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« PINDARO SENZA LACRIME »: Dalle esercitazioni di Eduard Fraenkel, Bari 1967

Author(s): Renata Roncali and Eduard Fraenkel


Source: Belfagor , 31 GENNAIO 1972, Vol. 27, No. 1 (31 GENNAIO 1972), pp. 78-96
Published by: Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l.

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MISCELLANEA,
VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

« PINDARO SENZA LACRIME »


Dalle esercitazioni di Eduard Eraenkel, Bari 1967

[30 marzo 1967, ore 16-18.20]

L'anno scorso i ragazzi del seminario mi hanno regalato una stampa rappresentante
una Puglia del '600. Forse perché il pacco era poco solido, ma io credo di più a causa
della dogana inglese, il vetro era rotto e tutto era rovinato. E dunque quest'anno
non mi date né libri né quadro. Si potrebbe fare come l'anno passato con i ragazzi e
le ragazze del seminario di Roma, una bella cenetta insieme. Spero che vi partec
peranno molti di voi.
Ora, voglio che collaboriamo. Allora, parlate ad alta voce, se possibile non più di
tre alla volta (a Roma in dieci): il vecchio è un poco sordo. Io sono solo di rado
carnivoro. La rabbia io la lancio contro i colleghi, mai contro gli studenti. Io qui mi
interesso di quello che voi non sapete; se avete domande da fare, parlate.
Oggi abbiamo di Pindaro quattro libri di epinici ed altri frammenti su papiro.
Nella biblioteca di Alessandria avevano ben 17 libri delle sue odi.

Pitica prima
Le feste pitiche si celebravano a Delfi ogni quattro anni nel V secolo: non si
trattava di cose private, ma sempre organizzate da una città o da un santuario. La
prima Pitica di Pindaro è del 470. Lo sappiamo dagli scolii, i quali attingevano ai
Pytbionikai di Aristotele continuati da Callistene. Aristotele ed il nipote, lo storico
Callistene, furono per questa attività pubblicamente ringraziati dal collegio anfizionico
di Delfi (cf. il decreto 275 Dittenberger, Syll?, del 334-332). Questi ' disgraziati '
grammatici di Alessandria non avevano bisogno di andare a vedere gli archivi di Delfi,
perché usavano le opere di Aristotele.

Dal 1965 al 1969 Eduard Fraenkel (Berlino 17.3.1888 - Oxford 5.2.1970) è stato ed ha
insegnato per qualche tempo a Bari, presso il corso di filologia greca e latina. Notizie in
proposito, e anche una vivace caratteristica dei corsi del Fraenkel dovuta a Renata Roncali,
il lettore può trovare presso le Esercitazioni sull'Eunuco, Bari 1969, in « Belfagor » del
novembre 1970, pp. 673-689.
Nel 1967 Eduard Fraenkel fu a Bari dal 28 marzo al 25 aprile, e lesse Pindaro e Petronio.
« Pindaro senza lacrime! », diceva Eduard Fraenkel, perché non ne trattava anche la metrica.
La metrica era stata curata prima della sua venuta da Luigi Enrico Rossi.
Renata Roncali ha vagliato gli appunti accertando citazioni e rinvìi, e ha tralasciato gli
interventi dei partecipanti (traduzione ecc.).
« Belfagor » pubblicherà le altre esercitazioni: Sofocle, Aristofane, Plauto, Catullo,
Petronio. Delle esercitazioni sull'Eunuco e su Pindaro apparirà in « Belfagor » un indice
degli argomenti e delle parole. (C. F. Russo).

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MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA 79

Traduciamo lentamente i primi versi. Avete voi consultato traduzioni? Le tradu


zioni sono spesso amplificazione ed abbellimento del testo originario.
1: χρυσέα φόρμιγξ. A Berlino, a Kiel, a Oxford, a Roma, a Firenze e a Bar
filologi classici usano gli occhi solo per leggere i testi. Non vorrei essere indiscreto:
quanti di voi trovano la strada al Museo in questa Università? Ci sono due tipi
' cetra la kithara e la lyra. La lira fu inventata da Ermes (egli era un ladro ' p
fessionale '), che la costruì con un guscio di testuggine su cui era tesa una pelle
bue. La cetra è una varietà più elaborata della lira, fatta di ima cassa armonica
legno, più solida. Nei vasi dipinti il suonatore usa lo strumento più raffinato.
2: la dike non è di un solo individuo, ma di tutti. La dike della cetra l'hann
Apollo e le Muse, quindi « comune possesso » di Apollo e delle Muse, άγλαΐα
Pindaro ha un piacere enorme in tutto ciò che è splendore, musica, danza ecc. Uno
dei più fini studiosi di Pindaro, Wilhelm von Humboldt, aveva appunto osserva
che Pindaro ama colore e danze, tutto ciò che è gioia. In un grosso libro americano
che tratta della storia della educazione dagli antichi al più recente americano, ment
mi interessavo al capitolo sulla Università di Berlino, trovo che nell'indice Alexand
von Humboldt è confuso con Wilhelm von Humboldt.
Sappiamo poco della musica greca. Dopo alcune battute della cetra il coro
comincia a cantare.
4: προοίμιον in attico si dice φροίμιον. Άμβολάς in attico άναβολάς. Omer
quando Femio canta, usa άναβάλλεσθαι (άείδειν): Od. I, 155. Scusate la manca
di tatto, ma Omero è uno degli autori meno conosciuti, e perciò ogni tanto io lo ci
Per che scopo è fatta una poesia come questa? Nella festa della serata dopo
vittoria, si fa una piccola celebrazione, ma è dopo il ritorno del vincitore nella sua
patria che si canta il vero epinicio. Se il padre del vincitore è ricco, si serve di Bacc
lide ο di Pindaro, ma se la comunità è piccola, un maestro di scuola può bastare. Qu
è la forma metrica di questa composizione? L'ha già fatto il mio amico Rossi, quest
poesia è in forma di triade. Invece la Netnea II, che è per un uomo di Acarne (c
non era popolata solo da Dikaiopolis!) è costituita da una breve strofa: e questo
perché il padre non era ricco, oppure perché non c'era coro.
Le proposizioni iniziali (w. 1 e ss.) hanno valore generale, sono massime ado
rate in rapporto all'occasione particolare. E questo è caratteristico di Pindaro. « Mu
Giove, ma l'inno del poeta resta » dice Carducci; ma adesso non lo si legge più.
6: non tradurre mai Zeus con « Giove »!
7 : άρχός è « principe » più che « re ». Poteva dire βασιλεύς.
9: Bella è l'immagine della nuvola « che chiude le palpebre soave ». Κατασχόμενος
medio di forma, passivo di significato. Il povero vecchio ateniese delle Vespe deve
imparare come uno si mette sulla kline e il figlio fa fatica ad insegnargli (v. 1208 ss.).
Potete vedere anche alcune figure del fregio del Partenone.
10: Ares è figlio di Zeus, ma è figura poco popolare da Omero in poi. Neanche
lui resiste alla musica.
12: Hermann Frankel ha corretto θέλγει in θέλγεις facendo κήλα e φρένας com
plementi oggetti di θέλγεις. Hermann Frankel è un grande filologo che sa una gran
quantità di greco. Invece con θέλγει il soggetto è κήλα. Tutto dipende da che cosa
vuol dire κήλα. Si veda il commento un po' troppo dotto di West alla Teogonia
di Esiodo, v. 708. Il valore di « frecce » può essere dedotto da due passi del primo
libro dell'Iliade. La parola si riferisce sempre a manifestazioni del potere divino,
che sono attuate a mezzo di strumenti invisibili. Κήλα è un tale strumento di potenza
divina che opera anche sulla mente degli dei. Non è parte della descrizione. La pro

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80 MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

