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SOCIOLOGIA ECONOMICA (Trigilia - Vol.

2)
La sociologia economica è una scienza che approfondisce i rapporti di interdipendenza tra fenomeni
economici e sociali chiedendosi se, quando e come i processi e i meccanismi sociali della vita
collettiva siano operanti anche in quel particolare contesto istituzionale che è il mercato.

CAPITOLO III
LO STATO SOCIALE KEYNESIANO E LA POLITICAL ECONOMY
COMPARATA
Nel corso degli anni ’70 si manifesta una significativa ripresa della prospettiva di analisi della
sociologia economica nello studio dei paesi più sviluppati che avendo adottato il modello
keynesiano nel secondo dopo guerra entrano in crisi per la contemporanea crescita di inflazione e
disoccupazione.
Questo modello, che aveva come strumenti l’intervento dello Stato nell’economia e nel sociale, va
in crisi a partire dagli anni ‘70, quando non si riesce più a dare un’interpretazione alle difficoltà che
investono le economie dei paesi più industrializzati (crescita di inflazione e disoccupazione).
Si parla di crisi o di declino dello stato sociale keynesiano. (Lo Stato Keynesiano affonda le sue radici
nel cosiddetto ‘welfare state’ o Stato del benessere. Nel secondo dopoguerra, soprattutto a causa della grande
crescita postbellica e della ridefinizione dei confini fra economia e sociologia, vi era stata una diffusione del
modello di economia keynesiana. Con ciò si intende un crescente intervento pubblico in campo economico e
sociale, basato sull’adattamento delle politiche di sostegno della domanda di Keynes per la risoluzione dei
problemi della crescita economica. Si indica dunque un tipo di Stato che, in confronto ad altre forme, pone
una maggiore enfasi sulle politiche ridistributive e sulle riforme sociali a favore delle classi subalterne).
Cominciano ad essere comparati i diversi casi nazionali per capire come fattori istituzionali
influiscano sulle emergenti tensioni economiche e sociali. Tra questi fattori particolare rilievo viene
dato alla dimensione politica e al ruolo dello stato, facendo manifestare una ripresa della sociologia
economica come political economy comparata, un approccio simile a quello analizzato nello
studio dei paesi arretrati.

Ascesa e declino dello stato sociale keynesiano


ll secondo dopoguerra è caratterizzato da un crescente intervento dello Stato in campo economico e
sociale, e non solo come politiche di sostegno della domanda delineate e auspicate da Keynes.
Concepite come strumento per favorire la fuori uscita dell’economia da una situazione di
depressione, e quindi in un’ottica di breve periodo che considerava sostanzialmente date le risorse
produttive, nel dopoguerra invece quest’impostazione viene modificata in due direzioni:
1. Il diffondersi del cosìddetto keynesismo della crescita, cioè il tentativo di usare l’intervento
statale, e soprattutto la spesa pubblica, come strumento per sostenere lo sviluppo economico, e non
solo per curare le depressioni; 2. L’uso della spesa pubblica come mezzo per accrescere e
consolidare e favorire il consenso attraverso la massiccia diffusione dei programmi di welfare
(indipendentemente dal ciclo economico e dalla situazione occupazionale)
È con riferimento a questi due fenomeni che si può parlare più specificamente di
stato sociale keynesiano, intendendo quindi un intervento pubblico che si allontana dalle concezioni
originarie di Keynes, e si realizza in forme più o meno estese nei paesi sviluppati dell’Occidente.
Le nuove idee sostengono, a differenza di Keynes, che la POLITICA DELLA DOMANDA debba
essere usata non solo per evitare le recessioni, ma anche per favorire lo sviluppo produttivo (si
ritiene, in sostanza, che lo sviluppo economico dipenda dalla crescita degli investimenti, i quali
generano a loro volta un incremento della produzione e della produttività). La politica della
domanda può essere allora indirizzata a sostenere gli investimenti anche in presenza di piena
occupazione.
Per quel che riguarda le politiche di sostegno della domanda più tradizionali emergono modelli
diversi, si è contrapposto un modello di keynesismo debole a uno di keynesismo forte.
Nel Keynesismo Debole (ex.Stati Uniti fino agli anni ‘70) l’intervento pubblico si limita
maggiormente a stabilizzare il ciclo economico sostenendo la domanda nei momenti di recessione e
raffreddandola in quelli di pieno utilizzo dei fattori produttivi; le politiche economiche si
avvicinano al tipo stop and go con un alterarsi di manovre espansive e recessive (incentivi monetari
e fiscali (go) quando il sistema presenta una condizione di elevata disoccupazione e provvedimenti
di carattere restrittivo (stop) nelle situazioni di forte inflazione o anche di deficit della bilancia dei
pagamenti) e la spesa sociale è in genere meno consistente. Nel Keynesismo Forte invece ci si
impegna maggiormente sulla difesa della piena occupazione e della crescita economica per poter
finanziare l’aumento più consistente della spesa sociale (es. paesi scandinavi). A questa forma di
keynesismo sono associabili sindacati più forti e centralizzati, relazioni industriali più
istituzionalizzate, governi di sinistra impegnati non solo sul terreno della piena occupazione, ma
anche su quello della diffusione del welfare.

