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Luca Mazzet PAPINI, ORVIETO E THOVEZ (1907-1908): IL CINEMA ENTRA IN TERZA PAGINA. «I filosofi, per quanto uomini ritirati e nemici del chiasso, farebbe- ro molto male a lasciare i cinematografi alla semplice curiosita dei ragazzi, delle signore ¢ degli uomini comuni»: ad esprimere con veemenza questa convinzione su «La Stampa» del 18 maggio 1907 & un assai informato Giovanni Papini. E un Papini decisamente “battagliero”, appena reduce dai momenti pit intensi dell’esperienza del «Leonardo» e gia pronto, entro breve, ad entrare con forza nel “gruppo di fuoco” editoriale della costituenda «Voce». Un Papini di passaggio insomma, maturo per certe realta, ancora acerbo per altre; sicuramente perd, un Papini in anticipo con i tempi editoriali, perché La filosofia del cinematografo si ricorda ancora oggi come il primo articolo sul cinema mai uscito sulla terza pagina di un quoti- diano italiano. Papini fu quindi un pioniere e come tale, come un avventuriero che aveva, primo, percorso sentieri fino ad allora sconosciuti, do- vette essere considerate anche allora, in quel lontano 1907. Lo dimostra il fatto che debbano passare solo tre mesi e tre gior- ni prima che sull’autorevole «Corriere della Sera», in un agosto denso d’afa, di noia e di imbarazzanti, rituali, chiusure di locali teatrali, un Adolfo Orvieto in cerca di spunti in grado di sostenere la bassa pressione del giornalismo di quei caldi mesi, pubblichi in terza pagina il giorno 21, il suo Id cinematografo. La stretta vicinanza temporale dell’articolo di Papini rispetto a quello di Gaio (Orvieto si firmava cosi, con questo pseudonimo) non @ infatti da considerarsi un caso: II cinernatografo ~ & dimo- strabile tramite anche solo una banale analisi delle strutture logiche e verbali del testo ~ 2 un autentico plagio dell’articolo papiniano. Laddove Papini, rimandando ad un suo preciso discorso sulla eco- nomicita comunicativa del nuovo mezzo, parla dell’«unico sen- so» da questa impegnato (la vista) «artificialmente sottratto alle di- strazioni per mezzo della wagneriana oscurita della sala, la quale impedisce quei fuorviamenti di attenzione, quei cenni e quegli sguar- di che tanto frequentemente si osservano nei teatri troppo illumi- nati», puntuale, Orvieto, prima precisa che, «salvo il rispetto do- vuto a Riccardo Wagner, pare che qui si sia fatto tesoro dei sui canoni», poi, qualche riga pit sotto, colpevolmente, chiosa: «Qual- 19 Luca Mazzei che squillo di campanello, ultima eco di sciagure ormai dimentica- te: qualche battuta d’aspetto e poi il silenzio ¢ l’oscurita. (Ancora Wagner!)»!, Il fatto che Particolo di Gaio sia un plagio perd, non sminuisce, anzi aumenta il valore dell’articolo stesso, erché la presenza di una qualita di copia, invero, costituisce, pid. che il peccato, ’anima, la prova d’esistenza del vero giornalista, sempre pronto a ri-scrive- re ad uso del lettore pid’ che a inventare e a colpire con l’afflato innovativo. I cinematografo, prima “copia” dell’articolo di Papini, pitt che una banale nuova edizione della “trovata” papiniana, va inteso in- somma proprio come la sua fondamentale certificazione di valore giornalistico, l’inattesa approvazione nel mondo decisamente se- riale delle linotypes. D’altronde, se per creare un genere, afferma Christine Brooke- Rose, basta anche un solo testo’, il saggio giornalistico di argomen- to cinematografico passera nell’estate 1908, non a due, bensi gia a tre rispettabili emergenze. E il 29 luglio 1908 infatti, quando sulla terza pagina del numero di quel giorno de «La Stampa», a firma Enrico Thovez, esce L’arte dt celluloide, terzo, bellissimo, fulgida- mente cristallino, articolo fra quelli pubblicati dalle “tre corone” del giornalismo cinematografico italiano delle origini. L’articolo, colpevolmente poi in gran parte dimenticato dalla saggistica, tanto cinematografica quanto