Sei sulla pagina 1di 5

Keynes sul carteggio tra Malthus e Ricardo

“Ed ora, mio caro Malthus, ho finito. Come altri


polemisti, dopo tanto discutere ciascuno di noi
mantiene la sua opinione. Eppure, queste discussioni
non incidono mai sulla nostra amicizia; io non ti vorrei
bene più di quanto te ne voglio se tu concordassi con le
mie idee”.

Dall’ultima lettera di David Ricardo a Robert Malthus

Nel suo saggio su Robert Malthus – primo degli economisti cambridgeani – raccolto in Essays in
Biography (Macmillan 1933) John Maynard Keynes dedica molta attenzione allo scambio
epistolare fra Ricardo e Malthus, il più importante carteggio che la storia dell’economia politica
possa vantare:

“Qui si ritroveranno, infatti, i semi della teoria economica, e anche le linee divergenti
lungo le quali può essere sviluppata – tanto divergenti all’inizio, che è difficile riconoscere come
identica, prima che sia raggiunta, la conclusione. Ricardo studia la teoria della distribuzione dei
prodotti in condizioni di equilibrio; Malthus si occupa di ciò che determina il volume della
produzione giorno per giorno nel mondo reale. Malthus considera l’economia monetaria neutrale.
Avevano piena coscienza delle loro diversità. In una lettera del 24 gennaio 1817, Ricardo scriveva:

“Mi pare che una causa fondamentale delle nostre divergenze sulle questioni che abbiamo tanto spesso discusso, è che
tu hai sempre in mente gli effetti immediati e temporanei di particolari mutamenti, mentre io metto da parte questi
effetti immediati e temporanei e concentro tutta la mia attenzione sullo stato permanente di cose che ne risulterà. Forse
tu dai troppo peso a questi effetti temporanei, mentre io sono troppo incline a sottovalutarli. Per trattar bene la materia
in questione, sarebbe necessario distinguerli e citarli accuratamente, ascrivendo a ciascuno gli effetti dovuti”

Malthus rispose, con notevole efficacia, il 26 gennaio 1817:

“D’accordo con te che una causa di divergenza fra noi è quella che tu ricordi. È vero che sono incline a riferirmi di
frequente alle cose quali sono, come all’unico modo di rendere praticamente utili alla società i miei scritti e, credo
anche, come all’unico modo di garantirmi dal cadere negli errori dei sarti di Laputa e, per un piccolo errore iniziale,
giungere a conclusioni lontanissime dal vero. Inoltre, credo davvero che il progresso della società consista di movimenti
irregolari, e che omettere la considerazione di cause che per otto o dieci anni daranno un forte stimolo alla produzione e
alla popolazione, o saranno loro di freno, sia trascurare le cause della ricchezza e della povertà di nazioni intere, che è il
grande obiettivo di tutte le indagini di economia politica. Uno scrittore può, certo, fare tutte le ipotesi che gli piace di
fare; ma, se presuppone ciò che non è praticamente vero, si preclude la possibilità di trarre dalle sue ipotesi una
conclusione pratica. Nel tuo saggio sui profitti, tu supponi costanti i salari reali del lavoro; ma, poiché variano con ogni
variazione del prezzo delle merci (mentre rimangono nominalmente gli stessi) e sono in realtà variabili come i profitti,
non v’è nessuna prospettiva che le tue deduzioni siano esatte in quanto applicate allo stato effettivo delle cose. In tutti i
paesi intorno, e particolarmente nel nostro, vediamo periodi di maggiore e minore prosperità e a volte di declino, mai il
progresso uniforme che tu sembri unicamente contemplare.
Ma una causa ancor più specifica e fondamentale di divergenza è fra noi la seguente. Tu sembri credere che i bisogni e i
gusti dell’umanità siano sempre pronti per l’offerta, mentre io sono decisamente dell’opinione che poche cose siano più
difficili dell’ispirare nuovi gusti e bisogni, specie con vecchie materie prime; che uno dei grandi elementi della
domanda sia il valore che la gente attribuisce alle merci, e che, quanto più completamente l’offerta è adattata alla
domanda, tanto maggiore questo valore sarà, e per tanto maggior numero di giorni di lavoro si scambierà … Sono della
netta opinione che praticamente l’attuale ostacolo alla produzione e popolazione nasca più da mancanza di stimolo che
da mancanza di potere di produrre”.