La crescita dei sistemi di protezione sociale


Ciò che caratterizza particolarmente lo stato sociale keynesiano è la forte crescita delle politiche di
welfare, soprattutto per il riconoscimento dato ai diritti civili, politici e sociali a seguito della
domanda proveniente dalle classi subalterne. Possiamo individuare tre spiegazioni circa lo sviluppo
del Welfare State: 1. BENDIX, in polemica con Marx, insiste sull’importanza del grado di apertura
del sistema politico: dove questo è più aperto e più disponibile a incanalare le nuove richieste, come
è tipicamente avvenuto nel caso inglese, queste si sviluppano gradualmente, senza mettere in
discussione le istituzioni democratiche (a favorire lo sviluppo del Welfare state sono dunque
obiettivi di natura politica e sociale, piuttosto che obiettivi economici). L’opposto accade invece
dove la tradizione istituzionale e le classi dominanti ostacolano il riconoscimento dei nuovi diritti
delle classi subalterne che si formano e si mobilitano con il processo di industrializzazione.
2. Altro tipo di spiegazione deriva dalle Teorie NEOMARXISTE dello Stato, secondo cui lo Stato
è spinto a estendere il suo ruolo in campo economico e sociale per favorire la riproduzione del
capitalismo: la crescita dei programmi di protezione sociale ha quindi la funzione di aumentare e
mantenere il consenso popolare. Entrambe queste spiegazioni sull’evoluzione del welfare hanno
però il difetto di muoversi su un livello molto generale, non considerando le differenze che vi sono
tra i diversi paesi nella spesa per le politiche sociali e negli specifici modelli istituzionali.
A questi interrogativi hanno cercato di rispondere alcuni studi comparativi, mettendo in luce che
fattori (fattori sociocentrici) come la mobilitazione delle classi inferiori, le esigenze dell’economia
capitalistica ed il livello di sviluppo economico, hanno un impatto differente sui tempi,
sull’estensione e sulle modalità delle politiche sociali, in relazione a variabili di tipo politico-
istituzionale, o legate alla cultura delle élite amministrative o alle tradizioni di politiche pubbliche
ereditate dal passato.
In questo senso, un fattore cruciale è costituito dalla mobilitazione delle classi subalterne che si
formano con lo sviluppo capitalistico e che tendono a essere sempre più sganciate dalle tradizionali
forme di protezione sociale e a riunirsi in organizzazioni politiche.
Il processo è differente nei regimi di tipo autoritario e in quelli parlamentari che risultano più aperti
alle rappresentanze dei nuovi gruppi sociali (nei regimi di tipo autoritario i programmi di protezione
sociale si affermano come reazione delle elìte conservatrici. Nei regimi parlamentari invece invece
il processo è più ritardato per le resistenze del partito operaio che vede con sospetto l’intervento
statale).
Nel secondo dopoguerra, i Paesi in cui i partiti legati ai movimenti operai sono stati al governo,
hanno introdotto politiche sociali e programmi più estesi. Il ruolo dei partiti legati al movimento
operaio risulta di fondamentale importanza per le modalità di organizzazione dei sistemi di
protezione sociale. Il processo è differente a seconda che il governo tatale sia di tipo
AUTORITARIO o PARLAMENTARE. A partire da questo punto di vista, Titmuss e più tardi
Esping-Andersen hanno identificato TRE IDEALTIPI PRINCIPALI DI WELFARE:
1. ISTITUZIONALE–REDISTRIBUTIVO (es. stati scandinavi), che copre i principali rischi per
l’intera popolazione nazionale sulla base del riconoscimento di diritti sociali come componente
essenziale della cittadinanza. Si tratta di programmi pubblici che forniscono benefici uniformi e
uguali per tutti i cittadini; il sistema di protezione sociale agisce sulle disuguaglianze sociali
attraverso la redistribuzione operata dallo stato. 2. RESIDUALE (es. gli USA di Reagan e la G.B.
della Thatcher), che si contrappone al precedente in quanto la protezione sociale pubblica è volta a
coprire una fascia limitata di popolazione che si trova in condizioni di particolare indigenza e
bisogno, per rischi che non sono coperti dal mercato, dalla famiglia o da forme di azione volontaria;
in questo caso, i programmi, anche per la minore forza del movimento operaio e dall’assenza di
partiti di orientamento socialista, sono molto selettivi e l’impegno di spesa resta più modesto e
influenzato dall’ideologia liberale. 3. REMUNERATIVO di Titmuss, o (MERITOCRATICO-
CORPORATIVO di Massimo Paci o CONSERVATORE-CORPORATIVO di Andersen), secondo
cui l’assicurazione (obbligatoria garantita e sostenuta dallo stato) contro i principali rischi si basa
non su un diritto di cittadinanza, ma sull’appartenenza a una categoria socio-professionale. I
benefici sono così differenziati in relazione alla posizione occupazionale, ed il finanziamento si
basa più sui contributi che sulla tassazione, e sono quindi più deboli le finalità redistributive;
prevalgono inoltre nettamente i trasferimenti monetari rispetto ai servizi offerti dallo stato. Questo
terzo modello è riscontrabile soprattutto nell’esperienza dei paesi europei continentali (es.
Germania, Austria, Italia). Una caratteristica di questo modello continentale è la particolare
influenza esercitata sul piano politico dalla cultura cattolica che tende a rafforzare il ruolo della
famiglia nel soddisfacimento dei bisogni sociali e nella differenza dell’occupazione femminile. Si
parla di welfare occupazionale-familiaristico nell’Europa meridionale. Nel complesso, al di là delle
differenze, va comunque sottolineato che in tutti i paesi più sviluppati si determinò nei due decenni
postbellici un notevole incremento dell’impegno dello Stato nel sociale. La situazione cominciò a
cambiare alla fine degli anni ‘60 proprio per effetto dei successi dello stato sociale keynesiano.

Le tensioni economiche e sociali degli anni ’70.


