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Questo giornale é stampato con il contributo dell’ Università derivante dai fondi previsti per le attività culturali e sociali.

GRATIS
NUMERO 9

E. Vertova
FEBBRAIO 2011
Editoriale
L’estetica come metatema dell’intellettualismo odierno

L’estetica etimologicamente significa sensazione: in particolare è la sensazione


del bello di fronte all’opera d’arte. È una sensibilità, non una mentalità, o
meglio: non è mediato da una guida, ma è immediato, indicibile, subi-
taneo. Purtroppo, come succede per molti significanti, “estetica” ha
subito una forte deriva nel significato, che ha permesso la declas-
sazione nella semplice estetica del corpo – significato lontanissi-
mo da quello originario. Purtroppo di estetica non ci si occupa
mai dal punto di vista etimologico-elementare (nella vita di ogni
giorno, ovviamente).
L’Aisthesis è immagine del bello, dell’ideale: l’estetica è una vi-
sione rafforzata del verso, una pratica essenziale e decisiva per
essere ascoltati. È un aspetto! Per questo siamo qui, a volte un
po’ terra terra, a volte un po’ troppo in alto (si spera), eppure
sempre con l’idea di rendere Estesi la letteratura, concependola
non solo come identica a sé (quindi letteratura pura, fine a se stes-
sa), ma anche aspettualmente invitante. Ciò non significa cadere
nel semplicistico, ma, per l’appunto, nell’estetico.
Del resto l’estetica del letterario è molto complessa da raggiungere, so-
prattutto in ambito divulgativo (figuriamoci in ambito poietico!). Per que-
sto abbiamo deciso di puntare sul metatema dell’estetica, sperando di far riemer-
gere nella pienezza del termine il suo significato. Tema che definisco col prefisso meta-, perché riflette
quel che è il nostro fine: dare al lettore l’estesi del leggere. Un’idea molto lontana dall’etica comune,
com’è sempre stato, eppure ci furono e ci sono delle piccole eccezioni. Noi vorremmo essere una di
quelle.

Victor Attilio Campagna

Aesthetics
What is the relationship between art – artifice – and beauty?
We reside in an age of the artificial in which art is intrinsically bound, not just to the beautiful, but to the grotesque and
– increasingly – to the moral.
Aestheticism, the British branch of a European movement most notably represented by Oscar Wilde, found its roots in
the Romantics. The likes of Keats and Shelley saw nature as a direct expression of God; therefore its beauty was divine. It
was Keats, in his popular poem Ode on a Grecian Urn, who said “‘Beauty is truth, truth beauty’: that it is all ye know on
earth, and all ye need to know.” Despite the ambiguity of Keats’ oft-quoted closing lines - they are persistently debated
- it is clear that the Romantics understood beauty as intrinsically moral.
The Aesthetes of the late 19th century preserved the importance of beauty in art, and accentuated it so much that, for
them, art became almost solely focused on sensual pleasure. In their refusal to adopt the Victorian utilitarian ideal of
art, the Aesthetes became renowned for their decadence and their moral abandon. Wilde in particular came under great
criticism for the morally indignant qualities of his work, having to drastically revise The Portrait of Dorian Gray, as well
as his play Salome being forbidden its London premiere in 1892 due to the illegality of depicting biblical figures on the
stage. The movement, quite fittingly, died with Oscar Wilde’s trial and conviction in 1895.
The transformation of the relationship between beauty, art and morality has clearly evolved since the days of Wilde.
Where Wilde expected beauty and sensuality hand in hand, mass culture today almost ruthlessly divides the two. As
Theodor Adorno noted, we are part of a culture deprived of satisfaction, we must be content with looking. The effects
this has on morality are rather telling in the emphasis of a variety of things, from fashion and plastic surgery to political
correctness.
Art has often been at the forefront of moral transformation, bringing to public attention issues and taboos that have
not been properly addressed. The tools we use to express our identities and beliefs, such as language and physical ap-
pearance, literature and art, are intrinsically bound to the ideological and cultural values of a society. It is arguable that
our current awareness of the relationship between artifice and morality is a result of our more acute recognition of how
reality has been, and increasingly becomes, ideologically and socially structured. As a result of this, the struggle to tran-
sform our view of reality has inevitably turned to the artificial. In some ways, the process has been reversed. In the case
of political correctness, what we already class as immoral, for example racism and homophobia, is artificially driven
from our everyday language. Unfortunately, positive discrimination is discrimination nonetheless, and PC comments
often serve to draw attention to the minority that ought to be free from oppression.
The advent of plastic surgery, and increasingly available beauty products, seals the relationship between art and beauty,
transporting it into the realm of everyday life. It seems that beauty is steadily becoming not just an aesthetic concern,
but also a moral concern. Where individuals were once exempt from responsibility for their physical and natural appe-
arance, it is quite possible that the ability to drastically and artificially change their exterior will lead to laying blame at
the feet of those who refuse to change their appearance.
Despite the far-fetched nature of some of these ideas, they provide interesting food for thought. Though I hold no pre-
sumptions that Western society should degenerate into an Orwellian nightmare in which beauty, art and morality are
inextricable; I believe there is an underlying mode of thought to support their unison.
And as T.S. Eliot criticized: “On re-reading the whole Ode, this line strikes me as a serious blemish on a beautiful poem,
and the reason must be either that I fail to understand it, or that it is a statement which is untrue.”

