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LO STATO COSTITUZIONALE
Sez. I – Elementi introduttivi
Lo stato è la principale organizzazione della vita collettiva, svolge attività di interesse generale, fornisce
servizi pubblici e produce le norme giuridiche che gestiscono la vita dei cittadini.
Lo stato esercita potere sui cittadini dal momento della loro nascita fino alla loro morte e si dice che sia ad
appartenenza necessaria (ogni cittadino fa necessariamente parte dello stato e non se ne può sottrarre). Lo
stato ha natura autoritaria e l’individuo non è mai posto allo stesso livello dello stato.
Un'altra caratteristica è il monopolio dell’uso della forza con il quale lo stato fa rispettare le regole ai
cittadini attraverso apparati specifici e vieta ad essi di imporre la forza con la propria volontà.
Lo stato ha due sovranità: interna ed esterna.
La sovranità interna esclude che altri poteri si possano imporre con l’uso della forza sui cittadini; in virtù
della sovranità esterna invece non riconosce entità superiori.
In realtà negli ultimi 60 anni lo stato ha ceduto parte della sua sovranità per far parte di organizzazioni
sovranazionali come l’UE.

Per tutto l’ottocento è esistito un modello di stato chiamato “liberale” fondato sul primato della legge. La
principale novità di questo stato fu la centralità del parlamento.
Il primato della legge implicava che la legge fosse concepita come la più alta espressione di libertà nata
proprio per limitare l’autorità del sovrano.
I legislatori ottocenteschi affermavano nelle leggi i caratteri di generalità e astrattezza.
La generalità è l’eguale applicazione della legge nei confronti di tutti i cittadini; l’astrattezza comporta che la
norma non si esaurisca dopo la prima applicazione ma che sia ripetibile.
Dopo la grande guerra, le rivolte e i cambiamenti si sviluppò una nuova concezione di Costituzione per
perseguire gli obbiettivi di equità e eguaglianza sociale.
Il problema fu che lo stato liberale rappresentava solo la classe borghese fino alla conquista del suffragio
universale con il quale nacquero numerosi nuovi interessi.
Le costituzioni sono rigide perché sono sovraordinate alle leggi ordinarie.

La costituzione di uno stato è una fonte del diritto e un insieme di regole e principi giuridici basilari
dell’ordinamento.
Si dice che ci sia una concezione prescrittiva di costituzione in ragione del suo contenuto, ossia gli elementi
fondamentali sono la garanzia dei diritti e la separazione dei poteri. Con la concezione prescrittiva si
chiarisce che uno stato può essere definito costituzionale solo se garantisce i diritti dell’uomo applicando la
separazione dei poteri.
Con la concezione descrittiva invece si pensa che ogni stato abbia una costituzione a prescindere dal
modello di organizzazione politica e ai principi.
Esistono due tipi di ordinamenti giuridici: civil law e common law.
Gli ordinamenti di civil law prediligono la proclamazione scritta dei diritti e lasciano al giudice il compito di
interpretazione e applicazione delle norme.
Negli ordinamenti di common law i diritti emergono e si affermano senza bisogno di essere scritte.

Sez. II – Forme di stato e forme di governo


La forma di stato è il rapporto tra chi detiene il potere e ne è assoggettato, e indica anche i fini che lo stato
vuole perseguire.
La forma di governo è il rapporto tra i diversi poteri statali. Ogni forma di stato seleziona la forma di
governo più adatta.
Una prima forma di stato è lo Stato Assoluto che si formò nelle monarchie assolute francesi e spagnole del
XVI secolo.
In questa forma di stato i poteri si concentrano nelle mani del monarca e nascono elementi che si ritrovano
nello stato moderno come l’apparato burocratico, l’esercito, un sistema fiscale.
Nello stato assoluto i cittadini sono sudditi e non hanno diritti ma concessioni.

La seconda forma di stato è lo Stato Liberale. Il primo a crearsi fu quello inglese.

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L’evoluzione storica di questo stato in Inghilterra parti con la Magna Charta de Libertatum con il quale il
sovrano garantiva delle libertà ai sudditi, poi si affermò il principio in base al quale il sovrano non poteva
imporre tasse ai sudditi senza il consenso del parlamento. Verso la fine del 1600 vennero separati i poteri
del parlamento da quelli del re e dopo le rivoluzioni americane e francesi nel 1800 nasce lo stato liberale. Le
caratteristiche sono che i cittadini non sono più sudditi e a tutti gli esseri umani viene garantito il godimento
di diritti, l’altra caratteristica è che il potere non viene più dall’alto ma dal basso cioè dai cittadini. Un tratto
rilevante è la separazione dei poteri: legislativo, giudiziario ed esecutivo.
Il potere legislativo è esercitato dai rappresentanti del popolo a cui spetta il dovere di fare le leggi; quello
giudiziario o detto anche “bocca della legge” spetta il potere di applicare le leggi; e quello esecutivo ha il
compito di attuare le leggi.
Nello stato liberale esiste il principio di uguaglianza formale (a tutti i cittadini gli stessi diritti nelle stesse
condizioni).
Lo stato liberale nasce anche come stato di diritto cioè i poteri sono sottoposti al diritto e gli atti a controlli
giudiziari.
Lo stato liberale come già detto era riferito solo alla classe borghese.

Un'altra forma di stato è lo Stato Sociale.


Con la rivoluzione industriale comincia ad emergere la classe proletaria e con l’ampliamento del suffragio
serve la tutela per i diritti di diverse classi sociali.
Il nuovo stato inizia a distribuire la ricchezza, istituisce la previdenza sociale e lo stato inizia ad intromettersi
nel mercato attraverso strumenti di regolazione del mercato.
I settori importanti sono: lavoro, istruzione, salute, previdenza e assistenza sociale.
Nello stato liberale l’uguaglianza viene vista come sostanziale quindi i cittadini vengono visti uguali davanti
alla legge ma lo stato ha il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed uguaglianza.
Anche la legge cambia, e diventa espressione di gruppi sociali diversi, esprimendo compromessi spesso
perde le sue caratteristiche di generalità ed astrattezza. Fanno ingresso quindi le leggi speciali e le leggi
provvedimento.
Negli ultimi 20 anni lo stato sociale è in crisi poiché i diritti sociali costano e non possono essere assicurati a
tutti. Il costo dei diritti sociali dovrebbe essere sostenuto attraverso il prelievo statale fiscale ma è
compromesso dall’evasione fiscale.

In base a come è regolata la divisione del potere nel territorio esistono lo Stato centrale, lo Stato regionale
e lo Stato federale.
Lo Stato centrale è caratterizzato dall’assenza di articolazione del potere nel territorio, quindi è privo di
istituzioni statali.
Lo Stato federale invece ha un decentramento politico massimo. In esso c’è uno stato centrale a cui sono
affiancati tanti stati membri. Perché si possa parlare di stato federale gli stati membri devono essere enti
autonomi dotati di una costituzione. La costituzione degli stati membri e subordinata alla costituzione dello
stato federale.
Il parlamento è bicamerale, la prima camera rappresenta tutti i cittadini del territorio la seconda costituisce
emanazione degli stati membri.
Lo stato regionale è uno stato unitario in cui operano enti territoriali intermedi dotati di autonomia politica.

Per forma di governo si intende il modo in cui il potere è diviso e organizzato tra gli organi statali.
La distinzione tra monarchia e repubblica è che la monarchia ha un capo dello stato che non è né
rappresentativo né elettivo la sua carica dura tutta la vita e il governo è autocratico (forma di governo in cui
il potere è nelle mani di una sola persona).
La repubblica invece è una forma di governo che ha un capo dello stato sia rappresentativo che elettivo con
una carica limitata.
Le forme di governo si differenziano anche come pure e miste.
Nelle forme pure un solo organo dello stato detiene il monopolio del potere politico. Nelle forme miste il
potere è ripartito tra più organi costituzionali.

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La Monarchia costituzionale nasce come espressione dello stato liberale. Il potere è ripartito tra due organi
cioè il re e il parlamento.
Il re è il titolare del potere esecutivo e giurisdizionale, nomina i ministri. Le camere hanno il potere
legislativo.
Visto lo squilibrio tra monarca e parlamento con il tempo l’evoluzione di questa forma di governo porterà
gradualmente il parlamento ad essere sempre piu indipendente.

Dopo la monarchia costituzionale si sviluppa il governo parlamentare.


In questo tipo il governo e il parlamento hanno fiducia.
Il governo parlamentare può ambientarsi sia in un contesto monarchico che repubblicano.
Nel corso del tempo il ruolo del governo diventa sempre più centrale rispetto a quello del paramento. La
conformazione del governo parlamentare dipende dal sistema elettorale utilizzato, che può essere ad
esempio maggioritario o proporzionale.
Un sistema elettorale maggioritario riduce il numero di partiti (in casi estremi si arriva anche ad un
bipartitismo) mentre in un sistema elettorale proporzionale possono coesistere un numero ampio di partiti.
Il modello inglese è fondato sul sistema maggioritario ed è fondato sul bipartitismo; il modello tedesco è
proporzionale con una clausola di sbarramento che impedisce ai partiti che ricevono meno del 5% di
entrare in parlamento.
In Italia fino al 1933 esisteva un sistema di multipartitismo estremo, ma con il referendum popolare i
cittadini espressero il loro rifiuto verso il sistema proporzionale. In questa fase nuova i partiti si
raggruparono in coalizioni fino ad arrivare ad un bipartitismo.

La forma di governo presidenziale è nata negli stati uniti si fonda sulla ripartizione del potere fra due organi
che sono il presidente degli USA e le assemblee elettive, senato e camera dei rappresentanti.
Le assemblee elettive hanno il potere legislativo e di controllare il presidente e il suo apparato ma sono
prive del potere di sfiducia.
L’aspetto caratteristico è la totale separazione del potere legislativo ed esecutivo.

La forma di governo semi-presidenziale è nata in francia e combina elementi della forma di governo
presidenziale con elementi di quella parlamentare. Il presidente della repubblica viene eletto dal popolo e
nomina un governo. Questo sistema è adatto se il presidente e il parlamento fanno parte della stessa
maggioranza politica.

Nella forma di governo dittatoriale i due organi costituzionali necessari sono il governo e il parlamento. Il
governo viene eletto dal potere legislativo, ma quando entra in carica diventa autonomo. Il parlamento non
può far dimettere il governo. Questa forma è utilizzata in paesi piccoli dove non ci sono forze politiche
particolarmente differenti le une dalle altre. (ad esempio la Svizzera)

Sez. III – Cenni di storia costituzionale italiana


Lo statuto albertino si ispirava al modello della monarchia costituzionale francese e con esso alcuni poteri
del re venivano ridotti.
Lo statuto si proclamava come legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile ha potuto durare negli anni
grazie al suo carattere elastico e flessibile.
L’elasticità ha permesso un’interpretazione evolutiva del testo e la flessibilità ha permesso la modificazione
tramite legge ordinaria.
Il sistema costituzionale si è evoluto fino all’affermazione di una monarchia parlamentare.
La crisi del modello liberale trova il suo apice con le riforme fasciste che modificano i principi dello stato: ad
esempio con la Legge Acerbo (modificazione del sistema elettorale); la camera dei deputati viene soprressa
e sostituita con la camera dei fasci ecc.
Con la revoca di Mussolini nel 43 si inizia ad assistere alla transizione dallo stato fascista al regime
costituzionale democratico tutt’oggi vigente.
Revocato Mussolini al governo andò Badoglio che tento di ritornare allo Statuto modificando e abrogando
alcuni elementi del regime fascista.

