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FISICA/MENTE

FISICA/MENTE

ATOMI STABILI ED
INSTABILI . RADIOATTIVITA'
Roberto Renzetti

La stabilità di un nucleo (e quindi di un atomo, come ampiamente


trattato nell'articolo Elementi di fisica nucleare) dipende dal valore della sua energia
di legame. Come si può osservare dalla figura 3, la zona più stabile è quella in cui
il numero A di massa è compreso tra 50 e 90. Inoltre, quando si ha a che fare con
atomi leggeri (piccolo valore di A), si osserva che lo stato più stabile si ha quando,
nel nucleo, il numero dei neutroni è uguale a quello dei protoni (N = Z). Quando il
numero di massa A aumenta, il nucleo assume delle dimensioni relativamente più
grandi, tanto da far sì che i protoni localizzati in esso cominciano a sentire le
forze repulsive di origine elettrica.

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Figura 3

Da un certo valore di A in poi, quando il nucleo assume dimensioni


molto grandi (atomi pesanti), le forze elettriche prevalgono su quelle nucleari ed
allora questi nuclei cominciano ad essere formati da un maggior numero di neutroni che
di protoni. In questo caso ci troviamo di fronte ad elementi che presentano il
fenomeno della radioattività naturale.

Va subito detto che la maggior parte degli elementi esistenti in natura è


stabile. Solo pochi hanno la proprietà di essere radioattivi. Gli elementi dotati
di radioattività naturale sono quegli elementi che emettono spontaneamente dal loro
nucleo delle particelle dotate di carica elettrica e non; essi hanno il numero atomico
Z compreso tra 84 e 92 (serie dell'Uranio, del Torio e dell'Attinio) oppure sono
isotopi instabili di alcuni elementi, molto stabili nella loro condizione normale, con Z <
84 (in natura se ne conoscono circa 25 di tali isotopi instabili).

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Figura 4. Alcuni esempi di isotopi naturali e non

Gli atomi di questi elementi instabili si trasformano, a seguito della perdita


di particelle dal loro nucleo (decadimento spontaneo), in atomi diversi da quelli di
partenza (trasmutazione nucleare). Molto spesso dall' atomo di un elemento instabile
si passa ancora ad un altro atomo di un altro elemento instabile e così via fino a quando
non si giunge ad un tipo di atomo che è di un elemento stabile.

Vediamo un esempio di catena di decadimento a partire da uno degli


svariati isotopi instabili (o radioattivi) dello Xeno, lo Xeno 140 e cioè: 54Xe140 .
Dallo Xeno 140 si ha successivamente: Cesio (55Cs140), quindi Bario (56Ba140),
poi Lantanio (57La140) ed infine Cerio (58Ce140) che risulta essere stabile. Ad
ogni trasmutazione si accompagna l'emissione di radiazione b (si veda paragrafo
seguente) di modo che lo schema del decadimento è quello di seguito riportato:

Le radiazioni nucleari sono dunque emesse dai nuclei atomici dei


materiali radioattivi al momento della loro disintegrazione. La capacità di emissione
non dipende da variabili macroscopiche come temperatura e pressione, presenza di
campi elettrici e magnetici, eccetera.

E' stato poi scoperto che oltre a questi elementi con Z compreso tra 84 e 92
ed agli isotopi naturalmente instabili o radioattivi, è possibile provocare artificialmente
la radioattività bombardando gli atomi di certi elementi con neutroni. I nuclei
degli elementi sottoposti a questo bombardamento catturano neutroni diventando
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degli isotopi diversi dall'elemento originale. Gli isotopi così ottenuti, a causa dei neutroni
in più nei nuclei, si trovano con uno sbilanciamento tra numero di protoni e
neutroni, risultano instabili e quindi radioattivi.

Concludendo occorre ricordare che in natura esistono elementi con Z fino a


92 (è il caso dell'Uranio che esiste in tre differenti isotopi tra i quali il più
abbondante percentualmente è l'Uranio 238: 92U238). Gli elementi con Z > 92 sono e
sono stati prodotti artificialmente, risultano instabili, quindi radioattivi e
chiamati transuranici.

RADIAZIONI ALFA (a), BETA (b) E GAMMA ( g) .

La radioattività, sia essa naturale o artificiale, consiste nell'emissione da


parte dei nuclei atomici di radiazioni alfa (a) e/o beta (b) e/o gamma (g). Vi sono
poi delle radiazioni neutroniche che vanno considerate a parte.

Le radiazioni alfa sono costituite da tanti nuclei di elio (o elioni),


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2He , scagliati dai nuclei della sostanza emittente. Ogni particella a è quindi costituita
da due neutroni e da due protoni legati insieme (poiché un legame di questo tipo è,
come abbiamo visto, molto stabile con energia di legame pari a 28,2 MeV). La carica
di queste particelle è evidentemente positiva, il doppio, in valore assoluto, della
carica dell'elettrone. Esse sono inoltre molto pesanti (hanno una massa pari a 4,04 uma)
e conseguentemente, pur essendo scagliate a grande velocità dai nuclei (circa 20 000 Km/
s), a causa della loro intensa reazione con le molecole d'aria, le ionizzano, perdendo
gran parte della loro energia cinetica in tragitti che, in aria, vanno dai due agli
otto centimetri. Nel caso poi queste particelle debbano attraversare materia solida, la
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loro perdita di energia avviene molto prima (sono bloccate da sottili foglie di carta o
di alluminio, dai vestiti, dagli strati superiori della pelle). Si riassume tutto questo nel
dire che la radiazione a è poco penetrante (Figura 5).

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Figura 5

Al contrario, se la sorgente è posta all'interno di un organismo vivente


(per ingestione o inalazione di pulviscolo radioattivo), i danni che essa provoca
sono enormi, veri disastri: in breve tempo i tessuti vicini alla sorgente sono distrutti
da questi grandi proiettili dotati di una buona dose di energia. Attraversando la
materia vivente le particelle a, dotate di carica positiva, interagiscono con gli
atomi provocandone la ionizzazione; come risultato si ha la distruzione o il
danneggiamento delle molecole del tessuto in considerazione.

Quando un nucleo emette una particella a il suo numero atomico Z


diminuisce di due unità (dal nucleo se ne sono andati due protoni) mentre il numero
di massa A diminuisce di quattro unità (dal nucleo, oltre ai due protoni, se ne sono
andati anche due neutroni). Ad esempio, il nucleo del Radio 226 (88Ra226)
decade, emettendo una particella a, in Radon 222 (86Rn222):

226 222
88Ra -------------> 86Rn + a.

La radiazione beta è costituita da fasci di elettroni di carica negativa o


di elettroni di carica positiva (positroni, particelle che hanno stessa massa e stessa
carica, cambiata di segno, dell'elettrone e che si indicano con e+) espulsi a
gigantesche velocità (vicine a quelle della luce) dai nuclei atomici. Ci siamo già
imbattuti nel paragrafo 3 nel rompicapo di elettroni espulsi da un nucleo. Ritorniamoci
un momento con qualche dettaglio in più.
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Il nucleo è formato da protoni e neutroni tenuti insieme dalla forze


nucleari. I nuclei più stabili sono quelli che hanno un numero di neutroni pari a quello
dei protoni. Ciò che accade è che, al crescere del numero di massa A, il numero dei
neutroni N sopravanza, ed a volte anche di molto, il numero dei protoni Z. In questo caso
si è in presenza di nuclei di atomi pesanti che, come abbiamo visto, da un certo punto in
poi sono instabili. Supponiamo allora di avere un nucleo di Radio (88RA226),
già considerato. In esso si hanno Z = 88 protoni ed N = 138 neutroni (in modo che N + Z
= A = 226). Il rapporto tra neutroni e protoni in un nucleo di questo elemento è:

N/Z = 138/88 = 1,568.

Abbiamo già detto che il Radio 226 emette radiazioni alfa (e quindi perde dal suo
nucleo due neutroni e due protoni) trasmutandosi in Radon 222. Nel nucleo di Radon
si hanno allora 136 neutroni ed 86 protoni ed il rapporto tra essi vale ora:

N/Z = 136/86 = 1,581,

sono cioè aumentati percentualmente i neutroni rispetto ai protoni. Quindi l'emissione


di radiazione alfa provoca l'effetto ora visto. Al crescere del numero delle emissioni alfa
i neutroni aumenteranno sempre percentualmente rispetto ai protoni, finché si arriva ad
un certo punto in cui i nucleoni rimasti nel nucleo devono arrangiarsi in modo da
poter continuare a coesistere.

Ed allora, all'interno del nucleo si origina un processo che trasforma


un neutrone in un protone ed un elettrone (oltre ad un neutrino). Il protone resta
all'interno del nucleo andando ad aumentare la percentuale dei suoi simili; gli elettroni ed
i neutrini vengono scagliati fuori. La reazione (decadimento beta) è quella che abbiamo
già descritto nel paragrafo 3:

1 1 + e- + n
0n -----------> 1p

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o meglio:

1 1 + b- + n
0n -----------> 1p

ed in definitiva dei nuclei emettono elettroni accompagnati da energia emessa sotto


forma di neutrini. Vi è poi il caso, raro per la verità, di un nucleo che ha un eccesso
di protoni. Analogamente a quanto visto, può essere il protone nel nucleo a
diventare instabile ed a disintegrarsi emettendo il positrone cui abbiamo accennato ed
il solito neutrino. Questa eventualità ha senso solo all'interno del nucleo infatti, al di fuori
di esso, il protone è una delle particelle più stabili che si conoscano. Un esempio
di decadimento beta positivo (b+) è quello che dal Tulio 69 porta all'Erbio 68:

166 166 + b+ + n
69Tu --------------> 68Er

(ed in questo caso si ha a che fare con un vero e proprio neutrino e non con un
antineutrino, come nell'ordinario decadimento beta che ora vedremo).

L'elemento il cui nucleo abbia subito un decadimento beta aumenterà di


una unità il numero atomico Z (a causa dell'acquisto di un protone da parte del
nucleo) mentre manterrà invariato il suo numero di massa A (a causa del fatto che il
protone acquistato va a bilanciare il neutrone perduto e del fatto che la massa
dell'elettrone che è stato espulso è praticamente trascurabile). Vediamo alcuni esempi
di decadimento beta (oltre quello già visto nel paragrafo precedente). Il Cobalto 60
(27Co60) mediante un decadimento beta diventa Nichel 60 (28Ni60):

60 60 + b- + n .
27Co -----------> 28Ni

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Allo stesso modo, bombardando con neutroni l'Uranio 238 (92U238), si ha


l'elemento transuranico Nettunio 239 (93Np239):

1 238 239 + b- + n .
on + 92U ------------> 93Np

A sua volta il nettunio 239 decade, mediante emissione b, in Plutonio 239 (94Pu239):

239 239 + b- + n .
93Np ----------> 94Pu

Vediamo ora ad alcune caratteristiche delle radiazioni b. Le particelle


b, innanzitutto, non hanno tutte la stessa energia come le particelle a . Essa può variare
in un'ampia fascia di valori (da alcune centinaia di KeV ad alcuni MeV). Anche le
particelle b ionizzano l'aria che attraversano ma in misura molto minore di quanto fanno
le particelle a (spesso si ha a che fare anche con una ionizzazione secondaria: gli
ioni prodotti dalla ionizzazione delle particelle b vanno a loro volta a ionizzare altri
atomi). Proprio perché ionizzano meno (e quindi cedono una minore quantità di energia)
le particelle b possono penetrare più a fondo nella materia. Nell'aria, ad esempio,
possono percorrere (con una traiettoria a zig-zag, contrariamente alla traiettoria
rettilinea seguita dalla particella a) tratti lunghi fino a 10 m; nella terra penetrano fino a
7 mm, nel calcestruzzo fino a 5 mm, nel piombo fino a circa 1 mm, mentre nella
pelle possono penetrare per alcuni centimetri. In seguito a questo ultimo fatto le
radiazioni b assorbite dall'uomo sono dannose per la pelle e, soprattutto, per gli occhi.
Se l'assorbimento avviene invece all'interno dell'organismo, le lesioni che
vengono provocate sono molto gravi.

