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Massimo Cogliandro

Saggi sulle radici storiche del monoteismo

Il faraone Akhenaton e la genesi della Gnosi ebraico-cristiana

1 Le tesi di Freud sulle origini del monoteismo

L'origine egiziana della religione ebraica è stata affermata da numerosi autori antichi e
moderni. Tra questi assume una certa importanza S. Freud perché nel suo libro "Mosè e
il monoteismo" ricostruisce in un quadro d'insieme le vicende che hanno portato alla
nascita del monoteismo ebraico a partire dal fallimento della riforma religiosa, volta a
introdurre il monoteismo in Egitto, varata dal faraone Akhenaton.

Freud afferma che:

• Mosè era egiziano, probabilmente una persona vicinissima al Faraone Akhenaton,


che ne aveva abbracciato le convinzioni religiose;
• Mosè dopo la morte di Akhenaton, in un clima di generale restaurazione dei vecchi
culti pagani, ha deciso di lasciare l'Egitto con quanti restavano fedeli al culto di
Aton e con alcune tribù semitiche che si trovavano nelle province che sotto il
regno di Akhenaton erano sottoposte alla sua sfera di influenza e che tale esodo è
stato probabilmente pacifico al contrario di quanto afferma la Bibbia;
• Mosè, despota autoritario, è stato ucciso da una rivolta;
• A Cades, la minoranza di origine egiziana che si rifaceva al culto di Aton e le tribù
semitiche che si rifacevano al culto di Jhavè hanno dato vita ad una nuova
religione, che fondeva i due culti, e ad un nuovo popolo.

Queste tesi di Freud sono vere, ma solo in parte.

Il culto di Aton in realtà non inizia con il faraone Akhenaton, ma è un culto esoterico
sorto al tempo della costruzione delle piramidi, nell’Antico Regno. In quel tempo, si è
formata accanto alla religione del popolo una particolare forma di culto solare, che
vedeva nel dio Atum, il Sole, il simbolo stesso del Sole Divino che alberga nel cuore di
ogni essere umano. Il viaggio del dio Atum negli inferi, secondo questo insegnamento
segreto riservato a pochi iniziati della cerchia del Faraone, rappresenta il cammino
iniziatico del neofita verso la liberazione del proprio pneuma divino dall’attaccamento
psichico alla realtà del molteplice. Tale insegnamento esoterico trova la sua massima
espressione nel Libro Egizio degli Inferi. Akhenaton non realizza semplicemente il
passaggio dal politeismo ad una forma di monoteismo. Le raffigurazioni del dio Aton (il
Sole), che invia i suoi benefici raggi non sul mondo in genere, ma solo sulle mani
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dell'Uomo, dimostrano che il culto solare del dio Aton è solo una metafora per esprimere
il carattere divino dell'essere umano, per il quale è stato fatto non solo il più importante
tra gli esseri fisici, il Sole , ma anche, come affermato tanto nel'Inno ad Aton del faraone
Akhenaton, quanto nei frammenti autenticamente scritti da Tutmoses (Mosè) del
Genesi, tutta la natura.

Il Genesi è un libro che, nonostante la presenza di una indubbia influenza javhista ed


elhoista dovuta a tarde deformazioni, rivela in tutta la prima parte una indubbia origine
atonista. Da dove, infatti, l'autore del Genesi può avere mai tratto frasi del tipo: "finchè
tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere sei e in polvere tornerai!"? Una
concezione del genere conduce direttamente alla negazione dell'esistenza dell'oltretomba.
L'influsso del pensiero di Akhenaton, che, appunto, negava l'esistenza dell'oltretomba, in
questo come in altri passi del Genesi, è evidente. Nessuna religione del mondo antico era
mai arrivata a far pronunciare ai propri dèi simili affermazioni. Nel Genesi, il più
importante testo sacro della religione di Aton che ci sia rimasto, l'idea di un'origine
divina dell'essere umano è ulteriormente esplicitata laddove è scritto che tutti gli
elementi del cielo e della terra sono stati fatti per l'Uomo, un essere creato "a immagine e
somiglianza di Dio", affermazione che probabilmente nell'originario testo egizio, che, nel
più profondo ed esoterico del triplice significato di cui sono rivestiti i geroglifici egizi con
cui erano scritti i testi sacri egiziani, come ci suggerisce Schurè con cognizione di causa,
doveva suonare: "fatto della stessa natura di Dio".

A questo proposito, per inciso, si può fare tranquillamente l'affermazione che lo stesso
Gesù, secoli più tardi, abbia tratto la propria concezione sul carattere divino della natura
umana, per come ci appare nel 3° loghion del Vangelo di Tomaso, da qualche versione
del Genesi meno rimaneggiata di quella giunta fino a noi, che probabilmente girava nella
comunità essena in cui è cresciuto. Non è inoltre vero che l'esodo dei seguaci di Aton
sotto la guida di Mosè sia avvenuta in maniera pacifica: è probabile che nel testo biblico
si rifletta un clima di guerra civile tra un capo, Mosè, probabilmente un generale rimasto
fedele alla riforma religiosa di Akhenaton, e i suoi seguaci e quanti durante il regno di
Tutankhaton e di Horembeb cercavano di restaurare gli antichi culti pagani.
Probabilmente, il Faraone che ha inseguito gli Habiru (o Ebrei, cioè l'insieme delle tribù
egiziane e semitiche rimaste fedeli a Mosè e al culto di Aton) fino al Mar Rosso, altri non
era che il Faraone Horembeb.

In questo senso, aveva ragione Celso, che forse poteva ancora avere accesso a fonti
storiche attendibili di origine egiziana sull'argomento, nel suo libro intitolato "Contro i
cristiani", quando afferma che "gli Ebrei, Egiziani di stirpe, hanno lasciato l'Egitto
perché si ribellarono allo Stato Egiziano e perché disprezzavano la consuetudine
religiosa" egiziana. Ma, se erano egiziani anche gli Ebrei, avrebbero dovuto avere le

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stesse consuetudini religiose degli altri egiziani… Questa frase di Celso ci indica che egli
attingeva a fonti che oltre ad affermare l'origine egiziana degli Ebrei, affermavano che
gli Ebrei in origine erano sì egiziani ma egiziani che avevano consuetudini religiose diverse
da quelle degli altri egiziani, che disprezzavano le convinzioni religiose di questi ultimi e
che, spinti da questo disprezzo si sono ribellati contro lo Stato Egiziano e la restaurata
religione politeista. Questa frase di Celso, quindi, allo stesso tempo conferma la tesi di
Freud secondo cui la religione ebraica nasce dal culto monoteista di Aton e smentisce la
tesi dello stesso autore secondo cui l'esodo sia avvenuta in maniera pacifica.

2. La lotta di classe nell'Egitto di Tutankhamon

Le affermazioni di Celso e il racconto biblico ci fanno intuire che la lotta religiosa


nell'Egitto del dopo Akhenaton sia stata anche il frutto della lotta di classe tra gli strati
più oppressi e sfruttati della popolazione egiziana e dei popoli semitici "ospiti" che,
liberati da Akhenaton con la nazionalizzazione dei beni e, quindi, degli schiavi e dei servi
di proprietà delle caste sacerdotali degli dèi pagani, non hanno accettato di ritornare alla
loro condizione primitiva al momento della restituzione dei beni alle caste sacerdotali
sotto Tutankhaton, figlio e successore di Akhenaton. La riproduzione sintetica del Libro
Egizio degli Inferi nella tomba di Tutankhaton dimostra tuttavia il persistente favore
del nuovo faraone verso l’antico culto esoterico propugnato dal padre. L’esodo dei
seguaci della religione di Aton dall’Egitto è dunque successivo alla morte del giovane
faraone Tutankhaton ed è avvenuta probabilmente sotto il regno del faraone Horembeb.

3. L'esodo dei fedeli della religione esoterica di Aton

A Cades, i capi del nuovo popolo sorto dall'Esodo hanno deciso di fondere il culto di
Aton, rimasto prerogativa dei Leviti - di origine egiziana - dopo la morte di Mosè, con il
culto del dio pagano Javhè e degli altri dèi minori delle tribù semitiche che erano
confluiti a costituire il popolo ebraico. Si convenne non tanto di mantenere il rigido
monoteismo universale Atonista, quanto di costituire un unico dio nazionale per tutto il
popolo ebraico. A questo periodo risale probabilmente la stesura della seconda parte
dell'Esodo che riabilita la figura di Mosè e le leggi che egli ha dato al popolo ebraico. A
conferma di questa ipotesi c'è la presenza nei passi in cui vengono riportati i
comandamenti dell'appellativo "Dio Geloso" per definire il Dio Mosaico, che sta a
indicare che per gli Ebrei non devono esistere altri dèi, ma non che non esistevano in
assoluto. Il nuovo Dio Adonai (Aton)-Jhavè-Elhoim nelle intenzioni dei capi politici
delle tribù ebraiche più che un Dio unico doveva, quindi, diventare nulla più di un dio
nazionale, che cementasse tribù e popolazioni di origine tanto diversa e tale in effetti
divenne.

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I Leviti di origine egiziana accettarono l'accordo, ma per lungo tempo continuarono a
interpretare il dio della nuova religione secondo gli stessi canoni con cui in passato
interpretavano i testi della religione atonista ed è probabile che per decenni
continuarono a circolare tra di loro molti dei testi sacri della religione di Aton, che si
erano certamente portati con sé dall'Egitto, e che con ogni probabilità hanno costituito
lo strumento base su cui si sono fondati l'interpretazione in senso monoteistico della
nuova religione e il rigetto di qualsiasi rituale magico, che gradualmente sono diventati
un patrimonio acquisito della cultura del popolo ebraico.

Questa ipotesi trova un riscontro preciso nel salmo 103 (104) della Bibbia, risalente
all'XI secolo a. C., che contiene l'Inno a Dio Creatore, che altro non è che una
riformulazione dell'Inno ad Aton scritto dal Faraone Akhenaton. Tra questi testi vanno
annoverati indubbiamente anche frammenti dei libri che costituiscono il Pentateuco,
scritti quasi certamente da Tutmoses (Mosè) o da persone a lui vicine. Del culto javhista
venne accettata nella nuova religione soprattutto la concezione antropomorfa di un Dio
che premia e punisce e l'idea dell'esistenza di un oltretomba.

4. L'influenza del culto solare di Aton sul Cristianesimo Gnostico

Gli gnostici del II° secolo d. C. sapevano benissimo che nell’Antico Testamento
convivevano diverse tradizioni teologiche originate dal culto di diverse divinità orientali
(Aton, Javhé ed Elhoim). Lo stesso Ireneo, per confutare il tentativo gnostico di
distinguere le diverse tradizioni teologiche che convivono nell’Antico Testamento, è
costretto a scrivere:

Se qualcuno vuole obiettare che secondo l’ebraico vi


sono nomi differenti nelle scritture, per esempio
Sabaoth, Elhoim, Adonai e altri simili, cercando di
arguire diverse potenze e divinità, imparino che tutte
indicano e si riferiscono ad uno e identico (Dio) (Ireneo,
Adversus Haereses, II, 35, 3).

Il fatto che per i Cristiani Gnostici il Padre di Verità non fosse altro che Aton è provato
da un tardo testo gnostico intitolato: “Risposta di Abammone, suo maestro, alla lettera
inviata da Porfirio ad Anebo, e spiegazione delle questioni che essa pone” (Pseuso-
Giamblico, “De Mysteriis”), falsamente attribuito da Proclo e da Psello a Giamblico,
dove troviamo scritto:

Ermete colloca al primo posto come capo degli dèi


celesti il dio Emeph, che egli dice essere l’intelletto che
pensa se stesso e volge verso se stesso i suoi pensieri.
Avanti a questo egli colloca l’Uno indiviso e quello che
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egli chiama “primo parto” e a cui dà il nome di Ikton
(cioè Aton/Adonai): in lui risiedono il primo intelligente
e il primo intelligibile, il quale è venerato solamente con
il silenzio (Pseuso-Giamblico, “De Mysteriis”, Libro
Ottavo, 3).

E’ evidente che Ikton non è altro che il Dio Aton/Adonai, cioè il Padre di Verità, mentre
il Dio Emeph non è altro che il nome gnostico egiziano dello Spirito Santo, da cui trarrà
origine il Logos, cioè Cristo.

Ikton/Aton/Padre di Verità, Emeph/Spirito Santo e il Logos/Cristo vanno quindi a


formare la trinità cristiana gnostica, che trova la propria unità nell’Uno indiviso o
Abisso. Le tre persone della trinità sono però qui disposte secondo una gerarchia ben
precisa: Aton, cioè il Padre di Verità, precede Emeph, cioè l’Ennoia o Intelletto Pensante
del Padre o Spirito Santo; Emeph precede il Verbo, cioè la Parola. L’Uno, cioè l’Abisso,
a sua volta, riporta ad unità le tre persone della trinità al di fuori di qualsiasi prospettiva
sincronica o diacronica.

Nella speculazione tardo gnostica del De Mysteriis troviamo quindi già tutti i principali
temi del subordinazionismo ariano del Logos rispetto al Padre. La comunità gnostica
cristiana che ha espresso il De Mysteriis si ricollegava direttamente agli insegnamenti
esoterici originari del Salvatore, che affondavano le proprie radici nella tarda tradizione
atonista risalente al re Davide. Il carattere Cristiano Gnostico del De Mysteriis è
autorevolmente illustrato dal Sodano, che scrive:

Nel Trattato sui Misteri è delineata una gerarchia che


pone, dopo gli dèi, i demoni, gli eroi e le anime. Essa
rientra nella tradizione greca. Questa gerarchia, nel
libro II, si moltiplica, inserendosi, fra gli dèi e i
demoni, due ordini divini, e cioè gli arcangeli e gli
angeli, e fra gli eroi e le anime altri due ordini, gli
arconti cosmocratori o sublunari e gli arconti della
materia. […] Occorre riconoscere che queste nuove
classi divine, tra le quali la differenza spesso è segnata
con notevole fatica, hanno pochissima eco nella
speculazione neoplatonica e in quella dello stesso
Giambico. Esse indirizzano piuttosto verso
speculazioni cristiano-gnostiche e di tendenze
popolari”.

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In effetti, gli arcangeli, gli angeli, gli arconti cosmocratori o sublunari e gli arconti della
materia appartengono a classi divine che fanno parte esclusivamente della tradizione
gnostica cristiana e non hanno nulla a che fare con le coeve filosofie pagane, tanto meno
con quelle neoplatoniche…

Lo stesso Agostino nella sua opera “Le eresie” ci parla di una Chiesa Gnostica, che si
richiamava esplicitamente al Salmo 103 (104) della Bibbia, cioè ad una tarda versione
dell’Inno ad Aton, risalente circa all’XI° secolo a. C.:

I Seleuciani o Ermiani, chiamati in questo modo


dall’autorità di Seleuco o di Erma, […] negano che il
Salvatore incarnato sieda alla destra del Padre, ma
vogliono che Egli abbia deposto il suo corpo e collocato
nel Sole, desumendo questa credenza dal Salmo dove si
legge: “Ha posto nel Sole il suo tabernacolo” (Agostino,
Le eresie, LIX).

A questo punto risulta evidente che la dottrina gnostica secondo cui tutte le cose sono
state create per mezzo del Verbo (cfr. Prologo del Vangelo di Giovanni 1, 3) è nata dalla
tendenza ad identificare il Verbo con la divinità solare di cui parla il Salmo 103 (104),
espressione di Aton, il principio divino che permette l’esistenza e la vita di tutti gli esseri
viventi. Il legame esistente tra l’antico culto esoterico egiziano di Atum-Aton, la
tradizione profetico-Qabbalistica che fa capo ad Adonai e il culto solare delle antiche
comunità cristiane gnostiche trova un notevole riflesso simbolico nel Vangelo di
Nicodemo e in altri Testi Sacri del Cristianesimo primitivo:

Pilato allora prese dell’acqua, si lavò le mani davanti al


sole, dicendo: “Sono innocente del sangue di quest’uomo
giusto. Vedetevela voi!” (Vangelo di Nicodemo, 9, 4)

A questo proposito vale la pena di ricordare che i romani, dopo la distruzione di


Gerusalemme, hanno restituito a quella città il nome che essa aveva sotto Akhenaton,
cioè Eliopoli, e che la stessa Grande Chiesa, sotto l’influsso della teologia gnostica
Seleuciana ha fissato la nascita del Salvatore proprio il 25 dicembre, cioè il giorno della
festa del Dio Sole (Helios-Atum-Aton).

Aggiornamenti successivi alla prima redazione del testo: 17/2/2003 e 7/2/2005

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Il crollo del culto gnostico di Aton-Adonai in Israele

1. Introduzione

Nel Primo Libro di Samuele leggiamo la storia del crollo del culto monoteistico di Aton
subito dopo l’avvento della monarchia in Israele (XI° secolo a.C.). Il profeta Samuele,
Giudice di Israele, fu l’ultimo Gran Sacerdote del culto di Aton. Egli, spinto dalle
pressioni dei notabili di Israele, fu costretto a procedere alla nomina di un sovrano. Saul
venne consacrato re da Samuele con la stessa liturgia con cui furono incoronati gli
immediati successori di Akhenaton, cioè con il sacramento dell’unzione, seguito dal bacio
del Gran sacerdote di Aton-Adonai:

Samuele prese allora l’ampolla dell’olio e gliela versò sulla testa, poi lo baciò dicendo:
“Ecco: il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo. Tu avrai potere sul popolo del
Signore e tu lo libererai dalle mani dei nemici che gli stanno intorno” (I Samuele, 10, 1)
L’avvento della monarchia ebbe delle conseguenze immediate.

Saul, spinto dalle continue guerre con i popoli vicini e in particolare con i Filistei, si rese
conto che l’antico culto di Aton-Adonai per il suo carattere universale e per il suo
messaggio di amore e di pace non avrebbe mai potuto rendere compatto il popolo di
Israele contro i nemici esterni.

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A Saul serviva il culto di un Dio nazionale, simile a quello dei popoli circostanti. Ogni
popolo del Medio Oriente osservava il culto di uno o più dèi, che avevano il compito di
proteggere il popolo dalle guerre, dalle pestilenze e dalla carestia.
L’occhio di Saul cadde sul culto palestinese di Jhavè (Geova), ma sul momento non ebbe
il coraggio di abbattere l’antico culto di Aton-Adonai grazie al quale aveva conquistato il
trono.

2. Il conflitto fra i sacerdoti di Aton-Adonai e il re Saul

Il Gran Sacerdote di Aton-Adonai, Samuele, comprese immediatamente il pericolo e


decise di consacrare re un fanciullo della città di Betlemme di nome Davide, proveniente
da una famiglia fedele all’antico culto di Aton-Adonai.
La consacrazione, come già era avvenuto per Saul, si tenne secondo l’antica liturgia
atonista dell’unzione:

Disse il Signore: “Alzati e ungilo: è lui!”. Samuele prese il


corno del’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi
fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel
giorno in poi (I Samuele, 16, 12-13)

Trascorsi alcuni anni, Saul in qualche modo venne a conoscenza di quanto era stato
preparato dai sacerdoti di Aton-Adonai e la sua ostilità nei confronti di Davide cresceva.
Quando il sospetto divenne una certezza, Saul decise di annientare l’intera casta
sacerdotale di Aton in Israele:

Il re subito convocò il sacerdote Achimelec figlio di


Achitub e tutti i sacerdoti della casa di suo padre che
erano in Nob ed essi vennero tutti dal re. […] Il re disse ai
corrieri che stavano attorno a lui: “Accostatevi e mettete
a morte i sacerdoti del Signore, perché hanno prestato
mano a Davide e non mi hanno avvertito pur sapendo che
egli fuggiva”. Ma i ministri del re non vollero stendere le
mani per colpire i sacerdoti del Signore. Allora il re disse a
Doeg: “Accostati tu e colpisci i sacerdoti”. Doeg l’Idumeo
si fece avanti e colpì di sua mano i sacerdoti e uccise in
quel giorno ottantacinque uomini che portavano l’efod di
lino. Saul passò a fil di spada Nob, la città dei sacerdoti:
uomini e donne, fanciulli e lattanti; anche buoi, asini e
pecore passò a fil di spada.