Con gli anni ‘70 si manifestano una serie di sintomi che rimettono in discussione il processo
distabilizzazione economica e sociale dei paesi capitalistici più sviluppati. Si assiste ad una generale
ripresa del conflitto industriale; crescita dei tassi di inflazione a livelli molto superiori a quelli dei
decenni precedenti; sensibile diminuzione dei tassi di crescita della produzione con conseguente
aumento della disoccupazione. Le teorie keynesiane davanti al problema della disoccupazione
sembrano in difficoltà (contemporanea presenza di elevata inflazione e disoccupazione,
stagflazione).
In realtà, il meccanismo di regolazione istituzionale dell’economia basato sullo stato sociale
keynesiano tende a generare nel tempo due tipi di effetti perversi: il primo legato a modificazioni
che intervengono a livello microeconomico in seguito al ridursi della disoccupazione, per il fatto
che i soggetti che entrano a far parte stabilmente della classe operaia maturano nuove domande sia
sul piano retributivo che su quello del riconoscimento sociale e politico; nel contempo, la divisione
del lavoro diventa sempre più rigida e destraniante. Ciò porta ad un rafforzamento delle
organizzazioni sindacali che traggono vantaggio dalla situazione di piena occupazione, con un
effetto generale di spinta alla crescita dei salari che alimenta l’inflazione; il secondo, a livello
macroeconomico, per la difficoltà di controllo della spesa pubblica da parte dei governi che si
accompagna all’espansione dei sistemi di protezione sociale. Anche da questo punto di vista vi è
quindi una spinta all’inflazione che viene dalle politiche di spesa dei governi stessi.
Keynes assegnava infatti all’intervento dello stato di regolazione della domanda la funzione di
impedire o di curare le fasi di depressione delle attività economiche. Non rientrava nella sua
prospettiva l’idea che la politica attiva della domanda potesse diventare uno strumento per pilotare
la crescita economica. Per di più, la sua concezione più limitata dell’intervento pubblico si
accompagnava ad altri due presupposti di natura istituzionale, anch’essi smentiti dall’esperienza dei
decenni postbellici: il primo presupposto è relativo al governo delle politiche della domanda, che
Keynes riteneva naturale essere svolto da élite burocratiche competenti votate all’interesse pubblico
quando in realtà nelle democrazie occidentali il controllo della spesa pubblica diventò ben presto
uno strumento cruciale per la classe politica allo scopo di favorire e riprodurre il consenso. Le scelte
finirono per essere influenzate da valutazioni più politiche che tecniche, con una crescita
incrementale della spesa che generò effetti inflattivi. Il secondo riguarda l’allentamento della
disciplina del mercato della domanda e offerta di lavoro indotto dalla piena occupazione.
Keynes riteneva che il mercato avrebbe dovuto continuare a svolgere una funzione essenziale, sia
nella regolazione del mercato dei prodotti che del lavoro. Gli effetti perversi dello stato sociale
keynesiano, manifestatisi in modo marcato alla fine degli anni ’60 vengono rinforzati da una serie di
altri fattori, alcuni di carattere più strutturale e di lungo periodo (saturazione del mercato dei beni
della produzione di massa a cui contribuì anche l’aumento del costo dell’energia da parte dei paesi
arabi e contemporanemente l’intensificarsi intensificarsi della concorrenza poveniente dai nuovi
paesi industriali come quelli asiatici), altri di carattere più contingente (brusca impennata dei prezzi
petroliferi e l’abbandono del sistema dei cambi fissi a favore di uno a cambi fluttuanti, con la
connessa svalutazione del dollaro), che insieme contribuirono ad aggravare la situazione economica
e sociale.

La varieta dei sistemi di regolazione. Principi e sistemi di regolazione


In linea generale, è possibile distinguere tre forme di regolazione con le relative istituzioni:
LO SCAMBIO DI MERCATO SULLA BASE DI PREZZI con le istituzioni dei mercati
autoregolati. LA SOLIDARIETÀ SULLA BASE DI OBBLIGAZIONI CONDIVISE con una
vasta gamma di istituzioni (famiglia, comunità locale, movimenti o associazioni volontarie; in
questo vicina alla reciprocità di Polanyi). L’AUTORITA’, basata sulla coercizione, con le
istituzioni dello stato (corrispondente, a grandi linee, alla redistribuzione di Polanyi) o, a livello
micro, con l’impresa come organizzazione gerarchica.
In base alle teorie del neocorporativismo, a questo quadro consolidato si può aggiungere come
forma di regolazione anche la CONCERTAZIONE e le associazioni di tipo neocorporativo come
istituzioni che la sostengono. In realtà, la CONCERTAZIONE NEOCORPORATIVA è anch’essa
vicina alla redistribuzione di Polanyi, proprio per il rilievo che hanno decisioni e interventi politici
nella produzione e distribuzione del reddito (scambio politico). Tuttavia, è anche vero che in questa
forma di regolazione l’allocazione delle risorse e i rapporti tra i soggetti (in particolare lavoratori e
imprese) non avvengono soltanto tramite comandi dello stato (norme legislative o amministrative),
ma coinvolgono in misura rilevante le organizzazioni degli interessi, ai quali vengono delegate
funzioni pubbliche in importanti sfere di decisione in campo economico e sociale. In questo senso,
si può quindi considerare la concertazione neocorporativa come una variante moderna della
redistribuzione che aiuta a mettere meglio a fuoco alcuni caratteri regolativi delle economie
capitalistiche. C’è però un’altra distinzione importante da ricordare: ogni economia concreta non si
baserà mai soltanto su un’unica forma di regolazione, per cui è opportuno distinguere anche tra
principi o forme di regolazione e sistemi di regolazione. I principi o forme di regolazione,
riguardano le regole secondo le quali le diverse risorse vengono combinate nel processo produttivo,
il reddito prodotto viene distribuito e i potenziali conflitti tra i soggetti del processo economico
vengono controllati. Il rilievo che una determinata forma di regolazione ha in un’economia concreta
può essere allora riscontrato in base al ruolo delle istituzioni che la sostengono. Per sistema di
regolazione s’intende invece la specifica combinazione e integrazione tra diverse forme di
regolazione che caratterizza una determinata economia, concetto equivalente a quello di sistema
economico, inteso come una modalità di regolazione istituzionale complessiva di una determinata
economia. Ciascuno dei tre tipi o sistemi di regolazione è caratterizzato da una forma regolativa
prevalente, e da una diversa combinazione e integrazione delle altre tre. Il concetto di sistema di
regolazione può essere usato anche a livello microeconomico, per studiare la specifica
organizzazione di determinati settori di imprese o le economie di territori sub-nazionali.

CAPITOLO VI
LA GLOBALIZZAZIONE E LA DIVERSITÀ DEI CAPITALISMI
Se in un primo momento a suscitare l’attenzione degli studiosi sono stati soprattutto i vantaggi delle
economie coordinate di mercato, cioè di un modello di capitalismo più organizzato (es. tedesco
ogiapponese), rispetto a quelle non coordinate (di tipo anglosassone), negli ultimi anni, questa
immagine è stata rimessa in discussione non solo dai segni di ripresa dell’economia americana e
britannica, ma più ingenerale dall’affermarsi del fenomeno della globalizzazione. La crescente
interdipendenza e integrazione delle economie a livello mondiale sembra, infatti, minacciare gli
equilibri dei modelli di capitalismo più organizzato, in cui lo spazio del mercato è maggiormente
limitato da altre forme di regolazione. In questo senso, il capitalismo di tipo anglosassone, che si
affida maggiormente al mercato, mostra invece segni di adattarsi meglio, almeno nel breve periodo,
a questa nuova situazione.