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Figura 6

La radiazione gamma è, contrariamente alle altre due,


esclusivamente energetica: non si tratta di particelle dotate di massa ma di particelle
o quanti di sola energia (che varia da alcuni KeV a 2 MeV). Le radiazioni gamma
sono fisicamente identiche ai raggi X di alta energia, l'unica differenza (oltre allo spettro
di frequenza) è che i raggi gamma sono prodotti dall'interno del nucleo atomico mentre
i raggi X in modo diverso. Si tratta di onde elettromagnetiche della stessa natura di
quella della luce, ma con lunghezze d'onda molto più piccole (da 3.10-9 cm fino a valori
di gran lunga più piccoli) e quindi con frequenze molto più elevate; queste radiazioni
si propagano sotto forma di pacchetti (d'onda) di sola energia (fotoni) alla velocità
della luce, sono prive di carica elettrica e, rispetto alle radiazioni alfa e beta, hanno
un potere penetrante molto superiore e, conseguentemente, un potere ionizzante
molto inferiore. Si pensi che la radiazione gamma penetra in media spessori di 14 cm
di terra, di 10 cm di calcestruzzo, di circa 2 cm di piombo, oltre a riuscire ad
attraversare completamente il corpo umano (mentre i raggi X sono bloccati dalle
ossa, queste ultime sono trasparenti per i raggi g . Quest'ultimo fatto rende
conto dell'estrema pericolosità per l'uomo di questo tipo di radiazione.

I raggi g accompagnano usualmente l'emissione di radiazione a e b e


sono emessi da quasi tutti gli isotopi radioattivi artificiali e da alcuni elementi dotati
di radioattività naturale. Il meccanismo di emissione di raggi g da un nucleo è
analogo all'emissione di fotoni da un atomo. Quando in un atomo un elettrone si trova
in uno stato eccitato (orbita più elevata di quella che gli compete) tende a ritornare al
suo stato non eccitato. Il salto di un elettrone da un'orbita più alta a d una più
bassa comporta la perdita di energia da parte di un atomo; questa energia perduta
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viene emessa verso l'esterno sotto forma di fotoni o quanti. Analogamente per il
nucleo: quando esso ha emesso radiazione a o b può trovarsi in uno stato anormale a
cui compete una quantità di energia in più (stato eccitato). Il nucleo risulta eccitato e
tende a perdere l'energia che ha in più emettendola sotto forma di radiazione g o quanti g
o fotoni g .

Vediamo una delle possibili reazioni cui si accompagna l'emissione di raggi


g . Se si bombarda con neutroni il Cobalto 59 (27Co59) si ottiene Cobalto 60 (27Co60) che
si trova in uno stato eccitato; dopo poco tempo questo Cobalto 60 emette energia
sotto forma di raggi g raggiungendo il suo stato normale:

59 + 0n1 --------> (27Co60)* --------> 60


27Co 27Co + g,

dove il termine della reazione contrassegnato con asterisco sta a denotare lo stato
eccitato del Cobalto 60.

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Figura 7

Prima di chiudere il paragrafo occorre accennare alla radiazione


neutronica, che non è propriamente l'emissione di neutroni da parte di un nucleo ma
di neutroni che vengono liberati dai nuclei atomici durante i processi di fissione
nucleare (vedi oltre); quando un nucleo pesante viene spezzato in due o più
frammenti, alcuni neutroni appartenenti al nucleo iniziale vengono espulsi. Si tratta di
una radiazione con una discreta massa e priva di carica. Proprio per questo ultimo motivo
è estremamente pericolosa in quanto questi neutroni vengono facilmente catturati dai
nuclei delle sostanze circostanti il luogo di loro produzione, alterando il rapporto di
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stabilità neutroni-protoni nei nuclei e rendendo quindi radioattive molte di quelle


sostanze, tra cui aria, acqua, terra, ... La radiazione neutronica è molto penetrante
(ancora per l'assenza di carica, in quanto diminuiscono le interazioni di tipo elettrico con
gli atomi e le molecole dei corpi attraversati), essa attraversa facilmente materiali
che bloccano invece altri tipi di radiazione. I raggi neutronici, a parità di dose con i
raggi gamma, sono da quattro a dieci volte biologicamente più efficaci.

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Figura 8

TEMPO DI DIMEZZAMENTO. VITA MEDIA.

Il tempo di dimezzamento di un elemento radioattivo, che si indica in


genere con T½ , è il tempo in cui la metà degli atomi radioattivi instabili
inizialmente presenti, decade. Esso dipende evidentemente dal numero iniziale N0 di
atomi dell'elemento radioattivo in considerazione.Supponiamo di avere un certo numero
N0 di atomi di un elemento o isotopo radioattivo. Dopo un certo tempo (più o meno
lungo, a seconda dell'elemento in considerazione) questi atomi decadranno. Ebbene,
il tempo di dimezzamento, che è un valore caratteristico di ciascun elemento o
isotopo radioattivo, è, come già detto, il tempo necessario a far sì che la metà del
numero di atomi radioattivi inizialmente presenti decada. Passato questo tempo e
decaduta la metà degli atomi radioattivi presenti, abbiamo ancora a che fare con un
certo numero di atomi radioattivi, la metà dei quali, nello stesso tempo di
dimezzamento, decadrà. In definitiva, dopo due tempi di dimezzamento, il numero di
atomi radioattivi si è ridotto ad un quarto. Allo stesso modo, dopo tre tempi
di dimezzamento, quel numero si riduce ad un ottavo, e così via.

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La relazione matematica che descrive questo andamento è un


esponenziale decrescente (curva di decadimento):

-t/t
N = N0 . e

dove N rappresenta il numero di atomi radioattivi presenti al tempo t, N0 il numero


di atomi radioattivi inizialmente presenti, t (leggi: tau) una costante caratteristica di
ciascun elemento o isotopo radioattivo chiamata vita media. La curva che rappresenta
la legge ora vista è riportata in figura 9.

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Figura 9

Essa ha la proprietà, ogni volta, di ridursi alla metà in un intervallo di tempo costante
ed uguale a T½. Per i vari isotopi radioattivi il tempo di dimezzamento ha valori
molto variabili. Ad esempio, per l'Uranio 238 esso vale 4,8 miliardi di anni; per il
Radio 226 esso vale 1620 anni; per il Cobalto 60 esso vale 5,2 anni per lo Zolfo 35
esso vale 87 giorni; per l'Oro 198 esso vale 2,7 giorni; per il Rame 66 esso vale
4,34 minuti; per l'Indio 114 esso vale 72 secondi; per il Germanio 72 esso vale
300 miliardesimi di secondo. In definitiva il tempo di dimezzamento può variare
dal miliardesimo di secondo a vari miliardi di anni.

Si definisce invece vita media di un dato elemento o isotopo radioattivo


il tempo di esistenza che mediamente esso ha prima che decada (è il t che compare
nella curva di decadimento, appena vista). Il concetto di vita media è strettamente
correlato a quello di tempo di dimezzamento. Per comprenderlo riprendiamo un
momento in esame l'ultima relazione scritta, la curva di decadimento. Abbiamo detto che

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il tempo di dimezzamento è il tempo T½ necessario a che un certo numero N0 di


atomi radioattivi inizialmente presenti, si riduca alla metà, cioè a N0/2. Inseriamo
allora queste condizioni ( N = N0/2 per t = T½) nella relazione in oggetto e vediamo
cosa succede:

avendo semplificato per N0. Da questa relazione, passando al logaritmo dei due membri
e operando un cambiamento di segno, si trova:

log 2 = T½ / t ---> T½ = t .log 2 -----> T½ = 0,693 . t ---> t = T½ / log 2 ---> t


= 1,44 . T½

E' quindi solo un fattore numerico che differenzia la vita media dal tempo di
dimezzamento (risultando la prima più grande del secondo).

Si deve osservare che tanto più piccolo è t , tanto più instabile è un nucleo
e quindi tanto maggiore è la sua attività in un dato tempo. Viceversa, a t molto
grandi, corrispondono elementi con poca attività. Al limite, gli elementi stabili sono
quelli cui corrisponde un valore infinito di t .

LA FISSIONE NUCLEARE

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La parola fissione deriva dal verbo fendere che vuol dire rompere. Provocare
la fissione nucleare vuol dire provocare la rottura di nuclei atomici.. La reazione di
fissione nucleare si realizza bombardando con neutroni, di appropriate energie cinetiche,
i nuclei di elementi pesanti (i più instabili, i più facili da rompere). Questo
bombardamento provoca la rottura dei nuclei in frammenti (due o più) più piccoli che
sono, a loro volta, nuclei di elementi più leggeri (con diversi gradi di stabilità, a
seconda delle percentuali relative di neutroni e protoni che rimangono in
ciascun frammento). Il fatto comunque più interessante del processo di fissione nucleare
è che, ad ogni rottura di un nucleo si accompagna l'emissione verso l'esterno di
una grandissima quantità di energia. Ogni singola fissione libera una energia DE pari a:

DE = 3 . 10-11 J ≈ 200 MeV

Questa quantità è certamente piccola in assoluto ma si deve tenere conto che all'interno di
1 Kg di Uranio (per ora genericamente Uranio, senza precisare il tipo di isotopo) vi
sono circa 2,5 . 1025 atomi. Se fosse possibile la completa fissione di tutti i nuclei di
questi atomi (ma non lo è!), si avrebbe una energia pari a:

DE = 3 . 10-11 . 2,5 . 1024 J ≈ 7,5 . 1013 J ≈ 5 . 1026 MeV ≈ 23 milioni di


Kwh (termici)

[L'aggettivo termici è stato introdotto per amore di precisione. Infatti, all'interno di


una centrale nucleare, l'energia liberata da reazione nucleare va prima a scaldare acqua
e quindi, dopo una o più trasformazioni, diventa energia elettrica. L'energia che
noi abbiamo preso in considerazione è quella che scalda l'acqua. Per avere da questo
valore l'energia elettrica occorre moltiplicare per il rendimento della trasformazione che
è sempre un numero inferiore ad 1]. Poiché però una parte del materiale fissile
a disposizione non produce energia poiché subisce solo delle trasformazioni senza
essere fissionato, la quantità di energia fornita da 1 Kg di Uranio si riduce a:
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DE = 19 milioni di Kwh (termici).

Si pensi che per produrre la stessa quantità di energia occorrerebbero circa 2 300
tonnellate di carbone o 1 650 tonnellate di nafta.

Il processo di fissione consiste quindi nel rompere un nucleo di un


elemento pesante in due (o più) frammenti mediante bombardamento con neutroni.
Va comunque detto che il bombardamento può avvenire anche con altre particelle o
quanti (anche per fini pratici, si usano solo neutroni) e che i prodotti di fissione
possono essere più di due (anche se ciò avviene con frequenze molto minori). Nella
fissione i due frammenti principale prodotti (che sono poi, come abbiamo detto e
vedremo ancora, nuclei di elementi leggeri) hanno un eccesso di neutroni e pertanto
e pertanto risultano instabili. Essi, mediante successivi decadimenti, si trasformano
in nuclei stabili. Oltre poi ai frammenti principali della fissione, vengono emessi
anche neutroni (e questo è l'aspetto peculiare del fenomeno: questi neutroni, come
vedremo, andranno a fissionare a loro volta altri nuclei) e radiazioni di vario tipo.

