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DOMANDE E RISPOSTE

Un insegnante con contratto fino al termine delle lezioni, per sostenere un esame all'università
chiede un permesso di tre giorni dato che la sede universitaria è lontana da quella di servizio. il
Dirigente può concedere i giorni richiesti?

Risposta

Il docente ha diritto fino ad un massimo di 8 giorni, compreso il viaggio, ma senza retribuzione. Il


CCNL 2002/05 attualmente in vigore stabilisce che ai docenti con contratto a tempo determinato
«sono concessi permessi non retribuiti, per la partecipazione a concorsi od esami, nel limite di otto
giorni complessivi per anno scolastico, ivi compresi quelli eventualmente richiesti per il viaggio»
(art. 19, c. 7). La concessione dei permessi, che sono fra loro cumulabili, è a discrezione del
dirigente scolastico; eventuali dinieghi debbono comunque essere adeguatamente motivati per
iscritto.

Un insegnante di matematica in servizio part-time con 10 ore settimanali nel triennio di un Istituto
tecnico industriale, sezione Elettronica e Telecomunicazioni, non ha presentato, come richiesto a
tutti i docenti dal Dirigente scolastico, la domanda per gli esami di Stato. La giustificazione
addotta è che tra le sue classi non c'è una quinta; dato comunque che la matematica rientra tra le
materie dell'ultimo anno, il Dirigente sollecita l'insegnate a produrre la domanda richiesta. È
legittimo il comportamento del Dirigente?

Risposta
Il comportamento del Dirigente scolastico è stato scorretto, perché i docenti in part-time non sono
tenuti a produrre domanda di partecipazione agli esami di Stato: è una facoltà, non obbligo. Le
indicazioni ministeriali per la formazione delle commissioni del nuovo esame di Stato conclusivo
dei corsi di istruzione secondaria superiore sono state fornite con n. 20 del 16 febbraio 2008. Al
punto 2.1 la circolare specifica quali docenti sono obbligati alla presentazione della scheda di
partecipazione alla commissione d'esame, sia come presidenti, sia come commissari; fra questi
rientrano coloro che «insegnano, nelle classi terminali o nelle classi non terminali, discipline
rientranti nei programmi di insegnamento dell'ultimo anno dei corsi di studio». Terminato l'elenco
degli “obbligati”, la circolare precisa che «tra i docenti appartenenti alle categorie di cui sopra non
sono compresi coloro che prestano servizio con rapporto di lavoro a tempo parziale e i docenti di
sostegno. I docenti con rapporto di lavoro a tempo parziale hanno, tuttavia, la facoltà di presentare
la scheda di partecipazione alla commissione d'esame in qualità di presidenti e/o commissario
esterno e possono essere designati commissari interni»

Quest'anno nella riunione del collegio docenti per i libri di testo in un Liceo scientifico, a causa del
tetto massimo di spesa imposto recentemente dal ministero, non si sono potute fare alcune nuove
adozioni. Tra le conferme forzate anche quella di un testo per la terza classe che un insegnante del
triennio aveva chiesto di sostituire perché obsoleto e lacunoso. La questione interessa un altro
insegnante di matematica perché, con il pensionamento di una collega, si libererà una cattedra e
l'insegnante ha già chiesto il passaggio al triennio. Questo insegnante chiede se, nel caso in cui il
prossimo anno scolastico gli venisse assegnata una classe terza, sarebbe possibile, eventualmente
d'accordo con le famiglie degli allievi, cambiare il testo in questione subito dopo l'inizio delle
lezioni.

Risposta

La CM n. 9/2008, che disciplina le adozioni dei libri di testo per l'anno scolastico 2008/2009
esclude esplicitamente una possibilità del genere: «l'assegnazione di altro docente nella classe, a
decorrere dal 1° settembre 2008, non consente in alcun modo una diversa scelta dei testi già
effettuata».

In qualità di Dirigente scolastico e per seri e gravi motivi , senza sentire il Collegio dei docenti, hai
sospeso cautelarmene un insegnante, che ora percepisce uno stipendio ridotto ai soli assegni
alimentari. L'insegnate si appella contro il provvedimento per vizio di procedura: è legittima la sua
azione?

Risposta
La legge 25 ottobre 2007, n. 176 – conversione del DL n. 147/07 – ha modificato alcuni articoli del
D.L.vo n. 297/94 (Testo Unico della scuola) inerenti la materia disciplinare relativa al personale
della scuola. In particolare, per quanto concerne la sospensione cautelare è stato modificato il
comma 4 dell'art. 506 del TU, che prevedeva il parere – peraltro non vincolante – del Collegio dei
docenti. Nella nuova versione è stata cassata la dicitura «sentito il collegio dei docenti»,
mantenendo nella disponibilità del Dirigente scolastico la possibilità di adottare il provvedimento
della sospensione cautelare a carico di un docente, a condizione che «ricorrano ragioni di
particolare urgenza». Per avere efficacia il provvedimento deve essere convalidato dal Dirigente
dell'Ufficio Scolastico Regionale «entro il termine di dieci giorni dalla relativa adozione»; in
carenza di convalida, la sospensione è revocata di diritto. Si rileva pertanto che l'assenza del parere
del Collegio dei docenti non costituisce motivo di nullità del provvedimento, avverso il quale il
docente può comunque presentare appello al giudice del lavoro per altra motivazione oggettiva.

È possibile assegnare un non classificabile quale voto della disciplina sulla pagella del primo o
secondo quadrimestre? E se lo è, in quali situazioni? Deve essere il risultato di un’assenza
continuativa per tutta la durata del quadrimestre?

Risposta

La valutazione degli allievi rientra tra le attività proprie (ed obbligatorie) della funzione docente
previste dagli ordinamenti, mentre, in base a quanto prescrive l’OM n. 90/2001, spetta al collegio
dei docenti determinare «i criteri per lo svolgimento degli scrutini al fine di assicurare omogeneità
nelle decisioni di competenza dei singoli consigli di classe» (art. 13, c. 3). La stessa Ordinanza
rinvia poi, «per la formulazione dei giudizi e l’assegnazione dei voti di profitto» (c. 4), all’art. 2 del
Regio Decreto n. 2049/1929, nel quale si stabilisce che: «i voti si assegnano, su proposta dei singoli
professori, in base ad un giudizio brevemente motivato desunto da un congruo numero di
interrogazioni e di esercizi scritti, grafici e pratici, fatti in casa o a scuola, corretti e classificati
durante il trimestre o durante l’ultimo periodo delle lezioni»; il «congruo numero» di prove orali e
scritte è annualmente deliberato, in genere come numero minimo, dall’organo collegiale (collegio
dei docenti, consigli di classe). Quanto alla possibilità della non classificazione di un allievo, questa
è menzionata più avanti nel medesimo articolo del Regio decreto ed è connessa proprio alle
assenze; occupandosi degli scrutini finali, il decreto afferma che «quando, per una o più materie, si
giudichi di non poter assegnare voto a causa di assenze, sebbene giustificate, della relativa
deliberazione si fa cenno motivato nel verbale…». Poiché in un comma precedente si ricorda che «il
voto di profitto nei primi due trimestri si assegna separatamente per ogni prova nelle materie a più
prove [scritto, orale, grafico, pratico, ndr] e per ogni singolo insegnamento nelle materie
comprendenti più insegnamenti», mentre «nello scrutinio dell’ultimo periodo delle lezioni il voto è
unico», a maggior ragione può verificarsi la condizione che nello scrutinio intermedio, anche per
una sola delle prove, l’allievo possa risultare non classificabile e che tale dicitura debba comparire
nel verbale di scrutinio.
Il collegio dei docenti può stabilire, assieme ai criteri generali di cui sopra, anche le condizioni per
la dichiarazione di non classificabilità di un alunno. Nella prassi comune molte scuole seguono la
regola, sia in fase intermedia che finale, di non classificare un allievo qualora il numero delle
assenze nella disciplina sia stato talmente elevato da non aver consentito la verifica o, comunque,
quando la valutazione parziale sia stata attribuita in data molto antecedente a quella dello scrutinio.
È bene precisare comunque che, nel caso di un elevato numero di assenze, le sporadiche presenze
dell’allievo debbono essere utilizzate dal docente a fini valutativi; fermo restando che un eventuale
rifiuto dello studente ad essere sottoposto a valutazione autorizza il docente a registrare una
corrispondente valutazione negativa.

Insegno italiano in un istituto tecnico, una scuola piuttosto grande con quasi 1300 allievi. A
proposito di corsi di recupero estivi il collegio dei docenti, su proposta della preside, ha deliberato
a maggioranza di effettuare i corsi estivi subito dopo la fine degli scrutini di giugno e le verifiche
nell’ultima decade di agosto. All’obiezione, mia e di altri colleghi, che il periodo scelto si
sovrappone all’ultima parte delle ferie, la preside ha risposto che quanti non sono impegnati con
gli esami di maturità potranno andare in ferie in tempo utile per rientrare il 20 agosto; gli altri
potranno finire le ferie durante l’anno scolastico successivo. Mi hanno sempre detto che le ferie dei
docenti non possono essere frazionate e che i giorni perduti non sono più recuperabili. Vorrei
chiarimenti in proposito.

Risposta

Le disposizioni in merito alle modalità di recupero dei de-biti scolastici, ai fini della promozione
degli allievi alla classe successiva, sono state precisate attraverso i DDMM n. 42/07 e n. 80/07 e la
relativa OM applicativa n. 92/07. In particolare, mentre il DM n. 42 stabilisce che gli interventi
riguardanti il saldo dei debiti possono essere attivati «anche a partire dal termine delle lezioni
dell’anno scolastico nel quale il debito è stato rilevato» (art. 4, c. 2), il DM n. 80 indica nel 31
agosto dell’anno scolastico di riferimento il termine entro il quale «di norma» vanno concluse le
operazioni di verifica e scrutinio per la «formulazione del giudizio definitivo che, in caso di esito
positivo, comporta l’ammissione dell’alunno alla frequenza della classe successiva». L’OM n. 92
chiarisce poi che «salvo casi eccezionali, dipendenti da specifiche esigenze organizzative
debitamente documentate, le iniziative di recupero, le relative verifiche e le valutazioni finali hanno
luogo entro la fine dell’anno scolastico di riferimento»; il ricorso ai primi giorni del nuovo anno
scolastico per l’espletamento di tali operazioni deve quindi essere considerato del tutto eccezionale.
Compito del Collegio dei docenti, presieduto dal dirigente scolastico, è quello di deliberare la
programmazione delle attività di recupero e decidere i tempi delle verifiche del saldo dei debiti,
tenendo opportunamente conto delle particolari situazioni dell’istituto. Quanto alle ferie estive dei
docenti, una delle risposte alle FAQ riportata nel sito del ministero PI chiarisce che sia il DM 80, sia
l’OM 92, nulla innovano in proposito e che pertanto il godimento delle ferie resta «un diritto del
personale docente ed è fruito su domanda degli interessati durante i periodi di sospensione delle
attività didattiche». In proposito il comma 10 dell’art. 13 del vigente CCNL-Scuola dispone che «in
caso di particolari esigenze di servizio … che abbiano impedito il godimento in tutto o in parte delle
ferie nel corso dell’anno scolastico di riferimento, le ferie stesse saranno fruite dal personale
docente, a tempo indeterminato, entro l’anno scolastico successivo nei periodi di sospensione
dell’attività didattica», così come definiti nel corrispondente calendario scolastico. Pertanto, la
decisione del Collegio dei docenti di concludere nell’ultima decade di agosto le operazioni di
verifica e scrutinio dei corsi di recupero estivi non è in conflitto col diritto al godimento delle ferie;
determina solo una loro diversa articolazione e lo scaglionamento nel tempo.