posizione κήλα ~ Μοισάν io la pongo tra parentesi, perché è una considerazio


generale. Hermann Frankel, mio cognato, è ottimo filologo, ma fa troppe congettu
(anche nel suo Apollonio ci sono eccessive congetture). - Κήλα δέ: gli scoliasti dicon
« tò δέ άντί τοΰ γάρ ». Ma è falso! Sbaglia anche Denniston (p. 169). Noi trasportia
il nostro modo di pensare e abbiamo bisogno di connessioni logiche. Io ho letto una
sola traduzione italiana e perciò posso parlare di Pindaro. Se ne avessi lette di
non potrei: è come una nebbia!
13: πεφίληκε «ama». Il perfetto greco indica l'effetto presente di un'azion
passata: Tifeo e gli altri hanno disobbedito a Zeus; poi sono stati puniti. Ora
stato presente è che sono amati.
15: πολέμιος è differente da έχθρός, perché vuol dire non solo « nemico », m
indica che ha fatto la guerra con gli dei.
15-20: Tifeo è un gigante. La sua sede è sotto l'Etna. E Cuma dov'è? In Cam
pania, davanti ad Ischia. È mancanza di tatto parlare ai filologi di mitologia e di ge
grafia. Con un piroscafo moderno, partendo da Napoli verso mezzanotte si arr
verso le sei e mezza all'Etna. Lo scoliaste dice che Cuma è un'isola vicino alla Sicilia,
ma è tutto inventato per fare la cosa probabile. Nella vecchia storia la sede del pun
Tifeo è sotto l'Etna; qui il gigante si estende da Cuma di Campania fino all'Etna
gigante è enorme. L'Etna nutrice sempre nevosa è cosa strana per i Greci. Anc
nel Parnasso c'è neve, ma non tutto l'anno. Leggete in metrica? come sapete tu
dopo la presenza del Rossi, νιφόεσσ' Αίτνα πάνετες: dimetro coriambico. Uno
pochi casi in Pindaro.
16: ποτε ha la sillaba breve in longo, come direbbero seguendo Paul Maas, m
io sono troppo vecchio e la chiamo ancora « ancipite » ο « indifferente ».
Abbiamo una testimonianza di Pratinas (frammento di dramma satiresco), con
temporaneo di Eschilo, che si lamenta, per mezzo del coro, della musica contem
ranea: «che chiasso è questo, che danze!... Dioniso appartiene a me! a me il d
appartiene » (Ateneo 14. 617b). Con il passar del tempo l'accompagnamento musical
ha il primo posto: la musica dunque diventa indipendente dalle parole.
25: lo scolio sbaglia a connettere έρπετόν con Άφαίστοιο. Έρπετόν basta da sé,
come il latino « serpens ». Cosi in italiano il termine « creatura » è quasi un termin
affettivo, mentre in inglese « creature » è spiacevole.
27-29: l'Etna si vede dal mare e fece impressione a Pindaro. È come se Pindaro
dicesse: « dovete credermi, perché l'ho visto », e lo dice con orgoglio.
28: πέδψ è « fondo », non « pianura ». Si parla della cima e del fondo del mont
L'eruzione dell'Etna era dovuta al fatto che Tifeo cambiava posizione. Facciamo
qui una pausa. Voglio fare quello che sembra una digressione, ma di fatto non lo è.
Diamo un'occhiata al passo del Prometeo (w. 341-375). Oceano viene a consolar
povero Prometeo. Prometeo, che è generoso, dice: « non avvicinarti, perché non si
sciagura per te; io non voglio che, perché soffro io, soffrano anche gli altri ». Efe
nel testo di Eschilo è situato nella sommità del monte Etna (v. 366). L'eruzion
data come profezia posteriore al tempo di Prometeo. C'è qualche connessione
Eschilo e Pindaro. Sono troppi i dettagli. Che cosa ne concludo? La prima Pitic
del 470; del Prometeo ora non c'è dubbio che appartiene all'ultimo periodo di Eschi
ο poco prima ο poco dopo l'Orestea (458). La sequenza sarebbe dunque: primo
Pindaro, secondo Eschilo. È possibile, ma non probabile. Molto più probabile è
dietro ci sia una Titanomachia, fonte comune. Tutti e due dipendono da essa,
ciascuno vi ha aggiunto qualcosa; Pindaro con orgoglio, Eschilo in modo più velato,

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MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA 81

come conviene alla tragedia (profezia). Pindaro segue spesso Esiodo e l'epopea, dove
possiamo controllarlo. C'è anche una connessione con la Pitica terza.
Al v. 29 parlando di Etna Pindaro cita Zeus, perché Zeus etneo era protettore di
Etna. Esiste un tetradramma d'argento, conservato al Museo di Bruxelles che rap
presenta Zeus con il fulmine in mano, l'aquila, un sileno e lo scarabeo. Molte cose si
sono dette βυΙΓαίτναΐος κάνθαρος della Pace, che fosse un cavallo ο un mulo. Ma io
ho scritto poche pagine su ciò: se tutti questi signori vedessero la moneta di Bruxelles,
capirebbero che si tratta di uno scarabeo.
35: λόγος. Molto difficile da tradurre in lingua moderna. Noi diremmo nella
nostra brutta lingua « logica ». Più facile è tradurlo in latino « ratio ».
39: Orazio ha tradotto questa poesia nel carme 3.4.61: « qui rore puro Castaliae
lavit / crinis solutos, qui Lyciae tenet / dumeta natalemque silvam / Delius et
Patareus Apollo ».
40: è inutile fare la congettura εύανδρεΐν. Ευανδρον è zeugma audace. Quando
noi eravamo ragazzi, dicevamo: « la donna svanì e cascò dalla finestra ». Ma questo è
uno zeugma un po' meno audace. Io ero contento quando trovavo nelle Fenicie uno
zeugma simile: col verbo τίδημι si possono ben congiungere due oggetti cosi diversi.
67: Zeus τέλειος non è invenzione di Pindaro, si trova anche in Eschilo.
Άμένα è il fiume che attraversa Etna. Noi siamo abituati al nome di Catania.
70: ές ήσυχίαν più semplice e commovente « pace » che « tranquillità ». Bruno
Keil, bravo filologo, ha mostrato che ειρήνη è lo stato di tranquillità, l'atto di pacifi
cazione è invece σπονδαί. Per Pindaro lo stato di ήσυχία è fondamentale. L'ottav
Pitica (446) comincia proprio con questa parola. Proprio noi che siamo abituati a
dire « dona nobis pacem », dovremmo tradurre non « tranquillità » ma « pace ».
La più bella invocazione che esiste della musica è quest'ode: tutti gli uomini bonae
voluntatis sono in pace quando vedono la cetra. L'armonia è molto più ' generale ' del
campo musicale: è l'armonia del cosmos. Chi si è rivoltato contro quest'ordine, non
può tollerare la musica. L' ' armoniosa pace ' è una continuazione del pensiero del
primo verso.
Torniamo a Tifeo. Perché il gigante stende le sue braccia da Etna fino a Cuma?
Si allude alla vittoria di Ierone (Pindaro gioca col mito per immettervi elementi di
storia attuale).
72: nell'edizione del 1953 Snell stampa τά invece di τάν e dice « τά
Η. Frankel ». Io dico per la presente edizione: « exit Hermann Frankel, intrat Eduard
Fraenkel ». Dunque nella seconda edizione Snell si è convinto.
75-80: questo è un documento di prim'ordine. Perché Tucidide e gli Ateniesi
pensavano in termini di guerre persiane: Erodoto e Pindaro pensano in termini anche
greco-occidentali. Pindaro, che aveva rapporti con Siracusa, Cirene ecc., era più giusto
e - cosa straordinaria per un greco - dice che è cosa importante Salamina, cosi come
la sconfitta dei Cartaginesi a Imera e degli Etruschi nella battaglia marittima di Cuma.
Gli Etruschi erano sul punto di sgominare l'Italia meridionale. Un esempio. A sud
del golfo di Napoli la città greca più importante era Posidonia. Non sono glottologo
ma sono convinto che da « Posidonia » si sia passati a « Paestum » solo tramite gli
Etruschi, che hanno tali troncamenti. E nella battaglia di Cuma era Ierone che scon
figgeva gli Etruschi e salvava i Greci di Magna Grecia. Senza Ierone la grecità occi
dentale sarebbe sparita. Ora sappiamo bene l'influenza degli Etruschi. Abbiamo due
piccole lamine d'oro (conservate a Villa Giulia) con dediche in lingua punica ed
etnisca. E purtroppo si capisce meglio la parte punica: un sovrano di Caere dedica
un oggetto alla dea Astarte fenicia ringraziandola per un aiuto. Dunque alle porte di

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82 MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

Roma, all'inizio del V secolo, gli Etruschi erano potenti. E allora Pindaro non parla
cosi solo per lusingare Ierone.

[1° aprile 1967, ore 16-18.15]

Pitica nona, 1-75


3: Χαρίτεσσι. Sono molto contento che non abbiate tradotto « Grazie ». « Carit
è molto meglio. « Grazie » mi è spiacevole perché mi ricorda le statue di gesso. Grup
famoso è quello delle Grazie nel Rinascimento. Conosce qualcuno la biblioteca
duomo di Siena? Là c'è un ciclo di pitture del Pinturicchio con tutta la vita di Enea
Silvio Piccolomini (Pio II), e ci sono anche le tre Grazie.
1: χαλκάσπιδα ben tradotto «dallo scudo di bronzo», che gli opliti portava
nella corsa. Lo scudo era l'unico vestito. Ci sono dozzine e dozzine di vasi attici a
figure nere che li rappresentano. Ci sono raffigurazioni di opliti che corrono con l'elmo,
lo scudo e niente altro, e non è finzione artistica. L'epiteto « dallo scudo di bronzo »
che per noi è esornativo, per gli antichi indicava il tipo di vittoria.
Perché vuol celebrarlo « con le Cariti »? Il mio compito è di capire. La risposta
la troverete nell'ode che leggeremo più tardi, l'Olimpica XIV, dove si parla delle Cariti
di Orcomeno in Beozia. Ai νv. 5 e ss. si dice: « con voi tutto quello che è piace
vole si compie, se l'uomo è σοφός (= poeta, è il concetto fondamentale per Pin
daro) ecc. ». Se Pindaro glorifica un vincitore è naturale che si rivolga alle Cariti.
5: per l'uditorio antico è naturale, per un lettore moderno è sorprendente. Noi
dobbiamo imparare che per un greco la città e la dea che l'ha fondata sono la stessa
cosa. La dea più importante di tutto l'Olimpo è Atena e il nome della dea ad Atene
è 'Αθηναία. Abbiamo una cosa buffa: prima la città derivava il nome dalla dea
('Αθήναι,) e poi la dea dalla città (Αθηναία). Anche nel nostro caso il poeta senza
sforzo passa dalla città alla donna.
Il Pelio è in Tessaglia, nella penisola di Magnesia: sarebbe una gran bella cosa
se avessimo qui una carta geografica.
6: άγροτέραν da άγρεΐν (αίρεϊν). La dea famosa per essere tale è Artemide.
6a: πολυμήλου « dalle molte greggi ». La età di μήλον « gregge » non diventa
alfa in nessun dialetto, mentre μάλον « mela » può essere in ionico attico μήλον.
Nell'Italia meridionale c'è la città di Benevento che non è la città « dove si è benve
nuti », né « dove il vento è buono ». Era Maleventum (città delle mele); ai Romani
Maleventum era « mali ominis » e non piaceva e cosi fu mutata in Beneventum.
Allo stesso modo ai Greci non piaceva il nome δξεινος per il Ponto e gli diedero il
nome εΰξεινος.
8: I Greci arcaici conoscevano solo due continenti, Europa ed Asia (l'Africa era
un'appendice dell'Asia). Nel quinto secolo conoscono già tre continenti. La « terza
radice » è la Libia.
9: Pelope, secondo una tradizione non accolta da Pindaro (cf. 01. I, 27), ha una
spalla d'avorio perché gli dei si erano mangiati parte del suo corpo. Ma ciò che
capitò a Pelope per la spalla non capitò ad Afrodite per il piede. Afrodite ha il
« sandalo d'argento » per tradizione comune.
12: αιδώ. I Greci avevano la fortuna di avere solo maiuscole, e non sentivano
l'imbarazzo dell'editore moderno. Io nel mio esemplare scrivo Αίδώ con la maiuscola.
13: in modo pindarico difficile per noi la storia torna indietro e abbiamo
l'albero familiare di Cirene. Nello scolio c'è tutto lo stemma della famiglia. I ' disgra