L'elemento più usato nei processi di fissione è l'Uranio. Di questo elemento,


in natura, esistono tre isotopi: l'Uranio 234 (92U234), l'Uranio 235 (92U235) e l'Uranio
238 (92U238). Tra questi isotopi solo l'Uranio 238 è presente in abbondanza
(relativa), infatti ogni 100 000 atomi di Uranio, che si trova in natura, solo 6 sono di
Uranio 234, 720 di Uranio 235 ed i rimanenti di Uranio 238. Trascurando l'Uranio 234,
in natura si ha praticamente a che fare con Uranio 238 in cui vi è una piccola
percentuale (0,7%) di Uranio 235. Ora, l'Uranio migliore per il processo di fissione è il
235 poiché è fissile, mentre l'uranio 238 è fertile. Un particolare elemento risulta
fissile (può cioè dar luogo a fissione) se può essere fissionato da neutroni di
qualunque energia, cioè sia da neutroni lenti che da neutroni veloci e particolarmente
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da questi ultimi dotati di velocità maggiori di 1,7.107 m/s. Si chiamano invece fertili
quegli elementi che non sono fissili ma lo possono diventare a seguito della cattura, da
parte dei loro nuclei, di neutroni. Vi sono poi altri elementi non fissili che possono
essere fissionati solo da neutroni lenti mentre hanno la caratteristica di assorbire i
neutroni veloci. Da quanto detto si può dedurre che i neutroni migliori per iniziare
a sostenere un processo di fissione sono quelli lenti (il fenomeno fu scoperto da Fermi
e collaboratori nel 1934). Intuitivamente la cosa si può capire nel modo seguente:
un neutrone, in quanto privo di carica, si può muovere nella materia senza
sentire interazioni di tipo coulombiano, nel far questo può urtare vari nuclei (ma si
deve tener presente che non è l'urto in sé a rompere il nucleo); se l'energia cinetica di
questo neutrone è elevata (neutrone veloce) esso può attraversare un nucleo senza
produrre alcun effetto; viceversa un neutrone a bassa energia cinetica (lento o
termico), nell'attraversare un nucleo, passando relativamente più tempo in esso,
ha maggiore probabilità di essere catturato e di restare all'interno di esso (si usa dire che
la sezione d'urto di svariate reazioni cresce enormemente al decrescere della velocità
dei neutroni, la quale, si badi bene, non scende mai sotto i valori
caratteristici dell'agitazione termica). Con il neutrone catturato al suo interno, il
nucleo diventa instabile e si spezza in frammenti liberando energia.

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Figura 10

Esempi di materiali fissili sono: il già citato Uranio 235 ed il Plutonio


239 (94Pu239), elemento transuranico creato artificialmente in reazioni nucleari avente
un tempo di dimezzamento di 24 000 anni

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Figura 11

(è importante osservare che questi due elementi, oltre ad essere importanti perché fissili,
lo sono anche perché, a ciascuna fissione, si accompagna l'emissione di 1, 2 o 3
nuovi neutroni che vanno a realizzare nuovi processi di fissione in un processo a
catena che discuteremo tra un poco).

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Figura 12

Esempi di materiali fertili sono: l'Uranio 238 ed il Torio 232. Infine


esempio di materiale che può essere fissionato solo da neutroni lenti è ancora l'Uranio
238. Se ora si osserva che, data una prima fissione, tra i prodotti che vengono fuori da
essa vi sono anche neutroni e che questi sono generalmente veloci, ci si rende conto
che, provocata la prima fissione in nuclei di Uranio 238, essa non si può sostenere
(questi neutroni liberati dalla rottura dei primi nuclei di Uranio 238, non sono buoni
per rompere altri nuclei e tutto termina dopo le prime rotture provocate dall'esterno
del materiale). Dopo le prime rotture, occorre procedere nell'operazione di
rallentamento dei neutroni veloci in modo che, diventati lenti, vadano a fissionare
altri atomi di Uranio 238. Il processo di rallentamento si realizza con particolari
sostanze chiamate moderatori che devono avere alcune peculiari caratteristiche:
essere costituite da nuclei di elementi leggeri (in questo caso un neutrone che urti uno
di questi nuclei perde mediamente molta energia); essere una buona quantità (in modo che
i neutroni non possano fuoriuscire da esse prima di essere stati rallentati); essere
costituite da nuclei che non assorbano neutroni o ne assorbano il meno possibile (per
non togliere un gran numero di proiettili ai nuovi processi di fissione). Nel caso
dell'Uranio 238, che discutevamo, un ottimo moderatore è l'acqua pesante (D2O),
acqua formata da molecole nelle quali l'idrogeno è sostituito dal suo isotopo
Deuterio. Concettualmente si può procedere così (sarò maggiormente preciso più
oltre) : vari pezzi di Uranio 238 (a geometria ed in quantità opportune) sono disposti in
una vasca (a geometria opportuna) contenente acqua pesante; si attiva dall'esterno
una qualche fissione nel primo Uranio a disposizione; da queste prime fissioni si
liberano dei neutroni veloci; questi neutroni fuoriescono da quel pezzo di Uranio e fanno
un determinato tragitto dentro l'acqua pesante e, nel far questo, diventano lenti; a
questo punto incontrano di nuovo un altro pezzo di Uranio, dove provocano nuove
fissioni e così via. Da quanto dicevo sembra chiaro che è di grande importanza, per
il funzionamento della semplice macchina descritta, curare, come accennato, le
quantità relative dei materiali in gioco e le geometrie di ogni componente
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dell'intero sistema.

Altra possibilità è quella di lavorare con Uranio 235. Altri sono però i
problemi che qui si pongono. La percentuale di Uranio 235 in Uranio 238 è, come
visto, molto piccola. I pochi nuclei di Uranio 235 presenti in un campione di
Uranio naturale, non sono sufficienti a mantenere il processo di fissione.
Quando provocassimo la fissione in un primo nucleo di un isotopo qualsiasi
dell'Uranio presente in quel campione, i neutroni che ne verrebbero fuori (con
probabilità enorme, neutroni veloci) non avrebbero il tempo di incontrare un altro nucleo
di Uranio 235 prima di venire assorbiti dall'Uranio 238. In questo caso si procede
con l'arricchimento della percentuale di Uranio 235 in Uranio 238, portandola da
quello 0,7% al 4 o 5% (usi pacifici) in modo che, quando il processo di fissione è iniziato,
i neutroni che vengono via via prodotti siano sempre in grado di incontrare un nucleo
di Uranio 235 da fissionare. In questo caso si parla di Uranio arricchito (i processi
di arricchimento dell'Uranio sono molto complessi, costosi e richiedono una
tecnologia sofisticatissima. Tale tecnologia è anche soggetta a segreto militare.

La fissione di un determinato nucleo può avvenire in diversi modi e questo


a causa del fatto che i neutroni ed i protoni del nucleo originario, quando avviene
la fissione, si possono ripartire in modi diversi per formare nuclei più leggeri (prodotti
di fissione), neutroni e radiazione. Come esempio consideriamo alcune delle
reazioni nucleari che hanno luogo bombardando, con neutroni, nuclei di Uranio
235 (tenendo conto che le reazioni possibili sono oltre 40):

U235 + 0n1 -------> 38Sr


94 + 54Xe
140 + 2 0n1 + ...
92

U235 + 0n1 -------> 38Sr


93 + 54Xe
140 + 3 0n1 + ...
92

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U235 + 0n1 -------> 36Kr


92 + 56Ba
141 + 3 0n1 + ...
92

U235 + 0n1 -------> 50Sn


127 + 42Mo
105 + 4 0n1 + ...
92

U235 + 0n1 --------> 37Rb


93 + 55Cs
143 + 190 Mev
92

U235 + 0n1 -------> 36Kr


89 + 56Ba
144 + 3 0n1 + 177 MeV
92

dove: Sr = Stronzio (nella tavola periodica il numero di massa è A = 88); Xe =


Xenon (nella tavola periodica il numero di massa è A = 131); Kr = Kripton (nella
tavola periodica il numero di massa è A = 84); Ba = Bario (nella tavola periodica il
numero di massa è A = 137); Sn = Stagno (nella tavola periodica il numero di massa è A
= 119); Mo = Molibdeno (nella tavola periodica il numero di massa è A = 96); Cs =
Cesio (nella tavola periodica il numero di massa è A = 133). Nella figura 13 è riportata
una delle tante reazioni che riguardano l'Uranio 235, con i successivi decadimenti fino
ad arrivare ad isotopi stabili [I prodotti di fissione instabili, iniziano una catena
di decadimenti per portarsi al livello più basso della parabola di stabilità,
attraverso decadimenti beta ed emissione di neutroni. Alcuni neutroni, i neutroni
ritardati, vengono emessi successivamente dai prodotti di fissione. Più del 99% dei
neutroni di fissione sono emessi in 10-16 s e si chiamano neutroni pronti, lo 0.65%
sono emessi in un tempo molto più lungo, decine di secondi].

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Figura 13

Quando allora un neutrone va a colpire un nucleo di Uranio 235 viene


assorbito dal nucleo stesso il quale, in un tempo brevissimo (un centomilionesimo
di secondo), si spacca originando due nuclei più leggeri, due o tre neutroni e
radiazione. Questi neutroni escono dal nucleo fissionato con grande energia e vanno
quindi a fissionare altri nuclei di Uranio 235 i quali, a loro volta, originano altri nuclei
di isotopi più leggeri oltre ad altri neutroni che continuano il processo. L'intero processo
si chiama reazione a catena ed è schematicamente illustrato in figura 14.

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Figura 14

Reazioni a catena sono quei processi nucleari (e chimici) che una


volta innescati si autosostengono interessando in brevissimo tempo tutta la massa
del materiale a disposizione. Affinché la reazione si autosostenga occorre che la
massa disponibile assuma un determinato valore (massa critica) per evitare che i
neutroni sfuggano prima di aver prodotto fissioni.

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Figura 15

Se infatti i neutroni prodotti dalla prima fissione non incontrano nel


loro cammino altri nuclei da fissionare, la reazione a catena si blocca. Occorre allora
che siano a disposizione tanti nuclei fissionabili in modo da sostenere la reazione a
catena. La prima fissione avrà prodotto 2 o 3 neutroni che andranno a
provocare mediamente un paio di fissioni (non tutti i neutroni provocano fissioni),
nella seconda fissione avremo quattro neutroni, nella terza 8, quindi 16, 32, 64, 128,
256, ... arrivati all'ottantesimo processo vi saranno disponibili 1024 neutroni. La
probabilità di interessare sempre un maggior numero di nuclei alla fissione
aumenta enormemente ed il processo si autosostiene. Un numero caratteristico di
questi processi è il fattore di moltiplicazione che indica il rapporto tra il numero
dei neutroni prodotti e quelli che hanno provocato la fissione da cui sono nati. Se il
fattore di moltiplicazione è inferiore ad 1 (massa subcritica) non c'è reazione a catena; se
il fattore di moltiplicazione è uguale o di poco maggiore ad 1 (massa critica) si ha
la reazione a catena controllata per l'uso in centrali nucleari; se questo fattore risulta
molto maggiore di 1 (massa sovracritica) si ha la fissione non controllata che è alla
base delle esplosioni atomiche (in questo caso occorre intervenire con un
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maggiore arricchimento della percentuale dell'Uranio 235 in Uranio 238, dell'ordine


del 7%).

Inoltre, se nella massa di materiale da sottoporre al processo di fissione,


vi sono nuclei fissili (ad esempio di Uranio 235) mescolati a nuclei che assorbono
neutroni (come è il caso dell'Uranio 238) e se la percentuale di nuclei non fissili è
elevata, la reazione a catena non può sostenersi. Occorre quindi preparare i
combustibili nucleari in modo si abbia una composizione critica tale da non far cessare
la reazione (è quanto abbiamo già discusso a proposito dell'arricchimento dell'Uranio).

Infine poiché, come abbiamo già detto, i neutroni prodotti dalla fissione
sono sempre veloci, essi hanno scarsa probabilità di andare a fissionare altri nuclei.
Per aumentare questa probabilità occorre rallentare tali neutroni immergendo la massa
di materiale da fissionare (precedentemente organizzata in modo
geometricamente opportuno, come già accennato) in opportuni moderatori (sostanze
di basso peso peso atomico) che hanno lo scopo di assorbire l'energia cinetica dei
neutroni senza assorbire i neutroni stessi. I moderatori più in uso sono: l'acqua,
l'acqua pesante, il berillio metallico, l'ossido di berillio, la grafite.