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BTW il comitato di liberazione nazionale si oppose e diede inizio ad un mutamento relativo al problema
della forma monarchica o repubblicana dello stato.
Il 2 giugno del 46 ebbe luogo il referendum e vinse la repubblica, dopo la pubblicazione dei risultati venne
posto a capo dello stato Alcide de Gasperi.
Il 25 giugno 46 si riunì per la prima volta l’Assemblea costituente che per prima cosa fece eleggere il
presidente, e il capo provvisorio dello stato, De Nicola che nel 48 assunse il titolo di presidente della
repubblica.

Sez. IV – La Costituzione repubblicana


La costituzione italiana entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Ha natura rigida cioè non può essere modificata da fonti di rango inferiore; ed è poi elastica in quanto è in
grado di orientare materie politiche di diversa natura. Grazie alla caratteristica dell’elasticità la costituzione
è longeva.
Un’altra caratteristica è la sua lunghezza poiché le discipline si sviluppano in maniera molto articolata. Nella
nostra costituzione sono presenti sia norme suscettibili di immediata applicazione (norme
immediatamente precettive) sia di norme che per produrre effetti concreti hanno bisogno dell’opera
attuativa e integrativa del legislatore (norme programmatiche).
La distinzione tra norme immediatamente precettive e norme programmatiche non incide sull’efficacia
delle ultime. Infatti la corte costituzionale ha sostenuto che entrambe hanno la stessa valenza.

La struttura della costituzione è cosi articolata:


a) Principi fondamentali (1-12)
b) Parte I: diritti e doveri dei cittadini (13-54) suddivisa in quattro Titoli (rapporti civili, rapporti etico-
sociali, rapporti economici, rapporti politici)
c) Parte II: orientamento della repubblica suddivisa in 6 Titoli (parlamento, presidente della
repubblica, governo, magistratura, regioni-province-comuni, garanzie costituzionali)
d) Disposizioni transitorie e finali.

I principi fondamentali non sono enunciati solo nei primi 12 articoli. Questi principi hanno valore normativo
e sono linee guida per l’interpretazione del disposto costituzionale.
Nella costituzione la persona umana ha un ruolo centrale. (principio personalista)
Un’innovazione è il principio solidaristico che consente limitazioni alla posizione soggettiva del singolo in
ragione delle esigenze degli altri indivisui.
Esiste poi un principio personalista che è garantito dal principio di uguaglianza inteso come divieto di
discriminazione che è un obiettivo sostanziale per la repubblica impegnata a rimuovere gl ostacoli che
impediscono lo sviluppo della persona umana.
La repubblica per eliminare le differenze economiche e sociali utilizza i diritti sociali che sono ad esempio il
diritto al lavoro, il diritto all’istruzione e alla previdenza sociale.
È molto importante anche il pricipio lavorista. Con questo principio il lavoro viene inteso come strumento
di realizzazione per il singolo individuo.
La centralità della persona non significa che la costituzione accolga un’impronta individualistica infatti
attraverso il principio pluralista la costituzione ammette che si creino organizzazioni sociali tra individuo e
collettività statale.
Secondo il principio democratico gli organi politici sono strumenti della volontà popolare e devono trovare
legittimazione nel popolo. La democraticità del sistema è attuata attraverso la separazione dei poteri.
Il principio garantistico prevale su quello democratico, ossia la giurisdizione è esercitata in posizione di
indipendenza dagli altri poteri dello stato.

Ultimo principio è il principio internazionalista che consente l’apertura dell’ordinamento verso valori e fini
esterni per la garanzia dei diritti del cittadino e dello straniero.

LE FONTI DEL DIRITTO, NOZIONI GENERALI


Sez. I – Le fonti

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Le norme giuridiche sono regole vincolanti che disciplinano comportamenti e rapporti nelle società
organizzate.
L’ordinamento giuridico è sempre in evoluzione perché le norme sono soggette a continui cambiamenti. Le
norme vengono prodotte dalle fonti del diritto che si suddividono in due tipologie: fonti di produzione del
diritto e fonti sulla produzione del diritto.
Le fonti di produzione del diritto sono atti o fatti a cui l’ordinamento riconosce l’idoneità a produrre e
modificare norme giuridiche.
Le fonti sulla produzione del diritto stabiliscono come si produce il diritto e indicano l’autorità, il
procedimento e l’atto per formarle (dettano regole vincolanti).
Le fonti sulla produzione prevalgono sempre sulle fonti di produzione del diritto. Le fonti del diritto sono
organizzate secondo un criterio gerarchico:
1) Fonti superprimarie come la Costituzione;
2) Fonti primarie, tutte le leggi e gli atti aventi forza di legge;
3) Fonti secondarie, i regolamenti;
4) Consuetudini.
Il criterio gerarchico impedisce che una fonte di grado inferiore detti regole in contrasto con una fonte di
grado s
Le fonti sulla produzione vanno ricercate nella costituzione, la costituzione permette di individuare le fonti
di produzione. Un elenco si rinviene nell’articolo 1 delle preleggi e qualifica come fonti le leggi, i
regolamenti e gli usi.
La costituzione però detta una disciplina esaustiva solo per le fonti di rango primario. Le fonti di rango
secondario vengono regolamentate dalle fonti di rango primario.
Gli usi vengono citati nella costituzione.

La costituzione riconosce anche le fonti internazionali e dell’unione europea nonostante la produzione di


queste fonti non sia disciplinata dall’ordinamento italiano.

Le fonti del diritto vanno suddivise ulteriormente in fonti-atto e fonti-fatto.


Le fonti-atto sono testi normativi frutto di una manifestazione di volontà espressa da un’autorità.
Le fonti-fatto sono eventi o comportamenti ai quale l’ordinamento riconosce l’idoneità a produrre effetti
giuridici.
Le fonti-fatto sono fonti non scritte, l’esempio per eccellenza è la consuetudine.
Le fonti fatto scritte sono quelle prodotte da organi non appartenenti allo stato italiano ma che hanno
comunque rilievo giuridico.

Le fonti di cognizione del diritto sono lo strumento attraverso il quale è possibile prendere coscienza
dell’esistenza e dei contenuti nelle norme giuridiche.
Esistono fonti di cognizione ufficiali e fonti di cognizione non ufficiali.
Fonti ufficiali: Tutte le norme devono essere pubblicate ai fini della propria entrata in vigore. Le leggi
entrano in vigore il 15esimo giorno successivo alla loro pubblicazione. Durante questo periodo chiamato
vacatio legis tutti possono prendere visione della nuova norma e allo scadere dei 15 giorni dovranno
ritenersi vincolati.
Fonti non ufficiali: diversamente dalle raccolte ufficiali quelle non ufficiali sono strumentali alla sola
conoscibilità del diritto quindi non concorrono alla loro entrata in vigore.

Sez. II – Le norme giuridiche


Le norme giuridiche hanno delle caratteristiche che sono la generalità e l’astrattezza.
La generalità denota il riferirsi della norma ad una categoria indeterminata di destinatari. Questa categoria
è variabile poiché esistono norme a generalità assoluta e norme a generalità ridotta (ad esempio la norma
del codice penale su chi commette omicidio è a generalità assoluta; una norma che inizia con “il pubblico
ufficiale che ha in possesso denaro o altre cose mobili altrui” è a generalità ridotta poiché è riferito a quella
categoria).
L’astrattezza è la ripetuta applicazione di una norma.
La norma giuridica quindi si caratterizza per l’assenza di individualità nei suoi contenuti. Per questo è bene

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differenziare gli atti normativi dagli atti amministrativi, poiché quest’ultimi hanno la caratteristica di avere
per destinatari più soggetti individuati. (licenza, permesso di edificazione ecc.)
Nella storia del diritto ci sono stati casi in cui le norme giuridiche fossero prive di generalità e astrattezza, ad
esempio con lo stato sociale si presero provvedimenti mirati per livellare le disuguaglianze nella società.
Sono quindi attenuazioni legittime.
Esistono casi problematici di produzione normativa ossia le leggi-provvedimento.
Queste norme si riferiscono ad un delimitato numero di soggetti (nominalmente individuati) o disciplinano
situazioni che si verificano una tantum, e sono lontane dalla caratteristica di generalità e astrattezza.
Le leggi-provvedimento rischiano di violare il principio di eguaglianza ma nonostante questo possono
essere approvate. Tuttavia vengono sottoposte ad uno stretto scrutinio di costituzionalità e devono essere
conformi al principio di ragionevolezza, se questo principio non sussiste vengono dichiarate incostituzionali.
Le norme giuridiche devono essere anche innovative cioè devono modificare l’ordinamento giuridico,
tuttavia possono essere prive anche di questa qualità, da questo punto di vista c’è una distinzione che è
possibile fare ossia tra leggi in senso meramente formale (solo forma legislativa) e leggi in senso materiale
(leggi innovative).
Da questo si deduce che generalità astrattezza e innovatività sono caratteristiche tendenziali ma non
necessarie.

La validità di atto normativo è la caratteristica di un atto privo di vizi ossia posto in conformità alle norme
giuridiche ad esso sovraordinate.
Il vizio può essere formale se la norma è difforme dalle procedure per crearla, oppure sostanziale nel caso
in cui il contenuto della norma è difforme dal contenuto delle norme di grado superiore.
La validità e l’efficacia non sono da confondere poiché un atto è efficace se è idoneo a produrre effetti
giuridici. Una norma può essere valida ma non efficace ad esempio le leggi durante il periodo di vacatio
legis.
Le norme hanno una forza che si trova nell’intensità degli effetti giuridici.
La forza può essere attiva se la norma può abrogare modificare o derogare altre fonti del diritto. Mentre è
una forza passiva se la norma resiste all’abrogazione alla modifica e alla deroga da parte di altre.

Sez. III – L’interpretazione


Le fonti del diritto producono norme giuridiche, ma il passaggio dalla fonte alla norma non è diretto a
mediarne il rapporto è la disposizione.
La disposizione è il testo che viene redatto e approvato dall’autorità deputata a produrre il diritto. La norma
invece è il significato che dalla disposizione si ricava. L’attribuzione del giusto significato è l’interpretazione.
Gli operatori giuridici devono quindi attivare una serie di strumenti che permettano loro di ricavare dalla
disposizione la norma applicabile in caso concreto senza che esse vengano stravolte.
Questi strumenti vengono chiamati criteri interpretativi o ermeneutici.
Il compito di interpretazione assume rilievo quando a farlo sono i giudici.
L’interpretazione svolta dai giudici non può essere creativa (come negli ordinamenti di common law), ma
ogni decisione di ogni giudice non è classificabile come fonte del diritto quindi ciascun giudice può decidere
di discostarsi dalle interpretazioni precedenti.

Criteri di interpretazione ermeneutica:


a) Interpretazione letterale: fa perno sul significato proprio delle parole. L’interprete attribuisce alle
parole il senso che esse hanno nel linguaggio comune o nel linguaggio tecnico giuridico.
b) Interpretazione sistematica: è il criterio secondo il quale l’interprete deve leggere la disposizione
tenendo conto dell’intero sistema normativo. Quindi la disposizione andrà letta anche alla luce delle altre
disposizioni che si occupano della stessa materia
c) Interpretazione adeguatrice e interpretazione conforme a costituzione: l’interpretazione
adeguatrice può essere considerata una particolare applicazione del criterio sistematico, la particolarità
però è che vengono messe in connessione fonti normative poste su ordini gerarchici differenti. L’interprete
ovviamente è tenuto a privilegiare il significato conforme alla norma di ordine gerarchico superiore; nel
caso dell’interpretazione conforme a costituzione i giudici sono tenuti a prevenire il contrasto tra la
disposizione legislativa e la Costituzione.

