva soggiornato da ragazzino, si ricordava infatti che stavano nascendo dei locali sulla spiaggia e che era prevista la costruzione nientemeno che di un parco acquatico, e ora, essendo passato del tempo, Luca si era convinto che quella citt di cui aveva un ricordo cos bello e che occupava una fetta della sua infanzia potesse essere diventata un posto piacevole dove trascorrere le vacanze dopo la maturit proprio con me, magari la fortuna ci avrebbe aiutato e l avremmo trovato libero. Il risultato ce labbiamo avuto per quindici giorni sotto gli occhi, la citt era quello schifo pieno di alghe, locali squallidi e attrazioni turistiche fantasma (nel
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punto in cui Luca si aspettava di trovare il parco acquatico cera un negozio che vendeva mangime per animali, e lhotel nel quale aveva lasciato il suo cuore di ragazzino non esisteva pi quello ricavato da un manicomio, invece, per fortuna sembrava chiuso), ma un posto per dormire bisogna dire che alla fine eravamo riusciti a trovarlo, e non cerano molte altre alternative, la Spagna era veramente un carnaio di turisti che se ne sarebbero andati via alla fine di agosto, proprio come avremmo voluto fare noi. Il posto era un bungalow abbastanza vicino al mare, gestito da una coppia anziana silenziosa e un po sinistra: puzzavano entrambi di cavolo bollito, e la signora che, a quanto avevamo capito, comandava il marito a suo piacimento divenne per me e Luca la signora proprietaria, tantopi che pretese da noi giovani turisti italiani i soldi in anticipo. Dopo due settimane di mare, di cocktail e di abbronzatura sulla pelle durante le quali, in fondo, ci eravamo divertiti, purtroppo sentivamo sempre pi vicino il momento in cui saremmo dovuti tornare a casa, era ormai giunta la nostra ultima sera in Spagna, con mio grande rimpianto ma con un po di voglia di scambiare le mie opinioni sul mondo e sulla vita con qualcun altro allinfuori di Luca, grande amico ma che dopo quindici giorni di convivenza rischiava di diventare insopportabile, fra il suo parlare nel sonno e la sua attitudine a non tirare mai lo sciacquone dopo aver usato il bagno mi aveva davvero rotto le palle, come succede anche alle amicizie pi collaudate, dopo un po credo sia naturale

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non tollerarsi pi lun laltro anche se ci si conosce da poco. Gi mi immaginavo la vecchia signora proprietaria del bungalow mentre, la mattina successiva, noi sulla porta con i bagagli pronti, imponeva al marito di controllare che i letti e i comodini fossero integri, che le grucce nel piccolo armadio ci fossero tutte, e che infine addirittura non avessimo sottratto dallangolo cucina qualche scodella di sua propriet. A ogni modo, io e Luca ci sentivamo felici per quelle vacanze ormai finite avevamo trovato un nostro equilibrio che ci permetteva di divertirci nonostante lo schifo di quel bungalow: bastava spostarsi di cinque-sei chilometri (e mentre Luca guidava, attraversando un lungo viale alberato, io osservavo ipnotizzato lo scorcio di cielo che si apriva fra le due file di alberi e scorreva sopra di noi, un cielo che sembrava come disegnare un lungo filo di fumo sulle nostre teste), bastava infatti spostarsi un po pi a sud per trovare uninfilata di piccole cittadine tutte uguali piene di cose che facevano la gioia del turista che era in noi. Eravamo sempre l di giorno a prendere il sole e a fare il bagno, di notte in giro per discoteche e discopub eravamo felici e abbronzati e contenti di queste vacanze, io e Luca, anche se un po imbarazzati, perch i nostri amici ci avrebbero abbondantemente preso per il culo, al ritorno: nessuno di noi due infatti era riuscito a perdere la famosa verginit durante questa prima vacanza da soli (non erano mancati i nostri tentativi di approccio con tedesche, francesi e inglesi, indifferentemente e con lo stesso risultato le italiane le evitavamo
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di proposito), e mi ricordo in particolare di un mio amico di Pecetto che mi aveva detto che se non lavessi persa in Spagna probabilmente non lavrei persa mai pi, sarei rimasto vergine a vita, prospettiva che in quellestate mi sembrava pi che mai intollerabile. Ci eravamo comprati due braccialetti della fortuna, io e Luca, un bambino dagli occhi sporchi ci aveva venduto sulla spiaggia due di quei braccialetti di corda colorata fluorescente da legare al polso e da non togliere mai, neppure sotto la doccia: bisogna aspettare che sia la corda a spezzarsi da sola, e in quel momento, proprio quando si rompono e lasciano libero il tuo polso, in quellattimo che si avvera un tuo desiderio. Non sazi, avevamo pure comprato una collanina di sughero ciascuno con sopra incisi i nostri segni zodiacali quei tipici acquisti da turista che in citt non faresti mai, per succede che ti ritrovi sulla sabbia, un po intontito dal sole e con unaranciata mezza sgasata e calda nella sacca, e desideri questo tipo di stronzate, chiss perch. Luca mi aveva poi fatto notare nemmeno me nero accorto che il toro inciso sopra la mia collanina aveva un solo corno, quel bambino mi aveva fregato e ora era gi lontano. Ma ci che ci interessava pi di ogni cosa era proprio loggetto collanina di sughero in s, era stata infatti di Luca lidea di raccontare, al nostro ritorno, che le collanine con il segno zodiacale ce le avevano regalate due ragazze con le quali ce leravamo spassata, ci pareva il minimo, nella nostra testa stavamo gi formulando delle fattezze che potessero corrispondere a queste ipotetiche ragazze conosciute

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in Spagna cos disponibili con noi italiani come vuole il luogo comune, ci saremmo dovuti accordare bene in modo che non si scoprisse che ce le eravamo inventate, e a chi ci avesse chiesto delle foto, avremmo detto che erano tutte l, nella mia macchina fotografica, purtroppo per quel rullino inspiegabilmente il fotografo non sarebbe mai riuscito a svilupparlo, ma ti assicuro, avrei detto al mio amico di Pecetto, che questa Susanna cos avevo deciso si dovesse chiamare era davvero, davvero figa. Peccato che queste due ragazze tedesche francesi o inglesi con cui io e Luca avevamo fatto cose molto simili alle orge (pi ci pensavamo, pi ci venivano in mente storie perverse da raccontare) non esistessero n in Spagna n altrove, e il segreto della nostra verginit sarebbe rimasto ancora chiss per quanto, fra me e Luca, a infastidirci con tutto il suo ingombro di cose non fatte, di esperienze non provate. Lultima sera delle nostre vacanze dopo la maturit cadeva dunque il 31 agosto, una notte di cielo nero senza luna, e io e Luca volevamo farci una bella mangiata a base di pesce in un ristorante dove eravamo stati proprio il primo giorno appena arrivati in Spagna, ci eravamo ripromessi di tornarci perch avevamo mangiato bene e speso neanche tanto, ma invece era successo che non ci eravamo pi stati, e mentre accaldati cercavamo in quelle viuzze tutte uguali di uno dei paesi che poco distavano dal nostro orrido bungalow proprio quel ristorante con il quale ci sembrava opportuno dare circolarit alla nostra estate e concludere come avevamo iniziato, mentre ten18

tavamo di individuare il ristorante in questione, seguendo la lunga scia di ristoranti e bar attaccati gli uni agli altri senza soluzione di continuit (si potevano riconoscere a malapena dal fatto che cambiava il colore delle sedie di plastica, a loro volta fatte tutte allo stesso modo), eravamo incappati in un locale che chiss come ci era sfuggito, per tutto quel tempo. Era un pub interamente dedicato alle Harley Davidson, mito irraggiungibile per generazioni di adolescenti di tutto il mondo e ovviamente anche per me e Luca, appassionati s di moto ma nella realt semplici possessori di quelli che allora si chiamavano motorini mentre oggi tutti chiamano scooter. Insomma, questo pub ci aveva davvero colpito, fuori erano parcheggiati dei modelli di Harley rari, tanto che eravamo subito entrati per berci qualcosa, fregandocene della mangiata di pesce in quel ristorante che poi a me il pesce non mai neppure piaciuto granch. Dentro era ancora meglio di fuori, cera un gruppo che suonava dal vivo musica metal sconosciuta, ma erano tutti capelloni e vestiti di pelle come si addice ai motociclisti metallari, e tutto quellessere cattivi a me e Luca che durante il viaggio avevamo quasi fuso lautoradio dal tanto ascolto di alcune cassette duplicate degli Iron Maiden e dei Metallica faceva davvero impazzire. Io avevo provato lanno prima a farmi crescere i capelli, ma ce li avevo troppo mossi perch potessero avere una forma vagamente aggraziata; ero riuscito ad averli un po lunghi sulle orecchie e anche dietro, ma davanti proprio non volevano crescermi: mi rimaneva una frangia stupi-

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da che non sapevo dove piazzare, e ci ero rimasto un po male, perch guardavo i miei idoli di notte su Mtv muovere quei capelli lunghi e lisci a ritmo di musica e mi arrabbiavo perch io, al massimo, avevo sul collo una serie di piccoli castori morti e informi che solo chi mi voleva bene davvero poteva chiamare boccoli. In quel periodo comunque mi ero rassegnato gi da un po, quellestate infatti li portavo corti senza problemi, Luca li aveva un po pi lunghi di me, ma li stava gi perdendo, sottili come spesso capita alle persone di sesso maschile dai capelli biondi. Quel che ci aveva attirati era lo spettacolo di mezzanotte, con spogliarelli e a quanto ci stava dicendo il tizio dietro il bancone pure qualche prostituta con la quale divertirsi, bastava avere i soldi. Eravamo allora andati a mangiare al messicano l vicino rimpinzandoci di tacos, sempre per la serie turisti del cazzo incapaci di gustarsi i piatti locali e attratti da ogni scemenza si pari loro davanti, euforici perch stavamo per perdere la nostra verginit. Quella notte infatti saremmo stati consegnati ufficialmente al mondo degli adulti, cos ci ripetevamo, abbandonando ladolescenza e tutte le schifezze che essa comporta; ricordo che scherzavamo sulla Rivoluzione francese, io e Luca, della quale avevo brevemente discusso durante lesame di maturit (una delle due materie che avevo portato era stata proprio Storia: i concetti di l i b e r t , di egalit e difraternit me li ricordavo ancora bene, il mio professore di Storia sarebbe stato fiero di me li avremmo volentieri snocciolati a un paio di ragazze francesi, se solo ne avessimo
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conosciute due, dimostrandoci colti e sottolineando al contempo il grande valore che aveva per noi un altro principio, ben pi importante degli altri tre messi insieme: la perdita della verginit, ci dicevamo io e Luca ridendo come dei coglioni. Nellattesa della mezzanotte avevamo deciso di passeggiare, come del resto era accaduto allincirca ogni sera, su e gi per laffollatissimo viale pieno di palme che costeggiava il lungomare, camminando fra i ritrattisti pronti a farti una caricatura simpatica da mostrare agli amici al tuo ritorno a casa, oppure osservando con meraviglia infantile gli scultori della sabbia che, pazienti, chiedevano qualche monetina per la loro fragile opera sempre a rischio di danneggiamento da parte dei bambini scappati di mano ai genitori. Per la prima volta, per, il nostro sguardo non era famelico nei confronti delle turiste che mostravano abbondanti porzioni di pelle abbronzata passeggiando sul viale del lungomare e che sembravano sempre ignorarci, quella sera non eravamo cos. Io e Luca di solito ci sforzavamo di fare locchio languido del seduttore o lo sguardo irascibile del bel tenebroso, a seconda del tipo di ragazza che ci interessava in quel momento dopo un po di giorni c da dire che ci interessavano quasi tutte, avevamo abbassato per forza di cose il nostro standard di bellezza, anche perch, in quei pochi secondi in cui avevamo lipotetica ragazza da abbordare che camminava davanti a noi, prima di superarla e di far s che lei si riconsegnasse spontaneamente al flusso indistinto dei turisti che animava il viale, il tempo era cos poco che

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spesso era anche difficile capire se era impegnata (e magari quello di fianco, dietro, davanti a lei era il suo ragazzo) o se durante la sua camminata avrebbe mai intercettato il nostro sguardo, ecco perch ci giocavamo tutte le carte a nostra disposizione, compresa quella (abusatissima) di far finta di urtarla inavvertitamente o di chiederle da accendere; diverso era per le ragazze nelle discoteche o nei locali, che rifiutavano i nostri approcci con un no svogliato che ci faceva comprendere al volo che non era proprio il caso di insistere ma per la prima volta, quellultima nostra sera, stavamo facendo una passeggiata nel vero senso della parola, stavamo infatti facendo passare il tempo camminando nellaria magica dellestate in attesa della mezzanotte (erano da poco passate le dieci), quando saremmo tornati al locale delle Harley Davidson per capire se il desiderio che probabilmente entrambi avevamo espresso nel momento preciso in cui i due braccialetti di corda colorata fluorescente erano diventati un tuttuno con i nostri polsi si sarebbe mai avverato, ovvero per comprendere ovvio se sul serio cera anche per noi, poveri sfigati del sesso, collezionisti di secchi rifiuti, virtuosi del due di picche, una seppur remota possibilit. Anche a pagamento, a quanto pareva, ma forse era meglio, ci dicevamo io e Luca, cos, quando fosse arrivato il momento epico della nostra seconda volta, non avremmo sfigurato. Poi, accadde qualcosa di definitivo. Mi sentii toccare una spalla, e mi girai con addosso quasi un senso di colpa, come se qualcuno avesse captato il mio pensiero
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vizioso e volesse rimproverarmi. Invece mi trovai di fronte una ragazza dal viso abbastanza insignificante, i capelli scuri trascurati lungo le spalle, gli occhi truccati in maniera eccessiva che non riuscivano a rendere sveglio uno sguardo opaco, un vestito di qualche misura in pi per nulla seducente e infine unabbronzatura che a chiazze se ne stava andando via, anche sul viso: insomma, nulla che avrebbe potuto normalmente attirare la mia attenzione, molto al di sotto della nostra ideale classifica che, lo ripeto, si era gi abbassata in maniera considerevole. Luca aveva fatto ancora qualche passo nella direzione opposta, poi si era accorto che di fianco a lui io non cero pi, e mi stava raggiungendo un po incerto. Questa ragazza mi aveva fermato per sapere lo deducevo dal fatto che mi stesse sventolando una sigaretta sotto il naso , in una lingua che in quel momento non riuscii neppure a distinguere, se avevo da accendere, e fu allora che mi scoraggiai davvero perch mi resi conto (per la prima volta in tutta la mia rapida vita da adolescente) della pochezza del mio aspetto fisico, che avevo sempre considerato non eccezionale ma pi che accettabile: ero solito entrare in un qualsiasi luogo pubblico con indosso la consapevolezza di non essere brutto, con la sicurezza di chi sa che un tipo non male e che prima o poi qualcuna si accorger di lui, e ora stavo davvero di merda, perch non era possibile che proprio quellammasso di femminilit male assortita (questo episodio non lavrei mai potuto raccontare al mio amico di Pecetto, che detto per inciso dopo quellestate vidi ancora due o tre

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volte e poi mai pi, ho saputo che ha aperto una pizzeria), insomma era pazzesco pensare che quella ci stesse provando con me, non era possibile. E pi i secondi passavano, lei in piedi che attendeva una risposta, Luca alle mie spalle che si stava avvicinando mentre gi lo sentivo diceva un po fra s e s e un po ad alta voce cazzo succede, pi lei mi sembrava diventare informe, pi io mi avvilivo per la mia misera conquista. Se io quella sera avessi ignorato quella ragazza, se non avessi esitato di fronte a lei e me ne fossi andato alzando le spalle, approfittando della scusa sempre buona di non capire in che lingua mi si stesse rivolgendo, ecco, Luca non avrebbe avuto il tempo di raggiungermi, io sarei tornato sui miei passi e insieme saremmo andati incontro a un probabile destino glorioso e sessualmente soddisfacente nel locale delle Harley Davidson. Per io ci misi troppo tempo, forse perch in fondo ero anche un po contento di ricevere attenzioni da una ragazza, indipendentemente dal suo aspetto, e quando finalmente Luca si avvicin a noi due, congelati in mezzo a quel flusso di gente accaldata che si muoveva a fatica nel viale affollato come a fatica ci eravamo mossi io e il mio amico in macchina partendo dallItalia per andare a finire in un bungalow che sapeva di cavolo bollito, quando Luca raggiunse me e la ragazza, quindi, non ci mise nulla a comprendere la situazione: tir fuori un accendino con discreta prontezza e le accese la sigaretta. Non che a lui potesse piacere una ragazza come quella conoscevo bene i suoi gusti, simili ai miei per fu un gesto gentile che in qual24

che modo la colp, e che port la serata e le vite di noi quattro io, Luca, la ragazza brutta e il quarto personaggio che sarebbe entrato in scena di l a poco , proprio in quel rapido momento in cui la fiamma di un accendino si incontra con lestremit della sigaretta e la fa brillare, indirizz i nostri destini verso una strada senza uscita. *** Ero privo di pensieri particolari, come chiunque quando visita una mostra o una galleria darte, indeciso nel capire quanto tempo dedicare esattamente a un quadro o a una scultura: non sai mai se lo hai guardato abbastanza, e mentre osservi gli altri visitatori senza farti vedere, ovvio nel tentativo di comprendere se per caso sei stato troppo frettoloso verso quellopera o se, forse, questo tuo rimanere cos a lungo davanti a essa pu risultare sospetto a occhi estranei, mentre ti guardi intorno un po imbarazzato, solo allora ti rendi conto che non ti stai gustando davvero la mostra, perch vittima di paure forse senza senso; uscito da questa situazione, cercando di omologare ogni sosta con quella degli altri, rimane per il dubbio (stavolta da non condividere con nessun altro) sul tempo effettivo di contemplazione richiesto da ciascuna opera magari gli artisti potrebbero indicare, insieme al titolo, anche una durata standard di permanenza di fronte alle proprie creazioni che permetta non dico di capire il loro significato, ma perlomeno di godere appieno di esse. Quindi era cos che stavo, quel giorno. Avevo appena

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finito di visitare lala di un castello alle porte di Torino che una volta era stato una residenza nobiliare, e che adesso astutamente il comune o chiss chi aveva trasformato in galleria darte: tu potevi andare l e, con un solo biglietto, ammiravi le bellezze del castello non i ruderi, n una ricostruzione pi o meno simile alloriginale, ma proprio il castello, restaurato in tutta la sua grandezza e bellezza e la cosiddetta collezione permanente; se eri fortunato, potevi anche visitare una delle mostre itineranti che venivano ospitate pi o meno periodicamente nellaltra ala delledificio. Era autunno, linizio di ottobre, e quella domenica mi trovavo da solo perch lamico che sarebbe dovuto venire con me si era ricordato, cos perlomeno mi aveva detto lui, allultimo minuto di un impegno troppo importante per essere rimandato; insieme avevamo deciso gi da mesi posticipando di volta in volta, abbagliati dal miraggio di avere tempo fino a ottobre di visitare la mostra, che si concludeva proprio quel giorno e della quale molte persone mi avevano parlato con grande interesse. Il fatto che questa mostra in particolare sulla Storia del cinema, una delle mie grandi passioni, tanto che a essa avevo dedicato i miei studi universitari prossimi alla fine fosse piaciuta anche a gente che non era solita, come me, frequentare le gallerie darte, mi aveva convinto ad andarci anche da solo, mi ero immaginato (e non rimasi deluso) che si trattasse di qualcosa di concreto, non la solita esposizione ingannevole realizzata mettendo insieme due-tre oggetti provenienti da set cinema26

tografici di film importanti quelli raffigurati nella locandina costellati da uninfinit di foto di scena appartenenti invece a film indipendenti o mai distribuiti da noi, pellicole probabilmente anche interessanti, ma solo per quei pochi che gi le conoscevano. Le cose per fortuna non stavano cos, e la mostra mi era piaciuta davvero, lavevo trovata suggestiva (forse anche per via del castello, un luogo per me inconsueto), ricca di materiali rari e insolitamente lunga, ci era voluto un bel po di tempo perch riuscissi a visitarla tutta, e alla fine ne avevo concluso che valesse molto pi di altre collezioni che mi era capitato di vedere, il mio amico si sarebbe mangiato le mani quando gli avrei raccontato le cose che avevo visto, lui che diceva che il Museo del cinema dentro la Mole era la cosa migliore che potesse capitare a un cinefilo torinese. Dato che avevo a disposizione ancora un paio dore prima dellorario di chiusura, sebbene mi sentissi un po affaticato, ero curioso di dare unocchiata anche al resto del castello, poich pensavo se avevano dedicato uno spazio cos grande al cinema chiss quali meraviglie artistiche erano custodite l dentro, cos perlappunto mi ero spostato nellaltra ala del castello, dove mi attendeva la cosiddetta collezione permanente, e con essa trattandosi stavolta di arte moderna e contemporanea cerano anche tutte le mie ansie da principiante legate al tempo di contemplazione ideale. Vidi per un attimo la mia immagine riflessa nellenorme porta a vetri che faceva specchiare lingresso di unala del castello con laltra, poi

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entrai. Non presi lascensore ma salii le scale, che erano esterne al castello e permettevano di ammirare il paesaggio circostante anche se il cielo andava rabbuiandosi e quando raggiunsi laltra ala, come mi aspettavo non venni deluso: la collezione (parlo sempre da profano) era interessante, quantomeno per certe opere visivamente molto forti, anche se quello non era proprio il mio genere di cose valeva la pena e non solo perch avevo pagato un biglietto visitarla nella sua interezza, alla fine del giro mi sarei fatto un caff (sebbene non avessi ancora capito esattamente dove si trovasse la caffetteria) sfruttando cos il buono omaggio che mi avevano dato allingresso, e avrei portato con me un ottimo ricordo di quella domenica, sarebbe stata una giornata spesa bene, non solo perch avevo visto qualcosa che mi interessava di sicuro, ma anche perch alla fine di quella visita mi sarei sentito un po pi intelligente; se fossi andato l con il mio amico, pensavo mentre ero di fronte a un quadro del quale, a essere sinceri, stentavo a comprendere il significato nonostante avessi letto la targhetta corrispondente, se avessi visitato con lui la cosiddetta collezione permanente, probabile che ci saremmo annoiati subito di queste opere cos lontane da noi e dai nostri interessi, e avremmo abbandonato il castello molto prima. Invece ero da solo, e avevo con me tutta la calma e la pazienza necessaria affinch quella domenica potesse concludersi nel migliore dei modi; la mia auto mi aspettava l fuori cera un parcheggio sul selciato di ciottoli che girava tuttintorno al castello, non era stato facile trovare posto,
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anche se non capivo dove fosse tutta quella gente: durante la mia visita avevo incontrato s e no una ventina di persone e me ne sarei tornato a casa felice. Dunque ero privo di pensieri particolari, e stavo per concludere il giro della cosiddetta collezione permanente: chi aveva ideato il percorso di quella mostra era stato costretto poich cera un solo ingresso a far coincidere linizio della collezione con la sua fine, cos ora mi muovevo verso luscita, ripercorrendo parzialmente una zona della mostra che avevo gi visitato. Fu allora che accadde qualcosa di definitivo. Ero a pochi passi dalluscita, quando vidi una ragazza seduta su una piccola panca, messa l per far riposare i visitatori. La ragazza stava osservando unopera alla quale, entrando, avevo dato poco peso, nonostante le dimensioni: occupava unintera stanza. Era composta da una grande quantit di pietre rossastre disposte a tracciare il perimetro di un enorme cerchio sul pavimento: alle spalle del cerchio di pietre, sulla parete che quasi andava a toccare lestremit nord della composizione rocciosa, un altro perimetro di cerchio questo per sembrava di un colore grigiastro se ne stava specularmente dipinto sul muro, e sopra di esso, tuttintorno a esso, degli schizzi arancioni, leggermente pi chiari delle pietre sul pavimento, lo macchiavano qua e l, in alcuni punti rivoli di colore scendevano dallalto verso il basso, in altri sbavavano verso linterno o lesterno del cerchio. Sembravano due occhi giganteschi privi di pupilla, larea vuota sul pavimento rifletteva i raggi del sole che entravano dalle due

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porte-finestre presenti sulla parete di sinistra della stanza, e larea altrettanto vuota screziata per dai rigagnoli arancioni del cerchio dipinto che ora, avvicinandomi, avevo di fronte, sembrava invece lei stessa limmagine di un sole raffigurato nella complessit dei suoi raggi insieme, quei cerchi suggerivano qualcosa di soprannaturale, qualcosa di superiore, una divinit da rispettare e alla quale rendere omaggio, magari con adeguate uccisioni propiziatorie (a ripensarci, le chiazze sul muro potevano simboleggiare il sangue rappreso di vittime sacrificali). Ma, al di l dellopera, ci che mi colp davvero fu la ragazza vestita di rosso che se ne stava seduta l davanti a contemplarla, la ragazza che mi dava le spalle e che mi offriva la nuca (con tutta la fragilit che hanno le nuche quando sono spiate senza che il proprietario lo sappia), un vortice di capelli biondi raccolti alti sulla testa grazie ad alcune forcine colorate che mi riport, allistante, a un periodo della mia vita che aveva dato il via a un incubo ricorrente. Ero in una zona della memoria che con tutte le forze avevo cercato di dimenticare, senza riuscirci mai: lestate di cinque anni prima. Allepoca del cinema non me ne fregava niente, e il me di allora non sarebbe mai andato a visitare nessuna mostra, e forse era giusto che fosse cos, preda comero delle contraddizioni che ladolescenza porta con s: avevo appena finito il liceo (senza una specifica attitudine per nessuna materia in particolare), ascoltavo musica
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metal (ignorandone il perch, tantopi che avevo i capelli corti), mi piacevano le Harley Davidson (anche se possedevo uno scooter), ed ero andato in vacanza in unassurda citt della Spagna con Luca, un amico ed ex compagno di classe che, dopo quellestate, non vidi mai pi. La sera in cui conobbi Nedea era lultima delle nostre vacanze insieme, e ricordo che limbarazzo maggiore mio e di Luca era legato allalito. Avevamo mangiato dei tacos senza per dopo lavarci i denti, non ci volevamo perdere nemmeno un minuto di quellultima nostra fantastica notte prima di tornare a casa, nella quale avevamo cambiato programma allimprovviso: ci eravamo preparati ad assistere a uno spettacolo sexy al quale, cos speravamo, sarebbe seguito qualcosa di pi, mentre invece il caso aveva voluto che conoscessimo due ragazze, di cui una bellissima. A dire la verit io ero stato fermato sul viale che costeggiava il lungomare da questa ragazza mica tanto bella che, apprendemmo qualche minuto dopo, si chiamava Jasmine: mi aveva avvicinato con la scusa di accendere una sigaretta, e forse volendo il mio alito messicano sarebbe potuto essere unottima arma per allontanarla, senonch quella famosa sigaretta glielaveva accesa Luca, e cos ora ci stavamo presentando. Jasmine era spagnola, scoprimmo, noi cercavamo di esprimerci con lei parlando indifferentemente italiano, quel poco che sapevamo di spagnolo e soprattutto inglese, lingua che per era Jasmine a conoscere solo cos-cos. Non so come, ci convinse a seguirla per presentarci una sua amica; ricordo che

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io e Luca ci guardammo un po titubanti, sicuri di trovarci di fronte unaltra sfigata come lei, del resto di cosa ci potevamo lamentare, in due settimane non eravamo riusciti a conoscere nessuna, e questa Jasmine cominciava a piacermi persino un po, ora che la osservavo meglio mentre fumava la sua sigaretta. Senza dirci una parola, io e Luca scambiandoci occhiate di preoccupazione ci stavamo dunque preparando a scegliere per ciascuno di noi il male minore, sicuro che la pi bella anzi, la meno brutta me la sarei accaparrata io (pare assurdo come si diventi famelici, in certe situazioni), obiettivo al quale probabilmente aspirava anche il mio amico Luca, compagno di vacanze in quellestate che forse era gi durata un po troppo, tanto che io a dire la verit il mio caro ex compagno di liceo Luca non lo sopportavo pi granch, e forse la sensazione era reciproca, riuscivamo a tollerarci soltanto quando venivamo visitati dal pensiero che presto ognuno sarebbe tornato alla propria vita. Lamica di Jasmine ci aspettava poco pi in gi nel viale, incantata davanti a uno degli artisti della sabbia che creano sculture destinate a durare poco, ma che riescono sempre ad attirare lattenzione dei passanti. Il tizio aveva modellato una sfinge con il volto di donna, e la sua opera era incredibilmente dettagliata; luomo ringraziava con un inchino la disponibilit dei presenti, ai quali veniva chiesto un contributo che un bambino una scatoletta rossa stretta in mano stava ora passando a raccogliere fra il pubblico. La prima cosa che vidi di lei fu la nuca, i capelli bion32

di raccolti a centri concentrici e disposti con grazia invidiabile: ancora nemmeno la conoscevo ancora nemmeno lavevo vista in viso e gi mi sembrava bellissima, meglio comunque della sua amica dai capelli scuri e dagli occhi mal truccati che magari, chiss, a Luca poteva anche piacere. Lamica di Jasmine per non stava, come avevo creduto, osservando la sfinge di sabbia, ma era tutta presa nel fare quella cosa fantastica che riesce cos bene alle ragazze e alle donne, cio truccarsi in mezzo al pubblico, penso ci voglia una gran bella concentrazione: vedo spesso ragazze al volante che riescono a truccarsi mentre guidano, o altre che lo fanno camminando sotto i portici, lei era immobile ma aveva intorno, come immaginabile, un bel po di gente, sebbene tutta questa folla, accalcata per vedere la scultura di sabbia anche solo per qualche secondo, sembrava non sfiorarla neppure, cosa obiettivamente impossibile, perch il viale era un continuo fare attenzione a non calpestare i piedi di chi ti stava davanti, dietro, di fianco. Comunque teneva in mano uno specchietto, che richiuse e rapida infil insieme al resto dei trucchi nella borsa che aveva a tracolla, proprio nel momento in cui Jasmine la raggiunse e noi appresso a lei. Quando si volt, mi venne naturale domandarmi con un certo affanno se avevo i capelli a posto, cercando al contempo di formulare nella testa frasi di normale conversazione in inglese per evitare brutte figure cazzo, avevo portato Lingua straniera anche allesame di maturit, perch ora mi sembrava di non ricordare pi nulla? quando avrei

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dovuto rivolgerle la parola, domandandomi intanto se la mia abbronzatura era messa abbastanza in risalto dagli abiti che indossavo quella sera gi, ma cosa indossavo? , cercando di saggiare il mio alito senza farmi vedere nel timore di avere in bocca il sapore dei tacos; quando si volt, capii allistante il significato dellespressione inglese fall in love, cio innamorarsi, la mia professoressa di Inglese sarebbe stata fiera di me: ero davvero, e senza possibilit di redenzione, caduto in amore. Avevo una forma di timore comprensibile dato dallassurdit della situazione nella quale mi trovavo, ma non riuscii a non avvicinarmi alla piccola panca sulla quale sedeva quella ragazza vestita di rosso, cos concentrata nella contemplazione di quellopera due cerchi: uno di roccia, laltro dipinto che nemmeno si era resa conto della mia presenza accanto a lei. Quei capelli erano incredibili, identici a quelli di una ragazza bellissima che avevo conosciuto in Spagna, cinque anni prima, una ragazza di cui mi ero innamorato fin da subito. Lei si volt, e io vacillai: la somiglianza era impressionante, e quando mi sorrise appena per poi tornare a osservare la coppia di cerchi, luno limmagine sfocata dellaltro sentii il sangue scorrere pi velocemente nelle vene, e ci manc poco che le gambe mi cedessero. Luca mi stava persino pi simpatico, adesso che eravamo seduti al tavolino di un discopub insieme a queste
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due ragazze appena conosciute, Jasmine e Nedea. In quella notte di cielo nero senza luna faceva caldo, e cera un piccolo complesso che suonava musica latinoamericana un genere che da noi avrebbe preso piede di l a poco qualcuno in pista si muoveva al ritmo delle canzoni tutte uguali, ma nessuno di noi si sognava di ballare, fra noi quattro cerano sguardi e tensione e un continuo cercare di esprimersi in una lingua abbozzata l per l (anche Nedea era spagnola, aveva una pelle perfettamente abbronzata messa in risalto dai suoi capelli biondi non tinti magnifici il destino aveva voluto che conoscessimo proprio due spagnole, dopo aver inseguito invano ragazze provenienti da mezza Europa), chiacchiere banali che valevano da preliminari a qualcosa che, lo speravamo, io e Luca da troppo tempo attendevamo venisse a coronare il nostro sogno adolescenziale. Il motivo per cui Luca mi stava pi simpatico era perch mi pare ovvio Nedea parlava quasi esclusivamente a me, e dunque ormai le coppie erano pressoch definite: mi era toccata quella splendida ragazza dai capelli luminosi, e ancora non mi sembrava possibile; ricordo di aver pensato che forse i braccialetti della fortuna che da stupidi turisti ci eravamo comprati io e Luca in quelle nostre vacanze dopo lesame di maturit, a quanto pare funzionavano davvero. Sul tavolino davanti a noi cerano un Cuba Libre, una Pia Colada, due succhi di frutta; inutile dire che gli alcolici li avevamo ordinati io e il mio amico, che ci volevamo dimostrare spavaldi conoscitori del mondo e delle sue

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prelibatezze, mentre le due ragazze avevano sobriamente optato per qualcosa che non avrebbe loro annebbiato i sensi, del resto erano entrambe pi piccole di noi, e in fondo un po di paura che potessimo approfittare di loro ce lavevano di sicuro: in qualche parte della Spagna cerano state due madri spagnole che in passato avevano messo in guardia le loro giovani figlie spagnole dai pericoli della vita, e noi turisti italiani potevamo potenzialmente rappresentare proprio uno di essi. Mi trovavo di fronte a qualcosa che aveva del miracoloso: questa ragazza il suo nome era Carlotta aveva accettato di venire a prendere un caff con me dopo pochi minuti di conversazione, durante i quali ovviamente io non avevo accennato un po per paura, un po per incredulit alla sua somiglianza con quella ragazza che, nonostante fossero trascorsi cinque anni, era (per forza di cose) un ricordo ben piantato nella mia memoria. Quando le avevo rivolto la parola, e indicando la coppia di cerchi le avevo domandato con un po di goffaggine se conoscesse altre opere di questo enigmatico artista devo aver usato proprio quel termine, enigmatico, forse perch rispecchiava cos bene il mio stato danimo lei, sempre sorridendo, mi aveva spiegato il senso della cosiddetta land art, che permette alluomo di creare oggetti darte ricorrendo unicamente alle risorse del territorio, facendo cos ricongiungere lartista (e il pubblico dellopera) agli elementi che lo circondano. A dire la verit, la mia mente stava da tuttaltra parte, e quando, alla
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fine della sua accurata lezioncina lei fece una pausa per vedere la mia reazione, io strinsi i pugni un po nel panico il panico dello studente con lo sguardo perso nei suoi pensieri al quale linsegnante ha rivolto una domanda e fu in quel momento che mi accorsi di avere in mano il salvifico buono omaggio per un caff che mi avevano dato allingresso. Chiedemmo informazioni e trovammo quasi subito la caffetteria del castello, tanto che ora ci trovavamo seduti a un tavolino io e questa Carlotta due caff davanti a noi e davvero le parole erano poca cosa, se confrontate al turbinio di pensieri che avevo in quel momento. A ogni sorsata cercavo di tenere lo sguardo fisso sulla mia immagine riflessa per quanto possibile nel lago scuro della Coca e del rum che mi riempivano il bicchiere. Non bevevo perch avessi realmente sete n perch fossi nervoso e dovessi in qualche modo spezzare la conversazione (cio, nervoso lo ero comunque, anche se cercavo di non farlo trasparire), ma mi concentravo sul bicchiere perch sentivo di tanto in tanto la necessit di distogliere lo sguardo da quella ragazzina spagnola che indossava un top verde fluorescente e che sembrava lincarnazione di tutto ci che avevo desiderato fino a quel momento; era come se tutte le esperienze da me vissute convergessero nel suo sorriso, che tentavo di portare in superficie con ogni mia frase (le avevo gi regalato la collanina di sughero con su inciso il mio segno zodiacale, che coincideva con il suo), sforzandomi di fare il simpa-

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tico nel dubbio costante di risultare ridicolo o invadente. Luca era invece meno fortunato, perch Jasmine che ora ai miei occhi era tornata insignificante, priva di un qualsiasi interesse: per quel che ne sapevo, la sua abbronzatura scadente che a chiazze se ne stava andando via poteva essere anche sintomo di una qualche malattia della pelle sembrava starsene pi sulle sue, sorbiva il succo di frutta osservando la gente che ballava sulla pista e rispondeva alle domande del mio amico con dei piccoli cenni del capo; il coraggio che aveva dimostrato quando mi aveva chiesto da accendere pareva sparito, forse perch cos mi piaceva immaginare, in quella mia situazione di superiorit seduttiva adolescenziale era stata Nedea ad accorgersi di me, sul viale, e a spingere la sua amica a portarmi da lei. Ovviamente la sorpresa fu grande quando Carlotta mi disse che s, in effetti aveva origini spagnole giravo intorno allargomento senza riuscire ad affrontarlo di petto e io nel frattempo osservavo spaesato che persino il modo in cui si portava il caff alla bocca evocava la maniera graziosa che aveva Nedea di sorseggiare il suo succo, uno dei mille particolari che avevo immagazzinato di quella notte e che per anni (insieme a un incubo, sempre uguale a se stesso) non avevano smesso di tormentarmi. Mentre, poco prima, scendevamo le scale alla ricerca della caffetteria il tempo andava peggiorando, presto sarebbe piovuto mi ero immaginato molte cose: che
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Nedea non fosse morta, che questa ragazza che ora avevo di fronte fosse proprio lei, magari vittima di una terribile forma di amnesia e poi chiss come capitata in Italia, che in qualche modo il destino o Dio o il tempo mi stesse dando unaltra possibilit. Tenevo la mano stretta in quella di Nedea, mentre Luca e Jasmine passeggiavano davanti a noi sul viale quasi ignorandosi: anche se il pensiero era tutto rivolto alla mia nuova conquista, ovviamente temevo un poco la reazione di Luca, che sembrava proprio non potesse concludere niente neppure con Jasmine, la ragazza dagli occhi bovini e mal truccati che si era fatta incontro a noi sul viale; non appena fossimo tornati al nostro bungalow, probabilmente Luca mi avrebbe accusato lui che sapeva linglese cos-cos di averne approfittato, poich avevo pilotato la situazione a mio vantaggio, e in effetti non avrebbe avuto tutti i torti. Ma cosa ci potevo fare? Quando, appena le avevamo conosciute, ci avevano chiesto quanto tempo saremmo rimasti in Spagna la conversazione era ancora a quattro mi ero scambiato lennesimo sguardo dintesa con Luca, e alla fine avevo mentito dichiarando (io che fungevo perlappunto da portavoce) che avevamo ancora due settimane di vacanze di fronte a noi, forse in questo modo loro si sarebbero concesse pi facilmente ai due italiani pi grandi e pi esperti nellillusione di rivederci, cos entrambi avevamo pensato e questo se vogliamo un piccolo paradosso, il supporre che sarebbero state pi

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disponibili con noi quella prima sera se avessero creduto di rivederci anche nei giorni successivi, ignorando che io e Luca eravamo alla ricerca della perdita della verginit, a qualunque costo. Poi avevo iniziato a parlare pi fitto con Nedea, passando dal mano nella mano a un abbraccio intorno alla vita, e ora che avevamo lasciato alle nostre spalle il locale e passeggiavamo sul viale la stavo quasi convincendo a venire con noi a vedere un posto assai curioso, una vecchia legione militare come potevo dire in inglese che si trattava di un parco di divertimenti che simulava una legione militare spagnola depoca ricostruita esattamente dove un tempo cera loriginale? optai per militar museum, sebbene fosse palesemente riduttivo non lontana dal nostro bungalow (non aveva mai nemmeno sentito nominare la squallida citt dove alloggiavamo, la citt dove Luca da bambino aveva trascorso giorni felici e ora con me stava vivendo la fine delle prime vacanze da adulto), un posto tranquillo molto bello in una notte come quella, le spiegavo, e anche un po pauroso ma pure romantico. Nedea sembrava quasi stesse per accettare di salire in auto con due sconosciuti per andare in un posto sconosciuto; forse mi ero sbagliato, forse sua madre non le aveva poi fatto tante raccomandazioni, poich adesso aveva lasciato il mio abbraccio e aveva raggiunto lamica: a quanto pare la madre non era stata poi cos prudente come mi ero immaginato, se adesso Nedea stava parlottando in spagnolo con Jasmine, probabilmente domandandole se le andava di visitare questo militar museum, chiss in bocca sua che
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cosa era diventata la legione militare, ora che Nedea laveva nuovamente ritradotta in spagnolo, oppure magari stavano parlando di me e di Luca, che nel frattempo mi aveva raggiunto e mi stava perlappunto domandando in un gioco di incroci e di speranze di cosa avevamo parlato io e Nedea fino a quel momento. Per anni ero stato convinto che Luca avesse in qualche modo avuto a che fare con la morte di Nedea, che si fosse voluto vendicare per come quella sera erano poi andate a finire le cose, che lavesse uccisa lui. Ora che per stavo chiacchierando con Carlotta la voce di Nedea lavevo purtroppo dimenticata, ma ero certo che da quel giorno in poi lei nei miei ricordi avrebbe avuto la precisa intonazione che stavo sentendo in quella caffetteria, nonostante Carlotta fosse italiana e parlasse un italiano perfetto, senza mai far trapelare le sue origini spagnole , in quella sera di ottobre le mie congetture sembravano assurde e lontane, probabilmente era stato solo un brutto incidente. Carlotta aveva finito il caff, e io mi ero accorto di averlo appena assaggiato, il mio, rapito dalle sue parole e dal suo abito rosso e soprattutto dai suoi capelli. Anche lei era unappassionata di cinema, avevo scoperto, e proprio quando le avevo domandato di dove fosse lei, con lo sguardo basso, aveva risposto uh, arrivo da molto lontano proprio in quel momento il mio cellulare, che tenevo appoggiato sul tavolino insieme alle chiavi dellauto, si era messo a squillare.

