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Mercoledì 16-01-08

Il problema della distraibilità delle lamentatici.

Per distraibilità si intende la tendenza che hanno le lamentatici a distrarsi nel corso del
pianto, ad un pianto addolorato, accorato possono seguire dei momenti di distrazione,
quasi a volte di allegria, dei salti quindi di stato d’animo bruschi che portano De
Martino a parlare di distraibilità notate questo fenomeno ricorrente nei vari lamenti
funebri.

Per cogliere in modo concreto questo aspetto vi propongo di trattare mano, mano
alcuni casi specifici, alcuni casi concreti di lamento funebre in cui rinveniamo questo
fenomeno

E principalmente lo rinveniamo nel lamento funebre romeno così detto “vocet” che ha
diverse denominazioni locali come lamento funebre; si tratta di un lamento funebre di
un certo “Lazzaro Boia” al quale De Martino dedica un intero capitolo.

Si tratta di un lamento funebre quali alcuni etnografi locali romeni assistono nel
dicembre del 1950, più o meno quando De Martino inizia le sue ricerche sul
mezzogiorno italiano in un villaggio in Transilvania.

Lazzaro era un pastore e De Martino si basa per analizzare questo lamento su una
documentazione raccolta dall’archivio dell’istituto di Folklori di Bucarest che aveva
raccolto varie schede, ricerche sui canti popolari locali in Romania e tra questi De
Martino trova delle schede di osservazione compilate da una squadra di etnografi che
compilano queste schede con descrizioni approfondite sul lamento funebre,
soprattutto quello del dicembre del 1950 che è molto documentato a cui hanno
abbinato, registrazioni musicali e canti funebri e anche un’estesa parte fotografica

Nell’atlante figurato di Ernesto De Martino troviamo appunto alcune fotografie


appartenenti a questo lamento funebre. De Martino non compie un’analisi diretta sul
campo ma la studia tramite queste documentazioni; nel 1955 va in Romania a
studiare sul campo un lamento funebre in azione nella zona in cui era morto Lazzaro
Boia, questo pastore di cui gli etnografi rumeni avevano raccolto la documentazione.
Nelle documentazioni è ripercorso l’arco operativo del lamento funebre, dal decesso
fino all’inumazione, con una minuziosità della documentazione veramente unica,
questa documentazione permette di analizzare le varie fasi del lamento che De
Martino chiama epoche rituali.

Il lamento funebre si articola in tre giornate, dalla veglia al banchetto fino poi all’
inumazione.
Durante il lamento De Martino nota molte somiglianze con il lamento lucano e i
lamenti euro-mediterranee.

- Ad esempio l’incidenza della coralità del canto.

Un intreccio di voci tra le varie lamentatici, tra loro i canti sono indipendenti uno con
l’altro, De Martino dice che le voci si coprono l’una con l’altra rendendo difficile la
comprensione delle parole del canto anche se alla fine del canto le lamentatrici
cantano all’unisono in chiusura.
E’ presente la coralità che dimostra essere un elemento strutturale nella
fenomenologia del pianto.
- Un secondo aspetto importante, è la presenza di moduli letterari.

Moduli che sono dei temi ai quali le lamentatici ricorrono cantando queste espressioni
letterarie con lo stesso modulo melodico (la stessa cantilena), abbiamo ad esempio il
modulo “pecorario mio” esaltazione qui delle gesta del morto, e abbiamo visto questo
fenomeno ricorrente anche nella zona della Lucania.

Vediamo anche un altro modulo letterario diffuso particolarmente nelle lamentazioni


russe, il tema della bara del defunto come nuova dimora del morto come una misera
casa senza porte ne finestre, come a sancire la impossibilità del morto di risiedere
ancora tra i vivi poiché quella nuova dimora del pastore è inabitabile. Questi temi
ricorrono, questa incidenza corale è una parte, la presenza di moduli letterari
attraverso i quali ci si rappresenta e si rappresenta il morto e il dolore in dei moduli
comuni, stereotipati, convenzionali.

Altro modulo letterario è quello della trave della casa.