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d) Intenzione del legislatore e ratio legis: nell’attività interpretativa occorre verificare quali sono le
ragioni che hanno mosso il legislatore ad approvare una disposizione.
In alcuni casi è necessario distinguere la volontà originaria (interpretazione storica) dall’oggettiva volontà
della legge (ratio legis).
Per rinvenire l’intenzione del legislatore occorre ricorrere ai lavori preparatori, mentre per individuare la
ratio legis bisogna ricercare la finalità perseguita dalla regola giuridica.
e) Interpretazione evolutiva: si tratta dell’interpretazione che consente di tenere in considerazione i
mutamenti del contesto sociale, culturale, tecnologico e giuridico.
f) Interpretazione analogica (analogia legis) e ricorso ai principi generali dell’ordinamento (analogia
juris) sono criteri utilizzabili solo in presenza di una lacuna nell’ordinamento. Se un caso della vita non è
espressamente disciplinato da una norma di potrà ricorrere alla disciplina prevista per una fattispecie simile
(analogia legis) e presuppone l’individuazione della ratio legis)
Il presupposto per il ricorso all’interpretazione analogica è che i giudici non possono decidere di non
decidere.
Se il criterio analogico non consente di individuare la disciplina applicabile bisogna fare ricorso ai principi
generali dell’ordinamento ricavando da tali norme fondamentali la regola da utilizzare (analogia juris).
Il ricorso all’interpretazione analogica non è previsto, anzi è vietato, per le leggi penali e speciali. Il divieto di
interpretazione analogica in materia penale deriva dal fatto che “nessuno può essere punito se non in forza
di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”; mentre il divieto per le leggi speciali si
spiega perché si snaturerebbe la ratio legis della disposizione creata proprio al fine di porre una disciplina
eccezionale.
g) Interpretazione estensiva: è simile a quella analogica e viene ampliato il significato letterale della
disposizione.

Sez. IV – La coerenza del sistema delle fonti


Può capitare che lo stesso comportamento o fatto possa essere disciplinato in modo diverso da diverse
normative, in questi casi ci troviamo di fronte a contraddizioni tra fonti del diritto o antinomie.
Nell’ordinamento giuridico non possono esserci contraddizioni e bisogna risolvere le antinomie stabilendo
quale fonte debba prevalere.
Le antinomie si distinguono in reali ed apparenti.
L’antinomia è reale quando l’operazione volta a risolverla produce conseguenze sulla validità o sull’efficacia
della fonte non preferita. Ulteriori criteri utilizzati per risolvere le antinomie sono il criterio gerarchico, il
criterio di competenza, e il criterio cronologico.
Quando l’antinomia invece è apparente non si producono conseguenze sulla validità ed efficacia della fonte
non preferita e viene risolta sul piano dell’interpretazione mediante il ricordo al criterio di specialità. Le due
disposizioni rimarranno efficaci nell’ordinamento con la precisazione che una sola di esse sarà applicata allo
specifico caso preso in considerazione mentre quella scartata potrà essere utilizzata in altre occasioni.

L’ordinamento giuridico è un sistema gerarchicamente organizzato. Il criterio da utilizzare in caso di


antinomia tra due norme di gradi diversi è il criterio gerarchico.
Il criterio gerarchico impone di preferire la disposizione che si trova al sul grado più alto.
La prevalenza della fonte superiore comporta l’invalidità di quella inferiore che potrà essere annullata
(dichiara illegittima).
Nelle antinomie tra una fonte superprimaria e una fonte primaria sarà la corte costituzionale a dichiarare
illegittima la fonte primaria; invece tra una fonte secondaria e una primaria bisognerà distinguere l’autorità
giurisdizionale che si troverà di fronte l’antinomia.
Nel caso fosse un giudice amministrativo la fonte secondaria verrà annullata; nel caso ci fosse un giudice
ordinario la norma secondaria verrà semplicemente disapplicata.
La dichiarazione di incostituzionalità e l’annullamento di una norma secondaria prevedono l’espulsione
delle norme dall’ordinamento.
La norma annullata non potrà più regolare né rapporti sorti precedentemente, né successivamente, né
pendenti.

Il principio gerarchico trova la sua più alta manifestazione del principio di costituzionalità che comporta la

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subordinazione della legge e atti aventi forza di legge alla costituzione.


La nostra costituzione è rigida ed è un documento normativo che anche il legislatore ordinario deve
rispettare. Non può essere modificata o derogata mediante l’applicazione di una fonte primaria ma solo
seguendo un procedimento aggravato.
Ad un secondo livello il principio gerarchico è incarnato dal principio di legalità, in forza di tale principio
ogni esercizio del pubblico potere deve trovare nella legge il proprio limite e il proprio fondamento. Dal
principio di legalità deriva in primo luogo il divieto per le fonti normative secondarie e gli atti amministrativi
di disporre in violazione della legge; in secondo luogo è espressione dell’esigenza della previa legge, nel
senso che il potere pubblico per potersi manifestare deve essere prima autorizzato da una normativa
primaria.
Il principio di legalità in assenza di indicazioni da parte della costituzione sarebbe da intendersi in senso
formale. Solo quando la costituzione richiede espressamente che una materia venga disciplinata dalla legge
il principio di legalità va inteso come sostanziale.

Attraverso la previsione di una riserva di legge la costituzione prescrive che una certa materia sia
disciplinata dalla legge con limitazione o esclusione d’intervento delle fonti normative ad essa subordinate.
La presenza di una riserva di legge conferisce al legislatore un potere non rinunciabile.
La previsione di un simile istituto risponde ad esigenze di garanzia per i cittadini infatti sono molte le riserve
di legge inserite nella costituzione nella parte dei diritti fondamentali.
Le ragioni per cui la costituzione vuole proteggere questi ambiti sono molte.
In primo luogo il parlamento è l’organo rappresentativo del popolo e le leggi sono approvate all’esito di un
confronto tra le forze che sono espressione della volontà popolare. Quando un atto normativo è approvato
dal governo invece non ci sono garanzie poiché è presente solo la maggioranza e il contenuto non verrebbe
discusso.
In secondo luogo il processo legislativo si caratterizza per la sua trasparenza e pubblicità e che gli atti del
parlamento vengono sottoposti al controllo di costituzionalità.

Le riserve di legge possono richiedere l’intervento o della legge statale o della legge regionale. Se siamo in
presenza di una materia disciplinata solo dallo stato allora l’atto dovrà essere statale. Se è la regione ad
avere competenza la riserva di legge avrà bisogno dell’intervento di una legge regionale.
La riserva di legge si riferisce anche agli atti aventi forza di legge.
Si dice riserva di legge formale se la costituzione richiama espressamente un atto normativo emanato dal
parlamento o dalle camere.
Le riserve di legge si distinguono in relative e assolute.
Le riserve di legge assolute richiedono che l’intera materia sia disciplinata dalla legge (le fonti subordinate
vengono estromesse).
Le riserve di legge relative si hanno quando la costituzione si limita a richiedere che la legge determini i
principi fondamentali della materia permettendo che venga integrata e dettagliata da atti normativi
subordinati.
L’altra distinzione è tra riserva di legge semplice e rinforzata. Nel caso di riserva di legge rinforzata la
costituzione oltre a riservare la disciplina di una certa materia alla legge obbliga il legislatore al rispetto di
ulteriori vincoli di contenuto e procedimento.
In certi casi la costituzione richiede che a regolare alcuni ambiti sia solo la fonte superprimaria. In questi
casi si parla di riserva di legge costituzionale.

Il secondo criterio di risoluzione delle antinomie è il criterio di competenza, da utilizzare nel caso ci sia un
contrasto tra fonti poste sullo stesso piano. questo criterio comporta la prevalenza della disposizione
normativa alla quale la fonte sovraordinata abbia attribuito la specifica competenza ad intervenire in
materia.

Se il contrasto avviene tra norme di grado primario l’atto avente forza di legge irrispettoso potrà essere
chiamato illegittimo; tra norme di grado secondario si può procedere all’annullamento di quella
incompetente.

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Dove non è possibile utilizzare il grado di competenza si utilizza il criterio cronologico, quindi viene
utilizzata la norma più recente. Si utilizza quella più recente perché è la volontà espressa attualmente dal
potere normativo.
L’effetto prodotto dal criterio cronologico è l’abrogazione cioè la delimitazione nel tempo dell’efficacia di
una norma.
Infatti mentre l’annullamento ne comporta solo la perdita di validità l’abrogazione ne restringe l’efficacia.
Una norma annullata non potrà più trovare applicazione mentre una norma abrogata avrà effetto su tutti i
rapporti prima dell’entrata in vigore dell’abrogazione.
Esistono diversi tipi di abrogazione:
a) Abrogazione espressa: tutte le volte in cui una disposizione indichi esplicitamente le disposizioni
precedenti che si intende abrogare. L’effetto abrogativo si produce in modo generalizzato (erga omnes).
b) Si ha un’abrogazione tacita quando si rileva un’incompatibilità di contenuto tra la disciplina
prevista nella disposizione più recente e quella prevista nelle disposizioni precedenti. L’abrogazione tacita
ha effetti solo inter partes limitati al giudizio in cui l’abrogazione è stata rilevata dal giudice.
c) Si ha un’abrogazione implicita quando un atto normativo successivo intervenga a disciplinare
interamente una materia che fino a quel momento era regolata in un’altra previsione normativa.
L’abrogazione implicita opera sul piano dell’interpretazione e ha effetti inter partes.

Il principio di irretroattività delle leggi significa che le leggi devono riferirsi unicamente a rapporti e
situazioni future ma son comunque quest’ultime a regolare le situazioni pregresse.
Il principio di irretroattività è previsto da una fonte primaria anche se la corte costituzionale lo ha
valorizzato.
L’irretroattività tutela i cittadini poiché le loro azioni devono essere giudicate dalla norma vigente nel
momento in cui hanno avuto luogo.
C’è una particolare tipologia di leggi retroattive che sono le leggi ad interpretazione autentica e il legislatore
vi fa ricorso per chiarire il significato di una disposizione precedentemente approvata. La retroattività è
connaturata a questo tipo di leggi poiché vengono adottate con lo scopo di obbligare gli operatori giuridici
ad applicare una disposizione precedente. L’interpretazione cosi imposta dovrà essere fatta valere anche
per i giudizi pendenti.
La situazione è completamente diversa in materia penale poiché il principio di irretroattività è sancito
direttamente a livello costituzionale per le leggi penali che introducano un nuovo reato o che ne aggravino
uno già presente. Queste leggi penali dette in malam partem se disponessero anche per il passato
sarebbero incostituzionali.
Il discorso è opposto per le leggi penali che aboliscono una fattispecie di reato o ne introducono un
trattamento più favorevole al reo dette in bonam partem.

Le antinomie apparenti vengono risolte con il criterio di specialità, che non ha alcun effetto sulla validità o
efficacia della norma non preferita. Il criterio di specialità impone di preferire la norma speciale a quella
generale e il giudice dovrà limitarsi a non applicare la norma non scelta.

LE SINGOLE FONTI DEL DIRITTO


Sez. I – Le fonti superprimarie
Qual è la fonte sulla produzione della costituzione?
All’origine della costituzione c’era l’assemblea costituente che era incaricata di redigere il testo normativo.
Era già previsto che la costituzione sarebbe stata al vertice del sistema normativo.
Una volta redatta ed entrata in vigore la costituzione il potere costituente è stato sciolto.
Il fondamento della costituzione più che di natura formale giuridica è di natura storico materiale (accordo
tra le forze politiche che alla fine della guerra volevano dare un nuovo assetto democratico alla nazione per
reagire ai totalitarismi).
La costituzione italiana è rigida ed è stato previsto un procedimento aggravato per modifiche e deroghe.

Con un particolare procedimento è possibile approvare le leggi costituzionali a cui sono riconducibili due

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tipologie di atti normativi, le leggi di revisione costituzionale e le altre leggi costituzionali.


