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Il Minimoog  

 di Raffaello Balocco

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Ci sono alcuni strumenti musicali che, per via del loro


suono molto caratterizzato, si riconoscono
immediatamente, in qualsiasi contesto. Uno di questi è
senz'altro il Minimoog, il sintetizzatore monofonico dal
timbro unico, che ha colorato con il suo suono molta parte
della miglior musica degli anni settanta.

Tanta fu la sua popolarità che il suo nome finì addirittura


per diventare sinonimo di sintetizzatore. Ai concerti era
infatti frequente sentire, durante la presentazione dei
membri della band, cose del tipo: "alla chitarra suona Un
Tale…(applausi)…al Moog suona Tal Altro...(applausi)…
etc" anche se il tastierista in realtà suonava su tutt'altro
synth.
Ma procediamo per gradi, e, cominciando dal principio,
vediamo quale fu il percorso evolutivo dal quale scaturì il
Minimoog.

Negli anni cinquanta Bob Moog, ancora studente,


costruiva i suoi primi Theremin, affascinante strumento
che si suona modulando in frequenza ed ampiezza
mediante il solo movimento delle mani nell'aria, all'interno
del raggio di percezione delle sue due antenne.

Negli anni successivi, stimolato da alcuni compositori di


musica elettronica e di musica concreta, egli maturò l'idea
di realizzare uno strumento elettronico a tastiera. Fu così
che iniziò a lavorare a vari progetti come oscillatori
controllati in voltaggio, filtro (passa-basso) controllato in
voltaggio, generatori d'inviluppo e così via, arrivando alla
definizione di alcuni moduli i quali, collegati tra loro,
creano la catena di sintesi del suono.
I moduli furono sistemati in un pannello ed i collegamenti
fra di essi furono lasciati esterni e liberi, in modo che
l'utilizzatore potesse di volta in volta determinare il
percorso del segnale a suo piacimento, tramite una serie
di prese jack.

Questi primi sintetizzatori modulari, che videro il giorno nel


1964, furono inizialmente venduti soltanto ad Università,
ricercatori e studi di registrazione, ed il loro impiego in
campo commerciale si limitò, nei primi tempi, alla
produzione di sigle televisive e gingle pubblicitari.

Il successo arrivò nel 1968, con un disco di musica barocca interamente eseguita su di un synth Moog:
"Switched on Bach", di Walter Carlos, che divenne presto un hit sia nelle classifiche di classica che in quelle
di pop, vendette più di un milione di copie e fu premiato con tre Grammy Awards.

Fu così che la voce dell'esistenza di questo nuovo strumento elettronico varcò l'Oceano e giunse all'orecchio
di alcuni musicisti inglesi che stavano sperimentando nuove strade espressive, sviluppatori di un genere
musicale che prenderà il nome di progressive rock. Avendone subito fiutato le potenzialità, questi fortunati si
trovarono a poter mettere le mani su di uno strumento a tastiera innovativo e rivoluzionario, in grado di
generare suoni assolutamente irreali, potenti e mai sentiti. Tutto ciò in una gamma timbrica praticamente
infinita e, cosa più importante, progettato in modo che avessero la facoltà di programmare da sé stessi i
suoni che desideravano eseguire.
Cosa chiedere di più?

In verità, qualcosa si poteva ancora migliorare. Il prezzo, che era veramente molto alto, non ne favoriva la
diffusione, e la complessità di programmazione (niente "presets" per cambiare suono, ma ricabla tutto ogni
volta e gira decine di manopole), unita al peso, ne rendevano problematico l'impiego dal vivo (ne sanno
qualcosa i roadies dell'allora tastierista dei Nice, Keith Emerson). Si manifestava quindi la richiesta di un
sintetizzatore più economico, compatto e facile da programmare, per cui nel '69 Bob Moog avviò lo studio
che porterà alla nascita del più famoso e leggendario sintetizzatore mai costruito: Sua Maestà il Minimoog.

Il concetto era: individuare i moduli più utilizzati, scremando al massimo, ed integrarli in una macchina
maneggevole, facile e veloce da programmare. Per rendere più snella la programmazione si decise anche di
collegarli in modo definitivo, con cablaggi interni, abbandonando il concetto di modularità. Nonostante questi
limiti, imposti dal progetto, il risultato doveva essere comunque uno strumento in grado di non far
rimpiangere la potenza di sintesi dei modulari. E così fu…

Evoluzione del progetto

Per il primo prototipo, Model A, si utilizzarono oscillatori, filtro e generatori di inviluppo ricavati direttamente
dai modulari, montandoli su di un piccolo pannello sovrastante la tastiera a tre ottave, da do a do.

Il Model B venne alloggiato in un elegante struttura in legno con coperchio. Per questo secondo prototipo
vennero ridisegnati gli oscillatori ed il generatore d'inviluppo, mentre il filtro rimane lo stesso impiegato per i
modulari.