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MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA 83

ziati ' ragazzi antichi ο del periodo bizantino dovevano imparare la mitologia ed
erano informati bene su tutte le genealogie. Lo scolio cita Ferecide e Acesandro
(FHG I, 72 e IV, 285).
18: la differenza tra un telaio moderno e uno antico è che quello moderno è
un gran piano, quello antico un pianino, cioè verticale. Visitavo San Gimignano e avevo
pochi soldi e avevo albergo a Siena. Era il tramonto. Là vedo una contadina che
faceva una tela grossa su un telaio mai visto. Non ero abituato al rapido tramonto
italiano e mi trovai fuori strada. Invece di andare verso Poggibonsi, andavo verso imo
strano paesaggio, e correvo come mai in vita mia. E perciò il telaio moderno mi è
rimasto impresso.
Per il telaio antico potete vedere al Museo archeologico di Oxford una tazza
del tipo dei vasi cabirici con raffigurata una parodia dell'Odissea. È un gruppo in
bianco e nero. Odisseo sta su tre lunghe anfore legate che fanno da zattera e deve
mangiare per forza pesce, altrimenti morirebbe. Al di là c'è Circe, vecchia brutta
strega, che vuol trasformarlo in uno di quegli animali e lui per difendersi tiene la
spada. Circe è al telaio: unica cosa che qui non è caricatura. La descrizione del telaio
è molto precisa.
19: οίκουριάν. Per questo termine ci sono molte varianti in Schroeder e anche in
Snell. Non si sa quale era la forma usata da Pindaro, ma il senso è chiaro. È lo stesso
dell'attico οίκουρός « che custodisce la casa ». Probabilmente - ma Pindaro non lo
dice - gli dava noia che il simposio fosse solo di donne.
24: Pindaro chiama il sonno « dolce compagno di letto »: è una spiritosaggine.
Un dio non tocca una donna se non è vergine. Cirene però riduce il σύγκοιτος
a poco, παϋρον è predicativo e γλυκύν attributivo. Una cosa comparabile è in
Agamennone 894: il tempo che dorme con Clitennestra.
27: παλαίοισαν «lottava corpo a corpo». Ricordate Eracle col leone di Nemea.
L'immagine non si deve distruggere. Peccato che non possiamo imitare nella lingua
(solo il tedesco ci riesce un po') il libero ordine delle parole greche: κίχε νιν λέοντι.
Il leone è in primo piano, non il soggetto: è una bellezza della vecchia lingua,
εύρυφαρέτρας: enorme iperbato.
29: in forma diretta avrebbe detto: « vieni fuori, ο Chiron ». Noi parliamo e
stampiamo con le virgolette, gli antichi no, e devono assoggettare tutto alla sintassi
(cf. il mio commento ad Agamennone p. 636 e nota 2). Perciò invece del vocativo
il greco ha l'accusativo.
30: Φιλλυρίδα. Pindaro usa la parola con due lambda. Avete un luogo corrispon
dente al principio della Pitica terza, dove anche la prima sillaba è lunga. Paul Maas
ne ha parlato in « Glotta » 38 (1959) p. 307. Si deve ammettere questa grafia.
32: εχοισα « tenens ». In italiano non si può rendere quest'immagine. Lei porta
il suo coraggio al di sopra, κεχείμανται è perfetto. Cf. Wackernagel, Sprachliche
Untersucbungen zu Homer, 1916, p. 100, nota.
35: γεύεται. Ricordate il proverbio in forma di paremiaco: χαλεπόν χορίου
κύνα γεύειν.
36: όσία « fasne est? » È del rito religioso. Apollo, che è un poco giovane, ha
dimenticato le buone maniere e, come si dice in tedesco, « cade con la porta nella
casa », cioè senza fare complimenti.
38 ss.: Chirone dà una lezione di buona educazione al giovane dio Apollo. La
sua professione era quella di pedagogo e tra i suoi più famosi discepoli c'è Achille.
Ne parla Stazio nella sua più bella poesia, l'incompleta Achilleide. [Dante (« cadde
con la seconda soma ») era fortunato perché non conosceva ancora le Silvae]. Apollo

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84 MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

talvolta è brutale. Si veda il suo atteggiamento di alterigia nel frontone scolpito di


Olimpia. Nell'arte greca arcaica la più famosa contesa di Apollo è per il tripode
Delfi. Ed è una lotta piuttosto violenta. Il temperamento di Apollo è difficile
capire. Il vecchio Chirone con mitezza mette le cose in ordine.
Una parola che non possiamo spiegare: χλαρόν è negli scolii, i manoscritti han
χλιαρόv. Sono d'accordo con Wilamowitz nel dire che è vocabolo che non si intend
Quando avevo la vostra età e mi piaceva Pindaro, io credevo che il centauro che viv
nelle foreste avesse il viso verde. Ma questa è poesia romantica, non Pindaro.
39a: Πειθούς e ίεράν φιλοτάτων sono due genitivi. Dunque nel nostro mo
pedantico si dovrebbe dire che il primo è genitivo soggettivo, il secondo oggettivo
dipendente da κλαίδες (le chiavi che aprono gli amori). Anche Aristofane nel
Τesmoforianti (v. 421) parla di « chiavi nascoste ». Nella famiglia ateniese sempre l
donna ha le chiavi della cucina, del vino, delle anfore e via, e nella famiglia olimpi
è Atena, una donna, che ha i fulmini di Zeus. Atena di Zeus è la figlia predilet
e inoltre i rapporti di Zeus con Era non erano armoniosi.
Peithò è sempre in compagnia di Afrodite (ci sono vasi attici con Paride, Elena
e Peithò). « Non devi attaccare la vergine, ma persuaderla »: è l'eterno contra
tra Peithò e la violenza.
42: ψεύδει è parola complessa. « Menzogna » è uno dei significati possibili, ma
è troppo brutale. Come si può definire la sfera di pseudos? È tutto ciò che non è vero,
che non è naturale: può essere bugia, può anche essere illusione, finzione. Le Muse di
Esiodo dicono presentandosi al poeta: « noi sappiamo dire menzogne .molto simili al
vero, ma sappiamo anche, quando vogliamo, proclamare la verità » (Teogonia 27).
Cf. anche Plauto, Pseudolo 403: « facit illud veri simile quod mendaciumst ». In casi
eccezionali le Muse dicono la verità.
43: δργά « passione », non « rabbia », in Pindaro ed Eschilo.
46: ήρινά è predicativo di φύλλα. « Mette fuori in primavera ». Chirone getta
sulla faccia di Apollo una piccola ironia: gli cita le sue stesse parole. Non dovete dire
che Chirone cita un oracolo, che è solo lo strumento, ma cita Apollo (Erodoto I, 47:
« io so il numero della sabbia e la misura del mare »). Dice Chirone: « Non fare
10 sciocco, caro Apollo, l'hai detto tu stesso ». Apollo sembra furbo, ma davanti a
Chirone è un povero ragazzo.
53: che Zeus è? Ammonio. Avete tutta la storia di Cirene in un'ode di Pindaro
che ha la dimensione di un mammut (Pitica quarta). Pindaro ha discrezione per Tebe
ed Egina, ma non per l'Occidente. La Magna Grecia e la Sicilia hanno piacere di
essere δειναί, un poco come gli Americani. Quando Pindaro parla di Cirene e di
Sicilia ci fa una storia con un'estensione che fa paura. È bella la poesia, ma cosi perde
11 filo chi parla.
58: νάποινον letteralmente « senza punizione ». Buona l'osservazione dello sco
liasta.
60: εύθρίνοις può alludere anche ai begli ornamenti del mantello (cosi in Saffo
ποικιλόθρον' può venire da θρόνα « fiorami »).
61: θαησάμεναι. Mi pare che quasi tutti gli editori moderni accettino la molto
ingegnosa congettura del Bergk, basata su quella della parafrasi.
63: Wilamowitz mette interpunzione prima di άΜνατον: protesto, è poco pro
babile. È raro che venga aggiunto άθάνατον al nome di un dio ο di una dea. A quanto
io so, l'unico caso di vecchia poesia greca che faccia eccezione è Saffo (άθάνατ' Άφρο
δίτα). Qui il poeta fa prima una considerazione generale, poi dà la scelta delle
possibilità. - θήσονται: mi pare impossibile connettere il verbo al significato di « allat

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MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA 85

tare» come anche pensano Schroeder e Wilamowitz. Cf. Olimpica I, 63: qui non c'è
il medio, ma l'attivo; ad ogni modo l'idea è simile. Non sappiamo abbastanza delle
sfumature tra attivo e medio per dire che si tratta di casi differenti.
65: la descrizione più famosa di Aristeo nella poesia antica è in Virgilio, quarta
Georgica; qui in Pindaro appare per la prima volta Aristeo.
67: πράξις «azione» non è falsa traduzione, ma è meglio «esecuzione», κείνο
κεΐν': è una tendenza delle lingue molto antiche che parole dello stesso tipo ο con
trario si mettano l'una accanto all'altra.
73: δέξεται. Il futuro l'ha spiegato bene Boeckh.
È questa una delle più belle poesie di Pindaro: la figura di Chirone e la savia
ironia. Io non volevo disturbarvi con la critica del testo che è grande nella parte
seguente e perciò ci fermiamo qui. Imparate a memoria un po' d'Omero. Non dico
Pindaro, poi qualche strofa di Sofocle che è facile perché è musicale, e anche Euripide,
Eschilo è più difficile.

