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Incontro-dibattito

INDIPENDENZA: FUTURO DELLA SARDEGNA


Relazione di Giovanni Fara
sempre piacevole ritrovarsi in un incontro per parlare dindipendenza, per parlare del futuro della nostra terra, un tema che evidentemente entrato nel dibattito politico della societ sarda, interessando tutti gli orientamenti e gli schieramenti politici. Un tema che gli indipendentisti per primi hanno il dovere di esporre, manifestando le proprie idealit e i propri valori e ponendosi a confronto gli uni con gli altri anche allo scopo di costruire punti di convergenza politica. da considerare meritevole lo sforzo profuso da chi crea periodicamente occasioni dincontro e dibattito, di cui si avverte una sempre maggiore necessit sia tra i sardi, sia tra le fila dellindipendentismo, sempre pi spinto verso un confronto serrato sui temi e su tutto quello che caratterizza la lotta per lindipendenza delle varie organizzazioni indipendentiste sarde. Incontri nei quali sempre pi frequente la partecipazione di militanti che appartengono a una base indipendentista che non ha alcuna organizzazione di riferimento e che trova in questi spazi il luogo ideale nel quale poter arrecare il proprio contributo didee in termini di partecipazione attiva alla lotta per lindipendenza della Nazione Sarda. La presente relazione ne un esempio in quanto realizzata da un militante indipendentista non iscritto ad alcun partito o movimento ma operativo nellambito dei lavori di una associazione indipendentista: lAsstziu Zirichiltaggia. Associazione nata nel 2009 sul versante della lotta contro il nucleare in Sardigna, e oggi particolarmente attiva sia sul piano della lotta alla militarizzazione dellIsola, sia sul piano della difesa del territorio dalla speculazione energetica, nonch nella formazione di unarea di dibattito che accoglie in modo trasversale la base indipendentista pi interessata alla discussione in corso sulla convergenza nazionale. Una prima importante riflessione riguarda il concetto dindipendenza, per il quale si spesso inteso un sogno romantico e velleitario, unutopia anacronistica. Niente di pi falso. Lindipendenza quanto di pi concreto un Popolo possa auspicare di raggiungere: lidea di indipendenza un progetto politico e in quanto tale realizzabile. Lindipendenza un diritto fondamentale dei Popoli sancito da tutti i moderni Trattati Internazionali. Trattati sottoscritti anche dalla Repubblica Italiana, bench questa non riconosca la sua composizione plurinazionale,

negando quindi lesistenza di intere comunit etniche e nazionali inglobate nel suo Stato (Es. Sardegna, Friuli). Lindipendenza un'emancipazione da un potere come il colonialismo e si ottiene attraverso un processo di autodeterminazione che consiste nella possibilit di un popolo di scegliere liberamente il proprio destino, di essere lartefice della sua storia, di acquisire una propria soggettivit politica e giuridica internazionale. Lindipendenza in tal senso da considerarsi come lesatto contrario dellisolazionismo. Unaccusa che spesso viene mossa strumentalmente agli indipendentisti quella di voler isolare la Sardegna dal resto del mondo, ma questo quanto di pi distante dalla realt. La nostra una lotta per la conquista di poteri reali, per permetterci di gestire direttamente, senza intermediari, il nostro territorio e le nostre risorse, relazionandoci alla pari con gli altri Stati e determinando autonomamente le nostre scelte nellambito di una interrelazione economica, politica e culturale che oggi ci viene sistematicamente negata. Sono le attuali condizioni di dipendenza che ci impediscono di determinare ci che meglio per la nostra terra e per il nostro Popolo. Non abbiamo rappresentanze in Europa in grado di incidere sulle scelte degli Stati-Nazionali settecenteschi e ottocenteschi dai quali questa essenzialmente composta. Non abbiamo la possibilit di incidere sulle decisioni economiche che altri prendono per noi, cos come non possiamo mettere in discussione il ruolo geopolitico che la nostra Isola si appresta a ricoprire sullo scacchiere internazionale. UnIsola al centro del Mediterraneo utilizzata sempre pi come polo energetico e piattaforma militare, come una barriera tra il nord e il sud del mondo. Un ruolo che potremo ribaltare se solo avessimo il coraggio di lottare per la nostra indipendenza nazionale, per la costituzione di un nostro Stato Sovrano, libero di decidere con chi intrecciare le proprie relazioni economiche, politiche e culturali. un concetto fondamentale quello dellautodeterminazione, utile anche a sfatare le sciocchezze, le affermazioni irresponsabili del presidente dello Stato Italiano Giorgio Napolitano che in riferimento alle mire secessioniste della Lega Nord ha recentemente affermato che non esiste una via democratica alla secessione. Pur non entrando nel merito dellesistenza di un popolo padano e della propaganda leghista, tuttaltro che incline a disarcionare il potere centrale dello Stato, occorre ricordare che gi con la dichiarazione dindipendenza degli Stai Uniti dallInghilterra (4 luglio 1776) e con le successive formulazioni dei principi di autodeterminazione dellONU, il diritto internazionale riconosce la legittimit delle Nazione di Volont a perseguire e proclamare la propria indipendenza statuale, un diritto considerato inalienabile per le Nazioni Storiche che come la Sardegna presentano delle proprie specificit territoriali, linguistiche, storiche e culturali.