Non si può chiudere questo epistolario senza provar la sensazione che l’abbandono quasi completo
della linea seguita da Malthus nell’affrontare i problemi, e il dominio esclusivo di quella di Ricardo
per un secolo, siano stati, ai fini degli sviluppi dell’economia, un vero disastro. In queste lettere,
Malthus non fa che parlare in termini di buon senso, e Ricardo, con la testa tra le nuvole, non riesce
a comprendere tutta la forza delle sue argomentazioni. Una schiacciante critica di Malthus incontra
di volta in volta una mente così chiusa, che Ricardo non riesce nemmeno a capire di che cosa l’altro
vada discorrendo. …

Ma i seguenti estratti di due lettere scritte da Malthus nel luglio 1821 mostrano come a quell’epoca
la questione fosse ancor più chiara nella mente di Malthus e ancor più nebulosa in quella di
Ricardo:

“In quasi tutte le parti del mondo vediamo vaste forze di produzione non messe in moto, e spiego questo fenomeno
dicendo che la mancanza di una conveniente distribuzione della produzione effettiva non ha fornito motivi adeguati a
una produzione continuata. Analizzando le cause immediate dello sviluppo della ricchezza, io tendo chiaramente ad
analizzare soprattutto dei motivi. Non negherò certo che questa o quella persona abbia diritto a consumare tutto ciò che
viene prodotto, ma la gran questione è se questo è distribuito fra le diverse parti in causa in modo da provocare la più
effettiva domanda di prodotti futuri: e affermo esplicitamente che la tendenza ad accumulare molto rapidamente, che
implica necessariamente una sensibile contrazione del consumo improduttivo, limitando fortemente i motivi abituali di
produrre, deve frenare prematuramente lo sviluppo della ricchezza. Questo è il grande problema pratico, non se
dovremmo chiamare ingorgo la specie di ristagno che così si verificherebbe. Quest’ultimo è per me un problema di
importanza davvero secondaria. Ma se è vero che uno sforzo di accumulazione molto rapidamente provocherà una
divisione fra lavoro e profitti tale da distruggere pressoché il motivo e, insieme, il potere di accumulazione futura, e di
conseguenza il potere di mantenere e impiegare una popolazione crescente, non si dovrà forse riconoscere che tale
tendenza ad accumulare, o a risparmiar troppo, può essere di reale pregiudizio a un paese?” [16 luglio 1821]