I DUE CAPITALISMI
Una volta riportata sotto controllo l’inflazione, che nel corso degli anni ‘70 costituiva il problema
principale per le economie dei paesi sviluppati, l’attenzione si sposta verso un altro aspetto che
sembra condizionare sempre di più lo sviluppo economico dei diversi paesi: la capacità di
innovazione delle imprese. Per questa strada la political economy comparata tende a incontrarsi con
i risultati degli studi sulle trasformazioni del fordismo e i nuovi modelli flessibili. A partire dagli
anni ’80, poi, i confini delle economie si aprono sempre più, e l’economia di una nazione è
maggiormente influenzata da quella delle altre. Una quota crescente della produzione è orientata
verso i mercati internazionali, e il reddito di un paese diventa più dipendente dalla capacità delle sue
imprese di vincere la concorrenza delle importazioni nei mercati interni e di competere con
successo su quelli esteri. È in questo quadro che, agli inizi degli anni ‘90, una serie di studi cercano
di mettere a fuoco la diversità di reazione dei capitalismi nazionali alle nuove sfide dell’ambiente. Il
problema cruciale non è più soltanto il controllo dell’inflazione, ma la bilancia dei pagamenti. Ciò
richiede di non fissare soltanto l’attenzione sulle istituzioni che permettono di contenere i salari,
cioè sulle relazioni industriali a livello centrale, come nel modello neocorporativo, da sole non più
sufficienti a sostenere l’occupazione. Quest’ultima dipende ora maggiormente dalla capacità delle
imprese di innovare, e di mantenere e accrescere quote del mercato internazionale. Ciò a sua volta
richiede un particolare contesto istituzionale che favorisca lo spostamento verso produzioni flessiili
e di qualità, atte a ridurre la competizione di prezzo che viene dai paesi in via di sviluppo, con bassi
costi del lavoro.
La variabile dipendente, il problema al centro dell’indagine, non è quindi più il grado di controllo
dell’inflazione e della disoccupazione, ma la capacità di innovazione delle imprese da cui
dipende la penetrazione nel mercato interno e internazionale e quindi, in misura crescente, il reddito
e l’occupazione di un determinato paese. Di conseguenza, cambia anche il quadro dei fattori
causali, che si estende alle istituzioni che condizionano l’innovazione delle imprese a livello micro:
la finanza, i meccanismi di governo delle imprese, il ruolo del management, la regolazione dei
rapporti di lavoro, la formazione della manodopera e i servizi alle imprese. È proprio la diversità
dell’ambiente istituzionale che porta a modelli di capitalismo nazionale differenti rispetto alle loro
capacità di adattamento al mercato internazionale.