Lorna Beth Clewer

La virtuosità trascendente.
Scriveva Nietzsche in Umano troppo umano che noi sia- tare le strade più impervie e sa portare alla luce del sole i
mo abituati in ogni cosa perfetta a trascurare la questione misteri della forma e del suono?
del divenire, ad allietarci di ciò che ci sta davanti come se L’aspirazione a trascendere i limiti dello strumento fu una
fosse sorto dalla terra per un colpo di bacchetta magica; delle molteplici aspirazioni Wilhelm von Lenz definiva
come se la realizzazione artistica fosse il gesto di una qual- Liszt il concetto stesso di virtuosismo, Liszt non suona il
che divinità, particolarmente incline a far doni agli umani. pianoforte, al pianoforte egli racconta il suo destino.
Naturalmente il primo ad assecondare quest’illusione Ma chi era questo musicista di cui il 2011 celebra il cente-
è l’artista stesso il quale sa che gran parte del magico nario?
effetto che egli suscita dipende dalla sua capa- Il bambino dodicenne che, mentre studia a
cità di far credere ad un’improvvisazione, Vienna, viene accolto con effusione con
ad una miracolosa istantaneità. Il suo un bacio sulla fronte nientemeno che
compito è proprio quello di dispor- da Beethoven, quello che viene chia-
re l’animo dell’ascoltatore in modo mato dall’editore Diabelli a scri-
tale che questi creda all’improvvi- vere una delle Variazioni su un
so scaturire del perfetto. Il vir- proprio tema di valzer? O ancora
tuoso di valore si presenta così l’adolescente che vive solo con
al suo pubblico, nascondendo la madre a Parigi, il giovane
sotto la luminosa e levigata artista ispirato e visionario che
superficie di un’esecuzione im- entra in contatto con i circoli
peccabile tutto il lavoro, la tena- intellettuali e la migliore socie-
ce e paziente ricerca e la profon- tà intellettuale della capitale?
dità dello studio. Così ogni epoca Il ragazzo ventenne che guarda
ha i suoi interpreti prediletti. La lontano, fuori dall’inquadratura
giovanile e spesso geniale identi- dei dagherrotipi, e dopo aver ascol-
ficazione con i grandi capolavori del tato Paganini decide di fare di se stes-
passato porta grazie ai nuovi interpreti so il più grande pianista dell’epoca? O
uno sguardo di novità che ogni volta si ri- è l’uomo fuggitivo che abbandona Parigi
genera proprio grazie alla grande duttilità del per amore di una contessa e con lei attraversa la
loro saper giocare con la musica. Svizzera e l’Italia? Marie d’Agoult è la donna che in quegli
Da Biskra nell’aprile del 1896 André Gide scriveva: “Ath- anni gli dà tre figli e lo incoraggia ad apparire sulla scena
man mi ha chiesto Chi ha inventato la musica? rispondo: non solo come pianista, ma come intellettuale. Oppure è il
dei musicisti. Non è soddisfatto; insiste. Allora rispondo concertista di successo che abbandona le scene per dedi-
gravemente che è stato Dio. No – dice subito – è stato il carsi alla composizione e al nuovo amore per la ricchissi-
diavolo.” Il giovane compagno Athman in quella circo- ma Carolyn zu Sayn-Wittgenstein. O ancora è l’uomo che,
stanza spiegò allo scrittore che per gli arabi tutti gli stru- incapace di ogni impegno matrimoniale, decide di dedicar-
menti musicali erano strumenti infernali, anche se esiste- si, cum grano salis, allo spirito e dunque riceve gli ordini
vano virtuosi capaci di suonare così bene che pare si apra minori? E’ il pianista, maestro inimitabile di generazioni
una porta del cielo. di pianisti che lo inseguono per tutta Europa, o l’innovato-
Come non immaginare dunque che dietro al virtuosismo re della musica che manifesta una dedizione generosa alla
non ci sia anche la suggestione diabolica di chi sa affron- musica di Wagner, neppure troppo incrinata dal matri-
monio di quest’ultimo con quella amatissima figliola nata un tappeto sonoro sul quale Liszt tesse la sua musica. Liszt
anni prima sulle rive del lago di Como? non inventò la tecnica trascendentale per stupire il suo
Liszt attraversò l’epoca romantica come un pioniere e un pubblico e annientare i rivali, bensì per trarre dal piano-
protagonista. Non ci fu movimento, rivoluzione, pensiero, forte sonorità orchestrali, che aumentassero a dismisura
corrente filosofica, che egli non abbia tenuto in considera- le capacità espressive dello strumento e di questo gli sono
zione. Scriveva musica, libri, articoli, frequentava salotti e debitori tutti i compositori che dopo di lui hanno scritto
se non fosse stato musicista, diceva, avrebbe voluto essere per il pianoforte.
un diplomatico. Invece fu un musicista, un grande pro- Diceva Goethe che una poesia è tanto più perfetta quanto
gressista, uno straordinario interprete. più si avvicina alla trasparenza della vita esteriore. Da que-
L’universo fantastico cui diede vita durante la sua non bre- sto punto di vista non c’è raccolta che più si avvicini al con-
ve carriera di virtuoso e compositore si arricchì negli anni cetto goethiano di trasparenza di questi studi. E certo deve
di un numero elevatissimo di composizioni straordinaria- essere la pura essenza del virtuosismo, smaterializzata, ad
mente innovative e originali. Dettò nuove regole, Liszt, nel isolare queste composizioni in un territorio ultramondano
campo del ritmo, in quello del suono e tracciò per sempre al quale nessuna epoca storica l’ha mai sottratto.
i nuovi confini del virtuosismo che lui definì trascendenta- Non sempre però il virtuosismo mostra il suo lato più ap-
le. I dodici studi “d’execution transcendante” contengono pariscente, a volte è un virtuosismo segreto quello che fa
sfide digitali senza precedenti e talora senza seguito. La eccellere l’interprete. La febbrile inquietudine di queste
raccolta venne pensata e rivista in tre successive occasio- pagine visionarie è l’eco di una vita. Lo stile è dunque la re-
ni. Ci fu una prima occasione, quando il compositore era alizzazione materiale dello sguardo sul mondo dell’artista,
appena adolescente, nel 1826; poi una successiva nel 1839, è il modo in cui egli dà senso alla sua vita, ed è un percorso
quando Liszt si presentava al pubblico come un pianista segreto e soprattutto arduo, anche quando fluisce scintil-
di fama. Fu questa l’occasione in cui gli studi acquisirono lante e seducente.
il loro aspetto trascendentale. Nel 1847 poi Liszt presen- Gli Studi sono l’enciclopedia didattico-filosofica di Liszt
tò Mazeppa, questa volta con il titolo che si riferiva alla frammentaria e universale, capace di racchiudere l’intera
ben nota vicenda narrata da Byron e Hugo. Infine nel 1852 umanità romantica. Per definire tutto questo Liszt aveva
Liszt ripubblicò tutti gli studi, questa volta tutti eccetto due fin da ragazzo usato una parola che poi ha dedicato alla
portavano un titolo. Tra la seconda e la terza versione po- versione definitiva dei suoi 12 Studi: Trascendenza. E da
chissime sono le differenze. Ma sbaglierebbe chi crede che sola ci può permettere, direbbe ancora Nietzsche, di conti-
Liszt li abbia scritti per mettere in luce le sue fenomenali nuare a sognare ma sapendo di sognare.
capacità virtuosistiche. Invero queste grandi composizioni
sono affatto inadeguate per il pianista che sia solo in grado Anna Maria Rastelli
di affrontarle tecnicamente. Le difficoltà sono uno sfondo,

Gli esteti megalomani


BREVE STORIA DEL PROG ROCK
“La deliberata dichiarazione da parte “progressive” (o più appropriatamen- cui massimo fulgore si registrò nella
mia, nel 1969, che era possibile al rock te “art rock”, anche se poi quest’ulti- prima metà degli anni ’70 ma che fini-
di richiamarsi alla testa oltre rà per generare una ristretta
che ai piedi causò una sor- ma significativa linea di di-
ta d’esplosione passionale scendenza che giungerà fino
e fu considerata eretica”: al decennio appena iniziato.
così, nel 1969, Robert Fripp La caratteristica principale
commentava, con una certa di questa corrente è la sua
ironia, le reazioni della sce- notevole concettualità: gli
na musicale inglese al se- strumenti e le sonorità tipi-
condo disco della sua band, che del rock vennero convo-
il primo con quel nome, gliati in forme più comples-
King Crimson, che ha con- se della consueta canzone
tinuato nei successivi qua- strofa-ritornello-assolo, di-
rant’anni a rappresentare latando i tempi delle com-
una delle vette di quella posizioni (fino a compren-
sintesi tra estetica intellet- dere gli oltre 20 minuti di
tualistica e attitudine Rock. un lato di LP, impiegati per
Quel disco, “In the court suite spesso ispirate al jazz,
of the Crimson King”, rap- o alla classica) e complican-
presentò uno dei principali done la struttura in tutti i
momenti di rottura nella modi possibili, dall’impiego
storia del rock, e gettò le di scale non convenzionali
basi per tutta una corrente artistica mo termine si espanderà fino a com- al posto delle pentatoniche blues che,
e musicale genericamente definita prendere le band più disparate), il fino ad allora, erano la base standard
del rock, all’uso di tempi musica- Tull... oppure sull’aspetto live, con in quel periodo), ma dotata di mag-
li desueti, quando non volutamente l’invenzione dei primi light show, cioè giore consapevolezza delle proprie
impossibili, come gli spettacoli potenzialità artistiche, più matura.
il 19\8 di alcuni con proie- Se il prog smise di essere di moda nel
passaggi de- zioni di 1975, l’onda lunga della sua influen-
gli Emerson za toccò artisti di ogni generazione,
Lake and spesso dando risultati imprevedibili,
Palmer, mescolandosi con quasi tutti i generi:
o i ver- dal synth-pop degli Ultravox, all’in-
tiginosi die dei Radiohead, dal metal dei Tool
cam- e dei Dream Theater al post rock di
bi di Mogwai, Sigur ros e Tortoise, fino al
tempo rock modernista di Porcupine Tree e
degli Muse, tutte band che ne hanno ripre-
Yes. Da so o ne riprendono tuttora vari aspet-
qui deri- im- ti, oltre che lo spirito estetico. Spirito
va la fama magi- estetico che ancora oggi sopravvive sia
della pro- ni sulla alle critiche feroci dei puristi dei quat-
gressive di esse- band, o tro-accordi-per-brano, che alla sua
re musica pop, sì, dietro di essa, ormai considerevole età, continuando
ma“elitaria”, poichè spesso di diffi- che oggi rappresentano lo standard a fornirci materiale meno stereotipato
cile comprensione per un pubblico per le rockband medio-grandi, e con della media radiofonica e espressioni
meno consapevole, anche se questa la sempre crescente teatralizzazione artisticamente valide e significative.
leggenda, almeno per quanto riguar- degli spettacoli, che portò alla pro- Questo grazie sia al sopraggiunge-
da l’ascolto (ma non l’esecuzione), è duzione di autentici concept album, re delle già menzionate nuove leve,
smentita dal clamoroso successo di o opere rock, dotati di trama e divi- ma anche alla sopravvivenza dei
gruppi che senza alcun dubbio sono si in atti (“The Wall” e “The Lamb grandi vecchi come gli Yes, Gilmour,
inscrivibili al genere, come Pink Floyd lies down on Broadway” su tutti). Fripp e Gabriel. Che allora appari-
o Genesis, o anche gli italiani PFM. Quando poi, superata la metà de- vano vecchi e artificiosi, e oggi inve-
Oltre alla musica, la ricerca estetica gli anni ’70, la corrente originaria si ce si rivelano più vitali di tanti ven-
delle band progressive si concentrò spense, soffocata dalla “rivoluzione” tenni con la chitarra sotto la cintola.
su molto altro: sull’artwork dei dischi, punk, il cambiamento era comun-
spesso affidate ad artisti visionari e que già avvenuto: la musica comu- Enrico Marelli
sulle quali permane, un po’, l’aura nemente chiamata “pop” si trovò
dell’icona pop, come nel caso di alcu- divisa in sottogeneri (poichè non
ne copertine dei Floyd (realizzate da solo la prog, ma, parallelamente, an-
Hypgnosis), dei Crimson, dei Jethro che il glam e l’hard rock nacquero