I tre giorni di permesso retribuito per motivi personali sono un diritto del dipendente oppure
sono a completa discrezione del preside?

Risposta

Il comma 2 dell’art. 15 del nuovo Contratto di lavoro chiarisce che il dipendente «ha diritto, a
domanda, nell’anno scolastico, a tre giorni di permesso retribuito per motivi personali o
familiari documentati anche mediante autocertificazione», mentre in precedenza era stabilito
che i medesimi permessi venissero semplicemente «attribuiti» a domanda. La nuova
formulazione qualifica esplicitamente la fruizione di tali permessi come diritto del dipendente in
correlazione con un legittimo interesse personale. In tale accezione viene sancita
un’attenuazione della discrezionalità da parte del Capo d’Istituto nell’accettare la richiesta, ma
non il suo completo annullamento. E ciò in quanto da una parte non si configura come un
semplice diritto soggettivo (come ad es. quello alle ferie), dall’altro, trattandosi di permesso
retribuito, la sua concessione può causare aggravio di spesa per l’amministrazione per
l’eventuale sostituzione e comportare difficoltà organizzative. Per andare a buon fine, la
richiesta deve essere giustificata dal dipendente con motivazioni adeguate ed opportunamente
documentata (anche in autocertificazione); la concessione non può comunque essere considerata
automatica. Per contro, il Dirigente scolastico non può rifiutare il permesso nel caso di palese
assenza di aggravio di spesa per l’amministrazione (ad es., permesso in giorno libero o
sostituzioni gratuite con personale comunque a disposizione)

Sono un docente di scuola superiore. Vorrei sapere se la partecipazione alle riunioni dei “gruppi
integrati”, dove si fa il punto della situazione per quel che riguarda l’andamento didattico-
educativo degli alunni portatori di handicap, ha carattere di obbligatorietà e, in caso affermativo,
vorrei conoscere i riferimenti giuridici.

Risposta

I “gruppi integrati” cui fa riferimento il lettore sono i cosiddetti GLHO, ovvero: “Gruppi di Lavoro
per l’Handicap Operativo”. Il loro compito è quello di redigere e verificare periodicamente il Piano
Educativo Individualizzato o Personalizzato (PEI o PEP) che, ai sensi dell’art. 5 (c. 1) del DPR 24
febbraio ’94, rappresenta «il documento nel quale vengono descritti gli interventi integrati ed
equilibrati tra loro, predisposti per l’alunno in situazione di handicap, …ai fini della realizzazione
del diritto all’educazione e all’istruzione, di cui ai primi quattro commi dell’art. 12 della legge n.
104 del 1992». Il comma 2 del citato art. 5 stabilisce la composizione del GLHO: oltre agli
operatori sanitari individuati dall’ASL, l’insegnante operatore psico-pedagogico (se presente) e «i
genitori o gli esercenti la patria potestà parentale dell’alunno», fa parte del Gruppo il «personale
insegnante curricolare e di sostegno della scuola». Di norma, pertanto, al GLHO partecipano tutti i
docenti della classe, in quanto a ciascuno compete la responsabilità diretta nei confronti dell’allievo
con handicap affidato, sia in termini didattico-educativi, sia in termini di integrazione nella classe.
Trattandosi di attività collegiale connessa al Consiglio di classe, la partecipazione al GLHO rientra
tra le attività funzionali all’insegnamento, di cui all’art. 29 del CCNL 2006-09, c. 3 – lett. b); gli
obblighi relativi «sono programmati secondo criteri stabiliti dal Collegio dei docenti». Le verifiche
del PEI (o PEP) hanno solitamente cadenza quadrimestrale, agganciate ai Consigli di classe
intermedi.

A quali condizioni un docente che rientri in servizio dopo una lunga assenza per malattia non può
riprendere le classi che aveva assegnate e viene messo a disposizione?

Risposta

Il rientro deve avvenire dopo il 30 aprile dell’anno scolastico di riferimento e l’assenza deve aver
superato i cinque mesi consecutivi. La materia è regolata dall’art. 37 del CCNL-Scuola, nel quale si
afferma: «…il personale docente che sia stato assente, con diritto alla conservazione del posto, per
un periodo non inferiore a centocinquanta giorni consecutivi nell’anno scolastico, ivi compresi i
periodi di sospensione dell’attività didattica, e rientri in servizio dopo il 30 aprile, è impiegato nella
scuola sede di servizio in supplenze o nello svolgimento di interventi didattici ed educativi
integrativi e di altri compiti connessi con il funzionamento della scuola medesima». Il periodo
minimo si riduce a 90 giorni nel caso di classi terminali. A garanzia di continuità didattica il
supplente resta in servizio nelle classi fino agli scrutini.

Da quest’anno insegno con contratto part-time verticale per 10 ore settimanali distribuite su tre
giorni. Nella mia scuola al piano annuale delle riunioni collegiali è applicata la turnazione, per cui
i consigli di classe non capitano mai nello stesso giorno della settimana. Agli scrutini del primo
quadrimestre è capitato che una delle mie due classi venisse scrutinata nel pomeriggio di uno dei
giorni in cui non ho lezione. Ho chiesto al preside di spostare il consiglio, ricordandogli il mio
orario part-time, ma lui mi ha risposto che indipendentemente da ciò sono tenuto a partecipare
comunque alle riunioni collegiali. Nella prossima tornata di riunioni entrambi i consigli delle due
classi sono collocati nei pomeriggi dei giorni in cui non ho lezione, il che mi provoca seri
problemi. Vorrei sapere se posso insistere col preside per ottenere lo spostamento delle riunioni.

Risposta

Il comma 7 dell’art. 39 del CCNL-Scuola elenca le modalità secondo le quali il part-time può essere
realizzato; alla lettera b) specifica: «con articolazione della prestazione su alcuni giorni della
settimana del mese, o di determinati periodi dell’anno (tempo parziale verticale)». Il dipendente è
tenuto a prestare il proprio servizio ordinario esclusivamente nei giorni fissati nell’orario, così come
risultano dal contratto individuale di lavoro. Il successivo comma 8 esclude il docente in part-time
«dalle attività aggiuntive di insegnamento aventi carattere continuativo», ma non dalla
partecipazione alle attività collegiali per le quali, «tenendo conto della ridotta durata della
prestazione e della peculiarità del suo svolgimento, si applicano, in quanto compatibili, le
disposizioni di legge e contrattuali dettate per il rapporto a tempo pieno». In altri termini, la
partecipazione alle attività collegiali rimane obbligatoria, mentre il tetto massimo obbligatorio è
computato in misura proporzionale all’orario part-time in essere, rispetto al monte ore complessivo
previsto per quello a tempo pieno (40 ore annue per i consigli di classe, scrutini esclusi).
La norma (legge n. 662/98, art. 1 – cc. 56 e 58) offre al pubblico dipendente in regime di part-time
la possibilità di svolgere altra attività lavorativa, anche di tipo subordinato. La modalità verticale del
tempo parziale consente sia di facilitare detta possibilità, sia di tutelare le esigenze di servizio della
scuola. In tal senso è previsto che il contratto individuale di lavoro debba contenere tutte le
indicazioni che consentano ad entrambe le parti firmatarie di evitare comportamenti arbitrari e
lesivi. Nel caso in questione, se il contratto individuale specifica che al dipendente in part-time non
possono essere richieste prestazioni straordinarie (nella fattispecie, la partecipazione agli organi
collegiali) al di fuori dei giorni di lezione stabiliti, il docente ha diritto a chiedere lo spostamento
della riunione e, in caso di diniego, previa comunicazione scritta, astenersi dal partecipare. In
assenza di clausole specifiche, è tenuto ad essere presente

Insegno nella sezione staccata di un Liceo Scientifico distante circa 30 Km dalla sede centrale.
Facendo riferimento alla circolare n. 61 del 12 febbraio 1985, ho inoltrato richiesta di rimborso
spese di viaggio, nonché l’autorizzazione a servirmi del mezzo proprio, per le riunioni degli organi
collegiali fatte in orari in cui non ci sono mezzi pubblici, ma è stata rigettata dal Dirigente
scolastico con la seguente motivazione: “...in base all’attuale normativa (CCNL area docente
2002/2005 e D.L.vo n. 297 del 16.04.1994 art. 41, comma 1) non spetta alcun rimborso spese”. Nel
1992 ho presentato analoga richiesta al Dirigente di un altro Istituto che, dopo aver posto il
quesito al Provveditorato, ha provveduto a liquidare quanto di mia competenza. Ora vorrei
gentilmente sapere se la normativa effettivamente è cambiata, come asserisce il mio Dirigente,
oppure se la circolare n. 61 del 12 febbraio 1985 è ancora in vigore a tutti gli effetti.

Risposta

La richiesta di rimborso delle sole spese di viaggio avanzata dal lettore è legittima. Infatti, la CM n.
61/1985, che impartisce istruzioni in merito all’applicazione di parere espresso dal Consiglio di
Stato, stabilisce che le norme contenute nell’art. 41 del DPR n. 416/74 (ora riordinate nell’art. 41
del Testo Unico, D.L.vo n. 297/1994), «formulate con riferimento letterale agli organi collegiali a
livello distrettuale e provinciale, ...devono peraltro essere interpretate in senso amplificativo in
modo da intendere in essi ricompresi anche gli spostamenti nell’ambito distrettuale e provinciale
per partecipare a collegi a livello di circolo-istituto. Il rimborso delle spese di viaggio, quindi, spetta
anche ai membri degli organi collegiali a livello di circolo-istituto». Tale disposizione è tuttora
vigente.