Osservo qui che, mano a mano che il combustibile nucleare si consuma,


i frammenti di fissione si accumulano. Essi sono spesso intensamente radioattivi
o "caldi" (emettendo 2-3 neutroni diventano più stabili, ma comunque l'instabilità rimane)
e sbarazzarsene è un grosso problema. Essi possono rimanere "caldi" per anni o anche
per secoli, e devono essere immagazzinati in modo da non aver contatti con gli
esseri viventi e con le acque terrestri. Poiché la radioattività libera energia,
inizialmente devono essere anche raffreddati. Aggiungo che i frammenti di fissione
hanno una massa totale complessiva inferiore a quella del nucleo che si è fissionato.
Il difetto di massa si trasforma in energia cinetica dei frammenti, energia che,
appunto, provoca il riscaldamento del combustibile dentro il quale tali frammenti
vengono creati.
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I reattori nucleari funzionano sfruttando i processi di fissione (alcuni


dettagli li vedremo in una sezione apposita).

In alcuni reattori (LWR di tipo BWR o PWR: si legga "Reattori ad


acqua leggera di tipo acqua bollente o acqua in pressione") si usa come moderatore
l'acqua mentre il combustibile è Uranio arricchito (e l'Uranio va arricchito perché
l'acqua, oltre a moderare, assorbe anche dei neutroni). Abbiamo già visto quali sono
i processi di fissione ce avvengono in questi reattori e che interessano l'Uranio
235. Vediamo ora cosa accade, parallelamente, all'Uranio 238 presente in gran quantità
nel combustibile in uso. Quando un nucleo di Uranio 238 viene colpito da un neutrone
si origina Uranio 239 che, essendo molto instabile, decade subito emettendo una
radiazione b-, in Nettunio 239; anche quest'ultimo è un elemento molto instabile
che, emettendo ancora una particella b-, decade in Plutonio 239. La reazione descritta è
la seguente:

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Figura 16

Oltre a questa reazione ve ne sono molte altre che ormai hanno creato una
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gran quantità di elementi transuranici (numero atomico A > 92) che riporto nella
tavola seguente dove, di seguito, sono elencate le caratteristiche dell'elemento:

No. Nome Simbolo Massa(g/mol) Scoperto nel: Scopritore

92 Uranio U 238.02891(3) 1789 Klaproth


93 Nettunio Np [237.0482] 1940 McMillan e Abelson
94 Plutonio Pu [244.0642] 1940 Seaborg
95 Americio Am [243.0614] 1944 Seaborg
96 Curio Cm [247.0703] 1944 Seaborg
97 Berkelio Bk [247.0703] 1949 Seaborg
98 Californio Cf [251.0796] 1950 Seaborg
99 Einsteinio Es [252.0829] 1952 Seaborg
100 Fermio Fm [257.0951] 1952 Seaborg
101 Mendelevio Md [258.0986] 1955 Seaborg
102 Nobelio No [259.1009] 1958 Seaborg
103 Laurenzio Lr [260.1053] 1961 Ghiorso
104 Rutherfordio Rf [261.1087] 1964/69 Flerov
105 Dubnio Db [262.1138] 1967/70 Flerov
106 Seaborgio Sg [263.1182] 1974 Flerov
107 Bohrio Bh [262.1229] 1976 Oganessian
108 Hassio Hs [265] 1984 GSI (*)
109 Meitnerio Mt [266] 1982 GSI
110 Darmstadtio Ds [269] 1994 GSI
111 Roentgenio Rg [272] 1994 GSI
112 Copernicio Cn [285] 1996 GSI
113 Ununtrio Uut [284] 2004 JINR (*), LLNL (*)
114 Ununquadio Uuq [289] 1999 JINR
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115 Ununpentio Uup [288] 2004 JINR, LLNL


116 Ununhexio Uuh [292] 1999 LBNL (*)
117 Ununseptio Uus 2010
118 Ununoctio Uuo 1999

(*) GSI, Gesellschaft für Schwerionenforschung (Society for Heavy Ion Research), Wixhausen, Darmstadt,
Germania
JINR, Joint Institute for Nuclear Research (Объединённый институт ядерных исследований), Dubna,
Moscow Oblast, Russia

LLNL, Lawrence Livermore National Laboratory, Livermore, California, USA

LBNL, Lawrence Berkeley National Laboratory, Berkeley, California, USA

Si dovrebbe comprendere quindi che, come effetto secondario del funzionamento


di un reattore nucleare LWR si abbia la produzione di una grande quantità di
Plutonio, elemento estremamente pericoloso sia dal punto di vista chimico
(è velenosissimo) che dal punto di vista fisico (dato che il suo tempo di dimezzamento è
di 24 000 anni e che occorre attendere almeno 6 o 7 di questi tempi perché una
sostanza radioattiva diventi praticamente inoffensiva, ci si rende conto che con il
Plutonio occorre attendere un 160 000 anni per stare tranquilli: basta un poco
di pazienza ...).

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Figura 17

In altri reattori (di tipo HWR o CANDU: si legga "Reattori ad acqua


pesante o Reattori canadesi ad Uranio naturale moderati con acqua pesante") si usa
come moderatore l'acqua pesante mentre il combustibile è Uranio naturale.
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L'arricchimento in questo caso non è necessario in quanto l'acqua pesante ha la proprietà


di assorbire molti meno neutroni (circa 600 volte meno) dell'acqua ordinaria; il
maggior numero quindi di neutroni permette che la reazione si sostenga (andando
a bilanciare il maggior numero di neutroni assorbiti dalla maggior percentuale di
Uranio 238: sembrerebbe tutto più semplice ma i processi di fabbricazione
dell'acqua pesante sono altrettanto complessi e sofisticati di quelli per arricchire
l'Uranio, anche se qui viene meno, almeno direttamente, l'interesse militare).

Nei Reattori autofertilizzanti non si usano moderatori e quindi i neutroni


non sono rallentati in modo da aumentare le frequenze delle fissioni. Per ottenere
questo ultimo effetto in questi reattori si arricchisce l'Uranio naturale con atomi di
materiale fissile come Plutonio 239 o Uranio 235. In questo modo i neutroni veloci sono
in grado di mantenere la reazione. E, mentre essa va avanti nella parte centrale del
reattore, intorno ad esso viene sistemato dell'uranio naturale i cui atomi di Uranio
238, assorbendo dei neutroni che sfuggono dalle reazioni che avvengono al centro,
si trasformano in Plutonio (con la reazione vista nella figura 16) che sarà
utilizzata successivamente come combustibile nella parte centrale del reattore (il
Plutonio prodotto in questo modo è in quantità maggiore di quello che occorre
per l'arricchimento del combustibile: per questo motivo i reattori così concepiti sono
detti autofertilizzanti).

Altro elemento importante nel funzionamento di un reattore nucleare sono


le barre di controllo che sono delle barre di materiali in grado di assorbire
neutroni (cadmio, afnio, boro). Per regolare la potenza del reattore o per fermarlo si
alzano o si abbassano queste barre sistemate tra gli elementi di combustibile, in modo
da regolare la quantità di neutroni destinati alla fissione.

L'effetto finale utilizzabile di una reazione nucleare è la produzione di


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enormi quantità di energia che vengono asportate dal reattore prima sotto forma di calore
e quindi sotto forma di energia meccanica immediatamente trasformata in elettrica.
Per prelevare calore dalla reazione nucleare si utilizza un refrigerante (molto spesso è
lo stesso moderatore che funge anche da refrigerante; è questo il caso dell'acqua.
Nei reattori autofertilizzanti, data la maggiore quantità di calore prodotta, l'acqua ed
altri sistemi ordinari non sono sufficienti, occorre utilizzare la circolazione forzata di
sodio liquido) che andando a contatto con il combustibile si scalda fino a diventare
vapore ad alte temperature e pressione, in grado cioè di mettere in moto le turbine.

Altro elemento da prendere in considerazione è il ritrattamento del


combustibile nucleare, un'impresa difficile, poiché è troppo pericoloso per gli esseri
umani maneggiare direttamente il materiale esaurito. Tutti i dispositivi per il ritrattamento
- compresi quelli per estrarre le barre del combustibile già usato e trasportarle - sono
fatti funzionare con comandi a distanza e, quando il materiale è stato scartato, deve
essere immagazzinato in modo sicuro (come il combustibile esaurito) per lunghi
periodi. Una ragione per cui il combustibile utilizzato parzialmente deve essere rimosso
dai reattori e ritrattato è che alcuni prodotti di fissione (soprattutto lo Xenon ed il
Samario) assorbono i neutroni e quindi riducono l'efficienza ("avvelenano il reattore").

IL CICLO DEL COMBUSTIBILE

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La preparazione del “fuel” nucleare dalla miniera al suo impiego nel reattore
è detto nuclear fuel cicle. Questo tipo di ciclo, senza però la fase di reprocessing, è
quello attuato nella maggior parte dei paesi che hanno centrali nucleari tipo LWR, perché
il passaggio del reprocessing è costoso e in cui si separa il Pu che potrebbe venire
usato militarmente.
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Il minerale estratto viene macinato per ottenere il “yellow coke” che


contiene l’80% di U3O8 . La conversione in UF6 , che è gassoso a relativamente
bassa temperatura e pressione, serve per il passaggio successivo di arricchimento.

Più in dettaglio il ciclo del combustibile è quello di figura seguente:

SCORIE
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Nella evoluzione dei frammenti di fissione verso isotopi stabili si


formano prodotti radioattivi che costituiscono le scorie dei reattori nucleari. Molti
decadono in tempi brevi altri hanno vite medie molto lunghe.

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Il punto problematico delle scorie radioattive e’ il fuel spento. Nei 3-4 anni
che una barra di Uranio rimane nel reattore, molto U235 e poco U238 e’
consumato producendo materiale fissile e isotopi transuranici.
Delle centinaia di radionuclidi prodotti come prodotti di fissione solo 7 hanno vita
media T1/2 maggior di 25 anni.

Gli ultimi 5 si possono considerare stabili, data la lunga vita media, per
cui l’attività a lungo termine dei prodotti di fissione è praticamente solo quella
del
Dopo 1000 anni l’attività di questi prodotti diminuirà fino a divenire radioattivi
al livello dell'Uranio da miniera.
Il problema è il Pu(239) che ha una vita T1/2 di 24000 anni ed è classificato
come una scoria ad alta attività HWL. Le scorie si possono riprocessare ( es. Francia
ed Inghilterra) e così separare gli isotopi e riusarli come fuel. Nella separazione si isola
il Pu che però può essere impiegato per le armi nucleari. Alcuni stati non
fanno reprocessing ( es. USA) per sicurezza.

Dopo il reprocessing rimangono nuclidi a vita media lunga e attinidi.


Questi debbono essere isolati dai sistemi biologici per periodi di 105-106 anni.
Diversi metodi sono applicati e nuovi metodi sono studiati per risolvere il problema
dello stoccaggio. Il problema è di trovare una soluzione che garantisca che non vi
sia possibilità di contaminazione con falde acquifere o catena alimentare.
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DUE PAROLE SULLA RADIOPROTEZIONE

Su questo argomento riporto, come discorso generale, quanto scrivono


Early, Razzak, Sodee, nel loro testo di Medicina Nucleare (Editrice Ambrosiana 1978).
Si tenga però conto che molto probabilmente le notizie qui riportate possono essere
state superate in alcuni punti perché gli studi sulle radiazioni e sulla radioprotezione
sono ancora ad uno stato non propriamente avanzato. Dalla data di redazione del libro
da cui traggo le informazioni ad oggi sono passati 35 anni che, in questo campo, sono molti.