Davide, dopo la strage dei sacerdoti di Aton-Adonai, si rifugiò con i suoi seguaci nel
territorio del Regno Filisteo di ACHIS, dove probabilmente è entrato in contatto con il
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culto locale del dio Jhavè. E’ in questo periodo che matura in Davide l’idea di fondere
l’antico culto di Aton-Adonai, i cui sacerdoti lo avevano consacrato erede al trono di
Israele, con il culto tradizionale palestinese di Jhavé.
In fondo, il progetto politico di Davide non era diverso da quello del Re Saul: sia Davide,
sia Saul volevano creare una religione nazionale, un Dio nazionale. Davide però era
contrario all’idea di Saul di cancellare completamente l’antica tradizione monoteistica
della religione esoterica di Aton, che aveva caratterizzato per circa due secoli l’identità
del popolo ebraico rispetto ai popoli pagani circostanti.

Davide, dopo la morte di Saul, divenuto re, restaurò il culto dell’antica divinità, che però
venne fusa con il culto del dio Jhavè ed assunse il nome di Jhavè-Adonai, e creò una
nuova casta sacerdotale. La restaurazione del culto fu solo parziale, perché gran parte dei
Testi Sacri del culto di Aton-Adonai furono distrutti durante la repressione voluta dal Re
Saul. La nuova casta sacerdotale di fatto creò un nuovo culto e nuove formule liturgiche.
Le tavole della legge, scritte in geroglifici egiziani dal triplice significato (cfr. Schurè, I
grandi iniziati), il cui significato esoterico era stato tramandato segretamente dall’antica
casta sacerdotale di Aton, non erano più penetrabili dai nuovi sacerdoti nominati dal Re
Davide. Il Re Davide, ormai l’unico in possesso degli antichi insegnamenti segreti del
culto di Aton, trasmessigli dal Gran Sacerdote Samuele, per motivi politici decise di
autorizzare la traduzione delle tavole della legge dall’egiziano all’ebraico. Durante il
Regno di Davide il culto esoterico di Aton si trasformò in maniera graduale ed
impercettibile per i contemporanei nel culto essoterico di Jhavè, cioè nella religione
ebraica per come la conosciamo oggi.

Il carattere nazionalista della nuova religione è stata il frutto dell’opera di coesione


politica, culturale e religiosa messa in atto da Davide per unire il popolo ebraico contro la
minaccia costante rappresentata dai Filistei e dagli altri popoli ostili circostanti. In
sostanza, Davide venne iniziato ai segreti della religione di Aton dal Gran Sacerdote
Samuele e ne ha portato l’impronta per tutta la vita, ma la sorte ha voluto che la
religione di Aton-Adonai morisse proprio con lui, che cercò inutilmente di difenderla e di
restaurarla dopo la morte di Saul.

3. L'iniziazione di Gesù alla Gnosi di Adonai

L’antica tradizione esoterica di Aton-Adonai riuscì a sopravvivere a fianco della nuova


religione esoterica fino al tempo di Gesù soprattutto grazie ai profeti, fra i quali
spiccarono Enoc e Giovanni Battista (non va dimenticato il carattere gnostico e solare
della antica religione Mandea, che secondo la tradizione affonda le sue radici
nell’insegnamento di San Giovanni Battista).
L’”unzione” di Gesù e la sua incoronazione a “Re dei Giudei” rappresenta
simbolicamente l’iniziazione del Salvatore ai misteri della Gnosi di Aton-Adonai.
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Per Giovanni Battista Gesù Barabba era l’erede spirituale del Re-Sacerdote Davide, cioè
dell’ultimo sovrano iniziato al culto di Aton-Adonai, e avrebbe dovuto riportare alla sua
purezza originaria il culto monoteista ed esoterico di Aton-Adonai; in una parola, per
Giovanni Battista Gesù Barabba era il Messia che gli Eletti, cioè gli uomini spirituali, del
popolo ebraico aspettavano da secoli.
Lo stesso particolare riportato nei Vangeli Gnostici della Natività del Salvatore di Maria
che giunge a Betlemme a cavallo di un asino e il particolare evangelico di Gesù che entra
a Gerusalemme sempre a cavallo di un’asina richiamano alla mente l’immagine di Saul,
che, mandato a cercare le asine del padre (è inutile ricordare il parallelo con la parabola
evangelica detta “del figlio divenuto guardiano di porci”), pur non riuscendo a trovarle,
ottenne l’unzione a Re Sacerdote del popolo di Israele.

Le asine in fuga rappresentano la via che conduce alla Conoscenza di Dio. Saul, il re
sacerdote psichico, non era in grado di seguire le asine, cioè la via della Conoscenza, cui si
può giungere solo passando per la via dell’Umiltà.
Al contrario, Maria divenne degna di portare in grembo il Salvatore proprio per l’Umiltà
e l’Amore che sono in lei. Gesù entrò a Gerusalemme (naturalmente si tratta della
Gerusalemme Celeste, cioè del Pleroma) a cavallo di un’asina, cioè dopo aver fatto
propria la Gnosi del’Abisso, che passa per la via dell’Umiltà e dell’Amore. Naturalmente,
vi è un parallelo tra la scena evangelica della strage degli innocenti operata dal re psichico
Erode e la scena della strage di fanciulli e lattanti operata dal re psichico Saul a Nob,
quando cercava il giovane Davide, cioè il precursore spirituale del Salvatore Gesù.
Giovanni Battista battezzando Gesù ripetè simbolicamente il gesto dell’unzione che il
Gran Sacerdote Samuele fece quando iniziò ai misteri di Aton-Adonai il re psichico Saul e
il Re Pneumatico Davide. Giovanni Battista trasmise a Gesù la Tradizione dell’antico
culto esoterico di Aton-Adonai, di cui egli era venuto a conoscenza dalle coeve tradizioni
ebraiche “ereticali”, che erano sopravvissute fino ad allora. Come Samuele incoronò
segretamente il Re Sacerdote Davide, quando ancora regnava Saul, così Giovanni
Battista ha incoronato segretamente il Re Sacerdote Gesù, quando ancora regnava il re
psichico Erode.

Tuttavia, come Davide con il sacramento dell’unzione divenne prima di tutto il nuovo
Sacerdote Supremo di Aton-Adonai e solo secondariamente il re politico di Israele, allo
stesso modo Gesù con il sacramento del Battesimo divenne essenzialmente il nuovo
Sacerdote Supremo di Aton-Adonai, cioè il Re Spirituale dei Giudei. Erode temeva che
Gesù come Davide da Guida Spirituale potesse presto diventare una guida politica e che
potesse scalzarlo proprio come Davide fece con il re Saul… A questo proposito, non va
dimenticato che Gesù disse “il mio regno non è di questo mondo”, esattamente come fece
Davide rivolto a Saul, dopo avergli dimostrato che pur potendo ucciderlo nella grotta non
volle farlo, perché “il suo Regno non era di questo mondo”.

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L’insegnamento di Gesù, riportando alla sua purezza originaria l’antico culto di Aton-
Adonai, non poteva tollerare il carattere nazionalista della religione esoterica ebraica,
sorta ai tempi del Regno di Saul.
Questo è il motivo per cui il messaggio di Gesù è rivolto a tutti i popoli e, in particolare, ai
Gentili. Tutto questo spiega anche perché gli gnostici antichi rifiutavano gran parte
dell’Antico Testamento, ma non gli Scritti del Re Davide, cioè dell’ultimo Gran Sacerdote
del culto esoterico di Aton-Adonai prima dell’avvento del Salvatore (vedi l’importanza
attribuita agli scritti di Davide in Pistis Sophia).

Lavoro iniziato a Roma il 10/4/2004 – Sabato Santo

Sabato 14 Novembre 2009 22:36

Il 27 novembre del 1922 venne scoperta da Howard Carter,la tomba di Tutankhamon. I


documenti contenuti in essa,inizialmente confermati nella stesura del primo inventario
ufficiale, e poi smentiti clamorosamente da Carter,secondo lo scrittore Brackman
dovevano contenere “un grave scandalo politico e religioso”, poiché avrebbero rivelato la
stretta corrispondenza tra Akhenaton, faraone eretico che nel XIV secolo a.C. introdusse
il culto monoteistico del dio Aton, e Mosè, legislatore che condusse (secondo l’Antico
Testamento) il popolo d’ Israele fuori dall’ Egitto, promettendo una Terra Promessa.

Sulle verità scottanti contenute nei papiri rinvenuti, è importante la testimonianza di


Lee Keedick, che lo scrittore Thomas Hoving ha riportato testualmente in un suo
volume del 1978, “Tutankhamon-the untold story”. Keedick ha raccontato di aver
assistito ad una animata discussione tra Carter e un alto funzionario inglese;durante
l'acceso scontro Carter minacciò di rivelare pubblicamente "lo scottante contenuto dei
documenti che aveva trovato nella tomba", documenti che stando a quanto lo stesso
Carter affermava “raccontavano il vero e scandaloso resoconto dell’esodo degli Ebrei
dall’Egitto”.

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Tuttavia Carter non rivelò nulla,probabilmente a seguito di un accordo vantaggioso,e dei
papiri non se ne seppe più nulla. Altra conferma del ritrovamento di questi papiri ci
viene da un paio di lettere che Lord Carnarvon,finanziatore dell’impresa,scrisse
all’egittologo Alan H. Gardiner e a Sir Edgar A. Wallis Budge, il custode delle antichità
egizie del British Museum, nelle quali affermava il ritrovamento di papiri dal notevole
contenuto storico.

Tuttavia,anche se gli studiosi non possiedono questi papiri,sembra si sia fatta luce sulla
vicenda del popolo ebraico e dal suo esodo dall’Egitto. I più recenti studi identificano il
popolo ebreo,come risultante di una mescolanza tra le tribù semitiche degli Hyksos e le
altre minoranze etniche che seguirono il faraone eretico Akhenaton con la sua casta
sacerdotale Yahùd. Nel XVII secolo a.C. gli Hyksos invasero il nord d’Egitto,e i loro re
si dichiararono legittimi faraoni. Successivamente però,vennero sconfitti,e cacciati oltre
il delta del Nilo,mentre una parte rimase prigioniera in Egitto per un periodo di circa 400
anni. Con l’avvento nel XIV secolo, del faraone Akhenaton,venne instaurato per la
prima volta,un culto monoteistico,volto all’adorazione del dio Aton.

Il faraone costruì una città chiamata Tell el Amarna,dedicata al dio Aton,dove radunò il
nuovo popolo(costituito da Hyksos e altre minoranze etniche) sotto il culto del sole.
Dopo Akhenaton venne ripristinato l’antico politeismo e i successori cancellarono la
storia del predecessore,ma il nesso tra l’esodo del faraone eretico e l’esodo biblico di
Mosè,avvenuti nello stesso periodo storico, è più che evidente. L’Antico Testamento per
coprire la verità sul personaggio di Mosè,che in egizio significa "bambino", "figlio",
"discendente",riprese esattamente il racconto della nascita del grande Sargon di Accad,
lasciato nelle acque,salvato,per poi divenire un grande re.

Infatti non avrebbe senso altrimenti,che un israelita potesse vivere nella corte di un
faraone,come le menzogne delle Sacre Scritture vogliono farci credere,per distoglierci
dalla verità storica. Evidenti analogie tra “la religione mosaica” e il culto instaurato da
Akhenaton le possiamo ritrovare nel Salmo 104,ricopiatura dell’Inno al Sole, scritto dal
faraone eretico. In essi troviamo una glorificazione del creato di dio.

Secondo Freud (che scrisse “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”) la recita del credo
ebraico,confermerebbe l’identità tra il culto del dio-sole egizio e il culto monoteista-
israelitico: Il credo ebraico, come è noto, recita "Shemà Israel Adonai Elohenu Adonai
Ehad". Se la somiglianza del nome dell'egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome
divino siriaco Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e
significato, così si potrebbe tradurre la formula ebraica: "Ascolta Israele il nostro Dio Aton
(Adonai) è l'unico Dio".

Secondo Messod e Roger Sabbah,autorevoli studiosi, il termine ebraico “adonai”,


utilizzato per intendere “signore mio”, tradotto nel linguaggio dei geroglifici egizi
12
corrisponde alla parola Aton, mentre una parte degli studiosi la traduce in adon-ay,
ovvero, signore “Ay”, il nome del primo successore di Akhenaton. Significative anche le
testimonianze del dotto Manetone, sacerdote egizio,che poteva attingere a documenti
sicuri (ad esempio gli elenchi dei faraoni); Manetone contestava la favola biblica
dell’Esodo,sostenendo al suo posto, una espulsione di ebrei, ritratti come malati
("lebbrosi"), disgustosamente circoncisi, ribelli, esclusivi, xenofobi, irriducibili. Sempre
Manetone affermava che mille anni prima un altro sacerdote egizio abiurante di nome
Osarsiph di Eliopoli, assumendo il nome di Mosè, si pose alla testa di una folla di 80mila
ebrei in rivolta espulsi, guidandoli fuori dell’Egitto fino a conquistare (usurpandola) la
regione di Canaan. Per concludere,gli ebrei,guidati dal carismatico leader spirituale
egizio “Mosè”,che con tutta probabilità era dunque il faraone eretico
Akhenaton,innalzarono la loro presunzione fino a considerarsi “popolo eletto”,e ad
inaugurare col monoteismo quell’intolleranza che distingue tutti i culti che si dichiarano
detentori di un’unica verità rivelata.

Mosè ed Akhenaton, forse, due storie in una


Giovedì 09 Settembre 2010 21:39

di Roberto Cozzolino.

L’interessante articolo di Enea Baldi “Le corna di Mosè”, apparso sul numero di
Rinascita del 27 marzo 2010, ci induce a riassumere per sommi capi un’altra storia, a
nostro avviso estremamente interessante, relativa a quel particolare momento della
mitologia ebraica noto come “esodo” che, secondo la versione biblica, farebbe
riferimento alla fuga delle popolazioni ebraiche dall’Egitto dei faraoni alla ricerca, sotto
la guida di Mosè, della “terra promessa”, ad essi garantita in virtù di un “patto”
stipulato con il loro dio. Si tratta di una storia puramente ipotetica, mancando in parte
oggettivi riscontri storicamente documentati, ma comunque decisamente verosimile - ed
in ogni caso più verosimile della maggior parte dei racconti biblici ed evangelici, ai quali
una quantità enorme di individui presta fede pur in totale assenza di qualsiasi verifica
storica, quando non addirittura in aperta contraddizione con la storia stessa.
13
Per motivi di spazio ci limiteremo ad enunciare i fatti fondamentali, fornendo la
bibliografia essenziale per chi fosse interessato ad un più approfondito esame
dell’argomento. Intorno al 1300 a.C. Akhenaton, passato alla storia come “il faraone
ribelle”, contrappone un culto monoteista a quello politeista in vigore in tutto l’Egitto,
forse continuando l’opera intrapresa da suo padre Amenophis III; fonda una nuova
capitale ad Amarna, a circa 200 km a sud del Cairo; il popolo resta però in maggioranza
fedele agli antichi dei. Seguaci di Akhenaton e del nuovo ed unico dio Aton saranno una
esigua minoranza della popolazione egizia, alcune razze tipicamente africane e la quasi
totalità degli hyksos, i discendenti delle tribù semite che intorno al XVII secolo a.C.
avevano invaso il nord dell’Egitto dominandolo per due dinastie, prima di essere
definitivamente sottomessi. Dopo circa diciassette anni di governo Akhenaton scompare
nel nulla e la restaurazione politeista si accanisce contro di lui con una accurata
damnatio memoriae: quasi tutti i segni visibili del suo passaggio iscrizioni, sculture,
documenti vengono distrutti; la stessa città di Amarna è rasa al suolo.

Secondo recenti ipotesi un’insurrezione della popolazione, guidata dal clero tebano,
costrinse il faraone eretico ad abbandonare l’Egitto per stabilirsi in Palestina con tutti i
suoi seguaci; a conferma di ciò esiste una lettera nella quale il governatore di
Gerusalemme fa esplicito riferimento al divieto di abbandonare le terre dell’esilio. La
identificazione del faraone ribelle ed esiliato col Mosè biblico dell’esodo ebraico appare
estremamente logica; sono infatti facilmente rintracciabili le numerose analogie storiche,
circostanziali e cronologiche tra i due personaggi. Lo stesso nome di Mosè sembra di
origine egiziana ed il mito della sua infanzia salvato dalle acque ed educato alla corte dei
faraoni, in perfetta analogia col precedente mito del sumero Sargon appare come il
tentativo di mascherare una realtà che non deve essere divulgata.

Facciamo ora un salto di più di tremila anni: Egitto 1923, apertura ufficiale della tomba
di Tutankhamen; contravvenendo come del resto era la regola a quei tempi - alla più
elementari regole deontologiche, gli scopritori del sito archeologico Lord Carnarvon e
Howard Carter avevano, circa tre mesi prima dell’apertura ufficiale, già violato in
segreto la tomba, trafugando una moltitudine di oggetti preziosi e suppellettili che
avrebbero arricchito il mercato clandestino delle antichità egizie nonché, supponiamo, i
loro personali patrimoni. Ad un primo sommario inventario tra gli oggetti
“ufficialmente” ritrovati nella tomba sono presenti anche alcuni papiri; di essi si fa cenno
nella corrispondenza privata dei due, in lettere inviate ad amici e colleghi; ma poco
tempo dopo i suddetti papiri risultano inesistenti, cancellati dai successivi inventari;
interrogato in proposito, Carter dichiarerà trattarsi di un clamoroso errore: alcuni rotoli
di lino presenti nella tomba erano stati sprovvedutamente scambiati per papiri. Tale
versione appare poco credibile, trattandosi di egittologi esperti Carter, in particolare, ha
alle spalle una lunghissima carriera , ma nessuno solleva obiezioni.

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Accade però che in un secondo momento, a seguito di vicende che non ci dilunghiamo a
narrare, le autorità egiziane prospettano la possibilità di togliere a Carter la concessione
per continuare gli scavi. Questi allora si reca al consolato britannico e minaccia, nel caso
in cui non gli fosse stata rinnovata la concessione, di svelare al mondo intero il contenuto
dei papiri¸”…fornendo il vero resoconto…dell’esodo degli ebrei dall’Egitto”. Tale
episodio è riportato da Lee Keedick (memorie, 1924 circa) con tale dovizia di particolari
da far ritenere improbabile che si tratti di una circostanza inventata né risulterebbe
intelligibile il motivo di una eventuale fantasiosa invenzione.

E’ pertanto perfettamente lecito, date tali premesse, supporre che la divulgazione del
contenuto dei papiri avrebbe ottenuto effetti indesiderati a livello politico; ed è
altrettanto lecito ipotizzare che i papiri narrassero la storia di Akhenaton e dell’esodo
suo e dei suoi seguaci verso la Palestina. Ricordando che era solo di pochi anni prima la
famigerata Dichiarazione Balfour (il primo riconoscimento ufficiale delle aspirazioni
sioniste in merito alla spartizione dell’Impero Ottomano, costituito da una lettera,
scritta dall’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rotschild
principale rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento
sionista - con la quale il governo britannico affermava di guardare con favore alla
creazione di un focolare ebraico in Palestina), si comprende come un documento che
nella sostanza minava alla base i miti fondatori del movimento sionista in particolare
relativamente ad una presunta omogeneità razziale ed alla volontà di far ritorno alle
terre dei propri presunti avi avrebbe avuto nell’opinione pubblica mondiale un impatto
dirompente, delegittimando definitivamente il movimento sionista stesso, che aveva già
intrapreso a tappe forzate e con tutti i mezzi disponibili - non escluso il terrorismo - la
colonizzazione della Palestina.