[6 aprile 1967, ore 16-18.25]

Nemea prima, 32-72

Ha qualcuno letto i trentadue versi che precedono? Voi siete bravi ragazzi di
scuola. Leggete solo quello che il maestro ha detto. Si tratta di una vittoria senza
importanza di un certo Kromios di Siracusa.
33: i maestri di scuola fanno domande che non hanno un punto di partenza dal
testo. Avete negli scolii due pagine e mezza di Teubner in cui ci si chiede perché il
poeta si occupa di Eracle. Pindaro asserisce che la natura è più importante della
dottrina e dell'esercizio ed Eracle sarebbe un esempio di questo. Alcuni pensano che
sia stato qualcuno a consigliare al poeta di ricordare Eracle. Negli scolii vien fatto il
nome di famosi scienziati di Alessandria. Si cita poi Crisippo il quale pensava che
Eracle venisse menzionato per il leone di Nemea e questa è una Nemea (sempre
più buffo!). L'opinione di Didimo, non meno savio né meno sciocco degli altri,
(quante sciocchezze dicono i filologi per rispondere a problemi che non sono problemi)
è preferita dallo scoliasta. Se il principio è buono, anche il seguito è buono: siccome
Kromios è ancora giovane ed ha già vinto, ed Eracle nella narrazione appare prima
bambino contro i draghi, e poi c'è la profezia delle sue gesta, ci sarebbe un'analogia
tra lo sviluppo di Eracle e quello di Kromios. Ma se Pindaro voleva dir questo, vi
avrebbe accennato. Non abbiamo diritto di leggere nel poeta quello che il poeta non
dice. Io chiamo questa di Didimo « obscura diligentia »! Io respiro più liberamente
quando, invece delle sciocchezze degli scolii, leggo Wilamowitz, Pindaros (p. 255):
Pindaro non ha bisogno di spiegare perché salta a parlare di Eracle. Non c'è nessun
nesso tra Kromios e la vecchia storia e Pindaro stesso dice di essere guidato dalla
sua predilezione. Cf. l'Orestea di Pindaro, l'undecima Pitica, dove il ' connesso ' è
molto debole ed artificiale: Trasideo fu vincitore nei campi di Pilade, ospite del
lacone Oreste: e di qui la digressione, che però è più chiara. I tentativi di spiegazione
della filologia alessandrina sono pazzeschi. Filodemo (De Poem. V, 13, 8) diceva una
cosa che Orazio (Ars Poetica 333 ss.) ha un poco sciupato e cioè che il poeta non
scrive διδασκαλίας ϊνεκα, bensì ψυχαγωγίας ϋνεκα (parola che non si può tradurre
in lingua moderna). Quando Pindaro parla agli Americani antichi, che sono i Siracu

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86 MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

sani ο la gente di Cirene, parla volentieri di cose ben note in Grecia. Pindaro è di
Tebe: Eracle è l'eroe preferito.
37: χρυσόθρονον: abbiamo già visto che si tratta degli ornamenti del mantello
a fiorami.
38: le fasce sono un segno principesco: un bambino di famiglia borghese ha
fasce ordinarie ma un principe ha fasce d'oro.
39: βασιλέα nel testo di Snell. In attico abbiamo βασίλεια « regina » (invece
βασιλεία « sovranità »), quindi la forma esatta sarà in Pindaro βασίλεα. Nel testo
di Snell ci deve essere un errore di stampa, forse più vecchio di Snell.
41: prima al verso 40 dice δράκοντας e sembrerebbe che fossero una mezza
dozzina, poi τοί ci svela che sono due.
43: ò δ': Eracle. Pindaro non ha paura d'essere frainteso. Un ben educato scolaro
di un liceo classico ha l'impressione che l'ordine delle parole sia assolutamente arbi
trario. Questo è un pregiudizio. Io ho un interesse per la collocatio verborum,
legato ad un trauma che ebbi alla prima lettura della poesia latina. Leggevo il proemio
delle Metamorfosi·, i maestri di scuola fanno l'errore di far leggere cose difficili. Il
proemio di Ovidio è artificiale e ai poeti piace il τηλαυγές πρόσωπον, come dice
Pindaro (01. VI, 4). Il primo verso delle Metamorfosi è « in nova fert animus
mutatas dicere formas / corpora ». Ordo est: « animus fert dicere formas mutatas in
nova corpora ». E io ragazzo di dodici anni mi dicevo: una lingua come questa non
mi piace studiarla, e comprai un traduttore. Era un atto disonesto ma... Poi mi inte
ressai: era uno sforzo enorme del poeta per esprimere in lingua latina μεταμορφώσεις.
È esagerato, ma non innaturale. Quanto ai poeti greci, quello che segue più l'ordine
della lingua parlata, a parte Aristofane, è Omero. Wackernagel in uno degli ultimi
lavori ha detto che la collocatio è più audace nei lirici corali, come Pindaro. Nei versi
44-45 non c'è stile elevato e c'è iperbato. Un bell'articolo sulla collocatio in Plauto è
in Leo, Ausgewàhlte Kleine Scbriften, pp. 49-69. Parole dello stesso significato tendono
a premersi l'una vicino all'altra. Anche le parole di significato opposto tendono alla
collocazione vicina. Qui c'è poi un iperbato enfatico: Eracle non contento di soffo
carne uno, ne soffoca due alla volta di serpenti.
49: io penso al Ghirlandaio, Visite alla nobiltà di Firenze. Le povere donne, ap
pena nati i figli, subito fanno visita alle donne di tutta la città. Qui per la prima
volta sentiamo il nome della madre di Eracle. Quanto all'aiuto che danno le assistenti,
10 dubito che esso sia importante: esse si divertono.
50: άπεπλος. Ai filologi i paralleli sono cari. « Tanto che solo una camicia vesta »
(Dante, Inferno 23, 42): fortunatamente sappiamo che Dante non leggeva Pindaro!
51: κνώδαλα può essere bestia innocente. Qui è bestia feroce. - Quando tutto
è passato arrivano i maschi. Io ero nel '32 nella Tripolitania italiana, io andavo da
Tripoli a Siracusa, e poi all'altipiano di Gebel e ... qualche altra cosa, ho dimenticato
11 nome. Li erano bellissimi alberi e prati di grano e gli Italiani si eccitavano: « la
Toscana, la Toscana! ». Ma niente case. La gente vive da secoli nel sottosuolo. Là
una colonia ebraica espulsa dalla Spagna al tempo dell'inquisizione. Io mi interessavo
ad una sinagoga dove c'erano rotoli della Bibbia. Finalmente arrivai al domicilio d
quella gente. Tutti strillavano: un bambino era caduto in un pozzo. La nostra guida
era un bravo capitano che parlava la lingua. Disse: « sarebbe una buona idea se
qualcuno portasse una corda ». La corda arrivò e il ragazzo fu salvo. Quando tutto
era passato, arrivò il padre e al capitano, che diceva di far coprire quel pozzo, disse:
« se il ragazzo fosse morto, sarebbe nelle mani del padre eterno » (spirito orientale!).

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MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA 87