EFFETTI DELLE RADIAZIONI SULLE CELLULE

Non esistono cellule viventi che siano completamente resistenti alle radiazioni, tuttavia
il danno cellulare si può manifestare in molte maniere differenti. Il danno può variare
dalla alterazione di una singola molecola, che può essere immediatamente riparata, fino
alla morte cellulare. Quale parte della cellula sia la più sensibile e la più
direttamente responsabile del danno cellulare è oggetto di ricerca e di dibattito da
lungo tempo. È un dato acquisito che esiste una grande differenza fra la radio-sensibilità
del nucleo e quella del citoplasma della cellula. Le strutture nucleari, particolarmente
i cromosomi al momento della divisione cellulare, subiscono alterazioni drammatiche
per effetto delle radiazioni. Il citoplasma invece, anche in queste condizioni, non
risulta egualmente radiosensibile.

Arresto della crescita. Uno degli effetti più significativi della irradiazione cellulare
è l'arresto della crescita. I tessuti più radiosensibili sono quelli caratterizzati da una
più elevata attività mitotica: questa dipende sia dal numero delle cellule che entrano
in mitosi che dalla durata del processo mitotico. Non è strettamente necessario che
la cellula sia in fase mitotica durante l'irradiazione, ma è sufficiente che essa sia
destinata ad entrare in mitosi in un tempo successivo. Questa forma di danno latente
da radiazioni si manifesta al momento della divisione mitotica, quando la cellula si
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dimostra incapace di dividersi correttamente.


La relazione tra radio sensibilità ed attività mitotica ha tuttavia un certo numero
di eccezioni. Alcuni tumori, come il melanoma maligno ed il sarcoma osteogenico
sono relativamente radioresistenti benché dimostrino una considerevole attività mitotica.
Al contrario, il seminoma ed i linfociti sono radiosensibili benché non abbiano
attività mitotica (anzi i linfociti rappresentano una delle popolazioni cellulari più
radio sensibili del corpo umano).
Altri effetti delle radiazioni sulle cellule sono la riduzione della motilità, la inattivazione
di enzimi e la alterazione delle secrezioni nelle cellule ghiandolari.

Effetto sui cromosomi. Un'altro tipico effetto cellulare delle radiazioni è la alterazione
del patrimonio cromosomico. Dopo l'irradiazione si hanno modificazioni dei
cromosomi caratterizzate da aumento di «appiccicosità», fusione in una massa nucleare
ed infine rottura. La rottura cromosomica introduce una nuova ragione di mortalità
nelle cellule pesantemente irradiate. Infatti, dopo la rottura i frammenti
cromosomici rimangono separati oppure si uniscono in maniera diversa. Le
sequenze geniche dei cromosomi possono così essere amputate, spostate,
invertite, duplicate, mentre nei punti di rottura possono insorgere mutazioni. La risultante
di queste alterazioni può essere la morte cellulare.

Formazione di cellule giganti. Uno degli effetti più evidenti della irradiazione cellulare
è la formazione di cellule giganti: questo tipo di cellule si ha frequentemente
dopo irradiazione terapeutica dei tumori. Una cellula irradiata può non essere più capace
di divisione mitotica, ma può ancora conservare, per un certo tempo, la sua
attività metabolica e perciò diviene sempre più grande. Tuttavia, essendo bloccata
la possibilità di suddivisione, la cellula è destinata a morire.

Fattori ambientali. Fattori ambientali giocano un ruolo non trascurabile sui


fenomeni radiobiologici. Anche se il meccanismo di azione non è
completamente conosciuto, tuttavia è ben acquisito che il contenuto di ossigeno,
la temperatura e la pressione possono aumentare o diminuire la radiosensibilità: si può
anzi dire che la radiosensibilità cellulare è direttamente proporzionale alla
concentrazione di ossigeno, alla temperatura ed alla pressione, nel senso che
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all'aumentare dei valori di questi aumenta parallelamente la grandezza di quella.

EFFETTO DELLE RADIAZIONI SUI SISTEMI BIOLOGICI

L'effetto delle radiazioni varia considerevolmente da un organo all'altro e da un


sistema biologico all'altro. La breve rassegna che ora segue ha lo scopo di fornire
alcuni elementi di base per la comprensione dei principi di radioprotezione.

Sistema ematopoietico

I luoghi di produzione delle cellule ematiche, midollo osseo, milza, linfonodi,


sono estremamente radiosensibili, così come, se pure in grado minore, le cellule mature
del sangue circolante. La radiosensibilità dell'apparato ematopoietico è dimostrabile
entro poche ore dalla irradiazione, attraverso l'effetto indotto sulle cellule circolanti.
I precursori dei globuli bianchi sono i più sensibili e pertanto i leucociti sono i primi
a ridursi o anche a sparire nel sangue circolante. Tra questi, primi in ordine di tempo sono
i linfociti, seguiti dai granulociti. I globuli rossi si riducono più tardivamente, seguiti
dalle piastrine.
La caduta dei linfociti, in quanto più radiosensibili, è divenuta un indicatore biologico
della irradiazione. Se il numero dei linfociti circolante diminuisce fino al livello di 100-
200/mm3 entro 12 o 24 ore, la dose di radiazione è probabilmente letale (la
concentrazione normale dei linfociti è di 2.100/mm3). La discesa al livello di 500/
mm3 nelle prime 24-48 ore indica una prognosi riservata, mentre questa è buona se
il conteggio rimane al di sopra di 1.000/mm3: se la concentrazione dei linfociti
circolanti tende a risalire dopo la prima settimana, il recupero è in genere assicurato.
La caduta della concentrazione delle cellule ematiche circolanti è dovuta alla
mancata rigenerazione da parte del tessuto ematopoietico. I linfociti
scompaiono rapidamente dal circolo poiché hanno una vita media di circa 2 giorni;
gli eritrociti, avendo una vita media di circa 120 giorni, hanno modificazioni assai
più tardive, per cui la morte per irradiazione può intervenire prima di avere
evidenziato apprezzabili alterazioni della serie rossa.
Fenomeni emorragici possono essere un sintomo di sovraesposizione alle radiazioni, sia
a causa della riduzione del numero di piastrine circolanti che anche per l'effetto diretto
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delle radiazioni sui vasi capillari. La diminuzione delle piastrine provoca un


allungamento del tempo di coagulazione. Tuttavia raramente si hanno fenomeni
emorragici gravi finché il numero delle piastrine non scende al di sotto di 20.000 -
30.000/mm3 (la media normale è 200.000/mm3).
I costituenti plasmatici sembrano assai radioresistenti e non sono descritte
finora modificazioni di essi. Inoltre non sembrano osservabili alterazioni
cardiocircolatorie, quali modificazioni della gettata cardiaca o della pressione
arteriosa, almeno fino a che non si superino dosi enormi di radiazione. Tuttavia
possono aversi disturbi circolatori anche per dosi di esposizione relativamente non
grandi, per le alterazioni vascolari indotte dalle radiazioni, quali aumentata fragilità
delle pareti vascolari ed occlusione per trombosi.

Sistema riproduttivo

Le gonadi (le ovaie nella femmina ed i testicoli nel maschio) sono alquanto
radiosensibili: mutazioni ed alterazioni cromosomi che si verificano sia nelle cellule
uovo che nelle cellule spermatiche dopo irradiazione e si può avere sterilità, che può
essere, a sua volta, transitoria o permanente. Sia l'una che l'altra si verificano nella
femmina per dosaggi di radiazioni inferiori che per il maschio. Sterilità temporanea
si verifica nella femmina dei mammiferi per una esposizione non superiore a 200 R [R
è l'abbreviazione dell'unità di misura roentgen che definirò alla fine della citazione,
ndr]; permanente si verifica per esposizione ad una dose superiore a 300 R. Nel maschio
la sterilità temporanea si verifica per una esposizione dei testicoli intorno a 300 R,
mentre sterilità permanente si verifica per dosi superiori a 1.000 R. Nella
femmina l'elemento più radiosensibile è la cellula uovo; nel maschio la
massima radiosensibilità è dimostrato dagli spermatogoni, ossia le cellule riproduttive
dei costituenti seminali; spermatociti, spermatidi e spermatozoi sono invece assai
resistenti, benché dopo irradiazione si possa notare un aumento delle anormalità
degli spermatozoi e una riduzione della loro motilità. È da notare tuttavia, nel maschio,
la possibilità di completa rigenerazione testicolare e ripresa della formazione
di spermatozoi funzionanti dopo esposizione alle radiazioni.
Il personale professionalmente esposto ed i pazienti sottoposti a terapia radiante
sono spesso preoccupati di andare incontro a sterilità o impotenza per effetto
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delle radiazioni; spesso anzi i due termini sono confusi e usati addirittura come sinonimi.
Si tratta in realtà di due distinte entità. La sterilità è la totale incapacità alla
riproduzione, mentre l'impotenza è la incapacità, da parte del maschio, di compiere
l'atto sessuale. Le radiazioni possono causare sterilità, transitoria o permanente, a
seconda della esposizione più o meno alta, ma non possono in alcun caso
determinare impotenza (tranne che, ovviamente, in dosi letali). Infatti le radiazioni
possono arrestare la spermatogenesi, ma non influenzano la secrezione
ormonale testicolare, responsabile dei caratteri sessuali secondari. Non bisogna
confondere con un effetto diretto delle radiazioni le alterazioni della potenza virile
che possono conseguire alla astenia del «male da raggi», o a fattori psicologici quali
la paura o la preoccupazione della malattia.

Sistema linfatico

Milza, linfonodi e timo, centri principali del sistema linfatico, mostrano un elevato grado
di radiosensibilità. Nella milza dopo meno di un'ora da una irradiazione di media entità
si manifesta l'arresto delle mitosi, seguito rapidamente da un grave danneggiamento
dei linfociti. Un altro effetto delle radiazioni sulla milza è la diminuzione del suo
peso, tanto costante che questa variazione può essere considerata un sensibile indice
della dose a cui l'organo è stato esposto. Un danno ulteriore è rappresentato
dall'arresto della produzione dei globuli rossi e dei globuli bianchi del sangue, dovuta
alla completa atrofia degli elementi cellulari precursori. Se le lesioni da radiazioni sono
tali da provocare una sindrome emorragica, le emorragie intraspleniche sono cospicue.
I linfonodi e l'altro tessuto linfoide sono egualmente assai sensibili anche a basse dosi
di radiazioni, manifestando immediatamente una riduzione del loro volume. A
seconda della dose ricevuta essi possono ricuperare volume e funzione oppure
andare incontro a fenomeni regressivi, quali edema, emorragia e necrosi.
Anche il timo presenta un elevato grado di radiosensibilità. A questo riguardo va
ricordato che negli anni intorno al 1920 fu largamente praticata, specialmente nei
paesi anglosassoni, la radioterapia per la cura della ipertrofia timica nell'infanzia.
A distanza di tempo si è evidenziato, in questi pazienti trattati, un aumento
dell'incidenza della leucemia (oltre che del cancro tiroideo, per irradiazione di vicinanza).

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Apparato gastroenterico

L'epitelio della mucosa dell'apparato gastroenterico è assai radiosensibile, benché in


grado minore rispetto all'apparato emotopoietico ed alle gonadi. Anche in questo caso
il primo effetto delle radiazioni è la cessazione delle mitosi, seguita da
edema, degenerazione, e necrosi delle cellule mucosali. Queste alterazioni, assai
precoci, sono responsabili dei sintomi gastrointestinali della malattia da radiazioni: questi
si manifestano come anoressia, nausea, vomito e diarrea. Si hanno anche
alterazioni funzionali, quali la depressione della secrezione peptica ed acida dello
stomaco, aumentata produzione di muco da parte dell'inteestino tenue e del colon
ed alterato assorbimento intestinale. Un altro sintomo abbastanza comune è la
secchezza della bocca causata dalla ridotta secrezione salivare. All'aumentare della dose
di radiazione compaiono segni di flogosi intestinale e cellule di forma bizzarra
nella mucosa. La diarrea è inizialmente chiara, quindi mucoide e infine sanguinolenta.
Il vomito è un segno relativamente precoce e può avere importanza diagnostica.
La precocità del suo inizio e la sua intensità sono abitualmente il segno di una
irradiazione pesante e comportano una prognosi severa. D'altra parte il vomito può
avere anche importanza diagnostica per eliminare cause di ordine psicosomatico o
tentativi di simulazione. Infatti può essere controllato da farmaci antiemetici qualora
non sia di origine psicosomatica.