Sono insegnante di materia professionale in un istituto per Geometri. In occasione dell’ultima


assemblea di istituto, gli studenti di una mia quinta classe hanno chiesto se fosse possibile non
partecipare all’assemblea e, in alternativa, svolgere un lavoro di approfondimento nell’uso di
alcuni pacchetti informatici riguardanti l’attività professionale. Essendo il giorno fissato per
l’assemblea coincidente col mio giorno libero, ho dato loro la mia disponibilità a seguirli nel
lavoro. Alla richiesta in tal senso avanzata dagli studenti, la Preside ha risposto negativamente,
sostenendo che in occasione dell’assemblea studentesca tutti gli allievi sono tenuti a partecipare
all’iniziativa e non possono scegliere di svolgere attività didattica. Vorrei sapere se questa risposta
è corretta, soprattutto in considerazione del fatto che finisce per mortificare un interesse per lo
studio che negli studenti è generalmente piuttosto raro.

Risposta
La risposta data dal Dirigente scolastico non solo è deprecabile dal punto di vista educativo, ma
anche sicuramente scorretta sul piano normativo. Riunirsi in assemblea è un diritto degli studenti,
sancito dall’art. 12 del T.U. D.L.vo n. 297/94 e regolato dal successivo art. 13 (commi dal 2 al 6).
Qualificato al comma 1 dell’art. 13 come «occasione di partecipazione democratica per
l’approfondimento dei problemi della scuola e della società», costituisce un diritto e non un dovere.
Infatti, il successivo comma 7 stabilisce che: «a richiesta degli studenti, le ore destinate alle
assemblee possono essere utilizzate per lo svolgimento di attività di ricerca, di seminario e per
lavori di gruppo». Ad una regolare chiesta in tal senso avanzata anche da un gruppo limitato di
studenti il Capo d’Istituto deve necessariamente dare accoglimento, attivandosi per garantire la
fruizione del diritto reclamato. Tanto più se, come nel caso esposto, esiste anche esplicita
disponibilità di un docente a fornire assistenza agli allievi

Insegno italiano e storia in un Istituto d’Arte e già dallo scorso anno ho un contratto part-time
verticale. Uno studio privato mi ha proposto un contratto annuale per un lavoro di segreteria che
sarebbe pienamente compatibile col mio orario d’insegnamento. Vorrei sapere se e a quali
condizioni posso assumere questo impiego.

Risposta

Lo svolgimento di altra attività lavorativa, anche di tipo subordinato, è una facoltà riconosciuta al
pubblico dipendente a condizione che il rapporto di lavoro sia a tempo parziale con un orario di
servizio non superiore alla metà di quello a tempo pieno (nel caso della scuola, non più di 9 ore
settimanali) e che ad attribuire l’attività lavorativa esterna non sia altra amministrazione pubblica
(legge n. 662/1998, art. 1, commi 56 e 58 rispettivamente).

L’art. 53 del D.L.vo n. 165/2001 (ex art. 58 del D.L.vo n. 29/93 e successive modifiche) si occupa
di “incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi”; al comma 1, nell’elencare le deroghe ai divieti
di cumulo, per i rapporti di lavoro a tempo parziale rinvia espressamente all’art. 6, c. 2, del DPCM
17 marzo 1989 n. 117, il quale assicura che a tutti i dipendenti in regime lavorativo part-time, previa
autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza, è consentito «l’esercizio di altre prestazioni di
lavoro che non arrechino pregiudizio alle esigenze di servizio e non siano incompatibili con le
attività di istituto della stessa amministrazione o ente». Il dipendente in part-time che assuma altra
attività lavorativa subordinata deve darne comunicazione all’amministrazione statale di
appartenenza entro 15 giorni

Sono stata immessa in ruolo nel 1991 alle Elementari con Concorso Ordinario. A luglio di
quest'anno ho avuto l'immissione in ruolo alle superiori tramite Concorso Ordinario per la classe
A036. Sono abilitata anche per la classe A037 – Filosofia e Storia (sempre per Concorso
Ordinario). La mia nuova sede di servizio è in una provincia vicina a quella di residenza e so che
quest’anno, per avvicinarmi a casa, posso chiedere solo l’assegnazione provvisoria, avendo il
vincolo di permanenza triennale nella provincia di immissione quanto al trasferimento. Ma posso
chiede l’assegnazione provvisoria solo per la A036 o anche per la A037? Posso fare domanda di
assegnazione provvisoria anche per il precedente ruolo?

Risposta
La risposta è affermativa a entrambe le domande: l’assegnazione provvisoria può essere richiesta,
oltre che per la classe di concorso di titolarità, anche per altre classi di concorso o posti di grado
diverso di istruzione per i quali il richiedente è in possesso del titolo valido per la mobilità
professionale, ovvero l’abilitazione. Non sono consentite assegnazioni provvisorie per grado
diverso da quello di appartenenza nei confronti del personale che non abbia superato il periodo di
prova. La richiesta può essere effettuata per una sola provincia e per lo stesso numero di sedi
previsto per i trasferimenti. Riguardo alle precedenze, l’assegnazione provvisoria nell’ambito dello
stesso grado di istruzione precede quella dei titolari tra gradi diversi. L’istituto dell’assegnazione
provvisoria è soggetto a specifica contrattazione integrativa nazionale, che stabilisce modalità e
tempi per l’espletamento delle operazioni. La scadenza delle domande è in genere a fine giugno, al
termine dei movimenti per i trasferimenti.

Sono nella commissione per i viaggi d’istruzione. Una delle proposte fatte in un consiglio di classe
prevede che il viaggio inizi il mercoledì e si concluda la domenica, ma la Preside l’ha bocciata
perché sostiene che la legge vieta di impegnare la domenica nelle gite scolastiche. È vero? Per la
richiesta dei preventivi ho proposto di inserire altre Agenzie di viaggio oltre a quelle normalmente
utilizzate dalla scuola; però, la preside ha sostenuto che si trattava di agenzie non accreditate e
quindi non utilizzabili dalla scuola. Cosa vuol dire?

Risposta

La normativa di riferimento è costituita dalla CM n. 291/1992 e dalla CM n. 623/1996, che hanno


entrambe carattere permanente. Con l’entrata in vigore del Regolamento sull’autonomia scolastica
(DPR n. 275/99) è stata sancita l’autonomia delle scuole anche in questa materia; tuttavia, le due
circolari conservano la natura di tracce o suggerimenti operativi di cui è preferibile tener conto.
Nessuna delle due circolari pone vincoli nell’utilizzo di giorni festivi in genere, limitandosi a
stabilire che la durata del viaggio non debba, di norma, superare i 6 giorni, senza specificare se
lavorativi o meno. Pertanto, a meno che nel Regolamento d’Istituto non compaia un esplicito
divieto, la domenica può rientrare tra i giorni utilizzati per i viaggi di istruzione. Il diniego opposto
dal Dirigente Scolastico discende, con tutta probabilità, da un’altra questione: il giorno di riposo
settimanale è considerato a tutti gli effetti un diritto del lavoratore, costituzionalmente garantito (art.
36, c. 3, Cost.), e in quanto tale rivendicabile a pieno titolo. Qualora il dipendente dovesse essere
costretto a lavorare in giorno festivo ha diritto a chiedere il recupero del riposo non goduto,
collocandolo in un giorno qualsiasi del suo normale servizio settimanale. Con tutto quel che ciò
implica in termini di complicazioni organizzative e maggiori spese (supplenze) per
l’amministrazione. Quanto alle Agenzie di viaggio, la CM 291/92 dedica loro l’intero art. 9,
raccomandando particolare attenzione alle modalità di scelta, al fine di garantire la massima
sicurezza dei viaggi. In particolare, il comma 9.7 stabilisce che le Agenzie di viaggio interpellate
debbono essere in possesso dell’«autorizzazione regionale all’esercizio delle attività professionali
delle agenzie di viaggio e turismo».

La Finanziaria 2007 ha dato facoltà agli insegnanti di detrarre dalla dichiarazione dei redditi
l'IVA sull'acquisto di computer da tavolo o portatili. Come avere le detrazioni promesse?

Risposta
Il 1° agosto 2007 i responsabili dei dicasteri della Pubblica Istruzione, dell’Università e
dell’Economia hanno firmato il decreto interministeriale col quale si dà attuazione al disposto di cui
all’art. 1, c. 296, della legge n. 296/06, Finanziaria 2007. I docenti, sia di ruolo che supplenti
annuali, delle scuole pubbliche (statali e paritarie) di ogni ordine e grado, così come i professori
(ordinari e associati) e i ricercatori delle università statali, possono avvalersi di una detrazione
d’imposta lorda pari al 19% sull’acquisto di un personal computer nel corso del 2007, da scontare
nella successiva dichiarazione dei redditi. Il decreto stabilisce le condizioni per accedere alla
detrazione: l’acquisto deve riguardare un solo computer, nuovo di fabbrica, e le spese debbono
essere «documentate, sostenute ed effettivamente rimaste a carico» del docente; l’importo massimo
sul quale la detrazione può essere applicata è pari a 1000 euro. Per aver diritto alla detrazione gli
interessati dovranno esibire «fattura o ricevuta fiscale dalla quale risultino la tipologia dell’acquisto
ed i dati identificativi del docente, ivi compreso il codice fiscale».

Può un insegnante essere nominato collaboratore del Preside e contemporaneamente assumere un


incarico di funzione strumentale al POF?

Risposta

Le due attività sono incompatibili sotto il profilo retributivo. Infatti, l’art. 88, comma 2 – lett. f), del
CCNL 2006-2009 stabilisce che i compensi corrisposti al personale docente scelto dal Dirigente
scolastico per attività di collaborazione nello svolgimento dei propri compiti «non sono cumulabili
con il compenso per le funzioni strumentali al piano dell’offerta formativa». Pertanto, a meno che
una delle due risulti non retribuita, le attività in questione non sono compatibili.

Sono un supplente con incarico annuale per 13 ore di elettronica in un istituto professionale
(IPSIA). In un altro istituto della provincia, dove sono primo nella graduatoria interna per le
supplenze, erano disponibili ancora 5 ore in organico di diritto, che però il dirigente scolastico ha
attribuito ad un insegnante della scuola, supplente annuale come me, che era già titolare di una
cattedra di 17 ore. Vorrei sapere se il comportamento del dirigente è stato corretto.

Risposta

Il nuovo Regolamento per il conferimento delle supplenze, contenuto nel DM del 13 giugno 2007,
al comma 4 dell’art. 1 stabilisce che «Per le ore di insegnamento pari o inferiori a 6 ore settimanali
che non concorrono a costituire cattedre o posti orario, si dà luogo, in applicazione del comma 4
dell’articolo 22 della legge finanziaria 28 dicembre 2001, n. 448, all’attribuzione, con il consenso
degli interessati, dei citati spezzoni ai docenti in servizio nella scuola, in possesso di specifica
abilitazione, come ore aggiuntive oltre l’orario d’obbligo, fino ad un massimo di 24 ore
settimanali». Poiché il requisito richiesto è esclusivamente quello della “specifica abilitazione” e le
ore aggiuntive non concorrono al superamento del tetto massimo settimanale, il collega non di ruolo
poteva essere destinatario dell’assegnazione; tanto più che titolare di una cattedra con orario
settimanale inferiore alle 18 ore. È bene precisare che, come ricorda la Nota prot. n. 18329 del
25.09.2007, l’assegnazione al personale interno di spezzoni fino a 6 ore «va riferito agli "spezzoni"
in quanto tali e non a quelli che potrebbero scaturire dalla frantumazione di posti o cattedre».