52: <φάσγανον> Moscopulo. Qui una « spada » si aspetta e va bene con il


metro e nessuno ha dubitato di quella congettura.
54-55: il Cristianesimo che ha portato tante belle cose ha portato anche l'ipo
crisia. Pindaro qui è molto duro e il Cristianesimo non avrebbe mai detto queste
cose. Cf. anche Sofocle, dopo il suicidio di Aiace. Si cerca Aiace. Il Coro si divide
e va lungo la spiaggia invano. Ad un tratto il Coro è interrotto dal grido acuto di
Tecmessa; c'è un colloquio tra Tecmessa e il Coro. Il Coro parla di sé e della disgra
ziata donna. È ima cruda verità che non si trova nei poeti moderni. I Greci non
avevano vergogna della natura: « naturalia non sunt turpia ». Se avesse offeso i senti
menti degli Ateniesi, Sofocle non l'avrebbe detto. Io dico: « se si capisse che cosa
terribile è la tragedia greca, non si farebbe leggere ai ragazzi della scuola. Ma... fortu
natamente sono classici! »
56: δύναμιν. «Omnipotens» è calco semantico di παγκράτωρ «è superiore a tutto»,
ma la bellezza della parola latina è che vuol dire « può tutto ». Allora i Greci lo
tradussero in δς πάντα δύναται. Δύναμις è « potenza » non « forza ».
58-59: Lui si aspettava che il bambino fosse ucciso. Invece gli scolii spiegano
παλίγγλωσσον ' τήν έναντιάφημον.
60: προφάταν non è « indovino », altrimenti sarebbe ripetizione di δρδόμαντιν
(61). È « colui che parla al posto di ». In Omero è ύποφήτης « profeta ». Al principio
delle Eumenidi (v. 19) c'è la parola per Apollo che parla in luogo del padre. In
Pindaro dunque è « chiamo fuori lui che parla per Zeus », e poi spiega, « il vero
profeta ».
61: Il metro di quest'ode sono i vostri dattilo epitriti. Tra δέ ed oi c'è iato.
Pronunziava il digamma il coro di Pindaro? Poco probabile. Il digamma esisteva
ancora, come sapete dalle tavole di Eraclea. Ma era Pindaro ύς Βοιωτία ? L'unico
frammento di poesia beotica è di Corinna in un grande papiro di Berlino. Corinna
faceva canzoni per le donne dei villaggi: « io critico che la donna faccia concorrenza
con Pindaro ». È più naturale che queste siano parole di un contemporaneo di Pindaro.
Quello che dice Page, che la data al III secolo, per me sono cose della luna. L'unico
nome che sarebbe adatto al dialetto di Pindaro è la « koiné lirica »; è una lingua
artificiale come quella omerica. I tempi in cui si cercava in Asia minore la patria di
Omero sono passati. Ora sappiamo che Omero adopera una Kunstsprache. Cosi nel
dialetto beotico si sente il digamma, in Pindaro no.
Cosi non del tutto attico è il linguaggio nelle parti recitative dei drammi. Pren
diamo Sofocle. Qualche volta i libri sono gentili, non sempre, ma qualche volta si
aprono alla pagina desiderata. Non so spiegarmi la cosa razionalmente. Dunque
Trachinie 650. Anche in attico, dove non c'è questione di digamma ol fa iato, come
la h francese che è sparita ma fa iato (il F a me non piace chiamarlo digamma perché
il suono è vau).
63: άϊδροδίκας sessantanni fa si sarebbe detto un hapax. Invece questo termine
c'è nel Fozio berolinense, p. 47, 1. 20 (e cf. la nuova edizione dei frammenti di
Sofocle, Pearson 985). Abbiamo il primo elemento in Omero. Può darsi che Sofocle
prenda la parola da Pindaro? Poco probabile. Qual è dunque la preistoria naturale
di questo termine? È andata perduta la poesia ciclica postomerica. Io penso che il
linguaggio di Eschilo, Pindaro ecc. sia sempre in debito con la poesia del ciclo, che
come poesia non doveva valere molto, ma è importante storicamente. Se leggo una
parola con la misura di un esametro, la faccio risalire alla « massa del ciclo ».
66: φάσέ viν δώσειν hanno i manoscritti. Alla fine del suo libro su Pindaro
(p. 496), Wilamowitz dice: « io non ero capace di eliminare l'antico errore. Una

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88 MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

volta provai delle cose stupide. Se posso adesso trovare la soluzione, lo debbo ad una
osservazione di Wackernagel » (Syntax I, p. 173). Wilamowitz spesso diceva « n
suno dei vivi sa tanto greco quanto Wackernagel ». Pindaro usa sempre φά e n
φάσε. Wilamowitz restituisce φά e congettura su δώσειν; Theiler restituisce δςιώσε
(non ho trovato dove l'ha fatto, ma non nel libro di metrica). Il comune viv ha sos
tuito la vecchia forma del pronome. Con questa restituzione tutto è a posto. Il prim
importante passo era però quello di Wackernagel.
69: ansioso com'è di esprimere l'eternità della beatitudine di Eracle, non
contento di τόν άπαντα χρόνον, ma aggiunge έν σχερώ.
72: νόμον ex scholiis. Abbiamo eccellenti manoscritti di Pindaro, ma se n
avessimo gli scolii, sarebbe un dibattito senza fine. I manoscritti hanno δάμο
γάμον. Nomon/domon non è errore meccanico, anche se nell'onciale delta e ni non
sono molto diversi. Nomon era difficile a capirsi, allora si pensò che Eracle e
nell'aula di Zeus e si corresse domon. Poi qualcuno più sciocco corresse in gamo
Perciò è nostra buona fortuna che abbiamo lo scolio.
La storia che Pindaro ha raccontato è un archaios logos (34). Noi filologi siamo
creature curiose, se uno ci dice cosi che cosa faremo? Diremo: ma caro mio, di dove
l'hai preso? Pindaro non dichiara mai la fonte. Dà l'ornamento, ma lo scheletro della
storia lo prende altrove. Teoricamente che sorte di fonte, di ispirazione ci si aspet
terebbe? Epica. Io non credo più a quello in cui credeva un po' leggermente Wila
mowitz, alle tradizioni orali dei miti. In un autore molto diverso, Plauto, alla fine
dell'Ampbitruo, c'è un temporale formidabile. Viene la vecchia ancella e compiange
Alcmena. Lei si lamenta. Non c'è alcuna dipendenza da Pindaro, ma è la stessa cosa.
Io ho trattato di questo nella mia dissertazione pubblicata a Gottinga nel 1912
[De media et nova comoedia quaestiones selectae, p. 66 e n. 2). Studiavo Plauto, mi
piaceva Pindaro. Le similitudini sono troppe perché sia un caso. Dietro l'Ampbitruo
di Plauto c'è una commedia nuova (il prologo, v. 59, dice che c'è una tragicommedia).
Ma un deus ex machina come è qui Giove, è improbabile in una commedia, è possi
bile solo in una tragedia. Se facciamo uno stemma abbiamo: epica —> tragedia greca
(forse Euripide, Alcmena, dove sappiamo che c'era un gran temporale. Infatti nel
Rudens v. 86 si cita il vento della Alcmena Euripidis) -> commedia nuova -> plauto.
C'è un vaso di Python al British Museum che raffigura Iuppiter e le Iadi, ninfe
della pioggia che gettano acqua su Alcmena che è sulla pira. In nessuna tragedia che
abbiamo ci sono dei ex machina. Quando in Plauto Iuppiter dice ad Anfitrione:
« ascolta me, non i profeti » è polemica contro un'altra versione del mito, quella
di Pindaro (v. 1132). Ma non abbiamo ancora il fatto comune tra Pindaro e la
tragedia: è l'epica. Il tragico non imita Pindaro, ma l'epica che parlava della nascita
di Eracle. Dunque:
POESIA EPICA

PINDARO TRAGEDIA

COMMEDIA

PLAUTO

Nella tragedia e in Pindaro c'è lo stesso punto drammatico: quando la vita de


bino sembra minacciata, Tiresia profetizza l'avvenire del bimbo. La commedia ab
dona Tiresia e mette Zeus. In Plauto la profezia è molto abbreviata, basta pe
commedia. Wilamowitz, naturalmente, quando scriveva Pindaros non ricord

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MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA 89

mia dissertazione, ma quello che lui dice è molto vicino alla mia soluzione. E dunque
« non è un buon metodo separare greco e latino. Latinista è il nome di un filolo
che non ricorda più il greco! ».

[12 aprile 1967, ore 16-18.10]

Pitica undecima, 17-37

Questa storia di Oreste ed Agamennone è legata al resto della poesia in mod


piuttosto ' stolto '. Qual è il nesso con il resto dell'ode? Trasideo ha vinto a Del
e Pilade era di Delfi, e Pilade fu ospite di Oreste. Lo scolio (23a) prima loda Pindaro
per la parte relativa a Trasideo, e poi lo critica. È il buon metodo di ogni maest
di scuola: qui Pindaro è « fuori tema ».
17: il nome veramente antico è Κλυταψήστρα. Lo confermano le iscrizioni sui
vasi. Anche il Laurenziano di Sofocle ed Eschilo ha sempre quella forma. Se vole
divertirvi su questa cosa avete una bella cosa in Schulze, recensione a Kretschme
Die griechischen Vaseninscbriften, Kleine Schriften p. 697 e s. (le Kleine Schriften
di Schulze sono una miniera d'oro) il quale attacca Ludwich che si attaccava ai vene
rabili manoscritti d'Omero. Κλυταιμνήστρα è falsa etimologia e alluderebbe alle diffici
nozze della figlia di Tindaro.
Άρσινόα: il nome della nutrice varia. Abbiamo Kilissa in Eschilo e Laodameia in
Stesicoro. È un fenomeno comune che anche figure importanti della mitologia cambin
continuamente i nomi. Sapete che la figlia più importante di Agamennone è Ifigenia
che in Omero è Ifianassa? P. Von Der Mùhll, in « Museum Helveticum » 1958
pp. 141-146 ha detto con ragione che il δόλος δυσπεν&ής non concerne solo il tratt
mento del figlio da parte di Clitennestra, ma tutto l'intrigo contro Agamennone.
22: νηλής γυνά è apposizione, non soggetto, lo sento. Quando tutto è finito, il
terribile aggettivo. Il modo di mettere il soggetto alla fine della proposizione e all'iniz
di una nuova strofa dà un'enfasi enorme. Vedi di Eschilo Agamennone 1435-6 e Sett
720-23. Πότερον non va tradotto. Io traduco come si deve e non come gli scolaretti
del Bellum Gallicum. Abbiamo chiaramente una divisione. La prima parte della nar
razione è esposizione di fatti (fino al v. 22). Poi c'è l'interrogazione. La prima parte
deriva dalla tradizione (mito). La seconda è l'interpretazione psicologica di Pindaro.
Perciò non si deve tradurre « forse ». Non è domanda rettorica. Egli veramente non s
Non è come Tacito che dice « sive ... sive » finché istilla il suo parere. Ma Pindaro no
l'ha detto. È una situazione molto fine.
28: i buoni scoliasti direbbero: δέ άντί τοϋ γάρ. È falso (cf. Pitica I, 12). I
greco arcaico non segue le linee della logica, alle quali siamo abituati. Anche Dennisto
erra nel credervi. In Omero non c'è mai δέ = γάρ. Cf. es. Iliade 12,412 dove il δ
serve a staccare il caso generale da quello particolare. C'è una canzone popolare attica
« sotto ogni sasso uno scorpione, ogni inganno segue quello che non si vede » (Page,
Poetae Melici Graeci, « Carmina convivialia », 20, 903). Che metro è?... Io ho scritto
all'amico Rossi: « tu fai dattilo-epitriti ai bambini che non sanno la metrica elementare
Tutta la storia l'ha presa dalla tradizione, invece la psicologia è di Pindaro
Πότερον ... ή: nella prima alternativa c'è la giustificazione elementare di Clitennestra
poi c'è l'altra scusa, e invece di usare un brutto linguaggio, invece di parlare d
adulterio, il poeta dice: « ο la sedussero notturni amplessi... in altro letto » « Giovan
spose » è una scusa. Né Elettra né Ifigenia erano giovani. Dunque νέαις non va.