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Non rispondi, mi aveva detto Carlotta constatando la mia indifferenza, s, avevo detto io a mezza voce (in effetti la suoneria era alta e la gente intorno a noi sembrava gi infastidita), quindi feci cessare il trillo del cellulare premendo il tastino verde appena sotto il display, e subito riconobbi la voce del mio amico che quel giorno avrebbe dovuto accompagnarmi al castello per visitare insieme la mostra. Quella sera accadde, persi la mia famosa verginit. Alla fine Jasmine e Nedea avevano incredibilmente accettato il nostro invito, e insieme ci eravamo fatti un giretto nella legione militare, passeggiando nellaria calda di quella fine dagosto cos inattesa e cos carica di speranze (portarle nel nostro bungalow sarebbe stato eccessivo e indelicato, oltre che poco felice la puzza di cavolo bollito tipica della signora proprietaria, una donna che ricordo con squallore, aleggiava anche in sua assenza). Prima di arrivare l, lavevo baciata gi in auto, io e lei comodi sul sedile posteriore, Luca e Jasmine seduti davanti lui ovviamente alla guida, lei al suo fianco nellimbarazzo del non parlare accresciuto dallavere in auto due persone che stanno limonando e che si toccano e si piacciono. Lalito messicano a quanto pareva non si era rivelato un problema, e questa piccola ragazza dai capelli biondi e dalla pelle morbida, perfettamente abbronzata, ci stava, stava con me, ancora non ci potevo credere. Mentre Jasmine e Luca passeggiavano a caso sulla terra battuta della legione che in quella notte di
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cielo nero senza luna sembrava pi che mai un villaggio fantasma: quando avevamo scavalcato il muretto e ci eravamo ritrovati noi quattro l dentro non nascondo che un po di paura mi era venuta mentre loro due si facevano dunque un giro l intorno, io e Nedea, splendida nel suo top verde, eravamo gi dentro la scuderia, buttati sui mucchi di fieno a toccarci e a baciarci. Mi piaceva la sua aggressivit forse data dallinesperienza, quel suo ricambiare i baci con i denti, che si scontravano con i miei provocando un rumore metallico fastidioso ma piacevole. Fu l che persi la mia verginit, anche se dovetti insistere parecchio prima di riuscire a convincerla a togliersi i vestiti: le bloccai i polsi con le mani, e divenni adulto. Stavo per liquidare il mio amico (che nemmeno immaginava il grande favore che mi aveva fatto dandomi pacco quel giorno non venendo alla mostra del cinema e lasciandomi cos da solo in quel castello), stavo per concludere la conversazione e premere il tastino rosso sul mio cellulare quando osservando Carlotta, tutta presa nellispezionare linterno della sua borsa, probabilmente alla ricerca dei trucchi, o magari del cellulare mi resi conto, e tuttintorno ogni cosa mi parve assumere un aspetto minaccioso, mi resi conto che in lei cera qualcosa di molto, molto sbagliato. La mattina dopo durante la notte ero stato visitato da quello che, ancora non lo sapevo, sarebbe diventato il mio incubo ricorrente: il cielo era scuro e io cadevo da

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unimpalcatura, sempre la stessa, dipinta di rosso io e Luca ci svegliammo prima del previsto. La nostra intenzione era quella di partire dopo pranzo, perch eravamo davvero assonnati: la notte precedente avevamo accompagnato le ragazze a casa forse di una loro zia, bene non si era capito, ma non cera stato bisogno di fare false promesse tipo ci rivediamo domani, Nedea non mi aveva quasi pi rivolto la parola. Mentre tornavamo al bungalow, erano ormai le quattro del mattino, Luca mi confess di non essere nemmeno riuscito a baciare Jasmine, e io dovetti tenere a freno la mia eccitazione per quel che era successo, dissi a Luca che avevo s perso la verginit, ma che non era stato bello quanto mi ero immaginato. Volevamo dunque partire dopo pranzo, svegliarci non prima delle due del pomeriggio, ma intorno alle sette del mattino sentimmo un chiacchiericcio insistente provenire da fuori, un brusio che ci spinse a scendere dal letto e ad andare a vedere cosa mai fosse successo. La signora proprietaria del bungalow e il marito stavano infatti discutendo con un gruppo di persone, e presto ci rendemmo conto della realt: in quel primo giorno di settembre, in cui una patina opaca sembrava gi aver avvolto le cose, una ragazza vestita con un top verde fluorescente era stata ritrovata morta sulla spiaggia a pochi passi dal bungalow dove io e Luca avevamo trascorso le vacanze dopo la maturit. La vecchia signora proprietaria del bungalow continuava a ripetere qualcosa di incomprensibile, e ci guardava come se sapesse che la
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conoscevamo, ci guardava come se fossimo stati noi i colpevoli. Quando ci avvicinammo alla spiaggia la stavano gi portando via, e io osservai per lultima volta e sotto una luce irreale quella che scoprii solo in quel momento essere Nedea, la ragazza con la quale avevo perso la verginit: il volto rilassato, i magnifici capelli arruffati e sporchi di alghe. Era un corpo morto depositato sulla spiaggia come un rifiuto portato di notte dal mare, ma anche nella rigida freddezza orribile della morte Nedea riusciva a mantenere una sua armonia, come se unentit superiore avesse disegnato limmagine che stavo osservando, limmagine che mi si piant nella mente a conclusione di quelle vacanze: tuttintorno ogni cosa era come in bianco e nero, lunico colore a spiccare era il morbido della sua pelle, perfettamente abbronzata, e anche se non avevo ancora le parole adatte per riconoscere quel che stavo contemplando soltanto cinque anni dopo avrei potuto dare una definizione precisa di quello spettacolo capii inconsciamente che quella era unopera darte in cui si erano utilizzate unicamente le risorse del territorio, unopera che avrebbe fatto ricongiungere lartista (e il suo pubblico) agli elementi che lo circondano, unopera appartenente alla cosiddetta land art. Luca disse cazzo successo, io non riuscii a dire niente, e durante il viaggio di ritorno parl solo lautoradio. Avevo lorecchio appoggiato al cellulare, quando mi accorsi che la collana che portava al collo Carlotta era in

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realt la collanina di sughero con sopra inciso il mio segno zodiacale che avevo regalato a Nedea, la collanina che raffigurava non potevo sbagliarmi un toro con un solo corno, la collanina che chiss se Nedea aveva ancora intorno al collo quella mattina di settembre, quando fu ritrovata morta sulla spiaggia. Troppo rapidamente capii che quella ragazza non si chiamava Carlotta n Nedea, e ora che la stavo osservando meglio avevo azzittito nella mia mente le parole che il mio amico continuava a pronunciare dentro il suo cellulare, dirette al mio orecchio mi resi conto che quegli occhi bovini ed eccessivamente truccati potevano appartenere soltanto a una persona, e infatti guardandola con sempre maggiore attenzione e un crescente terrore (aveva ancora lo sguardo basso, ma stava per rialzarlo) notai che non assomigliava per nulla a Nedea, a parte forse i capelli che, me ne stavo rendendo conto solo adesso, presentavano unevidente ricrescita scura, erano dunque tinti di biondo. Era come se il suo viso si stesse modellando su altre fattezze meno aggraziate, in una sovrapposizione di forme il cui risultato finale era il volto di Jasmine, non cera possibilit dequivoco. Quando rialz gli occhi, lei cap subito dal mio sguardo che sapevo, e scatt rapida verso luscita, infilando la porta della caffetteria. Rimasi fermo forse un secondo, poi le corsi dietro: stava correndo quasi arrampicandosi al piano superiore del castello, vedevo lorlo del suo vestito rosso scivolare fulmineo sulle scale sopra di me, era velocissima. Mentre la inseguivo, mi venne in mente
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lo scorcio di cielo che si apriva fra due file di alberi e scorreva sopra me e Luca quando ogni sera ci spostavamo dal nostro bungalow per andare a divertirci nelle citt vicine, era un cielo ipnotizzante, che sembrava tracciare un lungo filo di fumo sulle nostre teste, identico a quello che si stava disegnando ora fuori (le scale del castello erano esterne e permettevano di vedere il paesaggio circostante), mentre inseguivo Jasmine in quella corsa assurda dove troppi elementi ricorrenti sembravano disposti a caso da qualcuno che si stava divertendo un po troppo con la mia memoria e i miei ricordi. Arrivammo in cima, sopra di noi non cera altro che il cielo scuro, ma nel mio campo visivo era apparsa in tutta la sua semplicit la scala antincendio: unimpalcatura dipinta di rosso identica a quella che avevo visto nei miei incubi per anni, e la sensazione di dj vu divenne allora completa; Jasmine non cerano vie di fuga, per nessuno dei due stava contro la scala, immobile. Mi avvicinai lentamente, e lei mi disse (in un italiano incerto che prima chiss come non avevo neppure notato) una verit dietro laltra: disse che Nedea una fragile ragazzina che temeva di essere rimasta incinta si era tolta la vita sotto i suoi occhi, disse che era stata lei, Jasmine, a portare (non so come) il corpo della sua amica sulla spiaggia vicina al nostro bungalow, sicura che mi avrebbero dato la colpa, disse e dovetti ammettere a me stesso che era vero che Nedea le aveva raccontato che io lavevo violentata, ma non mi spieg come avesse fatto a trovarmi, n come fosse riuscita a farmi credere di esse-

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re Nedea, ma era chiaro che lei era l per me. Solo in quel momento compresi davvero le dimensioni della mia colpa: in quella notte di fine agosto di cinque anni prima io ero diventato adulto, impedendo a una ragazzina spagnola di diventarlo a sua volta. Jasmine mi stava di fronte, e a parte i capelli, tinti in modo approssimativo era evidente che la somiglianza che tanto mi aveva colpito era stata solo unillusione, una proiezione della mia mente, o forse uninduzione della sua. Mi avvicinai ancora, e lei scatt diabolica in avanti, afferrandomi energicamente per le braccia e intrappolandomi contro la scala: ricordo che pensai che in qualche modo avrei dovuto pagare, prima o poi, ma non riuscii a formulare altri pensieri, perch un lampo ci abbagli per qualche secondo, e tanto bast per distrarre Jasmine, che mise un piede in fallo e cadde dalla scala finendo a terra, tre piani pi in basso. Non riuscivo a muovermi. Quando finalmente mi decisi a guardare gi, vidi il suo corpo buttato sui ciottoli, il vestito rosso che si muoveva al vento. Scesi poco dopo nessuno sembrava aver notato nulla e osservai per un attimo la mia immagine riflessa nellenorme porta a vetri che faceva specchiare lingresso di unala del castello con laltra, poi feci il giro delledificio, scoprendo senza uneccessiva sorpresa ci che in fondo mi aspettavo: il corpo non cera pi. Inizi finalmente a piovere. Sapevo di non aver sognato, cos come sapevo che Jasmine, qualunque cosa fosse, sarebbe prima o poi tornata per vendicare la sua amica
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stuprata da un giovane turista italiano il cui unico desiderio in quella prima occasione ufficiale estiva di dimostrarsi grande, indipendente era quello comprensibile, ma non fino a quel punto, di perdere la verginit.

Lopera darte citata nel racconto in realt composta da due opere realmente esistenti Romulus Circle (1994) e Rivoli Mud Circle (1996) realizzate entrambe da Richard Long (Bristol, 1945) e ospitate nella collezione permanente del Castello di Rivoli (To), edi ficio storico nei confronti del quale mi sono preso alcune libert architettoniche.

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A qualcuno piace Aldo Michele Vaccari

Il suo matrimonio era finito quando lei aveva smesso di fargli i bocchini. Franco ne era sicuro. Prima lamore veniva sciorinato come tabelline in terza elementare in qualsiasi occasione possibile, dalla colazione al mattino prestissimo fino alla spesa allEurospin sotto casa, la sera, pochi attimi prima che la serranda venisse sbattuta sul loro cranio. Baci coccole sorrisi ammiccanti sguardi maiali. E poi, finalmente a casa, soffoconi come stelle cadenti il dieci dagosto. Ma, da circa tre mesi, pi niente. Franco aveva incominciato a intuire che qualcosa non andava quando, quella volta che laveva portata a fare il giro dei Castelli della Loira, nella camera dellalbergo forse pi ideale al mondo per ammazzarsi di sesso, lei, apparentemente infoiata come la femmina di un coniglio,
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mentre ne prendeva pi della pentolaccia, cambiava canale alla tv dimenticata accesa. No, questo non minteressa. Che palle i talk-show. Uh, un film con Val Kilmer. Ecco, per Franco la vita portava sempre sulla schiena uno zaino pesantissimo che si chiamava fine. Forse, ma anche lui sapeva che un po era una scusa, proprio a partire da quellesatto istante sulla Loira in cui la moglie aveva incominciato a colorare il suo mondo di mascolinit con quel grigio matrimonio cos pastoso e indecifrabile, aveva deciso che lunica alternativa per salvare perlomeno la sua virilit fosse quella. Come avesse cominciato, Aldo non se lo ricordava manco pi. Noia? Solitudine? Machismo? Linsostenibile astinenza forzata da sesso? S, allinizio, dallesterno, a chiunque, sarebbe parsa solo una sfida con il proprio uccello. Dai, ce la puoi fare ancora. S, vero. Esiste unet in cui non devi pi mostrare niente a nessuno, per. Per c il per. E il per dellorgoglio, di solito, quello che ti fotte di pi in situazioni come questa. S, la scusa che aveva trovato, a tratti, ricordava le giu-

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stificazioni che ogni tanto si dava Franco. Ma, secondo te, non siamo veramente in grado di farci amare da qualche altra donna? Eh, forse! Ma siamo troppo vecchi per averci la voglia... Cos meglio. Intanto, che te ne fai dei soldi se non hai niente da comprarci? Chiamalo un investimento di felicit, Aldo. Fidati. Sar... ma a me mi pare che fare cos non ci porta da nessuna parte... E poi, mia moglie sempre mia moglie. Per quanto... somma... non ci sia pi quella... intesa di un tempo. A una certa et conta pi il dialogo del resto... Aldo! Ma che dici? Chai 58 anni! Sei nel pieno della vita! Ma non lo guardi mai il tg? Noi siamo la generazione del futuro! Aldo aveva solo una prova da portare a testimonianza sul banco degli imputati damore, lunico segno tangibile del suo legame con Rosalinda: Giulio. Un ragazzetto impeccabile di 19 anni megadiligente. Altro che suo padre. Lui, in testa, sembrava averci solo la carriera. Tornava a casa dalla Facolt di Giurispruden-za e si chiudeva in camera, magari dalle tre di pomeriggio anche fino alle sette, senza pausa, senza uscire. Aldo, quando ancora lavorava, arrivava verso le cinque, e mai che capitasse di sentire il bench minimo rumore. Tutto taceva. Giulio era la sua gioia. cos disciplinato che, nonostante le tre o quattro ore
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sui libri per preparare diritto privato, mai che manchi di vedere una puntata di Ally Mc Beal. Aldo lo aveva capito anche da piccole cose come questa. Per lui, diventare avvocato era una cosa veramente seria. Quando ebbe da scegliere tra il bar, lo stadio, la macchina che tutta la vita che ti vuoi comprare, i viaggi che aspetti la pensione per farti, le stronzate che prima non avevi il tempo manco di immaginare, fu costretto dalla necessit ormonale (a 58 anni, parrebbe incredibile, ad alcuni uomini funziona ancora) a optare per la soluzione paventata da Franco. Sono dellest. E sono bellissime. Vedrai, sono soldi giocati bene. S, Franco e Aldo investivano la loro pensione andando a puttane. Ma, sia ben chiaro, non puttane semplici da marciapiede, quelle robe zozze da una notte e via. No. Il loro era un vero e proprio investimento per il domani. La loro, pi che una scopata clandestina era unazione umanitaria. Karen e Marja erano fuggite molti anni prima dalla Romania oppressa di Ceausescu e, da circa dodici anni, svolgevano con ottimo rendimento il mestiere di escort. Lincontro con Franco e Aldo aveva cambiato comple-

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tamente le loro prospettive di lavoro, in termini di sicurezza e di dignit. Sentite, fare lamore con voi per me e Aldo, il mio amico, importantissimo e, ovviamente, siamo qui per questo, signore prostitute. Signorine. Signorine? Beh, complimenti. Lavresti detto Aldo? Puoi andare avanti, Franco? Ecco... per, per noi primaria unaltra condizione. Marja si era alzata per prima e dirigersi verso la porta era il gesto normale che da unaffarista senza tempo come lei Karen si aspettava sin dai primi goffi tentennamenti di Aldo e Franco. Ricevevano i clienti in un piccolo appartamento ai confini del centro storico, 50 mq di casa, 20 adibiti alle normali mansioni dufficio, tipo seghe cinesi, bondage, pecorina, gang bang, switch party, il resto apparente trilocale da coppia in attesa. La loro libert, libert che era stata fondamentale per comprare quel bordello e mantenerlo come un posto da vip, era arrivata improvvisa tre anni prima per merito di uno di quegli assessori classici che non aspettano altro che essere eletti per farsi le puttane con la scusa di aiutarle. In quel caso specifico, il politico di turno si era comportato in maniera eccelsa: aveva comprato il loro riscatto in cambio del riserbo che lui, come ex questore, avrebbe dovuto far mantenere a certe forze dellordine riguardo ad alcune superficiali questioni di contrabbando derba albanese.
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Per il piccolo capetto dei magnaccia non fu un problema minacciare uno sbirro, e per lex sbirro non fu un problema accettare quelle condizioni. In quella zona, da quel momento, finalmente, si sarebbe risolto il problema dello spaccio internazionale di marijuana. Non si sarebbe pi saputo di qualcuno che vendeva merda truccata ai ragazzini. Non si sarebbero pi visti arresti o perquisizioni in casa di persone peraltro rispettabilissime. Finalmente, la citt sarebbe stata al sicuro. In cuor suo, il bravo assessore ci credeva. Pensava che sul serio avesse fatto qualcosa di buono. Visto da un certo punto di vista, magari quello del senso civico comune, il simpatico ometto si era comprato due troie e aveva promesso di fare lomertoso sulla situazione droghe leggere. Ma, vista con gli occhi del falco da Parlamento, quello era stato un grande gesto di tolleranza, un grande passo per lintegrazione delle popolazioni distrutte dalla dittatura comunista, dalla povert, da governanti corrotti che pensano solo al proprio tornaconto personale. Gente di merda, secondo il nuovo pappa di Marja e Karen. Marja era una donna decisa, irruvidita dallesperienza della fuga: non poteva perdere tempo con due che potevano essere benissimo suo padre, con quei cappelli tra le mani che parevano alla riunione di con-

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dominio o al rosario in memoria di qualcuno. Ma il rumore assordante della cifra promessa per stare ad ascoltarli blocc i nervi di Marja e lo sguardo di Karen. Dimprovviso, un raggio laser rischiar la loro pessima esistenza, unimprovvisa apertura del cielo allascolto di quei due signori cos gentili e beneducati. ... in cambio di un vitalizio, vi chiediamo di far finta di essere i nostri mariti. S, esatto. Per questa volta, le troie, le mogli se preferite, vogliamo farle noi. Eccitazione purissima. Altro che le ultime scopate con Anna, pensava Franco, mentre ai bordi di quel gelido dicembre aspettava la vigilia di Natale vestito da mignotta vicino al bidone infuocato che sta tra lIkea e il bar di corso Perrone dove amano scaldarsi le baldracche appena smontate dal lavoro. I problemi di Aldo, invece, erano pi seri. E se per caso a Rosalinda le balena lidea di passare di qui per non so quale cazzo di motivo? E se per caso a Giulio venisse lidea di farsi una serata cos tra amici, tutte le volte che da giovane lho fatto io, e passasse a gridarmi ehi, frocio di merda! Vieni qua che ti scasso di pugni! E figurati se non mi riconosce! Magari non ci crede... ma che mi riconosca sicuro come loro... Conoscendolo, capace di scendere dallauto e riempirmi di calci, prima di darmi fuoco... Vabb che lui ormai un avvocato, ma metti caso che stasera, per festeggiare il Natale, ha bevuto un po... con tutto quello stress da studio, pensa che casino pu piantare... Che cazzo di situazione...
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Aldo, fa freddo. Quando ha detto che passava Marja? Franco ha la pelle doca sulle gambe, con i peletti grigi nei polpacci che sembrano elettrificati, dritti come giocatori di poker fine 800. Minchia, Franco! Ma parli? Queste calze a rete fanno schifo. Cho tutto il gelo che mi entra. E sta merda di pelliccia vegetale mica fa un cazzo. Altro che il tuo piumino. Ecologica, non vegetale, Aldo. E comunque lascia stare che tu questi tacchi manco te li sogni. Tu chai gli stivali. Gli stivali, caro! Vita facile la tua! Vorrei vedere te su sti trampoli da quindici centimetri se staresti ancora l a fare il chiacchierone. Oh cretino! Vorrei vedere se cavessi tu questa griglia di pelle sotto la giacca invece cosa diresti. Aldo si apre la pellicciotta marcia e, da quel tappetino incolto in mezzo al torace, spunta una specie di canotta in lattice tutta forellata che, in effetti, rappresenta il modo migliore per festeggiare il compleanno di Ges. Cio, guardami. Sono nudo sotto, hai capito? E tu che ti lamenti del tacco... vieni a viverti lesperienza della griglia e poi me la racconti... E sta zitto, su, che questa idea del cazzo ce lhai avuta pi tu che io, lo sappiamo entrambi. Non potevamo scoparci le troie e basta, no? Pure fare i finocchi col cazzone per assecondare le tue devianze mentali... tu e le tue idee di mer... ehi, aspetta una macchina! Mette la freccia!

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Alleuja! Sono loro! Aldo entra subito nella parte. Niente Stanislavskij, Stravinskij o chi per loro. A lui, gli attori del cinema hollywoodiano fanno tutti una pippa. Billy Wilder manco se ci fosse suo figlio Gene sarebbe in grado di dirigerla una scena del genere, pensa Franco mentre segue Aldo che quasi zompetta. Perfettamente nel ruolo. Una vera checcha viados in iperventilazione. Ciao tesori! Aldo e Franco sono a tre metri dallauto, unAudi A3 sfiammante sesso, muovono i pugnetti a destra e a sinistra, sembrano una coreografia di Wake me up degli Wham, ma pi frocio, se possibile. Trenta euro bocca culo facciamo tutto! Aldo si mette a urlare in mezzo alla strada con una voce da impiegato mezza in falsetto orrido, cos da novellino della prostituzione da far vergognare un bancario trans per generazioni. Per fortuna, pensa Franco, che queste mignotte le paghiamo noi. Se fossero clienti veri, ma sai quante pietre in faccia? Allora, carini cosa facciamo? La prima cosa che nota Aldo che Marja e Karen non sono venute da sole. Con loro, ci sono pure due amiche. Anzi, amici.
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Truccati benissimo, peraltro. Tutti e quattro. Non sembrano neanche loro. Franco lo capisce subito. Questi sono clienti veri. Gente che paga sul serio per rompergli il culo. Per gridargli dacci dentro ricchione di merda. Questi sono cazzi. C poco da fare. Per fortuna, anche Aldo abbastanza reattivo. Ma il cuore stenta a reggergli quando, dal sedile dietro dellAudi sente una voce stentorea, pulita, quasi conosciuta, la voce di un ragazzetto che, con un mozzico di canna tra le labbra, urla al guidatore, quello che intercede ufficialmente per il resto della brigata: Chiedigli quanto vuole per mettermelo nel culo. Chiediglielo cazzo! Ce nho troppa voglia stasera, porcatroia. Secondo me ha una bella minchia da buttarmici dentro, o no troietta? Il pivelletto si riaccende la bomba con nonchalance adolescenziale. Ma come possibile? Che cazzo ti successo, chicco? Ehi, hai mai visto un trave cos carino, Giuse? Guardatelo un po sto puttanone. Se mi fa godere, dopo ti ci faccio fare un giro anche a te... Ehi, amore, cazzo guarda la tua amica? Vuole una foto? Guarda come trema il troione! Ti spaventi per cos poco? Dille di stare pure easy che quando abbiamo finito con te dopo ce n anche

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per lei... I soldi ce li abbiamo, tranquille. Il piccolo deviato quasi non trattiene le risate. Stasera, pap ha pagato duro: peccato non lo sappia. E gi a scompisciarsi, con gli amici nel gelo di una risata solitaria da fattone. Pure i soldi, oltre alla dignit. Che cazzo gli resta da fottermi? Non vi avevo mai visto prima... Lei fa schifo, a dirtela tutta, ma tu cazzo... sai che sei proprio una bella fica? Anni e anni buttati al vento... non ho mai capito un cazzo di te... ma dove sono stato fino ad adesso? Che uomo sei diventato? Secondo me, siete nuove. Non vi avevo mai visto prima... Come vi chiamate, piccole...? Ma sei veramente tu? Dio, ti prego. Non farti scrupo li. Un colpo secco alla nuca. Mio Signore, ammazzami. Non ha pi senso vivere, se la vita sar questa... Porca puttana, Giulio! Hai rotto i coglioni, cazzo! Sei una macchinetta, diop. Vuoi stare zitto un secondo? Giuse si gira, guarda male Giulio, Giulio, come i veri pederasti da film, piagnucolando, chiude il mento sul petto con le mani tra le cosce, poi Giuse, fatta capire la lezione ruota a 180 e, fissandolo sardonico, appoggia una mano sul pacco di Aldo. Proprio tu, Giuse. Da piccolo ti tenevo in braccio e ti facevo fare laeroplano, proprio tu, ora, Giuse mi palpi luccello. Come sei venuto su di merda, Giuse. Scusalo tesoro. Giulio fa sempre cos. Tutte le volte
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la stessa scena. Vede i trans e singrifa. Mio figlio vede i trans e singrifa. Che bella immagi ne. Allora. Per ficcartelo tutto dentro quanto gli prendi? Ottimo. Mio figlio vuole pure rompermi il culo. Bella famiglia, Aldo. Complimenti... ...cazzo, sei proprio una bella figa, sai...? Giulio, diocristo! Vuoi smetterla? Gi Giulio. Smettila, ti prego.

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Prima che arrivasse il poi Simone Greco

Linizio viene fissato per le nove. Giulio, a insistere, che a sentir lui occorre iniziare presto... Necessario, se no alle tre di notte chiamano qualcuno e tu lo sai, mi fa, che proseguendo col solito circo, come lultima volta, succede qualcosa di troppo... Lultima volta un classe 75 del secondo piano, un ospite, attorno alla decima birra ha deliberato fosse il momento buono per gli equilibrismi. Si appollaiato sui parapetti del terrazzo, s innalzato dritto e ha poi preso a camminare, finendosene gi dal balcone dopo qualche passo... un volo diretto, senza ostacoli. Lo hanno sentito le aiuole sullentrata al R.A.P., la quiete pubblica, la sua spalla destra e quattro costole. Gli altri appartenenti al gruppo serano mica accorti, l per l, ma poi uno di loro si affacciato e ha visto un cespuglio a cui spuntavano le gambe; il tizio stava riverso a pancia sopra, in mezzo alle gardenie, e provava a rialzarsi annaspando come una tartaruga capovolta... Dallalto dissero lo si sentiva man62

dare piccoli risolini, a intermittenza... Son scesi a recuperarlo in quattro; e poi ambulanze, ospedale, voci di corridoio, sussurrate, che presagivano foschi provvedimenti e un ripulisti generale. A lasciarlo stabilire a Giulio, lui metterebbe lora dinizio per le cinque del pomeriggio... Vanno sempre a finir fuori controllo, sti festoni, e non lo capisci come l che accada ma ogni volta vengono a saperlo tutti, dai pri mini ai fuori corso generazionali... Ha lo sguardo serio e cerca desser convincente, dare alle sue parole un che di meditato, raziocinante. Lui un antropologo della specie universitaria... uno studioso. Ha teorie precise cui affidarsi, e sembra ricavare un piacere tutto suo dal decifrar le leggi che regolano i comportamenti degli studenti qui, al Ristoro Anime Perse, come lha ribattezzato lui, che poi il Residence studentesco Anima Pia: un luogo tranquillo, proprio niente. Il comprensorio sorge lungo la Via Maestri. un casermone di cemento, con le finestre alte e il tetto a spiovere. Lo vedi anche a due chilometri distante, pur nella nebbia, il mostro grigio, squadrato e incombente. Iniziando a percorrere la strada sfili traverso una pianura di piccole costruzioni, case unifamiliari, villettine... Il R.A.P. rimane in fondo, lultimo edificio prima che inizi la periferia. Oltrepassi il cancello e ti ritrovi nella propriet del Residence: mezzettaro di verde, su per gi, a circondare lintero palazzone... ghirigori di sentierini in stile parco, fiancheggiati da lunghe siepi al pitosforo ingiallito... una decina dalberelli smilzi si

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alzan dalle aiuole senza alcuna simmetria. Fu nel 65, nel mese di maggio, per la precisione, che il R.A.P. venne inaugurato, durante i festeggiamenti che salutavano il patrono della citt. Sul principio della sua storia listituto aveva un qualche fine religioso, ma oramai son anni che di religioso c rimasto poco e qui si albergano gli studenti fuori sede. La possibilit dentrarvi non viaggia traverso i meriti ma unicamente il reddito; se il reddito familiare non supera i trenta milioni in lire hai buone speranze daccaparrarti un posto letto, nonch una considerevole ipoteca sul tuo insuccesso formativo. Il R.A.P. non il luogo adatto, per studiare. Lo diresti anzi, certe volte, organizzato apposta per ostacolar gli studi, per farci qualunque cosa dentro meno quelli... conoscer gente, sonnecchiare, per le feste come si organizza adesso e Giulio sembra lunico contrario, una voglia matta di mostrarci il lato oscuro della cosa. Gi me li vedo... Eh, lo sapete che c una festa dai Maestri? Un intero piano di camere coinvolto, una cosa in grande... Arriveranno in duecento e se non si sta attenti domani ci ritroviamo in strada, tutti assieme... Gli altri convocati al summit lo guardano di storto, ma sanno bene che Giulio, questa volta, ha i suoi buoni motivi ad avvertirci, e che ugualmente risulta tardi per cambiare i programmi adesso. Si finge quasi di non sentirlo, ci si concentra sui preparativi mentre le stanze vengono disposte alluso e si accatastano le scrivanie... La festa dOttobre aleggia ormai su tutto il comprensorio. Che vuoi star fermo Giulio, almeno un pochettino? A
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buttar fiato cos, ai quattro venti! Non si pu disdire... questione di parola. Il rito fissato e si far, e sarebbe un errore cavarsi fuori adesso... Adesso il pomeriggio. Ore 15:30. Fra non molto qui sar trincea delle bottiglie vuote, un dimenio di pelvi in musica, gente che barcolla pei corridoi e ci riversa le sue pozze in giro. Solitamente, prendono ad arrivare alla spicciolata. Una decina qua, un solitario l... Le camere via via si riempiono e hai le tue difficolt a raccapezzarci il verso, a trovare la direzione giusta mentre scavalchi le svenute e gli accampati. L per l lo penseresti casuale, il loro arrivo, ma puoi star certo che le rappresentanze dei poli importanti, delle facolt chabbiano insomma una nomea consolidata in fatto di bordelli, quelle non mancan mai. Lettere e Filosofia, Scienze Politiche e Psicologia, sempre in prima linea, avanti a tutti. A seguire gli pseudo architetti... I finti medici... Qualche studioso delle materie eccentriche come lAgraria, le Scienze Naturali, la Botanica o Astrofisica. I residenti in R.A.P. persino simpuntarono una volta, tutti assieme, per vedere se si riusciva a limitare le affluenze... Lo fecero cos, a mo di sfida. Decisero una data. Scelsero le camere e gli allestimenti festa. Poi, con parsimonia, presero a distribuire la notizia in giro, solo a persone scelte alle quali era stato ingiunto di farne parola con nessuno... Come risultato sebbero duecentoventisette accorsi, numero a cui andavano poi sommati gli organizzatori e i partecipanti interni.

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In simili occasioni il passaparola inarrestabile. La voce inizia a serpeggiare lungo gli androni delle facolt, rimbalza per le mense e laule studio. Ti viene a scovare in laboratorio, al parco giochi, sul lungargine... tempo due giorni ha perimetrato ogni luogo adibito allistruzione o meno. Gli universitari, son gente tenace... non esiste modo di scoraggiarli quando c da festeggiare. In altri campi si poteva dire che la facilit dinformazione mancasse interamente, e, se volevi una notizia utile, avevi il tuo bel da fare a procurartela. Dritte sugli esami, i cambi appello, le smanie dei docenti e i loro grilli... Ma le feste!, oh, quelle ti trovan loro. Basta aspettare.

Giulio inizia a far su e gi lungo la stanza dellala ovest in cui siamo riuniti. Ogni tanto si interrompe, sbircia dalle finestre e poi riprende il suo teorema dal principio. Guardandolo si capisce al volo che vorrebbe... A lui piace darci lansia, trasmetterci un po del suo tormento; non riesce a convincere perch, alla fin dei conti, Giulio proprio uno dei peggiori, un tipico esponente della razza mai abbastanza. Fa il saggio visto che ancora ha da iniziare la serata, ma lasciagli il modo di finirci in mezzo e diventa irrefrenabile... Una volta partito non la smette, anche laddove son svenuti tutti, la musica azzittita, se ne albeggia. Quando non trova pi nessuno per continuare la caciara se ne esce solo (lavevo visto far cos, alcune volte, al termine dei simposi R.A.P.).
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Non di meno ora il momento degli scrupoli. Lautunno la stagione dei goliardi... ci son le iniziazioni! Ve lo immaginate, se ne arrivano un bel po? Arrivano arrivano, vedrai che arrivano... Non ti preoccupare gli fa il Marco, faceto. ...gi, tanto ti frega nulla a te... Pure se il Ristoro ti crollasse addosso rimarresti l, svacco in poltrona. ...mi sa che hai ragione. Marco par non lo capisca quasi, il motivo della discussione. Oramai son anni che se ne vive in R.A.P., e, fra queste mura, ha visto ogni sorta di spettacoli, notte o giorno in cui si fosse... A preoccuparsi, non ci riesce manco volendo. Arriv qui appena terminati gli studi superiori, e allepoca scelse di stare al Residence perch diceva era strategico. ...sai, una casa stu denti pu anche esser stimolante, a livello culturale... Ogni tanto quella motivazione saltava ancora fuori. Inizi scegliendo il corso studi che lo interessava e gli esami che avrebbe sostenuto. Era convinto seriamente che, negli anni giusti, avrebbe portato a termine le cose, ma quella convinzione si era poi attenuata e aveva perso lintensit dei primi tempi. Bast un semestre. Ora rimane zitto e cha i lineamenti affilati da unespressione arguta, con le sopracciglia rizze in su, verso i capelli... Sembra stia chiamando a raccolta i suoi pensieri come uno stormo di uccelli ammaestrati. Mah, sono daccordo con te, tutto sommato... Cosa?

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Verr fuori una caciara memorabile... una certezza. Gesti dassenso e urla, tutto intorno. Ah, diavolo, come vi pare a voi... Giulio si rimette comodo, par che sacquieti un pochettino. Va a sedersi nellunico posto rimasto libero, vicino a un suo compagno di camerata e prende a parlottare insieme a lui mentre gli altri si passano le bottiglie e le casse da 66 di birra e le impilano a un lato della stanza. Con Giulio sufficiente aspettare. Trascorre unora, due; poi ridiventa calmo. Il fatto che non riuscito a sbarazzarsi ancora dei buoni propositi, i suoi e quelli familiari, soprattutto, la trafila delle speranze parentali che lhanno salpato allavventura universitaria. Proviene da una famiglia di Triclinia, un gruppuscolo di case in provincia di Caltanissetta e ci cresciuto, Giulio, servendo messa e rispettando padre e madre, studiando, giungendo al fine qui con le meglio intenzioni per poi scoprire, allimprovviso, che fino a quel momento non si era divertito affatto. Io lo conobbi un giorno mentre camminava in aula studio, quella coi soffitti a V, perso a cercare alcuni testi per lesame che voleva sostenere un mese avanti. Lagitazione sembrava uscirgli da ogni gesto, e le parole dalla bocca a raffica, con brevi intervalli, giusto a riprender fiato. ... per lesame, quello di Mattazzi! Dicono: le foto copie le distribuisce lui, ma ancora non lha fatto e io lo
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voglio dar fra qualche settimana, al primo appello, e vado alla biblioteca Steno ma non hanno niente e alla Circolante manco e sono tre giorni che sto a giro ma neppure lombra, delle fotocopie... E allora pensavo di telefonargli, o al limite passar da lui, mhanno detto che abita in campagna ma io non son motorizzato e le corriere non carrivano e spero qualcuno voglia darlo subito lesame, uno che magari cabbia un mezzo, una macchina, oppure una moto in cui si possa andare in due e ho visto che te hai un motorino per non so se ti frega dellesame, anche se bisogna tener conto che al primo appello dicono Mattazzi sia pi tranquillo e tu non che verresti insieme a me, cos magari ci vede in due, ci d le fotocopie, prendiamo accordi... Se provavi a parlare, con lui non cera verso. Faceva le domande senza aspettare una risposta una. And avanti cos, quasi una ventina di minuti, il suo monologo, e alla fine stavo come se mavessero rinchiuso in una lavatrice durante la fase di centrifuga. Il modo in cui Giulio fosse conciato era evidente quando arrivato al R.A.P. Pareva uscito da una pellicola anni 50: tutte bianchi e neri le sue idee sul mondo e sul campare. Ha lottato, indubbiamente, in special modo sul principio, ha combattuto per non farsi trascinare nel gorgo festaiolo che sembra risucchiare ogni universitario qui. Poi si arreso. Successe durante il secondo semestre del suo primo anno di facolt, e, da quel momento, le cose in lui presero a migliorare. Inizi a montargli addosso la fregola dei ritrovi... delle conoscenze. Il luogo,

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innanzi a tutto, collaborava al suo risveglio. In citt si contavano pi studenti che normali cittadini, e le strutture universitarie agivano a mo di grandi betoniere, rimescolando le storie e i linguaggi di ciascuno. Il movimento ce lavevi attorno a ogni ora, bastava non opporre resistenza e ti portava via... Erasmus dallEuropa, dalle Americhe... Giro dei cinque continenti rimanendo fermi. Da questo punto di vista quello da betoniera intendo il R.A.P. non era certo uneccezione, ma furono comunque gli alloggiati ad avere un ruolo decisivo nella crescita di Giulio, a deviarlo dai suoi studi per convogliarlo sulle feste. Lui la prova tangibile che qualcosa di giusto lo si sta pur facendo... Che meglio esser fuori corso vivi che laureandi morti. Naturalmente la coscienza gli rimorde, di tanto in tanto, e allora lui prende a spiegar che basta organizzarsi e si fa tutto, si fa cagnara e si sostengono gli esami... Che occorre meditar bene sulle spese, perch non si possono pagare tasse e i nostri alloggi a vuoto, senza concluder nulla... In occasione delle feste poi, il suo timore giunge allapice. Marco me ne illustr il motivo e i suoi particolari mentre passeggiavamo sugli sterrati del cortile, appena qualche mese dopo il mio arrivo in R.A.P. Mi spieg i rischi, le modalit con cui ci si poteva far scovare... i trucchi per aggirarle. Il problema di Giulio, si chiama abusivismo. Sembrava un argomento complicato da trattare, perch coinvolgeva la sfera burocratica e serviva quindi una persona che conoscesse bene il Residence e il modo in cui
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erano gestite le camerate. In questo senso Marco si rivel perfetto. Era un ragazzo di Salerno; crespo come un cinghiale, pari laltezza a la larghezza, uno con cui si stava insieme nei primi anni duniversit. La sua occupazione favorita era di circuitare fra radunanze e toga party, provando a farci uscire lalba da ogni notte. Un Virgilio ideale, traverso i gironi al R.A.P.