HA DAVVERO SENSO UN’E-


STETICA PER TUTTI?
- Ovvero, quando andare a teatro è sconveniente -
Con questo articolo non ho intenzione di tracciare un’Este- niera, secondo varie esigenze. Perché di esi-
tica, o una sua Teoria, perché riconosco di non averne anco- genza si tratta. Ad esempio ora la nu-
ra i mezzi. Piuttosto vorrei porre una domanda, che poche dità, se Estetica, paga. Questo
volte, forse fin troppo poche, viene posta: che significato ha vale anche per la letteratura?
l’Estetica per noi? C’è un’Estetica assoluta, oppure esiste C’è una coincidenza
solo una relatività? Partendo dalle mie reminescenze licea- tra questo concetto
li, ben ricordo che Kant sosteneva che il Bello fosse relativo Visibile e il concetto
alla Soggettività, seguendo l’impostazione soggettivistica dell’ap- parente-
del suo sistema. Un’affermazione che potrebbe ben chiude- m e n t e Invisibile
re le porte ad ogni riflessione, oppure aprirle ancor di più. della let- teratura?
Se l’Estetica ha un senso soggettivo, di conseguenza essa Anticipo già che la
viene declinata dal gusto Singolare, ma allora come può risposta è No. Nella
esistere un concetto Estetico pluralistico? Sin dall’antica Letteratu- ra abbiamo
Grecia il concetto del Bello nella mascolinità non è tanto un diverso legame, pro-
variato: c’era un canone, che era quello dell’uomo magro, prio perché la letteratura
muscoloso, atletico, un ideale comune ai nostri giorni. Un non è mai Sin- golare in senso
concetto comune che è stato però declinato in varia ma- stretto, ma rag- giunge sempre e
certamente una pluralità: è fatta per essere espressione di tute sbellicanti come “oh, ma lo sai che alla fine Godot
un’Impressione. Con questo voglio dire che la Letteratu- non arriva?”. Ecco, tutta questa pessima avventura (esco
ra mantiene di fondo una coerenza, che fa collimare varie dall’ironia) mi ha portato ad una conclusione: l’estetica
epoche con altre, epoche magari totalmente diverse, ma non è per tutti, soprattutto se si tratta di quella letterario-
comunque unite dal fattore della “Possibilità”. La Possi- teatrale, proprio perché prima di arrivare a comprender-
bilità consiste nel poter far fruttare certi concetti deconte- La, a capirLa, ad interiorizzarLa bisogna fare un lavoro di
stualizzandoli e, così facendo, si riesce a dargli una nuova educazione (e non di istruzione) e che consti di un “lavoro
Estetica, un nuovo Aspetto, pur mantenendo le medesime di gruppo”, capace di generare una “comunanza d’idee e
parole, le quali assumono un valore che si rende Coeren- intenti”, proprio perché atto ad ampliare le possibilità di
te rispetto all’epoca in cui si reinterpreta un testo. Questo socializzazione, come si può intuire dalla teoria di Bern-
gioco di incastri socio-culturali permette all’Estetica let- stein su “codice ristretto” e “codice esteso”, invece di li-
teraria di trascendere il concetto di “mutamento”, perché mitarsi esclusivamente a donare singole nozioni basilari
essa più di altre cose è declinabile a seconda del valore dato (magari nemmeno comprese), per poi dire: “Bene, ragazzi,
alla parola, perché, come insegna la Linguistica elementa- sabato andiamo a teatro! Ed è ad un prezzo convenzio-
re, la parola non coincide perfettamente con la cosa, è solo nato!”. I risultati poi sono quelli che abbiamo vissuto io,
espressione di un’arbitrarietà. Con questo si può concepire il mio amico e tutta la fila che era attorno a quei ragazzi.
l’Eterno artistico tanto amato da tutti i più grandi scrittori Perché l’unica motivazione plausibile per cui erano lì, in
della Storia, da Orazio fino a Foscolo, passando per Verga quel teatro, era molto probabilmente un’imposizione sco-
ed Eliot: si scrive per l’Eterno. In questo la letteratura si lastica – non oso nemmeno pensare che abbiano deciso
differenzia dall’estetica dell’immediato, che magari è con- di loro volontà di infastidirsi e (soprattutto) infastidire.
sumabile immediatamente, ma non ha pretese di Eterno, Costoro sono un esempio di “Chi-non-sa-ascoltare”, cioè
ma si declina a seconda del periodo e per questo muta coloro che non possono usufruire della bellezza Estetica. E
nella sua forma. questo esempio
La letteratura mi viene a genio
non ha bisogno proprio perché
di questo, così dimostra come
come l’arte in ge- sia corretto ciò
nerale: essa trae che ho esposto
gli spunti da se nell’introduzio-
stessa, senza bi- ne: se è impossi-
sogno di protesi bile che riescano
o immediatezze a seguire senza
pragmatiche; tacere uno spet-
essa si espri- tacolo teatrale,
me da sé e da sfottendo i per-
sé attrae “Chi- sonaggi e, so-
sa-ascoltare”. prattutto, bana-
lizzando l’altezza
Dopo questa di certi concetti,
breve, ma ne- la ragione più
cessaria, intro- logica di questo
duzione, vorrei atteggiamento è
partire da un aneddoto: al teatro Strelher, che a buon di- che non sono capaci di intendere appieno l’Opera d’Arte,
ritto si può definire “tempio della cultura e dell’estetica ap- non solo per colpa loro (che è consistente e strafottente),
plicata” (più avanti spiegherò meglio questo concetto), ho ma anche per colpa di “chi ce li manda”. Con questo voglio
assistito con un caro amico ad una meravigliosa rappre- dire che non può esistere un’arte per tutti, se chi ne usufru-
sentazione di “Waiting for Godot”, di Beckett. Caso volle isce è privo anche dei minimi mezzi e non è quindi capace di
che dietro di noi sedessero dei ragazzi, non so bene quanti, godere, non dico appieno, ma almeno in parte, dello spet-
i quali hanno discusso di vari argomenti, tra cui il fatto che tacolo offerto dal palcoscenico (in questo caso, ma si può
Benzema non era abbastanza in forma. Il che sarebbe stato dire lo stesso anche per tutti gli altri ambiti artistici, dalla
anche sopportabile, sennonché gli attori alle volte non ci poesia alla pittura). Se il soggetto in questione avesse que-
permettevano di ben comprendere i loro discorsi. Il cul- sti mezzi minimi, avrebbe il buon gusto di stare in silenzio.
