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nell’attesa), il mio amico mi sussurrò: - Dovreste ritenervi fortunato di non avermi dovuto

accompagnare nelle bische o nei bordelli. O nei manicomi, altro posto che il principe Franz,
ho scoperto, si dilettava a visitare. Comunque non è stato mai più di una volta nello stesso
luogo. Da nessuna parte, eccetto…
L’orchestra attaccò e venne sollevato il sipario. Il mio amico tacque.
Fu uno spettacolo a suo modo abbastanza piacevole; vennero messe in scena tre
rappresentazioni in atto unico. Tra l’una e l’altra, come intermezzo, vennero cantate canzoni
comiche. Il primo attore era alto, languido e aveva una bella voce; la prima attrice era
elegante, e la sua voce raggiungeva ogni angolo del teatro; il comico era molto versato negli
scioglilingua cantati.
La prima rappresentava la tipica commedia degli equivoci: il primo attore recitava nella
parte di due gemelli identici che non si erano mai incontrati ma che erano riusciti, per tutta
una serie di comiche disavventure, a ritrovarsi entrambi danzati con la stessa ragazza — la
quale, e questo era il colmo, pensava di avere un danzato solo. Le porte si aprivano e
chiudevano velocemente, mentre l’attore passava da un’identità all’altra.
La seconda presentava la straziante storia di un’orfanella a amata che vendeva violette di
serra per strada, nella neve. Alla ne la nonna la riconosceva, giurando che si trattava della
bambina rapita dieci anni prima dai banditi; ma era troppo tardi, e quell’angioletto,
assiderato, esalava il suo ultimo respiro. Confesso che dovetti asciugarmi gli occhi più di una
volta col mio fazzoletto di lino.
Lo spettacolo si concluse con una coinvolgente rappresentazione storica: tutta la compagnia
impersonava un gruppo di uomini e donne di un villaggio sulla costa dell’oceano, settecento
anni prima dei giorni nostri. Videro qualcosa che emergeva dalle acque, al largo. L’eroe
proclamò con gioia alla popolazione che si trattava dei Grandi Antichi, la cui venuta era
stata profetizzata; stavano tornando nel nostro mondo da R’lyeh, e dall’oscura Carcosa, e
dall’altipiano di Leng, dove avevano dormito, o atteso, o trasceso il tempo della loro morte.
Il comico obiettava che gli abitanti del villaggio avevano esagerato tutti col pasticcio e la
birra, e che quelle sagome in lontananza erano probabilmente solo frutto della loro
immaginazione. Un gentiluomo di bell’aspetto, che impersonava un sacerdote del Dio
Romano, disse agli abitanti che quegli esseri nel mare erano mostri e demoni, e che
dovevano essere a rontati e distrutti. Al culmine della rappresentazione, l’eroe colpì il prete