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ANP - BOLOGNA 25 MAGGIO 2011 CHI SI DEVE ADATTARE: LA SCUOLA AGLI STUDENTI O GLI STUDENTI ALLA SCUOLA ?

? Alessandro Cavalli Universit di Pavia

Limmagine di unistituzione che si riproduce per inerzia uguale a se stessa e che non ha saputo rispondere alla sfida prodotta dalle profonde trasformazioni della popolazione scolastica. Questa immagine pubblica soffre di un atteggiamento culturale diffuso in tutti gli strati della popolazione che predilige le diagnosi catastrofiche e le prognosi infauste, quando si tratta di istituzioni delle sfera pubblica. Non che manchino le ombre. Ma ci sono anche le luci. Tra queste una quota minoritaria, ma consistente, del corpo insegnante che svolge il proprio compito con competenza, passione e, spesso, anche abnegazione. Si tratta di quella quota di docenti che danno il meglio di s, non tanto per i riconoscimenti materiali e simbolici che ricevono, ma per le soddisfazioni intrinseche che il lavoro dellinsegnamento comporta, quando si vede la mente dei propri alunni crescere sotto i propri occhi (e, almeno in parte, per effetto dei propri insegnamenti). La domanda del titolo ovviamente retorica. La risposta ambivalente. La scuola deve fare di tutto per adattarsi agli studenti e questi devono fare di tutto per adattarsi alla scuola. In determinate condizioni storiche e del contesto, bene che prevalga luna oppure laltra delle direzioni delladattamento. La domanda degli studenti, e soprattutto delle loro famiglie, non mai ne molto esplicita, ne molto chiara. La scuola non pu tuttavia ignorarla (sappiamo noi cosa serve loro), ma deve interpretarla. Non pu, e non deve, appiattirsi sulla domanda, ma non pu non tenerne conto. Intanto, una domanda che pu manifestarsi lungo alcune dimensioni principali: 1. la scuola, in particolare la scuola pubblica, portatrice di orientamenti di valore di una societ laica, democratica e pluralista. E tenuta a rispettare gli orientamenti di valore delle

famiglie nella misura in cui non siano in contraddizione con i propri orientamenti (laici, democratici e pluralisti). In questo caso, non pu appiattirsi sulle richieste (qualora si manifestino) delle famiglie. Detto altrimenti, la scuola ha il compito di tutelare la libert di pensiero e di formare la capacit critica dei propri linfluenza della famiglia. 2. La scuola deve favorire la riproduzione sociale ovvero la mobilit sociale ? Linteresse delle classi superiori chiaramente espresso dalla prima opzione, quello delle classi inferiori dalla seconda. Domanda di riproduzione e domanda di emancipazione sono contraddittorie. La scuola italiana ha oggettivamente privilegiato (salvo alcune fasi storiche) la riproduzione rispetto alla mobilit. La sua struttura (licei, istituti tecnici, formazione professionale) ne la pi evidente espressione. Il prestigio di questi ordini influenza anche le preferenze degli insegnanti: poter insegnare nel migliore liceo classico della citt dove si vive per molti (anche se non per tutti) il segnale di una riuscita professionale. 3. In ogni popolazione la distribuzione di specifiche propriet assume una forma gaussiana, cio, a campana, le posizioni apicali sono poco numerose, le posizioni di coda anche, le posizioni intermedie raccolgono la maggioranza. Se prendiamo la popolazione degli istituti di istruzione superiore nel loro compresso, per, i licei (e in particolare, i licei classici) si collocano prevalentemente nelle posizioni apicali, gli istituti tecnici e (alcuni) professionali nelle posizioni intermedie, gli istituti professionali, in prevalenza, si concentrano nelle posizioni di coda. Senza modificare la curva di distribuzione (non tagliare gli strati alti e cercare di innalzare quelli pi bassi), penso che le politiche scolastiche dovrebbero puntare alla riduzione delle distanze medie tra i tre maxi-canali di istruzione secondaria. 4. Sono tra coloro che ritengono la cultura classica un patrimonio da tutelare e da trasmettere alle generazioni future. Ma non ritengo che la cultura classica sia il canale privilegiato della formazione delle lite (culturali, economiche, politiche, professionali, ecc.). Una societ dinamica una societ che apre le posizioni di lite anche a coloro che provengono da un alunni, anche controbilanciando