La Sardegna, finita nellorbita italiana per un baratto di guerra, nel 1720 (nellambito della guerra di sucessione spagnola), ma se invece di scambiare la nostra Isola, i Savoia avessero scambiato la Sicilia, forse oggi ci saremo trovati a trattare gli stessi temi parlando una lingua differente da quella italiana, la lingua appartenente allo Stato coloniale di turno. La Sardegna una Nazione inglobata allinterno dello Stato Italiano, ma pur sempre una nazione diversa da quella italiana, con la quale non ha in comune n storia n cultura. una Nazione che stata assoggettata, colonizzata, imprigionata dallo stato italiano ma che nel corso della sua storia, nel periodo dei giudicati (fra il IX ed il XV secolo) stata anche una terra libera e indipendente. Oggi ci vogliono far credere che siamo italiani da sempre, servendosi di uno stucchevole revisionismo storico che punta alla cancellazione delle tracce del nostro passato, alla negazione della nostra identit e che persegue in modo incessante una politica di omologazione culturale e linguistica ignobile. Sappiamo desser entrati nellorbita italiana da poco pi di trecento anni ma siamo un Popolo da oltre tremila e nessuno ci ha ancora cacciato da questa terra, nessuno ha ancora completamente cancellato la nostra identit, la nostra civilt. Tornando alle affermazioni di Napolitano occorre chiedersi: se non esiste una via democratica alla secessione, ed evidentemente allindipendenza, quale via dovremmo seguire? Quale, secondo Napolitano, per portare avanti un progetto politico che mira ad affermare un diritto inalienabile, il diritto di un Popolo a decidere il proprio futuro e spezzare le catene di una dipendenza che per la nostra terra, per il nostro Popolo ormai diventata insostenibile? Lindipendenza per la Sardegna una necessit storica, ma non solo, anche una necessit politica ed economica. Lindipendenza un progetto politico che sintende perseguire in unottica democratica, raccogliendo la maggioranza di consensi attorno a questo progetto, cio il 50% +1 dei consensi utili al conseguimento dellindipendenza nazionale. Dobbiamo quindi poter creare le condizioni democratiche affinch la maggioranza dei sardi si riconoscano in questo progetto politico. Lottare per lindipendenza significa aprire un processo storico di emancipazione e di liberazione nazionale e sociale del Popolo Sardo, per attribuirci tutti quei poteri utili alla gestione del territorio e delle sue risorse, che dovr portare gli indipendentisti al governo dellIsola e a una trasformazione reale della societ sarda, per svincolarci dai rapporti di subalternit e di sfruttamento che sono la causa dello sfacelo economico e culturale in cui si trova la nostra terra.