mine è stato raggiunto quando in sottofondo si è sentita la Quindi l’estetica non è da intendersi come qualcosa di
telecronaca di una partita di calcio – credo Juventus Roma aperto a tutti, disponibile, un po’ sempliciotta ecc., è
– con altrettanti commenti e lì avrei voluto alzarmi e la- tutt’altro: per raggiungerla bisogna avere delle basi, sia
mentarmi con quei due laggiù che non mi permettevano culturali, sia ambientali, sia esperienziali, tali da per-
di capire chi avesse o meno segnato. Tutto questo per due mettere una corretta comprensione del valore dell’estesi.
ore e mezza, guarda caso la durata esatta dello spettacolo. Questo valore non è esattamente immediato: lo diventa. E
Non è bastato a nulla il silenzio intimatogli da una gra- perché lo diventi c’è bisogno di un Soggetto ben disposto:
ziosa signora che mi sedeva accanto. Erano totalmente “E se il mito non sarà ben predisposto all’adat-
indifferenti, lo erano a tal punto da aver buttato via 18 tamento alla ragione, speriamo che il pubbli-
euro per chiacchierare per due ore e mezza, definendo co sia comprensivo e capace di accoglierlo”, para-
lo spettacolo con aggettivi come “che cagata”, “che fasti- frasando Plutarco, nel proemio alla Vita di Teseo.
dio”, “che palle”, “quando finisce?”, dilagando poi in bat- Il pubblico deve essere anche capace di comprendere il
messaggio: deve avere una predisposizione etica e morale. zialmente l’opera teatrale, in genere di alto livello cultura-
Sappiamo che anche i contadini recitavano i versi di Dan- le, indirizzata spesso e volentieri ad una èlite. Ma questo
te Alighieri (indice della popolarità della Commedia), solo non è negativo, almeno, non del tutto. Diventa negativo
che i contadini li conoscevano a memoria non perché fosse se “Chi-sa-ascoltare” viene disturbato da “Chi-non-sa-
semplice il messaggio, ma perché vi sono vari strati di let- ascoltare”, generando anche uno scontro, una possibile
tura possibili, soprattutto nell’Inferno, considerato il più ostilità. Sarebbe bello che Tutti potessero comprendere
“semplice”, a volte il più “basso” (anche se tali definizioni appieno il Teatro alto, ma non è così: oggi la società ri-
sono molto sommarie). Solo che avevano un background esce a comprendere il Cinema, perché ne riproduce le
culturale che lo permetteva: mandavano a memoria i nomi abitudini e permette un riconoscimento, mentre il teatro
di innumerevoli santi e martiri, sapevano riconoscerli nelle sembra esser arrivato a parlare una varietà di lingua to-
raffigurazioni… vi era un terreno comune con Dante, ed era talmente incomprensibile ai più. Per questo sarà raro ve-
il Cattolicesimo. Questo poteva facilitare una “compren- dere scene del genere al cinema, da una parte perché in
sione del messaggio”, ma resta il fatto che non lo apriva co- genere le scuole non impongono gite al cinema, dall’altro
munque del tutto. Questi sono i mezzi minimi di cui parlavo – e di conseguenza – perché in genere ci si va di propria
sopra: quelle basi che non sono per nulla acquisite a scuo- iniziativa. Questa operazione di “acculturazione” da parte
la, ma dalla socializzazione, dai rapporti che si intessevano di molte scuole non ha senso, perché solo pochi potran-
nel luogo di incontro per eccellenza dell’epoca, la Chiesa1. no davvero comprendere quel messaggio e quei pochi si
Quei ragazzi non avevano questo terreno comune, per- interessano “personalmente”, di propria iniziativa. Qui
ché non era di loro interesse l’espressione culturale: non però non approfondisco, perché si andrebbe troppo in
avevano una minima coscienza del valore delle parole là. Mi limito col dire: piuttosto che imporre, bisogna pro-
e riflessioni di Estragone e Vladimiro. Solo in pochissi- porre. Si sa che l’imposizione non porta mai ad una com-
mi momenti hanno taciuto, dei momenti in cui sembra- prensione, ma ad un’ostilità. Il risultato? Assai fastidioso.
vano aver compreso qualcosa, esattamente nei passag- È la proposta che permette all’individuo di cresce-
gi più drammatici, ma era appena un attimo: poco dopo re, di prendere l’iniziativa e di decidere coscientemen-
sdrammatizzavano, scherzavano, ridevano, parlava- te2. Perlomeno mi evito il fastidio di sentirmi un bel-
no ad alta voce, si zittivano a vicenda (ahi, l’ironia…). lissimo sottofondo radiofonico quando vado a teatro.
Questo mi fa dire che no, l’Estetica non è per tutti, soprat-
tutto quando si tratta di “estetica applicata”, che è essen- Victor Attilio Campagna

Cigni
Religione biodegradabile
 
«E noi, l’una dell’altro
I colli reclini attorcigliammo
Come due cigni solitari.»
Anne Sexton
Credo in quell’unico dio
condensa sui finestrini Ci adagiammo
nubi liquide di fiato come quei due cigni,
quando si fa l’amore in macchina. senza accorgerci
  che era una prigione
Credo in quell’infinito
che risulta dalla somma che anche se di piume
d’uno più uno, acqua e farina ci stringeva entrambi.
anima e carne su carne e anima.
 
La metafisica è sangue,
Angela Crucitti
-fantasia enzimi lievito-
la parola rubricata
nei fiumi silenziosi delle arterie.

Rita Sozzi
Una nuova iniziativa:

Il POETRY SLAM!
“Il poetry slam nasce come una proposta. La proposta di un nuovo modo di intendere la poesia:
aprirla a tutti, attraverso le voci degli stessi poeti, sperando di comunicare tutte le possibilità che può
implicare il verso. Soprattutto ora, quando il piacere della Parola, della Bella Parola, si sta perden-
do nella nostra società. Anche perché a Milano non ci sono molte manifestazioni simili spontanee.
Quindi la poesia in pubblico serve a riappropriarci del significato e del valore di ciò che diciamo.
Per chiunque voglia partecipare si iscriva alla pagina di Facebook “Poetry Slam”. Lì ci sono tutti i
contatti e l’aggiornamento delle date in cui si svolgeranno le performances. Qui riportiamo alcu-
ne delle poesie lette durante il primo di tanti - speriamo - poetry slam, tenutosi l’11 febbraio.”