La capacità di innovazione delle imprese


Soskice individua cinque condizioni essenziali dalle quali dipende la capacità delle imprese dei
paesi più sviluppati di spostarsi verso una produzione flessibile di qualità, in modo da evitare la
competizione di prezzo legata al costo del lavoro: 1) gestione manageriale orientata a lungo
termine
(l’innovazione è infatti, un processo rischioso, che richiede tempo e investimenti a resa non
immediata); 2) Elevate competenze professionali – non solo nel management, ma anche nella
manodopera – in continuo aggiornamento, dal momento che il miglioramento della qualità dei beni
è legato all’innovazione di processo e di prodotto;
3) La capacità di cooperazione tra management e lavoratori, con il superamento delle gerarchie
rigide del fordismo e il coinvolgimento attivo dei lavoratori nella realizzazione degli obiettivi
aziendali; 4) Un’elevata capacità di cooperazione con i clienti e con i sub-fornitori, che permette di
scambiare informazioni e costruire reti fiduciarie che favoriscono l’innovazione, in una situazione
in cui i costi per la messa a punto di nuovi prodotti sono elevati e la loro resa sul mercato diventa
più breve; 5) Un contenimento salariale rispetto alla crescita della produttività.
Le condizioni sopra elencate non si determinano però per la sola volontà del management delle
imprese, ma sono favorite o ostacolate dall’ambiente istituzionale esterno alle imprese.
Relativamente alle istituzioni, sono, in particolare, da tenere presenti due aspetti:
1. L’origine non solo contrattuale delle istituzioni. Queste ultime si formano sulla base di una
comune matrice culturale formatasi in una storia di lunga durata (sono, quindi, patch dependency),
che rende il patrimonio istituzionale ereditato dal passato non facilmente plasmabile; 2. Il contesto
istituzionale nazionale. Ciò non vuol dire che la dimensione subnazionale, in particolare quella
regionale, non possa essere anche importante: essa tende a diventare anche più rilevante con i
modelli di organizzazione flessibile; e lo sviluppo dei distretti industriali nelle regioni italiane del
centro-nordest è un esempio particolarmente evidente).
Le condizioni istituzionali della competitività
Relativamente all’influenza di diversi contesti istituzionali sulle condizioni che favoriscono
l’innovazione delle imprese, la situazione dei paesi più sviluppati può essere ricondotta a due
modelli idealtipici: 1) Le economie coordinate di mercato, caratterizzate da un sistema di
regolazione in cui il ruolo del mercato è più limitato rispetto a quello dello Stato, delle associazioni,
ma anche di forme di solidarietà a base comunitaria (es. paesi dell’Europa continentale centro-
settentrionale). 2) Le economie non coordinate di mercato, nelle quali il ruolo di regolazione del
mercato resta invece più ampio (comprendono i paesi anglosassoni, es. Stati Uniti e Gran Bretagna).
Di questi due modelli, quello che sembra abbia offerto un ambiente istituzionale più favorevole
all’innovazione per le imprese pare sia stato il primo, di cui costituiscono un esempio i capitalismi
della Germania e del Giappone degli anni ‘80. Per analizzare il modo in cui le economie coordinate
di mercato favoriscono l’innovazione occorre analizzare diverse dimensioni della regolazione
istituzionale.
1) Un primo aspetto riguarda la finanza e l’assetto proprietario delle imprese ed è legato alla
gestione manageriale a lungo termine. Nelle economie non coordinate le esigenze di finanziamento
delle imprese sono soddisfatte prevalentemente attraverso il reperimento di capitale sul mercato
azionario; le imprese, a loro volta, sono quotate in borsa, per cui la proprietà del capitale è condivisa
da un insieme di attori diversi, non vincolati da un rapporto a lungo termine con l’impresa. La
decisione di tenere o vendere le azioni possedute dipende, infatti, più da valutazioni sulla loro
redditività a breve, o da eventuali offerte di acquisizione. Tutto ciò scoraggia il management dal
puntare su investimenti a resa più rischiosa edilazionata nel tempo, e quindi ostacola l’innovazione.
I dirigenti sono inoltre più propensi a garantire una redditività a breve, anche con attività di tipo
finanziario, per il rischio elevato di acquisizioni ostili dell’impresa in caso di perdita di redditività.
Un cambiamento di proprietà comporta, infatti, la possibilità di una sostituzione del management da
parte dei nuovi detentori del capitale. Nelle economie coordinate di mercato:
 Il mercato borsistico è molto meno sviluppato che nei capitalismi anglosassoni.
 Le esigenze di finanziamento a lungo termine delle imprese sono soddisfatte
principalmente dalle banche.
 La proprietà delle imprese, specie quelle più grandi, è detenuta da un ristretto gruppo
di azionisti, in cui le banche e altre istituzioni finanziarie hanno un ruolo di rilievo;
In questa situazione il management, meno minacciato dai rischi di acquisizioni ostili è più
incoraggiato a intraprendere investimenti e progetti a lungo termine, sulla cui resa sono poi valutati
dai detentori del capitale. Per contro, un capitale ‘paziente’ può costituire uno stimolo debole per il
management, mentre ‘l’impazienza’ del mercato azionario esercita un controllo più stringente
sull’efficienza dei dirigenti industriali, anche se ne schiaccia l’azione sulla ricerca di profitti a
breve. Una differenza tra le due forme di capitalismo, importante per il funzionamento
dell’economia, è che:
- In un caso, le regole istituzionali privilegiano la posizione degli shareholders, cioè dei
detentori del capitale azionario. Essi hanno un potere determinante sulle strategie
dell’impresa e tendono a considerare quest’ultima come una rete di contratti volta a
massimizzare il profitto a breve.
- Nell’altro modello, pesano maggiormente gli interessi degli stakeholders, cioè del
managegment e dei lavoratori, ed è presente l’idea dell’impresa come comunità di
appartenenza.
2) Un secondo aspetto che differenzia i due tipi di capitalismi è la regolazione della formazione
professionale. Si tratta di un aspetto che influenza la competizione dei lavoratori, dando loro la
possibilità di svolgere compiti diversi e di partecipare più attivamente alla produzione, contribuendo
alla flessibilità e alla qualità. Nelle economie non coordinate di mercato l’addestramento
professionale viene affidato alle imprese per la parte legata al particolare tipo di produzione in cui i
lavoratori vengono utilizzati, mentre la professionalità di base che il singolo lavoratore può offrire
sul mercato è legata all’investimento che egli è in grado di fare. Tutto ciò determina un livello di
formazione professionale più limitato rispetto a quello richiesto dalle esigenze dell’innovazione, dal
momento che sia le imprese che i singoli individui non saranno portati ad investire in formazione: le
prime nel timore che i lavoratori possano poi lasciarle per altre aziende; i secondi, per l’incertezza
circa gli esiti. Nelle economie coordinate di mercato il problema è risolto con un impegno
maggiore dello Stato nella formazione professionale, offerta come servizio pubblico, e attraverso
forme di cooperazione con le imprese e le loro organizzazioni.
3) Altra dimensione istituzionale, collegata alla precedente, è quella delle relazioni industriali a
livello di impresa, che influisce sulla cooperazione tra management e lavoratori come fattore di
innovazione. L’inesistenza o la debolezza delle organizzazioni di rappresentanza sindacale e norme
giuridiche che non tutelano il posto di lavoro rafforzano, nelle economie non coordinate, la
tendenza verso la redditività a breve, col risultato di spingere le imprese a valersi di un’elevata
flessibilità quantitativa o numerica (e questo rende difficile sviluppare un rapporto di cooperazione
stabile e di coinvolgimento attivo dei lavoratori). Viene dunque a diminuire la flessibilità
funzionale, risorsa essenziale per l’innovazione nell’ambito del sentiero della produzione flessibile
e di qualità. Nelle economie coordinate il problema viene affrontato con il sistema di regolazione
dei rapporti di lavoro, in parte legato alla contrattazione tra sindacati e organizzazioni
imprenditoriali nell’ambito delle relazioni industriali, e in parte determinato dalla normativa
giuridica. Complessivamente più rigido rispetto all’altro modello, questo sistema scoraggia la
flessibilità numerica, ma, al contrario dell’altro modello, favorisce quella funzionale. Le imprese
sono così incentivate a investire in formazione per valorizzare le risorse umane (di cui non possono
liberarsi facilmente), mentre la maggiore stabilità dell’occupazione incoraggia il coinvolgimento
più attivo dei lavoratori e lo sviluppo di forme di lavoro flessibili.
4) Dal punto di vista poi dei rapporti di cooperazione con clienti e fornitori le economie non
coordinate di mercato sono, in genere, più povere di reti sociali informali e formali legate
all’associazionismo imprenditoriale, che abbiamo visto essere rilevanti per la produzione e la
circolazione delle informazioni e della fiducia necessarie per l’innovazione;
5) In merito al problema del contenimento salariale rispetto alla crescita della produttilità,
l’analisi di Soskice evidenzia come le economie coordinate di mercato si avvalgono in genere di
forme di controllo legate alla contrattazione centralizzata tra sindacati forti, organizzazioni
imprenditoriali e governi. Per quel che riguarda invece le economie non coordinate, in cui il ruolo
delle organizzazioni sindacali è debole, il contenimento salariale si basa sulla diffusione della
disoccupazione come elemento di pressione sulle rivendicazioni salariali dei lavoratori. Ciò crea
però dei problemi quando le imprese hanno bisogno di manodopera con qualificazione elevata
especificamente legata ai loro bisogni. In questa situazione è costoso licenziare lavoratori che
possiedono tale professionalità specifica e sostituirli con disoccupati che non la posseggono; ne
risulta allora rafforzato il potere dei lavoratori occupati anche in presenza di una disoccupazione
elevata.
Da quanto esposto emerge un quadro di sostanziale il vantaggio competitivo del primo modello
rispetto a quello fondato sul mercato come meccanismo di regolazione economica e sociale, per la
difficoltà del mercato a garantire risultati soddisfacenti in termini sia di equità sociale, sia di
efficienza economica, specie quando la sua azione non è sottoposta a vincoli istituzionali che ne
limitino il ruolo
a favore di altri principi di regolazione (stato, associazioni, reti informali).