La causa di questo sfacelo va ricercata nelle politiche coloniali subite dalla Sardegna da pi di sessantanni. Limposizione di un modello di sviluppo economico basato sulla chimica, negli anni sessanta ha compromesso gravemente gran parte del nostro territorio, impedendo lo sviluppo e la modernizzazione di agricoltura e pastorizia che fino a quel momento erano state al centro del nostro tessuto economico-produttivo. Tanto che i pastori ancora oggi pagano il prezzo delle scelte che la politica italiana con la complicit degli amministratori locali imposero alla nostra Isola in quegli anni. Una chimica che ha irrimediabilmente danneggiato intere aree che per la loro posizione e bellezza naturale sarebbero potute diventare dei poli di attrazione turistica internazionale. Basti pensare ai littorali di Porto Torres e Platamona nella costa nord dellIsola o alla costa occidentale del Golfo degli Angeli dove ubicato il comune di Sarroch nel sud Sardegna, luoghi pesantemente colpiti dallinquinamento prodotto da due dei poli chimici pi grandi dEuropa sorti nel 1964 che oggi con il loro inesorabile declino si lasciano alle spalle migliaia di cassintegrati e disoccupati. A un modello economico estraneo allisola si accosta una politica di militarizzazione che inizia sulla fine degli anni cinquanta e che interessa ben 35 mila ettari di territorio (circa il 70% dellintero apparato militare italiano). chiaro come limposizione della chimica, loccupazione militare, lassimilazione culturale e linguistica, le nuove servit militari ed energetiche che tuttora vorrebbero imporci vadano inquadrati in un contesto preciso che evidenzia il rapporto di subalternit del nostro popolo rispetto allo stato italiano, il rapporto di sfruttamento del nostro territorio ad opera dello stato italiano; un contesto nel quale i reali bisogni dei sardi non contano niente; un contesto dove si curano interessi per lo pi estranei allisola; un contesto che sempre pi caratterizzato dallo scontro di interessi tra la Nazione Sarda e quella Italiana. E mentre assistiamo allo smantellamento dei servizi da parte dello Stato, ai continui tagli ai comuni, allimpoverimento del territorio e al suo conseguente spopolamento soprattutto nelle zone interne, siamo costretti a fronteggiare la preoccupante crescita della militarizzazione dellIsola. Si rincorrono, infatti, sempre pi frequentemente le voci su un possibile ritorno degli americani a La Maddalena e sullampliamento del poligono militare di Teulada mentre si costruiscono nuove caserme (Es. Pratosardo a Nuoro) e si vuole imporre linstallazione di 15 Radar sulla fascia costiera dellIsola, 4 della guardia di finanza e 11 della marina militare italiana. A tuttoggi resta il mistero sul loro reale utilizzo. Poco chiare e convincenti risultano essere le motivazioni addotte dalle autorit competenti, le quali una volta parlano del loro impiego nella lotta allemigrazione clandestina, pur se in relazione a localit dove di immigrati non si mai vista lombra a memoria duomo, come nel caso dellArgentiera; unaltra volta affermano si tratti di strumenti da impiegare nella lotta al traffico di droga o armi o ancora per il controllo

della navigazione marittima o della pesca illegale. Si avverte in sostanza la riluttanza a rilasciare informazioni realistiche e verificabili. Atteggiamenti inqualificabili che non hanno impedito di scoprire che dietro linstallazione dei Radar si nasconde un immenso giro daffari e di interessi che superano i 220 milioni di euro tra lo Stato Italiano e lindustria militare israeliana che li produce. Questi Radar infine avrebbero le stesse caratteristiche di quelli utilizzati da Israele per il controllo militare delle zone palestinesi, per colpire obiettivi militari. logico pensare che nei progetti dellItalia potessero servire a proteggere obiettivi sensibili, quali potevano essere le centrali nucleari che lo Stato intendeva costruire in Sardegna - forse tutte le quattro previste dal piano energetico nucleare del governo. Radar che oggi risultano utili sullo sfondo dei conflitti e degli sconvolgimenti del Nord Africa e delle guerre nelle quali lItalia sempre pi direttamente coinvolta. Da considerare luso della base sarda di Decimomannu nel conflitto libico e il fatto che l80% degli attacchi NATO sono partiti dalle basi messe a disposizione dallItalia. Ci dobbiamo rendere conto che la Sardegna si trova sempre pi al centro di strategie militari ed energetiche che altri decidono per noi: lo vediamo con la speculazione eolica ripresa in maniera incalzante allindomani della sconfitta del nucleare con il Referendum sardo del 15/16 maggio di questanno. stato inaugurato agli inizi di ottobre il pi grande parco eolico dEuropa su una superficie di 4.000 ettari nei comuni di Buddus e Al dei Sardi e gi si pensa alla realizzazione di quello previso nella piana di Ozieri. Progetti speculativi attorno ai quali si annidano interessi milionari con ritorni economici risibili per i comuni che ospitano le pale eoliche che per far fronte al taglio dei servizi ai comuni forniti dallo Stato accettano le imposizioni, i ricatti, le condizioni economiche poco vantaggiose imposte dalle multinazionali del vento, a cui nulla importa del benessere dellambiente e di quello delle popolazioni locali. Anche il progetto Galsi va inquadrato nellambito di una logica speculativa distante dai reali interessi dellIsola, usata come unimmensa servit di passaggio che sar attraversata per 272 km da un condotto che devaster quanto incontrer sul suo percorso: boschi secolari, pascoli, terreni agricoli che in caso di mancato accordo con i proprietari saranno espropriati in forza di legge e aree archeologiche. Ma ci sono anche tante altre questioni di cui si deve tener conto analizzando le condizioni dello sottosviluppo creato dalloccupazione italiana in Sardegna: la crisi economica ha determinato la ripresa massiccia dellimmigrazione giovanile verso lItalia e gli altri Stati Europei cos come il fallimento di migliaia di piccole e medie imprese. Quelle che resistono sono per la maggior parte