Insegno da 11 anni in un liceo linguistico sulla classe A050 (italiano, storia e geografia), cattedra
atipica poiché prevede la scissione dal latino, che viene regolarmente affidato a docenti della
classe A051. Da più anni, poiché nel mio liceo si pratica la verticalizzazione delle discipline, ho
insegnato italiano e storia al biennio e italiano al triennio, secondo lo schema 2+1, ovvero due
classi di biennio e una di triennio. Nel corrente anno scolastico il nuovo dirigente vorrebbe
riordinare tale situazione atipica, “ghettizzando” al biennio i docenti sulla A050 e affidando il
triennio ai docenti della A051 (italiano e latino). La motivazione addotta dal dirigente scolastico è
relativa al fatto che in tal modo si eviterebbe il problema della commissione d’esame al 5° anno, in
cui è previsto un numero massimo di 6 commissari. Ragione per cui si avrebbe il docente di
italiano, qualora fosse membro interno, che non potrebbe esaminare gli alunni in latino. Ciò
comporterebbe una disuguaglianza con le commissioni di liceo scientifico che avrebbero i docenti
sulla A051, o con eventuali altre classi quinte del liceo linguistico che avessero avuto un docente di
italiano e latino (A051) per il triennio. Vorrei sapere se c’è il modo per superare le perplessità
legate all’esame di stato, senza ghettizzare la mia classe di concorso al biennio, alla luce e nel
rispetto delle normative di legge.

Risposta

Nell’indirizzo linguistico del liceo scientifico, lo scorso anno l’italiano è stato affidato ad un
commissario esterno; è probabile perciò che il prossimo vada ad un interno. In questi termini è
comprensibile la preoccupazione del Dirigente scolastico di assicurarsi un commissario interno
della classe A051 in grado di “coprire” anche il latino: potrà disporre di un interno in più per
un’altra disciplina. Tuttavia, potrebbe anche accadere che tra le discipline assegnate il prossimo
anno agli esterni compaia proprio il latino. In tal caso si presenterebbe, in forma analoga, il conflitto
di competenze già avvenuto quest’anno per gli insegnanti della classe A052 designati, al liceo
classico, come esterni per il latino in quelle scuole dove i consigli di classe avevano indicato un
interno per il greco. Alla specifica domanda su chi dei due avesse titolo ad interrogare in greco è
stato così risposto dal ministero: «I Consigli di classe possono designare come commissari interni
docenti appartenenti alla stessa classe di concorso dei commissari esterni, qualora ne ravvisino
l'opportunità. In tal caso l'esame di latino verrebbe condotto dal commissario esterno, quello di
greco dall'interno». Per analogia, nel caso di un interno designato per l’italiano ma abilitato anche in
latino, a prevalere sarebbe l’esterno designato per quest’ultima disciplina. Qualora comunque il
Dirigente decidesse di procedere ugualmente alla riformulazione delle attribuzioni di cattedra,
farebbe bene ad iniziare dalle terze classi di quest’anno, garantendo alle quarte e alle quinte la
continuità didattica degli insegnanti già titolari. Da ultimo, occorre ricordare che la decisione
relativa all’assegnazione dei docenti alle classi è una prerogativa del DS, tuttavia la scelta deve
sempre riposare sulle indicazioni e le proposte in merito che emergono dal collegio dei docenti (art.
7, comma 2, del D.L.vo n. 297/94).

Sono stata immessa in ruolo il 1° settembre scorso in una provincia diversa da quella dove risiedo
e dove mio marito lavora. Vorrei sapere se quest’anno posso fare domanda di ricongiungimento
familiare.

Risposta

La norma stabilisce che i neo-assunti a tempo indeterminato nella scuola non possano produrre
domanda di trasferimento prima del terzo anno dalla data di immissione in ruolo. La docente,
quindi, può aspirare al trasferimento dalla sede di servizio solo a partire dall’a.s. 2010/11. Nel
frattempo, però, può ricorrere all’istituto dell’assegnazione provvisoria annuale, che può richiedere
già per l’a.s. 2008/09. La domanda potrà essere presentata durante il presente anno scolastico (la
data di scadenza è stabilita nell’annuale contrattazione integrativa su utilizzazioni e assegnazioni
provvisorie che si svolge, in genere, a maggio) e reiterata gli anni successivi.

Poiché le nuove disposizioni del ministro prevedono che i debiti formativi debbono essere
recuperati entro l’anno scolastico, uno studente che è stato promosso in terza con debito, ad
esempio in Italiano, è tenuto a recuperare le carenze della seconda? Oppure, in costanza di debito
dopo le verifiche d’ingresso, questo viene comunque condonato? Se la promozione con debito è
avvenuta in una materia che l’allievo non ha più nel curricolo (ad es., Diritto ed Economia al
professionale si ferma in seconda), deve recuperare comunque il debito? Se sì, come?

Risposta

Tra le considerazioni espresse in premessa al DM n. 80/07, che innova la normativa riguardante i


debiti formativi nella secondaria di secondo grado, ce n’è una in cui espressamente si dichiara
«opportuno che il recupero dei debiti venga effettuato entro la conclusione dell’anno scolastico in
cui questi sono stati contratti»; di qui la necessità di provvedere con il decreto «ad una più efficace
applicazione del vigente istituto giuridico dei debiti formativi». L’art. 1 chiarisce i termini dei primi
interventi in corso d’anno, specificando che «le istituzioni scolastiche sono tenute comunque a
organizzare, subito dopo gli scrutini intermedi, interventi didattico-educativi… al fine di un
tempestivo recupero delle carenze rilevate» (c. 2). Nessun cenno ad eventuali debiti pregressi non
saldati o fasi transitorie per il passaggio dal vecchio al nuovo regime; il DM si preoccupa solo di
stabilire nuove regole generali per un sistema considerato già a regime, e cioè con studenti che non
debbono presentare debiti pregressi. Occorrerà attendere la pubblicazione dell’Ordinanza
ministeriale prevista all’art. 9 del DM, che espliciterà i criteri generali secondo i quali le scuole
dovranno procedere alla modifica del POF per ridefinire «modalità di recupero e di verifica
dell’avvenuto saldo dei debiti formativi»; forse allora sarà dato sapere se e come le problematiche
formulate da lettore possono trovare risposta. In assenza di indicazioni specifiche, resta comunque
salva la libertà per le scuole di agire autonomamente con proprie determinazioni, purché coerenti
con l’orientamento generale espresso dalla norma. In altri termini, se l’OM non dovesse affrontare
direttamente la problematica, la scuola, tramite i propri organi collegiali, può in piena autonomia
legittimamente assumere determinazioni particolari volte a favorire il raggiungimento dell’obiettivo
«di contribuire a migliorare la qualità degli apprendimenti» e «innalzare i traguardi formativi» degli
allievi, così come auspicato in premessa al DM n. 80/07. Quanto alle discipline che non compaiono
più nel curricolo superiore, una volta avvenuta la promozione con debito è impossibile pretenderne
il recupero l’anno successivo. Di qui la necessità di verificare la colmatura effettiva delle carenze
entro la chiusura dello scrutinio finale; a tal fine, il DM dispone i corsi di recupero estivi (art. 5) e
proroga la chiusura dello scrutinio «non oltre la data di inizio delle lezioni dell’anno scolastico
successivo», entro la quale formulare il «giudizio definitivo che, in caso di esito positivo, comporta
l’ammissione dell’alunno alla frequenza della classe successiva» (art. 6).

Vorrei sapere se sono previste detrazioni per spese di aggiornamento. Ho sentito parlare di
detrazioni fino a 500 euro. Risponde a verità? Quali sono le modalità di detrazione?

Risposta

Quella delle detrazioni d’imposta per spese di autoaggiornamento e formazione al momento è solo
una ipotesi inserita nella bozza di legge Finanziaria per il 2008 (art. 5, comma 35), approvata dal
Consiglio dei Ministri il 28 settembre scorso ed attualmente all’esame del Senato. Se confermata
dal Parlamento, varrà per il 2008 (è prevista solo per questo anno) e sarà applicata alla
dichiarazione dei redditi del 2009 come «detrazione dall’imposta lorda» dovuta per il 2008 «e fino a
capienza della stessa nella misura del 19 per cento delle spese documentate sostenute ed
effettivamente rimaste a carico, fino ad un importo massimo delle stesse di 500 euro». In altri
termini, potranno essere detratti per autoggiornamento e formazione fino ad un massimo di 95 euro,
corrispondenti al 19% delle spese effettivamente sostenute per un importo pari a 500 euro; il tutto
nella dichiarazione dei redditi del 2009. Alla detrazione sono ammessi i docenti di ruolo di tutti gli
ordini e gradi di scuola e i supplenti con incarico annuale

Il dirigente scolastico della mia scuola ha attribuito 9 ore di distacco al vicepreside, 4 all’altra sua
collaboratrice e 5 ad un altro insegnante, che svolge le mansioni di addetto alla vigilanza nella
sede staccata; quest’ultimo non è suo collaboratore. Vorrei sapere se ha diritto all’esonero.

Risposta

Le ore di esonero o semiesonero dall’insegnamento, concesse in rapporto al numero delle classi e


alla complessità della scuola (più sedi), non sono frazionabili: solo uno dei collaboratori (e non
necessariamente il vicario) può usufruirne e per intero. La norma di riferimento è la legge n. 350/03
(art. 3, c. 88), che ha riformulato l’art. 459 del D.L.vo n. 297/94; il comma 1 del nuovo art. 459
stabilisce infatti che «nei confronti di uno dei docenti individuati dal dirigente scolastico per attività
di collaborazione nello svolgimento delle proprie funzioni organizzative ed amministrative … può
essere disposto l’esonero o il semiesonero dall’insegnamento». Il successivo comma 5 estende
questa possibilità ai docenti addetti alla vigilanza nelle sezioni staccate o sedi coordinate, anche se
non rientranti tra i due collaboratori scelti da dirigente scolastico per essere coadiuvato nello
svolgimento delle proprie funzioni. Anche in tal caso, comunque, l’esonero (o semiesonero) non è
frazionabile.

Insegno Esercitazioni Pratiche e Laboratorio di Elettronica (classe 26/C) nelle triennio di un


IPSIA. Vorrei sapere se la mia cattedra è interessata dalla riduzione dell’orario settimanale di
lezione disposta dal ministero.