Pelle

La radiosensibilità della pelle è pressapoco dello stesso ordine di grandezza di


quella dell'apparato gastroenterico. L'effetto delle radiazioni sulla pelle si
manifesta abitualmente come arrossamento (eritema) e alterazioni delle appendici
cutanee (capelli ed unghie). Caduta dei capelli, ed in genere depilazione, può aversi
anche per esposizione a dosi piuttosto basse. Con dosi più alte, si può
avere depigmentazione, dermatite ed ulcerazioni. Il trattamento delle lesioni da radiazioni
è identico a quello delle lesioni da calore, previa accurata eventuale decontaminazione,
da farsi con l'uso di abbondante acqua e sapone. Le lesioni vengono deterse, medicate
e trattate con antibiotici.

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Occhio

La protezione degli occhi ha molta importanza per il personale esposto alle radiazioni.
La parte dell'occhio più radiosensibile è il cristallino, ove possono formarsi
opacità (cataratta) a seguito di esposizione a radiazioni ionizzanti. Il rischio
è particolarmente sentito per radiologi, tecnici di radiologia e soprattutto per coloro
che lavorano con apparecchiature di radioscopia, nella cui progettazione va appunto
tenuta in gran conto la protezione degli occhi. Cataratta da radiazioni è stata descritta
nei tecnici impiegati per la messa a punto del ciclotrone e nei giapponesi sopravvissuti
ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Il cristallino ha una struttura
istologica assai semplice, per cui l'unica lesione radiobiologica è la cataratta; per
azione delle radiazioni possono anche aversi, a carico dell'occhio, flogosi della
cornea, fotofobia, dolore ed iperemia congiuntivale.

Sistema nervoso centrale

Il sistema nervoso centrale è, nei mammiferi, il sistema biologico più radioresistente.


Il cervello è relativamente più sensibile del midollo spinale, tuttavia questa
radiosensibilità si manifesta solamente per esposizioni dell'ordine di migliaia di R.
Infatti alterazioni da radiazioni del sistema nervoso centrale si manifestano in
genere solamente per irradiazione localizzata, quale si verifica in radioterapia, piuttosto
che per esposizione del corpo intero. Il danno radiobiologico si manifesta soprattutto
come lesione permanente dei vasi sanguigni del cervello o del midollo,
risultandone ischemia cerebrale con le alterazioni correlate. Esposizioni dell'ordine
di parecchie migliaia di R possono anche distruggere cellule nervose
dell'encefalo, causando l'alterato funzionamento di centri nervosi vitali.

Altri organi

Altri organi, come il cuore, il rene, il fegato ed il pancreas sono assai resistenti
alle radiazioni. Dosi elevate possono provocare alterazioni, quali edema, emorragia,
infarto e necrosi.

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RADIOSENSIBILITA'

Come risulta dai paragrafi precedenti, gli organi possono essere divisi in tre
gruppi, piuttosto mal definiti: radiosensibili, radioresponsivi e radioresistenti.
Nella categoria degli organi radiosensibili entrano l'apparato ematopoietico, in particolare
il midollo osseo ed il tessuto linfatico, e gli organi dell'apparato riproduttivo; tra
i radioresponsivi entrano l'epitelio del tratto gastroenterico e la pelle. Tutti gli altri
organi rientrano nel gruppo dei radioresistenti.

Questa divisione in tre gruppi di risposta è piuttosto qualitativa che quantitativa;


d'altra parte non è ben chiaro a tutt'oggi su quali basi riposi questa differenza di risposta.
Un fenomeno ancora più difficile da comprendere è l'enorme variabilità da specie a
specie della sensibilità alle radiazioni e quindi della dose letale. Per fare un
esempio bisogna richiamare i concetti di LD50 e di MLD/30: il primo indica quella dose
(di radiazioni o di qualunque altro farmaco) capace di causare la morte del 50 %
dei soggetti della stessa specie; il secondo, usato per descrivere la mortalità da
radiazioni, indica la dose mediana per la quale il 50 % dei soggetti esposti muore
nel periodo di 30 giorni. Per avere un'idea delle variazioni da specie a specie si
può ricordare che la cavia ha una MLD/30 di 250 rems, il pipistrello ha una MLD/30
di 16.000 rems, il paramecio, una delle forme di vita più resistenti, ha una MLD/30
di 300.000 rems. Nell'uomo si calcola che il valore della MLD/30 sia di 400 ± 100
rems. Tutti gli altri organismi hanno valore di MLD/30 compresi tra quelli della cavia
e quello del paramecio.

Gli organismi unicellulari sono generalmente più radioresistenti di quelli pluricellulari.


I mammiferi sono più radiosensibili di uccelli, pesci e rettili; in questo comportamento
il fatto di essere organismi a sangue caldo riveste una certa importanza. Un'altro fattore
di estrema importanza è l'età, in quanto l'organismo o la cellula adulta sono assai
più resistenti dell'embrione e della cellula neoformata. Questo fatto è una delle basi
della terapia radiante dei tumori, in quanto il tumore, caratterizzato da crescita
incontrollata, è costituito in gran parte di cellule neoformate. Un altro elemento
importante è la vivacità di proliferazione cellulare, soprattutto di quelle
cellule indispensabili per il mantenimento della funzionalità dell'organo o dell'apparato.
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b questo il caso dell'apparato emopoietico, della mucosa del tubo gastroenterico,


di precursori delle cellule germinali, della pelle, ecc. Invece le cellule mature, quali
quelle della cartilagine, dell'osso, del muscolo, del sistema nervoso centrale,
sono relativamente insensibili alle radiazioni. Come già detto, l'aumento della
temperatura, della pressione e soprattutto del tenore di ossigeno aumentano
anche grandemente la radiosensibilità.

EFFETTI SOMATICI ACUTI DELLE RADIAZIONI

In caso di esposizione dell'intero corpo ad una irradiazione massiccia, in dose unica,


di breve durata (da pochi minuti a poche ore) ne risulta una sindrome
complessa, denominata sindrome (o malattia) acuta da radiazioni. Questa
rappresenta l'espressione clinica sia del danno subito dai vari organi ed apparati
che, insieme, del blocco riproduttivo delle cellule più radiosensibili. In base
all'esperienza raccolta dallo studio delle vittime dei bombardamenti atomici, delle vittime
di infortuni sul lavoro ed anche dei pazienti sottoposti a radioterapia, la sequenza di
eventi che segue all'esposizione dell'intero corpo ad una larga dose di radiazioni può
essere divisa, dal punto di vista clinico, in quattro stadii:

1. stadio iniziale: da 0 a 48 ore dopo l'esposizione;

2. stadio di latenza: da 48 ore a 2 o 3 settimane dalla esposizione;

3. stadio di acuzie: da 2-3 fino a 6-8 settimane dalla esposizione;

4. stadio di ricupero: da 6-8 settimane fino a parecchi mesi dalla esposizione.

I sintomi clinici dello stadio iniziale comprendono perdita dell'appetito (anoressia),


nausea, sudorazione, astenia. Nello stadio di latenza, che inizia circa due giorni
dopo l'esposizione, il quadro clinico sembra tornare normale e rimane tale per 2-
3 settimane. Nello stadio di acuzie compaiono febbre e fenomeni settici, perdita dei
capelli, emorragie, diarrea, sopore, disturbi della coscienza e del sensorio,
collasso cardiovascolare. La gravità di questi sintomi dipende dalla dose ricevuta.
Benché sia difficile codificare la risposta di un individuo ad una determinata dose, [...
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si può fornire una correlazione,] sia pure approssimata, tra i sintomi clinici e la dose
di irradiazione. Il primo sistema ad essere interessato dall'irradiazione è
l'apparato ematopoietico. All'aumentare della dose diventano predominanti i sintomi
a carico dell'apparato gastroenterico. Infine, se la dose diventa particolarmente elevata,
il danno inferto al più resistente sistema nervoso centrale è causa di morte immediata o
a brevissimo termine, benché l'esatto meccanismo di questa morte non sia a tutt'oggi
ben conosciuto. Il fatto che siano predominanti i sintomi gastrointestinali per dosi intorno
a 600 rads e quelli a carico del sistema nervoso centrale per dosi intorno a 3.000 rads
non significa, ovviamente, che non si abbiano, in questi individui, cospicui danni
anche dell'apparato ematopoietico. Solamente questi individui non
sopravvivono abbastanza per manifestare le conseguenze del danno ematologico. I dati
[di cui disponiamo] sono basati soprattutto su casi di esposizione alla irradiazione
esterna. Manifestazioni simili si possono anche avere per irradiazione interna,
dopo somministrazione di radionuclidi quali 1'oro-198 ed il fosfooro-32, in dosaggio
molto elevato. Tuttavia gli effetti dell'irradiazione interna ben raramente si manifestano
con i segni della sindrome acuta da radiazioni, caratterizzandosi piuttosto per quelli di
una irradiazione cronica a basso livello.

EFFETTI SOMATICI CRONICI

Gli effetti somatici cronici causati dall'esposizione alle radiazioni sono assai più difficili
da dimostrare con certezza. È solo dopo molti anni dalla scoperta dei raggi X e
della radioattività che si comprese come gli effetti somatici derivanti da
sovraesposizione alle radiazioni ionizzanti potessero rendersi evidenti dopo anni o
anche decenni. Questa scoperta ebbe origine dalla osservazione delle alterazioni
cutanee, apparendo chiaro che ustioni e dermatiti da raggi potevano evolvere verso
il tumore della pelle. L'ipotesi, così formata, della possibilità di effetti delle radiazioni
non acuti, ma cronici, e manifestati a distanza di tempo, ha trovato un largo appoggio
di dati sperimentali ottenuti dagli animali di laboratorio. Altri effetti cronici delle
radiazioni sono l'accorciamento della durata di vita e l'invecchiamento precoce,
l'aumento dell'incidenza della leucemia e di tumori, sia benigni che maligni.

Accorciamento della durata di vita. La sperimentazione sugli animali ha


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dimostrato chiaramente che l'irradiazione, sia in dose singola che ripetuta, porta ad
un accorciamento della vita media; tuttavia non vi è, per quanto riguarda l'uomo, una
sicura dimostrazione e definizione di questo fenomeno, sia per l'ovvia difficoltà di
ottenere dati di questo genere dall'uomo, sia per la difficoltà di extrapolare all'uomo
i risultati della sperimentazione animale. Inoltre va anche considerato che
l'aumentata incidenza di leucemia e tumori, negli individui irradiati, comporta
egualmente la riduzione della sopravvivenza. Al momento attuale si ritiene che si
possa affermare una generica riduzione della sopravvivenza nell'uomo irradiato, anche
se mancano dati per una stima quantitativa. Lo studio dei sopravvissuti ai
bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki non ha permesso finora
risultati conclusivi in questo senso. Ha suscitato peraltro molte discussioni una
indagine statistica secondo la quale i medici radiologi vivrebbero in media 5,2 anni in
meno dei colleghi non radiologi. Questa differenza sembra comunque ridursi negli
ultimi anni, con il miglioramento delle apparecchiature e dei provvedimenti di
ordine radioprotezionistico.

Invecchiamento precoce. La accelerazione dei processi fisiologici di invecchiamento


è stata correlata con sicurezza alla esposizione alle radiazioni. Questa infatti si
dimostra capace di provocare fibra si della pelle, del miocardio, degli organi linfoidi e
delle ghiandole endocrine, atrofia e difetti di sviluppo degli organi linfoidi, del
midollo osseo e delle gonadi, atrofia ed alterazioni della pigmentazione della pelle e
dei capelli, flogosi cronica polmonare. Tutti questi processi sono associati al
fenomeno della senescenza: l'argomento è però già in se stesso maldefinito e
controverso, per cui non si possono dare, a questo proposito, che indicazioni generiche.