Il morto, in particolare il padre di famiglia, quindi il marito per la vedova, è
rappresentato nei termini simbolici dalla trave della casa.
Anche in questo rituale del lamento funebre rumeno, registrato nel 1950, vediamo un’
immagine molto simile. All’inizio della terza giornata del lamento funebre notiamo che
viene attaccato sul trave della casa del morto (la trave della famiglia) una candela
funebre a forma di croce.
Come a dire la morte del padre di famiglia lavoratore equivale (viene sancita da
questa lume) alla morte della trave della casa. In questo modo rituale si simboleggia la
morte del pastore, presentandola in questi termini comuni della trave.

Esiste anche un’ immagine importante molto più rilevante che è quella del tronco
sradicato, il pastore viene rappresentato nella forma di un tronco di abete sradicato.
Viene tagliato da un parente la sera della gia notturna del funerale un abete giovane
che viene poi l’indomani all’alba portato in processione come se fosse il corpo del
defunto stesso e poi arrivando al cimitero, al momento dell’inumazione vediamo che il
tronco viene deposto sopra la bara, quindi sopra il corpo seppellito dove viene
mantenuto in superficie legato alla croce della tomba, come a dire che esso rimane
sradicato. Questa è la rappresentazione del morto come albero sradicato.

Questi sono i moduli comuni attraverso i quali si rappresenta il morto, che non è più
quel morto specifico con il suo dramma o la sua storia ma è un morto comune. Una
morte quasi anonima nel senso che viene rappresentata in una forma stereotipata (in
questo caso del tronco sradicato.

Arriviamo ora al problema centrale di questo capitolo che è quello della distraibilità.
Noi osserviamo (De Martino osserva) un fenomeno di distraibilità, cioè dei bruschi
cambi di umore delle varie lamentatici portatrici del cordoglio. Per cui da uno stato
emotivo addolorato nel patire il dolore, lirico nel pianto, si passa bruscamente in
determinati momenti del lamento funebre ad una atmosfera del tutto opposta a quella
del cordoglio, una atmosfera festiva, scherzosa, ludica, addirittura conviviale.

Questo è un esempio di quello che si dice cambiamento brusco dell’ umore delle
lamentatici.
Si passa da uno stato d’animo all’altro in modo brusco, ci sono dei cambiamenti di
umore che vengono regolati da eventi naturali, ad esempio si dice che dopo il
tramonto non è lecito lamentarsi ed è così che una delle lamentatici interrompe
bruscamente il lamento al calar del sole.
Non solo interrompe il lamento in modo brusco al tramonto, ma costringe la figlia a
interrompere anche lei il lamento facendo presente questa regola rituale. Quindi da un
momento straziante di pianto si passa ad un momento di quiete imposta da una regola
rituale.
Questo è un altro esempio di passaggio e di distrazione dal pianto, notiamo anche che
la mattina all’ alba il pianto riprenderà in modo altrettanto addolorato, lo strazio del
lutto continuerà dopo questa pausa notturna in cui troviamo un’atmosfera del tutto
opposta a quella del cordoglio, un’atmosfera ludica in cui la portatrice del lutto e i
condolenti come li chiama De Martino ad una situazione in cui non solo non si piange
più, ma si gioca in modo molto scherzoso con dei giochi addirittura lascivi in cui
vediamo una tensione in alcuni casi addirittura erotica elevarsi, sono dei giochi che
hanno come funzione quella di rallegrare, e di portare ad una spensieratezza il gruppo
dei condolenti.

Un altro fenomeno che si può riscontrare nel lamento funebre rumeno del 1950, si può
vedere quando una lamentatrice interrompe il pianto bruscamente per guardare e
tastare la stoffa di un vestito di uno degli etnografi che accanto alle lamentatici stava
prendendo degli appunti sul pianto.
Si interrompe e comincia a palpare la stoffa e nota che questa stoffa è di ottima
qualità, questo momento di distrazione brusca è un fenomeno sicuramente non
irrilevante che bisogna spiegare in qualche modo.

È particolare questo fatto che la lamentatrice si reinserisce nell’orbita del pianto


passando dallo stupore per la qualità della stoffa del vestito dell’ etnografo a un
sospiro rituale per esprimere la sciagura del lutto in quanto questo avrebbe portato la
famiglia alla povertà quindi si passa dallo stupore per la ricchezza nel vestire, allo
strazio del lutto che avrebbe condotto alla povertà, in questo senso la distrazione che
si ha chiara e netta del lamento viene recuperata in qualche modo nell’ orbita del
pianto.

E il pianto riprende, ma l’interruzione e la distrazione è chiarissima.