La ripresa del capitalismo anglosassone


Alla fine degli anni ‘80 si è verificata una significativa battuta d’arresto dell’economia di Germania
e Giappone, mentre i capitalismi anglosassoni hanno mostrato nuovi segni di dinamismo, specie dal
punto di vista occupazionale. Gli sviluppi della globalizzazione, e lo stesso processo di unificazione
europea, hanno poi sollevato crescenti interrogativi sulla capacità di resistenza a lungo termine del
quadro istituzionale delle economie coordinate rispetto alle sfide poste dalla globalizzazione.
D’altro canto, occorre precisare che allo stato attuale delle conoscenze non è possibile stabilire
quanto la crescita del capitalismo anglosassone e la difficoltà dell’altro modello siano dovuti a
fattori di natura congiunturale o, invece, a mutamenti di tipo più strutturale e di lungo periodo.
Per il CASO INGLESE, i risultati, pur di segno positivo negli ultimi anni, sono però di entità
modesta, e sempre concentrati nei servizi privati, con un basso livello di capacità innovative
nell’industria manifatturiera. Negli STATI UNITI, invece, nel corso degli anni ‘90 si è invece
effettivamente avuta una significativa ristrutturazione industriale: la produttività è tornata a crescere
a tassi consistenti e l’occupazione è rimasta stabile, con uno spostamento verso nuovi settori (i
servizi) che ha compensato quelli in crisi. Anche il caso americano è però di difficile lettura.
Sembra, infatti, che molte imprese medio–grandi, sotto la spinta delle pressioni per profitti a breve
termine, abbiano preferito seguire la «via bassa» di una riduzione della forza lavoro e del
decentramento di fasi o componenti della produzione, spesso all’estero, alla ricerca di costi più
bassi. Altre imprese si sono invece impegnate in percorsi di innovazione di più lunga portata,
imboccando una «via alta» e adottando soluzioni, nei rapporti con il management e con la
manodopera, quali l’impegno nella formazione, flessibilità funzionale, rapporti di cooperazione, etc.
Un contributo ancor più consistente alla crescita della produttività è venuto dalla svalutazione del
dollaro rispetto al marco tedesco e allo yen giapponese.
In questi termini è difficile stabilire quanto la ripresa americana sia dovuta a fattori congiunturali e
quanto a componenti più strutturali, che pure sono presenti. L’industria americana mostra
comunque alcuni punti di forza nel campo dell’alta tecnologia che sembrano essersi ulteriormente
consolidati (industria aerospaziale, informatica e delle comunicazioni, biotecnologie, ecc.),
soprattutto per l’impegno americano in campo militare, che alimenta consistenti flussi di spesa per
la ricerca e l’innovazione tecnologica in questi settori. Particolare importanza ha poi la diffusione di
strutture universitarie e di ricerca di elevato livello, con connessioni molto strette con il mondo delle
imprese e con frequenti passaggi di personale dal campo della ricerca a quello delle imprese
innovative. Infine, un ruolo di particolare rilievo è svolto dalla presenza di venture capital,
istituzioni attrezzate e competenti nel fornire capitale di rischio per il finanziamento di progetti
innovativi, spesso portati avanti da piccole imprese. Tutto questo spiega sia perché il capitalismo
anglosassone, fornisca un ambiente istituzionale più adatto alle innovazioni radicali, sia perché
questo stesso contesto è meno in grado di sostenere l’adattamento e l’utilizzazione sul piano della
produzione manifatturiera di tali innovazioni, in termini cioè di sviluppo di produzioni flessibili e di
qualità. Il capitalismo anglosassone, a differenza di quello americano, si profila quindi come un
sistema economico con alcune punte molto innovative nell’industria, nei servizi alle imprese e in
quelli finanziari; un sistema capace però di creare occupazione soprattutto nel settore dei servizi
privati al consumatore, a basso
valore aggiunto. La crescita di addetti in tale settore trae vantaggio dalla deregolamentazione dei
rapporti di lavoro, e dal sensibile declino della presenza sindacale (oltrechè da un basso valore dei
salari reali). È questo un elemento di vantaggio rispetto al capitalismo più organizzato, specie
europeo, dove l’esistenza di sistemi di regolazione dei rapporti di lavoro più coordinati centralmente
non consente quel grado di riduzione del costo del lavoro e quella flessibilità in entrata e in uscita
tali da facilitare l’occupazione nei servizi privati. Per ovviare a questo problema nei paesi
scandinavi si è puntato ad allargare l’occupazione, specie femminile, nel welfare pubblico, mentre
nei paesi europei ci si è mossi verso un sistema di protezione sociale di tipo «conservatore-
corporativo», basato sui trasferimenti a favore degli occupati (che però ha creato una crescente
difficoltà per coloro che sono in cerca di occupazione, in parte tutelati attraverso forme di
redistribuzione familiare). Entrambe le strategie fanno però lievitare spesa pubblica e pressione
fiscale e contributiva, e per questo possono influire negativamente sugli investimenti e sulla
creazione di nuova occupazione. Nel complesso, gli elementi esposti non sono dunque tali da
ribaltare le conclusioni alle quali era giunto il neoistituzionalismo nell’analisi della varietà dei
capitalismi. Il capitalismo anglosassone non sembra al momento esibire né una netta superiorità
economica (se si guarda alla competitività e non solo all’occupazione), né tanto meno una capacità
di ridurre le disuguaglianze sociali. Al contrario, queste ultime tendono a crescere in concomitanza
con la ripresa economica. Sicuramente, però, i segni di dinamismo sul piano economico e
occupazionale portano a correggere una certa visione unilaterale della letteratura istituzionalista, la
quale arrivava a sostenere che «un’economia potesse essere competitiva solo con il sostegno di una
politica benevolente e di una società coesa». Il caso americano, in particolare, mostra come la
competitività possa essere compatibile con elevati livelli di disuguaglianza sociale.