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9C MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

Vuol scusare Clitennestra? Pindaro implica che Clitennestra temeva che Agamennon
sapesse dell'adulterio. Cf. Agamennone 861, dove Clitennestra descrive quanto h
sofferto durante l'assenza del re. Pindaro è molto più fine. Pindaro non nasconde ch
quello che ha fatto Clitennestra è orribile, ma il suo sentimento umano è tropp
forte per condannarla. Nel mondo di Pindaro i rapporti erotici sono tra ragazzo
uomini giovani. Qui Pindaro si mette al posto di una donna che è diventata un
criminale, ma solo dopo aver sofferto molto. Pindaro non entra come Sofocle n
mondo della donna, ma la sua umana simpatia è abbastanza forte per capire una tale
cosa. Lo vedremo quando leggeremo il frammento 122.
All'inizio della seconda strofa, è interessante la collocatio verborum: Άρσινό
va con τροφός. Questo iperbato è molto forte. Non è artificiale, ed è comune non sol
nel linguaggio lirico, ma anche in prosa. Se anche in latino cercate un pezzo di prosa
ritmica, di linguaggio colto ma non artificiale, cosa prendete? Epistole ad Attic
Per es. 2, 8, 1: «nulla enim abs te per hos dies epistula inanis aliqua re utili e
suavi venerai ». La bellezza è che qui avete due elementi avverbiali. Qui c'è l'ori
naria forza dell'iperbato. Tutti sentiamo che nulla esige un completamento. E l
collocatio verborum è la stessa che in Pindaro. Tale studio non è per principiant
C'è un sacco di letteratura. Su Afrodite χρυσέα tutte sciocchezze. Il bravo Dov
(bravo per le Nuvole di Aristofane) fa un libro sulle parole basandosi anche su iscri
zioni, che hanno un valore formale (Greek Word Order 1960). Spesso Pindaro es
gera, ma qui fa una cosa molto normale: vuol concentrare l'attenzione degli ascoltatori
32: con il μέν del verso 31 si è ritornati alla storia. Amicle è un villaggio vicino
a Sparta. Dice lo scoliasta all'Oreste di Euripide 46 che secondo Omero la reggia
Agamennone era in Micene, secondo Stesicoro e Simonide a Sparta.
33: άμφ'Έλένρ: si sente ancora che tutta questa guerra era intorno ad Elena
In greco più tardo si direbbe περί. Gli avverbi greci hanno grande capacità di formare
parole: un verbo greco è άμφιανακτίζειν, cantare, perché molti inni avevano un inizi
come άμφί μοι ... &ναχθ' (cf. Cratino 67).
Snell se avesse usato l'editio maior di Schroeder avrebbe trovato che πυρωθέντας
era già di Bergk. La parafrasi sembra chiarire un πυρωθέντων. Dunque c'è una co
ruzione premedievale antecedente alla parafrasi. Io credo che sia giusto l'accusativo.
Nessuna corruttela è più facile di quella dove la parola seguente influenzi la precedente
34: άβράτατος dipende da ελυσε. È il tipo di genitivo che sostituisce il caso
separativo indoeuropeo.
Adesso ci rendiamo conto dello sviluppo della storia. Nell'Odissea chi uccide
Agamennone? Egisto (11,409) con la funesta sposa. Nell'Orestea di Eschilo la pro
tagonista è la sola Clitennestra, ed Egisto arriva quando tutto è finito. In Pindar
è lo stesso che in Eschilo. Rapporti tra Pindaro ed Orestea sono stati sostenuti d
Bowra. Non so se lo creda ancora (Pindar p. 296, η. 2). Bastano i termini cronologici:
la data degli scolii è il 474 per la Pitica di Pindaro, l'Orestea è del 458 ed il fatt
che Eschilo derivi da Pindaro non ha probabilità. Chi ha cambiato il mito è Stesicoro
citato da Plutarco (Page, Poetae Melici fr. 42; l'inconveniente di Page è che ha
anche una numerazione unica, cioè il 219): ci conserva il sogno di Clitennestr
L'influsso di Stesicoro dev'essere stato enorme: già in Stesicoro è la nutrice e la
patria di Agamennone. Eschilo e Pindaro sono indipendenti come poeti, ma il grosso
lo derivano da Stesicoro.
Sei ο sette anni fa il Museo di Boston, che insieme con il Metropolitano di
New York contiene tra le più belle collezioni, comprò un grande vaso a cratere,
databile al 480/70 che Beazley identificò come del pittore della Dokimasia. Da un

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MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA 91

lato c'è un uomo con capelli, barba e col vestito bagnato ed un altro l'uccide co
la spada. Come mai dopo Stesicoro? Io mi stupivo: non capivo Agamennone ucci
da un uomo. Ma ho consultato Paribeni e lui mi ha detto che - una cosa convin
cente - certo da un lato è l'uccisione di Agamennone, dall'altro la morte di Egisto.
Ora penso che a lato della tradizione stesicorea ce ne fossero altre minori. Chi avrà
inventato il particolare di Agamennone che esce dal bagno e poi viene ammazzato?
E vorrei sapere chi ha inventato il bagno prima del vaso. Eschilo, come grande ama
tore di Omero, è l'unico dei tragici che fa collezione di miti e ci dà condizioni di vita
omerica non attica.
Penso oggi, e mi sembra chiaro che il vaso di Boston non può rappresentare
la tradizione stesicorea.

Olimpica quattordicesima
4: έπίσκοποι è la funzione del dio greco. Del dio romano si dice « respicit » « ha
un occhio sul mortale ». Si può vedere Plauto.
6: γλυκέα è sfumatura di τερπνά. Wilamowitz si chiede (p. 153) perché le
Cariti avevano il trono vicino ad Apollo. Di solito le Cariti sono in posizione molto
più modesta. Ma è Apollo che va dalle Cariti perché non vuol annoiarsi: esse sono
graziose, non sono sposate. Io sono un peccatore e perciò non vedo problemi.
16: κώμον: dove siamo? Ad Orcomeno. La processione parte dal santuario delle
Cariti. Pindaro ha preso il nome delle Grazie da Esiodo, Teogonia 907 e separa Talia
dalle altre perché Talia protegge la gioventù e il vincitore era un ragazzo.
17: Asopico viene da Asopo in Beozia, dove sono comuni i nomi derivati dai
fiumi; per es. Cefisodoro.
22-24: avete un iperbato enorme in νέαν/χαίταν ed enfasi.
24: έστεφάνωσε: il soggetto non è il vincitore, perché il verbo dovrebbe essere
al medio. Una vecchia ipotesi è che fosse Talia. Ma è impossibile, prorsus incredibile.
Con σεϋ έκατι il poeta prende congedo da Talia. E mi sembra un errore di richiamare
qui Talia. Schroeder mi convince dicendo che il soggetto dev'essere quello che ha la
funzione di dare la corona (Olimpica III, 12). È norma del greco arcaico che la
persona sia riconosciuta dal contenuto. Schroeder rimanda alla Pitica IV, 164 dove chi
ότρύνει è Apollo. Meglio dunque prendersi una libertà sintattica che trasferire Talia
dove non ha niente a che fare.
Pindaro vuol bene al vincitore, ma il suo interesse è il culto di Orcomeno che
conosceva come Tebano. Le Cariti sono di casa ad Orcomeno e di li sono migrate ad
Atene. Pindaro esprime il culto locale e più di quello: con « Cariti » esprime tutto
ciò che un greco sente che fa la vita bella e dolce.

[17 aprile 1967, ore 16-18.10]

Pitica terza

Filira è un nome comune, non è solo il nome del padre di Chirone. Il significato
è ' tiglio Qui parte dei manoscritti hanno la doppia lambda, altri la semplice. Voi
siete esperti non dico di metrica greca, ma di dattilo-epitriti. In Φιλυρίδαν abbiamo
iota lungo ο doppia lambda. Ne ha parlato in « Glotta » 1959, p. 307 Paul Maas, il
quale ha dimostrato che la parte dei manoscritti che aveva la doppia lambda dà la