Erotocrazia
1
Lo specchio che ho di fronte che son di tutto questo un vanto?
Mi rimanda un viso a me non noto, Ah! Ma basta con l’inganno,
son forse mie queste rughe, che cessi la lusinga!
quest’occhi scavati Questo vecchio sono io,
e questa barba io e nessun altro!
che ha perduto lentamente il suo colore? E teste ne sia
Non io, questo pallido mosaico
non sono io di certo … sui nostri corpi!
Io sono il centro, la luce, Lunga sarà la notte, in
il sole. questa veglia,
Io sono il Gran Re di e le campane già suonano
tutte le contrade, la mezza
cento mi sono i popoli e coi rintocchi, lontani
soggetti, assai dall’alba,
e dieci e dieci lingue girano le pagine di tutta
si parlano tra i confini la mia vita,
del mio regno. come se fosse un gambe-
Costui è solo un vecchio ro veloce.
malandato, Ed ecco, quasi come in
uscito per ischerno da sogno,
uno specchio. rinvigorir lo spirto arden-
Non io, te dei vent’anni
non sono io di certo … e salir nella mia mente
Io sono il leone della un viso obliato
guerra; dall’antro del cuor, ove
Forte è il mio braccio, era ben celato.
fatale la mia spada, Prima arrossir di verginal pudore,
quando come un fulmine s’abbatte sulle mischie, poi sorridermi con labbra e con lo sguardo,
avida di sangue. così profondo, seppur così lucente,
Non posso più contar le pugne, che tanto di disìo empito m’avea il cuore,
le disfide e le campagne, mentre le declamavo d’amor quei rozzi versi.
né gli assedi, Ah, mia antica dolce musa, dove sei?
le brecce Che fai? Che ne è di te?
e le città conquise Se’ viva ancor or se’ tu già morta?
che ora mi versano i tributi. Io me ne andai, ricordo, assai lontano,
E come posso contare lungo la strada della gloria,
le rosse cicatrici sul mio corpo ma a che servì fare questo viaggio?
Che cosa son le mie corone, e leggerti ancor ben più politi versi,
la mia spada ed il mio scettro? ma con lo stesso ardore dei vent’anni!
Non più felice son di lor, or che sono vecchio!
Li venderei siccome latta e peltro,
e in ogni dove prenderei a cercarti, Dario Piscopo Aveni
fino alla morte, pur di ritrovarti

L’inverno
Non c’è che il martirio
di ognuno di noi
in questa danza d’ infinito.

non scorgo alcuna timidezza


nella tua violenza sconsacrata,
o Vita, né fra le pieghe del cielo

Sotto l’ egida della virtù


si risolve e scompare
ogni intento, come ombra

Dove andremo a chiedere giustizia?


forse nel pallore della nostra
solitudine, o nelle baite

coi camini sempre accesi


durante l’ inverno della coscienza.

Dario Albertini
Troppo presto
La preghiera degli alberi in Febbraio
soavemente sale a un cielo nuvoloso
e il viluppo spesso della notte s’attorciglia
a un tremore invernale. Non da adesso
sono stato ad osservare il sovrapporsi
degli attimi nell’alba, ma da ieri
e il tempo che scolora m’è compagno
tra la ghiacciata polvere riflessa
di luce che si schiara. Nella corsa
degli autobus festosi quel che resta
dell’umido silenzio si rintana
tra la mia testa e i portici, gli ombrosi
buchi dei mattoni hanno ospitato
generazioni di muschio e di lana.

Stefano Pietrosanti

“Ode on a Pop Icon”


Thou platinum saint of That sings to capricious
capital growth, winds, ‘that or this.’
Thou foster-child of
American dream, Thy art is immortalised
Immortal ‘Material Girl’, with the knife,
to quote For polythene beauty
A changing effigy of never fades,
cultural ream. Hope against hope it is
true to life
Many a peaceful citadel And will not move to
is left avant-garde accolades.
When mortal gods will
pray in the street And gazing across the
And art of human eye whole of the thing,
remains bereft; One can’t help but re-
Fashion the architect of call, “‘Beauty is truth,
Milan, Paris. Truth beauty’” and the
poet who said
Once bold lover may only
desire, That was all.
Like the river’s ever
retreating kiss, Lorna Beth Clewer
The photo lips like
Aeolian lyre,
Bei Mir Bistu Shein
Venerava il brutto. Sembrava provare dell’uomo comune. Al di là di tutto l’uno con l’altro. E’ nato il prototi-
un piacere quasi sistematico nel cade- questo, posso con sicurezza affer- po estetico del „Mediaset – Dan-
re in adorazione per tutto ciò che con- mare che nessun „bello“ proposto dy“, e a quanto pare la cultura
traddiceva il comune senso estetico, in comunemente riesce a scuotermi o il „witticism“ non sono più
particolare quando avversato da pare- in alcun modo, e non già per una considerati parti integran-
ri contrari. Nulla lo eccitava maggior- lambiccata ostilità, per posa in- ti del suo armamentario.
mente della consapevolezza di essere tellettuale insomma, bensì per Milano è una delle sedi
l’unico – a sua conoscenza – ad am- pura mancanza d’interesse. „ più rifornite di quest’e-
mirare una certa fisionomia, non solo Certamente lui stesso non si semplare; corpi grotte-
perché la sentisse in tal modo meno rendeva conto della fedeltà schi, deformi e falsati si
contesa, ma anche per il conseguente alterna che prestava alle sue riproducono volgarmen-
senso di riservatezza nel suo desiderio posizioni teoriche; ora le ri- te nell’habitat cittadino.
– a provarlo era lui, soltanto lui, po- spettava, e sinceramente; ora Il materiale è scarso per-
teva reclamarvi un diritto di proprietà solo una forzatura gli con- sino per un esteta tradizio-
incontestato. Era un desiderio raro e sentiva di tenervi fede; ora nalista. Il nostro giovanotto,
non era costretto a spartirlo con nes- le rifiutava senza neanche alla luce delle sue idee „d’op-
suno. Gli altri potevano pur tenersi le rendersene conto. Si può posizione“, si trovava in una
loro nobili concupiscenze, basate su affermare che il giovanotto situazione ancor più proble-
corpi perfetti, ideali, irraggiungibili; fosse preda del rischio op- matica; appurato il suo rifiu-
lui ne traeva solo una grandissima posto a quel „difetto d’imma- to per il bello classico, era al
noia. Il concetto di bello era così usu- ginazione“ contestato „nell’uo- contempo fermo nel rigettare
rato – riteneva – che preferiva crear- mo comune“ – e cioè un eccesso la bruttura del Businessman
sene uno nuovo, un’estetica al rove- d’immaginazione, piuttosto in- mediolanense, del tutto priva
scio il cui valore base era totalmente costante e difficile da controllare. di qualsiasi poesia. Il suo sguar-
ridefinito. Si divertiva a pensarla come Ma quello stesso eccesso gli permet- do scremava la folla. A desiderarlo, era
una sorta di conquista semantica. teva, quando disposto alla coerenza, un osservatore singolarmente attento.
“Il significante„ bello “è qualitativo e di applicare con straordinaria effi- Il sugo che si salvava era un estratto
astratto, ma il suo significato, il quale cacia la sua nuova dottrina esteti- complessivo ricavato dalle vie, dai
volendo può persino essere definito, ca. Gli bastava uscire dalla porta di mezzi pubblici, dai corridoi e dai cessi
non corrisponde automaticamente a casa e tenere un occhio sui passanti. dell’ università; poteva ripercorrerlo
nessun referente preciso.„ rimugina- Si potrebbe realizzare un campionario senza fatica in qualunque momento,
va. “E’ il parlante a decidere di del passante milanese, e mostrarlo la sua memoria era salda in questo.
volta in volta a cosa appiccicare ai nostri cugini d’oltralpe con la fis- Era qui che la sua immaginazione en-
questo„ bello “ ed individuare sa dell’uomo italiano. Capirebbero trava in gioco. Essendo di natura piut-
un„ brutto “ – anch’esso di per forse che per ottenere dei fac tosto schiva, difficilmente gli riusciva
sè privo di un referente de- simile del loro „uomo me- di instaurare una comunicazione di
finitivo – da contrapporvi, diterraneo“ sarebbe forse il sorta con gli sconosciuti. Doveva per-
costituendone in qualche caso di spostarsi un po’ più in ciò accontentarsi della fantasia. Sce-
modo la negazione; o me- giù. Il milanese medio non glieva un fotogramma dal suo album
glio dire, un valore estetico possiede affatto i tratti ca- mentale e lo elaborava. Erano graditi i
caricato contrariamente. ratteristici di quella bellezza passanti con camicie, o comunque ve-
Ora, l’arte e la cultura, l’or- sudista: lo stigma urbano si è stiti provvisti di bottoni; di modo che
ganismo sociale, il canale me- già impresso su questa sotto- la rimozione degli stessi, mentalmen-
diatico, tutti questi fornisco- categoria d’italiano – lo smog te, potesse essere effettuata con una
no un loro „bello“ – ognuno e l’attività ne hanno logorato certa lentezza. Cosa rivelava l’invo-
con modalità di volta in volta la pelle e il corpo, appesantito lucro? Ovviamente nessun milanese
lievemente differenti, oppure o sgonfiato dal flusso frene- è abituato a girare per strada sprov-
combacianti – che finirà per es- tico di una vita inconsisten- visto di vestiti; neanche il Mediaset
sere accettato come valido dalla te. Gli yuppies milanesi del – Dandy più ardito è ancora giunto a
stragrande maggioranza degli nuovo secolo inseguono una questo; non in sede pubblica, alme-
individui. Individuerei la motiva- sorta di mito faustiano del- no – i suoi exploit in altri contesti ci
zione di ciò in una questione quasi la bellezza, ricostruita con sono ben noti per fonti mediatiche.
genetica – vi è forse un „bello“ il una vasta gamma di strata- Anche qui il nostro ragazzo doveva
quale si trasmette nelle varie gene- gemmi artificiali: le strade in- lavorare di fantasia. E cosa vedeva?
razioni occidentali come una sorta goiano e rigurgitano una piccola folla Non entriamo nei particolari, peccan-
di archetipo collettivo – o mi potrei di incravvattati dall’abbronzatura im- do ulteriormente d’indiscrezione. La
persino spingere a leggere in questo probabile, tirati a lucido come per la brevità cui ci dobbiamo attenere non
„accontentarsi“ l’ennesima prova di prima televisiva, persino lievemente ci consentirebbe neppure quest’inso-
un difetto d’immaginazione da parte truccati – in costante comunicazione lenza. Il lettore perplesso avrà di con-
seguenza ancora maggior spazio per le peluria bruna)... è il profumo di un
la propria perplessità, non vedendosi vestito che fa tanto divagare il poeta?
consegnata alcuna precisa definizione Poiché molto spesso il Brutto non è
di questa Dottrina Estetica Inversa. che una disattenzione nella lettura
Accuserà giustamente l’autore di aver del dettaglio. Se si possiede la volon-
divagato, erigendo barricate fumose tà di sfuggire alla velocità – quest’al-
senza consegnare alcuna sostanza; tro stigma tutto milanese - anche
una serie di argomenti senza conclu- solo per un attimo, per fermarsi a
sione. In compenso, possiamo fornire contemplare, decostruire e ricostru-
un suggerimento a chiunque volesse ire i termini minimi della fisiono-
scoprire qualcosa di più in merito. mia, allora si riscoprirà forse il senso
L’Estetica del nostro Innominato era estetico individuale ed originale. Ci
costituita sull’unità minima del Detta- auguriamo che giunti a quel punto
glio. Venerava poi davvero il Brutto? le nostre parole risulteranno meno
Difficile dirlo. Sicuramente apprezza- fumose; o che la loro nebulosità vi
va il particolare; anche il più micro- sia stata in qualche modo d’aiuto.
scopico. Si tenti di porre attenzione
nell’osservazione. Si noti l’inusuale, il Giovanni Bernini
fuori posto, ed allo stesso modo si noti
l’ordinario. Si ponga attenzione al pas-
so, alle maniche di camicia, alla piega
delle labbra nell’esprimere ilarità, o
disprezzo, al modo in cui essa intera-
gisce con il reticolo di una barba. Si
guardino le braccia – le braccia ingio-
iellate e bianche e nude (ma alla luce
di una lampada, rivestite di una sotti-