Leucemia. Un dato sicuro è l'aumento dell'incidenza della leucemia nella


popolazione esposta alle radiazioni: sopravvissuti ai bombardamenti atomici,
radiologi, bambini trattati con Rx-terapia per ipertrofia timica ed adulti trattati con
Rx-terapia per artrosi vertebrale. Il rischio leucemogeno rappresenta una delle
principali motivazioni dei provvedimenti di ordine radioprotezionistico.

Cancerogenesi. Anche lo sviluppo di tumori maligni sembra rappresentare uno


dei principali e più sicuri effetti dell'esposizione alle radiazioni. L'insorgenza di neoplasie
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è stata infatti sicuramente dimostrata in lavoratori professionalmente esposti: tumori


della pelle nei pionieri della radiologia, tumori polmonari nei minatori delle miniere
di uranio, tumori del cavo orale negli utilizzatori di vernici fosforescenti ai sali di radio. [...]

EFFETTI GENETICI

Ogni individuo vivente si sviluppa a partire da un'unica cellula formata dalla fusione di
due cellule germinali provenienti dai due genitori. Ciascuna cellula contiene un
certo numero di strutture, a forma di filamenti, chiamate cromosomi, ciascuna delle
quali contiene a sua volta dei geni, i quali ultimi costituiscono il patrimonio
ereditario dell'individuo. Ciascun genitore contribuisce per metà al corredo
cromosomico della progenie. Da questo dipende la costanza dei caratteri ereditari familiari.
Occasionalmente, per cause varie, può succedere che un gene venga alterato: si ha
allora una mutazione cui consegue, nella prole, la variazione di quelle
caratteristiche ereditarie che sono controllate dal gene alterato. Le cause delle
mutazioni possono essere varie, stimoli termici, stimoli chimici, ed anche
radiazioni ionizzanti.
Alcune mutazioni sono benefiche. Si presume ad esempio che il processo di
evoluzione degli esseri viventi sia avvenuto ad opera di piccole mutazioni succedutesi
nel corso dei millenni. Altre mutazioni sono dannose, alcune addirittura letali:
si considerano di origine genetica buona parte di malformazioni congenite,
alterazioni mentali, ecc. Le mutazioni possono essere dominanti oppure recessive.
Le mutazioni dominanti si manifestano nella prima generazione, chiunque sia il
genitore portatore del gene alterato. Le mutazioni recessive si manifestano solamente
se entrambi i genitori sono portatori del gene alterato. Le mutazioni dominanti sono
assai più rare delle recessive, e la probabilità di passaggio di esse alla progenie è anche
più rara. La mutazione recessiva si trasmette, anche se latente, alle successive
generazioni, benché con probabilità sempre minore. Secondo le leggi della genetica,
se entrambi i genitori sono portatori della alterazione, esiste il 50 % di probabilità che ne
sia affetto il figlio, 25 % che ne sia affetto il nipote ed il 12,5 % che ne sia affetto
il pronipote. È chiaro comunque che ciascuno è portatore della sua parte di
mutazioni recessive ereditate dai suoi avi, e questa è una delle ragioni per cui si sconsiglia
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il matrimonio tra consanguinei, in quanto è ovvio che i consanguinei abbiano


maggior probabilità di essere portatori dello stesso gene recessivo, ciò che aumenta
la probabilità della sua manifestazione nella progenie.
Le radiazioni ionizzanti sono sicuramente capaci di indurre la comparsa di mutazioni,
come confermato da una larga mole di dati sperimentali ottenuti sugli animali. Su
questo argomento possono venire fissati con buona sicurezza i seguenti punti:

1. qualsiasi dose di radiazione può produrre mutazioni: non esiste un livello di


soglia inferiore;

2. il numero delle mutazioni è proporzionale alla dose ricevuta;

3. non esiste possibilità di ricupero del gene quando la mutazione è avvenuta;

4. a differenza del danno somatico, il danno al materiale genetico è cumulativo. A parità


di dose, l'esposizione protratta ad una irradiazione di bassa intensità produce lo
stesso danno genetico di una irradiazione breve di elevata intensità;

5. le radiazioni aumentano la frequenza ma non variano il substrato chimicofisico


delle mutazioni genetiche.

L'extrapolazione all'uomo di questi dati è assai difficile. Lo studio accurato dei superstiti
di Hiroshima e Nagasaki ha rivelato alla prima generazione assai poche alterazioni
riferibili a mutazioni, d'altra parte non distinguibili dalle mutazioni risalenti alla
eredità precedente. Per contro, solamente lo studio delle generazioni successive
potrà permettere dati definitivi.

A questo punto occorre dire qualcosa sulle unità di misura utilizzate in


radiologia e radioprotezione. Devo avvertire che le cose sono estremamente
complesse perché, negli anni, si è capito che occorreva misurare una
molteplicità imprevedibile di grandezze che riporto di seguito:

ATTIVITA’
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Le particelle (protoni e neutroni, essenzialmente) costituenti i nuclei degli


atomi sono tenute insieme da particolari forze (dette nucleari) e al loro stare unite
per formare un nucleo corrisponde una energia detta di legame. Per un nucleo, la
situazione di maggiore stabilità si ha in corrispondenza di una sua composizione con
un eguale numero di protoni e neutroni. Più si altera questo equilibrio (in natura, a
partire dall'elemento 84 della tavola periodica degli elementi;
artificialmente, "aggiungendo" particelle - neutroni o, indirettamente, protoni - al
nucleo), più il nucleo diventa instabile. Il nucleo tende allora a ritornare in situazione
di stabilità e, per farlo, emette energia, cioè radiazioni.

Le radiazioni che vengono emesse dal nucleo possono essere di tipi


differenti: alfa, quando dal nucleo vengono emessi gruppi di 4 particelle (due protoni +
due neutroni) legate insieme (si tratta di una radiazione che possiede quindi grande massa
e una carica positiva); beta quando dal nucleo (dopo complicati processi interni
di trasmutazione) vengono emessi degli elettroni (si tratta quindi di una radiazione
che possiede una piccola massa e una carica negativa); gamma quando dal nucleo
(per problemi di riaggiustamento energetico al suo interno) vengono emesse "particelle"
di pura energia chiamate fotoni gamma (si tratta di una radiazione priva di massa e priva
di carica). A parte occorre considerare la radiazione neutronica, che non è
propriamente l'emissione di neutroni da parte di un nucleo, ma di neutroni che
vengono liberati nei processi di fissione nucleare; quando un nucleo pesante viene
spezzato in due o più frammenti, alcuni neutroni appartenenti al nucleo iniziale
vengono espulsi (si tratta di una radiazione con una discreta massa e priva di carica;
occorre però sottolineare la sua estrema pericolosità in quanto tali neutroni
vengono facilmente catturati dai nuclei delle sostanze circostanti il luogo di
loro produzione, alterando il rapporto di stabilità neutroni-protoni in quei nuclei e
rendendo quindi radioattive molte di quelle sostanze - tra cui aria, acqua, terra...).

Ogni volta che un nucleo emette un corpuscolo alfa o una particella beta o
un fotone gamma si dice che ha subito una trasmutazione (o disintegrazione) nucleare.
Si definisce allora attività dì una data sostanza radioattiva (o sorgente) il numero
di trasmutazioni nucleari spontanee n che avvengono, nella quantità di sostanza
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considerata, nell'unità di tempo t

A = n/t

ATTIVITA’ SPECIFICA IN MASSA

Si tratta evidentemente dell'attività che presenta una unità di massa della


sostanza radioattiva considerata

ASM = A/m

ATTIVITA’ SPECIFICA IN VOLUME

Anche qui, si tratta dell'attività che presenta una unità di volume della
sostanza radioattiva considerata

ASV = A/V

ESPOSIZIONE

Gli effetti indotti sulla materia dalle radiazioni dipendono dalla facoltà che
queste hanno di ionizzare (direttamente o indirettamente) atomi del materiale che è
esposto ad esse. La facoltà di ionizzare che le radiazioni presentano è un importante
aspetto del loro carattere nocivo.

Nel corpo umano questa ionizzazione può portare al danneggiamento del Dna
e dell'Rna, e quindi del patrimonio genetico. Si possono cioè rompere alcuni legami
chimici che tengono insieme le catene molecolari con produzione di radicali liberi, e
ciò porta a un danneggiamento di cellule, e alla loro morte repentina o ritardata. Quindi
la quantità di ioni che vengono prodotti da una data radiazione è un indice importante
della pericolosità di una data radiazione. La grandezza "esposizione" descrive la
capacità della radiazione non corpuscolare di ionizzare l'aria (ci si riferisce quindi solo
a radiazione X o gamma ); è quindi la quantità di carica elettrica (q) che viene creata in
una unità di massa d'aria (m):
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X = q/m

C'è da notare che l'esposizione fornisce un indice della quantità di radiazione e


non della sua intensità; è quindi indipendente dal tempo, fornendoci solo la
quantità complessiva di ioni prodotti in una data massa d'aria, da una determinata
sorgente, in un tempo qualunque.

DOSE ASSORBITA

E’ l'energia che le radiazioni ionizzanti cedono all'unità di massa in un dato punto


del materiale irradiato. Si avrà quindi

D = E/m

Occorre notare che il concetto di dose assorbita può essere riferito a


qualsiasi radiazione ionizzante. Inoltre, poiché un ruolo importante nella definizione
di questo concetto lo assolve il materiale irradiato, a seconda della struttura di
quest'ultimo la dose assorbita sarà più o meno grande, a parità di attività della sorgente
(ad esempio l'aria assorbe meno dei tessuti molli del corpo umano che, a loro
volta, assorbono meno delle ossa; se poi ci si riferisce a un generico osso la dose
assorbita varia al variare del punto specifico che si prende in considerazione).

DOSE ASSORBITA INTEGRALE

Si tratta della quantità totale di energia che viene assorbita dal materiale irradiato
in una sua regione di massa m predeterminata (ad esempio, riferendoci ancora
all'osso precedentemente citato, ci si può chiedere qual è la dose
complessivamente assorbita da tutto l'osso, indipendentemente dal fatto che punto per
punto questa dose varia). Si ha allora a che fare con una dose moltiplicata per una massa

e = D.m

che ha, evidentemente, le dimensioni di una energia.


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EQUIVALENTE DI DOSE EFFICACE

Abbiamo visto che la dose assorbita è diversa per sostanze diverse, a parità
di sorgente. Ma anche il variare il tipo di radiazione della sorgente dovrà avere
un'influenza sulla dose assorbita. Questo fatto è particolarmente importante ai
fini radioprotezionistici, e proprio per questo motivo è stata introdotta la
grandezza "equivalente di dose efficace" come misura degli effetti biologici che una
data radiazione può provocare. Poiché gli effetti biologici che vengono provocati
dalle radiazioni ionizzanti possono avere caratteristiche molto differenti anche a parità
di dose fisica, cominciamo con l'introdurre il concetto di "Efficacia
biologica relativa" (Ebr).

L'Ebr è stata introdotta al fine di render conto della diversità degli effetti (in sostanze
o sistemi biologici) prodotti da differenti tipi di radiazione, anche a parità di dose
assorbita. L'Ebr è definita come il rapporto tra una dose determinata di radiazione X
o gamma (scelta come valore di riferimento) e la dose della radiazione ionizzante in
esame, in grado di produrre lo stesso effetto biologico. Ora, poiché l'Ebr delle
diverse radiazioni dipende solamente dal numero di ionizzazioni prodotte, è evidente
che una data radiazione dotata di carica produrrà un'Ebr più grande di una radiazione X
o gamma. E, tra le radiazioni dotate di carica, quelle che ne possiedono di più
produrranno più ionizzazioni (così l'Ebr dei raggi X o gamma vale 1; quella delle
radiazioni beta vale 1,7; quella delle radiazioni alfa vale 20).

