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Fondazione Cesare Pozzo per la Mutualit Mercoled 23 novembre 2011 ore 10.

.00 Salone Il Treno via San Gregorio, 46 Milano

Volontariato e mutua solidariet 150 anni di previdenza in Italia Gianni Silei

(bozza dellintervento presentato da non citare senza il consenso dellautore)

Volendo tentare di sintetizzare in un due parole i temi di cui parliamo questoggi - e di cui si tratta nel volume collettaneo che stiamo presentando si potrebbe dire che questa storia comincia con quella che stata definita la welfare society, cio un insieme di formazioni sociali le pi varie (religiose e laiche) operanti in ambito sociale ed assistenziale preesistenti al processo di industrializzazione e modernizzazione. La storia di una welfare society che, smantellata nelle fondamenta dallirrompere della modernit, della societ industriale e della questione operaia, viene progressivamente soppiantata dallemergere del welfare state inteso come istituzioni pubbliche operanti nei medesimi ambiti, gestite per dallo Stato. Oggi, di fronte alla crisi del welfare state un approccio alle politiche di protezione sociale che, com noto, ha toccato il suo apice negli anni 70 del secolo scorso e di fronte alla crescente domanda di nuovi bisogni, la welfare society sembrata come riemergere dalle proprie ceneri, ricoprendo nuovamente un ruolo sempre pi rilevante. Un ruolo se non prioritario certamente di integrazione e di supporto ai servizi ancora gestiti dallamministrazione pubblica. Al di l di ogni giudizio di merito, la storia dellazione sociale collettiva effettivamente antica. Tralasciando quella che potremmo definire la fase iniziale, incentrata prevalentemente sulla cosiddetta economia morale ovvero sulla carit e sulle varie forme consuetudinarie di beneficenza e filantropia. Il vero punto di svolta coincide con lirrompere del sistema di produzione industriale e di quelle disposizioni che nel XIX secolo venivano
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classificate sotto la voce carit legale e che andarono progressivamente configurando i tratti del moderno Stato sociale. Tranne alcune esperienze pionieristiche (ad esempio le primissime associazioni operaie di inizio Ottocento, ad esempio quella degli operai dello stabilimento di Doccia, 1824) lavvio di questo percorso ebbe inizio dopo il 1848. Allinterno del nascente movimento mutualistico si andarono immediatamente delineando due anime. La prima, cattolica, aveva il proprio fulcro fitta rete di Opere Pie e poi, specie dopo la Rerum Novarum di Leone XIII (1891) - che peraltro introduceva il principio, oggi attualissimo, della sussidiarieta' (Quanta se ne puo', salvo il bene comune e gli altrui diritti) nelluniverso del cattolicesimo sociale. La seconda, spiccatamente laica (inizialmente liberale e democratico-radicale poi sempre pi spiccatamente classista e socialista) rappresentata dallaltrettanto variegato mondo del mutualismo e cooperativismo. In assenza di un ruolo attivo da parte dello Stato, il self help si proponeva il superamento del paternalismo filantropico di antico regime, manifestando, come detto, una molteplicit di dimensioni: Queste organizzazioni, infatti, operarono in svariati ambiti: assistenza cooperazione impresa economica credito resistenza educazione collocamento soprattutto: il mutualismo e la previdenza cio la condivisione del rischio tra i soci per alcuni eventi (malattia e infortuni). Stanti questi differenti campi dazione comuni erano la finalit pedagogica e la volont di svolgere una funzione di emancipazione dei rispettivi soci. Un esempio - visto che siamo a Milano - quello della Societa' Umanitaria, fondata nel 1893, che nel proprio statuto si proponeva come obiettivo quello di mettere i diseredati, senza distinzione, di rilevarsi da se' medesimi, procurando loro appoggio, lavoro e istruzione. A fronte di una legislazione sostanzialmente residuale che, almeno fino all'et giolittiana si limita alla Grande Legge sulle Opere Pie del 1862, a quella sul riconoscimento giuridico del 1886 e alle norme crispine del 1890, questi sodalizi crebbero per numero e per diffusione: alla vigilia della Grande Guerra superarono le 7.000 unit.
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Manc per un salto qualitativo e quantitativo. Si giunge cos al fascismo che segn una cesura importante. Quella svolta dal regime, infatti, fu un'opera si repressione, riorganizzazione, normalizzazione e controllo di questa rete. Tra le tappe pi rilevanti di questo percorso: lo scioglimento della Federazione nazionale delle sms (1925) la legge 3 aprile 1926 che sanc la cancellazione dell'autonomia delle associazioni che vennero vincolate ai fini di propaganda e assistenza all'opera dei Fasci. Il corporativismo (Carta del Lavoro del 1927) le riforme degli anni '30 (INPS, INAIL) eliminarono ogni ulteriore spazio di autonomia. Il secondo dopoguerra, con la Carta costituzionale questo mondo riacquistava libert e riconoscibilit sebbene in un contesto fatto di luci ed ombre: si pensi, ad esempio, al quadro frammentario che caratterizzava gli enti pubblici e privati dediti ad opere e servizi sociali (che in questi anni erano circa 40.000) e all'altrettanto disorganico ed obsoleto quadro legislativo. Fu a partire dalla seconda met degli anni '60 che le esperienze e le iniziative si andarono nuovamente moltiplicando nell'ambito di un rinnovato impegno sociale e di nuove forme di partecipazione. Si giunge cosi' agli anni '70 che rappresentano un vero spartiacque epocale. Di fronte alla crisi dei partiti, al moltiplicarsi dei bisogni sociali non controbilanciati, nonostante le importanti riforme del decennio, da un adeguato potenziamento del welfare il volontariato vive un vero e proprio boom. I dati sono significativi: tra il 1970 e il 1980 si costituiscono circa 22.000 associazioni. Questa realt, ai pi sconosciuta, emerge per la prima volta con la mobilitazione seguita al sisma irpino del novembre 1980. Questa tendenza si accentua ulteriormente nel decennio successivo. Tra il 1980 e il 1990 le associazioni che si costituiscono sono 46.000. Sono dati importanti che oltretutto inducono a ripensare a quella interpretazione forse un po schematica che vuole agli anni Ottanta unicamente come gli anni, del riflusso, del ripiegamento nel privato inteso come dimensione egoistica (e edonistica). Nel 1991 si cerca di disciplinare il settore con una legge quadro. La crisi e lo