Convergenza o diversità?
Oltre ad avere maggiori vantaggi competitivi nell’immediato, il capitalismo anglosassone
sembrerebbe poter mostrare, a più lungo termine, migliori capacità di adattamento ai vincoli posti
dalla globalizzazione rispetto alle istituzioni regolative delle economie coordinate. Il risultato finale
sarebbe una convergenza nel tempo verso il modello istituzionale del capitalismo anglosassone.
Come si vede, in questa accezione, il concetto di globalizzazione non si riferisce soltanto alla
crescita dell’apertura e dell’interdipendenza delle economie nazionali, ma assume che la
globalizzazione implichi anche un’estensione di modelli regolativi basati sul mercato.
Le componenti della globalizzazione
Alla bassa crescita delle economie dei paesi più sviluppati, iniziata nei primi anni 70 e prolungatasi
oltre la seconda metà degli anni ‘90, si è accompagnato un forte aumento del commercio
internazionale. Essendo il PIL mondiale aumentato in misura molto minore dell’ammontare
complessivo dei flussi di scambio tra i diversi paesi, ciò ha comportato un aumento sensibile della
concorrenza tra i vari paesi per aggiudicarsi fette sempre più ampie di mercato. Cambia anche la
geografia della produzione mondiale, con un declino del peso percentuale degli Stati Uniti e
dell’Europa e una crescita concentrata soprattutto in Giappone e negli altri paesi dell’Asia. Accanto
al commercio internazionale, un secondo indicatore della crescente integrazione internazionale
dell’economia è dato dagli investimenti diretti all’estero, anche questi in aumento, trainati dalla
ricerca da parte delle imprese di localizzazioni più favorevoli, sia per controllare i mercati di sbocco
che per godere di condizioni di vantaggio in termini di costi. Infine, il terzo aspetto che segna in
misura ancor più marcata l’interdipendenza tra le diverse economie è costituito dall’integrazione dei
mercati finanziari, ovvero la liberalizzazione del movimento dei capitali necessari per finanziare il
commercio e gli investimenti, per assicurare contro i rischi valutati, per spostare gli utili ottenuti
all’estero, ecc. Hanno accelerato questo processo la rottura del sistema monetario internazionale
basato sui cambi fissi, avvenuta all’inizio degli anni ‘70, il diffondersi di nuovi tipi di titoli
(«derivati finanziari») che vengono anch’essi incontro a una domanda di capitali in cerca di
investimento, provenienti in particolare dai paesi produttori di petrolio, ed il miglioramento delle
comunicazioni, legato alle nuove tecnologie informatiche, che abbassa nettamente i costi di
transazione. Se si tiene conto congiuntamente di tutti e tre gli indicatori citati – commercio
internazionale, investimenti diretti all’estero e movimento dei capitali – si può cogliere, sul piano
descrittivo, il fenomeno della
GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA intesa come crescita del livello di apertura e insieme di
interdipendenza delle diverse economie nazionali.

Il futuro dei capitalismi.