La divulgazione di tale materiale avrebbe inoltre fornito argomentazioni irrefutabili agli


arabi, che in quegli anni manifestavano a Gerusalemme e altrove contro l’appoggio
britannico alla creazione di uno stato ebraico in Palestina.
Per inciso vogliamo qui puntualizzare che, quand’anche fosse provata la omogeneità
razziale delle popolazioni di religione ebraica (pur sembrandoci inverosimile far
discendere dal medesimo ceppo razziale un askenazita ed un falashà) o fosse provata la
presenza dominante in Palestina, tre millenni fa, dei progenitori degli attuali ebrei,
questo non sarebbe sufficiente a rivendicare alcunché. Inoltre ci hanno sempre ripetuto
che uno stato fondato sulla razza costituisce il Male Assoluto, ma forse l’entità sionista fa
eccezione a tale regola generale. Ci sono altre notizie interessanti a completare il quadro:
lady Almina, moglie di Lord Carnarvon, era la figlia di Alfred de Rothschild, finanziere e
parente stretto di Edmond de Rothschild, il banchiere ebreo promotore del primo
congresso sionista a Basilea del 1897; è presumibile che questi sia stato tempestivamente
informato del contenuto dei papiri ed abbia effettuato le opportune contromosse per
impedirne la divulgazione; nei dieci anni successivi alla scoperta della tomba di

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Tutankhamen circa una quindicina di personaggi che avevano avuto qualche ruolo nei
lavori di scavo e nella documentazione dei materiali rinvenuti, o semplicemente di questi
erano amici o parenti, perirono in circostanze a dir poco misteriose: improbabili suicidi,
strane malattie dai sintomi inspiegabili, anomali arresti cardiaci; tanto che la stampa
dell’epoca accolse, amplificandola a dovere, la leggenda passata alla storia come “la
maledizione del faraone”; e nessuno avanzò l’ipotesi che potesse semplicemente trattarsi
di testimoni pericolosi cui doveva essere drasticamente impedito di raccontare ciò che
forse sapevano; del resto la pratica degli “omicidi mirati” per l’eliminazione di chiunque
ostacoli l’entità sionista non era ancora nota a tutti e da quasi tutti passivamente
accettata. Per chi fosse desideroso di approfondire l’argomento trattato consigliamo:
Andrew Collins, Chris Ogilvie-Herald “La cospirazione di Tutankhamen”, Newton
Compton Editori; Marco Pizzuti “Scoperte archeologiche non autorizzate”, Edizioni Il
Punto d’Incontro; il sito “Altra Informazione” a cura di Marco Pizzuti; la ricca
bibliografia reperibile nelle opere citate.

Note
Secondo i testi biblici il nome Mosè significherebbe “salvato dalle acque“ a ricordo del
suo miracoloso ritrovamento nel Nilo e difatti l’ebraico Moshè ha un’assonanza col verbo
che significa “trar fuori“, benché tutt’oggi la maggioranza degli studiosi preferisce
credere che il nome derivi dalla radice egizia Moses, che significa “figlio di” o “generato
da” come possiamo ad esempio vedere negli egiziani Thutmosis (figlio di Thot) o Ramses
(figlio di Ra). In linea con questa tesi e mancando il nome del padre Mosè significa
semplicemente “bambino” quale vezzeggiativo di “figlio”. Il nome egiziano Moses che
significa, come già detto, “figlio” o “protetto da” fu dato al profeta dalla figlia del
faraone, quando venne ritrovato dalla stessa sulle rive del fiume. Il nome prese poi il
significato di “trarre fuori” solo in seguito, quando Mosè liberò il popolo attraverso le
acque del Mar Rosso. Anche Giuseppe Flavio cita quest’etimologia.
Alcuni studiosi ebrei nel medioevo ipotizzarono che il nome di Mosè fosse in realtà stato
tradotto dagli autori della Bibbia da un termine egiziano che significasse “trarre fuori”.
Secondo la tradizione islamica, il suo nome, Mūsā, deriverebbe da due parole egiziane:
“Mu” che significa acqua e “sha” che significa giunco o albero, per il fatto che la sua
cesta rimase incastrata fra i giunchi presso la casa del faraone. Secondo Sigmund Freud,
la storia biblica di Mosè metterebbe in evidenza la forte influenza della cultura e della
religione monoteistica del dio Aton dell’antico Egitto sulla cultura ebraica antica ed il
suo monoteismo.

Innanzitutto, va fatto notare che nella lingua egizia antica, “Mosè” aveva il significato
di “bambino”, “figlio”, “discendente”. Inoltre, il racconto biblico della nascita di Mosè,
coerentemente con altre leggende semitiche, riprende esattamente il racconto della
nascita del grande Sargon di Accad, che fu abbandonato nelle acque e poi salvato per
diventare in seguito un grande re. Riportiamo di seguito quanto afferma ancora Freud a
16
proposito dell’origine del noto credo presente nel Vecchio Testamento: Il credo ebraico,
come è noto, recita “Shemà Israel Adonai Elohenu Adonai Ehad”. Se la somiglianza del
nome dell’egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco Adonis non è
casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così si potrebbe
tradurre la formula ebraica: “Ascolta Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l’unico Dio”.
Inoltre va ricordata la forte somiglianza del Sal104, che canta la gloria di Dio nel creato,
con l’Inno al Sole di Akhenaton, il faraone che nel XIV secolo a.C. introdusse il culto
monoteistico del dio Aton. La presunta relazione tra il culto di Aton e Mosè potrebbe
spiegarsi in due modi: mentre il caso che gli ebrei in Egitto seguissero tale culto è da
escludere, rimarrebbe l’educazione che Mosè ricevette nella corte del faraone Haremhab,
sotto il cui regno potrebbe essere nato Mosè.
Concordanze storiche non meglio precisate fanno ritenere che dietro la figlia di faraone
che adottò Mosè si celasse una nobildonna iniziata al culto di Aton, forse la regina
Ankhesenamon, figlia di Akhenaton finita dopo varie vicissitudini in sposa ad
Haremhab. Mentre l’ipotesi più certa è che Mosè sia stato un cortigiano di Akhenaton, e
dunque fu certamente seguace del culto di Aton; questa ipotesi è suffragata dalla data di
nascita di Mosè secondo la tradizione il 7 Adar 2368 (corrispondente agli anni tra il 1391-
1386 a.C.) che lo fa un contemporaneo del faraone Akhetaton vissuto nel XIV sec a.C.

http://www.infopal.it/leggi.php?id=14123

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Come nacque la Bibbia
di David Donnini

http://www.nostraterra.it/

Indagine critica sulle radici storiche del Vecchio Testamento

"Dio non avrebbe mai scritto un libro come questo"

1 - UN FARAONE PARTICOLARE.

Una ventina d'anni fa, mentre rovistavo nella vecchia libreria di mio padre, fra scaffali
nei quali facevano bella mostra di sé le eleganti costole rilegate in tela di volumi degli
anni trenta e quaranta, mi capitò fra le mani un testo di Sigmund Freud: "Mosè e il
monoteismo". Rimasi stupito del fatto che Freud si fosse occupato di quell'argomento;
ero abituato a titoli come "Psicopatologia della vita quotidiana", o "L'interpretazione dei
sogni", e pensavo che il padre della psicanalisi non si fosse mai interessato di questioni
storiche o religiose. Iniziai a leggerlo e, devo confessare, fu un impatto travolgente;
rimasi talmente affascinato da ciò che scoprii che mi domandai com'era possibile che
certi significativi incontri dipendessero da circostanze così casuali. E se non ci fosse stato
questo libro nella casa dei miei genitori? L'avrei mai letto?

Sigmund Freud era ebreo di nascita. Egli apparteneva ad una stirpe che, in seguito alla
plurisecolare persecuzione subita da parte dei cristiani, ha sviluppato per reazione un
fortissimo senso della propria identità e trasmette ai propri figli un orgoglio fiero,
composto ma deciso, capace di lunga rassegnazione, ma anche di uno spirito di
autodifesa e di combattimento com'è difficile trovarne in altre realtà etnico-religiose. La
prima parte del libro faceva spesso riferimento ad un faraone egiziano della XVIII
dinastia, Amenofi IV. Costui fu il protagonista di una eccezionale riforma politico-
religiosa del sistema egiziano. L'occidente cristiano non ha la benché minima idea di
quanto sia debitore, nelle caratteristiche della propria identità culturale, al faraone
Akhenaton e ai contenuti della sua riforma.

Sarà bene procedere con calma e ordine, cominciando da una brevissima premessa sulla
situazione dell'Egitto nel periodo che precedette l'ascesa al potere di questo singolare
faraone. Sotto il regno di Amenofi III (negli anni dal 1405 al 1377 a.C.), quando Tebe era
la città reale, una fortissima casta sacerdotale, custode e amministratrice del culto del
dio Ammon, aveva sviluppato, in connubio con l'aristocrazia del paese, un grande
potere, ed era entrata in una posizione conflittuale con l'egemonia della corte faraonica.
18
Per questo motivo, ma anche per una propensione caratteriale e ideologica, allorché
succedette ad Amenofi III il figlio che costui aveva avuto dalla regina Tiye, Amenofi IV
(intorno all'anno 1377 a.C.), l'Egitto fu protagonista del suo più grande sconvolgimento,
quale nemmeno le precedenti invasioni degli Hyksos avevano potuto produrre. In breve
tempo, a partire dalla sua nomina al trono, il nuovo faraone rivoluzionò la religione di
stato, spodestò la classe sacerdotale, sostituì il molteplice panteon egizio con una curiosa
fede monoteistica. Si trattava forse del primissimo esempio nella storia di monoteismo di
stato, incentrato sul culto del disco solare, che era chiamato Aton. Anche la capitale fu
spostata ad Akhet-aton, più a nord rispetto a Tebe, e il sovrano mutò il proprio nome da
Amenofi ad Akhenaton, o Ekhnaton (amato da Aton).

Nell'insegnamento di Akhenaton possiamo notare la insistente ricorrenza del termine


"maet" (verità), ed egli stesso si definiva "vivente nella verità", al punto da sovvertire la
tradizione che, nelle opere d'arte, era solita presentare il sovrano in una forma
stereotipata, coerente col formalismo celebrativo, e si faceva ritrarre in scene di vita
familiare, mentre insieme alla moglie Nefertiti e alle figlie passeggiava e faceva offerte al
dio sole. Fu, probabilmente, un faraone dal volto umano; sappiamo che perseguì una
politica pacifista, riducendo le spese militari e rinunciando alla difesa ad oltranza dei
territori fuori dall'Egitto. Possiamo ragionevolmente ipotizzare che ciò comportasse una
diminuzione del prelievo fiscale; possiamo anche avanzare l'idea che il popolo percepisse,
nella figura del suo bizzarro faraone, qualcosa di meno lontano da sé di quanto non
fossero stati i precedenti sovrani e sacerdoti. Ma queste, ci tengo a chiarirlo, sono
speculazioni arbitrarie, senza un fondamento nelle prove storiche.

E' abbastanza immediato pensare che un sistema del genere difficilmente avrebbe potuto
funzionare a lungo. Infatti gli hittiti premevano ai confini orientali del regno e
sfruttarono la circostanza per espandere il loro dominio a spese dell'Egitto. Molti fra i
sacerdoti spodestati e gli aristocratici intuirono i pericoli della circostanza e tramarono
per preparare una restaurazione del precedente regime e riconquistare i privilegi perduti.
Allorché Akhenaton morì (intorno al 1362 a.C.), la moglie Nefertiti si adoperò per far
salire al trono il giovanissimo genero Tut-ankh-aton, ma, alla morte della stessa
Nefertiti, sacerdoti ed aristocratici approfittarono della situazione instabile e
dell'inesperienza del nuovo faraone, per iniziare una rapida controriforma e per rimettere
in piedi gli antichi poteri e la religione tradizionale dell'Egitto. La città di Akhet-aton fu
abbandonata e la capitale fu ristabilita a Tebe. Anche il nome del faraone fu
opportunamente corretto in Tut-ankh-amon, coerentemente col culto restaurato del dio
Ammon. Tutti conosciamo il famoso faraone, è l'unico di cui è stata scoperta la tomba
intera, inclusa la mummia, e questo ritrovamento è stato l'evento più spettacolare
dell'archeologia egiziana.

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E' ovvio che, con l'avvento della restaurazione, una parte della società egiziana, che si
era sviluppata alla corte di Akhenaton, visse un pesante tracollo. Possiamo facilmente
immaginare in quale difficile situazione si siano trovati i suoi ex funzionari e sacerdoti,
improvvisamente esautorati e, probabilmente, perseguitati. Ora, come spesso succede in
questi casi, se sono i grandi poteri a stabilire certe tappe importanti del cammino storico,
sono alcuni poteri meno appariscenti (oserei dire occulti) a dirigere il cammino definitivo
della storia, anche se a lunga scadenza. Infatti è assolutamente certo che l'esperienza del
regno di Akhenaton aveva lasciato una traccia profonda, non solo negli interessi politici
e nei rancori di quanti erano stati colpiti dalla controriforma, ma anche, e forse
soprattutto, nell'inconscio collettivo, grazie all'idea di una teologia monoteistica, che
sostituiva le figure fantasiose delle numerose divinità col concetto affascinante di un
principio creatore unico ed universale, irrimediabilmente superiore a quello delle
immagini dall'aspetto antropomorfico o animale, simboleggiato dal disco solare; in cui
chiunque riconosce istintivamente la paternità di ogni manifestazione della vita
terrestre.

Sebbene non ci siano elementi per riportare alla luce, dall'oblio in cui sono stati
definitivamente sepolti, i movimenti e le trame di coloro che, per interesse o per adesione
ideologica, simpatizzavano con le concezioni dell'ormai sconfitto sistema politico-
religioso di Akhenaton, possiamo essere certi che questo desiderio di ritorno alle novità di
cui l'Egitto aveva avuto un assaggio, non ha mai più abbandonato almeno una parte
della società di questo paese, e ha giocato un ruolo non indifferente nella dinamica delle
conflittualità interne.

2 - GLI EBREI IN EGITTO.

A questo punto, nel nostro discorso, possiamo innestare la realtà dei popoli semitici che
erano penetrati in Egitto, pur non essendo egiziani, in una condizione che troppo spesso è
semplicisticamente rappresentata dal termine "schiavitù".

Già in precedenza i rozzi nomadi semiti avevano preso di mira, con le loro migrazioni di
massa, altre grandi civiltà sedentarie, attratte dallo straordinario sviluppo tecnologico di
cui queste erano depositarie, e della loro imponente organizzazione urbanistica e sociale.
Mi riferisco ai sumeri, che furono letteralmente schiacciati da questa corrente migratoria.
I semiti in questione erano gli accadi. Un grande condottiero di questi uomini (siamo
intorno all'anno 2450 a.C.), protagonista di una clamorosa vittoria sui sumeri, fu Sargon.
Di lui la leggenda accadica narra che era stato abbandonato dalla madre nelle acque del
fiume, in un canestro di giunchi, per poi essere raccolto da un acquaiolo, su indicazione
della dea Ishtar, che lo aiutò a diventare un re potente. E' una storia che già conosciamo,
anche se con altri protagonisti. Adesso, nell'Egitto degli ultimi faraoni della XVIII
dinastia, e dei primi della XIX, succedeva qualcosa di somigliante a ciò che era successo
nel paese dei sumeri mille anni prima; e che succede ancora oggi nei paesi opulenti
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dell'occidente cristiano. Le popolazioni circostanti, etnicamente diverse, socialmente e
culturalmente meno evolute, economicamente più povere (potremmo considerarli gli
extracomunitari dell'epoca), entravano in Egitto e qui si stabilivano in cerca di fortuna.
Gli stessi Egiziani tolleravano la loro presenza perché, non ostante gli evidenti svantaggi
del fenomeno immigratorio, questa gente offriva forza lavoro a basso costo, e poteva
svolgere gli innumerevoli compiti che i contadini egizi non avrebbero potuto né voluto
svolgere. La Bibbia li rappresenta come un popolo che aveva già maturato una sua
identità nazionale, chiamandoli ebrei. Ma questa è pura leggenda. Infatti le popolazioni
che si erano introdotte in Egitto per lavorare erano molte e diverse, così come oggi, da
noi, sono diversi i marocchini dai senegalesi, gli albanesi dagli slavi...

E' probabile che, ad un certo punto, questa parte della varia umanità che componeva il
tessuto sociale egiziano, abbia acquistato un certo peso e una certa coscienza di sé,
maturando il bisogno di acquistare anche un senso della propria identità che,
ovviamente, fino a quel momento non esisteva perché si trattava di un gruppo
eterogeneo per lingua, razza e culti religiosi, in cui, probabilmente, prevaleva una
componente semitica. L'opinione di Freud, che egli illustra con grande chiarezza nel libro
che abbiamo citato in precedenza, è quella che le conflittualità interne alla società
egiziana e, in particolare, le opposizioni nei confronti della classe dominante, costituita
dai faraoni della XIX dinastia e dalla classe sacerdotale fedele al culto restaurato del dio
Ammon, abbiano potuto concentrarsi intorno alla nostalgia per la perduta riforma
voluta da Akhenaton.

E' probabile che il monoteismo incentrato sulla figura divina del sole offrisse l'idea di un
concetto universalistico che si prestava alle istanze di quanti, in seno alla società
egiziana, erano collocati in una posizione fortemente emarginata e subordinata. Ed è
anche probabile che gli ex funzionari e sacerdoti di Akhenaton, o i loro discendenti,
abbiano trovato nelle popolazioni semitiche, che vivevano in Egitto in una condizione di
pesante asservimento, una comunità disposta ad ascoltarli, interessata a seguirli, a dare
loro peso e importanza. Si sarebbe così determinata una simbiosi fra la parte dissidente
della società egiziana, costituita da quanti avevano subito il tracollo del sistema di
Akhenaton, e le popolazioni immigrate, le quali, fino a quel momento, non erano state
capaci di darsi né una identità né una forza come gruppo. Freud si è spinto fino ad
avanzare l'idea che l'uomo che noi conosciamo come Mosè fosse stato un ex funzionario
di Akhenaton, anche se ciò dà adito a qualche obiezione. Una di queste, per esempio,
riguarda i tempi; infatti una delle probabili datazioni dell'uscita delle popolazioni
semitiche dall'Egitto è intorno al 1250 a.C., durante il regno del faraone Ramsete II.
Sono passati cento anni dalla restaurazione del culto di Ammon e Mosè non potrebbe
essere stato un protagonista in prima persona dell'esperienza del sistema di Akhenaton.
Anche se, in realtà, la datazione dell'esodo è quanto di più incerto ci sia e non è possibile
porre questa obiezione come decisiva. Personalmente non credo affatto che determinare

21
una datazione certa per il cosiddetto esodo sia molto importante, ai fini del nostro
discorso; infatti non è così fondamentale che Mosè sia stato, oppure no, un funzionario
del faraone Akhenaton. A noi importa soprattutto introdurre un'idea: quella che gli
egiziani accomunati da un interesse nostalgico per il sistema di Akhenaton e per la sua
concezione monoteistica, da un lato, e la componente emarginata della società egiziana
che aveva avuto origine nei trascorsi flussi immigratori, dall'altro lato, avessero trovato
un'intesa che li poneva in serio conflitto con le classi dominanti e che li aiutava a
maturare una identità di gruppo.

Ora, gli interpreti di questo più che verosimile processo possono essere stati sia gli ex
protagonisti del sistema di Akhenaton, in un'epoca immediatamente successiva alla
restaurazione (fra il 1350 e il 1300 a.C.), sia i loro discendenti (fra il 1300 e il 1200 a.C.),
ovverosia all'epoca in cui siamo soliti ambientare l'esodo biblico.

3 - MOSE' EGIZIANO?

C'è un aspetto estremamente importante che Freud sottolinea con argomentazioni


puntuali e, direi, piuttosto ineccepibili. Si tratta del fatto che Mosé sarebbe stato un
egiziano e non, come si crede comunemente, un ebreo. Una delle basi di questa opinione
risiede nel nome stesso: ".E' importante notare che il suo nome (il nome di questo capo),
Mosè, è egiziano. Esso è semplicemente la parola egiziana "mose" che significa
"fanciullo", ed è la contrazione di forme nominali più complesse, quali ad esempio
"Amon-mose", che significa "Amon un fanciullo", o "Ptah-mose", che significa "Ptah un
fanciullo", i quali nomi sono a loro volta abbreviazioni della forma piena "Amon ha
donato un fanciullo", o "Ptah ha donato un fanciullo". L'abbreviazione "fanciullo" presto
divenne una forma rapida più conveniente dell'ingombrante nome completo, ed il nome
Mose, "fanciullo", non è infrequente sui monumenti egizi. Il padre di Mosé senza dubbio
prefisse al nome del figlio quello di un dio egizio, quale Amon o Ptah, e questo nome
divino si perdette gradualmente nell'uso corrente, finché il fanciullo venne chiamato
"Mose"" [Citazione da History of Egypt, di J.H.Breasted, in Freud, Mosè e il
monoteismo, Pepe Diaz, Milano, 1952].

"...nella lingua [egiziana] "Mosè" equivaleva a "bambino", "figlio", "discendente", sia in


senso letterale che metaforico..." [J.Lehmann, Mosè l'egiziano, Garzanti, Milano, 1987].