Estetica e Repubblica
Partiamo dalla senso eti- mente notare la dimensio- lizzazioni, appunto per que- di un fenomeno; però qui
mologico della parola este- ne politica del concetto: di sto mi occupo d’economia, siamo su una rivista che si
tica: la capacità di senti- estetica sono fatti i confini una scienza che funziona occupa d’arte e penso che
re. Sta a dire, l’estetica è il di ogni ordinamento socia- bene quando e se riesce a un linguaggio di simboli sia
primo canale per entrare in le, poiché gli spazi politici distinguere cause, concau- più consono a questo conte-
comunicazione col conte- si delimitano a forza di sim- se e motivazioni nascoste sto. E quale miglior simbo-
sto in cui si è immersi, per boli, ritualità, miti condivisi
influire su questo e per ri- e richiami a sensazioni che
spondere alla pressioni che formano il sentire comune
questo ci trasmette. For- di coloro che fanno parte di
zando un poco, si potrebbe qualsiasi comunità civile.
quindi dire che ordinamen- Ora, si può dire che l’Italia,
ti come quelli democratici, dagli anni sessanta fino agli
che vivono del dialogo tra anni ottanta, ha vissuto un
componenti formalizzato periodo anestetico, un pe-
dalla legge, sono ordina- riodo che l’ha privata del-
menti fondati sull’estetica. la sua capacità di sentire.
In un altro senso, più ri- Senza particolari progetti
stretto, la parola estetica di vita comune, la sua vita è
esprime il concetto di capa- stata in buona parte il fruire
cità di sentire il bello. Assu- del benessere garantito dal-
me quindi una dimensione la crescita economica mo-
relativa, perché questo sen- dulata da un generoso stato
timento è sottoposto all’ela- sociale e dal soffocante scu-
borazione e all’accettazione do americano che bloccava
di una serie di regole di mas- le pressioni dell’autocrazia
sima cui attenersi. Anche in sovietica ad est. Personal-
questo senso, si può facil- mente non amo le genera-
lo vivente di quel periodo se come un compromesso per rimangono a lungo liberi ce. Conservatrice di cosa?
non l’onorevole Andreotti? dare una veste accettabile in natura, lo spazio aperto Dell’ideale rivoluzionario
Al netto di tutti i più cupi alla gestione del potere, con (anestetizzato) del sentire è repubblicano e dell’este-
sospetti, la principale colpa il vantaggio di smorzare i stato presto occupato dalla tica pubblica che questo
che gli ascrivo è essere stato toni di qualsiasi scontro. cricca berlusconiana e da si porta dietro. Per questo
esattamente questo: un mo- A forza di passettini e frasi ciò che questa rappresen- sono convinto di due cose:
numento all’anestesia e allo velenose dette a voce tre- tava a livello di costume. in primo luogo, che la mia
stesso tempo l’incarnazione mante, tutto questo ha ste- Non voglio sdilinquirmi opposizione all’andazzo
della grande anestesia na- rilizzato in culla la Repub- nella critica di quest’este- delle cose sia pre-politica e
zionale. Dal vestire bigio al blica, lasciandone la vuota tica ormai nemmeno più trans-politica, più che altro
motto “meglio tirare a cam- scorza a onta degli sforzi di tanto nuova, mi va solo di un’opposizione estetica; in
pare che tirare le cuoia”, un Pertini e delle altre mo- trasporre su carta un con- secondo luogo, che si pos-
la rappresentazione sceni- sche bianche che hanno vis- cetto che maturo da tempo: sa tranquillamente dire,
ca di un mondo appiattito suto la democrazia liberale io mi considero un liberale con un bon mot, che Berlu-
tra il non detto mostruoso e repubblicana come ciò di sinistra, quindi progres- sconi è la continuazione di
della bomba, l’impoten- che effettivamente è: uno sista, ma sono convinto che Andreotti con altri mezzi.
za dell’esser presi tra i due dei tanti ideali rivoluziona- il mio fastidio per l’onore-
blocchi, la tacita conside- ri, a mio parere il più nobile. vole Berlusconi abbia una Stefano Pietrosanti
razione della democrazia Dato che gli spazi vuoti non radice tutta conservatri-