letteraria, italiana, & quasi un capolavoro. Il cinema nell’articolo di Thovez diventa «l’etichetta» con cui sen- za «nessuna dubbiezza» i posteri archivieranno il ricordo del seco- lo nuovo, anzi, con pitt precisione, diventa proprio il «surrogato» principe dei tanti «surrogati> di cui appare sostanziarsi, permeata dallo spirito della materia chimica del celluloide, l’essenza stessa del nuovo secolo’, Thovez d’altronde, fra i tre scrittori, ¢ unico che, da anni, per la precisione da prima ancora del 1898, avesse di- mostrato un seppur minimo interessamento al mezzo cinemato- grafico. E del 3 giugno 1898 infatti a sua considerazione, publica. ta sempre su «La Stampa», che, per toccare con mano quanto in basso sia caduta la fotografia, «basta a questo proposito vedere in che miseria @ confinata la scelta dei soggetti di quella meravigliosa 1. Le prove del plagio, d’altronde, come vedremo pit avanti, non si fermano qui. 2. Cfr. Cx. Brooxe-Rose, Historical Genres/ Theoretical genres. A discussion of Todo- rov on the Fantastic, in «New Literary History», 1976, n. 1. 3. Crainquestie(E. THove7}, L’arte di celluloide, in «La Stampa», 29 luglio 1908, p. 3. 20 Papini, Orvieto e Thovez: il cinema entra in terza pagina invenzione moderna, degna di essere in altre mani, ch’é il cinema- tografo»*, una frase, questa, da cui si capisce come Thovez avesse seguito l’andamento evolutivo della tecnica cinematografica fin dai primissimi tempi della sua comparsa in Italia. Dieci anni dopo quin- di, 8 logico come Thovez potesse mettere, in un lungo articolo di terza pagina pubblicato sullo stesso giornale, tutto l’amore, tutta la passionale delusione, che egli, amante tradito del nuovo mezzo espressivo, poneva nei suoi stessi confronti. Perché L’arte di cellu- Joide, ¢ qui sta la sua bellezza, proprio questo: non una lode del cinematografo, ma una sua appassionata, documentata e ben argo- mentata, lettera d’odio scritta con parole dense d’amore. Tre articoli in ritardo Perché perd, rimane il dubbio, proprio fra il 18 maggio 1907 e il 29 luglio 1908, grazie alla volonta del critico letterario Papini, del cri- tico teatrale Orvieto e del critico d’arte Thovez, il cinema fa cosi velocemente il suo ingresso in terza pagina? ‘Non certo per una presunta tempestivita, o per la preconizzante sensibilita dei letterati giornalisti attivi sulle colonne dei maggiori giornali italiani. In quel periodo, infatti, il cinema non solo @ nato da anni (ben dodici anni prima della data di uscita dell’articolo di Papini), ma addirittura, sul territorio d’azione dei nostri tre lette- rati, @ anche in piena ascesa: le case di produzione, come nota anche Papini, si moltiplicano, alcune come la Cines, gia si ristrutturano, e, segno di quella generale riorganizzazione che caratterizza il pri- mo cinema italiano (soggetto si ad una prima «crisi di crescenza>, ma, da ora in poi, anche aperto ad una nuova fase di sviluppo*), iniziano timidamente a sorgere i primi strumenti di comunicazione fra «cinematografisti». D’altronde, la letteratura internazionale e quella nazionale, ed in parte anche un certo giornalismo di pitt am- pio respiro, si erano gia interessati al cinema: Ginematografo Lu- mitre, poesia di Vincenzo Cecchetti comparsa sul giornale «Ghet- tanaccio del Borgo», @ addirittura dell’aprile 1897; Al cinematogra- 4. CRAINQUEBILLE [E. THovEZ), Poesia fotografica, in «La Stampa, 3 giugno 1898, p. 3. 5. Cfr, A. BERNARDIN, Cinema muto italiano 1905/1909, Bari, Laterza, 1981, pp. 159- 223.€ A. BERNARDINi, Il cinema muto italiano 1905-1909. I film dei primi annt, Roma, CSC - Nuova Eri, 1996, pp. 5-12. 