E ancora: "...non ci resta perciò che il nome, il quale, malgrado la spiegazione giudaica
"tratto dalle acque", riallaccia Mosè ai nomi egiziani Tutmosi o Ramesse (Rah-mose)"
[F.Castel, Storia d'Israele e di Giuda, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo (Mi), 1987].

C'è poi un'altra importante considerazione da fare. Il Mosè biblico ha un abito del tutto
leggendario, a sostegno dell'idea che la sua identità sia il frutto di una operazione
artificiale finalizzata a rappresentarlo come il padre nazionale degli ebrei . Infatti il
22
racconto della sua nascita, coerentemente con le leggende semitiche, è la copia esatta del
racconto che riguarda la nascita del grande Sargon di Accad, che fu abbandonato nelle
acque e poi salvato per diventare, infine, un grande re. Evidentemente, allorché fu
redatta la storia del popolo che era sfuggito dall'Egitto, si voleva che il suo condottiero
possedesse i requisiti che lo rendevano meritevole, a pieno titolo, di quella dignità. Il
racconto non fu scritto da storici, animati da uno spirito scientifico di cronaca, ma da
apologeti, che dovevano contribuire alla creazione di una coscienza nazional-religiosa.
Ora, esistono altri elementi di sostegno alla tesi del Mosé egiziano, seguace della teologia
di Akhenaton: uno è il nome che gli ebrei utilizzano spesso per riferirsi al loro dio, al
posto del termine tabù (indicato comunemente dal tetragramma YHWH) che nessuno
poteva pronunciare ad alta voce. Si tratta della parola Adonai, che ha la stessa radice
(Adon) del dio solare di Amenofi IV (Aton). I glottologi sanno bene che le lettere t e d
sono del tutto intercambiabili nelle radici etimologiche, pertanto Adon e Aton sono
esattamente lo stesso nome. Si osservi quanto afferma ancora Sigmund Freud: "Il credo
ebraico, come è noto, recita: "Schema Jisroel Adonai Elohenu Adonai Echod". Se la
somiglianza del nome dell'egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco
Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così
si potrebbe tradurre la formula ebraica: "Odi Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l'unico
Dio"" [Sigmund Freud, Mosè e il Monoteismo, Milano, 1952].

L'altro elemento è l'aspetto della famosa "arca dell'alleanza" , che, nel racconto biblico
(Es 25, 10-22), Dio aveva ordinato a Mosè di edificare e che, in seguito, sarebbe stata
conservata nel tempio di Salomone fino all'invasione assira. Essa riproduce la "barca
degli dei" dei templi egizi, anch'essa coi cherubini ad ali spiegate. Ma c'è un altro
elemento, senza dubbio quello di maggior peso: Mosè è comunemente considerato il
padre del monoteismo, ma dobbiamo ammettere che la sua idea ha un precedente molto
vicino nello spazio e nel tempo, e molto analogo, nella teologia di Akhenaton, pertanto ci
rimane difficile credere che la sintesi monoteistica di Mosè non abbia alcun debito nei
confronti della rivoluzione religiosa del faraone Amenofi IV.

Riassumendo:
1 - Mosè predica in Egitto, come Akhenaton 50 o 100 anni prima, una teologia
monoteistica;
2 - Mosè ha un nome egiziano;
3 - Mosè ha, nel racconto biblico, una nascita assolutamente leggendaria;
4 - Un nome del dio ebraico (Adonai), ha la stessa radice del dio solare (Aton) di Amenofi
IV;
5 - L'arca dell'alleanza degli ebrei è quasi identica alla "barca degli dei" dei templi egizi.

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4 - UN POPOLO ETEROGENEO.

Ci troviamo davanti ad importanti constatazioni: le genti che uscirono dall'Egitto,


attraverso quel processo che la Bibbia rappresenta nel libro dell'Esodo, erano costituite,
per una componente, da una parte della società egiziana, quella dissidente, erede della
riforma politico-religiosa di Akhenaton, fedele alla teologia monoteistica, e, per l'altra
componente, da un insieme variegato di tribù, in prevalenza semitiche, che avevano
trascorso in Egitto molti decenni, trovando interessi da condividere. Si trattava
comunque di genti che parlavano lingue o dialetti diversi, con tradizioni religiose diverse,
legate agli dei tribali. Non si trattava affatto di un popolo omogeneo, che potesse
riconoscersi sotto il nome di ebrei. Ed è per questo che il racconto biblico ci testimonia la
grande difficoltà di tenere unito questo insieme di persone ma, soprattutto, la difficoltà
di Mosè a mantenere una egemonia su queste genti. Si ricordi a questo proposito il
ritorno di Mosè dal monte Sinai, col popolo che, in sua assenza, aveva iniziato ad adorare
il vitello d'oro, restaurando, chi lo sa, qualche culto tribale.

E' molto verosimile che la componente egizia di questo insieme di genti, ovverosia gli
eredi del sacerdozio di Aton, fossero quelli che la tradizione ebraica chiama "Leviti" e che
Mosè ne fosse il capo. Volendo mantenere un atteggiamento storicamente onesto, noi
dobbiamo dissociarci dall'immagine biblica e riconoscere che, all'epoca dell'esodo, non
esistevano affatto, o ancora, gli ebrei, intesi come un popolo che potesse essere
considerata tale a tutti gli effetti, ovverosia con una sua omogeneità etnica, linguistica,
culturale e religiosa, e con una storia comune oltre al fatto di avere condiviso uno stato
di emarginazione e di subordinazione in Egitto. Quello che la Bibbia ci rappresenta come
il momento in cui gli ebrei realizzarono il loro riscatto dalla schiavitù egiziana è, in
realtà, il primo momento in cui gli ebrei iniziano ad inventarsi come popolo. Mosè fu il
loro punto di riferimento, come Maometto, 1800 anni più tardi, fu il punto di riferimento
per la nascita di una nazione araba. Allora possiamo quasi affermare che la Bibbia non
fu un prodotto degli ebrei ma, al contrario, furono gli ebrei un prodotto della Bibbia, nel
senso che i principi teologici della Bibbia furono concepiti col fine primario di offrire una
base adatta a creare e consolidare l'identità etnico-religiosa di quell'insieme di tribù che si
era voluto far diventare popolo.

5 - DAVID, L'UNTO DI YHWH.

I fuoriusciti dall'Egitto, governati da una casta egiziana e da un capo che aveva riciclato
il monoteismo di Akhenaton, ebbero vita difficile e peregrinarono in cerca di una casa
finché non giunsero nei pressi di quella striscia di territorio che sta tra il fiume Giordano
e il mar Mediterraneo. In quel contesto di deserti infuocati (Sinai, Negev, penisola
arabica...), dove in estate il sole, picchiando sulle rocce e sulle sabbie nude, produce
comunemente temperature di 50 e persino 60 gradi che arrostiscono ogni creatura
vivente, le colline della Palestina, che sfiorano i mille metri d'altitudine, arrestano il
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vento che viene dal mare e facilitano le piogge, creano un ambiente assolutamente
idilliaco. Clima temperato, boschi verdeggianti, erba adatta al pascolo, stambecchi che
scorrazzano, sorgenti di acqua fresca e terra fertile. Chi non avrebbe pensato che quella
sorta di oasi incredibile era un giardino preparato apposta dal creatore come dote per un
popolo che godeva di una sua particolare simpatia? Ma, ahimé, altre genti occupavano
questo suolo. Tribù che non erano molto intenzionate ad accettare l'intromissione di
questa nuova banda di nomadi. Certamente i fuoriusciti dall'Egitto ebbero da affrontare
prove molto dure, come del resto è chiaramente testimoniato dal racconto biblico
relativo al tutto il lungo periodo che separa Mosè da David (due o tre secoli). Un periodo
di lotte interne e di conflitti esterni in cui queste genti, oltre a combattere con gli
indigeni che trovavano sul loro cammino, dovevano anche combattere contro quella crisi
di identità che non poteva non affliggere coloro che tentavano di comportarsi come
popolo, pur essendo un miscuglio molto bastardo. Ed è per questo che la società di
Israele ha sempre conservato nella sua struttura una molteplicità che, nei fatti, si è
espressa nella suddivisione in dodici tribù.

Ovviamente, le vicende e i disagi che questo insieme di genti ha dovuto vivere nei due o
tre secoli successivi all'uscita dall'Egitto, ha influito profondamente sulla maturazione
della loro concezione religiosa. Infatti, sebbene l'eredità teologica della concezione
monoteistica di Akhenaton fosse il concetto di un creatore unico per tutto l'universo e
per tutti gli esseri, fu impossibile evitare che queste tribù, impegnate in una dura lotta
per la sopravvivenza, non sviluppassero un'immagine del dio come "proprio" dio, un dio
che amava intervenire a favore del suo popolo prediletto, un dio che determinava gli esiti
delle battaglie e veniva definito per questo "dio degli eserciti". Questa, filosoficamente
parlando, è senz'altro una involuzione del monoteismo pacifista di Akhenaton, che
sembrava accarezzare l'idea incredibilmente moderna di una religione universale, legata
all'immagine di dio non come signore tribale, ma come signore della natura, depositario
di quella potenza che elargisce e governa la vita di tutte le creature. Ma è anche vero che
Akhenaton, in giovane età, come principe ereditario, si è trovato senza fatica sul trono di
una antica e splendida civiltà. Per lui è stato facile immaginare una religione universale e
pacifica, e non possiamo dimenticare che la sua politica idealista, in fin dei conti, è stata
abbastanza rovinosa per l'Egitto.

Il dio unico di Israele non è più quel sole equanime che splende per tutti, i cui raggi
scendono sulla terra come mani amorose che accarezzano tutte le creature. Il dio di
Israele diventa molto partigiano, intende sterminare coloro che non vogliono essere suoi
fedeli, incarica un popolo prediletto di farsi esecutore impietoso di questo piano
finalizzato al risanamento spirituale dell'umanità. Questa è ovviamente la proiezione
narcisistica eseguita da un gruppo umano che, a differenza di Akhenaton, non ha
ereditato lo splendore di un antico e ricco paese, bensì non ha ancora una terra, non ha
una storia comune, non ha altro che povertà, nemici ostili e crisi di identità collettiva.

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Che altro può fare, un gruppo umano come questo, se non inventarsi un orgoglio
nazional-religioso, anzi, una missione spirituale, un patto privilegiato col creatore,
colmare il proprio immaginario collettivo con l'idea di essere, fra tutti i popoli, il favorito
del creatore e di legittimare il proprio interesse promuovendolo al rango di una causa di
giustizia universale? Non solo è una idea necessaria, ma si tratta di una idea geniale,
assolutamente vincente e, sebbene il presunto favore di dio sia solo una invenzione
narcisistica, chi, in Israele, avrebbe osato metterlo in dubbio? Ed è così che l'idea di un
monoteismo di stato, presa in prestito da Akhenaton, che non si era rivelata utile per il
vecchio Egitto, si rivelò utile per il giovane Israele; adattando però una parte della sua
filosofia alle necessità di questo popolo nascente e assumendo tinte di spiccato
nazionalismo.

6 - IL REGNO DI DIO.

Uno dei momenti più gloriosi della sua storia Israele l'ha vissuto quando, a seguito di
brillanti vittorie contro i popoli indigeni della Palestina, si è trasformato in un regno,
prima sotto Shaul, capo della tribù di Beniamino, e subito dopo sotto David, un umile
pastorello della tribù di Giuda, che era andato in sposa alla figlia di Shaul.

Shaul era riuscito a riunire sotto lo stesso regno solo tre tribù e non aveva stabilito una
capitale, mentre David, un individuo affascinante, abile, spregiudicato, anzi,
decisamente cinico, seppe riunire tutte e dodici le tribù sotto un grande regno. E poiché
si trattava del regno di un popolo che aveva ormai maturato la convinzione di essere
depositario di una missione affidatagli direttamente da dio, o meglio, che era cresciuto e
aveva vinto proprio perché aveva trovato la sua identità e la sua forza inventandosi tale
convinzione, quel regno non poteva essere altro che il "regno di dio". E il suo compito era
quello di splendere davanti a tutti i popoli della terra come luce di verità. David fu l'unto
del signore, messia (mashiah in ebraico, che si traduce christos in greco e cristo in
italiano). Le sue umili origini devono in qualche modo essere promosse e la Bibbia ci
racconta del profeta Samuele che va a Betlemme (città natale di Davide) e, ispirato da
dio, lo riconosce come colui che regnerà su Israele e lo cosparge con l'olio dell'unzione.
David esprime un disegno ambizioso: dare una capitale grandiosa al regno di dio e
erigervi un tempio monumentale, che potesse competere con la memoria degli splendori
egiziani, sumeri, babilonesi... E' sua la scelta felice di Gerusalemme come capitale, sopra
uno dei colli più fortunati della Palestina, fra i boschi, a ottocento metri di altitudine,
dove i nemici non possono sorprendere con attacchi imprevedibili, dove zampillano
sorgenti rigogliose e dove il clima estivo è quello, delizioso, di una località di vacanze di
mezza montagna.

Ma David dovette anche affrontare un problema che non era per niente risolto e che
dimostra, in modo inequivocabile, quanto eterogeneo fosse questo popolo e come fosse
difficile tenerlo unito. David dovette superare gravi difficoltà interne, fra cui una
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ribellione voluta da uno dei suoi figli, Assalonne, che egli non esitò a far uccidere. E così
David non riuscì a edificare il tempio, sarà uno dei suoi figli, Salomone, che egli ebbe da
Betsabea, a realizzare questa ambizione, ma i costi di tale impresa furono talmente
elevati, in termini umani e fiscali, da far precipitare il problema della coesione interna,
che non poteva non essere sempre minaccioso in un popolo che si era inventato tale,
appiccicando insieme tribù diverse e dalle origini più varie. E così il sedicente "regno di
dio" si sfasciò troppo presto sotto il proprio peso e si trasformò in due regni: quello di
Israele, nelle regioni della attuale Samaria (Palestina centro settentrionale), e quello di
Giuda, nelle regioni a ovest del Mar Morto (Palestina centro meridionale). Il regno di dio
durò meno di un secolo, né mai più trovò il suo antico splendore. Furono uomini come
quello che Pilato fece crocifiggere alla vigilia di una festività pasquale che, mille anni
dopo David, tentarono di replicarne l'impresa, ma fallirono e finirono puntualmente i
loro giorni con le mani e coi piedi inchiodati.

7 - UN LIBRO SACRO CHE RACCONTI LA NOSTRA GLORIOSA STORIA.

L'ideale monoteista, in associazione con la convinzione di essere toccati da una scelta di


dio, e quindi di essere gli affidatari di una missione spirituale e i destinatari di una terra
promessa, è l'ideologia che ha consentito agli ebrei di inventarsi come popolo, di
svilupparsi, di risolvere i suoi problemi di sopravvivenza, di mantenere una difficile
coesione, per quanto traballante essa sia stata. Ed è per questo che gli ebrei, ad un certo
punto della loro storia, fra le tante altre cose geniali che hanno fatto, hanno deciso di
darsi come punto di riferimento delle scritture. Naturalmente una buona parte dei
contenuti che tali scritture avrebbero dovuto esprimere era già preesistente alla loro
stesura in forma grafica e, come è normale nei popoli antichi, la loro conservazione e
trasmissione era stata affidata ad una tradizione orale di cui i saggi erano i depositari.
Ma una scrittura da leggere in pubblico, le cui frasi fossero da imparare a memoria e da
ripetere innumerevoli volte, intorno alla quale la gente si sarebbe potuta incontrare,
avrebbe offerto al popolo qualcosa di assai più concreto e tangibile che non la sapienza
custodita da una ristretta elite di iniziati. Quand'è che questa necessità si presentò con
una urgenza irrinunciabile? La risposta è senz'altro all'epoca della formazione del regno,
quando David tolse alla tribù di Beniamino l'egemonia per darla alla tribù di Giuda e
scelse, o impose, Gerusalemme come capitale. E' questo il momento in cui gli scribi si
sono rimboccati le maniche e hanno redatto i primi libri. Come minimo è questo il
momento in cui diventano bianco su nero le storie di Abramo e di Isacco e, forse, molte
altre cose. Ovviamente gli scribi del "regno di dio" appena nato, sono spinti da una serie
di esigenze molto precise. La coesione fra le genti del regno è precaria, la scrittura deve
eliminare questo vizio congenito di Israele, essa non solo deve raccontar loro che essi
sono figli dello stesso dio, ma figli di uno stesso padre umano, e Abramo, figura di cui
non sapremo mai se è prodotta dalla fantasia o dalla storia, vince questo ruolo. A lui dio

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chiede delle prove molto dure, infine lo sceglie per dare origine al popolo a cui sarà
affidata la missione.

Nel redigere queste scritture gli scribi compiono una sintesi colossale e fanno man bassa
di tutto il materiale che possono raccogliere per rendere la loro opera nobile, grandiosa,
venerabile, prestigiosa, autorevole. Oggi la Bibbia ci si presenta come parola di dio
perché i suoi redattori furono spinti dalla necessità ideologica di farla apparire tale al
giovane popolo di Israele. Una parte abbondante della mitologia del vicino oriente
confluisce in questa sintesi, non solo quella accadica, ovverosia quella dei popoli che
condividevano con Israele la radice semitica, ma anche quella sumera, una etnia
completamente diversa, con cui gli accadi avevano avuto a che fare a lungo. E così il
quadro della genesi si apre con una scena assolutamente sumera, ovverosia con il
racconto della trasgressione primordiale compiuta da Adamo e Eva nel giardino
dell'Eden. E poi continua con il racconto del diluvio, che è letteralmente sottratto
all'epopea sumera di Gilgamesh, poi ripresa dai babilonesi, in cui Noè si chiamava
Ziusudra, Uta-napishtim, Atrahasis.

Ed anche il racconto della torre di Babele ha come punto di riferimento gli ziggurat
mesopotamici, mentre la confusione delle lingue sta senz'altro a rappresentare il disagio
dovuto all'imbastardimento della società sumerica in seguito alla consistente
infiltrazione accadica. Un presupposto di grande importanza è la creazione fittizia di una
continuità, o meglio, di una linearità. Una delle principali mistificazioni prodotte da
questa esigenza è, per esempio, il fatto che gli ebrei avessero questa radice etnica unitaria
e fossero un popolo prima ancora delle vicende dell'esodo. Sarebbero stati un popolo già
in Egitto, un popolo schiavo e prigioniero da raffigurare con una buona dose di
vittimismo ma, a parte il fatto che gli immigrati e gli emarginati della società egiziana
non avranno certamente avuto vita facile né molto privilegi da condividere, si tratta di
una rappresentazione del tutto falsata. Infatti non si trattava di un popolo omogeneo; né
il loro stato poteva definirsi schiavitù secondo quella accezione del termine a cui siamo
stati abituati dall'immagine latina, ovverosia dello schiavo inteso come oggetto
subumano, che è proprietà privata del suo padrone, su cui quest'ultimo ha pieno diritto
di vita e di morte. Abbiamo una subordinazione del tutto diversa, che non rispecchia
questo cliché romano.

Al fine di ottenere l'effetto della continuità storica, le scritture abbondano di lunghi


elenchi di patriarchi i quali, posti in fila in lunghe paginate, offrono una efficace
suggestione didattica. E molti imparano a memoria, e ripetono all'infinito questi elenchi,
finché essi realizzano un condizionamento psicologico che infonde nell'immaginario
collettivo l'idea di appartenere ad un popolo che ha radici antiche, che ha una messaggio
da trasmettere, che ha una eredità da salvaguardare. Dopo avere costruito la figura
chiave del padre della razza, Abramo, è necessario costruire quella del padre della

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nazione, Mosè. Ed è così che l'egiziano diventa ebreo, gli si innesta artificialmente la
mitologia accadica del "salvato dalle acque", lo si fa salire sul monte Sinai per incontrare
personalmente il dio dell'universo e prendere da lui le tavole della legge. E, sebbene una
componente considerevole della teologia di Mosè abbia una derivazione dal monoteismo
di Akhenaton, questa radice è completamente recisa e abbandonata nell'oblio.
Esattamente come mille anni dopo, quando dal monoteismo ebraico, attraverso la sintesi
sincretistica di San Paolo, si stacca la fede cristiana, che recide il suo cordone ombelicale
e rinnega l'ebraismo, pur avendo derivato da quello una mole fondamentale del suo
bagaglio teologico e scritturale.