Qui la maggior parte, sono ospiti... Ospiti. La parola abusivi, Marco non la usava mai. Il fatto che tanto non viene nessuno a controllare, e ci son tizi che da anni vivono qui gratuitamente. Hanno perso il diritto e la borsa di studio perch non sono riusciti a sostenere manco un esame ogni due semestri... Rimangono, sino a che non verr qualcuno a cacciarli fuori. Un altro classico sistema per essere ospitati al R.A.P. era, a sentir Marco, quello degli appartamenti. Un paio di bagni, due o tre camere, la cucina comune e una specie di salottino, appena entrati, sulla sinistra. Gli appartamenti erano strutturati per alloggiare sette studenti ognuno, ma spesso gli aventi diritto si sgravavano parte dei costi subaffittando lappartamento ad altre persone, gente che in teoria avrebbe dovuto andarsene dal R.A.P. o che non aveva soldi per un affitto regolare. Cerano appartamenti che arrivavano sino a tredici, quattordici alloggiati. Nel nostro eravamo riusciti ad attestarci sulla decina, e di frequente ci si ritrovava in meno di sei

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perch gli inquilini erano sempre da qualchaltra parte, flirtavano con le rappiste, tre o quattro volte la settimana rimanevano svenuti nellappartamento in cui cera stata baldoria quella notte. Muovendosi, a seconda delle giornate, non avevi limpressione che fosse una situazione critica. Ci facevi locchio. Il solo, vero problema erano i bagni. Pur avendo un fuso orario particolare, le masse del Ristoro, ospiti o inquilini chessi fossero, sembravano rianimarsi allunisono, ogni volta nella medesima fascia temporale. In quel posto, le 12 e le 13 erano orari invisi alle abluzioni.

Se hai un appartamento grande ospitare qualcuno in subaffitto non un problema ed un buon modo... Puoi prenderla pi tranquilla. Hai spese basse, e se ti va male per qualche sessione eviti di scoraggiarti troppo... Inutile dire che pure Marco fosse un ospite, ma risultando fra i vecchi data in R.A.P. (il suo libretto riportava limmatricolazione nel 1991-92. Io lo conobbi che sera al 98), aveva fatto s davere un locale solo per lui e il suo amico Jerry, un esemplare della specie Lettere e Filosofia. Jerry avr avuto quattro anni in meno del compare ed era un ragazzetto taciturno ma brillante, a modo suo, zeppo di unironia feroce e distaccata. Quando parlava si esprimeva con un linguaggio ottocentesco, articolando al massimo due o tre frasi e riuscendo, in quel breve spazio, a rinchiuderci la sua visione su un intero pezzo di realt, fosse questa di natura politica, stu72

dentesca, sessuale o che so io. La sua arguzia abrasiva ti costringeva al riso e lui restava l, tranquillo, con sulle labbra un sorrisetto zen. Era sempre cheto il Jerry. Non si esaltava ne si disperava. Era quel genere di studente, molto raro in verit, che passa indenne traverso i maremoti universitari, come uno spirito... Andavi alle feste e ce lo trovavi. Riuscivi a preparare un esame e a presentarti davanti al plotone docentista, e lui era pur l, seduto per i fatti suoi nellaula magna, ultimi posti, ad aspettare il suo giro di libretto. Che gli contasse ai professori non si poteva dire perch, il grosso del suo tempo, Jerry lo trascorreva a passeggiare, leggendo qualunque cosa gli capitasse in mano tranne i testi desame. Ogni tanto poi, ne sosteneva alcuni e li passava. Mai che qualcuno lo avesse visto prepararli; atterrito, Marco giurava di non averlo sorpreso con un manuale da tre anni almeno. La coppia viveva immersa in una specie di simbiosi, avente come colonne portanti il sonno diurno e lalcol. Per loro il R.A.P. era un ambiente naturale... lhabitat migliore in cui potessero finire. In pratica conoscevano, o avevan conosciuto, chiunque fosse passato fra le mura del Ristoro negli anni novanta, i vecchi inquilini e quelli nuovi, gli ospiti, i passeggeri da qualche notte e via... Ogni avvenimento scorreva sotto i loro occhi e veniva accuratamente registrato. Il consorzio fra quei due rischi di spezzarsi una sola volta, attorno al 99. Marco, milite esente per essersi fatto prendere come omosessuale alla visita di fanteria, Marco aveva ricevuto

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cattive notizie dalla sua casa madre. Fino a quel momento i suoi studi in medicina contavano tre esami sostenuti in cinque anni al R.A.P. + tasse universitarie + cibo, spostamenti, libri, preservativi e birra, tabacco, marijuana e una famiglia dorigine che sera risolta nel tagliargli i fondi e sarrangiasse da solo. A quel punto, dopo una meditazione briaca della durata di tre giorni, si era illuminato. Linsight fu il non dargliela vinta ai suoi, e trovarsi un lavoro come cameriere catering. Ne deriv che Marco stava quindi al servizio ricevimenti dalle tre del pomeriggio sino a mezzanotte luna, praticamente ogni giorno... Diceva che, per la medicina, avrebbe fatto questo e altro... Con unaria da intellettuale astratto, Jerry sosteneva invece che nella decisione del suo amico vi fosse solo un gran bisogno despiare. ...minteressa, sta merda di facolt, la faccio e chi se ne frega se i miei non mallungano pi un soldo... Il concetto, specialmente i primi tempi del suo nuovo impiego, glie lo sentivamo ripetere a mo di mantra. Parlava a se stesso, mica a noi! Quando Marco finiva col lavoro un po di svago gli diventava irrinunciabile; prendeva a seguir le grandi migrazioni studentesche, a giro pei circoli Arci, i balli... Ogni volta rientrava per le sette del mattino e si svegliava alluna. Lo vedevi ricomparire nei corridoi come se uscisse da un sarcofago: pigiama straccio, faccia rinsecchita, due palpebre che lottavano, disperatamente, contro la forza di gravit. Dopo la doccia gi era ora di tornarsene al lavoro.
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In teoria, seguendo i piani che gli affollavano la mente, le pause da quella vita erano programmate nei fine settimana. La citt iniziava a svuotarsi, e sembrava quindi un po pi semplice non avere distrazioni. Marco dalla sua famiglia ci tornava mai. Oramai, erano in guerra. ...di sabato, e nel giorno domenicale del Signore, in particolare, uno ce la fa tranquillo a preparar gli esami, senza fretta... Un esame per volta, con attenzione e con costanza, senza sgarrare, e poco alla volta ogni esame lavrebbe superato, avrebbe finito quel diavolo di facolt e i suoi lavrebbero visto, che nera in grado. Purtroppo come Marco al R.A.P. era la maggior parte, a non tornare a casa. Gente che veniva da Palermo, da Bari, dalle frazioni peggio sperdute nelle Marche o nellAosta... Andava a finire in bolgia anche il week-end, e, il mio Virgilio, non riusciva a sottrarsi quasi mai. Presto o tardi pur Marco veniva strappato dal suo loft, con sulla faccia un misto di afflizione e di sollievo. Non si poteva studiare, con quel baccano. Cause di forza maggiore. Qualche minuto dopo gi si sentiva meglio. A un tratto non cerano pi catering, esami, fallimenti. Chi avrebbe potuto fargliene una colpa?

Al meeting per la festa in Ottobre arriv in anticipo dun paio dore; attraversava gi quel suo periodo oscuro,

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ma per loccasione si era dato invalido al lavoro e aveva dimenticato le incombenze. La stanza in cui eravamo riuniti era la numero 12. Cera dentro il Jerry, seduto a leggersi un saggio di tauromachia, e cera Marco preso a organizzare. Poi tre novelli, Giulio a sudare con lesplicazione rischi, un altro po di rappresentanti. Dieci persone in tutto. Marco, lui, sembrava aver pi nulla a cui pensare tranne la festa. Si ritrovava chino a centro stanza, impegnato in uno dei preparativi a cui teneva maggiormente: lallestimento delle alcol car. Come aveva pi volte illustrato, le fasi sono poche ma essenziali: 1) innanzitutto rubare un certo numero di carrelli dai supermercati in centro... Bisogna farlo quando si va a comprare le casse-birra, per passare inosservati. Fingi di avere una macchina da raggiungere, col carrello, e invece porti tutto al R.A.P. ... Se non si distruggono nel corso della festa ci recuperi anche le 500 lire, argomentava; 2) rivestire i cinque o sei carrelli di incerate, fasciandoli bene in ogni punto; 3) serve poi riempirli di acqua fredda e ghiaccio. Marco, che vantava la paternit dellinvenzione, si preoccupava lui di reperire loccorrente, sul lavoro; 4) stipare di bottiglie. La fase cinque era opzionale ma si verificava con regolarit accademica. A mano a mano che la festa entrava nel suo vivo, i carrelli alcolici prendevano a filar via, a
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velocit sostenuta, sciaguattando lungo i corridoi e nelle stanze e divenendo per lappunto car grazie alla gente che ci saltava dentro, invulnerabile alle congestioni e ben decisa a farsi polena di quei mezzi. Talvolta le comitive sceglievano pure altre destinazioni, animate dalla voglia di spazi pi adeguati. Partivano per qualche scorribanda stradale, allaria aperta. Marco insisteva a dire che la funzione dellalcol car era solo quella di faticar di meno... Che non ho colpa io se ci son proteste, carrelli che si impuntano facendo volare il conducente, a pelle dorso, porte del R.A.P. sfondate nellimpatto... Stava stringendo una ruota allentata quando vidi che iniziava a rabbuiarsi. Guard Giulio, con la faccia torva. ...che c? Mi dici come faccio a sistemare questa cosa con te che cianci in continuazione? Sto cercando di fare un lavoro, che cazzo! ...insomma, cosa vorresti fare? Silenzio. Vorresti annullar la festa? Noo, non dico dannullare, per... Per che? Tu ancora non lhai capito come stanno le cose... Se intendono sbatterci fuori lo faranno uguale, feste o mica feste... Lo sanno bene, loro, com la situazione qui, e il giorno che decideranno di regolarizzare il R.A.P. ...beh, la sar finita. Diavolo, tanto vale divertirsi allora, mentre si aspetta... Te e le tue manie! Moll il cacciavite in terra e se ne usc fuori, sbattendo la porta come volesse tirarla gi.

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Trascorse circa un minuto, in cui sembrava non si muovesse nulla... neanche un suono, fuori o dentro la camerata. Marco rientr poco dopo. Aveva gli occhi impassibili di un peso medio-massimo, consapevoli della propria forza... di quello che bisogna fare. Rest immobile per un istante e poi si diresse verso Giulio. E Giulio fece lo stesso. Le loro facce andavano allincontro senza sapere cosa stava succedendo, quasi spinte da unenergia invisibile, da una forza che oramai non poteva essere fermata in alcun modo. Si ritrovarono uno di fronte allaltro. E poi, vidi il braccio sinistro di Marco. Lo vidi uscire da dietro la sua schiena, e mi resi conto solo in quel momento che laveva tenuto nascosto l da quando era rientrato... Il braccio che veniva scoperto e sollevato, il pugno a tagliare laria immobile della stanza mentre Giulio non riusciva a muoversi di un millimetro. Il braccio prese a girargli intorno al collo e a stringerlo con un movimento veloce, avvinghiante, e quando il pugno gli si apr davanti agli occhi sentii la risata di Marco. Saliva echeggiando come da una caverna, e sentii altre voci, intorno, che si alzavano insieme a lei. Nel palmo, Marco teneva un germoglio dellerba preferita. Glie la recava in dono con un affetto parentale, porgendogliela dalla sua mano conca... Un simbolo di pace, tipo fumiamo insieme e dimentichiamo le afflizio ni... Prese a parlare a Giulio. Gli disse chera inutile tirarla per le lunghe... Che troppo tardi e che, soprattutto, una
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serata come quella non la si poteva perdere. Allistante ricapitolava la sua visione delle cose, un sistema filosofico che badava al sodo e non permetteva distrazioni. Amico, ci saranno ghignate e urla, e un sacco di vita qui per noi, solo fra poche ore! Capisci, stiamo parlando della festa per lOttobre... LOttobre!, mica una ricorrenza di quelle piccoline... Cosa importa che succede dopo!, al limite, una soluzione la si trova. Ma ste cose... queste non le avremo per sempre! ...non dureranno in eterno, Giulio... Riesci a capirlo? Gli occhi tremavano nei loro buchi, bagnati da una luce obliqua. Scintillavano, in quel momento. ...ci riesci?

Marco evapor durante il secondo semestre del 2001 al R.A.P. Chiuse il secondo giro di tasse, giusto a non aver pendenze con lEsamificio, come diceva lui. Smont il suo alloggio. Prese via le cose che aveva disseminato durante gli anni, fece i saluti e poi, era finita. Jerry, allimprovviso, invece che al R.A.P. sembrava fosse in orfanotrofio. Riguardo allaccaduto non disse una parola. Divent ancor pi silenzioso, e le sue giornate le trascorreva sul lungargine, a guardarsi quellacqua che va via e non ci puoi far nulla. N Montaigne n Gurdjieff avevano una spiegazione convincente, in quel momento.

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Giulio s... Era fatale. Me la illustr come piaceva a lui, con tutti i dettagli e le introspezioni che esigeva il caso. A parer suo disse godersela in universit era facile solo i primi tempi, ma come a Marco a certi, dopo qualche anno di quella vita, montava invece addosso una specie di melanconia, un senso dinconcludenza che sembrava avvelenarli. Si disperdevano, non riuscendo pi a concludere o perlomeno a inconcludere, liberamente, felici nella loro irresponsabilit. ...dopo un po di ciondolare a vuoto spariscono, in giro per locali non ce li vedi pi... Ritornavano da dove eran venuti, cambiavano pagina in fretta cercando di considerare gli anni l come una vacanza... Una bella vacanza che non poteva durare a lungo. Una pausa, prima di darsi in pasto alla vita reale.

Anche noi lo sentivamo che a gran voce quella vita ci chiamava. E non erano solo le voci dei professori, dei genitori nelle elementari, non erano le voci sole dei collocamenti e di tutti gli altri, quelli che sembravano tenerci tanto noi si finisse in trappola. Dei capouffici, degli insegnanti, dei cinquantenni qualunque cosa facciano. Sapevamo che si stava accumulando un conto. E che pi avremmo aspettato, maggiore sarebbe stato il saldo. Non sarebbe rimasto, da l a qualche anno, nessun Ottobre da festeggiare. Per questo Giulio con i suoi propositi, col suo volerla incominciare presto per finirla prima, e il timore desse80

re scoperti, presi come abusivi od ospiti, rispediti a casa, incastrati mentre si poteva aspettare un altro poco a esserlo, per tutto questo, questo non attecch neppure quella volta, alla festa dOttobre. Tantomeno quella visto che, quasi tutti noi del gruppo, si era ciascuno verso la propria fine. Chi per un verso e chi per laltro.

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Il parere dellesperto: Steve Della Casa


E poi dicono che il passato non conta niente, nel cine ma di oggi. Non proprio cos. Che cosa sarebbe Edward mani di forbice se non ci fosse Vincent Price? vero che la presenza pi importante quella di Johnny Depp, che il talento visivo fornito da Tim Burton: ma le sopracciglia dellattore, del magnifico ottantenne che ha saputo impersonare i cattivi di Corman e portare in scena i migliori delitti shakespea riani non certo da tralasciare. E lo stesso discorso si potrebbe fare per I Goonies. Il film piuttosto mode sto, Richard Donner come regista non ha nessuna per sonalit (il suo Superman era lento e stupido, c voluto larrivo di Richard Lester per dare un senso e un fascino alla performance che ha reso noto lo sfortunato Christopher Reeve). Per per raccontare la storia dei ragazzi che cercano un tesoro a scopo antispeculativo si basato su una vecchia vicenda che era rimasta inedita in Italia: e pare proprio che gli spunti migliori vengano fuori da l. Poi c Fuga dalla scuola media, e tutto sembra cambiare. Questo un film di Todd Solondz, un regista so-pravvalutato come quasi tutti quelli scoperti dal Sundance che mediamente sono fighetti con velleit alterna tive e ambizioni di scandalo che, dopo il battesimo nella localit sciistica regno di Robert Redford, imperversano presso i maggiori festival e nei listini dei distributori di
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qualit. Qui c una ragazza perseguitata e ladole scenza scolastica non poi cos bella e spensierata come ce la propongono i registi mainstream. Un po di talen to, molte ovviet, tanta noia. Poi ci si accorge che la pro tagonista si chiama Matarazzo, e viene in mente Il birichino di pap, film girato durante la guerra firma to proprio dal regista che nel dopoguerra diventer famoso per le lacrime. In quel film, la ragazza Chiaretta Gelli faceva addirittura finta di essere un uomo, sia pure a fin di bene. E in quel lontano scoppiettante capo lavoro cera molta pi inventiva di quanta se ne trovi oggi nellesordio di Solondz. In ogni caso: tre film che parlano di ragazzi. Da quando qualche ricerca di mercato ci ha spiegato che sono i soli ad andare al cinema, a Hollywood non si fa altro. come se la sindrome di Peter Pan fosse inculca ta gi da piccoli, per poi protrarsi per tutta la vita: che un po quello che stiamo vedendo ogni giorno.

Steve Della Casa, conduttore radiofonico (Hollywood Party, Rai Radio3) e televisivo (La 25 ora il cinema espanso, La7), collabora con il quotidiano La Stampa. Dal 1999 al 2002 stato direttore del Torino Film Festival.

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Affogare Matteo De Simone


Lipotesi pi probabile una vendetta tra pusher. La Repubblica, cronaca di Torino, 10 giugno 2003

1. Questa mattina esco di casa presto. Sono di buon umore. Il cielo blu, il sole caldo. Ho un portafoglio gonfio in tasca. Sandra morta da una settimana. Pap continua a non chiamare. Ora vive in Ecuador. Ha sposato una di l dopo che morta la mamma. Per met della sua vita ha fatto il ferroviere, o cos ci ha sempre raccontato, ma non me ne mai importato niente. Mi portava spesso a vedere i treni. Da quando partito ha chiamato una volta sola, dopo i Mondiali. Abbiamo parlato dellarbitro Moreno. Sembrava completamente pieno di qualche liquore. Diceva di aver conosciuto larbitro sulla spiaggia. Secondo lui era un tipo rispettabile e onesto. Ma sei sicuro che fosse proprio lui? Certamente. Byron Moreno. Arbitro di calcio. Da allora non si pi fatto sentire e a me va bene cos. Il programma di oggi : ritirare la macchina nuova,
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Volvo 740 td. Fermare un negro e farsi sputare nelle mani un paio di palline magiche. Quindi a puttane, e fare mattino. Mentre cammino per strada, di colpo mi inchiodo davanti alla carogna di un piccione. Ha il petto squarciato, sdraiato su un letto di viscere sporche. Intorno a lui pieno di sangue. Io non sono come tutti. Non odio i piccioni. Ma i piccioni morti sono come tutte le cose morte. Fanno schifo, paura. Alludono. Mi piego a terra per guardare meglio. Ha il collo arrotolato in una posizione strana e innaturale, come ogni cadavere, come ogni cosa spezzata. Locchio non c pi, deve essere schizzato via e le piume del collo e della testa hanno un colore che sa di umido e bagnato, come se si fosse coperto di sudore, morendo, come a volte sudano gli esseri umani, quando hanno paura, e cominciano a puzzare. Fanno quella puzza che i cani rabbiosi sentono bene, che li fa sbavare. Certo, come spettacolo ributtante. Ma non riesco a staccarmi dalla pozza di sangue e carne. Vorrei vedere di pi. Non devo essere una bella vista nemmeno io. Ho messo le prime cose che mi sono capitate sotto mano: un paio di jeans bianchi troppo corti, sporchi di polvere, una maglietta rosa a mezze maniche molto sgualcita, un paio di Espadrillas azzurre, vecchie stravecchie, di mio padre. Lui le usava certe domeniche, girando per casa senza niente da fare, passando da una birra a unaltra. Ho dimenticato di farmi la barba e la doccia, il caldo mi fa sudare e puzzo di ascella abbandonata. Ho i capelli

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unti e sono accovacciato in terra a fissare la salma straziata di un volatile. Devo correre al concessionario. Mi rialzo e la stoffa della maglietta si stacca dalla mia pelle umida. Poi ci si appiccica di nuovo, in altri punti. Mi dispiace lasciare lanimale per terra, non mi sembra giusto che resti l a fare schifo alla gente. Ci vorrebbe qualcosa per sollevarlo. Una pala o qualcosa di simile che possa raschiare bene le budella. Allora mi viene in mente il vecchio Gildo. Gildo un uomo di settantanni, un grande amico di mio padre, da sempre. Ha un negozio di ferramenta vicino casa mia. Figuriamoci se Gildo non ha una pala. Prendo e corro da lui. Il suo un negozio curato, pieno di attrezzi di ogni genere. La vetrina bellissima. Ti fa venire in mente che potresti avere bisogno di un annaffiatoio o di un pacchetto di chiodi a testa larga o un martello. Ti fa venire voglia di entrare e dare unocchiata. Entro e spiego al vecchio che mi serve una pala. Lui fa una faccia strana, perplesso. Mi scruta da capo a piedi. Credo che si sia messo a pensare che diavolo ci vuole fare con una pala un tipo come me. Lo voglio rassicurare. Ci devo levare un piccione dalla strada, Gildo. morto. Gildo fa di s con la testa e scompare dietro la tenda a corde di spugna del suo magazzino. Entra una donna con un bambino. Il piccolo mi indica col dito e ride: Mamma, guarda quello!. Devo fare schifo davvero questa mattina. La donna mi chiede scusa
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e sgrida il bambino, ma io le dico che non c nessun problema. Suo figlio ha ragione, sono buffo. Anche il bambino buffo. Parecchio. un bambino grasso, troppo per la sua et, biondiccio. Mastica una pizza rossa che gli ha unto mezza faccia. Riempie la mamma di domande su tutte le cose che vede. uno di quei bambini buffi e rompicoglioni nello stesso tempo. Mi viene in mente Chunk, il personaggio di un film americano degli anni 80 intitolato I Goonies, che davano spesso in tv quando ero piccolo. Nel film cera una banda di ragazzini alla ricerca di un tesoro. Chunk era il ciccione del gruppo. Lo prendevano tutti in giro perch era grasso e raccontava un sacco di stronzate incredibili, come che Michael Jackson era stato varie volte a casa sua. Quando diceva la verit, nessuno gli credeva. Nel film i bambini se la dovevano vedere con una banda di criminali siciliani che si chiamava Banda Fratelli. La Banda era composta dalla madre, una vecchia schifosa simile a un camionista palermitano e i suoi figli, due scagnozzi incapaci. Cera anche un terzo figlio, un mostro deforme rinchiuso nel sotterraneo di un vecchio ristorante sul mare. I tre criminali lo tenevano l, poi lo vendevano ai circhi per le esibizioni. A un certo punto Chunk veniva catturato dalla Banda Fratelli, interrogato e torturato. La vecchia schifosa lo minacciava infilandogli la mano in un frullatore acceso. Lui piangeva terrorizzato. Io me la facevo sotto. In tre contro uno solo, un bambino grasso che piangeva. Mio padre diceva che se non ero abbastanza coraggioso da

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guardare un film per ragazzi come quello, potevo andarmene in camera a finire i compiti. Io allora lo guardavo fino alla fine tremando. Alla fine Chunk faceva amicizia con il mostro e insieme a lui salvava tutti gli altri. La Banda Fratelli si lasciava soffiare il tesoro sotto il naso. Ci non toglie che la Banda Fratelli era spietata. Erano persone senza morale. Io certe notti sognavo di uccidere la vecchia della Banda Fratelli allultimo momento, un attimo prima che infilasse la mano di Chunk dentro al frullatore. Non ci riuscivo mai. Lei era pi forte. Mi sparava alle spalle da lontano. Nel sogno, mio padre stava a guardare da una collina, in alto, con la giacca da ferroviere che nella vita non gli ho mai visto addosso. Io lo guardavo dal basso, seduto sui binari della ferrovia. La sua faccia assomigliava a quella della vecchia. Sentivo il ferro dei binari vibrare molto forte. Non sei abbastanza coraggioso diceva mio padre. La vecchia mi sparava e io morivo. Un treno mi spazzava via con un botto e io mi svegliavo. 2. una di quelle giornate rarissime in citt, destate, in cui laria non puzza. Respiri e quasi ti sembra di stare bene. Non ci vuole molto per fare di una giornata una giornata perfetta. Bastano un po di bonza e una puttana. Cos sganci un foglio da cinquanta a uno stronzo di negro sullangolo, sai che non dovresti, sai che non ci si pu fidare di un negro a un angolo di strada, ma chissenefrega, una gran giornata e niente la roviner. Quello
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ti sputa in mano una caccola che non vale neanche dieci, ti dice ciao e scappa via, come da copione. Che dovresti fare? Un negro come quello sa bene come tagliare una gola. Scarto la pallina, sbriciolo, estraggo un altro foglio da cinquanta e con quello, a cannuccia, tiro tutto quanto. Sferro un pugno al volante della mia nuova Volvo 740. Woody, cazzo Lho chiamato cos, il piccione. Con la pala che mi ha dato Gildo lho raccolto e lho portato con me. Voglio dargli unoccasione. Woody il diminutivo di Woodstock, il nome delluccellino di Snoopy. Non un granch, ma il primo nome da uccello che mi venuto in mente. Woody, cazzo. Poca ma buona! Mi attacco al telefono. Risponde la segreteria telefonica di Hicham. Prima di parlare meglio che tu sappia chi sono. Mi presento. Come lavoro faccio il guardiano dei pesci nel ristorante di mio fratello Samir. Non un lavoro difficile perch i pesci sono animali tranquilli, silenziosi e non danno fastidio a nessuno. Sono pesci di ornamento. Rossi e gialli e blu e grigi e marroni e di altri colori, non solo in tinta unita, ma anche pi colori nello stesso pesce. Vivono tutti insieme in un solo grosso acquario, al centro della sala grande, in mezzo alle due colonne di granito che mio fratello ha chiamato Duna e Teha, come sua moglie e sua figlia. Le colonne e il grande acquario dividono la sala quasi a met: da un lato stanno i fumatori, nellaltra c il

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divieto. Come guardiano dei pesci ci sono due cose da fare: la prima dargli da mangiare due volte al giorno, prima dellapertura e dopo la chiusura, ma senza esagerare. Se metti troppo cibo nellacqua, finisce che i pesci si gonfiano come palloncini e poi esplodono. I pesci sono animali stupidi e anche se si accorgono che stanno per schiattare vanno avanti e fanno bum! compito del guardiano dei pesci dare loro il giusto affinch stiano bene in salute senza rischiare la pelle. La seconda cosa che un guardiano deve fare , appunto, guardare. Mio fratello Samir, quando sono arrivato, mi ha dato una giacca e un cappellino e ha detto: "Mettiti questa roba e stai fermo in piedi. Non ti muovere mai. Nemmeno se i bambini ti girano intorno, nemmeno se ti fanno qualche domanda, nemmeno se ti prendono per il culo. Tu devi stare zitto, fermo. Sbaglia e hai chiuso." Una guardia inglese in un kebab marocchino. Mio fratello non era molto contento di assumermi. Lha fatto solo perch la mamma, in punto di morte, gli ha chiesto di occuparsi di me. Lui pi grande di quattro anni e ha sempre lavorato. un gran lavoratore, mio fratello, io gli voglio bene. Voglio bene anche a sua moglie e alla piccola Teha. Ma il fatto che non sono tanto bravo a lavorare. Mi mandano via da tutti i posti. Non facile lavorare bene. C sempre qualcosa che sbagli, anche poco, anche un momento solo. Ti beccano e addio. Prima che te ne accorgi. Mio fratello, siccome allet di ventinove anni anco90

ra non mi sono fatto una posizione, mi disprezza. Anche se non me lo ha detto io so bene che dipendesse da lui mi caccerebbe via a calci nel culo. Ma lui buono. tanto buono. cos buono. Non tradirebbe mai il volere di nostra madre. buono Samir. Ti voglio bene Samir. Fratello mio. Beh. Se volete, lasciate pure un messaggio dopo il segnale acustico. Rispondi, stronzo. Sono Adriano. Il messaggio si allunga ogni volta. Diventa fastidioso da sopportare. Scendo dalla macchina. Gioco con una lattina schiacciata per passare il tempo. Hicham un marocchino strano, non come gli altri, non ha laria del figlio di puttana. Sembra un bravo ragazzo finito nella merda per caso. Non diresti mai che alla sua et si gi fatto sette anni per spaccio e rapina. Non diresti che in fondo il bastardo che , uno a cui rivolgerti quando sei nei guai o se il destino ti ha messo nella condizione di dover fare i conti con un negro troppo furbo. Hal? Sei il solito stronzo. Ciao Adriano. Scusa il messaggio, lo sai, per mio fratello, lo fa incazzare. Anche se tanto lui non chiama mai. Tu che mi dici? Come sta Sandra? Non c male. Al momento in un bel posto. Beata lei. Anche io vorrei essere in un altro posto. Dimmi, che ti serve? Ti ho chiamato perch mi devi pescare un negro.

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Un negro? Ahi, brutta storia, amico. Non faccio pi questi giochini... Che vuoi dire... Ho chiuso. Quelli hanno il giro grosso. Io non ci tengo a farmi sparare. E non ci tengo a tornare dentro. Stai dicendo che ti sei ripulito? Lhai detto. Finiscila, Hicham. Me lo devi trovare. I soldi non sono un problema. Ma che c? Ti hanno fregato? Tu vieni da me la prossima volta e vedi che ti trovi bene... Allora lo vedi? Che cosa? Dici stronzate. Amico, solo qualche volta, per arrotondare... Allora arrotonda. Trovami quel negro, Hicham. Non so cosa dirti, Adriano. Queste cose non fanno pi per me. Mi dispiace. Non ci posso credere. cos. Quella volta che mi hanno inculato la macchina... S mi ricordo... Ci hai messo un pomeriggio solo a ripescarmela... Erano altri tempi... E quel negro bastardo... il cranio glielhai spalmato come il burro... Non un gran ricordo, Adriano... Hicham? Dimmi.
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Vengo l. Cosa? Vengo l. Adriano, che cazzo dici... Arrivo. Torno in macchina. Sono sempre pi sudato e faccio sempre pi schifo. Labitacolo puzza gi di carogna, ma non saprei dire se colpa di Woody o mia. La giornata non si sta mettendo per il verso giusto. Fa male scoprire di non poter contare sui vecchi amici. Allora. Lhai sentito? dico a Woody. La puzza di carogna troppo forte. Il pacchetto di carne trasuda sangue e comincia a macchiare il sedile della macchina nuova. Non puoi pi restare qui. Ti porto in un posto migliore. Anzi. Mi venuta unidea. Rifaccio il numero e aspetto. Di noi due non gliene frega un cazzo a nessuno, amico. Sta a vedere che facciamo. ...lasciate pure un messaggio dopo il segnale acustico. Hal? Sono sempre io, guardiano. Oh, Adriano, ti stavo chiamando io. Che cazzo fai, non puoi venire qui, lo sai. S, s. Lo so. Ho cambiato idea. Vale sempre la tua offerta? Che offerta?

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Mi tratti bene? Diciamo di s... Posso aiutarti. Troviamoci in un posto. Dimmi, dove vuoi tu. Fuori, lo sai dove. S, fuori. Va bene. Cinque e mezza? No, tra due ore al massimo. Non posso. Tu lo sai, mio fratello sincazza se non vado al ristorante. Due ore, Hicham. Il tempo di una scopata. Cazzo, Adriano, tu non capisci un cazzo... Porta due cani. Oh, cazzo... fai sempre cos. Due cani, va bene... Alle due e mezza. Sai dove. Vaffanculo. Metto in moto. Impara Woody, non fidarsi sempre molto meglio. Oggi siamo io e te Woody, soli. Mi serve solo una puttana che sappia mandare via questo gusto amaro di negri e voltafaccia.

3. In un piccolo appartamento a un paio di isolati, Hicham continua a fare su e gi per la stanza. Apre larmadio, prende una scatola. Tira fuori i cani e li mette sul tavolo. chiaro che oggi dovr saltare il lavoro. Affari. Samir sincazzer come una biscia, ma due cani sono sempre due cani. Adriano uno che paga bene. Ha qual94

che problema al cervello, ma uno che paga, ben oltre il prezzo di base. Allora chissenefrega. Hicham entra in bagno e si sciacqua la faccia. Devi finirla con queste stronzate. Finirla del tutto. Alliscia le sopracciglia. Hai bisogno di un lavoro. E non parlo del ristorante. Un lavoro vero. Si passa la crema idratante. Sei un fallito. lultima volta che lo fai. Giura che lultima. Hicham ritorna in camera. I muri gialli e nudi, il pavimento di piastrelle maculate. Il tavolaccio. Tutto simile a una cella di galera. La differenza che ci si sta molto peggio. Colpa della libert. Vorrebbe andarsene via da quella merda che non gli si scolla di dosso. Dai cani, dal giro. Dal ristorante di Samir. E dal suo problema numero uno. Duna. Duna che gli ha rubato la testa e il cuore. Duna che gli sta facendo rischiare la pelle. Stai giocando col fuoco, Hicham. Si butta sulla branda arrugginita che gli fa da letto e inchioda gli occhi al soffitto. La donna di tuo fratello, coglione. La donna di tuo fratello. Ti rendi conto? Solo per lei rimasto a farsi umiliare, con la giacchetta e il cappellino. Solo per lei, Duna, bella. E la piccola Teha, sveglia, tonda, che diventer bella come sua madre. Avr gli stessi seni enormi, il sedere immenso.

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Ma non c tempo per lagnarsi. Smettila, idiota. Te ne devi andare. Chiudi questo affare e poi via, vattene. Non importa dove. Un posto dove Samir non potr scovarti. Lei capir. Si alza in piedi e ricomincia col su e gi. Si torce le mani e tira pugni in aria. Mondo di merda. Poi afferra i cani. Li poggia sotto la lingua. Cagnetti pesanti da tre grammi luno. Li risputa nella mano. lunica cosa da fare. Corre davanti alla segreteria telefonica, si inginocchia a terra. Poi accende lo stereo l di fianco e mette su I gigli destate di Munir Ben Jadir. Una vera lama nel cuore. Preme il tasto rec e parla piano, vicino al microfono. Gli trema la voce. Piccola Duna. tanto che dovrei farlo, ne abbiamo parlato. giusto. Lo sai anche tu. Non c posto per me. No, non so ancora qual il posto per me, ma lo trover, stai tranquilla. Adesso vado via. Non cercarmi, ti prego. Bada a Samir e Teha. Ti amo. Non dimenticarmi. S, non temere, sono sempre il tuo pesciolino... Stop. Si alza in piedi. Sistema i cani sotto la lingua. Apre la porta, ma prima di uscire si volta ancora. Una lacrima gli cade lungo la guancia bruciata. Passer pi tardi a prendere le sue cose e poi se ne andr in cerca di un posto dove non potr pi fare niente di male n a se stesso n
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agli altri. un addio. Si volta e lascia che la porta rimbombi dietro le sue spalle. Arrivo, Adriano. Bastardo di un italiano.

4. Proprio quella puttana l. Quella l sulla destra. Molto alta, con la minigonna sopra le chiappe, con le tette non grandi, non piccole. Sembra una slava. bella. Apprezzo le slave. Hanno in faccia la miseria da usare. Tu che ne pensi Woody? Accosto con la Volvo e tiro gi il finestrino. Lei si affaccia, dice ciao e mi chiede se ho voglia di divertirmi. Rispondo che una bocca scivolacazzi come la sua la scegli solo se hai voglia di divertirti. Ride. Non si accorge ancora della puzza di morte che si alza dal sedile. Ma sembra una professionista. Non chiuder le cosce per un po di puzza di morte, anzi, probabilmente quellodore la eccita, anzi, sicuramente cos. Monta su. Lei apre la portiera davanti. Che cazzo fai? Non qui? Devi salire dietro. Non lo vedi che occupato? Scusami. La ragazza sistema foulard e borsetta e prende posto dietro. Pensava di fregarti il posto, amico.

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Che cazzo ? dice. Si porta il foulard alla bocca. Che cos questa puzza? Non preoccuparti dico. Metto in moto e parto. Le spiego che il mio amico non ce lha fatta a lavarsi questa mattina, ma questo non significa che lei abbia il diritto di gridare in quel modo, questo non significa che lui apprezzi la maleducazione. Non significa che la apprezzi io. Le chiedo se pu smetterla di gridare, per piacere. Mi volto un attimo, la squadro per bene. Continuo a guardarmela nel retrovisore, come se fosse una bicicletta usata ma in ottimo stato. Non proprio cos, ma dico per rendere lidea. Bella ragazza davvero. Un po segnata. Sul labbro tagliata da una cicatrice abbastanza importante. Che hai fatto l?! Incidente sul lavoro. Incidenti. Anche al mio amico capitato un incidente questa mattina. Non sta molto bene, in effetti. Che genere di amici hai? Gatti morti? Sarcasmo. questo il modo di trattare un cliente, secondo lei. Ho capito. una di quelle puttane navigate, deluse e inacidite dai cazzi, rassegnate alla strada nei fatti e piene di veleno nelle parole. Ha deciso di rovesciare il suo disprezzo per il cazzo proprio su di me. Vorrei che capisse in che modo mi sta trattando. Che ti ho fatto? dico. Niente, non mi hai fatto niente. Continuo a guardarmela nel retrovisore. Cerco di sbirciare sotto la gonna. bella. Mi tira luccello.
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No, non centrano i gatti, comunque dico. Ma quella lingua, fossi in te, la userei solo per lisciare il cazzo. Ride. Ha uno strano senso dellumorismo. Ricorda un certo modo di ragionare che aveva Sandra. Tu non lhai conosciuta, Woody. Mi ricordi Sandra dico. Mi esce cos, senza pensarci. Sandra? Chi ? Ho unamica che si chiama cos. Non parlo di puttane. Ride ancora. Si sta rilassando. Si sta abituando alla puzza. Ride, con le labbra spesse. Ha gli incisivi separati da una fessura larga. Una voce roca, volgare. Schifosamente eccitante. Sandra era mia moglie. Ah. Sei vedovo. Ne ho conosciuti tanti, vedovi. Siete i migliori, i pi dolci. Non volete mai fare nulla, alla fine dice con il tono di chi sa di cosa parla. Credi che io sia vedovo? dico. Non lo sei? Perch lo pensi? Hai detto era. Era mia moglie. Ha ragione. Sono un vedovo. Non ci avevo mai pensato. Woody, sono un vedovo. Ora lo sai anche tu. cos. Mia moglie morta una settimana fa. Non andavamo daccordo da un po. Che ti dicevo? Lo vedo subito io. Mi dispiace. Fa niente.

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In realt non direbbe cos se conoscesse tutta la storia. Vorrei spiegarle alcune cose se fossimo pi intimi. Ma ci conosciamo appena. Vorrei spiegarle che era chiaro che sarebbe finita cos, da parecchio tempo. Mi piacerebbe precisarle che io non sono una persona violenta, ma nemmeno un santo. Sono uno che pretende un certo rispetto. Avevo una macchina uguale a questa qui, sai, una settimana fa dico. per non ammazzare la conversazione. Ah s? dice lei. Ma senza nessun vero interesse. Gi. Mi piacerebbe dirglielo adesso, spiegarle tutto. Sento che capirebbe. una troia, non nemmeno delle pi socievoli, ma non so che mi prende. Percepisco qualcosa. Non un caso se ti ho scelta subito, puttana, sento unaffinit, anche se mi tratti come un insetto, nemmeno fossi io quellamico della mamma che ti ha stuprata allet di dodici anni, mentre la mamma sapeva e se ne sbatteva, come se fosse colpa mia se ora sei la puttana che sei. Vorrei spiegarti che una mattina io e Sandra abbiamo litigato, senza un vero motivo, come capitava sempre in tutti i momenti e anche in quello. Ma servirebbe a qualcosa dirti che eravamo in macchina per andare a farci una pizza da qualche parte, allora di pranzo di domenica e io invece ho cambiato strada e lho portata fuori citt in un posto che io conosco? Non lo so. Potrei raccontarti di come siamo scesi sbattendo le
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portiere, di lei che ha cominciato a fare la matta come spesso faceva, chiamandomi con parole orribili, cose che una moglie normale non direbbe mai a suo marito, drogato di merda, puttaniere, malato di mente, fallito, bastardo, dove mi hai portata. Ma sono cose molto personali. Non lo so, non sono convinto che tu sia la persona giusta. Spiegarti che non ero fuori di me quando le ho preso la testa e lho infilata nel cofano. E quando poi il cofano lho chiuso e sono salito in macchina, ho allacciato la cintura e ho messo in moto e sono andato a fare il botto contro un vecchio muretto, ero lucido, consapevole di agire nel modo pi giusto. E la macchina si fatta male, un grosso disastro, da buttare. E Sandra era morta gi prima dello schianto, per via del cofano in testa, o forse anche prima, chiss. Tranquillizzarti che comunque non deve aver sofferto, anche se non si sarebbe detto, a vederla, tra il muso della macchina e il muretto, premuta in quel modo. Non lo so. Vorrei dirti queste cose. Ma poi, credo, non sarebbe un gran bel modo di corteggiarti. Non sarebbe intelligente raccontarti della mia ex, a una donna questo non piace. Crea competizione, un certo complesso di inferiorit. Anche se non ce ne sarebbe proprio motivo. Qualunque puttana da strada sarebbe capace di essere una donna migliore di Sandra. Anche tu, con quel foulard brilluccichino. Ma non voglio rovinare subito la nostra intesa. Ci sapr fare con te, vedrai. Dove andiamo? dico.