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sfaldamento del sistema politico e il declino delle tradizionali forme di partecipazione politica accelera questo processo di crescita. Se gli anni '80 sono gli anni del volontariato, gli anni '90 sono gli anni del Terzo Settore. Nel 1999, alla vigilia della nuova legge quadro sull'associazionismo di promozione sociale, il quadro importante. In Italia, dati ISTAT, operavano 221.412 organizzazioni non-profit, il 55% delle quali si era costituito dopo il 1990. Queste organizzazioni fatturavano 36 miliardi di euro, avevano alle loro dipendenze 630.000 persone e si avvalevano del contributo di 3.200.000 volontari. Certo, il quadro restava variegato e complesso: il 15% delle organizzazioni disponeva dell'80% delle risorse disponibili ma il dato d'insieme appare comunque rilevante. Ora, nonostante questa lunga storia, che ho cercato sia pure molto succintamente di ripercorrere nelle sue fasi periodizzanti, ancora oggi persiste quella che si potrebbe definire una questione terminologica: volontariato, terzo settore, non profit restano categorie ancora scarsamente definite. Gli ambiti di intervento di questo complesso di organismi resta ancora variegato. Le associazioni operano nei settori pi disparati dei servizi alla persona: dallassistenza alla cooperazione, dallarte e la cultura allo sport e allorganizzazione del tempo libero, dalla protezione civile. A fronte di una loro riacquistata importanza, molti fattori inducono a pensare che esse sono destinate a svolgere un ruolo sempre pi importante nel campo assistenziale, previdenziale e pi in generale nel soddisfacimento di molti bisogni sociali: il progressivo invecchiamento della societ (con quello che ci implica sul piano dei servizi e dellassistenza alla persona); la necessit di una concreta applicazione di quel principio di sussidiariet introdotto ed ampliato in ambito legislativo e costituzionale; la crisi e del ridimensionamento del welfare state, ma soprattutto (pensando in particolare sulla questione del mutualismo e della previdenza) la definitiva svolta in direzione di un sistema previdenziale imperniato su pensioni di anzianit di base su base contributiva integrate da schemi di carattere volontaristico. Il volontariato in senso lato vive per una fase delicata della propria esistenza. Il cosiddetto volontariato sociale, ad esempio, appare in flessione sul piano quantitativo: dati recenti mostrano una diminuzione del numero dei volontari soprattutto di quelli che appartengono alle giovani generazioni. I volontari in quanto tali diminuiscono come presenza anche nel terzo settore, dove sempre pi maggioritario personale retribuito. Aspetto positivo laddove si pensa che si tratta di personale con maggiori competenze specifiche (non solo
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in campo strettamente sanitario o assistenziale ma anche su quello gestionale e manageriale) ma certo preoccupante per la sopravvivenza e il radicamento sul territorio di queste organizzazioni. Originariamente imperniate sul concetto di gratuit e sul dono, queste organizzazioni si trovano molte volte di fronte ad un bivio laddove sono chiamate sempre pi a trasformarsi in imprese, imprese a carattere sociale ma pur sempre costrette a confrontarsi con il mercato e con tutto ci che questo implica. La storia che abbiamo in parte raccontato nel volume che presentiamo questoggi , come detto, una storia che ha radici lontane. Al termine di questo percorso, il variegato universo del volontariato emerso nuovamente come un elemento strategico importante. Come una risorsa. La questione, tuttavia, non sta nelle definizioni che, a ben guardare, talvolta si rivelano delle semplici etichette. La questione sta tutta in un interrogativo che, da storico, lascio a coloro che sono chiamati ad operare concretamente, nella quotidianit, in questi ambiti. La domanda : verso quale percorso intendiamo incamminarci? Nel corso degli anni 90 ad esempio negli Stati Uniti il Terzo settore (che allepoca valeva allincirca il 10% del PIL, quindi molto) stato utilizzato ideologicamente e concretamente come ammortizzatore sociale per ridimensionare le gi esigue tutele federali e del welfare state in nome della filosofia del workfare. Quello del workfare e della terza via tra Stato e mercato anche nellambito delle politiche di protezione sociale stata solo una delle definizioni che in questa epoca di nuove risposte allentrata in crisi del welfare state si sono avvicendati nel passato pi o meno recente. Ne cito altre, welfare-mix, welfare community, Big Society ma potrei continuare. Le questioni di fondo, insomma sono molte ed rilevanti ad esempio, quale ruolo vogliamo far svolgere alla economia sociale nel prossimo futuro? Con quale rapporti o sinergie con il settore pubblico e con il settore for profit o del privato commerciale? Abbiamo uno o pi modelli di riferimento? Rispondere a questi e ad altri interrogativi decisivo perch significa rispondere indirettamente a quella che poi la vera domanda di fondo ovvero come si intende concretamente fornire risposta alle crescenti e variegate domande sociali. Ma significa, soprattutto, parafrasando uno scritto di John Maynard Keynes recentemente ripubblicato, capire se e quali siano le possibilit economiche per i nostri figli e nipoti.
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