21 Luca Mazzei fo, romanzo sul mondo della sala cinematografica scritto dal gior- nalista Gualtiero Italo Fabbri, esce proprio nel 1907; Un beau film di Apollinaire e Cinematografo cerebrale di De Amicis, stupendi racconti di i ispirazione cinematografica, sono del dicembre dello stesso anno*; Orizzonti cinematografici avvenire di Giovanni Fos- sa, lirica dissertazione sul futuro del cinema e della telefonia, viene pubblicato sul mensile fiorentino «La Scena Illustrata» nel maggio dello stesso anno; Tra le quinte del cinematografo, ampio reportage da una sala cinematografica e dagli studi Cines, firmato da Giusti- no Lorenzo Ferri e pubblicato sul prestigioso mensile romano «La Lettura>, esce addirittura nel settembre 1906; mentre il curioso Pro- fili di villeggianti (cinematografo d’occasione) di Nini Navarra & ancora precedente, ed esce su «La Scena IIlustrata» nel marzo 1906, cosi come del 1906 é anche l’agile volumetto di racconti, dovuto alla fantasia del prof. Augusto Pala, Scene cinematografiche. In un certo senso quindi, La filosofia del cinematografo, Tl cinematogra- foe L’arte di celluloide sono testi decisamente “in tempo”, anzi, anche se primi nel campo ristretto del quotidiano, forse gia, in par- te, un po’ “fuori tempo”. E che l’insorgere di una comunicazione indipendente fosse noto gia ai tre esimi articolisti lo si pud rilevare anche da questa frase di Orvieto: «Qui la critica accampa di nuovo i suoi diritti: come i cinematografisti (lo rilevo dall’ultimo bolletti- no della Societa degli Autori), che vogliono i propri tutelati dalla legge...» Gli articoli di Papini, Orvieto e Thover si susseguono quindi, Puno alPaltro, forse non per anticipare i tempi, ma proprio per ri- spettarli, per sopperire cioé con il peso della loro cultura ad una comunicazione Peeris avviatasi da sola, senza il crisma della Let- teratura con la maiuscola: la condanna di Papini ai filosofi e alla loro lontananza dal mondo delle sale cinematografiche lo pud gia far sospettare; la frase citata di Orvieto lo denuncia; la lunga disser- tazione dell’antidannunziano Thovez a commento dell’adesione di d’Annunzio alla nuova arte («pregno di insegnamento e di rampo- gna é il ménito che loro viene dal ’adesione sincera ed entusiastica che alla magica macchinetta ha dato un grande artista. I! divino Gabriele non poteva rimanere estraneo a questo supremo rinnova- mento dell’arte: egli che “va verso la vita”, egli che ha preso per 6. G. APOLLINAIRE, Un beau film, in «, 23 dicembre 1907; E. De AMIcis, Cinematografo cerebrale in «1. Illustrazione Italiana», 25 dicembre 1907. 7. Gato, II cinematografo, in «ll Corriere della Sera», 21 agosto 1907, p. 3. 22 Papini, Orvieto e Thovez: il cinema entra in terza pagina emblema della sua attivita il “o rinnovarsi o morire”, egli che ha scritto di sé: “tutto fu ambito e tutto fu tentato”, egli che nella sua multanime anima ha invidiato il gesto di colui che aggioga iltoroe quegli che intride la farina, invidid il gesto assai piu remunerati- vo di chi gira o fa girare la manovella del cinematografo>'), frase riferita & chiaro ad un famoso intervento del vate del 1908, lo con- ferma. Giochi di specchio, entrando ed uscendo dal cinema D/altronde, a ben vedere, i legami che uniscono fra loro questi tre fondamentali articoli, vanno Ben al di la della loro vicinanza tem- porale e della dislocazione spaziale nell’ambito della geografia let- teraria interna ai quotidiani stessi, perché qualcosa di pid: pregnan- te di questa “occasione” li unisee fra loro. II primo fatto che si impone con evidenza ad una lettura sinottica dei testi di Papini, Orvieto e Thovez, l’elemento cioé che ne segna- la, non solo l’intrinseco legame, ma soprattutto la distanza fra que- sti € quanto poi verra scritto in seguito (perché questi tre articoli costituiscono poi, tutti insieme — é chiaro — un unico prototipo, soggetto poi, tanto a ripetizione, quanto a fondamentali alterazio- ni), & che tutti e tre propongono all’attenzione del lettore il cinema- tografo come fenomeno interessante e di riguardo del mondo mo- derno, ma mai, se non tangenzialmente, come generatore di realt& classificabili e fruibili sotto un punto di vista meramente estetico. «Nuovo stabilimento di passatempo» quando