Distrazione che va analizzata in analogia alle altre, quindi a queste atmosfere ludiche
e scherzose che si oppongono del tutto alla condizione emotiva del lamento, o anche
ad altri fenomeni quali l’interruzione brusca dovuta a dei divieti rituali per cui dopo il
tramonto non ci si lamenta più, ma all’alba si riprende questa interruzione.

Un altro esempio molto simile all’ultimo che ho descritto questa volta riferito ad un
altra delle lamentatici, una donna anziana che seguiva il corteo del defunto, corteo
che stava portando la bara di Lazzaro nel cimitero.
Questa donna anziana non riesce a stare al passo, a seguire il corteo, a questo punto
un’altra di quelle donne che accompagnavano il corteo consiglia alla donna anziana di
rinunciare e quindi di fermarsi.

Ora la cosa particolare della donna anziana che si stava lamentando con tutto l’impeto
dovuto al lamento, al pianto luttuoso, riesce a sentire la donna che gli consiglia di
fermarsi, quindi c’è una distrazione, una percezione dell’ ambiente circostante e nel
mezzo del lamento funebre risponde che in realtà vuole andare con il corteo per
accompagnare il morto, ma la cosa particolare anche è che questo “no, voglio
andarci” viene cantato dalla lamentatrice anziana con il modulo melodico del lamento
funebre (della cantilena).

Quindi anche qui abbiamo una distrazione della lamentatrice che riesce a percepire
l’ambiente circostante, in questo caso la donna che la esorta a fermarsi perché è
affaticata, vediamo anche questa distrazione come viene poi recuperata, si distrae
dalla situazione del dolore luttuoso, riesce a rispondere a una questione pratica cioè la
fatica di camminare da parte di una donna anziana e affaticata, e questo fatto pratico
di vita quotidiana (l’affaticamento del corpo a camminare), viene recuperato nell’ottica
simbolica e rituale del lamento la dove la risposta è “no voglio andarci” quindi questa
considerazione di carattere pratico viene formulata in modo rituale nell’ottica del
canto funebre, poiché questa risposta, il “no, voglio andarci” viene cantato secondo la
cantilena, il modulo melodico del canto funebre, e anche qui è un esempio simile.

Vediamo in altri casi e questo è l’ultimo esempio che traggo da questo caso rumeno,
vediamo la suocera del defunto eseguire il lamento e quindi recitare e piangere il
morto, ma allo stesso tempo e contemporaneamente (questo pianto avviene nella
dimora del defunto), mentre piange il defunto sbriga delle faccende di casa. Quindi
piange e sale in soffitta, scende le scale, si muove nel cortile, si occupa delle questioni
pratiche della casa ma non interrompe il pianto, quindi si distrae.

In questo caso non abbiamo una interruzione ma una vera e propria sovrapposizione
di queste due personalità quella del pianto straziato e quella invece concreta e vigile
della donna di casa che è affaccendata nelle questioni pratiche e addirittura si
allontana dalla stanza dove è deposto il cadavere continuando a cantare, quindi anche
l’allontanamento dalla stanza in cu si trova il corpo del defunto non porta ad una
interruzione del canto.

Questo è un altro esempio molto illustrativo.


Prima di passare alle spiegazioni, vorrei fare altri due o tre esempi molto più brevi, di
questo caso del lamento del vocet rumeno è molto interessante perché descrive in
più occasioni questo fenomeno della distraibilità che però si può riscontrare anche in
altre situazioni.
Ad esempio De Martino lo aveva notato a Ferrandina una località della Lucania nel
corso degli anni “50 e questa particolarità del lamento funebre non è osservata
direttamente dal De Martino ma gli è riferita da un’informatrice che racconta al De
Martino questa particolarità del lamento funebre.

Si dice che durante un lamento funebre con una lamentatrice in piena azione dei
bambini cominciano a giocare con i pesi di una bilancia che sta vicino alla
lamentatrice, questa nel pieno del pianto si distrae e presta attenzione ai bambini con
la distrazione e quindi riesce ad ammonirli, sgrida questi ragazzi nel mezzo del pianto
rituale e lo fa anche qui reinserendo questa presa di coscienza, nell’orbita onirica di
delirio del canto funebre e lo fa ammonendo questi ragazzi con la metrica del pianto
(la cantilena) ed è così che trae ritornelli e motivi che con l’intercalare del ritornello
emotivo “babbo mio” la lamentatrice ammonisce i bambini dicendo: “attenti ai pesi,
che poi perdiamo i pesi con la bilancia, babbo mio” e chiude con l’intercalare, col
ritornello emotivo del canto e quindi riprende il lamento funebre “quando eri malato
babbo mio mi chiamasti vicino a te e al tuo letto”.