background socio-economico medio e medio-basso. Il liceo classico deve essere riservato a coloro che hanno intenzione di prepararsi per una (vasta) gamma di professioni per le quali la cultura classica costituisce una componente essenziale, ma non deve essere la via maestra per accedere alle lite. 5. La domanda (implicita e spesso anche esplicita) degli studenti (e delle studentesse) e delle loro famiglie di una scuola che fornisca una preparazione adeguata per lingresso nel mercato del lavoro. Anche in questo caso, la scuola non deve appiattirsi sulla formazione delle competenze richieste dal mercato del lavoro, (anche perch non sarebbe in grado di farlo), ma non pu assolutamente ignorarle. Le dinamiche del mercato del lavoro sono: territorialmente variabili, variabili anche nel breve periodo, variabili da settore a settore, spesso poco trasparenti agli stessi operatori (cio, alle imprese e alle PA). Tuttavia, i tratti fondamentali della cultura del lavoro (puntualit, gusto del lavoro ben fatto, capacit di muoversi in un ambiente competitivo/cooperativo, le social skills, la manualit, learning by doing, capacit di mettere in pratica ci che si appreso) sono tratti che la scuola deve trasmettere a chiunque, indipendentemente dalle destinazioni future nella struttura della divisione sociale del lavoro. Accanto a questi tratti trasversali, vi sono poi i tratti specifici variabili da settore a settore. Anche se difficilmente la scuola pu fornire una formazione completa (salvo in certi settori, il completamento della formazione on the job indispensabile), una formazione pre-professionale a livello intermedio e anche in funzione del proseguimento nellistruzione superiore (ci auguriamo, prima o poi, non solo universitaria) del tutto auspicabile e risponde allesigenza di passare dallastratto al concreto, implicita in molte domande dei giovani (che si chiedono perch devono studiare certe materie in certi modi). Non dimentichiamo che le indagini PISA mettono la scuola italiana frequentata dai quindicenni ai primi posti in termini di effetto noia. 6. Infine, vorrei richiamare lattenzione sullannoso problema della dispersione scolastica. Una quota di dispersione fisiologica (in ogni societ gli insufficienti mentali sono il 2-

3 per mille). La nostra scuola perde per circa un alunno su cinque e questo un segnale di patologia, non della popolazione scolastica, ma della scuola. La nostra scuola dimostra di non saper insegnare a un pezzo troppo ampio della popolazione scolastica, contribuendo cos alla generazione di una fetta troppo ampia di emarginazione sociale. Non si tratta solo delle difficolt incontrate con i giovani immigrati, ma con una quota di giovani provenienti dagli strati inferiori e frequentemente abitanti nelle periferie delle grandi citt. Questi giovani non sono privi di cultura, ma sono portatori di unaltra cultura, non compatibile con la cultura che viene valorizzata a scuola. Sono i giovani che provengono da famiglie poco o nulla scolarizzate, dove normalmente non entrano libri e giornali. Questa

condizione non deve essere vista, o non deve essere vista soltanto, in termini di deficit culturale. Certo, questi alunni/studenti hanno un modo di esprimersi (un lessico) particolare, ma la loro educazione/istruzione deve partire anche dalla valorizzazione della loro cultura dorigine, non dalla sua sistematica svalutazione se non si vogliono favorire delle carriere di insuccessi scolastici continui. Questi giovani non hanno bisogno di unistruzione compensatoria dei deficit iniziali, ma di unistruzione che parta da ci che di valido e permanente c nella loro cultura di origine, sia questa, contadina, operaia, oppure immigrata. Laddove compaiono fenomeni di dispersione (carriere di insuccessi, bocciature, ripetente), ci si deve chiedere se per caso non sia la scuola a non essere adatta ad una parte della popolazione scolastica e non viceversa. Come aveva a suo tempo capito Don Milani, una scuola, come la nostra, che opera nella finzione delluguaglianza (alla quale non estranea la finzione del valore legale dei titoli di studio), finisce per alimentare processi di riproduzione della disuguaglianza. 7. Lultimo punto riguarda le tecnologie. La diffusione della cultura digitale sicuramente un fatto rivoluzionario, le cui conseguenze di lungo periodo sono difficilmente prevedibili. Sappiamo per certo soltanto che la produzione, diffusione e trasmissione del sapere non sar pi la stessa, siamo di fronte ad un cambiamento della portata della

invenzione della scrittura e della stampa. Questo processo avviene in modi assai rapidi e produce inevitabilmente uno scarto generazionale che mette in discussione lasimmetria del rapporto tra docente e discente: i giovani ne sanno di pi dei loro docenti. Molti insegnanti hanno accettato la sfida e riescono, sia pure a fatica, a non lasciarsi superare irrimediabilmente dai propri allievi nel manipolare gli strumenti della cultura digitale. Purtroppo, c una parte della scuola (o degli insegnanti) che non accetta la sfida e quindi inesorabilmente destinata a perderla.