Il leit motiv di questa base dell'identità etnico religiosa di Israele deve essere, senza
mezzi termini, la continua regia di dio dietro le quinte del teatro storico. E così è,
attraverso i suoi frequenti interventi. Quando manda le piaghe in Egitto, quando apre le
acque del mar rosso, quando fa scendere la manna, quando ferma il sole in pieno cielo
durante una battaglia, o guida la mano del pastorello David a colpire il gigante Golia. I
protagonisti umani che svolgono un ruolo fondamentale in questa storia sono quasi
sempre ammantati da una cornice miracolosa, le loro nascite sono annunciate, le loro
madri partoriscono pur essendo sterili, le loro gesta non sono completamente umane. Il
prodigio è la chiave di autentificazione della scrittura, il sigillo di riconoscimento
dell'autorità. Le figure di Abramo e di Mosé si completano con quella di David, il padre
politico, il messia, il costruttore del "regno di dio".

Anche in seguito, dopo lo scisma dei due regni che avvenne alla morte di Salomone, e
quando il paese iniziò a subire un plurisecolare destino di dominazioni straniere, sotto gli
assiri, i babilonesi, i persiani, i greci e i romani, le scritture sono caratterizzate da un fine
primario: salvaguardare l'eredità nazionale, continuare a dimostrare che Israele è
sempre, malgrado tutto, il popolo di dio, che il suo futuro gli riserva un riscatto. Il
profetismo messianico, ovverosia l'attesa di un liberatore che ripeta la figura di David e
ricostruisca il "regno di dio", diventa un motivo ricorrente, finché si trasforma in
autentica ossessione e porterà, sotto la dominazione romana, ad una crisi fatale.
L'imperatore Tito, interprete della esasperazione romana nei confronti di questo popolo,
visto come affetto da una patologia teocratica maniacale, farà strage e rovina degli ebrei
e della loro capitale, ed essi ricadranno improvvisamente nella condizione in cui si
trovavano in Egitto, come emarginati vittime di una diaspora penosa.

E' il momento in cui l'eredità monoteistica di Akhenaton, che aveva subito una prima
grande trasformazione con la sintesi biblica, subisce una seconda grande trasformazione
con la sintesi cristiana. Occorreranno ancora cinquecento anni perché maturino in medio
oriente le condizioni per la terza sintesi: quella coranica. Adesso non vorrei essere
accusato di ambizioni profetiche, perché è solo la ragione, e non la visione mistica, che
mi suggerisce quando sarà la prossima tappa del monoteismo: quando il sistema

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commerciale globalistico avrà mostrato in modo drammatico la stridente contraddizione
che esiste fra la promessa del benessere tecnologico e la crescita inarrestabile dei problemi
planetari (demografici, economici, politici ed ecologici), facendoci vivere tragedie di
dimensioni bibliche che oggi non abbiamo nemmeno il coraggio di immaginare. Allora
nascerà una nuova sintesi religiosa e potrebbe addirittura darsi che l'essere supremo sia
di nuovo rappresentato come un disco solare, circondato da una corona di raggi che
scendono sulla terra e terminano con mani affettuose che carezzano le creature. E' una
visione non lontanissima da ciò che accadrà realmente, nel millennio che sta nascendo.

Io, personalmente, sono già pronto. Ma il momento è ancora prematuro.

Firenze, 15/11/1999

David Donnini

L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-1938)


Primo saggio: Mosè egizio (337-345)

Il nome Mosè derivava dalla parola egizia mose, che significa “bambino”. Otto Rank nel
1909 pubblicava Il mito della nascita dell’eroe, di Otto Rank pubblicato nel 1909,
sottolineava che quasi tutti i popoli civili fin dall’antichità hanno celebrato i loro eroi
aggiungendo delle caratteristiche fantastiche sulla loro nascita. La leggenda narra che
l’eroe Mosè è figlio di genitori di alto ceto sociale e la sua nascita è stata caratterizzata da
numerose difficoltà. Appena nato fu condannato a morte o ad essere esposto per volontà
del padre. Generalmente risulta essere abbandonato nelle acque di un fiume in una
cassetta, è messo in salvo da alcuni animali o da persone di umili estrazione che
provvedono ad allattarlo. Divenuto adulto ritrova i genitori nobili e si vendica del padre.
Le due tipologie di famiglie, quella nobile (quella reale) e quella umile (quella fittizia),
rappresentano le due modalità del bambino di percepire la vera famiglia nei successivi
momenti della sua vita. Freud evidenzia che molto probabilmente Mosè è un Egizio
aristocratico che il mito trasformò in ebreo. La particolarità della leggenda di Mosé si
riscontra nel fatto che, mentre usualmente un eroe percorre la sua vita elevandosi dalle
sue origini umili, la sua vita di eroe iniziò proprio quando perse la sua condizione di
aristocratico per abbassarsi ad essere come i figli di Israele.

Secondo saggio: Se Mosè: era egizio…(1-2) (346-52)

Freud s’interroga sulla possibilità che la religione di Mosè offerta al popolo ebraico fosse
davvero la sua e cioè una religione egizia, seppur non la religione egizia. L’ipotesi di
fondo è che la religione ebrea prendesse le sue origini dalla religione Atòn, la quale
escludeva ogni forma di mito o di magia. Questa nuova religione si fondava su l’esistenza
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di un dio solare raffigurata con un disco da cui si emanano raggi che terminano con delle
mani di uomo. Tuttavia, nonostante nel periodo di Amarna era alta la passione per le
armi una raffigurazione del dio solare non era stata rinvenuta. Nessuna traccia fu
ritrovata neanche sul dio dei morti, Osiride, e sul regno dei morti.

Secondo saggio: Se Mosè era egizio (3) (353-358)

Quindi, seguendo l’ipotesi che Mosè fu egizio la religione che egli trasmise agli ebrei fu
quella di Ekhnatòn e cioè la religione di Atòn. Freud effettua un’analisi delle similitudini
e delle differenze tra la religione di Atòn e quella Ebrea. Innanzitutto entrambe due
religioni assolutamente monoteistiche. La differenza fondamentale risiede nel fatto che
nella religione ebraica non c’è nessuna traccia del culto solare. Inoltre Mosè diede inizio
presso gli Ebrei all’uso della circoncisione. Questa ultima considerazione consentì a
Freud di avallare l’ipotesi che, se oltre alla religione Mosè avesse introdotto anche la
regola della circoncisione, egli non era ebreo ma egizio, e pertanto la sua religione fu
egizia, e cioè a religione di Atòn. La ricostruzione che Freud fa dell’esodo dall’Egitto, la
daterebbe tra il 1358 e il 1350, cioè dopo la morte di Ekhnatòn e prima della
ristabilimento dell’autorità statale per opera di Haremhab. Ma il fatto di avallare
l’ipotesi che la circoncisione fosse un’usanza egizia introdotta da Mosé, avrebbe
significato per gli ebrei ammettere che anche la sua religione fosse stata egizia. Ma
sembrano esservi delle buone ragioni per negare entrambe le due ipotesi, sia quella
inerente alla circoncisione che quella all’origine egizia della religione ebrea.

Secondo saggio: Se Mosè era egizio (4) (358-363)

La tradizione culturale ebrea è ricca di riferimenti letterari extrabiblici all’interno dei


quali si ritrovano numerose leggende e miti sorti intorno alla figura di Mosè. Una di
queste leggende narra come Mosè fosse ambizioso fin dall’infanzia, e che fosse “tardo di
lingua”. Quest’ultimo fatto molto probabilmente dipendeva dal fatto che egli parlava
un’altra lingua e cioè quella egizia senza riuscire a comunicare con i semiti senza un
traduttore.

Secondo saggio: Se Mosè era egizio (5) (363-367)

Nella storia del profeta Osea si parla di una tradizione secondo cui il fondatore religioso
Mosè morì violentemente a seguita di una sommossa del popolo. La religione da lui
fondata fu disconosciuta. L’origine dei Leviti rappresenta uno degli enigmi più
importanti della storia ebraica. Questi sembrano provenire dai Levi, una delle dodici
tribù di Israele. Risultò molto improbabile che il nobile Mosè si affiancasse senza
protezione ad un popolo straniero. Freud sottolinea che originariamente i Leviti erano
gente di Mosè e che tra la scomparsa di quest’ultimo e l’instaurazione della religione a
Qadesh passarono due generazioni.
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Secondo saggio: Se Mosè era egizio…(6) (368-372)

Il nuovo dio Yahweh stabilito a Qadesh, necessitava di essere glorificato, di trovare un


suo spazio e di cancellare le tracce delle precedenti religioni. L’uomo Mosè fu trasferito a
Madian e a Qadesh e fondendolo con il sacerdote di Yahweh fondatore della religione.
Furono introdotte le leggende dei patriarchi per far passare il messaggio che Yahweh
fosse stato già adorato da Abramo, Isacco e Giacobbe, sotto un altro nome e per
connettere la loro tradizione a certi luoghi del paese di Canaan. Freud formula l’ipotesi
che dall’esodo dall’Egitto alla formulazione del testo biblico trascorsero circa ottocento
anni.

Secondo saggio: Se Mosè era egizio…(7) (372-378)

Freud si sofferma sull’argomento dell’uccisione di Mosè a partire dalle osservazione fatte


da Sellin sulle allusioni presenti nei libri dei Profeti. Freud affronta infine l’argomento
dell’uccisione di Mosè, che Sellin ha evidenziato riprendendo alcune allusioni al riguardo
fatte nei libri dei Profeti. Mosè dispoticamente imponeva al popolo la sua religione
costringendo i Semiti a liberarsi di lui. Quando egli trascorse degli anni nel deserto ci
furono delle rivolte contro la sua autorità. Il popolo uccise Mosé pentendosi di quello che
aveva fatto e cercando di dimenticarlo. Appressando la data dell’esodo a quella della
nascita della religione a Qadesh e mettendo in questo caso in primo piano la figura di
Mosè invece che quella del sacerdote madianita, si soddisfarono le pretese dei seguaci di
Mosè e allo stesso tempo si smentì il fatto della sua morte violenta. Freud prova a far
luce sui nessi cronologici di questi accadimenti, con l’intento inserire il personaggio Mosé
nell’ambito della storia ebraica, notoriamente caratterizzata da due popoli che
concorrono alla formazione di una nazione. Freud inserisce due nuove fondazioni
religiose, la prima rimossa dalla seconda che riappare successivamente predominando,
entrambe connesse al nome di Mosè. Una parte del popolo subì un’esperienza
traumatica, l’altra no.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica (379-382)

La ricerca psicoanalitica ha messo in evidenza come la religione sia in realtà una nevrosi
dell’umanità che esercita il suo potere proprio come la coazione nevrotica. Questa ipotesi
secondo Freud sicuramente causerà una notevole diffidenza ed avversione da parte dei
poteri predominanti nella società, ma un giorno la ricerca psicoanalitica potrà venire alla
luce con più facilità. Dopo che l’invasione tedesca dell’Austria, Freud si trasferì a
Londra, dove si sentì libero di pubblicare il suo lavoro su Mosè. Già in Totem e Tabù
Freud concepiva le religioni attraverso il modello dei sintomi nevrotici individuali.
Ritenne fondamentale intrecciare tali ipotesi anche con la storia di Mosè.

32
Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 1: La premessa storica
(382-389)

Nasce la credenza di un dio unico e universale chiamato Atòn. Amenofi IV fa sì che la


religione di Atòn diventi religione di stato. I successori di Ekhnatòn non furo all’altezza
di mantenere viva quella religione, che finì per estinguersi. Tra gli uomini di Ekhnatòn ci
fu Tutmosi che fu difensore della religione di Atòn e che a differenza di Ekhnatòn poco
concreto, fu vigoroso e risoluto. Rivolgendosi ad una tribù di semiti, cercò di far
attecchire in loro il suo ideale di religione. Li scelse come suo popolo, tentò di realizzare
in loro il suo ideale e dopo esser partito con i suoi fedeli dall’Egitto, li consacrò
circoncidendoli, consegno loro le leggi e li avviò alla religione di Atòn. La religione di
Qadesh si fondò su un compromesso tra chi rifiutò l’estraneità di Yahweh e volle
rafforzare la sua richiesta di essere venerato dal popolo e chi non volle dimenticare i
ricordi riferiti alla liberazione dall’Egitto e alla figura del capo religioso Mosè.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 1: Epica di latenza e
tradizione (390-395)

L’idea di un dio unico, il rinnegamento di un cerimoniale dotato di efficacia magica,


l’esigenza etica fondata in nome dio, furono insegnamenti mosaici, che all’inizio
trovarono molte resistenze ma che successivamente si affermarono stabilmente. I due
gruppi del popolo ebraico si fusero in una nuova religione. Coloro che erano stati in
Egitto ricordavano bene l’esodo e la figura di Mosè che furono inseriti nel racconto degli
antichi tempi. Gli altri avevano intenzione di glorificare il nuovo dio e confutandone
l’estraneità. La latenza presente nella storia della religione ebraica derivava dal fatto che
i ricordi rimossi volontariamente dalla storia scritta non andarono mai perduti, poiché
rimasero delle tracce nelle tradizioni tramandate nel popolo che diventarono man mano
sempre più importanti col passare degli anni ritagliandosi un posto nella cronaca
ufficiale finendo così per influire in modo rilevante sul popolo stesso.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 1: L’analogia (395-402)

Quel concatenarsi degli eventi nella storia religiosa ebraica si mostra a Freud come
analoga alla genesi della nevrosi. La ricerca psicoanalitica ha messo in evidenza che i
sintomi di una nevrosi sono effetti legati ad esperienze e impressioni riconosciuti come
traumi che appartengono all’infanzia fino ai cinque anni circa. Sono esperienze quasi
totalmente dimenticate riferite ad impressioni di natura sessuale e aggressiva. Le
conseguenze prodotte dal trauma possono essere positive o negative. Tali fenomeni
mostrano una forte indipendenza dall’organizzazione degli altri processi psichici che
risultano invece connessi alle richieste del mondo esterno regolamentati dalle leggi del
pensiero logico. Il trauma infantile può essere seguito subito da un’esplosione nevrotica,
una nevrosi infantile caratterizzata da molti tentativi di difesa e dalla conseguente
33
formazione di sintomi. Il periodo di latenza tra le prime reazioni al trauma e il successivo
scoppio della malattia è tipico della nevrosi.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 1: Applicazione (402-
413)

Inizialmente l’uomo primitivo viveva in piccole orde, in ognuna delle quali un maschio il
maschio più forte dominava. Se i figli avessero suscitato la gelosia essi venivano uccisi
crudelmente o castrati o cacciati via. Chi sopravviveva si raggruppava in piccole
comunità, procacciandosi le donne attraverso il ratto. Laddove uno di loro riusciva a
rapire una donna, tentava comunque di assumere una posizione analogo a quella che
padre aveva nell’orda originaria. Per Freud, come è noto, la prima forma di religione fu il
totemismo. Il secondo passo fu quello di umanizzare l’essere oggetto di adorazione.
L’assassinio di Mosè da parte del popolo ebraico, emerso dagli studi di Sellin a partire
dalle segni rimasti di tale uccisione nella tradizione culturale di questo popolo, risulta
essere fondamentale nella nostra ricostruzione perché esso rappresenta il punto di
collegamento l’esperienza rimossa dei primordi e la sua successiva riapparizione sotto
forma di religione monoteistica. Freud formula l’ipotesi, riprendendo le tematiche di
Totem e Tabù, che il pentimento per l’uccisione di Mosè desse la spinta alla fantasia di
desiderio concretizzata nell’attesa del ritorno del Messia che avrebbe dovuto portare il
popolo alla redenzione e al promessa supremazia mondiale. Tra le varie motivazioni alla
base dell’avversione per il popolo ebreo, Freud evidenzia la gelosia per il popolo che si
definisce eletto dal Padre divino e la pratica della circoncisione che sarebbe una forma
addolcita della temuta evirazione da parte del padre dell’orda primitiva.

Terzo saggio: Mosè, il popolo e la religione monoteistica Cap. 1: Difficoltà (413-422)

Il compromesso raggiunto a Qadesh per Freud è dovuto al radicamento di una poderosa


tradizione nei reduci dall’Egitto. Nel popolo i ricordi del passato permangono in tracce
mnestiche inconsce. Se accettiamo l’idea della presenza di queste tracce mnestiche nel
retaggio arcaico del popolo, siamo in grado di avere un collegamento tra la psicologia
individuale e quella collettiva, riuscendo così a poter trattare i popoli come i singoli
nevrotici. Se una tradizione fosse fondata solo sulla comunicazione non avrebbe quegli
effetti coercitivi tipici dei fenomeni religiosi, forse sarebbe ascoltata, ma sicuramente
verrebbe criticata, fino ad essere respinta come ogni altra informazione proveniente dal
mondo esterno, e comunque non sfuggirebbe mai alla predominanza del pensiero logico.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 2.: Ricapitolazione e
ripetizione (423-424)

Le due sezioni de L’uomo Mosè e la religione monoteistica trovarono la loro


pubblicazione nella rivista “Imago”: il taglio psicoanalitico dato alla tematica (Mosè
34
egizio) e le elucubrazioni storiche su cui esso si basa (Se Mosè era egizio…). Tutta la
parte contenente le questioni scandalose e pericolose per il pensiero dell’epoca e cioè
l’applicazione delle scoperte psicoanalitiche all’origine del monoteismo, furono lasciate
da Freud inedite fino al 1938, dove l’inaspettata invasione tedesca lo spinse a lasciare il
suo paese e con esso anche la sua preoccupazione delle conseguenze che avrebbe generato
la pubblicazione di quelle pagine.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 2.: il popolo d’Israele
(424-426)

Con una resistenza fuori dal comune il popolo ebraico, ha affrontato lungo l’arco della su
storia molte disavventure e peripezie. Esso si è guadagnato l’ostilità di molti altri popoli.
Una delle peculiarità di questo popolo è l’opinione particolarmente elevata che hanno di
sé: essi si definiscono superiori agli altri. Allo stesso tempo sono caratterizzati da una
eccezionale fiducia nella vita proveniente dall’avere un bene prezioso, una specie di
ottimismo connesso ad una inamovibile fede in Dio. Questo popolo si considera
autenticamente il popolo eletto da Dio, si sentono particolarmente vicini a lui, e ciò
ingenera in loro fierezza e sicurezza. Freud osserva come quando qualcuno è definito
prediletto di un padre temuto è del tutto normale che i fratelli si mostreranno gelosi. La
storia mondiale dell’epoca diede ragione all’arroganza ebraica poiché quando Dio decise
di mandare un Messia e un Redentore sulla terra, la scelta cadde nuovamente nel popolo
ebraico. Fu grazie a Mosè nel popolo ebraico ci fu questa concezione che incrementò la
presunzione degli Ebrei in quanto popolo eletto da Dio, consacrato e superiore agli altri
popoli.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 2 il grande uomo (426-
430)

Un grande uomo agisce sugli altri attraverso la sua personalità e mediante il suo ideale.
Gli uomini comuni hanno un grande bisogno di uomini autoritari da venerare, davanti ai
quali chinarsi e dai quali essere dominati, in alcuni casi addirittura maltrattati. È il
desiderio inconscio del padre insito in ciascuno di noi fin dall’infanzia. Mosè incarna un
modello paterno forte e autorevole, il nobile egizio che discese tra i poveri ebrei affinché
essi potessero essere figli affidabili. Inoltre l’effetto esercitato sugli Ebrei dalle
rappresentazioni di un Dio onnipotente, unico, eterno, attento agli umili ebrei con i quali
stabilì un patto nel quale prometteva di avere cura di loro se essi fossero rimasti sempre
fedeli al suo culto. Questa nuova forma do religione avviata da Mosè fu in realtà ripresa
da Ekhnatòn che fu suo re.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 2: Il progresso della
spiritualità (430-434)

35
Per mantenere effetti psichici di lunga durata in un popolo, ovviamente non basta la
rassicurazione che esso è stato eletto da Dio. È necessario avere una prova di tale
predilezione divina. La prova fondamentale fu quella dell’esodo dall’Egitto. Mosè in
nome di Dio, chiese questa prova d’amore. La Pasqua ebraica celebra proprio il ricordo
di questo evento miracoloso, grazie al quale la religione condusse gli Ebrei alla
rappresentazione di un Dio più grandioso. Chi avrebbe creduto in lui avrebbe
partecipato in una certa qual maniera della sua grandezza, sentendosi così innalzato.
Una delle regole più importanti nella religione mosaica è il divieto assoluto di costruire
immagini di Dio, e la conseguente imposizione di venerare un Dio invisibile all’occhio
umano. Così facendo Dio fu innalzato a un livello più alto di spiritualità. Questi
avanzamenti nella spiritualità aumentarono la presunzione e l’orgoglio dell’ebreo,
rispetto a coloro ancora nella prigionieri della sensibilità. Mosè trasferì al popolo Ebreo
l’idea entusiasmante di essere il popolo eletto me precludendo ogni materialità al divino,
il tesoro del popolo si arricchì ancora ulteriormente, facendo sì che l’inclinazione degli
Ebrei alla spiritualità non venne mai meno.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 2: Rinuncia pulsionale
(434-439)

Quando l’Es genera una spinta pulsionale erotica o aggressiva, l’Io, che controlla il
pensiero e l’apparato muscolare, tende naturalmente a convogliare tale impulso in
un’azione. Questo canalizzazione della pulsione è sentita dall’Io come piacere. La
rinuncia pulsionale si può ottenere con fatica ed in ragione di motivazioni sia interne che
esterne. La fondata sul divieto di farsi un’immagine di Dio tende nel corso della sua
storia sempre di più versi la rinuncia pulsionale attraverso una notevole freno della
libertà sessuale. Dio è totalmente escluso dalla sessualità per essere innalzato a ideale di
perfezione etica. Mosè introdusse il rito l’usanza della circoncisione, sostituto simbolico
di quell’evirazione che il padre totipotente primigenio nell’orda primitiva, aveva inflitto
ai suoi figli; chi accettava la circoncisione si sottometteva al volere del padre, nonostante
il sacrificio doloroso che tale sottomissione avrebbe comportato.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap.2: Il contenuto di verità
(440-442)

L’uomo Mosè, introducendo il popolo Ebreo alla sua religione trasferì in loro un
peculiare modo di essere all’insegna della presunzione, infatti essi furono convinti di
essere superiori a tutti gli altri popoli. Si tennero lontani dagli altri popoli con l’intendo
di preservare la loro condizione privilegiata. Il punto non era la mescolanza di razze
poiché ciò che li univa era fondamentalmente un ideale cioè l’avere in comune valori,
idee. Ciò accade perché la religione mosaica consentì agli ebrei di prender parte alla
grandiosità della nuova rappresentazione di Dio, un Dio che li aveva scelti, ed inoltre
tale religione chiedeva un progressivo avanzamento spirituale che favorì il lavoro
36
intellettuale e la rinuncia alle spinte pulsionali. La religione mosaica solo
apparentemente sparì di essa infatti vi si conservo un ricordo, offuscato e vago. La
memoria di un grande passato agì nel profondo delle persone del popolo, e con il tempo
finì per acquisire un importanza sempre maggiore sulle menti, fino alla trasformazione
del dio Yahweh nel dio di Mosè, riattivando quella religione di Mosè diffusa molti secoli
prima e che successivamente fu abbandonata.

Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 2: Il ritorno del rimosso
(442-444)

Le impressioni legate alle esperienze dei primi cinque anni lasceranno una traccia
indelebile in ciascuno di noi che nessuno successivamente sarà in grado di cancellare. Le
esperienze dei bambini di due anni, vissute ma non comprese, forse non saranno
ricordate, ma sicuramente riappariranno in sogno. Nonostante ciò, successivamente,
quel vissuto farà irruzione nella loro vita attraverso impulsi coatti, orienterà le azioni e
la scelta amorosa. Non è stato facile, osserva Freud, accostare il concetto di inconscio
alla psicologia collettiva, ma i meccanismi alla base della formazione delle nevrosi
caratterizzano anche i fenomeni indagati fin qui. Anche nel popolo Ebreo, gli
accadimenti più rilevanti si collocano nell’infanzia. L’esperienza vissuta causa una certa
pretesa pulsionale che tende al soddisfacimento. L’Io si oppone a questo
soddisfacimento. La spinta pulsionale è inibita, e la causa contingente legata a quella
spinta viene dimenticata, e con essa le percezioni e le rappresentazioni ad essa
intrecciate. Tutte le manifestazioni alla base della formazione di sintomi possono essere
concepiti come “ritorno del rimosso”, ma il materiale che ritorna è caratterizzato da una
fortissima deformazione rispetto a quello originale.

Terso saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 2: La verità storica
(444-448)

L’uomo ha bisogno di credere in un dio creatore del mondo, capo assoluto e soccorritore
personale. Questo dio in realtà è il precipitato rappresentativo degli antichi padri. Il dio
unico segna un grande progresso nella spiritualità. Il monoteismo introdotto da Mosè si
richiamava ad un’esperienza ancestrale della famiglia umana rimossa dalla memoria
degli uomini. La psicoanalisi ci insegna che le impressioni avute dal bambino quando
non è ancora in grado di parlare, produrranno in seguito effetti coatti, seppur quelle
impressioni non sono consapevolmente ricordate. Tale funzionamento è da Freud è
allargato anche alle primissime esperienze dell’intera umanità, ed una delle conseguenze,
di quelle esperienze primordiali rimosse sarebbe proprio l’idea di un dio unico. Tale idea
si impone nell’uomo e pertanto è ad ogni costo considerata vera. Tale idea in quanto
deformata, può essere intesa come delirio, ma in quanto ritorno del passato è necessario
chiamarla verità.

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Terzo saggio: Mosè, il suo popolo e la religione monoteistica Cap. 2: L’evoluzione storica
(448-453)

Successivamente all’organizzazione sociale attraverso i clan di fratelli, il matriarcato,il


totemismo e l’esogamia, è iniziato un lento ritorno del rimosso grazie alle instabili
condizioni di vita della condizione umana. Rimpianto e ardentemente desiderato,
ammirato, temuto, riverito: la religione mosaica conosce solo sentimenti positivi verso il
Dio Padre. La prima reazione al ritorno del grande padre fu un’irrefrenabile desiderio di
devozione, l’odio omicida contro il padre sparì definitivamente dalla religione mosaica,
anzi ci fu una energica reazione a quest’odio: senso di colpa per questo odio, la sensazione
di aver peccato contro Dio e di continuare ancora a peccare. Infatti il peccato originale e
la redenzione raggiunta mediante il sacrificio di una vittima furono alla base della nuova
religione di Paolo. Dalla religione del padre, si passò alla religione del figlio, il
cristianesimo. Non tutto il popolo ebraico accettò di aderire alla nuova religione, coloro
che non l’accettarono, sono oggi chiamati Ebrei.

(Cfr. S. Freud, “L’uomo Mosè e la religione monoteistica: tre saggi (1934-38)” in Opere
Vol XI, Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 1989, Vol. 11: 337-453)

Il monoteismo
La caratteristica fondamentale delle tre religioni monoteistiche: il cristianesimo, l’islam,
e l’ebraismo, è la fede nell’unico Dio. Per studiare e comprendere queste religioni si deve
necessariamente considerare l’idea di Dio. Le religioni monoteistiche sono in tanti aspetti
molto simili tra loro e come fondo non hanno una sostanziale differenza, per trovare
diversità bisogna entrare nei particolari delle diverse teologie.

IN PRINCIPIO DIO NON C’E’.

Quando mi viene posta la domanda se io credo in Dio o se Dio esiste, io semplicemente


rispondo che Dio non c’è, la mia non è un’opinione ma una constatazione.

Io nego in principio l’esistenza di Dio solo perche Dio non è presente, e la sua assenza
reale, è totale. Dio non è realmente, nel senso che non è rilevabile dai sensi. E’ assente
dalla vita personale degli uomini e dalla loro avventura umana, è assente dalla storia dei
popoli. La dimostrazione più logica dell’inesistenza di Dio sta nella sua totale assenza.
Ecco perché io mi definisco ateo. Chi dichiara di credere in Dio, il Dio creduto vero dalle
religioni monoteiste, si trova a dovere affrontare una contraddizione di impossibile
soluzione, che consiste nella scelta di Dio di restare assente ed insensibile al dramma
dell’uomo, insensibile al dolore, al male, all’ingiustizia, al umano oblio delle regole morali
che Dio stesso avrebbe insegnato.

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Questo Dio nascosto ed assente chiamato: Dio, Padre, onnipotente e onnisciente, dove
era quando venivano ingiustamente uccisi milioni di uomini nei campi di sterminio, nelle
guerre e sotto i bombardamenti atomici? Questo Dio sarebbe rimasto nascosto nel giorno
dove i vivi invidiarono i morti, sebbene immaginato onnipotente e onnisciente ed
amorevole nei confronti dell’uomo, egli non avrebbe mai utilizzato il suo enorme
potenziale? Come un padre esistente che si disinteressa completamente dei suoi figli è
moralmente più biasimabile di un padre scomparso. Papa Benedetto XVI in visita ad
Auschwitz disse: Perche Signore hai taciuto? Giusta domanda angosciosa, alla quale il
Papa non potrà trovare risposta. Ha scritto Onfray: I teisti hanno un bel fare contorsioni
metafisiche per giustificare il male sul pianeta pur affermando l’esistenza di un Dio al quale
nulla sfugge.

Se Dio esistesse nascosto ed assente, sarebbe lui medesimo per primo negandosi a
confermare la sua non esistenza, perché questo comportamento nascosto ed assente
contraddice la sua esistenza. Quindi i dubbi e le riserve dell’uomo sull’esistenza di Dio
sono una logica e legittima conseguenza del comportamento stesso di Dio (ipotizzandone
l’esistenza), considerando che dal punto di vista pratico non esserci equivale a non
esistere.

A questo punto mi pare il momento di trattare l’agnostismo che connota la maggioranza


dei cristiani europei. Agnostismo significa “non conoscibile” ed è la posizione di coloro
che di fronte all’impossibilità di dimostrare sia l’esistenza che l’inesistenza di Dio
rinunciano a chiarire il quesito, ed assumono per sempre la posizione miserrima del
dubbio spesso considerandolo il sommo tra i valori. La posizione agnostica è il frutto di
un pensiero debole che da una parte attribuisce valore, seppur dubitativo, a coloro che
affermano l’esistenza di Dio senza alcuna prova reale, e dall’altra cede all’inganno teista
che considera l’impossibilità di dimostrare l’esistenza di Dio una prova della sua
esistenza. Questa pretesa teista di dimostrare l’inesistenza di Dio è assurda, perché è
possibile unicamente dimostrare l’esistenza di qualcosa che esiste, ma nessuno è in grado
di dimostrare l’inesistenza dell’inesistente, quindi l’impossibilità di dimostrare
l’inesistenza di Dio non è una prova della sua esistenza, ma eventualmente della sua non
esistenza, considerato che di tutte le cose che non esistono è impossibile dimostrarne la
non esistenza, se non accontentandosi di verificarne l’assenza.

I credenti in Dio, loro dovrebbero dimostrare l’esistenza di una entità che nessuno ha
mai veduto, o in alcun modo percepito, ma che loro dicono esistere. Scrisse in proposito
B.Russell: Molti credenti sembrano ritenere che sia compito degli scettici confutare i dogmi
vigenti, anziché compito dei credenti dimostrare le verità di ciò in cui credono. Kant nella
sua critica delle prove dell’esistenza di Dio ha affermato che l’esistenza di Dio non può
essere dimostrata razionalmente. L’agnostico è sostanzialmente uno scettico influenzato
dalla cultura religiosa, spesso nell’agnostico si trova il desiderio di credere frustrato dal

39
dubbio. Nell’agnostico sussistono tutti i caratteri religiosi: la mancanza di rassegnazione
verso la realtà, la speranza inconsistente, è solo lo scetticismo che distingue il cristiano
dall’agnostico. L’ateo è tale perche porta la certezza del vuoto del cielo, riconduce
l’essenza delle divinità unicamente all’uomo, ma soprattutto ha rimosso tutte le fantasie,
i sogni, e le favole e le illusioni, che non sono rilevabili nel mondo oggettivo, la
rassegnazione al mondo è l’esito finale.
Un anonimo su internet ha scritto: Che Dio non esista se non nelle nostre fantasie è una
verità autoevidente, così cristallina che non meriterebbe nemmeno di essere ancora discussa.

Questa osservazione cinica da sola è potenzialmente in grado di piantare l’ultimo chiodo


nella bara di Dio, chiudendo per sempre il problema dal punto di vista filosofico. Dio non
c’è, ciò che chiamammo Dio è il prodotto delle umane fantasie, chiudiamo per sempre il
discorso, e non esiste nessuna necessità di dimostrare l’inesistenza di ciò che non
esiste(Dio). Il problema “Dio” è però più complesso della semplificazione logica e realista
del pensatore anonimo. Ha scritto Onfray: Dio non è morto, una finzione non muore,
un’illusione non trapassa mai. Dio sembra dunque immortale. Ancora Onfray:L’ultimo Dio
sparirà con l’ultimo uomo. E con lui spariranno il timore, la paura, l’angoscia, macchine per
creare divinità. L’unico vento che soffia nelle vele dei sostenitori di Dio consiste
nell’osservare che milioni di uomini credono in Dio, uomini che si sono spezzati la
schiena per elevare templi alla sua gloria, e hanno considerato Dio il più prezioso dei
beni, hanno combattuto guerre hanno ucciso e sono morti nel suo nome: Perché?

Di fronte a questa realtà una filosofia atea non può limitarsi a negare l’esistenza di Dio,
semplicemente perché Dio ha pur sempre consistenza nella fede degli uomini, ha
consistenza come mito, e questa consistenza contraddice in fondo, la totale negazione
atea. Il pensiero ateista non può esaurirsi nella totale negazione, ma deve compiere il
passo evolutivo spiegando l’essenza di Dio.
Io ho negato l’esistenza del Dio che le religioni ci inducono a credere, ma sono il primo a
chiedermi: ALLORA COSA E’ DIO? Rispondo osservando che Dio non è visibile, Dio
non è udibile, e Dio non è toccabile, Dio è solamente immaginabile. Quindi chi non ha
immaginazione non ha un Dio, è logico quindi affermare che Dio è unicamente un
constructus dell’immaginazione. Feuerbach, con una brillante intuizione affermò che la
teologia deve essere ribaltata per trovarvi la verità: non è vero che sia stato Dio a fare
l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma il contrario è stato l’uomo che ha creato l’idea
di Dio a sua immagine e somiglianza. Si tratta allora di portare alla luce il meccanismo
alienato che porta alla scissione di Dio dall'uomo. Se l'uomo è l'unica entità esistente e
Dio non è altro che un sentimento contenuto nella coscienza degli uomini, allora non può
essere che Dio e l'uomo siano entità diverse, in realtà Dio e l'uomo albergano in
un'identica essenza, l'unica, quella umana. Dio non è quindi più il creatore degli uomini,
in quanto egli è un prodotto umano, il prodotto della coscienza degli uomini.

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Feuerbach afferma che per il fatto che esista una scissione occorre che qualcosa sia unito,
e questa unione è proprio l'identità di uomo e Dio, in quanto Dio è presente nell'uomo
come sentimento del divino. Dunque il rivolgersi del sentimento a Dio non è altro che il
sentimento stesso di Dio, la stessa ragione divina e la stessa ragione umana: Dio non
esiste come entità a sé ma come sentimento presente nell'uomo, l'uomo produce Dio. Dio
è un aspetto dell’uomo. Dio quindi non ha altra consistenza che esistere
nell’immaginazione del credente. Feuerbach scrisse: Dio non lo si vede, non lo si ode, non
lo si percepisce sensibilmente. Se non credo in Dio, se non penso a Dio, non esiste per me Dio
alcuno.
Dunque unicamente in quanto viene pensato e creduto esiste. Nietzsche ha scritto: E’
necessario credere in Dio perche Dio non esiste, se al contrario esistesse non vi sarebbe alcuna
necessita di credervi. Qui si spiega che l’esistente nella realtà è rilevabile dai sensi, quindi
vero, Dio al contrario non essendo realmente presente ha bisogno di essere creduto, cioè
immaginato. Sia per Feuerbach che per Nietzsche, Dio è solamente il prodotto
dell’immaginazione umana prima e della credulità poi. Non fu Dio a creare l'uomo a
propria somiglianza, bensì al contrario, furono gli uomini e le donne a modellare gli dei a
propria immagine e somiglianza. Ludwig Feuerbach chiosò con una certa ironia che,
potendo gli uccelli concepire una religione, il loro dio avrebbe avuto le ali. Quello che
veramente è onnipotente è l’immaginazione umana, lei non conosce i limiti che
condizionano la realtà. Il devoto celebra nell’amore di Dio, l’amore per la sua illusione. È
necessario credere perché solo attraverso il credere si può dare consistenza a ciò che
consistenza reale non ha. Come sappiamo da Feuerbach: credere significa immaginare
vero, ciò che vero non è: che il vino sia sangue, che il pane sia carne, e che l’uomo mortale sia
un essere eterno. Dio è dove è l’uomo devoto, non esiste quando l’uomo lo ha dimenticato.
L’unica consistenza di Dio è nell’immaginazione umana, perché fuori da questa non ne
ha alcuna. L’idea di Dio nasce e resta solo un idea, è il prodotto dell’immaginazione, chi
non ha immaginazione non ha religione, e questo Dio non uscirà mai dall’immaginazione
che lo ha generato, non supererà mai quella condizione.

Scrisse Feuerbach:

La fantasia è quantitativamente illimitata, può ogni cosa, indistintamente, in qualsiasi


tempo ed in qualsiasi luogo; in breve essa è onnipotente, onnisciente, onnipresente, appaga
perciò tutti i desideri dell’uomo, ma, in cambio della moneta sonante dell’esperienza, dà
soltanto istruzioni per l’aldilà, soltanto parvenze, ombre, immagini, immagini che tuttavia
hanno per l’uomo più valore e realtà di quella realtà che non contiene più gli oggetti amati.
Nelle religioni monoteistiche la percezione di Dio è diversa da una religione all’altra. Nel
cristianesimo tutte le divinità sono antropomorfe. Dio è immaginato somigliante
all’uomo perché già nell’Antico Testamento si legge che l’uomo è ad immagine e
somiglianza di Dio, si deduce pertanto che anche Dio sarà ad immagine e somiglianza
dell’uomo. Il Dio cristiano è anche definito Padre Eterno, nella preghiera più importante

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si ci rivolge a Lui con il nome di Padre Nostro; il Dio cristiano è detto padre perché è
genitore di un uomo: Gesù Cristo, chi genera un uomo non può essere altro che uomo. Al
contrario accostare il Dio islamico Allah all’uomo è ritenuto nell’Islam un pensiero
blasfemo perché riduttivo della divinità. L’invocazione più comune nella religione
islamica è “Allah akbar”, Dio è grande, questa invocazione indica la dimensione quasi
astronomica del Dio islamico, svela l’immaginazione del musulmano che vede Dio
grande come l’universo, un’entità che sovrasta l’uomo come il creato. Quindi da un
punto di vista teologico il Dio cristiano, e Allah dell’islam sono entità molto differenti.
Nella religione ebraica il Dio Geova è un severo condottiero, un capo che guida il popolo
eletto dal cielo, ed ha una natura super umana.

AMENOLFI IV AKENATON

L’origine di Dio

La lunghissima storia dell’idea di Dio, affonda le sue radici in epoche remote, e


nell’antico Egitto trova già una prova della sua esistenza in forma completa e direi quasi
moderna. L’idea di Dio è antichissima, ed è datata circa 3500 anni or sono. La ricerca
archeologica oggi ha dato una concreta risposta anche sull’origine del mito di Dio, ed
anche degli uomini che per primi lo hanno immaginato. L’etimologia del nome “Dio” che
significa “luminoso”, è un’importante indizio sull’origine di questo mito. Si ritiene che
l’inventore del monoteismo sia stato un faraone della quarta dinastia che portava il
nome di Amenolfi IV, meglio conosciuto come Akenaton. Akenaton morto circa 3500
anni or sono, governò l’Egitto alla metà del XIV secolo a.c. Questo faraone del quale
restano innumerevoli testimonianze come le sue colossali statue custodite nel museo
egizio del Cairo, era figlio di Amenolfi III vissuto dal 1402 al 1364 ac(del quale è stata
rinvenuta la mummia) e di Tiy la sua sposa, fu marito di Nefertiti, e padre di
Tuthankamon vissuto tra 1347 al 1338 ac(del quale è stata rinvenuta la mummia).
Akenaton fu artefice di un’autentica rivoluzione teologica, abolì le divinità

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antropomorfe e zoomorfe dell’antica religione egizia e le sostituì con il culto di un’unica
divinità Aton, che altro non era che il disco solare. Al fine di concretizzare la sua nuova
religione fondo la città di Akhet-aton “l’orizzonte del disco” oggi chiamata Tell el
Amarna nel Medio Egitto, nella quale fece erigere un grande tempio per l’adorazione
dell’unico dio Aton., del quale Akenaton era l’unico rappresentante sulla terra.