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Nel retrovisore vedo che la ragazza si sta guardando intorno come se stesse cercando una presenza invisibile. tutto a posto? dico. Senti, me lo vuoi spiegare che cos questa puzza? dice. il mio amico, te lho detto. Si chiama Woody. Ti d problemi? Ma che amico! Che cazzo questa puzza, ti ho chiesto! Non usare questo tono con me. Ti ho detto che un mio amico e viene con noi. Dimmi un po. Hai qualcosa contro i piccioni? Parola magica. Piccioni? Oddio! Ecco cosera! Che schifo! Fammi scendere subito! Ho capito. Ritiro tutto. Come non detto. Ho fatto bene a dubitare. Sei come tutti gli altri. Ho fatto bene a non raccontarti niente. Hai visto Woody, hai visto come fa la gente? Tu sei malato, schifoso! Non vuoi dirmi dove andiamo? Va benissimo, scelgo io. Vaffanculo, bastardo! Come ti chiami, ragazza? Ferma questa cazzo di macchina! Io mi chiamo Adriano. Non la smette di gridare. Non si nemmeno presentata. Non gliene importa niente. Ha perso la testa. Non le importa niente dei piccioni. Non le importa della vita.
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Tu sei malato di mente! Lasciami andare, schifoso! I freni stridono sullasfalto infuocato. Inchiodo di colpo. La puttana finisce con il naso contro il poggiatesta e rimbalza allindietro. Facciamo silenzio, per favore? Vaffanculo! Un pugno in mezzo agli occhi la scaraventa sul sedile e il sangue comincia a colarle dalle narici, nero, sul labbro superiore. Sembra funzionare. Ragiono, penso, agisco. La ragazza non parla e non si muove pi. Farle assaggiare le mie mani dure credo sia stata una buona idea. Le mie mani ormai assomigliano a quelle di pap in un modo impressionante. Non farci caso, Woody. Dava aria alla bocca. solo una puttana. una bellissima giornata. Oggi una bellissima giornata e si va in un posto che conosco io. un bel posto, Woody, ti piacer.

5. Nel grande angolo di mare artificiale, un pesciolino colorato, non molto piccolo, non molto grosso, dalle squame marrone chiaro, nuota in tutte le direzioni. Corre veloce in superficie, torna in fondo leggero, si lascia portare dalla corrente, si nasconde dietro un cespuglio di alghe, arriva fino a dove finisce il mondo, poi si volta e cerca il confine opposto, come se sperasse, prima o poi, di scovare il varco che pu portarlo fuori da l. Gli occhi di Duna lo seguono, tristi. La sua mano tiene quella della

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piccola Teha. Siede a un tavolo della sala grande. La schiena curva. Lo sguardo fitto. Il pesciolino non mette fine alla sua corsa frenetica. Non il posto per te, vero piccolo? La bambina le tira una manica. Ha fame. Samir, prepara un panino per Teha. Dietro il bancone le gocce di sudore rigano la fronte e le guance delluomo che liscia il coltello sul marmo del piano, mentre il rotolo di carne arrostita e unta gira alle sue spalle. Lorologio appeso alla parete segna che lora di pranzo cominciata da un bel po. Io te lo dico. Se tra cinque minuti quello non ancora arrivato io gli sparo in testa. La bambina aspetta silenziosa, mentre il padre riempie di carne una pagnotta farinosa. pieno di ragazzi con la voglia di lavorare e io devo pensare a quel criminale. Sono stufo di farmi rubare il pane da un drogato di merda. Per quello che mi riguarda, si pu anche ammazzare... Tieni, amore di pap, senza pomodoro come piace a te... Capito? Cinque minuti gli do oggi, cinque. E pace allanima di mamma... Duna non sente le parole di Samir, che si fermano sulla soglia della sala come il borbottio di una tv accesa tutto il giorno, a basso volume. Guarda nellacquario, oltre il vetro. Non le riesce di vedere in faccia il pesciolino. Quello fa due giri su se stesso, si lancia sul fondo, poi si volta ancora e si allontana dallaltra parte, verso un corallo finto. La bambina torna al tavolo col suo panino
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in mano. Lo addenta concentrata e lascia che la madre le scompigli i capelli. Lo vedi come fanno i pesciolini, Teha? Lo vedi?

6. Un muro vicino ai binari, nascosto dietro un monticello derba e terriccio. Mi ci portava pap quando ero piccolo a vedere i treni passare. Fermava la sua Volvo 740 sul ciglio della statale e poi proseguivamo a piedi. Lui mi portava in braccio fino al muro. Poi mi metteva gi. Mi faceva sedere contro il muro. Ero un bambino di sette, otto anni. Pi o meno. Ma chi si ricorda. Ci sono tornato con Sandra, la settimana scorsa. Alla nostra destra c un mare di campi. Woody aspetta tranquillo al mio fianco. Sono dentro di lei. Mi diverto abbastanza. Lei invece sembra che aspetti solo di finire e questo mi dispiace un po. Inizio a fare pi forte. Come ti chiami? Milena... Ce lhai un nome, allora, troia, puttana... S... Come hai detto? S, s... Non ho sentito, cazzo! S, s, s... Piange. Vengo. Non so se le piaciuto.

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La tiro su e le chiedo di guardare il mio amico insieme a me. Lei si rinfila le mutande. Io srotolo la maglia. Grida. La faccio inginocchiare a terra, ma siccome fa resistenza devo tirarla per i capelli. Ma perch non vuoi? dico. Stai gi! Brava! La convinco di nuovo. Sono persuasivo. Faccio le cose con la testa, come diceva pap. Mi raccomando. Usa la testa. Pensa prima di fare, pensa. Me lo fai un piacere, Milena? S... s... piange. uno strazio questa donna. Metti la faccia nel suo petto. Fallo per lui. Ti va? Faccio bene, Woody? No, non un problema per lei, le diamo un sacco di soldi. Davvero, Milena, fammi questo favore, Woody contento. un po testarda. Devo accompagnarle la testa fino alle viscere di Woody. Piange ma io non la ascolto. Non vedo che cosa ci sia da piangere. Le tengo la testa premuta. Dopo il sesso mi piace fare conversazione. Tu sei una donna. Posso chiederti una cosa Milena? Hai mai pensato di fare un figlio? Piange e basta. I figli se uno li mette al mondo deve amarli. Una volta ho visto un film dove una vecchia madre torturava un bambino. Non era suo figlio. Ma lei era una madre. E torturava un bambino e lui piangeva. Mi ha fatto male quella scena. Impiccherei chi ha fatto quel film. Tu sapresti crescere un bambino, Milena? Io non lo so. Per esem106

pio non sono certo che mio padre abbia fatto un buon lavoro con me. Milena comincia a strillare. Forse sta soffocando. Lascio che si sollevi. Ha la faccia imbrattata di sangue. Sembra Monica Bellucci dopo che le hanno dato nel culo in quel film pieno di froci. Invece no, soltanto Woody. Voglio farti vedere il muro, Milena. Sai tenere un segreto? Non risponde. Cristo! Li tieni i segreti, fossa per cazzi? S, s... Brava. E se poi spifferi tutto agli sbirri? Ma no. Tu non ci vai daccordo con gli sbirri, vero Milena? Vieni con me dico. Sei una brava ragazza. E tu, Woody, aspettami. La vecchia Volvo ancora l. Ha il muso schiacciato come un pechinese. Un pechinese cattivo e gigante che ha sbranato la sua padrona. La tiene in bocca come un tronco spezzato. La tiene per la testa. Per terra c molta ferraglia, compreso il cric. Lo raccolgo per la macchina nuova. Un fiore di sangue asciutto decora il centro del muro. Accanto c una scritta grossa, FORZA TORO. Non lavevo mai notata prima, devessere nuova. Mio padre ha sempre tifato Toro. Mi viene da ridere. La macchia sul muro in effetti granata. Chiedo a Milena gentilmente di entrare nella macchina. Mi piace lidea di chiudercela dentro. E poi vorr uscire e io la lascer gridare senza occuparmi di lei. Milena monta su senza darmi troppe noie. pi docile,

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Woody deve averle fatto bene o sono state le mie parole. Giro la chiave e mi allontano. divertente questo grosso bestione. In bocca tiene la mia Sandra e nel pancione la mia puttana. Milena batte i pugni sui vetri. Credo che ne abbia abbastanza di tutta questa storia. Io no. Guardo lora. Risalgo la montagnola allindietro. Se non vedr Hicham al di l, significa che in ritardo. Arrivo in cima e guardo un po. Non si vedono treni, solo tavole di spighe. Forse adesso il binario morto. Quando ero piccolo il treno passava di certo. Non lo vedevo mai, perch pap era molto grosso. Pap copriva tutto. Ma lo sentivo chiaro, forte. Un vero rumore di treno. In basso, accanto ai binari c Woody, per terra. Hicham non ancora arrivato. Scendo gi di corsa e il vento mi soffia addosso. Mi d sollievo dal sole pesante che batte oggi. E dallafa. C umidit. In effetti non mi sento bene. Respiro affannosamente. Mi dispiace avere trovato Sandra in questo stato. I vermi ne hanno portato via dei bei morsi. Ma che ci si pu fare. La morte cos. Woody, per esempio. Lo lascio solo un secondo e le mosche lo divorano. Se non ci fossi io che faresti, eh, piccione? Le scaccio via, mosche cattive. Poi lo sdraio di nuovo sulla maglietta e chiudo il pacchettino con cura.

7. Che c l dentro, amico? Mi giro.


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Sei in ritardo dico. Tutto bene? Tutto bene. Se ne sta in piedi sulle gambe solide. vestito bene. I jeans a zampa. Le Nike. Non ha laria del poveraccio. Te la passi bene, marocco. E fai lo stronzo con i vecchi amici. Il cric ce lho in mano. Ci sto giocando. un po arrugginito. Un cric, amico? Che cosa ci fai con un cric? Glielo calo sul ginocchio molto veloce. Hicham prende a saltellare in maniera divertente, si tiene il ginocchio con le mani. Ma inciampa e frana in terra. Non pi cos solido. Grida. Gridano tutti oggi. Che cazzo fai! Stronzo! Il mio ginocchio! Gli ho dato una bella botta, forte abbastanza da strappare i jeans e farlo sanguinare. Continua a urlare. Basta con queste grida. Io sto male quando la gente grida. Quando la gente piange. La gente non riesce a capirlo. Merda, Adriano... Hicham ammutolisce di colpo e sbianca. Cosa, Hicham? I cani! S. Li hai portati? Me li sono ingoiati! Gli do il cric anche sullaltro ginocchio, cos sono sicuro che non gli verr in mente di andarsene in giro e farsi inseguire con questo caldo. Grida ancora. Cheppalle.

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Adrianooo, cazzo, sei impazzito! Perch mi fai questo, vaffanculooo! Hicham, non fare il bambino. Non ti preoccupare per la bonza. Tanto non arriverai mai a cagarla fuori. Hicham mi guarda con gli occhi di quello che non sicuro di aver sentito bene. Davvero, te lo dico io. Il marocco comincia a scalpitare e cerca di trascinarsi a ritroso come un gambero, sui gomiti. Non mi sembra che possa andare lontano, ma per sicurezza gli vado dietro. Dai, non farti venire a prendere. Rispondi, piuttosto. Lo sai come faccio dopo se voglio farmi una tirata? Non mi d molto retta. strano. come se non volesse ascoltarmi, pensa solo a strisciare il culo nella polvere, come un lombrico. Io lo seguo, tranquillo. Lui accelera. Fa un po pena e un po ridere. E cos? Se faccio cos? Gli premo il piede sulla caviglia. incredibile quanto sudato. Peggio di me. Nemmeno Woody. Sembra che si riprenda. Non gli piace il mio piede. Piega il busto e tende le braccia verso di me, niente di pi, ma non voglio rischiare che mi faccia cadere. Che vuoi fare, staccarmelo? Sposto subito la mia gamba e a scanso di equivoci gli assesto il tallone sul naso. Glielo rompo, immagino, e lui si butta indietro, buono buono, senza fare scene. Mugola un po. Forse ha capito che il rumore mi d noia.
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Dicevo, Hicham. Lo sai come faccio se tra un po mi viene voglia di una bella tirata? Non risponde, ma non me la prendo. Lo capisco, in fondo. I colpi sul naso sono tra i peggiori. Lo sai? Ti apro la pancia e dopo che lho aperta ci scavo dentro. Lo sai com fatto un corpo aperto, Hicham? Chiss se lo hai mai visto. Devi vederlo. Ehi, marocco. Ti faccio vedere com una pancia aperta, va bene? Hicham comincia a fare strani versi, un po nasali e un po sordi, grugniti. Forse cerca di parlare. Rantola. Pu darsi che pianga. Credo che abbia frainteso. Sta tranquillo, non ancora. Prendo Woody nel pacchettino. Secondo me vale la pena. Gli intestini fuori sono una visione importante. Puoi capire molte cose guardando dentro a un ventre. Ho letto in qualcuna di quelle riviste di Sandra che certe popolazioni leggevano il futuro nelle viscere degli animali. Alcune trib dellAfrica lo fanno ancora adesso. gente delle tue parti, bello. Leggi il tuo futuro, dai. C scritto tutto qua dentro, ci trovi tutte le risposte. Rovescio Woody in faccia a Hicham. Lui fa lo schizzinoso. Grida, si agita. Premo e strofino la pelle vuota di Woody contro la sua faccia bruciata. Non fare cos, Hicham! Saluta il mio amico Woody. Hai visto? Non che tu sia tanto diverso. Sei solo un po pi grosso, ma la sostanza quella. Viscere. Hicham stranamente silenzioso adesso.

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Lo tengo cos un po. Poi glielo tolgo di dosso. Riprendo in mano il cric e lo nascondo subito dietro la schiena perch non veda. Sst! Hai sentito? dico. Eh? fa lui stordito, ma non ha laria di capire che cosa succede. Non ti muovere! dico. passato. Lui continua a grugnire cose incomprensibili. Ecco qua. Pianto il cric nei suoi coglioni, fino in fondo. Dal suo corpo esce solo una specie di grido soffocato. Poi cominciano i singhiozzi. Mi viene voglia di buttarlo sui binari. Lo prendo per i piedi e lui non resiste. Lo trascino, lo sdraio in mezzo e siccome ora non la smette di piangere gli assesto un pugno in fronte. Lui gira la faccia e sta zitto. Si sente solo il suo respiro, veloce e mucoso. Nelle mani stringe i coglioni insanguinati. Devo dire che ora qua intorno si messo a fare un caldo disperato. Lo sai, Hicham? Una settimana fa ho perso mia moglie. Perch non mi fai le condoglianze, Hicham? Mi d... dispiace, Adriano... Ma smettila. Non ci credo che ti dispiace. Non te ne frega un cazzo. Pensi solo alla tua pellaccia, marocchino rottoinculo. Mi metto a dargli addosso con i piedi, un po ovunque, su tutto il corpo.

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8. Hicham sta l con la faccia sul ferro del binario. Non ha ancora capito che cazzo sta succedendo. Perch Adriano fa cos? Ha smesso di chiederselo. Cerca qualche sistema mentale per sopportare il dolore. Non vuole sapere che cosa capitato ai suoi coglioni. Non vuole sapere che cosa vedrebbe ora se si guardasse in uno specchio. Non se lo immagina, si lascia stare. Cerca di uscire fuori dal corpo, mentre un angolo della sua coscienza continua a capire che le piccole scosse, i colpi lontani ovattati non sono altro che calci contro il fegato, contro le costole e le braccia, pestoni sulle dita, sulle orecchie, sulle spalle. Una parte della sua coscienza convinta che il terreno sia cosparso del suo sangue e seminato dei brandelli della sua carne. Le palline di coca nella pancia sono il meno. Sono ben sigillate. Se tutto va bene le cagher fuori, come ha fatto per anni, quando era corriere. Ma niente andr bene. Langoscia diminuisce poco a poco, colpo su colpo, lascia spazio a una sonnolenza lieve e priva di dolore, dove i ricordi tornano a galla come pesci in un grosso acquario. Anche se quello che Hicham vede in questo momento non assomiglia esattamente a un ricordo, piuttosto a una visione. O meglio al ricordo, recentissimo, di una visione di cui non riesce a sbarazzarsi. Pochi minuti fa, con la faccia immersa nel sangue e nella carne viscida decomposta di quel piccione morto, Hicham ha provato allimprovviso una specie di offuscamento della vista. Leffetto gli sembrato identico a quel-

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lo di una vista sottomarina, quando apri gli occhi sottacqua per vedere il fondo. Sul fondo del mare, Hicham ha visto il suo futuro. Perso in quello stato acquoso, ha visto suo fratello lanciare uno sguardo nervoso allorologio sulla parete, agitare le mani convulsamente, dirigersi verso il telefono del ristorante, sollevare la cornetta e comporre un numero. Dallaltra parte della stanza ha visto Duna prendere in braccio la piccola Teha e spostarsi istintivamente in un punto pi protetto del locale. Hicham ha sentito ripetersi nelle orecchie la sua stessa voce, con quelleffetto pieno di bollicine che hanno i suoni ascoltati sottacqua. Ha osservato dalla posizione in cui si trovava gli occhi di suo fratello Samir, i muscoli delle sue tempie tesi appena sopra la cornetta del telefono, ha ascoltato la voce registrata scivolare nel suo orecchio. ...s, non temere, sono sempre il tuo pesciolino... Hicham ha visto suo fratello uscire dal ristorante senza dire una parola, con tutto il grembiule sporco addosso, il coltello lungo ancora in mano, e Duna corrergli dietro per qualche metro con la bambina in braccio, prima di fermarsi, senza il coraggio di raggiungerlo per la strada. Ha visto suo fratello allontanarsi negli occhi umidi di Duna. Poi ha visto volare per aria i quattro mobili della sua casa. I suoi pochi risparmi illegali strappati ai cassetti e gettati dalla finestra in pasto ai ragazzini del quartiere.
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Il suo materasso sventrato e le piume volare per aria. Ha ascoltato il rumore subacqueo delle boccette in frantumi sul pavimento del bagno e la sua pelle lungo la schiena irrorata dal sangue si raggrinzita al suono del coltello inferocito contro i muri scalcinati. Ha visto suo fratello inginocchiarsi e piangere al centro della stanza, accanto al tavolo rovesciato. Poi sollevarsi in piedi allimprovviso, correre fuori dalla stanza, lasciandosi la porta spalancata. Ha visto il suo corpo gi martoriato sdraiato nella polvere, in qualche angolo di terra indefinito, gli occhi del fratello conficcati nei suoi, i ricordi della vita tornare a galla, specchiati nella lama dargento del coltello calcato a fondo nello stomaco, attraverso le viscere, fino alla spina centrale. La mano di suo fratello sullimpugnatura. Laltra mano, sulla sua fronte gelata. Le parole di sua madre. Le lacrime di suo fratello. Un pugno sulla tempia incassato a dodici anni. Una piattola uccisa con il dito sul pavimento della cella. Un fiotto di sperma caldo nel ventre di Duna. Il kebab sotto i denti degli italiani. Il cappellino rosso sulla sua testa. I pesci nellacquario. Hicham, mentre il sonno lo circonda, pensa che forse alla fine ha trovato un posto dove non potr pi nuocere a nessuno. Ha trovato il suo posto, che sempre stato suo, che lo tirava verso di s. inciampato e ci caduto dentro. Dopo una vita passata ad arrivarci a tanto cos. Non gli resta troppa fatica da fare, adesso.

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Non deve fare altro che restare fermo sottacqua e aspettare che tutto accada.

9. Vieni con me gli dico. Andiamo, su. Tu Woody, resti qui. Non preoccuparti per il treno. Se non passato ancora, non passer. Non riesce a camminare ovviamente. Allora lo prendo io sulle spalle. Dalla cima, per fare pi presto, lo lascio rotolare gi. Non dice niente, si fa solo qualche graffio. Uno pi, uno meno. Lo prendo per mano e lo trascino. molto impolverato. Alla terra piace incollarsi alle ferite. Arriviamo alla macchina. Mi sembra che sia rimasto tutto come prima. Milena si stancata di dare pugni e si stesa sul sedile posteriore. Non dorme. Appena ci vede ricomincia a scalmanarsi, a gridare e a fare casino come una scimmia. Fra tutti e due avete una bella cera, vero? dico a Hicham. Rido. Gli prendo la faccia tra le mani. Guardala bene, surrogato di negro. Ti voglio fare un regalo. Pago io. Non mi sembra entusiasta. Anzi, fa un verso e cade faccia in terra. Si mette a vomitare. Dio, che schifo. Non sono un tipo suscettibile, ma cose come questa mi fanno diventare cieco dalla rabbia. Prendo il parafango della Volvo da terra e comincio a dargliele di santa ragione, dappertutto. In testa, sulla schiena, sulle braccia.
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Riparati, se ci riesci. questo il modo? Ti ho detto che ti pago una figa e tu mi vomiti sulle scarpe? Quando ti deciderai ad avere rispetto per me? Voglio dartele finch non muori, parassita guardapesci di merda! Sono proprio incazzato, lo ammetto. Hicham deve ringraziare il caldo se mi fermo. Ho le tempie come tamburi, grondo da far schifo. Mi sento quasi svenire. Mi siedo per terra, davanti al muro. Sento che Hicham parla piano. Rantola, non capisco bene. Dice duna, vuole una duna. Stronzate. Forse gli manca laria di casa. Deve avere un bel caldo pure lui. Si muore eh, bello mio? La terra ha un colore secco, pallido, rimanda la luce, mi fa chiudere gli occhi. Sarebbe bello se ci fosse un po dombra. Pap. Lui s che aveva una bella ombra, enorme. Copriva ogni cosa. Si stendeva come un lenzuolo e stemperava la luce del terreno. Stemperava anche me. La ricordo come una cosa buona, impediva al sole di accecarmi. Lui era molto alto e molto grosso. Si avvicinava piano e io lo aspettavo seduto con le spalle al muro mentre la sua ombra mi copriva le gambe, il busto, il petto, fino alla gola. Poi anche la testa. Come acqua che sale in una stanza chiusa, fino al collo. E aspettare assomigliava ad affogare. Cos quando vedo oscurarsi la zolla di terra su cui riposa Hicham dico beato te, che ti godi il riparo. Si pu

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sapere da dove viene questombra su di te? Guardo meglio. Non sono sicuro ma mi sembra di s. Quella pellicola nera, sul marocco, unombra di uomo. Unombra grande e lunga. Alzo gli occhi in cima al muro. Sei tu, pap? Eccolo. Il vecchio in piedi, altissimo, enorme, per nulla sfiancato dagli anni. Tiene le braccia appese e immobili. Indossa la giacca da ferroviere. Mi guarda. Sei tu, pap. Mi esplode un caldo nel petto e a spruzzi sotto la pelle, dietro agli occhi, nelle guance e nello stomaco. Sono felice, mi sembra. Ma non voglio fare niente che lo metta di cattivo umore. Mi alzo in piedi e lo saluto con la mano. Lui non risponde, non apre bocca. Mi fa solo un cenno che conosciamo io e lui, con la mano aperta. Significa non muoverti. Perch pap? Vorrei abbracciarlo e salutarlo come si deve. Perch non vuoi, pap? Dice qualche cosa sotto i baffi, molto piano. Ma si vuole far sentire. Tendo lorecchio. Parla di Moreno. Dice che Moreno mi ha espulso. Moreno mi ha espulso. Moreno vuole che esca dal campo. Glielo ha detto in spiaggia. perch sono un tipo falloso. Che stronzo, Moreno. Ecuador merda! E tu gli dai corda pap? Fa di s con il testone. Stende i palmi, vuole dire guarda che casino che hai fatto...
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arrabbiato. Ma io non voglio uscire. Sto bene ancora, posso continuare, voglio continuare. Ne stanno arrivando degli altri, dietro di lui. Hanno tutti la faccia di pap. Forse parenti. C anche Gildo. Ciao Gildo! Che bella sorpresa, tutti quanti qui. Tutti per me. Mi salutano con le braccia tese. E qualcuno ha una mano sulla bocca e scuote la testa. Gildo. Perch scuoti la testa, Gildo? Poi guardano tutti lontano. Mi giro anche io, voglio capire anche io. Sento pap che grida. Il treno! Il treno. Lo pu vedere lui perch sta in alto. Io non ci riesco. Neanche questa volta. Ma lo sento bene, sta arrivando. Ha ragione pap, un rumore di treno. Pap, il treno! Andiamo, andiamo a vederlo! Quando ero piccolo mi portava fino a l. Ma poi non me lo faceva vedere mai. Restavamo l contro il muro. Specialmente se passava il treno. Non si sentiva pi nulla. Una voce mi grida addosso. Non quella di pap. una voce scura. Non ti muovere, resta dove sei! distorta, come filtrata, molto forte. Non le do davvero retta perch sto pensando a una cosa. C una cosa che mi sfuggita e non riesco a ricordare. Che cos? Il treno macina i binari come un razzo. Fischia. Woody!

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Ho lasciato Woody sui binari. Non pu restare l, il treno lo far a pezzi. Non te lo meriti, povero uccello. Grido verso mio padre e verso tutti. Lho lasciato sui binari! Devo andare a prenderlo! Poi mi giro e comincio a correre, a balzi, sulla collinetta. Faccio grandi passi da uomo. Fermati! qualcuno grida ancora, ma non pap. la voce di prima. Una voce nera. La riconosco. la voce della vecchia puttana. La vecchia puttana siciliana. La Banda Fratelli. Sono qui. Mi giro. Mio padre scomparso. Al suo posto ci sono loro. Tutti e tre. La Banda Fratelli. La vecchia impugna una pistola. Gli altri due puntano il dito contro di me. Che cosa ci fanno l? Sento la voce di mio padre come se fosse nelle mie orecchie. Adriano, finita. Devi lasciare il campo. La vecchia puttana. Devo fare fuori la vecchia puttana. Ma un grido lancinante mi raggiunge dai binari. la voce di un bambino. La riconosco. Chunk! Il piccolo grasso Chunk che chiede aiuto. Mi volto verso la Banda Fratelli. La vecchia punta la pistola contro di me e ride proprio come una vecchia puttana. Devo salvare Chunk. Il monticello a due passi. Dopo il monte stanno i binari e sui binari c Chunk, legato come un salame, Chunk che non pu scappare. Non lo vedo, ma l, lo so, tutto chiarissimo. Salgo, corro verso la cima della montagnetta.
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Qualcuno fa saltare un petardo micidiale. Un raudo, una bestia. Un colpo di pistola. Laria sibila alle mie spalle e mi taglia le orecchie. Il treno scompare, le grida scompaiono. Mi esplode un caldo diverso tra le scapole e da l si spruzza alle gambe. Immobilizza gli arti, li rammollisce come pane. Cado a terra. Un po di polvere mi entra in bocca, sento i granelli rompersi tra i denti. Credo di avere una posizione innaturale, ma non sono scomodo. Penso di avere il collo e la testa umidi. Ma estate. Non capisco perch sudo. Se per il caldo o perch muoio.

10. Duna aspetta qualche minuto ancora, finch Samir non lontano. Poi esce dal bancone e corre al telefono. Teha non si lascia sfuggire un movimento. Si ferma in mezzo alla sala dove non pu perderla docchio. Guarda. La mamma ha il viso preoccupato e stanco. Teha vorrebbe sapere chi quella persona cattiva che parla dallaltro capo del telefono e fa piangere mamma, la fa piangere tanto. E poi, dov andato pap? Duna si asciuga il volto e prende in braccio la sua piccola. Pap aveva da dire certe cose allo zio Hicham. Pi tardi viene. Ma perch pap era cos arrabbiato? Duna sorride e le d un bacio. Poi va a chiudere lentrata del ristorante.

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Vedi, lo zio Hicham ha un sacco di pensieri, molto distratto e cos spesso arriva in ritardo. Ma non si pu arrivare in ritardo quando c da lavorare. Per quello pap si arrabbia tanto e adesso andato a fare un bisticcio con lo zio. Ma tutto si metter a posto in fretta. Mette gi la bimba e torna dietro il bancone. Si mette a rovistare nei cassetti. Teha le corre dietro. E lo zio, mamma? Quando torna lo zio? Duna solleva la testa. Ha di nuovo gli occhi lucidi. Penso che lo zio non lo vedremo per un po. Richiude i cassetti e torna in sala svelta verso lo stereo, stringendo un cd nelle mani. Cosa fai, mamma? Sentiamo una canzone. Una canzone che piace tanto proprio allo zio Hicham. Parte la musica. Duna sorride. Si avvicina a Teha. Scherza e la colpisce piano con lanca. Teha ride. Duna la prende per le braccia e insieme volteggiano in mezzo alla sala, tra i tavoli, intorno allacquario, mani nelle mani. E ridono a crepapelle. Forza, amore mio dice Duna con gli occhi gonfi. Balliamo!

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Girotondo Laura Gandolfi


And theres a lady in a stable her daddy reads her fables about the moon & his bride hes in her room every night & feeds upon a table of silken robes an altar of stone but the child is unable to run run run & flee his tower of Babel so blood blood blood slithers down her ankles OTEP House of Secrets Non mi ha finito. da Edward mani di forbice

La bambina guarda il muro. Il muro bianco. Pieno di gramostini brufolosi. La bambina guarda il muro, seduta su una sedia di legno. Composta. Le mani sugli occhi. La bocca spalancata idiota in urlo che non esce mai. La bambina guarda il muro. Composta. Attraverso le pieghe ciccione delle sue dita paffute. Guarda. Dentro il muro bianco c un bambino. Nero come la pece. Tutto tutto nero. Proiettato sul muro dagli occhi della bimba. Il bambino ha delle forbici al posto delle mani. Il bambino cerca di uccidere suo padre infilzandolo con le sue mani di lama. Invece, lo abbraccia. Il pap del bambino abbraccia il bambino di lama e mentre lo

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abbraccia le sue braccia di carne scendono, mangiando. La bambina chiude la bocca. La bambina si asciuga la saliva. Sul mento. Sui vestiti rosa. Sulle gambe ciccione rosa. Sui piedi neri di sporco. Sui polmoni neri di botte. La bambina si asciuga, la bocca chiusa. Gli occhi aperti. Guarda. Il muro bianco. E seduta la faccia contro il muro, aspetta. Pap arriva. Pap e il suo odore di plastica. Pap e il suo odore di macchina nuova, il suo odore di masturbazione, il suo odore di plastica appena scartata. Pap arriva ed nudo tutto rosa come lei il suo coso diritto enorme e orgoglioso come un Barbapap inguainato e violaceo, che la guarda. Le dice. Scusa se ti ho fatto aspettare. Le dice. Non vorrei mai metterti incinta. La fa sedere con la pancia sul sedile della sedia, come quando si fa finta di essere cagnolini. Le dice col fiatone mentre la monta da dietro tenendole gi la testa spingendola con la secca precisione di un metronomo le dice. Fra un umano e una cosa come te, chiss cosa nascerebbe. Bisogna. Bisogna. Stare attenti. Bisogna. S. Pap finisce. Pap mi passa un fazzolettino di carta. Per asciugarmi. Gli occhi o la figa, a mio piacimento. Il libro parla. Cera una volta una famiglia. Una mamma e sette
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bambini. La mamma ha una lunga barba, e denti di ferro e zoccoli forti temprati dal tempo. Il vello bianco, come una regina capra. Unimmensa capra bianca dagli occhi dolci, con sette bambini da custodire. Abitano in una casa piena di lettini e bicchierini e posa tine e orologi a pendolo e telecomandi e vetrinette con la Tour Eiffel che segna il maltempo e radioline e foto e tanti giocattoli, adatti alle mani rosa dei sette bambini nudi che girano per casa e ridono correndo tutto il gior no. La mamma per la grande regina capra deve anda re a lavorare. Dice. State in casa. Chiudetevi dentro. Il pericolo in agguato. La vostra carne rosa troppo bella, e troppo profumata. C chi vorrebbe mangiarvi. Giocate a braccio di ferro e guardate la televisione man giate parlate scherzate ma non aprite mai la porta, se non sono io che ve lo chiedo. Vi prego, vi prego, vi prego, bela. Siete tutto quello che ho. I sette bambini giurano. La mamma capra dal vello bianco immacolato va a lavorare in fabbrica, per arrivare alla fine del mese. Spesso il suo pelo nero, quando ritorna a casa, la notte tardi. Gli zoccoli spezzati dai pesi caricati sulla larga schiena la voce arrochita dai fumi neri della grande fabbrica gli occhi affaticati e spenti. Torna a casa. Chiede ai suoi bambini di lasciarla entrare. I bambini urlano. Chi sei. Lei bela, stanca, rotta di fatica, appoggiandosi alla porta a cui dallaltra parte sono appoggiati i suoi sette bambini rosa illibati dalla vita, che non hanno mai avuto bisogno di farsi crescere

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zoccoli e pelo, perch lei se li fatti crescere per loro, perch lei per tanti anni li ha protetti, vezzeggiati, nutri ti, a spese del suo sangue, della sua bellezza, del suo bel pelo bianco. Lei bela le corde vocali corrose di acidi e di polveri minute. Sono io, la vostra mamma. I bambini rosa dallaltra parte della porta scoppiano a ridere di disprezzo. Tu non sei la nostra mamma, urla no schifiltosi. La nostra mamma ha una voce dolce, non roca come la tua. La mamma dice. Ma sono io bambini miei, guardate le mie zampe. Infila uno zoccolo nel pertugio della porta. I bambini rosa dallaltra parte urlano di schifo. Tu non sei la nostra mamma, urlano. La nostra mamma ha il pelo bianco come una stella urlano isterici. La nostra mamma un cavallo di razza non una stupida capra no meglio meglio. La nostra mamma non ha zoccoli ha le mani rosa come noi fa lannunciatrice in tv e tutti i gior ni va dallestetista. Tu chi sei cosa vuoi da noi ci vergo gniamo di te non ti conosciamo forse vuoi mangiarci vattene via. La mamma accasciata contro il legno della porta della sua casa di ninnoli e giocattoli, piange belando. Bambini bambini miei fatemi entrare sono la vostra mamma. I bambini urlano. No. Aspettiamo la nostra vera mamma. Una mamma che ci assomigli. Una mamma con la pelle rosa e illibata come la nostra. Non una capra col pelo rovinato. Aspettiamo una mamma che ci meriti.
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Vattene o ti spariamo col fucile. La capra piangendo si allontana dalla casa. Non sa dove andare. Non ha mai avuto amici o amanti o paren ti. Solo dei figli. Cammina a lungo, per le strade, di notte. Un camionista appisolato non si accorge della capra scura che a bordo della strada cammina lenta e la tra volge, svegliandosi al sobbalzo. Prosegue senza guar darsi indietro, sbadigliando. La mamma capra rimane sul bordo della strada, la pancia schiacciata, in agonia. La macchina successiva le passa con la ruota sul cranio. Il suo cervello si sparge sullasfalto, come biglie perse da un bambino. Lautista della macchina si ferma poco avanti, scende dalla macchina, apre il baule. Carica la mamma capra nel baule senza badare alla striscia di capra morta pelo insanguinato viscere e cervello che lascia dietro di s, su di s, sulla sua macchina. I bambi ni di mamma lupo stasera mangiano carne. I bambini della capra invece muoiono di fame una settimana dopo. Neanche se ne accorgono, gli occhi infissi nella porta, ad aspettare la loro vera mamma. La bambina tiene la testa sotto il cuscino premendolo forte contro le orecchie cos forte che spera che la tela limbottitura del cuscino prendano la forma di un enorme cottonfioc le scenda nelle orecchie le ostruisca i timpani per sempre glieli soffochi li anneghi di silenzio e tessuto. E invece no. Non c niente che possa fermare quel rumore. L fuori. Lo sento, vagabondare ondulante attra-

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verso laria l fuori e insinuarsi nel corridoio e cercarmi annusando orecchie e scovarmi finalmente l nella camera accovacciata sotto il cuscino e mi si conficca nelle sue orecchie duro di spilli e fastidioso cos fastidioso cos cos fastidioso che. Cos terrorizzante che. Cos odioso che. Quel rumore. L. Fuori dalla porta. Attraverso il corridoio. Dallaltra parte dellappartamento. Nella camera di pap. Suo padre fischietta. Fischia fischietta canticchia soffiando sibili attraverso i denti in ampie modulazioni di canzonette popolari, gorgheggii acuti di fiato compresso che si arzigogolano in complesse inflessioni, pause semitoni e stonature. Allegre, annoiate, compiaciute. Morsico le coperte per non urlare. Odio quel rumore. La terrorizza. Mi affascina. Mi d piacere. Nausea. Mi sbisiola nella pancia. Mi agita lo stomaco di eccitazione. Di fame. Di terrore e rabbia. Quel suono si insinua dentro, ruvido e stridente, ogni volta senza possibili difese. Ogni volta chiude il cervello impedisce di pensare solo desiderio lancinante di graffiare morsicare dilaniare di calci furiosamente il sangue alla bocca qualcuno. E quando suo padre fischietta, la giornata che quel qualcuno arriva. Nella sua camera. Gettato. Gli occhi terrorizzati di buio. Lo gettano e dietro di lui si sentono i catenacci girare a lungo, poi il silenzio. Solo, lo strascicare quieto di un nastro che impassibi128

le registra tutto. Un occhio rosso nel buio, pieno di memoria. Solo, lansimare isterico di quella vittima dallaltra parte della stanza, che sa che sta per morire. E che aspetta ansimando isteria, attenta a dare il profilo migliore alla telecamera. Poi suo padre che fischietta dietro la porta, e le dice fischiando vai. Quando le urla sono finite, se riaprendo la porta soddisfatto del lavoro, le d una doppia razione di cibo, e per un paio di giorni non la monta. Ho sempre trovato che fosse un compromesso accettabile. Il libro parla. Cera una volta una famiglia. Una mamma e sette bambini. Unimmensa capra bianca dagli occhi dolci, con sette bambini da custodire. Abitano in una casa piena di lettini e bicchierini e posatine e orologi a pen dolo e telecomandi e vetrinette con bomboniere di matrimoni passati e radioline e foto e tanti giocattoli, adatti alle mani rosa dei sette bambini nudi che girano per casa e ridono correndo tutto il giorno. La mamma tutti i giorni deve andare a lavorare. Dice. State in casa. Chiudetevi dentro. Il pericolo in agguato. La vostra carne rosa troppo bella, ingenua e tiepida. C chi vor rebbe mangiarvi. Giocate a Monopoli e guardate la tele visione mangiate parlate scherzate ma non aprite mai la porta, se non sono io che ve lo chiedo. Vi prego, vi

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prego, vi prego, bela. Siete tutto quello che ho. I sette bambini giurano. Pi o meno allora di Bim Bum Bam suonano alla porta. I bambini rosa corrono alla porta. Chiedono chi , come la mamma ha insegnato. Se fosse un testimone di Geova, devono dire no gra zie siamo atei. Se fosse un marocchino, devono dire no grazie non ci serve niente. Se offrissero caramelle, devono dire no grazie siamo a dieta. Se offrissero enciclopedie, devono dire no grazie siamo analfabeti. Se chiedessero di entrare, la risposta sempre no no no. Chiedono chi . Una voce bassa, di ringhio, dice. Sono io. Una zampa si sporge nel vano della posta, per farsi riconoscere. Pelo scuro. Artigli. Cuscinetti morbidi da lupo. I bambi ni urlano. Pap! Aprono la porta. Il loro pap lupo balza dentro li abbraccia. Dice. Mi siete mancati, carezzandoli di fauci se li mette nella pancia, uno per uno. Stanno bene insie me, i bambini rinchiusi in quella grande pancia calda, protetta di caldo e viscere, che galleggiano e scherzano, accoccolandosi su loro stessi e allungando carezze al dentro della pancia del pap, con le loro manine rosa. Il pap lupo sorride e si agita tutto, perch gli fanno il sol letico il pap lupo si mette a saltare correre rotolare
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per la stanza, perch i bambini ridano sballonzolati nel caldo nulla del suo pancione enorme. Finch non viene sera, il pap deve andarsene prima che la mamma capra torni e lo veda la mamma e il pap non vanno pi daccordo fra di loro, ma questo non vuol dire che non vogliano pi bene ai loro bambini. Il pap lupo li ripartorisce, vomitandoli. I bambini rotolano fuori dalla pancia del pap, caldi di stomaco e ridenti. Salutano il loro pap e si rimettono davanti alla televisione, raccon tandosi lun laltro com stato divertente rotolare gi per la gola del pap. Quando torna la mamma dicono che sono stati bravi, che nessuno venuto a suonare alla porta e che si sono un po annoiati. Dai libri che il pap le dava da leggere la bambina ha capito che i bambini in genere sono pi piccoli dei genitori. Che crescendo diventano pi grandi, finch non sono pi bambini. Come i bambini della mamma capra, che sono cos piccoli che quando arriva il lupo che vuole mangiarli, uno si nasconde nella pendola, e uno addirittura nella vetrinetta del t. La bambina non si ricorda di avere mai avuto una dimensione diversa da quella attuale. Non si ricorda esistessero rubinetti a cui non riuscisse ad arrivare, o bambole che non riuscisse a tenere in braccio, o finestre dalle quali non arrivare a vedere il mondo esterno per estrema bassezza. Le misure con il suo mondo la sua casa sono sempre state quelle. Ed sempre stata pi grande del suo pap, molto molto pi grande. Perlomeno il doppio.