Con il Model C siamo praticamente alla forma definitiva. Il pannello comandi viene montato su cerniere per
poter essere reclinato, la tastiera è mezza ottava più lunga (da fa a do), viene dotato di tre oscillatori, etc. Le
differenze con il definitivo Model D sono quasi trascurabili.

Il primo Minimoog Model D fu costruito nel 1970, e, vista la tiepida reazione che suscitò, Bob Moog pensò
che ne avrebbe venduti solo qualche centinaio. La domanda esplose invece quasi subito ed il Mini restò in
produzione fino al 1981 per un totale di circa 12.000 esemplari venduti. Il costo si aggirava sui due milioni nel
'71 (una bella cifra, ci si comprava un appartamento!).

Di una semplicità geniale, il Mini ha una architettura di sintesi molto spartana e razionale. C'è poco ma non
manca niente.

Allora, per quelli che ne hanno voglia, o per coloro che ne hanno uno in versione software e che vorrebbero
smanettarci a ragion veduta, proverò a descrivere il più brevemente possibile i vari elementi che partecipano
alla costruzione del suono del Minimoog.

La catena di sintesi.

Il tipo di sintesi impiegato è di tipo sottrattivo, ciò significa che al suono iniziale viene tolto qualcosa prima
dell'uscita. Vediamo come.

Banco oscillatori

Il suono iniziale è generato da tre oscillatori, un generatore di rumore (bianco o rosa, a scelta) e da un
ingresso per un eventuale segnale esterno.

L'oscillatore 1 comanda l'intonazione generale dello strumento mentre gli altri due possono essere scordati
rispetto al primo fino a 7 semitoni sopra o sotto.
Ogni oscillatore può lavorare su ottave diverse, selezionabili tra 2', 4', 8', 16', 32' e LO (Lenta Oscillazione).

Le forme d'onda selezionabili per ognuno sono sei: triangolare, dente di sega, un misto triangolare-dente di
sega, quadra, impulsiva larga ed impulsiva stretta. L'oscillatore 3 al posto del mix triangolare-dente di sega
ha una dente di sega invertita. Inoltre può essere utilizzato come generatore di frequenza di modulazione,
mediante uno switch che lo scollega dal controllo di tastiera e lo lascia libero di oscillare alla frequenza
impostata, di solito all'interno della gamma LO.

Mixer

Lasciato il banco oscillatori, il segnale giunge al mixer dove vengono miscelati i volumi di ciascuna sorgente
audio, compreso segnale esterno e generatore di rumore.

Filtro

Dopo il mixer arriviamo al famoso filtro passa basso con rampa a 24 dB per ottava, marchio di fabbrica della
maison Moog. Il primo controllo, Frequency, imposta la frequenza di taglio, sopra la quale non passa nulla.
Mediante il potenziometro successivo, Emphasis, si possono esaltare le frequenze vicine al punto di taglio,
potendo arrivare fino all'auto-oscillazione del filtro. Con questi due dispositivi il segnale originario può essere
modificato in maniera pesante. Ma non basta.
Vi sono infatti ancora due importanti elementi da prendere in esame in questa sezione, e cioè modulazione
ed inviluppo.

Modulazione

L'azione del filtro può essere modulata dall'oscillatore 3, dal rumore o da una miscela dei due.
Come abbiamo già visto l'oscillatore 3 può essere liberato dal controllo di tastiera per oscillare alla stessa
frequenza lungo tutta l'estensione di quest'ultima. Quando viene sacrificata la sua funzione di generatore
audio per essere usato come modulatore del filtro, esso ne pilota l'apertura e la chiusura ciclicamente,
secondo la frequenza e la forma d'onda impostate. L'intensità di modulazione è comandata dalla rotella
MOD alla sinistra della tastiera, accanto a quella di pitch.
Oltre al filtro la modulazione può essere associata all'intonazione (Pitch Modulation) per variarne l'altezza
periodicamente, sù e giù.

Inviluppo

Per il generatore d'inviluppo sarà bene spendere due brevissime parole in senso generale: possiamo dire
che trattasi di un congegno atto a variare nel tempo l'azione di un parametro.
L'inviluppo Moog è strutturato in tre stadi:
1) Attack, tempo di attacco, cioè il tempo che il parametro in questione impiega a raggiungere il massimo
livello d'azione dall'istante in cui viene premuto un tasto della tastiera.
2) Decay, tempo di decadimento, cioè il tempo che il parametro impiega, dopo l'attacco, a ridiscendere al
livello stabilito dal terzo controllo…
3) …Sustain, livello di mantenimento, appunto.
Il tempo che impiega il parametro per scendere al valore zero dopo il rilascio della nota, tempo di Release, e
che in quasi tutti i synth ha un controllo indipendente, nel Mini è associato a quello di Decay.

Nel filtro il tempo di attacco, 1), regolabile da 1ms a 10s, stabilisce il tempo che questo deve impiegare per
riaprirsi, partendo dalla posizione in cui è impostata la frequenza di taglio per portarsi progressivamente a
"tutto aperto".

Il tempo di decadimento, 2), regolabile nello stesso intervallo di quello di attacco, determina il tempo che il
filtro impiega a richiudersi al valore di mantenimento, a sua volta regolato dal terzo controllo, Sustain, 3).