Risposta
Con DM n. 41 del 25 maggio 2007 il Ministro della P.I. ha dato attuazione alla delega ricevuta dalla
legge Finanziaria (n. 296/06, art. 1, c. 605 – lett. f) per la riduzione dei carichi orari settimanali delle
lezioni nel biennio iniziale dell’istruzione professionale. Scopo dichiarato del provvedimento quello
di migliorare efficienza ed efficacia degli attuali ordinamenti, oltre alla realizzazione di risparmi di
spesa grazie alla riduzione «del numero di docenti necessari a coprire le esigenze di insegnamento».
Sono state portate a 36 le ore settimanali nelle classi prime di quest’anno, azzerando le 4 ore
dell’area di approfondimento (art. 2, commi 1 e 2); dal prossimo anno la riduzione interesserà anche
le seconde. Saranno le cattedre di Matematica e Italiano, che completavano rispettivamente per una
e due ore in quell’area, le uniche a subire riduzioni. Tutte le altre resteranno determinate secondo
l’ordinamento vigente, ivi compresa quindi la 26/C e tutte quelle che sono costruite sulle
compresenze. Infatti, il comma 4 dell’art. 2 specifica che la consistenza dell’organico per le classi
interessate alla riduzione d’orario viene ad essere determinata «con riferimento all’area comune e
all’area di indirizzo il cui orario complessivo è pari a 36 ore settimanali, cui debbono aggiungersi le
eventuali ore di compresenza previste dal quadro orario di ciascun indirizzo». L’art. 4 specifica poi
che gli attuali decreti costitutivi delle cattedre restano invariati almeno «fino all’attuazione del
quadro normativo di riforma del sistema dell’istruzione tecnica e dell’istruzione professionale».

Vorrei sapere se un preside si può opporre alla richiesta di un docente di far allegare una memoria
scritta al verbale del collegio dei docenti.

Risposta

No, se la memoria presentata è attinente agli argomenti all’ordine del giorno. Le dichiarazioni
personali precedentemente preparate possono essere fatte allegare al verbale dopo averne dato
lettura all’assemblea; in alternativa, possono essere dettate testualmente al verbalizzante.

Il mese scorso, senza alcun preavviso, ho ricevuto dalla preside una sanzione disciplinare, nella
forma dell’avvertimento scritto, per non aver consegnato la programmazione annuale. Ho subito
tentato di farle capire che doveva esserci stato un disguido in segreteria, dato che seppure con
qualche giorno di ritardo sulla scadenza programmata avevo comunque consegnato la
programmazione, e comunque potevo in ogni momento riconsegnarla. La preside, però, non ha
inteso ragioni e mi liquidato dicendo che ormai la sanzione era stata registrata nel mio fascicolo
personale e non poteva essere annullata. A me sembra che tutto il comportamento della dirigente in
questa storia sia quanto meno discutibile; vorrei sapere cosa posso fare al riguardo.

Risposta
Da come il fatto viene descritto, indipendentemente dalla congruità o meno della sanzione,
emergono profili di irregolarità tali da rendere nulla la sanzione medesima. A regolamentare le
sanzioni disciplinari per il personale docente con incarico a tempo indeterminato nella scuola statale
sono ancora oggi gli articoli (492 e seguenti) contenuti nel Capo IV del D.L.vo n. 297/94;
l’avvertimento scritto, consistente nel richiamo all’osservanza dei doveri propri della funzione,
costituisce per i docenti il primo grado delle sanzioni disciplinari (art. 492, c. 3) ed è inflitto dal
Dirigente scolastico (art. 502). Tuttavia, come tutte le sanzioni disciplinari applicabili al personale
dello Stato, non può essere attribuito senza che prima sia stata avviata e conclusa la regolare
procedura stabilita dal DPR n. 3/1957, il Testo Unico delle disposizioni riguardanti gli impiegati
civili dello Stato. Il primo atto formale del procedimento disciplinare è costituito dalla
“contestazione degli addebiti”, atto necessariamente scritto nel quale l’organo competente (in
questo caso il Capo d’istituto) provvede a formalizzare “preventivamente” e in modo circostanziato
gli addebiti contestati. Tale procedura è finalizzata a consentire al dipendente il pieno diritto alla
difesa, che egli eserciterà presentando la propria versione dei fatti ed eventuali documentazioni che
l’attestino attraverso una memoria difensiva (“controdeduzioni”), preferibilmente scritta, entro il
tempo espressamente indicato nella contestazione (nel caso in questione, non meno di 10 giorni
dalla data dell’avvenuta comunicazione). Solo nel caso in cui le controdeduzioni venissero
giudicate insoddisfacenti, la sanzione potrebbe essere irrogata; in nessun caso la contestazione degli
addebiti può contenere contestualmente l’addebito e la sanzione, pena la nullità dell’intero
procedimento. Nel caso esposto dal docente, è proprio quello che sembrerebbe essere avvenuto, da
cui la certa nullità della sanzione. L’annullamento però non è automatico e deve essere
opportunamente sancito da apposito organismo. Ai sensi dell’art. 504 del D.L.vo n. 297/94, per
ottenerlo il docente dovrà produrre «ricorso gerarchico al Ministro della pubblica istruzione, che
decide su parere conforme del competente consiglio per il contenzioso del Consiglio nazionale della
pubblica istruzione». Una volta ottenuto l’annullamento, grazie al generale principio giuridico del
ne bis in idem, il procedimento non potrà essere reiterato.
Sono supplente annuale di matematica e fisica in un liceo scientifico con incarico fino al termine
delle lezioni ed ho fatto domanda come commissario agli esami di Stato. In segreteria mi hanno
detto che in caso di nomina dovrò sottoscrivere un nuovo contratto, ma la retribuzione sarà in
proporzione inferiore a quella percepita fino ad ora. È effettivamente così? Perché? Posso rifiutare
il contratto?

Risposta
La necessità di un nuovo contratto scaturisce dalla risoluzione del precedente col termine delle
attività didattiche; il nuovo, che dovrà essere stipulato per la sola durata degli esami, si configura
come supplenza breve e per questo non verrà corrisposta la quota relativa alla “retribuzione
professionale docenti”, non prevista nei contratti brevi. Si tratta di una minore entrata pari a circa il
15% dello stipendio mensile base rapportata all’effettiva durata del contratto. Quanto alla possibilità
di rifiutare il nuovo contratto, cioè la nomina a commissario, la questione è un po’ più complessa.
La CM n. 20/2007 ha obbligato quest’anno anche i supplenti annuali a presentare domanda di
partecipazione agli esami di Stato: «Sono obbligati alla presentazione della scheda: …i docenti…
con rapporto di lavoro a tempo determinato, fino al termine dell’anno scolastico o fino al termine
delle attività didattiche» (c. 2.1). La medesima circolare ricorda poi che «la partecipazione ai lavori
delle commissioni rientra tra gli obblighi inerenti lo svolgimento delle funzioni proprie del
personale della scuola» e che pertanto non è consentito rifiutare l’incarico; «eventuali inosservanze
saranno suscettibili di valutazione sotto il profilo disciplinare» (c. 3.1). Ma un supplente annuale
che concluda il proprio contratto al termine delle lezioni, da quella data non mantiene più alcun
rapporto di lavoro con l’amministrazione scolastica, tanto che per fare il commissario d’esame deve
stipulare un nuovo contratto. Ne consegue che un eventuale rifiuto della nomina non può
comportare conseguenze sotto il profilo disciplinare, proprio per la non sussistenza del rapporto
d’impiego. Né sembrano potersi profilare conseguenze di altro genere, visto che le vigenti norme
sulle supplenze non contemplano alcuna penalità in conseguenza del rifiuto di una nomina (salvo
l’ovvia perdita del contratto).

Sono una supplente annuale con incarico fino al termine delle lezioni, attualmente in congedo
obbligatorio per maternità che terminerà a fine maggio. Poiché la scuola dove insegno è a 30
chilometri dalla mia residenza, il rientro in servizio mi creerebbe notevoli problemi con il bambino,
che non potrei lasciare per periodi molto lunghi. Vorrei sapere se, come supplente, posso chiedere
l’astensione facoltativa e, se sì, cosa questa scelta comporterebbe in termini economici.

Risposta
L’astensione facoltativa, più correttamente identificata come “congedo parentale”, è regolata dal
combinato disposto dell’art. 32, c. 1, del D.L.vo n. 151/2001 e dall’art. 12, c. 4, del vigente CCNL-
Scuola. La normativa non fa distinzioni quanto a condizione lavorativa del richiedente (tempo
determinato o indeterminato), limitandosi a stabilire che entrambi i genitori hanno diritto di
astenersi dal lavoro nel limite complessivo di dieci mesi, anche per periodi non continuativi, entro i
primi otto anni di vita del bambino (art. 32, D.L.vo 151/01). L’art. 12, c. 4, del Contratto stabilisce a
sua volta che i primi trenta giorni di congedo facoltativo sono «fruibili anche in modo frazionato,
non riducono le ferie, sono valutati ai fini dell’anzianità di servizio e sono retribuiti per intero»,
mentre il comma 6 precisa che detti periodi di assenza dal servizio «nel caso di fruizione
continuativa, comprendono anche eventuali giorni festivi che ricadono all’interno degli stessi» e che
tale modalità di calcolo «trova applicazione anche nel caso di fruizione frazionata, ove i diversi
periodi di assenza non siano intervallati dal ritorno al lavoro». Superato il primo mese, la
retribuzione è ridotta al 30%. La lettrice può quindi tranquillamente chiedere quanti giorni ritiene
opportuno, tenendo conto sia del periodo scolastico, sia di quanto resta del proprio contratto. La
domanda di congedo parentale va presentata alla scuola di appartenenza corredata della
certificazione relativa al bambino e dell’indicazione della durata dell’astensione, avendo
l’avvertenza di farla pervenire almeno 15 giorni prima della data di decorrenza del congedo (c. 7).
Non è necessario che la docente riprenda servizio alla scadenza del periodo di astensione
obbligatoria.

Insegno latino e greco in un liceo classico paritario. Il consiglio di classe della terza liceo mi ha
nominato, assieme al collega di italiano, come commissario interno ai prossimi esami di Stato. È
noto che quest’anno la seconda prova scritta è latino e che uno dei commissari esterni sarà proprio
un collega della mia stessa classe di concorso. Poiché la scelta del consiglio di classe è stata
avallata dal Preside, suppongo non esistano ostacoli formali in tal senso; tuttavia, mi sorge questa
domanda: data la coincidenza di competenze, chi dei due provvederà alla conduzione dell’orale in
latino e chi in greco?