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Forse il fatto che non abbia una mamma centra. Forse no. Forse solo stupida, e non ricorda. O forse solo unorribile bambina gigante. Appena sveglia poco prima di aprire gli occhi, con la testa sa cosa dovrebbe essere mani piccole dalle dita corte, graziose fossette sul dorso, gambe corte e scattanti, petto piatto e colorato da farfalla, come s sognata tutta notte, lo stesso corpo con cui ha corso e giocato tutta notte nei sogni sveglia apro gli occhi e vedo le mie mani enormi dalle unghie gialle e gambe immense pelose e arcuate, lunghissime da non vedere i piedi e quella pancia rotonda lucida e tesa unta dilatata e contratta dal mio respiro pesante, allora urlo, e mi sento qualcosa di molto piccolo divorato da qualcosa di molto grande il mio corpo. Lo chiederebbe al pap perch cos, ma ogni volta che cerca di parlargli lui si mette le mani sulle orecchie, chiudendosi di orrore e corre da qualche parte a rinchiudersi e quando torna ha sempre voglia di farle quella cosa. Quindi lei non parla, mai, se non da sola, se non con quellamico del muro che viene a farle compagnia silenziosamente. Il bambino nero. Lui non sa niente. Non sa neanche di essere vivo, quasi quasi. solo un altro bambino, in unaltra stanza, che fa quello che fa lei. Mangia caga legge e accoppa. Magari in tempi sfalsati, ma il concetto quello. Eppure viene a farmi visita. Attraverso il muro. Me, solo me. Attraverso i suoi occhi e la sua mente torbida. Ogni tanto appare, guarda, racconta morendo, o
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uccidendo la sua vita uguale alla mia. E in qualche modo che non si pu capire, le fa compagnia. Il libro parla. Cera una volta una famiglia. Una mamma e sette bambini. La mamma una capra bianca, con sette bambini da mantenere. Abitano in una casa piena di let tini e bicchierini e posatine e orologi a pendolo e teleco mandi e vetrinette con set di coltelli da formaggio e radioline e foto e tanti giocattoli. La mamma tutti i gior ni va a lavorare. Dice. State in casa. Chiudetevi dentro. Il pericolo in agguato. C chi vorrebbe mangiarvi. Giocate a sasso carta forbice e guardate la televisione mangiate parlate scherzate ma non aprite mai la porta, se non sono io che ve lo chiedo. Vi prego, vi prego, vi prego, bela. Siete tutto quello che ho. I sette bambini giurano. Quando la mamma torna a casa, la sera tardi, trova solo il lupo accoccolato sul divano, addormentato davanti al telegiornale, la saliva che gli cola da un lato della bocca e la pancia tesa. Nella pancia ci sono i bambini della mamma capra. La mamma capra sapeva che un giorno sarebbe suc cesso la mamma capra attrezzata. Ammazza il lupo con un colpo di pistola alla testa. Con le tenaglie per aprire il pesce apre la pancia al lupo. Mentre taglia la pancia, taglia orecchie e dita ai suoi bambini dentro la pancia del lupo. I bambini esco -

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no dalla pancia, inondati di sangue, tremanti, piangen ti. Che coshai fatto al nostro pap? Urlano piangendo brandendo i piccoli pugni mutilati contro la madre. Urlano. Perch lo hai ucciso non ci stava mangiando ci stava abbracciando! Stavamo bene, nella pancia del pap. La mamma capra dice. Lo so. Ma non potete amarci tutti e due. Spara in fronte a tutti i suoi bambini. Li butta nel pozzo, insieme alla carcassa del lupo. Il giorno dopo decide di regalarsi unora dallesteti sta. Unora, tutta per lei. Il posto in cui abita la bimba si chiama la Casa dei Segreti. Tanti appartamenti, come quello in cui stanno lei e il suo pap. In ogni appartamento, un bambino, un pap, una telecamera e una stanza con la porta di ferro e di lucchetti e schizzi di sangue alle pareti. La bambina lo sa da quando arrivato il Fuoco. Fumo nei corridoi e urla di sirene dagli altoparlanti. Il pap ha messo museruola e guinzaglio alla bimba e come tutti gli altri pap con tutti gli altri bambini della Casa lha fatta scendere, gi nel cortile interno, mentre le fiamme si mangiavano la Casa dei Segreti. L, per la prima volta, i bambini si sono visti luno con laltro. Cera un bambino pieno di occhi sulla lingua e su ogni polpastrello delle dita. Cera una bambina con un volto bellissimo, inespressivo come un fiore, appiccicato
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a una lunga escrescenza che terminava nel suo corpo unenorme unica bocca, senza gambe, senza braccia, strisciante sul ventre. Cera un bambino orso, e un bimbo coccodrillo. Un bambino senza pelle, con i muscoli e le vene in evidenza, e un bambino con il volto liscio, come una pagina bianca, niente orecchie e niente occhi e niente bocca, solo due buchi mobili dodore. Tutti al guinzaglio dei loro guardiani dei loro pap. Tutti i bambini, vedendosi luno con laltro, hanno cominciato a urlare terrorizzati schifati arrabbiati affamati, ringhiavano sbavavano piangevano contorcendosi dorrore, mentre le fiamme mangiavano la Casa dei Segreti, e la loro ultima illusione di essere umani. E fra tutti mentre le fiamme morivano, uccise dai getti dacqua degli uomini di fuori, cera anche il bambino con le mani di lama, appoggiato al muro, confuso di tenebra. Taceva. Guardava. Me, solo me, i suoi occhi un buco di bianco, nel buio, su di me. Non piangeva, guardandomi. Solo, strisciava le sue mani di lama, una sullaltra, lentamente. Come cantando. E quando le fiamme erano spente, e tutto era buio, e pianti, un urlo dallangolo di buio dove cera il bambino. Un guardiano, sgozzato, inginocchiato in quellangolo, con un moncone di guinzaglio fra le mani. E il bambino che corre come un serpente di lama verso di me, solo per me, fra le urla e gli spari dei guardiani, le mani protese in avanti verso di me. Lhanno fermato prima, buttato a terra, stordito di botte. Lui continuava a guardare la bimba, che guardandolo piangeva. Le sue mani, che pro-

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seguivano a cantare per me sola, si protendevano isteriche. Pietose. Poi i portoni si sono riaperti, e ogni bambino tornato nella sua cella nella sua casa. Il libro parla. Cera una volta una famiglia. Una mamma e sette bambini. La mamma una capra bianca, con sette bambini da mantenere. Abitano in una casa piena di let tini e bicchierini e posatine e orologi a pendolo e teleco mandi e tanti giocattoli. La mamma tutti i giorni va a lavorare. Dice. State in casa. Chiudetevi dentro. Il peri colo in agguato. C chi vorrebbe mangiarvi. Giocate con le bambole e guardate la televisione mangiate par late scherzate ma non aprite mai la porta, se non sono io che ve lo chiedo. Vi prego, vi prego, vi prego, bela. Siete tutto quello che ho. I sette bambini giurano. Accendono la televisione, e su un canale del satellite, subito dopo il canale che trasmette ventiquattrore su ventiquattro le esecuzioni pubbliche, scoprono due che incollano bocca su bocca, pancia su pancia, e fanno ah ah ah ah s s per ore e ore. I due sudano, tanto. Anche ai bambini sudano le mani, e non sanno neanche loro il perch. Si abbassano i pantaloni e si guardano in mezzo alle gambe, dove quei due si attaccano. Vedono a cosa pu servire la cosa che hanno l in mezzo. Quella notte, quando la mamma torna a casa, stanca e sorridente, le chiedono se per quella notte possono
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dormire nel lettone con lei. Tutti e sette. Sotto il letto della mamma, gi pronti, una corda per legarla e un fazzoletto per imbavagliarla. La bambina ha capito tutto, da tempo. Anche se da quando sa di essere la sua vita sempre stata la stessa. Stare nella Casa dei Segreti con il suo pap, far sanguinare e spezzare e far urlare e calpestare e far vomitare e morsicare a morte dove la pelle pulsa di sangue la gente quando il pap glielo dice, e vivere tutto il giorno sotto locchio rosso della telecamera, anche mentre il pap le fa quelle cose, anche mentre fa la pip, anche mentre piange, la faccia incuneata nel cuscino, le sue grandi chiappe rosa che dondolano di ciccia al ritmo dei suoi singhiozzi. Anche se non pu mai uscire di casa. Anche se casa solo la camera del pap e la sua e una cucina e un corridoio e tutto un catenaccio senza finestre senza maniglie solo catene e silenzio e occhi rossi. Anche se non vede mai nessun altro oltre al pap e quelli che vengono a morire urlando nel buio e quel dottore con la maschera da Mickey Mouse sulla faccia che ogni tanto viene a farle quella cosa alla faccia per farla respirare meglio dice e per giorni poi mi brucia la faccia da morire, sembra che il naso mi si stacchi via da solo, si stia spingendo per saltare gi dalla faccia, e il pap la tiene legata al letto giorni e giorni nel suo piscio e nella sua merda perch non se lo strappi lei il naso e tutti quei denti in bocca, sempre nuovi sempre di pi quadrati enormi forti da spaccarci le noci e le ghiande in doppia

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fila affilati ed enormi, che a sorridere si taglia sempre un po di labbro chiss se ho ancora delle labbra. Anche se tutto questo. La bambina ha capito una cosa bellissima. La sa da sempre, dentro di s. Da qualche giorno, da quando il bambino nero glielha sussurrato nel sonno, da quando una vittima le ha detto non uccidermi ti aiuter a scappare, da quando suo padre ha detto. Voglio morire. Adesso la bambina riesce anche a dirsela. Le cose non devono essere per forza per sempre come adesso. La bambina ha studiato. La bambina tira le somme. Adesso lei la mamma capra. Il pap il lupo. Lei e il pap lupo devono avere un bambino insieme, cos dalla sua pancia vomitandolo uscir il bambino con le mani di lama. Cos lei e il bambino con le mani di lama potranno stare insieme per sempre e non solo attraverso il muro. Finch il bambino non vorr diventare il suo pap lupo e metterle lui i bambini nella pancia. Cos ammazzeranno il pap, e lo butteranno nel pozzo. Oppure se lo mangeranno. Con qualche capretto di contorno. La bambina non vede lora. Di una cosa o dellaltra. Tutto quello che nuovo, buono. Come le persone che entrano per farsi uccidere anche loro sono una novit anche loro sono buone. Come quella vittima che le ha offerto la libert, a cui lei ha divorato i piedi, per ore e ore, prima di passare alla giugulare. Ma la bambina non sa come fare, per farsi mettere un bambino nella pancia.
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La bambina deve studiare ancora. La bambina riapre il libro. Le fiabe dei Grimm, si chiamava. Disegni e lettere grandi, per occhi stupidi come i miei. Ormai le pagine sono tutte strappate. Pap le riduce a striscioline piccole piccole di carta colorata, poi le lascia in giro perch possa trovarle, come un regalo. Pap e il suo odore di plastica, pap e il suo odore di. Alcune striscioline la bambina le ha salvate, quelle delle favole pi amate, quelle che il pap le leggeva quando ancora non le triturava i libri o tutto il resto pap e il suo odore di plastica appena scartata. Quando la teneva notti e notti contro la sua spalla, cullata nel suono delle sue parole. Le prime notti. Cera una volta una famiglia, diceva. Una mamma capra e sette capretti. La mamma capra aveva i capelli tutti bianchi, come la neve, diceva. Il pap capra non c. Il pap lhanno portato via di casa una notte degli uomini con dei fucili, gli hanno detto. Hai fatto del male hai fatto dei figli sbagliati tu e la tua donna albina. Gli hanno detto. Puoi scegliere. Gli hanno detto. Puoi fare il prigioniero o puoi fare il guardiano. Lui ha scelto. E allora gli uomini con i fucili gli hanno dato una bambina nuova a cui badare, una bambina grandissima con gli occhi da orfana. Ma lui ha detto alla bambina. Chiamami pap. Perch la bambina non avesse paura di lui, perch la bambina smettesse di avere paura, la notte. E poi il pap diceva. Lo sai di chi sto parlando, vero bambina mia? La bambina faceva s con la testa, pi volte, e il pap se la stringeva meglio addosso, e continuava a leggere.

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Adesso la pagina dei sette capretti un francobollo di cellulosa spiegazzata. La bambina chiude gli occhi, li chiude ben bene finch il mondo non che nero di puntini luminosi, e frugando nei frammenti della sua memoria ricomincia a leggere. Il libro parla. Cera una volta una famiglia. Una mamma e sette bambini. La mamma una capra bianca, con sette bambini rosa da mantenere. Abitano in una casa piena di soprammobili elettrodomestici foto dei bambini in pannolino radiosi di nudit e tanti giocattoli. La mamma tutti i giorni esce di casa, dice che va a cercare il cibo per loro. Dice. State in casa. Chiudetevi dentro. Il pericolo in agguato. C chi vorrebbe mangiarvi. Giocate al dottore e guardate la televisione mangiate parlate scherzate ma non aprite mai la porta, se non sono io che ve lo chiedo. Vi prego, vi prego, vi prego, bela. Siete tutto quello che ho. I sette bambini fanno di s con la testa, gli occhi persi nella televisione. Pi o meno allora dellAlbero Azzurro suonano alla porta. I bambini rosa corrono alla porta. Chiedono chi , come la mamma ha insegnato. Se fosse un testimone di Geova, devono bestemmiare Geova. Se fosse un marocchino, devono bestemmiare Allah e possibilmente bastonarlo. Se offrissero caramelle, devono farsele passare per la
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finestra controllare la scadenza e poi mangiarsele tutte e poi deridere chi le ha regalate, umiliandolo. Se offrissero enciclopedie, devono dire vaffanculo Treccani dei miei coglioni. Se chiedessero di entrare, la risposta sempre no no no. Chiedono chi . La voce della mamma, dolce e conosciuta, dice. Sono io. Una zampa si sporge nel vano della posta, per farsi riconoscere. Pelo candido. Zoccoli di gran classe. I bam bini urlano. Mamma! Aprono la porta. Davanti alla porta c un lupo enor me. Le fauci dilatate in un sorriso orribile. Un sorriso di fame e divertimento. Entra, sporcando di fango e san gue lo zerbino benvenuti e i tappeti finto persiani e zebrati della mamma e i piccoli lettucci dei bambini. Li prende uno per uno anche se scappano urlano morsica no si nascondono, li prende uno per volta con le sue orri bili grinfie vecchie di rogna e pelose, li graffia morsica li mangia sbavando libidine, muovendosi su di loro mec canico irrefrenabile uno per volta, mentre i bambini a pancia in gi il suo alito fetido sul collo la nuca i capelli la schiena, i suoi baci affilati sventracervello conficcati nellanima aspettano che finisca di divorarli, le urla schiacciate dalla bocca schiacciata contro il materasso, gli occhi spalancati di lacrime a cercare la televisione e qualche istante di incoscienza. Quando il lupo ha finito, pallido e sazio, molle di con tentezza, fa promettere a tutti di non fare un fiato con nessuno, se non vogliono rivederlo prima del previsto.

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Butta un fascio di banconote sul tavolo della cucina. Esce, e chiudendo la porta raccomanda ai suoi tesori di mettere i chiavistelli e di non aprire a nessuno. La sera, quando torna a casa la bella mamma bian ca i bambini si sono gi rammendati i vestitini strappa ti le ferite lacerocontuse i letti sfondati i tappeti insozza ti gi spariti disinfettati diligentemente riparati. Seduti in fila sul divano senza guardare la mamma dicono che il pomeriggio andato bene che non successo niente di importante. La mamma, senza guardare i bambini, rac coglie i soldi sul tavolo e se li mette in tasca. Pap sta male. Ha la faccia gialla. Si tiene la pancia, sempre. Il dottore con la maschera da Mickey Mouse stavolta venuto per lui. Non gli ha fatto niente alla faccia, ma gli ha palpato la pancia a lungo come se volesse fargli quelle cose e poi ha detto bastabere. Ma la parola non ha funzionato perch il pap aveva ancora male alla pancia e anche mentre usciva Mickey Mouse continuava a dire bastabere e pap continuava a stare male. Secondo la bambina soffre di noia. La Casa dei Segreti da qualche giorno insolitamente silenziosa. La grande porta sorvegliata, l da basso, da qualche giorno non cigola pi. Niente vittima urlante, scortata dai poliziotti, in vista di telecamere, fino alla camera del bambino prescelto. Da qualche giorno i bambini nelle varie stanze nelle varie celle tacciono, dinerzia. Mangiano, leggono, cagano. Aspettano.
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Pap dice che perch fuori Natale. Io gli ho chiesto se non era Natale anche qua dentro. Gli ho chiesto cos Natale. Gli ho chiesto perch per questo Natale a noi bambini non ci fanno pi giocare. Pap dice che per Natale si festeggia una donna che ha cagato fuori un bambino che poi si fatto ammazzare succhiando aceto da una spugna. Con le lance nella pancia. I chiodi nei piedi. E nelle mani. La bambina pensa subito al bambino nero. Questa potrebbe essere la sua festa. La loro. La bambina si avvicina al pap. Lo accarezza, con la sua grande mano rosa. La guancia rosa si incava sotto la carezza della grande mano rosa. Pap strano. Tace. Piega la testa. Tenendosi la pancia. La bambina dice. Vado a prendere quella cosa che vai sempre a prendere nella tua camera, cos poi facciamo un bambino insieme. Il pap non si mette le mani sulle orecchie. Fa di s con la testa. Voglio il bambino nero. Voglio che sia il mio bambino. Dice la bambina. Il pap annuisce. La bambina va a prendere quella cosa nella sua camera. Pap getta un asciugamano sulla telecamera. La telecamera adesso cieca. Il libro parla. Cera una volta una famiglia. Una mamma capra e

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sette bambini rosa. Abitano in una casa piena di soprammobili elettrodomestici incensi e tanti giocattoli. La mamma tutti i giorni esce di casa, dice che va a cer care del cibo. Dice. State in casa. Chiudetevi dentro. Il pericolo in agguato. C chi vorrebbe mangiarvi. Giocate a nascondino e guardate la televisione mangia te parlate scherzate ma non aprite mai la porta, se non sono io che ve lo chiedo. Vi prego, vi prego, vi prego, bela. Siete tutto quello che ho. I sette bambini fanno di s con la testa, gli occhi persi nella televisione. Quando quasi ora che la mamma torni a casa la televisione interrompe di colpo i cartoni animati per far vedere elicotteri e carri armati e gente che scappa per le strade urlando. Su tutti i canali, uguali. I bambini si annoiano. Spengono la tv. Giocherellano fra loro. Aspettano. Si annoiano. La mamma non si fa vedere. Le loro pancine cominciano ad avere fame. Aspettano. Si annoiano. Le dita nel naso, si rotolano sul pavimento facendosi a palla, mentre aspettano. Quando gi notte da tanto e i bambini hanno gi finito tutti i giochi e hanno dovuto accendere loro le luci che lo faceva sempre la mamma e per strada solo silenzio e gente che corre negli angoli bui a schiena bassa in silenzio, quando gi notte e loro ancora aspet tano la fame che fa loro gli occhi grandi e le mani ner vose, quando gi notte e loro cominciano a piagnuco lare paura, ecco che bussano alla porta. Corrono ad aprire, urlando fame.
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Davanti alla porta ci sono tanti lupi, con le divise e gli elmetti e dei bastoni come i loro quando giocano a spararsi. Vogliono sapere dov la mamma. Loro cominciano a piangere, urlando che la loro mamma li ha abbandonati e che sono in casa da soli e che hanno fame e freddo. I lupi dicono. Bene. Allora verrete con noi nella nostra Casa dei Segreti, e vi insegneremo la nostra lin gua, e ci insegnerete bene la vostra, e vi renderete utili negli interrogatori nei tornei di ramino e nel corteggia mento amoroso. I bambini vogliono sapere solo se in questa Casa dei Segreti c da mangiare. I lupi sorridono, le lunghe zanne in evidenza, gli occhi a divorare la carne tiepida dei bambini e dicono. Certo. C sempre del cibo. I bambini dicono. Andiamo. Dalla porta della cantina dovera nascosta esce la mamma capra, sporca di polvere, gli occhi sbarrati, una racchetta da tennis fra le zampe come arma e urla. No. Non i miei bambini. I lupi le saltano addosso e a morsi la fermano. La tra scinano fuori di casa per le zampe. Per la strada, men tre la trascinano, il suo grembiule da vecchia mamma capra si alza, facendo vedere le sue gambe magre e sec che da mamma capra fino alle mutande bianche, lacere e vecchie. I lupi ridono forte, in quella loro lingua stra na, indicandola. I capretti, che li stanno ancora seguen do in cerca di cibo, cercano di imitarli. La mamma

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capra chiude gli occhi. Quando sono nella Casa dei Segreti i lupi torturano la mamma a lungo. Uno dei bambini fa da interprete. Quando la mamma viene uccisa, i bambini vengono finalmente sfamati. Carne. La bambina entra nella camera del pap. Respira forte attraverso il naso. La camera del pap. La stanza in cui il pap non lha mai lasciata entrare, mai, neanche i primi tempi. La bambina guarda, respirando forte, ferma attaccata allo stipite della porta. Sa che se avanza di un altro passo ci sar la voce del pap ferma troia! e corse e insulti e botte e lacrime e morsi e tutte quelle cose. La bambina si guarda alle spalle. Il pap ancora fermo. La testa fra le mani. La pancia contratta. La bambina fa un passo avanti, gli occhi chiusi, le spalle rigide tremanti. Niente. La bambina ricomincia a respirare. Sbircia il pap. Ancora fermo la testa fra le mani la sbircia, quieto. La bambina fa un altro passo avanti e chiude la porta dietro di s. Per sicurezza. La bambina si dimenticata cosa doveva cercare. La bambina guarda. Cammina in punta di piedi, respirando piano, una mano sulla bocca. Dun tratto, ridacchia di gioia. La camera del pap! Saltella sul posto le mani congiunte pazza dentusiasmo e fa tremare forte il pavimento. Le cose sulle mensole cadono a terra. La bambina bianca di paura le raccoglie in fretta e le riappoggia sulle mensole a casaccio dicendosi da sola di fare in fretta di fare in silenzio.
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La bambina guarda. Sono articoli di giornale. Incorniciati. Parole graffiate incise sul vetro assassiniassassinoassassina assassiniassassinoassassina tuttituttituttiassassini. La bambina con le sue mani grandi con le sue dita tozze senza falangi cerca di spazzare via le parole dal vetro per poter leggere vedere dietro quelle parole del pap che parole il pap ha voluto incorniciare. La cornice cade di nuovo. La bambina arrabbiata la pesta, di forza. Le parole sul vetro scompaiono. La bambina, allegra, estrae larticolo dai vetri rotti. SettimanaTV. In rosso, grande. E poi. I programmi della settimana dal 17 al 23 brumaio. In rosso, pi piccolo. E poi. Rosso, grandissimo, con delle farfalline intorno che volano: Lesecuzione giornaliera pi votata dellanno. Rosso, pi piccolo ma sottolineato: Gli Oscar della Giustizia sono stati assegnati! Miglior vittima dellanno: una procreatrice albina. Miglior carnefice: 5b, la cosiddetta bimba maiale. Rosso, in grassetto, maiuscolo: Tutte le foto allinterno. E come sfondo, ununica foto. La bambina ingobbita coperta di sudore e sangue china sul volto di una donna gli occhi sbarrati la bocca aperta in un urlo senza mascella. La donna ha i capelli

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lunghissimi, bianchi. Il suo corpo lontano, in un altro punto della stanza, gi spolpato. Nel momento in cui stata scattata la foto la bambina stava mangiando il naso alla donna. Avevo odiato il naso di quella donna, profondamente, dal primo momento in cui era entrata. Dal primo momento in cui lei aveva cominciato a pregare e scappare e chiedere. No no ti prego non farlo non sei obbligata mio dio no. Dal momento in cui i poliziotti lavevano gettata dentro e per tutto il terribile tempo in cui il pap aveva aspettato a fischiare, piangendo e urlando al di l della porta, stridendo. mia moglie non posso non posso mia moglie dio. La bambina aspettava ansimando guardando la donna che piangeva e pregava guardando quel naso perfetto cos piccolo e bello da baciare e mentre aspettavo il segnale fremente di rabbia sapevo che stavolta anche senza segnale avrei potuto farlo ucciderla squartarla succhiarla via osso per osso unghia per unghia vena per vena per quel naso perfetto e bellissimo quel naso piccolo senza cicatrici senza mostro senza un colpo di pistola, al di l della porta. La donna smette di piangere. La bambina tende le orecchie. Le sue orecchie mobili, grandi e attente, si puntano verso la porta e ascoltano. Piano, pianissimo, quasi un sospiro inframmezzato interrotto di singhiozzi, arriva il fischio del pap. La bambina sorride, tagliandosi le labbra sui denti nuovi, i suoi denti quadrati da trituratrice. La bambina avanza a passi pesanti sussultori verso la donna che piange ormai in ampie strida inconsulte piegata in un angolo che non
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sa neanche stare al gioco, che nemmeno guarda la telecamera e sa che stavolta sar bellissimo. La bambina riprende in mano il ritaglio di giornale del pap che ritrae quel giorno cos luminoso esitante se lo mette in bocca, lasciando inumidire la plastica e linchiostro sulla sua grande lingua a punta triturandolo con gusto lo sminuzza con i suoi grandi denti quadrati lo ingoia, sorridendo fra s. come se lavesse ammazzata unaltra volta, lei e il suo naso cos bello come se lavesse rubata al pap unaltra volta, e adesso lei e il suo ricordo e il suo sapore sono suoi nella sua pancia per sempre. Adesso il pap smetter di piangere per lei. Adesso il pap smetter di picchiare la bambina, e montarla, e odiarla per lei. Non si ricorder nemmeno pi di aver avuto una mamma capra con i capelli bianchi, lunghissimi. Perch adesso la bambina, adesso, che diventata del tutto la mamma capra. Adesso il pap dovr volerle bene. Adesso il pap dovr proprio farle fare il bambino. Nella camera del pap c anche una finestra, che d verso il fuori. Fuori, sta nevicando. La bambina non si fa distrarre. Dietro la cornice infranta pap teneva i rotondini di plastica che usa per montarmi romantico pap. Li prendo, e me li mangio, tutti. Loro e quel sapore di plastica appena scartata.

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Il libro parla. Cera una volta una famiglia. Una mamma capra e sette bambini rosa. Abitano in una casa piena di soprammobili elettrodomestici specchi e tanti giocatto li. La mamma tutti i giorni esce di casa per cercare del cibo. Dice. State in casa. Chiudetevi dentro. C chi vor rebbe mangiarvi. Giocate agli indiani e guardate la tele visione mangiate parlate scherzate ma non aprite mai la porta, se non sono io che ve lo chiedo. Vi prego, bela. Siete tutto quello che ho. I sette bambini fanno di s con la testa, gli occhi persi nella televisione. Uno dei sette bambini nato con un buco al posto del locchio destro e una gamba pi corta e i polmoni privi di fiato, e i suoi fratelli pensano che sia nato cos, stor pio e guercio e senza fiato, perch cattivo. Per guar darli giocare ridere e correre strizza lunico occhio e piega in maniera strana la testa. I suoi fratelli credono che li guardi cos perch vuole far loro del male. Quando la mamma non c, per paura, lo legano a una sedia. Lui li guarda giocare da lontano, fermo sulla sedia, senza espressione. Solo, strizza lunico occhio, e piega la testa in quella maniera strana. Oggi mentre se ne sta con le mani legate dietro la schiena si accorge che c qualcosa, incollato con lo scotch, sotto il sedile della sedia. Lo stacca. un coltel lo. Taglia le corde, si libera. Corre dai suoi fratellini brandendo il coltello, sorridente. Vorrebbe solo dire: guardatemi, sono come voi. Libero.
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I fratellini si spaventano, e urlando si vanno a nascondere in tutti gli angoli della stanza. Sotto il tavo lo. Nel letto. Nel camino. Nella credenza. Nel barile. Sotto il mastello. Mostro, mostro! Gli dicono. Lo diremo alla mamma, che volevi farci del male, e lei ti mander al macello, come si dovrebbe fare per i mostri come te! Il bambino storpio capisce che potrebbe succedere veramente. Piangendo li va a prendere uno per uno nei loro nascondigli dove vede un sedere rosa sporgere, o un pugnetto rosa tremare contratto e uno per uno li sgozza, e li getta nellampio camino. Nessuno pu scap pare: troppi chiavistelli alla porta. Quando tutti i fratelli sono finiti, e il fuoco li ha divora ti bastantemente, il fratello storpio apre la porta e toglie tutti i catenacci. Andr a vivere nel bosco e far il lupo. Davanti alla porta c la mamma capra. Dice. Fammi entrare. Entra in casa e vede il fuoco brillare intenso e il diva no vuoto e solo quel figlio storpio e mezzo cieco che la guarda, piegando la testa, strizzando locchio. Gli dice. Ridammi il mio coltello. Dice. Ero sicura che prima o poi lavresti trovato, sotto la tua sedia. Quei bambini stupidi, per quanto tempo ti hanno umiliato. Dice. Troppo tempo. Dice. Non devi scappare, resta con me. Non succes so niente. Tu sei lunico figlio che voglio. Fra tutti i miei figli amavo te solo.

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Il figlio storpio raddrizza la testa e dice rabbioso. Mi vuoi bene solo perch sono storpio. Mi vuoi bene perch ero il pi debole di tutti. La madre gli dice. No. Perch eri il pi forte. Incominciano tempi difficili. Dice la mamma strin gendo il coltello nella mano, il palmo che comincia a sanguinare. Torno dal pap. Mi aspetta e trema, come una di quelle vittime che entrano nel buio nella mia vita per farsi ammazzare. Ma qui in cucina c molta luce. Sar tutto molto diverso. Faccio mettere pap con la pancia sulla sedia, come quando si gioca a fare i cagnolini. Gli strappo i pantaloni, sul sedere. Pap, trema. Sono troppo alta per lui. Mi metto in ginocchio, dietro di lui. Gli appoggio le mani sulle anche, come fa lui con me. Il muro bianco, davanti a noi, aspetta. Il bimbo nero aspetta, affilandosi le mani di lama una sullaltra, facendo una musica, cantando con me di lama, quasi come se fischiasse, per me, solo per me. Fallo. Mi dice. Lo attiro con le mani, verso di me, come lui fa sempre. Poi, con i fianchi, lo spingo via, come lui fa sempre. Pap, singhiozza. Lo attiro ancora, lo tiro forte verso di me.
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E lo spingo, forte forte verso il muro. Le mie mani rosa che incidono la sua carne rosa, sui fianchi. Incidono e afferrano. Pelle carne e ossa. Pap, urla. Lo attiro verso di me quasi per mangiarlo per farmelo entrare dentro. Lo spingo via, e sento la sua testa sbattere contro il muro. Una macchia rossa sul muro. Odore di sangue, e di sudore, e di plastica appena scartata afferro tiro e spingo sempre sempre pi forte afferro tiro e spingo di fianchi con le mani afferro tiro e spingo ossa e cranio sbattono contro il muro ritmici afferro tiro e spingo le mie mani che gli entrano nei fianchi afferrano solo ossa e sangue adesso afferro tiro e spingo spingo spingo dalla testa del pap maciullata contro il muro dal suo collo spezzato esce un lungo spruzzo di sangue, che mi inonda la faccia la pancia e scivola gi fino a insediarsi nel mio inguine vuoto. finita. Il bambino nero dentro di me, ora. Il pap, svuotato e inutile, sdraiato sulla sedia. Guarda il muro e aspetta. La bambina toglie lasciugamano dalla telecamera e lo lancia al pap, perch sasciughi. Il pap, ancora, aspetta. Il libro dice. Cera ancora una volta una famiglia. Una capra e sette capretti.

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La capra va nel bosco a cercare cibo. La capra lascia i capretti soli in casa. Il lupo vede la capra sola per il bosco. Il lupo corre alla casa della capra. Il lupo dice ai sette capretti, rimasti soli in casa. Apritemi sono la vostra mamma. I capretti dicono. No, non sei la nostra mamma. La nostra mamma ha una voce dolcissima. Il lupo va a mangiare del miele in un favo di api. Torna, e dice. Apritemi, sono la vostra mamma. I capretti dicono. No, non sei la nostra mamma. La nostra mamma ha le zampe bianche. Il lupo corre dal fornaio e si copre le zampe di farina. Torna, e dice. Apritemi, sono la vostra mamma. Stavolta i capretti aprono. Vedono il lupo. Si nascon dono. Sotto il tavolo. Nel letto. Nel camino. Nella cre denza. Nel barile. Sotto il mastello. Nella cassa della pendola. Il lupo li trova. Li mangia tutti. Si addormenta l, la pancia piena. La mamma capra torna. Squarta la pancia del lupo, senza che il lupo si svegli. Tira fuori i suoi capretti, inco lumi. Mette delle pietre nella pancia del lupo e gliela ricuce. Il lupo quando si sveglia ha tanta sete. Una sete enor me. Corre al pozzo, ansimante, si sporge nel pozzo per bere di pi, sempre di pi. Ci casca dentro, trascinato dal peso delle pietre. Il lupo muore. La mamma e i sette capretti fanno un girotondo
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intorno al pozzo. I capretti dicono, gli occhi pieni di sorrisi. Scusa mamma per la paura. Siamo noi che gli abbiamo dato i consigli giusti per entrare. Volevamo che entrasse. Volevamo vedere comera la pancia del lupo. La bambina chiude il libro. Le venuta sete.

