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“L’evoluzione della figura dell’intellettuale dal 1200 al 1500”

Nell’età pre-comunale la figura dell’intellettuale era ancora strettamente legata alla chiesa: egli era
un chierico e si trovava all’interno di monasteri o comunque inserito in istituzioni ecclesiastiche;
facevano eccezione solo le figure di trovatori e giullari.
Con l’avvento dei comuni l’attività intellettuale si stacca dal mondo religioso, dando origine a
professioni cittadine quali l’insegnamento, la giurisprudenza e la medicina, tutte forme lavorative
che si sostengono autonomamente.
Tutto ciò avviene in ritardo nei comuni italiani centro-settentrionali rispetto alla Francia, dove, gia
nel XII sec., l’intellettuale era autonomo grazie all’attività filosofica unita all'istruzione, mentre in
Italia si era più legati alla politica.
L’intellettuale del Duecento possiede competenze specifiche come la capacità di scrivere secondo le
regole della retorica e quella di divulgare il proprio pensiero, l’arte cioè della retorica tesa a far
conoscere la cultura classica e cristiana, ritenuta fondamentale per l’edificazione di una coscienza
morale e civile, cultura richiesta quindi ai nuovi intellettuali, notai e giuristi.
Da queste categorie, in cui le basi umanistiche e letterarie si uniscono a competenze professionali,
giunge gran parte di scrittori e poeti che costituiranno i primi letterati italiani, esperti nella retorica e
notai o giuristi di professione, inseriti cioè nella vita economica e politica cittadina; esiste inoltre la
figura dei notai-cronisti, che dimostrano la relazione fra intellettuali e istituzioni urbane, portando
ad una diffusione del volgare nei documenti scritti.
Nella seconda metà del Trecento vi è la fine del rapporto tra letteratura e realtà sociale e politica
contemporanea, che era stato possibile rilevare in Dante ma che diventa improponibile per scrittori
come Petrarca e Boccaccio.
Viene quindi a profilarsi un distacco tra studi giuridici e letterari, l’intellettuale ora è un letterato
che intende il suo operato al di fuori di ambiti pratici, politici o religiosi, egli chiede quindi solo il
riconoscimento del suo valore.
Gli intellettuali sono ora riconoscibili in notai e giuristi, banchieri e mercanti, insegnanti, cortigiani,
cioè letterati di professione accolti a corte come tali, e chierici che abbracciano la chiesa come
appoggio.
La divisione tra intellettuali e politica porta ad alcune conseguenze nei comportamenti e nella loro
cognizione di sé:
1. essi tendono a costituire un rapporto di scambio con chi detiene il potere, in cambio
di ospitalità e protezione offrono il prestigio dato dalla loro permanenza nella corte,
adempimento di incarichi importanti e inoltre la celebrazione nelle proprie opere della
magnanimità dei mecenati;
2. si propongono ai posteri e all’umanità come modelli, dando di se stessi un’immagine
ideale e monumentalizzata;
3. si collocano come direttori politici ed etici-pedagocici delle coscienze oppure si
distaccano totalmente dalla vita sociale alla ricerca della perfezione interiore; in entrambi i
casi si considerano i legittimi eredi e continuatori della civiltà romana;
4. viene a formarsi una letteratura chiusa, scritta cioè da umanisti per altri umanisti o
comunque per una élite capace di stimare i classici ponendoseli come modello.
Fino al Cinquecento, in Italia l’intellettuale aveva trovato a corte la possibilità di allestire spettacoli,
fare il precettore, scrivere opere encomiastiche ed esercitare compiti diplomatici e amministrativi;
sia nella corte sia nella curia comunque essi avevano funzioni letterarie e umanistiche.
Con la discesa di Carlo VIII si avverte il bisogno di ricoprire incarichi più tecnici, più professionali,
come succedeva nelle grandi monarchie nazionali; così nel periodo tra la discesa di Carlo e il sacco
di Roma, il letterato umanista cerca di porsi come precettore sociale e legislatore di modelli (come
quelli del cortigiano e del principe, posti da Castiglione e Machiavelli), senza però rinunciare alla
superiorità conferitagli dal ruolo di letterato filosofo.
Simultaneamente la crisi politica e militare delle corti porta gli intellettuali alla ricerca del lavoro
nella curia, vi è cioè un processo di clericalizzazione dell’intellettuale, ostacolato solo a Firenze
dalle vicende repubblicane cittadine; Firenze però, nella prima metà del Cinquecento, insieme a
Milano vede diminuire la propria importanza culturale, a favore di Roma, di Venezia, grande centro
editoriale, e di Padova, sede di un’importante università.
Le speranze di un ritorno a corte dell’intellettuale sono ormai superate dopo il sacco di Roma, e
all’umiliazione del sogno umanistico si aggiunge la dipendenza da una curia principalmente
interessata a reagire agli effetti della Riforma.
Parallelamente, sia nella curia sia per un principe, l’intellettuale si converte in ministro, un
funzionario con ben delineate competenze tecniche e professionali che non è più direttamente
subordinato al mecenate ma a caste burocratiche in cui ha relativa importanza.
Oltre le possibilità sopra citate, restavano altre due opportunità, quella universitaria e quella
editoriale, di quest’ultima Pietro Aretino capì subito l’importanza, deducendo che il libro si poteva
vendere come ogni altro prodotto, e bisognava rivolgersi ad un pubblico più ampio rispetto a quello
usuale, coinvolgendo anche i borghesi e il popolo.