La Ballerina di Piombo
E mentre sistema la camicia sulla gruccia di legno, ripensa niente pasta al sugo, niente Nutella. La Nutella la mangiava
alla sera prima. Enrico le aveva promesso che sarebbero comunque ma poi vomitava tutto e di quel concentrato calo-
usciti quella sera. Lei si era rico non rimaneva più nulla, solo un grande senso di colpa.
truccata di tutto punto e ave- Suo padre era stato un ballerino classico in una del-
va indossato il suo tubino le compagnie più famose della Let-
rosa antico, quello che pia- tonia, dove aveva
ceva tanto al marito. Enri- incontrato sua ma-
co era arrivato di corsa dal dre che faceva la
lavoro, aveva abbandona- fotografa e girava il
to la camicia sul letto e mondo. Aveva pen-
si era cambiato in fretta. sato bene di metterla
Poi erano usciti, diretti incinta e quando i due
verso il loro ristorante s’interrogarono sul
preferito. Lì lui l’aveva posto in cui dare alla
lasciata. Per un uomo. luce il “coso”, come lo
Le aveva detto: - Io ti chiamavano, decisero
amo ma… non amo entrambi di ritornare
più il tuo corpo..- Si nel loro paese natio, l’I-
era sentita colpire talia. In Italia il padre
dritta al cuore e la aveva continuato per un
forchetta le era sfug- po’ a ballare, poi si era
gita dalle dita esili. rassegnato a fare l’inse-
- Non amo il tuo cor- gnante; la madre invece
po…non amo il tuo continuava imperterrita a
corpo…- Ora ripensa a quella fare il suo lavoro e a girare
frase, se la ripete tra sé e sé mormorando e prolun- per il globo terrestre, lei che
gando l’agonia. Neanche lei aveva mai amato il suo corpo. non aveva bisogno del suo
Tutti quegli anni spesi a ricercare la perfezione, a dimagri- corpo per scattare fotografie.
re, a levigare la pelle, a depilarsi, a correre e a fare pilates - Devi essere magra per alzare la gamba così- le urlava suo
per piacere agli altri, perché piacere a se stessa era troppo padre e poi le tirava su la gamba sottilissima con il suo ba-
difficile. Non avrebbe mai voluto avere un corpo di carne, stone. Lei avrebbe solo voluto mangiarsi di tutto, ma suo pa-
avrebbe voluto essere fatta solo di aria. Sua padre le diceva dre doveva essere accontentato. Quindi pancia in dentro ed
che le ballerine “sono leggere, si cibano di aria per vola- ossa in fuori e saltella comunque anche se fa male al cuore.
re, mica ballano semplicemente.” E quindi niente salame, La salvò sua madre quell’estate in cui era diventata così
magra che le si poteva vedere attraverso. La madre era ap- re, di poter ballare sulle nuvole e sorridere al sole.
pena tornata da un viaggio in India e rimase sconvolta da- Enrico l’aveva salvata da se stessa e dal suo processo di
vanti alla figuretta smilza di Dafne. – Ti ho chiamata così autodistruzione. Lei si amava finalmente, ma quell’amore
perché tu potessi essere libera, non schiava del tuo corpo. non era che il riflesso dell’amore di Enrico. Se ne rende
La portò via da suo padre, dal balletto e dalla fame a conto ora quanto sia flebile un riflesso, ha bisogno di luce
quindici anni. Voleva farla mangiare, voleva insegnarle per esistere e ora lei si sente completamente al buio. -A
ad amare il suo corpo e se stessa. Ma Dafne pensava “se che serve il mio corpo- si chiede, guardandosi allo spec-
neanche mio padre mi chio- se nessuno lo usa,
ama, chi mai potrà farlo?” lo abbraccia, lo guar-
Più tardi Enrico l’amò da, lo ama? A cosa serve
e lei si sentì finalmente aver sofferto così tanto?
uscita dalla spirale della Forse a qualcosa è ser-
bulimia. Lei non ha obbe- vito: oggi Dafne è una
dito al solito clichè dell’a- bravissima ballerina e
noressica che si mette quando balla il suo corpo
con un dottore, frustrato vola anche senza ali. Ma
perché ha gli strumenti adesso la ballerina si sen-
per guarirla ma non ne te di piombo e vorrebbe
è capace. Enrico è uno tanto essere un soldatino
scrittore, scrive favole e per poter essere leggera.
fiabe per bambini. E lei Toglie la camicia dalla
che da bambina di fia- stampella e se la infi-
be ne aveva avute poche, la. Annoda stretti i ca-
ascoltava curiosa quelle pelli sulla nuca e con
di Enrico. Anche ades- la matita si dipinge
so si ricorda quando il un paio di baffi. Se è ri-
marito le raccontò la sua versione della fiaba del solda- uscita a trasformare il suo corpo in aria, chi dice
tino di piombo e la ballerina. Ci scherzavano sempre che non possa trasformarlo in quello di un uomo?
sopra, dicendo che Enrico era il soldatino ingessato e Il telefono squilla. Lei si alza stordita e ri-
rigido e lei era la sua ballerina leggera e volteggiante. sponde. – Pronto?- dice ingrossando la voce.
Enrico, io sono magra…non leggera.- gli aveva det-
to la prima volta che avevano fatto l’amore. Anche Angela Crucitti
se quella volta finalmente le era sembrato di vola-