Risposta
Prima di dare risposta al quesito è necessaria una breve precisazione. Come giustamente ricordato
dal lettore, quest’anno nel liceo classico ad essere oggetto della seconda prova scritta agli esami di
Stato è il latino, materia affidata ad uno dei due commissari esterni. Il DM n. 7 del 17 gennaio 2007
stabilisce però che a tale incarico possono essere designati sia docenti della classe di concorso A052
(latino e greco), sia della A051 (italiano e latino). Nel secondo caso, non emergerebbero
evidentemente conflitti di competenze per quanto riguarda il greco. La perplessità del lettore
sarebbe invece giustificata qualora il commissario esterno fosse della classe A052. La problematica
ha comunque già trovato risposta da parte del Ministero nella sezione del sito
(www.pubblica.istruzione.it) espressamente dedicata al nuovo esame di Stato. Preliminarmente
viene chiarito che «le nomine dei commissari agli esami di Stato si riferiscono alle materie, non alle
classi di concorso» e che ciascun commissario «interroga nella o nelle discipline per le quali ha
titolo», ovvero è in possesso dell’abilitazione all’insegnamento; inoltre, la scuola «qualora ne
ravvisi l’opportunità», può legittimamente nominare un commissario interno appartenente alla
stessa classe di concorso di uno dei commissari esterni. Con esplicito riferimento poi alla classe
A052, è specificato che il docente di latino e greco può essere designato commissario interno per il
solo greco e che «in tal caso l’esame di latino verrebbe condotto dal commissario esterno, quello di
greco dall’interno».

Chiedo se si possono far entrare dopo o uscire prima le classi di una scuola superiore con alunni
minorenni in caso di assenza dei docenti, con la “finzione” del preavviso il giorno precedente
(“finzione” perché se si controllassero le firme dei genitori sull’avviso si perderebbe un mucchio di
tempo, si accetterebbero firme palesemente false e magari non si farebbe uscire più nessuno…). In
caso di risposta negativa, le classi possono essere lasciate sole nelle aule oppure gli allievi
possono essere suddivisi in classi parallele?

Risposta
La vigilanza sugli alunni e la tutela della loro integrità fisica rientra tra gli obblighi generali della
scuola; dall’art. 2048 del Codice Civile discende la particolare responsabilità attribuita ai docenti in
ordine alla vigilanza sugli allievi, per tutto il tempo in cui questi sono loro affidati. In proposito, con
sentenza n. 3074 del 30 marzo ’99, la I Sezione della Cassazione Civile ribadisce che «L’Istituto
d’Istruzione ha il dovere di provvedere alla sorveglianza degli allievi minorenni per tutto il tempo in
cui gli sono affidati, quindi fino al subentro, reale o potenziale, dei genitori o di persone da questi
incaricate». La sentenza precisa che il servizio scolastico «non può essere interrotto per l’assenza di
un insegnante, non costituendo tale assenza fatto eccezionale, bensì “normale e prevedibile”»; di
norma, quindi, non sono ammesse entrate posticipate ed uscite anticipate per assenza di un docente.
La diretta vigilanza sugli alunni non rientra tra i compiti del Dirigente scolastico, che ha invece
obblighi organizzativi di amministrazione e controllo (art. 25, D.L.vo n. 165/01). Qualora si
verifichi una situazione eccezionale, tale da non consentire in alcun modo l’espletamento del
servizio scolastico, il Capo d’istituto prenderà le sue determinazioni e porrà in essere le prassi
conseguenti. Nel caso in questione (ore iniziali o terminali), una volta verificata l’impossibilità di
supplire il docente assente con altro collega, può anche optare per entrata o uscita extra-orario. Quel
che rileva ai fini delle responsabilità è che la modalità prescelta venga formalizzata e correttamente
portata a conoscenza delle famiglie dei minori, con congruo anticipo e mezzi adeguati. La
formalizzazione delle procedure spetta al Dirigente scolastico, la verifica formale del riscontro di
avvenuta comunicazione alle famiglie (firme di presa visione dei genitori) compete ai destinatari
dell’eventuale ordine di servizio appositamente predisposto, secondo le direttive in esso specificate.
In nessun caso gli allievi possono essere lasciati da soli in aula, mentre si ricorre solo in via del tutto
eccezionale alla distribuzione degli allievi in altre classi e solo compatibilmente con il rispetto delle
norme di sicurezza delle aule relative.

In caso di assenza improvvisa di un docente e nell’impossibilità di reperire un docente si può


affidare la classe al personale tecnico nell’aula speciale di pertinenza, magari a vedere un film o a
lavorare con i computers?

Risposta
Il profilo professionale del personale tecnico (coordinatore tecnico e assistente tecnico), di cui alla
Tabella A del vigente CCNL 2002/05, non prevede né attività didattica diretta, né responsabilità in
ordine alla vigilanza sugli allievi, ma solo di «supporto tecnico allo svolgimento delle attività
didattiche».

Un insegnante ha posto un corposo quesito sugli interventi di recupero (IDEI), con particolare
riferimento alla gestione delle verifiche dei debiti formativi: «…avendo in questi anni cambiato più
volte scuola, mi sono trovato ogni volta a dovermi confrontare con modalità assai differenziate ed
eterogenee (anche all’interno della stessa scuola) di trattare l’argomento dei “debiti formativi”,
soprattutto per quanto riguarda la gestione delle verifiche dei debiti nell’anno successivo a quello
al termine del quale erano stati assegnati…».

Risposta

Dopo un preambolo di carattere normativo, si riportano le risposte alle singole domande formulate.

La norma di riferimento è data dalla legge n. 352/95 (conversione del DL n. 253/95), con la quale
sono stati aboliti gli esami di riparazione ed attivati i cosiddetti IDEI (Interventi Didattici Educativi
Integrativi). L’art. 2 affida all’autonoma decisione del Collegio dei docenti e dei consigli di classe
l’adozione delle «deliberazioni necessarie allo svolgimento di interventi didattici ed educativi
integrativi… da destinare a coloro il cui livello di apprendimento sia giudicato, nel corso dell’anno
scolastico, non sufficiente in una o più materie», assieme ai criteri per lo svolgimento degli
interventi stessi «durante tutto l’anno scolastico». All’autonomia di ciascun istituto la norma
consegna la responsabilità di stabilire «le modalità temporali ed organizzative, anche con opportuni
adattamenti del calendario scolastico», autorizzando «gli organi competenti… a deliberare una
scansione flessibile delle lezioni anche diversa da quella settimanale» e prevedere una possibile
«articolazione diversa da quella per classe», fermo restando il rispetto degli obblighi di servizio dei
docenti. Alla realizzazione degli interventi sono chiamati esclusivamente i docenti dell’istituto.
La C.M. n. 492/1996, nel ribadire che le scuole «hanno piena autonomia per quanto riguarda la
scelta degli strumenti attraverso i quali promuovere il recupero del profitto», ricorda che «se la
scelta degli interventi didattici ed educativi da realizzare è libera, lo svolgimento di tali interventi
costituisce invece un preciso obbligo di legge ove ne vengano accertati i presupposti». Quanto a
criteri e modalità di utilizzo dei docenti per realizzare le attività, la C.M. precisa che sono gli organi
d’istituto a doverli stabilire, nel rispetto degli specifici accordi contrattuali. A titolo «meramente
esemplificativo» propone quindi un elenco dettagliato di modelli di interventi, realizzabili sia prima
dell’avvio delle lezioni, sia durante l’anno scolastico. Ulteriori precisazioni sotto il profilo
organizzativo sono rintracciabili nella C.M. n. 175/98.
Da quanto sin qui richiamato emerge che, fatto salvo l’obbligo di legge di predisporre gli IDEI,
modalità e forma della loro realizzazione, compresi quindi gli accertamenti ante e post intervento,
sono in linea di massima lasciati all’autonoma decisione degli organi collegiali della scuola. Le
risposte che seguono tengono doverosamente conto di tale libertà di scelta.

D1. In caso di promozione con debito, nel corso dell’anno successivo: è obbligatorio effettuare una
prima serie di verifiche sul debito formativo prima dell’inizio delle lezioni (primi di settembre)?
quante prove ulteriori debbono (o possono) essere effettuate nel corso dell’anno qualora lo studente
non abbia saldato il debito nella prima prova affrontata? tali prove ulteriori si debbono svolgere in
orario curricolare oppure durante e a conclusione degli IDEI disposti in orario non curricolare? per
materie per le quali non è prevista la continuazione dell’insegnamento nell’anno successivo, a chi
spetta la verifica dello stato del debito e quando deve essere effettuata?

R1. Il primo dei modelli indicativi di IDEI elencati dalla C.M. n. 492/96 è quello che realizza gli
interventi «nei giorni antecedenti l’inizio delle lezioni»; più avanti la stessa C.M. inserisce il
«recupero» fra le attività che devono caratterizzare la prima fase dell’anno scolastico e segnala
«l’opportunità di dedicare il mese di settembre ad una progressiva integrazione di tutti gli studenti
nel lavoro didattico». La C.M. n. 175/98 a sua volta sottolinea che «gli studenti hanno senza dubbio
l’obbligo di “saldare” il debito formativo, partecipando produttivamente… alle attività didattiche
principali e a quelle integrative organizzate dagli istituti» e che le scuole hanno «l’obbligo di
assicurare lo svolgimento e il migliore assetto funzionale alle attività medesime». Pertanto, fatta
salva comunque l’autonomia del Collegio dei docenti, il periodo antecedente l’avvio delle lezioni è
indicato come il tempo più adeguato sia per lo svolgimento degli interventi, sia per la valutazione
della loro efficacia. Sull’obbligatorietà delle verifiche prima dell’inizio delle lezioni, sul numero di
prove ulteriori in caso di debiti non saldati e sulla collocazione oraria delle stesse dovrà essere la
scuola ad esprimersi e decidere, attraverso i suoi organi collegiali; quanto deliberato diviene obbligo
per il docente. Le verifiche in una materia che non prosegue nell’anno successivo debbono essere
necessariamente effettuate da un docente titolare della disciplina, preferibilmente della classe di
provenienza.

D2. È consentito dalla vigente normativa che ogni gruppo disciplinare o consiglio di classe della
stessa scuola (se non addirittura ogni docente della stessa materia) fissi autonomamente contenuti,
modalità, numero, epoca e frequenza delle prove per la verifica dei debiti formativi nel corso
dell’anno scolastico?

R2. Sia per quanto detto in premessa, sia per analogia con quanto la norma prevede per il
curricolare, il Collegio dei docenti (D.L.vo n. 297/94, art. 7) può definire, «nel rispetto della libertà
d’insegnamento garantita a ciascun docente» e in termini solo ordinatori, la quantità minima di
prove orali e scritte (laddove previste dall’ordinamento) da garantire in ciascun periodo didattico,
ma le modalità applicative della direttiva rientrano nell’autonomia professionale del docente.
D3. L’accertamento dei debiti formativi relativi a materie per le quali sia solitamente previsto il
cambio di docente nel passaggio dal biennio al triennio è di competenza del nuovo docente o del
precedente?