non «luminoso spettacolo», per il critico letterario ¢ filosofico Papini’, per il criti- co teatrale Orvieto il cinema diventa infatti uno «spettacolo di tutti i tempi e di tutti i luog! apparentabile, pitt che all’arte scenica, tit Bicicets al bo neoehaicon , mentre per il critico d’arte Thovez, pid preciso ancora nelle sue affermazioni, il cinematogra- fo ’—e pare destinato a rimanere nonostante il suo passato di inge- gnosa e fedele ricomposizione meccanica della realta in movimen- to ed un presente in cui si propone come sostituto a buon mercato dell’arte — semplicemente «un umile cassetta di legno di cui un di- sgtaziato, eretto su di un trespolo nell’ombra di un retrobottega, 8, Cranquesiis [E. THove7], L’arte di celluloide, cit. 9. G. Paint, La filosofia del cinematografo, in «La Stampa», 18 maggio 1907, p. 3. 10. Gato, op. cit. 23 Luca Mazzei gira la manovella, ¢ nella quale si svolge con un ronzio di arnia popolosa Pinterminabile nastro di celluloide seminato di micro- scopiche immaginette>"'. Il cinema insomma, per questi tre scrittori giornalisti, non & (e non intendo “non @ ancora”, ma semplicemente “non &”, 0, se vo- gliamo, non include necessariamente nella sua intima essenza) un’ar- te, ma solo un fenomeno di altissimo rilievo, forse quello di mag- gior importanza del secolo. Che infatti il cinematografo, e quindi la stessa sala cinematografica, riassuma in sé, in un incredibile gio- pecchi, tutte le caratteristiche precipue della fenomenologia contingente del mondo esterno d’inizio secolo, non ? evidente solo al ricercato critico d’arte Enrico Thovez, fautore, come sopra espo- sto, della teoria del «surrogato dei surrogati» e di amare afferma- zioni (non dimentichiamoci che Thovez vede concretizzato nel ci- nema tutta la decadenza del mondo moderna, il declino della pos sibilita di un ritorno delle Muse e della loro grazia) secondo cui il cinema sarebbe «pit: denso di filosofia sociale di un’enciclica re- rum novarum»", ma é evidente anche per la mente dell’acuto criti- co teatrale Orvieto, il quale trova, non solo che «il cinematografo» sia «di tutti i tempi ¢ di tutti i luoghi», ma anche che «l’avvenire sembra debba essere per loro» (cio? per i cinematografi), cosi come trova che «il cinematografo e deve essere», pitt che uno spettaco- lo, «addirittura il trionfo della vita», una vita «diffusa e quasi im- palpabile» che, sullo schermo, «manifestera (suprema illusione) il suo carattere essenziale, come se fosse riprodotta nelle sue forme dinamiche»”, Per Papini poi, «chi ha pensato un po’ ai caratteri della civilta moderna non durera fatica a ricollegare i fatti del cinematografo con altri fatti che rivelano le stesse tendenze»". E ovvio quindi, che, a questo sistema biunivoco di corrispon- denze fra realti e cinema, per Papini, Orvieto e Thovez, corrispon- da anche una sostanziale continuita fenomenica fra luogo della pit comune epifania del mondo moderno e luogo dell’epifania del- Pevento cinema stesso, che non esista per loro nessuna soluzione di continuita, seppur fondandosi il tutto su di un ambiguo gioco di specchi, fra apparenza esterna della citta moderna e ’'universo vi- 11, Crainquesitie [E. THovez], Larte di Celluloide, cit. 12. Ibidem. 13. Gato, op. cit. 14, G. PAPIN}, op. cit. 24 Papint, Orvieto e Thovez: il cinema entra in terza pagina sivo della sala cinematografica, universo alla prima tanto legato da costituirne, non solo una parte, ma anche la sua principale mise en abime, 0, se vogliamo, l’impossibile “insieme” destinato a conte- nere se stesso. Si pensi, ad esempio, a questo brano di Papini dedicato all’essen- za viaria del cinematografo, tanto estroflesso, qui, verso la citta quanto essa vi appare introiettata: Icinematografi, colla loro petulanza luminosa, coi loro grandiosi manife- sti tricolori e quotidianamente rinnovati, colle rauche romanze dei loro fonografi, gli stanchi appelli dei loro “boys” rossovestiti, invadono le vie principal, scacciano i caffe, s'insediano dove gia erano gli “halls” di un “réstaurant” ole sale divun bigliardo, si associano ai “bars”, illuminano ad un tratto colla sfacciataggine delle lampade ad arco le misteriose piazze vecchie, ¢ minacciano, a poco a poco, di spodestare i teatri, come le tran- vie hanno spodestato le vetture pubbliche, come i giornali hanno spode- stato i libri, ei “bars” hanno spodestato i caffe.'