Diversi contributi sono stati raccolti con l’obiettivo duplice di valutare la portata dei processi di
globalizzazione sul piano empirico e di discuterne le implicazioni sul piano della regolazione
istituzionale. Per quel che riguarda il primo aspetto, vengono fornite molte indicazioni volte a non
enfatizzare oltre misura la portata del fenomeno, dal momento che, nonostante l’aumento del
commercio internazionale e degli investimenti diretti all’estero, nei paesi più sviluppati circa il 90%
della produzione resta ancora rivolto al mercato interno. Oltretutto, non c’è una significativa
convergenza degli indicatori macroeconomici (salvo che per gli otto paesi più sviluppati, ma in
misura molto limitata e solo per gli anni più recenti). Le persistenti differenze nei tassi di crescita,
in quelli di occupazione, di profitto o di interesse, rimandano all’influenza esercitata dal contesto
istituzionale. Infine, è certamente vero che il costo del lavoro sensibilmente più basso di molti paesi
in via di sviluppo costituisce una minaccia maggiore soprattutto per le economie coordinate, che
puntano alla produzione flessibile e di qualità con più elevate retribuzioni del lavoro. Questa
minaccia si accresce nella misura in cui gli sviluppi della tecnologia e delle comunicazioni
permettono il decentramento verso queste aree anche di produzioni più complesse. Tuttavia, è anche
vero che i capitalismi più organizzati dispongono di un livello di economie esterne e di un
complesso istituzionale che le mette in condizione di continuare a controllare i processi di
innovazione e le fasi produttive a più elevato valore aggiunto. Resta da vedere se effettivamente
tutto ciò porterà alla futura convergenza istituzionale.
Chi risponde affermativamente a questa domanda, porta generalmente tre tipi di argomentazioni:
1) Importanza della pressione dei mercati e della crescente concorrenza a livello internazionale che
aumentano la spesa pubblica degli stati per la protezione sociale (direttamente con interventi
redistributivi e indirettamente, tramite la regolamentazione del mercato del lavoro). Gli stati non
possono applicare forme più incisive di redistribuzione e di regolazione dei rapporti di lavoro,
perché potrebbero indurre le imprese a spostarsi altrove. Questo si traduce in una limitazione
dell’autonomia degli Stati nel definire la propria politica economica, avvantaggiando i sistemi che
già oggi si basano maggiormente sul mercato.
2) I processi di imitazione di regole istituzionali che danno buoni risultati in termini di rendimento
economico, possono spingere a fenomeni di ibridazione tra forme istituzionali diverse, favorendo la
convergenza. 3) L’introduzione contrattata, tramite accordi internazionali, di forme di regolazione
simili (ad es. gli accordi internazionali volti ad abbattere le barriere protettive e a introdurre
standard comuni, quale quello relativo ai processi di integrazione economica europea).
A queste argomentazioni Suzanne Berger ne contrappone altre che gettano invece dubbi sulla
portata dei processi di convergenza istituzionale.
I. L’accresciuta concorrenza segnala sì esigenze di cambiamento istituzionali, ma non è in grado di
imporre una soluzione istituzionale standard. Più facilmente tale soluzione sarà anche frutto dei
condizionamenti esercitati sugli attori dal patrimonio istituzionale ereditato dal passato e dai
conflitti di interesse tra i sostenitori delle vecchie regole e i fautori del cambiamento. Le scelte
saranno cioè path dependent; II. Rispetto ai problemi competitivi, le varie istituzioni possono
rispondere in modi diversi, che tuttavia si equivalgono come capacità competitiva; III. Esistono
forme specifiche di interdipendenza tra le diverse istituzioni che caratterizzano una determinata
realtà nazionale, e che sono legate a una comune matrice culturale maturata storicamente, per cui
può risultare difficile cercare di imitare organizzazioni sviluppatesi in altri contesti nazionali. Come
si vede, gli argomenti portati da una parte e dall’altra sono solidi e non si prestano a formulare
risposte semplificate agli interrogativi sulle conseguenze istituzionali della globalizzazione.
Sembra comunque assodato che la globalizzazione comporterà una serie di conseguenze
destabilizzanti soprattutto per i modelli di capitalismo più organizzati, ricchi più di istituzioni che di
mercato. Non sembra però probabile che tali mutamenti determineranno un’effettiva convergenza.
Si può invece ipotizzare una ridefinizione delle economie coordinate di mercato che si accompagni
al persistere di equilibri multipli, cioè di sistemi istituzionali caratterizzati da punti di forza e di
debolezza differenziati.
Per spiegare questo giudizio può essere utile analizzare più nei dettagli le conseguenze che la
globalizzazione sta determinando nell’intervento in campo economico e sociale dello stato.
• La liberalizzazione dei movimenti dei capitali e la crescente integrazione dei mercati finanziari
pongono seri limiti all’autonomia degli Stati nazionali nella determinazione delle politiche
economiche. Questi vincoli all’autonomia delle politiche macro–economiche sono poi rinforzati
dall’integrazione commerciale e dalla spinta agli investimenti all’estero.
Quanto poi ai paesi coinvolti nel processo di unificazione monetaria ed economica europea, i
condizionamenti posti dalla globalizzazione sono rafforzati da quelli derivanti dagli accordi
sottoscritti dagli stati stessi (v. Maastricht) che pongono specifici vincoli alla spesa pubblica. In
altre parole, vincoli macroeconomici e spinte alla deregolamentazione andrebbero insieme,
penalizzando maggiormente quelle economie coordinate che più dipendono dal sostegno statale.
Come conseguenza, si determinerebbe effettivamente un indebolimento del capitalismo più
organizzato, che si avvicinerebbe a quello più di mercato di tipo anglosassone, anche se con una
perdita complessiva di competitività delle economie dei paesi sviluppati e una maggiore
disuguaglianza sociale.
• Questo processo verrebbe accelerato anche dalla pressione del capitale finanziario sulla corporate
governance, cioè sull’assetto proprietario e i meccanismi di governo delle imprese. Effettivamente,
la maggiore libertà di movimento del capitale finanziario e la possibilità di cogliere occasioni di
profitto a breve sul mercato internazionale, tendono a destabilizzare il rapporto di lungo periodo tra
banche e imprese: da un lato, le banche dei capitalismi organizzati si muovono verso le borse
internazionali e verso occasioni di investimento in paesi del capitalismo anglosassone; dall’altro, il
capitale finanziario anglo–americano penetra in quello delle imprese dei capitalismi più organizzati,
in una sorta di «isomorfismo normativo», favorito anche dalle grandi società di consulenza e di
valutazione internazionale.
• Altre valutazioni, più scettiche circa gli esiti in termini di convergenza attraverso la via della
deregolamentazione, sottolineano come gli evidenti vincoli macroeconomici non comprimono però
necessariamente gli spazi di autonomia per le politiche regolative o redistributive a livello
microeconomico (Cosi, per esempio, si può accrescere la competitività a livello micro grazie alla
formazione professionale, alla ricerca e sviluppo, alla regolamentazione dei settori e dei rapporti di
lavoro). D’altra parte, se è vero che i vincoli macro alla spesa pubblica incidono sulla necessità di
ristrutturare e di limitare il welfare statale, e di rendere più flessibile il mercato del lavoro, le
direzioni che il processo di riorganizzazione può prendere sono varie e risentono, come per gli
interventi microeconomici, del patrimonio e della logica istituzionali di ciascun paese (non
facilmente divisibili).
• Cautela richiede anche la valutazione dell’impatto della globalizzazione sui processi di
concertazione: un indebolimento delle vecchie forme di concertazione centralizzata, volte a
controllare l’inflazione, potrebbe avere come conseguenza nuove forme di concertazione in grado di
favorire una riorganizza-ione del welfare e una messa a punto di interventi microeconomici per
sostenere la produttività e la crescita di competitività.
• In conclusione, alla luce delle considerazioni precedenti ci sono buone ragioni per supporre che le
tendenze di globalizzazione si accompagneranno a mutamenti istituzionali significativi e alla
ridefinizione dei confini tra i diversi modelli di organizzazione dell’economia. Resteranno, tuttavia,
differenze istituzionali per cui, piuttosto che di un unico equilibrio che si afferma gradualmente e
inesorabilmente si avranno equilibri multipli, funzione degli specifici contesti istituzionali ereditati
dalia storia. Ci potranno cosi essere modi diversi nell’affrontare la competizione economica e
combinazioni variabili di efficienza economica ed equità sociale.
• Il problema che le diverse società si troveranno ad affrontare sarà quello di trovare una
regolazione che cerchi di usare al meglio il patrimonio istituzionale ereditato dal passato, non per
opporsi alla globalizzazione e ai mercati, ma per rispondere alle sfide nel modo più efficace proprio
perché più congruente con i diversi presupposti culturali e di civiltà.