R3. Decide la scuola.

D4. Come devono essere effettuate le verifiche del debito formativo nelle materie che prevedono la
valutazione solo orale e in quelle che prevedono sia lo scritto che l’orale?

R4. Secondo le medesime modalità delle verifiche curricolari, a meno che la scuola non preveda
altrimenti e fatta comunque salva la libertà d’insegnamento (prove aggiuntive).

D5. È conforme alla vigente normativa ritenere che il debito formativo sia da considerarsi saldato
(senza effettuare alcuna prova di verifica ad hoc) qualora lo studente abbia conseguito al termine
del primo trimestre (o quadrimestre) dell’anno successivo una votazione sufficiente sulla pagella
nella materia oggetto del debito formativo precedente assegnatogli e non saldato in occasione della
prova svoltasi prima dell’inizio delle lezioni?

R5. La C.M. n. 492/96 richiama la necessità di dedicare «attenta valutazione… alla gestione del
debito formativo emergente dagli scrutini finali dell’anno scolastico precedente», per cui «dovrà
essere compiuto ogni ragionevole sforzo perché tale debito sia colmato entro la prima metà
dell’anno». Si tratta di raccomandazioni generiche; del resto, ogni disciplina ha statuti e curricoli
diversi. Al momento la norma non dice altro, pertanto spetta alle scuola fare chiarezza entrando nel
merito delle singole discipline.

D6. Uno studente ripetente può (o deve) essere sottoposto a prove di verifica dei debiti formativi da
lui riportati in anni precedenti a quello al termine del quale sia stato dichiarato “non promosso”,
qualora tali debiti non siano da lui mai stati colmati? Pongo questo quesito anche in relazione alle
nuove norme sull’esame di Stato, che prevedono l’ammissione a condizione che i debiti formativi
degli anni precedenti siano stati tutti colmati.

R6. Vale la risposta data alla domanda precedente, in attesa del decreto ministeriale contenente le
modalità da seguire per la colmatura dei debiti preannunciato all’art. 1 della nuova normativa
sull’esame di Stato. È opportuno precisare che detta norma si applica solo a partire dagli allievi che
sono ora al terzo anno di corso.

D7. In sede di scrutinio finale, è conforme alla vigente normativa: attribuire allo studente gravato da
uno o più debiti formativi dell’anno precedente non saldati un ulteriore numero di insufficienze?
che il Consiglio di classe non tenga in nessun conto della presenza di debiti formativi non saldati ed
esprima nei confronti dello studente in tale situazione una valutazione che consideri esclusivamente
i risultati e i voti di profitto riportati nell’anno in corso?

R7. Sono le singole scuole a decidere, nel rispetto delle indicazioni generali fornite dalle Ordinanze
su scrutini ed esami (è consentita la promozione anche con «insufficienza non grave in una o più
discipline»). Per quel che vale, resta l’avvertimento presente anche nella C.M. n. 175/98: «Sotto il
profilo formale trovano applicazione i principi della trasparenza amministrativa (v. legge 241/1990)
che pongono l’obbligo per la scuola, anche in relazione al correlato diritto degli studenti e delle loro
famiglie di documentare adeguatamente il processo che ha condotto alle valutazioni in itinere e
finali».
Riguardo alla seconda parte della domanda, esistono due “correnti di pensiero” su cui si basano le
scelte delle scuole: una – piuttosto diffusa – sostiene che il debito s’intende riferito alla disciplina
nel suo insieme, e quindi risulta saldato se lo studente ottiene una valutazione positiva al termine
dell’anno successivo; l’altra ritiene invece debbano essere saldati i debiti di ciascun anno.
L’incertezza dovrebbe cadere all’emanazione del D.M. preannunciato dalla recente legge
sull’esame di Stato.

Con riferimento alla normativa vigente sui "permessi per diritto allo studio" si chiede se la
concessione delle 150 ore annue è applicabile nei casi che seguono:
– frequenza dei corsi SSIS del personale assunto con contratto stipulato sino al termine dell’anno
scolastico;
– frequenza dei tirocini previsti nei corsi SSIS da parte del personale assunto con contratto
stipulato sino al termine dell’anno scolastico;
– frequenza dei corsi di specializzazione in teologia effettuati presso la Pontificia Università
Lateranense da insegnanti di religione con contratto stipulato fino al termine dell’anno scolastico.

Risposta
Risposta sicuramente affermativa a tutti i quesiti. La norma che regola il diritto allo studio del
personale nel pubblico impiego è costituita dal DPR n. 395/88 (art. 3), cui espressamente rinvia il
CCNL 2002/2005 della scuola (art. 142, c. 1, lett. f), punto 1); la CM n. 319/91, dispositivo a
carattere permanente, ne regolamenta l’applicazione per tutto il personale scolastico. Successive
precisazioni relativamente al solo personale docente sono state fornite con la CM n. 130 del 21
aprile 2000. Questa, dopo aver specificato che il «personale docente in servizio, iscritto ai Corsi di
laurea o alle Scuole di specializzazione» ha «diritto a fruire, ai fini della frequenza dei suddetti
Corsi, di permessi di studio retribuiti», puntualizza che il godimento del diritto è indipendente dalla
tipologia di rapporto di lavoro del docente: «il Dipartimento per la Funzione Pubblica ha infatti
chiarito che l’art. 3 del DPR 395/1988 relativo ai permessi retribuiti per il diritto allo studio, non fa
distinzione tra personale a tempo determinato e personale con contratto a termine e che pertanto
l’istituto di cui trattasi trova applicazione anche per il personale a tempo determinato in misura
proporzionale alle prestazioni lavorative rese». È quindi pacifico che i docenti con contratto fino al
termine dell’anno scolastico iscritti alle SSIS hanno diritto a fruire dei permessi retribuiti per la
frequenza dei corsi, ivi comprese le attività di tirocinio che costituiscono parte integrante dei
percorsi di formazione. La durata del contratto giustifica, in tal caso, la fruizione di tutte le 150 ore
di permesso straordinario previste. Quanto al corso di specializzazione in teologia, fermo restando
l’irrilevanza della condizione di supplente annuale ai fini del godimento del diritto, ricorrono le
medesime condizioni sopra evidenziate per i corsi SSIS. Infatti, l’art. 3, c. 2, del DPR n. 395/88
individua anche i corsi universitari e post-universitari fra le tipologie per le quali sono concessi i
permessi delle 150 ore, senza peraltro darne alcuna ulteriore specificazione; cosa che non fa
nemmeno la circolare applicativa, la CM n. 319/91. Poiché i titoli accademici rilasciati nelle
discipline teologiche dalla Pontificia Università Lateranense sono riconosciuti dallo Stato italiano, il
docente ha diritto al permesso retribuito per la frequenza dei corsi. E ciò anche indipendentemente
dalla sua qualità di insegnante di religione cattolica; la qualificazione professionale potrà essere
eventualmente fatta valere ai fini della migliore posizione nella graduatoria che annualmente viene
redatta per l’individuazione del contingente provinciale di docenti ammessi alla fruizione dei
permessi.
Diversi insegnanti pongono quesiti riguardanti la riduzione della durata delle ore di lezione e il
connesso obbligo di recupero delle frazioni orarie non prestate. Data la sostanziale omogeneità
delle domande, diamo un’unica risposta comprensiva.

Risposta
La materia è da tempo oggetto di interpretazioni contrastanti e di conseguenti controversie, sebbene
la normativa di riferimento sia sufficientemente esplicita. La riduzione della durata dell’ora di
lezione è stata in passato introdotta nella prassi ordinaria per due ordini di motivi molto diversi:
negli istituti superiori di tipo tecnico e artistico, a causa dell’elevato numero di ore settimanali di
lezione connesso con difficoltà di ordine ambientale (causa di forza maggiore); nei licei,
prevalentemente per scelte di tipo didattico (ex-sperimentazioni). Attualmente le motivazioni
permangono entrambe, anche se talvolta non più nettamente separate; ben distinte invece
rimangono le conseguenze sul piano degli obblighi professionali dei docenti. A regolare
globalmente la materia provvede l’art. 26 del CCNL 2002/2005: alle istituzioni scolastiche spetta
l’adozione di «ogni modalità organizzativa che sia espressione di autonomia progettuale», in
coerenza «con gli obiettivi generali e specifici di ciascun tipo e indirizzo di studio» (c. 1); pertanto,
«i competenti organi delle istituzioni scolastiche regolano lo svolgimento delle attività didattiche
nel modo più adeguato al tipo di studi e ai ritmi di apprendimento degli alunni», anche adottando
opportune forme di flessibilità (c. 2). Alle esigenze scaturenti da queste scelte dovranno rispondere,
tenuto conto della disciplina contrattuale, «gli obblighi di lavoro» dei docenti (c.3). Nel quadro
dell’annuale programmazione dell’azione edu-cativa, le istituzioni scolastiche sono tenute ad
adottare le modalità organizzative per l’esercizio della funzione docente e l’articolazione dell’orario
di insegnamento. In coerenza col Piano dell’Offerta Formativa e tenuto conto dei criteri generali
indicati dal Consiglio d’istituto, al Collegio dei docenti spetta, tra l’altro, formulare proposte in
merito all’orario settimanale. Il comma 7 stabilisce che, se la delibera del Collegio per scelta
didattica prevede la riduzione della durata dell’unità oraria di lezione, i docenti sono tenuti al
recupero delle frazioni orarie non prestate «nell’ambito delle attività didattiche programmate» dalla
scuola; recupero da effettuare «sulla base della pianificazione annuale delle attività» e in base alle
norme vigenti (c.9). Se invece a determinare la riduzione sono «motivi estranei alla didattica», il
CCNL rinvia a quanto stabilito in materia dalla CM n. 243/1979, valida ancora oggi. Questa
specifica quali sono le uniche “cause di forza maggiore” che autorizzano le contrazioni: «accertate
esigenze sociali degli studenti, derivanti da insuperabili difficoltà dei trasporti» e la necessità di
«effettuazione dei doppi turni». Nel precisare che il provvedimento deve avere carattere di assoluta
eccezionalità, la CM elenca i criteri da osservare nell’operare le riduzioni: –divieto tassativo di
riduzione oraria in quei giorni della settimana «nei quali l’orario delle lezioni è contenuto in quattro
ore»; –nei giorni con cinque ore sono autorizzate, eccezionalmente, riduzioni «alla prima e alla
ultim’ora»; –nei giorni con sei ore, la riduzione «può riferirsi alla prima e alla ultima ora di lezione
ed eccezionalmente anche alla penultima ora»; –nei giorni con sette ore, «la riduzione può riferirsi
alle prime due e alle ultime tre ore»; e comunque, la riduzione «non dovrà in nessun caso superare i
dieci minuti». Dopo aver espletato tutte le opportune azioni di “persuasione” nei confronti delle
aziende dei trasporti «affinché gli orari dei mezzi... siano resi nella massima possibile misura
compatibili con le esigenze del pieno funzionamento della scuola», il Capo d’istituto provvede alla
formulazione dell’orario settimanale delle lezioni con le riduzioni indispensabili, corredato da
«ampia motivazione». Il Consiglio d’istituto assume la relativa delibera, che diviene
immediatamente operativa senza bisogno di alcuna autorizzazione. La circolare precisa che, per
cause di forza maggiore, «non è configurabile alcun obbligo per i docenti di recuperare le frazioni
orarie oggetto di riduzione».
Un insegnante chiede informazioni circa le assenze per malattia del personale docente assunto con
contratto a tempo determinato.