Le leggi di revisione costituzionale sono quelle leggi il cui contenuto incide sul testo della costituzione,
sostituendo, modificando, abrogando o operando delle aggiunte nelle disposizioni.
Le altre leggi invece sono fonti che si pongono al di fuori del testo della costituzione e hanno la finalità di
conferire alle discipline introdotte rango pari a quello della costituzione.
I soggetti legittimati a presentare un progetto di legge costituzionale sono gli stessi che hanno la facoltà di
presentare un progetto di legge ordinaria.

La fase di approvazione dovrà essere conforme al procedimento ordinario. La norma dell’art 138 delinea un
procedimento aggravato e a differenza della legge ordinaria per la quale è richiesta una sola deliberazione
con votazione a maggioranza semplice, per le leggi costituzionali devono essere adottate due deliberazioni
con un intervallo di almeno tre mesi e con la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera nella
seconda votazione.
Quindi sia la camera sia il senato devono esprimersi due volte sul medesimo testo la prima volta a
maggioranza semplice (maggioranza dei presenti) la seconda volta a maggioranza assoluta (maggioranza dei
componenti).
Ciascuna camera nella prima deliberazione può apportare modifiche.
L’art138 dice che se in seconda deliberazione in ciascuna camera si raggiunge la maggioranza dei 2/3
(maggioranza qualificata) la legge viene trasmessa direttamente per la sua promulgazione al presidente;
mentre se invece raggiungono la maggioranza assoluta la legge viene pubblicata a scopo notiziale (non
entra in vigore) e i cittadini possono richiedere un referendum. Se non viene richiesto la legge viene
pubblicata nuovamente e poi entra in vigore.
Se il referendum viene richiesto la legge non viene promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei
voti validi.

Le leggi di revisione costituzionale e le altre leggi sono fonti superprimarie ma nonostante questo esistono
delle parti della costituzione che non sono rivedibili come ad esempio la forma repubblicana.
Ci sono anche dei limiti impliciti come i diritti inviolabili dell’uomo. In realtà tutto ciò che viene definito
inviolabile è irrivedibile.
anche tutte quelle disposizioni che danno al nostro sistema repubblicano la sua connotazione democratica
ad esempio il diritto di voto, libertà di pensiero e di parola ecc.
la corte costituzionale ha affermato che la costituzione contiene alcuni principi supremi che non possono
essere modificati nel loro contenuto essenziale.
Tra le fonti di diritto di rango superprimario che sono anche gli statuti delle regioni speciali che sono atti
approvati tramite leggi costituzionali dal parlamento.
Il nostro ordinamento è suddiviso in 20 regioni, 15 a statuto ordinario e 5 a statuto speciale (valle d’Aosta,
trentino alto Adige, Friuli Venezia giulia, Sardegna e Sicilia) a queste regioni per motivi storici la costituzione
ha concesso forme più accentuate di autonomia.
L’iniziativa di modifica degli statuti speciali se non proviene dal consiglio regionale interessato e la proposta
di legge proviene dal governo o parlamento il consiglio regionale deve esserne comunque informato.
Le leggi costituzionali di modifica degli statuti speciali non possono essere sottoposte a referendum
nazionale.

Sez. II – Le fonti primarie statali


La legge statale ordinaria è l’atto normativo approvato dal parlamento, è detta anche formale per
differenziare l’atto legislativo proveniente dal parlamento da altri atti normativi con forza di legge. La legge
ordinaria è sottoposta alla costituzione e alle leggi costituzionali.
Il parlamento invece di dettare regole per tutti ultimamente interviene per regolare specifici settori
dell’ordinamento o per apportare discipline ad hoc per particolari eventi ecc.
Il potere legislativo attribuisce definitivamente la funzione legislativa al parlamento che può regolare con
legge qualsiasi ambito.

Il procedimento legislativo si articola in tre fasi: l’iniziativa legislativa, l’approvazione della legge, la

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promulgazione ed entrata in vigore della legge.


1) L’iniziativa legislativa, ovvero il potere di presentare proposte di legge è affidata a diversi soggetti.
a) L’iniziativa del governo che prende il nome di disegno di legge. È l’iniziativa legislativa di
maggior rilievo siccome il governo è formato dalle forze politiche di maggior rilievo.
Il governo può presentare disegni di legge in qualsiasi ambito, e alcuni ambiti sono destinati solo al governo
come ad esempio la presentazione della legge di bilancio.
b) L’iniziativa parlamentare: ogni deputato e senatore ha il titolo per presentare progetti di legge
l’unico limite sono le materie esclusive del governo.
c) L’iniziativa popolare: la costituzione prevede che 50 mila elettori possano presentare un
progetto di legge con l’unico limite degli ambiti riservati al governo.
d) L’iniziativa delle regioni: i consigli regionali hanno la facoltà di proporre progetti di legge con il
limite delle materie governative
e) L’iniziativa del consiglio nazionale dell’Economia e del lavoro: la costituzione attribuisce
questo potere a quest’organo poiché è composto da esperti e rappresentanti delle categorie produttive.
2) La fase dell’approvazione richiede che entrambe le camere si esprimano favorevolmente sul
medesimo testo.
Sono sempre più coinvolte le commessioni parlamentari permanenti cioè quelle competenti per la materia
di volta in volta presa in considerazione.
Esistono tre modalità di approvazione: il procedimento ordinario, il procedimento decentrato, il
procedimento misto.
a) Il procedimento ordinario prevede che la proposta di legge venga esaminata articolo per
articolo e approvata dalla commissione competente e poi che venga esaminata articolo per articolo
dall’assemblea.
La commissione permanente opera in sede referente e procede prima ad una discussione generale poi
articolo per articolo. Poi viene fatta una relazione che viene affidata ad un relatore che la illustra
all’assemblea.
In assemblea si apre la discussione, la votazione articolo per articolo del testo.

Votati tutti gli articoli l’assemblea procede alla votazione finale dell’intero testo legislativo. Il voto è di
regola palese e la maggioranza richiesta è semplice.
b) Procedimento decentrato: contente che in alcuni casi la commissione possa approvare
definitivamente la legge senza bisogno dell’assemblea.
Si tratta di una procedura che per alcune materie è espressamente esclusa (approvazione dei bilanci, leggi
di delegazione legislativa)
c) Procedimento misto: trova il suo ancoraggio nei regolamenti parlamentari. È una tipologia
intermedia tra il procedimento ordinario e quello decentrato nel quale alla commissione è rimesso l’esame
del progetto e il voto mentre all’assemblea spetta unicamente la votazione sui singoli articoli e sul testo
finale senza possibilità di approvare emendamenti.
3) Se la votazione è positiva si passa alla promulgazione della legge, ossia il capo dello stato
documenta la volontà espressa dalle due camere e avviene entro 30 giorni dall’approvazione della legge.
Chiusa questa fase la legge viene pubblicata sulla gazzetta ufficiale e dopo il temine della vacatio legis entra
in vigore.

Esistono altri due tipi di leggi che sono le leggi atipiche e le leggi rinforzate.
Le leggi atipiche sono leggi che pur avendo la stessa forma di una legge ordinaria hanno una maggiore
“forza” ossia la capacità di innovare l’ordinamento attraverso l’abrogazione, la modifica o la deroga di
disposizioni vigenti (forza attiva) oppure la capacità di resistere all’abrogazione, la modifica e alla deroga
operate da altre fonti del diritto (forza passiva).
Le leggi atipiche sono meramente formali e non possono essere abrogate attraverso il referendum
abrogativo.
Le leggi rinforzate sono quelle leggi per la cui adozione è richiesto un procedimento diverso. Hanno una
peculiare forza passiva, non posso essere modificate o abrogate da una legge ordinaria ma solo attraverso il
procedimento prescritto per la loro approvazione.
Sono leggi rinforzate le leggi di amnistia e indulto. Con l’amnistia si estingue il reato e con l’indulto si

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condona o la si commuta in un’altra specie.

Sono atti governativi aventi forza di legge il decreto legislativo e il decreto legge. Possono essere abrogati
da leggi successive ma non sono abrogabili da fonti subordinate alla legge.
La previsione di atti governativi aventi forza di legge costituisce una deroga al principio di separazione dei
poteri. Il parlamento non è estromesso da questi atti.
Nel caso dei decreti legislativi le camere sono chiamate ad intervenire prima dell’emanazione. Nel caso dei
decreti legge il parlamento interviene successivamente.

Il governo non può senza delegazione delle camere emanare decreti che abbiano valore di legge, quindi al
governo viene riconosciuto il potere di adottare decreti legislativi.
L’utilizzo di queste deleghe è l’esigenza di demandare al governo la disciplina di materie di grande
complessità tecnica.
Le camere non cedono la funzione legislativa ma attribuiscono al governo una porzione limitata della
funzione legislativa.
Il legislatore può conferire delega per oggetti definiti, con l’indicazione di principi e criteri direttivi, per un
tempo prestabilito.
a) Quanto all’oggetto definito il parlamento deve indicare l’ambito materiale entro il quale il governo
è chiamato ad intervenire e deve essere circoscritto nella legge di delega.
b) Il parlamento fissa principi e criteri direttivi fondamentali che il governo deve perseguire.
Le camere a volte inseriscono nella legge di delega anche prescrizioni di carattere procedimentale come ad
esempio la necessità che il governo senta il parere di commissioni parlamentari.
c) La delega è conferita al governo per un tempo limitato. Il termine può essere fissato facendo
riferimento ad un lasso di tempo o ad un evento futuro purché certo. Se il termine previsto della delega
eccede i due anni il governo è tenuto a richiedere il parere delle camere sugli schemi dei decreti legislativi.
È convinzione diffusa che il governo possa adempiere alla delega legislativa con un solo atto. In linea teorica
il governo non potrebbe adottare un secondo decreto legislativo correttivo. Negli anni più recenti è però
invalsa la prassi do adottare decreti legislativi correttivi integrativi su espressa autorizzazione del
parlamento.
Quanto al procedimento per l’approvazione del decreto legislativo, esso è adottato su deliberazione del
consiglio dei ministri ed emanato dal presidente della repubblica.
Il decreto legislativo che non si attiene alle prescrizioni della legge di delega è dichiarato illegittimo.