Questa distrazione momentanea che poi viene ripreso nel canto funebre, ma c’è una
interruzione, una presa di coscienza dell’ ambiente circostante nel mezzo del delirio
del pianto luttuoso.

Stessa situazione ed è interessante per capire che non è una caratteristica, troviamo
un fenomeno simile a Beirut in un canto funebre registrato intorno alla metà del 1900,
vediamo delle lamentatici in Libano ed evidentemente questo è un materiale di
seconda mano a cui deve attingere De Martino, delle lamentatici che interrompono,
che sospendono improvvisamente la lamentazione alla vista di conoscenti che
venivano per condogliarsi, quindi vedendo i familiari gli amici arrivare interrompevano
il pianto funebre con dei sorrisi, con dei saluti, e quindi appunto salutano ridendo,
sorridendo, a volte poi anche discutendo per poi riprendere a lamentarsi.
Questo è un altro esempio chiaro di brusco cambio di umore, se possiamo chiamarlo
così.
Un ultimissimo esempio, nel Cairo all’inizio del “900 viene registrato un caso identico
di una lamentatrice di cui De Martino parla nel terzo capitolo, dove De Martino apre un
paragrafo su una lamentazione al Cairo, è una lamentazione ampiamente
documentata per questo.

De Martino apre un paragrafo più esteso, ed è in questo caso che addirittura la


lamentatrice principale, portatrice del cordoglio arrivata ad un certo punto interrompe
bruscamente il pianto e fa girare delle sigarette e del caffè tra le condolenti e le
lamentatici interrompendo così la prestazione corale dal pianto. Ecco un altro caso di
distrazione poiché anche le altre lamentatici si interrompono e cominciano a bere
caffè e a rilassarsi fumando sigarette, vediamo queste distrazioni e queste
interruzioni.

Ma questo fenomeno, come spiegarcelo? Quale spiegazione dare a questo caso della
distraibilità?

Se qualcuno di voi ha avuto già occasione di studiare nel campo dell’antropologia o


dell’etnologia ed ha avuto occasione di trovare casi simili, ma una ipotesi che ricorre,
una considerazione di carattere morale, sarebbe meglio dire, è quella della ipocrisia.

Ci troviamo di fronte ad una vera e propria ipocrisia delle lamentatici, una


superficialità del comportamento, un’ipocrisia nel senso che si può dire che queste
lamentatici non capiscono un dolore propriamente sentito, tanto da potersi distrarre
così facilmente.

Per il passaggio di un conoscente e si interrompono, sorridono, c’è l’etnografo accanto


e comincia a notare la qualità della stoffa della camicia.

Ma chi è veramente sconvolto dallo strazio di un lutto, può interrompere il dolore in


modo così brusco, così a comando, si può distrarre in modo così superficiale?
È un’ipocrisia?

Questa è una valutazione che si può fare dal punto di vista morale, dal punto di vista
storico-religioso abbiamo una tutt’altra visione delle cose, ed è quella che ci interessa
qui.

Procediamo per tappe, la spiegazione non è lunga ma è articolata; siamo di fronte ad


un fenomeno di schizofrenia dato che si passa da uno stato d’animo all’altro.
La descrizione di schizofrenia qui non è impropria, dato che De Martino adopera il
bagaglio e il lessico scientifico della psicopatologia.