Akenaton visse tutta la vita nella sua città nel deserto non interessandosi agli affari di
stato, alla sua morte Amarna andò in rovina, ed in parte fu distrutta, sono ancora
evidenti i segni di cancellazione della memoria di Akenaton e della nuova religione da lui
fondata. Il figlio o nipote di Akenaton, Tutankhaton cambio il suo nome in
Tutankhamon restituendo al dio dinastico Amon la sua potenza. La casta sacerdotale
che era stata emarginata dalla nuova religione di Akenaton, riacquisi il suo potere.
Anche se non esistono certezze, molti studiosi ritengono che l’eresia di Akenaton non si
perse tra le sabbie del deserto, ma divenne la religione di una minoranza di schiavi che
viveva nell’Egitto: gli Ebrei, cosi pensava anche Sigmund Freud quando scrisse nel suo
libro “Mosè e il monoteismo”: Mosè diede al suo popolo in fuga dall’Egitto la stessa
religione di Akenaton.

Le contaminazioni tra la religione ebraica e l’antica religione egizia sono tante, si pensi
che i dieci comandamenti sono riportati nel libro egiziano del morti che è il più antico
testo religioso della storia. Non abbiamo l’esatta relazione temporale tra Mosè e
Akenaton, (perche non sappiamo, quando visse Mosè del quale esiste solo il racconto
biblico) ma in proposito esistono due ipotesi: la prima ritiene che Mosè sia stato
contemporaneo di Akenaton e abbia vissuto alla sua corte, (tesi sostenuta dal
ritrovamento di papiri che ritrarrebbero Mosè alla corte di Akenaton intento a leggere di
fronte alla figlia e ad Akenaton stesso). La seconda ipotesi ritiene che Mosè iniziò la sua
predicazione meno di cento anni dopo la morte si Akenaton.

Alla luce della storia e della ricerca archeologica oggi è possibile affermare che Akenaton
è stato l’inventore di Dio e Mosè ha permesso che questa idea arrivasse ai nostri giorni,
idea sulla quale si fondano le tre principali religioni monoteistiche: ebraismo, islam e
cristianesimo. A riprova della mia affermazione porto uno scritto rinvenuto in Egitto
nella città di Amarna e precisamente nella tomba d’Ay, che fu un famoso sacerdote alla
corte del faraone Akenaton e che dimostra come a quel tempo l’idea di Dio fosse già
interamente formata e completamente sovrapponibile all’idea di Dio nei nostri giorni.
Questo celebre scritto è stato attribuito ad Akenaton medesimo.

Tu sorgi bellissimo all’orizzonte nel cielo, o vivo Aton, da quando desti inizio alla vita
brillando a oriente sull’orizzonte e riempiendo ogni terra della tua bellezza. Sei bello e grande,
mentre splendi in alto su ogni paese, e i tuoi raggi abbracciano le terre fino ai limiti da te
segnati, perche tu sei il sole e raggiungi i loro confini e le assoggetti al tuo figlio diletto. Sei
tanto lontano, eppure i tuoi raggi inondano la terra. Tu splendi sul volto degli uomini, eppure
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i tuoi moti non sono visibili. Quando tramonti all’orizzonte occidentale, la terra giace nelle
tenebre come in preda alla morte. Gli uomini passano la notte nel loro letto, con la testa
coperta, e non c’è occhio che veda i suoi simili. I loro beni vengono rubati anche se nascosti
sotto il guanciale, ed essi non si ne accorgono. Il leone esce dalla sua tana, i serpenti
mordono. L’oscurità è il solo lume, mentre la terra è immersa nel silenzio e il suo creatore
riposa dietro l’orizzonte.

La terra si illumina quando tu sorgi all’orizzonte, splendido come Aton durante il giorno. Tu
scacci le tenebre ed elargisci i tuoi raggi. I due paesi si destano festosi, si alzano in piedi, tu li
fai sorgere. Le membra sono levate, vestite, e le mani si levano in alto della tua gloriosa
comparsa. Il paese intero compie il suo lavoro. Il bestiame pascola quieto nei campi. Alberi e
prati rinverdiscono. Gli uccelli, si alzano in volo dai nidi, con le loro ali lodano il tuo spirito.
Gli animali inebriati saltano di gioia. Tutto ciò che vola è in sosta sulla terra rivive, quando
tu sorgi per loro. Le navi viaggiano verso il nord e altrettante vanno verso il sud. Ogni strada
si apre al tuo apparire.

Nel fiume i pesci guizzano di fronte al tuo viso. I tuoi raggi splendono sul Grande Verde
(mare).Tu fai crescere il seme maschile nel ventre delle donne, tu crei i liquidi umori del
genere umano, portando alla vita il figlio nel ventre della madre asciugando le sue lacrime,
nutrendolo gia nel corpo materno; tu doni l’aria che fa vivere tutto ciò che hai creato, e nel
giorno della nascita l’uomo esce dal ventre per respirare; tu gli apri la bocca e crei il suo
sostentamento. Il pulcino pigola nell’uovo; tu gli dai aria dentro la guscio, perche possa
vivere, tu lo hai creato in modo che possa rompere il guscio dell’uovo, ed esce fuori dal guscio
per testimoniare la sua completezza e cammina su due zampe. Come varie e molteplici sono le
tue opere. Esse sono misteriose all’intelligenza dell’uomo. Tu unico Dio, al quale nessun altro
è simile. Tu hai creato la terra secondo il tuo cuore e da solo, proprio tutti gli uomini e le
mandrie e greggi: tutto ciò che si trova sulla terra, gli esseri che camminano con i piedi, quelli
che si librano sulle ali,i piedi di Khor (Siria e Palestina) e di Cush(Nubia), e la terra di
Egitto. Tu collochi ciascuno al suo posto e crei per ciascuno il cibo adatto al suo
sostentamento e stabilisci i limiti della sua vita; tu dai agli uomini lingue diverse e caratteri
diversi, e il colore della pelle cambia, perché hai distinto paese da paese.

Nel mondo sotterraneo tu formi la piena del Nilo e la guidi dove vuoi per dar vita ai comuni
mortali, che tu hai creato per te, loro signore, che con essi lavori; tu , il signore di ogni paese,
che brilli per loro, l’Aton, che splende nelle ore del giorno in tutta la sua maestà. A tutti i
paesi lontani, tu hai dato la vita. Hai posto un fiume Nilo nel cielo (vale a dire la pioggia),
ed esso scende per loro e fa onde sui monti come il Grande Verde per irrigare i campi e
villaggi. Come efficaci sono i tuoi piani, o Signore dell’eternità La piena del Nilo celeste è il
tuo dono ai paesi stranieri e agli animali di ogni contrada, che camminano con i piedi. Ma
per la terra dell’Egitto la piena del Nilo esce dal mondo sotterraneo. I tuoi raggi nutrono le
praterie. Quando tu brilli , l’erba cresce e vive per te. Tu fai le stagioni perche tutte le cose che

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hai creato possano prosperare, l’inverno per rinfrescare, il calore estivo perche abbiamo il tuo
sapore. Tu hai fatto il cielo lontano per risplendervi e vedere tutto ciò che hai creato, perche tu
sei solo e risplendi nelle tue diverse forme come Aton vivo, comparendo glorioso, cinto di raggi,
lontano e vicino al tempo stesso. Da te solo tu trai milioni di aspetti, città e villaggi, campi,
strade, e fiume. Ogni occhi ti vede di fronte a se, perche tu sei il disco del giorno…

Nessuno ti conosce se non tuo figlio Neferrkheprurè-warenrè, perche tu gli dato la capacità
d’intendere i tuoi disegni e la tua forza. La terra viene alla vita sotto la tua mano allo stesso
modo degli uomini. Tu hai brillato ed essi sono venuti alla vita. Tu tramonti ed essi
muoiono. Tu stesso sei la vita e gli uomini vivono per mezzo tuo. Gli occhi sono di fronte alla
bellezza, finche tu non tramonti. Ogni lavoro è sospeso, quando tu tramonti a destra. Sorgendo
tu rendi vigoroso il re; tutte le gambe si mettono in movimento quando tu illumini la terra.
Per il re; tutte le gambe sono in moto dal momento che tu hai toccato la terra. Tu fai sorgere
gli uomini per il tuo figlio, uscito dal tuo corpo, il Re dell’Alto e del Basso Egitto,Colui che
vive nella Verità, il Signore dei due Paesi Neferkheprurè-waenrè il figlio di Ra, che vive nella
verità, il Signore dei Diademi Akenaton, grande durante la sua vita; e che lui possa vivere a
lungo e prosperare la Grande Sposa Reale, che egli ama, la Signora dei due Paesi,
Neferneferuaton Nefertiti.
Ritengo che si possa condividere la considerazione fatta dall’egittologo Franco Cimmino:
La concezione dell’Aton si avvicinò forse più di ogni altra del suo tempo all’immagine
compiuta di Dio.

l segreto di Tutankhamon
Venerdì 08 Ottobre 2010 17:47

di Marco Pizzuti

Da quasi un secolo ormai aleggia un alone sinistro intorno al nome del faraone-bambino
Tutankhamon. Da quando infatti Howard Carter ne scoprì la tomba – ufficialmente il 27
novembre 1922 – le persone più informate riguardo ai dettagli del ritrovamento
morirono tutte, inspiegabilmente, nell’arco di pochi anni.

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Circa cinque mesi dopo la scoperta della tomba il finanziatore dell’impresa, Lord
Carnarvon, venne punto da una zanzara su una guancia. In seguito a questo banale
incidente, le sue condizioni di salute peggiorarono fino a condurlo alla morte per
setticemia. Toccò poi al fratellastro di Lord Carnarvon, Aubrey Herbert , che morì
inspiegabilmente, nel 1923, a seguito di una semplice estrazione dentale [11]. L’
archeologo canadese La Fleur, giunto in Egitto nell’ aprile 1923 in perfetto stato di
salute per aiutare Carter nei suoi lavori, moriva appena qualche settimana dopo per una
misteriosa malattia [12]. Sempre nel 1923 moriva a causa di una strana infiammazione
polmonare George Jay Gould, il più intimo amico del conte di Carnarvon.
Solo un anno dopo, nel 1924, spirava anche il celebre archeologo Evelyn White, che
aveva collaborato con Carter a redigere l’inventario del corredo funerario del faraone.
Venne trovato impiccato, e la polizia concluse che si trattò di suicidio.
Alcuni mesi a seguire perdeva la vita in circostanze poco chiare Douglas Archibald Reed
[13], lo studioso inglese che era stato incaricato di svolgere le radiografie alla mummia
del faraone. Nel 1926 la “maledizione” colpì Bernard Pyne Grenfell, l’insigne papirologo
consultato da Carnarvon per le traduzioni dei testi egizi.

Il segretario privato di Lord Carnarvon, il nobile Richard Bethell , venne trovato morto
nel suo letto, nel 1929, a seguito di un anomalo caso di arresto cardiaco. Bethell aveva
aiutato H. Carter proprio nel lavoro di catalogazione dei tesori di Tutankhamon, e la
causa della sua morte è sempre rimasta un mistero. Lord Westbury , l’anziano padre di
R. Bethell, morì appena qualche mese dopo il figlio, “precipitando” dalla finestra del suo
appartamento di Londra. La polizia archiviò frettolosamente il caso come suicidio. Nella
sua camera da letto venne rinvenuto un vaso di alabastro appartenuto alla famigerata
tomba di Tutankhamon, un oggetto prezioso che non compariva nella lista ufficiale dei
reperti scoperti. Il vaso dunque doveva essere stato trafugato durante la prima apertura
clandestina della cripta … e rivelava implicitamente che il nobile anziano era stato
certamente messo a conoscenza dei retroscena della scoperta direttamente da suo figlio.
Di uno “strano male” morì anche l’egittologo Arthur Cruttenden Mace , lo studioso che
nel 1922 aveva collaborato con Howard Carter al restauro della tomba. Prima di morire
Mace era stato molto vicino a Lord Carnarvon, e aveva contribuito alla redazione del
volume “The Tomb of Tut.ankh.amon” [14] insieme ad H. Carter. Ma già all’inizio del
1923 Mace cominciò a lamentare un pessimo stato di salute che lo condusse lentamente
ma inesorabilmente alla morte, avvenuta il 6 aprile del 1928 [15].

Nel 1929 la “mala sorte” toccò a Lady Almina, la moglie di Lord Carnarvon, e – come
già avvenuto a suo tempo per il marito – la causa del decesso venne ufficialmente
attribuita ad un infezione. Il facoltoso principe egiziano Alì Kemel Fahmy Bey, che si
era molto interessato ai segreti della tomba ponendosi come un potenziale acquirente dei
tesori trafugati, venne trovato cadavere nel 1929 in circostanze poco chiare [17]. Il
delitto avvenne in un albergo di Londra, e la polizia inglese chiuse rapidamente il caso

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attribuendo l’omicidio alla moglie. Anche il fratello del principe musulmano assassinato
morì per l’ennesima strana coincidenza di morte violenta. E anche nel suo caso, il decesso
venne sbrigativamente archiviato dalla polizia come suicidio. L’onorevole Mervyn
Herbert , secondo fratellastro di Lord Carnarvon, morì nel 1930 a Roma in circostanze
poco chiare[18]. Stessa “malasorte” per l’egittologo Arthur Weigallm che aveva
collaborato attivamente con Carter, Carnarvorn e il resto della squadra durante i lavori
di scavo.

Nel 1933 fu colpito da una “febbre sconosciuta”, che lo condusse rapidamente alla morte
[19]. Nessuno tuttavia ritenne necessario sollecitare un’ inchiesta giudiziaria in
proposito, e i giornali dell’epoca preferirono trovare la spiegazione dei misteriosi decessi
in una fortuita serie di coincidenze, o addirittura nella diceria secondo cui una terribile
“maledizione” del faraone avrebbe fatto strage degli studiosi legati alla scoperta. E più
la “maledizione” continuava a colpire, più la stampa alimentava una sempre più densa e
crescente atmosfera di superstizione, da cui ebbe origine una delle leggende moderne più
conosciute al mondo, che ha anche fatto da spunto a numerosi romanzi di successo.

In seguito, la vicenda venne resa ancora più suggestiva dall’aggiunta di aneddoti


impressionanti su alcuni presagi nefasti che si sarebbero verificati il giorno dell’apertura
della cripta. Venne ad esempio fatta circolare la voce secondo la quale, al momento
dell’uscita dalla tomba dell’ultimo operaio, si sarebbe scatenata una inquietante
tempesta di sabbia, proprio davanti al tunnel che conduceva al sepolcro. A questo
evento soprannaturale avrebbe poi fatto seguito la comparsa all’orizzonte di un
maestoso falco (simbolo dell’autorità regale nell’antico Egitto) diretto verso ovest, il
luogo dove gli antichi egizi ritenevano si recassero le anime dei morti. Al racconto di tale
episodio – di cui non si hanno però riscontri storici – se ne vennero ad aggiungere di
sempre più fantastici, che finirono per affollare le pagine dei tabloid di tutto il mondo.

Uno degli episodi più inverosimili riguardava proprio la morte di Lord Carnarvon,
avvenuta alla una e 55 del mattino: si disse ad esempio che nel preciso istante in cui spirò
il nobile britannico si sarebbero spente tutte le luci della città del Cairo. Un presagio
nefasto a cui avrebbe fatto seguito anche la morte del suo cane. Alcuni improbabili
testimoni raccontarono addirittura che la povera bestiola, prima di morire, stesse ancora
ululando di terrore, per avere percepito una entità ostile che la stava tormentando. E
man mano che la lista dei morti si allungava, gli organi d’informazione continuavano ad
alimentare la leggenda con qualsiasi circostanza “soprannaturale” in grado di avallare la
storia della maledizione, secondo la quale Tutankhamon sarebbe riuscito a vendicare la
profanazione della tomba reale, uccidendo tutti gli autori del “sacrilegio”.

Ma qualcosa, nei conti, non tornava. Howard Carter, ovvero il principale responsabile
della spedizione. e scopritore effettivo della tomba, restava stranamente immune dalle
conseguenze dello “spaventoso flagello”.
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Le reali circostanze in cui perse la vita Carnarvon rimangono tuttavia poco chiare,
poiché già molto tempo prima del giorno del decesso il nobile britannico manifestò chiari
sintomi di avvelenamento. Il conte infatti, dopo avere contratto la presunta infezione
letale, cominciò a soffrire inspiegabilmente anche per la frequente caduta dei denti e del
loro continuo sgretolamento, che sono le tipiche conseguenze di avvelenamento da
arsenico [9]. Ma, come dimostrarono le indagini chimiche e batteriologiche condotte
nella tomba già dal mattino seguente dell’apertura ufficiale [10], tale sostanza risultò
essere del tutto assente dalle camere funerarie di Tutankhamon. Anche la morte di Mace,
che aveva lavorato molto da vicino agli scopritori della tomba, lascia dei forti dubbi, che
appaiono confermati dalla stessa biografia di Mace, pubblicata nel 1992 dallo scrittore
Christopher C. Lee [16] . Nell’opera viene riportato il testo di una lettera scritta da Mace
il 14 gennaio 1927 al suo vecchio amico A. Lythgoe. Nella missiva Mace rivelava che le
sue pessime condizioni di salute derivavano da un misterioso avvelenamento da arsenico.
Ma sul modo in cui Mace avrebbe potuto subire tale intossicazione letale, il biografo non
è stato in grado di fornirespiegazioni plausibili.

Un segreto da nascondere
Lo scrittore statunitense Arnold C. Brackman, nel suo libro “The search for the gold of
Tutankhamon” (1976), si diceva convinto che all’epoca dell’apertura della tomba l’unico
reperto archeologico che avrebbe potuto costituire un “grave scandalo politico e
religioso” fossero dei documenti storici risalenti all’epoca di Tutankhamon. Brackman
suggeriva che grazie ad essi sarebbe stato possibile dimostrare in maniera inequivocabile
la stretta relazione tra il primo faraone monoteista della storia, “l’eretico” Akhenaton
(probabile padre di Tutankhamon) e Mosè [37], il legislatore israelita che secondo la
tradizione dell’Antico Testamento “condusse il popolo d’Israele fuori dall’Egitto”

A conferma di tale ipotesi troviamo una importante testimonianza di Lee Keedick , che
lo scrittore Thomas Hoving ha riportato testualmente in un suo volume del 1978,
“Tutankhamon-the untold story”. Keedick ha raccontato di aver assistito ad una
animata discussione tra H. Carter e un alto funzionario inglese, avvenuta nel 1924
all’ambasciata britannica del Cairo [38]. Durante l’acceso scontro Carter minacciò di
rivelare pubblicamente “lo scottante contenuto dei documenti che aveva trovato nella
tomba”, documenti che – stando a quanto lo stesso Carter affermava – “raccontavano il
vero e scandaloso resoconto dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto” [1]. Tuttavia, pare che al
termine della discussione Carter abbia trovato un accordo vantaggioso per tacere, e di
fatto, da allora, dei papiri non si è più saputo nulla.