Quanto al problema ora in discussione, sembrerebbe che non dovessimo capirci a vicenda, e quasi
quasi dispero di riuscire a spiegarmi, se tu hai potuto leggere i primi due paragrafi della prima
sezione del mio ultimo capitolo e tuttavia interpretarmi nel senso che «vaste forze di produzione
sono messe in azione e il risultato è sfavorevole agli interessi del genere umano». Io dico
espressamente che il mio punto è dimostrare quali sono le cause che evocano le forze di produzione:
e se raccomando una certa proporzione di consumo improduttivo è evidentemente ed espressamente
al solo scopo di fornire il necessario motivo alla massima produzione continuata. Penso anche che
questa certa produzione di consumo improduttivo, varia secondo la fertilità del suolo ecc., sia
assolutamente e indispensabilmente necessaria per promuovere le risorse di un paese … Ora, fra i
motivi di produrre, uno dei più essenziali è certo che una parte adeguata di ciò che è prodotto
appartenga a coloro che mettono in moto l’intera produzione. Ma tu stesso ammetti che un grande
risparmio temporaneo, che cominciasse quando i profitti fossero sufficienti a incoraggiarlo,
potrebbe determinare una tale divisione del prodotto da non lasciare alcun motivo per un ulteriore
aumento della produzione. E, se uno stato di cose in cui per qualche tempo non esistesse motivo di
ulteriore aumento della produzione non fosse propriamente denominato ristagno, non so che cosa
meriterebbe questo nome, tanto più che questo ristagno deve inevitabilmente provare di impiego la
generazione crescente. Sappiamo per ripetuta esperienza che il prezzo monetario del lavoro non
cade mai prima che molti operai siano stati per qualche tempo senza lavoro. E il problema è se
questo ristagno del capitale, e la conseguente stagnazione della domanda di lavoro per effetto di una
produzione aumentata senza adeguata proporzione di consumo improduttivo da parte dei proprietari
fondiari e dei capitalisti, potrebbe avvenire senza pregiudizio per il paese, senza provocare un minor
grado sia di felicità che di ricchezza di quanto non sarebbe avvenuto se il consumo improduttivo dei
proprietari fondiari e capitalisti fosse stato proporzionale all’eccedenza naturale della società in
modo da mantenere ininterrotti i motivi di produce, e prevenire prima una innaturale richiesta
di lavoro, poi una necessaria e improvvisa contrazione di tale richiesta. Ma se così è, come si può
dire con ragione che la parsimonia, per quanto possa riuscir di pregiudizio ai produttori, non può
esserlo allo Stato; o che un aumento del consumo improduttivo fra proprietari fondiari e capitalisti
può a volte non essere il giusto rimedio a uno stato di cose in cui i motivi di produrre vengono a
mancare?
Oh, se Malthus fosse stato invece di Ricardo il ceppo dal quale il pensiero economico del secolo
XIX si è sviluppato, come sarebbe più saggio e ricco il mondo, oggi! Noi ci troviamo oggi a dover
riscoprire faticosamente e dipanare dall’involucro deformante di un sistema formativo sbagliato ciò
che non sarebbe mai dovuto cessare d’esser ovvio. Da tempo rivendicando a Robert Malthus il
titolo di primo dei nostri economisti cambridgeani; dopo la pubblicazione di queste lettere possiamo
farlo con ancor più simpatia e ammirazione.”
Per meglio comprende il motivo che anima in Keynes un simile sentimento occorre riflettere
sulla funzione che gli sforzi maltusiani assumono nella General Theory (1936). Malthus viene citato
una prima volta indirettamente nel capitolo 2 della più nota opera keynesiana. Viene lì proposto un
passaggio di una lettera indirizzatagli da Ricardo (l’intera lettera è riportata in appendice a queste
note). Keynes vuole così mettere in chiaro che in Ricardo non c’è alcun interesse all’ammontare del
reddito nazionale come questione distinta dalla distribuzione del reddito dato un volume di risorse
impiegate, a differenza dei (neo-)Classici che hanno impiegato l’impianto analitico ricardiano in
discussioni concernenti le cause della ricchezza:

Voi ritenete che l’economia politica sia un’indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza; io
penso invece
che dovrebbe chiamarsi un’indagine sulle leggi che determinano la divisione del prodotto
dell’attività
[industry] fra le classi che hanno concorso alla sua formazione. Non può stabilirsi alcuna legge
riguardo alle
quantità, ma si può stabilire una legge abbastanza corretta riguardo alle proporzioni. Ogni giorno mi
convinco
maggiormente che la prima indagine è vana e fallace, e la seconda soltanto è il vero oggetto della
scienza.

Nel capitolo 3 Keynes critica esplicitamente il punto di vista ricardiano e dà il via ad una
complessa operazione di riabilitazione di Malthus volta a sostenere il principio della domanda
effettiva: “L’idea che si possa tranquillamente trascurare la funzione di domanda aggregata è
fondamentale nell’economia ricardiana, che rimane la base di ciò che ci è stato insegnato per più di
un secolo. È vero che Malthus si era opposto energicamente alla dottrina ricardiana che
un’insufficienza della domanda effettiva fosse impossibile; ma invano. Poiché Malthus, non
essendo
stato capace di spiegare chiaramente (salvo un richiamo ai fatti di osservazione comune) come e
perché la domanda effettiva potesse essere insufficiente o eccessiva, non riuscì ad elaborare una
costruzione da sostituire a quella ricardiana; e Ricardo conquistò completamente l’Inghilterra come
l’Inquisizione conquistò la Spagna … Il grande problema della domanda effettiva, col quale
Malthus
aveva lottato, scomparve dalla letteratura economica; non lo si troverà menzionato nemmeno una
volta in tutte le opere di Marshall, di Edgeworth e del prof. Pigou, dai quali la teoria classica ha
ricevuto la sua forma più matura. Esso poté soltanto sopravvivere furtivamente nel mondo
sotterraneo di Karl Marx, di Silvio Gesell e del maggiore Douglas.”

Nel capitolo 23 “Note sul mercantilismo, le leggi sull’usura, la moneta stampigliata e le teorie del
sotto-consumo” Keynes scrive un piccolo compendio di storia del pensiero economico eretico ed
assegna a Malthus un ruolo centrale (riproponendo per intero le citazioni già pubblicate nel