* Ma, sempre a proposito di questa mancata soluzione di continuita fra cinema e citta, si pensi ancora, non solo all’ ‘omologa frase sulla crescita prodigiosa dei cinematografi “ri-scritta” da Orvieto nel suo articolo («Vedete infatti come si moltiplicano. Crescono in pro- gressione geometrica, si diffondono dai quartieri centrali della citta alla periferia, invadono gli antichi caffe, le antiche trattorie, perfino i vecchi teatri, messi cosi fuori d’uso»'*), ma soprattutto ai molte- plici riferimenti alla velocita del cinematografo, che & poi la stessa velocita percepibile all’esterno, per le vie cittadine. Ecco bund, che Papini parla di «un mondo spiritualizzato ri- dotto al minimo, fatto colla materia pid eterea ed angelica, senza profondita, senza solidita, simile al sogno, rapida, fantastica, idea- le, reale>”, simile in tutto a quello che saremmo noi, esseri umani vistia nostra volta da superni spettatori, per cui costituiremmo solo, a nostra volta, «immagini colorate che corrono velocemente alla morte»'*; mentre Orvieto parla per la visione cinematografica di «ridda vertiginosa»; e Thovez chiosa invece, come sempre in modo sublime, che il cinematografo «trasporta lo spettatore con la velo- 15. Ibidern. 16. Gato, op. cit. 17. G. Papin, op. cit. 18. Ibidem. 19. Gato, op. cit, 25 Luca Mazzei cit& dell’automobile dalla causa all’effetto: egli non ha pid da corre- rea leggere l’ultima pagina del romanzo, o da aspettare con impa- aienzala la scena finale del dramma per sapere lo scioglimento finale della favola»®. Insomma, anche se tutti ¢ tre nei loro articoli, sentono il dovere, come tutti i pionieri, di rappresentare e mostrare al lettore e al pos- sibile “ripetitore” di Via ke difficolta, il fastidio, l’occasionalita di quel primo ingresso nella sala cinematografica”, tutti sembrano anche gia perfettamente concordare con Canudo, primo teorico del- Parte cinematografica che «l’automobilista che assiste ad uno spet- tacolo cinematografico appena giunto dalla pit pazza corsa attra- verso gli spazi, non avra il senso della lentezza, anzi le figurazioni gli appariranno rapide come quelle degli spazi percorsi>™, Velocita delle immagini, diminuzione delle distanze, frastuono sonoro ¢ luministico si uniscono, ormai su di uno stesso piano di realta in una citta “aperta” caratterizzata da una speculare ugua- glianza fra l’esterno e l’interno dei suoi edifici, spazi architettonici, che differiscono tra loro solo per la densita dei fenomeni che in essi si rappresentano, cio’ per la scala con cui prendono vita, ma non certo per la natura degli stessi. Spazio percorribile in tutti i sensi dalla velocita folle di una gara automobilistica, a quella rapida ¢ fulminea di un espresso inviato per posta pneumatica, o di una comunicazione telegrafica spedita e gia arrivata, questa citta perd @ una citta ideale, ancora da costruire, viva si, virtualmente in un iter gia delineato di percorsi preferen- ziali, ma — di fatto — esistente solo in potenza nel piano regolatore tutto cerebrale dei suoi abitanti pid “moderni”. Il cinema, presente quasi solo in metafora nell’interno delle sale dove «svolge il suo nastro con popoloso ronzio d’arnia»®, conser- va ancora, insomma, il suo codice genetico nella mente dell’“uomo moderno”. Per questo, come gia anticipava Papini prima di altri, il 20, CRAINQUEBILLE [E. THOVEZ], L'arte di Celluloide, cit. 21, Confessa ad esempio Orvieto: «Cosi in pieno agosto accade spesso di vedere i pid acerbi nemici dell’arte meccanica, prima esitanti sulla soglia che dischiude i nuovi do- mini dellillusione teatrale, poi mescolati ai clienti abituali che aspettano il turno con beata placidita, al rezz0 dei ventilatori. Siamo giusti: la spettabile corporazione dei cinematografisti pare che si prefigga lo scopo di tener lontani dai suoi recinti quanti soffrano o sidian vanto di qualche delicatezza di gusto». Galo, op. cit. 22, R.CaNUDO, Trionfo del cinematografo, in «ll Nuovo Giornale», 25 novembre 1908, p.