Claude Cahun
QUANDO L’ESTETICA DEI CORPI NON É NIENT’ALTRO CHE LIMITAZIONE

Claude Cahun una tra gli artisti più geniali (e ingiustamen- Ma chi era davvero Claude Cahun?
te sottovalutati) del ’900, tra i primissimi ad indagare le
migrazioni notturne transgender, a minare le fondamenta Fotografa, saggista, critica letteraria, poetessa, attrice te-
profonde dei concetti di identità e di Io, a sperimentare, atrale, militante antinazista (serve altro??), che fece della
in prima persona, mettendosi davanti e dietro la macchi- fotografica il mezzo di indagine diretto e impietoso sulla
na fotografica. L’esito delle sue indagini e delle sue sco- rappresentazione del genere. “L’iride che io non posso
perte hanno cambiato la concezione di estetica nei corpi. truccare. Memoria? Frammenti scelti. La mia anima e’
Claude Cahun, nata Lucy Renee Mathilde Schwob nel frammentaria. Tra la nascita e la morte, il bene e il male,
1894 a Nantes, della sua nascita dira’: “Avendo preso tra i tempi verbali, il mio corpo mi serve da transizione.”
coscienza fin dall’inizio di essere indesiderata e prefe-
rita nata morta, potei uscire dalla via che mi era stata Ma parlare di questa artista semi sconosciuta e cosi’ proli-
tracciata solo grazie alla percezione della ribellione”. fica e complessa non e’ impresa facile. Soprattutto perche’,
Precoce autrice di saggi e scritti originali, si fir- anche solo ad una prima occhiata, la sua opera - di cui fan-
mo’ dapprima Claude Courlis, poi per un cer- no parte fotografie, collages, poesie, scritti drammaturgici
to periodo Daniel Douglas (pare in onore del e politici - appare come un intreccio di temi e suggestio-
perduto amore di Oscar Wilde), prima di assumere defini- ni che si puo’ seguire solo a patto di lasciarsi trasportare
tivamente il nome di Claude Cahun:”rappresenta ai miei lungo un avventuroso e sorprendente percorso umano ed
occhi il mio vero nome, piuttosto che uno pseudonimo”. artistico ancora tutto da esplorare. A parte la prima e unica
biografia apparsa in Francia nel 1992 (François Leperlier, e il processo di astrazione del femminile. L’intera vicenda
Claude Cahun. L’écart et la métamorphose, Jean Michel artistica e biografica di Cahun è segnata dal suo legame
Place, 1992), è grazie alla critica e storia d’arte femminista
che nel corso degli anni Novanta si sono create le condi-
zioni per una riscoperta di Claude Cahun. Non solo per-
ché Cahun condivide con molte donne artiste il destino di
essere dimenticate dalla storiografia ufficiale, ma anche e
soprattutto perché la sua opera presenta un ventaglio di
intuizioni, forme espressive e immaginari di grande at-
tualità: il lavoro sul corpo dell’artista, i temi dell’identità,
del genere e della sessualità, il travestimento, la masche-
ra, l’androgino. L’infinita galleria di autoritratti realizzati
da Cahun nel corso della sua vita, testimonia una ricerca
insistita e mai conclusa su questi temi. Ricerca che pone
Cahun in una posizione originale ed eccentrica rispetto ai
suoi contemporanei surrealisti e intorno alla quale si apre
un ampio ventaglio di ipotesi interpretative. Laura Cot-
tingham scrive che “nonostante l’uso di alcuni dei tropi fa-
voriti del surrealismo quali gli specchi, il doppio, le distor-
sioni, gli accessori, la messa in scena, l’autoritrattismo di
Cahun rettifica in modo significativo e critica implicita-
mente la spettacolarizzazione del corpo femminile tipica
delle pratiche surrealiste dominanti” (Laura Cottingham,
Cherchez Claude Cahun, Édition Carobella Ex-natura,
2002, p. 14) e a questo potremmo aggiungere maschilista.
Ma l’aspetto radicalmente innovativo del lavoro di Cahun
è da ricercarsi, a mio parere, in quella spinta a minare
le fondamenta stesse della nozione di identità. Ciò che con la donna che è stata per più di trent’anni sua compa-
ci permette di vedere in lei una contemporanea antelit- gna di vita e d’arte, Suzanne Malherbe, illustratrice e arti-
teram, ovvero un’artista che ha giocato con i temi cari sta, conosciuta professionalmente con il nome maschile di
all’arte e al pensiero contemporanei quali la maschera, Marcel Moore. Colei che, chiamata da Cahun “l’autre moi”,
la mobilità e instabilità del sé e delle categorie di genere. ha partecipato all’ideazione e realizzazione di gran parte
I mille travestimenti adottati da Cahun, con una messa in della produzione fotografica attribuita alla sola Cahun.
scena teatrale ed un trucco esagerato, l’uso di abiti maschi- Come fa notare Abigail Solomon-Godeau, a tale proposi-
li o femminili, o la semplice espressività del suo corpo an- to, “questa doppia intimità assume nuovi significati in
drogino, ci permettono di entrare in un mondo in cui non è relazione agli autoritratti di Cahun, perché Malherbe
non solo regolava l’esposizione, ma era la pri-
ma audience, la prima spettatrice alla quale
– per la quale?– Cahun indirizzava l’immagi-
ne e per i cui occhi costruiva le pose. Sembre-
rebbe appropriato quindi considerare queste
immagini come pensate in relazione all’altra
piuttosto che come pertinenti alla categoria
dell’autoritratto nel suo senso più solipsisti-
co” (Abigail Solomon-Godeau, The equivo-
cal “I”: Claude Cahun as lesbian Subject, in
Inverted odysseys: Claude Cahun, Maya
Deren, Cindy Sherman, edited by Shelley,
Cambridge, London, The MIT press, 1999).
Detto questo sarebbe comunque restrittivo con-
siderare Cahun solo come “artista lesbica” in
un’accezione contemporanea. Semmai il lato
più interessante e scivoloso dell’artista è la sua
capacità di esprimere con il suo lavoro e la sua
vita una forza di trasformazione e di sottrazione
al luogo comune, alla fissazione in un canone o
genere (artistico e identitario), che la rende sin-
golare, sfuggendo a una definizione univoca e ad
tanto rilevante il fatto che si possa giocare a divenire l’altro una identificazione. Cahun è cioè singolare e molteplice.
genere, ma piuttosto che è il confine stesso tra i generi che si Bisogna infatti tenere sempre a mente che Cahun è con-
dissolve rendendo sfumata e inoperativa l’opposizione. Ma temporaneamente donna, lesbica ed ebrea. Con il suo
vi è ancora un altro fondamentale elemento che mi sembra pseudonimo Cahun rende evidente la compresenza di que-
necessario evidenziare per capire in che senso le fotografie ste “diversita’” che la compongono e afferma già col nome
di Cahun, e lei stessa, destabilizzano la nozione di identità proprio, Claude, che in francese vale sia per il maschile
che per il femminile, lo sfaldamento dell’identità a partire ne di una identità (di genere, sessuale o razziale), quanto
dal genere sessuale. Ma anche con la scelta del cognome, attraverso la messa in discussione dei processi culturali e
Cahun (nome della famiglia della sociali che fanno dell’identità uno
madre), opera un ulteriore atto strumento di controllo personale
politico. Come ricorda Rosalind e sociale, e che si basano proprio
Krauss, “Cahun è una forma fran- sulla costruzione di differenze
cese di Cohen, e pertanto implica come elementi svalorizzanti. Ri-
di appartenere, tra gli ebrei, alla chiusa con la sua compagna nella
classe rabbinica. […] L’atto provo- prigione di St. Helier fino alla li-
catorio inerente la scelta di lascia- berazione da parte degli alleati nel
re il nome “Schwob” per prendere Maggio del 1945 (Claude morira’
quello di “Cahun” può essere visto nel 1954), la maggior parte della
soltanto come la volontà di sbatte- loro produzione fotografica consi-
re in faccia al forte antisemitismo derata “oscena e pervertita” sara’
della Francia del dopoguerra la distrutta da quello stesso pensiero
propria appartenenza al popolo nazista che l’artista condannava.
ebraico, un tipo di provocazio- E ora prima di lasciarvi una picco-
ne in tutto e per tutto pericolosa la riflessione di Claude: “La mia
quanto quella di esibire il proprio opinione sull’omosessualita’
lesbismo” (Rosalind Krauss, Celi- e gli omosessuali e’ esatta-
bi, Codice Edizioni, 2004, p. 44). mente la stessa opinione che
E di conseguenza bisogna tenere ho dell’eterosessualita’ e gli
in massima considerazione il fatto eterosessuali: tutto dipende
che la Cahun artista ha vissuto in dagli individui e dalle circo-
prima persona le conseguenze del stanze. Io reclamo la liberta’
proprio posizionamento di donna assoluta dei costumi, di tutti
lesbica ebrea, finendo imprigiona- quelli che non ledono la tran-
ta e condannata a morte durante la seconda guerra mon- quillita’, la liberta’ e la serenita’ del prossimo”.
diale, e ha dato voce alla potenza della resistenza –arti-
stica e umana– agli esiti nefasti di un pensiero e di una N.J.W.
politica nazisti, non attraverso l’affermazione o negazio-

Un grazie a tutti voi, cari lettori, per averci seguiti anche in questo numero di Feb-
braio! E scusateci ancora per il ritardo! E non vi preoccupate cercheremo di essere
puntuali per il numero di Marzo!
Il prossimo numero si intitolera’: La nuova rivoluzione é DONNA!

Aspettiamo i vostri scritti sulla nostra mail: toskeptron@gmail.com

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