Il decreto legge risponde alla necessità del sistema di fare un intervento tempestivo nei casi in cui l’urgenza
non può aspettare i tempi normativi richiesti normalmente.
Il governo teoricamente non può emanare atti con valore di legge senza la delega del parlamento, però nel
caso in cui ci sia necessità ed urgenza può farlo prendendosi le responsabilità.
Il decreto legge è soggetto a limitazioni ed ha natura provvisoria infatti se non viene convertito entro 60
giorni in legge perde efficacia dall’inizio.
I presupposti giustificativi del decreto legge devono riferirsi a situazioni nelle quali non è possibile attendere
il parlamento.
Spesso per evitare tempi molto lunghi è stato utilizzato il decreto legge (senza motivi urgenti), infatti la
corte costituzionale ha affinato le tecniche per individuare i fattori relativi all’assenza dei presupposti
d’urgenza.
Altri presupposti sono ad esempio
- il divieto per il governo di ricorrervi al fine di conferire deleghe legislative di intervenire in materie
per le quali è richiesta una riserva di assemblea; regolare rapporti sorti sulla base di un decreto legge non
convertito.
- Il divieto per il governo di adottare decreti legge che ripristinano l’efficacia di disposizioni
dichiarate incostituzionali.
- Divieto di rinnovare disposizioni di presenti decreti di cui era stata negata la conversione.
- L’obbligo dei decreti di introdurre misure di immediata applicazione e che abbiano un contenuto
specifico ed omogeneo

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Il decreto legge deve essere adottato su deliberazione del consiglio dei ministri, poi presentato al
presidente della repubblica e immediatamente pubblicato sulla gazzetta ufficiale. Il giorno stesso il governo
è tenuto a presentare un disegno di legge di conversione.
Una volta che il disegno di legge di conversione è stato approvato ci sono tre ipotesi che si possono
verificare:
a) Il parlamento non esaurisce l’iter legislativo di conversione del decreto legge entro i 60 giorni
previsti
b) Il parlamento non approva la legge di conversione
c) Il parlamento approva la legge di conversione.
Nelle prime due ipotesi il decreto legge decade e perde i suoi effetti in maniera retroattiva. Nell’ipotesi in
cui la legge viene approvata gli effetti provvisori vengono stabilizzati.
In sede di conversione le camere possono fare modifiche e una volta approvato il decreto legge il
parlamento torna ad esercitare la sua funzione legislativa.
La giurisprudenza è intervenuta più volte a sanzionare prassi distorsive, sia quando gli abusi provengono dal
governo sia quando vengono effettuati dal parlamento.
La corte costituzionale ha chiarito che per configurare un vizio di legittimità la carenza dei requisiti richiesti
deve essere evidente e ha chiarito inoltre che il suo sindacato può estendersi anche al decreto legge
convertito in legge.
In un primo momento ha affermato di poter sindacare sia sul decreto legge che sulla legge, poi però ha
affermato che i vizi vengono sanati con la conversione e alla fine ha chiarito che i vizi rimangono vizi anche
dopo la conversione in legge.
Un altro ambito su cui la corte esercita il controllo è quello delle modifiche apportate dal parlamento nel
momento della conversione.

La costituzione prevede che 500.000 elettori o 5 consigli regionali possano richiedere un referendum
abrogativo per l’eventuale abrogazione totale o parziale di leggi o atti aventi forza di legge.
Il referendum abrogativo è uno strumento eccezionale. Il procedimento:
a) Fase dell’iniziativa referendaria: il referendum può essere richiesto da 500.000 elettori o 5 consigli
regionali
b) Fare dei controlli preventivi all’indizione del referendum. Ci sono due tipi di controlli
1) Vaglio sulla legittimità del referendum della corte di cassazione che ha il compito di verificare
il rispetto della legge nella fase di iniziativa. Ad esempio la raccolta firme. La decisione dell’ufficio deve
essere resa entro il 15 dicembre, con questo si procede a stabilire il titolo del referendum
2) Giudizio di ammissibilità del referendum della corte costituzionale, la corte è chiamata a
decidere entro il10 febbraio.
Il presidente della corte costituzionale fissa la data della deliberazione in camera di consiglio che deve
tenersi entro il 20 gennaio.
Alcune leggi non possono essere sottoposte a referendum come ad esempio le leggi tributarie e di bilancio.
Alcuni referendum sono manipolativi quindi colpiscono singole parole e frasi e stravolgono il significato
della norma.
Alcuni vengono ritenuti referendum manipolativi ammissibili e altri inammissibili.
Sono inammissibili quelli che mirano ad introdurre norme del tutto estranee al contesto normativo
previgente
Mentre sono ammissibili quelli che espandono principi e regole già incorporati nella legislazione vigente.
Il quesito del referendum deve essere univoco e il lettore deve potersi esprimere singolarmente su ciascuna
questione.
La corte ritiene che il quesito rispetti i requisiti di chiarezza, coerenza, completezza ed esaustività.
c) Fase dell’indizione: l’indizione al referendum avviene con un decreto del presidente della
repubblica previa delibera del consiglio dei ministri. La data del referendum deve essere fissata una
domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno.
se prima della consultazione referendaria il parlamento modifica o abroga la legge del referendum le
operazioni referendarie non hanno più corso.
d) Fase della votazione degli elettori: perché il referendum, sia valido occorre che partecipino al voto

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la metà più uno degli aventi diritto e perché il quesito venga approvato la metà più uno dei votanti deve
avere esito positivo.
e) Fase della proclamazione del risultato del referendum: se è positivo il presidente della repubblica
lo dichiara con decreto pubblicato sulla gazzetta ufficiale. Se l’esito è negativo non si può fare richiesta per i
successivi 5 anni.
Dall’abrogazione referendaria di una legge deriva il divieto per il legislatore di approvare una legge simile a
quella abrogata.

I regolamenti parlamentari sono gli atti che dettano per ciascuna delle camere la disciplina di
organizzazione e funzionamento delle attività che sono chiamate a svolgere.
Sono quindi regole di comportamento di deputati e senatori, organizzazione degli organi interni a ciascuna
camera, le regole che riguardano i rapporti di ciascuna camera con il proprio personale dipendente e con i
soggetti esterni.
Sono le istituzioni parlamentari a fissare le regole di organizzazione infatti si parla di autoregolazione.
I regolamenti parlamentari sono qualificabili come fonti del diritto e più precisamente come fonti primarie.
Si tratta di fonti a competenza riservata infatti su questo tipo di fonte le altre fonti non possono intervenire.
La corte costituzionale ha escluso che i regolamenti possano costituire oggetto del giudizio di
costituzionalità sulle leggi:
a) Perché non si tratta di atti aventi forza di legge
b) Perché una diversa interpretazione urterebbe contro il sistema

Sez. III – Le fonti statutarie e le fonti primarie regionali


Gli statuti delle 5 regione speciali fanno parte delle fonti super primarie. Gli statuti delle 15 regioni
ordinarie sono fonti atipiche e sono un particolare tipo di leggi regionali. Da un lato sono sovraordinate alle
fonti di legislazione ordinaria regionale dall’altra subordinate alla costituzione.
Gli statuti delle regioni ordinarie e le leggi regionali sono fonti organizzate gerarchicamente (la prima
prevale sulla seconda)
Il procedimento di approvazione dello statuto pretende che la legge statutaria regionale sia approvata con
2 deliberazioni successive con un intervallo non minore di due mesi e per entrambe le deliberazioni occorre
la maggioranza assoluta.
Lo statuto una volta pubblicato per fini notiziali può:
a) Essere impugnato dal governo per controlli di costituzionalità
b) Essere oggetto di una richiesta di referendum (entro tre mesi)
La disciplina che contiene lo statuto deve essere in armonia con la costituzione.

Tutte le regioni hanno competenza ad adottare leggi (leggi regionali), efficaci, che hanno valenza solo nel
loro territorio.
Le regioni non possono approvare leggi in ogni materia.
La legge regionale si colloca sullo stesso piano di quella statale quindi se lo stato approva una legge in una
materia che la costituzione ha riservato alla regione, la legge statale può essere censurata.
La corte costituzionale prevede che ci siano tre forme di competenza legislativa:
1) La competenza esclusiva dello stato su materie che richiedono una disciplina unitaria in tutto il
territorio nazionale
2) Competenza legislativa concorrente: sulle materie sulle quali sia lo stato che le regioni hanno
titolo ad intervenire. La costituzione pretende che sia lo stato a dettare i principi fondamentali e alle regioni
spetta il compito di regolamentare queste materie nel dettaglio
3) La competenza legislativa residuale regionale: alcune materie vengono regolate dalle regioni e
sono le materie che non vengono elencate nei commi precedenti.
Per quanto riguarda le leggi delle regioni a statuto speciale gli ambiti nei quali esse possono intervenire
sono previsti nei loro statuti.

Sez. IV – Le fonti secondarie statali


I regolamenti del potere esecutivo sono fonti statali secondarie, ne fanno parte i regolamenti governativi e i

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regolamenti ministeriali e interministeriali, sia i primi che il secondo (per il principio di legalità) sono
subordinati alla legge.
I regolamenti ministeriali e interministeriali sono sottoposti ai regolamenti governativi.
I regolamenti governativi sono proposti dal ministro/i competente per materia, il regolamento è deliberato
dal consiglio dei ministri, poi viene sottoposto per un parere obbligatorio ma non vincolante del consiglio di
stato.
Il regolamento è emanato con un decreto del presidente della repubblica e sottoposto al controllo di
legittimità della corte dei conti.
Ci sono diverse tipologie di regolamenti governativi:
a) Regolamenti di esecuzione delle leggi, dei decreti legislativi e dei regolamenti comunitari.
Vengono utilizzati per specificare il contenuto di una disposizione. Non hanno portata innovativa.
I regolamenti di esecuzione non possono intervenire in materie coperte da riserva di legge assoluta. (ci
sono delle eccezioni)
b) Regolamenti di attuazione e di integrazione delle leggi e dei decreti legislativi recanti norme di
principio.
Hanno portata normativa innovativa. Non possono intervenire senza eccezioni in materie coperte da riserva
di legge assoluta.
c) Regolamenti indipendenti: sono i regolamenti che intervengono nei settori in cui manchi una
disciplina legislativa. Si tratta della categoria più controversa dei regolamenti governativi: il principio di
legalità potrebbe ritenersi violato perché manca una base legislativa
d) Regolamenti di organizzazione: sono regolamenti che disciplinano tutto ciò che riguarda il
personale, le strutture, il funzionamento dei pubblici uffici nel rispetto di quanto disposto dalla legge
e) Regolamenti autorizzati. Sono adottati sulla base di leggi che delegano un successivo regolamento
ad intervenire in materie che non siano coperte da riserva di legge assoluta. La legge che autorizza
l’adozione di tali regolamenti deve fissare i principi generali della materia e dispone che l’entrata in vigore
delle norme regolamentari comporta l’abrogazione delle norme di legge vigenti.
Questa abrogazione è disposta per legge.
I regolamenti autorizzati vengono chiamati anche regolamenti di delegificazione.
I regolamenti ministeriali e interministeriali sono adottati da un ministro che si occupa delle materie
oggetto del regolamento e assumono la forma di decreto ministeriale e decreto interministeriale.
Come per i regolamenti governativi occorre il controllo di legittimità e bisogna dare comunicazione della
loro emanazione al presidente del consiglio.
Questi regolamenti non possono dettare norme contrarie alle norme dettate dai regolamenti governativi.

Sez. V – Le fonti secondarie regionali e delle autonomie locali


Le regioni hanno titolo per approvare anche regolamenti (regolamenti regionali), fonti del diritto che si
posizionano al di sotto delle leggi regionali.
Le regioni possono adottare un regolamento in tute le materie in cui esse hanno competenza legislativa
concorrente e residuale.
I regolamenti possono essere adottati dall’organo legislativo (il consiglio) o dall’organo esecutivo della
regione (la giunta).

I comuni le province e le città metropolitane sono enti autonomi con i propri statuti poteri e funzioni fissati
dalla costituzione. Questi enti locali quindi hanno il potere per adottare statuti e regolamenti che sono atti
normativi degli enti locali (gli statuti prevalgono sui regolamenti).

Per gli statuti si stabilisce che nel rispetto dei principi fissati dalla costituzione questi hanno la competenza a
fissare le norme fondamentali dell’organizzazione dell’ente, ad intervenire su altri profili di ordine
istituzionale, e a garantire il rispetto di alcuni diritti e principi cardine.
Per l’approvazione dello statuto è richiesto al consiglio dell’ente locale di seguire un procedimento speciale
volto a garantire un consenso ampio.
I regolamenti hanno invece competenza a disciplinare più specificatamente l’organizzazione dell’ente
locale.

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Sez. VI – Altre fonti


Le consuetudini sono fonti-fatto, non scritte, che si compongono di due elementi:
1) Di natura oggettiva è il ripetersi del tempo di un comportamento tenuto dai membri di una
comunità
2) Di natura soggettiva, corrisponde alla convinzione di coloro che assumo come proprio quel
comportamento pensando che sia giuridicamente obbligatorio.
Non sono consuetudini regole di correttezza o di buona educazione.
Le consuetudini hanno rango variabile: esistono infatti quelle di rango super primario, e consuetudini che si
collocano nel rango più basso cioè quello degli usi.
Esistono anche e consuetudini internazionali che sono regole di comportamento osservate dalla generalità
degli stati.
Ci sono anche le consuetudini costituzionali cioè comportamenti tenuti da organi costituzionali in ambiti in
cui non esiste una disciplina costituzionale puntuale.