Questi cambi di umore così bruschi, questi salti da uno stato psichico opposto all’altro,
da uno stato vigile, cosciente a uno stato onirico, sognante, da uno stato tragico ad
uno stato ludico, è uno stato di schizofrenia rituale ovviamente e non patologica.
Questa schizofrenia porta De Martino a parlare di una dualità della presenza rituale,
una dualità nella presenza, un concetto che viene più volte adoperato.
Abbiamo più volte notato l’importanza di questa tesi della crisi della presenza, che De
Martino si porta appresso già dai primi anni “40, ecco qui lui parla di questa crisi della
presenza, parlando di una dualità nella presenza, che potrebbe spiegare il fenomeno
della distraibilità delle lamentatici.
Va notato come nella crisi del lamento, quindi in questa crisi delirante, in questo furore
alienante dello strazio del lutto, si conserva evidentemente, e resta operativa, un lato
della presenza che rimane vigile, cioè un lato della presenza intesa anche come
esserci nel mondo che rimane vigile, il delirio, il furore, l’alienazione, ma rimane un
lato della presenza non alienata, non furente, ma vigile, attenta, tanto da poter notare
la stoffa della camicia, tanto da poter notare dei bambini che stanno arrivando e che
stanno manomettendo la bilancia.

Una presenza vigile che presta attenzione all’ambiente circostante, che non porta ad
un crollo interno, ad un crollo esistenziale di una perdita di se, ma una coscienza vigile
sul mondo.
Rimane quindi in qualche modo intatta, una presenza vigile che mantiene un rapporto
con l’ambiente, capace di percezioni, capace di un rapporto con la realtà circostante,
capace di una attenzione nei confronti delle normali occupazioni della vita quotidiana,
e del mondo profano.

Quindi non è una perdita, per la sfera sacra, c’è anche un po’ di attenzione per la sfera
profana, se uno vuole usare queste categorie di pensiero, e in questo senso proprio
perché si può parlare di un attenzione nei confronti delle normali occupazioni, De
Martino propone l’espressione di “presenza normale” nel senso che è una presenza
dedita a fatti normali, una presenza vigile o di veglia, per dire questo particolare lato
della presenza.

Questa presenza normale rimane assopita nella crisi delirante del lamento ma sveglia,
rimane autonoma e in questo senso rimane egemonica.

Presenza egemonica, è un concetto importante, egemonica nel senso che rimane


sempre operativa, rimane autoritaria nello svolgimento delle crisi più sfrenate, più
deliranti del lamento, rimane autoritaria, rimane operativa.

C’è un lato autoritario della presenza che rimane in grado di assolvere una funzione di
controllo, una funzione di guida, una funzione di regia, tante volte usa questa
iscrizione nell’intero arco della crisi.

Si parla di presenza egemonica nel rito per dire appunto che durante la crisi la
lamentatrice delirante, sognante, rimane sempre in grado di vigilare, quindi di
interrompere, di riprendere le prestazioni del lamento del pianto, di consentirne lo
svolgimento, o di sospenderlo se è il caso, a comando in maniera egemonica ed
autoritaria.

De Martino elabora questo concetto della dualità della presenza per spiegare il
fenomeno veramente particolare della distraibilità delle lamentatici.
Questa è in grado di risvegliare la presenza da un stato onirico, delirante, malato,
critico e stravolto della lamentatrice, è in grado di padroneggiare la crisi.

Se quindi di ipocrisia per concludere si può parlare, questa è un’ipocrisia tecnica cioè
funzionale ad una risoluzione della crisi della presenza, non una ipocrisia che si può
intendere con una valutazione di carattere morale.

Bisogna vederne la funzionalità rituale e ad esempio questa ipocrisia tecnica consente


con queste brusche interruzioni un dosaggio del pianto. Un dosaggio nel pianto, nel
senso che questo viene somministrato a piccole dosi, consentendo degli intervalli di
riposo alle lamentatici.
De Martino li chiama dei turni di lavoro che vengono regolati in questo modo.
Consente di distribuire nel tempo a più riprese il lavoro del cordoglio, perché altrimenti
la presenza rischierebbe di perdersi se esposta nel tempo eccessivamente prolungato
in questo strazio.

Quindi questa distraibilità è funzionale del meccanismo rituale che consente un


dosaggio del pianto, in questo senso è una protezione rituale della presenza, cioè
consente di instaurare un regime protetto di esistenza per cui arrivato il pericolo
esistenziale di perdita, insieme allo strazio, c’è una presenza vigile egemonica che
impone un’interruzione del pianto come i fenomeni di distrazione ludica, che
consentono una ripresa della presenza normale.

In questo senso De Martino la definisce una alienazione istituzionale, istituzionale nel


senso che viene controllata dall’ istituto tradizionale del pianto rituale che prevede il
delirio del lamento ma prevede anche la tecnica di ripresa, prevede anche una
presenza vigile in grado di bloccare o di sbloccare il pianto.