Oltre al tipo di radiazione che colpisce un determinato organismo, molti altri


fattori influenzano l'effetto biologico di quella data radiazione (ad esempio: il contenuto
di ossigeno in un dato tessuto, la temperatura di un dato tessuto, l'età, il sesso, il volume
di tessuto irradiato, il frazionamento o la protrazione nella somministrazione della
dose...). L'Ebr risulta quindi un concetto limitato, soprattutto perché non è espresso da
un valore costante sempre valido. Si è pensato allora di introdurre una grandezza, il
"fattore di qualità" (Q), che assegna valori ben precisi ai differenti tipi di radiazione
(il fattore Q vale 1 per radiazioni X, beta o gamma di qualunque energia; passa dal valore
2 al valore 11 - e non linearmente - per radiazioni neutroniche di differenti energie; vale
20 per radiazioni alfa). Per tener conto di tutto ciò che si diceva sopra, si è introdotto
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un nuovo fattore(N), che è dato dal prodotto di svariati fattori correttivi che
tengono soprattutto conto della distribuzione spaziale e temporale della dose
assorbita (attualmente a N viene assegnato il valore 1 per irradiazione
proveniente dall'esterno del corpo).

Arriviamo così alla definizione di "equivalente di dose efficace". Essa è data


dal prodotto della dose assorbita, per il fattore di qualità, per il numero N

H = D.Q.N.

(in passato H era invece definita come il prodotto tra D ed Ebr

H = D.Ebr

ma per i motivi sopra esposti questa definizione è stata abbandonata).

Una cosa importante di cui si deve tener conto è la seguente: mentre le dosi in gray
di radiazioni non si possono sommare ai fini dei danni biologici, le dosi in sievert
(vedi oltre) sono additive.

INTENSITA’ DI DOSE DI ESPOSIZIONE

Concetto importante, che ci dice quanta esposizione c'è stata nell'unità di tempo.

INTENSITA’ DI DOSE ASSORBITA

Si tratta della dose che viene assorbita nell'unità di tempo.

INTENSITA’ ASSORBITA INTEGRALE

È la dose assorbita integrale nell'unità di tempo.

INTENSITA’ DI DOSE (BIOLOGICA) EFFICACE

È l'equivalente di dose per unità di tempo.


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KERMA

II termine "kerma" è un acrostico che in lingua inglese sta ad indicare l'energia


cinetica ceduta (dalla radiazione) per unità di massa (del materiale irradiato). È quindi
un rapporto tra una energia (Etr) e una massa m, dove Etr rappresenta la somma
delle energie cinetiche iniziali di tutte le particelle cariche originate dalle
particelle indirettamente ionizzanti, e di tutte le altre energie dei vari processi secondari
che vengono originati in un dato elemento di volume di uno specificato materiale; m è
la massa di quel dato elemento di volume

K = Etr/m

È utile notare che è possibile dare il valore del kerma (o dell'intensità di kerma,
vedi prossima definizione) in un dato materiale posto all'interno di un altro materiale
di natura differente. Il valore ottenuto è lo stesso che si avrebbe avuto se una
piccola quantità del materiale dato fosse posta nel punto d'interesse (è quindi possibile
fare affermazioni del tipo: il kerma relativo all'aria nel punto P - che potrebbe essere
un piccolo osso - all'interno del corpo umano).

INTENSITA’ DI KERMA

Si tratta del kerma che viene ceduto nell'unità di tempo.

RELAZIONE TRA DOSE ASSORBITA E KERMA

Dalla tabella 3 si può facilmente vedere che la dose D assorbita e il kerma K hanno
le stesse unità di misura e dimensioni e quasi la stessa definizione. Quale differenza
esiste tra le due grandezze? Abbiamo già visto che è stato necessario introdurre la
dose assorbita (1953) in aggiunta all'esposizione, perché gli effetti biologici delle
radiazioni non dipendono tanto dalla ionizzazione delle molecole delle cellule dei
tessuti viventi quanto dall'energia che queste radiazioni forniscono a una data massa, in
una certa porzione di volume del materiale irradiato. Vediamone il significato con
un esempio.
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Supponiamo di avere una massa m in un dato volume V e supponiamo che nel punto
P interno a V si sia misurata la dose D (figura 1). Supponiamo ora che tre
radiazioni ionizzanti (corpuscolari o no) abbiano creato tre elettroni secondari nei
punti segnati con asterisco. Ebbene, è solo l'energia persa da questi elettroni nel
tragitto effettuato dentro V a contribuire a determinare D.

Consideriamo ora la stessa situazione precedente (una massa m in un dato volume V


e tre radiazioni ionizzanti che abbiano prodotto tre elettroni secondari nei punti segnati
con asterisco - figure la, 2b e 2c). Nel caso di figura la (elettroni che vengono prodotti
ed esauriscono il loro percorso all'interno della massa m) l'energia ceduta dalla
radiazione coincide con quella depositata nel mezzo, e quindi dose assorbita e kerma
hanno lo stesso valore. Nel caso di figura 2b (elettroni che dissipano parte della loro
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energia all'interno della massa m - dove sono stati creati - e parte all'esterno)
l'energia ceduta dalla radiazione non coincide più con quella depositata nel mezzo; essa
è maggiore di quella depositata nel mezzo. In questo caso allora il kerma è maggiore
della dose assorbita. Nel caso infine di figura 2c, l'energia ceduta dalla radiazione è
minore di quella depositata nel mezzo, con la conseguenza che il kerma è minore della
dose assorbita.

Più in generale si dovranno considerare situazioni intermedie, analoghe a quelle


di figura 1. In questo caso: il kerma coinciderà con la dose assorbita se l'energia
dissipata dagli elettroni di tipo 1 all'interno del volume considerato è
compensata dall'energia trasportata dagli elettroni di tipo 3 fuori di esso (situazione che
si usa indicare come di equilibrio delle particelle cariche). Il kerma sarà
invece rispettivamente maggiore o minore della dose assorbita, se prevale la
situazione degli elettroni 3 o quella degli elettroni.

CONSIDERAZIONI SULLE VARIE GRANDEZZE INTRODOTTE

La gran parte delle grandezze che abbiamo definito sono state introdotte da
un organismo internazionale e sovranazionale, l'Icrp (International commission
on radiological protection) e, per la parte relativa alle unità di misura, dall'Icru (già citato).

L'Icrp si riunisce periodicamente: per definire nuove grandezze, per eliminarne


altre, per modificarne qualcuna e, soprattutto, per fissare le dosi massime ammissibili per
i lavoratori del settore nucleare, le dosi limite per la popolazione, le
concentrazioni massime ammissibili ecc.

I rapporti periodici di questi due organi sono talmente autorevoli che, pur non
avendo forza di legge, vengono sempre recepiti dalle legislazioni dei vari paesi, tra
cui l'Italia.

In questi ultimi anni l'Icrp ha avuto un superlavoro; a parte i vari limiti di dose,
di concentrazione ecc., che più volte si sono dovuti abbassare (non mi occuperò qui
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di questa rilevante questione), si è resa sempre più urgente l'introduzione di nuove e


più "affidabili" grandezze di tipo radiologico. E di queste nuove grandezze l'Icrp ne
ha introdotte moltissime: oltre a quelle qui definite ve ne sono decine di altre.
Ciò nonostante la situazione resta del tutto insoddisfacente, secondo l'opinione di quasi
tutti i tecnici di origine non sospetta (ad esempio C. Polvani, M. Pelliccioni, R.F.
Laitano... solo per quanto riguarda l'Italia).

UNITA' DI MISURA

Ognuna delle grandezze che ho elencato ha la sua unità di misura. Non è qui il caso
di aprire una discussione su tali unità perché richiederebbe un intero trattatello. Mi limito
a definire le unità incontrate e quella che attualmente usiamo per rendere conto dei
danni biologici da radiazione.

Nelle cose scritte abbiamo incontrato le unità roentgen, rem e rad. Vediamo di cosa
si tratta attraverso il testo di Medicina Nucleare citato:

Il roentgen. Il roentgen (R) è quella quantità di radiazione di raggi X o gamma tale


che l'emissione corpuscolare associata per 0,001293 grammi d'aria produce, in aria, ioni
di carica pari a una unità elettrostatica di ambedue i segni (1 u.e.s. = 0,33 X 10-9 C).
Vi sono due concetti che devono essere sottolineati nella definizione del roetgen.
Il roentgen è la misura della quantità di radiazione, non dell'intensità. È una misura
della dose totale e non tiene conto del tempo di esposizione; inoltre è una unità che
riguarda solamente i raggi X ed i raggi gamma.

Il rad (Radiation Absorbed Dose: unità di dose assorbita). Il rad è la misura


della quantità di energia liberata nella materia dalla radiazione ionizzante, per unità
di massa del materiale irradiato. Un rad è uguale a 100 erg di energia assorbita per
grammo di materia assorbente. Due concetti devono essere sottolineati in
questa definizione. Primo, il rad vale per qualsiasi radiazione ionizzante, e si distingue
dal Roentgen, che si applica solamente ai raggi X o gamma. Secondo, il rad è una misura
di energia assorbita dalla materia e non si riferisce alla quantità o alla intensità del campo
di radiazione.
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L'EBR (Efficacia Biologica Relativa). L'EBR è una grandezza introdotta per indicare
che diversi tipi di radiazione producono effetti diversi nei materiali o sistemi biologici,
a parità di dose assorbita. Più specificatamente, è il rapporto fra una dose assorbita di
raggi X o gamma e la dose assorbita da un'altra radiazione capace di produrre lo
stesso effetto biologico. In formula si ha:

EBR = [dose in rad per produrre un certo effetto con radiazioni X o gamma]/[dose in
rad della radiazione in esame che produce lo stesso effetto]

L'efficacia biologica relativa delle diverse radiazioni ionizzanti dipende solamente


dal numero di ionizzazioni prodotte, valore comunemente indicato come
trasferimento lineare di energia (LET). Poiché il LET è una funzione della carica e
della velocità della particella ionizzante, è chiaro che una certa quantità di radiazione
alfa produce un effetto biologico molto maggiore di una eguale quantità di radiazione X
o gamma.

Il rem (dose equivalente). Il rem è l'unità di dose biologica all'uomo quale


risulta dall'esposizione a qualsiasi radiazione. È uguale alla dose assorbita in
rad moltiplicata per l'efficacia biologica relativa del particolare tipo di radiazione
assorbita. In formula si ha:

dose in rem = dose in rad x EBR

Il valore della dose in rem per radiazione X, gamma e beta corrisponde numericamente
al valore della dose in rad per il fatto che queste radiazioni hanno un EBR uguale a 1.

Si deve sottolineare la differenza tra le unità di misura della radiazione. Il roentgen è


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l'unità di esposizione; il rad è l'unità di dose assorbita ed il rem è l'unità di dose


equivalente (dal punto di vista dell'effetto biologico). Tutte e tre le unità sono usate
in medicina nucleare, naturalmente con applicazioni diverse. Il roentgen, o
più comunemente il suo sottomultiplo, milliroentgen (mR), per misure nell'ambiente
di esposizione; il rad per misure di dose assorbita dal corpo intero o da un organo a
seguito della somministrazione di un radiofarmaco; il rem per misure di dose
equivalente del personale sottoposto a controllo dosimetrico.

Resta ancora da definire l'unità attualmente in uso e che sentiamo nominare spesso,
il sievert (Sv). Questa unità misura, come il rem, la dose equivalente. Serve quindi solo
dire a quanti rem corrisponde un sievert:

1 Sv = 100 rem.

Da ultimo riporto una tabella tratta da l'Espresso del 7 aprile 2011 in cui sono riportati
gli effetti sull'uomo di diverse dosi di radiazioni di differente provenienza:

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