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92 MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

lezione esatta. Cf. Aristofane, Uccelli 1377: Cinesia appare e l'Ateniese dice: «salu
tiamo il Cinesia di tiglio ». Ma la quantità in Aristofane non è chiara.
È molto frequente in prosa e poesia incominciare un'orazione con ' vorrei ', for
mula di modestia. Ne ho parlato in Beobachtungen p. 188. Pindaro dice sempre
έθέλω; una sola volta lo scolio alla Pitica II, 39 parla di un encomio il cui principio è
βούλομαι (è il frammento 118). Se quel frammento non esistesse tutti direbbero che
Pindaro usa solo έθέλω. Io non so quale differenza ci sia tra i due verbi.
9-11: qui c'è una certa difficoltà. Commoventi sono gli sforzi degli interpreti
antichi. Cf. lo scolio 18a. Mettere δαμεϊσα con έν θαλάμω ? Ma è violenza strappare
un colon in questo modo! L'osservazione dello scolio è giusta, ma la soluzione è
impossibile. Il Wilamowitz (p. 282, η. 1) osserva che c'è una vecchia corruttela irri
mediabile, due varianti di ugual valore: εις Άίδαο δόμον e εις Άίδα θάλαμο ν. È cor
ruttela ο no? Qui vuol dire « scese nella casa di Ade ». È una semplice perifrasi per
« mori ». « Nella sua camera scese alla casa di Ade ». È di tutte le lingue. Quello che
offende il commentatore è che ci siano due avverbi locali. Non mi meraviglio dello
scoliasta, ma di Wilamowitz.
16: νυμφίαν è di Moscopulo. Io ho scritto a Ruth e le ho detto: « ora sanno
chi è Moscopulo » e lei mi ha risposto: « e chi è Moscopulo, come posso saperlo io? ».
Lo scolio 32a cita versi delle Danaidi di Eschilo. Bei versi, ma non hanno niente
a che fare con ύποκουρίζεσθ'.
Al v. 22 lo scolio cita un frammento di Esiodo. È il frammento 219.
24: Ate si trova per la prima volta in Omero. Prendiamo il libro 19, 86-91
dell'Iliade: riconciliazione di Agamennone e Achille. Agamennone si scusa di quello
che ha fatto e dice: « Io non sono colpevole. Sono Zeus il Destino l'Erinni che mi
hanno messo nell'animo un folle errore (Ate) che tutti fa errare... ». Ate è difficile da
rendere: la sua funzione è di « dementare ». Rammenta molto quello che succede
nel nono libro dell'Iliade (Fenice ad Achille, v. 502 ss.): « le Preghiere (Litai) sono
figlie del gran Zeus... e si affannano a correre dietro ad Ate ». E dopo una lunga ora
zione narra la storia di Meleagro. Dunque abbiamo lo stesso tipo di composizione.
Se io potessi commuovere le Litai, direi: « care Litai, date a questi poveri ragazze e
ragazzi poche settimane per imparare Omero ».
28: tutto questo non si capisce se non si sa che è polemica contro Esiodo.
L'epoca esiodea era contenta con una tale cecità del dio. Ma Pindaro non può ammet
tere che il dio non veda, né che il dio di Delfi possa essere macchiato. E dunque qui
si polemizza acerbamente con Esiodo, senza però nominarlo. Difficile è l'uso della
preposizione locale κοινάνι παρ': « in the courts of » Gildersleeve. Non sopprimere,
non dire « imparava da », ma « era insieme, si consigliava con il νόος ». Qui il
νόος ha il valore omerico. Pindaro non tollerava l'idea che Apollo avesse bisogno del
corvo: « tamquam in Consilio una cum ilio corvo vel internuncio sederei »; nella Pitica
terza Apollo sa tutto.
Vorrei fare una digressione che è molto illuminante sulla religione di Pindaro
e cioè sulla prima Olimpica, vv. 25 e ss. Li c'è ima polemica acerba contro l'usuale
versione del mito di Pelope, perché è impossibile per Pindaro che gli dei, anche
se ingannati, mangino carne umana. Pindaro purifica la religione tradizionale. Cosi nel
Vecchio Testamento viene purificata la concezione di Jahvé, potente conduttore di
popoli.
29: la stessa idea che avete sentito nella Pitica nona, v. 42.
31: viene nominato solo ora Ischi, prima era citato per perifrasi. - Se voi
potete trovare un esemplare dell 'Atlas antiquus di Kiepert, è una meraviglia!

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MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA 93

34: lo scoliasta cita Callimaco (verso scazonte). Daimott: in Inghilterra non si


direbbe « demone », ma « cattivo ». Non so se è lo stesso nei paesi cattolici. Qui si
dice « Satana », vero? Perché tutto è glorificato.
36: c'è un paragone di cui manca il termine. Vediamo il benedetto scoliasta:
τό ώς λείπει. Lo scolio non conosceva il tipo della comparatio paratattica. Avete un
famoso esempio all'inizio della prima Olimpica, dove non dice « come... cosi », ma
salta subito al paragone, πολλάν ... ΰλαν: enorme enfasi di quell'iperbato.
38: « la posero su di un muro di legno » non ho trovato parola su questo nei
commenti. Vi dò tre esempi vascolari: una pittura di Magna Grecia di un pittore
della scuola di Pesto (Br. Mus. F 149); un vaso del Museo di Napoli: Polissena
sacrificata per Achille (pi. 45, fig. 340 del volume II La danse grecque antique)·,
un'anfora di Myson (Louvre, G. 167), vaso attico della prima metà del quinto secolo
che rappresenta re Creso sulla pira. La catasta di legna è sempre ben costruita.
40: ούκέτι perché nella prima rabbia Apollo aveva intenzione di uccidere anche
il bambino, oltre la madre, poi pensò di salvarlo.
71: ού φθονέων άγαδοΐς è osservazione piena di tatto. Ma quale è il valore esatto?
Per ogni parola greca anche ad Oxford c'è una sola traduzione.
73 ss. avis au lecteur. Vuol dire: « spero che se ti faccio buona musica, tu mi
sarai generoso ». Ma Pindaro non è Ipponatte e non chiede un semplice mantello.
74: ποτέ. Non è una vittoria recente. Di fatto si riferisce vagamente a qualche
vittoria a Delfi. La Pitica terza è una lettera che viene mandata a Gerone a scopo con
solatorio (Wilamowitz), e solo di passaggio si menziona qualche vittoria pitica. Di
Pindaro noi abbiamo quattro libri di epinici, che erano alla fine della raccolta delle
sue poesie. La difficoltà dei grammatici era di sistemarli in qualche modo. In questo
caso è menzionata una vittoria pitica, anche senza un forte nesso col contesto e la
poesia viene messa fra le Pitiche. Una delle più belle odi di Pindaro è la Nemea unde
cima (cf. la quarta ecloga di Virgilio per Asinio Pollione): è una consolazione e
perciò i poveri ' disgraziati ' grammatici non sapevano dove metterla e la ponevano
« separata » dalle Nemee. Quindi i grammatici talora evitavano le difficoltà con il
sistema della « separazione ».
79: una festa παννυχίς è sempre celebrata da donne. Su di essa abbiamo uno
scolio importante. Non bisogna confondere la Magna Mater con Cibele, perché le
Magnae Matres sono dappertutto nel Mediterraneo, mentre Cibele è un'altra cosa. La
introduzione di Wilamowitz alla sua traduzione dell'Orestea parla di queste cose,
molto importanti per capire la religione greca. Noi diamo molta importanza al mono
teismo. Per l'antica religione greca non fa nessuna differenza se il dio è un individuo
ο una pluralità, se è la Musa ο le Muse, la Madre ο le Madri. Nella seconda parte
del Faust di Goethe si parla delle Mutter che regolano la vita degli uomini. Il culto
delle Madri è importante in Italia, Sicilia, Bretagna, dove furono trovate donne con
bambino: dunque l'idea della maternità è più antica della Cibele frigia. In Pindaro
la Madre è combinata con Pan, il cui culto entra in Grecia all'inizio del quinto secolo,
e non sappiamo se a Tebe il culto fosse più antico che ad Atene. La stessa combina
zione di Pan e Meter troviamo negli Uccelli dove si parla di Frinico tragico (w. 745
751). Abbiamo una cosa molto importante nello scolio 139a che cita un frammento
di partenio, brano giovanile di Pindaro su Pan. Pindaro, com'è naturale, si rivolge
al santuario che gli è più vicino e con il quale forse ha dei rapporti familiari. Ognuno
è attaccato al luogo di culto suo proprio, in particolare per i piccoli culti, come
accade anche oggi. Per la grotta di Pan potete vedere il Dyskolos di Menandro.

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94 MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