Diverse dalle consuetudini sono le convenzioni costituzionali. In presenza di una lacuna nella costituzione
può accadere che gli organi costituzionali raggiungano semplicemente un tacito accordo su come operare
senza ritenersi giuridicamente vincolati.
Se il comportamento tenuto si consolidasse e subentrasse la convinzione di seguire una regola vincolante la
convenzione si trasformerebbe in consuetudine.

I sindacati possono registrarsi presso gli uffici pubblici per poter acquisire personalità giuridica e la facoltà
di stipulare con le rappresentanze delle imprese dei contratti collettivi di lavoro
I contratti collettivi rispondono ad un modello di normazione del tutto peculiare. Sono per natura
riconducibili alla dimensione privatistico negoziale, ma allo stesso tempo la capacità a loro imputata di
estendere la propria portata percettiva oltre le parti contraenti vincolando tutti coloro che entrano nella
categoria lavorativa coinvolta, fa di esse delle vere e proprie fonti del diritto.
I contratti collettivi sottoscritti tra le organizzazioni sindacali delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e le
rappresentanze dei datori di lavoro sono riconducibili a contratti di diritto comune.
I datori di lavoro di attengono alle regole stabilite nei contratti collettivi che stabiliscono i livelli minimi di
tutela del lavoratore potendo solo derogarvi in Melius.

Ordinanze di necessità ed urgenza sono atti che alcuni organi della pubblica amministrazione possono
adottare per far fronte a situazioni eccezionali che richiedono un intervengo tempestivo. Si pensi alle
ordinanze che spettano al prefetto nel caso di urgenza o necessità pubblica.
Ancora ci sono le ordinanze del sindaco per prevenire ed eliminare gravi pericoli.
Altre ordinanze sono quelle di protezione civile. In questo caso la norma consente che il consiglio dei
ministri deliberi lo stato di emergenza al verificarsi di calamità naturali o connesse con l’attività dell’uomo
che mettano in pericolo e che devono essere fronteggiate tempestivamente con mezzi e poteri straordinari.
Sono finalizzate a fronteggiare le più svariate situazioni e sono atti a contenuto atipico.

Proprio per la loro flessibilità è eccezionalmente ammessa la possibilità che le ordinanze deroghino alla
legge (fonti primarie) invece che conformarcisi.
Non è pero consentita la deroga ai precetti costituzionali e ai principi generali dell’ordinamento. Le
ordinanze di necessità e urgenza devono avere dei requisiti:
1) Gli eventi devono essere imprevedibili
2) Deve ricorrere l’urgenza di provvedere
3) Si devono attenere ai principi costituzionali e generali dell’ordinamento giuridico
4) La misura deve essere temporalmente limitata
5) L’intervento deve essere motivato

Sez. VII – Le fonti internazionali


L’Italia fa parte di una comunità di stati sovrani che intrattengono tra loro rapporti giuridicamente regolati
da un sistema di fonti normative che per il nostro ordinamento sono esterne ma vengono lo stesso

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recepite.
Sono fonti-fatto alle quali l’Italia si adatta secondo regole proprie. Di regola il rango della fonte-fatto deve
corrispondere al rango della fonte del diritto interno che la recepisce.
Le fonti esterne posso essere recepite in due modi:
a) Rinvio fisso: viene richiamata una specifica disposizione straniera senza attribuire rilievo ad
eventuali modifiche.
b) Rinvio mobile: richiama una determinata fonte del diritto straniero comportando un adattamento
automatico del nostro sistema alle correzioni che vengono fatte nel tempo.
Quella delle fonti internazionali è una questione di grande importanza se vengono considerate le
implicazioni che si creano con le fonti interne, infatti i giuristi si possono trovare nella posizione in cui la
stessa materia viene disciplinata in maniera diversa da una fonte interna ed una esterna (quindi cosa
succede?)

Le consuetudini internazionali sono norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, si tratta di


regole non scritte vincolanti per tutti gli stati membri della comunità internazionale. Assumono il rango di
fonte del diritto nel momento in cui:
1) Quella regola di condotta deve essere osservata da tutti gli stati costantemente (elemento
oggettivo)
2) Che gli stati pensino che quel comportamento derivi da un’obbligazione giuridica (elemento
soggettivo).
L’adattamento dell’ordinamento giuridico italiano è automatico secondo quanto dispone l’art 10
“l’ordinamento italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.
L’articolo 10 funge da trasformatore permanente ed è anche un rinvio mobile perché l’ordinamento
italiano si confermerà anche a tutte le variazioni che la consuetudine subisca.
Alla consuetudine internazionale viene riconosciuto il rango di fonte superprimaria, questo non significa
che la consuetudine sfugga a qualsiasi limite perché la corte costituzionale ha chiarito che tutte le
consuetudini internazionali incontrano il limite necessario del rispetto dei principi supremi dello stato
italiano.

Un’altra tipologia di fonti internazionali è costituita dalle norme di diritto internazionale pattizio.
I trattati internazionali sono fonti scritte che vincolano solamente quei paesi che li hanno sottoscritti.

Il procedimento si articola in più fasi:


1) La prima fase è quella dei negoziati che si conclude con la stipula dell’accordo da parte di un
rappresentante del governo
2) La seconda fase è quella della ratifica del trattato con la quale lo stato dichiara di aderire al testo
della convenzione
3) La terza fase è quella dello scambio tra gli stati degli strumenti di ratifica e che fa sorgere la
responsabilità internazionale gli uni con gli altri
4) L’ultima è quella dell’ordine di esecuzione e determina la produzione di effetti giuridici della fonte
internazionale all’interno del sistema italiano.
Gli accordi internazionali vengono ratificati dal nostro ordinamento anche in maniera semplificata. La fonte
internazionale si perfeziona e produce effetti giuridici senza una ratifica del capo dello stato, ma con la sola
conclusione dell’accordo da parte di un rappresentante del governo.
Alle norme internazionali pattizie (al contrario di quelle generalmente riconosciute) il rinvio operato è fisso
quindi eventuali cambiamenti necessiteranno di una nuova procedura di recepimento.
Per il rango delle fonti pattizie bisogna controllare il rango della fonte di recepimento.

Se una norma interna si pone in contrasto con una disposizione di un trattato internazionale cosa succede?
Nel nostro ordinamento le fonti internazionali pattizie godono di una maggior forza di resistenza quindi
nonostante siano subordinate alla costituzione sono sovraordinate alle fonti primarie.
Il giudice che ti trova di fronte all’antinomia dovrà sollevare il dubbio di costituzionalità affinché la corte
costituzionale possa dichiarare illegittima la norma interna.

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Il giudice quindi non può disapplicare la norma interna.

Sez. VIII – Le fonti dell’Unione Europea


L’origine dell’UE coincide con l’adozione del trattato di Parigi del 1951 istitutivo della CECA e dei due trattati
di Roma del 1957 che istituirono l’EURATOM e la CEE.
Questa trattati si sono corretti successivamente con i trattati di Maastricht e con il trattato di Amsterdam.
Un passo importante fu invece la proclamazione della carta dei diritti fondamentali dell’UE con l’obiettivo di
estendere i diritti umani a tutti gli stati europei.
Un altro atto importante fu il trattato di Lisbona che ha riformulato i trattati istitutivi dell’UE che sono: a) il
trattato sull’Unione Europea (TUE); b) il trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).
All’UE aderiscono 28 stati, la sua struttura è formata da 4 organi: parlamento europeo, consiglio dell’unione
europea, commissione europea, corte di giustizia dell’UE.
Il parlamento e il consiglio dell’UE hanno il potere legislativo, la commissione quello esecutivo, e la corte di
giustizia garantisce il rispetto da parte degli stati membri e delle istituzioni comunitarie.

Quali sono le fonti che compongono il diritto dell’unione europea?


La prima distinzione è quella che scinde le fonti di diritto primario da quelle di diritto secondario o derivato.
Un altro criterio di classificazione è quello che riguarda gli effetti prodotti dalla fonte quindi si distinguono le
fonti immediatamente applicabili da quelle non immediatamente applicabili. Le prime vincolano
immediatamente i loro destinatari mentre le seconde si limitano a indicare gli obiettivi da raggiungere.
Quando una fonte di diritto dell’UE ha una formulazione completa, chiara, e puntuale essa ha effetti diretti
1) Diritto primario: ne appartengono tutti i trattati istitutivi dell’unione europea con le modifiche.
Sono le fonti poste al vertice del sistema normativo comunitario e contengono le norme che delineano la
struttura, l’articolazione dell’UE e le principali regole di convivenza comunitaria. Le norme dei trattati sono
capaci di produrre effetti diretti.

2) Diritto secondario o derivato: ne fanno parte i regolamenti, le direttive, le decisioni, le


raccomandazioni i pareri.
a) Il regolamento ha portata generale è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente
applicabile in ciascuno degli stati membri. Quindi sono norme dotate di diretta applicabilità che vincolano i
cittadini dell’UE.
b) La direttiva vincola lo stato membro ma a differenza dei regolamenti non sono geneticamente
capaci di applicazione diretta. I destinatari sono gli stati UE che devono conformarsi entro un termine
prestabilito ad un obiettivo di carattere generale.
c) Le decisioni sono atti normativi immediatamente applicabili ma indirizzate solo a specifici
destinatari
d) Le raccomandazioni e i pareri non sono vincolanti. Sollecitano gli stati ad orientare le loro
politiche e il proprio diritto verso un obiettivo.

L’ordinamento comunitario ha uno statuto giuridico particolare che gli consente di prevalere sul diritto
nazionale.
Le norme costituzionali richiamate esprimono la volontà dello stato italiano di cedere una parte del proprio
potere sovrano. La cessione di sovranità alla quale corrisponde il diritto dell’UE si esplica in modi del tutto
particolari.
Il primato comunitario di esplica con immediatezza, quindi dove dovesse esserci un contrasto tra una legge
italiana e una norma del diritto europeo direttamente applicabile il giudice dovrà procedere alla
disapplicazione della norma interna.
Mentre quando l’antinomia si produce rispetto ad una norma del diritto europeo non direttamente
applicabile il giudice interno non potrà procedere alla disapplicazione ma dovrà sollevare la questione di
legittimità costituzionale per chiederne l’annullamento.
La prevalenza delle fonti del diritto UE non è illimitata, esse devono cedere il passo ai principi fondamentali
dell’ordinamento costituzionale italiano.

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IL PARLAMENTO
Sez. I – Introduzione
Il parlamento è il luogo in cui siedono coloro che attraverso le elezioni sono stati scelti come rappresentanti
dei cittadini al fine di esercitare la funzione legislativa e di contribuire all’adozione delle scelte di indirizzo
politico.
I parlamenti si dividono in parlamenti monocamerali e bicamerali.
Generalmente in presenza di parlamenti bicamerali le modalità di elezione e le funzioni svolte dalle due
camere sono diversificate e per questo si parla di bicameralismo imperfetto.
Solitamente solo la camera bassa partecipa al rapporto di fiducia con il potere esecutivo.
La seconda camera (senato) solitamente svolge un ruolo di ponderazione delle scelte adottate dall’altra
camera.
Da questo quadro fa eccezione l’ordinamento italiano poiché è composto da un bicameralismo paritario
che vede le due camere del parlamento svolgere le stesse funzioni.