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La mole Costanza Masi

La mattina per andare a scuola devo prendere due tram: il 16 e il 3. Il 16 arancione e sembra un gianduiotto quando lo chiudi in una mano a sciogliersi, solo pi quadrato. Quando si aprono le porte dal tram scendono degli scalini come quelli della chiesa, solo pi leggeri e bucati come le grate per strada. Il 16 lo prendo vicino al giardino e la mattina vedo le persone portare fuori i loro cani che tirano dai guinzagli quasi tutti rossi; sembra come quando fai la spesa al supermercato, tiri forte fuori il carrello dalla fila per poi spingerlo in corsia come il letto dospedale. Scendo e prendo il 3 che un tram un po diverso, pi lungo e assomiglia alla metropolitana che ho visto nelle citt pi grandi, solo che non sottoterra. Guardo i palazzi fuori dal finestrino, sono di colori tristi; su alcuni batte il sole e ci sono le piante nelle terrazze e penso che da grande vorrei andare a vivere l. La mattina in tram mi chiedo quante persone abbiano
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i piedi freddi. Io s e cerco di muovere le dita dentro le scarpe se non sono allacciate troppo strette. Sul 3 incontro alcuni compagni di scuola, non proprio di classe mia, ma di altre tipo la D che fa francese. Alcuni mi salutano, altri no. Forse perch hanno troppo freddo ai piedi. I sedili sono gialli e duri come le sedie a scuola, di plastica e non di compensato che tipo legno, solo peggio. Sulle pareti del tram ci sono delle scritte. Adesso alla mia sinistra leggo Pandemonio, inciso con un coltellino tipo svizzero che io ci taglio il salame in trekking. Pi spesso trovo X ama Y, X + Y = love, oppure X & Y forever sei tutta la mia vita. Alcune scritte sono di gente di scuola perch li ho visti mentre scrivevano col pennarello indelebile che io uso per scrivere nome, cognome, classe e materia sulle copertine dei quaderni. Non so come fanno. Io sento che la mia vita non di nessuno. Ho dovuto iniziare una nuova scuola perch quella vecchia finita e anche mia sorella ha cambiato e fa il liceo. Questa nuova scuola pi distante da casa delle elementari, dove potevo andarci a piedi, ma la mamma mi lascia andare da sola lo stesso e ha promesso che non mi far pi mettere per forza gli stivali di gomma quando piove che mi vergogno poi a starci in classe, mentre gli altri compagni avevano sempre le scarpe normali come se non gli si potessero bagnare i piedi. Oggi a scuola ho fischiato. Cera linsegnante di italiano nuova anche se vecchia e ha chiesto chi fischia? E io ho detto scusi non lho fatto

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apposta, solo che non so come mi venuto da fischiare unaltra volta e si arrabbiata. In classe si sono messi a ridere ma non ho capito se un bene. Allinizio di questanno ho dovuto mettere gli occhiali perch sono miope, che vuol dire non vederci da lontano. Anche mia sorella miope perch dalla finestra di salotto non riesce a leggere il cartello STOP allangolo della strada sotto. Io non volevo dire che non ci vedevo, come quella volta che sarei dovuta andare a catechismo ma mia mamma se nera dimenticata e io me ne stavo zitta perch non mi piaceva; poi per caso mi venuto da chiedere come si faceva il segno della croce e allora se n ricordata. I miei occhiali sono tondi con la montatura gialla come loro, solo che non . Quando sono uscita dallottico che non so perch mi chiama Serena, allo specchio sembravo Cavour. Sono passata dal giardino e ho visto bene il verde e i cani. In classe gli occhiali ce li ho solo io e la professoressa ditaliano, ma i suoi sono vecchi e spessi, anche se lei secca e sembra un ramo che sta per staccarsi dallalbero come quello che la mattina al giardino i cani mangiucchiano sputando la corteccia. In verit anche una mia amica di classe porta gli occhiali, ma i suoi non contano perch i ragazzi dicono che ha le tette grosse e basta quello; ha pure i capelli scuri come la professoressa, ma si vede che non sono parenti perch la sua pelle troppo consumata e non serve pi a nessuno.
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Con mia sorella faccio un pezzo di strada a piedi e poi io continuo verso il parco fino alla fermata del tram, mentre lei prende sul viale lautobus numero 67, che una volta lha preso barrato che ha la fermata diversa ma non lo sapeva e ha saltato il compito di latino. Mia sorella ha una felpa molto bella che io la vorrei uguale: ha le maniche fino sotto i gomiti, il collo pari e tondo come un uovo ed a fiori grandi che sembrano schizzi di vernice blu e rosa. Ma pi di tutto mi piace perch dietro, sotto la nuca, c cucito un quadrato bianco di stoffa con stampato il muso di un boxer con le orecchie tagliate. Io invece ho una felpa con dei gatti che mia sorella mi ha portato quando andata in America. bianca con tanti musi di gatto stampati sopra in rilievo gommoso che sul banco mi frenano come le scarpe da ginnastica in palestra. La professoressa dinglese durante lintervallo mi ha chiamata alla porta di classe per chiedermi dove lavevo comprata. San Francisco. La mia migliore amica di classe ha i capelli biondi chiari come gli stranieri del nord e anche gli occhi azzurri e dicono che non sembra italiana. Anche se non ha le tette grosse la mia migliore amica di classe piace a tutti i ragazzi e parlano di baciarsi e si fanno le confidenze come su Cio e me ne tengono fuori e li ho sentiti dire che non avevo ancora baciato nessuno, che era vero ma come facevano a saperlo? Quando mi sono venute le mestruazioni credevo che non lavrei mai detto a nessuno. Una volta a scuola, parlando con le mie amiche di classe ho

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detto proprio sorridendo fiera a pieni denti: Anche io ho le mestruazioni, credevo che non lavrei mai detto a nessuno. E mi sono sentita bene perch era bello stare insieme come quando fuori per la pizza o il sabato da Money Money che come McDonalds solo che qui non c come a Milano, come la metropolitana. Io di solito prendo le crocchette di pollo fritto perch nellhamburger ci mettono il ketchup e la maionese che non mi piacciono, ma mia mamma mi ha detto di non prenderle perch le fanno con la carne che avanza. Una volta sono andata nel bagno del fast food e ho visto che mi erano venute le mestruazioni. Era domenica perch tutti i negozi erano chiusi. Stamani nevica e il gradino di metallo bucato del tram scivoloso come il burro che ti rimane sulle mani dopo averlo spalmato sulla teglia. Casco appoggiandomi male sui palmi delle mani, rovinando i guanti Think Pink blu scuro con le dita colorate coi colori dinverno. Ridono i ragazzi della D mentre mi alzo e faccio finta di niente. Talpa! Stringo gli occhi e vado a sedermi. Allaccio bene le mie Nike Air Agassi che oggi c ginnastica e sono in tuta Arena acetata viola e sotto con la maglietta americana di Roger Rabbit che un cartone, ma qui non ancora arrivato. Metto bene gli occhiali sul naso e guardo fuori. Da sempre la domenica non c mai scuola e vale anche dopo perch mia sorella dorme fino a tardi. Io aspetto che si svegli e poi andiamo in cucina e la mamma ci fa addirit160

tura le crpes e chiede: Un uovo o due?; un uovo vuol dire quattro crpes, e due otto. Le crpes mia mamma le fa in una pentola grande di quelle vecchie e divide luovo steso, che come una frittata solo dolce, in quattro spicchi come nel Trivial dove non so mai le risposte; poi li stende uno sullaltro con in mezzo lo Scottex per assorbire lunto. Ogni tanto per mia sorella per colazione mangia salato e non capisco come fa di mattina a prendere la schiacciata col prosciutto e allora io mi mangio le crpes da sola. A volte la mattina mi sveglio e non riesco ad aprire bene gli occhi, come quando mi venuta la congiuntivite una notte e sono andata in bagno a guardarmi perch sentivo male e aprendo le palpebre usciva giallo e ho detto la fine ho un taglio nellocchio. Poi la mattina la mamma mi ha dato un collirio che forse cera il cortisone ma non sono sicura che possa andare negli occhi e si sono sgonfiati, tanto che quando ha suonato il postino non mi ha detto niente del tipo che brutta congiuntivite e la raccomandata lho firmata io come i grandi. Sono molto triste perch la miopia peggiorata e sono dovuta tornare dalloculista e mia mamma dice che colpa dei videogiochi, ma loculista ha detto che basta non esagerare. Allora sono tornata e ho giocato col Nintendo 8 bit a Cobra Triangle dove guido un motoscafo ma non passo mai il livello del mare ghiacciato e scoppio andando contro gli iceberg e non vedo i colori perch

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uso una televisione piccola quadrata rossa in bianco e nero che ha lantenna tonda. Una volta mi sono messa lantenna al collo e la mia migliore amica di classe ha creduto davvero che fosse una collana. La mia migliore amica di classe ha unamica che vive nel suo palazzo e si conoscono da quando erano pi piccole di ora. Dice che questa amica la copia in tutto, come per esempio nei vestiti e nelle scarpe. Un giorno ha comprato un paio di scarpe di pelle scamosciata con la suola in gomma e la punta squadrata che hanno un nome di marca ma non mi ricordo. Il giorno dopo ce le aveva anche lamica di palazzo. Anche lei ha i capelli biondi e gli occhi azzurri ma non sembra straniera, porta gli occhiali che vuol dire che non abbastanza carina. E poi non ha nemmeno le tette grosse. Oggi alla fermata del tram un cane mi corso incontro. Aveva il guinzaglio rosso, ma non come quelli normali che si mettono al collo, il suo era come quelle cose da mettere al sedere di chi va in montagna a scalare, che il nome lho dovuto cercare sul dizionario: imbracatura. In realt il cane non lho proprio visto, lho sentito, ma non correre o abbaiare, lho sentito come si sente caldo o freddo. A raccontarlo c da sentirsi dire eri stanca, suggestionata, guardi troppa televisione; allora non lho detto a nessuno e ho solo chiesto il nome del collare: pettorina. Domenica se una bella giornata andiamo a casa del
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mio compagno di classe un po ricco che suo nonno ha una casa con il giardino, il campo da tennis e la piscina. Ho comprato del nastro antisudore nuovo per limpugnatura della racchetta colorato tipo arcobaleno ma in tonalit pastello che ha le corde verde mela e il resto grigio metallizzato come la macchina del babbo. Nello zaino ho messo anche i pantaloncini corti grigi, che se corro tolgo la tuta che ho caldo, le Nike Air Agassi e una maglietta grigia Nike con la scritta grande nera un po in rilievo ma meno di quella della felpa dei gatti. Ho preso anche il costume verde due pezzi, ma non bikini. Poi sono andata con i miei compagni che avevamo fissato alla fermata dellautobus. Il campo da tennis di cemento, che sarebbe come dire facciamo qualche striscia per strada, chiudiamola al traffico e mettiamoci una rete nel mezzo. Dico cos perch speravo fosse di terra rossa che mi si macchiavano le scarpe e potevo dire che ero stata a giocare a tennis. Anche la piscina non era come me lero immaginata: lacqua non era azzurra come quella degli alberghi esteri davanti al mare dove ti dici che nel mare ci sono gli squali e in piscina non entra la sabbia nel costume. Tutto intorno ci sono delle mattonelle di cotto e pare pi di stare in un salotto che allaperto. E poi dentro lacqua cerano tutte delle foglie mosce come i corn flakes se li lasci troppo nel latte. Nessuno ha fatto il bagno di marzo, ma secondo me non lavrebbero proprio mai fatto nemmeno come prova di coraggio perch quando la mia migliore amica di classe ha messo i piedi nellacqua tutti

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hanno fatto un brivido in faccia. Fare il bagno un problema perch non posso portarmi gli occhiali in acqua o per esempio al mare si arrugginiscono le stanghette e devo tenere per forza la testa fuori che non entrano sotto la maschera che quelle moderne le fanno anche graduate ma costano care e poi se la togli perch stringe sul naso che ti fa il segno rosso non ci vedi come prima. La mia amica di classe con le tette grosse racconta delle lenti a contatto, ma a me fa paura indossare qualcosa in un occhio e i compagni mi dicono ridendo talpa e coniglio che non ci vedo e non ho coraggio. Ho guardato le gambe delle mie compagne e loro non avevano peli mentre io s e non ci avevo mai fatto caso o non mi erano mai sembrati cos tanti e scuri che assomigliavano pi a quelli di un ragazzo solo dritti, ma poi dalle altre parti non li ho ancora e mi sono detta forse si devono spostare. E poi avevo i pantaloncini corti pi belli. Stanotte i peli si devono essere spostati perch li ho anche sulle braccia, ma non lho ancora detto a mia mamma, come quando ho perso sangue e non sapevo che erano le mestruazioni e ho detto se un taglio si rimar giner. Poi ho visto che non smetteva e sono andata a dirlo a mia mamma che era contenta e il giorno dopo pure la figlia della parrucchiera mi ferma per dirmi che sono diventata signorina. Indossavo una polo Lacoste a righe bianche e verde acqua con colletto verde acqua. La cosa strana dei peli che sono come quelli di una
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spazzola, tutti dritti e si muovono in su se mi infilo i pantaloni, in gi quando me li levo per fare pip. Alla fermata del 16 ormai sento bene arrivare il cane in pettorina rossa. Durante il tragitto tra la fermata del 16 e quella del 3 gli scatti dei binari mi rimbombano dentro come fossi una pelle di tamburo ed come ascoltare sempre la musica in filodiffusione che fa la sveglia nelle camere dalbergo. Il naso umido del cane si infila appena sopra la fine del calzino basso alla caviglia, la tuta acetata dellArena mi va corta perch mi sono alzata come se avessi un altro paio di ginocchia per gamba, come quel gelato con tre palle crema, cioccolata, stracciatella, luna sullaltra e gli stinchi secchi e duri come lo stecchino di legno. Il cane mi lecca e se ne va. Gli occhi mi si fanno sempre pi piccini e ci vedo ancora meno. In classe poi mi arrangio dal primo banco o pi indietro ricopio dal quaderno della mia amica di classe con le tette grosse che ha gli occhiali e riesce a vedere bene mentre io no. A volte capita che ci mettiamo accanto e se una bella giornata col sole che batte, i nostri occhiali sono chiari e luminosi come i vetri delle finestre o delle lenti di ingrandimento, solo che non brucia niente dentro. Se per strada non ci sono troppi rumori di macchina teniamo la finestra socchiusa durante le lezioni e il sole mi batte sulle gambe e sui piedi nelle Nike Air Agassi. successa una cosa strana in questi giorni, mi si sono

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rimpiccioliti i piedi perch le scarpe mi stanno tutte grandi. Come prima cosa avevo pensato che si fossero allargate le scarpe, visto che le uso anche per correre in su e gi per il corridoio. Poi ho pensato che era impossibile perch non mi metto tutte le scarpe che ho; allora ho guardato bene i piedi e ho visto che erano piccoli come le pere che mia mamma mangia la sera col pecorino. A volte i miei amici di classe sono cattivi perch prendono in giro un altro nostro compagno che lo invidio che ha la macchina da scrivere elettrica portatile e ci fa le ricerche di musica. Con i miei amici di classe gli facciamo gli scherzi telefonici dicendo che gli puzza il fiato che non una cosa tanto gentile ma tocca un po a tutti. Lui molto paziente e fa finta di niente, a volte cerca di sorridere ma per me non contento come me quando mi tengono fuori dai discorsi e mi devo comprare i quaderni o le scarpe nuove per sentirmi uguale, che se in fondo sono tanto talpa le talpe sono tutte uguali come gli animali fra di loro, solo le femmine pi piccole dei maschi. Spesso il sabato andiamo a casa della mia amica di classe con le tette grosse e stiamo a parlare o ci fa ascoltare le cassette di Gianna Nannini che la sua cantante preferita, mentre a me non piacciono molto le sue canzoni tipo Bello e impossibile. A casa della mia amica dalle tette grosse a volte rimaniamo anche a dormire, oppure i genitori ci vengono a prendere alle dieci e mezzo in macchina. Se rimaniamo mettiamo i sacchi a pelo per terra, per non ci dormo mica bene che troppo duro e
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mi fanno stare sul letto e a volte sbavo sul cuscino dal sonno. La mia amica di classe ha un cane che si chiama Skipper come la Barbie con i piedi piatti e senza seno. Skipper mi annusa tanto come se fossi un animale e fa pip vicino a me nel cortile dove siamo a giocare mentre le mie amiche di classe sono in cucina a fare il t e io ho detto posso andare fuori in cortile con Skipper? Che mica mi diverto a guardare lacqua che bolle. Fuori Skipper si mette a scavare spostando un sacco di terra e dico no Skipper ti sporchi che poi non ti fanno entrare in casa e non so come ho cominciato a scavare come se avessi le palette da sabbia al posto delle mani e mi sembrava che pure il cane mi guardasse storto e con le mani continuavo ed erano cresciute come quelle di un adulto o anche di pi, come le pinne di un pesce. pronto il t chiamano da dentro. Ma che hai fatto? Lavati almeno le mani. Domenica pomeriggio capita che vado con gli amici di scuola al cinema. Per uscire mi sono messa la felpa bianca dello zoo di San Diego con la scritta Welcome to the wild side, i jeans stone washed e le L.A. Gear gialle fluo e blu elettrico con le doppie stringhe e il meccanismo pump come le Reebok, solo di unaltra marca. Questa domenica andiamo a vedere Akira, che un cartone animato giapponese. Ho guardato come arrivare al cinema sullo stradario e poi ho fatto come la guida dei turisti cinesi che tiene una bandierina alta in mano come se

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dovesse far atterrare un aeroplano. Siamo passati vicino a un cantiere, camminando sulle assi di legno come il ponte di una barca. Ho impolverato le scarpe. Al cinema molti bambini hanno pianto e i genitori dicevano non avere paura, ma i bambini niente, e qualcuno pure uscito perch il cartone non come quelli di Walt Disney, e ci sono i giapponesi senza gli occhi a mandorla che vanno in moto senza casco, dei bambini vecchi e uno del film si gonfia come un bign e diventa un mostro alla fine che quasi scoppia come un palloncino pieno dacqua e invece cresce e ingrandisce e a volte mi fa male la pancia e mi dico che succede qualcosa anche a me e poi faccio la cacca sciolta. Stamani volevo portarmi il walkman in tram per non sentire i rumori degli scambi come fossi distesa sulle rotaie. Ho scelto la cassetta e tolto gli auricolari al Game Boy blu il sinistro e rosso il destro come il pomello dellacqua calda. Ho fatto per metterli ma non mi sono trovata le orecchie e ho riprovato perch forse avevo sonno che ero rimasta a vedere Superman III alla tele che quello che mi fa pi paura con la donna che diventa un robot. Le orecchie non le avevo pi davvero ma sentivo lo stesso la mamma parlare e mi vibrava tutto dentro come se avessi ingoiato dei petardi, ma lei non diceva niente e forse era una fase della crescita come la storia dei peli. Allora ho messo il walkman sul tavolo e sono andata verso la fermata del tram.
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Stamattina mi sono svegliata e ho buttato le braccia indietro come sempre per cercare gli occhiali sul cassettone ma sono arrivata appena a toccare il filo della luce. Le braccia mi si sono accorciate e il pigiama con i granchi mi sta lungo, le mani spuntano appena sotto la maglia, che se mai trovassi la cosa divertente non arrivo a grattarmi la pancia. I peli li ho ormai su tutto il corpo e non ho bisogno di uscire con i jeans felpati El Charro. Per andare a scuola metto gli stone washed americani con il giubbotto jeans coordinato, sotto la felpa azzurra con la scritta UCSD, che sta per University California, San Diego. Ieri ho dormito tutto il giorno dopo sei fette di pane e Nutella e non ho studiato per storia e geografia dove ho due cinque in pagella perch la professoressa di italiano mi odia. Lora quasi finita e sono con le dita incrociate perch non voglio essere interrogata ma un minuto uno prima del suono della campanella ho parlato con la mia migliore amica di classe e la professoressa mi ha chiamata alla cattedra per rimandarmi a posto con quattro. Sento caldo tutto dentro e mi sbuccio come un uovo sodo, i vestiti si strappano come nel telefilm di Hulk. Ci vedo sempre meno, forse aveva ragione mia mamma e non dovevo giocare col Nintendo, non ho pi gli occhiali sul naso, dentro le Nike qualcosa che dovrebbero essere i miei piedi; faccio per correre in bagno ma mi ritrovo su quattro zampe come le ruote di una macchina: sono una talpa di un metro e mezzo e la classe credo che mi guar-

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di perch vedo delle ombre e mi avvicino alla cattedra con la mia migliore amica di classe che si alza piano per farmi passare. Sento lodore della professoressa di italiano che ancora pi spiacevole che doverla vedere, pigola di andare a posto, di sedermi o mi mette una nota. Mi appoggio sul mio nuovo grosso sedere facendo leva con le zampe posteriori, mi alzo puntandole ununghia affilata su un ginocchio e mi metto a fischiare. Problemi?

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Il parere dellesperto: Bruno Fornara


Chirurgia fantascientifica: al poliziotto Sean Archer mettono la faccia del criminale Castor Troy, la sua la tengono a mollo in un liquido che la conservi fino a quando, terminata la missione, gliela riappiccicheran no. John Travolta ha adesso la faccia di Nicolas Cage. Ma Troy non sta a guardare: si fa operare anche lui, diventa Archer. Nicolas Cage ha adesso la faccia di John Travolta. Scambio di facce e di vite. Manierismo narra tivo e visivo di John Woo: mettersi nei panni e nella fac cia del cattivo o, viceversa, del buono per combatterlo. Chi non vorrebbe mettersi in una nuova storia Frankie Dunn, lallenatore di pugilato nella cui palestra si allena Maggie, che non pi una ragazza, eppure vuole arrivare al titolo mondiale. Sempre scambi di vite: lui, Clint Eastwood, vive la vita di Maggie e alla fine gliela toglie perch n la sua n quella di lei sono pi vita. E poi, quei Tenenbaum, dalle vite attorcigliate, vite che dovevano essere geniali e che sono invece insensate, con Wes Anderson che ce le mostra e racconta con piglio pop e inquadrature geometriche, con quella musica introduttiva di Hey Jude dei Beatles, che allinizio del film sembra essere sempre l l per partire e invece gira in tondo, si ripete, si attorciglia e non diventa canzone. Rappresentazione del caos di un minimo mondo fami liare in forma rigorosamente ortogonale, mondo in cui
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tutto viene guardato con riga e squadra mentre tutto e tutti scappano da tutte le parti. Cantavano cos, i Beatles: Hey Jude, non prenderte la, prendi una canzone triste e migliorala, ricordati di conservarla nel cuore, cos potrai cominciare a miglio rarla. E ogni volta che provi dolore, Hey Jude, calma! Non caricarti il mondo sulle spalle. Al cinema tutti, di solito, si caricano il mondo sulle spalle. Spesso restano schiacciati sotto.

Bruno Fornara, classe 1945, presidente della Federazione Italiana Cineforum e direttore editoriale della rivista Cineforum. Fa parte del gruppo organizzatore del Bergamo Film Meeting e ha ideato Ring!, primo festival della critica cinematografica.

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Le decisioni di mio figlio sono sempre un po precipitose Marco Prato

Uno dei nostri clienti si avvicina e mi chiede cosa ne penso dellincendio di Diano Marina, notevole gli dico, notevole. Mi guarda come se si aspettasse dei complimenti poi mi dice che stato lui ad appiccarlo, sono andato su per la montagna con una latta di benzina e ho seguito alla lettera i vostri consigli, mi dice. Congratulazioni, gli dico. un ragazzo sulla trentina. Mi spiega che le nostre audiocassette esplicative sono fantastiche, fantastiche. Costano luna venti euro. In catalogo ne abbiamo una trentina, ognuna si occupa dei principali metodi per appiccare un incendio. Il mio ufficio uno stanzino con una piccola scrivania e una pianta di ficus, alle pareti un ragazzo ha aerografato con delle bombolette delle fiamme. Sono addetto alla sezione aspiranti piromani. Ultimamente il settore sembra in espansione e il nostro direttore vendite ci dice di battere il ferro finch caldo, lui la trova divertentissima questa battuta del ferro finch caldo riferita al

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nostro settore, spesso la fa con i clienti i quali non ridono perch le uniche cose che ai nostri clienti interessano sono produrre la pi grande quantit di fuoco e calore e (talvolta) distruzione possibile, con della gente del genere chiaro che lironia non di casa. Come sta sua figlia, capo? mi chiede Alex il magazziniere, maneggiando una tanica di benzina. Mia figlia ha diciotto anni. Vive con sua madre. Al momento della separazione lei ha preferito sua madre. Cose da matti, davanti al giudice. Lei uguale a sua madre, di carattere intendo. Insieme quelle due sarebbero da sbattere in galera e buttare la chiave. Basti sapere che mi hanno accusato di molestie, a me. Hanno chiamato anche il ragazzo di mia figlia che io non avevo mai visto, me lo hanno presentato in tribunale, questo si avvicinato con i baffi e la cicca in bocca, mi ha dato la mano dicendo ciao, io sono Simon e in aula ti spaccher il culo. Poi in aula questo qua si inventato che una volta lui aveva filmato me e mia figlia che facevamo cose in garage. Il giudice ha detto prego procediamo con laudiovisivo. Si messa su la videocassetta che doveva ritrarre me e mia figlia fare cose nel garage. Il filmato era tutto buio. Si sentivano dei versi incomprensibili, dei mugolii. Poi a un certo punto Simon ha stoppato e ha detto guardate signori della Corte, e cera la mia faccia appiccicata malissimo nella penombra a un tizio che per nulla al mondo avrebbe potuto assomigliarmi, neanche un cieco si sarebbe sbagliato. Il mio amico Roberto, che mi ha seguito per tutte le fasi del processo, quando ha visto
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quella roba si messo a urlare, ma quello un fotomontaggio del cazzo, lo capirebbe anche un bambino. Silenzio in aula ha detto il giudice. E si sono ritirati per esaminare le prove. Alla fine venuto fuori che quel video era un falso e Simon non ha pi potuto mettere piede in aula. Per non so perch il giudice ha continuato ad avercela con me. Mio figlio che ha ventanni mi ha detto pa non ti preoccupare lasciale perdere quelle due. Netta spaccatura in famiglia. Maschi da una parte. Femmine dallaltra. Il giudice cos ha sentenziato. La figlia resta con la madre. Il figlio con il padre. La storia delle molestie rimane sospesa in vista di ulteriori indagini. Uscendo dal tribunale mio figlio ha tirato fuori un dito medio grosso come una casa rivolto a tutto quanto il palazzo di giustizia. Vaffanculo ha urlato sbracciandosi dal finestrino mentre abbiamo incrociato mia moglie e mia figlia sul marciapiede. Lho guardato seduto al mio fianco in macchina. Pa, non ti abbandoner mai mi ha detto. Io stimo moltissimo mio figlio. un giovane con la testa sulle spalle. Ho gi parlato con il capo del personale dellazienda dove lavoro. C sempre bisogno di gente, specie al reparto audiovisivi. Laltro mese abbiamo assunto due laureandi per dei lavori di archivio. Sono stati due mesi ad ascoltarsi e catalogare chilometri e chilometri di nastri con registrati rumori di chiss quante foreste incendiate. Rumori di legno crepitante e tizzoni ardenti. Con quei rumori facciamo cassette, cd, e per i pi esigenti anche vinili, per la nostra serie I rumori del fuoco. Pare che ai nostri clienti concilino il sonno, vanno

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a dormire con il rumore di incendi nelle orecchie e dormono felici come neonati per tutta la notte. Allinizio mi dicevo valli a capire questi, sono fuori di testa, ora mi ci sono abituato. E comunque mi piacerebbe fare qualcosa per mio figlio. Lunico difetto che ha mio figlio di essere uguale a sua madre. Ma non dico somigliante. Somigliante sarebbe troppo vago. Dico, la copia al maschile di mia moglie. Pa, mi dice a volte piangendo, io non ce la faccio pi a guardarmi allo specchio. Ogni volta che mi guardo vedo quella puttana di mia madre, mi dice. Piano con le parole figliolo, lo rimprovero, in fondo sempre mia moglie. Per lo capisco. E capisco anche mia figlia che invece la mia copia identica sputata ma al femminile. Lei me se fossi nato donna. E ora non sto qua a raccontare le scenate che fa per questa cosa. A ogni modo, ora c una novit. Qualche giorno fa mio figlio mi chiama al lavoro. Capo, c tuo figlio al telefono, mi dice Alex. Ciao, gli faccio sollevando la cornetta, cosa c? Domani sera io e mia sorella ti vorremmo incontrare, abbiamo una proposta da farti. C anche mamma. Figliolo, gli dico, non ho voglia di vedere quelle due. una cosa seria pa, mi fa mio figlio. Va bene allora. Metto gi la cornetta e mentre spiego a un cliente le modalit del nostro tutoraggio di piromania mi chiedo che cosa ci sar di tanto urgente da dirmi. La sera dopo ci troviamo in pizzeria. una pizzeria
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che hanno aperto da poco. di propriet dei genitori di Simon, mi dice mio figlio, quello stronzo che in tribunale ha cercato di incularti. Mi ricordo perfettamente chi Simon, gli dico. Davanti a noi sfrecciano delle cameriere in pattini portando pizze e birre. Prendono le ordinazioni con dei telecomandi a forma di bastone da forno a legna. Parlano come dei robot. Forno a legna o padellino? Lo chiedono in continuazione. Forno a legna o padellino? Forno a legna o padellino? Due signori vicini a me commentano le ragazze sui pattini. Uno chiede allaltro se questa cosa delle cameriere sui pattini non sia un po passata di moda. Laltro gli risponde che se le ragazze mostrano le tette la cosa non passa mai di moda. Io e mio figlio aspettiamo nellatrio. Ci chiedono se vogliamo qualcosa nel mentre, qualcosa da bere, e un cameriere ci apre davanti una specie di mobiletto a forma di Vesuvio con le rotelle. Dentro ci sono delle bottiglie. Guagli, tutta robba fatta in casa, dice il cameriere, robba bbuona. Ordino un po del contenuto della bottiglia rossa. Ghiaccio? mi chiede il ragazzo. Va bene, gli dico. Il ragazzo schiaccia un pedale al fondo del mobiletto e dalla bocca del Vesuvio cominciano a scendere cubetti di ghiaccio, dritti dentro il mio bicchiere. Tenga sign, dice il ragazzo. Lo guardo. Il ragazzo sta chiaramente facendo finta di essere napoletano. Il ragazzo non napoletano, lo si sente da come parla. Parla come un veneto che sta ten-

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tando di imitare Nino DAngelo. Gli guardo il cartellino sulla divisa: Gennaro. Tu non sei napoletano, vero? gli chiedo. Il ragazzo inizia a tremare, i cubetti di ghiaccio dentro il mio bicchiere tintinnano come tanti lampadari durante un terremoto. Non sei napoletano, vero? insisto. La prego sign, non mi metta nei guai. Gennaro non il suo nome, ne sono pi che convinto. La prego sign non mi metta nei guai. Tenga il suo drink (pronunciato drinche). Il ragazzo scappa verso le cucine spingendo di fretta il mobiletto a forma di Vesuvio. Io e mio figlio ci guardiamo. Questo posto fa schifo, pa, mi dice. Aspettiamo ancora una decina di minuti dopodich arrivano mia moglie e mia figlia insieme a Simon. Si separano da quello stronzo prima di venire a salutarci. Sappi che nessuno qua per divertirsi, precisa mia figlia. Va bene, dico. Ci sediamo a un tavolo. Dietro di noi, sul muro, una composizione di neon ripropone con colori fluorescenti la baia di Napoli. Ordiniamo una pizza al metro. Siamo in quattro. Un metro di pizza. Come va la scuola?, chiedo a mia figlia, cos, per rompere il ghiaccio. Mia figlia scoppia immediatamente a piangere. Mia moglie si affretta a consolarla, guardandomi con odio.
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Il professore con cui era andata a letto per assicurarsi la promozione, mi informa mia moglie, morto la scorsa settimana. Mi dispiace, dico, e come morto? Gli hanno sparato, dice mia moglie. Mia figlia singhiozza bevendo Coca-Cola. Pensano che sia stata una ex alunna, insoddisfatta della pagella di fine anno, aggiunge. Ges, fa mio figlio, non sei neanche buona a capire quali professori meritano di essere scopati e quali no. Sei uno stronzo, grida allora mia figlia in lacrime battendo i pugni sul tavolo, e ringrazia che ci dobbiamo scambiare la faccia altrimenti lo vedi questo? (e dal taschino del giubbotto tira fuori un piccolo contenitore sulla cui etichetta, a caratteri Times New Roman dimensione 14, vi scritto ACIDO) lo vedi questo?, beh te lavrei gi rovesciato in faccia da un pezzo, grandissima testa di cazzo! Aspettate un attimo, dico, non ho capito questa cosa della faccia. Pa, dice mio figlio, per questo che siamo venuti qui. Volevamo dirtelo con calma, ma come immaginavo con queste bestie non ci si pu comportare civilmente. Abbiamo deciso di scambiarci la faccia. Mia sorella mi d la sua e io le do la mia. Guardo mia figlia. Si sta asciugando le lacrime con il tovagliolo. Mia moglie mi guarda masticando una gomma. Mi sembra pazzesco, dico, e tu non dici niente?, chiedo rivolto a mia moglie.

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Mia moglie alza le spalle e scuote la testa. Spostati che arriva la pizza, dice. Ma Cristo santo, dico, i nostri figli stanno per scambiarsi la faccia e tu pensi alla pizza? Che razza di madre sei? Eh? Senti, bello, dice mia moglie alzando la voce, io non accetto nessuna predica da te, ma proprio nessuna, che cazzo ne sai tu di come si comporta una madre moderna, eh? Niente! Te che te ne stai tutto il giorno chiuso in quella topaia piena di pazzi esauriti che vogliono dar fuoco a tutto! Io almeno cerco di fare la mamma, mi impegno. Sullultimo numero di Donna cera un test per capire se si delle buone madri e, beh, mi spiace dovertelo dire, ma ho preso il punteggio massimo, stronzo, e questo ti impedisce di farmi qualsiasi, e dico qualsiasi, osservazione su come intendo educare i miei figli, capito? Abbasso lo sguardo sul mio piatto di pizza. Anche mio figlio, che non ha detto una parola, fissa la sua pizza. Gli hai dato una bella strigliata eh, mamma?, dice mia figlia orgogliosa. E certo, risponde addentando un pezzo di pizza. Torniamo a casa, io e mio figlio. Sulla statale un gruppo di volontari della protezione civile ci sbarra il passaggio. Dobbiamo fare passare una colonia di rospi, ci dicono. Spengo il motore lasciando le luci accese. Perch vuoi fare una cosa del genere? chiedo a mio
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figlio, nel silenzio della macchina. Fuori i fanali gialli della macchina stanno illuminando lasfalto brulicante di corpi mollicci e verdastri. Perch ti voglio bene, pa, mi dice, non voglio pi avere la faccia della donna che pi odi al mondo. Ma non c bisogno che tu faccia una cosa del genere per dimostrarmi il tuo amore, gli dico. Mi spiace pa, ma ormai troppo tardi. Troppo tardi per cosa?, gli chiedo. Per quelli della televisione, risponde. La televisione?, chiedo. Mi spiace pa, ma dove avremmo trovato i soldi per loperazione secondo te?, mi dice, sconsolato, guardando fuori dal finestrino. Fuori i rospi saltano impazziti intorno alle ruote della macchina. Alex, il mio magazziniere, mi accompagna in ospedale perch ha saputo che ci sono quelli della televisione e spera di vedere Caramela, la conduttrice brasiliana del programma che seguir in diretta lintervento chirurgico di mio figlio. Nella hall dellospedale una manciata di giornalisti ci scattano flash e ci fanno domande su come ci sentiamo. Alcuni fanno anche domande ad Alex. Alex risponde tranquillamente, ma non so esattamente cosa dica. Dopo poco arriva Caramela, la conduttrice del programma, seguita da una decina di operatori, si avvicina e mi chiede se sono io il padre, s sono io il padre rispondo. Alex vicino a me sta sbavando per il vestito di Caramela,

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che tutto composto di aghi di pino intrecciati fitti fitti e che spande nellaria un odore di pasticca per la tosse fortissimo. Alex mi confida in un orecchio che alcuni pensano che Caramela sia un trans, ma mi dice che anche se cos fosse a lui non gliene fregherebbe nulla, che glielo fa drizzare comunque. Buon per te, gli dico, scusa Alex ma ora ho la mente altrove, i miei figli stanno per scambiarsi la faccia e non ho tempo per pensare alle tue fantasie sessuali. Un dottore con dei sandali ai piedi mi accompagna al terzo piano, nella stanza di mio figlio, attraverso un ascensore di servizio, per evitare la folla di giornalisti e soprattutto gli arrapati venuti per Caramela. Dentro la stanza mio figlio sdraiato in un letto a forma di galeone dorato di dimensioni spropositate, circondato da fiori e cibo frutta bottiglie di vino argenteria scintillante. Tutta roba di scena, la facciamo sparire appena quelli della televisione vanno via, mi dice il dottore. Anche il letto?, chiedo. Soprattutto il letto, mi dice lui. Ciao pa, mi saluta mio figlio agitando una mano piena di fili e aghi collegati a delle flebo di colori quasi fosforescenti. Al naso ha anche due tubi trasparenti che lo fanno sembrare un tricheco. Ma che diavolo gli avete fatto, chiedo al medico, non stato ancora operato e gi lo conciate cos? Sono quelli della televisione che lo vogliono vedere in questo stato, dice il dottore e prende in mano una bottiglietta di quelle fosforescenti appese allingi, tutta roba innocua mescolata a qualche goccia di colo182

rante per fare scena, stia tranquillo. Colorante un cazzo, gli grido in faccia. Lei la fa troppo lunga, le ho detto di stare tranquillo no? continua il dottore, una procedura che gi stata sperimentata pi volte, anche la scorsa settimana, per dire, con il caso di quella donna che aveva partorito un figlio da un babbuino. Qualcuno bussa alla porta. Avanti, grida il medico. Uninfermiera entra di corsa nella stanza portando una barella sulla quale sdraiato un uomo semicarbonizzato. Dottore, questo paziente deve essere immediatamente sottoposto a un intervento, ha pi dellottantacinque percento della superficie corporea ustionata, dobbiamo sbrigarci!, strilla linfermiera. Ora non ho tempo per lui, dice il medico, abbiamo il caso dei due che si devono scambiare la faccia e non c tempo per pensare a un banale ustionato, fatelo vedere a qualcun altro. Ma il problema dottore, dice linfermiera, la sala operatoria, lintervento dei due ragazzi durer ore e questo poveretto ha bisogno subito di essere operato, non possiamo aspettare. Linfermiera va su e gi per la stanza, portandosi dietro la barella. una nuova, si capisce subito dai nervi ancora troppo fragili. Ma Cristo santo, vuole stare ferma con quella barella? Lo far morire prima del dovuto quel poveraccio, dice il medico. Mi avvicino alla barella per vedere la faccia dellustio-

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nato e, sorpresa, lo riconosco. un mio cliente, uno di quelli che aveva seguito il corso di piromania avanzata. abbastanza abbrustolito, ma forse ce la far. Di gente come lui nel mio lavoro ne ho visti tanti e lui non fra quelli messi peggio. Sembra guardarmi ma non so se mi riconosce. Quando sono messi cos vivono in un mondo tutto loro. Allimprovviso la porta della camera si apre e con una sventagliata di flash entra mia moglie seguita dallormai onnipresente Simon, e insieme i due blaterano il testo che gli autori del programma hanno scritto apposta per loro. Mia figlia pronta stronzo, tre stanze pi in l di questa e sta solo aspettando la tua faccia!, dice mia moglie con un tono di sfida da film western. Gi, ed meglio se non fai scherzi, brutto pidocchio! interviene Simon, puntando il dito contro mio figlio. Mio figlio, anche lui istruito dagli autori del programma, si tira su leggermente dal letto e recita le sue battute: Madre! Tua figlia avr anche la mia faccia ma quello che non avrete mai da me il mio amore! Nella stanza entra un ragazzo con il codino. Grida stop. Si aggiusta gli occhiali da sole sul naso e dice che stato tutto perfetto, forse le luci andavano messe meglio, in sala operatoria faremo di meglio. Voi, indicando due ragazzi provvisti di portatile sulle ginocchia, scrivetemi qualche cosa di cazzuto da far dire ai chirurghi durante loperazione, e in fretta. Gli operatori fanno sgomberare la stanza, compreso
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lustionato sulla barella che ora sta rantolando, forse mi ero sbagliato su di lui, non credo che superer la giornata. Ricompare anche Alex, il mio magazziniere, che sorridendo mi annuncia di avere approfittato della mischia attorno a Caramela per sfilarle un ago di pino dal suo complicatissimo vestito. Me lo mostra tutto orgoglioso. Gli do una pacca sulla spalla e penso contento tu. Pa, qualunque cosa succeda sappi che io ti ho sempre voluto bene, dice mio figlio dal suo imponente letto. Lo so, figliolo, lo so, gli dico. Dopo poco entrano due infermieri in pattini a rotelle e sollevando di peso mio figlio lo adagiano su una barella. Lo portano fuori nel corridoio e io rimango sulla porta a vederlo allontanarsi sempre di pi verso lascensore che lo condurr alla sala operatoria. Sua figlia gi in sala operatoria, mi spiega il medico, le abbiamo praticato una prima anestesia perch stava rompendo i coglioni agli infermieri. Avete fatto bene, dico. Mi volto e poco pi in l nel corridoio riconosco la sagoma di mia moglie. Fuma una sigaretta da un bocchino lungo almeno venti centimetri. La sento chiedere informazioni circa la donazione del seno. ridotta male in quanto a soldi se vuole fare una cosa del genere, penso. Contenta lei, penso. Un infermiere chiede a me e ad Alex se abbiamo desiderio di assistere alloperazione dalla saletta proiezioni che hanno allestito al pian terreno. C anche un buffet freddo, caff, t, Coca-Cola, qualche succo di

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frutta, insomma vedete voi, ci informa. Alex vuole andare, fosse solo per vedere Caramela in sala operatoria, mentre si china a raccogliere i bisturi per mostrarli alle telecamere. Io invece decido di uscire a prendermi una boccata daria. Sul terrazzo allultimo piano dellospedale, visto che una bella giornata. Dal terrazzo si vede tutto, le montagne allorizzonte, le colline intorno alla citt e le foreste poco pi in l. Chiss oggi quanti approfitteranno di questa bella giornata di sole per appiccare qualche incendio, mi chiedo. Anche se ormai lavoro da molti anni nel settore, non ho mai capito fino in fondo che cosa ci sia di cos eccitante nel vedere bruciare la roba. Forse dovrei provare, forse se provassi saprei aiutare meglio i miei clienti. E magari non li farei finire agonizzanti su una barella di ospedale. Mi frugo nelle tasche. Trovo un accendino. Butto il mio sguardo lungo il terrazzo, ci sono dei vasi con delle piantine. Niente di che, penso, ma per cominciare potrebbero anche andare bene.

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Il trentacinquesimo anno Camilla Corsellini

Uno: buon compleanno Edie! Nella famiglia Sullivan gli uomini non arrivano oltre i trentacinque anni. chiaro che questo ritornello, ripetuto da Margo Sullivan a suo figlio Edie fin dal suo primo compleanno, cominciasse a renderlo nervoso al fatidico ingresso nel suo trentacinquesimo anno di vita. Si sentiva bene Edie, in perfetta salute, un lavoro da contabile, un single abbastanza attraente con appartamento di propriet, una certa esperienza con le donne, due veramente: sua cugina Shirley baciata in ascensore a otto anni e Melinda rosea e bionda Barbie trentenne impiegata nel suo stesso ufficio con cui Edie divideva il viaggio in autobus mattino e sera. Non parlavano mai: Melinda stava sempre immersa in qualche rivista di giardinaggio. Edie la guardava e sognava Melinda nel loro giardino a piantare tulipani, raccogliere foglie secche e dare lacqua alle piante

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con il tubo. Sorrideva in quei sogni, Melinda, un sorriso che Edie le aveva visto qualche volta quando il capo entrava in ufficio e Melinda, anche se era distratta, raddrizzava la schiena, stirava con le dita invisibili pieghe della gonna e sorrideva. Trentadue perle incorniciate in rosa pastello. E quindi niente amori, niente figli e otto mesi che lo separavano dal suo compleanno fatidico, fatale, e sicuramente ridicolo. A casa Sullivan, morte e commedia si erano sempre mescolate. Le donne erano forti come querce e superavano i cento anni, mangiando di tutto e dormendo otto ore per notte, reggendosi sulle loro gambe e in piena lucidit di pensieri. Ma gli uomini no: qualcosa di fatale e ridicolo perseguitava il ramo maschile della famiglia. Era una famiglia di vedove quella dei Sullivan. Se almeno fosse riuscito a sposarsi, Edie ci pensava di continuo. Quel pensiero era diventato per lui una specie di ossessione. Certo non era giusto per Melinda: tradire la sua fiducia in quel modo. Melinda, povera Melinda, sposarla per fare di lei una vedova, certo una ricca vedova. Il bisnonno Sullivan aveva fatto fortuna allinizio del secolo con una prodigiosa formula per il mangime delle trote. Nellestate del 1917 i campi erano stati invasi dalle cavallette. Mentre gli altri agricoltori combattevano gli insetti a colpi di pesticidi, lanciafiamme e trattori, Rudolph Sullivan aveva constatato lannientamento del suo campo di granturco, abbassandosi tra le spighe e raccogliendo una manciata di quegli insetti secchi e fragili come carta. Poi aveva fatto quello che faceva sempre
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quando non sapeva come comportarsi: era andato a pesca. Una volta arrivato al laghetto, aveva usato le cavallette come pastoia per le trote. In pochi minuti lacqua aveva cominciato a ribollire e le trote dellintero laghetto si erano concentrate sulla sua sponda. Trenta trote in un pomeriggio: quello fu il suo record. Il Mangime Sullivan era presto diventato unistituzione, esportato in Cina e Giappone, famoso in tutto il mondo. Ma Rudolph non aveva goduto molto delle sue fortune. A trentacinque anni, sposato con due figli, era stato travolto da un clown del circo viaggiante che aveva tentato il suicidio buttandosi dal tetto del municipio nel giorno della festa del paese. Il clown si era salvato, merito delle imbottiture disse la polizia, era praticamente rimbalzato su Rudolph e si era rialzato incolume senza nemmeno strapparsi il costume. Rudolph era rimasto a terra, tra le risate e gli applausi. Una sera sullautobus del ritorno Edie si fece coraggio. Melinda era catturata dalla lettura di Potare i crisantemi la sua rivista di giardinaggio preferita, quando lui le si avvicin e le fece la proposta. Lei abbass la rivista e con un lieve rossore lo invit a proseguire, allora lui le raccont delle ricchezze dei Sullivan e della casa di famiglia e mentre le diceva questo estrasse dalla tasca il diamante Sullivan, la pietra che tutti i Sullivan avevano usato per fare la proposta. Melinda si lasci infilare lanello e mormor un s sottile come un anello di fumo. Edie pens che per quella sera non era il caso di aggiungere altro.