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I documenti scomparsi
L’esistenza di tali reperti venne registrata e catalogata durante la stesura del primo
inventario ufficiale, ma fu clamorosamente smentita da Howard Carter – quando già si
iniziava a parlarne dappertutto poco dopo la morte improvvisa di Lord Carnarvon
(quella “dovuta alla puntura di zanzara”). Carter spiegò che aveva erroneamente
classificato alcuni bendaggi del faraone come papiri, a causa dell’assenza di luce elettrica
nella cripta. Ma la sua spiegazione era decisamente fragile: se infatti si fosse trattato di
una semplice svista nella catalogazione, i membri del suo team se ne sarebbero dovuti
accorgere molto presto, visto l’interesse che nel frattempo i preziosi documenti avevano
suscitato. La palese bugia di Carter ebbe quindi l’effetto opposto a quello desiderato:
invece di seppellire per sempre la notizia del ritrovamento, i “papiri scomparsi” di
Tutankhamon divennero oggetto di pettegolezzi e speculazioni [2], che si trasformarono
in sospetti veri e propri, quando fu accertato che Carter e Carnarvon avevano più volte
rilasciato false dichiarazioni alla stampa.Si seppe inoltre che i due protagonisti del
ritrovamento erano entrati furtivamente nei locali della tomba prima dell’ apertura
ufficiale, trafugando nell’occasione numerosi oggetti del corredo funebre appartenuto al
faraone. Una conferma del ritrovamento dei papiri si trova in una lettera che Carnarvon
inviò nel novembre del 1922 a un suo amico, l’egittologo Alan H. Gardiner . Nella
riservata missiva Lord Carnarvon descriveva dettagliatamente gli oggetti scoperti nella
tomba, e fra le altre cose affermava: “c’è una scatola con dentro alcuni papiri” [3]. Tale
presenza venne poi confermata da una successiva missiva di Carnarvon a Sir Edgar A.
Wallis Budge , il custode delle antichità egizie del British Museum, datata 1 dicembre
1922. Nella lettera Carnarvon affermava di avere trovato nella cripta del faraone alcuni
documenti di notevole importanza storica [4].

L’esistenza dei papiri era confermata anche da uno dei bollettini ufficiali che partivano
quotidianamente da Luxor, durante gli scavi. Nel dispaccio telegrafico inviato da Arthur
Merton il 30 novembre 1922, si leggeva: “… una delle scatole trovate nella tomba
conteneva dei rotoli papiracei da cui ci si attende di ricavare una grande mole di
informazioni storiche”[5]. Come noto, nei casi di un importante ritrovamento
archeologico, lo scopritore evita di rilasciare dichiarazioni ufficiali fino a quando non a
potuto verificare a fondo l’autenticità della propria scoperta. E’ quindi poco credibile
che quattro giorni dopo la scoperta nessun membro del team avesse ancora provveduto
ad effettuare gli accertamenti. Sappiamo inoltre che Howard Carter non smentì mai le
dichiarazioni fatte da Lord Carnarvon, e tanto l’inventario, quanto la prima versione dei
fatti, vennero modificati solo dopo la morte di quest’ultimo [6].

Secondo alcune fonti [7], il conte di Carnarvon avrebbe addirittura confermato la


scoperta dei papiri in un’intervista rilasciata il 17 dicembre 1922 – quindi 21 giorni dopo
la scoperta ufficiale – ad un inviato speciale del Times. Ulteriori indizi importanti
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arrivano dall’egittologo Alan Gardiner, che all’epoca venne avvisato del ritrovamento
direttamente da Carnarvon, e pubblicò le proprie opinioni sull’effettivo valore della
scoperta sul “Times” del 4 dicembre 1922. Nell’intervista Gardiner dichiarava: “Le mie
preferenze mi portano ad essere particolarmente interessato alla scatola dei papiri che è
stata ritrovata… D’altra parte, questi documenti potrebbero in qualche modo fare luce
sul cambiamento dalla religione degli eretici (cioè i faraoni di El Amarna) verso la
precedente religione tradizionale, e ciò sarebbe straordinariamente interessante…” [8].

La “scandalosa”storia di Israele Pur non potendo disporre dei preziosi documenti, la


maggior parte degli storici è giunta ormai ad un passo dalla soluzione del mistero che
circonda sia il periodo storico di Tutankhamon (presunto figlio del faraone eretico) sia la
nascita del popolo ebraico. Tali conclusioni confermano le voci che già trapelarono al
tempo, quando lo stesso Carter ammise davanti ad alcuni testimoni, durante una
animata discussione, che il segreto da nascondere riguardava la vera storia d’Israele. I
più recenti studi condotti in materia dimostrano infatti che con ogni probabilità il
popolo d’Israele trae origine dal processo di mescolanza razziale avvenuto tra le tribù
semite Hyksos e le altre minoranze etniche che seguirono il faraone eretico Akhenaton
con la sua casta sacerdotale Yahùd [20].

Peraltro, è sin dai tempi dell’occupazione napoleonica dell’Egitto, che l’erudito Jean-
François Champollion suggerì l’esistenza di uno stretto legame del vecchio testamento
con il periodo egiziano di El Amarna e il suo faraone monoteista. Si tratta quindi di una
ipotesi già largamente condivisa in passato da illustri egittologi, e confermata persino da
Sigmund Freud. Il padre della psicoanalisi, che era ebreo, aveva studiato a fondo i testi
sacri alla ricerca delle vere origini del popolo israelita [21], e al termine delle sue ricerche
aveva scritto: “Vorrei arrischiare una conclusione: se Mosè fu egizio, e se egli trasmise
agli ebrei la propria religione, questa fu la religione di Akhenaton, la religione di Aton”.
Altri insigni ricercatori di origine ebraica, come ad esempio Messod e Roger Sabbah (“I
segreti dell’esodo”), sono arrivati arrivati alle stesse conclusioni sull’origine del popolo
ebraico.

Le nuove scoperte archeologiche hanno quindi costretto i ricercatori a rivedere


drasticamente le proprie posizioni. Robert Feather, autore dell’importante libro
“L’ultimo mistero di Qumran”, ha mostrato in maniera esauriente come il cosiddetto
“rotolo di rame” del Mar Morto (i “rotoli” furono nascosti nelle grotte di Qumran dalla
comunità ebraica degli Esseni) sia indubbiamente di origine egizia, e come buona parte
della redazione dell’antico testamento sia in realtà da attribuire alla casta sacerdotale del
faraone eretico Akhenaton (Amenofi IV), i sacerdoti Yahùd. Tali affermazioni vengono a
convergere con le più recenti teorie ([31] [32] [33]), che identificano le prime tribù
d’Israele con gli Shasu-Hyksos (etnia semita originaria dell’area Mesopotamica), i quali
adottarono la potente casta sacerdotale egiziana degli Yahùd sotto la guida del monarca

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monoteista Amenofi IV/ Akhenaton, che regnò nello stesso periodo in cui sarebbe vissuto
il biblico. Mentre il patriarca degli ebrei Abramo, stando alla fonte biblica, proveniva
proprio dalla città di Ur (poi Babilonia, oggi Baghdad), ed aveva quindi origini
mesopotamiche.

Akhenaton e la negletta storia del suo popolo


Il nord dell’Egitto venne invaso dagli Shasu-Hyksos intorno al XVII sec. a.C., e i loro re
si insediarono come legittimi faraoni egizi per ben due dinastie, la XV e la XVI. Gli
Hyksos erano un popolo semita culturalmente molto avanzato, che disponeva di
tecnologie belliche d’avanguardia, come i poderosi carri da guerra mesopotamici (bighe,
cavalleria pesante, elmi e corazze), a cui dovettero certamente il loro rapido successo
militare. Alla fine però i re Hyksos vennero sconfitti e cacciati definitivamente oltre il
delta del Nilo, mentre parte del loro popolo venne catturata e costretta a rimanere in
condizioni di schiavitù. I profughi Hyksos passarono così dallo status di dominatori a
quello di prigionieri, e la loro permanenza in Egitto si estese per circa 400 anni: lo stesso
periodo di tempo indicato dalla bibbia come “cattività egizia degli ebrei”.

Con l’avvento del faraone eretico Amenofi IV (rinominatosi Akhenaton), la minoranza


Hyksos si convertì al culto monoteista di Aton, seguendo la sorte del suo breve regno.
Cosa accadde dopo la caduta di Akhenaton ancora oggi non è chiaro, poiché i regnanti
che gli succedettero ne cancellarono ogni traccia dalla storia. L’esodo biblico appare
quindi inequivocabilmente connesso alle vicende del faraone eretico Akhenaton (le
uniche idonee a garantirne un fondamento storico), il quale instaurò una nuova fede
monoteista dedita al culto dell’ineffabile Dio Aton. Ad esso Akhenaton dedicò la
costruzione di una città intera, Akhet.aton (poi Tell el Amarna), il luogo dove radunò il
suo nuovo popolo attorno al culto del sole. Molto si è discusso e scritto sull’eresia di
Aton, un monoteismo in realtà molto atipico che racchiudeva in sé, senza rinnegarlo, il
complesso politeismo egizio. Molti studiosi preferiscono quindi utilizzare il termine di
“enoteismo”, spiegando che Aton non sarebbe stato l’unica divinità, ma bensì il dio
supremo la cui venerazione avrebbe potuto sostituire tutte le altre in quanto derivanti
da esso. Tra i convertiti a tale forma di monoteismo vi furono anche altre minoranze
etniche allora presenti in Egitto, che una volta riunite nel culto di Aton diedero luogo
alla nascita di un popolo cosmopolita e multirazziale, in cui i membri di origine semita
costituivano la maggioranza.

All’interno di questa nuova nazione vi erano anche razze tipicamente africane, come
quella dei Falashà etiopi che ancora oggi rivendicano la propria origine ebraica. Questi
ultimi tuttavia, una volta cessato il regno di Akhenaton sull’Egitto, tornarono nella
regione africana di appartenenza (l’Etiopia), separando così il proprio destino da quello
degli altri profughi eretici. I due esodi quindi – quello storico del faraone monoteista

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Akhenaton da una parte, e quello biblico di Mosè dall’altra – si verificarono esattamente
nello stesso periodo storico, al punto che le due vicende narrative risultano fra loro
perfettamente sovrapponibili. La stessa Bibbia inoltre ci informa che Mosè crebbe come
un principe alla corte dei faraoni, dopo essere stato trovato in una cesta che galleggiava
lungo il Nilo. Un episodio fiabesco che ha l’inconfondibile sapore di una invenzione
letteraria volta a giustificare la presenza del proprio patriarca nella casa del faraone.
Sembra quindi evidente che gli scribi dell’Antico Testamento vollero celare la vera
origine di Mosè e del suo popolo ai loro stessi posteri.

L’indagine di Messod e Roger Sabbah


Ciò che sembra ormai certo, in ogni caso, è la corrispondenza tra l’esodo multi-etnico
avvenuto ad El Amarna, al termine del regno di Akhenaton in Egitto, e quello descritto
dalla Bibbia con la figura di Mosè. Tra le numerose prove raccolte in tal senso nel corso
degli anni, ve ne son alcune particolarmente significative, come ad esempio il Salmo 104
dell’Antico Testamento: secondo l’interpretazione più diffusa fra gli studiosi laici, il
Salmo non è altro che una rielaborazione “del Grande inno ad Aton”, un testo fatto
redigere dal faraone eretico in persona (il Grande inno ad Aton è stato rinvenuto nella
tomba del faraone Ay ad Akhet-Aton/ Tell el Amarna).

Secondo l’autorevole interpretazione di Messod e Roger Sabbah, inoltre, il termine


ebraico “adonai”, utilizzato per intendere “signore mio”, tradotto nel linguaggio dei
geroglifici egizi corrisponde alla parola Aton, mentre una parte degli studiosi la traduce
in adon-ay, ovvero, signore “Ay”, il nome del primo successore di Akhenaton. Anche la
controversa origine della preghiera cristiana del Pater Noster (”Padre nostro che sei nei
cieli…”), nonostante quanto lasciato intendere dalla Chiesa Cattolica, sembra essere,
secondo alcuni studiosi (34), un inno religioso che risale all’antico Egitto, e precisamente
al periodo in cui vigeva il culto del Dio-sole (da cui sarebbero nati termini come
“l’altissimo” o “il signore dei cieli”).

Un secolo fa Albert Churchward , studioso esperto di mitologia, affermava: “I Vangeli


canonici possono essere considerati come una raccolta di detti prelevati dai miti e dalla
escatologia degli Egizi”. Assai più recentemente i co-autori de “I segreti dell’esodo”,
Messod e Roger Sabbah, sono arrivati a sostenere la stessa tesi partendo dall’esame
rigoroso delle fonti più antiche a disposizione, come alcuni testi sacri scritti in aramaico.
In tal modo hanno evitato di consultare testi già tradotti o deformati da interpretazioni
precedenti, recuperando il prezioso significato originale. (E’ bene sapere infatti che
l’aramaico non usava le vocali , e tradurlo significa sempre in qualche modo interpretarlo
a propria discrezione.

52
Gli autori in questione hanno eseguito un rigoroso e approfondito lavoro esegetico, che si
è avvalso degli autorevoli studi ermeneutici di Salomon Rashì , un traduttore ebraico
medioevale molto noto e rispettato anche in ambiente ebraico ortodosso, soprattutto per
essere diventato l’esclusivo depositario della loro perduta tradizione orale.

Il segreto della scatola n.101


Una volta chiarita l’importanza storica di papiri eventualmente presenti nella tomba di
Tutankhamon è possibile tornare ad esaminare gli indizi che suggeriscono che questi
siano stati occultati, mentre dovrebbe risultare sempre più chiaro il motivo per cui
documenti del genere erano, e sono ancora considerati, politicamente esplosivi. Lasciamo
per un momento da parte la vicenda del ritrovamento, e facciamo un breve salto indietro
nella storia.

La nascita del Sionismo


Le idee sioniste cominciarono a diffondersi in seno alla comunità ebraica attraverso le
pubblicazioni e i discorsi di Binjamin Ze’ev, meglio noto come Theodor Herzl . Il suo
volume “Der Judenstaat” (lo stato ebreo) del 1896 divenne così una sorta di “testo
sacro” tra tutti i più ferventi militanti sionisti. Theodor Herzl è passato alla storia come
il fondatore ufficiale del World Zionist Organization (la prima organizzazione sionista a
livello mondiale), un movimento che propagandava sostanzialmente due istanze
fondamentali: il concetto di “razza ebraica”, e il suo imprescindibile legame storico con
la Terra Promessa, Eretz Israel (che non significa “Terra di Israele” in senso geografico,
ma Terra dei discendenti di Giacobbe, ovvero “israeliti”).

La lobby sionista non fù mai un movimento politico qualsiasi, in quanto potè contare
sin dall’inizio sull’esclusivo appoggio dei poteri forti di allora. Il supporto finanziario ai
futuri coloni ebrei infatti venne assicurato dallo storico summit tra insigni banchieri e
massoni che si tenne a Basilea nel 1897, durante i lavori del Primo Congresso Sionista. Il
convegno era presieduto dal barone Edmond de Rothschild , il quale mise all’ordine del
giorno la nascita di un istituto di credito che avesse il precipuo scopo di sostenere la
causa sionista. I sionisti viceversa, nonostante la mancanza di fondatezza sia storica che
biologica, cercavano a tutti i costi di validare e diffondere il concetto di “razza ebraica”:
una ideologia che venne propagandata attraverso opere [25] come quelle di Vladimir
Jabotinsky (uno dei massimi attivisti storici del sionismo revisionista). Costoro infatti,
proprio a causa del processo d’integrazione effettivamente in corso a quell’epoca,
consideravano la purezza etnica degli ebrei in grave pericolo, arrivando a sostenere che
l’unica soluzione possibile per porvi rimedio fosse l’edificazione di uno stato ebraico. A
questo punto non è difficile immaginare come l’eventuale diffusione del contenuto dei
papiri, che riscrivevano alla radice la storia dell’origine del popolo ebraico, avrebbe
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nuociuto alla causa sionista in maniera probabilmente letale. (Come già detto, in quel
periodo la causa non aveva ancora riscosso molto successo.

Fu solo negli anni ‘30, con l’ascesa al potere di Adolf Hitler, che la politica sionista
cominciò ad ottenere largo consenso anche all’interno della comunità ebraica. A seguito
della propaganda anti-semita del dittatore tedesco, molti ebrei accettarono di buon
grado la proposta di traslocare definitivamente in Palestina, innescando quel consistente
processo di immigrazione che portò poi alla nascita dello stato ebraico. Paradossalmente
quindi la politica di segregazione razziale messa in atto dal Fuhrer giocò a favore dei
sionisti che premevano per un emigrazione ebraica di massa verso la Palestina. La storia
deve ancora chiarire fino in fondo i diversi punti di contatto che di fatto si registrarono
fra nazisti e sionisti, in questa paradossale convergenza di interessi).

CONCLUSIONE

Siamo quindi di fronte ad una terza ipotesi, per cercare di spiegare la serie
impressionante di morti sospette che sta alla base di questa vicenda: casualità statistica,
maledizione del faraone, o “intervento umano”, teso a impedire la diffusione dei
contenuti dei preziosi papiri?

Per quanto il cui prodest suggerisca chiaramente la terza ipotesi, non esistono prove
concrete che legittimino tale accusa verso i sionisti dell’epoca. Esiste però una curiosa
connessione, ben dfficile da ignorare: la presenza del barone Edmund de Rothschild nella
cerchia delle persone che seppero per prime la verità sullo scottante contenuto dei
documenti. L’insigne banchiere godeva infatti di una canale d’informazioni privilegiato,
essendo parente stretto di Alfred de Rothschild , il finanziere che coprì i debiti dello
squattrinato conte di Carnarvon. A. de Rothschild, a sua volta, era il padre naturale
della moglie di Carnarvon, lady Almina , la figlia di Marie Felice Wombwell, una donna
regolarmente sposata con l’inglese George Wombwell [26]. Tale grado di parentela di uno
dei massimi esponenti del potente casato ebraico con Lady Almina – anch’essa fra le
vittime della “maledizione” – è autorevolmente testimoniato dalle memorie del VI conte
di Carnarvon [27], ed appare quindi evidente che, se davvero fosse stato trovato il
resoconto storico sulle vere origini del popolo ebraico, un influente membro della lobby
sionista come E. Rothschild lo avrebbe certamente saputo.

Da qui in poi, lo spazio è delle illazioni. I fatti però sono quelli che ho presentato.

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NOTE:

[1] da “La cospirazione di Tutankhamon”, Andrew Collins e Chris Ogilvie-Herald, Newton &
Compton, p.171).

[2] Ibid p.164.

[3] ibidem

[4] ibidem

[5] ibid p.165

[6] ibidem

[7] ibidem

[8] ibid p.166

[9] ibid pp.132-133

[10] ibid p.118

[11] ibid p.120

[12] LINK

[13] LINK

[14] “La cospirazione di Tutankhamon”, Andrew Collins e Chris Ogilvie-Herald, Newton &
Compton p.125

[15] ibid p.120.

[16] ibid p.125.

[17] ibid p.120 – LINK

[18] ibidem

[19] citaz. “A Passion for Egypt: A Biography of Arthur Weigall” by Julie Hankey Author of
Review: Herbert W. Mason.

[20] citaz. Aldred, “Akhenaton: King of Egipt” – citaz. Assmann, Moses the Egyptian: “The
memory of Egipt in Western Monotheism” – Weigall, “Tuthankhamen and other Essays”, pp.
108-109.
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[21] S. Freud, Opere, Vol.11,. “L’uomo e la religione monoteista e altri scritti”, Torino, Bollati
Boringhieri, 1979.

[22] da “La cospirazione di Tutankhamon”, Andrew Collins e Chris Ogilvie-Herald, Newton &
Compton.

[23] da: G.Herbert, V conte di Carnarvon, “Resoconto della scoperta della tomba di
Tutankhamen”, British Library Manuscript Collection, RP 17991.

[24] “La cospirazione di Tutankhamon” p.168.

[25] “Dialogo sulla razza e altri scritti”, Vladimir Jabotinsky, traduz. effettuata da V.Pinto per
M&B Publishing ediz., 2003

[26] citaz. Nial Ferguson, “The House of Rothschild: The world’s bankers”, Londra, Penguin,
2000, p.247.

[27] citaz. The 6° Earl of Carnarvon, “No regrets, Memoirs of the earl of Carnarvon”, Londra
Weidenfeld and Nicolson, 1980, p.6.

[28] “La cospirazione di Tutankhamon” pag 312.

[29] ibidem

[30] ibid. pag. 314.

[31] “Mosè l’egiziano”, J.Lehmann, Garzanti, Milano

[32] “I segreti dell’esodo”, Messod e Roger Sabbah

[33] “L’ultimo mistero di Qumran”, Robert Feather

[34] “The Origin and Evolution of Religion” di Albert Churchward”

[35] G. Hancock e R. Bauval “Talismano”.

[36] Arthur C. Mace, “The Tomb of Tut.ankh.Amon”.

[37] Arnold C. Brackman “The search for the gold of Tutankhamen”

[38] Lee Keedick , 1978, “Tutankhamen-the untold story”.

http://www.altrainformazione.it/wp/il-segreto-di-tutankhamon/

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