Sez. II – I sistemi elettorali


In un ordinamento rappresentativo per formare i parlamenti è indispensabile la presenza di un sistema
elettorale.
Ogni legge elettorale mira ad ottenere un punto di equilibrio tra due obiettivi: la governabilità e la
rappresentatività.

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Per governabilità si intende la capacità della legge elettorale di dar vita ad assemblee in grado di formare e
sostenere maggioranze solide che possano assicurare governi stabili.
La rappresentatività è la più ampia corrispondenza possibile tra gli orientamenti politici presenti nella
società e gli orientamenti politici presenti nelle assemblee elettive.
Esistono molteplici varianti per definire i sistemi elettorali:
a) Il numero di seggi che è possibile ottenere all’interno dei collegi elettorali. Si ragiona in collegi
uninominali quando per ogni collegio viene messo un solo seggio. Si parla di collegi plurinominali quando il
collegio mette in palio due o più seggi.
b) Il modo in cui i seggi vengono ripartiti: ci sono sistemi maggioritari puri che prevedono che il
seggio/i vengano attribuiti unicamente alla forza politica che ottiene il maggior numero dei voti.
c) I sistemi proporzionali puri: determinano la ripartizione dei seggi in base al numero dei voti che
ciascuna forza politica ha ottenuto (è il sistema elettorale maggiormente in grado di assicurare la
rappresentatività.
d) I sistemi misti possono temperare i sistemi puri per equilibrare il rapporto tra governabilità e
rappresentanza.
Tra i correttivi dei sistemi proporzionali ci sono le soglie di sbarramento (consentono di partecipare alla
distribuzione dei setti solo alle forze politiche che hanno ottenuto un tot di percentuale di voti); un altro
correttivo è il premio di maggioranza grazie al quale la forza politica che ha raccolto più voti ottiene una
quota di seggi aggiuntivi.
e) L’elezione può svolgersi in un solo turno o in doppio turno. In quest’ultimo caso solo i candidati
più votati possono partecipare al secondo turno.
f) Un’altra variabile nei sistemi plurinominali è che i cittadini possano indicare direttamente quali
candidati vogliono eleggere esprimendosi attraverso le preferenze oppure che possano esprimere il voto
per la forza politica.

Dal punto di vista costituzionale a parte le norme che dicono che camera e senato debbano essere elette a
suffragio universale diretto l’unica norma che disciplina le modalità di elezione del parlamento è l’art 57 che
dispone che l’elezione del senato avvenga su base regionale.
Il sistema elettorale del senato si basa su circoscrizioni regionali.

Inizialmente i costituenti decisero per entrambi i rami del parlamento sistemi elettorali senza correttivi.
Tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 la centralità dei partiti che erano stati fino ad allora indiscussi
protagonisti della storia istituzionale italiana subì una forte crisi tale crisi ci fu perché si affievolirono le
ideologie e ci furono episodi di corruzione.

Nel 93 con un referendum abrogativo gli italiani decretarono la fine del sistema proporzionale e i cittadini si
espressero per un sistema misto prevalentemente maggioritario (mattarellum).
Con questo sistema sia alla camera che al senato il 75% dei seggi veniva attribuito in collegi uninominali nei
quali si applicava il sistema maggioritario: veniva quindi eletto il candidato che avesse ottenuto il maggior
numero di voti. Il restante numero dei seggi viene invece ripartito su base proporzionale.
Questo sistema è rimasto in vigore per poco più di un decennio (1993-2005).

Nel dicembre 2005 il sistema elettorale venne modificato e si decise di tornare ad un sistema
proporzionale, caratterizzato da alcuni correttivi per renderlo ad effetti maggioritari.
Oltre alle soglie di sbarramento (per le liste sole 4% camera 8% senato; per coalizione 2% camera 3%
senato) si era introdotto un premio di maggioranza.
C’erano poi lunghe liste bloccate, si poteva esprimere il voto solo per la lista senza poter indicare la
preferenza di uno o più candidati.

Questo sistema è stato oggetto di critica sin da subito ed è stato chiamato porcellum (nel senso di porcata)
dallo stesso ideatore (Calderoli).
Il premio di maggioranza era dato in maniera irragionevole, infatti, mentre alla camera tale premio era
attribuito su base nazionale e consentiva di vedersi attribuiti 340 seggi, al senato il premio di maggioranza

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veniva distribuito su base regionale.
Il rischio con questo sistema era che la forza politica che avesse avuto una solida maggioranza alla camera
dovesse confrontarsi con una situazione instabile e precaria al senato riducendo il grado di governabilità.
Molto critiche c’erano anche per le liste bloccate poiché i cittadini non potevano scegliere direttamente i
loro candidati.
Cosi la corte costituzionale è intervenuta e ha dichiarato incostituzionale il porcellum.

Ci fu una revisione costituzionale che prevedeva che i membri del senato non sarebbero più stati eletti dai
cittadini ma dai consigli regionali. Questa legge elettorale venne dichiarata subito parzialmente
incostituzionale.
Nella versione originale il sistema elettorale chiamato Italicum era un sistema proporzionale, a doppio
turno con un forte correttivo maggioritario.
L’elemento chiave dell’italicum era l’assegnazione di un significativo premio di maggioranza per la lista
vincitrice che avesse conseguito al primo turno il 40% dei voti.
L’italicum prevedeva poi che nel caso la lista vincitrice non avesse raggiunto il 40% dei voti si svolgesse un
secondo turno di ballottaggio tra le due liste con il maggior numero di voti. La lista vincitrice del secondo
turno riceve il premio di maggioranza.
L’italicum prevedeva una soglia di sbarramento del 3% su base nazionale.
Gli elettori potevano esprimere le preferenze di al massimo due candidati purché di sesso differente.
La corte costituzionale però ha dichiarato incostituzionale il premio di maggioranza a esito del ballottaggio.

Alla fine del 2017 con lo scopo di evitare il ritorno alle urne con due leggi elettorali diverse per camera e
senato il parlamento ha approvato una nuova legge elettorale: rosatellum.
È un sistema elettorale misto a prevalenza proporzionale. Sia alla camera che al senato poco più di un terzo
dei seggi viene assegnato su base maggioritaria, il resto con metodo proporzionale.
L’elettore con una scheda deve fare due scelte, la prima è il candidato che vuole sostenere nella
competizione maggioritaria, la seconda il partito nella competizione proporzionale.
I partiti possono presentarsi sia da soli che in coalizioni.
Nella competizione maggioritaria ottiene il seggio il candidato più votato, in quella proporzionale ciascun
partito predispone liste corte in cui non si può esprimere preferenza.
I candidati delle liste devono essere alternati per genere. Al massimo 60-40%.
Le soglie di sbarramento sono 3% per le liste da sole e 10% per quelle coalizzate.
Non e consentito il voto disgiunto, quindi non si può votare un partito diverso da quello che candidato per
cui è stata espressa preferenza.

Sez. III – I principi generali


Il sistema parlamentare bicamerale perfetto in Italia è stato adottato grazie ad un compromesso tra due
tesi contrapposte. La sinistra voleva il modello monocamerale, i liberali e cattolici bicamerale per far sì di
aumentare la rappresentanza popolare.
Il compromesso era il bicameralismo perfetto in cui è presente un senato che fa da camera di
raffreddamento, eletto dal popolo e con i medesimi poteri della camera.
Le differenze tra camera e senato sono di scarso rilievo, l’unica vera differenza era la durata diversa
(camera cinque anni e senato sei), che però è stata eliminata per evitare il rischio che elezioni fate in
momenti diversi dessero origine a maggioranze diverse.

La composizione della camera è di 630 membri, 12 eletti nella circoscrizione estero. Possono essere eletti
tutti coloro che hanno superato i 25 anni di età e possono essere elettori tutto coloro che hanno compiuto
la maggiore età.
La composizione del senato è di 315 membri, 6 eletti nella circoscrizione estero. Possono essere eletti
senatori solo i cittadini con più di 40 anni e possono eleggere solo i cittadini con più di 25 anni.
Alcuni membri del senato sono non elettivi e sono i senatori a vita e sono tutti coloro che hanno rivestito la
carica di presidente della repubblica, coloro che hanno illustrato la patria per altissimi meriti nel campo
sociale, artistico, scientifico… la nomina dei senatori a vita avviene da parte del presidente della repubblica

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e non possono superare i 5.
Il modello del bicameralismo perfetto è soggetto a critiche.
Il fatto che sia camera che senato svolgono le stesse funzioni causa un appesantimento del processo
decisionale interno al parlamento.

5 anni è la durata ordinaria della legislatura sia per la camera che per il senato. Ma capita che le camere
vengano sciolte prima.
Può capitare anche però che invece la loro durata venga prorogata (in caso di guerra).
Non si deve confondere il caso eccezionale della proroga con la prorogatio. La prorogatio è il tempo che
intercorre tra il periodo in cui viene sciolta la camera e il periodo in cui la nuova camera comincia a
lavorare.

Una caratteristica del parlamento è la sua autonomia. Per autonomia si intende la facoltà di un soggetto di
darsi da solo delle regole di comportamento e azione. Quindi si autodetermina, auto organizza, e auto
amministra.
L’autonomia si esplica in diverse forme:
a) Autonomia regolamentare: ciascuna camera adotta il proprio regolamento a maggioranza
assoluta dei suoi componenti, i regolamenti parlamentari disciplinano tutto ciò che concerne
l’organizzazione e il funzionamento delle camere.
Entrambe le camere oltre ai regolamenti parlamentari hanno anche dei regolamenti minori (articolano o
disciplinano alcune specifiche attività del parlamento) e poi anche dei regolamenti di amministrazione.
b) Autonomia organizzativa e funzionale: viene intesa come la possibilità per le camere di
organizzarsi liberamente con riferimento a tutto quanto attiene all’articolazione interna dei propri organi e
funzioni.
c) Immunità della sede: impedisce alla forza pubblica di entrare all’interno delle sedi parlamentari
senza che vi sia un ordine del presidente di assemblea. Gli operatori della stanza ed il pubblico possono
accedere nelle apposite tribune ma devono astenersi da ogni comportamento che possa turbare lo
svolgimento dei lavori.
d) Autonomia contabile: le camere possono gestire senza alcuna interferenza esterna i fonti che
vengono loro riservati.
e) Autodichia: spetta alle camere il compito di adottare provvedimenti relativi alla carriera giuridica
ed economica dei propri dipendenti, ma anche quello di risolvere le controversie.
f) Nella verifica dei poteri: è il procedimento con cui ciascuna camera e senato controllano se coloro
che sono stati eletti avevano titolo per conseguire la carica di deputato o senatore, se a seguito di eventi
verificatisi durante la legislatura deputati e senatori possono continuare a mantenere la carica
parlamentare.
La posizione dell’eletto non è definitiva fino a quando la camera d’appartenenza non effettua la convalida
dell’elezione

Attraverso questo procedimento le camere effettuano due controlli: il primo è che le operazioni elettorali
siano svolte correttamente e il secondo che gli eletti siano titolari della capacità elettorale passiva.
Il procedimento si svolge in due fasi: in un primo momento la giunta delle elezioni effettua il controllo di
delibazione cioè nella verifica dei documenti elettorali. Al termine di questo controllo la giunta propone
all’assemblea la convalida o contestazione dell’elezione.
Se la proposta è di convalida l’assemblea ne prende atto. Se la proposta è la contestazione si apre il giudizio
di contestazione in cui si apre un contraddittorio tra l’eletto contestato e gli altri interessati al giudizio. Alla
fine la giunta propone l’annullamento o la convalida ma la decisione rimane all’assemblea che voterà.
L’annullamento non ha effetto retroattivo quindi le attività svolte dal parlamentare fino a quel momento
saranno lecite.
La seconda tipologia di controlli è quella dell’ineleggibilità e incompatibilità.
Devono quindi accertare la sopravvenienza di eventuali cause preclusive alla permanenza in carica del
parlamentare. Il procedimento è uguale a quello precedente.
Contro le decisioni delle camere non sono ammessi ricordi di alcun tipo.