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Era un pomeriggio caldissimo. Nella stanza sigillata, Margo consumava t ghiacciato immersa nella contemplazione della puntata numero tremilacentosei di Francisca e Ramon, soap opera brasiliana che seguiva da pi di dieci anni. Il vecchio gatto Paco, un felino enorme dal pelo fulvo e gonfio le stava arrotolato in grembo come un cuscino, gli occhiali con le pile per ludito lasciati penzolare dalla catenella sul petto inutili e il condominio riempito dalle note a livello di volume sette del dodici pollici Telefunken, residuo negli anni 60 come la vestaglia optical che conteneva pi che vestire le carni in costante espansione di Margo. Il rito prevedeva una scatola di fondant alla menta: uno per ogni momento saliente, uno a ogni pausa pubblicitaria e uno ogni volta che il focoso Ramon attraversava lo schermo in sella al suo cavallo. Il telefono prese a squillare a puntata quasi finita. Margo non sent niente tutta presa dalla scoperta che Ramon in realt era figlio del cugino di sua sorella e non fratello di Francisca. Poi allimprovviso ebbe la sensazione di qualcosa, si gir, traffic senza risultato con il volume del telecomando e individu la spia lampeggiante del suo telefono per sordi. E allora molto lentamente si alz, stirando sul didietro la vestaglia sintetica che col calore le si era arrotolata a met della vita e con la sigla di coda di chitarre spagnole volume sette, url un s nella cornetta. Dallaltra parte, come dal fondo di un pozzo, veniva una voce debole debole. Margo diceva la piccola voce.
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Parli pi forte! Margo Sullivan? S, sono io, Sullivan. Ma chi ? La piccola voce andava e veniva nel turbinare delle chitarre spagnole. Edie... ospedale... pigiama... autobus 31. E poi niente, riattaccato, finito. Non ci ho capito niente. Uno stupido scherzo, pens Margo, Edie era in perfetta forma, laveva visto appena il giorno prima. Le aveva portato la sabbia per la lettiera di Paco e qualche giornale da leggere, non si era trattenuto molto, anche perch Margo non gli aveva quasi rivolto la parola tra il volume del televisore, unocchiata alle riviste e un sugo sul fuoco che andava mescolato di continuo. Quasi non lo aveva guardato, certo era pallido Edie, ma lo era sempre stato e stava diventando calvo, unisola di capelli radi gli si apriva proprio al centro della testa, ma a parte questo stava benone o almeno le sembrava di ricordare che fosse cos. Uno scherzo... s, di certo, ma sicuro... strano per.

Due: storia di Edie e Shirley Il padre di Edie era morto che lui aveva solo due anni. Da allora Edie era stato piuttosto ansioso: dormiva solo con la luce accesa e si rifiutava di allontanarsi da Margo. I suoi primi cinque anni li aveva passati letteralmente incollato alla gonna della madre, il piccolo pugno chiuso

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e stretto sul tessuto come una tenaglia. Cerano voluti cinque anni e tre assistenti sociali, una macchinina della polizia e un viaggio a Disneyland, ma alla fine Edie si era staccato dalla gonna di Margo anche se continuava a piangere ogni volta che lei usciva dalla stanza. A otto anni Edie aveva preso labitudine di mangiare la lana. In famiglia lo chiamavano la tarma, la sua attivit consisteva nel divorare i pallini che si formano sulla superficie dei maglioni, ingoiarli e deglutirli. In un inverno se ne mangi tre. Il suo preferito: un pura lana color zafferano. Edie non aveva fratelli, ma solo sua cugina Shirley, con lei giocava il pomeriggio e andava a scuola. Shirley non parlava mai, il suo modo di esprimersi era una Polaroid che teneva sempre appesa al collo. Shirley aveva il permesso di vestirsi come voleva e per lo pi passava le giornate in pigiama con ai piedi degli stivali gialli da pioggia. Lei e Edie giocavano agli astronauti di Apollo 13 dentro lascensore; o ai cowboys e lei era lindiana prigioniera che Edie torturava con le punte di freccia; oppure ai genitori di Shirley: Edie leggeva il giornale e Shirley lo interrompeva continuamente per offrirgli t, pasticcini e pizzicotti sulle guance. Un giorno tutto era cambiato. Edie aveva smesso la lana per il cibo vero. Una fame costante e incondizionata si era impossessata di lui. Si nutriva a tutte le ore del giorno e anche la notte, in silenzio nel buio lo si poteva sentire masticare. La nuova fame dur unestate e un autunno. Edie non prese un etto. Vennero medici che misurarono la febbre e misero bastoncini ruvidi e cuc192

chiaini sotto la lingua, chiesero di vedere tonsille, ordinarono sciroppi gusto fragola e vitamine rotonde, e infermiere che facevano iniezioni cantando una canzone per distrarlo soprattutto repertorio folk e inni di chiesa. Ma niente, la fame non li considerava, consumava colazioni, pranzi, merende, cene, dopocena e spuntini di mezzanotte come se niente fosse. Un mattino Edie scese dal letto e si ritrov pi alto di tredici centimetri. Nella foto di quinta elementare svettava come un albero in mezzo ai pigmei, con una traccia di baffetti neri sul viso bambino. Laltezza lo sorprese e lo rese taciturno. Con Shirley non voleva pi giocare, si limitava a guardarla tutto il tempo senza dire niente. Una sera Edie rub la Barbie di Shirley per farla stare con il suo Big Jim. Shirley cerc ovunque la bambola e alla fine si mise a piangere, allora Edie and a prenderla. Barbie indossava un costume da bagno rosso trasparente e Edie la inform che lei e Big Jim lavevano fatto e pertanto Barbie non era pi quella che si sarebbe potuta dire una vergine. Vergine: Shirley non capiva. Si va in un posto chiuso e ci si bacia le spieg Edie, cos gli aveva detto sua madre e doveva bastare anche a lei. Due giorni dopo, mentre stavano giocando agli astronauti Shirley aveva premuto il tasto giallo dellascensore, labitacolo si era bloccato con un sobbalzo ed Edie era caduto sbattendo la faccia sulla parete. Aveva appena fatto in tempo a dire: Ma cosa diavolo... che Shirley si era piegata su di lui e lo aveva baciato con gli occhi aper-

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ti e le labbra premute cos forte da farsi male. Quella sera, a tavola, cera stato un certo scompiglio quando Shirley aveva sollevato gli occhi dal suo piatto di pur per annunciare candidamente che non era pi vergine. Li avevano divisi e non si erano pi rivisti o meglio Edie non aveva pi visto Shirley perch lei aveva preso labitudine di seguirlo da lontano e scattargli delle fotografie. Le aveva raccolte in un album, sicura che un giorno glielo avrebbe mostrato, lui avrebbe capito e tutto sarebbe finito per il meglio, ma poi proprio quando stava per decidersi era comparsa quella Melinda. Era finita: gli sguardi di Edie non lasciavano dubbi. Ti ricordi di tuo cugino Edie? La madre di Shirley era entrata in cucina mentre lei faceva colazione. Era cos ogni mattina. Si metteva in piedi davanti a lei e parlava ininterrottamente di qualsiasi cosa avesse suscitato il suo interesse. Pollo in fricassearose selvatiche-smalto per unghie: niente la lasciava indifferente. Beh! Forse no. Eravate molto piccoli e comunque si sposa proprio tra una settimana e siamo tutti invitati, anche tu e quindi dovremmo, che ne so, comprare dei vestiti nuovi e delle scarpe e magari... Io non ci vengo... Ma cosa? Non ci vengo e basta. Shirley si era precipitata in camera, aveva preso lalbum di Edie da sotto il letto, poi si era chiusa in bagno e gli aveva dato fuoco. Era restata l a guardarlo bruciare, i
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bordi delle foto che si accartocciavano in bagliori verdognoli, mentre sua madre bussava alla porta del bagno scuotendo la casa. Shirrrley! Shirrrley! Vieni subito fuori di l. Cos questodore? Non starai mica fumando! Shirrrley! Mi hai sentito?

Tre: il trentacinquesimo anno Nonno Sullivan era stato ucciso da un leone in piena citt. Un giovane leone appena arrivato dallAfrica allo zoo municipale. Un attimo di distrazione del custode, la porta della gabbia lasciata socchiusa e il leone in un balzo era stato libero. Nonno Sullivan amava passeggiare nel parco dopo il lavoro, ancora immerso nei calcoli che erano la sua passione. Quel giorno appena entrato aveva visto il leone. Stava seduto sulla sua panchina come se lo aspettasse. Non ci poteva credere e aveva strizzato gli occhi. Quando li aveva riaperti, lanimale era scomparso e lui aveva continuato a camminare come se niente fosse. Il leone lo aveva colto di sorpresa pochi passi dopo arrivandogli alle spalle. Di lui erano state ritrovate solo le scarpe inglesi numero quarantadue e lorologio da panciotto. Mancava una settimana al suo trentacinquesimo compleanno. Urban, il padre di Edie, aveva avuto una sola passione: le donne. Infermiere, hostess, cameriere. Gli piacevano tutte. Teneva i loro nomi in unagenda azzurra da cui

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non si separava mai. La lettera A era la sua preferita, ma fu la L a essergli fatale. In un bar dopo il lavoro conobbe Lola, un tipo deciso a cominciare dal nome che aveva scelto di cambiare. Il suo vero nome era Lorelai Darling, ma in quel nome cera troppo zucchero diceva Lola e cos addio Lorelai e benvenuta Lola. Addio capelli castani coda di topo e benvenuta a una lunga chioma rosso ciliegia. Lola fumava di continuo e andava pazza per le corse dei cavalli, aveva una leggera balbuzie che gli uomini trovavano sexy. cos di-di-di-vertente!: era il suo ritornello. Non aveva mai cucinato e beveva Martini dry al posto dellacqua. Lopposto esatto di sua moglie Margo: quando laveva conosciuta gli era piaciuta perch era silenziosa e in qualche modo rilassante, arrossiva di continuo e non aveva mai una sua opinione, si limitava a fare s con la testa quando una cosa le stava bene. Alla vigilia delle nozze, il padre di lei lo aveva avvertito: Mia figlia come certe rose di plastica: non puzza e non profuma se capisci quello che ti voglio dire. Ma se per te va bene, allora tanti auguri! Niente da dire. Margo era stata una moglie impeccabile, casalinga modello e cuoca perfetta, decorativa ma alla fine inutile come un soprammobile troppo costoso. Alla lunga quel silenzio si era rivelato pesante e Urban aveva cominciato a cercare consolazione altrove. Cos quella sera alla vigilia del suo trentacinquesimo compleanno aveva deciso la fuga. Voleva una vita nuova e avrebbe cominciato dal suo aspetto. Si tagli le lunghe basette e poi
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pass alla barba, la sfolt con le forbicine poi prosegu col rasoio e in pochi minuti si ritrov la faccia liscia come il guscio di un uovo, poi si dedic ai capelli, una massa riccia e informe che gli si arrampicava sulla testa. Ci sarebbe voluto qualcosa di giovane, un taglio nuovo. Cominci a tagliare col rasoio. I capelli riempirono il lavabo. Abbastanza bene, ma non ancora, si poteva forse dargli una stiratina. La piastra di Margo stava sulla mensola. Urban infil la spina e attese che la spia diventasse rossa, poi cominci a trafficare coi capelli rimasti. Infil una ciocca tra le lastre e strinse fino a quando sent un odore sospetto venirgli dalla testa. Solo allora lasci la presa e contempl con orrore i suoi capelli bruciati. Mise la testa sotto lacqua, ma la nuca si incastr sotto il rubinetto aperto. Il capelli intasarono il condotto che cominci a riempirsi dacqua. Non riusc pi a muoversi. Al suo ritorno Margo lo trov cos: annegato nel lavandino, vestito solo di un asciugamano di spugna. Lola lo aveva aspettato per tre giorni in un motel sul mare. La mattina del quarto giorno, si era presentata a casa Sullivan. Era arrivata l guidando tutta notte, la sigaretta ficcata al lato della bocca, solo per dargli del bastardo. Lasciarla cos senza una parola, sapendo che lei non poteva mettersi in contatto con lui, trattare in quel modo una vera signora come lei. La signora si era riempita di whisky al bar dellalbergo decisa a spifferare tutto alla moglie, appuntamenti segreti, regali, promesse di una vita in comune e si era vista aprire la porta da un fantasma in tulle nero: Margo Sullivan ai tempi della sua magrezza il collo da giraffa che emergeva da un tubino

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strettissimo. La vedova laveva fatta accomodare in una casa in penombra odorosa di gigli da soffocare e di acqua guasta. Al centro del salotto su un tavolo in mogano stava Urban, la solita giacca di cavallino scuro, la faccia atteggiata a un sorriso sereno. I capelli rasati per met divisi in mezzo da una riga netta. Un sentore di bruciato misto a colonia veniva dal suo corpo. Lola Darling si era sentita cadere, Margo laveva afferrata in tempo e deposta sul divano. Non mi sembra di... Infa-fatti non ci siamo mai vi-viste, quando... Due giorni fa. Stava per partire per un viaggio daffari, sono stata io a trovarlo, lei... Lola, sono Lola. Una collega? Non direi. Vede, signora, mi di-dispiace, daltra paparte stato un colpo anche per me ma... pe-penso... lei ha il di-diritto certo il diritto... vede, io e Urban... eravamo sa... lui voleva di-dirglielo e stava per dirglielo... poi successo... Lasciare tutto... partire? S, proprio co-cos. diffi-ficile da credere, ma sa lui mi ha... Rideva, Margo rideva una risata brutta e bassa come chi mastica del vetro, abbandonata sullo schienale della poltrona la testa allindietro. Lola poteva vederle linterno della gola e il grosso pomo sul collo salire e scendere come una creatura che lottasse per uscire sotto pelle. Senza aggiungere altro Lola si era alzata, aveva raggiunto la porta e poi le
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scale ancora inseguita dal gracchiare di quella risata. Il giorno del funerale Margo si era vestita in nero e si era trascinata appoggiandosi alla spalla di unamica sul viale di cipressi che conduceva al luogo della sepoltura. Arrivata al limite della buca si era liberata del velo e aveva cominciato a coprire di insulti Urban, prima sottovoce una litania di insulti e maledizioni masticata come una preghiera, poi pi forte come se dialogasse con qualcuno vicino, infine cerano state le grida. E sputi e calci. Margo aveva preso a calci la bara fino a che la punta della sua scarpa in vernice non si era conficcata nellintelaiatura. Cerano voluti cinque uomini per staccare la vedova dalla bara. E anche allora avevano dovuto tenerla perch continuava a urlare il volto girato a cercare la cassa. Alla fine Margo si era allontanata da sola ciondolando sullunico tacco rimasto. La bara di Urban era stata immersa nella terra con la scarpa inchiodata al coperchio come una bandiera. Una settimana dopo qualcuno aveva rubato il suo corpo.

Quattro: cosa successo a Edie? Edie si era risvegliato in una stanza dospedale. Non aveva alcun ricordo di quanto gli era successo. Si ricordava di aver fatto visita a sua madre e di essere uscito in strada e poi pi niente. Si sentiva intorpidito, schiacciato come se delle funi dacciaio lo tenessero legato al letto. Dove sono? Linfermiera si avvicin e gli strinse debolmente il

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polso. Poi Edie sent solo lago entrargli nel braccio e un calore piacevole attraversargli il corpo. Va tutto bene. Accanto a lui Melinda sorrideva pi radiosa che mai. Qualche giorno dopo la proposta di Edie, Melinda si era presentata a casa Sullivan per restituire lanello, ma una lunga chiacchierata con la signora Sullivan le aveva fatto cambiare idea. Melinda si era confidata con Margo. Lei proprio non poteva sposare Edie, certo lui era una gran brava persona, ma lei non lo amava e non sarebbe stato onesto nei suoi confronti. E quindi era venuta a chiarirsi con lei perch lo spiegasse a Edie nel modo pi giusto, facendolo soffrire il meno possibile. Margo laveva ascoltata senza interromperla poi aveva parlato. Lapprezzava davvero molto per quanto aveva detto, ma non doveva preoccuparsi di essere onesta. Il matrimonio non sarebbe durato pi di due mesi poi lei si sarebbe trovata incredibilmente ricca e vedova: era il destino dei Sullivan. Anche se lei non ama Edie le aveva detto Margo, non c alcun bisogno che Edie lo sappia. In quanto allonest, creda a me: non c peggior nemico per un matrimonio. Melinda ci aveva pensato e poi aveva deciso. Cos aveva fatto ricoverare Edie in quella clinica sotto costante controllo medico. La citt, la strada, lufficio erano luoghi pericolosi per un Sullivan e lei voleva essere sicura che Edie arrivasse vivo al giorno del loro matrimonio. Ormai era decisa a diventare la signora Sullivan a qualsiasi costo. La neve cominci a cadere alle prime luci del giorno.
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Contro ogni regola del cerimoniale, Melinda e Edie arrivarono insieme in una chiesa gremita di amici, parenti e curiosi. Nascosta tra la gente cera anche Shirley: aveva una pistola. Se il cugino Edie non poteva essere suo, allora non sarebbe stato di nessunaltra. Certo mancava appena una settimana al suo trentacinquesimo compleanno, ma lei non aveva mai creduto alle stupide superstizioni dei Sullivan. Nel momento dello scambio degli anelli lei gli avrebbe sparato. Con lui morto forse sarebbe stata di nuovo libera. E cos fece: nellistante in cui Melinda prese tra le sue mani quella di Edie, Shirley mir e fece fuoco, ma il colpo manc il bersaglio centrando in piena fronte il reverendo Noodle. Fu il panico: tutti cercarono di raggiungere luscita urlando e calpestandosi gli uni con gli altri. Gli sposi in corsa scesero le scale della chiesa su cui si era formata una solida lastra di ghiaccio. Edie scivol, riprese lequilibrio, le sue dita si sfilarono da quelle di Melinda e cadde di testa sugli scalini ghiacciati. Il funerale di Edie Sullivan si svolse a sole ventiquattro ore dal suo matrimonio. Una settimana dopo, come era stato per tutti i Sullivan, le sue ossa vennero trafugate dal cimitero municipale.

Epilogo: quel tesoro di Edie Il giorno successivo al funerale Melinda ricevette la visita delle tre signore Sullivan. Entrarono quasi corren-

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do nel suo soggiorno invaso di fiori, si accomodarono senza essere invitate e sorridenti le spiegarono quella che rappresentava lultima formalit per entrare a pieno diritto nella famiglia. Certo nessuno era l per obbligarla, ma si trattava di una tradizione e tutte le Sullivan ci erano affezionate. Era una specie di portafortuna per una felice vedovanza. Forse era ancora presto, ma Melinda poteva prendersi il tempo che voleva. Doveva solo leggere un piccolo articolo di giornale che le avevano portato e dare il suo consenso. Poi avrebbero pensato a tutto loro, lei non doveva preoccuparsi di niente. Detto questo si alzarono in rapida successione e uscirono nei cappotti neri vociando e stridendo come un piccolo stormo di corvi. Rimasta sola Melinda si avvicin alla pagina e lesse:
La Life Gem offre ai suoi clienti la possibilit di trasformare in dia manti i cari estinti. S, avete capito, proprio pietre pre ziose dalle ceneri dei vostri defunti. Grazie a svariati anni di ricerca, gli esperti di Life Gem sono riusciti a estrarre carbonio dalla combustio ne delle ossa umane e a cristalliz zarlo sotto forma di diamante. Da un solo individuo si possono ottene re fino a cinquanta pietre. Al dito, al polso, al collo: potrete

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tenere sempre con voi i vostri cari. Cosa c di pi eterno di un diaman te?

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La mia ragazza da un milione di dollari Marco Lazzarotto

Poi dopo quel mercoled sera non ci siamo pi visti. Non so perch. S, vero, lei mi spedisce SMS con una certa regolarit: adesso venuto fuori che anche una grande appassionata di Scorsese e tutti i marted sera organizza un cineforum a casa sua, nonostante mi abbia detto di possedere un quindici pollici con lettore dvd incorporato della Yamakawa. Quando ho una scusa gi pronta le mando un SMS di risposta, altrimenti non mi sforzo nemmeno di inventarne una e faccio finta di niente. Lei non insiste, ma ogni domenica sera puntuale arriva linvito per il marted successivo, sempre uguale cambia solo, per fortuna, il titolo del film. No, non mi sento uno stronzo. Sono convinto che lei comprenda, che il non-rispondere faccia parte anche del suo repertorio di comportamenti. Dopo tutto, anche lei ha ignorato i miei messaggi. Saranno stati quattro o cinque, niente di speciale, le chiedevo come stava e se era
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andata dal medico. Era un modo indiretto per sapere che cosa le avesse detto il medico a proposito di quel mercoled sera, ma lei non c cascata. Anzi, credo che non ci sia nemmeno andata, dal medico, anche se me lo aveva promesso o meglio, glielo avevo fatto promettere. Lei aveva deciso che al pronto soccorso non ci voleva pi stare e che il controllo era inutile, perch tanto stava meglio. A me non sembrava una motivazione valida. Per rafforzare la sua presa di posizione, mi ha indicato una donnina rinsecchita e violacea attaccata a una flebo: era l dalle nove, stava aspettando da pi di quattro ore, chiss a lei quando sarebbe toccato passare. Io le ho detto va bene, ma ho aggiunto che se voleva andarsene dal pronto soccorso senza aver fatto la visita di controllo, mi doveva promettere che sarebbe andata a farsi vedere dal medico. Visto cosa era successo, quel mercoled sera, lo consideravo un mio diritto sapere quali fossero state le cause. E lei non ha mai risposto ai miei SMS, anzi, dopo una decina di giorni mi ha invitato a vedere Chi sta bus sando alla mia porta?, cos, come se ci fosse stato un gap temporale da quel mercoled fino al momento del messaggio. Quindi si pu dedurre che, se non ci siamo pi visti, la colpa soltanto mia. Credo che arrivare al pronto soccorso e trovarla seduta su una sedia a rotelle mi abbia fatto un certo effetto. S, vero, stava meglio, aveva ripreso il suo normale colorito e aveva persino abbozzato un sorriso, e s, giusto, era seduta l perch quelli del pronto soccorso non avevano trovato di meglio dove sistemarla in

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attesa del controllo, e poi mica era seduta come uninvalida, aveva le lunghe gambe distese in avanti e i piedi incrociati, e certo, dopo un po si era anche alzata e mi aveva detto che (parole sue) l si era rotta le palle, che stava bene, per a me aveva fatto un certo effetto lo stesso. Sar perch nella mia famiglia cerano state abbastanza sedie a rotelle. Sar perch, per me, la sedia a rotelle era un sinonimo di malattia, di vecchiaia, di decadimento, di non autosufficienza, di muscolature flaccide, cadenti, senza vita, di manovre nel cesso, di mani strette dietro il mio collo, di pesi inerti, di sforzi, di water che traballano, di fatica, di altri sforzi, di merda, tanta merda, di dignit che scorre via come merda spazzata dallacqua del water, di persone che dicono che non ne possono pi, che preferirebbero morire piuttosto di, ecco, sar per tutto questo che vedere Valeria seduta su una sedia a rotelle mi ha fatto un certo effetto. Io, con Valeria, ci avrei voluto provare, magari non quella sera, o forse s, no, non so, boh. Lei mi piaceva, ma quello che mi bloccava era ci che io pensavo che lei pensasse di me, cio: niente. Davvero, sembrava che non avesse nessuna opinione sul mio conto. Non dico che fosse indifferente, intendiamoci, ma quasi che fosse costretta a vedermi o a sentirmi dalle convenzioni, da un qualche tipo di legame di parentela, come se avesse scoperto che ero suo fratello mentre io non ne sapevo nulla il figlio di una relazione extraconiugale, un segreto di famiglia ben nascosto, laberrazione di una brutta puntata di Un posto al sole e fosse curiosa di conoscermi, pi
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per il desiderio di ritrovare qualcosa di se stessa in me che per altro. Non credo che fossi lunico con cui si comportava cos. Per lei esistevano soltanto Clint Eastwood, Sergio Leone ed Ennio Morricone e tutto ci che a essi poteva essere collegato proprio tutto. Era arrivata persino a dire che apprezzava la saga di Ritorno al futuro perch nel terzo veniva citato Per un pugno di dollari. Ecco, erano queste le cose per le quali mostrava passio ne. Per il resto, boh. Non ha mai fatto un accenno alla sua vita sentimentale, tanto per fare un esempio. Non esagero n mi sento uno stronzo se dico che probabilmente non ne aveva una. Ma comunque. Il fatto che era sempre lei a cercarmi ovvio che se non fosse stata lei, ci avrei pensato io. Le avevo fatto qualche complimento, ogni tanto, insomma, le avevo fatto capire che mi piaceva. Lei era arrossita, aveva abbassato il capo, si era sfiorata la punta del naso con lindice, aveva guardato lora e si era guardata intorno. Non aveva detto nulla, n grazie, n non vero, stupido. Era come se avesse rispedito al mittente il complimento. Ci aveva fatti conoscere unamica comune a un aperitivo che era anche una festa di laurea (della nostra amica comune). Non credo che la presentazione da parte della nostra amica comune avesse qualche finalit oscura se non quella di unire due persone che lamica comune non vedeva da moltissimo tempo e che erano completamente sconnesse da tutte le altre che lamica comune aveva invitato. Altrimenti non credo che Valeria sarebbe mai venuta a parlarmi, n che io avrei trovato il coraggio di avvici-

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narmi a lei. Valeria mi sembrava su un altro livello. Sar stato perch era pi alta di me che da subito mi ero convinto che fosse troppo in alto per me. Mi sentivo in dovere di dirle grazie per il semplice fatto che, dopo la presentazione, non si era congedata con il solito Piacere Di Averti Conosciuto Ci Vediamo In Giro, ma era rimasta a parlare con me. Le ho offerto un mojito. Era molto elegante e raffinata, ma al tempo stesso del tutto anticonvenzionale. I vestiti che indossava non erano roba che trovavi facilmente in giro non che sembrasse roba particolarmente sofisticata o costosa, piuttosto che glielavessero prodotta su misura, basandosi su indicazioni e disegni suoi. Gli abiti testimoniavano un gusto particolare, unico, mi facevano pensare che lei provenisse da una realt alternativa che casualmente si era intersecata con la nostra. Per questo avevo limpressione di avere a che fare con qualcosa di raro, di prezioso sarebbe stata la mia ragazza da un milione di dollari. Non era bellissima, per non passava inosservata. La sua bellezza aveva come base alcuni caratteri piuttosto stereotipati bionda, occhi azzurri, denti bianchissimi, alta, snella (o almeno cos lasciava immaginare, i vestiti che indossava nascondevano bene) sui quali si innestava una personale interpretazione di altri dettagli che altrimenti sarebbero stati prevedibili labbra molto sottili, quasi stilizzate; un naso dritto e lungo, ma affusolato; occhi pi spalancati del normale, che le donavano unespressione perennemente spaventata. Mi ha fatto qualche domanda su di me le solite cose:
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cosa fai nella vita, cosa leggi, cosa ascolti. Un invito sincero e interessato a parlare di me, ecco cosa mi sembrato. Dopo un breve accenno alluniversit, ho subito divagato e, come ormai mi capitava di fare da circa otto mesi, sono arrivato a parlare della morte di mia nonna cosa ha significato per me, il rapporto che avevamo, la malattia dellultimo anno e mezzo. Certo, non era largomento pi adatto con cui intrattenere una ragazza che non conoscevo, ma non sono proprio riuscito a farne a meno. Lei, per, non sembrava che mi stesse ascoltando davvero: guardava sopra la mia spalla destra come se ci fossero scritte delle equazioni di quarto grado che stava cercando di risolvere a mente. La conversazione decollata quando lei mi ha detto di aver letto Ubik di Philip K. Dick (pensandoci pi avanti non ho mai capito quali fili legassero Dick a Eastwood o Leone o Morricone, neanche legami di secondo o terzo grado), di averlo amato parecchio e di averlo trovato (parole sue) unamara riflessione sul capitalismo. Io, che avevo appena dichiarato che Dick era il mio scrittore preferito, mi sono finito in un sol sorso il bicchiere che avevo in mano, le ho detto che la sua era una prospettiva interessante, che proprio non ci avevo pensato tra me e me mi sono promesso di rileggere il libro. Lei mi ha dimostrato ben presto che la sua non era una frase campata in aria, ma che aveva delle motivazioni profonde, tant che ha parlato per unora di fila. S, unora di fila a parlare di Dick. Alla fine ero estasiato e le ho chiesto se voleva sposarmi. Lei era arrossita, aveva abbassato il

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capo, si era sfiorata la punta del naso con lindice, aveva guardato lora, si era guardata intorno e poi, con unironia che da parte sua non si sarebbe mai pi ripetuta, aveva detto che per il momento era sufficiente scambiarci i numeri di telefono. Poi, non so come, ha attaccato a parlare di Eastwood, Leone e Morricone (unaltra ora e mezza). Mentre parlava, gli occhi mantenevano lapertura da espressione perennemente spaventata, ma avevano un altro significato, sembravano perpetuare lo stupore della prima visione di quegli (parole sue) assoluti capolavori del cinema mondiale. Quando mi sono accorto che era tardi, le ho chiesto se aveva bisogno di un passaggio, ma lei mi ha detto che avrebbe fatto da sola. Il che, pensandoci bene, non significava che aveva un mezzo proprio o che avrebbe chiesto un passaggio a qualcun altro. Pi tardi, mentre stavo mettendo la macchina in garage, mi arrivato un messaggio da parte sua. Diceva qualcosa del tipo: mi ha fatto piacere conoscerti, grazie per il mojito, mi dispiace per la tua nonna, buona notte. Una scena simile anzi, direi identica si ripetuta quattro giorni dopo, quando mi ha chiesto se avevo voglia di uscire con lei. Ci siamo dati appuntamento in una vineria di piazza della Consolata. Io ero in anticipo, ma lei era gi l, che misurava con i passi lampiezza della piazzetta. La serata non ha aggiunto niente di nuovo a quanto gi non sapessi. Ripeto, non riuscivo a capire se le piacevo o no. Quella al telefono (mi chiamava sempre lei, non mi dava la possibilit di essere io a
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chiamarla, mi anticipava sempre) e quella che vedevo non mi sembravano la stessa persona. Una pareva interessata a me, laltra no. Ho pensato che avesse una segretaria innamorata della mia essenza telefonica, oppure cosa pi probabile che quella che vedevo non fosse altro che una controfigura riluttante. E se invece terza ipotesi non trascurabile quel comportamento fosse sintomo di una schizofrenia indotta dai moderni mezzi di comunicazione, il primo caso da studiare di un nuovo male? Boh, non so. Comunque alla fine della serata le ho chiesto se potevo accompagnarla a casa e lei ha reagito in un modo ormai prevedibile: era arrossita, aveva abbassato il capo eccetera eccetera. Ma alla fine ha detto di no, che si sarebbe arrangiata. Ho insistito, ho detto che non mi andava di lasciare da sola una ragazza cos carina a quellora della notte (lei era arrossita...). Mi ha detto di non preoccuparmi, davvero, che potevo stare tranquillo. Le ho detto di mandarmi un SMS al suo arrivo a casa. Ci siamo salutati e io me ne sono andato. Lei rimasta davanti alla vineria, immobile. Pi tardi lSMS arrivato e conteneva linvito ad andare a vedere lultimo film di Clint Eastwood. Ho subito pensato questa cosa, una risposta agli interrogativi della serata appena trascorsa: che se una ragazza che conosci poco ti invita al cinema e attenzione!, non ti invita a vedere un film qualunque, ma lultimo film del suo regista preferito, che tra laltro da poco pi di una settimana ha trionfato agli Oscar, allora non le sei del tutto indifferente, o no? Insomma, non mi sembrava un

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pensiero cos strano. Boh. Linvito era per il mercoled successivo. Ho detto di s. Quel mercoled sera, prima di uscire, mi sono rasato, fatto la doccia, lavato i capelli, tagliato i peli che spuntavano dalle narici con le forbicine, sfilato via con le pinzette quei due o tre pelucchi che avevo sul naso, spazzolato le Clarks, inghiottito quattro Tic Tac alla menta non che io non faccia mai queste cose, ma non mi capita di farle nella stessa sessione. Mentre ero allopera, mi sono reso conto che lo stavo facendo per lei, un po per apparire meglio ai suoi occhi, un po anche per riuscire ad adeguarmi al suo aspetto, per avvicinarmi al suo livello. Subito ho cancellato tutto questo dicendomi che in realt si trattava di un restyling generale che non aveva nulla a che fare con lei, che avevo poca cura di me stesso e che avrei fatto cos anche se fossi soltanto andato al Carrefour a comprare dei cd vergini. Credo di aver fatto questo ragionamento in vista di un possibile fallimento. Una volta tornato a casa, quella sera, non avrei voluto sentirmi stupido per aver passato cos tanto tempo a, come dire, migliorarmi?, per una ragazza che non era interessata a me e che io, stupidamente, credevo di s, quando la realt dimostrava il contrario. Per tutto il tragitto in macchina da casa mia al cinema, avevo pensato a cosa sarebbe potuto accadere dopo il film. Ovviamente a partire dai titoli di coda: non concepivo nemmeno lidea di baciarla prima che il film fosse finito. Limonare al cinema mi sembrava stupido, con tutto quello che costa vedere un film (io per fortuna
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avevo lAthena card e pagavo soltanto 4,50 euro), soprattutto considerando che il film in questione mi interessava parecchio e che intendevo vederlo tutto (credo che Valeria sarebbe stata daccordo con me su questi punti). Daltro canto, non che dessi per scontato il fatto che dopo il film al cinema o fuori lavrei baciata: sarebbe potuto anche non accadere nulla. Saremmo potuti tornare a casa, ciascuno per conto suo, uguali a prima, magari avendo arricchito di poco la conoscenza dellaltro attraverso uno scambio di opinioni sul film, ma, davvero, non credo che avrebbe fatto la differenza. Nei miei pensieri non cerano immagini di me che la riaccompagnavo a casa, di noi in macchina sotto casa sua, di me che mi avvicinavo a baciarla: cera soltanto una sequenza di parole, Che cosa accadr dopo il film?, insieme a tutte le sue variazioni, in realt pi a livello di forma che di significato, e a una versione conclusiva, essenziale, che era, Accadr qualcosa dopo il film? Per questo motivo ai pensieri si erano subito sostituiti i calcoli. Cera una probabilit del cinquanta percento che non accadesse nulla e una del cinquanta percento che accadesse qualcosa; escludendo a priori ogni iniziativa presa da lei (improbabile, da quel poco che la conoscevo), nellipotesi che fossi riuscito a combinare qualcosa senza sapere assolutamente cosa e come allora questultimo cinquanta percento si sarebbe a sua volta scisso in un venticinque percento delle probabilit che lei non ci fosse stata e un venticinque percento che invece ci fosse stata. Non ci voleva molto per capire che la statistica era contro di me.