Il potenziometro Amount, infine, consente di dosare la quantità di segnale da prelevare dall'insieme per
essere inviata al generatore d'inviluppo. Un po' come una manopola di mix tra segnale normale e segnale
trattato.

Amplificatore

L'ultimo stadio in cui il segnale passa prima dell'uscita è l'amplificatore che, l'avrete intuito, lo amplifica per
l'uscita audio.
Ma non è ancora tutto (e non mi risentirò se a questo punto qualche lettore si farà cogliere da un annoitao,
irresistibile sbadiglione) perché anche all'amplificatore è associato un generatore d'inviluppo.
Ma liquidiamolo in breve rifacendoci ancora ai punti 1), 2) e 3) e diciamo brevemente che: il tempo di
attacco, 1), è quello che il volume impiega a raggiungere il massimo; il tempo di decadimento, 2), è quello
che passa per arrivare, 3), al volume di mantenimento. Se la manopola Sustain, che regola il livello di
mantenimento, è posizionata sul massimo, l'inviluppo non ha effetto.
Non essendoci il controllo di Release, il potenziometro Decay stabilisce anche il tempo di rilascio, cioè il
tempo che la nota impiega a spegnersi dopo che abbiamo sollevato il dito dal tasto. Un interruttore alla
sinistra della tastiera, sopra le ruote di pitch e modulazione, può disabilitare la funzione di rilascio per far sì
che l'emissione della nota si interrompa di netto lasciando il tasto.

Glide

Non si può, infine, concludere la parentesi tecnica senza menzionare il caratteristico effetto di Legato tra una
nota e l'altra, che si può sentire, splendido, nel finale di "Lucky Man" (Emerson, Lake & Palmer).
L'effetto può essere attivato con un interruttore ed il tempo di Glide può essere regolato da 0 a 10 decimi di
secondo di glissando per ottava.

La storia

Il passato...

Dalla catena di sintesi che abbiamo appena cercato di descrivere nasce quel suono inconfondibile, pur nelle
sue infinite varianti, che fa del Minimoog uno dei miti dell'era degli strumenti dal carattere forte, preciso,
inconfondibile. Penso per esempio alle chitarre e bassi di Leo Fender (per non parlare degli ampli!), alle
Gibson, all'organo Hammond, al Fender Rhodes, al Mellotron, insomma, a tutti quegli strumenti,
amplificatori, effetti che si sono guadagnati un posto fisso nelle grandi bands dell'ultimo periodo davvero
creativo, che personalmente colloco tra Revolver ('66) e Wish You Were Here ('75), e che hanno prodotto
quel sound che ci fa subito sentire a nostro agio, come in compagnia di vecchi amici.

Un piccolo aneddoto: Flavio Premoli, tastierista della P.F.M., racconta che quando si cominciò a sentir
parlare in Italia di questa macchina quasi mitologica, il sintetizzatore, questo Moog che nessuno sapeva
bene cosa fosse e cosa facesse, egli si recò insieme a Franz Di Cioccio da un noto e storico importatore di
strumenti musicali di Milano e lo convinsero ad importarne uno.
La P.F.M. stava proprio allora iniziando a produrre il materiale del primo disco e la famosa frase di
"Impressioni di Settembre" era già scritta, anche se non era ancora chiaro con quale strumento avrebbe
dovuto essere eseguita. Chitarra elettrica? Naaaa... Sax? Hmmmm...
Poi l'importatore ricevette il Minimoog, andarono a ritirarlo e... beh, riascoltatela e capirete la potenza e
l'importanza di questo piccolo mostro. Così come la conosciamo è infatti uno dei migliori riff del progressive
(non solo italiano, bravo Flavio!), e sono certo che suonata al sax o alla chitarra non farebbe lo stesso
effetto, anzi, probabilmente sarebbe rimasto un anonimo intermezzo che nessuno avrebbe ricordato.

...ed il futuro!

Ma la storia del Minimoog non finisce con gli anni settanta, tant'è che lo stesso Bob Moog ha recentemente
deciso di rimetterlo in produzione in versione aggiornata, non virtuale, questo, ma un potente, vero synth
analogico che ne mantiene la struttura di base, naturalmente con l'aggiunta di molte interessantissime
funzioni non presenti sull'originale. Un'operazione felice, visto che l'importatore per l'Italia mi conferma che
ne stanno andando via molti più del previsto. Corsi e ricorsi storici? Non credo, il fatto è che in trent'anni di
"progresso" i sintetizzatori hanno finito per suonare un pò tutti uguali con le loro vocine digitali (sfido
chiunque ad identificare un sintetizzatore attuale dal solo ascolto), mentre i vecchietti analogici non hanno
perso lo smalto ed hanno ancora molte cose da dire con le loro belle vocione spesse, corpose, tutt'altro che
virtuali, pur con tutti i limiti e difetti (ma ne fanno anche il carattere) che i moderni, affidabili, giovanotti digitali
non presentano.