Risposta
Tali assenze sono regolate dall’art. 19 del CCNL 2002/2005, tuttora vigente. Occorre però
distinguere i contratti annuali da quelli per supplenze temporanee conferite dal capo d’istituto. Il c.
3 del citato art. 19 stabilisce che il docente assunto con contratto a tempo determinato per l’intero
anno scolastico o fino al termine delle attività didattiche, assente per malattia, «ha diritto alla
conservazione del posto per un periodo non superiore a 9 mesi in un triennio scolastico». Quanto
alla retribuzione, il comma 4 prescrive che venga «corrisposta per intero nel primo mese di assenza,
nella misura del 50% nel secondo e nel terzo mese», mentre nel periodo restante il docente «ha
diritto alla conservazione del posto senza assegni». I periodi con retribuzione parziale «non
interrompono la maturazione dell’anzianità di servizio e tutti gli effetti» (c. 6), mentre agli stessi
fini non sono riconosciuti i periodi senza assegni (c. 8). Nel caso di supplenze disposte dal capo
d’istituto, il c. 10 dell’art. 19 CCNL rinvia alla Legge n. 638/1983, il cui art. 5 limita la
corresponsione dei trattamenti economici nel corso della malattia ad un «periodo non superiore a
quello di attività lavorativa nei dodici mesi immediatamente precedenti l’evento morboso» e
dispone l’interruzione della retribuzione «alla cessazione del rapporto di lavoro a tempo
determinato» (c. 2); se nei dodici mesi precedenti il supplente non può far valere periodi lavorativi
superiori a trenta giorni, «il trattamento economico e l’indennità di malattia sono concessi per un
periodo massimo di trenta giorni nell’anno solare» (c. 3). Il succitato c. 10 precisa che il supplente
temporaneo «ha diritto, nei limiti di durata del contratto medesimo, alla conservazione del posto per
un periodo non superiore a 30 giorni annuali, retribuiti al 50%», mentre il c. 11 assicura che tali
periodi di assenza parzialmente retribuiti «non interrompono la maturazione dell’anzianità di
servizio a tutti gli effetti».

Il preside, senza sentire il collegio dei docenti, ha sospeso cautelarmene un collega, che ora
percepisce uno stipendio ridotto ai soli assegni alimentari. Può l'insegnante appellarsi contro il
provvedimento per vizio di procedura? A chi deve rivolgersi per farlo?

Risposta

La legge 25 ottobre 2007, n. 176 – conversione del DL n. 147/07 – ha modificato alcuni articoli del
D.L.vo n. 297/94 (Testo Unico della scuola) inerenti la materia disciplinare relativa al personale
della scuola. In particolare, per quanto concerne la sospensione cautelare è stato modificato il
comma 4 dell'art. 506 del TU, che prevedeva il parere – peraltro non vincolante – del Collegio dei
docenti. Nella nuova versione è stata cassata la dicitura «sentito il collegio dei docenti»,
mantenendo nella disponibilità del Dirigente scolastico la possibilità di adottare il provvedimento
della sospensione cautelare a carico di un docente, a condizione che «ricorrano ragioni di
particolare urgenza». Per avere efficacia il provvedimento deve essere convalidato dal Dirigente
dell'Ufficio Scolastico Regionale «entro il termine di dieci giorni dalla relativa adozione»; in
carenza di convalida, la sospensione è revocata di diritto.
Si rileva pertanto che l'assenza del parere del Collegio dei docenti non costituisce motivo di nullità
del provvedimento, avverso il quale il docente può comunque presentare appello al giudice del
lavoro per altra motivazione oggettiva.

Nella riunione del collegio docenti per i libri di testo, a causa del tetto massimo di spesa imposto
recentemente dal ministero, non si sono potute fare alcune nuove adozioni. Tra le conferme forzate
anche quella di un testo per la terza classe che un insegnate del triennio aveva chiesto di sostituire
perché obsoleto e lacunoso. Se il prossimo anno scolastico mi venisse assegnata una classe terza,
sarebbe possibile, eventualmente d'accordo con le famiglie degli allievi, cambiare il testo in
questione subito dopo l'inizio delle lezioni?

Risposta

La CM n. 9/2008, che disciplina le adozioni dei libri di testo per l'anno scolastico 2008/2009
esclude esplicitamente una possibilità del genere: «l'assegnazione di altro docente nella classe, a
decorrere dal 1° settembre 2008, non consente in alcun modo una diversa scelta dei testi già
effettuata»

Nel caso cui la componente docenti, durante il triennio in carica nel Consiglio di Istituto, abbia
visto venir meno due suoi membri eletti per effetto di trasferimento ad altra scuola o
pensionamento, né vi siano non eletti nella lista di appartenenza, è obbligatorio indire elezioni
suppletive?

Risposta

In materia di surroga dei componenti del Consiglio di circolo o di istituto, a qualsiasi titolo
decaduti, continua ad applicarsi in via generale il disposto di cui all'art. 53, comma 1, dell'OM n.
215/91. In particolare il secondo periodo del comma citato prevede che "In caso di impossibilità di
procedere alla surrogazione suddetta per esaurimento delle rispettive liste non si può ricorrere ad
altre liste, ma i posti vacanti devono essere ricoperti mediante elezioni suppletive" che, come recita
il successivo comma 4, "per motivi di opportunità, debbono essere indette, di norma, all'inizio
dell'anno scolastico successivo all'esaurimento delle liste, contestualmente alle elezioni annuali". E
questo è quanto espressamente ricorda la CM n. 71 del 4 settembre 2008: “Nelle istituzioni in cui il
consiglio, invece, rimanga in carica nell'anno 2008/2009, potranno svolgersi le eventuali elezioni
suppletive nel caso sia impossibile sostituire, a causa dell'esaurimento delle rispettive liste, i
membri nel frattempo cessati per dimissioni o per perdita dei requisiti di eleggibilità". La CM fissa
anche il termine ultimo per tali elezioni.
Diverso è il caso in cui a risultare totalmente mancante di eletti sia la componente genitori. Infatti,
l'OM n. 215/91 (art. 53, c. 2), dopo aver ricordato che la costituzione del Consiglio è valida "anche
nel caso in cui non tutte le componenti abbiano espresso la propria rappresentanza", stabilisce che
occorre dare luogo "a elezioni suppletive, qualora manchi la rappresentanza della componente
genitori, nell'ambito della quale deve essere eletto il presidente del consiglio di circolo o istituto".
Per ovvie necessità di funzionamento dell'Organo collegiale, che senza Presidente non può esplicare
le sue funzioni, le elezioni suppletive per la componente genitori debbono essere indette quando se
ne determini la necessità, in deroga a quanto stabilito dal comma 4 sopra citato.

È prassi consolidata che in tutte le classi venga designato un docente coordinatore.. Durante le
sedute dei consigli di classe intervengono però due funzioni, quella del coordinatore e quella del
segretario-verbalizzatore: a volte queste funzioni sono tenute distinte, ma a volte sono unificate nel
medesimo docente. A chi spetta designare queste funzioni? Vi sono ragioni o di stringente
opportunità o di vincolo normativo per orientarsi in un senso o nell'altro?

Risposta

Occorre prima di tutto precisare che la figura del coordinatore di classe a non è prevista né
dall'ordinamento vigente né dal Contratto nazionale di categoria. Altra cosa è invece la figura del
Presidente del consiglio di classe, precisamente normata al comma 8 dell'art. 5 del TU della scuola
(D.L.vo n. 297/94): «I consigli di intersezione, di interclasse e di classe sono presieduti
rispettivamente dal direttore didattico o dal preside oppure da un docente, membro del consiglio,
loro delegato». In caso di proprio impedimento, il Dirigente scolastico può, tramite apposito ordine
di servizio, affidare ad un docente della classe la presidenza e il coordinamento di una o più sedute
del consiglio (tipicamente per tutto un anno scolastico, come avviene comunemente in quasi tutte le
scuole). I suoi compiti sono solo quelli di assicurare la regolarità della seduta, verbalizzazione
compresa; l'ordine di servizio contenente la designazione a presiedere il consiglio di classe non può
essere rifiutato, salvo che esistano motivi oggettivi documentabili.

Tutte le altre incombenze che di solito sono attribuite al cosiddetto coordinatore di classe (raccolta
delle programmazioni didattiche e stesura del piano didattico della classe, rappresentanza della
classe nei riguardi dei genitori – particolarmente per gli allievi con difficoltà –, collegamento con la
presidenza, ecc.) non sono codificate in alcuna norma che le riconduca a quelle del citato art. 5, c. 8.
Tali attività, che sono riconducibili a competenze riguardanti figure interne al POF (art. 3, c. 1 del
DPR n. 275/99), piuttosto che del delegato alla presidenza del consiglio di classe, debbono essere
conferite all'interno del Collegio dei docenti, in sede di programmazione iniziale d'anno scolastico;
non rientrando però all'interno delle attività funzionali all'insegnamento, regolate dall'art. 29 del
CCNL, non sono obbligatorie e le designazioni possono essere rifiutate. Ovviamente, nulla vieta
che le due figure possano essere assunte dal medesimo docente.

Per quanto riguarda la redazione dei verbali e la relativa figura del Segretario, è ancora l'art. 5 del
D.L.vo n. 297/94 a stabilire con chiarezza la procedura di attribuzione: «Le funzioni di segretario
del consiglio sono attribuite dal direttore didattico o dal preside a uno dei docenti membro del
consiglio stesso» (c. 5). Nel caso in cui a presiedere non sia il Dirigente scolastico ma un docente da
lui delegato, sarà quest'ultimo che, esercitando la delega ricevuta, procederà alla nomina del
segretario verbalizzante scelto tra gli altri membri del consiglio. Del resto, è la norma generale che
prevede la sottoscrizione del verbale da parte delle due distinte persone del Presidente e del
Segretario; un verbale che non sia sottoscritto da entrambi non è garantito sotto il profilo legale.