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Sez. IV – Lo status del parlamentare
Quali sono le condizioni richieste per accedere alla carica parlamentare?
La costituzione sancisce per tutti il diritto di accedere alla carica parlamentare, ma dà anche il compito alla
legge statale di verificare i casi di ineleggibilità e incompatibilità.
L’ineleggibilità è la condizione che a causa di un impedimento giuridico non consente ad un candidato di
essere eletto, in questo caso l’eventuale elezione deve essere annullata.
a) Una delle ragioni può essere l’età, non sono eleggibili a deputato coloro che non hanno 25 anni e
a senatore 40.
b) Non sono eleggibili coloro che sono titolari di cariche elettive come i presidenti delle giunte
provinciali
c) i titolari di uffici pubblici come magistrati, il capo e vice capo della polizia, prefetti ecc.
Si vuole evitare che gli elettori possano essere indotti a vorare i candidati perché potrebbero sfruttare la
loro posizione per attribuire privilegi o per evitare ritorsioni. Il voto potrebbe quindi non essere più libero.
d) Non sono eleggibili anche coloro che intrattengono rapporti con lo stato di carattere economico (i
titolari di concessioni amministrative di notevole entità economica
e) Oppure anche coloro che lavorano nelle ambasciate e nei consolati per evitare interferenze con
altri stati.
L’incompatibilità è la condizione di chi eletto parlamentare e ricoprendo un’altra carica deve scegliere se
mantenerla o acquisire il mandato parlamentare. La differenza tra l’ineleggibilità e incompatibilità è che
nella prima l’elezione parlamentare è direttamente nulla, nella seconda invece il candidato deve effettuare
una scelta entro 30 giorni.
Esiste anche il caso di insindacabilità nel quale i soggetti condannati in via definitiva per tre categorie di
reati non possono candidarsi:
a) Reati di maggiore allarme sociale (tratta di persone, associazione mafiosa, terrorismo) per i quali si
è stati condannati a più d due anni
b) Reati contro la pubblica amministrazione (corruzione concussione e peculato)
c) Per tutti i reati che hanno una pena minima di 4 anni.
Queste categorie precludono in assoluto al soggetto la possibilità di candidarsi.

Una volta avvenuta la proclamazione il candidato assume lo status parlamentare. Questo status e
caratterizzato da una serie di prerogative che cessano con il mandato:
a) Divieto del mandato imperativo o libero mandato parlamentare: garantisce al singolo
parlamentare un’ampia sfera di autonomia e l’eletto non diventa il rappresentante degli elettori ma della
nazione nella sua interezza, quindi non può essere vincolato dagli elettori a seguire eventuali disposizioni.
Il parlamentare è libero di votare sia secondo gli indirizzi del suo partito sia di sottrarsene ed
eventualmente poi cambiare partito. Questo fenomeno è chiamato transfughismo. Sono moltissimi i
parlamentari che durante la legislatura cambiano gruppo parlamentare.
b) Guarentigie parlamentari: l’insindacabilità e l’inviolabilità sono prerogative conosciute come
guarentigie o immunità. Consentono al parlamentare di svolgere il mandato indipendentemente.
Insindacabilità: Ad esempio i parlamentari non possono essere chiamati a rispondere delle loro opinioni o
voti dati nell’esercizio delle loro funzioni (questa previsione indica un’irresponsabilità assoluta). Quindi le
dichiarazioni dei parlamentari sono coperte da insindacabilità solo se queste dichiarazioni hanno un legame
con lo svolgimento delle funzioni parlamentari. Problemi più rilevanti si hanno quando un parlamentare
evoca l’insindacabilità per affermazioni di carattere politico fuori dal parlamento. In questo caso occorre
accertare se le dichiarazioni fatte fuori riproducano quelle fatte dentro al parlamento. Se l’esito dovesse
essere positivo allora sarà coperto.
Inviolabilità: senza autorizzazione della camera nessun membro del parlamento può essere sottoposto a
perquisizione personale o domiciliare ne arrestato o mantenuto in detenzione salvo per una conferma di
condanna o se viene colto in flagrante e non può essere soggetto a intercettazioni.
Non sono privilegi ma garantiscono al parlamentare di svolgere le sue funzioni in modo indipendente.
Impossibilità del parlamentare di essere arrestato trova il fondamento nel fatto che si vuole evitare la più
remota possibilità che iniziative giudiziarie prive di fondamento possano scardinare l’integrità dei

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parlamentari.
Negli anni 90 i parlamentari non poteva subire nemmeno il processo, l’opinione pubblica ovviamente era
contraria soprattutto dopo gli scandali di tangentopoli.
Per il caso delle intercettazioni invece vengono disciplinate anche quelle indirette e casuali. Le
intercettazioni indirette sono operate su mezzi di comunicazione di persone che abitualmente entrano in
contatto con il parlamentare; quelle casuali sono effettuate da terze persone e riguardano un
parlamentare.
c) Indennità: l’indennità netta mensile dei deputati ammonta a circa 5000 euro a cui si aggiunge una
diaria a titolo di rimborso per ogni giorno di soggiorno a Roma fino ad un massimo di 3500 euro mensili.
Questo perché chi non è titolare di rendite indipendenti dallo svolgimento di un lavoro possa svolgere la
funzione di parlamentare.

Sez. V – L’organizzazione delle camere I principali organi delle camere sono:


a) Il presidente dell’assemblea: i regolamenti di camera e senato sono differenti per quanto riguarda
le maggioranze all’elezione.
Alla camera al primo scrutinio è richiesta la maggioranza dei 2/3 dei componenti, al secondo la maggioranza
dei 2/3 dei presenti, al terzo la maggioranza assoluta.
Al senato per eleggere il presidente nei primi due scrutini occorre la maggioranza assoluta dei componenti,
al terzo scrutinio occorre la maggioranza dei presenti. Se nessuno tra i votanti raggiunge la maggioranza si
svolge un ballottaggio decisivo tra i due più votati al terzo scrutinio.
La figura del presidente è molto importante le sue funzioni possono avere rilievo interno o rilievo esterno.
Tra le più importanti funzioni con rilievo interno ci sono la direzione dei lavori e delle discussioni. Tra le
funzioni di rilievo esterno ad esempio i presidenti delle camere possono essere ascoltati dal presidente
della repubblica prima dello scioglimento anticipato delle camere.
Ci sono tre modelli con cui il presidente esercita le sue funzioni:
1) Dovrebbero svolgere una funzione arbitrale e imparziale un po’ come lo speaker in gran
Bretagna che non intrattiene nessun rapporto con il suo partito politico di provenienza.
2) Una seconda impostazione si rifà al modello statunitense in cui lo speaker è uno dei leader del
partito maggioritario ed è protagonista attivo.
3) Una posizione intermedia è quella del presidente della V repubblica francese che svolge le sue
funzioni con imparzialità ma che rimane legato al suo partito di provenienza.
La figura del presidente dell’assemblea è influenzata dal sistema elettorale e dal contesto partitico.
b) L’ufficio di presidenza: opera in ciascuna camera con lo scopo di aiutare il presidente. Oltre che
dal presidente stesso è formato da 4 vicepresidenti (sostituiscono il presidente), 8 segretari (collaborano
con il presidente per garantire il regolare andamento dei lavori e delle operazioni di voto) e 3 questori (si
occupano della gestione dei fondi e dei bilanci).
c) I gruppi parlamentari: ciascun deputato o senatore deve far parte di un gruppo parlamentare. Il
gruppo riunisce tutti i parlamentari che aderiscono allo stesso partito.
Alla camera devono essere formati da almeno 20 deputati, al senato invece occorrono 10 senatori. Se un
parlamentare non dichiara di che gruppo parlamentare vuole far parte verrà aggiunto ad un gruppo misto.
Solo i senatori a vita possono non far parte di un gruppo parlamentare.
Ogni gruppo presenta un capogruppo, uno o più vice capogruppo e un comitato direttivo (nella camera).
Hanno regolamenti interni.
Come già detto i parlamentari possono passare da un gruppo all’altro o formare nuovi gruppi.
d) La conferenza dei capigruppo: i presidenti dei vari gruppi formano la conferenza dei capigruppo
che deve decidere la programmazione dei lavori nell’aula, il calendario e l’ordine del giorno delle sedute e
la ripartizione dei tempi di intervento.
e) Commissioni parlamentari: dopo la formaizone dei gruppi parlamentari i gruppi decidono quali
membri andranno a comporre le commissioni parlamentari, formate in modo da rispecciare la proporzione
dei gruppi.
Possono distinguersi per composizione e durata. Ci sono commissioni monocamerali e bicamerali a seconda
che siano formate dai parlamentari di una o di tutte e due le camere e possono essere permanenti o
temporanee.
Le commissioni permanenti monocamerali sono quelle chiamate per k’apprvaizone delle leggi.

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Ci sono 14 commissioni permanenti sia alla camera che al senato. Ciascuna assemblea svolge le sue funzioni
con riferimento esclusivo alla sua materia. (affari costituzionali, giustizia, difesa, bilancio..) Tra le
commissioni temporanee ci sono quelle di inchiesta, possono essere sia monocamerali che bicamerali.
L’obiettivo di tali commissioni è quello di indagare su questioni di particolare interesse per la collettività.
Per svolgere le inchieste le commissioni possono utilizzare gli stessi poteri di cui dispone la magistratura
(intercettazioni, sequestri, interrogatori di testimoni).
f) Le giunte: non sono previste dalla costituzione ma trovano la loro fonte di disciplina nei
regolamenti parlamentari. Il regolamento della camera dei deputati prevede 3 giunte e per il senato 2. I
membri delle giunte sono nominati dai presidenti di assemblea.
La giunta per il regolamento ha il compito di proporre ed esaminare le modifiche ai regolamenti
parlamentari ed esprimere pareri sulle questioni di interpretazione.
La giunta delle elezioni e quella delle autorizzazioni si occupano della verifica dei poteri.
La costituzione prevede che i alcuni casi il parlamento si possa riunire e deliberare in seduta comune. Cio
avviene per l’elezione, il giuramento e la messa in accusa del presidente della repubblica; l’elezione di 5
giudici costituzionali ecc.
Il parlamento in seduta comune è presieduto dal presidente della camera e si riunisce nella camera.

Sez. VI – Le funzioni del parlamento


La costituzione dice che le deliberazioni di ciascuna camera e del parlamento non sono valide se non è
presente la maggioranza dei loro componenti e se non sono adottate a maggioranza dei presenti.
Quindi ci sono due requisiti di validità:
1) Validità delle sedute: si tratta del quorum costitutivo o numero legale che è pari alla metà più uno
dei componenti. Il numero legale è dato sempre per presupposto a meno che un gruppo di parlamentari
non richieda la verifica legale. Se viene accertata la mancanza di parlamentari la seduta è rinviata.
2) Il secondo requisito riguarda le deliberazioni per le quali è generalmente richiesto il voto
favorevole della maggioranza dei presenti.

Nb:
maggioranza semplice: voto favorevole della maggioranza più uno dei voti espressi maggioranza assoluta: voto
favorevole della metà più uno dei componenti maggioranze qualificate: voto favorevole dei 2/3 o 3/5 dei componenti

i voti di astensione non vengono calcolati.


Invece per quanto riguarda le modalità di votazione è stata ridotta la possibilità di utilizzare il voto segreto.
La modalità generale è il voto palese che può essere effettuato per alzata di mano, con dispositivo
elettronico o per appello nominale.
Le camere di riuniscono in sedute pubbliche per favorire trasparenza della propria attività.

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