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Pensandoci bene, per, la situazione poteva essere meno grave: tenendo conto che in tutto gli eventi possibili erano tre (il primo: non succede nulla; il secondo: ci provo e non ci sta; il terzo: ci provo e ci sta), avrei potuto considerarli tutti e tre ugualmente probabili, e quindi sostenere che cera un trentatr virgola tre periodico percento che ognuno di loro si verificasse. Insomma, secondo questaltro calcolo, la probabilit che lei ci stesse aumentava dellotto virgola tre periodico percento. Lunica immagine che aveva acquisito concretezza, uscendo dalle varie sequenze di parole, era quella in cui le chiedevo di accompagnarla a casa. S, certo, tra luscita dal cinema e la mia domanda avrebbe potuto starci anche un bicchiere in un posto carino, perch no. Mi piaceva lidea del posto carino. Lavrei lasciata parlare di Clint Eastwood, le avrei permesso di dare il meglio di s e, nel caso il film mi fosse piaciuto, mi sarei lasciato inglobare. Sapevo che dalle parti del cinema era pieno di locali, ma nessuno rispondeva allidea che mi ero fatto di posto carino. Non che la cosa mi preoccupasse pi di tanto. Mi sarei affidato allimprovvisazione. Avrei deciso se e in quale posto carino portarla soltanto una volta usciti dal film, dopo aver valutato attentamente la situazione. Lunica certezza, lunico evento che sarebbe accaduto in qualsiasi caso, era che le avrei chiesto se potevo accompagnarla a casa. Me la vedevo arrossire, abbassare il capo, sfiorarsi la punta del naso con lindice, guardare lora, guardarsi intorno e dire che ero gentile ma che sarebbe tornata a casa per conto suo, e allora mi vedevo
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insistere mentre lei arrossiva ancora di pi e accettava. Ecco, questo sarebbe stato quello che gli sceneggiatori chiamano incidente scatenante, dopodich il personaggio, me o lei, avrebbe preso una decisione e avrebbe agito: ci sarebbe stata la svolta, il turning point, magari sotto casa sua. Poi avevo smesso di pensare al dopo film nel momento in cui avevo trovato da parcheggiare: non proprio vicino al cinema, ma immediatamente, al primo giro, senza incazzarmi, senza cominciare a togliere gli oggetti che ingombravano il cruscotto e spostarli sul sedile del passeggero uno dei tanti modi per scaricare la tensione in auto. Ero sceso dalla macchina rilassato e anche un po turbato, a causa di una forma di superstizione personale secondo la quale il parcheggio trovato in fretta (una fortuna) va compensato con una sfortuna in quel caso, che avrei trascorso una serata di merda, o che mi avrebbero rubato la macchina. Inoltre, il trovare subito posto mi avrebbe garantito un certo margine di anticipo per... niente da fare: Valeria era gi l, davanti al cinema, ad aspettarmi. Il fatto che poi dopo mi abbia proposto di sederci sulla fascia destra, dove non cera nessuno, mi ha costretto a riconsiderare tutti i miei calcoli percentuali precedenti. Quella di Valeria era una mossa tesa esclusivamente a non avere teste che le occupassero la visuale o cera dellaltro? Insomma, voleva fare accadere qualcosa? Mi stava lanciando un messaggio, aspettandosi un passo avanti da parte mia o invece era sua intenzione

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intraprenderlo? Considerando come sono andate le cose, non lo sapr mai, anche se credo che difficilmente l al cinema ci sarebbe stata la svolta. Il film stesso ha fatto la sua parte. La visione del film ci ha divisi, isolati, ciascuno sulla propria poltroncina, in uno spazio circoscritto, senza mai cercare di invadere quello altrui, nemmeno con la testa per sussurrarle nellorecchio qualche battuta sciocca alla quale lei avrebbe riso a labbra strette, come per ribadirmi che s, ero simpatico, ma che quella battuta non era necessaria. Mi sono reso conto che lultima cosa glielavevo detta a film appena iniziato, a proposito degli occhiali che si era appena messa e che non le avevo mai visto addosso. Avevano una montatura rossa e squadrata e le davano unaria molto critica e attenta, quasi le permettessero di vedere in un film cose che alle persone prive di quegli occhiali sfuggivano. Lei aveva reagito al commento arrossendo, abbassando il capo e via dicendo. Per quanto io non abbia mai amato la boxe, il film mi stava piacendo. Avevo messo da parte tutte le domande relative al dopo cinema con Valeria e mi stavo chiedendo: non che la ragazza (Hilary Swank) la figlia di Frankie Dunn (Clint Eastwood) che non risponde mai alle sue lettere? Non che a un certo punto scatter la storia damore? A un certo punto, invece, il film cambia. Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) ha un incidente durante lincontro pi importante della carriera e finisce paralizzata allospedale. stato quando qualcuno nel film ha nominato le piaghe da decubito che ho guardato Valeria,
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per la prima volta dopo unora. Si era tolta gli occhiali e non stava guardando lo schermo. Sembrava stesse fissando la poltroncina davanti alla mia. Avrei voluto chiederle se andava tutto bene, ma non lho fatto, perch mi sembrava che quelle scene le stessero ricordando qualcosa. Di brutto, ovviamente. Era chiaro che stava distogliendo lo sguardo dallo schermo, un po come facevo io quando in un film vedevo entrare in azione una siringa. Solo che la poltroncina la stava fissando da un po troppo tempo. Aveva gli occhi ancor pi spalancati, il busto teso in avanti, le mani in grembo a tenere gli occhiali per le stanghette: sembrava che fosse in procinto di alzarsi ma il culo le era rimasto misteriosamente appiccicato alla poltrona e lei si era immobilizzata un fotogramma colto col fermo immagine nellattimo in cui aveva capito perch non riusciva ad alzarsi. Comunque non sembrava avvertire su di s il mio sguardo. Ho ripreso a guardare il film, quando una mano mi ha afferrato il braccio e lei mi ha chiesto se per favore potevo accompagnarla in bagno che non si sentiva bene. Ecco, ho pensato, sta patendo il film, le piaghe da decubito. Le ho detto di s, lei si alzata e io mi sono subito messo al suo fianco, anzi, ho osato addirittura prenderla sottobraccio. Ho sentito il suo braccio stringersi al mio, un gesto fisico inaspettato. Essendo un mercoled sera, con in pi la Juve che giocava in Champions, il cinema era praticamente vuoto. La gente, una trentina di persone in tutto, era concentrata nel centro della sala, suddivisa in gruppi di due, tre persone. Il bagno era dietro di noi,

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sulla destra, ma per raggiungerlo avremmo dovuto percorrere il corridoio longitudinale destro fino al corridoio trasversale, girare a sinistra e andare dritto fino alla tenda. Non cera proprio nessuno, nella zona che stavamo per attraversare. Eravamo a met strada. Valeria era al mio fianco, la tenevo sottobraccio. Lei camminava piano, in modo studiato, un passo alla volta, lo sguardo dritto davanti a s. Mi sembrava di essere il padre che laccompagnava allaltare, e lei una sposa non molto convinta. Era al mio fianco, e lattimo dopo non cera gi pi. Cercavo di stare al suo passo quando mi sono sentito trascinare verso il basso. Il braccio era ancora agganciato a me. Valeria era crollata per terra e adesso era l, sul pavimento, i lunghi arti scomposti e il collo piegato con uninclinazione innaturale. In una situazione del genere potevo dire soltanto due cose, o Cristo o merda, e ho scelto la seconda, aggiungendo il nome di lei. Merda, Valeria, ho detto. A quel punto lho presa sotto le ascelle e ho provato a tirarla su. Non vi dico che fatica. Non sarei mai riuscito a completare lopera se lei non fosse tornata in s. La testa ciondolava come se le si fosse spezzato il collo, ma adesso sentivo che nel suo corpo cera qualcuno. Le ho chiesto come stava, lei ha sollevato il capo e ha detto: Bluuaaarghhh! La testa le crollata in avanti e sul pavimento si depositata, a pi riprese, una sostanza grumosa di colore biancastro. Ho afferrato Valeria per i fianchi, cercando di condurla in bagno pi velocemente, ma dopo neanche
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due passi si fermata per dire: Cuoooghfff! Questa volta non sono riuscito a vedere cosa avesse vomitato, ma so che ci caduta sopra. Il secondo svenimento, se possibile, mi ha colto pi di sorpresa del primo. Sono riuscito ad afferrarla, ma troppo tardi e lei caduta in un modo cos sgraziato che ha battuto la testa contro il bracciolo di una poltrona. Pi che battuto, mi verrebbe da dire che la testa ha rimbalzato contro il bracciolo. Questo un dettaglio che pi tardi ho preferito tacere. Dal momento che lei non ha lamentato alcun dolore alla testa, lepisodio poteva considerarsi non accaduto ancora meglio, visto che non ero stato abbastanza pronto. Poi le ho afferrato un braccio, me lo sono messo intorno al collo, le ho stretto il polso con entrambe le mani e ho provato a sollevarla da terra. Valeria era talmente alta che tenendola cos rimaneva in ginocchio. Portarla in bagno mi sarebbe costato una fatica enorme e probabilmente avrei anche rischiato di lussarle una spalla e di spazzare via il suo vomito dal pavimento del cinema con la gonna. No, avrei dovuto trovare unaltra soluzione. Di prenderla in braccio non se ne parlava nemmeno. Allora, da dietro, le ho messo gli avambracci sotto le ascelle e lho tirata su. Quello che pensavo di fare, una volta raggiunta laltezza massima possibile, era di spostare, con un movimento rapidissimo, le braccia dalle ascelle alla vita. Lavrei stretta, avrei cercato di mantenerla in posizione eretta e lavrei aiutata a camminare. Il suo sedere

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non era neanche sollevato di mezzo metro da terra che lei gi aveva le braccia levate in aria, quasi verticali, e, anzich venire su con me, scivolava inesorabilmente verso il basso. Ho lasciato perdere. Per quella di prenderla sotto le ascelle da dietro mi sembrava una buona idea. Lho rifatto e questa volta lho trascinata camminando allindietro, come un killer professionista che sposta un cadavere dal luogo del delitto. Si rivelato un metodo pratico e non eccessivamente faticoso ma chiaro che anche questo un dettaglio che non le ho rivelato. Ho superato le tende e ho trovato subito, alla mia sinistra, la porta del bagno. Ho deposto Valeria per terra e ho ripreso il fiato. Mi sentivo accaldato, avevo la fronte umida e non so se era per lo sforzo o per il semplice fatto che me la stavo facendo sotto. In realt, in quei momenti non stavo pensando nulla. Da quando aveva perso i sensi la prima volta fino a quel momento, avevo agito meccanicamente, ripetendo a bassa voce la parola merda come una preghiera, e lunico obiettivo che avevo era portarla in bagno, perch cos lei mi aveva chiesto. Non esistevano altre soluzioni. Pensandoci adesso, avrei potuto riaccompagnarla subito a casa, ma insistevo ottusamente per portarla in bagno, quasi volessi dimostrarle, una volta che si fosse ripresa, che avevo fatto ci che voleva lei nonostante le difficolt. Ho spalancato la porta e il bagno non cera; cera, al suo posto, una ventina di gradini, dalla pedata cortissima e dallalzata esagerata; in cima, cinque metri pi in alto, cera la vera porta del bagno. Ho guardato Valeria, sedu220

ta per terra in modo precario, inanimata, e ho guardato le scale: e poi non chiedetemi come ho fatto a portarla su perch non mi ricordo. So soltanto che ogni tanto lei si riprendeva e si metteva a camminare, in maniera traballante, s, ma almeno, senza che se ne rendesse conto, mi stava aiutando ad aiutarla. Quando siamo arrivati in cima alle scale aveva riacquistato i sensi e sembrava mantenerli saldamente. Ho aperto la porta e siamo stati colpiti dalla forte luce che cera allinterno. Lei ha cercato di lanciarsi verso il lavandino, ma a met strada ha fatto: Uurgbblll! senza per centrarlo. Sulle piastrelle blu scuro del pavimento si sono depositati altri grumi di sostanza biancastra (che, sotto la luce potente del bagno, mi sembrava pi che altro giallastra) che emergevano da quella che senza dubbio era acqua. Prima che cadesse nuovamente per terra, lho afferrata per la vita. Le gambe non la reggevano pi, dipendeva completamente da me. Ero convinto che con larrivo in bagno tutto sarebbe tornato a posto, ma cosa credevo? Che dentro ci avrei trovato il Santo Graal di Indiana Jones e lultima Crociata? O la fonte dacqua miracolosa dellElenco telefonico di Atlantide? E invece no, perch poi la situazione peggiorata ulteriormente. Nei momenti successivi ho avuto la sensazione di essere arrivato a un punto di non ritorno, che quello che stava accadendo avrebbe avuto conseguenze irreversibili, per lei e anche per me. Sentivo che Valeria avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni immobile su un letto dospedale, proprio come Maggie Fitzgerald (Hilary

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Swank), il corpo ricoperto da migliaia di piaghe da decubito. La stavo tenendo per la vita perch le gambe non la reggevano pi. La testa le andata allindietro e le ho visto gli occhi roteare verso lalto. Lei ha detto: Ghk! Ghk! Ghk! e ha ripreso a vomitare, piccoli conati convulsi, molti dei quali a vuoto, interrotti da brevi pause, poi in successione sempre pi rapida, conati e pause, e alla fine mi sembrava che stesse facendo i gargarismi col proprio vomito. Mentre la sostenevo e la guardavo vomitare, la mia mente, coerentemente con la sua predisposizione per lassociazione, ha riproposto spezzoni dei seguenti film: Alien, LEsorcista, Stand by me Ricordo di unestate, Il senso della vita dei Monty Python insomma, uninteressantissima rassegna su Cinema & Vomito. Ghk! Ghk! Ghk! faceva Valeria, e intanto il suo corpo ha cominciato a scuotersi. Si agitava cos forte che ho dovuto aumentare la stretta. Non che sia servito a molto: scivolata sempre pi verso il basso e le mie braccia, che dapprima la cingevano in vita, adesso la tenevano sotto le ascelle. S, sembrava proprio una crisi epilettica. Anzi, pensandoci adesso direi che era una crisi epilettica. In quel momento la sua testa era rivolta in avanti ed era incassata tra le spalle. Gli occhi erano chiusi e le labbra contratte in quellespressione che hanno i neonati quando hanno la bocca ancora impastata dopo aver fatto la pappa. Solo che lei, al contrario dei neonati, continuava a fare: Ghk! Ghk! Ghk! e a sputare quella roba bian222

castra. Poi il Ghk! Ghk! Ghk! diventato Crrrrr!: era chiaro che cera qualcosa di bloccato, che faticava a uscire. Stava soffocando. Adesso muore. Adesso muore soffocata, mi sono detto. Adesso mi muore qua, tra le braccia, in un cesso, questa ragazza che non ho visto che tre volte tre, che non so dove abita e nemmeno se ha un cognome, che non so perch esca con me, che non so se ha un padre e una madre, dei fratelli, dei nonni ancora vivi, che se adesso frugo nella sua borsa, se prendo il cellulare e seleziono la voce casa per avvertirli, chiunque mi risponda avr il diritto di chiedermi, e tu chi cazzo sei? Se Valeria ancora viva e non morta soffocata nel cinema, quel mercoled sera, non certo grazie a me: io la stavo tenendo su, non sapevo che altro fare. Lei, invece, si liberata dallingorgo di bolo con un qualcosa simile a un deciso colpo di tosse. Il vomito era dappertutto: sui suoi vestiti, sul pavimento, sullo specchio del bagno, sulle mie Clarks, un po era anche riuscito non so come a finire nel suo bersaglio originario, il lavandino. Finito di vomitare, in compenso, ha perso di nuovo i sensi. Stringendola per la vita, lho trascinata verso il water, i suoi piedi che strisciavano per terra, e lho messa a sedere. Le lunghe gambe erano tese in avanti, le braccia penzoloni, il busto storto e la testa appoggiata di sbieco al muro. Le punte dei capelli ai lati del viso erano bagnate. Aveva le labbra semispalancate dello stesso

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colore della carnagione. Da un lato scendeva un rivolo di bava biancastra. Le labbra semispalancate dello stesso colore della carnagione erano quelle di mia nonna quando aveva cessato di vivere, prima che arrivasse laddetto delle pompe funebri a sistemarla. Gli abiti di Valeria erano un arcipelago di chiazze di vomito. Mentre la guardavo, le domandavo che cazzo aveva combinato, poi chiedevo a me stesso che cazzo potevo fare. Ogni tanto dicevo anche merda. Ho strappato un metro di carta igienica e lho avvolto intorno alla mano. Lho bagnato un po e poi lho passato sulla bocca di Valeria. Ho studiato la geografia del vomito, preparato un itinerario e inumidito nuovamente linvolto di carta igienica. Non so se unaltra persona nella mia situazione si sarebbe messa a pulire i vestiti di Valeria. A me venuto naturale, tutto l. A posteriori, s, ho individuato una serie di motivi che devono avermi spinto ad agire a livello inconscio: per esempio, che tutto si sarebbe risolto in un paio di minuti, che saremmo ritornati in sala a vedere la fine del film e che dopo magari saremmo andati a bere qualcosa in un posto carino e lei non avrebbe potuto andare in giro conciata cos; oppure, molto pi probabile, era lammirazione che provavo per il suo stile, cosa che ai miei occhi la rendeva unica la mia ragazza da un milione di dollari. Il mio percorso non era guidato da un criterio di praticit, ma disponeva le varie tappe in ordine crescente di difficolt. Sono partito dalla chiazza che aveva sul brac224

cio destro per passare a quella che si trovava a met strada tra lo stomaco e il fianco sinistro. Procedevo con tocchi rapidi e delicati, sfregando pi volte nello stesso punto, la mano che fuggiva non appena mi sembrava di avere toccato Valeria un po troppo. La macchia successiva era sulla coscia sinistra: ho pizzicato con lindice e il pollice la gonna e lho tirata verso di me in modo da toccare solo il tessuto e non il corpo. Sulla gonna rimasta una chiazza pi scura con la forma del Texas. Ho dovuto utilizzare lo stesso procedimento per una serie di schizzi tra il colletto della maglia e il seno destro. Mi sono allontanato da lei per valutare il mio operato: s, sui vestiti erano rimaste alcune chiazze umide, ma si sarebbero asciugate in fretta. Non avevo ancora finito, per. Sullinguine cera una lunga sbavatura di vomito. Lo ripeto, in quei momenti avevo smesso di pensare. Ogni azione mi veniva automatica, come se a mia insaputa avessi ricevuto un ferreo addestramento per aiutare le bionde che vomitano al cinema, un po come Matt Damon in The Bourne Identity. Ero puro istinto. Per cui, in questottica che va visto il mio gesto di sfregarle la carta igienica sullinguine; pensandoci bene, adesso, credo che sia da ricondurre a quel momento la svolta nel mio rapporto con lei, che vederla sulla sedia a rotelle non sia stata altro che una convalida. Mentre lo facevo, ho capito che io con quella ragazza non sarei mai riuscito a fare del sesso. Il gesto in s non aveva proprio nulla di erotico, n poteva sembrare un tentativo di approfittare

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delle sue condizioni per metterle le mani addosso. Mi sembrava pi che altro unintimit agli sgoccioli, quella del marito anziano che lava la moglie altrettanto anziana ridotta a uno stato vegetale. A poco a poco stavo ricominciando a pensare. Per quanto il viso di Valeria avesse assunto un pallore tuttaltro che confortante, ho deciso che avrei fatto meglio a riaccompagnarla a casa. La macchina era lontana, per, e da solo non ce lavrei mai fatta. Dovevo chiedere aiuto. Ho gettato la carta igienica nel cestino sotto il lavandino e ho detto a Valeria che sarei andato a cercare aiuto non che mi aspettassi una risposta, ma in qualche modo dovevo giustificarmi, visto che la stavo abbandonando su un water priva di sensi in un cinema. Ho sceso le scale e aperto la porta e ho notato che alla mia destra cera una scala a chiocciola che conduceva in basso. Mi bastato scendere un paio di gradini per rendermi conto che la scala portava direttamente alluscita di sicurezza. Per arrivare allingresso, quindi, sarei dovuto passare dalla sala. Come potete vedere, adesso i miei gesti erano preceduti dai pensieri. Non solo: vi erano alcuni pensieri indipendenti dallazione. Per esempio, che cosa poteva aver causato il malore di Valeria? Era stato forse qualcosa che aveva mangiato prima di venire al cinema? Se s, cosa? Che cosera quel conglomerato biancastro che continuava a uscire ininterrottamente dalla sua bocca, quasi si trattasse di una produzione propria? Cerano tantissime cose che non sapevo di lei, anzi, diciamo praticamente tutto: quali segreti erano stati rivelati dal vomito?
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Eppure, per tutto il tempo lavevo vista in forma insomma, rispondeva completamente allidea che mi ero fatto di lei. In quel momento in cui lo schermo buio, in cui chiaro che i trailers sono finiti e che il film sta per iniziare, lei si era agitata sulla poltrona come una bambina alla prima del film dei Pokmon. Mi aveva detto di essere emozionata, che il film sarebbe stato bellissimo, anzi, che era gi il suo preferito, anche se non laveva ancora visto. Mi aveva anche detto di essere contenta. L per l mi era sfuggito, ma adesso che ci ripenso, boh, non so. Per mi ricordo i suoi occhi, che luccicavano un entusiasmo che si sovrapponeva, senza occultarla, a quella loro espressione perennemente spaventata. Considerato cos accaduto dopo, gli occhi costituivano un perfetto trailer della serata. Ma tutto questo lo sto comprendendo soltanto adesso, tre mesi dopo. Comunque, stavo attraversando la sala per raggiungere lingresso. Sullo schermo, un medico dai tratti asiatici (Jamison Yang) teneva tra le mani guantate una gamba che spuntava dalle lenzuola di un letto dospedale. La stava osservando. Sopra il polpaccio, quasi dietro al ginocchio, cera una piaga diffusa la cui forma mi ricordava quella di un neurone, per di colore rosso. Non ha un buon odore, vero? ha detto la voce fuori campo di Maggie Fitzgerald (Hilary Swank). Dobbiamo amputarla, Maggie le ha risposto il medico (Jamison Yang), sollevando lo sguardo. Sono rimasto fermo alcuni istanti a osservare la scena, poi sono uscito dalla sala. Cosera peggio, il film o la real-

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t? Quando ho detto alla bigliettaia che la mia amica si era sentita male, che adesso era in bagno e che avevo bisogno che qualcuno mi aiutasse, lei ha appoggiato le mani sul bancone, ha indietreggiato e si guardata intorno. Le ho spiegato che volevo riaccompagnare la mia amica a casa, ma che avevo bisogno di aiuto per tenerla in piedi. La bigliettaia non accennava a voler uscire dal gabbiotto. Continuava a guardarsi intorno, forse cercava il tizio che strappa i biglietti, non so. Dopo quelli che mi sono sembrati minuti di silenzio nel frattempo Valeria poteva essere gi morta e i medici avevano di sicuro gi amputato la gamba di Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) la donna ha concluso che forse avrebbe potuto chiamare lambulanza. Ho pensato al pallore di Valeria, al modo in cui aveva vomitato su in bagno, allapparente mancanza di spiegazioni per il suo malore, e allora ho detto di s, che forse era meglio chiamare lambulanza. La donna ha detto che avrebbe chiamato lambulanza. Poi siamo rimasti a guardarci negli occhi per quasi un minuto. Ho capito subito che non si fidava. Il perch lho capito solo pi tardi, quando ormai erano le due passate e me ne stavo tornando a casa, dopo aver accompagnato (finalmente) Valeria alla sua abitazione. Forse la bigliettaia aveva pensato che volessi fregarla, che stessi mettendo in atto un piano ben organizzato: io avevo il compito di allontanarla dal bancone, dove ovviamente cera la cassa, attirandola con la scusa di una ragazza che stava male; Valeria, la mia complice, era in bagno e continuava a ficcarsi due dita in gola per far vedere che stava davvero
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male; nel frattempo, il terzo complice (un altro individuo nascosto dietro una tenda o anche fuori dal cinema) aspettava per svuotare la cassa. O forse aveva pensato che la mia amica fosse una tossica e che in quanto tale non meritasse dessere aiutata, anzi, che fosse giusto che morisse nel bagno del suo cinema. Ma perch mai una doveva andare a farsi proprio in un cinema? La sfida di sguardi lho vinta io, quando ho visto la bigliettaia arretrare, agguantare un telefono e comporre un numero di tre cifre. In quel momento mi sono reso conto di una cosa: che nessuno, allinterno della sala, si era avvicinato a noi per chiedere se andava tutto bene o se poteva essere daiuto. Ho pensato anche che nessuno se ne fosse accorto, ma poi mi sono ricordato di una cosa: quando Valeria era svenuta la prima volta, aveva fatto un tonfo piuttosto forte, io avevo sentito il tonfo prima di capire che lei era caduta, avevo sentito il tonfo e soltanto dopo qualcosa mi aveva tirato verso il basso. Era impossibile che le altre persone presenti in sala non lavessero sentito. A rimuginarci sopra, pi tardi, in macchina, lindignazione mi salita a livelli incontrollabili. Ho avuto questidea, che avrei scritto una lettera a Specchio dei Tempi de La Stampa, e solo in quel momento mi sono calmato. Un nostro lettore ci scrive: Mercoled scorso sono andato a vedere un film in uno dei pi famosi cinema di Torino insieme a unamica. Il film in questione ha rice vuto, sul Vostro quotidiano, ben quattro stelline, il che presuppone che si tratti di un film di qualit in grado di

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richiamare un certo tipo di pubblico, diverso, ad esem pio, da quello che attirerebbe un film con ununica stel lina. Trattandosi di un giorno centrale della settimana e data la compresenza di un importante evento sportivo, la sala non era particolarmente affollata: ci saranno state allincirca una trentina di persone. A met film la mia amica si sentita male ed svenuta, cadendo per terra; poi si ripresa e ha cominciato a vomitare. Tutto ci accaduto in sala e non senza rumore: nonostante questo, nessuno dei presenti si preoccupato di aiutar ci. Sarei arrivato a parlare della gente che adotta i bambini a distanza e non si accorge che chi gli seduto di fianco sta male, della diffusa propensione della gente a farsi i cazzi propri, di chi parla al cellulare mentre guida o evita le code passando nella corsia preferenziale o parcheggia in doppia fila e se ne va. Avrei concluso denunciando che la societ italiana si stava scindendo in minuscoli nuclei autosufficienti e tra di loro indifferenti. Segue la firma. Intanto, giunto in sala, ho deciso di attraversarla di corsa, cercando di fare pi rumore possibile con la suola delle scarpe, in modo che tutti si rendessero conto che lass, in bagno, stava accadendo qualcosa di grave. Prima di attraversare la tenda, per, mi sono girato verso il pubblico. A vederli cos, dallalto, con le loro teste rivolte allo schermo, ignari della mia presenza, mi sono sentito onnipotente. Mentalmente, ho scagliato su di loro il mio anatema: che tutto questo possa capitare anche a voi, figli di puttana, che possa cogliervi un mal di pancia
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inaudito. La mia voce mentale aveva assunto un potente effetto eco quando aveva dichiarato: voglio vedere che vi alzate, che crollate per terra privi di sensi, che vi riprendete e vomitate, e che possiate strisciare cos, tra svenimenti e conati, fino a quel cesso lass in cima alle scale, maledetti stronzi. Ma questo non capiter a tutti insieme: voglio vedervi soffrire uno per volta, senza che nessuno venga a sorreggervi mentre scaricate sul pavimento le vostre cene. E voglio anche che tutti gli altri rimangano paralizzati a guardarvi, mentre aspettano il proprio turno. S. Valeria si era ripresa. Era seduta pi composta e teneva le braccia strette in grembo. Guardava le pareti del bagno come se fosse appena arrivata da un paese dellest europeo dove usano ancora le latrine. Quando mi ha visto entrare, ha sbarrato ancor di pi gli occhi: adesso esprimevano profondo terrore. Aveva le sopracciglia inarcate come la M di McDonalds, a un punto tale che sembrava dovessero staccarsi dalla fronte per rimanere sospese in aria sopra la sua testa, quasi fossimo in un cartone animato. Il labbro inferiore tremava. Mi ha chiesto dove fosse, che cosa era successo. Mi sono chinato davanti a lei e le ho spiegato che io ero Marco, che lei era Valeria e che eravamo al cinema a vedere lultimo film di Clint Eastwood con Hilary Swank e Morgan Freeman, premiati con lOscar. Poi le ho raccontato (omettendo molto) quello che era accaduto: lo svenimento, il vomito (primo tempo), le scale, il vomito (secondo tempo). Mi faceva tenerezza. Le ho accarezzato una guancia, senza

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pensarci. Le ho chiesto se si era sentita male prima di venire al cinema (no), se aveva mangiato qualcosa di strano (no, riso in bianco e due fette di torta al limone), se aveva preso qualcosa di strano (no, niente di diverso dal solito), se era stato il film ad averle fatto effetto (non sapeva, eppure le piaceva). Le ho chiesto di scusarmi ma avevo fatto chiamare lambulanza: ero nel panico e non sapevo assolutamente cosa fare. Lei mi ha detto grazie, e guardava nel vuoto cercando di ricordare. Mi disse che non ricordava nulla: stava bene, anzi, molto bene, quando a un certo punto le era venuto mal di pancia. Un fortissimo mal di pancia. Basta, tutto qui. Poi c stato il buio, ma non era un buio spiacevole, si trovava a suo agio, ci sarebbe rimasta volentieri. Citando Shrek, le ho detto, se le fosse capitato di nuovo e se lei avesse avuto limpressione di trovarsi in un tunnel, di tenersi lontano dalla luce. Lei ha riso, e ho visto che le sue labbra stavano tornando rosse. Le ho chiesto come stava, e lei mi ha detto che in quel momento sentiva soltanto un forte mal di stomaco. Dal modo in cui si stava massaggiando la pancia ho concluso che forse era meglio lasciarla da sola per un po. Sono uscito dal bagno e ho chiuso la porta. Mi sono appoggiato al muro e tra me e me ho detto porcaputtana. Ricordo che nellestate del 1997 sono andato a Bellaria con alcuni amici. Una sera, anzi, un mattino, poich dovevano essere allincirca le tre, eravamo tutti belli brilli e ci siamo lanciati in un dibattito che ci ha portato via pi di tre ore. Qualcuno ha affermato che era impossibi232

le che le ragazze belle cagassero. Osservazione pi che legittima. Credo che sia quel tipo di considerazioni che prima o poi ogni adolescente fa. A sostegno della sua tesi, il mio amico ci ha chiesto se qualcuno di noi riusciva a immaginare Eva Herzigova seduta su un water, mentre spingeva nellatto di produrre un agglomerato marrone di forma cilindrica. C stato un lungo momento di silenzio mentre le nostre immaginazioni cercavano di elaborare la scena. Aveva ragione: nessuno di noi se la immaginava, o meglio, quasi tutti eravamo riusciti a visualizzare la Herzigova nellatto di defecare, ma ci pareva impossibile, era una visione stridente, inaccettabile, un ossimoro. Le cosce lisce color rosa chiaro, adagiate su un water color madreperla, e i capelli ricci biondi rubati a un angelo non erano semplicemente compatibili con la superficie marrone e rugosa di uno stronzo. Ma non occorreva andare cos in alto: insomma, bastava anche solo andare a cercare nel nostro liceo o tra le ragazze che avevamo conosciuto in quella vacanza. Concluso che le ragazze belle non cagavano, venuta fuori unaltra domanda: come fanno a espellere le feci? Tra di noi c stato chi ha parlato di sublimazione, chi di cacca simile a miele colante; io ho proposto che ogni ragazza bella aveva il suo tipo di cacca: chi produceva perline, chi petali, e devo dire che la mia spiegazione piaciuta, tant che abbiamo cominciato a immaginare quale tipo di cacca producessero le ragazze belle di nostra conoscenza. Perch mi venuto in mente questo episodio? Perch quella che Valeria stava facendo in quel momento non

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erano minuscoli oggetti di cristallo a forma di animaletti buffi, come avevamo immaginato per la biondina di II A, ma merda vera, merda finale, merda che ti porta via lanima, una cascata nera e rumorosa che sgorgava dal suo corpo. Per quanto non potessi vederla e la scena fosse completamente immaginata come del resto avevamo fatto per la Herzigova , nonostante ci dividessero una porta chiusa e circa cinque metri, mi sentivo coinvolto in una intimit prematura e non richiesta. Mi spiego meglio. Da un lato, se mai fosse diventata la mia ragazza e un giorno fossimo andati a vivere insieme, vederla cagare sarebbe stato uno di quegli ostacoli da superare un po come vedersi nudi la prima volta che si fa lamore con una persona , una di quelle cose da accettare se si vuole andare avanti con una vita insieme, avere dei figli, comprare un appartamento, fare la spesa al Carrefour il sabato mattina, invecchiare, ammalarsi e morire. Dallaltro lato, quel tipo di merda che immaginavo stesse fuoriuscendo da Valeria era la merda della sofferenza e non poteva non ricordarmi le ultime ventiquattro ore di vita della nonna, la sua ultima notte di vita, quando and di corpo una decina di volte e non era neanche pi in grado di chiamarci per nome se non attraverso gemiti. Ecco, io non volevo che tutto questo avesse a che fare con Valeria. Cinque minuti dopo ho sentito la sirena dellambulanza. Valeria era ancora chiusa in bagno, ma non ho osato avvicinarmi alla porta per chiederle come stava, non volevo sentire la puzza. Sono sceso per aprire luscita di sicurezza ai tre tizi del pronto soccorso in tuta arancione,
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due uomini e una donna. Quando sono arrivati in cima alle scale, Valeria stava uscendo dal bagno. Sembrava stare meglio, le labbra avevano riacquistato del tutto il loro colorito originario, ma la carnagione ancora pallida, il viso ricoperto da una patina di sudore, qualche residuo di vomito sui vestiti e il fatto che per rimanere in piedi doveva tenersi agli stipiti della porta testimoniavano che fino a non molto tempo prima non era stata particolarmente bene. La donna andata subito da Valeria, come uninterprete, o il capo di una delegazione ONU che va a mediare la liberazione di un ostaggio. Alla domanda se avesse preso qualche medicinale, Valeria ha risposto con un nome che non avevo mai sentito e che ora non ricordo. Io sono rientrato in sala per recuperare le nostre cose. Sullo schermo, Frankie Dunn (Clint Eastwood), in una stanza dospedale buia, sussurrava a Maggie Fitzgerald (Hilary Swank), distesa nel letto: Va bene. Adesso ti staccher il respiratore e tu ti addormenterai. Poi ti far uniniezione e dormirai per sempre. Ho raccolto le nostre giacche e la sua borsa. Stavo per tornare in bagno quando un luccichio sul pavimento ha attirato la mia attenzione: gli occhiali di Valeria. Nel bagno, un uomo e la donna stavano aiutando Valeria a camminare e a sedersi su una sedia-barella che laltro tizio stava tenendo. Prima che si sedesse, le ho messo gli occhiali e la giacca. La borsa lho tenuta io. Mentre la donna e uno dei due uomini stavano facendo sdraiare Valeria su una lettiga allinterno dellambulanza (le

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hanno addirittura allacciato delle cinghie sul petto e sulle gambe), il secondo uomo ha richiesto il mio aiuto per compilare un modulo. Gli ho risposto che era la seconda volta che uscivo con lei, che non ne sapevo molto. Per lennesima volta in quella serata, ho violato l'intimit di Valeria frugando allinterno della sua borsa. Ho toccato un peluche, un blister, unagenda (forse una Moleskine) e poi un portafoglio di pelle. Ho estratto la carta didentit (non mi sembrato ci fosse nessuna patente) e lho data alluomo in arancione. Lui mi ha detto che la portavano allOspedale Martini e che se volevo potevo andare con loro. Sono andato a recuperare la macchina, cos pi tardi avrei riaccompagnato Valeria a casa. Questa volta non avrebbe potuto rifiutare il passaggio. Il Martini sapevo dovera non lontano dal cinema ma non come arrivarci. Mentre correvo verso la macchina, ho incrociato due ragazzi; li ho superati e poi sono tornato indietro e ho detto loro scusate. Ho chiesto comera finita la partita di Champions erano due facce che sicuramente avrebbero saputo dirmi il risultato ma non lo sapevano. Quando ho raggiunto la macchina, ho ripensato alla facilit con cui avevo trovato parcheggio. Tutto tornava: la mia fortuna era stata compensata da una bella serata di merda. Ho provato un senso di morbosa soddisfazione nello sperimentare la veridicit di una superstizione solo mia. Sarebbe stato uno schiaffo morale verso tutti gli scettici, la prova che, a essere superstiziosi, qualche volta ci si azzecca, si arriva a estrarre le maglie oscure della
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realt. Quello che invece non tornava erano i miei calcoli percentuali. Il malore di Valeria o in qualunque modo potesse essere chiamato non rientrava in nessuno degli eventi che avevo preso in considerazione. Era una percentuale minima, interstiziale, quello zero virgola zero zero zero zero zero zero un per cento che sarebbe sempre venuto a mancare, oppure era una nuova categoria con un peso pari alle altre, che includeva eventi imprevedibili come attacchi terroristici o maremoti o invasioni aliene o la trasformazione del soggetto femminile in un licantropo? Boh, non so, vedremo. Al Martini ci sono arrivato mezzora dopo, guidando con il Tuttocitt sul volante. La zona del pronto soccorso mi metteva tristezza. Queste strade larghe con i binari inutilizzati del tram e i fili elettrici sospesi in aria come una gabbia a maglie larghe. Il pronto soccorso era un agglomerato azzurro di parallelepipedi e cubi incassato in un canyon di condomini alti pi di dieci piani. L dentro ci avevo fatto finire Valeria. Si stava riprendendo e sicuramente avrebbe preferito essere a casa, sotto le coperte, magari dopo essersi fatta una tisana. Chiss quanto era lontana da casa. Non mi aveva mai detto dove abitava, ma credevo che lo avrei scoperto presto. Ho trovato posto davanti al pronto soccorso. Era luna e mezza. Sono rimasto dentro la macchina ancora un po. Luoghi come quello con una sala dattesa che resta aperta tutta la notte diventano un rifugio per tossici e altri derelitti urbani. Ho attivato la chiusura centralizzata, anche se intorno non sembrava esserci nessuno. Mi

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sentivo in colpa per Valeria, per aver chiamato lambulanza con la complicit (o la non-complicit) della bigliettaia e averla fatta finire l sotto anzich in un posto carino, in compagnia, come poi ho potuto vedere, di una donnina dalla pelle violacea attaccata a una flebo e di un essere umano di sessualit sconosciuta nascosto dietro un paravento, che rantolava come un piccolo roditore sotto tortura ma, nonostante ci, volevo che fosse visitata, volevo capire cosa le fosse successo, prima, al cinema. Fuori, sul vialetto che conduceva allentrata del pronto soccorso cera un tizio che passeggiava. Forse aveva un parente in visita e aspettava fumandosi una sigaretta o forse era un tossico difficile dirlo. Ho messo la borsa di Valeria sotto la giacca e mi sono avviato. Il tizio mi ha visto e mi subito venuto incontro. Mi sono chiesto: viene verso di me o verso la borsa? nascosta bene o si vede, la borsa? E se invece il tizio mi aveva visto nasconderla sotto la giacca? Ricordo che indossava una giacca di jeans, aveva i capelli neri corti, era stempiato, e parlava scandendo bene le parole. Posso rubarti un paio di minuti? Grazie. Senti, voglio essere sincero con te. Ho bisogno di soldi e non star a inventarmi una storia del tipo che vengo da Milano e mi hanno rubato il portafoglio e adesso sto facendo una colletta per comprarmi il biglietto del ritorno. No. Voglio dirti le cose come stanno. Io sono un tossicodipendente. Un drogato. Mi buco. Il problema che sono rimasto senza soldi. Ti dico anche questo. Che io sono una perso238

na onesta, che a me quelli che rubano per farsi mi fanno schifo. In realt sono io stesso a farmi schifo, considerando come sono ridotto. Per a rubare proprio non ci riesco. Per questo volevo chiederti gentilmente se avevi qualche spicciolo da lasciarmi, anche solo pochi centesimi, per me va bene. Grazie.

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I racconti presenti in questa raccolta sono liberamente ispirati a questi film fichi.

Quella cosa fantastica che riesce cos bene alle ragazze La donna che visse due volte (Vertigo, USA 1958, 128) di Alfred Hitchcock con James Stewart e Kim Novak. A qualcuno piace Aldo A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot, USA 1959, 119) di Billy Wilder con Jack Lemmon, Tony Curtis e Marilyn Monroe. Prima che arrivasse il poi Animal House (National Lampoons Animal House, USA 1978, 109) di John Landis con John Belushi e Tim Matheson. Affogare I Goonies (The Goonies, USA 1985, 111) di Richard Donner con Sean Astin, Josh Brolin e Jeff Cohen. Girotondo Edward mani di forbice (Edward Scissorhands, USA 1990, 100) di Tim Burton con Johnny Depp, Winona Ryder, Dianne Wiest e Vincent Price. La mole Fuga dalla scuola media (Welcome to the Dollhouse, USA 1995, 87) di Todd Solondz con Heather Matarazzo e Brendan Sexton jr.

Le decisioni di mio figlio sono sempre un po precipitose Face/Off - Due facce di un assassino (Face/Off, USA 1997, 128) di John Woo con John Travolta e Nicolas Cage. Il trentacinquesimo anno I Tenenbaum (The Royal Tenenbaums, USA 2001, 109) di Wes Anderson con Gene Hackman, Anjelica Huston, Ben Stiller, Gwyneth Paltrow, Bill Murray e Luke Wilson. La mia ragazza da un milione di dollari Million Dollar Baby (Id., USA 2004, 132) di Clint Eastwood con Clint Eastwood, Hilary Swank e Morgan Freeman.

Gli autori
Marco Peano nato a Torino nel 1979. Si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Einaudi e di narrativa straniera per la casa editrice Rizzoli. Ha pubblicato racconti in antologie (edite da Meridiano Zero, Rubbettino, Lampi di stampa, Canale Arte, Nouvelle Bague) e sulla fanzine di narrativa online Dcadance. Ha scritto testi ispirati alle opere del pittore contemporaneo Enzo Lisi, rintracciabili nei cataloghi delle sue personali. Michele Vaccari narratore, sceneggiatore, fonico, rapper. Laureato al DAMS di Imperia ha pubblicato nel 2004 Jam Session sullantologia Gli Intemperanti per Meridiano Zero e Quando i Santi marciscono su Storie di Jazz per Lampi di stampa; sta aprendo a Sanremo il parco letterario Italo Calvino ed direttore editoriale della collana Wanted per Bevivino Editore. Simone Greco nasce nel 1975 a Genova. Laureatosi presso lUniversit di Padova, incomincia a lavorare come operatore video. Ha scritto sceneggiature per corto e medio metraggi presentati in alcune delle principali rassegne del settore. Premiato nel 2003 presso il Festival Internazionale di Poesia, pubblica versi presso la rivista italo-svizzera Bloc Notes e suoi testi sono stati selezionati da Maurizio Cucchi su Specchio della Stampa. Nel 2004 pubblica Fra Diavolo. Lestetica della guerriglia, prefazione di Niccol Ammaniti (Bevivino Editore). Matteo De Simone vive a Torino, dove nato nel 1981 da genitori romani. Ha pubblicato finora racconti su antologie e riviste, in rete e su carta e ha vinto nel 2005 la menzione speciale del premio I giovani raccontano per il racconto breve Bambini. Un suo racconto apparso nellantologia del concor-

so La stazione (Ed. Terre di Mezzo). Come musicista, ha composto le colonne sonore di svariate produzioni video ed il cantante del gruppo rock Nadr Solo, di cui uscir nel 2006 lalbum desordio prodotto da Mario Congiu e distribuito da Rivista Alchimie. Laura Gandolfi vive a Pegognaga, in provincia di Mantova. Lavora in libreria e studia Lettere a Parma. Ha ventiquattro anni, ancora da compiere. Costanza Masi nata a Firenze nel 1978 ma vive a Torino anche se non si sente mai a casa perch non sa i nomi delle strade della citt. Grande conoscitrice dei giardinetti di quartiere grazie al cane Rama, stretta come unacciuga. Marco Prato nasce e vive tuttora a Torino. Ha studiato Giurisprudenza perch sembrava interessante. Per il resto trascorre gran parte delle sue giornate con il suo amico immaginario Roger, insieme al quale condivide la passione per la letteratura. Camilla Corsellini ha 32 anni e viene da Bologna. autrice teatrale e di racconti noir. Nel 2004 ha pubblicato La Banda della Uno bianca - Fratelli di sangue (Bevivino Editore). Marco Lazzarotto, classe 1979, vive e lavora a Torino, e ogni tanto ci studia pure. Attualmente collabora con la casa editrice Einaudi e la Scuola Holden. La mia ragazza da... il primo racconto che pubblica se si esclude Tecnologie di seduzione (2003) sulla rivista on-line Delos e lui assicura che quasi tutto inventato. A 26 anni non si ancora laureato e tifa Toro.

Indice
7 11 50 62 Il parere dellesperto: Marco Ponti Quella cosa fantastica che riesce cos bene alle ragazze Marco Peano A qualcuno piace Aldo Michele Vaccari Prima che arrivasse il poi Simone Greco 82 84 123 156 Il parere dellesperto: Steve Della Casa Affogare Matteo De Simone Girotondo Laura Gandolfi La mole Costanza Masi 171 173 187 204 Il parere dellesperto: Bruno Fornara Le decisioni di mio figlio sono sempre un po precipitose Marco Prato Il trentacinquesimo anno Camilla Corsellini La mia ragazza da un milione di dollari Marco Lazzarotto

Finito di stampare nel mese di febbraio 2006 dalle Grafiche Dess - Riva presso Chieri (TO) www.grafichedessi.it Stampato in Italia - Printed in Italy

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