- 23, Cfr. CRAINQUEBILLE [E. THOvEZ], L’arte di Celluloide, cit. 26 Papini, Orvieto e Thovez: il cinema entra in terza pagina cinema pud essere, forse non oggetto d’arte, ma certo, senza per cid rappresentare alcuna diminuzione d’interesse, anche oggetto di pen- siero e, quindi — perché no? — di giornalistico intrigante, elzeviro. Un cinema fuori dall’Arte, Fra le caratteristiche comuni a La filosofia del cinematografo, Il cinematografo e L’arte di celluloide, c’ ancora, perd, un altro — imbarazzante, ma significativo - dato in comune: nessuno dei loro tre autori, né il critico letterario e filosofico Papini, né il critico teatrale Orvieto, né il critico d’arte Thovez, tornera pid in seguito ad occu pars di cinema, né sulla terza pagina di un giornale, né al- trove. II cinema per loro non rimane che un oggetto di studi mo- mentaneo. Thovez vedra pubblicare di nuovo un suo articolo sulla terza pagina di un quotidiano, solo quando lo stesso Arte di celluloide verra ripubblicato intatto nel 1914 a firma Riquet sul «Resto del Carlino»*, Per lui perd alla data del 1908 il cinema aveva davvero tradito ogni sua aspettativa e si avviava, proprio come egli chiosa- va, a diventare qualcosa di altro da quello che lui aveva un tempo creduto potesse diventare. Orvieto, inito il periodo di chiusura di teatri, fini di occuparsi anche di cinematografo, evidentemente per lui da considerarsi solo come uno «spettacolo estivo», come recita il nome della rubrica in cui articolo del 1907 fu inserito. D’altron- de per suscitare Pinteresse d’Orvieto, pare di capire che il cinema avrebbe dovuto essere qualcosa che, alla data del 1907, esso si av- viava gia con forza a non essere pitl: una rappresentazione di spet- tacoli in cui «lo spettatore di buon gusto & spesso tratto a perdere di vista le gesticolazioni frenetiche dei “personaggi” per seguire con|occhio la figurina ignara che traversa la strada, il piccolo grup- po di quelli che si sono fermati ad osservare di lontano, magari i cane che scodinzolando corre su e git per la scena improvvisata>”>, Orvieto insomma, vagheggiava un cinema non narrativo, un cine- 24. [ riferimenti all’ingresso di d’Annunzio nel mondo del cinema, solo vantato nel 1908, ma diventato reale nel 1914, e ’oggettiva brillantezza dell'articolo dovettero in- fatti far sembrare tanto attuale I'articolo da poterlo far ripubblicare senza alcun avviso, tanto che sulle riviste corporative dell’epoca l'articolo fu addirittura riproposto ancora commentato (ved: «La Cinematografia Italiana, 1913, n. 161 e sLa Vita Cinemato- grafica», 1913, n. 73). 25. Galo, op. cit. 27 Luca Mazzet ma delle origini, un cinema, quindi, decisamente “fuori tempo”, come il suo stesso articolo. Papini invece, fra il 1907 e il 1935, si interessé di cinema solo per scrivere una sceneggiatura su Santa Caterina da Siena, un testo tar- divo, rimasto oltretutto inedito*., Per lui, infatti, pur primo fra i primi, il cinema costituiva solo un duttile esempio per quel tipo di argomentazioni filosofiche basate sulla ricerca di thodelli di speri- mentazione concreti, di cui aveva letteralmente disseminato il suo «Leonardo». II cinema quindi si era presentato a Papini nella quali- tadi semplice, e quanto mai occasionale, strumento euristico, 0, se si vuole, entrando pitt nel concreto delle argomentazioni dello scrit- tore e filosofo fiorentino, come una semplice dimostrazione prati- ca di come la filosofia