vessate dallo strozzinaggio legalizzato perpetrato da Equitalia, lagenzia delle entrate italiana che sta letteralmente mettendo in ginocchio la nostra Isola. La classe politica sarda completamente asservita agli interessi doltremare non offre nessuna soluzione che risponda concretamente ai bisogni di questa terra. Un esempio tangibile dinettitudine stato offerto da tutti gli schieramenti italianisti sul fronte della Vertenza Entrate per la restituzione degli oltre 10 miliardi di euro indebitamente trattenuti dallo Stato; soldi che potrebbero essere impiegati per il rilancio dei settori maggiormente colpiti dalla crisi, e che invece non ci ritornano indietro n in termini di rimborso n di servizi alla collettivit. Una vertenza che avrebbe dovuto vedere la classe politica regionale unita negli interessi della nostra isola ma che si trovata ancora una volta contrapposta sulla base delle direttive delle segreterie romane e milanesi dei partiti di entrambi gli schieramenti. Una classe politica autonomista, subalterna e arroccata sui propri privilegi; sempre pi incapace di rispondere adeguatamente agli impellenti bisogni della societ sarda, e che lungi da intaccare stipendi e prebende da capogiro (tra le pi alte dItalia), per distrarre e ingannare lopinione pubblica tenta la strada della riduzione del numero dei consiglieri regionali (da 80 a 60) allo scopo di marginalizzare il crescente dissenso popolare e diminuire cos la possibilit di accesso in Regione di quelle forze politiche che presto potrebbero esser capaci di raccogliere il malessere trasformandolo in proposta politica, in alternativa ai due poli italianisti di centro destra e centro sinistra del tutto rispondenti ad interessi esterni alla Sardegna. In conclusione occorre prendere coscienza che lindipendenza non che uno dei traguardi di un complesso processo politico utile a creare le condizioni di una vita migliore, le condizioni di una giustizia sociale fondata sui diritti individuali e collettivi del nostro popolo, un processo che deve rispondere alle reali necessit dei Sardi. giusto quindi tracciare i contorni di quello che pu essere un ordinamento istituzionale sul quale questa indipendenza sar costruita, cos come ritengo sia giusto rispondere in maniera adeguata alle problematiche reali della nostra isola attraverso progetti politici ed economici che si dimostrino allaltezza della gestione del territorio e delle sue risorse. importante cio riempire la lotta politica didee e valori, altrimenti potremo agitare tutte le bandiere che vogliamo, compresa quella dellindipendenza, ma che priva di contenuto rester sempre e solo un pezzo di stoffa. Il maggiore sforzo che le organizzazioni indipendentiste dovranno compiere sar dunque quello di dotarsi dei progetti di rilevanza politico-economica, tenendo conto che la Sardegna ha un gran

bisogno di valorizzare la sua principale risorsa che il territorio. In questottica si pu pensare a uneconomia strettamente associata al turismo ambientale, a quello archeologico e culturale, cos come al rilancio di settori strategici quali agricoltura, pastorizia e artigianato che attraverso i giusti e necessari investimenti possono diventare il volano di tutta leconomia sarda. Occorrer anche predisporre un innovativo piano di sviluppo energetico, capace di rispondere alle reali esigenze e potenzialit della nostra terra, visto che non v alcun dubbio che sul piano della conquista di una piena sovranit energetica si giochi gran parte del nostro futuro. Su questo versante c tanto da fare, non lo si pu che considerare un passaggio obbligato, se realmente si vuole riuscire a portare una classe dirigente indipendentista al governo della Sardegna. Un passaggio che deve vedere le forze indipendentiste necessariamente impegnate in un processo di convergenza che miri a creare una programmazione politica e strategica comune. Ttari 29/10/11 Giovanni Fara

Asstziu Zirichiltaggia
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