81 ss.: « gli dei largiscono ai mortali un bene e due mali ». Lo scoliaste cit
Omero, Iliade 24,527 « due vasi stanno sulla porta di Zeus che danno doni, < l'uno >
cattivi, l'altro buoni ». Come interpreta Pindaro? Per dirla in modo moderno, Pind
elimina la virgola in Omero (gli antichi non avevano punteggiatura e la cosa
affidata al lettore), e capisce: « ci sono due vasi per le cose cattive ed uno per
buone ». Ora viene il problema che pongo e che non posso risolvere. Ha Pinda
frainteso Omero ο ha cambiato quello che dice Omero? Perché tra Omero e Pindaro
c'è un abisso? Nel frattempo si è inventato il pessimismo. Ma non bisogna esaspera
il pessimismo. Per la mia generazione faceva molta impressione il libro di Nietzsch
sulla tragedia. Egli ha visto che al di là della concezione ottimistica borghese
l'Ottocento che glorificava i Greci c'è il lato tragico, e comincia con la storia
Mida e Sileno (p. 58). La cosa migliore sarebbe non essere nati affatto: cf. L'Ed
a Colono 1125. Nietzsche aveva esagerato. Per Pindaro io non credo che fosse c
sciocco da fraintendere Omero. Invece io penso, ma non posso provarlo, che leggev
in Omero la sua concezione malinconica della vita umana. Pindaro dice cosi p
confortare Ierone malato: come uomini dobbiamo essere contenti.
83: τα καλά τρέψαντες έξω per l'Italia non è il caso, ma in Inghilterra e
Germania una fruttivendola fa cosi.
86: Πάτμος? I Greci avevano tutte maiuscole e non si tormentavano come noi.
Wilamowitz nel suo libro su Pindaro (p. 283, n. 2) dice che è personificazione, il ch
migliora il senso.
Pindaro, come sapete, ha grande predilezione per la storia dell'Eacide e de
sua discendenza. Ne parla nelle odi a Egina, per esempio nella Pitica ottava,
anche altrove. Si dice che Cadmos sarebbe lo stesso di Cosmos [Schulze Kl. Sch. 698]
e l'unificazione di Cosmos e Armonia sarebbe una gran bella cosa. Le nozze di Cadm
e Armonia alla presenza degli dei erano molto famose: cf. Teognide, elegia I, vv. 15-1
103: finisce il mito. Pindaro è religioso e mite, non accusa gli dei. Alla fine d
secondo libro della Politela Platone attacca Eschilo: è il più bel pezzo di Eschilo
possediamo, sfortunatamente non conosciamo la tragedia. « Nemmeno approveremo
Eschilo quando Tetis dice che Apollo cantando alle nozze di Tetis profetò a lei u
buona discendenza » ... « E io - dice Teti - pensavo che dicesse il vero. E invece
stesso cantando quelle cose, lui stesso è lui che ha ucciso mio figlio » (lo dice il ciclo
È la polemica del teologo Platone contro Eschilo. Platone menziona spesso Pind
ma non lo condanna mai, perché è un poeta, condanna invece Eschilo perché è teolo
anch'esso e dunque pericoloso. Se ci doveva esser posto per la religione di Platone, s
doveva eliminare quello che per i Greci del quinto secolo era il grande profeta reli
gioso. Platone usa per combattere il mezzo che tutti i teologi usano: la falsificazion
« malignitas theologorum ». Platone prende il frammento che gli serve e lascia andar
il resto. Eschilo intensifica il contrasto tra Apollo che canta e le sue azioni di dopo.
Pindaro conosce la storia di Apollo alle nozze, ma non la sfrutta come fa Eschilo.
106: σάος è una delle più belle congetture fatte in Pindaro.
108-109: Δαίμων è spesso Πάτμος / Τύχη. Nel mio esemplare io ho scritto
accanto un passo di Antifonte (B 49 Diels). Prendiamo il commento di Agamennone
devo averlo detto in qualche posto del mio Agamennone (nel collegio di Oxford
primo volume è sempre fuori posto perché c'è la traduzione). Al v. 1341 s. άσιν
δαίμονι « con una fortuna senza danno ». È chiaro che in questa frase il termine h
perduto molto del suo carattere personale ed è sulla strada di diventare idea astratt
Ancora cf. Persiani 824 s. Sono molti i passi che troverete nella nota di Agamennon

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MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA 95

112: άνθρώπων φάτις è accusativo plurale. Io, sedotto da Schroeder e Wi


mowitz l'ho preso per nominativo. Ma è cosa artificiosa. Io mi sono rivolto al dotto
Radt (ho visto con soddisfazione che avete qui il suo libro), e lui mi ha chiarito che
si tratta di apposizione: « quanto a Nestore e Sarpedone, quei famosissimi uomi
li conosciamo solo attraverso i poeti ». Pindaro conclude dicendo di essere cap
come pochi di celebrare gli eroi.

Frammento 122

Il frammento è citato da Chamaileon in Ateneo (XIII 573f-574ab). Se voi avete


a che fare con dei frammenti, molto importante è leggere il contesto. Schroeder, che
sapeva quel che faceva pubblicava anche il contesto. Date uno sguardo al libro XIII
di Ateneo: non tratta né di deipnoi né di sofisti, ma di cose erotiche. Il più grande
editore di Ateneo era Casaubonus, gigante della filologia, amico di Scaligero, puritano
calvinista. Scriveva ogni sera le Efemeridi. Era coscienzioso, si interessava molto di
commenti (Persio ad esempio), si tormentava perché perdeva tanto tempo con
Ateneo. Non poteva saltare nella lettura il libro XIII di Ateneo, ma si tormentava
e ogni sera si inginocchiava davanti al Padre Eterno e si scusava di leggere cose poco
decenti: si sollevò molto quando arrivò alla fine di quel libro. (Per Ateneo usiamo
anche il commento di Schweighauser, ma se si studia bene si vede che la materia
deriva da Casaubon).
1: Pindaro in questa poesia non usa nessuna parola cruda. Dice νεάνιδες come
se parlasse ad una ragazza della buona società. Πολύξεναι è un bell'eufemismo. In
Ateneo XIII 594d abbiamo pochi versi di Archiloco che dice « accogliente riceve gli
ospiti Pasifile ». Εύήδης in Archiloco vuol dire « buono », ma anche « stupido », in
latino bonus vir, Pasifile denota la professione. Pasifile è sempre la schiava di Afrodite
nei vasi. Nella nona Pitica Chirone dice ad Apollo: « le chiavi dei sacri amori sono
tenute dalla savia Peithò » (v. 39). Ci sono bellissimi vasi in cui vicino ad Elena e
Paride c'è Peithò, che induce Elena a fare quello che non dovrebbe.
Le ragazze hanno in mano il turibolo. Pensate al trono Ludovisi: ci sono sui due
lati due donne; quella velata, la sposa, ha in mano un turibolo e sparge grani d'incenso.
9: σύν άνάγκχι « necessità »? È un concetto più tardo e astratto. Quando Aga
mennone decise di sacrificare la figlia, dice Eschilo, pur sapendo che era un crimen?
Quando si aggiunse « la costrizione ». Cf. anche Prometeo 514. In Pindaro dunque
meglio « costrizione » che « necessità ». Cf. il mio commento ad Agamennone 218.
15: ξυνάορον ξυναΐς nella lingua arcaica parole della stessa radice tendono a
stare vicine. Pindaro, membro della aristocrazia di Tebe e ben conosciuto tra
l'aristocrazia di Corinto sa che gli diranno: ma caro mio, come puoi fare una poesia
per meretrices? Pindaro è un uomo più che un membro di una certa società: si mette
nella loro posizione e le scusa. Non so se un Ateniese avrebbe fatto cosi.
18: il confronto è col bestiame (φορβάδων). Anche Sofocle usava la parola nello
stesso modo (fr. 720 Pearson, cf. Eustazio, II. 1088, 35). Eustazio è dotto ecclesiastico,
possediamo l'autografo del commento all'Iliade nella Laurenziana. Se io avessi fatto
questa domanda ad Oxford, silenzio. Bravi.
Più bello Plauto Miles 785: «quae alat corpus corpore », con la brevità tipica
del sermone latino.

Mio vero scopo era non di darvi questi pochi frammenti, ma incoraggiarvi a
leggere Pindaro, e non solo il Pindaro solenne, ma il Pindaro umano. E vi sarà

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96 MISCELLANEA, VARIETÀ E LETTERATURA ODIERNA

più facile leggerlo con gli scolii. Vi sono due strati diversi negli scolii: la parafrasi
per le scuole che non contiene elementi di dottrina, e poi notizie che poteva dare s
uno che aveva a disposizione la grande edizione alessandrina. E inoltre gli scolii asso
bono commenti ormai perduti. Fortunatamente l'edizione di Drachmann è buo
Io direi che se leggete una ο due odi con gli scolii intendete meglio Pindaro e avete
un'idea della dottrina antica. So che non avete tempo perché a Bari Pindaro ούδ
λίγιρ, ούδ'έν άριθμω. Certo il problema della difficoltà di Pindaro si riduce spesso
vedere se un elemento sta con ciò che precede ο con ciò che segue. E voi direte: car
mio, non abbiamo tempo!
a cura di Renata Roncali
[Eduard Fraenkel]

HENRI WEIL
Madame
Entretien avec Dufour
Madame Dufour '■

En juin 1971, l'aìnée des petites-filles d'Henri Weil (1818-1909), Madame Dufou
a bien voulu m'accorder une entrevue. Elle est un témoin exceptionnel pour plusi
raisons. D'une part, elle a vécu de 1892 à 1909 dans l'intimité de son grand-père,
était venu habiter chez ses parents. D'autre part, le grand savant qui, à un age avan
avait cessé de produire, pouvait se consacrer à la formation de ses petits-enfants,
elle en a pleinement profité.
Elle m'apprend qu'Anatole France (1844-1924) a connu Henri Weil au co
d'une excursion dans le Hohwald. Le lys rouge (1894) est un roman à clef où Henr
Weil figure sous le nom de Joseph Schmoll, de l'Académie des Inscriptions.
Il est exact, répond Madame Dufour à l'une de mes questions, qu'Henri W
a été l'élève d'August Boeckh (1785-1867) à l'Université de Berlin. Il avait mè
un portrait d'August Boeckh dans son bureau. [C'est à August Boeckh qu'H
Weil et Louis Benloew (1818-1900) dédient leur Théorie Générale de I'Accentua
Latine (Paris, 1855):

A MONSIEUR AUGUSTE BÖCKH


NOTRE VENERE MAITRE

ET LE MAITRE DE TOUS CEUX QUI ETUDIENT l'ANTIQUITE.

Si Henri Weil a été un grand papyrologue, c'est évidemment parce qu'i


de l'épigraphie avec August Boeckh, qui éditait le Corpus Inscriptionum Gr
Boeckh lui-méme avait été l'élève de F. A. Wolf (1759-1824), que Goethe (17
admirait, et dont les célèbres Prolégomènes (1795) ont fourvoyé pour deux
études homériques].
Je ne nie pas, me répond encore Madame Dufour, que, en 1844, He
ait été à Paris en mème temps que deux autres Rhénans célèbres: Henri He
1856) et Karl Marx (1818-1883). Mais il ne les a pas connus.

* Il ne s'agit ici que d'un supplément d'information. Pour l'essentiel, on se


à Obsèques de M. Henri Weil, Bibliographie scientifique de Henri Weil (181
«Revue des Etudes Grecques» 22 (1909), pp. 373-404. Voir également Alexan
Desrousseaux. Le militant et le philologue, «Belfagor» 26 (1971), pp. 202-203.
graphic en tète des Mélanges Henri Weil (Paris, 1898).

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