bergsoniana precedente a L’Evolution créa- trice”, modello teorico in pitt punt richiamato dal testo dell’arti- colo*, dovesse ormai per Papini, che solo due mesi dopo stronche- ra sul «Leonardo» la sostanza delle argomentazioni del nuovo li- bro del filosofo francese”, suo ex maestro, essere ora corretta con il forte tonico della filosofia pragmatista di William James, personali- 18 cui Papini si era da circa due anni decisamente avvicinato, tanto da essere considerato, dal filosofo americano stesso, il «caposcuola del pragmatismo italiano», Solo che Papini, come tutti sanno, da 26. La sceneggiatura & conservata presso il fondo Papini della Biblioteca Gabinetto Viesseux a Firenze. 27. Del trattato, in imminente uscita, Papini doveva gia avere avuto notizia. Papini aveva infatti incontrato Bergson a Parigi, su sua esplicita richiesta, il 2 gennaio 1907, Lincontro era servito per gettare le basi delledizione italiana, tradotta dello stesso Papin dell Introducrion& l metaphysigue scrita dal ilosofofrancese e da pubblica si entro breve presso l’editore Carabba (Cir. S. Zovrt, Papinie la Francia in Giovanni Papini P'uomo impossibile, a cura di P. BAGNOLI, Firenze, Sansoni, 1982, p. 92). L’Evo- Intion oréatrice perd era gia annunciata come disponibile per la vendita presso l’editore Doni dal numero di marzo-aprile del «Leonardo», anche se non & certo che il volume fosse davvero gia in libreria, o fosse semplicemente pubblicizzato come tale e quindi fosse da considerarsi in arrivo. 28. Un’analisi pid completa dei rapporti fra pensiero di Bergson, James ¢ La filosofia del Cinematografo & contenuta in L. Mazzx!, Quando il cinema incontré la filasofia, in «Bianco e Nero», 2002, n. 3-4. 29, La recensione usci sul «Leonardo» nell’agosto del 1907 ultimo pubblicato della rivista. Per quanto la recensione non fosse che in parte positiva, va detto comunque che Bergson ringrazié a stretto giro di posta il giorno 30 dello stesso mese. (Cfr. S. ZorPi, op. cit. p. 92). 30. Cfr. W. JAMES Pragmatismo e umanismo, in W. James, Pragmatismo. Un nome nuo- ‘vo per vecchi modi di pensare, a cura di S. FRaNzESE, Milano, Il Saggiatore, 1994, seti- ma delle lezioni tenute frail novembre e il dicembre 1906 (e replicate nel gennaio 1907 alla Columbia University di New York) da James al Lowell Institute di Boston. Sul- 28 Papini, Orvieto e Thovez; il cinema entra in terza pagina uell’estate 1907 che vide la chiusura del «Leonardo», in pratica si disinteressd improvvisamente di quella disciplina filosofica, cui fino ad allora si era quasi esclusivamente dedicato. E con questa anche del suo ultimo esempio concreto nel mondo reale: il cinema. .. e Arte che verra Le basi per un futuro solido ingresso del cinema in terza pagina, ormai. perd, i interesse di Papini, Orvieto e Thovez a parte, c’erano gia. E proprio a quattro mesi di distanza dall’uscita dell’articolo di Thovez, sulla terza pagina del «Nuovo Giornale» di Firenze, il 25 novembre 1908, esce Trionfo del cinematografo primo articolo teo- rico di Ricciotto Canudo, quell’articolo che poi, tradotto (con po- che modifiche) in francese e rinominato La naissance d’un sixieme Art - Essai sur le Cinématographe, costituira, nel 1911, l’atto di nascita della teoria estetica dell’arte cinematografica™. Un’era, quella affascinante del multiforme “fenomeno cinema”, si era chiusa, ed un’altra, forse pits “restrittiva”, ma altrettanto pro- diga di sviluppi, quella del cinema come prodotto estetico, si era aperta. La barriera fra la quarta e la terza pagina, comunque, ormai, per il cinema non costituiva pid un ostacolo. largomento vedi inoltre la lettera di James a Papini 27-04-1906 e le note pubblicate da Giorgio Luti a riguardo in G. Lutt, Da Leonardo a Lacerba, in Giovanni Papini P'uo- mo impossibile, cit., pp. 10-11. 31. R. Canupo, La naissance d’un sixiéme Art - Essai sur le Cinématographe, «Les Entretiens Idéalistes», 25 ottobre 1911 29